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Petrolio e debito, il Venezuela scopre le carte

17 Ottobre 2026 ore 09:04

Un piano spiegato ai creditori. Perché chi ha un debito, e il Venezuela ne ha uno estero di 240 miliardi di dollari, tra i più consistenti al mondo, deve chiarire come e dove trovare i soldi con cui saldare il conto. Creditori tra i quali c’è il Fondo monetario internazionale che, non ultimo, ha accordato a Caracas alcuni finanziamenti per la ricostruzione all’indomani del sisma di pochi mesi. Ora, per un Paese che ha sotto i propri piedi un quinto delle riserve mondiali di petrolio, c’è solo un modo per onorare i propri impegni ed evitare il fallimento: vendere greggio. Prospettiva più che concreta, ora che gli Stati Uniti hanno rimesso in piedi l’industria petrolifera nazionale, anche grazie al coinvolgimento di grandi compagnie straniere.

Ma, comunque, bisogna spiegare. Per questo, in occasione degli incontri del Fmi organizzati a Bangkok, il vicepresidente Calixto Ortega ha presentato un piano per incrementare l’estrazione di petrolio e minerali, i cui proventi saranno destinati sia al ripristino delle reti idriche ed elettriche, sia al sostegno all’economia. Il che, ovviamente, è interesse dei creditori. Ortega ha descritto l’estrazione di petrolio e minerali come le principali fonti di valuta estera per il Venezuela. E secondo la Banca centrale del Venezuela, il piano stesso prevede anche di destinare le entrate ai servizi pubblici essenziali, ridurre l’inflazione a un livello a due cifre, ristrutturare il debito pubblico e semplificare le procedure burocratiche. Ortega ha affermato che le nuove entrate dovrebbero essere utilizzate per ripristinare i servizi idrici ed elettrici, che, a suo dire, erano stati trascurati per un decennio.

Non è finita. Il vicepresidente venezuelano ha inoltre affermato che dall’inizio dell’anno il governo si è adoperato per reinserire il Paese nel sistema finanziario internazionale. Ma, come prevedibile, Ortega ha respinto l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale del Venezuela: il Paese deve rafforzare il bolívar, che nel medio termine dovrebbe essere in grado di sostenere l’intera economia nazionale. Allo stesso tempo, il dollaro rimane il principale punto di riferimento per i prezzi nei negozi venezuelani, dopo il periodo di iperinflazione del 2017-2021. Di sicuro, tra i creditori che rischiano di rimanere a bocca asciutta, c’è la Cina.

Caracas venderà sì petrolio, ma forse non al Dragone. Essendo la Cina creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Ma il nuovo corso americano, quei barili, forse li terrà lontano dalla Cina.

Il parametro scelto per il bonus affitto ai genitori separati produce effetti paradossali

17 Ottobre 2026 ore 09:57

Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.

di Maria Cecilia Guerra (Fonte: lavoce.info)

La legge di bilancio per il 2026 ha previsto l’introduzione di un fondo, con una dotazione di 20 milioni annui, finalizzato a finanziare un sostegno abitativo a favore dei genitori separati o divorziati, con figli a carico di età non superiore ai 21 anni, che non risultino assegnatari dell’abitazione familiare di proprietà. Un sostegno su cui ci sarebbe da discutere, ad esempio perché si preoccupa del genitore separato che deve affrontare il costo di un affitto, solo se lui, il coniuge o i figli conviventi sono proprietari della casa familiare che viene assegnata all’altro genitore, come se i non proprietari non dovessero anch’essi affrontare un affitto in più a seguito di una separazione. Considera inoltre solo le coppie legalmente sposate, pur in presenza di un provvedimento del tribunale relativo all’affidamento e al mantenimento dei figli.

Pochi giorni fa, a ben dieci mesi di distanza, è stato approvato il decreto interministeriale del ministero delle Infrastrutture e trasporti e del ministero dell’Economia e finanze, che fissa l’importo del bonus, pari al 50 per cento del canone annuale di affitto fino a un massimo di 6mila euro annui, e individua i criteri, fra cui la prova dei mezzi, per l’esclusione dal beneficio e le graduatorie di accesso. È su questi criteri che ci si soffermerà qui.

Il reddito individuale come indicatore della condizione economica

Il requisito economico per accedere al bonus previsto sarà il reddito individuale che risulta dall’ultima dichiarazione e non l’Isee. In questo modo, dice Matteo Salvini, si va incontro al ceto medio con un reddito fino a 35mila euro che sarebbe altrimenti escluso da soglie Isee che privilegiano i più poveri.

Una dichiarazione in linea con tutte quelle che continuano ad attribuire all’Isee le difficoltà di accesso a questo o quel servizio, a questa o quella prestazione, ma assolutamente sbagliata. La limitazione non dipende dall’Isee, ma dal fatto che l’accesso è selettivo: non è riservato a tutti i potenziali beneficiari, cioè a tutti quelli che ne avrebbero bisogno, perché le risorse messe a disposizione sono insufficienti. Viene allora limitato sulla base di graduatorie o sulla base di un indicatore della condizione economica. L’indicatore utilizzato, qualunque esso sia, non allarga o restringe la platea, che dipende da quante sono le risorse in campo, stabilisce solo un ordinamento: chi è davanti in graduatoria e chi è dietro e può restare escluso.

Per questo è una scelta delicata. Per questo l’Isee non è stato inventato a caso, ma riformato dal 2014 alla luce dell’esperienza decennale precedente, attraverso il confronto con le istituzioni e le parti sociali, e tenendo conto dei criteri suggeriti dagli studi scientifici a disposizione, ad esempio quelli relativi alla scala di equivalenza che permette di confrontare la situazione economica di nuclei familiari con un differente numero di membri. Ovviamente, come tutti gli strumenti, l’Isee è modificabile e migliorabile alla luce anche di eventuali problematiche legate al suo funzionamento. Ma è stato posto come Livello essenziale delle prestazioni, Lep, per cui esiste l’obbligo di utilizzarlo in tutte le prestazioni che a livello locale e nazionale fanno riferimento alla prova dei mezzi, proprio per evitare quel proliferare di misure discrezionali, casuali, che aveva dato luogo, nel periodo antecedente alla sua introduzione, a risultati paradossali: un utente che risultava “ricco” in base ai criteri utilizzati per l’accesso a un certo servizio e “povero” in base ai differenti criteri utilizzati per l’accesso a un altro servizio, addirittura nello stesso comune.

Il decreto 200/2026 viola questo principio: non adotta l’Isee ma fa riferimento unicamente al reddito individuale dell’ultima dichiarazione. Un indicatore troppo povero di informazioni sulla reale condizione economica del potenziale beneficiario del bonus.

Con quali conseguenze?

La caratteristica fondamentale dell’Isee è di valutare la condizione economica non su base individuale ma con riferimento al nucleo familiare. Una persona può infatti essere povera individualmente ma vivere in un nucleo in cui beneficia del reddito percepito dagli altri componenti. Viceversa, può stare bene individualmente ma doversi poi occupare di un insieme ampio di persone non autonome economicamente, come ad esempio minori o persone con gravi disabilità. Regole specifiche servono a tenere conto dei doveri economici che i genitori separati hanno nei confronti dei figli anche non conviventi.

In base al decreto 200/2026, invece, ad esempio: un genitore separato con un reddito di 37mila euro e 4 figli a carico sarà escluso, quello con 33mila euro e un solo figlio a carico potrà invece aspirare ad ottenere il beneficio.

L’Isee tiene poi conto di tutti i redditi, compresi quelli finanziari, che non sono dichiarati in Irpef. Il nuovo indicatore proposto invece non considera i redditi finanziari. Sulla base della norma generale dovrebbe fare riferimento anche ai redditi tassati fuori dall’Irpef, come quelli degli autonomi in regime forfetario, o degli affitti sottoposti alla cedolare secca. Vedremo se almeno questa norma verrà rispettata.

Inoltre, l’Isee è un indicatore misto: tiene conto, oltre al reddito, anche del patrimonio, nell’assunto che a parità di reddito chi possiede un patrimonio, al di sopra di certe franchigie, si trovi in una situazione economica migliore. La franchigia è molto elevata per la prima casa, ma correlativamente si esclude dal reddito la spesa per affitto per chi non ha la casa di proprietà. In base al decreto 200/2026, invece, ad esempio: un genitore separato con un reddito di 34mila euro e attività finanziarie pari a 50mila euro, potrà aspirare a prendere il bonus, quello con un reddito di 35.100 euro e attività finanziarie pari a 5mila euro no.

Esclusioni e punteggi per patrimonio immobiliare e figli

Del patrimonio e dei figli a carico il decreto interministeriale 200/2026 tiene conto, non con l’Isee, ma nelle regole di esclusione e nei punteggi. Lo fa in modo rozzo, generando ulteriori effetti paradossali.

Dalla interazione fra il criterio reddituale prescelto e le altre regole di esclusione previste emerge ad esempio che: un genitore separato con un reddito di 34mila euro, e una casa di proprietà a più di 50 chilometri di distanza dal comune ove è collocata l’abitazione familiare di proprietà può aspirare al bonus, quello con un reddito di 36mila euro ma senza alcun patrimonio immobiliare non lo prenderà. Analoghi effetti paradossali emergono dai punteggi assegnati per stabilire le graduatorie di accesso al bonus: un genitore separato con un reddito di 24.900 euro e solo un figlio, a parità di altre condizioni, passerà davanti in graduatoria a quello con un reddito di 25.100 euro e due figli a carico.

Verità e bugie

Nella sua dichiarazione sugli effetti del nuovo indicatore Salvini dice quindi una verità e una bugia. La verità: abbandonare l’Isee avrà l’effetto di riconoscere il bonus anche a persone che stanno abbastanza bene, al prezzo però di escludere persone che stanno abbastanza male – cosa su cui invece tace. La bugia: con l’abbandono dell’Isee, il numero di genitori che alla fine prenderà il bonus non si amplia, potrebbe anzi addirittura ridursi se i genitori più benestanti ammessi pagano affitti più alti di quelli esclusi, essendo il bonus pari al 50 per cento dell’affitto pagato.

Quello che avverrà è che l’ordinamento fatto non con l’Isee, ma con soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli molto discutibili produrrà effetti paradossali quali quelli riportati sopra.

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Ex Ilva, chiesta la cassa integrazione per altri 4.172 dipendenti dopo lo stop all’area a caldo: 8.622 i lavoratori sospesi

17 Ottobre 2026 ore 08:37

Ex Ilva, la cassa integrazione sale a 8.622 lavoratori dopo il decreto sull’area a caldo

L’ex Ilva allarga la cassa integrazione. L’azienda ha chiesto di aggiungere 4.172 lavoratori ai 4.450 già autorizzati, per un totale di 8.622 sospensioni. Solo 1.004 dipendenti resteranno in servizio, per sorvegliare gli impianti, proteggere gli asset e garantire gli adempimenti amministrativi e ambientali. La richiesta è contenuta in una comunicazione dei commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli, inviata ai sindacati nazionali e territoriali, alle Regioni coinvolte e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese. Vale dalla data dell’autorizzazione fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe o rinnovi. A Taranto la notizia è arrivata a ridosso della fine di cinque giorni di sciopero, nell’ex Ilva e nell’indotto, con il blocco delle principali strade statali da e per la città.

L’azienda precisa che 8.622 è il numero medio massimo di sospensioni contemporanee. Al 30 luglio i dipendenti erano 9.626: 7.875 a Taranto, 917 a Genova, 542 a Novi Ligure, 127 a Milano, più quelli degli altri siti. La nuova richiesta riguarda 6.964 persone a Taranto, 870 a Genova, 515 a Novi Ligure e 117 a Milano, con un impatto simile sulle altre sedi. A Taranto la cassa è oggi in corso per circa 3.500 persone, con un tetto autorizzato di 3.800 all’interno del contingente di 4.450. Con la nuova richiesta i cassintegrati sfiorerebbero quota 7mila: 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree più colpite sono quelle di fusione, con 2.660 persone, e di staff e servizi, con 3.225. Per la laminazione si parla di 1.079 lavoratori.

Leggi anche: Ex Ilva, sciopero senza tregua a Taranto: strade bloccate, autobus quasi fermi e il decreto del Governo non convince gli operai

La nota

“Il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio dell’area ‘a caldo’ impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”, fanno sapere i commissari di Acciaierie. “In esecuzione del provvedimento giudiziale di spegnimento dell’area a caldo, la società ha provveduto alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, si legge nella comunicazione rivolta a ministeri, sindacati e Regioni interessate.

“Infatti – si prosegue -, dalla temporanea sospensione dell’esercizio di tutti gli impianti di produzione funzionali all’out put di bramme e coils, già a decorrere dal 09.10.2026, consegue l’improcrastinabile necessità della rimodulazione degli assetti aziendali. Questo determinerà gradualmente, ricadute sulle lavorazioni in essere in tutti gli stabilimenti del gruppo, di potenziale variabile entità nel tempo, in relazione al progressivo ripristino di condizioni di esercizio, funzionali a garantire le condizioni di cedibilità degli asset, mediante il potenziale ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di autonoma capacità produttiva”. 

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In Italia ci sono 400 mila imprese guidate da giovani under 35, oltre la metà nel terziario

17 Ottobre 2026 ore 08:14
In Italia ci sono 400 mila imprese guidate da giovani under 35, oltre la metà nel terziario

MILANO (ITALPRESS) – In Italia ci sono 400mila imprese giovanili, guidate da under 35, di cui oltre la metà operano nel terziario di mercato. Negli ultimi sette anni, se ne sono perse complessivamente quasi 67mila (-14,3%) e la loro incidenza sul totale è scesa dal 9,1% all’8%. Nel terziario di mercato la contrazione è stata di oltre 47mila imprese (-15,4%), con una quota sul totale passata dal 10,9% al 9,7%. Questo settore continua comunque a registrare un’incidenza significativamente più elevata di imprese giovanili rispetto agli altri comparti dell’economia complessivamente considerati (9,7% contro il 6%).

Sono questi i dati più importanti emersi nell‘ultima analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio e realizzata in occasione del XVII Forum nazionale dei Giovani Imprenditori di Confcommercio che si è svolta a Milano. In termini di ripartizione geografica, emerge la presenza di un ampio divario tra Nord e Centro-Sud. Al Nord si concentra quasi la metà dei giovani imprenditori – con la Lombardia come prima regione – e registra complessivamente una flessione negli ultimi sette anni più contenuta (-3,2%), a fronte di una riduzione del 19,0% nel Centro e del 22,9% nel Mezzogiorno. Secondo l’analisi di Confcommercio, questi dati riflettono gli effetti dell’andamento demografico degli ultimi anni, che ha determinato una riduzione della popolazione giovane, particolarmente accentuata nel Mezzogiorno.

Nel dettaglio, al Sud l’Area Confcommercio (comprendente commercio, alloggio e ristorazione, trasporti e servizi alle imprese e alle persone) registra una contrazione dei giovani imprenditori pari al 25,9% e una diminuzione del 9,7% della popolazione tra i 18 e i 34 anni. A livello settoriale, sono i comparti tradizionali, in particolare il piccolo commercio alimentare e non alimentare, a registrare le maggiori perdite percentuali di giovani imprenditori. Un andamento che riflette non solo le dinamiche demografiche, ma anche le difficoltà più generali del formato distributivo.

In controtendenza, si distinguono i settori a maggiore specializzazione o caratterizzati da una maggiore scala dimensionale, come le attività professionali (+28,6%) e la grande distribuzione (+27%). Le perdite di giovani imprenditori si concentrano, invece, nei comparti più tradizionali, in particolare il piccolo commercio. La presenza di giovani imprenditori sembra inoltre accompagnarsi a una maggiore presenza di giovani tra gli addetti. La quota di occupati under 35 è infatti sistematicamente più elevata nelle imprese più giovani, in particolare in quelle con meno di cinque anni di attività. In queste imprese, il 36,1% degli addetti ha meno di 35 anni, contro il 24,5% registrato nel complesso delle imprese.

Il fenomeno assume particolare rilievo in alcuni comparti: tra le imprese con meno di cinque anni, la quota di giovani addetti raggiunge il 49,3% nell’alloggio e ristorazione, il 47,7% nella sanità, il 46,6% nei servizi alla persona e il 42,4% nelle attività professionali. La maggiore presenza di capitale umano giovane si associa, inoltre, a risultati migliori sul piano dell’innovazione e della performance d’impresa.

Secondo l’Istat, una maggiore quota di giovani addetti è positivamente correlata sia con la probabilità che l’impresa abbia realizzato con successo investimenti in tecnologie digitali, sia con la performance nel medio periodo, misurata in termini di crescita dell’occupazione, del fatturato e della produttività.

“Stiamo affrontando un cambiamento radicale come persone e come imprese. Lo stesso mercato del lavoro, tra Intelligenza Artificiale e i temi della sostenibilità ambientale, economica e sociale è di fronte ad una sfida storica. Le imprese, in particolare le nuove imprese, devono imparare a navigare l’imprevisto e, talvolta, l’imprevedibile. Ed è una responsabilità per il sistema della rappresentanza a partire da quella dedicata ai giovani imprenditori perché sono proprio loro che quando decidono di fare impresa, lo fanno per la maggior parte proprio nei settori che Confcommercio rappresenta. Siamo, da sempre, casa e voce per le giovani imprese che popolano il mercato, le vite delle persone, delle città e dei territori e le scelte delle nuove generazioni.”, ha dichiarato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli.

“I dati lo dimostrano: le imprese giovani portano sostenibilità e innovazione e assumono giovani lavoratori. Ecco perché non ci convince quando vediamo che il dibattito pubblico si concentra su misure per incoraggiare l’occupazione giovanile e non si pensa invece a valorizzare le giovani imprese e i giovani che fanno impresa”, ha commentato il presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio Matteo Musacci. “La questione generazionale non può essere ridotta a un semplice sollievo fiscale generico, ma va incoraggiato di più ciò che più crea valore per tutti, cioè l’imprenditoria. Non pretendiamo che fare impresa in Italia sia facile, ma che sia semplice sì – ha aggiunto – Chiediamo regole chiare e giuste e politiche che investano su chi decide di intraprendere investendo le proprie risorse, le proprie energie e la propria identità”.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Bankitalia, le proiezioni per l’economia italiana sono condizionate dall’evoluzione della crisi in Medio Oriente

17 Ottobre 2026 ore 08:01
Bankitalia, le proiezioni per l’economia italiana sono condizionate dall’evoluzione della crisi in Medio Oriente

ROMA (ITALPRESS) – Secondo la Banca d’Italia le proiezioni per l’economia italiana relative al periodo 2026-2028 sono fortemente condizionate dall‘evoluzione della crisi in Medio Oriente e dalle sue ripercussioni sui prezzi delle materie prime. Nelle previsioni si ipotizza che i prezzi del greggio e del gas naturale, desunti dalle quotazioni dei contratti futures, rimangano elevati fino ai primi mesi del prossimo anno, per poi attenuarsi nel corso del tempo.

I tassi di interesse salgono su tutte le scadenze, con un conseguente graduale incremento dei costi di finanziamento per famiglie e imprese lungo tutto l’orizzonte di previsione. Il commercio mondiale si rafforza progressivamente, riflettendo l’ipotesi di un graduale dissolversi dell’incertezza e il proseguimento della fase espansiva degli investimenti riconducibili all’intelligenza artificiale.

Sulla base di queste ipotesi, la Banca d’Italia stima che il Pil dell’Italia cresca dello 0,9% nel 2026, dello 0,7% nel 2027 e dello 0,8% nel 2028; al netto della correzione per le giornate lavorative, l’aumento nei tre anni sarebbe rispettivamente dell’1%, dello 0,7% e dello 0,6%. 

Nella seconda metà dell’anno in corso e nella prima del 2027 la spesa delle famiglie risentirebbe principalmente dei forti rincari dei prodotti energetici sui mercati internazionali; riprenderebbe vigore in seguito, con l’attenuarsi degli effetti legati alla crisi mediorientale. La crescita delle esportazioni sarebbe sostenuta dal rafforzamento degli scambi internazionali; risulterebbe inferiore a quella della domanda estera potenziale, in parte trainata dalla filiera dei beni ad alta tecnologia, alla quale l’Italia partecipa in misura ancora limitata.

L’occupazione continuerebbe ad aumentare a un ritmo moderato e il tasso di disoccupazione rimarrebbe pressoché stabile lungo l’orizzonte previsivo, su livelli intorno al 6%. L’inflazione al consumo salirebbe al 3,2% quest’anno, raggiungendo un picco nel quarto trimestre, sospinta dalla componente energetica; scenderebbe al 2,4 nel 2027 e all’1,7 nel 2028. Al netto dei beni energetici e alimentari, l’incremento dei prezzi al consumo si collocherebbe intorno al 2% lungo l’intero orizzonte previsivo. Rispetto alle proiezioni pubblicate lo scorso giugno, le stime di crescita sono state riviste al rialzo di 0,4 punti percentuali nel 2026, di 0,3 nel 2027, e al ribasso di 0,1 punti percentuali nel 2028.

La revisione al rialzo per l’anno in corso riflette un impatto del conflitto in Medio Oriente meno marcato di quanto atteso in giugno, con effetti di trascinamento positivi anche per il 2027. Per quest’ultimo anno, alla revisione positiva contribuirebbero inoltre le maggiori spese per la difesa e la sicurezza energetica previste nel DPFP 2026. Le previsioni di inflazione sono state riviste al rialzo di 0,1 punti percentuali nell’anno in corso e di 0,4 nel prossimo, soprattutto a causa dei prezzi più alti delle materie prime e dei prodotti petroliferi raffinati; per il 2028 sono state corrette al ribasso di 0,2 punti percentuali, per via di effetti base negativi più marcati legati alla riduzione delle quotazioni energetiche. Per il biennio 2026-27 le proiezioni di crescita e inflazione riportate in questo riquadro sono simili a quelle formulate più di recente dai principali previsori istituzionali. L’incertezza che circonda tali proiezioni rimane elevata. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Laboratorio di moda creativa, rigenerata e inclusiva della Fondazione Isola d’Elba ottiene il finanziamento regionale

17 Ottobre 2026 ore 07:58

PORTOFERRAIO – La Fondazione Isola d’Elba Ets, con un ottimo punteggio, si è aggiudicata il finanziamento regionale previsto dell’avviso pubblico per la concessione di contributi in ambito sociale a sostegno di iniziative e progetti di rilevanza locale anno 2026.

Fra gli oltre 450 progetti presentati ne sono stati finanziati 86, solamente dieci nella Provincia di Livorno, dei quali solo uno all’Elba. Le risorse regionali vanno a sommarsi al 20% di risorse proprie della Fondazione, per coprire le spese di realizzazione dell’intero programma che prenderà avvio con il coinvolgimento dei numerosi partner e sostenitori. Il progetto denominato The Clothest Isola d’Elba: laboratorio di moda creativa, rigenerata e inclusiva nasce dal confronto con l’Usl Toscana Nord Ovest (Servizio SerD), altre associazioni elbane e toscane,  la comunità della Fondazione Exodus La Mammoletta, dal quale emerge che i linguaggi giovanili individuano nell’ ambiente, nella musica e nella moda ambiti di forte attrattività. La moda, in particolare, viene intesa non solo come consumo, ma come potente linguaggio identitario che va oltre l’immagine, recuperando una valenza produttiva ed educativa, in grado di promuovere la sostenibilità e la rigenerazione sociale ed economica.

Obiettivo del progetto  è creare un laboratorio di moda etica e rigenerata che unisca la difesa ambientale, l’inclusione sociale, la formazione professionalizzante e lo sviluppo economico sostenibile. Tra i risultati attesi rientrano l’impatto sociale con la formazione e l’inserimento lavorativo di alcuni addetti individuati fra i più fragili con il coinvolgimento di volontari come tutor; l’impatto ambientale con la riduzione degli scarti tessili e il recupero delle eccedenze; l’impatto economico-territoriale, con la creazione di un brand territoriale. Rilevante l’utilità sociale poiché il progetto offre nuove opportunità di formazione e lavoro per persone con fragilità, favorendone l’autonomia, oltre a promuovere una cultura del consumo consapevole contrapposta all’usa e getta, unendo momenti educativi a iniziative ludiche e di aggregazione giovanile. 

Ampia la rete del volontariato a sostegno del progetto con il coinvolgimento di sostenitori pubblici e privati – Circolo degli Artisti, Incontriamoci in diversi aps, Jem 57 srl, Locman spa, Italia Circolare srl, Elba Officinale aps,  Pedalta aps, Simtur Associazione Professionale, Pubblica Assistenza Società Volontaria di Soccorso  Odv, Tip Tap One asd, Insieme per l’Elba aps – e di partner – Clothest Aps, Pro Loco Porto Azzurro, Pro Loco Capoliveri, Pro Loco Portoferraio. Il progetto conta anche sulla collaborazione dell’USL Nord Ovest Servizio Serd e delle scuole superiori.

Le attività si terranno nel 2027 e saranno inserite nel calendario degli eventi in fase di condivisione con i partner, che prevede momenti di coinvolgimento tra cui performance creative, installazioni, momenti ludici legati alla salvaguardia ambientale e iniziative nautiche con le barche a vela gestite dalla Fondazione Exodus La Mammoletta. 

L’intelligenza artificiale non può decidere chi assumere, sanzionare o licenziare

17 Ottobre 2026 ore 04:45

Ufficio

Il 23 ottobre entra in vigore il decreto legislativo n. 179/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 ottobre, che adegua la normativa italiana all’AI Act emanato nel 2024 dall’Unione europea. Per quanto riguarda il rapporto tra imprese e dipendenti, le novità riguardano soprattutto il rapporto di lavoro e la salute e sicurezza in azienda.

Se il datore di lavoro usa sistemi di intelligenza artificiale, le decisioni finali riguardanti il rapporto di lavoro non possono essere prese solo dalla macchina. Questa regola vale per assunzione, modifiche del rapporto e licenziamento, ma anche per provvedimenti disciplinari e valutazioni delle prestazioni. La decisione spetta a una persona con un potere effettivo e autonomo: non basta una semplice firma di conferma.

Per essere concreti, se un software segnala un dipendente come «poco produttivo», il responsabile non può limitarsi a recepire il punteggio. Deve valutare il dato ed essere libero di prendere la decisione che ritiene più opportuna, supportata da un’adeguata motivazione. Eventuali scelte assunte in violazione della normativa sono nulle. Attenzione però a un’esclusione prevista espressamente dalla normativa: ricerca e selezione dei candidati non sono ritenute “decisioni finali”, anche quando comportano l’esclusione dai colloqui successivi.

Se un sistema di intelligenza artificiale incide sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi, sul modo di svolgere la prestazione o su decisioni rilevanti per la sicurezza, va considerato nel documento di valutazione dei rischi aziendale. I lavoratori vanno inoltre informati e formati sui rischi specifici derivanti dall’uso delle macchine nell’esecuzione delle loro mansioni. In questo caso, pensiamo a un algoritmo che assegna i turni o detta i ritmi in un magazzino: maggiore efficienza deve essere sempre bilanciata con il diritto alla salute di chi lavora.

La legge sull’intelligenza artificiale del 2025 aveva fissato i principi: uso sicuro, trasparente, rispettoso della dignità e senza discriminazioni. Il decreto recentemente approvato li traduce in regole con conseguenze concrete, introducendo norme più favorevoli ai lavoratori rispetto alle previsioni generali previste dall’AI Act europeo. Maggiori tutele che tuttavia si devono coordinare con la normativa già esistente in materia di rapporto di lavoro e protezione dei dati personali. Una giungla che le imprese dovranno districare per evitare le pesanti sanzioni imposte dalla normativa comunitaria.

 

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Il governo Meloni ha speso tra bollo e accise quasi quanto vuole ottenere dalle banche

17 Ottobre 2026 ore 04:45

Il governo Meloni ha un problema: l’esenzione del bollo auto e gli sconti a ripetizione sulle accise dei carburanti hanno già assorbito risorse che avrebbero potuto finanziare altre misure. La prima costerà 2,36 miliardi di euro nel 2027, di cui 1,46 coperti con risparmi accertati su interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza; per i secondi sono stati stanziati circa 2,27 miliardi nel 2026. In tutto fanno 4,63 miliardi distribuiti su due anni: quasi quanto i cinque che Giancarlo Giorgetti vuole ottenere da banche e assicurazioni nel solo 2027

In teoria, la manovra vale 23,5 miliardi di euro, secondo il Documento programmatico di bilancio che il ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione europea il 15 ottobre. Di questi circa tredici saranno finanziati facendo più debito. Per gli altri dieci miliardi e mezzo, invece, il governo dovrà trovare nuove entrate o tagliare altre spese. Giorgetti conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare interventi nella difesa e nella sicurezza energetica. Il margine è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte serve a coprire spese già previste e non può essere utilizzata, per esempio, per tagliare le tasse. Il deficit dovrebbe così passare dal 2,9 per cento del PIL nel 2026 al 3,4 per cento nel 2027, per poi scendere al 3,2 nel 2028. Intanto Forza Italia chiede di estendere il taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre l’economia crescerà appena dello 0,8 per cento, secondo le previsioni del Tesoro.

Per finanziare una parte della manovra facendo più deficit, il governo conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente la spesa per la difesa e la sicurezza energetica. Lo spazio previsto è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte riguarda interventi già messi in conto. E soprattutto quei soldi possono essere utilizzati soltanto per le spese ammesse da Bruxelles, non per nuovi tagli delle tasse, che farebbero comodo ai partiti della maggioranza.

Per il resto, i margini sono esauriti. Lo ha chiarito il 12 ottobre l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che verifica le previsioni dei conti pubblici. Escluse le spese coperte dalla deroga, nel 2027 la spesa pubblica soggetta ai vincoli europei crescerà già dell’1,9 per cento, raggiungendo il limite previsto dal percorso di bilancio. I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni coprirebbero quasi metà delle risorse che il governo deve trovare per finanziare la manovra. E la richiesta non si fermerebbe al 2027: il Tesoro conta di incassare poco più di tre miliardi nel 2028 e circa 2,4 nel 2029. In tutto, 10,7 miliardi in tre anni, secondo i calcoli di Reuters.

