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“Ronnie Wood non può avere la porta di casa rosa, deve essere nera”: la battaglia legale del chitarrista dei Rolling Stones con il comune di Londra

17 Giugno 2026 ore 10:51

Non importa che tu abbia 79 anni e sia una stella mai tramontata del rock, non importa che tu ti chiami Ronnie Wood, la porta di casa tua non può essere “rosa”.
Questo succede a Londra dove il comune di Westminster, nella elegante zona a nord detta Maida Vale, non lontana dalla famosa Little Venice, ha stabilito che il chitarrista dei Rolling Stones debba ridipingere il portoncino di ingresso di casa sua perchè quel bel rosa acceso scelto è “incongruo” e “danneggia l’aspetto e l’interesse architettonico di quelle proprietà”.

L’ultimatum, infatti, non è stato recapitato solo alla stella della band britannica, ma anche ai suoi vicini di casa che, colti da estro e magari dal desiderio di contrastare le grigie giornate londinesi, avevano scelto di colorare le porte d’ingresso delle loro case a schiera con toni brillanti.
Una fonte vicina all’artista ha detto al Daily Mail che “il comune non vuole che le porte siano dipinte di colori diversi. Le vogliono tutte nere”.
E non importa neppure che Ronnie Wood abbia sborsato quasi 8 milioni di euro per comprare quella casa, con la porta rosa.
Lui e la sua famiglia, le due gemelle di 10 anni avute dall’ultima moglie, la produttrice teatrale Sally Humphreys sposata nel 2012, avevano deciso di regalarsi quel colore mantenendo il cancello che circoscrive la proprietà nero, sperando sì di aggirare le resistenze del comune.
Poi, sempre stando a quanto rivelato dalla fonte anonima, qualcuno ha “scattato una foto” della famigerata porta dichiarando che “non si può avere quel colore”. E’ stato a quel punto che Ron Wood ha fatto ricorso al council di Westminster per tenere il punto, ma ricevendo in tutta risposta un no secco: “Non puoi avere quel colore – dipingila di nero”.

“E’ fastidioso” ha commentato la fonte. Ovviamente la zona, considerati i prezzi delle case al metro quadro, è popolata di super ricchi e, non a caso, una dei vicini di casa dell’artista è Angela Allen, che si è guadagnata un Bafta, premio del cinema britannico, e anche lei ha ammesso di essere stata una delle prime ad avere ricevuto l’ordine di ridipingere la porta d’ingresso di casa sua per attenersi alle regole comunali.
Se si fosse rifiutata di farlo si sarebbe vista recapitare una multa di 35.000 euro. La sua porta era blu e così è stata per cinque anni, in attesa di ricevere la notifica dell’amministrazione con il parere dei tecnici in merito alla richiesta di lasciarla tal quale.
Insomma, in una sfilza di richiesta di colori, gran parte del vicinato ha avuto problemi con le scelte cromatiche del comune e, alla fine, ha dovuto arrendersi rinunciando alla libera espressione dell’estro.

Paint it black! #RollingStones‘ Ronnie Wood told to replace pink door #RonnieWood https://t.co/L2eSLvymOi

— MarieFranceRemillard (@MFRemillard) June 13, 2026

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Mafia & processo Baiardo, Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta

17 Giugno 2026 ore 10:50

Al processo contro Salvatore Baiardo, in corso nell’aula 28 del Tribunale di Firenze, Paolo Berlusconi si è presentato a testimoniare declinando le sue generalità in collegamento in differita e accompagnato dal suo avvocato (autorizzato a presenziare senza poter interagire dalla presidente del collegio Anna Favi) e ha inviato prima dell’udienza una nota dei suoi difensori nella quale chiede di astenersi dalla testimonianza ex art. 199 codice procedura penale perché prossimo congiunto di Silvio Berlusconi, in passato indagato nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Poi stralciato mentre Marcello Dell’Utri è stato archiviato con decreto del Gip su richiesta dei pm. Il pm Lorenzo Gestri si è opposto sostenendo che non c’è nella norma questa possibilità perché Silvio Berlusconi non è imputato nel presente processo. E fu stralciato dall’indagine per morte nel 2023. Mentre il processo in corso nasce da un’ulteriore stralcio effettuato da quel procedimento per il solo Salvatore Baiardo. Il difensore si Baiardo, avvocato Ventrella ha chiesto che la richiesta sia accolta. Il tribunale si è riservato e ora è in corso la camera di consiglio per decidere. Paolo Berlusconi era stato chiamato a deporre sulle circostanze di un incontro nella sede del quotidiano Il Giornale a Milano avvenuto il 14 febbraio del 2011 proprio con Salvatore Baiardo. Il giudice alla fine ha però deciso perchè la testimonianza si debba fare. Il tribunale, infatti, ritenuto che l’articolo 199 prevede la facoltà di astensione dei soli prossimi congiunti dell’imputato e che il prossimo del teste in questione (cioè Silvio Berlusconi fratello di Paolo) è stato sì indagato nel procedimento principale dal quale è stato separato l’imputato Baiardo ma questa circostanza “non rileva” perché Silvio Berlusconi non è mai stato indagato per i reati oggetto di questo processo ed è stato invece indagato per altri reati per i quali è peraltro stato archiviato.

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“Era un amico, speravo di non trovarlo. L’acqua limpidissima ci ha permesso di vederne il corpo”: parla il sub che ha recuperato Gianluca Benedetti alle Maldive

17 Giugno 2026 ore 10:48

Tra coloro che hanno portato al recupero dei cinque sub morti nella grotta di Devana Kandu, alle Maldive, c’è anche Diego Zantedeschi, 50 anni, subacqueo italiano ed ex sommozzatore della Protezione civile. È stato lui a individuare il corpo di Gianluca Benedetti, capobarca della Duke of York e primo dei cinque dispersi a essere ritrovato. Una scoperta decisiva, perché ha consentito ai soccorritori di localizzare anche gli altri quattro sub. Per Zantedeschi la tragedia ha avuto anche una dimensione personale: Benedetti era infatti un suo amico e collega.

“Lavoravamo a stretto contatto ormai da due anni. Ero nel porto di Malé quando ci hanno avvisato che Gianluca con il suo gruppo non si trovava più, quindi io e Rashid (Mohamed, ndr), l’altro divemaster maldiviano, ci siamo organizzati e siamo andati sul luogo della scomparsa. Una volta lì, abbiamo supposto che potessero essere nella grotta”, ha raccontato Zantedeschi a Fanpage.

Il sub conosceva già quel sistema di cavità ma, precisa, “ero entrato solo nella prima camera, quella principale, che è talmente grande da permettere l’ingresso della luce e a volte non c’è neanche bisogno della torcia”. Questa volta, però, la decisione è stata quella di proseguire oltre: “L’acqua limpidissima ci ha permesso di vedere il corpo di Gianluca“.

Un ritrovamento doloroso: “Speravo di non trovarlo perché sarebbe rimasta la labile speranza di trovarlo in superficie, mentre se lo avessi trovato in grotta dopo sei ore per forza non poteva essere vivo”. Proprio quella scoperta, però, ha ristretto il campo delle ricerche, che si sono poi concentrate all’interno della cavità.

Il 50enne spiega di essere sceso con attrezzature diverse da quelle utilizzate da Benedetti e dagli altri sub e, a proposito delle ricostruzioni secondo cui il corpo del capobarca si trovasse lontano dagli altri quattro, chiarisce: “Era più vicino all’uscita, però si trovava comunque nella seconda camera e non era neanche vicino all’uscita della seconda camera: era dalla parte opposta. Anche lui aveva la bombola completamente vuota. Niente può dare adito al fatto che stesse uscendo. Gli altri quattro erano all’interno del cunicolo che conduce all’ipotetica terza camera, e lì non si vedeva oltre i 2-3 metri”.

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Parla “la signora delle tracce” della Maturità: “Sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, il tototema mi fa sorridere. Ecco come scegliamo le tracce”

17 Giugno 2026 ore 10:42

È “la custode dei temi” o, parafrasando alla lontana Tolkien, “la signora delle tracce”. La 63enne storica dell’arte Flaminia Giorda è colei che ogni anno ad aprile, da quando nel 2020 guida il Servizio ispettivo e la Struttura tecnica degli esami di Stato, conosce le tracce dei temi che tra poche ore gli studenti si troveranno davanti all’esame di maturità. Massima riservatezza, domande dei parenti e amici virtatissime, insomma niente spoiler per almeno 50 giorni. A custodire il segreto assieme a lei è il ministro dell’istruzione, in questo caso e da tre anni è Giuseppe Valditara. “Le tracce sono state “dematerializzate” da anni, con l’avvento del cosiddetto “plico telematico”, introdotto nel 2012”, ha spiegato la funzionaria del ministero a Repubblica.

“Al ministro ne vengono presentate molte possibili per ciascuna tipologia. Le leggiamo insieme, ne discutiamo, e la scelta finale spetta a lui”. Giorda spiega che Valditara è molto sensibile al fatto che “la varietà dei temi è importante: occorre che le tracce tocchino ambiti differenti, propongano possibilità di espressione diverse”. Curioso, peraltro, che esiste un archivio dove sono custodite tracce passate valutate e poi cestinate; ma è sul giochino del “totema” che ogni anno rispunta puntuale che Giorda se la ride sotto i baffi: “Spesso è legato agli anniversari, che sono spunti troppo scontati, o è ripetitivo: ad esempio, sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, in qualche anno naturalmente c’è stata, ma certo non si può riproporre in ogni esame. Per le tracce di analisi del testo letterario, poi, si ripetono sempre gli stessi nomi… A volte il tototema mi fa sorridere: qualcuno prevede che esca un brano di letteratura di un autore che nemmeno si studia l’ultimo anno, come Foscolo, e che quindi non potrebbe mai essere scelto”.

Così tra un docente che cerca di circuirla con galanteria per estorcerle informazioni sulle tracce, l’orgoglio di aver suggerito nel recente passato una traccia sul potere della musica ispirata a Oliver Sacks e un lavoro mastodontico sulla selezione e la raffinazione finale dei temi ecco arrivare la mattina degli esami: “Ragazzi il più è fatto”, chiosa. “Secondo me adesso bisogna seguire la propria ispirazione, leggere articoli di giornale e brani di letteratura che piacciono e interessano. In generale, è ovvio che per imparare a scrivere bene occorre leggere cose ben scritte; ed esercitarsi molto a esprimere il proprio pensiero, sviluppare il gusto della parola precisa, della frase efficace”.

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Uno squalo Mako abbocca all’amo e sorprende due pescatori al largo della Toscana: “Niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto”

17 Giugno 2026 ore 10:35

Una serata di pesca come tante si è trasformata in un incontro che difficilmente Simone Beoni e Fabio Sagnibene dimenticheranno. I due amici, abituati a trascorrere insieme i fine settimana in mare, si sono trovati faccia a faccia con uno squalo Mako, una delle specie più veloci e affascinanti del Mediterraneo. La scena è avvenuta nelle acque di Calafuria, al largo della costa toscana, a circa un miglio dalla riva. I due erano usciti in barca partendo dalla zona di Calambrone, nel territorio di Pisa, per praticare il drifting, una tecnica di pesca d’altura utilizzata per cercare grandi predatori marini come tonni e verdesche.

Una giornata apparentemente normale per due appassionati: Simone lavora nel settore tessile, Fabio è vivaista, ma il mare rappresenta da tempo il loro appuntamento fisso del weekend. Questa volta, però, la battuta ha preso una piega completamente diversa. A raccontare quei momenti è stato Simone, intervistato da La Nazione: “Erano le 21 e il sole stava tramontando, quando all’improvviso abbiamo visto la canna piegarsi di colpo e subito dopo lo squalo è schizzato fuori dalla superficie dell’acqua. È improvvisamente ripiombato sotto, mentre si dimenava in modo furioso: era impressionante”.

I due pescatori hanno capito rapidamente di non avere davanti una cattura comune. L’esemplare, secondo la loro stima, poteva pesare tra i cinquanta e i sessanta chili: “Abbiamo capito subito che si trattava di uno squalo Mako di circa cinquanta o sessanta chili, una specie che si riconosce facilmente dalle pinne e dalla fisionomia”, ha spiegato Simone.

Il Mako, un visitatore insolito delle acque italiane

Lo squalo Mako, il cui nome scientifico è Isurus oxyrinchus, è una specie presente in acque temperate e tropicali, ma negli ultimi anni è diventata sempre più rara nei nostri mari. Considerato un grande predatore pelagico, può avvicinarsi alle coste soprattutto quando segue le proprie prede.

Dopo averlo portato vicino all’imbarcazione, i due hanno scelto di non trattenerlo: “Quando lo squalo è arrivato nei pressi della barca abbiamo tagliato la lenza e lo abbiamo liberato, come era giusto e corretto fare. Abbiamo fatto un video, ma niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto e provato. L’impressione è stata enorme e ancora ci rimane in mente il ricordo di quei minuti che abbiamo vissuto insieme”.

Non è un caso isolato: altri avvistamenti nel Mediterraneo

L’avvistamento toscano non sembra essere un caso completamente isolato. Solo poche settimane prima, nelle acque ioniche davanti a Gallipoli, in provincia di Lecce, un altro esemplare adulto di squalo Mako aveva attirato l’attenzione dopo aver urtato un’imbarcazione da diporto mentre navigava al largo. Due episodi ravvicinati che riaccendono l’interesse su una specie difficile da osservare così vicino alle coste italiane.

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Banchiere multimilionario discendente da stirpe reale arrestato nove anni dopo aver spinto una donna sotto un autobus: colpo di scena nel caso “Putney Pusher”

17 Giugno 2026 ore 10:33

Un uomo di 44 anni, banchiere multimilionario discendente da stirpe reale, è stato arrestato in relazione al caso noto come “Putney Pusher”, a distanza di nove anni dall’aggressione che aveva scosso l’opinione pubblica. La vittima era stata deliberatamente spinta contro un autobus in corsa, rischiando conseguenze gravissime. Solo il pronto intervento dell’autista, che con una manovra repentina era riuscito a sterzare evitando l’impatto, le aveva salvato la vita. L’arresto rappresenta una svolta significativa in una vicenda rimasta irrisolta per quasi un decennio.

Come rivela il Daily Mail, il sospettato è stato fermato il 15 giugno nella sua casa da 1,4 milioni di sterline a ovest di Londra. Direttore in una banca privata, il presunto colpevole è un ex ufficiale dell’esercito britannico decorato che ha servito in diversi conflitti mondiali.

“L’arresto è legato a un incidente avvenuto il 5 maggio 2017, – ha affermato la polizia alla stampa – quando una donna è stata spinta sulla traiettoria di un autobus sul Putney Bridge. Le indagini sono in corso”.

Il drammatico filmato delle telecamere di sicurezza dell’incidente è stato visualizzato milioni di volte online. Le immagini mostrano il runner che passa accanto a un altro uomo sul ponte, prima di spingere la donna a terra. Quasi quattro mesi dopo l’incidente, la Polizia Metropolitana aveva diffuso le immagini delle telecamere di sicurezza di un uomo riprese dall’interno dell’autobus, nel tentativo di identificare il sospetto. La polizia ha chiuso le indagini nel giugno 2018, ammettendo di aver esaurito tutte le piste investigative.

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“Abbiamo visto un serpente velenoso durante l’allenamento. Se ti morde, devi andare in ospedale. Stiamo cercando di essere prudenti”: paura Germania, la denuncia di Kimmich

17 Giugno 2026 ore 10:32

Il caldo, le lunghe distanze, il fuso orario e ora anche i serpenti. Già, i rettili stanno diventando la grande paura delle Nazionali europee impegnate nei Mondiali di calcio negli Usa. L’ultima denuncia arriva dalla Germania, che si trova in ritiro nel lussuoso centro sportivo di Wake Forest University, nel WinstonSalem. Il capitano della squadra, Joshua Kimmich, ha denunciato in conferenza stampa che lui e i suoi compagni di squadra hanno avvistato un serpente velenoso nel corso dell’allenamento.

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Non è il primo caso. La Svizzera a San Diego si allena su un campo adiacente a una cosiddetta “snake area”, dove è diffusa anche la presenza dei serpenti a sonagli. Un caso simile riguarda anche la Norvegia di Haaland, vittoriosa all’esordio contro l’Iraq, che si trova in ritiro a Greensboro, nella Carolina del Nord: nella zona sono molto diffusi i serpenti Copperhead, che se disturbati possono diventare molto pericolosi.

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Anche il serpente incontrato dalla Nazionale tedesca avrebbe potuto diventare un pericolo: “Ieri abbiamo visto un serpente durante l’allenamento e ci hanno detto che era velenoso“, ha raccontato Kimmich alla stampa. Manifestando tutte le sue preoccupazioni: “Quindi, se vieni morso, devi andare in ospedale. Non penso che si muoia, ma è sicuramente pericoloso. Se calpesti un animale di questo genere, le cose possono finire molto male…

La Germania di Nagelsmann in campo ha vinto all’esordio contro Curaçao con un netto 7 a 1: sabato sera è attesa a una sfida molto più complessa, contro la Costa d’Avorio, reduce da una pesante vittoria contro l’Ecuador. Ma al momento l’apprensione dei tedeschi più che su Yan Diomande sembra concentrata sui serpenti velenosi: “In Germania, ho l’impressione che non ci siano così tanti animali pericolosi. Stiamo cercando però di mantenere le distanze ed essere prudenti“, ha concluso Kimmich.

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Mondiali 2026: l'ultimo valzer di Messi, Ronaldo e delle leggende del calcio

17 Giugno 2026 ore 10:10
Tra record, sogni e voglia di stupire ancora, questa edizione potrebbe segnare l'ultimo capitolo per molte delle stelle che hanno dominato il calcio negli ultimi vent'anni

© RaiNews

Subaru Uncharted, la prova de Il Fatto.it – La giapponese a elettroni che sorprende – FOTO

17 Giugno 2026 ore 10:24
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La Uncharted è elettrica (anche) a trazione integrale permanente e una Subaru vera: “Non è una Toyota con il nostro marchio – taglia corto Nicola Torregiani, presidente e Ceo della filiale nazionale della casa delle Pleiadi, che gestisce anche le operazioni in Slovenia, Croazia, Grecia, Bulgaria e Romania, mentre il manager è responsabile anche delle filiali del Benelux – perché un centinaio dei nostri ingegneri ha contribuito al suo sviluppo”.

Nello specifico, sottolinea Torregiani, ha “messo sul tavolo” il meglio del proprio know how, cioè la trazione integrale, l’e-Axle management, la sicurezza, il set up e la qualità di guida: “Per noi questa è una macchina che si gestisce con l’acceleratore”, insiste confermando lo spirito sportivo del costruttore, partecipato al 20% da Toyota, che si è fatto conoscere anche con i suoi successi nel rally.

Il crossover coupé da 4,51 metri di lunghezza (2,75 sono di passo), da 1,87 di larghezza e 1,62 di altezza ha anche interessanti capacità fuoristradistiche che gli derivano da 2111 millimetri di spazio libero da terra (30 in più rispetto al modello di Toyota) con angoli di attacco e uscita di 17,2 e 27°. Esibisce un frontale moderno e nuovo (per il marchio), rivestimenti protettivi “a forte contrasto” (soprattutto nel colore esterno di lancio, che è un intrigante arancione, indubbiamente appariscente, ma anche “simpatico”) e anche una parte posteriore elegante e allo stesso tempo leggera.

La Subaru Uncharted è a listino (gli ordini sono già aperti) con due batterie, tre potenze e quattro allestimenti con un prezzo che parte dai 39.900 euro della 2E-Xcite, che con la promozione trasversale di 5.000 euro scende a 34.900 euro. I clienti possono poi contare su 1.060 euro equivalenti a 10.000 chilometri di ricarica gratuita. Per la declinazione top di gamma con cerchi da 20” e tetto panoramico servono 48.900 euro, che con la sforbiciata promozionale (in questo caso di “soli” 4.500 euro) scendono a 44.400. Con SubaruSafe, la garanzia vale 8 anni, indipendentemente dal chilometraggio.

Gli accumulatori con chimica litio ferro fosfato sono da 57,7 e 77 kWh e valgono autonomie tra i 451 e i 592 chilometri (trazione anteriore e batteria grande) a seconda del tipo di trazione (anche anteriore) e della potenza. Che è di 167, 224 e 343 Cv (al motore principale da 224 si somma quello da 88) con una coppia di 268 Nm. Le velocità massime sono di 140 e 160 km/h, mentre i consumi dichiarati sono compresi tra 16,9 e 19,2 kWh/100 km: nella prova con il modello top di gamma, peraltro con parecchia autostrada, il computer di bordo ne ha rilevati 20.

La Uncharted è briosa (5” per schizzare da 0 a 100 orari nella variante più potente, guidata anche in off road) e piacevole, capace di trasmettere confortanti sensazioni di solidità. L’equipaggiamento è importante e tutti le versioni includono diversi sistemi di sicurezza (la casa delle Pleiadi vuole azzerare entro il 2030 gli incidenti stradali mortali che coinvolgono i propri veicoli), compresi il Front Cross Traffic Alert e l’Adaptive High-beam System, il doppio scomparto per la ricarica wireless, la pompa di calore e il caricatore di bordo da 22 kW a corrente alternata (in genere è da 11) e da 150 per quella continua. I tempi del rifornimento sono promessi di 28 minuti per passare dal 10 all’80%, mentre il sistema di rigenerazione dell’energia è su cinque livelli (uno in più rispetto alla C-HR+) con comandi al volante.

Gli obiettivi di vendita per le elettriche sono ambiziosi: quest’anno Subaru punta a 350 unità, inclusa la Solterra, che nel 2027 dovrebbero diventare 1.500 (compresa la futura E-Outback) e raggiungere quota 2.000 nel 2028 tra Uncharted, Solterra e E-Outback. Subaru crede nell’elettrificazione e non ha intenzione di compiere alcun passo indietro: “Solo – precisa Torregiani – cambia la velocità di diffusione nei vari mercati”. E l’Italia sembra guardare anche più lontano rispetto ad altri paesi: lo scorso anno è stata la nazione in cui Subaru è cresciuta di più (+55%) e lo scorso maggio è stata il primo mercato europeo.