La legge di bilancio 2026 aveva già previsto circa dodici miliardi di entrate dal settore finanziario e bancario fino al 2028, attraverso diverse misure. Tra queste, l’aumento di due punti dell’IRAP, l’imposta sulle attività produttive, con l’aliquota base salita al 6,65 per cento per le banche e al 7,9 per cento per le assicurazioni. Il governo ha anche rinviato al 2028 e al 2029 una parte delle deduzioni fiscali previste per il 2027 sulle perdite dei prestiti e su alcune svalutazioni contabili. Per altre perdite attese sui crediti, dal 2026 al 2029, gli sconti fiscali vengono distribuiti su cinque anni anziché essere riconosciuti subito. In questo modo lo Stato incassa più imposte nell’immediato, ma ne riceverà meno negli anni successivi. A queste misure si aggiunge la possibilità per le banche di liberare, dietro pagamento, le riserve accantonate per evitare la tassa sugli extraprofitti del 2023. Una parte dei dodici miliardi deriva quindi da entrate fiscali anticipate, alle quali Giorgetti vorrebbe ora aggiungere altri cinque miliardi nel solo 2027, senza aver ancora spiegato come incassarli. 

Il Documento programmatico di bilancio non indica quale imposta verrà applicata, come sarà calcolata e quanto dovranno versare rispettivamente banche e assicurazioni. Sembra quasi che il governo voglia vedere l’effetto che fa sull’opinione pubblica questa richiesta, prima di lavorare su una trattativa con l’Associazione bancaria italiana. Il ministro dell’Economia ritiene che gli istituti possano permettersi un ulteriore contributo, dopo gli utili favoriti dagli alti tassi d’interesse degli ultimi anni e le garanzie pubbliche sui prestiti durante la pandemia. Le banche, invece, sostengono di aver già fatto la propria parte e contestano una nuova richiesta dopo gli accordi raggiunti con il governo. Da Bangkok, dove partecipa agli incontri del Fondo monetario internazionale, ieri Giorgetti ha risposto che sono cambiate le circostanze economiche e quindi il governo chiederà uno sforzo aggiuntivo. 

L’Abi potrà trovare una sponda politica nella maggioranza grazie a Forza Italia, contraria a una nuova tassa sugli extraprofitti. Ma allo stesso tempo Antonio Tajani chiede tagli fiscali senza chiarire dove trovare le risorse. Il ministro degli Esteri vuole estendere la riduzione dell’Irpef al 33 per cento anche ai redditi tra 50mila e 60mila euro, introdurre nuove agevolazioni per i giovani e ampliare l’esenzione del bollo auto. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede appena 2,2 miliardi per l’insieme delle nuove misure fiscali. Se Forza Italia vuole evitare un altro prelievo sulle banche, dovrà anche spiegare come finanziare le proprie proposte.

Per le famiglie e la spesa sociale sono previsti circa cinque miliardi, mentre alla sanità dovrebbero andare altri 2,4 miliardi. Sono ancora cifre complessive: il documento non precisa quali prestazioni saranno aumentate, né chi riceverà i benefici. E la distribuzione delle risorse conterà parecchio, considerando che nel 2027 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere appena dello 0,5 per cento in termini reali, dopo l’1,2 per cento stimato per quest’anno. 

In attesa di conoscere i dettagli della manovra, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni economiche del governo, pur considerando ottimistiche quelle per il 2028 e il 2029. La crescita stimata dal Tesoro supera rispettivamente di 0,1 e 0,2 punti percentuali anche le previsioni più favorevoli degli esperti indipendenti consultati dall’Upb. Il rischio maggiore riguarda gli investimenti, soprattutto nelle costruzioni, che potrebbero rallentare con il progressivo esaurimento della spinta straordinaria del Pnrr. La nuova manovra dovrebbe aiutare, ma poco: sempre secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, alla fine del 2029 il Prodotto interno lordo sarebbe appena lo 0,3 per cento più alto rispetto a uno scenario senza nuovi interventi.

Una delle voci più consistenti della manovra riguarda la difesa, con circa 4,5 miliardi nel 2027. Il governo vuole utilizzare la deroga europea anche per rafforzare la sicurezza energetica, ma Bruxelles ha fissato condizioni precise: gli interventi devono contribuire a rendere più sicuri gli approvvigionamenti e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La Commissione europea ha raccomandato l’autorizzazione per l’Italia l’8 ottobre, mentre restano da definire i passaggi con il Consiglio dell’Unione europea e le spese effettivamente ammissibili.

La deroga scadrà nel 2028. Alcuni degli impegni che il governo vuole assumere, però, continueranno a costare anche negli anni successivi. I nuovi sistemi di difesa, per esempio, richiedono manutenzione e spese di funzionamento. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha chiesto al governo di chiarire come intende finanziarli quando non sarà più disponibile il margine straordinario concesso dall’Europa. Le sue simulazioni indicano che, dopo il 2028, il percorso di risanamento potrebbe richiedere correzioni annue dei conti comprese tra lo 0,45 e lo 0,75 per cento del PIL, a seconda della durata del nuovo piano di bilancio. Sono scenari, non tagli già decisi. Ma rendono evidente una difficoltà: finanziare oggi spese destinate a continuare negli anni utilizzando una deroga temporanea può creare nuovi problemi quando quella deroga terminerà. Ma saranno problemi del prossimo governo.

A pesare sui conti sarà anche il debito pubblico, che secondo il governo raggiungerà il 138,5 per cento del PIL nel 2027, prima di iniziare a diminuire. Il problema è soprattutto quanto costa finanziarlo. Secondo un’analisi di Intesa Sanpaolo, la spesa per interessi passerà dagli 87 miliardi del 2025 a circa 103 miliardi nel 2027: sedici miliardi in più in due anni, che lo Stato non potrà utilizzare per altre politiche. La situazione potrebbe migliorare se l’Italia ottenesse una promozione dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s assegna attualmente al debito italiano un giudizio BBB+, con prospettive positive: un passaggio ad A− potrebbe aumentare la fiducia degli investitori e contribuire a ridurre i tassi richiesti per acquistare i titoli di Stato. Non sarebbe però un risparmio automatico, né immediato: molto dipenderebbe dall’andamento dei mercati e i benefici si vedrebbero soprattutto sui nuovi titoli emessi per finanziare il debito.

Anche il rapporto con Bruxelles resta delicato. Il governo punta a riportare il deficit sotto il tre per cento del PIL nel 2026, una condizione importante per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Banca d’Italia ha però avvertito che il nuovo aumento del deficit previsto per il 2027 e il 2028 potrebbe complicare la valutazione delle istituzioni europee. L’UPB ha inoltre segnalato che anche piccoli scostamenti rispetto al 2,9 per cento previsto per quest’anno potrebbero compromettere il raggiungimento dell’obiettivo.

Il Tesoro conta anche su circa 1,2 miliardi di tagli alla spesa dei ministeri nel 2027, destinati a salire a quasi due miliardi l’anno nel 2028 e nel 2029. Ma il Documento programmatico di bilancio non dice ancora quali ministeri dovranno rinunciare alle risorse e quali attività subiranno i tagli. Non sarà semplice, considerando che la precedente legge di bilancio aveva già ridotto gli stanziamenti delle amministrazioni centrali. Bisognerà capire se Giorgetti riuscirà a risparmiare sui costi di funzionamento oppure se verranno sacrificati fondi destinati ai servizi e agli investimenti.

Altri settecento milioni dovrebbero arrivare dal settore dei giochi, con un gettito analogo previsto per il 2028 e circa 480 milioni nel 2029. Anche qui, però, mancano i dettagli. Il governo non ha ancora chiarito se intenda aumentare le imposte sul gioco, modificare le condizioni delle concessioni o intervenire in altro modo sugli operatori. Sono quasi due miliardi di entrate previste in tre anni, senza che sia ancora stata definita la misura per incassarli. Le risposte dovranno arrivare con il disegno di legge di bilancio.

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Decreto Bollette, primo passo verso l’intesa con Bruxelles: come funziona il tetto al gas e perché l’Ets resta fuori

16 Ottobre 2026 ore 20:08

Dopo mesi di braccio di ferro, il governo Meloni e la Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sul decreto Bollette. Il via libera definitivo non c’è ancora: Roma dovrà presentare a Bruxelles un nuovo testo delle misure per ridurre il costo dell’elettricità, che dovrà passare al vaglio sugli aiuti di Stato. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin parla di “un primo passo importante” e annuncia che “a breve notificheremo alla Commissione Ue un nuovo testo della norma”, coerente con il quadro temporaneo di aiuti per la crisi in Medio Oriente, il Metsaf. “È stata una trattativa lunga, ma costruttiva, che ha portato a un risultato importante”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è detta “molto contenta” dell’accordo che aprirebbe la strada a una soluzione simile alla cosiddetta “eccezione iberica”, quella accordata a Spagna e Portogallo nel 2022 proprio per limitare l’effetto del costo del gas sul prezzo dell’elettricità.

Per capire la posta in gioco tocca partire dal prezzo dell’elettricità e da come viene calcolato. In Italia viene prodotta con rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. Ma anche con il gas. E nel mercato all’ingrosso il prezzo viene spesso determinato dall’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda, che generalmente è quella alimentata a gas. Se per esempio eolico e fotovoltaico non bastano a coprire il fabbisogno e serve anche una centrale a gas, con costi più elevati, il prezzo di mercato viene fissato in base a quest’ultima e riconosciuto anche agli altri produttori. Così, quando rincara il gas, l’aumento può ricadere su tutto il mercato, anche sull’elettricità prodotta con le rinnovabili.

Per attenuare questo effetto, tra le ipotesi negoziate dal governo c’è un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato dalle centrali elettriche, e compensazioni pubbliche, finanziate attraverso un meccanismo da definire, a copertura della differenza con il costo effettivo del combustibile. Il tetto permetterebbe così di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, compresa quella prodotta dalle rinnovabili. I dettagli del meccanismo, però, non sono ancora confermati e andranno verificati sul nuovo testo. Bisogna infatti rispettare le regole europee sulla concorrenza ed evitare che le centrali destinatarie delle compensazioni ottengano un vantaggio ingiustificato rispetto agli operatori di altri Paesi europei.

Resta invece fuori dall’intesa la compensazione dei costi dell’Emission Trading System (Ets), il sistema europeo che obbliga le centrali a pagare per le emissioni di anidride carbonica. Anche questa spesa contribuisce ad aumentare il prezzo dell’elettricità, ma Bruxelles ha chiarito che i rimborsi potranno coprire soltanto il rincaro del gas, non il costo delle emissioni. La Commissione vuole infatti evitare che le compensazioni annullino il costo delle emissioni, pensato proprio per scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e incentivare le fonti rinnovabili. La Commissione precisa inoltre che le compensazioni saranno temporanee, finanziate solo dai consumatori che ne beneficeranno e dovranno tradursi interamente in una riduzione dei prezzi per gli utenti finali. Resta da conoscere il contenuto definitivo del decreto che l’Italia invierà a Bruxelles, il costo delle compensazioni e in quale misura, una volta approvato, il meccanismo riuscirà a trasferire i benefici alle bollette. “Sono molto contenta dell’accordo Ue, le abbasserà“, assicura Meloni. L’intesa politica è raggiunta, l’autorizzazione europea deve arrivare.

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Barbacetto: “A Milano è in corso una mutazione genetica, 400mila persone hanno lasciato la città per colpa dei costi”

16 Ottobre 2026 ore 19:34

C’è un dato che racconta meglio di altri la mutazione “genetica e sociologica” che sta vivendo la città di Milano. “Negli ultimi anni quattrocentomila milanesi hanno dovuto lasciare la città perché non ce la facevano più a vivere qui” racconta Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano che ha promosso insieme ad Altreconomia il convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” ospitato nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. Il cosiddetto “modello Milano” è all’opera da almeno una quindicina d’anni, secondo Barbacetto” e si è basato “sulla crescita edilizia, sullo sviluppo immobiliare, sulla cosiddetta rigenerazione urbana con l’obiettivo dichiarato di rendere la città internazionale e attrattiva”. Un obiettivo che è stato raggiunto. “Milano è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, soprattutto provenienti dai fondi immobiliari internazionali”. Ma come si è arrivati a questo obiettivo? “Primo, abbassando le quote di prelievo pubblico sulle attività edilizie con gli oneri di costruzione più bassi d’Europa e con monetizzazioni degli standard generalizzate e concesse a prezzi bassissimi – spiega Barbacetto – secondo, abbassando la soglia delle regole urbanistiche, per esempio dilatando il concetto di ristrutturazione usandolo anche per le nuove costruzioni”. I fondi internazionali sono arrivati a Milano per investire “perché costruire qui era più facile e meno costoso”.

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Il modello Milano? Per urbanisti e ricercatori “sta distruggendo le regole, è dilagato in tutta Italia”

16 Ottobre 2026 ore 19:33

“Il modello Milano ha distrutto ogni regola liberale di governo del territorio non solo qui ma in tutta Italia, perché è ormai dilagato in tutto il paese”. L’allarme arriva dall’urbanista Paolo Berdini nel corso del convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” promosso da Il Fatto Quotidiano e da Altreconomia nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. “Il modello Milano ha indubitabilmente estratto risorse della collettività pubbliche – spiega il direttore di Altreconomia Duccio Facchini – e l’urbanistica da questo punto di vista è una cartina al tornasole perfetta per concentrarle nelle poche mani di grandi operatori privati, non solo dei tanto chiacchierati fondi in investimento stranieri ma in realtà anche di operatori italianissimi che hanno approfittato di una situazione totalmente sregolata sotto il profilo delle regole urbanistiche”. Una trasformazione che ha avuto un’accelerazione dopo Expo 2015.

“Dopo il grande evento, Milano diventa da tutti i punti di vista una global city – spiega lo storico economico Luca Mocarelli – e quello che succede a tutte le global city è che aumentano i prezzi, aumenta la sperequazione del reddito e quindi ovviamente si crea una situazione dove molti hanno tanto, ma ci sono anche tanti che hanno poco e quindi questa cosa qui per la tenuta sociale di Milano è un problema”. E in questo contesto le amministrazioni pubbliche che si sono succedute, secondo il giornalista de Il Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, “hanno via via ridotto il peso del loro intervento di regolazione della dinamica di sviluppo, hanno rinunciato a guidare le trasformazioni consegnando di fatto la regia agli operatori privati e arrendendosi ai processi di finanziarizzazione dell’abitare e della città”. Ma che cosa si intende per finanziarizzazione? “Siamo parlando della trasformazione dei beni immobili in prodotti finanziari” racconta Alberto Bortolotti, Politecnico di Milano. Un processo che non riguarda solo il settore privato. “Questa finanziarizzazione sta passando soprattutto attraverso l’edilizia sociale – avverte la ricercatrice indipendente Sarah Gainsforth – e l’housing sociale sta diventando appunto il cavallo di Troia per l’ingresso del mondo della finanza e dei fondi immobiliari”. Che fare dunque? “stiamo in un momento decisivo nel senso che è intervenuta la magistratura – spiega l’urbanista Berdini – ci sono sentenze anche favorevoli, qualcuna no, però c’è un nuovo percorso da costruire in cui la parte che ha a cuore la città come bene comune può riprendere a pensare a una città che non è solo la valorizzazione ma è la valorizzazione sociale, la valorizzazione umana”. Serve un cambio di passo. “Noi vogliamo che la trasformazione materiale di questa città venga rivolta in un altro senso – conclude la ricercatrice indipendente Lucia Tozzi – a favore dei cittadini e non a favore di chi transita”.

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Usa-Italia, Pignotti (SACE) “Innovazione e nuovi mercati, 5 miliardi per il Piano Mattei” / Video

16 Ottobre 2026 ore 19:09
Usa-Italia, Pignotti (SACE) “Innovazione e nuovi mercati, 5 miliardi per il Piano Mattei” / Video

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Rafforzare la collaborazione transatlantica nel settore dell’innovazione tecnologica e sostenere gli investimenti nell’intelligenza artificiale, ampliando al contempo le opportunità per le imprese italiane sui mercati internazionali. Sono queste le priorità indicate da Michele Pignotti, amministratore delegato di SACE, intervenuto a margine di un evento dedicato alla cooperazione tra Italia e Stati Uniti.

“Siamo molto contenti di partecipare a questo evento che mira proprio a sviluppare la collaborazione transatlantica con focus sull’innovazione tecnologica”, ha dichiarato Pignotti, sottolineando il ruolo degli strumenti finanziari a sostegno dei grandi investimenti necessari per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.

“SACE ha molti strumenti innovativi per contribuire a finanziare tutti questi grandi investimenti necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie”, ha spiegato, evidenziando le potenzialità di una collaborazione tra istituzioni finanziarie pubbliche e private italiane e americane.

Un altro asse strategico riguarda la diversificazione dei mercati di destinazione delle esportazioni italiane, con particolare attenzione all’Africa e ai Paesi coinvolti nel Piano Mattei. “Fino ad adesso abbiamo garantito negli ultimi due anni dalla partenza del Piano Mattei ben cinque miliardi di nuovi progetti che consentono la partecipazione alle aziende italiane”, ha affermato Pignotti.

Nel quadro delle strategie di SACE rientrano inoltre nuove iniziative per favorire lo sviluppo delle esportazioni e sostenere le filiere produttive nazionali attraverso il coinvolgimento dei capitali privati.

“Oltre a questo stiamo lavorando su altre direttive strategiche per far fluire capitale privato direttamente alle filiere produttive italiane”, ha concluso.

– foto xp6/Italpress –

(ITALPRESS).

Targa Florio Classica, 200 auto al via. La Russa “La gara più antica del mondo”

16 Ottobre 2026 ore 17:44
Targa Florio Classica, 200 auto al via. La Russa

PALERMO (ITALPRESS) – Si rinnova la grande festa a Palermo per la Targa Florio Classica 2026, appuntamento decisivo del Campionato Italiano Grandi Eventi e Ferrari Tribute to Targa Florio. Alla manifestazione, realizzata in collaborazione con l’Automobile Club d’Italia, oltre 200 straordinarie vetture tra i marchi automobilistici più blasonati: Alfa Romeo, Aston Martin, Austin, Ferrari, Fiat, Jaguar, Lancia, Mercedes, Porsche. A dare a Palermo il benvenuto ai partecipanti e agli sportivi, il presidente dell’Aci Geronimo La Russa.
xd6/mrc/azn

Debito pubblico, lieve calo ad agosto

16 Ottobre 2026 ore 17:33
Debito pubblico, lieve calo ad agosto

ROMA (ITALPRESS) – Il debito pubblico italiano scende leggermente ad agosto, ma resta su livelli elevati. Secondo i dati provvisori della Banca d’Italia, a fine mese il debito delle Amministrazioni pubbliche si è attestato a 3.200,8 miliardi di euro, in diminuzione rispetto a luglio. Il quadro cambia se si guarda all’andamento degli ultimi mesi: dall’inizio del 2026, infatti, il debito è aumentato di oltre 100 miliardi, confermando le difficoltà dei conti pubblici. La riduzione registrata ad agosto è arrivata nonostante il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche. A contenere il debito hanno contribuito l’utilizzo delle disponibilità liquide del Tesoro e i rimborsi dei titoli a medio e lungo termine. Sul fronte dei detentori, continua a ridursi la quota di debito in mano alla Banca d’Italia, mentre gli investitori stranieri mantengono una presenza significativa. Un quadro che riflette la distribuzione del debito tra i diversi soggetti che finanziano lo Stato. Le ultime revisioni statistiche hanno inoltre confermato il peso del debito sull’economia italiana: nel 2025 il rapporto tra debito pubblico e Pil si è attestato al 136,7%, in aumento rispetto all’anno precedente.
abr/azn

Accordo Francia-Germania “per garantire il futuro dell’auto europea”. Ma con meno vincoli si rischia di rallentare gli investimenti nell’elettrico

16 Ottobre 2026 ore 18:14

Francia e Germania si accordano su un “approccio comune volto a garantire il futuro dell’industria automobilistica europea“. E provano a trascinare gli altri Paesi europei sulla loro linea. Il compromesso raggiunto da Emmanuel Macron e Friedrich Merz punta ufficialmente a conciliare due obiettivi: concedere più “flessibilità” alle case automobilistiche nella transizione dai motori a combustione e rafforzare la produzione industriale europea. Di fatto, Berlino ottiene un allentamento degli obiettivi climatici, Parigi punta a legare più strettamente il sostegno pubblico alla produzione nell’Unione. Stellantis festeggia: “Accogliamo con favore l’accordo come un passo importante verso la finalizzazione del pacchetto europeo per il settore automobilistico. Insieme alle discussioni in corso al Parlamento europeo e alle posizioni già espresse da diversi Stati membri, riteniamo che possa contribuire a concludere rapidamente il processo, garantendo al nostro settore le flessibilità e la chiarezza di cui ha bisogno, affinché possa concentrarsi su ciò che sa fare meglio: innovare e offrire soluzioni ai propri clienti”.

È “approccio equilibrato” che permetterà all’Ue di perseguire i suoi obiettivi climatici e, in parallelo, rafforzare la sovranità tecnologica, la base industriale e la competitività internazionale della sua industria automobilistica, rivendica la dichiarazione diffusa dall’Eliseo. La Germania, che ospita big come Volkswagen, Bmw e Mercedes, vuole ridurre la pressione su un settore messo alle strette dalla concorrenza cinese, i costi industriali e una domanda di auto elettriche inferiore alle attese. La Francia vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per veicoli e componenti prodotti prevalentemente all’estero. Il compromesso scambia dunque flessibilità normativa con protezione industriale. Ma per Transport & Environment (T&E), organizzazione europea che si occupa di trasporti sostenibili, si tratta di “un errore storico”: l’accordo rischia di essere un boomerang e finirà per rallentare gli investimenti nelle tecnologie del futuro. Secondo le sue stime, con regole meno stringenti la quota di veicoli elettrici nell’offerta delle case automobilistiche nel 2030 scenderebbe dal 57% previsto con gli obiettivi attuali al 43%.

La normativa europea ora in vigore prevede dal 2035 una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico delle nuove auto e dei nuovi furgoni rispetto ai valori di riferimento del 2021. La Commissione ha proposto di annacquarla passando a un taglio del 90% mentre il restante 10% verrebbe compensato attraverso l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione o da combustibili sintetici e biocarburanti. L’intesa franco-tedesca va oltre: secondo quanto illustrato da Merz, l’obiettivo sarebbe una riduzione del 90% dal 2035, senza obbligo di compensare il restante 10%. Resteranno vincoli sulle emissioni medie delle flotte e le condizioni dovranno essere definite dalla normativa europea. Il cambiamento sostanziale è che verrebbe abbandonato l’obiettivo di azzerare le emissioni allo scarico delle nuove auto, lasciando maggiore spazio a tecnologie diverse dall’elettrico puro. Francia e Germania ribadiscono comunque l’obiettivo di sviluppare e produrre in Europa la prossima generazione di veicoli elettrici. La tesi è che la transizione debba proseguire senza imporre una traiettoria tecnologica troppo rigida a un’industria che attraversa una fase difficile.

L’altro pilastro dell’intesa è il rafforzamento della produzione europea. Il principio è utilizzare incentivi pubblici, appalti e altri strumenti di sostegno per favorire gli investimenti nell’Unione, anziché alimentare le filiere dei concorrenti extraeuropei. Ma stabilire che cosa significhi prodotto in Europa non è semplice visto che molte componenti arrivano da oltre confine. È il caso delle batterie, destinate ad avere un peso crescente nel valore delle auto elettriche.

Transport & Environment critica proprio i requisiti prospettati per il contenuto europeo delle batterie, almeno il 10% nel biennio 2028-2029 e il 20% nel 2030-2031. Secondo l’organizzazione, le soglie sono insufficienti a proteggere gli investimenti europei, considerando che nel 2025 oltre il 50% delle celle impiegate nelle auto elettriche vendute nell’Ue era già prodotto in Europa. Il rischio è che un’auto assemblata nell’Unione possa beneficiare della qualifica di prodotto europeo pur utilizzando batterie cinesi. L’organizzazione avverte che questi vincoli potrebbero compromettere gli investimenti nelle gigafactory europee, mettendo a rischio una capacità produttiva stimata in 164 GWh nel 2027 e 254 GWh nel 2030. “Germania e Francia stanno commettendo un errore storico”, dice Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia.

Il ragionamento è che se gli obiettivi climatici diventano meno impegnativi, i costruttori possono avere meno necessità di accelerare lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli elettrici. Nel breve periodo questo potrebbe aiutare a contenere i costi e difendere i margini delle auto tradizionali. Nel lungo periodo, però, rischia di ritardare gli investimenti nelle tecnologie che stanno trasformando il mercato mondiale. Allo stesso modo la maggiore gradualità potrebbe proteggere temporaneamente i posti di lavoro legati ai motori tradizionali e alla componentistica, ma non garantisce la creazione di nuove attività nelle batterie, nell’elettronica e nel software. Se queste filiere si sviluppassero soprattutto fuori dall’Europa, la difesa delle lavorazioni esistenti non sarebbe sufficiente a salvaguardare la competitività futura.

In ogni caso l’intesa a due ha davanti una lunga strada prima di tradursi eventualmente in una modifica delle regole europee. Sarà necessario trovare un’intesa con gli altri Stati membri e con il Parlamento europeo, dove restano differenze sulle modalità e sui tempi della transizione. Parigi e Berlino si dicono “determinate” a “lavorare rapidamente con i partner europei” per giungere a un accordo. “Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri lavoratori, delle nostre industrie e dei nostri cittadini: far sì che l’Europa resti un attore di primo piano nella trasformazione globale dell’industria automobilistica”, concludono, ribadendo l’obiettivo di creare “un’industria automobilistica europea competitiva, innovativa e decarbonizzata, che produca in Europa e crei i posti di lavoro di domani”. Secondo Merz, l’Italia è “ampiamente d’accordo”. Anche se non è stata invitata a partecipare.

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Manovra, ai magistrati quasi 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti

16 Ottobre 2026 ore 18:14

Con la prossima legge di bilancio sono in arrivo fino a 100mila euro a testa per i magistrati. Secondo il Sole 24 ore, nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles c’è un “fondo sentenze” da 1,9 miliardi. In particolare, a disposizione delle toghe ci sono 970 milioni di euro, che diventano costi lordi a carico dello Stato, divisi in arretrati una tantum (circa 70mila euro a testa) e aumento fisso in busta paga (20mila euro l’anno). A incassare di più saranno gli oltre 10mila magistrati in servizio già dal 2018, anche se tutti, in modo proporzionale, riceveranno qualcosa.

La misura si spiega andando a vedere il meccanismo di calcolo dei trattamenti economici, utilizzati dall’Istat per far crescere le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Il sistema fino ad ora utilizzato è stato bocciato dal Consiglio di Stato: per la categoria dei magistrati erano state escluse indennità che invece sarebbero dovute essere pagate. Gli stipendi dei magistrati, infatti, per legge non vengono contrattati anno per anno bensì ogni tre anni e, a partire dal 2018, gli aumenti di stipendio non sono stati calcolati in modo consono. La prossima legge di bilancio, quindi, conterrà i decreti che adeguano le retribuzioni per la magistratura dal 2018 al 2023. Per farlo, il ministro Giorgetti sta rinunciando ai tagli Irpef per il ceto medio e alla detassazione delle tredicesime.

In bilico rimangono le retribuzioni del triennio 2024-26, che potrebbero in futuro essere oggetto di revisione e successiva compensazione. Interessati a questo pagamento ritardato sono pure professori universitari e militari: anche loro fanno parte della categoria “personale di diritto pubblico“, e anche per loro il calcolo dell’Istat potrebbe essere stato sbagliato. I sindacati di ricercatori e docenti si sono già messi in moto per un ricorso collettivo.

“Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento: gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dal quotidiano: si parla per un magistrato con 20 anni di esperienza di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto dal quotidiano”, ha spiegato all’Adnkronos l’Associazione nazionale magistrati (Anm) in merito a quanto pubblicato dal ‘Sole 24 Ore’ secondo cui ai magistrati italiani con la legge di bilancio 2027 potrebbero arrivare quasi 100mila euro a testa, in media, tra arretrati e aumenti di stipendio.

La misura nasce dall’obbligo di dare attuazione a una serie di sentenze del Consiglio di Stato relative alla modalità di calcolo dell’indicatore per l’adeguamento triennale di stipendi e indennità del personale di magistratura ed equiparati. “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere – osserva l’Anm – Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.

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Btp Valore, offerta al via da lunedì: meglio “tradizionale” o con “maxi-cedola”? Ecco quanto possono rendere

16 Ottobre 2026 ore 18:04

Due titoli di Stato, entrambi della durata di cinque anni, ma con una differenza fondamentale: incassare gli interessi ogni tre mesi oppure riceverli tutti insieme alla scadenza, nell’ottobre 2031. Da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre il ministero dell’Economia e delle Finanze offre la doppia possibilità di investimento: il Btp Valore tradizionale e il nuovo Btp Valore Insieme. I tassi minimi garantiti sono già stati fissati: fino al 4,7% annuo per il primo, il 22,25% complessivo per il secondo. Ma quanto rendono concretamente? E quale conviene scegliere?

Il Btp Valore tradizionale paga una cedola, cioè gli interessi maturati, ogni tre mesi. Il tasso annuo lordo è del 3,7% per i primi due anni, sale al 4,1% per i successivi due e arriva al 4,7% nell’ultimo. Investendo 10mila euro, si incassano complessivamente 2.030 euro lordi, che diventano 1.776,25 euro dopo la tassazione del 12,5%. Alla scadenza, ovviamente, viene restituito anche il capitale iniziale.