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CACCIA, PAPA LEONE XIV: “QUESTIONE DI GRANDE RILEVANZA SOCIALE E MORALE”

17 Giugno 2026 ore 10:22

“È con emozione e gratitudine che abbiamo accolto la risposta del Papa alla nostra nota di preoccupazione circa il disegno di legge 1552 sulla caccia. Le parole del Pontefice, sagge e motivanti, siano di ispirazione anche per le forze responsabili della maggioranza parlamentare”.

Lo dichiara la Lipu-BirdLife Italia in merito alla nota che Papa Leone XIV ha fatto seguire alla lettera che da Assisi, riunita in Assemblea, la Lipu aveva inviato al Pontefice.

“Il disegno di legge 1552 in discussione al Senato della Repubblica – aveva scritto la Lipu – se approvato, aumenterà la pressione venatoria con un impatto negativo e potente sulla biodiversità e in particolare sugli uccelli selvatici, già sofferenti per via della perdita di habitat, dei cambiamenti climatici e di vari altri problemi ambientali, rappresentando un fattore devastante e un motivo di forte e diffusa preoccupazione”.

“Sarebbe di inestimabile valore, Santità – concludeva la Lipu – pur sapendola impegnata in altre e grandi questioni, spirituali e sociali, una Sua parola, un Suo pensiero di pace e attenzione rivolto alla natura e a chi ha la responsabilità di proteggerla”.

Con grande sollecitudine il Papa ha risposto alla Lipu, per tramite della Segreteria di Stato, con parole sentite e tutt’altro che di circostanza. Pur sottolineando l’indiscutibile terzietà della Santa Sede rispetto alle “tematiche legislative degli Stati”, Papa Leone ha definito il tema “una questione di grande rilevanza sociale e morale”, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera” svolta nei riguardi della natura e “pregando affinché siano esauditi i legittimi desideri della Lipu”.
Il Papa ha inoltre assicurato che la Santa Sede non mancherà di promuovere “il rispetto e la tutela del creato, dono incomparabile di Dio, sia con il Magistero del Sommo Pontefice sia con gli interventi degli Osservatori permanenti presso i vari Organismi internazionali”.

“Ricevere la lettera di Papa Leone XIV – dichiara il presidente della Lipu-BirdLife Italia Alessandro Polinori – è stata un’emozione potente e una grande sorpresa, anche rispetto alla sollecitudine con cui il Papa ha risposto, pochissimi giorni dopo la nostra nota. La saggezza e la delicatezza delle parole del Pontefice, tali da sconsigliare ogni facile strumentalizzazione, mostrano la sensibilità di Leone XIV per la tutela della natura, che ci motiva ancora di più e ci spinge ad andare avanti anche, nello specifico, per fermare questo cattivissimo disegno di legge”.

“Crediamo che le parole di Papa Leone XIV – conclude Polinori – nell’anno dell’ottocentesimo della morte di San Francesco, non possano non ispirare chiunque abbia a cuore le sorti della natura e in special modo quelle componenti più responsabili e sensibili della maggioranza parlamentare, che ad oggi non sono riuscite ad esprimersi ma che, lo sappiamo bene, vivono la questione con notevole sofferenza. Ebbene, il momento per pronunciarsi, per dissociarsi dal più grande attacco alla natura e contrastarlo attivamente, è infine arrivato”.

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“Ho un tumore alla prostata aggressivo”: Jeremy Clarkson lo ha annunciato in televisione. Le condizioni di salute del conduttore e pilota automobilistico

17 Giugno 2026 ore 10:11

Jeremy Clarkson, il celebre conduttore televisivo, giornalista e appassionato di automobili, ha pubblicamente rivelato di aver ricevuto una diagnosi di cancro alla prostata in forma aggressiva.

Il presentatore britannico, che ha compiuto 66 anni l’11 aprile scorso, ha scelto di condividere questa notizia con il suo pubblico attraverso gli episodi conclusivi della quinta stagione del suo programma “Clarkson’s Farm”, confermando di essere a conoscenza della malattia dallo scorso mese di maggio..

Il tumore è stato individuato in una fase molto precoce a seguito di una visita medica e di una biopsia, che ne hanno confermato l’aggressività. Clarkson si è sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione parziale della prostata, il 10% della quale risultava interessata dalla neoplasia. Nelle prossime settimane dovrà sottoporsi a un ulteriore intervento chirurgico. Di recente, il conduttore è stato fotografato in ospedale in seguito a una terapia che non avrebbe dato gli esiti sperati.

Clarkson ha conosciuto la popolarità televisiva con lo show automobilistico della BBC “Top Gear” che ha co-condotto dal 2002 al 2015 insieme a Richard Hammond e James May. Dopo l’addio alla BBC, il trio ha firmato con Amazon Prime Video per lo show “The Grand Tour”, andato in onda dal 2016 al 2025. Poi è arrivata “La fattoria di Clarkson (Clarkson’s Farm)” dal 2021 che documenta la caotica vita da agricoltore nella sua tenuta nei Cotswolds. Dal 2018 è il presentatore ufficiale della versione originale britannica di “Chi vuol essere milionario?”.

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“Sei stato risucchiato in pochi giorni e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli”: il dolore di Francesca Barra per la morte del papà

17 Giugno 2026 ore 10:06

Lutto per Francesca Barra. La giornalista, scrittrice e conduttrice ha annunciato sui social la morte del padre, Francesco Michele Barra, scomparso all’età di 79 anni. Nato a Castrovillari, Barra era un commercialista e aveva avuto anche un’esperienza in Parlamento. La Basilicata, terra che aveva scelto come casa, era diventata negli anni il centro della sua vita personale e professionale.

“Addio, papà. Te ne sei andato nel modo in cui un grande uomo lascia la terra: circondato dalle persone che ama e che ti considerano l’uomo più determinante nelle loro esistenze”, scrive Barra, ricordando anche la madre, i fratelli e gli otto nipoti.

La giornalista racconta il dolore per una perdita arrivata in modo improvviso. “Sei stato risucchiato in pochi giorni come non avrei mai potuto immaginare, e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli“, confessa. Nel suo ricordo trovano spazio immagini intime della loro quotidianità: i papaveri raccolti insieme durante l’infanzia, le gite per fotografare i paesaggi della Basilicata, le favole inventate per le nipoti e le spremute preparate ogni mattina. Piccoli gesti che, nelle sue parole, diventano il simbolo di una presenza costante e rassicurante.

“Eri così gentile, papà. Talmente gentile che a volte mi chiedevo come ci riuscissi”, scrive ancora, soffermandosi su quella che considera la sua qualità più preziosa. “Chi ti aveva insegnato l’arte più rara di tutte: fare sentire le persone amate, ogni giorno, senza risparmio?”.

Il post si conclude con parole colme di dolore ma anche consapevolezza: “Niente sarà più come prima. Non salterò più nel buio certa di trovare la tua presa ad aspettarmi. Eri un uomo capace di migliorare le nostre vite. Ho conosciuto l’ultimo uomo migliore del mondo. E, grazie a Dio, era anche mio padre”.

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Austria - Giordania 3 a 1: la sintesi della partita

17 Giugno 2026 ore 10:01
L'Austria supera la Giordania per 3-1 grazie alle reti di Marcel Sabitzer e Mario Arnautovic, oltre a un'autorete di Yazan Al Arab. Per la Giordania a segno Ali Olwan

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Politiche di integrazione: un cantiere deserto

17 Giugno 2026 ore 09:57

Gestire i flussi in entrata di lavoratori stranieri non basta. Si devono creare le condizioni per permettergli di diventare cittadini economicamente e socialmente integrati. Dalla casa alla cittadinanza, i nodi da sciogliere sono ancora tanti.

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La Spagna regolarizza i migranti, l’Italia no

17 Giugno 2026 ore 09:56

Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità. E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.

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Non di solo passato vive il turismo. Cosa serve all’Italia secondo Airbnb

17 Giugno 2026 ore 09:51

Immune dalle tensioni internazionali, piuttosto resiliente agli shock e all’inflazione, il turismo è una specie di vaccino contro il declino e la decrescita. L’Italia, un po’ per il suo patrimonio artistico e culturale unico al mondo, un po’ per i suoi paesaggi da secoli nell’immaginario collettivo, unitamente a una cucina invidiata in tutto il globo, è forse il Paese che ha più da guadagnarci da una corretta e sana gestione dei flussi turistici (nel primo trimestre 2026, in piena crisi in Medio Oriente, arrivi e presenze sono risultate in crescita rispetto al medesimo periodo del 2025 rispettivamente del 4,2% e del 7,5%). Ma senza una politica attenta e lungimirante, persino questo immenso capitale rischia di dare poco frutto. Ed è qui che entra in gioco il dialogo tra imprese e istituzioni, per fare più e meglio. Con le prime chiamate a dare un aiuto concreto all’economia, laddove non sempre la politica fa centro. Per esempio, non garantendo una sufficiente ricettività in grado di soddisfare una domanda in costante crescita.

Potere del turismo

Airbnb e Teha Group (Ambrosetti) hanno presentato a Villa Gregoriana, che si affaccia sulla gola ai margini della quale sorge Tivoli, il primo Osservatorio sul turismo diffuso in Italia. Il quadro che emerge è che l’Italia detiene un patrimonio culturale diffuso, localizzato prevalentemente nei piccoli comuni, ma storicamente limitato da una capacità ricettiva insufficiente. In questo contesto Airbnb e l’ospitalità in casa svolgono una funzione di infrastruttura di accesso, ampliando l’offerta dove gli hotel sono assenti, attivando spesa, occupazione e reddito locale e contribuendo a rendere visibili territori che altrimenti resterebbero esclusi dai flussi turistici.

L’analisi presentata tra le rovine del Tempio della Sibilla dimostra come nel 2025 Airbnb ha generato 836 milioni di euro di impatto economico complessivo nei piccoli comuni italiani valorizzando il potenziale turistico delle comunità locali e dei piccoli borghi di cui l’Italia è disseminata.

Lo studio rappresenta la valutazione più completa finora realizzata di come l’home-sharing stia ridisegnando la geografia turistica italiana, portando crescita economica nel cuore di migliaia di borghi, piccoli centri e di siti culturali del Paese. Tutto ampiamente dibattuto nel corso dell’incontro di Tivoli dal titolo Turismo diffuso: distribuire i flussi, moltiplicare il lavoro e occasione per annunciare una donazione di 1,5 milioni di euro in tre anni all’Associazione nazionale comuni italiani. Risorse che confluiranno in un fondo dedicato allo sviluppo turistico e alla valorizzazione del patrimonio rurale dei piccoli e medi comuni, con l’obiettivo di supportare piccole imprese e attività locali, comunità e organizzazioni di cittadinanza attiva, nonché associazioni culturali e di tutela del patrimonio artistico-culturale nella costruzione di un’offerta turistica sempre più sostenibile, qualificata e competitiva.

Un patrimonio unico ma vulnerabile

Eppure, c’è un collo di bottiglia anche per un Paese così ricco di meraviglie. Se è vero infatti che l’Italia detiene il maggior numero di siti del patrimonio mondiale Unesco al mondo (61 distribuiti in 330 comuni) nonostante questa straordinaria varietà di attrattori, il turismo italiano continua a concentrarsi in un numero limitato di destinazioni. I primi 20 comuni attraggono infatti il 32% di tutti i visitatori nazionali, mentre l’80% delle province si divide appena il 36% dei flussi turistici. A ciò si aggiunge una stagionalità particolarmente accentuata, con un indice di picco superiore del 10% rispetto alla media europea, segnale di un sistema che continua a registrare forti pressioni nelle destinazioni più note e un significativo sottoutilizzo di gran parte del territorio.

Questo squilibrio appare ancora più evidente se si osserva dove si concentra il patrimonio culturale e turistico del Paese. I piccoli comuni, definiti come quelli con meno di 30 mila abitanti, rappresentano il 96% dei quasi 8 mila comuni italiani e ospitano oltre la metà della popolazione nazionale. Secondo l’osservatorio Teha, basato sui dati della piattaforma Airbnb e sulle statistiche ufficiali italiane, proprio in questi territori si trova una quota rilevante delle eccellenze italiane: l’80% dei comuni collegati ai siti Unesco, il 64% dei musei, il 67% dei parchi archeologici e il 73% dei ristoranti stellati Michelin si trovano infatti nei piccoli centri. La presenza di questo patrimonio diffuso si scontra però, come accennato, con un limite strutturale: la carenza di offerta ricettiva.

E dunque, solo la metà dei piccoli comuni dispone di almeno un hotel, contro il 96% dei centri di maggiori dimensioni. In questo contesto Airbnb svolge un ruolo di integrazione dell’offerta turistica, essendo l’extra alberghiero l’unica forma di ospitalità presente nel 75% dei piccoli comuni italiani, pari a circa 5.700 comunità. In circa un terzo di questi territori rappresenta inoltre l’unica soluzione di alloggio disponibile. L’impatto di questa presenza emerge con particolare evidenza nelle località che custodiscono attrazioni turistiche di eccellenza. Non è tutto. In 688 comunità che ospitano siti Unesco, borghi storici, musei, parchi archeologici o ristoranti stellati, un alloggio Airbnb costituisce l’unica possibilità di pernottamento per i visitatori. Senza questa disponibilità ricettiva, molte di queste destinazioni resterebbero di fatto escluse dal turismo con pernottamento, limitando la propria capacità di attrarre visitatori e di generare ricadute economiche sul territorio.

Nel nome dell’economia locale

Nel solo 2025 Airbnb ha consentito circa 250 mila pernottamenti e oltre 60 mila arrivi in queste comunità, di cui 50 mila provenienti dall’estero. Si tratta di un flusso turistico internazionale che raggiunge territori spesso al di fuori dei circuiti tradizionali, contribuendo a rendere accessibile quella parte di Italia meno conosciuta ma più autentica. Considerando che l’80% dei siti Unesco italiani si trova in piccoli comuni, la disponibilità di un’offerta ricettiva diffusa rappresenta un fattore determinante per evitare che una parte significativa del patrimonio nazionale rimanga ai margini dei grandi flussi turistici internazionali.

Per le comunità e i loro residenti, gli effetti economici sono poi concreti e misurabili. Gli ospiti Airbnb nei piccoli comuni hanno generato 346 milioni di euro di spesa diretta nel 2025, di cui 143 milioni nel settore della ristorazione, 100 milioni nello shopping e 61 milioni nei trasporti. Attraverso gli effetti moltiplicatori, questa spesa diretta ha attivato un totale di 836 milioni di euro di produzione economica. L’occupazione sostenuta dall’attività turistica ha raggiunto circa 4.600 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno ed emerge un effetto indiretto significativo: per ogni occupato direttamente sostenuto dall’attività, se ne attivano quasi altri 0,9 nell’indotto. In un momento in cui i salari reali italiani sono calati di circa l’1%, ospitare su Airbnb ha rappresentato un’integrazione al reddito concreta e crescente contro l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie. Insomma, per i viaggiatori, Airbnb non costituisce semplicemente un’alternativa all’hotel: rende accessibili territori che altrimenti resterebbero esclusi dall’esperienza di soggiorno.

“I dati che abbiamo raccolto raccontano una storia convincente sul ruolo strutturale che piattaforme come Airbnb possono svolgere nel riequilibrare l’economia turistica italiana,” ha spiegato Emiliano Briante, partner di Teha Group. “L’impatto economico di 836 milioni di euro non è solo un numero di titolo: riflette un effetto moltiplicatore che raggiunge ristoranti, artigiani, trasporti locali e piccole imprese in migliaia di comuni. La nostra analisi mostra che dove Airbnb cresce, lo spopolamento rallenta, i valori immobiliari si stabilizzano e i redditi locali aumentano. Questi sono effetti sistemici che la politica turistica tradizionale ha faticato a conseguire da sola.”

Al fianco dei comuni

Il senso e la cifra del contributo che può dare Airbnb alla ricettività locale è stata data da Matteo Sarzana, che della società è country manager per l’Italia. “L’Italia possiede il patrimonio culturale più ricco del mondo, e merita di essere vissuta appieno: non solo a Roma, Firenze o Venezia, ma nelle migliaia di comunità straordinarie che rendono questo Paese unico. Questo rapporto conferma ciò in cui abbiamo sempre creduto: che il turismo, se ben distribuito, è uno degli strumenti più potenti per lo sviluppo locale. Il nostro supporto pluriennale ad Anci è un passo concreto in questa direzione, e il nostro impegno è continuare a investire in un turismo sostenibile e diffuso, sostenendo gli host nelle piccole comunità e offrendo ai viaggiatori l’accesso all’Italia autentica.”

Dal versante degli enti locali è stato proprio il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, a sottolineare l’importanza della collaborazione tra istituzioni e imprese. “I piccoli comuni e le aree interne sono la spina dorsale dell’Italia, ma affrontano una sfida continua contro lo spopolamento. I dati dimostrano che il turismo diffuso è un potente strumento di sviluppo: dove la ricettività tradizionale manca, l’home-sharing può trasformare il nostro patrimonio storico in economia reale, creando lavoro e contrastando l’abbandono dei territori. La donazione da parte di Airbnb è un segnale importante di collaborazione istituzionale e un aiuto concreto utile a sostenere comunità e micro-imprese locali, con l’obiettivo di fare dei borghi non solo mete da proteggere, ma luoghi vivi in cui investire e tornare ad abitare.”

Anche la politica era presente a Villa Gregoriana, rappresentata per l’occasione dal deputato di Fratelli d’Italia ed ex manager del settore alberghiero, Gianluca Caramanna. “Oggi c’è un turismo post Covid, che vanta pernottamenti più lunghi, soprattutto da parte dei turisti stranieri. Questo governo sta lavorando molto per il turismo, nel Paese abbiamo cammini bellissimi, che attraversano quattro o cinque regioni. Faccio un esempio su tutti, abbiamo rimesso in piedi la via Lauretana, queste sono operazioni mirate, abbiamo esattamente bisogno di operazioni di questo genere”. Secondo Valentina Reino, responsabile relazioni istituzionali di Airbnb per il Sud Europa, infine, “un viaggiatore straniero difficilmente conosce un piccolo borgo. La piattaforma, dunque, offre di far conoscere luoghi finora sconosciuti a molti viaggiatori. Si tratta di un vero e proprio traino”.

Svelato il mistero del “cane fantasma” dell’Amazzonia: l’incredibile scoperta grazie alle fototrappole

17 Giugno 2026 ore 09:48

Per decenni è stato considerato un “fantasma“, una creatura quasi mitologica nascosta nel cuore impenetrabile della foresta pluviale amazzonica. La sua natura inafferrabile aveva persino portato alcuni ad associarlo al folklore del “Chupacabra“, alimentando i timori dei fattori locali. Oggi, il velo di mistero che avvolgeva il cane dalle orecchie corte (Atelocynus microtis), noto agli esperti come il “cane fantasma” dell’Amazzonia, si è finalmente sollevato. Una massiccia operazione di monitoraggio visivo ha dimostrato che questo carnivoro di medie dimensioni, pur essendo un maestro del mimetismo, vanta una popolazione sorprendentemente solida e non è affatto raro come si era ipotizzato in passato.

I numeri dello studio: 25 anni di ricerca e oltre 500 avvistamenti

L’esatta mappatura della specie è il risultato della più vasta raccolta di dati mai realizzata su questo animale, recentemente pubblicata sulla rivista scientifica “Neotropical Biology and Conservation”. La ricerca ha richiesto 25 anni di lavoro sul campo tra Bolivia e Perù, concentrandosi nei paesaggi bioculturali del Greater Madidi-Tambopata e dei Llanos de Moxos. Attraverso 34 indagini intensive condotte mediante l’uso di fototrappole posizionate strategicamente, gli scienziati sono riusciti a catalogare 594 fotografie confermate del predatore. Questo dispiegamento tecnologico ha ribaltato le convinzioni scientifiche preesistenti: i dati dimostrano una densità di 15 individui per 100 chilometri quadrati. Statistiche alla mano, il cane dalle orecchie corte risulta essere numericamente più abbondante dei grandi predatori della zona, come il giaguaro, pur mantenendosi inferiore alle popolazioni di carnivori di medie dimensioni come l’ocelot.

Il ritratto dell’atelocino: membrane interdigitali e occhi riflettenti

Conosciuto in Italia con il nome di atelocino, questo canide cerdocionino endemico del bacino del Rio delle Amazzoni presenta caratteristiche anatomiche uniche. Di medie dimensioni, misura dai 72 ai 100 centimetri dalla punta del naso alla base della coda (che da sola misura tra i 24 e i 35 centimetri), con un’altezza alla spalla di 35 centimetri e un peso di circa 9-10 chilogrammi, con le femmine leggermente più grandi dei maschi.

La testa è massiccia e simile a quella di una volpe, sormontata da brevi orecchie arrotondate. Il manto è fitto, liscio e scuro, con variazioni cromatiche che spaziano dal nero al marrone e al grigio nerastro, per poi schiarire gradualmente fino a un bruno-rossastro uniforme sul ventre. Due le peculiarità evolutive di maggior rilievo: lo sviluppo di abbozzi di membrane interdigitali sulle zampe (un adattamento per muoversi in terreni fangosi e acquatici) e la presenza del “tapetum lucidum”, uno strato riflettente posto dietro la retina che amplifica la luce in condizioni di scarsa visibilità, documentato in esemplari tenuti sotto osservazione.

Abitudini diurne e l’enigma dell’habitat

Dotato di udito e olfatto finissimi, il predatore è quasi totalmente carnivoro (si nutre di piccoli mammiferi, rettili, anfibi, uccelli, pesci e insetti), pur integrando la dieta con la frutta. Si muove prevalentemente in solitaria, con il limite massimo documentato di due esemplari in coppia. Le immagini delle fototrappole hanno chiarito un equivoco comportamentale storico: contrariamente a quanto si ipotizzava, il cane fantasma è un animale prevalentemente diurno, con un picco di attività registrato nella fascia oraria tra le 6 del mattino e mezzogiorno. I dati hanno inoltre rivelato un paradosso ecologico: nonostante le zampe parzialmente palmate suggeriscano abitudini acquatiche, l’atelocino predilige vivere nelle foreste di altopiano, ben lontano dal corso dei fiumi. È proprio questa scelta di stazionare in aree remote e poco battute dall’uomo ad aver garantito la sua invisibilità per secoli.

La protezione della volta forestale

Nonostante le rassicurazioni sulla densità della popolazione, i ricercatori sottolineano che la conservazione della specie non è garantita a priori. La sopravvivenza del cane dalle orecchie corte è intrinsecamente legata all’integrità della volta forestale amazzonica. Secondo il team di ricerca, l’unica strategia di gestione efficace per tutelare l’atelocino si basa sulla creazione e sul mantenimento di aree protette ben gestite, unite alla promozione di uno sviluppo sostenibile all’interno dei territori indigeni, per evitare che la deforestazione cancelli l’habitat di questo enigmatico predatore.

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Il 20 Giugno i monumenti si illuminano con il colore dell’energia

17 Giugno 2026 ore 09:48

M’illumino D’Arancio

Torna a Roma l’appuntamento organizzato da FSHD Italia APS insieme alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e al Gruppo FSHD dell’Associazione Italiana di Miologia, in occasione della Giornata Mondiale della FSHD. Molti edifici simbolici si illumineranno di arancione, colore identitario che richiama luce, speranza ed energia, come, nella Capitale, il Colosseo, Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.

Il Convegno Nazionale e la presenza del Prof. Enzo Ricci, Direttore scientifico di FSHD Italia e responsabile del Centro FSHD del Policlinico Gemelli di Roma

All’UNA Hotels Decò — Sala Campidoglio (140 posti)-Via Giovanni Amendola – 57 Roma, adiacente alla Stazione Termini, Il programma è costruito con sessioni dedicate alla rigenerazione muscolare, con la partecipazione di alcuni dei massimi esperti mondiali, al benessere psicofisico dei pazienti, ai trial clinici in corso e all’accesso dei pazienti alle future terapie: temi di particolare rilevanza in questa fase, in cui i farmaci in fase di ricerca e sviluppo per la FSHD sono molto numerosi e la prospettiva di terapie approvate si fa sempre più concreta. Nel corso dell’appuntamento, il Prof. Enzo Ricci, Direttore scientifico di FSHD Italia e responsabile del Centro FSHD del Policlinico Gemelli di Roma, presenterà il PDTA FSHD sviluppato dalla Regione Lazio come modello di riferimento per le altre regioni italiane. Le istituzioni saranno presenti con i saluti della Presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, e con la moderazione della sessione istituzionale da parte della Sen. Prof.ssa Paola Binetti, neuropsichiatra e voce autorevole sui diritti delle persone con disabilità.  Il convegno è aperto a pazienti, caregiver, medici, ricercatori e istituzioni, con partecipazione gratuita, in presenza o in streaming sul canale youtube .

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“Hanno usato mia sorella, lo dimostra il fatto che quando è arrivata c’erano i fotografi”, “Triste accusare una ragazza innocente”: la guerra tra Brooklyn Beckham e i genitori David e Victoria continua

17 Giugno 2026 ore 09:44

Mentre David Beckham riceveva la sua stella sulla Hollywood Walk of Fame circondato dalla moglie Victoria e da tre dei quattro figli, il grande assente continuava a far parlare di sé. E oggi Brooklyn Beckham, primogenito dell’ex campione inglese e della ex Spice Girl, è tornato ad attaccare pubblicamente la famiglia accusando i genitori di aver trasformato la sorella minore Harper in uno strumento della guerra che da mesi divide il clan più famoso del Regno Unito.

La nuova polemica nasce da alcune fotografie pubblicate dalla stampa britannica che mostrano Harper, 14 anni, mentre consegna una lettera alla casa di Los Angeles dove Brooklyn vive con la moglie Nicola Peltz. Secondo la ricostruzione riportata dal Telegraph e da Page Six, la ragazza avrebbe tentato di incontrare il fratello senza riuscirci.

Poche ore dopo, però, fonti vicine a Brooklyn hanno insinuato che la visita non fosse affatto spontanea ma una sorta di operazione mediatica organizzata dai genitori. Secondo un portavoce, “che i fotografi fossero già sul posto quando la lettera è stata consegnata dice tutto”.

La replica dell’entourage dei Beckham non si è fatta attendere. Fonti vicine alla famiglia, citate dal Telegraph, hanno definito le accuse “incredibilmente tristi”, sostenendo che Harper non avrebbe avuto alcun ruolo in una presunta operazione mediatica. “È davvero triste che una simile accusa venga rivolta a una ragazza innocente che sente disperatamente la mancanza del fratello”, hanno dichiarato. Le stesse fonti hanno aggiunto che “non c’era alcun bisogno di dire nulla” e che insinuare una messa in scena sarebbe “davvero inutile”.

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Terrorismo, arrestato 16enne a Bologna: trovati manuali per fabbricare armi e materiale riconducibile alla “white jihad”

17 Giugno 2026 ore 09:43

Un ragazzo di 16 anni, residente in provincia di Bologna, è stato arrestato dalla Digos di Verona per detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Le indagini evidenzierebbero una contaminazione tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista, fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono “white jihad“: si tratterebbe dell’adozione di tattiche e retoriche jihadiste da parte di gruppi di suprematisti bianchi e neonazisti. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento di materiale jihadista e manuali per fabbricare armi.

Con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale a carico del 16enne, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Le indagini – eseguite dagli investigatori della Digos della Questura di Verona – evidenzierebbero una contaminazione tra ideologie apparentemente distanti ma accomunate dall’esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Le indagini sul canale web hanno portato a identificare l’utilizzatore dell’account, un 16enne residente nel bolognese, e il coordinamento delle attività è stato trasferito dalla Procura distrettuale di Venezia a quella per i Minorenni del capoluogo emiliano.

Nel corso della perquisizione nell’abitazione del minore sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Sullo smartphone c’era altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.

C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage veniva indicato come modello da emulare. Gli attacchi terroristici avvenuti il 15 marzo 2019 a Christchurch, in Nuova Zelanda, hanno colpito una moschea e un centro islamico, entrambi luoghi affollati da persone di religione musulmana che praticavano la preghiera del venerdì, causando la morte di 51 persone e il ferimento di altre 89.

Tra le conversazioni del 16enne, sono emersi propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e ad azioni violente nei confronti di categorie come “magistrati e giornalisti influenti“. Il minore è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato portato in una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto è stato convalidato dall’Autorità Giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare, acquisire o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.

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Manuel Agnelli si fa male al braccio destro e rinuncia al concerto “S.O.S. Palestina 2” di Piero Pelù: “Io e gli Afterhours non potremo esserci” – IL VIDEO

17 Giugno 2026 ore 09:42

Tutto esaurito sabato 20 giugno all’Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale di Firenze per “S.O.S. Palestina 2“, il grande concerto-evento voluto da Piero Pelù per aiutare Medici Senza Frontiere nel lavoro che la ONG svolge per aiutare le vittime del genocidio. Tra i protagonisti sul palco mancheranno gli Afterhours e c’è un motivo.

Manuel Agnelli si è fatto male e con un video condiviso sui social ha spiegato il perché del forfait: “Ciao ragazzi, questo per dirvi che purtroppo io e gli Afterhours non potremo esserci il 20 di giugno a Firenze per il concerto per la Palestina per raccogliere fondi per Medici senza frontiere”.

E ancora: “Non potremo esserci perché mi sono infortunato, quindi purtroppo non ci sarò. È molto importante però partecipare, noi aderiamo il 100% a questa iniziativa di Piero Pelù. Ci siamo già stati a Firenze a settembre per la stessa cosa ed è stato molto importante, molto potente e anche molto divertente. Quindi vi invitiamo a partecipare, vi invitiamo a far sentire la vostra voce e vi abbracciamo forte”.

Dunque restano confermati per l’evento: Antonella Bundu, Brunori SAS, Clet, Dario Salvetti, Enzo Iacchetti, Fast Animals and Slow Kids, Giancane, Giorgio Canali & RossoFuoco, Giulio Cavalli, Laika, Litfiba, Maria Elena Delia, Moni Ovadia, Peppe Voltarelli, Poeti Palestinesi, Riccardo Noury (Amnesty International), Sanitari per Gaza, Saverio Tommasi, Superluna, Tre Allegri Ragazzi Morti e Willie Peyote.

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“Nessuno era incaricato dei controlli finali”: il team ammette l’errore che ha portato alla morte della 21enne con il bungee jumping. Il post “premonitore”, la fuga e la GoPro scomparsa

17 Giugno 2026 ore 09:37

L’assenza totale di un protocollo di sicurezza, un’attività condotta in maniera completamente abusiva e il sospetto inquinamento delle prove sulla scena della tragedia. Si aggrava la posizione degli istruttori coinvolti nella morte di Maria Eduarda Rodrigues de Freitas, la ragazza di 21 anni precipitata sabato scorso dal Ponte dello Scheletro (Ponte do Esqueleto) a Limeira, nello Stato di San Paolo. Come riportato dal “New York Times”, che ha visionato i rapporti della Polizia Civile brasiliana, l’indagine ha portato all’arresto di tre uomini legati alla società organizzatrice. Dagli interrogatori è emersa la piena ammissione delle negligenze che hanno portato gli operatori a lanciare la giovane nel vuoto da un’altezza di quasi 30 metri senza averle agganciato la corda salvavita.

L’ammissione di colpa: “Nessun addetto ai controlli finali”

I video diffusi in rete mostrano la dinamica esatta dell’incidente: la vittima, seppur equipaggiata con casco e imbracatura, è stata sollevata dagli operatori dell’azienda “Entre Cordas” sopra le loro teste in posizione “superman” e spinta dallo strapiombo, mentre i moschettoni della sua imbracatura erano vuoti e la corda giaceva a terra. Messo alle strette dagli investigatori, uno degli organizzatori ha formalmente ammesso l’errore fatale, spiegando che all’interno del gruppo di lavoro non esisteva alcuna figura specificamente incaricata dei controlli finali prima del salto. La verifica dell’attrezzatura, ha dichiarato l’uomo, veniva svolta “collettivamente” dal personale presente in modo del tutto informale. Una disorganizzazione che non ha lasciato scampo alla ventunenne: all’arrivo delle forze dell’ordine, un’infermiera presente sul posto stava già tentando le manovre di rianimazione, ma la polizia non ha potuto far altro che constatare l’assenza di segni vitali.

Il tentato inquinamento delle prove: la fuga e la GoPro scomparsa

Il rapporto visionato dal “New York Times” evidenzia dettagli inquietanti sui minuti successivi alla tragedia. Dopo essere stati inizialmente interrogati dalla polizia giunta sul ponte, due dei tre istruttori arrestati hanno tentato la fuga allontanandosi dalla scena del crimine, per poi essere rintracciati e fermati poco dopo dalle autorità. Sull’indagine pende inoltre il giallo di una prova fondamentale misteriosamente sparita. La Polizia ha confermato che Maria Eduarda, al momento del salto, indossava una piccola videocamera in stile GoPro per riprendere l’esperienza in prima persona. Tuttavia, gli agenti non sono riusciti a ritrovarla né sul corpo né nell’area dell’impatto. Interrogati in merito, gli istruttori hanno dichiarato di non sapere dove si trovi il dispositivo.

Attività abusiva e l’ultimo post sui social

A confermare il quadro di totale illegalità è intervenuto il Ministero della Gestione e dell’Innovazione nei Servizi Pubblici del Brasile, il quale ha certificato che la società “Entre Cordas” non disponeva di alcuna autorizzazione per condurre attività di salto dal viadotto in disuso. Il quotidiano statunitense precisa inoltre la natura dell’attività: si trattava di “rope jumping”, una disciplina simile al bungee jumping ma che utilizza una fune meno flessibile progettata per far oscillare il saltatore verso l’esterno una volta tesa. A rendere la tragedia ancora più drammatica sono i contenuti pubblicati dalla vittima sui social network poco prima di morire. La giovane, sepolta domenica scorsa, aveva condiviso fotografie del ponte alternando entusiasmo e timore. In uno dei post aveva inquadrato un cartello di avvertimento sul rischio di morte presente sul viadotto, mentre in un’altra storia su Instagram aveva ironizzato sul salto imminente: “Chi è stato il pazzo che mi ha lasciato saltare da un ponte?”. I nuovi sviluppi investigativi hanno riacceso il dibattito nazionale in Brasile sull’urgenza di regolamentare severamente i protocolli di sicurezza per gli sport estremi.

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Iran, Trump fa le cose in grande: il set di un film di James Bond per la firma dell’accordo. Tutto sul resort Burgenstock di Lucerna

17 Giugno 2026 ore 09:35

Anche questa volta Trump ha scelto di esagerare. La location individuata dal presidente degli Stati Uniti per le storiche firme che sigleranno ufficialmente la tregua con l’Iran, in attesa del documento ufficiale e conclusivo sulla questione uranio rimandato a 60 giorni, è un luogo magico. Si tratta addirittura di un posto che è stato usato da James Bond come set di un film del più famoso 007 del mondo. Il trattato di tregua verrà infatti firmato venerdì nel resort di Burgenstock. Affacciato sulle acque del Lago dei Quattro Cantoni e arroccato a quasi 900 metri di quota, è da sempre sinonimo di massima riservatezza, essendo raggiungibile quasi esclusivamente in battello, funicolare ed elicottero.

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Lo ha indicato a Keystone-Ats il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero. Prevista la presenza del vice presidente americano Jd Vance e del capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Il complesso alberghiero aveva già ospitato nel 2024 un vertice sull’Ucraina, alla presenza del presidente Volodymyr Zelensky e dell’allora vicepresidente americana Kamala Harris. Nato nel 1873 con l’apertura del Grand Hotel, è oggi il più grande resort integrato della Svizzera: comprende hotel a cinque stelle, residenze private, due spa di lusso, campi da golf e l’iconico Hammetschwand Lift, l’ascensore panoramico all’aperto più alto d’Europa.

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ASI compie 60 anni: un francobollo per il Made in Italy delle auto 

17 Giugno 2026 ore 09:30

Al MIMIT celebrati i 60 anni dell’ASI con un francobollo d’autore: il motorismo storico si conferma risorsa strategica per l’economia italiana.

La recente celebrazione dei sessant’anni dell’Automotoclub Storico Italiano (ASI) presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) non rappresenta soltanto un traguardo associativo, ma sancisce formalmente il ruolo centrale del motorismo storico quale pilastro economico e industriale della nazione. L’emissione di un francobollo commemorativo dedicato a questa ricorrenza, inserito nella prestigiosa serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”, certifica come il comparto dei veicoli d’epoca non sia una semplice celebrazione nostalgica del passato, bensì una filiera produttiva ad altissimo valore aggiunto, capace di generare un impatto economico rilevante e di posizionarsi come un formidabile ambasciatore del saper fare italiano nel mondo.

Il palcoscenico scelto per la presentazione, il prestigioso Salone degli Arazzi a Palazzo Piacentini a Roma, sottolinea l’interconnessione strutturale tra le istituzioni di governo e gli attori di un mercato automotive d’epoca che in Italia vanta numeri straordinari. Alla presenza di figure chiave della politica filatelica e industriale, tra cui il Sottosegretario di Stato Fausta Bergamotto e i vertici di ASI, Poste Italiane e dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è emerso con chiarezza un messaggio fondamentale: la tutela della memoria meccanica è a tutti gli effetti una strategia industriale. I veicoli storici non sono oggetti statici da museo, ma beni mobili che alimentano un ecosistema economico complesso, fatto di alta artigianalità, turismo specializzato e innovazione tecnologica applicata al restauro conservativo.

La vera forza del settore risiede nella sua articolata filiera produttiva. Intorno al restauro e alla manutenzione delle auto e moto d’epoca orbita una galassia di micro e piccole imprese — battilastra, rettificatori, tappezzieri storici, specialisti della componente meccanica introvabile — che custodiscono competenze tecniche altrimenti destinate a scomparire. Questa sapienza artigianale costituisce un vantaggio competitivo globale per l’Italia, attirando collezionisti da ogni parte del mondo che scelgono le officine italiane per ridare vita a capolavori dell’ingegneria. L’indotto economico non si ferma alla manifattura: il motorismo storico è un motore eccezionale per il turismo di fascia alta. Eventi, raduni e rievocazioni storiche di rilevanza internazionale si traducono in migliaia di pernottamenti, valorizzazione dei territori e consumi che ossigenano le economie locali, dimostrando come la passione motoristica si trasformi in ricchezza tangibile per l’intero sistema Paese.

Da un punto di vista dell’analisi del prodotto e dell’innovazione visiva, la scelta dell’opera grafica del francobollo appare tutt’altro che casuale e racchiude una profonda valenza concettuale. Il design si rifà esplicitamente al Futurismo, il movimento artistico d’avanguardia del primo Novecento che per eccellenza ha glorificato la macchina, la velocità e la spinta verso la modernità. Questo richiamo stilistico lancia un ponte ideale tra le origini della motorizzazione e le sfide future. L’estetica futurista, caratterizzata da tratti dinamici e linee di forza, non celebra lo status quo, ma trasmette l’immagine di un motorismo storico proiettato al futuro. È la dimostrazione di come i valori estetici e ingegneristici del passato possano continuare a ispirare i designer e gli ingegneri dell’automotive contemporaneo, fornendo risposte creative e identitarie in un’epoca di profonda transizione tecnologica verso l’elettrico e la digitalizzazione.

In uno scenario competitivo globale dove la standardizzazione del prodotto automobilistico rischia di penalizzare le identità storiche dei brand, il patrimonio storico diventa la chiave di volta per difendere l’esclusività del Made in Italy. L’evoluzione della locomozione negli ultimi 150 anni ha visto l’Italia come protagonista assoluta, definendo gli standard dell’eleganza, della meccanica e del design automobilistico. Preservare questo primato significa mantenere l’autorevolezza culturale necessaria a sostenere le strategie commerciali dei grandi marchi odierni. La collaborazione tra lo Stato, rappresentato dal MIMIT e dalla Zecca, e l’ASI dimostra che la sinergia pubblico-privato è l’unica strada percorribile per proteggere questo patrimonio da speculazioni estere, garantendo che il valore generato rimanga radicato nel territorio nazionale a beneficio della collettività e delle future generazioni di professionisti del settore.

A coronamento di questa visione, le parole di Alberto Scuro, Presidente dell’ASI, offrono una sintesi perfetta del valore immateriale e materiale del comparto, definendo il francobollo commemorativo come una vera e propria “capsula del tempo in miniatura”. Questo oggetto non è semplicemente un’attestazione postale, ma si configura come un custode della memoria e un ambasciatore culturale. Per i collezionisti e gli operatori del settore, ogni veicolo certificato e ogni documento storico conservato rappresentano un frammento di storia collettiva che trasforma la mobilità quotidiana in un veicolo di cultura, identità e valori da trasmettere al resto del mondo, consolidando il brand Italia sul palcoscenico globale.

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Eminem contro Facebook, Instagram e WhatsApp: l’editore del rapper fa causa da 109 milioni di dollari per presunta violazione del copyright nelle librerie musicali

17 Giugno 2026 ore 09:10

Un giudice federale ha dato il via libera all’editore musicale di Eminem per procedere con una causa da 109 milioni di dollari contro Meta, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp. Al centro della controversia vi sono presunte violazioni del copyright relative all’utilizzo non autorizzato di brani musicali all’interno delle piattaforme del colosso tecnologico. La decisione del tribunale apre la strada a quello che potrebbe rivelarsi uno dei casi legali più significativi nel settore della musica e dei social media degli ultimi anni.

L’ordinanza è stata emessa martedì 16 giugno, come riporta Billboard, e di fatto respinge la richiesta di Meta di archiviare la causa per violazione diretta del copyright intentata dal detentore dei diritti musicali Eight Mile Style. Ciò significa che il colosso dei social media dovrà affrontare il lungo processo di acquisizione delle prove.

Eight Mile possiede 243 composizioni, tra cui successi di Eminem come “Lose Yourself”. L’editore ha citato in giudizio Meta lo scorso anno, sostenendo che le sue controllate Facebook, Instagram e WhatsApp avessero inserito il suo catalogo nelle librerie musicali delle app senza una licenza valida. La società Eight Mile ha avanzato una richiesta di risarcimento al massimo consentito dalla legge, fissato in 150.000 dollari per ciascuna violazione accertata. Moltiplicando tale importo per le 243 canzoni coinvolte e le tre piattaforme interessate, si giunge a una somma complessiva che raggiunge la cifra astronomica di 109,4 milioni di dollari.

Gli avvocati di Meta hanno definito la causa “fantasiosa” e la richiesta di risarcimento “sbalorditiva”. La società ha sostenuto che le accuse fossero troppo generiche per superare una prima richiesta di archiviazione, ma il giudice Brandy R. McMillion non d’accordo perché la denuncia “contiene elementi sufficienti per affermare plausibilmente che Meta ha commesso atti di violazione del copyright”.

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I fenomeni irrompono al Mondiale: Messi a 39 anni firma una storica tripletta. A Mbappé risponde Haaland | Risultati e nuove classifiche

17 Giugno 2026 ore 08:59

I fenomeni hanno fatto irruzione nel Mondiale. Nella serata e poi nella notte italiana sono arrivati i primi squilli delle stelle più attese della competizione: Lionel Messi, Kylian Mbappé ed Erling Haaland hanno trascinato le rispettive nazionali all’esordio, lasciando subito il segno. A prendersi la scena è stato soprattutto il fuoriclasse argentino, a 39 anni (li compirà il prossimo 24 giugno) autore di una storica tripletta contro l’Algeria che gli ha permesso di agganciare Miroslav Klose in cima alla classifica dei migliori marcatori di sempre della Coppa del Mondo.