Il Btp Valore Insieme funziona diversamente: non paga nulla durante i cinque anni, ma riconosce un’unica maxi-cedola finale del 22,25%. Con gli stessi 10mila euro, gli interessi lordi sono 2.225 euro, pari a 1.946,88 euro netti. I calcoli non comprendono eventuali costi e imposta di bollo.

Quale conviene? Dipende dalle esigenze. Il tradizionale è indicato per chi vuole disporre periodicamente degli interessi, anche per reinvestirli. Insieme si rivolge invece a chi può attendere, rinunciando agli incassi intermedi e preferendo accumulare una somma per obiettivi futuri. Attenzione però: il 22,25% finale non significa necessariamente un rendimento finanziario superiore. Come spiega Davide Iacovoni, direttore del Debito pubblico, i due titoli hanno lo stesso rendimento all’emissione: cambia il momento in cui si ricevono gli interessi. Il confronto tra gli incassi complessivi, del resto, non considera la possibilità di reinvestire le cedole trimestrali.

Inoltre, è possibile acquistarli entrambi, anche contemporaneamente, con un investimento minimo di mille euro per ciascuno. Basta rivolgersi alla propria banca o all’ufficio postale, disponendo di un conto corrente e di un deposito titoli, oppure utilizzare l’home banking abilitato agli investimenti. Il collocamento termina alle 13 del 23 ottobre, salvo chiusura anticipata. I tassi annunciati sono minimi garantiti, che significa che il Tesoro potrà modificarli soltanto al rialzo alla conclusione dell’offerta. Quella che inizia lunedì 19 è l’ultima emissione del 2026 riservata ai piccoli risparmiatori.

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Un’agenzia di rating indipendente per l’Africa, una scelta di sviluppo autonomo

L’Europa o l’Africa? Chi è più inconcludente e meno indipendente? Gli ultimi sviluppi in campo economico-finanziario, oltre che politico, assegnano il podio all’Europa. Lo dimostra anche l’avvio dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA) a Port Louis, Mauritius, da parte dell’Unione Africana (UA).

L’UA dice basta alla dittatura finanziaria delle “sorelle del rating”, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. L’intenzione è di elaborare delle valutazioni più veritiere su Paesi e imprese africani. L’Unione Europea e i singoli Paesi europei, invece, si accontentano e gioiscono per i resoconti e le pagelle loro “donati” dalle tre agenzie americane private.

Non bisogna mai dimenticare il ruolo centrale e nefasto svolto dalle “Three Big” nella grande crisi finanziaria del 2007-2008, quando elargirono a piene mani il massimo voto, la tripla A, a banche, imprese, titoli e derivati che fallirono poche settimane dopo. Le conseguenze furono devastanti per l’intera economia mondiale! Non sono accuse formulate da qualche buontempone amante delle cospirazioni, bensì i risultati delle indagini del Congresso americano, come il “Financial Crisis Inquiry Report” del 2011.

È noto che i rating del credito influiscono sui costi d’indebitamento e sulla fiducia degli investitori. Se la percezione del rischio non riflette la realtà economica e viene esagerata, i governi possono trovarsi ad affrontare costi di finanziamento più elevati, con la conseguente riduzione delle risorse disponibili per infrastrutture, sanità, istruzione e sviluppo.

L’Economic Commission for Africa dell’ONU stima che i premi per il rischio costino all’Africa circa 75 miliardi di dollari l’anno in maggiori oneri per interessi. Ridurre detti premi rende meno pressante il ricorso al debito pubblico.

Secondo l’Unione Africana, l’onere annuo del servizio del debito estero dell’Africa è salito a 163 miliardi di dollari nel 2024, rispetto ai 61 miliardi del 2010. In molti Paesi, la spesa per interessi ha superato i budget annuali destinati a settori sociali chiave come la sanità e l’istruzione. Una situazione che potrebbe avere conseguenze negative durature per un continente caratterizzato dalla popolazione più giovane e in più rapida crescita al mondo. L’UA ha anche osservato che le economie africane ricevono in media un rating compreso tra B e B-, rispetto a BB per le altre regioni emergenti, un divario che potrebbe limitare la partecipazione di alcuni investitori e aumentare i costi di finanziamento.

L’AfCRA, invece, offrirebbe l’opportunità di affrontare lo squilibrio nelle valutazioni, apportando una comprensione più approfondita delle economie, dei dati e dei percorsi di riforma africani, ampliando così le informazioni a disposizione degli investitori. Potrebbe prendere in considerazione anche la ricchezza del continente, le risorse minerarie ed energetiche, le terre rare, le grandi prospettive di lavoro e le potenzialità della crescita della popolazione. L’obiettivo non è quello di ottenere rating più favorevoli per i Paesi africani, ma di garantire che le loro economie siano valutate con maggiore accuratezza. Essa si concentrerà inoltre sull’approfondimento dei mercati locali e regionali, consentendo ai fondi pensione e alle compagnie di assicurazione africane di investire una quota maggiore dei propri attivi a livello locale anziché all’estero.

Secondo l’Africa Finance Corporation, istituzione multilaterale panafricana creata dai governi del continente, il mercato dei capitali africano ha un valore di circa 4.000 miliardi di dollari. Tuttavia, meno del 5% degli strumenti finanziari possiede un rating.

A leggere le passate valutazioni delle tre agenzie americane viene da piangere. Per 23 Paesi africani non esistono e, per altri 32, esse sono una sorta di copia e incolla di frasi prese da alcuni articoli di analisi molto superficiali e poco documentate. Si evidenziano sempre l’instabilità politica e l’insicurezza rispetto agli investimenti in loco, per cui si sovrastima il rischio d’insolvenza dei mutuatari africani, facendo lievitare il costo del capitale e, con esso, peggiorando le numerose condizioni e garanzie richieste.

L’agenzia sarà indipendente dall’Unione Africana e nessun governo o ente a capitale pubblico potrà avere quote di proprietà o esercitare alcun controllo su di essa. Ciò per salvaguardarne l’indipendenza, la credibilità e l’integrità commerciale. Sarà per un terzo controllata da Plus94, una società sudafricana di ricerca e intelligence con esperienza nel campo dei rating creditizi e delle analisi di mercato. Il resto sarà posseduto da entità economico-finanziarie private.

In Africa, mercati dei capitali più solidi, istituzioni finanziarie più credibili e informazioni creditizie affidabili sono essenziali per sostenere gli investimenti regionali e la trasformazione economica, anche attraverso l’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), il mercato comune africano in formazione.

La creazione dell’agenzia, pertanto, si inserisce nel più ampio impegno africano volto a riformare l’architettura finanziaria internazionale.

Tuttavia, rating differenti, o migliori, da soli non risolvono le sfide dell’Africa in materia di finanziamento e di sviluppo. Occorrono una gestione macroeconomica oculata, la mobilitazione delle risorse interne, politiche fiscali responsabili e dati economici affidabili. E, naturalmente, meno corruzione e più impegno e responsabilità sociale da parte delle élite e dei governi nazionali.

Al riguardo, chi è senza peccato scagli la prima pietra. I moralismi europei sono fuori luogo, per non parlare dell’America di Donald Trump.

* Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista e docente universitario.

A Milano musica, cultura e nuovi talenti al centro di “Ploom Flavour Garden”

16 Ottobre 2026 ore 16:26
A Milano musica, cultura e nuovi talenti al centro di

MILANO (ITALPRESS) – Musica, creatività e innovazione sono state al centro di “Ploom Flavour Garden – Something New Is Growing”, appuntamento organizzato da JTI a Milano. Ispirata alla metafora del giardino come luogo in cui idee, persone e talenti possono crescere, l’iniziativa ha visto come protagonista il rapper Ernia, che ha guidato il momento principale della programmazione musicale accanto a una line-up di artisti emergenti.
f12/fsc/gtr
(Video in collaborazione con JTI Italia)

Ets, il compromesso all’italiana al Consiglio europeo raccontato da Tabarelli

16 Ottobre 2026 ore 16:24

Il compromesso c’è, anche se le posizioni restano abbastanza lontane. Però il segnale è arrivato. Nella notte del Consiglio europeo, dove le partite di Giorgia Meloni sull’energia erano più di una, è arrivata una prima vera convergenza sul meccanismo per la tassazione delle emissioni, che molti Paesi, Italia in testa, affiancata dalla Confindustria, vorrebbero rivedere in profondità. Nella convinzione che far pagare le imprese produttrici di energia in base all’inquinamento prodotto sia una delle concause dell’aumento del costo dell’elettricità.

Le posizioni, si diceva. Da una parte il gruppo dei Paesi del gruppo di Visegrad, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, che mira a rinviare l’Ets2 (il nuovo sistema dell’Unione europea per lo scambio di quote di emissione di CO2 creato per affiancare il vecchio sistema Ets1) al 2030, mentre i più convinti sostenitori delle energie rinnovabili puntano i piedi e ribadiscono l’indiscutibilità della transizione green e le sue tempistiche, anche a costo di affossare l’industria. Una posizione di mezzo, e qui viene il compromesso, è quella dell’Italia che, pur facendo asse con il Gruppo di Visegrad, non chiede uno slittamento dei termini, ma punta piuttosto a strappare una “eccezione temporanea nazionale”, sul modello di quella concessa a Spagna e Portogallo nel 2023, quando fu concessa la fissazione di un price cap sull’elettricità.

L’accordo del Consiglio sul capitolo Ets si è fatto attendere sino a tarda notte e il punto di caduta si è trovato su una formulazione delle conclusioni finali che “invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie”. Il Consiglio europeo, si legge nelle conclusioni, “sottolinea che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro, accelerando l’elettrificazione e diffondendo le fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, le reti nonché lo stoccaggio di energia, come anche promuovendo l’efficienza energetica”.

Tuttavia, “nel contesto del riesame in corso del sistema Ets, e al fine di sostenere la competitività industriale europea, il Consiglio europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione”. Tradotto, la transizione non si tocca, né tanto meno si discute, però il tema dei prezzi dell’energia non può essere ignorato.

Una questione, quella del costo dell’energia che si ripercuote sulla vita quotidiana, a cominciare dai generi alimentari, planata d’altronde sullo stesso tavolo del Consiglio, il quale “sottolinea l’importanza cruciale di affrontare il problema dei prezzi elevati dell’energia. Ha discusso l’impatto dell’attuale contesto geopolitico sulle catene di approvvigionamento globali, sulla sicurezza energetica e sui prezzi dell’energia e dei carburanti, nonché gli effetti sui cittadini , sull’industria e sull’economia nel suo complesso”. Eppure, per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non c’è troppo da gioire. “A me pare che quanto uscito dal Consiglio europeo sia solo un ributtare la palla in tribuna, un segno inequivocabile della grande contraddizione nella quale è imprigionata l’Europa”, spiega Tabarelli, raggiunto telefonicamente da Formiche.net.

“L’Europa si è data l’ambizioso, anzi direi ambiziosissimo, obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2040: un obiettivo, diciamocelo, quasi impossibile considerando che oggi siamo a -37% di emissioni. Ora, se la tassazione del carbone, ovvero l’Ets, si alza ancora, allora forse una possibilità c’è, ma questo significherebbe stroncare quel poco di industria rimasta. E in questo momento per molti Paesi alzare le tasse della decarbonizzazione sulle imprese non sarebbe concepibile. Dall’altra, se invece l’Ets cominciamo a smontarlo, è inutile continuare a parlare di transizione anche solo per un altro minuto. Eccola la contraddizione, fermare l’Ets e chiudere il discorso decarbonizzazione o renderlo ancora più pesante ma chiudere imprese e industrie. Per questo, il compromesso uscito dal Consiglio non risolve molto la faccenda”.

 

Riccardo Breda confermato alla guida della Camera di Commercio Maremma e Tirreno

di: Regia
16 Ottobre 2026 ore 15:42

LIVORNO - Questo venerdì 16 ottobre si è svolta nella sede camerale di piazza del Municipio, la prima riunione del nuovo Consiglio della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno che resterà in carica fino al 2031. Il Consiglio appena insediato ha confermato il presidente Riccardo Breda, che al suo terzo mandato, guiderà l’Ente per i prossimi cinque anni. Continue Reading

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Bando affitti 2026, pubblicata la graduatoria definitiva: ricevute di pagamento da consegnare a gennaio

16 Ottobre 2026 ore 13:36

LIVORNO – L’amministrazione comunale di Livorno compie un importante passo in avanti nel contrasto all’emergenza abitativa con la pubblicazione della graduatoria definitiva dei partecipanti e dell’elenco dei concorrenti esclusi dedicati al Bando affitti per l’annualità 2026, approvati con la determinazione dirigenziale di oggi (16 ottobre). Gli elenchi completi sono consultabili sul sito istituzionale del Comune di Livorno e, nel pieno rispetto della normativa sulla tutela della privacy, figurano ordinati per numero di domanda, il codice identificativo rilasciato dal sistema al momento dell’inoltro della candidatura.

Per sbloccare l’erogazione dei contributi scatta ora la fase di verifica dei pagamenti. A partire dal 2 gennaio 2027 ed entro il termine perentorio del 31 gennaio 2027, i richiedenti posizionati nelle prime venti posizioni della Fascia A dovranno presentare tutte le attestazioni e le ricevute che certifichino l’avvenuto saldo del canone di locazione nel corso dell’anno 2026. Per beneficiare del contributo economico occorrerà esibire le ricevute rilasciate dal proprietario dell’immobile oppure, in alternativa, un’attestazione firmata dallo stesso locatore con allegata la copia del suo documento d’identità in corso di validità.

La documentazione giustificativa potrà essere trasmessa secondo tre differenti modalità: mediante consegna a mano direttamente all’Ufficio Programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo in via Pollastrini 1 negli orari di apertura al pubblico; tramite raccomandata con avviso di ricevimento indirizzata al Comune di Livorno, Ufficio programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo, sempre in via Pollastrini 1 (in questo caso farà fede il timbro postale); oppure via Posta elettronica certificata all’indirizzo comune.livorno@postacert.toscana.it, a condizione che anche il richiedente invii dal proprio account Pec. In caso di decesso del beneficiario, la somma spettante sarà assegnata agli eredi, che dovranno consegnare entro il 31 gennaio le ricevute maturate fino alla data del decesso unitamente alla documentazione probatoria del proprio stato ereditario.

L’erogazione materiale delle risorse finanziarie avverrà nei limiti dei fondi trasferiti dalla Regione Toscana e di quelli stanziati direttamente dal bilancio del Comune di Livorno, seguendo rigorosamente l’ordine della graduatoria generale definitiva e partendo dai soggetti della Fascia A fino all’esaurimento della disponibilità economica. L’ufficio sottolinea con fermezza che la mancata presentazione della documentazione o l’inoltro di carte errate entro il 31 gennaio causerà la decadenza automatica dal diritto al contributo, senza alcuna possibilità di sanatoria successiva alla scadenza.

Infine, dall’1 febbraio 2027, qualora si registrassero economie o risorse residue, l’amministrazione comunale renderà noti l’eventuale scorrimento della graduatoria e le scadenze per i nuovi aventi diritto tramite un avviso pubblicato sulla rete civica.

Per chiarimenti e informazioni, l’Ufficio programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo è raggiungibile ai numeri telefonici 0586.820070 e 0586.820101 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e nei pomeriggi di martedì e giovedì dalle 15.30 alle 17,30, oppure tramite l’indirizzo e-mail contributoaffitto@comune.livorno.it.

E.ON Italia, nuova sede nel cuore di Milano Innovation District

16 Ottobre 2026 ore 12:28
E.ON Italia, nuova sede nel cuore di Milano Innovation District

MILANO (ITALPRESS) – E.ON Italia si insedia a Horizon nel cuore di MIND – Milano Innovation District, con una nuova sede in uno dei principali ecosistemi italiani dedicati all’innovazione e alla ricerca. Un’inaugurazione che rafforza il legame con il distretto, dove l’azienda – attraverso E.ON Energy Infrastructure Solution – contribuisce allo sviluppo energetico di MIND con ectogrid, il sistema che integra infrastrutture energetiche e gestione digitale per coordinare i fabbisogni di riscaldamento e raffrescamento degli edifici.

fsc/gsl
(video in collaborazione con E.ON)

Edilizia, Sironi (Assogesso) “Sistemi a secco sostenibili e riciclabili al 100%”

16 Ottobre 2026 ore 12:07
Edilizia, Sironi (Assogesso)

MILANO (ITALPRESS) – Riciclabilità dei materiali, riduzione dell’impronta di carbonio, minore peso delle strutture e maggiore efficienza nella costruzione. E, anche, maggiore sicurezza. Sono i principali vantaggi dei sistemi a base gesso, secondo Luca Sironi, presidente di Assogesso, che sottolinea le potenzialità di queste soluzioni per un’edilizia più sostenibile e performante. “Un sistema a secco è intrinsecamente riciclabile al 100%, smontabile, demolibile, con evidenti vantaggi”, afferma Sironi in un’intervista a Italpress.

col5/gsl

Terre rare ed energia, perché all’Europa serve una vera politica industriale. Report Iai

16 Ottobre 2026 ore 12:43

Guai a pensare che le terre rare siano una cosa e l’energia un’altra. In un mondo ultraveloce, iperconnesso e molto tecnologico, chi ha più materia prima è quello che vince. Lo sanno, per esempio, gli Stati Uniti, che da molto tempo hanno posto le basi per una propria autonomia, sia in termini di estrazione, sia di raffinazione, tagliando i ponti con la Cina. Anche l’Europa dovrebbe fare altrettanto, anche se di minerali nel sottosuolo non ne ha poi in grosse quantità. Eppure, secondo gli esperti dell’Istituto per gli affari internazionali (Iai) autori di un voluminoso report dedicato alla politica industriale continentale, varrebbe la pena tentare.

“Materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali non devono essere considerate ambiti separati, ma parti di una medesima architettura industriale. La disponibilità di materiali critici e semilavorati condiziona la produzione di tecnologie verdi, sistemi digitali e componenti per la difesa”, si legge nel report. “L’energia determina la competitività dei processi produttivi e la sostenibilità della capacità di calcolo, mentre l’IA incide sull’organizzazione della manifattura, sulla logistica, sulla progettazione e sulla sicurezza; le infrastrutture cloud, data storage, telecomunicazioni e satellitari costituiscono la base materiale della sovranità digitale. Ne deriva l’esigenza di una politica industriale realmente olistica, capace di integrare politica energetica, politica digitale, sicurezza economica, difesa, ricerca e manifattura, superando la frammentazione tra capitoli settoriali e tra competenze amministrative”.

Guardando alle materie prime critiche, “costituiscono la base materiale della transizione verde e digitale. La loro criticità deriva da una combinazione precisa: elevata rilevanza economica e forte rischio di approvvigionamento. Il primo nodo è però strutturale. Le tecnologie energetiche e digitali richiedono quantità di materiali critici molto superiori rispetto alle tecnologie che hanno sostenuto l’economia del Novecento. Ciò implica non solo un’accelerazione degli investimenti industriali in Europa e in Italia, ma anche una profonda riconfigurazione delle materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali, che devono essere considerate parti di una medesima architettura industriale”.

Ora, secondo lo Iai, “l’estrazione e raffinazione sono localizzate in pochi Paesi e la Cina detiene una posizione dominante in diverse fasi della catena del valore, controllando gran parte dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare e quote rilevanti di altre materie strategiche. Altri poli cruciali sono l’America Latina, che concentra una quota significativa delle riserve globali e ospita il triangolo del litio tra Argentina, Bolivia e Cile e l’Africa, dove, ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo domina la produzione di cobalto, mentre il Sudafrica è tra i principali produttori di platino e palladio”. Ebbene, questa geografia delle risorse “espone Europa e Italia a vulnerabilità economiche e geopolitiche: volatilità dei prezzi, interruzioni delle forniture e possibile utilizzo delle esportazioni come leva di pressione politica. Il problema, dunque, non è tanto la scarsità delle risorse quanto la sicurezza dell’approvvigionamento”.

E allora, che fare? “Per affrontare queste vulnerabilità, l’Unione europea ha adottato nel 2024 il Regolamento Ue sulle materie prime critiche, che stabilisce obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% del consumo da estrazione interna, il 40% da trasformazione interna e il 25% da riciclo. Si tratta di un disegno ambizioso che tuttavia rischia di riprodurre relazioni asimmetriche con i Paesi produttori se tali partenariati non saranno fondati su modelli di coproduzione e valore condiviso. Questo squilibrio lascia scoperte le fasi di trasformazione della catena del valore. L’industria europea, infatti, dipende in misura significativa anche dall’importazione di semilavorati, ossia materiali già parzialmente trasformati che incorporano fasi produttive ad alto valore aggiunto localizzate all’estero”.

Ed ecco il capitolo energia. “Il tema degli approvvigionamenti strategici è strettamente legato alla sicurezza energetica, tornata al centro dell’agenda europea dopo lo shock provocato dalla guerra russa in Ucraina. Si tratta della capacità di garantire una disponibilità continua di energia a prezzi sostenibili, attraverso fonti sufficientemente diversificate da assorbire eventuali shock esterni. Le principali dimensioni della sicurezza energetica riguardano la sicurezza delle forniture, la resilienza delle infrastrutture, il grado di integrazione del mercato interno e una dimensione geopolitica legata al rischio di strumentalizzazione delle interdipendenze energetiche. L’Unione si trova quindi a dover conciliare obiettivi in tensione: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e, al tempo stesso, accelerare la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni”.

Il problema è che “l’economia europea rimane quindi fortemente esposta agli shock energetici. Il gas rappresenta circa il 39% del consumo finale di energia dell’industria europea, mentre il trasporto su strada assorbe circa il 73% del petrolio utilizzato nell’Ue. Inoltre, il gas continua spesso a determinare il prezzo marginale dell’elettricità, trasmettendo la volatilità energetica all’intero sistema economico. In questo contesto, la dimensione energetica assume una valenza strutturalmente strategica. La competizione economica e tecnologica si gioca sempre più sulla capacità di trasformare energia in capacità di calcolo e in valore industriale. In altri termini, infrastrutture energetiche, digitali e industriali tendono a convergere, e i Paesi in grado di integrarle efficacemente disporranno di un vantaggio competitivo strutturale. Ne consegue che sicurezza energetica e transizione climatica non sono alternative, ma dimensioni della stessa strategia industriale”.

Il valore dell’economia sommersa è pari a 218,2 miliardi nel 2024, incidenza sul Pil in calo al 9,9%

16 Ottobre 2026 ore 11:07
Il valore dell’economia sommersa è pari a 218,2 miliardi nel 2024, incidenza sul Pil in calo al 9,9%

ROMA (ITALPRESS) – Nel 2024 il valore dell’economia non osservata è pari a 218,2 miliardi, in aumento dello 0,3% rispetto al 2023, a fronte di una crescita del Pil corrente del 3,2%. La sua incidenza sul Pil scende al 9,9% dal 10,2% dell’anno precedente con una riduzione di 0,3 punti percentuali. E’ quanto emerge dai dati del report Istat sull’economia sommersa in Italia.

La dinamica complessiva dell’economia non osservata è sostenuta dalla crescita del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9% (corrispondente a circa 3,1 miliardi di euro). Rispetto all’anno precedente, il valore aggiunto dovuto alla sotto-dichiarazione registra una flessione dello 0,6% (pari a -0,6 miliardi di euro). Più marcata, invece, la contrazione delle altre componenti del sommerso: mance e fitti non dichiarati diminuiscono del 13,1% (pari a -1,6 miliardi) rispetto al 2023. In calo anche le attività illegali, che registrano una riduzione dello 0,9% (circa -0,2 miliardi).

Nel complesso, il peso del sommerso economico sul valore aggiunto è più elevato negli Altri servizi alle persone, dove raggiunge il 30,7%, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,5%) e nelle Costruzioni (17,7%). Si osserva invece un’incidenza più contenuta negli Altri servizi alle imprese (5%), nella Produzione di beni d’investimento (4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,4%). Nel 2024 emerge una significativa ricomposizione del peso relativo delle diverse componenti dell’economia non osservata. In particolare, la quota del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale al 36,8%, con un incremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023 (35,5%). Di converso, il peso del valore aggiunto da sotto-dichiarazione scende al 49,3%, dal 49,7% del 2023. Le altre componenti del sommerso rappresentano il 4,9% del totale dell’economia non osservata, rispetto al 5,6% nel 2023. Continua, infine, il progressivo ridimensionamento del peso dell’economia illegale sul totale dell’economia non osservata.

Nel 2024 la sua quota si attesta al 9,1%, un punto percentuale al di sotto del livello del 2021 e 0,1 punti in meno rispetto al 2023. Nel 2024 le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità sono 3 milioni e 277mila, di cui 2 milioni e 396mila unità sono occupate come dipendenti. Rispetto al 2023, il lavoro irregolare aumenta del 4,6%, pari a poco più di 145mila Ula. Nel 2024 il valore aggiunto generato dalle attività illegali è stimato pari a 19,8 miliardi di euro, corrispondenti allo 0,9% del Pil; tale valore include l’indotto, ossia la valutazione dei beni e servizi legali utilizzati nei processi produttivi illegali. Nel 2024 si registra una diminuzione di 0,2 miliardi di euro del valore aggiunto generato dalle attività illegali. Anche i consumi finali di beni e servizi illegali sono lievemente diminuiti, attestandosi a 22,5 miliardi di euro, pari all’1,7% della spesa complessivo per consumi finali.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Assogomma, luci e ombre nel 2026 per il settore

16 Ottobre 2026 ore 10:06
Assogomma, luci e ombre nel 2026 per il settore

MILANO (ITALPRESS) – Per il settore della gomma in Italia il 2026 è stato finora un anno di luci e ombre, tra segnali positivi e difficoltà legate ai costi dell’energia e alle crisi geopolitiche internazionali. A fare il punto è Giovanni Panico, direttore di Assogomma, in un’intervista all’Italpress.

sat/gsl

Dazi, guerre e tecnologie. Così la geopolitica cambia il modo di fare impresa

16 Ottobre 2026 ore 10:25

Per molti anni le imprese hanno considerato la geopolitica una materia distante dalla gestione aziendale, affidata soprattutto ai governi, alla diplomazia e agli analisti internazionali. Guerre, embarghi e crisi politiche apparivano eventi eccezionali, mentre le strategie industriali si concentravano sull’efficienza, sull’innovazione e sull’apertura dei mercati. La globalizzazione sembrava consentire alle decisioni economiche di procedere indipendentemente dagli equilibri politici. Oggi questa separazione non è più sostenibile.

La competizione tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, le restrizioni tecnologiche e le nuove barriere commerciali hanno riportato la politica internazionale dentro i bilanci delle aziende. La disponibilità di un componente, il costo dell’energia, la continuità di una rotta marittima o l’accesso a un mercato possono cambiare per decisioni assunte a migliaia di chilometri di distanza. La geopolitica non è più un’emergenza occasionale: è una condizione ordinaria dell’attività d’impresa.

Questa trasformazione riguarda direttamente l’Italia. Il nostro sistema produttivo ha una forte vocazione esportatrice, ma dipende anche da materie prime, tecnologie e forniture internazionali. Non sono esposte soltanto le multinazionali. Una media azienda manifatturiera può subire le conseguenze di un dazio americano; una piccola impresa inserita in una filiera può risentire dell’interruzione di una fornitura asiatica senza avere strumenti adeguati per comprenderne le cause e predisporre alternative.

La questione è entrata con forza anche nell’analisi di Confindustria. Nel rapporto del Centro Studi del 16 settembre 2026, «Export italiano tra fratture e nuove rotte», si osserva che la distanza geopolitica fra Paesi sta diventando un fattore strutturale degli scambi commerciali. Il commercio mondiale continua a crescere, ma si redistribuisce in modo diseguale: nei primi sei mesi del 2026, rispetto al 2024, l’Asia ha dato un ulteriore contributo decisivo alla crescita delle esportazioni mondiali. La frammentazione non coincide dunque con la fine della globalizzazione, ma con una sua riconfigurazione, nella quale i rapporti politici pesano sempre di più.

Il Centro Studi richiama anche un aspetto decisivo: le interdipendenze commerciali e tecnologiche possono trasformarsi in vulnerabilità industriali e strumenti di pressione. Per le aziende italiane questo significa che diversificare mercati e fornitori non è soltanto una scelta commerciale, ma una questione di continuità operativa. Lo stesso rapporto, tuttavia, invita a evitare risposte semplicistiche: riportare tutte le produzioni in Europa non sarebbe né realistico né efficiente. Occorre individuare le dipendenze realmente critiche e scegliere dove investire in resilienza.

Il rapporto di previsione di Confindustria presentato in questi giorni, «Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese», già nel titolo quanto gli shock esterni siano ormai centrali nella riflessione sulla competitività. Il passaggio ulteriore, per le imprese, consiste nel tradurre questa consapevolezza in una capacità manageriale stabile: non basta conoscere le minacce, bisogna sapere come esse modificano decisioni, responsabilità e priorità.

La riflessione internazionale sul management ha preparato questo cambiamento. In passato il «political risk» indicava prevalentemente i rischi legati agli investimenti esteri: instabilità istituzionale, nazionalizzazioni, conflitti e cambiamenti normativi. Nel 2005 Ian Bremmer, sulla Harvard Business Review, sostenne la necessità di integrare stabilmente l’analisi politica nelle decisioni aziendali. Nel 2012 Robert Kaplan e Anette Mikes mostrarono che i rischi esterni non possono essere eliminati con semplici procedure di controllo, ma richiedono scenari e capacità di adattamento.

John Chipman, nel 2016, arrivò a proporre per le grandi multinazionali una vera capacità di relazione strategica con governi e istituzioni, quasi una politica estera aziendale. Due anni dopo Condoleezza Rice e Amy Zegart ampliarono il quadro: i rischi politici possono provenire non soltanto dagli Stati, ma anche da organizzazioni internazionali, piattaforme digitali, movimenti sociali e altri soggetti in grado di incidere su mercati e reputazione. L’attenzione si è così spostata dalla singola crisi alla preparazione dell’organizzazione.