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All’Arrowhead Stadium di Kansas City, l’Argentina campione del mondo ha superato l’Algeria per 3-0 grazie a una serata da leggenda del numero 10. Messi ha aperto le marcature al 17’ su assist di Rodrigo De Paul, ha raddoppiato al 60’ sfruttando una ribattuta favorevole e ha completato la sua prima tripletta mondiale al 76’. Un’impresa che arriva esattamente vent’anni dopo il suo esordio iridato e che lo porta a quota 16 reti nei Mondiali, eguagliando il record di Klose.

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Al termine della partita Messi si è lasciato andare all’emozione: “Mi rende molto felice aver vissuto tutto ciò che mi è capitato nella vita. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta. Sono molto felice e grato per questo gruppo meraviglioso. Mi sto godendo ogni momento”. Elogi anche da parte di De Paul: “Avere Leo è un vantaggio per il modo in cui guida il gruppo e lo trascina in avanti. Per quello che rappresenta”. Ancora più sintetico il ct Lionel Scaloni: “Non ho parole per Leo. Cosa posso dire? È incredibile”.

Nel Gruppo I ha vinto anche la Francia, che nella serata italiana di martedì ha battuto il Senegal per 3-1. Dopo un primo tempo bloccato, a rompere l’equilibrio è stato Mbappé al 66’. Barcola ha firmato il raddoppio all’82’, poi nel recupero sono arrivati il gol senegalese di Mbaye e la seconda rete personale di Mbappé – con uno splendido tiro da fuori – che ha chiuso definitivamente i conti. I Bleus raggiungono così quota tre punti.

In vetta al girone insieme alla Francia c’è anche la Norvegia, trascinata da un altro dei protagonisti più attesi del torneo. Erling Haaland ha firmato una doppietta nel 4-1 contro l’Iraq, segnando al 29’ e al 43’ del primo tempo. In mezzo era arrivato il momentaneo pareggio di Hussein, ma nella ripresa Ostigard e il gol nel recupero che ha fissato il punteggio sul 4-1 hanno completato la festa degli scandinavi, tornati a giocare un Mondiale per la prima volta dal 1998.

Nel Gruppo J, infine, successo per l’Austria, che ha superato la Giordania per 3-1. A segno Schmid nel primo tempo, poi il pareggio di Olwan. Nel finale l’autogol di Al Arab ha riportato avanti gli austriaci, prima del rigore trasformato da Arnautovic nei minuti di recupero.

Mondiali, i risultati delle partite di oggi

Argentina-Algeria 3-0 (Messi 17’, 60’, 76’)

Francia-Senegal 3-1 (nel st 21’ Mbappé, 37’ Barcola, 50’ Mbaye, 51’ Mbappé)

Norvegia-Iraq 4-1 (nel pt 29’ e 43’ Haaland, 39’ Hussein; nel st 31’ Ostigard, 47’ gol che fissa il 4-1)

Austria-Giordania 3-1 (nel pt 21’ Schmid; nel st 5’ Olwan, 31’ aut. Al Arab, 45’+ rig. Arnautovic)

Mondiali, la nuova classifica dei gironi

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Il caso El Money e la strategia del sabotaggio usa e getta

17 Giugno 2026 ore 08:51

Poco dopo la mezzanotte del 13 maggio 2025, Roman Lavrynovych, cittadino ucraino di ventidue anni, scrisse a un interlocutore conosciuto soltanto come “El Money”, per ringraziarlo, dopo aver ricevuto l’incarico di compiere tre attacchi incendiari contro proprietà legate al primo ministro britannico Keir Starmer. Un’ora più tardi, gli agenti dell’antiterrorismo fecero irruzione nella sua abitazione londinese.

La vicenda di El Money è una delle molte dinamiche, ormai conosciute e consolidate, che vedono l’uso di soggetti marginali, spesso giovani, talvolta minorenni, reclutati attraverso piattaforme social, chat di lavoro o canali Telegram, per eseguire operazioni a basso costo e ad alto impatto psicologico: intermediari improvvisati, attratti da piccole somme di denaro, manipolati da figure difficili da identificare e, in molti casi, privi di reale consapevolezza politica dell’obiettivo.

Il ricorso ad agenti proxy, dai movimenti paramilitari alla criminalità locale, fino ai singoli individui isolati, è ormai al centro dei dossier europei: incendi contro magazzini collegati al sostegno britannico all’Ucraina, ricognizioni nei pressi dell’emittente Iran International, aggressioni contro oppositori o giornalisti critici di Teheran. Episodi spesso accomunati da uno schema ricorrente: committente schermato, un reclutamento online, promesse di pagamento, istruzioni operative e un obiettivo che spesso l’esecutore non comprende fino in fondo.

Secondo le valutazioni di Sir Richard Moore, già capo dell’MI6, intervistato da BBC Radio 4, Vladimir Putin starebbe cercando di “intimidire” il Regno Unito attraverso sabotaggi, incendi dolosi e operazioni cyber condotte anche per procura. L’ex vertice dell’intelligence britannica ha invitato Londra ad aprire una riflessione sul rapporto tra risorse destinate alla sicurezza interna e alla difesa, sottolineando come questi episodi vadano letti come tessere di un medesimo mosaico di pressione e sabotaggio ibrido contro il Paese.

D’altronde, dopo l’avvelenamento di Sergei e Yulia Skripal a Salisbury nel 2018 e l’espulsione di centinaia di funzionari russi dall’Europa, Mosca avrebbe avuto maggiore difficoltà a utilizzare apparati tradizionali sul territorio britannico. Da qui, secondo le autorità, il ricorso più frequente a figure esterne, non addestrate, ma sacrificabili.

Nel caso Lavrynovych, questo schema emerge in forma quasi elementare. Il giovane ha raccontato alla polizia di lavorare in un cantiere e di essere stato contattato da El Money in una chat Telegram usata da ucraini in cerca di occupazione. Gli erano state offerte 1.500 sterline per controllare due indirizzi, con promessa di pagamento via PayPal o criptovaluta. Denaro che, secondo la ricostruzione, non sarebbe mai arrivato. E non sempre le cifre sono così basse. Nel caso di Magomed-Husejn Dovtaev, cittadino austriaco condannato per aver sorvegliato dipendenti di Iran International, la cifra offerta sarebbe stata intorno ai 50mila euro.

Oltre alle offerte di denaro, è il metodo a interessare gli apparati di intelligence europei. È capire come attori statuali, reti criminali e individui fragili possano convergere in un’unica zona grigia, dove la violenza assume l’aspetto di un impiego trovato online. Forme di sabotaggio povere, a basso costo e che consentono al committente di esporsi il meno possibile, sfruttando negabilità plausibile e sabotaggio usa e getta.

Morto Carlo Ginzburg, lo storico italiano aveva 87 anni. È stato il maestro della “microstoria”

17 Giugno 2026 ore 08:48

È morto a 87 anni Carlo Ginzburg, considerato uno dei più importanti storici italiani del Novecento e tra gli studiosi italiani più conosciuti e tradotti nel mondo. Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, ha lasciato un segno profondo nella ricerca storica grazie a un approccio innovativo che lo ha reso il principale interprete della cosiddetta “microstoria”.

Professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era formato, nel corso della sua carriera ha insegnato anche all’Università di Bologna e in prestigiosi atenei statunitensi come Harvard, Yale, Princeton e UCLA. La sua notorietà internazionale è legata soprattutto agli studi sulla stregoneria, l’eresia e le credenze popolari tra Medioevo ed età moderna. Giovanissimo, negli anni Sessanta, scoprì negli archivi friulani le tracce dei “benandanti”, figure considerate una sorta di guaritori e accusate dall’Inquisizione di eresia. Da quella ricerca nacque I benandanti, pubblicato nel 1966 e destinato a diventare un testo di riferimento.

Dieci anni più tardi arrivò uno dei suoi libri più celebri, Il formaggio e i vermi, dedicato alla vicenda del mugnaio friulano Menocchio, processato dall’Inquisizione nel Cinquecento. Attraverso la storia di un singolo individuo, Ginzburg mostrò come fosse possibile comprendere fenomeni storici più ampi, portando al centro dell’attenzione le classi popolari e le loro culture.

La sua attività di ricerca non si limitò però alla storia religiosa e alle persecuzioni. Nel corso degli anni si occupò di storia del pensiero politico, metodologia della ricerca storica e rapporto tra verità e menzogna. Convinto che lo storico dovesse confrontarsi con le prove e con la realtà dei fatti, si oppose alle interpretazioni che riducevano la storiografia a una semplice costruzione narrativa. Tra le sue opere più note figura anche Il giudice e lo storico del 1991, nel quale analizzò il processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, applicando gli strumenti dello storico all’esame di documenti giudiziari contemporanei.

Studioso curioso e interdisciplinare, Ginzburg ha sempre intrecciato storia, antropologia, filologia, letteratura e storia dell’arte, spaziando da temi apparentemente lontanissimi tra loro. La sua capacità di osservare grandi questioni attraverso dettagli marginali e vicende individuali ha influenzato generazioni di ricercatori e contribuito a rinnovare profondamente il modo di fare storia.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: Ronaldo e Inghilterra in campo. Orari e dove vederle in tv e streaming

17 Giugno 2026 ore 08:45

Il 17 giugno per i Mondiali 2026 scendono in campo Portogallo-RD Congo e Inghilterra-Croazia, le due partite più attese della giornata per il pubblico italiano. DAZN trasmette tutte le gare del torneo, mentre Rai1 manda in chiaro la Nazionale dei tre leoni alle 22 con streaming su RaiPlay.

Mondiali 2026, le partite di oggi: orari e dove vederle in tv e streaming

Oggi 17 giugno i Mondiali 2026 chiudono la prima turnazione della fase a gironi con partite distribuite tra Stati Uniti e Canada.

Portogallo-RD Congo si gioca alle 19 italiane allo Houston Stadium,. La partita sarà visibile su DAZN, che trasmette tutte le 104 gare dei Mondiali 2026.

Alle 22 tocca a Inghilterra-Croazia, all’AT&T Stadium di Arlington, vicino Dallas. Potrete seguire la partita in chiaro su Rai1, con streaming gratuito su RaiPlay. La partita sarà disponibile anche su DAZN.

Ronaldo contro il Congo, Kane contro Modric

Portogallo-RD Congo è la partita del ritorno mondiale degli africani e la sesta partecipazione alla Coppa del Mondo per Cristiano Ronaldo. Tuttosport ricorda che la RD Congo mancava dal Mondiale dal 1974, mentre il Portogallo riparte da una rosa piena di talento, oltre a CR7 ci sono infatti anche Bruno Fernandes, Leao, Trincao e Joao Felix tra le opzioni offensive.

Le quote danno nettamente avanti il Portogallo. SportyTrader segnala il successo portoghese intorno a 1,28-1,30, il pareggio tra 5,00 e 5,50 e la vittoria della RD Congo tra 9,75 e 11,00.

Inghilterra-Croazia ha un profumo diverso. È una sfida da fase a eliminazione già dentro il girone. Gli inglesi ritrovano la squadra che li eliminò nella semifinale mondiale del 2018, mentre la Croazia resta legata al carisma di Luka Modric e alla sua capacità di addormentare o accendere una gara in pochi passaggi.

Sul mercato quote, Lottomatica propone Inghilterra vincente a 1,73, pareggio a 3,65 e Croazia a 5,00. SportyTrader indica una probabilità del 52,81% per la vittoria inglese e una quota di 1,75 su Sportbet.

Quote variabili, da verificare prima dell’eventuale giocata. Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica.

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Meteo, caldo infernale in arrivo: picchi fino a 39°. Ecco dove non si respirerà

17 Giugno 2026 ore 08:40

Meteo fine settimana: l’Anticiclone Africano Cerberus porterà un’ondata di calore “mitologica” con un aumento anche di 9° rispetto alla media del periodo

Un’imponente massa d’aria subtropicale, in risalita dall’Algeria, è pronta ad espandersi verso nord arrivando incredibilmente a lambire la Danimarca: si tratta dell’Anticiclone Africano “Cerberus” che riprende il nome del mitologico cane a tre teste, custode dei Bollenti Inferi della Divina Commedia. Per l’Italia, questo si tradurrà nell’arrivo di una severa e lunghissima ondata di calore con i termometri che toccheranno i 39°C anche nelle grandi città della Pianura Padana.

Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, conferma che assisteremo ad un drammatico aumento delle temperature nell’arco di soli quattro giorni: le massime passeranno dagli attuali 30-32°C a picchi di 37-39°C, spingendosi fino a 9°C oltre la media del periodo.

A partire da venerdì e ancora di più sabato, tra le città più calde troveremo Bologna e Firenze con 39°C, Roma con 38 e Milano con 36. Dopo una fine di maggio rovente, anche il mese di giugno farà dunque sul serio. Lo zero termico schizzerà in alto fino alla quota eccezionale di 4400 metri e diversi record mensili di calore saranno a serio rischio crollo.

Non aumenteranno solo le massime, ma si registrerà un’impennata preoccupante anche delle temperature minime notturne, soprattutto dopo il weekend: entreremo nel regime delle cosiddette “notti super tropicali”, ovvero nottate in cui il termometro non scende mai al di sotto dei 25°C.

A Milano, ad esempio, si prevedono notti sudate e insonni, con la colonnina di mercurio che potrebbe non scendere mai sotto i 27-28°C! Si tratta di valori tipici dei climi tropicali, che rappresentano una criticità severa per il riposo e un forte stress termico per il nostro organismo.

Il problema principale di questa configurazione atmosferica sarà la persistenza: “Cerberus” avrà un suo primo apice bollente in concomitanza con l’inizio dell’Estate astronomica, ma non si esaurirà il 21 giugno. L’intera terza decade del mese rimarrà sotto il dominio nordafricano, con condizioni via via sempre più afose e opprimenti. Le ultime elaborazioni concedono solo la speranza di un piccolo e temporaneo break temporalesco verso metà della prossima settimana.

Se per i vacanzieri che si troveranno al mare o in montagna si prospetta un periodo eccellente per scappare dalla calura cittadina, per chi resta nei centri urbani l’imperativo è la prudenza. È fondamentale prepararsi e consultare regolarmente il bollettino sulle Ondate di Calore del Ministero della Salute: nei prossimi giorni, purtroppo, il rischio “bollino rosso” sarà molto elevato.

Meteo fine settimana nel dettaglio

  • Mercoledì 17. Al Nord: sole e caldo in aumento, qualche temporale in montagna. Al Centro: temporali di calore sui rilievi, sole e caldo altrove. Al Sud: soleggiato e caldo.
  • Giovedì 18. Al Nord: sole e caldo in aumento, qualche temporale in montagna. Al Centro: soleggiato, qualche temporale in montagna. Al Sud: soleggiato.
  • Venerdì 19. Al Nord: temporali al Nord-Ovest, variabile altrove. Al Centro: soleggiato, caldo a 37°C in Toscana. Al Sud: soleggiato e caldo. 
  • Tendenza: alta pressione subtropicale Cerberus in ulteriore rinforzo con massime fino a 39°C e notti tropicali e super tropicali; forte disagio fisiologico per il caldo e l’umidità.

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Guerra in Iran, l’aiutino di Musk a Trump. Così gli Usa hanno individuato i bersagli (grazie a Grok)

17 Giugno 2026 ore 08:38

Donald Trump ed Elon Musk ultimamente sono tornati a farsi vedere insieme. Anche il patron di Tesla ed ex ministro dell’amministrazione americana era infatti presente a Pechino al vertice con Xi Jinping, un segnale di disgelo dopo il duro scontro che aveva portato all’allontanamento dalla Casa Bianca. Ora però è emerso un nuovo elemento che potrebbe chiarire il motivo di questo improvviso e repentino ritorno di Musk al fianco di Trump: il sistema Grok. In una memoria, infatti, è stato lo stesso governo statunitense ad ammetterlo. Gli Usa hanno utilizzato appunto Grok, l’intelligenza artificiale di Musk per i loro attacchi in Iran.

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Questo elemento è emerso in seguito a un documento ufficiale presentato a difesa delle turbine a gas di un gigantesco centro dati della società xAI, di proprietà del miliardario, oggetto di una causa ambientale. Il Dipartimento di Giustizia, in una memoria depositata il 15 giugno e consultata dalla France Presse, ha sostenuto che tale causa “minaccia la sicurezza nazionale, economica ed energetica” degli Stati Uniti, perché rischia di interrompere l’alimentazione di infrastrutture di intelligenza artificiale ormai utilizzate dalle forze armate.

Per sostenere questa argomentazione, il ministero ha presentato la testimonianza di Cameron Stanley, responsabile dell’Ia presso il Pentagono. Quest’ultimo ha dichiarato sotto giuramento che uno strumento derivato da Grok, il “Grok Gov Model”, è già impiegato all’interno del Project Maven, il programma militare di identificazione e selezione dei bersagli assistito dall’intelligenza artificiale, inizialmente basato sul modello Claude della società Anthropic. Secondo questa dichiarazione, i processi di Maven “hanno consentito alle forze statunitensi di impiegare oltre 2mila munizioni contro 2mila obiettivi distinti in 96 ore” durante la guerra contro l’Iran.

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Editoria in crisi, ma L’Espresso accelera: web e social spingono il rilancio e fanno crescere i ricavi. Tutti i numeri

17 Giugno 2026 ore 08:33

Significativo miglioramento dei numeri de L’Espresso Media, la casa editrice che edita l’omonimo settimanale e controllata dall’imprenditore Donato Ammaturo tramite Ludoil Energy. Il bilancio del 2025, infatti, s’è chiuso sì in perdita per 837mila euro, ma il passivo è decisamente calato rispetto a quello di oltre 2,7 milioni del precedente esercizio.

Tutto merito dei ricavi editoriali che anno su anno sono saliti da 4,7 milioni ad oltre 6 milioni, in controtendenza rispetto al settore ma anche rispetto all’ultimo triennio dell’azienda. A ciò vanno sommati i contributi pubblici sotto forma di credito d’imposta e così il valore della produzione è balzato ad oltre 7,4 milioni. Tutto ciò ha portato l’azienda di Ammaturo a registrare per la prima volta un ebitda positivo per 335mila euro, margine che invece l’anno prima aveva avuto un segno negativo per oltre 1,7 milioni.

I risultati del 2025, dice la relazione sulla gestione, sono frutto della nuova strategia aziendale basato sul rilancio del web e dei social media con massicci investimenti sul digitale oltre all’ampliamento del perimetro redazionale, trainato dallo sviluppo de “Le guide dell’Espresso”.

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Il fu doomer boy

17 Giugno 2026 ore 08:33

L’ altra notte di ritorno a casa dall’ennesimo raduno al bar, la guancia sdrucita sul cuscino, una gamba a frescheggiare fuori dalle lenzuola, ho messo sul Pc The Human Centipede ma, dopo solo un paio di minuti, sono piombata nel sonno abissale etilizzato del venerdì sera. Il computer, però, ha continuato a proiettare per un’ora sul mio volto infiorescenze di scat e agonia, o almeno suppongo. Non saprò mai cosa accade nel dettaglio in The Human Centipede, al di là della logline piuttosto celebre “un folle medico vuole unire chirurgicamente tre persone, bocca e ano, allo scopo di creare un centopiedi umano”. Eppure, il mio inconscio ha assorbito ogni lamento, ogni rigurgito, ogni rimestamento e sciacquettio delle viscere; come le sonnambule, verso le due, forse, ho persino spalancato gli occhi, e le mie pupille dis-cineticamente vibranti nella fase rem, l’hanno carpito, per un attimo, il centopiedi umano. Una mutazione irreversibile nella profondità della mia mente di cui non sarò mai pienamente a conoscenza. Su questo trauma io non ho potere. The Human Centipede lo volevo guardare perché rileggendo Inaugura stanotte il secolo del bene di Vincenzo Montisano (uscito il 22 ottobre scorso per Wojtek) mi ero imbattuta nella descrizione dei disperati del porto della città di ***:

Nel cuore pulsante della macchina infernale che forgia uomini brulicanti, beventi, sudanti e questuanti ricette mediche d’antidolorifici e purghe per rilassare, appena svegli, gli sfinteri. E tutti insieme facevano uno sforzo mica male e senza sosta, impiegati a tamburo battente nelle loro magre esistenze, neanche Ford in persona li avesse assunti nell’altro secolo per lavorare alle sue catene.

Frase che mi aveva appunto fatto pensare a quel film horror che non avevo mai visto; a come probabilmente potesse essere una delle grandi metafore del capitalismo, no? Quel produci (merce di scarto) // consuma (merce di scarto) // crepa (come merce di scarto) tra il concentrico e il subalterno. Subalterno come le caste sociali, la testa del centopiedi umano produce merda che può permettersi di non riconsumare (èlite); il corpo contemporaneamente produttore e consumatore di merda (prosumer); e la coda che consuma la merda rifagocitata e rielaborata, e dei prodotti dei suoi scarti non se ne fa nulla nessunə (lumpen). Il romanzo di Montisano è a sua volta un’ambiziosa critica al late-stage capitalism, punk nel senso più atavico del termine, quando i primi submovimenti degli anni Settanta urlavano “no future!” e si accoltellavano ai concerti e crepavano con gli avambracci forati di gialla agli angoli delle strade. Tanto che in esergo al libro ci dà il benvenuto all’ingresso una classica citazione tratta da Realismo capitalista di Mark Fisher sulla depressione come risposta esistenziale a un problema sociale.
E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di soldi, di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di roboanti giri di frase alla novecentesca europea, come se ci fosse la necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una distanza da tutta questa violenza.
La trama di Inaugura stanotte il secolo del bene, in breve: il ricchissimo rampollo Hugo Boll, dopo la morte di suo padre, neurochirurgo di larga fama e cornificatore seriale, decide di dissiparne l’immenso patrimonio per vendetta, non attraverso un epicureismo libidinoso, bensì attraverso una carità accidentale di chi si fa benefattore solo per percepirsi ancora come soggettualità agente e dominante. Intanto nella città di *** si endemizza la febbre delle mutilazioni, impulsi violenti all’autolesionismo più estremo che da pochi pazienti zero culminano in strade gremite di montagne di corpi mozzati.

E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di soldi, di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di roboanti giri di frase alla novecentesca europea, céliniana o morselliana, come una sorta di dissociazione (nel senso più psichiatrico del termine) letteraria: come se ci fosse la necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una distanza da tutta questa violenza, una prosa che diventa quasi l’equivalente di uno schermo digitale attraverso cui, noi che leggiamo, ci ritroviamo ad assistere a un ricco finanziere che d’improvviso si recide la narice con una cesoia, un gruppo di adolescenti che durante un festino in un capanno si infilano un cacciavite nella giugulare. È, infatti, chiaro il rimando quando il nostro Hugo Boll (personaggio irrancidito a cui non vogliano nemmeno un po’ di bene) in una trattoria si trova a guardare con le altre avventrici e avventori una scena di decapitazione jihāista in televisione, seguita briosamente dalla réclame di una crema corpo ad alto contenuto nutritivo: solo lui sembra essere scosso dalla violenza appena occorsa sullo schermo e l’unica reazione sensata che riesce ad avere è un’erezione.

E qua, tralasciando tutti i canonici rimandi ai Cannibali, ai Palahniuk, e ai moreschiani Canti del caos e ai Junji Ito e ai Miguel Ángel Martín, mi sorprendo a interlacciare casualmente la rilettura di Inaugura stanotte il secolo del bene con la invece scoperta del libro di culto del 2004 di Dennis Cooper, Troie: in qualche modo l’anello di congiunzione tra American Psycho e Amygdalatropolis, ma frocio. Libro che mi aiuta anche a trovare una risposta, laddove il mio addormentamento abissale si è posto da censore tra me e il capire perché diavolo un uomo dovrebbe voler creare un centopiedi umano? O ancora, riemergendo dalla finzione per scontrarci con ben più materiche notizie, perché diavolo una persona che possiede tutto dovrebbe voler prendere parte al ciclo di abusanti turpitudini sull’Epstein’s Island? “La mancanza di amore nella società occidentale porta alla necrofilia”, scrive Sayak Valencia in Capitalismo gore, citando a sua volta Erich Fromm; ed è piuttosto classica dunque la risoluzione a questa domanda: la volontà di potenza.

Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non c’è autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con agency e dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza carnale. Con una risoluzione internalizzata o esternalizzata. In The Human Centipede – azzardo – la violenza è principalmente un vettore, si spinge verso un oggetto esterno da soggiogare. Mentre in Troie e Inaugura stanotte il secolo del bene c’è un doppio movimento dal di dentro e dal di fuori (l’erotismo della reiterazione del potere). Troie è un romanzo sul sadomasochismo estremo, dunque per arrivare al culmine di dominazione brutale, è necessario anche un soggetto (la marchetta Brad) che sceglie di sottomettersi, di dare adito al suo desiderio di essere sodomizzato fino alla morte per percepire il suo valore in funzione del godimento di un altro essere umano. (Ci vorrebbero forse più romanzi ambientati nel mondo del kinky consensuale, comunque, per destigmatizzare l’idea che la riappropriazione di una volontà di potenza attraverso il BDSM sia possibile solo come atto tendente al male: nel kink etico ci si riappropria delle dinamiche di violenza carnale sub/dom attraverso la cura e la reciproca presa in carico del trauma, sanandolo non attraverso la rimozione o la briglia sciolta della brutalità, ma attraverso una risignificazione di quell’amore di cui il capitalismo gore ci ha depredato).

Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non c’è autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con agency e dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza carnale.
In ogni caso, nel libro di Montisano chi si ammala della febbre delle mutilazioni a sua volta riesce a defilarsi dal destino di prosumer/consumed, a riappropriarsi della propria volontà, mutando il suo corpo non in qualcosa di mostruoso e straordinario, un nuovo tassello sul piano evoluzionistico, come in un Crimes of the future di Cronenberg; o in una “mostruositrans” o “bestialitrans” termini cognati rispettivamente da Filo Sottile e Elia Bonci ispirandosi alla teoria di Preciado che scrive: “Non prendo il testosterone per diventare uomo, nemmeno per transessualizzare il mio corpo, ma semplicemente per tradire quello che la società ha voluto fare di me, per scrivere, per scopare, per provare una forma post-pornografica di piacere, per aggiungere una protesi molecolare alla mia identità transgenere low-tech fatta di dildo, testi e immagini in movimento, per vendicare la tua morte”; ma mutilandosi a sangue, appunto, rimuovendo parti del proprio corpo fino alla autarchica scelta della morte (come Fisher o Foster Wallace – etero cis man, duh – del resto, che nel loro suicidio abbracciano l’ultimo grande gesto anticapitalista? Cantava un altro uomo suicida, Luca Abort della band puk hardcore Nerorgasmo: “Distruggerò alla base la vostra moralità / Affronterò gli spettri cosciente della fine / Esalterò me stesso con la morte più sublime”). Ma Hugo Boll, nonostante tutto, non vuole cedere alla pulsione di morte. Per quanto la sua crisi inizi chiaramente quando prende atto di essere anche lui, nonostante membro dell’élite, privo di volontà di potenza:
Davanti a me, oltre i vetri, la boscaglia inerte s’incurvava sul lago. Voltandomi notai un bicchiere d’acqua fuori posto sulla penisola della cucina. Riluceva, cristallizzato nella sua perfezione di utensile industriale. Né un atomo in più né uno in meno. E io con lui, bloccati in una corporalità finita. Fu in quel momento che davanti ai miei occhi si spalancò il panorama agghiacciante del mio stare al mondo. Intuì nettamente di cosa fossi fatto, Karl. Funzioni biologiche e ricordi, ecco tutto. Il mio termometro emotivo non saliva di un grado oltre questo limite. Andai verso il bicchiere con la volontà di spostarlo qualche centimetro più in là. Un semplice esercizio di controllo. E però cade ugualmente. Si polverizzò al suolo come se le mie dita non fossero riuscite a trattenerlo. I pezzi di vetro si arenarono nella pozza d’acqua. E quanto tempo spesi a fissarli, quanto ne sprecai a chiedermi se qualcuno al mondo avrebbe mai potuto garantire per la loro autenticità. Ero io a legittimarli, forse? O era vero il contrario? Confusa, dubbia, vaga e traditrice: non esiste parola più ambigua di realtà. Questo gas che m’attraversava narici e polmoni, che mi ipnotizzava la ragione convincendomi d’esserne fondamento, d’essere speciale… invece sentivo di non meritare più di quanto, come uomo, mi era stato dato in dotazione.

Hugo Boll, ora un nulla – tanto che è l’unico personaggio il cui discorso diretto non è circoscritto dalle virgolette, ma sciolto nel testo – dunque, affronta un percorso di risignificazione nichilista di sé stesso. Inizialmente, si perde in una metonimia: sono tutti i soldi che possiedo a comporre la mia consistenza, e infatti prova a virtualizzare i suoi atti attraverso i soldi che diventano un’estensione del suo corpo. Al tanto odiato padre, quando lo vede nella bara, riesce a dare una sorta di bacio di Giuda solo fratturandogli la mandibola con uno schiocco che scuce i punti alle labbra, e infilandoci dentro una banconota da 500 euro, che poi fa raccogliere dalla tanatoesteta di umili origini costringendola in cambio a mostrare un seno al cadavere del padre. Poi si reca nel quartiere a luci rosse di ***, si infila nella cabina numero sette e penetrando con una moneta la fessura per attivare la performance di una sex worker dietro il vetro, virtualmente la penetra provocandole un improvviso sanguinamento vaginale.

Eppure il senso di inconsistenza permane, quindi anche lui cade vittima della febbre delle mutilazioni, ma siccome il suo corpo è ancora avviluppato nella metonimia di essere composto solo dai soldi che possiede (soldi di suo padre: Hugo Boll non si potrà mai appartenere se la sua materia è composta dall’eredità di chi l’ha generato, del resto), la sua mutilazione è proprio quella di dissipare il patrimonio. Un gesto d’altronde anche in qualche modo accelerazionista, poiché prelevando dalla banca l’interezza del patrimonio del suo miliardario padre sta anche mettendo in crisi il sistema bancario che quei soldi solo virtualmente li possiede.

Nel frammezzo abbiamo Il Luogo, uno spazio liminale in cui abitano dei (Ünter?)mensch, che, perse le capacità linguistiche, si muovono come una mente sciame (senza più alcun desiderio di ritrovare il desiderio;  di ritrovare la volontà di potenza smarrita), al cospetto di un padrone grasso, grosso e con le gambe amputate, l’unico che sa ancora scrivere e parlare, che desidera muoversi e non può muoversi, che desidera controllare i non-parlanti, ma non riesce a controllarli; nonostante la stazza da Jabba the Hutt, è solo concetto senza materia. E abbiamo una veggente prostituta che ardentemente desidera che Hugo Boll le procuri un feto di lama da seppellire, il feticcio della superstizione a cui si attacca biecamente nella ricerca della salvezza.

E abbiamo Karl in uno scantinato, un padre di famiglia disperato, verso cui Hugo Boll rivolge tutto il suo monologo letterario: Karl, lo strumento attraverso cui il protagonista, infine, sembra riappropriarsi della sua volontà di potenza proprio come il folle medico di The Human Centipede, o i sadici di Troie: riconoscendosi il suo stato di Übermensch e donandosi dunque da solo il diritto di fare delle esistenze, e soprattutto dei corpi di chi lo circonda quello che più desidera. Culmine che raggiunge anche in seguito alla rottura con la sua amante Alice che si autodetermina seducendo il suo vecchio zio per poi ricattarlo e farsi intestare l’eredità, gesto che racconta orgogliosamente a Hugo Boll, il quale, conscio di aver perso la sua proprietà mononormativa sulla donna, risponde tentando di stuprarla, solo per finire sodomizzato da lei. Povero piccolo narcisistico uomo etero cis, “uno storpio morale” impegnato nella costruzione di un falso sé grandioso, per svicolarsi dalla fattualità di essere nulla.

È quindi questo un romanzo molto maschile, ma allo stesso tempo una magnifica rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis doomer boy del Ventunesimo secolo che, già figlio dell’antipositivismo dostoevskijano, sente dissiparsi da sotto le suole sempre più, sempre più, la sua centralità nel mondo.
Ed è quindi questo un romanzo molto maschile, e in un certo senso poco decostruito, per l’appunto tardo Ottocentesco, primo Novecentesco. Ma allo stesso tempo una magnifica rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis doomer boy del Ventunesimo secolo che, già figlio dell’antipositivismo dostoevskijano, sente dissiparsi da sotto le suole sempre più, sempre più, la sua centralità nel mondo (“Piuttosto, mi terrorizzava vivere da portavoce dell’inutilità”): come individuo rispetto al disumanizzante late-stage capitalism, ma anche rispetto a persone FLINTA che a quella disumanizzazione ci erano da sempre state abituate e quindi ne approfittano per conquistarsi il loro spazio e trovare altre strategie collettive di mutare. Infatti, scrivono Maya Kronic e Amy Ireland nel manifesto del Cute Accelerationism (2024, per ora inedito in Italia), appunto una risposta FLINTA e “post-queer” a Fisher: “Dismantle identity and you dismantle guilt, fear and shame”. E ancora: “What’s cuter, swallowing or being swalloed? Prey mode or monster munch? Being something inside or having something inside you? Or both? […] post-hermaphroditic hyperconvulsion […] slipping down the non-orientable surface of cute, before long, the swallower turns out to be a swallowee. […] cute ultimately implies the melting of any polarity or distinxtion between having or being, possessive libido and self-objectification”.

La cutification è una riagglomerazione collettiva (e super cute!) verso il corpo senza organi (CsO) Deleuziano, descritto metaforicamente come un uovo (“an eggscape” – cute//acc): perdita di identità, di genere, di gerarchie di potere, di direzione, cute and shallow but togheter forever: la polycule (affettività non-monogama plurale e interconnessa) definitiva verso una sorta di svaporata salvezza (l’ultimo grande gesto anticapitalista è un Aegyo?). La positivizzazione della mente sciame che abita il Luogo di Montisano, forse, nel momento in cui il grande grosso padrone con le gambe amputate striscia via sconfitto per tornare nella città di ***. Mentre il doomer boy è incapace di mutare, è incapace di rinunciare al suo ego che lo pietrifica ineluttabilmente all’interno del suo labirinto di agonia solitario. Bloccato nella mononormatività gerarchica. Per sempre al di fuori del CsO, non c’è alcuna eggscape per lui. È incapace, quindi perisce o tenta un ultimo exploit di potenza sodomizzando, brutalizzando, laddove il cute si riappropria della volontà di potenza attraverso un’hypercuddle (hypercoccola). L’unico potere che si può esercitare sul trauma è quello di cura, uno smisurato e informe abbraccio.

Ma per Hugo Boll, dopo la sodomizzazione, giunge infine la stanchezza, l’addormentamento abissale, poiché è involuto nel suo pessimismo. Come il doomer boy, non riesce e non vuole davvero mutare, trovare una soluzione; ed è questo il più grande trauma di fronte al quale per lui non resta che la dissociazione: essere nulla e su nulla avere potere (se non forse su roboanti giri di frase alla novecentesca europea). Vedere o non vedere, sapere o non sapere, sentire o non sentire. Poco importa, perché: “Non ci sarà più tenerezza, senza abiezione. L’immonda turpitudine dei loro corpi inaugura stanotte il secolo del bene”. Lui, al contrario di me (26F cisgender, accettando l’ennesima dissipazione della mia identità, l’inconoscibile; inviando su Instagram anatemi e vomit emoji a Theory of the Young-Girl del collettivo Tiqqun), non si potrà svegliare dal labirinto solitario dell’egomania binaria, mettere in pausa la crudezza di The Human Centipede e riaddormentarsi la notte successiva con le infiorescenze di Orlando di Paul B. Preciado, o un vecchio film di Almodóvar proiettate sul volto, sovrascrivere il suo inconscio (blessatemi! oh, cutificatemi! – praying emoji – amiamoci!). E il secolo del bene sarà forse anche quello in cui rifioriranno lə mutilatə che non sono mortə dissanguate ma hanno reimparato, nonostante gli arti mozzati, a muoversi nel mondo in un pulsare collettivo.

Scrive Elia Bonci sui corpi trans, che sono la massima emanazione della cutification, in Anatomia di un mostro (2025):

Disobbedire e rifiutare le loro leggi, le loro gerarchie, le loro narrazioni soffocanti e cisnormate. Il nostro essere mostruositrans e bestialitrans è la nostra potenza. La nostra esistenza è già insurrezioni e rivoluzione. Non saremo addomesticatx, non saremo contenutx e non saremo riscrittx. Possiamo essere con i nostri corpi difformi la resistenza planetaria contro un mondo che ci vorrebbe docili, normatx e silenziosx. Se i nostri corpi sono un problema, allora faremo in modo che sia il vostro più grande incubo.

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Auto elettriche, perché il ritardo italiano può costare caro

17 Giugno 2026 ore 08:30

Motus-E stima fino a 41,5 milioni di barili di petrolio risparmiati al 2035 con la crescita dell’auto elettrica.

L’Italia potrebbe ridurre in modo significativo la propria dipendenza dal petrolio grazie alla crescita della mobilità elettrica. Secondo il nuovo Libro Bianco sulla mobilità elettrica presentato da Motus-E a Roma, al 2035 il Paese potrebbe evitare il consumo annuo di una quantità di greggio compresa tra 34,6 e 41,5 milioni di barili, con un beneficio economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro l’anno. È un dato che sposta il tema dell’auto elettrica dal solo terreno ambientale a quello, più strategico, della sicurezza energetica, della competitività industriale e della bilancia commerciale.

La fotografia tracciata dal rapporto arriva in una fase delicata per l’industria automobilistica europea. Le case auto sono chiamate a rispettare obiettivi sempre più stringenti sulle emissioni, mentre fornitori, reti di vendita, operatori dell’energia e consumatori si muovono in un mercato ancora condizionato da incertezze normative, prezzi elevati e una domanda italiana più debole rispetto alla media continentale. Nel primo trimestre del 2026, ricorda Motus-E, la quota di mercato delle auto elettriche in Italia si è fermata all’8%, contro il 20% medio europeo.

Il punto di partenza non è però marginale. In Italia circolano oggi circa 830.000 veicoli elettrici e ibridi plug-in, considerando auto, furgoni e camion, mentre i punti di ricarica pubblici installati superano quota 78.000. Numeri in crescita, ma ancora insufficienti a colmare il divario con i principali mercati europei. Per questo il Libro Bianco costruisce due scenari al 2035, uno più prudente e uno più dinamico, legati soprattutto alla stabilità delle regole, alla disponibilità di incentivi e alla capacità di utilizzare le risorse europee per accompagnare la transizione.

Nello Scenario Conservativo, che ipotizza la continuità dell’attuale quadro legislativo, l’assenza di nuovi incentivi statali per i veicoli leggeri e una parziale attivazione dei fondi PNRR per la ricarica, l’Italia arriverebbe al 2035 con 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibridi plug-in. In questo caso la rete pubblica raggiungerebbe quasi 133.000 punti di ricarica, con una prevalenza della corrente alternata, ma con una quota crescente di infrastrutture veloci e ultraveloci. A queste si aggiungerebbero circa 3,3 milioni di punti di ricarica privati, soprattutto domestici.

Lo Scenario Accelerato delinea invece una traiettoria più ambiziosa. Motus-E considera l’introduzione di un incentivo strutturale per cittadini e imprese, un mandato a zero emissioni allo scarico per le flotte aziendali, il rafforzamento dei fondi per l’elettrificazione dei veicoli commerciali e pesanti e nuovi finanziamenti europei per le infrastrutture. In questa ipotesi il parco circolante arriverebbe a 6,8 milioni di veicoli elettrici e 2,4 milioni di plug-in hybrid, mentre i punti di ricarica pubblici supererebbero quota 164.000. La rete privata salirebbe a 3,5 milioni di punti, confermando il ruolo centrale della ricarica domestica.

Per il settore automotive, la differenza tra i due scenari non è solo quantitativa. Una transizione più rapida inciderebbe sulla filiera industriale, dalla componentistica alla produzione di batterie, dall’elettronica di potenza ai servizi digitali collegati alla ricarica. Le case automobilistiche avrebbero un mercato interno più coerente con gli investimenti già avviati in Europa, mentre i fornitori italiani sarebbero chiamati ad accelerare la riconversione tecnologica. Per i consumatori, l’effetto dipenderebbe dalla combinazione tra prezzo d’acquisto, costo dell’energia, diffusione delle colonnine e disponibilità di modelli accessibili.

Un altro passaggio centrale riguarda il sistema elettrico. Secondo il rapporto, l’aumento della domanda di elettricità per la ricarica dei veicoli sarebbe compreso tra 15,2 e 17,6 TWh al 2035, un livello giudicato compatibile con la capacità del sistema nazionale. Il tema, quindi, non è soltanto produrre più energia, ma farlo in modo coerente con lo sviluppo delle rinnovabili, delle reti e dei sistemi di accumulo. In questa prospettiva, l’auto elettrica diventa anche uno strumento per ridurre l’esposizione del Paese alla volatilità dei prezzi petroliferi.

È qui che il messaggio di Motus-E assume una valenza industriale e politica. Il presidente Fabio Pressi collega il tema della mobilità elettrica alla crisi energetica e alle tensioni internazionali, sottolineando come l’elettrificazione dei trasporti possa contribuire a rafforzare la sovranità energetica dell’Italia. Il riferimento ai 14 miliardi di euro di flessibilità concessi dall’Europa per accelerare la transizione energetica indica il nodo più concreto: scegliere se destinare queste risorse a misure frammentate o a un piano capace di incidere su infrastrutture, domanda, filiera e competitività.

La partita resta aperta. L’Italia dispone di una base industriale rilevante, ma rischia di restare in ritardo se il mercato interno non sosterrà la trasformazione tecnologica già in corso nel resto d’Europa. Il Libro Bianco di Motus-E non fotografa soltanto un obiettivo ambientale: mette in evidenza il costo potenziale dell’immobilismo. Meno petrolio importato significa maggiore sicurezza energetica, ma anche una diversa allocazione della spesa nazionale, nuove opportunità per le imprese e una spinta alla modernizzazione del sistema dei trasporti.

Scheda

Fonte: Libro Bianco sulla mobilità elettrica Motus-E
Veicoli elettrici e plug-in oggi in Italia: 830.000
Punti di ricarica pubblici oggi: oltre 78.000
Quota auto elettriche in Italia nel primo trimestre 2026: 8%
Media europea nello stesso periodo: 20%
Scenario Conservativo 2035: 4,6 milioni di elettriche e 3,2 milioni di plug-in
Scenario Accelerato 2035: 6,8 milioni di elettriche e 2,4 milioni di plug-in
Punti di ricarica pubblici al 2035: da 133.000 a oltre 164.000
Punti di ricarica privati al 2035: da 3,3 a 3,5 milioni
Domanda elettrica aggiuntiva stimata: 15,2-17,6 TWh
Petrolio risparmiato al 2035: 34,6-41,5 milioni di barili l’anno
Valore economico stimato: 2,4-2,9 miliardi di euro l’anno
Risorse Ue richiamate da Motus-E: 14 miliardi di euro

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Lukashenko: la «lobby ebraica» e pure il Vaticano hanno ingannato Putin

di: admin
17 Giugno 2026 ore 08:08

Il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj.