Che cosa cambia concretamente per un’impresa? La selezione di un fornitore non può dipendere soltanto da prezzo, qualità e puntualità. Deve considerare anche la concentrazione geografica della produzione, le restrizioni commerciali, le rotte di trasporto e la possibilità di sostituire componenti essenziali. Un’offerta conveniente può rivelarsi costosa se una crisi blocca per settimane gli approvvigionamenti. Allo stesso modo, la localizzazione di uno stabilimento richiede di valutare sicurezza energetica, orientamenti regolatori e stabilità dei rapporti internazionali, oltre ai tradizionali indicatori economici.

L’innovazione tecnologica rende il problema ancora più evidente. Semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture cloud, dati e materie prime critiche sono ormai oggetto di competizione strategica. Un’azienda che investe in nuove tecnologie deve domandarsi da quali fornitori dipenderà, quali vincoli potranno condizionarne l’utilizzo e quanto costerebbe cambiare soluzione. Anche la finanza è coinvolta: dazi, sanzioni, oscillazioni energetiche e restrizioni nei pagamenti internazionali possono modificare rapidamente i margini operativi.

Non si tratta di trasformare ogni imprenditore in un esperto di relazioni internazionali. Il problema è organizzare informazioni e competenze affinché diventino utili alle scelte. Agli inizi del 2026 McKinsey, con lo studio «Building an Ecosystem of Geopolitical Insights», ha proposto di costruire sistemi permanenti che colleghino conoscenze interne, consulenti, università, centri di ricerca e reti istituzionali. Il valore non risiede nell’accumulare notizie, ma nel selezionarle, verificarle e interpretarle in funzione delle decisioni aziendali.

Un’informazione geopolitica diventa strategica quando permette di rispondere a domande precise: quali contratti sono esposti, quali forniture potrebbero interrompersi, quali mercati alternativi sono accessibili, quali costi comporterebbe una riconversione? Senza questo collegamento, anche un rapporto accurato rischia di restare un documento letto e archiviato. L’analisi deve arrivare ai luoghi nei quali si decidono investimenti, acquisti, vendite e coperture finanziarie.

Per ottenere questo risultato occorre superare la separazione tra funzioni aziendali. La direzione commerciale conosce clienti e mercati; gli acquisti individuano le dipendenze dei fornitori; la finanza misura l’esposizione economica; le funzioni legali e tecnologiche valutano vincoli normativi e vulnerabilità digitali. Se ciascuna lavora isolatamente, l’impresa dispone di molte informazioni ma non di una visione coerente. L’integrazione richiede responsabilità definite, occasioni regolari di confronto e un collegamento esplicito con la direzione generale.

Per le piccole e medie imprese italiane il modello delle grandi multinazionali, con unità geopolitiche e comitati di esperti, sarebbe spesso sproporzionato. La risposta può invece essere cooperativa. Associazioni imprenditoriali, camere di commercio, università, think tank e consulenti specializzati potrebbero contribuire a creare servizi condivisi di intelligence economica e geopolitica. Un distretto produttivo potrebbe analizzare le dipendenze comuni delle proprie filiere, monitorare cambiamenti normativi e commerciali e rendere disponibili scenari utilizzabili dalle singole aziende.

La collaborazione, però, non sostituisce le responsabilità del management. Ogni impresa deve conoscere la propria esposizione e stabilire quali rischi accettare, quali ridurre e quali opportunità perseguire. Diversificare i fornitori ha un costo; abbandonare un mercato instabile può significare rinunciare a ricavi importanti. Governare la complessità non vuol dire evitare ogni incertezza, ma confrontare alternative con metodo, senza affidarsi all’improvvisazione né reagire soltanto quando la crisi è già iniziata.

È in questo senso che si può parlare di «governance strategica della complessità politica». Non è necessariamente una nuova funzione aziendale, bensì una capacità trasversale di collegare politica internazionale, economia, tecnologia, diritto e organizzazione. L’obiettivo non è prevedere esattamente il prossimo shock, ma migliorare la qualità delle decisioni in condizioni di incertezza. La geopolitica, inoltre, non genera soltanto minacce: accordi commerciali, nuove infrastrutture e riconfigurazioni delle filiere possono aprire opportunità a chi sa riconoscerle tempestivamente.

Per le imprese italiane, dunque, la sfida non consiste nell’aggiungere un ulteriore adempimento burocratico, ma la cultura manageriale. Servono formazione, sistemi informativi affidabili e soprattutto la capacità di far dialogare competenze diverse. La responsabilità appartiene al vertice aziendale: senza un rapporto diretto con le decisioni strategiche, l’analisi geopolitica rimane un esercizio specialistico. Nel nuovo contesto internazionale, la competitività dipenderà sempre più dalla capacità di interpretare il mondo nel quale si produce, si investe e si vende. Le aziende che sapranno trasformare questa comprensione in organizzazione saranno meglio preparate a resistere alle crisi e a cogliere le opportunità del cambiamento.

Italpress €conomy – Puntata del 16 ottobre 2026

16 Ottobre 2026 ore 09:00
Italpress €conomy - Puntata del 16 ottobre 2026

MILANO (ITALPRESS) – L’economia e la finanza a portata di tutti. Nella centonovantaquattresima puntata di Italpress Economy, Claudio Brachino intervista Giovanni Panico, direttore di Assogomma, e Giuliano Zoppis fa il punto sulla legge di bilancio, che a breve verrà alla luce.

fsc/gsl

Macron e Merz correggono gli errori del Green Deal per salvare l’auto europea

16 Ottobre 2026 ore 04:45

Può darsi che sia già troppo tardi per salvare l’industria automobilistica europea, ma lo sforzo franco-tedesco in corso merita di essere incoraggiato, data l’importanza di una delle colonne fino a ieri portanti dell’industrializzazione continentale, con ricadute evidenti per l’Italia. E non mancano ragioni politiche rilevanti. L’euforica corsa green risale all’influenza di Frans Timmermans, il socialista olandese che, pur sconfitto come potenziale leader della Commissione poi presieduta da Ursula von der Leyen, ha condizionato la penultima legislatura del Parlamento europeo imponendo l’elettrico a tutti i costi, con scadenza al fatidico e vicino 2035 per la fine dei motori endotermici.

Un gran sogno verde, con l’irresistibile (allora) fascino di un patto per trasformare l’Europa sul modello Norvegia (già ora zero motori tradizionali), voltando pagina dopo una lunga storia di successi industriali dell’auto nell’Europa novecentesca. Sembra ieri quando la Cina copiava estasiata il prodotto e il processo europeo con risultati a lungo mediocri e percentuali di mercato irrisorie; ora diventate sempre più travolgenti. Battuto dai liberali e ancor prima azzoppato dai nazionalsovranisti nei suoi Paesi Bassi, Timmermans è ormai un ricordo di belle utopie e tanto carburante (è il caso di dirlo) offerto ai sovranisti e ai diffidenti di mezza Europa, che sull’attacco al green deal hanno campato nelle elezioni nazionali ed europee successive.

Ora, come diremo in conclusione, si apre forse uno spiraglio che può dare una mano ad un rilancio europeistico ben al di là della sola vicenda industriale dell’automobile, perché un asse franco-tedesco è ancora decisivo nell’Europa traballante di una pericolosa vigilia elettorale.

Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno definito una politica comune di sostegno dell’industria, per entrambi vitale e per i tedeschi addirittura a tinte tragiche, dato che 100 mila licenziamenti Volkswagen fanno paura alla ex più solida economia europea e politicamente accelerano la resa ai neonazisti di AfD. 

Si tratta di una materia spinosa, perché si deve camminare in bilico sul filo del protezionismo anticinese, che potrebbe assomigliare al lontano e peloso divieto di importazione delle auto giapponesi negli anni sessanta, con un dirigismo che ritardò di molto la crisi, ma anche il rinnovamento delle grandi industrie nostrane, a cominciare dalla Fiat. Macron lo ha definito un «approccio pragmatico ai nostri obiettivi di decarbonizzazione» e non poteva essere più elegante per non smentire la bontà degli obiettivi generali, ma è effettivamente un espediente protezionistico, almeno per quel che riguarda l’ibrido plug-in di Pechino, cui imporre il tetto di 350 mila vetture anno.

Sul resto, le limitazioni previste dall’asse franco-tedesco sembrano più graduali, correggendo l’euforia del 100 per cento per scendere a un limite di produzione elettrica imposta anche inferiore al 90 per cento, già accettato dalla Commissione fino all’80 per cento (perché allora non il 73 per cento sostenuto dal relatore al Parlamento europeo, l’italiano Massimiliano Salini, o ai due terzi, tanto che ci siamo?). Con due condizioni: consentire incentivi e benefici solo a quelle aziende che producono le auto in Europa e compensazione del CO₂ reintrodotto attraverso un calcolo da applicare all’acciaio verde.

Procedura magari un po’ tortuosa e non proprio corrispondente alle difficoltà dell’industria siderurgica, in particolare per quella italiana, ma la materia è complessa: bisogna salvare la faccia e camminare sulle uova, senza dare l’impressione di venir troppo incontro solo alle richieste di produttori insediati in Francia, come la Stellantis di Antonio Filosa, che ha bisogno di respiro in Europa a seguito delle difficoltà Usa, per non dire dell’affanno Renault, con modelli che tentano una difficile competizione con i cinesi. Ma tre leader dell’automotive come Filosa, François Provost (Renault) e Oliver Blume (Volkswagen) hanno lanciato un accorato appello a far presto.

L’accordo tra Francia e Germania ha avuto, in effetti, un’accelerazione forte, prendendo in contropiede lo stesso Parlamento europeo, che da quasi un anno ha in pendenza la questione e arriverà a deliberare non prima di novembre. Al di là di molte tecnicalità di contorno, c’è da rilevare l’importanza di quanto sta maturando, forse chiudendo un troppo lungo periodo di inerzia e quasi di rassegnazione, tanto più grave per l’Italia, che per decenni è andata sulle montagne russe, patendo e superando le crisi più gravi non appena l’auto dava segni di ripresa.

Certo, c’è un grosso interrogativo per quanto riguarda concorrenza e competizione. Il consumatore europeo ha gradito l’offerta cinese degli ultimi anni e, anzi, dopo la svolta green deal, passato un momento di incertezza, ha aperto i propri garages e le prese di corrente alle proposte cinesi. Il mercato non può essere violentato, perché gli esiti potrebbero essere ancora peggiori. Ma è pur necessario reagire se ci sono profili di forzatura delle leggi di mercato, quando il produttore che viene da lontano profitta del vantaggio di avere alle spalle uno Stato che fa sistema e investe con tutta la sua forza, non contrastata dalla dialettica interna. Dunque, non hanno torto i produttori europei a chiedere che quelli cinesi – se vengono da noi – lo facciano non per assemblare, ma per fare industria a ciclo completo. Si tratta di regolare e regolamentare, non di chiudere le frontiere.

Ultima considerazione: l’azione svolta da Francia e Germania è di grande valore europeistico e va valorizzata, visto che cade proprio nel momento in cui questi stessi Paesi accantonano il progetto di un carro armato da costruire insieme. Forse anche perché nelle guerre moderne i carri armati saranno sempre meno decisivi?

L’accordo sull’automobile ha anche un forte rilievo politico, perché può essere un punto fermo e un deterrente per l’immediato futuro di elezioni ad esito incerto sia in Francia che in Germania, prima che scatti l’impulso distruttivo dei nuovi interpreti del nazionalismo antieuropeo.

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L’autunno caldo degli stabilimenti balneari. Fra una settimana il bando per le aste, “linee-guida sulle concessioni”

16 Ottobre 2026 ore 03:20

Versilia, 16 ottobre 2026 – La notizia è arrivata da Rimini, rimbalzando ovunque e facendo presagire un autunno “caldo” per gli stabilimenti balneari. Il 22 ottobre il vicepremier e ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini presenterà alla Conferenza unificata Stato-Regioni la proposta di bando-tipo per il rinnovo delle concessioni in vista delle aste che i Comuni dovranno effettuare entro settembre 2027 per effetto della direttiva Bolkestein. È stato il ministro del turismo Gianmarco Mazzi ad annunciare la data X a margine dell’assemblea nazionale delle imprese balneari a Rimini.

I punti fermi

La bozza stabilisce alcuni punti fermi, a partire dal fatto che il bando per le concessioni dovrà individuare la durata della concessione entro il limite minimo di 5 anni e massimo di 20. I destinatari non sono solo i balneari, ma anche gli esercizi di ristorazione, la spiaggia libera attrezzata, le aree demaniali marittime destinate allo svolgimento di attività sportive ed eventuali altre tipologie come i punti di ormeggio.

https://www.quotidiano.net/video/economia/ttg-di-rimini-mazzi-il-turismo-e-centrale-per-questo-governo-olajjimv

Il bando-tipo, concepito come strumento di supporto ai futuri bandi, indica inoltre che gli enti dovranno tener conto dell’esigenza di favorire la continuità dei servizi e la salvaguardia dei livelli occupazionali esistenti. A livello di calendario, le gare dovranno essere avviate entro il 30 giugno 2027, e comunque almeno sei mesi prima della scadenza, come detto fissata il 30 settembre 2027.

Il tema della scarsità

Tra i criteri ritenuti fondamentali c’è quello della scarsità della risorsa spiaggia. Per scarsità si intende la disponibilità o meno di tratti ancora da dare in concessione: in base alla Bolkestein, le aste vanno applicate dove le spiagge sono ormai sature. Ecco perché la bozza prevede un’adeguata attività di ricognizione e mappatura delle aree demaniali e delle concessioni esistenti, nonché delle aree potenzialmente concedibili, da effettuare secondo criteri omogenei e verificabili. Saranno le Regioni a individuare i criteri idonei a consentire un accertamento uniforme della scarsità della risorsa, tenendo conto delle caratteristiche geomorfologiche delle coste, dei vincoli ambientali, paesaggistici e urbanistici, della concreta destinazione delle aree, dell’accessibilità e della loro effettiva utilizzabilità per finalità turistico-ricreative.

Non da meno l’aspetto dell’indennizzo a carico del concessionario subentrante: dovrà essere pari al valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati al termine della concessione. Aspetto occupazionale: si dovrà indicare il numero di lavoratori del concessionario uscente che ricevono da tale attività la prevalente fonte di reddito per sé e la propria famiglia, per consentire ai partecipanti l’eventuale impegno ad assumere quei lavoratori in caso di aggiudicazione. Infine la valutazione dell’offerta: la concessione deve essere attribuita a chi offre le maggiori garanzie di una proficua utilizzazione del bene per un uso conforme a un prevalente interesse pubblico, nonché continuità di servizi e attività.

Poveri sulla carta, invisibili nella vita: un lavoro non basta

16 Ottobre 2026 ore 00:03

«Non sappiamo quante storie simili a quella di Maricarmen restino invisibili in Italia – sostiene Antonio Russo, portavoce dell’Alleanza contro la povertà –. Sappiamo però con certezza che la perdita […]

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Giovani e già poveri: in Italia 430mila ragazzi rinunciano alla socialità e al cibo

16 Ottobre 2026 ore 00:01

Non è soltanto una questione di frigoriferi vuoti. È anche il diritto di invitare un amico a casa, mangiare frutta e verdura ogni giorno, crescere senza che ogni desiderio diventi […]

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Olio toscano: produzione prevista +40% e buone rese in frantoio. Prezzi stabili.

15 Ottobre 2026 ore 16:39
Olio toscano: produzione  prevista +40% e buone rese in frantoio. Prezzi stabili.

A scattare una fotografia è il Consorzio di Tutela dell’oIio extravergine Toscano Igp, oggi a Firenze presso l’Istituto alberghiero Aurelio Saffi di Firenze.

Nelle olivete toscane la raccolta è nel pieno, si spiega in una nota, e le previsioni della prima ora trovano conferma in frantoio. La produzione attesa, stando alle prime stime, sarà superiore del 35%-40% rispetto alla media degli ultimi dieci anni.  Dunque una buona produzione in campo, rese interessanti in frantoio e prezzi stabili sul mercato. Positive le attese per la campagna olearia 2026 dell’olio extravergine Toscano Igp.

“Sulle piante possono essere presenti tante olive, quello che conta è anche la resa, ovvero la quantità di olio che, dopo la frangitura, finirà in bottiglia – spiega in una nota Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio -. Quest’anno ci sono tutti gli indizi per una stagione molto positiva sia dal punto di vista della quantità sia della qualità. Le olive sono sane e belle e le rese soddisfacenti, mediamente intorno al 12%. Le temperature secche di quest’estate alla fine si sono rivelate un vantaggio: hanno impedito la riproduzione della mosca olearia e i danni alle olive limitando allo stretto necessario gli interventi in campo. Siamo molto fiduciosi anche sul fronte del mercato dove il prezzo si mantiene stabile. Il Toscano Igp sta facendo una corsa a sé affermandosi come l’espressione dell’eccellenza dell’extravergine italiano a livello mondiale”.

Bologna, guardare le stelle per immaginare saperi condivisi

15 Ottobre 2026 ore 21:31

Arte, scienza e formazione. Otto opere tra universo, ricerca e nuovi immaginari, realizzate con linguaggi e materiali differenti, che rappresentano alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo.

C’è questo e altro in Marino e le Stelle, percorso espositivo gratuito (appena stato inaugurato all’Opificio Golinelli), che raccoglie gli esiti del laboratorio multidisciplinare di arte e scienza promosso da Fondazione Golinelli e curato dal duo artistico Antonello Ghezzi, in collaborazione con il Dipartimento di fisica e astronomia Augusto Righi dell’Università di Bologna, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio e Istituto di Radioastronomia, entrambi di Inaf.

Il percorso espositivo (le opere e gli exhibit saranno visibili fino a fino a domenica 22 novembre. QUI per prenotare una visita) è un po’ il momento conclusivo delle attività, avviate a marzo, degli incontri, lezioni, approfondimenti e momenti di confronto tra giovani artisti e giovani ricercatori.

Sullo sfondo le evidenze di un laboratorio, che ha coinvolto giovani ricercatrici e ricercatori in astrofisica e giovani artiste e artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, chiamati a confrontarsi e lavorare insieme a partire da alcuni dei grandi temi dell’astrofisica contemporanea.

Marino e le Stelle
Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli

Nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro

«Mettere in relazione persone, competenze e linguaggi diversi è fortemente generativo», spiega Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli, «lo dimostra questo progetto nato dalla collaborazione di importanti istituzioni scientifiche e culturali. Giovani artisti e ricercatori hanno avuto la possibilità di confrontarsi in un percorso comune mettendo in dialogo conoscenze scientifiche e ricerche artistiche».

Le otto opere realizzate, entra nel dettaglio, «sono il risultato concreto di questo incontro e testimoniano come sia possibile aprire prospettive nuove, quando si parte da domande e linguaggi molto diversi. È anche questo il senso della nostra idea di cultura: creare occasioni nelle quali competenze e saperi possano incontrarsi e contribuire insieme a costruire nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Le otto opere

Le otto opere realizzate, con linguaggi e materiali differenti, «rappresentano», spiegano dalla fondazione, «alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo. Il pubblico avrà modo di ascoltare queste storie dalla voce dei suoi autori».

Relazioni umane e Universo. In Empty threads Elisa Altomonte e Leonardo De Deo, mettono in relazione la rete che struttura l’Universo con quelle che attraversano le relazioni umane. Il lavoro nasce da una performance con fili di recupero e si sviluppa poi nel dittico realizzato attraverso la tecnica dell’acquatinta, dove i filamenti della rete cosmica diventano il punto di partenza per riflettere sulla fragilità dei legami e sul senso di comunità.

La fluidità dello spaziotempo. Flusso di Alice Bomberini e Abinet Alessandro Buson Pizzardo riflette invece sulla fluidità dello spaziotempo attraverso segni tracciati su una pellicola trasparente e trasformati dalla luce del sole, in un processo di continuo divenire.

Onde gravitazionali e semi di girasole. Con Chip! Chip! Nicola Borghi e Alessio Bongianino stabiliscono un collegamento tra dimensione terrestre e cosmica attraverso semi di girasole, movimento e suono, richiamando con il termine chirp il segnale associato alle onde gravitazionali prodotte dalla fusione di buchi neri.

Marino e le Stelle / Fondazione Golinelli
Eugenia Ferrara, vicedirettrice di fondazione Golinelli con il duo artistico Antonello Ghezzi

La percezione dell’invisibile

Il tema della percezione torna in Camera a nebbia di Leonardo De Deo ed Elysée Farazmand, dove un gesto minimo e ripetuto diventa occasione per riflettere sulla possibilità di rendere percepibili fenomeni altrimenti invisibili.

In Buchi bianchi Leonardo De Deo e Anna Rolfi trasformano il concetto dei buchi bianchi in un trittico scultoreo e sonoro, interrogandosi sulla possibilità di trasformare luoghi privi di una funzione definita in spazi di relazione e di vita. Dare una bocca, realizzato da Viviana Fardella e Francesca Riccioni, prende invece spunto dalle reti miceliali per costruire un ambiente site-specific riconfigurabile, nel quale le decisioni individuali concorrono alla costruzione di un’organizzazione collettiva.

Ambiente e trasformazioni del paesaggio

Gli ultimi due lavori ampliano la riflessione al rapporto tra ambiente, territorio e trasformazioni del paesaggio. Dialoghi Emergenti di Veronica Ilari e Chiara Sette, parte dall’esplorazione di luoghi abbandonati e dalla presenza di natura, luce, acqua, animali e tempo per costruire una mappa digitale interattiva e in continua evoluzione. Dieci minuti di buio di Martina Platone, Viola Ricci e Gaia Vallese affronta invece il tema dell’inquinamento luminoso: la luce artificiale viene utilizzata per imprimere su carta fotosensibile l’immagine della Via Lattea, evidenziando la progressiva perdita del cielo notturno nelle aree urbane.

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In apertura l’astronomo Sandro Bardelli con gli studenti. Foto da Ufficio Stampa e Comunicazione Fondazione Golinelli

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Brescia, tre conversazioni aperte per fare luce sulla complessità

15 Ottobre 2026 ore 21:18

 Dall’accesso alla salute all’integrazione, dalla rigenerazione urbana all’innovazione sociale: sono alcuni dei temi al centro di Dialoghi sul sociale, nuovo ciclo di incontri promosso da Intesa Sanpaolo per il sociale nella sede di Brescia a Palazzo Negroboni (in via Trieste 8) in collaborazione con Talent garden. Tre appuntamenti e tre ospiti per affrontare alcune delle principali trasformazioni che stanno interessando la società e le comunità, attraverso conversazioni aperte che intrecciano dati, esperienze e prospettive sul futuro. 

La rassegna prenderà il via martedì 20 ottobre con Roberta Villa, medico e divulgatrice scientifica, proseguirà giovedì 26 novembre con Angelica De Vito, esperta di migrazioni climatiche e consulente diplomatica presso le Nazioni Unite, e giovedì 3 dicembre con Mario Calderini, professore ordinario alla School of management del Politecnico di Milano e direttore di Tiresia, centro di ricerca sull’innovazione e la finanza a impatto sociale. 

Il format punta su un linguaggio diretto e accessibile, su dialoghi capaci di rendere comprensibili questioni complesse e di mettere a confronto competenze, vissuti e punti di vista differenti. Per partecipare agli incontri in presenza è sufficiente prenotarsi QUI. A condurre gli incontri Mario Moroni, esperto di innovazione e podcaster.

Andrea Forghieri, executive director Intesa Sanpaolo per il sociale

Uno spazio di confronto aperto

«Con Dialoghi sul sociale», spiega Andrea Forghieri, executive director Intesa Sanpaolo per il sociale, «vogliamo creare uno spazio di confronto aperto, nel quale competenze diverse possano incontrarsi e contribuire a una lettura più consapevole delle trasformazioni che stanno interessando le nostre comunità».

La scelta di Brescia e della sede di Intesa Sanpaolo per il sociale, aggiunge, «nasce dalla volontà di fare di questo luogo non solo un presidio operativo, ma anche un punto di riferimento per il dialogo sui temi dell’inclusione e della coesione sociale».

Mario Calderini, professore ordinario alla School of management del Politecnico di Milano e direttore di Tiresia

Il programma nel dettaglio

Si parte il 20 ottobre, alle 18, con Roberta Villa protagonista dell’incontro La cura comincia dall’accesso, dialogo che affronterà il tema della salute come diritto, partendo dall’importanza di poter comprendere correttamente le informazioni scientifiche e sanitarie per fare scelte consapevoli e contrastare la disinformazione.

Il 26 novembre, sempre alle 18, con Angelica De Vito sarà protagonista dell’incontro I luoghi che ci trasformano: spazi, case e territori saranno letti come possibili luoghi di appartenenza e costruzione di comunità, in una riflessione che intreccia migrazioni climatiche, integrazione e rigenerazione dei territori.

Chiuderà la rassegna il 3 dicembre alle 18 Mario Calderini con Le regole del gioco, un confronto sul ruolo di cittadini, istituzioni e organizzazioni nella costruzione di modelli sociali innovativi, replicabili e capaci di generare impatto.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Anche un vodcast

La rassegna non si esaurirà negli appuntamenti in presenza. Ogni incontro sarà infatti videoregistrato e trasformato in un vodcast, che sarà poi reso disponibile sui canali di Intesa Sanpaolo, consentendo di ampliare la platea e rendere i contenuti accessibili anche online.

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In apertura e nel testo foto da ufficio stampa Intesa Sanpaolo

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Targa Florio Classica parte da Palermo, La Russa “La gara più antica al mondo”

15 Ottobre 2026 ore 20:34
Targa Florio Classica parte da Palermo, La Russa

PALERMO (ITALPRESS) – “La Targa Florio è una gara unica, la gara più antica al mondo. Una grande accoglienza di pubblico e di appassionati qua a Palermo, ACI da sempre vicino alla Targa Florio, e ora ancora di più verso il futuro di questa gara”. Lo ha detto il presidente dell’Automobile Club d’Italia Geronimo La Russa, per la cerimonia di partenza della Targa Florio Classica 2026: la manifestazione, realizzata in collaborazione con l’Automobile Club d’Italia, è un appuntamento decisivo del Campionato Italiano Grandi Eventi e Ferrari Tribute to Targa Florio con 200 straordinarie vetture al via dalla piazza Piazza Verdi, davanti al teatro Massimo a Palermo.
xd6/mrc/gsl

Barachini “Dobbiamo sostenere il giornalismo e garantire la trasparenza nell’era dell’intelligenza artificiale” / Video

15 Ottobre 2026 ore 19:45
Barachini “Dobbiamo sostenere il giornalismo e garantire la trasparenza nell’era dell’intelligenza artificiale” / Video

CATANIA (ITALPRESS) – “Dobbiamo utilizzare l’innovazione con trasparenza e corresponsabilità, mantenendo sempre un controllo umano”. Lo ha detto Alberto Barachini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Informazione e all’Editoria, intervenendo sul ruolo dell’intelligenza artificiale nel settore dell’informazione e sulla necessità di tutelare il giornalismo durante il Festival della Cultura Finanziaria 2026.

“Non c’è ambito che abbia bisogno di maggiore trasparenza dell’informazione finanziaria e della formazione economica, che incidono direttamente sulla vita dei cittadini” ha sottolineato Barachini, evidenziando l’importanza di ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni, politica e cittadini. “Il ruolo del giornalismo è proprio questo: raccontare la verità e la realtà, verificando i fatti. Possiamo farlo con tutti gli strumenti di innovazione possibili, ma mantenendo sempre un controllo e una responsabilità umani”.

Il sottosegretario ha richiamato anche i rischi legati alla disinformazione, che “ha un peso molto forte nelle nostre vite, anche se a volte non ce ne rendiamo conto”. Secondo Barachini, occorre prestare attenzione ai flussi informativi, spesso governati da grandi società internazionali con interessi economici nella distribuzione delle notizie, affinché non condizionino la formazione dei cittadini e, soprattutto, dei giovani. Sul sostegno al comparto editoriale, Barachini ha assicurato che il Governo è impegnato a “continuare a portare risorse al settore dell’informazione e a sostenere l’aiuto pubblico”, in una fase in cui il sistema è esposto a una crescente pressione sui canali di distribuzione delle notizie. “Dobbiamo sostenere il racconto nazionale del nostro Paese. Un territorio complesso come l’Italia, con così tanti Comuni, ha bisogno di informazione territoriale, locale e di un racconto nazionale”, ha concluso il Sottosegretario di Stato all’informazione e l’editoria da Catania.

IL VIDEO

 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Anas, il progetto di digital communication fa tappa in Calabria

15 Ottobre 2026 ore 17:59
Anas, il progetto di digital communication fa tappa in Calabria

CATANZARO (ITALPRESS) – Approda in Calabria il progetto di digital communication di Anas, un viaggio sulla rete stradale e autostradale per testimoniare l’impegno che quotidianamente il personale Anas mette nella gestione e nella manutenzione delle strade, ma anche nel completamento e potenziamento dei grandi itinerari, per un’Italia sempre più connessa.
fsc/azn

Orsini “Mettere al centro competitività e salvaguardare le industrie europee”

15 Ottobre 2026 ore 17:54
Orsini

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Serve mettere al centro la competitività e salvaguardare le industrie europee, in un momento in cui Stati Uniti e Cina stanno giocando la partita e l’Europa purtroppo sta facendo solo l’arbitro”. Così il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a margine dei suoi incontri con le istituzioni europee a Bruxelles. Commentando il dibattito sul quadro finanziario pluriennale Ue, Orsini ha sottolineato la necessità di incrementare il bilancio dell’Unione anziché ridurlo, indicando come priorità imprescindibili la coesione e il sostegno alla competitività industriale.