 

In un’intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha sostenuto che il conflitto avrebbe potuto terminare in tempi brevi nelle prime fasi, quando le forze russe si trovavano nei pressi della capitale ucraina.

 

«All’epoca, non solo io, ma tutto il mondo capiva che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato dall’agenzia BelTA.

 

Lukashenko ha però aggiunto che «alcuni politici e forze» hanno invitato Putin a interrompere l’avanzata, a ritirare le truppe da Kiev e a raggiungere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell’Ucraina erano contati».

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Il presidente bielorusso ha spiegato che la Russia procedeva sulla base di quella che appariva una concreta possibilità di intesa, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa vicenda».

 

«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».

 

Non è stato subito chiaro il significato preciso attribuito da Lukashenko al termine «lobby ebraica». Nei primi giorni del conflitto, l’allora Primo Ministro israeliano Naftali Bennett aveva svolto un ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina, incontrando Putin a Mosca e parlando al telefono con Zelensky. I resoconti dell’epoca indicavano che Bennett aveva esortato Zelens’kyj ad accettare le condizioni di Mosca.

 

Lukashenko non ha fornito ulteriori particolari sul presunto coinvolgimento del Vaticano. Tuttavia, nel marzo 2022, papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill avevano tenuto una videochiamata in cui avevano evidenziato l’«eccezionale importanza» del processo negoziale.

 

Mosca e Kiev avevano condotto diversi round di colloqui di pace a Costantinopoli nel marzo 2022. Putin aveva affermato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano approvato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev aveva poi abbandonato l’intesa dopo il ritiro delle truppe russe dalle zone intorno alla capitale ucraina.

 

La Russia ha sostenuto che l’Ucraina si era allontanata dall’accordo per le pressioni occidentali. Secondo alcune fonti, l’allora premier  britannico Boris Johnson avrebbe invitato Kiev a non firmare e a «continuare a combattere». Kiev ha respinto la ricostruzione di Mosca sul fallimento dei negoziati, sebbene l’ex capo negoziatore David Arakhamia abbia riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora, l’Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le ipotesi di neutralità.

 

I rapporti tra Minsk e il Vaticano sono rimasti anche inq uesti anni di tensioni. Nel settembre 2025, ricevendo il nuovo Nunzio Apostolico Ignazio Ceffalia, Lukashenko ha espresso pubblico apprezzamento per la posizione contraria del Vaticano alle sanzioni economiche. A fine ottobre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti ha incontrato personalmente Lukashenko a Minsk per discutere dei rapporti bilaterali.

 

In Bielorussia  si registra una durissima repressione contro i sacerdoti locali che esprimono dissenso.  Dal 2020 a oggi sono stati decine i sacerdoti arrestati, multati, detenuti o costretti a fuggire per aver criticato il governo o espresso vicinanza all’Ucraina. Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si registrò la condanna a 11 anni di carcere per «alto gradimento» ad un prete cattolico, padre Henryk Okołotowicz.

 

Nel maggio 2024 sono stati arrestati due importanti religiosi, tra cui padre Andrzej Juchniewicz, superiore degli Oblati di Maria in Bielorussia, condannato a ben 13 anni di colonia penale con l’accusa di attività sovversiva. Solo a novembre 2025, a seguito di intense trattative tra il Vaticano e Lukashenko, la Chiesa è riuscita a ottenere la liberazione anticipata di due sacerdoti detenuti nelle colonie penali.

 

Nel 202o l’allora arcivescovo di Minsk e vertice  dei cattolici bielorussi monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, aveva condannato pubblicamente le violenze della polizia contro i manifestanti. Il regime gli vietò il rientro in patria per mesi, di fatto costringendolo all’esilio.

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La diplomazia vaticana ottenne il suo rientro a fine 2020, ma pochi giorni dopo, a inizio 2021, papa Francesco ne accettò la rinuncia per raggiunti limiti di età (75 anni), normalizzando i rapporti istituzionali con Minsk.

 

Statistiche di cinque anni fa suggerivano che la popolazione cattolica della Bielorussia è il 10,6% del totale nazionale. La maggioranza della popolazione è ortodossa. Nell’agosto 2021, un giornale governativo aveva ridicolizzato la Chiesa cattolica pubblicando una serie di vignette in cui i prelati erano ritratti con svastiche naziste anziché con croci pettorali.

 

La Santa Sede persegue ora nel Paese una «politica dei piccoli passi»: ha nominato un nuovo Nunzio Apostolico a Minsk, l’arcivescovo Ignazio Ceffalia, e accetta il dialogo formale con Lukashenko proprio per poter negoziare, di volta in volta, la scarcerazione e la protezione dei preti locali.

 

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Ragazzo porta a passeggio il suo polipo

di: admin
17 Giugno 2026 ore 08:01

Un video virale caricato su TikTok mostra un ragazzo che porta a passeggio il suo gatto, cosa già di per sé abbastanza insolita, e pure il suo ulteriore animale domestico: il suo polpo. Lo riporta Futurism.

 

Sebbene i polpi possano sopravvivere fuori dall’acqua per brevi periodi – parliamo di un paio di minuti al massimo – si tratta sicuramente di un’esperienza piuttosto stressante, con probabili conseguenze terribili per la già breve vita di queste creature marine.

 

Probabilmente è per questo che l’influencer ha scelto di trainare il cefalopode in una vasca su uno skateboard, completo di quello che sembra essere un aeratore wireless per fornire ossigeno alla creatura. Il tutto appare piuttosto disinvolto: a un certo punto, il gatto del ragazzo si gira a guardare il polpo, ma poi sembra scrollare le spalle e continuare a camminare.

 

«Aspiriamo a questo livello di assurdità», ha commentato un utente nei commenti del video. «Cosa ti spinge?»

@slingin_steel Family walks🐙 #petoctopus #lilbro #petfamily #landaintsobad #lifeisgood ♬ original sound – Steel

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«La vita è troppo breve per vivere “normalmente”», ha risposto l’influencer. Per quanto intrigante possa essere il video, c’è sempre un rovescio della medaglia. Data l’elevata intelligenza delle specie di polpo, gruppi dell’animalismo organizzato come la celebre People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) sostengono che sia moralmente e ambientalmente sbagliato tenerli in acquario.

 

I polpi sono tra gli invertebrati più intelligenti del pianeta. Possiedono capacità di problem solving, usano strumenti, risolvono labirinti e hanno una memoria a lungo termine sviluppata. La loro intelligenza è definita «aliena» perché distribuita in tutto il corpo. A differenza dei vertebrati, il sistema nervoso del polpo non è centralizzato in un solo cervello. Dei suoi circa 500 milioni di neuroni, due terzi sono distribuiti direttamente negli 8 arti. Questo significa che ogni braccio ha una sorta di «autonomia decisionale»: può percepire sapori, toccare e persino aprire un’ostrica mentre il resto del corpo è impegnato in altro.

 

I folpi sono in grado di ricordare soluzioni già sperimentate e di apprendere semplicemente osservando i propri simili. Le creature tentacolari possono raccogliere gusci di cocco o conchiglie vuote per utilizzarli come scudi o nascondigli mobili. Tali esseri hanno inoltre una capacità di camuffamento fulminea e in cattività hanno dimostrato di saper pianificare fughe, aprire barattoli chiusi a prova di bambino e persino spruzzare acqua sulle lampadine per spegnerle se disturbati dalla luce.

 

Bisogna fare attenzione in particolare a certune tradizioni culinarie orientali: come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un signore di 82 anni è deceduto cercando di gustare una specialità coreana chiamata sannakji, che consiste in un polpo ancora vivo. Secondo quanto riportato, l’animale si è impigliato nella gola dell’anziano, causandone la morte.

 

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Immagine screenshot da TikTok

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23andMe ha ottenuto un risarcimento di 46,8 milioni di dollari per i dati genetici rubati

di: admin
17 Giugno 2026 ore 07:23

I profili genealogici e i dati familiari di quasi sette milioni di persone, rubati nel 2023 e dispersi sul dark web, hanno ora un valore di 46,8 milioni di dollari, stabilito da un tribunale. Un amministratore fallimentare del Missouri ha approvato il fondo mercoledì, definendo così le principali pretese nei confronti della società un tempo nota come 23andMe e ora operante con il nome di Chrome Holding Co. Lo riporta Reclaim The Note.

 

Ciò che gli hacker hanno rubato non può essere ripristinato. Una password viene cambiata dopo una violazione e una carta di credito rubata viene bloccata nel giro di poche ore. La tua ascendenza e il tuo background etnico non cambiano, così come la rete di parenti a cui sei collegato, che espone persone che non si sono mai iscritte a nulla.

 

Le stime di ascendenza, le relazioni familiari previste, gli anni di nascita e i luoghi autodichiarati che hanno raccolto sono sufficienti per identificare una persona e le persone a lei imparentate, e queste informazioni rimangono valide per tutta la vita.

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Questi sono i dati che 23andMe non è riuscita a proteggere, a partire da aprile 2023 e per circa cinque mesi, prima che l’azienda rivelasse l’intrusione in un post sul blog di ottobre.

 

Gli hacker hanno riutilizzato le credenziali di accesso ottenute da precedenti violazioni su altri siti, infiltrandosi in una piccola parte di account i cui proprietari avevano riciclato le proprie password. Da lì, il danno si è esteso a DNA Relatives, una funzionalità opzionale creata per consentire agli utenti di trovare parenti genetici. L’hacker ha raggiunto 5,5 milioni di profili DNA Relatives e ha estratto informazioni su altri 1,4 milioni di persone che utilizzavano uno strumento chiamato Family Tree, trasformando una funzionalità pensata per favorire la connessione in una mappa di chi è imparentato con chi.

 

Le vittime che hanno presentato denuncia si divideranno 32,5 milioni di dollari del fondo, con risarcimenti individuali che vanno dai 50 ai 10.000 dollari per danni straordinari come furto d’identità e cure per problemi di salute mentale.

 

L’amministratore ha finora risolto oltre 255.860 richieste di risarcimento e migliaia sono ancora in sospeso. I restanti 14,29 milioni di dollari vanno a Kroll, la società che gestisce le richieste, e circa 13 milioni di dollari di questa somma sono stati coperti da polizze di cyberassicurazione di Allied World, Houston Casualty di Tokio Marine, Landmark American di Berkshire Hathaway e assicuratori di Lloyd’s. Le persone i cui dati sono stati esposti si assumono il rischio permanente e le compagnie assicurative si fanno carico della maggior parte del costo.

 

I ricorrenti avevano chiesto 48 miliardi di dollari. L’amministratore ha optato per una cifra di diversi ordini di grandezza inferiore, citando la sentenza di un tribunale federale secondo cui un precedente accordo da 30 milioni di dollari era «ragionevole alla luce della grave situazione finanziaria della società».

 

L’amministratore ha definito il risultato un «esito equo» che evita ulteriori contenziosi e rispecchia quanto l’azienda può effettivamente pagare. La cifra finale è inferiore di 3,25 milioni di dollari al limite massimo di 50 milioni di dollari autorizzato dal giudice Brian Walsh lo scorso gennaio.

 

Il danno non è mai stato distribuito in modo uniforme. Dopo la violazione, raccolte di profili rubati sono emerse e sono state messe in vendita sul dark web. I dati genealogici, suddivisi per etnia e offerti agli acquirenti, rappresentano un tipo di esposizione che nessun risarcimento può annullare.

 

Come riportato da Renovatio 21, i dati rubati dalla società di test genetici 23andMe sono stati resi disponibili per essere venduti online prenderebbero di mira specificamente gli utenti con origini ebraiche ashkenazite.

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La società che ha raccolto tutti questi dati è in gran parte scomparsa. 23andMe ha presentato istanza di fallimento ai sensi del Chapter 11 nel marzo 2025, ha venduto la maggior parte delle sue attività per oltre 300 milioni di dollari ed è stata riacquistata dalla co-fondatrice Anne Wojcicki, nonostante le obiezioni delle autorità di regolamentazione.

 

La California ha tentato di bloccare la vendita, sostenendo che il suo Genetic Information Privacy Act richiedeva il consenso esplicito prima che i dati genetici potessero essere trasferiti, ma ha perso la causa. Alla fine di maggio, lo stato ha citato in giudizio Chrome Holding Co. per non aver protetto i dati dei clienti fin dall’inizio. La società di comodo continua a cambiare nome.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2018, 23andMe ha annunciato una partnership con GlaxoSmithKline, consentendo al colosso farmaceutico di utilizzare i risultati dei test di cinque milioni di clienti per sviluppare nuovi farmaci in cambio di un investimento di 300 milioni di dollari. L’accordo è stato prorogato fino a luglio 2023 per ulteriori 50 milioni di dollari.

 

La CEO di 23andMe Anne E. Wojcicki, è l’ex moglie del cofondatore di Google Sergej Brin. Nel 2007, Google ha investito 3,9 milioni di dollari nella società, insieme a Genentech, che è considerata la prima società biotecnologica al mondo grazie allo sfruttamento del DNA ricombinante e la creazione dell’insulina sintetica nel 1978.

 

Nel febbraio 2021, 23andMe ha annunciato di aver stipulato un accordo definitivo per la fusione con la società di acquisizione speciale di Richard Branson, VG Acquisition Corp, in una transazione da 3,5 miliardi di dollari. La società risultante dalla fusione è stata rinominata 23andMe Holding Co. e ha iniziato ad essere quotata alla borsa NASDAQ il 17 giugno 2021 con il simbolo «ME»

 

La sorella Susan Wojcicki , ora defunta, è stata fino a poco fa CEO di YouTube, che è di proprietà di Google.

 

I dati genetici raccolti privatamente sulla popolazione hanno reso in grado le autorità americane di catturare autori di assassini anche di quaranta e passa anni fa. Il caso più noto è quello del Golden State Killer, preso grazie al fatto che, con la cosiddetta genomica di consumo (servizi di analisi genetica al consumatore come 23andMe, che è solo uno degli attori del settore) molti americani hanno uploadato su un server il loro profilo genetico, rendendo rintracciabili anche i loro parenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Commisione di Intelligence USA ha dichiarato che i test DNA commerciali potrebbero essere utilizzati nella produzione di bioarmi personalizzate, cioè la creazione di sistemi di offesa in grado di colpire una singola persona o un particolare gruppo famigliare, etnico etc.

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«Incompatibile con la morale cristiana»: i patriarchi ortodossi si schierano contro l’ideologia LGBT

di: admin
17 Giugno 2026 ore 07:18

I leader delle Chiese ortodosse si sono espressi contro le parate dell’«orgoglio» LGBT in tutta Europa. Lo riporta LifeSite.

 

Nel corso dello scorso fine settimana, i patriarcati ortodossi di Bulgaria e Romania hanno criticato le parate pro-LGBT che si sono svolte in questi paesi a tradizione cristiana.

 

Il Patriarcato bulgaro ha dichiarato in un comunicato che l’umanità è stata creata da Dio «come uomo e donna» e che la famiglia è l’ambiente naturale per crescere i figli, avvertendo che le parate del «Pride» promuovono opinioni e comportamenti «incompatibili con l’insegnamento morale cristiano».

 

Il patriarcato ha inoltre affermato che tali messaggi sono particolarmente problematici quando sono rivolti a bambini e adolescenti. I leader ortodossi bulgari hanno sottolineato che «la Chiesa non rifiuta nessuno e prega incessantemente per ogni persona» e che la sua Chiesa ha la responsabilità di testimoniare il Vangelo e di proteggere i fedeli dalla confusione spirituale.

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Riguardo allo stile di vita LGBT e alla presunta «libertà» che le interazioni sessuali senza restrizioni porterebbero, la dichiarazione afferma: «La vera libertà non consiste nel cedere a ogni desiderio o brama, ma nel seguire la verità che conduce le persone alla pienezza della vita in Dio».

 

Il patriarcato ha esortato le istituzioni governative a sostenere e proteggere il matrimonio e la famiglia, nonché a salvaguardare i valori spirituali e culturali su cui si fonda la società bulgara.

 

Anche la Chiesa ortodossa rumena ha criticato gli eventi del «Pride». In una dichiarazione, ha affermato che il movimento LGBT mette in pericolo «la pace sociale e il rispetto reciproco», indispensabili per il bene comune. Eventi come il Pride di Bucarest potrebbero intensificare la confusione sui valori spirituali in una società che già si trova ad affrontare sfide come il declino demografico e l’instabilità sociale.

 

Il Patriarcato rumeno ha inoltre sottolineato di non appoggiare alcuna forma di linguaggio offensivo, calunnia o violenza contro le persone che si identificano come LGBT, in quanto ciò sarebbe in contraddizione con il Vangelo di Cristo. I cristiani ortodossi dovrebbero distinguersi per la pace, la preghiera e il rispetto per la dignità di ogni essere umano, ha ribadito la leadership della Chiesa ortodossa rumena.

 

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Membri dello staff di Medici Senza Frontiere licenziati per abusi sessuali

di: admin
17 Giugno 2026 ore 07:17

Medici Senza Frontiere (MSF) ha licenziato 18 membri del personale dopo che un’indagine interna ha rivelato accuse di abusi sessuali e sfruttamento nei confronti di rifugiati sudanesi in Ciad, secondo quanto riportato sabato dall’Associated Press, che cita una nota interna riservata.

 

L’organizzazione benefica medica ha affermato che ai lavoratori licenziati è stato vietato di trovare un impiego in futuro. Il rapporto dell’organizzazione no-profit ha rilevato 59 denunce che coinvolgono personale locale e straniero nei campi lungo il confine tra il Ciad e il Sudan, dove centinaia di migliaia di persone sono fuggite dalla guerra in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare.

 

Secondo quanto riportato, alcuni casi riguardavano ragazze minorenni; altri includevano accuse secondo cui il personale avrebbe scambiato cibo, acqua, latte e lavoro in cambio di prestazioni sessuali. Il rapporto descriveva i risultati come prova di «abusi e sfruttamento sessuale» e affermava che lo sfruttamento ripetuto in alcuni casi suggeriva la possibilità di un traffico sessuale organizzato.

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Medici Senza Frontiere ha dichiarato all’Associated Press che i risultati dell’indagine rappresentano «un’analisi interna franca» delle carenze riscontrate nei suoi sistemi di salvaguardia. L’organizzazione ha affermato di aver rafforzato i controlli sul reclutamento, i sistemi di gestione dei reclami e i canali di segnalazione a seguito dell’indagine. Ha aggiunto che alcune accuse non hanno potuto essere verificate perché le vittime e i presunti responsabili non sono stati rintracciati.

 

L’indagine ha fatto seguito a precedenti articoli dell’Associated Press del 2024, in cui donne sudanesi nei campi profughi in Ciad accusavano operatori umanitari e personale di sicurezza locale di offrire denaro, lavoro e un accesso facilitato agli aiuti in cambio di sesso.

 

Il caso si aggiunge ad anni di controversie sugli abusi nel settore degli aiuti umanitari. Secondo quanto riportato, il memorandum di Medici Senza Frontiere (MSF) riconosceva preoccupazioni simili durante la risposta all’epidemia di Ebola del 2021 nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e negli scandali di sesso in cambio di aiuti che coinvolgevano agenzie umanitarie nei campi profughi in Guinea, Liberia e Sierra Leone, emersi all’inizio del 2002.

 

Una commissione indipendente ha inoltre accertato nel 2021 che 83 operatori umanitari, tra cui 21 dipendenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono stati coinvolti in abusi e sfruttamento sessuale durante la risposta all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo tra il 2018 e il 2020.

 

Le accuse giungono mentre il Sudan si trova ad affrontare quella che le Nazioni Unite definiscono la più grande crisi di sfollamento e protezione al mondo. Il Ciad è diventato una delle principali destinazioni per le persone in fuga dal conflitto, con oltre un milione di rifugiati sudanesi che hanno attraversato il confine con il paese vicino dall’inizio dei combattimenti, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

 

Lunedì, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato che «l’orribile conflitto» in Sudan si è «ampliato e intensificato», con un «forte aumento» degli attacchi con i droni, nonché di stupri e violenze sessuali. Ha aggiunto che il suo ufficio ha documentato l’uccisione di oltre 1.000 civili a causa di attacchi con droni solo tra gennaio e maggio.

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Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni un’enorme scandalo di abusi sessuali da parte di membri dello staff dell’OMS ha interessato la missione dell’ente in Congo. Alla fine, l’OMS ha pagato le vittime 250 dollari ciascuna.

 

Nonostante la sua autorevolezza mondiale, Medici Senza Frontiere (MSF) è stata al centro di diverse polemiche politiche, etiche e gestionali nel corso della sua storia. Le principali controversie riguardano il soccorso in mare, l’equilibrio della sua neutralità nei conflitti e la gestione interna del personale.

 

A partire dal 2017, le attività delle navi di MSF nel Mar Mediterraneo centrale sono state duramente contestate da vari esponenti politici italiani. L’accusa principale era che la presenza delle ONG fungesse da fattore di attrazione per i migranti o che agevolasse il lavoro degli scafisti, ipotesi sempre respinta con forza dall’organizzazione. 9 anni fa MSF ha rifiutato di firmare il Codice di Condotta proposto dal Ministero dell’Interno italiano, contestando i limiti imposti ai trasbordi di naufraghi e la presenza di polizia armata a bordo, ritenuti lesivi della propria indipendenza e operatività.

 

Nel 2020 oltre 1.000 tra dipendenti ed ex dipendenti hanno firmato una lettera aperta denunciando un «razzismo istituzionale» radicato nella cultura aziendale. La critica riguardava la disparità di trattamento, salari e tutele tra lo staff internazionale (spesso bianco ed europeo) e lo staff medico reclutato localmente nei Paesi in via di sviluppo

 

Nel corso degli anni, governi autoritari o fazioni in guerra hanno accusato MSF di spionaggio o parzialità politica. Ad esempio, nel Donbass le autorità filorusse revocarono i permessi all’organizzazione accusandola di manipolare farmaci psicotropi.