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In Italia 430mila bambini e ragazzi sono costretti a rinunciare a cibo e socialità

15 Ottobre 2026 ore 18:19

L’Italia non soltanto fa sempre meno figli: è anche un Paese nel quale il peso del caro vita grava sulle generazioni più giovani, dall’infanzia all’ingresso nella vita adulta. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette, per ragioni economiche, a rinunce che riguardano l’alimentazione o la socialità. C’è chi non può permettersi ogni giorno frutta e verdura o un pasto proteico, per esempio a base di carne, pesce o equivalente vegetariano, e chi non può invitare ogni tanto gli amici a casa per giocare o mangiare qualcosa. Nel 2021 erano il 5,3%, circa 419mila. 

È quanto emerge dalla nuova analisi di ActionAid sulla povertà alimentare in Italia, che legge il fenomeno attraverso punti di vista differenti: le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. Il segnale più forte riguarda i bambini tra i 6 e gli 11 anni. In questa fascia d’età, tra il 2021 e il 2024, la quota di chi sperimenta problemi nell’accesso al cibo e alla sua socialità passa dal 3,8% al 6,8%: circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. Le difficoltà economiche possono tradursi anche nella rinuncia a libri extrascolastici, gite, attività di svago o vestiti nuovi. La casa rappresenta una delle principali uscite con cui deve competere la spesa alimentare: quando il bilancio si restringe, il cibo può diventare la voce su cui si interviene riducendo quantità, qualità o ricorrendo ad aiuti. Questa pressione pesa anche sui minori: tra chi vive in una casa di proprietà senza mutuo, le difficoltà alimentari o sociali riguardano il 3,6%; tra chi vive in affitto salgono al 12%, sia nel mercato libero sia negli alloggi a canone agevolato. Oltre tre volte tanto. 

La difficoltà economica può pesare anche nel passaggio alla vita adulta. Tra le persone a rischio di povertà, la deprivazione alimentare riguarda il 27,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. Ma gli anziani non sono al riparo: tra i 65 e i 74 anni l’incidenza è infatti elevata, al 27,2%. Tuttavia, la fragilità colpisce una fase della vita in cui si dovrebbe raggiungere l’autonomia, trovare stabilità lavorativa e sostenere il costo di una casa, mentre per gli over 75 la maggiore continuità dei redditi pensionistici può rappresentare un elemento di relativa protezione.  

«Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile. Le rinunce cominciano dal cibo e dalla possibilità di invitare un amico a casa, continuano negli anni dello studio e arrivano alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione che permettano di costruire una vita autonoma. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, ma di riconoscere che la stabilità per le nuove generazioni arriva sempre più tardi e a un costo sempre più alto», dichiara Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare per ActionAid Italia. 

L’analisi di ActionAid restituisce un quadro di impoverimento progressivo che riguarda l’intera popolazione. Nel 2024 la quota di persone in povertà alimentare è pari al 12,7%, in aumento rispetto all’11,8% del 2023. In termini assoluti si tratta di oltre 6,4 milioni di persone. Il Sud e le Isole restano l’area più colpita, con un’incidenza del 17,4%, ma la novità più significativa arriva dal Nord. Qui la quota di persone in difficoltà passa dal 7,6% del 2023 all’11,2% del 2024, con circa 884mila persone in più coinvolte. In Lombardia, l’incidenza passa dall’8,3% al 14,5% – sono circa 1,25 milioni, più 535mila in un solo anno; in Veneto sale dal 9,5% al 13,5%. Il fenomeno si sta quindi diffondendo anche in territori tradizionalmente meno esposti, senza però spostarsi dal Mezzogiorno, dove si concentrano ancora le incidenze più elevate: la Calabria raggiunge il 35,7%, il valore regionale più alto, in ulteriore crescita rispetto al 31,7% del 2023. A preoccupare è anche il cambiamento del profilo delle persone coinvolte: la deprivazione cresce tra gli occupati, dall’8,7% al 10,5%, e riguarda sempre più anche persone e famiglie non classificate a rischio di povertà.  

«Questo non significa che le fasce più fragili siano meno esposte, ma che l’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia sta allargando l’area della vulnerabilità. Questi dati interrogano l’adeguatezza degli attuali approcci di contrasto. Bisogna affiancare all’aiuto alimentare risposte più strutturali in grado di contrastare efficacemente il fenomeno e promuovere il diritto ad una alimentazione adeguata», conclude Sensi. 

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La povertà assoluta non arretra: nel Mezzogiorno colpisce quasi un adolescente su cinque

15 Ottobre 2026 ore 17:17

La povertà non accenna a diminuire, nel nostro Paese, ma resta pressoché immobile rispetto allo scorso anno: 5,4 milioni di persone non possono permettersi i beni e i servizi considerati essenziali per una vita dignitosa. Tra loro, 1,13 milioni sono bambini e ragazzi. È la fotografia dell’Italia nel 2025 restituita dal nuovo rapporto Istat sulla povertà: rispetto al 2024, le stime nazionali diminuiscono leggermente, ma rispetto a 10 anni fa la situazione si è pesantemente aggravata. 

Povertà assoluta:  in 10 anni è aumentata di quasi 2 punti

Nel 2025 le persone in povertà assoluta sono circa 5 milioni e 435mila, contro 5 milioni e 744mila nel 2024. L’incidenza passa dal 9,8% al 9,3%. Le famiglie sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale, rispetto ai 2,2 milioni e all’8,4% dell’anno precedente. Trattandosi di stime campionarie, questi scarti non permettono di parlare di una riduzione del fenomeno. Il confronto più significativo è invece quello con il 2015: in dieci anni, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata di quasi due punti percentuali (da 7,4 a 9,3%). 

In povertà assoluta oltre il 12% dei minori

Preoccupa soprattutto il dato sui minori: il 12,5% è in povertà assoluta. La quota è inferiore al 13,8% del 2024, ma la differenza non è statisticamente significativa. Un miglioramento significativo si registra invece nella fascia tra 7 e 13 anni, dove l’incidenza scende dal 14,9% al 12,1%. Resta ampio il divario rispetto al 2015: allora era povero il 9,4% dei minori, 3,1 punti percentuali in meno rispetto a oggi.

La presenza di figli continua ad accompagnarsi a una maggiore esposizione alla povertà: tra le famiglie con almeno tre minori, la quota è del 20,4%, dato leggermente migliore rispetto al 22,3% del 2024. Le famiglie povere in cui vive almeno un minore sono 656mila, l’11,2% del totale delle famiglie con minori: nel 2024 erano 734mila, pari al 12,3%.

La povertà tra giovani e anziani

Anche tra i giovani di 18-34 anni il disagio resta elevato: quasi 1,2 milioni sono in povertà assoluta, il 12,1%. In questo caso, la situazione è leggermente peggiorata rispetto all’11,7% del 2024. Nel confronto decennale, l’incidenza risulta superiore di 2,2 punti.

Gli anziani rimangono meno esposti delle altre fasce d’età, ma anche per loro il livello attuale supera quello di dieci anni fa: il 6,1% degli ultrasessantacinquenni è in povertà assoluta, rispetto al 4,5% del 2015.

La povertà tra gli adolescenti del Sud

Anche il luogo in cui si cresce conta. Nel Mezzogiorno è in povertà assoluta il 15,2% dei minori, contro l’11,2% del Nord e il 10,7% del Centro. Tra gli adolescenti di 14–17 anni residenti nel Mezzogiorno la quota raggiunge il 17,8%: quasi uno su cinque. Nel 2024 era il 15,7%.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

Lavoro e povertà: in difficoltà il 14,3% delle famiglie operaie

Avere un’occupazione protegge, ma non mette sempre al riparo. Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,7%. Le differenze tra le posizioni professionali sono marcate: quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato, è povero il 14,3% delle famiglie. Conta anche il titolo di studio: è in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, contro l’11,9% di quelle in cui ha al massimo la licenza media. Il divario diventa particolarmente evidente restringendo lo sguardo alle famiglie con minori: quando la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato, l’incidenza è del 4,2%; se è operaio o assimilato, del 15,5%, quasi quattro volte tanto. 

Affitti e povertà: quasi un milione di famiglie non arriva ai consumi essenziali

Il rapporto tra condizione economica e abitativa è particolarmente netto. Nel 2025 sono 999mila le famiglie in affitto in povertà assoluta: il 20,9% degli affittuari, contro il 4,5% dei proprietari. Tra le famiglie con minori in affitto, è povero il 28,7%, un dato nettamente superiore rispetto al 6% relativo alle famiglie proprietarie di casa. Pesa anche la cittadinanza: è povero il 14,9% delle famiglie in affitto di soli italiani, contro il 32,8% di quelle con almeno uno straniero.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?

Famiglie straniere: un miglioramento, ma il divario resta ampio

Un segnale di miglioramento significativo riguarda le famiglie con almeno un componente straniero: l’incidenza della povertà assoluta scende dal 30,4% al 26,7%. Tra quelle composte soltanto da stranieri passa dal 35,2% al 29,4%. Resta però una distanza molto ampia dalle famiglie di soli italiani, per le quali la quota è del 5,9%. Il miglioramento riguarda anche le famiglie con minori composte soltanto da stranieri: l’incidenza scende significativamente dal 40,5% al 31,4%.

La geografia della povertà: i miglioramenti nei piccoli comuni

Un dato interessante riguarda la povertà nei piccoli comuni (fino a 50mila abitanti), esclusi  quelli delle periferie metropolitane: qui la povertà familiare diminuisce significativamente dall’8,9% al 7,4%. Il miglioramento si osserva al Centro, dal 7,9% al 5,4%, e nel Mezzogiorno, dall’11% all’8,2%.

Povertà relativa: oltre un terzo delle famiglie con tre figli minori

Anche la povertà relativa rimane stabile: riguarda oltre 2,8 milioni di famiglie (il 10,8%) e quasi 8,7 milioni di persone (il 14,8%). Qui sono particolarmente marcate le differenze territoriali: la povertà relativa riguarda il 19,5% delle famiglie del Mezzogiorno, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro. Tra le famiglie con almeno tre figli minori arriva al 35,5%, oltre tre volte alla media nazionale.

Foto dell’autrice

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L’accessibilità fa viaggiare l’Italia: 38,6 milioni di presenze e investimenti in crescita

15 Ottobre 2026 ore 17:04

Quasi 10 miliardi di euro. È l’impatto economico complessivo del turismo accessibile in Italia. Lo dice il Rapporto dell’IsITT, l’Istituto italiano per il turismo per tutti, associazione nata nel 2009 come naturale evoluzione naturale dell’impegno della Consulta per le Persone in Difficoltà – Cpd. Realizzato con il contributo di Fondazione Crt, è stato presentato al Ttg Travel Experience di Rimini: integra dati economici, analisi delle imprese e approfondimenti sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Ne emerge la fotografia di un mercato in espansione e aperto a nuovi investimenti. Secondo Ivana Jelinic, amministratore delegato di Enit, l’Agenzia nazionale del Turismo, «l’accessibilità nelle nostre destinazioni, nei luoghi e nelle imprese visitati dai turisti, anche quelli con difficoltà permanenti o temporanee, è alla base della crescita sostenibile del comparto turistico italiano».

La presentazione del Rapporto dell’IsITT al Ttg Travel Experience.

I numeri

Nove milioni di arrivi, 38,6 milioni di presenze e un valore aggiunto diretto stimato in 5,3 miliardi di euro. Il turismo accessibile è un settore da 9,8 miliardi di euro nel suo insieme. Una componente sempre più rilevante per l’economia e la competitività del sistema turistico italiano. L’accessibilità, quindi, non rappresenta più soltanto un segmento specialistico dell’offerta, ma una leva strategica di sviluppo, innovazione e qualità dell’accoglienza.

Lo studio si è avvalso delle ricerche di Srm – Centro Studi e Ricerche sulla dimensione economica, imprenditoriale e organizzativa, e di Intesa Sanpaolo Innovation Center, focalizzate sul ruolo dei dati, della tecnologia e dell’innovazione. Mette a disposizione un patrimonio di informazioni utili a comprendere l’evoluzione del turismo accessibile e a orientare le scelte di imprese, destinazioni e istituzioni.

Imprese: più selettive, più consapevoli

Uno dei cambiamenti più significativi registrati riguarda l’approccio delle imprese. Il confronto tra il 2025 e il 2026 evidenzia il passaggio da un interesse diffuso per il settore a una maggiore selettività, accompagnata però da un rafforzamento degli investimenti da parte delle aziende più impegnate. La quota di strutture ancora in fase di valutazione cresce dal 9,5% al 21,1%, mentre diminuisce quella delle imprese già attive o impegnate in percorsi di investimento. Parallelamente, tra le aziende orientate all’accessibilità, la percentuale di chi ha investito negli ultimi tre anni sale dal 79,6% all’84,5%, mentre quella di chi prevede nuovi investimenti nel prossimo triennio passa dal 67,5% al 74,2%. Un segnale che racconta un mercato in fase di maturazione: diminuisce l’interesse generico, ma aumenta la determinazione di chi riconosce nell’accessibilità un fattore concreto di competitività.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Le aziende più orientate all’accessibilità mostrano una maggiore attenzione alla formazione del personale, alla digitalizzazione, all’organizzazione dei servizi e all’integrazione con il territorio. «La tecnologia si conferma un fattore abilitante, ma non una risposta automatica ai bisogni di accessibilità», si legge in una nota stampa. «Dalla qualità e dall’aggiornamento delle informazioni all’interoperabilità delle piattaforme, dalla possibilità di prenotare in autonomia alla mobilità e ai sistemi di orientamento, il vero valore dell’innovazione risiede nella sua capacità di migliorare concretamente l’esperienza di viaggio».

Le prossime sfide

Restano alcune criticità strutturali: la frammentazione delle informazioni, la distanza tra accessibilità dichiarata e accessibilità effettivamente verificabile, la discontinuità dei servizi, la necessità di competenze diffuse e la difficoltà di trasformare le innovazioni sperimentali in soluzioni adottate su larga scala. Per affrontare queste sfide, il Rapporto richiama l’importanza di una governance più integrata delle destinazioni, capace di mettere in relazione operatori turistici, istituzioni, tecnologie, infrastrutture e bisogni dei viaggiatori.

Il Rapporto 2026 si inserisce nel percorso avviato con il Torino Manifesto on Tourism for All 2025, riprendendone i principi e confrontandoli con le nuove evidenze economiche, organizzative e tecnologiche. Da questa riflessione emerge una prospettiva strategica: passare da analisi occasionali a un sistema continuativo di conoscenza e monitoraggio. In questa direzione si colloca l’ipotesi di istituire un Osservatorio IsITT sul turismo accessibile, per integrare dati quantitativi e qualitativi, definire indicatori confrontabili nel tempo e mettere a disposizione strumenti utili per investimenti, politiche e strategie. «I dati mostrano che l’accessibilità non è più un tema marginale, ma una componente della qualità e della competitività del turismo», dichiara Daniela Broglio, presidente di IsITT. «Il nostro obiettivo è mettere in relazione evidenze, innovazione e bisogni delle persone per capire dove sta andando il settore e contribuire a orientarne lo sviluppo».

In apertura, fotografia di Queensland Australia su Unsplash. La fotografia nel testo è di Ufficio stampa IsITT

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Cargo aereo, Maderna (Anama) “Italia perde traffico a vantaggio di altri paesi”

15 Ottobre 2026 ore 16:56
Cargo aereo, Maderna (Anama)

MILANO (ITALPRESS) – Le nuove tariffe sui pacchi extra-Ue rischiano di penalizzare ulteriormente il cargo aereo italiano, già alle prese con il rallentamento dell’e-commerce e le difficoltà legate alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. A lanciare l’allarme è Paolo Maderna, presidente di ANAMA, l’Associazione Nazionale Agenti Merci Aeree, intervistato da Italpress. “Anche solo l’annuncio dei 2 euro di handling iniziali, fatto alla fine dell’anno scorso, aveva già portato una riduzione di più del 30% del traffico in Italia”, sottolinea Maderna, aggiungendo che “Molti traffici sono stati dirottati, quindi il sistema Italia ha perso traffico”.

col5/gsl

Il 23 ottobre a Milano la quarta edizione del Forum del Commercio Internazionale

15 Ottobre 2026 ore 15:05
Il 23 ottobre a Milano la quarta edizione del Forum del Commercio Internazionale

ROMA (ITALPRESS) – Come cambiano le strategie delle imprese italiane di fronte ai dazi, alle tensioni geopolitiche e alle nuove regole del commercio internazionale? È la domanda al centro della quarta edizione del Forum del Commercio Internazionale, in programma il 23 ottobre all’Hotel Excelsior Gallia di Milano. Il titolo scelto per quest’anno è “Nuove rotte del commercio globale. Come le imprese si adattano al cambiamento e anticipano le sfide”. Il programma è stato presentato questa mattina nella sala stampa della Camera dei deputati. Promossa da ARcom Formazione, l’iniziativa riunirà rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee, imprese ed esperti di economia, geopolitica, logistica e dogane. Nel corso della giornata saranno presentati i risultati di un’indagine realizzata da Noto Sondaggi su 200 aziende esportatrici italiane, per comprendere come i dazi statunitensi e le nuove regole commerciali stiano incidendo sulle attività delle imprese, quali contromisure siano state adottate e come stiano cambiando le strategie di accesso ai mercati internazionali. Alla conferenza stampa sono intervenuti il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale Massimo Dell’Utri, la vicepresidente della X Commissione della Camera Ilaria Cavo, la senatrice Raffaella Paita, la direttrice scientifica di ARcom Formazione Sara Armella e il direttore generale di Confetra Andrea Cappa. Dai loro interventi è emersa la necessità di rafforzare il dialogo tra istituzioni e imprese per affrontare un contesto nel quale le decisioni politiche, le barriere commerciali e le trasformazioni tecnologiche incidono sempre più sulle scelte economiche. “Il Forum è un momento importante e di grande attenzione che riguarda il commercio estero”, ha dichiarato Dell’Utri, richiamando le difficoltà di una fase internazionale segnata da una crisi geopolitica che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata difficile da immaginare. Le tensioni tra le principali potenze e il ricorso a misure protezionistiche rendono più complesso operare sui mercati esteri, aumentando l’incertezza per le aziende che esportano. In questo scenario, il confronto tra istituzioni e sistema produttivo diventa importante per individuare risposte alle nuove criticità e sostenere la presenza delle imprese italiane sui mercati internazionali. Per Ilaria Cavo, le difficoltà non devono far dimenticare le opportunità offerte dai risultati dell’export italiano.

La deputata ha richiamato il dato relativo al superamento del Giappone per valore delle esportazioni, sottolineando l’importanza di analizzare questo risultato per comprendere i punti di forza del sistema produttivo e le possibilità di ulteriore crescita. “L’Italia deve essere un ponte e l’Europa deve riuscire a negoziare sempre più unita”, ha affermato Cavo, indicando nella capacità dell’Unione europea di presentarsi con una posizione comune una condizione fondamentale per affrontare la concorrenza internazionale. La coesione europea è particolarmente importante quando si tratta di negoziare con le grandi economie e difendere gli interessi delle imprese, soprattutto delle piccole e medie aziende, che dispongono di minori risorse per affrontare autonomamente i cambiamenti del quadro commerciale. Il confronto tra settore pubblico e privato è anche alla base del Forum. “Il Forum nasce per cercare confronto tra settore pubblico e privato”, ha spiegato Sara Armella, direttrice scientifica di ARcom Formazione. Le analisi geopolitiche, ha osservato, possono aiutare le aziende a interpretare gli scenari internazionali, valutare i rischi e scegliere come muoversi nei diversi mercati. In una fase in cui le decisioni politiche possono modificare rapidamente le condizioni degli scambi, conoscere l’evoluzione delle regole commerciali e dei rapporti tra Paesi diventa parte integrante della pianificazione aziendale. La sfida è favorire l’apertura dei mercati e, allo stesso tempo, creare condizioni che consentano alle imprese di competere in un contesto sempre più complesso. Il Forum, gratuito e accessibile anche in diretta streaming, punta a offrire uno spazio di approfondimento e confronto sulle soluzioni possibili. La senatrice Raffaella Paita ha posto l’accento sull’incertezza generata dai dazi statunitensi e sulle ricadute per le aziende italiane. Le nuove barriere commerciali possono incidere sui costi, sui margini e sulla capacità delle imprese di mantenere la propria posizione nei mercati di destinazione, spingendole a valutare strategie alternative. A rendere più articolato il quadro contribuiscono anche l’innovazione tecnologica e il crescente peso di economie come l’India, che stanno modificando gli equilibri del commercio mondiale. Secondo Paita, le aziende hanno bisogno di un’Europa meno burocratica, capace di accompagnare i cambiamenti anziché aggiungere ostacoli. La semplificazione delle procedure e una maggiore capacità di risposta da parte delle istituzioni possono aiutare le imprese ad adattarsi più rapidamente e a concentrare risorse e investimenti sullo sviluppo.

Un altro tema centrale riguarda le dogane, la cui efficienza può incidere direttamente sulla competitività delle imprese. “Come viene applicato il Codice doganale determina la competitività delle nostre imprese sui mercati globali”, ha sottolineato Andrea Cappa, direttore generale di Confetra. Il sistema italiano coinvolge diverse amministrazioni pubbliche e il modo in cui queste operano e si coordinano ha conseguenze dirette sui tempi e sui costi delle operazioni di importazione ed esportazione. Per le piccole e medie imprese, procedure complesse o poco uniformi possono tradursi in ulteriori oneri e difficoltà operative. Al contrario, la semplificazione degli adempimenti, la digitalizzazione e un migliore coordinamento amministrativo possono rendere più efficienti le catene logistiche e facilitare l’accesso ai mercati esteri. La riforma doganale europea sarà uno degli argomenti principali della giornata milanese. È previsto l’intervento di Matthias Petschke, direttore della Direzione Dogane della DG TAXUD della Commissione europea, seguito da un confronto con rappresentanti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, della logistica e del mondo imprenditoriale. Al centro del dibattito ci saranno la nuova autorità doganale dell’Unione europea, il Data Hub europeo, il sistema Trust and Check e l’impiego dell’intelligenza artificiale nei controlli. L’obiettivo sarà approfondire come l’evoluzione delle procedure e degli strumenti digitali possa contribuire a rendere i controlli più efficaci e gli scambi più fluidi. Ad aprire i lavori, coordinati dalla giornalista Mariangela Pira e da Sara Armella, saranno gli interventi istituzionali della sindaca di Genova Silvia Salis, della sottosegretaria di Stato Matilde Siracusano e della deputata Ilaria Cavo. È prevista anche la lettura di un contributo della direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, Ngozi Okonjo-Iweala. Il quadro geopolitico sarà approfondito dall’analista Dario Fabbri, con un intervento dedicato ai nuovi equilibri economici a un anno dall’introduzione dei dazi statunitensi. Seguirà una tavola rotonda sulla competizione globale, alla quale parteciperanno, tra gli altri, gli eurodeputati Brando Benifei e Carlo Fidanza, il professor Giorgio Sacerdoti e rappresentanti di Confindustria, ICE e delle imprese. Il confronto affronterà il rapporto tra politiche commerciali, regole internazionali e strategie industriali, con particolare attenzione alle condizioni necessarie per mantenere competitiva la presenza italiana sui mercati esteri. I risultati dell’indagine di Noto Sondaggi saranno illustrati da Antonio Noto, fondatore e direttore dell’istituto. La ricerca prenderà in esame gli effetti delle barriere commerciali sulle aziende esportatrici, le scelte relative ai mercati di destinazione e i cambiamenti nelle catene di fornitura. L’indagine offrirà una fotografia delle difficoltà incontrate dalle imprese e delle risposte messe in campo, dalla diversificazione dei mercati alla revisione delle strategie commerciali. L’obiettivo è capire come le aziende stiano reagendo a un contesto nel quale le decisioni politiche e le tensioni internazionali incidono sempre più sull’organizzazione delle attività economiche. Nel pomeriggio sono attesi il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il commissario europeo per il Commercio e la Sicurezza economica, Maros Sefcovic, che interverrà con un videomessaggio. Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, approfondirà invece l’impatto dell’intelligenza artificiale sul commercio internazionale. L’innovazione tecnologica sta trasformando la gestione dei dati, i processi logistici e l’analisi dei mercati, aprendo nuove opportunità ma richiedendo anche investimenti e competenze adeguate. La capacità di integrare questi strumenti nei processi aziendali rappresenta un ulteriore fattore di competitività, soprattutto per le imprese chiamate a operare in mercati sempre più dinamici. In programma anche la presentazione del white paper ARGO – Osservatorio sul Commercio Internazionale e di una nuova rivista trimestrale dedicata all’evoluzione degli scambi globali, realizzata da ARcom in collaborazione con Studio Armella & Associati. Sarà inoltre consegnato il Premio Alfiere del Commercio Internazionale, rivolto ai professionisti under 35 che si sono distinti nel settore. Quattro panel e tavoli operativi completeranno la giornata, con approfondimenti sulla competitività delle imprese, la riforma doganale, la gestione dei rischi e le opportunità per il Made in Italy. L’intento è mettere a confronto le esigenze delle aziende con il lavoro delle istituzioni, individuando soluzioni concrete per affrontare le nuove condizioni del commercio mondiale. In uno scenario segnato da dazi, tensioni geopolitiche e cambiamenti normativi, la capacità di anticipare i rischi, diversificare i mercati e adattare le strategie sarà sempre più importante per il futuro dell’export italiano.

– foto ufficio stampa Forum Commercio Internazionale –

(ITALPRESS).

Gorno Tempini “Italia stabilmente parte portafogli internazionali per investire”

15 Ottobre 2026 ore 14:57
Gorno Tempini

MILANO (ITALPRESS) – “L’Italia è ora ‘place to be’, un luogo in cui investire, grazie alla stabilità e alla gestione delle finanze pubbliche. Siamo usciti da una fase nella quale investire in Italia era opportunistico. Oggi l’Italia è stabilmente parte dei portafogli internazionali. Così il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini, intervenendo al Cdp Investor Day.

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UniCredit, la Sicilia punta sull’attrattività e sul ruolo di polo produttivo del Mediterraneo

15 Ottobre 2026 ore 14:55
UniCredit, la Sicilia punta sull’attrattività e sul ruolo di polo produttivo del Mediterraneo

CATANIA (ITALPRESS) – Rafforzare le imprese, valorizzare il capitale umano e rendere la Sicilia più attrattiva per gli investimenti nazionali e internazionali. Sono le direttrici emerse dal Forum dei Territori di UniCredit, che si è svolto a Palazzo degli Elefanti, a Catania, riunendo rappresentanti del mondo economico, istituzionale e accademico per un confronto sulle prospettive di sviluppo dell’Isola.

Ad aprire i lavori è stato il presidente di UniCredit, Pier Carlo Padoan, che ha richiamato le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e dalla valorizzazione delle risorse locali, in un contesto internazionale complesso. “La situazione globale che stiamo vivendo, purtroppo, non è positiva ed è fonte di problemi, ma anche di opportunità” ha affermato, indicando nell’innovazione tecnologica e nella capacità di mettere in rete territori e istituzioni due leve decisive per la crescita. Secondo Padoan, la frammentazione territoriale e istituzionale rischia di ostacolare la diffusione dell’innovazione. Per questo, ha sottolineato, occorre creare occasioni di confronto e strumenti capaci di mettere a sistema le potenzialità locali. Un percorso nel quale la Sicilia può puntare soprattutto sul capitale umano. “Quale capitale può essere particolarmente importante per la Sicilia? Quello umano, di cui l’Isola è particolarmente dotata”, ha spiegato il presidente di UniCredit in video collegamento con Palazzo degli Elefanti, richiamando il contributo dei giovani che scelgono di restare, investire le proprie energie sul territorio o tornare per avviare nuove attività.

Formazione, istituzioni, innovazione tecnologica e infrastrutture devono quindi concorrere a una strategia comune, capace di trasformare le risorse disponibili in crescita economica duratura. Un quadro che presenta segnali incoraggianti, ma anche elementi di fragilità. A delinearli è stato Luca Bianchi, presidente di Svimez, che ha illustrato i dati relativi all’andamento dell’economia siciliana. “La Sicilia ha partecipato alla ripresa post Covid con risultati anche migliori della media del Mezzogiorno, con un dato importante che è stato la ripresa della crescita industriale dopo tanti anni di deindustrializzazione” ha detto. A preoccupare è però la possibilità che il ciclo positivo perda slancio. “Questa crescita, trainata soprattutto dalla finanza pubblica e dal PNRR, rischia di indebolirsi e, soprattutto, l’effetto dell’aumento dell’inflazione, con salari bassi, rischia di ridurre il potere d’acquisto delle famiglie”. Il rischio, ha avvertito il presidente Svimez da Catania, è quello di una regione “un po’ più solida da un punto di vista economico, ma più fragile da un punto di vista sociale”.

Tra i nodi da affrontare figurano la frammentazione del tessuto produttivo, la scarsa presenza di grandi imprese, le carenze infrastrutturali e la difficoltà di distribuire i flussi turistici lungo tutto l’anno. Criticità che si affiancano alle opportunità legate alle risorse pubbliche ed europee e all’interesse degli investitori internazionali per settori come energia, logistica e innovazione.

In Sicilia sono attive circa 370 mila imprese. Per sostenerne lo sviluppo, il Regional Manager della Region Sicilia di UniCredit, Salvatore Malandrino, ha indicato la necessità di favorire la crescita dimensionale e sostenibile delle aziende, rafforzare le filiere tradizionali e sviluppare quelle strategiche, a partire da meccatronica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, energia e infrastrutture. Un percorso che può beneficiare anche degli investimenti avviati attraverso il PNRR e la Zona economica speciale unica.