 

Medici Senza Frontiere è stata fondata nel 1971 da un gruppo di 13 tra medici e giornalisti francesi, tra cui Bernard Kouchner, che sarebbe poi divenuto ministro degli Esteri di Francia. Il  Kouchner lasciò definitivamente MSF nel 1979 a causa di una profonda frattura ideologica e strategica con la leadership dell’organizzazione, culminata nella vicenda dei «Boat People» del Vietnam: Kouchner voleva noleggiare una nave (la Île de Lumière) per andare a soccorrere nel Mar Cinese Meridionale le migliaia di profughi in fuga dal regime comunista vietnamita. La maggioranza della dirigenza di MSF (guidata da Claude Malhuret) si oppose fermamente, ritenendo l’iniziativa un’operazione troppo mediatica, costosa e politicamente sbilanciata. Dopo essere stato messo in minoranza nel voto interno, Kouchner sbatté la porta e, insieme ad altri quattordici medici dissenzienti, fondò una nuova organizzazione rivale: Médecins du Monde (Medici del Mondo).

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MSF è nata da una rottura con la Croce Rossa durante la catastrofica emergenza del Biafra a fine anni Sessanta, contestando il principio di neutralità e silenzio imposto dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR).

 

Durante la guerra civile nigeriana, la regione secessionista del Biafra venne posta sotto un assedio totale che causò una carestia devastante e oltre un milione di morti. Bernard Kouchner e altri medici francesi inviati dalla Croce Rossa constatarono che l’esercito nigeriano stava deliberatamente affamando la popolazione civile e bombardando gli ospedali. I medici volevano denunciare immediatamente al mondo quello che consideravano un vero e proprio genocidio.

 

Tuttavia, la Croce Rossa richiedeva ai suoi volontari di firmare un accordo di assoluta riservatezza per mantenere l’accesso ai campi di battaglia. Per Kouchner e i suoi colleghi, quel silenzio equivaleva a una complicità con i carnefici. Decisero quindi di infrangere il codice, rilasciare interviste ai media e, una volta tornati in Francia, fondare un nuovo tipo di umanitarismo che unisse la cura medica alla testimonianza pubblica (témoignage).

 

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Laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in oltre 30 Paesi: molti hanno condotto esperimenti con agenti patogeni altamente contagiosi

di: admin
17 Giugno 2026 ore 07:04

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Secondo documenti declassificati e resi pubblici la scorsa settimana dalla direttrice uscente dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, molti ricercatori sono attualmente o sono stati in passato impegnati in ricerche che utilizzano «agenti patogeni pericolosi e altamente contagiosi», come si legge in una dichiarazione. Circa un terzo si trova in Ucraina ed è «vulnerabile alle minacce di lunga data di attacchi, sequestri o danni da parte della Russia».

 

Secondo documenti declassificati e resi pubblici dalla direttrice uscente dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, gli Stati Uniti hanno finanziato oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi.

 

«Molti di questi laboratori biologici finanziati dal governo statunitense sono attualmente o sono stati in passato impegnati in ricerche che utilizzano agenti patogeni pericolosi e altamente contagiosi, in alcuni casi comprese pericolose ricerche di tipo ‘Gain-of-Function’, con pochissima visibilità o supervisione», ha dichiarato l’ufficio di Gabbard in un comunicato.

 

Circa un terzo dei laboratori biologici si trova in Ucraina ed è «vulnerabile alle minacce di lunga data di attacchi, sequestri o danneggiamenti da parte della Russia», ha affermato Gabbard.

 

Alcuni esperti hanno dichiarato a The Defender che i documenti non rivelavano nulla di nuovo. «Queste informazioni sono di dominio pubblico almeno dal 2005», ha affermato Sasha Latypova, ex dirigente nel settore della ricerca e sviluppo farmaceutico .

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La ricerca sul guadagno di funzione, che aumenta la trasmissibilità o la virulenza dei virus, è stata collegata allo sviluppo del COVID-19.

 

RadioFreeEurope/RadioLiberty ha descritto la pubblicazione del documento come una «mossa insolita», avvenuta pochi giorni prima della partenza di Gabbard, prevista per il 19 giugno.

 

Secondo il New York Post , Gabbard ha reso pubblici i documenti in risposta all’ordine esecutivo del presidente Donald Trump del 2025 che sospende i finanziamenti federali per la ricerca sul guadagno di funzione fino all’adozione di una nuova politica federale.

 

«Il presidente Trump comprende la grave minaccia che la pericolosa ricerca sul guadagno di funzione rappresenta per il popolo americano», si legge nel comunicato stampa di Gabbard.

 

Gabbard ha preso di mira il dottor Anthony Fauci, affermando che «ha mentito al popolo americano sull’esistenza di laboratori biologici finanziati e sostenuti dagli Stati Uniti».

 

Fox News ha riferito che Fauci «ha studiato a lungo la tecnica del guadagno di funzione», ma ha «ripetutamente negato che il governo abbia finanziato quel tipo di ricerca».

 

La pubblicazione del documento ha suscitato l’ira dei virologi legati a Fauci e alla ricerca sul guadagno di funzione, tra cui Peter Daszak, Ph.D., ex presidente dell’EcoHealth Alliance , finanziata da Bill Gates.

 

Stephanie Weidle, direttrice esecutiva di Feds for Freedom , ha affermato che la pubblicazione «rappresenta la prima volta che un funzionario statunitense ha riconosciuto formalmente l’esistenza dei laboratori e la minaccia rappresentata dal lavoro scientifico che vi si svolge».

 

«Queste rivelazioni sono agghiaccianti perché dimostrano la totale assenza di supervisione su questo tipo di ricerca», ha affermato Brian Hooker, Ph.D., responsabile scientifico di Children’s Health Defense (CHD).

 

Entro la fine del mese, il senatore Rand Paul (repubblicano del Kentucky) terrà un’intervista con Fauci al Senato degli Stati Uniti, che verrà trascritta. La data dell’intervista non è ancora stata resa pubblica e non si sa se Fauci dovrà rispondere a domande sul coinvolgimento degli Stati Uniti nei laboratori di biosicurezza globali e sul relativo finanziamento.

 

Karl Jablonowski, Ph.D., ricercatore senior del CHD, ha affermato che Fauci ha molto di cui rispondere riguardo al suo coinvolgimento con laboratori biologici stranieri e ha previsto che Fauci negherà di essere a conoscenza di tali laboratori.

 

«Dato che la grazia concessa da Fauci tramite autopen non protegge da future frodi, l’America dovrebbe prepararsi a ricevere molte domande importanti al Senato, alle quali si risponderà con la frase “Non ricordo“», ha affermato Jablonowski.

 

Gabbard ha affermato che l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) si impegnerà a identificare i laboratori e a «porre fine alle pericolose ricerche di tipo ‘Gain-of-Function’ che minacciano la salute e il benessere del popolo americano e delle persone in tutto il mondo».

 

Un portavoce dell’ODNI ha rimandato The Defender alla dichiarazione di Gabbard.

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I laboratori ucraini sono «solo la punta dell’iceberg»

Il documento di quattro pagine, parzialmente censurato , diffuso da Gabbard, si concentrava principalmente sull’Ucraina. Secondo il documento, in quel paese esistono oltre 40 laboratori biologici, molti dei quali costruiti con milioni di dollari di finanziamenti del governo statunitense.

 

Nei laboratori sono presenti agenti patogeni quali antrace, tubercolosi, SARS, Marburg, Ebola, Lassa e peste. Il documento citava anche esempi di specifici progetti di ricerca condotti nei laboratori ucraini, tra cui ricerche sull’influenza aviaria e sulla peste suina.

 

«La portata di questa operazione è sbalorditiva», ha affermato l’avvocato Greg Glaser. «La rivelazione più eclatante è l’audacia con cui questi programmi sono stati orchestrati sotto la maschera della sicurezza globale. Hanno di fatto aggirato la supervisione del popolo americano, arricchendo al contempo una rete di appaltatori e burocrati».

 

Uno dei laboratori – l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, in Ucraina, specializzato in medicina veterinaria, virologia e tossicologia – potrebbe ospitare «almeno alcuni agenti patogeni pericolosi», ha affermato.

 

Il laboratorio ha ricevuto finanziamenti nell’ambito del Programma di riduzione delle minacce biologiche (BTRP) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DOD) all’inizio degli anni 2010. Nel 2019, la struttura presentava «almeno alcune carenze in materia di biosicurezza e biocontenimento, in particolare nelle stanze adibite alla manipolazione del batterio contagioso Brucella», si legge nel documento.

 

Nonostante la probabile presenza di questi agenti patogeni, il laboratorio «resta quasi certamente vulnerabile alle operazioni di disinformazione, al sequestro o al danneggiamento da parte della Russia, in corso da tempo».

 

Oltre ai finanziamenti e al supporto del Dipartimento della Difesa, la ricerca è stata sostenuta dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e da organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

 

A loro si sono unite diverse istituzioni accademiche statunitensi, tra cui l’Università della Florida, l’Università del New Mexico, l’Università dell’Alaska Anchorage e l’Università del Tennessee, Knoxville.

 

Secondo Richard Ebright, Ph.D., biologo molecolare della Rutgers University e critico della ricerca «gain-of-function», altri Paesi che ospitano laboratori BTRP includono le ex repubbliche sovietiche di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan e Uzbekistan.

 

Weidle ha affermato che le strutture identificate da Gabbard «fanno parte di una rete molto più ampia di laboratori costruiti e finanziati nell’ambito del programma Cooperative Threat Reduction (CTR)», con l’aiuto del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Stato americano, che hanno anche formato gli scienziati e attrezzato i laboratori.

 

«Si tratta di un programma di portata mondiale e i laboratori ucraini rappresentano solo la punta dell’iceberg», ha affermato Weidle. Per Glaser, il filo conduttore è «la ricerca dell’accesso a serbatoi di agenti patogeni pericolosi in paesi con normative meno stringenti».

 

Secondo quanto riportato da Gateway Pundit, l’ex presidente Barack Obama, durante il suo mandato come senatore degli Stati Uniti, ha contribuito a garantire i finanziamenti per i laboratori biologici ucraini.

 

Nel 2022, la stessa testata ha riportato prove del finanziamento da parte dell’esercito statunitense della ricerca sul coronavirus presso laboratori di biologia ucraini . Le prove rinvenute sul laptop di Hunter Biden indicavano che questi aveva contribuito a garantire finanziamenti a società appaltatrici statunitensi specializzate nella ricerca di agenti patogeni in Ucraina.

 

Sebbene i documenti pubblicati da Gabbard si concentrassero sui laboratori ucraini, non sono stati menzionati altri paesi tra i circa 30 che presumibilmente ospitano tali laboratori biologici.

 

Tuttavia, secondo RadioFreeEurope/RadioLiberty, il governo statunitense è da tempo impegnato in «sforzi volti a salvaguardare i programmi di ricerca dell’era della Guerra Fredda» nell’ambito del programma CTR. Ciò include le strutture di Tbilisi, in Georgia, «e in altre località dell’ex Unione Sovietica».

 

Secondo il documento, nessuno dei laboratori ucraini è un laboratorio di livello di biosicurezza 4 (BSL-4), una designazione riservata ai laboratori che conducono le ricerche più rischiose e che, di conseguenza, adottano le misure di sicurezza più rigorose. Tuttavia, secondo Jablonowski, la ricerca rischiosa viene spesso condotta anche in laboratori BSL-2 e BSL-3.

 

«Alcuni potrebbero trovare conforto nel fatto che la maggior parte dei laboratori biologici in Ucraina siano di livello BSL-2, e quindi inadatti per gli agenti patogeni più pericolosi. Il SARS-CoV-2 è stato studiato in modo inappropriato in un ambiente di contenimento BSL-2 presso l’ Istituto di Virologia di Wuhan, quando il livello minimo richiesto è BSL-3. Non vi è alcuna garanzia che gli agenti patogeni estremamente pericolosi vengano studiati in condizioni di biosicurezza adeguate», ha affermato Jablonowski.

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«Nessuna intenzione o piano» di tagliare i fondi ai laboratori

Dal 2010 si sono verificati almeno quattro casi di fughe di sostanze e incidenti nei laboratori di ricerca biologica statunitensi. Weidle ha chiesto una «revisione completa della ricerca condotta nei laboratori del CTR».

 

Secondo Newsweek, i documenti presentano «lacune significative» e mancano di «prove dirette che le strutture siano coinvolte nello sviluppo di armi biologiche offensive».

 

Altri esperti hanno suggerito che, nonostante la pubblicità generata dalla pubblicazione dei documenti da parte di Gabbard, i file contengono poche, se non nessuna, informazione nuova.

 

Secondo Ebright, i documenti «non contenevano nuove informazioni e non riuscivano nemmeno a includere la maggior parte delle informazioni già disponibili al pubblico sull’argomento». «Peggio ancora, Gabbard ha complicato ulteriormente la situazione confondendo la ricerca di routine, non pericolosa, con la pericolosa ricerca di acquisizione di nuove funzioni».

 

Latypova ha affermato che il dipartimento della Difesa possiede i laboratori biologici ucraini da oltre 20 anni, avendoli «acquistati per 15 milioni di dollari durante la vendita all’asta fallimentare dell’Unione Sovietica nel 2005».

 

«Questi laboratori biologici… sono stati finanziati da ogni amministrazione statunitense dal 2005», ha affermato Latypova. «La retorica online di Gabbard non è altro che una manovra politica in vista delle elezioni del 2028. Non ha espresso alcuna intenzione o piano di tagliare i fondi» a questi laboratori.

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Un sostenitore della ricerca sul guadagno di funzione denuncia una «campagna di disinformazione»

Daszak, che ha pubblicato numerosi articoli sulla ricerca relativa al guadagno di funzione , ha attaccato Gabbard poco dopo la diffusione dei documenti, accusandola di diffondere «disinformazione».

 

In una dichiarazione diffusa da Fox News, Daszak ha affermato: «il finanziamento di questi laboratori è stato reso pubblico e fa parte di un impegno a lungo termine per la de-militarizzazione della ricerca biologica in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Ecco perché la Russia ha lanciato una campagna di disinformazione su di essi, che ora Gabbard sta alimentando».

 

In un post su X, Daszak ha anche attaccato i sostenitori della teoria della fuga dal laboratorio, secondo la quale il SARS-CoV-2 sarebbe stato prodotto in un laboratorio e poi fuoriuscito da esso.

 

Daszak ha affermato che EcoHealth Alliance «non è coinvolta» nei laboratori in questione, «ma la disinformazione russa e i responsabili delle fughe di notizie sui laboratori continuano a diffondere la teoria del complotto, prendendo di mira noi e i nostri colleghi. Stanno letteralmente aiutando la Russia a promuovere la disinformazione per minare i nostri obiettivi geopolitici!».

 

Daszak aveva legami finanziari con l’Istituto di Virologia di Wuhan, che secondo i sostenitori della teoria della fuga dal laboratorio sarebbe la fonte della diffusione del SARS-CoV-2. Ha svolto un ruolo chiave nel promuovere la teoria dell’origine zoonotica, o naturale, dell’emergere del COVID-19.

 

Nel 2017, la proposta DEFUSE dell’EcoHealth Alliance prevedeva la modifica dei virus dei pipistrelli mediante l’inserimento di una proteina spike con un sito di clivaggio per la furina, una modifica che avrebbe facilitato l’infezione dei polmoni umani da parte di tali virus.

 

Sebbene la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) avesse respinto la proposta DEFUSE, Fauci l’avrebbe approvata, stando ai documenti resi pubblici da Paul la scorsa settimana.

 

Ralph Baric, Ph.D., virologo dell’Università del North Carolina, e Shi Zhengli, Ph.D. , ricercatore dell’Istituto di Virologia di Wuhan, hanno contribuito alla stesura della proposta.

 

Nel 2024, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha sospeso i finanziamenti all’EcoHealth Alliance per non aver monitorato adeguatamente la sicurezza dei suoi esperimenti sul coronavirus.

 

Ad aprile, Baric ha perso i finanziamenti del National Institutes of Health (NIH) e la sua istituzione, l’Università della Carolina del Nord, lo ha messo in congedo.

 

All’inizio di questo mese, il virologo del NIH Vincent Munster, Ph.D. , anch’egli indicato come partner nella proposta DEFUSE, e il collega ricercatore del NIH Claude Kwe Yinda, Ph.D., sono stati accusati di aver cospirato per contrabbandare materiale biologico, inclusi campioni inattivati ​​del virus del vaiolo delle scimmie, negli Stati Uniti dall’Africa.

 

Ad aprile, una giuria ha incriminato l’ex collaboratore di Fauci, il dottor David Morens, con l’accusa di cospirazione per occultare documenti federali sulle origini del COVID-19. L’anno scorso, Daszak è diventato presidente di Nature.Health.Global , azienda per cui ora lavora Morens.

 

In un altro post su X , Daszak ha suggerito che la pubblicazione dei documenti sui laboratori biologici da parte di Gabbard e i problemi legali affrontati da personaggi come Morens e Munster siano motivati ​​politicamente: »un pretesto per abbattere su tutti noi una mazza da baseball performativa».

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È «assolutamente appropriato» indagare sul ruolo di Fauci nella ricerca sul guadagno di funzione

Ma altri scienziati ed esperti hanno contestato le affermazioni di Daszak, con Hooker che ha definito le dichiarazioni di Daszak «sorprendentemente ambigue, visti i suoi problemi personali». Jablonowski ha fatto notare che Daszak «ha pubblicato con Munster e Morens», tra cui un articolo che descrive le presunte origini zoonotiche del COVID-19.

 

Il coinvolgimento di Daszak, «soprattutto considerando i suoi precedenti legami con la ricerca oggetto dell’indagine, lo rende un testimone fortemente compromesso», ha affermato Glaser.

 

L’anno scorso, Paul ha proposto una legge – il Risky Research Review Act – che istituirebbe un comitato federale per esaminare i finanziamenti destinati alla ricerca ad alto rischio nel campo delle scienze biologiche. Weidle ha affermato che «è giunto il momento» di approvare questa legge.

 

Altri, invece, hanno chiesto maggiore trasparenza nei documenti governativi sulle origini del COVID-19.

 

«Gabbard ha promesso di declassificare e rendere pubbliche le informazioni sulle origini del COVID. Si spera che le informazioni che Gabbard pubblicherà sulle origini del COVID siano più esaustive rispetto alle informazioni poco utili che ha diffuso sui laboratori di biocontenimento finanziati dagli Stati Uniti all’estero», ha affermato Ebright.

 

Glaser ha suggerito che Fauci dovrebbe rispondere al Congresso in merito al coinvolgimento dei laboratori di ricerca biologici statunitensi.

 

«È assolutamente opportuno indagare sul ruolo di Fauci e di altri funzionari che hanno categoricamente negato o travisato l’esistenza e la natura di questi programmi. Il tentativo di spostare l’attenzione su altri aspetti – da “questi laboratori non esistono’ a ‘si tratta solo di un normale processo di disarmo” – non reggerà al vaglio di una seria inchiesta del Senato».

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

© 15 giugno 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Trasmettere la fede

di: admin
17 Giugno 2026 ore 06:52

«Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra?» (Luca 18,8).

 

La domanda che Nostro Signore pone con timore non celato suggerisce che la trasmissione della fede di generazione in generazione non è scontata, ma richiede un’attenzione costantemente rinnovata, uno sforzo quotidiano e, ancor più, una grazia dal Cielo: anche quando ricevuta nella culla, la fede rimane innanzitutto un dono di Dio che deve poi, e sempre con l’aiuto di Dio, essere nutrito e sviluppato.

 

Occorre ricordare che la fede è intesa in due sensi diversi ma correlati: la fede a volte si riferisce a ciò che si crede e si professa, in altre parole al contenuto della fede cattolica o all’insieme armonioso e coerente delle diverse verità di fede; la fede a volte si riferisce all’adesione personale e libera dell’uomo a queste verità rivelate da Dio e trasmesse dalla Chiesa.

 

Da quel momento in poi, la trasmissione della fede avviene in due modi complementari. In primo luogo, consiste nel trasmettere nella sua interezza e nello spiegare nel dettaglio ciò che Gesù Cristo è venuto a rivelare all’umanità. È missione del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti insegnare alle persone; trasmettere una chiara comprensione, adeguata alle capacità di ciascuno, della dottrina della fede.

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Pertanto, la trasmissione della fede può essere paralizzata solo quando le verità vengono costantemente sminuite, messe a tacere o addirittura distorte, celate da falsità; quando il catechismo si limita alla discussione di una pagina del Vangelo… Già il profeta Geremia lo lamentava: «I bambini chiedono il pane, e nessuno glielo dà». Non ci sarà una trasmissione profonda e duratura della fede finché i pastori della Chiesa si rifiuteranno di insegnare, con autorità, tutte le verità cattoliche, specialmente quelle che contrastano con le false ideologie del presente.

 

Questo non basta: trasmettere la fede richiede anche di preparare le menti ad accogliere liberamente la Verità rivelata, con un’adesione sia intellettuale che spirituale. Certamente, la fede non si trasmette pienamente se non viene assimilata e vissuta quotidianamente.

 

Per questo motivo, la trasmissione della fede spetta anche ai genitori e agli educatori, chiamati a offrire quotidianamente, in famiglia e nella scuola cattolica, concrete applicazioni della fede che li ispira. Di conseguenza, la trasmissione della fede dipende in larga misura dagli esempi di vita cristiana offerti, dalle regole di vita stabilite, dalle buone abitudini instillate e dalle relazioni felici instaurate.

 

Al contrario, come l’esperienza dimostra chiaramente, i cattivi esempi, l’indisciplina cronica, la debolezza di carattere e le amicizie dannose sono sufficienti a farla fallire.