Tra i comparti con maggiori margini di crescita c’è il turismo, che rappresenta circa il 4% dell’economia regionale e coinvolge una filiera estesa, dall’ospitalità ai trasporti, dalla ristorazione ai servizi culturali e ricreativi. Il settore conta oltre 32 mila imprese attive e genera un valore della produzione pari a circa 6 miliardi di euro. Il Forum ha approfondito anche il contributo delle produzioni cinematografiche alla promozione della destinazione Sicilia, con un intervento di Marco Grifoni, amministratore delegato della casa di produzione Palomar. Cinema e serie televisive possono infatti contribuire a rafforzare la riconoscibilità internazionale dell’Isola e ad alimentare i flussi turistici.

“Sono fondamentali gli investimenti focalizzati sull’innalzamento della qualità e della varietà dell’offerta turistica, ma anche sulla valorizzazione dell’unicità del nostro patrimonio“, ha sottolineato Malandrino, evidenziando la necessità di un ulteriore impegno di sistema per trasformare la visibilità della Sicilia in risultati economici concreti.

L’obiettivo del Forum è stato proprio individuare le leve per rafforzare il brand Sicilia nel medio e lungo periodo, attraverso quattro ambiti di intervento: impresa, proiezione internazionale, incoming e giovani. Un confronto che, come ha ribadito Remo Taricani, Deputy Head of Italy di UniCredit, punta a sostenere le potenzialità del territorio. “La Sicilia dispone di energie imprenditoriali, talenti e asset competitivi che possono renderla sempre più attrattiva e protagonista nel panorama nazionale e internazionale. Come UniCredit vogliamo continuare a fare la nostra parte, mettendo a disposizione risorse, competenze e una presenza radicata sul territorio per sostenere uno sviluppo duraturo e inclusivo”, ha dichiarato Salvatore Malandrino.

A confermare il ruolo della banca nell’economia regionale sono i dati sui finanziamenti. Nel 2025 UniCredit ha concesso in Sicilia nuovi finanziamenti per circa 1,6 miliardi di euro, in crescita del 20% rispetto al 2024, con oltre la metà delle risorse destinate alle imprese. Nel primo semestre del 2026 le nuove erogazioni hanno raggiunto 1,1 miliardi, di cui 624 milioni a favore delle aziende, con un incremento del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La banca conta nell’Isola quasi 900 mila clienti, tra cui oltre 70 mila imprese, e una quota di mercato del 21,8%.

Nel corso della giornata è intervenuto anche Nico Torrisi, alla guida dell’Advisory Board Sicilia di UniCredit. La tavola rotonda “Riflessioni sull’attrattività: Imprese, Export, Istituzioni, Turismo, Formazione e Capitale Umano a confronto”, moderata dalla giornalista di Class CNBC Janina Landau, ha riunito Giosy Romano, capo Dipartimento per il Sud e coordinatore della ZES unica, Donato Piscuoglio, Head of Real Estate di Arrow Global Italia, Lucio Colombo, presidente del Digital Innovation Hub Sicilia, Enrico Foti, rettore dell’Università degli Studi di Catania, José Rallo, amministratore delegato di Donnafugata, e Marco Anfuso, CEO di Regran.

Al centro del confronto, la possibilità di trasformare le risorse e le competenze già presenti in Sicilia in un sistema economico più competitivo, capace di attrarre investimenti, sostenere l’occupazione e consolidare il ruolo dell’Isola come polo produttivo nel Mediterraneo.

– foto xo5/Italpress –

(ITALPRESS).

Cdp, Scannapieco “Abbiamo 550 investitori, sempre più internazionali”

15 Ottobre 2026 ore 14:12
Cdp, Scannapieco

MILANO (ITALPRESS) – “Oggi abbiamo circa 550 investitori, in maniera crescente internazionali che comprano i nostri prodotti finanziari, i nostri bond emessi sul mercato, siamo usciti di recente anche con un bond in dollari e vogliamo mantenere il filo diretto e comunicare con gli investitori come si evolve Cassa, quali sono le attività che fa. Quando uno parla con gli investitori internazionali, anche rappresentare le sfide e come il Paese sta reagendo alle varie sfide economiche e geopolitiche, è un modo per far conoscere meglio e far apprezzare”. Così l’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, durante il Cdp Investor Day.
xm4/ads/azn

Casa, in Europa il Cese chiede tecniche di costruzione più moderne per aumentare l’offerta

15 Ottobre 2026 ore 13:06

 I giorni dell’emergenza abitativa dell’Ue potrebbero essere contati, con una potenziale soluzione all’orizzonte, cioè moderni metodi di costruzione (Mcm). Sfruttando il loro potenziale, l’Ue potrebbe ridurre i costi di costruzione, abbreviare i tempi di costruzione e ridurre l’impronta di carbonio, sostenendo l’economia circolare nel settore delle costruzioni. – È questa la ferma convinzione che il Cese ha espresso nel suo parere sul tema Rendere l’edilizia abitativa accessibile – Aumentare i moderni metodi di costruzione e ridurre i costi , adottato nella sessione plenaria di settembre.

 Elaborato da John Comer e Thomas Kattnig, il parere è stato richiesto dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea e affronta la questione della carenza di alloggi. Più specificamente, il parere affronta le condizioni quadro necessarie per aumentare l’offerta di alloggi riqualificati, ristrutturati e nuovi e fornisce orientamenti agli attori pertinenti sull’attuazione di metodi di costruzione moderni.

 «I moderni metodi di costruzione possono diventare un pilastro fondamentale degli alloggi a prezzi accessibili, ma solo se l’innovazione, la qualità, i diritti dei lavoratori e gli obiettivi di interesse pubblico progrediscono insieme» ha dichiarato Comer. «I moderni metodi di costruzione non devono essere considerati semplicemente una questione tecnologica o orientata al mercato, ma devono far parte di una più ampia strategia sociale, di mercato del lavoro, di accessibilità economica e di politica industriale», ha ribadito Kattnig.

Potenziamento della capacità industriale per i moderni metodi di costruzione

Il settore delle costruzioni rimane caratterizzato da una crescita della produttività relativamente bassa e da catene di approvvigionamento frammentate. I moderni metodi di costruzione possono contrastare questi problemi perché si basano su tecniche innovative di produzione fuori sede e in loco progettate per costruire strutture di qualità superiore più velocemente e in modo più efficiente rispetto agli approcci edilizi tradizionali. Tra gli esempi figurano il potenziamento degli approcci industrializzati come l’edilizia modulare, prefabbricata e fuori sede.

I moderni metodi di costruzione hanno quindi il potenziale per ridurre i costi e i tempi complessivi di costruzione e aumentare la precisione strutturale, il controllo di qualità, la capacità e la produttività del settore. Inoltre, essendo più rispettosi dell’ambiente, contribuiscono anche al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) delle Nazioni Unite. Ciò è della massima importanza, in quanto è essenziale che gli edifici costruiti con moderni metodi di costruzione mantengano la stessa qualità e valore a lungo termine delle case costruite tradizionalmente.  

Per raggiungere questi obiettivi, i moderni metodi di costruzione hanno bisogno di una capacità industriale sviluppata. Per questo motivo il Cese sostiene che l’Ue deve portare avanti investimenti mirati per aumentare la capacità industriale di produrre sistemi di prefabbricazione e costruzione fuori sito.

Tutti gli attori devono collaborare per combattere la frammentazione

Il Comitato sottolinea inoltre che gli Stati membri, la Commissione, l’Alleanza per l’edilizia abitativa e tutte le parti interessate hanno un ruolo da svolgere nel promuovere la normazione, eliminare la frammentazione delle normative e garantire che i sistemi per i moderni metodi di costruzione siano certificati e monitorati. 

Pur riconoscendo che ciascuno Stato membro ha una competenza primaria in materia di alloggi, il Cese ritiene che la Commissione dovrebbe contribuire ai piani nazionali in materia di alloggi e promuovere la cooperazione transfrontaliera. 

 Per consentire al settore edile di compiere progressi nell’innovazione, l’Ue deve avviare un meccanismo di finanziamento centrale per incoraggiare e consentire alle Pmi di investire nella digitalizzazione, che non dovrebbe limitarsi ai progetti di costruzione, ma dovrebbe anche essere sfruttato per garantire i diritti dei lavoratori, posti di lavoro di qualità, condizioni di lavoro e interessi dei consumatori.

Il presidente del Cese, Boland

Risolvere la crisi abitativa deve essere una priorità assoluta 

L’emergenza abitativa dell’Ue non è nuova. I prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati di oltre il 60,5 % dal 2013, mentre gli affitti sono aumentati del 28,8 % tra il 2010 e il 2025. Nel 2024 il tasso di onerosità eccessiva dei costi abitativi è stato in media dell’8,2 % nell’Ue. 

In tutta l’Europa, il drammatico mix di inflazione elevata e aumenti salariali e pensionistici insufficienti ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie. Ciò colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, le donne e i giovani. Inoltre, il calo delle nuove abitazioni innesca pressioni sia sui mercati degli acquisti sia su quelli degli affitti, determinando un’inflazione dei prezzi e degli affitti. 

Una serie di fattori aggiuntivi ha ulteriormente esacerbato la crisi abitativa. La pandemia di Covid-19, la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia e l’aumento dei costi dei materiali hanno peggiorato ulteriormente la situazione. In tale contesto, i tassi di interesse sui mutui ipotecari sono raddoppiati e il numero di licenze edilizie rilasciate nell’Ue tra il 2021 e il 2024 è diminuito del 25%.

Il Comitato continua a spingere le istituzioni dell’Ue

Il Cese ha costantemente sollecitato le istituzioni dell’Ue a trovare una soluzione all’emergenza abitativa, adottando una serie di pareri chiave negli ultimi mesi. – Nel suo parere del settembre 2025 sul tema Per un piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili – Il contributo della società civile, il Cese ha esortato la Commissione a elaborare un piano d’azione per far rispettare il diritto fondamentale all’alloggio.

– A marzo 2026, a seguito di una presentazione della Commissione sul piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili nel dicembre 2025, il Comitato ha adottato un parere sul tema Affrontare la carenza di alloggi attraverso politiche abitative a prezzi accessibili, sostenibili e orientate alle famiglie, in cui chiede misure più ambiziose per affrontare la crisi strutturale degli alloggi.

– Nel suo parere del luglio 2026 sulla strategia dell’Ue per l’edilizia abitativa, il Cese ha esortato la Commissione a presentare rapidamente le iniziative annunciate nel quadro della strategia, comprese le condizioni quadro necessarie affinché l’edilizia funga da catalizzatore per alloggi sostenibili, di alta qualità e a prezzi accessibili.

Attualmente il Cese sta valutando la legge sugli alloggi a prezzi accessibili, che la Commissione europea ha presentato lo scorso 9 settembre, e dovrebbe adottare un parere sulla legge dell’Ue sugli alloggi a prezzi accessibili a dicembre 2026.

Foto: Tom Rumble/Unsplash


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Turismo, Francorosso si rinnova e lancia i viaggi al femminile

15 Ottobre 2026 ore 12:58
Turismo, Francorosso si rinnova e lancia i viaggi al femminile

RIMINI (ITALPRESS) – Francorosso cambia volto e “guarda al futuro”. Lo storico brand di Alpitour World ha deciso di puntare su un segmento in grande espansione, quello del turismo al femminile. Il marchio riparte da un nuovo logo per aggiornare la propria identità visiva. In occasione del Ttg Travel Experience di Rimini, Francorosso ha infatti lancia la linea “DiscovHer” con itinerari pensati esclusivamente per le viaggiatrici. Un progetto concepito in collaborazione con il format Donnavventura.
f09/fsc/azn
(video in collaborazione con Alpitour)

Forum territori a Catania, Malandrino “Momento complesso ma ricco opportunità”

15 Ottobre 2026 ore 12:27
Forum territori a Catania, Malandrino

CATANIA (Italpress) – “Abbiamo scelto di dedicare il Forum dei Territori all’attrattività della Sicilia perché questo è un momento complesso, ma ricco di opportunità. La crescita del Pil e il rafforzamento della base industriale ci dicono che è il momento di fare sistema per valorizzare il brand Sicilia nel mondo. Le 370 mila imprese attive rappresentano la forza del nostro tessuto economico, ma dobbiamo affrontare insieme le criticità legate alla frammentazione produttiva e alla carenza di grandi imprese. L’obiettivo è mettere in rete le eccellenze, le filiere e le potenzialità del territorio per rafforzarne la competitività e l’attrattività internazionale”.
Lo ha dichiarato il Regional Manager Sicilia di UniCredit, Salvatore Malandrino, aprendo il Forum dei territori 2026 in svolgimento a Palazzo degli Elefanti a Catania.

xo5/pc/gtr

Ad agosto il debito pubblico in lieve calo a 3.200,8 miliardi

15 Ottobre 2026 ore 11:03
Ad agosto il debito pubblico in lieve calo a 3.200,8 miliardi

ROMA (ITALPRESS) – Lo scorso agosto il debito delle Amministrazioni pubbliche è risultato pari a 3.200,8 miliardi, in diminuzione di 6,1 rispetto al mese precedente. E’ quanto emerge dalla pubblicazione statistica “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” della Banca d’Italia.

Il decremento riflette il calo delle disponibilità liquide del Tesoro (16,6 miliardi, a 59,1), solo parzialmente compensato dal fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (10,4 miliardi) e dall’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,1 miliardi).

Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, la diminuzione del debito è imputabile a quella osservata per le Amministrazioni centrali (6,4 miliardi), in parte compensata dal lieve aumento del debito delle Amministrazioni locali (0,2 miliardi). Il debito degli Enti di previdenza è rimasto invariato.

La vita media residua del debito è lievemente diminuita a 7,8 anni, dai 7,9 del mese precedente.

La quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia ha continuato a diminuire, collocandosi al 16,4 per cento (dal 16,6). A luglio (ultimo mese per cui questo dato è disponibile) quella detenuta dai non residenti era aumentata al 36,5 per cento mentre quella detenuta dagli altri residenti (principalmente famiglie e imprese non finanziarie) al 14,7 per cento (dal 36,2 e 14,6 per cento, rispettivamente).

Ad agosto le entrate tributarie del bilancio dello Stato sono state pari a 56,7 miliardi, in aumento dell’1,2 per cento (0,7 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2025. Nei primi otto mesi del 2026 esse sono state pari a 391,2 miliardi, in aumento del 2,5 per cento (9,4 miliardi) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

Bankitalia, Panetta a Bangkok: “Tensioni geopolitiche frenano lo sviluppo, IA può essere potente strumento per missione della Banca Mondiale”

15 Ottobre 2026 ore 10:55
Bankitalia, Panetta a Bangkok: “Tensioni geopolitiche frenano lo sviluppo, IA può essere potente strumento per missione della Banca Mondiale”

ROMA ITALPRESS) – “Le tensioni geopolitiche, i conflitti e la frammentazione economica stanno assumendo un ruolo sempre più determinante nell’economia globale. Nel 2026, le nuove interruzioni delle forniture di energia e fertilizzanti, nonché delle reti logistiche, hanno alimentato l’inflazione, indebolito la fiducia e limitato i consumi. Gli effetti ricadono in misura sproporzionata sulle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), le cui limitate riserve di bilancio e finanziarie, insieme alla minore diversificazione delle fonti energetiche, ne riducono la capacità di assorbire gli shock. Di conseguenza, in diversi Paesi i progressi sul fronte dello sviluppo hanno subito una battuta d’arresto, mettendo a rischio risultati conseguiti con grande fatica”. Lo afferma il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al 114mo incontro del Development Committee della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale a Bangkok.

“In questo contesto – aggiunge – il nostro Collegio elettorale sostiene fermamente il Gruppo della Banca mondiale (WBG) nei suoi sforzi volti a sviluppare soluzioni e strumenti innovativi per sradicare la povertà e promuovere lo sviluppo attraverso una crescita inclusiva, la creazione di posti di lavoro, gli investimenti nel capitale umano e nelle infrastrutture, un migliore accesso ai finanziamenti e sistemi di protezione sociale solidi. L’azione per il clima, il buon governo, la trasparenza e la parità di genere dovrebbero essere integrati in tutte le strategie e nella loro attuazione. Il multilateralismo e la cooperazione internazionale restano essenziali per conseguire progressi duraturi”.

“L’intelligenza artificiale potrebbe costituire un potente strumento per far avanzare la missione del Gruppo della Banca Mondiale. Il World Development Report 2026 dedicato all’IA rappresenta un contributo quanto mai opportuno che evidenzia come una sua diffusione su larga scala potrebbe incrementare la crescita potenziale nelle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE) di 0,8 punti percentuali all’anno” “Incoraggiamo il WBG a sostenere i Paesi in via di sviluppo nel concretizzare tale potenziale, promuovendo investimenti in infrastrutture digitali ed energetiche, capitale umano e competenze digitali; favorendo approcci regionali alla connettività; e individuando il mix di politiche più adeguato per gestire i rischi connessi. Una rigorosa valutazione dell’impatto sarà fondamentale per acquisire elementi concreti sugli effetti dell’IA in termini di sviluppo e per orientare l’adozione di politiche efficaci”, conclude.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

Istat, 5,4 milioni di persone in povertà assoluta nel 2025

15 Ottobre 2026 ore 10:49
Istat, 5,4 milioni di persone in povertà assoluta nel 2025

ROMA (ITALPRESS) – Nel 2025, si stima che siano oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, stabile rispetto al 2024 (+8,4%), e al 9,3% tra le persone, anch’essa stabile rispetto all’anno precedente (+9,8%). Lo rileva l’Istat.

L’incidenza della povertà assoluta per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

Stabile anche l’incidenza della povertà relativa, che tra le famiglie si attesta al 10,8%, dal 10,9% del 2024, e tra gli individui al 14,8% (dal 14,9%). Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.

– foto di repertorio IPA Agency –

(ITALPRESS).

Solidarietà e partecipazione, così l’arte torna patrimonio della comunità

15 Ottobre 2026 ore 09:47

dagli esperimenti della Tv delle ragazze al divano rosso di Parla con me, autrice, scrittrice, conduttrice elegante, colta, ironica, pungente, Serena Dandini ha condotto programmi che hanno fatto la storia del piccolo schermo e firmato interviste da libro dei ricordi. Due su tutte? Le ricorda lei, il fisico Giorgio Parisi e Annie Lennox, che le confidò il suo desiderio di non cedere alla bitterness e di non lasciare spazio all’amarezza con l’età che avanza. Un obiettivo che Dandini sembra aver fatto suo. «I nostri nonni hanno combattuto contro nazismo e fascismo. Ce la possiamo fare anche noi»: il sorriso è quello di sempre, gli applausi anche.

«La complicità? È fare squadra» e farlo quando nessuno là fuori ci crede. E Dandini di sfide ne ha vinte parecchie: ha portato in tv la comicità delle donne, quando pochissimi lo facevano, ha scoperto talenti, ha ridato vita all’Ambra Jovinelli, un teatro che ha diretto per 10 anni.

Ecco, la sua forza e quel modo di vivere Roma che è un po’ amore infinito, pazienza e resistenza, ebbene tutto questo è stato il filo rosso che ha tenuto insieme il primo incontro di Riflessi, serie di appuntamenti promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico su 4 temi, uno per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

L’accesso agli appuntamenti sarà consentito con un biglietto di 10 euro, il cui intero incasso derivante dalla vendita sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco together home, che dal 1997 accoglie gratuitamente bambini con gravi patologie e le loro famiglie, offrendo una casa vicino agli ospedali pediatrici e il calore di una comunità che li sostiene per tutto il tempo delle cure.

Fondazione Roma ha scelto di raddoppiare la somma complessiva destinata all’associazione, aggiungendo un proprio contributo di pari importo. La cultura diventa così anche un gesto di solidarietà: chi entra a Palazzo Cipolla non assiste soltanto a uno spettacolo ma contribuisce a una causa.

Riflessi Fondazione Roma
da sinistra Daniele Pitteri, direttore artistico di Riflessi, Franco Parasassi, presidente Fondazione Roma, Serena Dandini e Gaia De Laurentiis, prima di salire sul palco per la serata inaugurale di Riflessi

L’arte incontra la creatività e la solidarietà

«Con Riflessi», spiega il presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi, «abbiamo voluto realizzare un modo nuovo di vivere il Museo del Corso – Polo museale, aprendolo alla città e trasformando Palazzo Cipolla in un luogo di incontro, dialogo e partecipazione. Un progetto nel quale il patrimonio artistico incontra la creatività contemporanea e il pubblico diventa parte integrante dell’esperienza culturale».

Riflessi, aggiunge, è anche l’occasione «per affermare il valore sociale della cultura. Destinare l’intero ricavato della rassegna all’Associazione Andrea Tudisco – Together home e raddoppiarlo con un contributo di Fondazione Roma significa trasformare ogni biglietto in un gesto concreto di solidarietà, a sostegno dei bambini affetti da gravi patologie e delle loro famiglie».

Al centro del progetto c’è Roma, intesa non come semplice scenario, ma come comunità, bacino di talenti ed ecosistema culturale contemporaneo. Una città attraversata da scrittori, registi, attori, musicisti, artisti, giornalisti e intellettuali che qui vivono, lavorano o transitano, alimentando quotidianamente il tessuto creativo del Paese.

Serena Dandini protagonista della serata inaugurale di Riflessi, serie di incontri promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico. L’intervento del presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi

La complicità, la pace, la follia, l’uguaglianza

Ognuna delle serate seguirà una propria grammatica: il confronto aperto con l’ospite condotto da Daniele Pitteri (che ha curato la direzione artistica del progetto) affiancato da co-conduttori d’eccezione che si alternano sul palco, Gaia De Laurentiis, Gioia Salvatori e Marco Passiglia, il microfono ceduto alla platea, gli interventi dedicati all’arte, alla poesia, fino all’energia della musica dal vivo.

A scandire il calendario, come dicevamo, sono quattro parole chiave, una per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

La complicità

La complicità è il primo gesto di una comunità: l’istante in cui traiettorie differenti scelgono di condividere un tratto di strada, un’intesa sotterranea o un’alleanza dichiarata. Dopo l’anteprima del 14 ottobre, affidata all’ironia e allo sguardo di Serena Dandini, affiancata dal dialogo musicale tra tradizioni popolari e cantautorato di Eleonora Bordonaro e Diana Tejera, il 20 ottobre protagonista sarà Tosca, in una serata che la vedrà attraversare il racconto e la performance dal vivo.

Il 27 ottobre sarà poi la volta del giornalismo d’inchiesta e umano di Domenico Iannacone, accompagnato dalle trame jazz, elettroniche e mediorientali del duo Candy Cane Snail, formato da Ava Alami e Vittorio Esposito.

La pace

La pace sarà esplorata non come tregua passiva, né come semplice contrario della guerra, ma come processo fragile e quotidiano: una pratica fatta di ascolto, negoziazione, memoria e disponibilità a fare spazio all’altro. Il 3 novembre il tema prenderà corpo attraverso le parole e la memoria civile di Giovanni Grasso, accompagnato dalle architetture vocali e dalla sperimentazione jazz di Leepuma quartet.

Il 17 novembre la narrazione della giustizia, delle ferite sociali e delle contraddizioni urbane sarà al centro dell’incontro con Giancarlo De Cataldo, cui faranno da eco le armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Il 24 novembre il palco accoglierà il maestro Nicola Piovani, tra i più grandi compositori contemporanei, in una serata che ospiterà anche la ricerca sonora intima ed evocativa del duo formato da Martha Deribe e Simone Maggio.

La follia

La follia sarà il confine mobile tra norma e libertà, smarrimento e lampo intuitivo; la capacità di sottrarsi al visibile codificato per spingersi oltre ciò che appare possibile. Il ciclo si aprirà il 1° dicembre con la penna e l’esperienza investigativa di Gianrico Carofiglio, in dialogo sonoro con il prog-jazz della pianista e compositrice Miriam Fornari. L’8 dicembre lo sguardo si sposterà sulla poliedricità cinematografica e musicale di Margherita Vicario, accompagnata dalle suggestioni cantautorali di Chiaré.

Il 15 dicembre la parola passerà all’acutezza giornalistica e al racconto pubblico di Serena Bortone, affiancata al pianoforte dal talento classico e jazz di Enrico Zanisi. Il percorso sulla rottura degli schemi si chiuderà il 22 dicembre con l’energia attoriale di Beatrice Arnera e l’improvvisazione libera e trasversale di due figure di primo piano del jazz italiano, Ada Montellanico e Simone Graziano. 

L’uguaglianza

L’uguaglianza è il riconoscimento dell’uguale valore e dignità di ogni singola voce: un’idea ancora incompiuta e per questo necessaria, senza la quale non esiste cittadinanza. Il nuovo anno si aprirà il 5 gennaio con l’analisi politica e la precisione d’indagine di Alessandra Sardoni, incorniciata dalle tessiture elettroacustiche e vocali di Ludovica Manzo e Ruggero Fornari.

A coronare l’intero percorso, il 12 gennaio, sarà l’intensità scenica e umana di Anna Foglietta, con il gran finale musicale affidato all’eleganza pianistica di una leggenda del jazz internazionale come Enrico Pieranunzi.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La parete a specchio

Negli appuntamenti di Riflessi, precisa la fondazione, il pubblico non è chiamato semplicemente ad assistere, ma a entrare nell’azione, un elemento vivo che dialoga con il palco, reagisce, ispira gli artisti e ne raccoglie le provocazioni. Questa visione trova il suo centro in una parete a specchio, che fa da fondale, e che riflette la sala per tutta la durata dell’incontro.

Non un elemento scenografico, ma una dichiarazione di intenti: guardando la scena, la sala vede costantemente sé stessa. «L’ospite è l’innesco del dialogo, ma il vero soggetto dell’evento è il pubblico che sceglie di radunarsi e rispecchiarsi in quello spazio».

Proprio da qui nasce il nome Riflessi: dalla volontà di creare un luogo nel quale le idee e le persone possano incontrarsi, riconoscersi e restituirsi reciprocamente nuovi punti di vista. Il museo diventa così una piazza contemporanea, uno spazio aperto nel quale il patrimonio incontra la creatività del presente e il pubblico può sentirsi parte di un’esperienza culturale condivisa.

La musica e l’arte

L’arte sarà rappresentata attraverso il patrimonio artistico della fondazione, che diventa parte di questo percorso. Le opere della collezione entreranno nel racconto delle singole serate, selezionate e presentate, attraverso incursioni da attore e momenti narrativi affidati a Dario Battaglia. 

La musica, poi, non sarà un semplice intermezzo, ma uno degli elementi strutturali del live show. Riflessi sarà anche un osservatorio sulle sonorità emergenti, sul jazz contemporaneo e sulle nuove ricerche vocali e strumentali, dando spazio, a giovani talenti e a protagonisti della scena musicale contemporanea.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Il Mef invia alla Commissione Ue e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027

15 Ottobre 2026 ore 08:06
Il Mef invia alla Commissione Ue e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027

ROMA (ITALPRESS) – E’ stato inviato alla Commissione europea e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027. Lo ha reso noto il ministero dell’Economia.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

L’Asia scopre che il boom dell’intelligenza artificiale non basta a proteggerla

15 Ottobre 2026 ore 07:23

Un drone parte per una consegna a Shenzhen, in Cina (AP/LaPresse)

L’Asia continuerà a crescere, ma dovrà fare i conti con rischi sempre più difficili da contenere. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’economia della regione aumenterà del 4,8 per cento nel 2026 e del 4,4 per cento nel 2027, dopo il 5 per cento registrato nel 2025. Le nuove stime, pubblicate giovedì durante gli incontri annuali del Fondo e della Banca mondiale a Bangkok, sono migliori di quelle formulate in aprile, ma indicano comunque un rallentamento. A preoccupare sono soprattutto gli effetti della crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e la possibilità che l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si ridimensioni bruscamente.

Secondo il rapporto del Fmi, i rischi per le prospettive economiche restano orientati al ribasso. Un prolungamento del conflitto mediorientale potrebbe mantenere elevati i prezzi delle materie prime e ridurre le riserve di petrolio, alimentando le pressioni inflazionistiche. Per i Paesi asiatici, molti dei quali dipendono dalle importazioni energetiche, il rincaro del petrolio si traduce in costi maggiori per imprese e famiglie e in una minore capacità di sostenere i consumi.

La frenata sarà più evidente nelle economie emergenti della regione, che restano il principale motore della crescita asiatica. Il Fmi stima per loro un’espansione del 5,1 per cento nel 2026, contro il 5,6 per cento del 2025. Le economie asiatiche avanzate, invece, dovrebbero accelerare dal 2,5 al 3,2 per cento, soprattutto grazie alla spinta del settore dell’intelligenza artificiale.

È proprio questa dipendenza a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Una correzione della domanda di tecnologie legate all’AI potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti in Asia, dove si concentra una parte rilevante della filiera produttiva: dai semiconduttori ai componenti elettronici, fino alle infrastrutture necessarie per alimentare e sviluppare i nuovi sistemi. Un rallentamento degli investimenti rischierebbe quindi di propagarsi dalle aziende tecnologiche al resto dell’economia.

I segnali di nervosismo sono già visibili sui mercati. E a pesare sono state anche le indicazioni di un’inflazione statunitense più sostenuta del previsto, che hanno alimentato le aspettative di tassi d’interesse più elevati.

Il secondo fronte di rischio riguarda il debito. Il rialzo dei rendimenti sui mercati internazionali può trasmettersi alle obbligazioni asiatiche, aumentando i costi di finanziamento per governi e imprese. Le tensioni sui titoli di Stato di grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Paesi dell’Eurozona potrebbero così ripercuotersi sull’intera regione.

Il problema è che molti Paesi asiatici devono già fare i conti con livelli di debito pubblico e fabbisogni di finanziamento elevati. Un irrigidimento improvviso delle condizioni finanziarie aumenterebbe la spesa per gli interessi, riducendo le risorse disponibili per gli investimenti e le politiche economiche. Anche l’incertezza sull’orientamento futuro della Federal Reserve contribuisce alla volatilità dei mercati valutari e dei flussi di capitale. Il Fmi segnala che, dopo lo shock energetico, diverse economie emergenti hanno già subito pressioni al ribasso sulle proprie valute.

Per Krishna Srinivasan, direttore del dipartimento Asia-Pacifico del Fondo, la priorità delle banche centrali deve restare la stabilità dei prezzi. Gli istituti monetari dovrebbero essere pronti a inasprire la politica monetaria nei Paesi in cui le aspettative d’inflazione sono meno stabili o le pressioni sui prezzi risultano persistenti, preservando al tempo stesso la propria indipendenza.

Anche i governi hanno margini di manovra limitati. Con il debito ancora superiore ai livelli precedenti alla pandemia, il Fondo invita a evitare sussidi generalizzati ai carburanti e controlli sui prezzi, misure che rischiano di diventare costose e poco efficaci. Gli interventi fiscali, sostiene l’Fmi, dovrebbero essere temporanei e mirati alle fasce più esposte.

La resilienza dimostrata finora dall’Asia, dunque, non è una garanzia per il futuro. La regione deve affrontare contemporaneamente uno shock energetico, condizioni finanziarie più restrittive e l’incertezza legata a uno dei principali motori della crescita recente. La sfida sarà evitare che queste pressioni si rafforzino a vicenda, trasformando un rallentamento gestibile in una frenata più profonda.

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Forum Remind, le strategie per la crescita sostenibile dell’Italia

14 Ottobre 2026 ore 20:07
Forum Remind, le strategie per la crescita sostenibile dell'Italia

ROMA (ITALPRESS) – Politiche industriali, digitalizzazione e competitività del sistema Paese, con un focus sul comparto salute, sono stati i temi al centro del Forum Italiano Innovazione e Sostenibilità, organizzato da Remind a Roma. Piattaforma permanente di dialogo, l’iniziativa ha riunito istituzioni e imprese del pubblico e del privato per definire le strategie a sostegno dello sviluppo sostenibile, economico e sociale utilizzando le più moderne tecnologie.
mrc/gtr/azn

Nord America, trasporto intermodale in crescita ad ottobre

14 Ottobre 2026 ore 19:12
Nord America, trasporto intermodale in crescita ad ottobre

ROMA (ITALPRESS) – Come già accaduto negli ultimi mesi, il settore intermodale nordamericano continua a mostrare una forte crescita anche nelle proiezioni di ottobre. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Intermodal Association of North America.
Secondo l’associazione, la stima dell’Intermodal Volume Index per ottobre 2026, pari a 105,1, rappresenta un calo previsto dello 0,3 per cento rispetto a settembre e un aumento annuo del 5,5 per cento. Una forte quota di mercato interno si sposta dal trasporto su strada e con la ripresa delle importazioni, c’è la possibilità di una contrazione della capacità, il che potrebbe smorzare i risultati effettivi, spiega Andrew Sibold, direttore economico di IANA.
A causa dell’aumento significativo dei prezzi del carburante durante il conflitto con l’Iran, gli operatori del settore che si sono spostati dal trasporto su strada a lunga distanza al trasporto intermodale. Riguardo all’aumento dei volumi dall’inizio dell’anno, un anno fa, nello stesso periodo, si registrava ancora una notevole attività di anticipazione delle vendite dovuta alle tariffe doganali, e questo aveva influenzato i confronti annuali.

sat/gtr

Un’altra finanza è già all’opera, ma ora vanno riformate le garanzie

14 Ottobre 2026 ore 17:12

Le banche etiche in Europa gestiscono più di 120 miliardi di euro di attivo e contano oltre 90 miliardi di euro di depositi. Nel grande mare della finanza europea è una percentuale limitata. Ma è significativo che queste tipologie di istituti destinino il 98,36% del credito erogato ad attività con finalità ambientali o sociali, rispetto al 18,5% degli istituti tradizionali. Questo dato, assieme agli altri indicatori del Rapporto sulla finanza etica in Europa, di cui è coautrice, portano Federica Ielasi, professoressa ordinaria di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Firenze, vicepresidente di Banca Etica, ad affermare che «le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario».

Professoressa Ielasi, un’altra finanza è possibile?

Non solo è possibile e auspicabile, ma la finanza etica è già una realtà concreta, consolidata, in forte espansione e capace di contribuire alla stabilità del sistema finanziario e allo sviluppo dell’economia reale. I dati del Rapporto lo dimostrano con forza.

Come?

Dal confronto tra le banche appartenenti alle reti internazionali Febea e Gabv, che rappresentano il sistema della finanza etica, e le grandi banche europee vigilate dalla Banca centrale europea, attraverso vari modelli di valutazione. Il primo di questi confronti ha riguardato gli impatti socio-ambientali diretti e indiretti che i due gruppi di banche sono in grado di generare.

Cosa è emerso?

Se si considerano gli impatti diretti generati dall’operatività interna della banca – come le filiali e il personale – i risultati non mostrano differenze significative tra i due gruppi di operatori. Guardando, invece, agli impatti Esg indiretti prodotti dall’attività di investimento e di finanziamento, il gruppo delle banche etiche europee mostra una capacità di produrre impatti positivi sull’ambiente e sulle comunità decisamente più alti rispetto alle altre banche.

In che termini?

Il 98,36% del credito erogato dalle banche etiche è destinato ad attività con finalità ambientali o sociali, contro il 18,5% delle principali banche europee analizzate.

Cosa dice, invece, il Rapporto in merito alla capitalizzazione?

Le banche etiche riescono a mantenere nel tempo una solidità patrimoniale superiore rispetto alla media delle grandi banche europee. Lo dimostra il Tier 1 ratio (è un parametro che indica la capacità di una banca di assorbire perdite inattese senza mettere a rischio i risparmi dei correntisti o la propria solvibilità, ndr) che, nel 2024, si attesta al 18,65% per le banche etiche, contro il 17,33% delle banche significative.

Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica, docente all’università degli Studi di Firenze

Per le banche etiche emerge inoltre una maggiore incidenza dell’attività creditizia – cioè le erogazioni verso persone e imprese – sul totale degli attivi, pari al 67% contro il 61% delle banche di maggiori dimensioni, accompagnata anche da una migliore qualità del credito: i prestiti deteriorati rappresentano il 2,11% del totale, rispetto al 2,28% delle grandi banche.

Il Rapporto approfondisce anche l’indicatore di efficienza cost-to-income ratio (rapporto tra costi operativi e reddito operativo).

Abbiamo osservato un incremento di questo indicatore nelle banche etiche e un ampliamento del divario rispetto alle grandi banche europee. Nel 2024, il cost-to-income ratio delle banche etiche ha raggiunto il 67%, contro il 55% delle banche significative, con una differenza di 12,2 punti percentuali, rispetto ai 4,6 punti del 2023.

Quali sono le ragioni di questa evoluzione?

Come è noto, il forte rialzo dei tassi di interesse ha determinato, nella fase iniziale, un incremento dei ricavi bancari e della redditività dell’attività creditizia di tutti gli istituti. Ma mentre le grandi banche hanno destinato una parte consistente dei benefici alla remunerazione degli azionisti, attraverso dividendi e riacquisti di azioni proprie e a operazioni straordinarie di fusione e acquisizione, le banche etiche hanno seguito una strada diversa.

Quale?

In molti casi hanno utilizzato queste risorse per assumere personale, ampliare la propria presenza sul territorio, rafforzare i sistemi informatici e di gestione del rischio. Oppure per riconoscere condizioni economiche più favorevoli ai depositanti e ai mutuatari. Il contenimento del costo dei finanziamenti o una maggiore remunerazione dei depositi rappresentano, infatti, una diversa modalità di distribuzione del valore, a beneficio di clienti, che spesso sono anche soci delle stesse banche etiche. I maggiori costi sono insomma il frutto dell’adozione di un modello bancario meno orientato alla massimizzazione dei profitti per gli azionisti.

Finanziare l’economia sociale non è più rischioso: lo si può affermare con forza al sistema finanziario?

La questione centrale è che le organizzazioni dell’economia sociale, come è noto, spesso non dispongono di grandi patrimoni da offrire in garanzia, hanno modelli organizzativi particolari, reinvestono una parte importante delle risorse generate nella propria missione e si finanziano in modo diversificato con contributi pubblici, donazioni e altre forme di aiuti. Proprio per questo sono indispensabili modelli di analisi e professionalità bancarie con competenze dedicate per valutarle.

Ad esempio?

Anzitutto una conoscenza reciproca, fondata su un rapporto di fiducia e sulla condivisione degli obiettivi. Poi lo sviluppo di modelli di misurazione specifici in grado di riconoscere come l’impatto sociale possa rappresentare anche un indicatore di sostenibilità economica e contribuisca a una valutazione più completa del merito creditizio.

Cosa ci dice in definitiva questo Rapporto?

Che non esiste un conflitto tra orientamento etico delle banche e solidità, anzi, è vero il contrario. Le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario. È un messaggio importante alla luce delle operazioni di risiko bancario che stanno portando a una progressiva concentrazione del settore.

È possibile che anche le banche etiche seguiranno la strada delle aggregazioni?

Le banche di piccola media dimensione hanno bisogno di lavorare insieme e di unire le proprie forze all’interno di reti internazionali. Anche per rendere più robusta la propria voce verso il sistema finanziario e le istituzioni di regolamentazione e vigilanza. Ma non penso a operazioni di fusione o acquisizione, quanto piuttosto a un rafforzamento delle relazioni e delle alleanze internazionali.

Ci sono settori o ambiti in cui il confine della finanza etica andrà messo in discussione?

In un contesto come l’attuale caratterizzato da una forte volatilità e incertezza, il posizionamento delle banche etiche deve essere distintivo, deciso e coerente con i propri valori fondativi. Ma coerenza non significa staticità, anzi. La finanza etica è proiettata alla generazione del cambiamento ed è chiaro che il contesto attuale ci pone davanti a nuove sfide.

Quale la più importante?

Quella di trovare un ruolo chiave nel finanziamento della transizione e dell’innovazione. In questa nostra epoca non è più sufficiente finanziare imprese e organizzazioni già caratterizzate da buone performance dal punto di vista ambientale e sociale. È importante supportare le realtà che si avviano o hanno progetti importanti di qualificazione ambientale e transizione energetica, così come è importante finanziare nuovi spazi per l’economia sociale. La sfida è quella di applicare strumenti avanzati di misurazione dell’impatto in grado di guidare le scelte di finanziamento e investimento.

Tra le numerose proposte indicate nel Report, ci può indicare una singola scelta che Bruxelles dovrebbe compiere nel 2027 per consentire al sistema finanziario di sostenere l’economia sociale?

Una delle più rilevanti riguarda il sistema delle garanzie pubbliche, nazionali ed europee. Nel finanziamento dell’economia sociale rappresentano uno strumento fondamentale, perché consentono di mitigare il rischio di credito e ampliare, in modo prudente, la capacità di finanziamento delle banche verso questo settore.

È un tema di volumi?

Il limite non riguarda tanto la quantità di risorse finanziarie disponibili, quanto la configurazione tecnica delle garanzie, la loro stabilità nel tempo e l’adeguatezza degli strumenti rispetto alle caratteristiche specifiche delle oltre 4,3 milioni di organizzazioni che compongono il mosaico dell’economia sociale, dando lavoro a più di 11,5 milioni di persone e generando un fatturato superiore a 912 miliardi di euro.

Quali sono le criticità degli strumenti di garanzia più utilizzati dal sistema bancario?

La prima riguarda la scarsa prevedibilità nel tempo, legata alle scadenze dei programmi, alla disponibilità dei plafond e alle procedure di rinnovo. Un altro problema è il coordinamento ancora insufficiente tra gli strumenti europei e nazionali e tra le diverse forme di garanzia pubblica, mutualistica e privata. L’aspetto decisivo è però la necessità di adattare gli strumenti di garanzia alle caratteristiche dell’economia sociale, nella sua accezione più ampia, comprendendo cooperative, imprese sociali ed enti del Terzo settore.

Come si può riuscire?

È fondamentale coinvolgere direttamente le organizzazioni e le strutture di rappresentanza dell’economia sociale nella definizione degli interventi che le riguardano, progettando insieme (istituzioni politiche, intermediari finanziari etici e reti dell’economia sociale)strumenti realmente efficaci per garantire un utilizzo stabile e mirato delle risorse disponibili.

Foto in apertura da Unsplash. La foto di Ielasi è dell’ufficio stampa di Banca Etica.

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Scuola, 16 milioni per accompagnare giovani ed educatori nel futuro

14 Ottobre 2026 ore 12:43

I risultati medi degli studenti italiani sono sostanzialmente stabili rispetto al 2022 in matematica, lettura e scienze, ma persistono «importanti differenze» legate al contesto socioeconomico: in scienze, gli studenti più avvantaggiati superano quelli più svantaggiati di 80 punti. Allo stesso tempo, il 12% degli studenti provenienti da contesti svantaggiati si colloca tra gli studenti con i risultati migliori nel Paese.

Non solo. In Italia il 70% degli studenti mostra di avere quello che viene definito growth mindset, ovvero la convinzione che l’intelligenza e le proprie capacità possano essere sviluppate attraverso impegno, apprendimento e feedback, un dato leggermente superiore alla media Ocse del 69%. E se si evidenzia una relazione positiva tra growth mindset e risultati scolastici, ecco allora che i dati e le evidenza rafforzano l’importanza di percorsi educativi capaci di sviluppare non soltanto conoscenze e competenze, ma anche fiducia nelle proprie capacità, agency e possibilità di incidere sul proprio futuro. 

UniCredit Foundation ha annunciato il rinnovo delle partnership con Teach for all e JA Europe. Le voci di Silvia Cappellini, general manager UniCredit Foundation, e di Salvatore Nigro, ceo JA Europe

Lo sviluppo delle competenze

È quanto emerge dai dati del Rapporto Internazionale Ocse-Pisa 2025, di cui si è discusso nel corso di Beyond academic performance. A european dialogue on the future of education, l’appuntamento che ha riunito UniCredit Foundation, Teach for all (ente del Terzo settore che opera per rafforzare la scuola in Italia, partendo dai contesti dove le sfide legate alla povertà educativa sono maggiori)  e JA Europe (organizzazione non profit, di cui fa parte
Junior Achievement Italia, dedicata all’educazione economico-finanziaria, all’orientamento, all’imprenditorialità e alla cittadinanza attiva per giovani dai 5 ai 19 anni), insieme a esperti e rappresentanti del mondo dell’istruzione, tra cui Andreas Schleicher, director for education and skills Ocse, per discutere delle principali sfide che interessano oggi l’educazione in Europa. 

In questo scenario, il ruolo degli insegnanti diventa sempre più strategico nel supportare i giovani nello sviluppo delle competenze, della fiducia e della capacità di orientarsi in una società in rapida trasformazione. Le evidenze più recenti mostrano infatti alcune sfide cruciali per il sistema educativo: in Italia, il 47 % degli studenti ha dichiarato di utilizzare chatbot basati sull’intelligenza artificiale a supporto del proprio apprendimento almeno una volta alla settimana, in linea con la media Ocse, rendendo il tema della formazione continua degli insegnanti centrale nell’accompagnare l’innovazione didattica e tecnologica. 

16 milioni per accompagnare i giovani nel futuro

Nel corso dell’incontro UniCredit Foundation ha annunciato il rinnovo delle partnership con Teach for all e JA Europe, con un investimento, fa sapere l’ente, «di oltre 16 milioni di euro per i prossimi tre anni, che si aggiungono ai 14 milioni già stanziati tra il 2023 e il2026, consolidando il percorso di collaborazione avviato negli ultimi anni. L’obiettivo», si spiega, «è ampliare ulteriormente la portata dei programmi in Europa, Italia inclusa, per accompagnare giovani, scuole ed educatori nello sviluppo delle competenze e degli strumenti necessari ad affrontare le sfide del futuro».

Il futuro? Nessun giovane sia lasciato indietro

«Le evidenze sono chiare», sottolinea Andrea Orcel, presidente di UniCredit Foundation e ceo di UniCredit, «garantire a ogni giovane l’accesso a un’istruzione di qualità non è soltanto un imperativo sociale, ma un investimento nel futuro dell’Europa. In un momento in cui la tecnologia sta trasformando il modo in cui impariamo, lavoriamo e partecipiamo alla società, dobbiamo assicurarci che nessun giovane venga lasciato indietro».

Attraverso UniCredit Foundation, aggiunge, «vogliamo fare la nostra parte, sostenendo organizzazioni che hanno le competenze, l’ambizione e la capacità di generare un cambiamento duraturo, aiutando le nuove generazioni a sviluppare le conoscenze, le competenze e la fiducia necessarie per realizzare il proprio potenziale».

scuola
da sinistra Salvatore Nigro, ceo JA Europe, Andreas Schleicher, director for education and skills Ocse, Silvia Cappellini, general manager UniCredit Foundation, Andrea Pastorelli, head of Europe region Teach for all

Mappare per intervenire con precisione

Dietro questi numeri, sottolinea Miriam Cresta, ceo di Junior Achievement Italia, «ci sono ragazze e ragazzi con lo stesso talento di tutti gli altri, ma meno occasioni per farlo emergere, e che oggi trovano gli strumenti per costruire il proprio futuro. In tre anni di lavoro con UniCredit Foundation e tutti i partner abbiamo fatto una cosa che raramente riesce: definire insieme criteri condivisi tra più Paesi per identificare le situazioni di svantaggio giovanile e mappare con precisione dove intervenire».

Cresta aggiunge ancorta: «Non partiamo da zero, ma da una partnership consolidata che oggi è pronta a crescere, concentrandosi là dove la dispersione scolastica è più profonda. Per questo nei prossimi tre anni porteremo Re-Power Your Future in sette regioni del Sud. Perché la nostra idea di scuola abilitante è semplice: nessun talento dovrebbe andare perso per il posto in cui si nasce».

L’importanza della fiducia e del potenziale

I dati Pisa 2025, argomenta Antonio Piscopo, direttore generale di Teach for Italy, «ci ricordano che il contesto socioeconomico continua a incidere fortemente sulle opportunità educative, e che in Italia risultano ancora evidenti le differenze nel raggiungimento delle competenze di base tra Nord e Sud del Paese e tra tipologie di indirizzi scolastici. I dati mostrano anche quanto siano importanti la fiducia nelle proprie capacità e la possibilità di sviluppare il potenziale di ciascuno studente. È proprio qui che la scuola, gli insegnanti e la comunità educante possono fare la differenza»

Per questo, «insieme a UniCredit Foundation, continuiamo a investire su persone motivate a portare un cambiamento nell’ecosistema educativo e sulla loro capacità di costruire scuole e comunità educanti capaci di generare fiducia, opportunità e futuro, con un’attenzione particolare ai territori dove le disuguaglianze sono più profonde».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
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Le partnership nel dettaglio

Gli obiettivi

Il rinnovo della partnership, si fa sapere, rafforzerà il sostegno diretto ai giovani insieme all’investimento in educatori, mentoring, orientamento al futuro professionale e misurazione dell’impatto. A livello europeo, attraverso Teach for all, la partnership punta a raggiungere oltre 220mila nuovi studenti, e formare più di 2.300 nuovi teaching fellows di cui 360 in Italia.

Teach for Italy darà inoltre continuità e ulteriore sostegno all’intervento comunitario in Sicilia, attraverso il Modello Sud, con particolare focus su territori caratterizzati da persistenti disuguaglianze socio-economiche, limitate opportunità educative e lavorative e una ridotta coesione sociale.

Attraverso JA Europe, l’obiettivo è generare oltre 500mila nuove esperienze di apprendimento e raggiungere ulteriori 2.000 scuole. JA Italia concentrerà il proprio intervento in sette regioni del Sud Italia (Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna e Molise), puntando a coinvolgere 55mila studenti di 75 scuole operanti in contesti particolarmente sfidanti. 

Entrambi i programmi continueranno inoltre a essere sottoposti a valutazione indipendente, con l’obiettivo di misurare non soltanto quanti giovani vengono raggiunti, ma il cambiamento generato nel tempo. 

I risultati raggiunti

I rinnovi fanno leva sui risultati raggiunti nei primi tre anni di collaborazione. «A livello europeo, nell’arco dei tre anni, le evidenze raccolte da Teach for all su oltre 180mila studenti e in 3.100 scuole mostrano un aumento del 20% delle competenze socio-emotive (come benessere personale, senso di iniziativa, capacità di definire il proprio percorso e senso di appartenenza e connessione con la comunità)», fa sapere UniCredit Foundation.

Teach for Italy. I dati trovano conferma anche nelle analisi di Teach for Italy, «che nel solo anno scolastico 2025-2026 ha formato 105 fellows in 85 scuole di 17 regioni, raggiungendo circa 7.000 studenti che hanno registrato progressi misurabili in termini di benessere, agency e fiducia nel proprio potenziale».

JA Europe e Italia. Attraverso il programma Re-power your future, JA Europe ha coinvolto oltre 39mila studenti e 5.900 scuole in Europa. In Italia, il programma coordinato da JA Italia ha raggiunto 67.900 studenti in 358 scuole, registrando un incremento del 24% nell’ingaggio scolastico dei giovani partecipanti e rafforzandone la motivazione e la partecipazione ai percorsi di apprendimento. 

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura immagine da ufficio stampa UniCredit Foundation. Nel testo video e foto di Alessio Nisi

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Le relazioni industriali e la giusta transizione energetica

Presentiamo qui di seguito, in traduzione italiana, uno stralcio delle conclusioni del volume “Industrial Relations for a Just Transition. Labour Trajectories in the Energy Sector in Europe”, a cura di Serena Rugiero, appena pubblicato da Edward Elgar Publishing. Il testo presenta i risultati del progetto di ricerca-azione “Rejeneraxion – Energy for a Just and Green Recovery Deal: the Role of Industrial Relations in the Energy Sector for a Resilient Europe”, cofinanziato dall’Unione europea.

La Fondazione Di Vittorio ha coordinato il progetto in qualità di capofila, con la partecipazione dei seguenti partner e supporter: FILCTEM CGIL-Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture (partner, Italia); Fundación 1º de Mayo (partner, Spagna); ASTREES-Association Travail Emploi Europe Société (partner, Francia); wmp consult-Wilke Maack GmbH (partner, Germania); LENTIC-Laboratoire d’Études sur les Nouvelles formes de Travail, l’Innovation et le Changement, Université de Liège (partner, Belgio); ISP-Instytut Spraw Publicznych (partner, Polonia); CELSI-Central European Labour Studies Institute (partner, Slovacchia e Ungheria), EPSU-European Federation of Public Service Unions (supporter), ETUI-European Trade Union Institute (supporter).

Il progetto ha coinvolto ricercatori, sindacati e parti sociali per analizzare come i sistemi di relazioni industriali negli otto Paesi europei presi in esame stiano affrontando le sfide della transizione energetica. In particolare, attraverso analisi comparative e 24 studi di caso, il volume esplora il ruolo del dialogo sociale, della partecipazione dei lavoratori e delle istituzioni nella costruzione di percorsi di transizione giusta. Il volume pubblicato da Edward Elgar è liberamente scaricabile in modalità Open Access a questo link. Ringraziamo Serena Rugiero per la concessione di questa anteprima.

***         ***         ***         ***         ***

[L]a transizione energetica rappresent[a] una trasformazione sistemica di ampia portata, che va ben oltre le dimensioni tecnologica ed economica, coinvolgendo anche gli aspetti sociali, occupazionali e territoriali. La complessità e la natura globale di questo processo risentono delle caratteristiche dei contesti nazionali ed europei, delle strategie di decarbonizzazione, degli interessi dei diversi attori coinvolti e delle dinamiche geopolitiche. Ciononostante, la transizione rimane fortemente condizionata da fattori locali specifici: lo stretto legame tra tecnologie energetiche e contesti territoriali impone l’adozione di approcci territorialmente differenziati (place-based), capaci di adattare i processi di riconversione ecologica alle infrastrutture e alle condizioni economiche, sociali e politiche di ciascun territorio.

Come emerge dall’analisi comparata, la transizione energetica combina opportunità economiche e occupazionali con significativi rischi sociali, che tendono ad accentuarsi in assenza di un’adeguata governance. Tra le principali criticità figurano il possibile impoverimento del tessuto economico e sociale dovuto alla contrazione delle attività nel settore dei combustibili fossili, il rischio di dispersione delle competenze qualificate, la polarizzazione occupazionale, l’inadeguatezza dei sistemi di protezione sociale, l’accentuarsi delle disuguaglianze locali e regionali e la difficoltà di garantire l’accettabilità sociale della transizione. […].

Per contrastare gli effetti negativi, le politiche per una transizione giusta si concentrano sulla creazione e sulla salvaguardia di posti di lavoro di qualità, sull’individuazione dei profili professionali necessari ad affrontare i cambiamenti e sulla tutela dei diritti e delle garanzie contrattuali dei lavoratori. Queste misure mirano ad accompagnare il personale nei processi di dismissione degli impianti e di progressivo abbandono dei combustibili fossili, ma devono essere estese anche ai lavoratori dell’indotto, tenendo conto delle sfide poste dalle transizioni digitale e demografica. Risultano inoltre fondamentali gli interventi di formazione continua, aggiornamento e riqualificazione delle competenze (upskilling e reskilling), che favoriscono la mobilità professionale interna ed esterna e la piena partecipazione dei lavoratori alle nuove opportunità occupazionali.

Una gestione efficace della transizione energetica richiede una pianificazione coordinata e lungimirante, fondata su strategie nazionali chiare e su politiche e strumenti normativi integrati. Tale pianificazione deve tenere conto delle implicazioni per l’occupazione, le comunità locali e la coesione sociale. Il ruolo dello Stato e delle istituzioni pubbliche è fondamentale per garantire una governance multilivello, sostenuta da interventi di lungo periodo e da strumenti partecipativi. Ciò è necessario per coordinare i diversi attori coinvolti, promuovere la coesione sociale e favorire un’equa distribuzione dei benefici e dei costi della transizione.

In questo scenario, le relazioni industriali e il dialogo sociale assumono un ruolo centrale: la loro efficacia non soltanto favorisce l’accettabilità sociale delle trasformazioni, ma contribuisce anche a prevenire e gestire i rischi occupazionali, le disuguaglianze territoriali e gli effetti negativi sui lavoratori. Nei paesi caratterizzati da sistemi consolidati di relazioni industriali, le parti sociali partecipano attivamente alla definizione di piani territoriali e accordi contrattuali innovativi, attribuendo particolare importanza all’equità e alla giustizia sociale. Viceversa, nei paesi in cui il dialogo sociale e la contrattazione collettiva sono più deboli, l’azione sindacale è spesso circoscritta al livello aziendale, con un coinvolgimento limitato nei processi negoziali con le istituzioni nazionali o locali. Nei contesti frammentati o scarsamente coordinati, inoltre, l’efficacia complessiva delle misure di accompagnamento alla transizione risulta inferiore. […].

Per quanto riguarda il ruolo delle organizzazioni sindacali, lo studio individua tre tipologie di intervento. Nei contesti proattivi, i sindacati contribuiscono alla definizione di contratti, accordi e procedure volti a favorire la partecipazione dei lavoratori e a valutare gli impatti sull’organizzazione del lavoro. Nei contesti reattivi, l’azione sindacale si concentra sulla mitigazione dei costi sociali della transizione, attraverso strumenti quali i Piani per una transizione giusta (Just Transition Plans) e le misure di tutela dell’occupazione. Nei contesti oppositivi, la difesa dei posti di lavoro nel settore dei combustibili fossili rimane l’obiettivo prioritario, con risultati concreti come il patto sociale per la chiusura delle miniere di carbone in Polonia.

Alla luce di queste evidenze, la transizione energetica si configura come una sfida cruciale per le relazioni industriali, che richiede un ripensamento dei modelli di rappresentanza, l’integrazione di strumenti innovativi di dialogo sociale e la costruzione di percorsi professionali equi e inclusivi. Da un lato, la transizione energetica rende necessario riorganizzare i sistemi di relazioni industriali e adattarli alla particolare complessità della transizione ecologica. Dall’altro, offre alle parti sociali l’opportunità di assumere un ruolo centrale nella gestione del cambiamento, anche contribuendo a colmare i divari conoscitivi relativi ai nuovi rischi, alla qualità del lavoro e ai nuovi profili professionali, nonché le lacune nell’azione di regolazione e intervento determinate dalla rapidità e dalla radicalità dei processi di decarbonizzazione, che richiedono la ricostruzione di un sistema regolativo improntato all’equità.

Infine, proprio per la sua ambizione di superare la contrapposizione tra lavoro e ambiente, il perseguimento di una transizione giusta rappresenta un’opportunità per fare delle questioni ambientali un nuovo ambito di rappresentanza e azione sindacale, tanto all’interno quanto all’esterno dei luoghi di lavoro.

In definitiva, in un contesto caratterizzato da una governance multilivello, da una forte eterogeneità territoriale e da sistemi differenziati di relazioni industriali, la ricerca-azione si è dimostrata particolarmente adatta ad analizzare e accompagnare i processi di transizione energetica. Il progetto Rejeneraxion ha consentito ai ricercatori di osservare, sperimentare e analizzare strategie di intervento in stretta collaborazione con gli attori interessati, producendo conoscenze fondate su evidenze empiriche e legate alle specificità dei contesti. L’interazione continua tra ricerca, pratica e portatori di interesse ha permesso di individuare dinamiche sociali, occupazionali e territoriali spesso difficili da cogliere attraverso approcci puramente osservativi, rendendo al contempo possibile un confronto tra paesi. Questo patrimonio condiviso di conoscenze empiriche rafforza la capacità delle parti sociali e delle istituzioni di governare la transizione energetica in modo equo, inclusivo e sostenibile, attraverso l’individuazione delle criticità e la progettazione di strumenti operativi capaci di conciliare le esigenze dei lavoratori, delle comunità locali, delle imprese e delle autorità pubbliche.

Serena Rugiero (a cura di), Industrial Relations for a Just Transition. Labour Trajectories in the Energy Sector in Europe, Edward Elgar Publishing, 2026, https://www.elgaronline.com/edcollbook-oa/book/9781035361786/9781035361786.xml

L’inclusione è la strada da imparare a percorrere

14 Ottobre 2026 ore 10:32

È un progetto che ha l’obiettivo di promuovere la sicurezza stradale e l’accesso alla mobilità tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Stradabile ed è un’iniziativa di Fondazione Unipolis (500mila euro il valore dell’investimento) a cui hanno aderito, tra gli altri, Unhcr, Unasca, Uisp – Sport per tutti e i consigli regionali Unipol. 

A Stradabile hanno preso parte più di 300 beneficiari (migranti, rifugiate e richiedenti asilo di nove città italiane), con oltre 100 voucher per coprire i costi per conseguire la patente B e, per alcuni di loro, la patente C. 

Quattro o due ruote per Stradabile

Attraverso corsi di sicurezza stradale, i partecipanti acquisiscono competenze utili alla mobilità quotidiana e al lavoro. Vengono affrontati temi come segnaletica, comportamenti corretti e uso dei veicoli. La formazione è accompagnata da momenti di confronto e consapevolezza culturale.
Ottenere la patente significa guadagnare indipendenza, dignità e nuove opportunità. Non solo quattro ruote. 
Del progetto Stradabile esiste anche una versione a pedali: Stradabile a pedali. Un percorso dedicato a 200 donne migranti che vogliono conquistare autonomia in città attraverso la bicicletta. Imparano a pedalare in sicurezza e a riconoscere la segnaletica. E non è finita. 

Sicurezza stradale e inclusione

Il progetto offre anche una piattaforma digitale pensata per persone straniere che vivono e si muovono in Italia. Non solo sicurezza stradale, ma anche consigli pratici per orientarsi: come usare i mezzi pubblici, cosa fare in caso di controlli, come spostarsi in modo sicuro in bici o in auto. I contenuti sono multilingue e interattivi, costruiti insieme ai partecipanti ai percorsi. Uno spazio semplice e accessibile, che aiuta a sentirsi più sicuri e indipendenti negli spostamenti quotidiani. «L’equità d’accesso e di opportunità è l’obiettivo primario degli interventi della fondazione: per questo abbiamo scelto di portarla al centro anche delle nostre iniziative sulla mobilità, un diritto e un fattore d’accesso per molti altri diritti», spiega Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Fondazione Unipolis. 

Andrea De Bonis,  protection associate Unhcr, ha sottolineato l’importanza «di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». E ricorda: «Abbiamo aderito subito con grande entusiasmo alla proposta di Fondazione Unipolis. Ci hanno entusiasmato», dice sempre De Bonis, «gli obiettivi del progetto sia in relazione a quello immediato e diretto, e cioè supportare 100 persone rifugiate nell’ottenimento della patente che è già un grande risultato, ma anche in relazione all’obiettivo, diciamo indiretto, di cercare di aprire attraverso il progetto un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Stradabile è dunque un percorso che accompagna persone migranti a conquistare autonomia e sicurezza negli spostamenti quotidiani e unisce formazione, pratica e socialità, per diventare più sicuri, più autonomi, più integrati nella vita urbana e comunitaria. 
Il progetto è articolato in tre fasi. Si parte con corsi di educazione stradale: segnaletica, comportamenti corretti, regole per muoversi in bici o in auto. 
La sicurezza è la base per ogni passo successivo. Nella seconda fase i partecipanti imparano ad andare in bicicletta o ad avvicinarsi alla patente, acquisendo fiducia negli spostamenti e nuove competenze pratiche. 
Mentre nella terza, la mobilità diventa occasione di inclusione sociale e lavorativa: gite e attività di comunità, voucher per la patente, esperienze che rafforzano lingua, dignità e opportunità.

L’intervista Marisa Parmigiani

La mobilità? È un diritto fondante. Senza mobilità si limita l’accesso al lavoro, all’istruzione. Anche il diritto alla casa senza mobilità si restringe di molto. Il progetto Stradabile ideato da Fondazione Unipolis  si rivolge ai soggetti più fragili, ai richiedenti asilo, ai rifugiati e alle donne migranti in particolare, e si propone di offrire loro uno strumento per essere autonomi. Ne parliamo con Marisa Parmigiani (nella foto), consigliera delegata di Fondazione Unipolis.

Filantropi Marisa Parmigiani Fondazione Unipolis

Parmigiani, perché questo progetto? 

Siamo la fondazione di Unipol, leader della mobilità, e crediamo che potersi muovere sia un diritto fondante e come tale vada garantito.

In che cosa sposa al meglio la vostra visione filantropica attuale?

Stradabile abilita e costruisce sostenibilità nel tempo. Conseguire la patente o imparare ad andare in bicicletta e a manutenerla sono strumenti che una volta appresi non si perdono. Non è un intervento spot.

Cosa l’ha convinta delle organizzazioni partner?

In passato abbiamo già collaborato con Unhcr e trovato nell’organizzazione serietà, competenza e la capacità di coinvolgere persone che hanno molto bisogno, ma che spesso fanno fatica ad accedere all’informazione rispetto ai servizi e ai supporti che possono essere messi a loro disposizione. Con Unasca abbiamo avuto esperienze precedenti che ci hanno confermato la serietà del loro intervento e il loro approccio attento ai bisogni della persona. Non ultima, Uisp è stata una scelta attivata dalla loro presenza radicata sui territori e dalla loro capacità di coniugare attività ludico-sportiva e valori sociali.

C’è un momento dello svolgimento che l’ha colpita? 

È stato emozionante partecipare ad alcuni momenti di formazione sull’uso della bicicletta per donne migranti. Vederle fiere di essere in grado di essere autonome, dimostrare di essere protagoniste e che ce la stanno facendo è un aspetto molto importante del progetto. 

Il progetto ha qualche particolarità in termini di valutazione di impatto o di rendicontazione?

La differenza con altre iniziative è che, attraverso dei focus group, con questo progetto andiamo ad ascoltare la valutazione direttamente dai beneficiari.

Nell’immagine in apertura un momento della formazione di Stradabile a pedali – tutte le foto da Ufficio stampa

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Il Nobel per l’economia 2026 a Robert Hall e Michael Woodford

14 Ottobre 2026 ore 10:25

Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.

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Il Nobel per l’economia 2026 a Robert Hall e Michael Woodford

14 Ottobre 2026 ore 10:25

Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.

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Più credito per il Terzo settore: i titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato

14 Ottobre 2026 ore 09:35

I titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato. A confermarlo è stata la direzione generale Concorrenza della Commissione europea con una “comfort letter” emessa lo scorso 23 settembre. Gli istituti di credito potranno, dunque, raccogliere risorse da destinare al finanziamento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore- Ets iscritti al Runts.

I titoli di solidarietà, previsti dall’art.77 del Codice del Terzo settore, sono obbligazioni, altri titoli di debito o certificati di deposito emessi dagli istituti di credito per raccogliere risorse per gli Ets, con i quali viene aperta una relazione creditoria. Il semaforo verde dell’Ue, oltre a sbloccare questo canale di finanziamento, comporterà ulteriori agevolazioni fiscali per i cittadini e gli investitori – con un regime equiparato a quello dei titoli di Stato e l’esenzione da imposte di bollo e successione – e incentiva il credito d’imposta per le banche che effettuano erogazioni liberali agli enti.

La comfort letter della direzione generale Concorrenza viene emessa sulla base dei dati forniti da uno Stato membro ed è un parere informale e non vincolante, quindi non crea giurisprudenza. Una valutazione positiva, però, equivale a un orientamento favorevole, indicando che — sulla base delle informazioni attuali — l’Unione europea non ha intenzione di avviare procedure di infrazione o contestazioni contro quella legge nazionale. Nel 2025, la dg Concorrenza aveva già inviato una comfort letter al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali valutando positivamente le nuove norme fiscali per gli enti del Terzo settore, specificando che non costituiscono aiuti di Stato. Dall’interlocuzione, però, era rimasta fuori la questione dei titoli di solidarietà. Il documento del 23 settembre, quindi, rappresenta un significativo passo in avanti per la finanza sociale e apre nuovi scenari di intervento.

«Il via libera europeo ai titoli di solidarietà è un passo importante per rafforzare il Terzo settore. Ora questa opportunità deve tradursi in finanziamenti concretamente accessibili, con condizioni sostenibili e procedure chiare anche per le piccole associazioni», commentaa Bruno Molea, presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura sport – Aics. «Per un’associazione, poter accedere al credito può significare rendere accessibile uno spazio, acquistare attrezzature per lo sport inclusivo o dare continuità a un servizio educativo e culturale. Sono investimenti che producono benefici per l’intera comunità, ma che spesso le realtà territoriali faticano a sostenere».

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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Secondo Molea, il riconoscimento europeo è solo un primo tassello. «La sua efficacia si misurerà nella capacità di raggiungere anche gli enti con minori risorse e strutture organizzative», ha detto. Per farlo, servono «prodotti bancari adeguati alle caratteristiche del non profit» e «na valutazione che sappia considerare, insieme alla sostenibilità economica, il valore sociale dei progetti». Il prossimo step, dunque, sarà costruire un dialogo tra gli istituti di credito e le reti associative, in modo tale da disegnare insieme le misure opportune. «L’obiettivo è trasformare il risparmio orientato alla solidarietà in opportunità concrete per chi ogni giorno promuove sport, cultura e inclusione», conclude il presidente Aics.

Esulta anche il governo italiano. «Riconoscere la specificità del non profit significa offrire strumenti concreti a chi ogni giorno si prende cura delle nostre comunità», il commento della viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Grazie a questo strumento permettiamo ai cittadini di orientare il proprio risparmio verso destinazioni ad alto impatto sociale e garantiamo agli enti la liquidità necessaria per crescere, innovare e generare benessere sociale».

In apertura: Mauro Bottaro/EC/Audiovisual Service/Commissione europea)

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A Forlì il primo Festival dell’Economia sociale

13 Ottobre 2026 ore 17:43

Si terrà a Forlì dal 12 al 14 novembre la prima edizione del Festival dell’Economia Sociale promossa dalla Fondazione Economia Sociale costituita da (Confcooperative, E-Ius e Terzjus). Il primo appuntamento nazionale dedicato all’economia sociale: cooperazione, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi, insieme al credito cooperativo, alle fondazioni di origine bancaria e alla filantropia. «Un Piano che genera valore. Dalla complessità al sistema» è il pay off della tre giorni di dibattito tra istituzioni, politica mondo della ricerca, della rappresentanza e delle imprese.

L’economia sociale è innanzitutto economia

«L’economia sociale, prima ancora che sociale, è economia. Non è un settore che compensa o che affianca il mercato: è una componente stabile del sistema economico del Paese, che completa le possibilità di sviluppo e di benessere di una nazione», dichiarano Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative; il direttore scientifico del festival Gabriele Sepio di E-Ius e Luigi Bobba, presidente di Terzjus. La sfida è passare dal riconoscimento culturale alla costruzione di un sistema di politiche pubbliche capace di accogliere la complessità e le peculiarità di questi organismi, valorizzandone le differenze.

L’iniziativa nasce dal Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, con cui l’Italia ha dato seguito alle linee tracciate in questi anni dall’Unione europea. Il Festival si propone come sede di confronto tra istituzioni nazionali ed europee, organismi di rappresentanza, mondo accademico e della ricerca, imprese e cittadini.

Il suo peso in Europa

In Europa l’economia sociale rappresenta l’8% del Pil conta 3 milioni di imprese e 13,8 milioni di lavoratori, di cui 4,7 milioni occupati nelle cooperative. In Italia le 60mila cooperative danno lavoro a 1,3 milioni di persone e da sole rappresentano l’8% del Pil. Si tratta di un’infrastruttura portante dell’economia italiana, perché non delocalizza: vive e opera sui territori. Nell’economia sociale rientrano tutte quelle imprese che mettono al centro le persone e il territorio, non il profitto da distribuire: cooperative, imprese sociali, società di mutuo soccorso, mutue assicuratrici, fondazioni, associazioni e realtà del privato sociale. Hanno forme diverse e un tratto comune: producono valore economico e lo reinvestono in funzione dell’interesse collettivo e della mutualità. È un ecosistema che l’Unione europea ha incluso tra i 14 ecosistemi imprenditoriali e industriali strategici per l’Europa.

Credit foto di apertura: Pexels

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Il 5 per mille è un voto e va rispettato. Il tetto è un limite e va superato

13 Ottobre 2026 ore 17:17

Il 5 per mille è un voto. Ma lo Stato rispetta solo entro certi limiti: quelli fissati dal famoso “tetto”. Un tetto che puntualmente viene superato, per non dire sfondato. Per questo, VITA ha promosso, insieme a 67 organizzazioni del Terzo settore, la campagna «5 per mille, ma per davvero», chiedendo l’eliminazione del tetto l’innalzamento del tetto. Il primo, seppur parziale risultato è l’innalzamento del tetto da 525 a 610 milioni. L’obiettivo, però, resta l’eliminazione.

Se ne è tornato a parlare oggi, grazie all’iniziativa promossa da Assif dal suo Osservatorio presso la sala Berlinguer della Camera. “Il voto fiscale degli italiani” è il titolo scelto per questo appuntamento, proprio a sottolineare l’importanza di questo strumento nell’esercizio del diritto alla partecipazione democratica dei cittadini. A vent’anni dall’introduzione del 5 per mille, quindi, l’Associazione italiana fundraiser presenta dati, allarga l’analisi all’Europa e soprattutto condivide proposte concrete, chiedendo alla politica di riconoscere fino in fondo il valore di quella firma.

«Il 5 per mille ha rappresentato una vera rivoluzione per le organizzazioni non profit e per i fundraiser. Non solo come strumento di sostenibilità ma anche come momento in cui i cittadini possono esprimere la loro visione del mondo e della società. Perciò diciamo che si tratta di un “voto fiscale“, e perciò Assif dal 2017 dedica a questo strumento e agli altri “per mille” analisi, approfondimento, interpretazione», ha detto in apertura la presidente di Assif, Michela Gaffo.

Tanti i numeri e le percentuali messi a disposizione da Assif, grazie anche alla nuova piattaforma open data dell’Osservatorio. Per citare solo quelli che meglio descrivono il significato e l’impatto del tetto, nel 2025 hanno firmato 18,5 milioni di contribuenti, il 43% del totale: mai così tanti. Le loro scelte valgono complessivamente 633,3 milioni di euro, ma ne saranno erogati 610. I restanti 23,3 milioni rimarranno allo Stato. «Dal 2006, le somme destinate dai cittadini e mai erogate ammontano a circa 600 milioni di euro: un’intera annualità di 5 per mille», ha detto Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif.

Il 5 per mille è un voto di fiducia

E questo è un problema, perché non rispetta la volontà espressa dai cittadini. «Il contribuente, quando compila la dichiarazione dei redditi, esprime un voto, una volta l’anno. Sceglie a chi dare il 5 per mille e con questa scelta certifica la qualità dell’ente», ha detto ancora Bedogni, scondo cui le tre forme di destinazione delle imposte aiutano a comprendere il Paese: «L’8 per mille è una bussola spirituale, il 5 per mille dà il senso di comunità, il 2 per mille riguarda la rappresentanza».

Il 5 per mille, nello specifico, permette di destinare lo 0,5% della propria Irpef a organizzazioni del Terzo settore, ricerca scientifica e sanitaria, sport dilettantistico, tutela dei beni culturali e paesaggistici, aree protette o attività sociali del Comune di residenza. Secondo l’Osservatorio, è oggi lo strumento di partecipazione fiscale più diffuso: lo sceglie il 43% dei contribuenti, contro circa il 40% dell’8 per mille. Gli enti beneficiari iscritti sono oltre 105mila. Crescono inoltre le firme rivolte a un ente preciso, aumentate del 2,5% nell’ultima annualità, mentre diminuiscono dello 0,3% quelle generiche, senza l’indicazione di un beneficiario.

Il numero del magazine di luglio/agosto lancia una campagna di mobilitazione promossa dalla nostra testata e da oltre 60 importanti organizzazioni della società civile per chiedere a Governo e Parlamento di cancellare il tetto al 5 per mille.
5 PER MILLE MA PER DAVVERO

Il tetto riduce il 5 per mille: quanto perdono gli enti

In otto degli ultimi nove anni, gli importi destinati hanno superato il tetto di spesa e sono stati ridotti. Lo scorso anno, l’aumento del limite da 525 a 610 milioni ha attenuato il problema, senza però risolverlo: già nell’ultima annualità le scelte lo hanno superato di 23,3 milioni. Il valore effettivo della firma è così sceso dal 5 al 4,8 per mille. Nell’annualità precedente, con il tetto a 525 milioni, era stato pari al 4,35 per mille. «Gli enti quest’anno ricevono circa il 4% in meno rispetto a quanto destinato dai contribuenti», evidenzia Bedogni. 

Il confronto europeo: solo l’Italia ha un tetto

L’Osservatorio ha confrontato il sistema italiano con quelli di altri sette Paesi: Spagna, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, Lituania e Romania. Meccanismi diversi, accomunati dalla possibilità di destinare una percentuale delle proprie imposte a organizzazioni scelte dal contribuente. «L’Italia è l’unica ad avere un tetto», sottolinea Bedogni. Non solo: negli altri Paesi analizzati le quote sono aumentate. In Polonia dal 10 al 15 per mille, in Portogallo dal 5 al 10, in Spagna dal 5 al 7. In Italia sono rimaste ferme.

Il confronto riguarda anche la relazione con chi firma: «In almeno tre Paesi il contribuente può dare il consenso all’invio dei propri dati all’ente». Sono Polonia, Slovacchia e Ungheria. Una possibilità che Assif propone di introdurre anche qui, per permettere alle organizzazioni di raccontare direttamente a chi le sostiene come vengono utilizzate le risorse.

Nel video Bedogni ci spiega la situazione, in Italia e in Europa.


Le due istanze di Assif: eliminare il tetto e conoscere chi firma

La prima richiesta di Assif è «l’abolizione del tetto, attraverso una previsione di spesa attendibile e una norma che assicuri la copertura dell’eventuale extratetto», spiega Giulia Barbieri, vicepresidente Assif. 

La seconda proposta riguarda la possibilità di conoscere chi firma, esclusivamente quando il contribuente lo desidera. «Chiediamo che gli enti possano ricevere il nominativo e l’indirizzo dei contribuenti, su loro libera scelta, attraverso una spunta e una firma», spiega Barbieri.

Qui Barbieri illustra le due istanze:


Open data: rendere le informazioni accessibili a tutti

La trasparenza passa anche dalla possibilità di leggere e interrogare i dati. A questo proposito Alberto Almagioni, consigliere Assif, ha presentato la nuova piattaforma open data dell’Osservatorio, costruita anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. «Rendere disponibili i dati serve se si permette di leggerli. Abbiamo usato l’intelligenza artificiale per costruire la piattaforma e abbiamo scelto gli open data perché tutti potessero verificare e contribuire», racconta. Alla consultazione si affianca uno strumento che permette di formulare domande: «Abbiamo deciso di affiancare anche uno strumento che consenta di interrogare il dato in linguaggio naturale. È una possibilità preziosa. L’obiettivo è rendere il dato e la possibilità di leggerlo alla portata di tutti».

La conoscenza degli strumenti è al centro anche dell’indagine «Italiani Solidali» di Ipsos Doxa, illustrata da Valeria Reda, Senior Research Manager, Public Affairs. Attraverso circa 2mila interviste ogni anno, la ricerca approfondisce notorietà, comprensione e utilizzo del 5 e del 2 per mille, il profilo di chi firma e il ruolo di Caf e commercialisti.

L’impegno dei politici: «Il destinato deve arrivare intero»

Le proposte di Assif sono state quindi rivolte direttamente e affidate ai due senatori presenti, Michele Fina (Pd) e Adriano Paroli (Forza Italia). «La Ragioneria dello Stato direbbe che togliere il tetto significa appesantire il bilancio, ma tema che ponete è corretto: il destinato deve arrivare intero», ha detto Fina, che ha invitato Assif a individuare i parlamentari vicini all’associazione e competenti sul tema, per costruire un percorso di lavoro che porti alla realizzazione dell’obiettivo posto. 

Adriano Paroli ha innanzitutto sottolineato come il non profit, a cui il 5 per mille è destinato, sia «parte integrante della risposta al cittadino, inserito nei servizi che lo Stato offre al territorio attraverso le sue articolazioni». La crescita delle firme è quindi «un bel segnale dell’aumento di questa che mi piace chiamare sussidiarietà fiscale». E proprio per questo, sostiene, la scelta deve essere riconosciuta fino in fondo: «Non rispettare la volontà del cittadino fa risparmiare poco allo Stato, con un grande danno per il cittadino. Bisogna porre rimedio, perché quella volontà sia completamente rispettata».

Ora i dati ci sono e le proposte anche: «Non resta che compiere una scelta politica», ha concluso Giulia Barbieri. 

Foto apertura Unsplash. Foto interna e video dell’autrice

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Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro)

13 Ottobre 2026 ore 12:36

Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura». 

Cover libro Stand Up Coop
La copertina del libro di Enrico Quarello, “Stand Up Coop! Il punto di rottura del modello cooperativo, visto dall’interno”, prefazione di Luciano Sita, Luca Sossella editore, 2026

Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.

Partecipare per esistere

Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.

Spendersi per una causa che non ci riguarda

Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.

Lo specchio infranto

Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».

Dal diritto alla concessione

Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.


Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».

Una domanda aperta

Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso.
A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.

In apertura foto di Gustavo Fring da Pexels

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Cooperativa Sole, un’italiana sfida l’Europa in un contest internazionale

13 Ottobre 2026 ore 09:05

Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.

Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

Un laboratorio promosso dalla Cooperativa Sole

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».

Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).

Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere

Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole

Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).

«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».

Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole

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Dare più voce agli studenti e il senso del fare insieme per la scuola

12 Ottobre 2026 ore 22:47

Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.

Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.

Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.

Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.

Fuoriclasse in movimento è il programma nazionale di Save the Children attivo da oltre dieci anni per promuovere il protagonismo di studenti e studentesse e contrastare la dispersione scolastica. UniCredit, con il Fondo Carta Etica, dal 2024 sostiene l’iniziativa. Le voci dei protagonisti, in un giorno speciale all’Istituto Comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma

Parte attiva della propria comunità scolastica

«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».

I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».

Comunità scolastiche più inclusive, accoglienti ed estese

Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».

Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».

Da sinistra Stefano Gallo, head of territorial development di Unicredit, Paolo Lozzi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Morricone, Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand Save the children

I consigli? Sì, danno più voce agli studenti

A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.

Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.

Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.

Che ne pensano i docenti

Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive
tra gli alunni.

I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).

Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.

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I dati sulla dispersione scolastica

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa
all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).

Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.

La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.

Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.

Partecipazione e scuola

Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo
dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Acqua Sant’Anna, visite ginecologiche gratuite in azienda: la prevenzione diventa welfare

12 Ottobre 2026 ore 16:36

C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.

Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?

Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.

Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?

Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.

Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.

A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.

Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.

Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?

Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.

Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.

Cristiana Genta (foto di Silvano Pupella)

Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.

Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…

Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.

Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.

Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?

La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.

Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.

La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.

Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?

Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.

Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.

Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.

Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.

Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?

Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.

Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.

È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.

Credit foto: Acqua Sant’Anna

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Social procurement, si può fare

12 Ottobre 2026 ore 15:17

La chiamano “scelta responsabile” o “sconfinamento”. Qualcuno la definisce “leva strategica” e altri osservano senza sentirsi ancora pronti. Il social procurement o approvvigionamento sociale è l’approccio messo in atto da un’organizzazione pubblica o privata quando decide di utilizzare il proprio potere d’acquisto non soltanto per ottenere beni e servizi, ma anche per generare un impatto sociale. Si può tradurre in più azioni: nella scelta dei fornitori (quando l’azienda acquista prodotti e servizi da imprese o cooperative sociali, realtà del Terzo settore o aziende che favoriscano l’inclusione lavorativa o abbiano una missione di impatto sociale) ma anche nella stesura di un bando (quando un ente inserisce clausole sociali nei processi di selezione delle forniture). Attenzione: il principio economico del miglior rapporto qualità-prezzo resta sempre valido, ma si integra anche il criterio della capacità di produrre un valore aggiunto per la collettività.

In Piemonte esiste già una casa comune del social procurement. È nata a giugno 2024 in seno a Torino Social Impact, la rete che coinvolge oltre 450 partner per promuovere l’economia sociale, e ha preso la forma di un portale sperimentale per favorire il potenziale di collaborazione ancora inespresso tra imprese profit e organizzazioni non profit. Oggi quel progetto è maturo per compiere un passo di consapevolezza in più. O meglio, due.

Una sperimentazione sul campo

«A maggio e giugno scorso, abbiamo avviato due percorsi, rivolti rispettivamente al settore pubblico e a quello privato, che ci consentono di sviluppare una sperimentazione sul campo», spiega Raffaella Scalisi, advisor di Torino Social Impact. «Dopo due anni di divulgazione e formazione, abbiamo capito quanto sia fondamentale per le imprese sociali dialogare direttamente con le aziende ed entrare nelle logiche del procurement, una funzione cruciale caratterizzata da processi, procedure e strumenti gestionali molto strutturati. Pensare che basti invitare le aziende ad avvicinarsi al social procurement sarebbe ingenuo: bisogna comprenderne i meccanismi e conoscere il linguaggio».

Si parla spesso della difficoltà delle imprese sociali nel dialogare con il mercato profit, ma non è solo questo il punto: «Non basta preparare le imprese sociali, occorre anche costruire un confronto con le aziende, intercettarne le esigenze e le modalità operative. Per questo siamo molto contenti che Unione Industriali abbia scelto di accompagnarci in questo percorso di collaborazione, sostenuto dalla Camera di commercio e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo».

Social procurement pubblico

Il percorso nasce nell’ambito del Piano per l’Economia sociale Torino 2030 come laboratorio territoriale, in collaborazione con il progetto europeo Proseco, di cui Torino Social Impact e la Città di Torino sono partner. «La sperimentazione è rivolta a tutte le stazioni appaltanti, pubbliche amministrazioni, enti strumentali, società partecipate, università e centrali uniche di committenza interessate a integrare appalti sociali, clausole sociali e criteri premiali di impatto sociale nelle proprie procedure di acquisto», prosegue Scalisi. «È un tema complesso, applicabile a diverse tipologie di procedure. Richiede la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le opportunità offerte dal mercato e i requisiti richiesti, perché vincoli eccessivi rischiano di ridurre il numero degli operatori disponibili e di rallentare l’attività della pubblica amministrazione. È un aspetto importante, su cui ci concentreremo, tenendo conto anche della revisione del quadro normativo sugli appalti, avviato dalla Commissione europea per valorizzare maggiormente la sostenibilità sociale nelle procedure pubbliche».

Il nostro Codice mette già a disposizione diversi strumenti: «L’obiettivo è approfondirne la conoscenza per utilizzarli al meglio, con il supporto di giuristi ed esperti di impatto sociale, affinché il social procurement diventi una pratica ordinaria e non un esperimento isolato. Dall’altro lato, puntiamo a promuovere il confronto tra i soggetti responsabili delle procedure, creando occasioni di collaborazione per individuare insieme le modalità più efficaci di applicazione della normativa».

L’iniziativa si articola in tre fasi, suddivise in quattro incontri tra la fine del 2026 e il primo semestre del 2027. Tra un incontro e il successivo è previsto un accompagnamento individuale da parte del team di progetto, che coinvolge diversi esperti: Sergio Foà, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino, la ricercatrice Valentina Galliano e Tommaso Tropeano, research fellow del Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact.

E privato

«Per il social procurement privato, entreremo direttamente nelle aziende», spiega Scalisi. «Dopo un primo confronto più ampio, tre aziende (Xori Group, Comau e Italgas, nda) hanno scelto di proseguire in tutte le fasi del percorso. Si tratta di un gruppo ristretto, selezionato da Unione Industriali sulla base di una sensibilità già maturata sul tema, una propensione a svilupparlo e una significativa capacità industriale e di acquisto. In queste settimane si svolgeranno i primi incontri di initial development: tre ore dedicate a ciascuna azienda, a partire da una valutazione iniziale.
Per ogni fase è prevista una checklist di domande elaborata a partire dalla letteratura scientifica sulle partnership tra profit e non profit, nell’ambito di una ricerca condotta dal Politecnico di Torino e con il contributo di una dottoranda per monitorare e verificare sia gli aspetti esecutivi sia quelli relazionali, valutandone l’impatto».

Uno dei focus group realizzati a maggio nell’ambito delle attività di Torino Social Impact sul social procurement.

L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare e testare modelli di collaborazione tra imprese profit e imprese sociali capaci di generare valore economico, organizzativo e sociale in modo concreto. «Non si tratta soltanto di divulgazione o formazione, ma di una vera e propria analisi della supply chain per l’individuazione di ambiti di fornitura adatti al social procurement e della conseguente modellizzazione dello strumento all’interno delle procedure aziendali. Le imprese partecipanti saranno accompagnate da un gruppo di esperti attraverso un percorso personalizzato.

Per Luca Rollino, ceo di Xori Group, si tratta di «un’opportunità di valore strategico. Crediamo che la competitività passi dall’innovazione della supply chain e dalla capacità di generare un impatto reale sul territorio. Grazie a questa collaborazione, rafforziamo il nostro percorso Esg integrando le imprese sociali nei processi di acquisto per trasformarli in una leva di valore condiviso». Gli esperti coinvolti in questo caso sono sei: Alessandra Quarta, docente di Diritto privato all’Università di Torino, Tommaso Tropeano, research fellow al Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact, Francesca Montagna, docente in Ingegneria gestionale e della produzione del Politecnico di Torino e tre tre membri dell’associazione Manager non profit (Giulio Prandi, Maurizio Natta e Giacomo Vessia).

In apertura, uno dei due focus group che realizzati da Torino Social Impact nell’ambito delle attività sul social procurement. Le fotografie sono state fornite da Torino Social Impact

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