 

Abate Luigi Maria Berthe

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

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Donna muore a causa di un ritardo dell’intervento in un ospedale che usa l’IA

di: admin
17 Giugno 2026 ore 06:51

La famiglia di una donna brasiliana deceduta dopo aver atteso diversi giorni per un posto letto in terapia intensiva ha accusato un nuovo sistema statale basato sull’Intelligenza Artificiale di aver minimizzato la gravità delle sue condizioni e di aver ritardato il suo trasferimento.

 

Rebeca Cardoso Tenente Molina, una psicologa di 32 anni originaria del Minas Gerais, si è recata in ospedale all’inizio di questo mese per quelli che si riteneva essere calcoli biliari. Le sue condizioni sono rapidamente peggiorate e i medici hanno presto concluso che necessitava di un trasferimento urgente in un’unità di terapia intensiva.

 

Tuttavia, secondo quanto riferito, la nuova piattaforma statale Core-MG per la gestione dei posti letto non ha considerato il suo caso sufficientemente urgente, nonostante i parenti di Molina si fossero rivolti al tribunale per cercare di ottenere un trasferimento più rapido.

 

Un posto letto è stato trovato solo circa cinque giorni dopo, a circa 300 km di distanza. Molina fu trasportata lì con un aereo privato, ma morì poche ore dopo. Il suo certificato di morte indica lo shock settico come causa del decesso, ma i medici stanno ancora cercando di determinare cosa abbia scatenato il suo rapido peggioramento.

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«I medici hanno perso l’autonomia di decidere se un paziente è gravemente malato», ha dichiarato ai media Samela Cardoso Tenente Furtado, avvocata e sorella gemella di Molina, affermando che il sistema diIA ha assegnato a Molina un punteggio di gravità di 6,8, nonostante la sua famiglia ritenesse che avrebbe dovuto essere trattata come un 10.

 

«Un paziente con un punteggio di 8, un paziente con un punteggio di 6,9 avrebbero avuto la precedenza», ha detto Furtado, aggiungendo che la piattaforma basata sull’Intelligenza Artificiale non avrebbe accettato un livello superiore nonostante il peggioramento dei risultati dei test.

 

«Mia sorella, e altre persone, non sono solo numeri, non sono solo protocolli, non sono solo un codice fiscale (CPF) inserito a caso nel sistema», ha affermato.

 

Il sistema Core-MG è stato introdotto il mese scorso e, secondo quanto dichiarato dai funzionari statali, avrebbe reso l’assegnazione dei posti letto più rapida e trasparente, contribuendo al contempo a classificare i pazienti in base alla gravità delle loro condizioni.

 

Il Dipartimento della Salute del Minas Gerais ha negato che il sistema abbia danneggiato Molina, affermando che la sua registrazione è avvenuta immediatamente e che i trasferimenti dipendono dalla disponibilità di posti letto e dalle esigenze cliniche. Ha inoltre dichiarato che la supervisione del sistema rimane di competenza dei medici e che Core-MG non ha modificato i criteri clinici né il metodo di assegnazione dei posti letto.

 

L’implementazione ha tuttavia suscitato critiche e contestazioni legali da parte delle autorità locali, le quali sostengono che abbia interrotto i trasferimenti dei pazienti.

 

Il caso di Molina si inserisce in un contesto di crescenti preoccupazioni sull’integrazione dell’IA nel settore sanitario. Negli Stati Uniti, le compagnie assicurative hanno recentemente dovuto affrontare cause legali per presunti rifiuti di rimborso basati su algoritmi, mentre gli infermieri di Nuova York hanno lanciato l’allarme sulla fretta con cui gli ospedali stanno implementando strumenti di AI senza un adeguato coinvolgimento o supervisione da parte degli operatori sanitari.

 

In pratica, l’IA già decide della vita e della morte dei pazienti – senza che sia possibile dare spiegazioni delle sue decisioni.

 

Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk ha previsto che i robot sostituiranno presto i chirurghi umani e sono già in grado di eseguire operazioni considerate impossibili da eseguire per le persone comuni.

 

 

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Funzionario dei Mondiali indagato per un gesto con la mano considerato come il segno del «White Power»

di: admin
17 Giugno 2026 ore 06:46

La FIFA ha «assolto» l’arbitro grottescamente accusato di aver fatto un gesto del suprematismo bianco.

 

La Federazione calcistica internazionale aveva indagato l’arbitro  che avrebbe fatto il gesto dell’«OK» con la mano prima della vittoria per 7-1 della Germania su Curaçao, riaccendendo uno dei più assurdi allarmismi legati alle guerre culturali che hanno invaso il web.

 

L’arbitro australiano Shaun Evans, che domenica ha lavorato come supervisore del VAR (Video Assistant Referee), è apparso nella trasmissione ufficiale prima del fischio d’inizio, mentre veniva inquadrata la squadra di revisione video, guardando in camera e facendo il segno dell’OK capovolto.

 

Il gruppo antidiscriminazione Fare, partner di lunga data della FIFA, ha chiesto l’esclusione di Evans dal torneo, affermando che il gesto «assomiglia chiaramente» a un simbolo utilizzato come segno di supremazia bianca negli ambienti di estrema destra.

 

 

«La copertura mediatica seguita a questo incidente semplicemente non riflette chi sono» ha dichiarato l’Evans in un comunicato diffuso dalla FFIFA.  «Naturalmente comprendo come il gesto sia stato interpretato e me ne rammarico, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho consapevolmente né deliberatamente fatto il gesto che mi viene attribuito».

 

 

🚨 FIFA have launched an investigation into assistant VAR Shaun Evans after he appeared to make a hand gesture that has been linked to far-right extremist groups… 😅🥲 pic.twitter.com/HlO8JSoZyJ

— 𝐂𝐚𝐬𝐮𝐚𝐥 𝐔𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐎𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥 (@thecasualultra) June 15, 2026


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La FIFA aveva dichiarato di aver avviato un’indagine sull’incidente e di essere alla ricerca di spiegazioni da parte dell’Evans. Ora è arrivata l’«assoluzione»: «dopo aver esaminato il caso relativo all’arbitro addetto al Var Shaun Evans, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del proprio Codice disciplinare» dice una nota della Commissione Disciplinare indipendente FIFA..

 

Il segno «OK» viene utilizzato da decenni per indicare approvazione o che tutto va bene. La versione che Evans sembra aver fatto assomiglia anche al «gioco del cerchio», uno scherzo scolastico in cui qualcuno forma il segno sotto la vita e cerca di costringere gli altri a guardarlo.

 

Il presunto significato razzista è stato reso popolare nel 2017 dagli utenti di 4chan, che hanno lanciato una campagna di trolling per convincere giornalisti e attivisti di sinistra che il comune gesto della mano fosse in realtà un simbolo di supremazia bianca. Le dita alzate rappresenterebbero una «W» e le dita a cerchio con il braccio rappresenterebbero una «P», a rappresentare l’acronimo per «White Power», cioè «Potere Bianco».

 

I cacciatori di simboli nazisti hanno subito ricordato che Brenton Tarrant, il perpetratore della strage di Christchurch, aveva fatto questo gesto durante un’udienza in tribunale nel 2019, dopo essere stato arrestato per l’uccisione di 50 persone nell’attacco armato a due moschee in Nuova Zelanda.

 

Gran parte dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, come l’organizzazione ebraica Anti-Defamation League, si sono buttate a capofitto, aggiungendo il segno OK alle loro liste di simboli dell’odio accanto alla svastica e alle tuniche del Ku Klux Klan.

 

Da allora, le persone sorprese a fare quel gesto sono state ripetutamente prese di mira da organizzazioni attiviste, accusate di razzismo e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro e sono state bandite da determinati locali. I ricorrenti scandali hanno alimentato l’indignazione pubblica nei confronti dei media e dei gruppi attivisti, accusati di trasformare gesti comuni in controversie razziste.

 

I mondiali americani sono partiti tra varie polemiche: i tifosi sono indignati con l’organizzazione per gli alti prezzi dei biglietti, le costose concessioni negli stadi e i diffusi problemi di trasporto. I problemi riscontrati durante l’ultima edizione dei Mondiali hanno inoltre alimentato il malcontento generale nei confronti della storia di corruzione della FIFA, delle scelte politicizzate dei paesi ospitanti e della crescente commercializzazione del calcio.

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Immagine di Pinerineks via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Leone XIV nomina il presidente di EWTN News a capo della comunicazione vaticana

di: admin
17 Giugno 2026 ore 06:37

Papa Leone XIV ha nominato Maria Montserrat «Montse» Alvarado Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede il 2 giugno 2026. Il suo insediamento è previsto per il 1° novembre.

 

Questa decisione inaspettata dice molto sulla visione del papa americano in materia di comunicazione istituzionale. La notizia è giunta come una bomba sulle rive del Tevere, solitamente piuttosto tranquille alla fine della primavera. Per chi ha familiarità con i meccanismi interni del Vaticano, la scelta di nominare il presidente di un organo di stampa cattolico americano conservatore rompe con la tradizione e preannuncia una nuova era per la comunicazione della Santa Sede.

 

Una carriera forgiata nei media cattolici oltreoceano.

Dal 2023, Montserrat Alvarado ricopre la carica di presidente e CEO di EWTN News, supervisionando tutte le attività giornalistiche globali e multilingue dell’emittente, che comprendono televisione, radio, stampa , piattaforme digitali e social media. In precedenza, ha trascorso quattordici anni in posizioni dirigenziali presso il Becket Fund for Religious Liberty , dove si è concentrata su temi quali la libertà religiosa e la dignità umana. Nata a Città del Messico, si è laureata alla Florida International University e alla George Washington University.

 

Il suo profilo è quello di una manager esperta piuttosto che di una giornalista. Ed è proprio ciò che il papa desiderava, secondo l’esperto vaticanista Andrea Gagliarducci: Leone XIV ha portato in Vaticano una manager di grande esperienza, cercando al contempo di entrare in contatto con il mondo conservatore americano – con le sue reti di finanziatori – e acquisendo un’esperienza fondamentale per cercare di far funzionare la macchina mediatica vaticana.

 

Questa nomina ha un certo peso simbolico: questa rete televisiva conservatrice si è infatti mostrata critica nei confronti di diversi aspetti del pontificato di Papa Francesco e non ha esitato a esprimere riserve su alcune decisioni prese durante il pontificato di Leone XIV. Paradossalmente, la scelta di un dirigente proveniente da EWTN – un canale che papa Francesco, in uno dei suoi consueti sfoghi, definì una volta «opera del diavolo» – viene interpretata come un gesto di conciliazione nei confronti di un’ampia fetta del cattolicesimo americano.

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Una nomina senza precedenti

Montserrat Alvarado succede a Paolo Ruffini, nominato nel 2018 da Pppa Francesco come primo prefetto laico di un dicastero della Curia romana. In particolare, la sua nomina la rende la prima laica senza voti religiosi a capo di un dicastero della Santa Sede.

 

Questo organismo non è sempre stato affidato a laici. Per oltre mezzo secolo, il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, e in seguito la Segreteria per la Comunicazione, sono stati guidati da vescovi o cardinali. Il primo prefetto della Segreteria per la Comunicazione, l’arcivescovo Dario Edoardo Viganò, nominato nel 2015, era egli stesso un arcivescovo.

 

La nomina della signora Alvarado costituisce dunque un nuovo passo in un recente sviluppo segnato dalla costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022), che prevede esplicitamente che i fedeli laici possano essere chiamati a esercitare funzioni di governo all’interno della Curia Romana.

 

Durante le congregazioni generali che hanno preceduto il conclave del 2025, il cardinale Beniamino Stella ha espresso il suo dissenso nei confronti di questa separazione tra il potere di governo e il sacramento dell’Ordine sacro. Già prefetto della Congregazione per il Clero e figura stimata nella Curia, ha denunciato una rottura con una tradizione secolare che lega l’ordinario esercizio della giurisdizione ecclesiastica alla ricezione del sacramento dell’Ordine sacro.

 

La questione non è semplicemente disciplinare; tocca la natura stessa del potere nella Chiesa. Storicamente, i prefetti dei dicasteri, i loro segretari e spesso anche i loro sottosegretari erano vescovi, perché gli atti che erano chiamati a compiere rientravano nell’esercizio della giurisdizione ecclesiastica.

 

Riforma in prospettiva

Al di là di questa nomina, l’intera struttura del dicastero potrebbe essere ripensata. In una possibile riorganizzazione, la tipografia, la Casa Editrice Vaticana e il servizio fotografico verrebbero integrati nel bilancio del Governatorato sotto la voce «servizi commerciali», mentre il Dicastero per la Comunicazione si concentrerebbe nuovamente sulla gestione dei media, che potrebbe essere gestita in modo più «manageriale», con un’autonomia che consentirebbe anche donazioni specifiche.

 

La questione cruciale è se questa «rivoluzione silenziosa», come l’hanno definita alcuni commentatori, permetterà ai media vaticani di rimanere fedeli al «programma di cristianizzazione della società» affidato loro da Papa Pio XI all’inaugurazione della prima sede di Radio Vaticana. Era il 1931, e da allora molta acqua è passata sotto i pilastri di Ponte Sant’Angelo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo”

17 Giugno 2026 ore 08:23

Venerdì 19 giugno sul tavolo a Ginevra non ci sarà soltanto la “pagina e mezzo” piena di indicazioni generiche alla base del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci saranno anche possibili investimenti per centinaia di miliardi. Se Teheran accetterà di porre fine alla guerra e definire nuovi limiti al proprio programma nucleare, Washington sarebbe pronta a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione economica dell’Iran. La cifra, trapelata alla fine della scorsa settimana da fonti coinvolte nei negoziati e riportata da diversi media americani e israeliani, è stata confermata nelle ultime ore da J.D. Vance.

Intervistato da CBS News, il vicepresidente Usa ha però cercato di neutralizzare quello che per Donald Trump potrebbe trasformarsi in boomerang in politica interna. “Gli iraniani non riceveranno mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi, punto”, ha detto Vance a CBS Mornings. Quando gli è stato chiesto se il memorandum tra Washington e Teheran prevedesse un fondo da 300 miliardi di dollari, Vance ha risposto: “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, erogato dalla Gulf Coast Coalition, a patto che rispettino i loro obblighi”.

La precisazione è tutt’altro che secondaria. Il fondo non sarebbe composto da risorse federali americane, ma da investimenti privati, fondi sovrani e capitali provenienti dai paesi del Golfo, con Washington impegnata soprattutto nel ruolo di garante politico e diplomatico dell’operazione. In altre parole, non si tratterebbe di un nuovo Piano Marshall finanziato con soldi pubblici Usa, ma di un enorme veicolo di investimento internazionale destinato a rendere di nuovo appetibile l’economia iraniana dopo la guerra.

La distinzione è fondamentale per Trump. Fin dal primo mandato il tycoon aveva attaccato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, accusando l’amministrazione Obama che lo aveva firmato di avere garantito enormi benefici economici alla Repubblica islamica in cambio di limitazioni insufficienti al programma nucleare di Teheran. Il tycoon ha più volte ironizzato sui “pallet di contanti” spediti a Teheran per indicare il pagamento previsto dall’intesa di circa 1,7 miliardi legato alla risoluzione di una controversia finanziaria risalente all’epoca dello Scià. Il trattato prevedeva anche lo sblocco di circa 100 miliardi di asset congelati all’estero, dei quali all’Iran sarebbe arrivato circa il 50%. Accettare ora un accordo che garantisca agli ayatollah 300 miliardi pubblici sarebbe quindi un impensabile autogol. Da qui la necessità di costruire un meccanismo e una narrativa diversi.

Secondo quanto emerso finora, a mettere gran parte delle risorse dovrebbero essere i paesi arabi del Golfo, gli stessi che per decenni hanno considerato la Repubblica islamica il loro principale rivale strategico della regione. Le risorse verrebbero erogate soltanto a fronte del raggiungimento di specifici obiettivi tra i quali il recupero o il trasferimento dell’uranio arricchito accumulato negli ultimi anni, nuovi limiti al programma nucleare e l’accettazione di meccanismi di verifica internazionale.

Il piano iraniano presenta analogie con i progetti elaborati dall’entourage di Trump – in primis dall’inviato Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, entrambi immobiliaristi – per la ricostruzione di Gaza, dove l’idea è quella di mobilitare capitali privati, fondi sovrani del Golfo e investimenti infrastrutturali su larga scala, utilizzando lo sviluppo economico come strumento di stabilizzazione. Con una differenza sostanziale: senei progetti elaborati per la Striscia gli investimenti dovrebbero accompagnare una riorganizzazione della sua governance e un coinvolgimento di attori esterni nella gestione del territorio – Emirati Arabi e Turchia su tutti – nel caso iraniano l’obiettivo sarebbe reintegrare una potenza già esistente nell’economia regionale.

Se dovesse essere confermato, il fondo costituirebbe uno dei più grandi programmi di ricostruzione mai concepiti per il Medio Oriente e andrebbe ad aggiungersi a circa 25 miliardi di dollari di investimenti congelati che potrebbero essere sbloccate nell’ambito dell’intesa. Si tratterebbe però anche uno dei più grandi paradossi dell’era Trump: il presidente che per anni ha denunciato gli incentivi economici concessi da Barack Obama all’Iran si troverebbe oggi a promuovere il più vasto piano di rilancio mai offerto a Teheran. Una prospettiva che non può piacere all’alleato Israele.

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“Non saltate i pasti e mangiate frutta. Scandite la giornata, staccando il cervello con attività”: le strategie per combattere l’ansia e affrontare al meglio la Maturità

17 Giugno 2026 ore 08:14

Ultime ore prima dell’avvio della Maturità. La tensione cresce per i 500mila studenti che da giovedì dovranno affrontare l’esame di Stato, ma qualche strategia per governare le emozioni e per arrivare sereni alla prova c’è: sapere come nutrirsi e come allenare il cervello. Abbiamo chiesto “aiuto” a due esperti: la dietista Elena Piovanelli e il neurologo Michele Gennuso, direttore del Dipartimento di riabilitazione neurologica della Fondazione Camplani nella casa di Cura Ancelle di Cremona, oltre che professore di Neurofisiologia del sistema nervoso presso l’Università degli Studi di Cremona.

Piovanelli lavora in questo settore da oltre vent’anni, tenendo diversi progetti di educazione alimentare nelle scuole. La dietista non ha dubbi: “Prima regola, una buona idratazione. I prossimi giorni dovremo fare i conti con un’ondata di calore con picchi che arriveranno oltre i trenta gradi. Se si beve poco il cervello va in sofferenza, la concentrazione viene meno. Considerando l’età bisognerebbe bere un paio di litri d’acqua al giorno. Frizzante o meno ma acqua”. Attenzione: no all’acqua fredda che potrebbe creare una congestione proprio a poche ore dall’esame.

Altro consiglio: “Non saltare i pasti. Spesso i ragazzi – sottolinea l’esperta – sballano il loro bio ritmo, perdono l’abitudine di far colazione per poi cercare cibi ‘palatabili’. È necessario, invece, fare tre pasti al giorno oltre a due/tre spuntini”. Approvati lo yogurt, la frutta, una fetta di pane e prosciutto o cioccolato. Bocciati gli snack salati perché per “smaltirli serve ancora più acqua”.

Terzo suggerimento: frutta a colazione. La dottoressa Piovanelli non vieta un cornetto o il caffè ma caldeggia meloni, albicocche, ciliegie, frutti di bosco perché contengono acqua, sali minerali, vitamine, anti ossidanti, zuccheri e fibre che contribuiscono al senso di sazietà. Ad andare a braccetto con quest’ultimo incoraggiamento c’è quello di valorizzare i piatti freddi: riso, pasta, cuscus. Infine, “vanno evitati gli alcolici”. Piovanelli sa che molti giovani bevono drink o birra ma consiglia di evitarli almeno in questo periodo: “L’alcool una volta ingerito nelle ore successive va smaltito. La sera non permette di riposare bene”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il neurologo Gennuso: “Una leggenda metropolitana dice che l’uso della cannabis possa contribuire all’apprendimento, ma in realtà le droghe aumentano la perdita delle funzioni mnemoniche. Meglio evitarle, quindi”. Per Gennuso, comunque, la regola principe è “dormire bene. Non bisogna ritardare l’addormentamento stando davanti agli schermi perché i social in modo particolare attivano molto l’attenzione che è la porta d’ingresso della memoria”.

E l’ansia? “C’è, è necessaria perché stimola a trovare percorsi per apprendere ma non deve diventare patologica. Va assecondata ma vanno eliminati i pensieri intrusivi, catastrofici”. Insomma al bando i “ma andrà tutto male” o “non ce la farò”, così anche gli ansiolitici. Ad aiutare i ragazzi, invece, è lo “scandire la giornata – precisa il medico – andando a nuotare, a correre, staccando il cervello con pause e attività che creino gratificazione”. Così anche “studiare in maniera regolare senza la brama dell’imparare tutto all’ultimo minuto”.

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Toto-tracce Maturità, le tre proposte di Galiano: “Deledda, gli 80 anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”

17 Giugno 2026 ore 08:14

Grazia Deledda, gli ottant’anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”. A lanciare una terna secca nel toto tracce è Enrico Galiano, professore di italiano, storia e geografia alle scuole medie dell’istituto comprensivo di Chions, in provincia di Pordenone, ma anche scrittore, molto amato dagli adolescenti e dai docenti.

Il suo pronostico, pensato per ilFattoQuotidiano.it che lo ha raggiunto tra un viaggio e l’altro in treno, non è una profezia perché Galiano sa bene che il tototracce “è un grande sport nazionale in cui è molto difficile vincere”. Ma il suo occhio da insegnante, da appassionato della letteratura, da autore (l’ultimo suo libro è “Il cuore non va a dormire” edito da Einaudi) che guarda con attenzione alla cronaca con la capacità di avere uno sguardo divergente, lo ha portato a ipotizzare queste tre proposte.

Grazia Deledda, per la tipologia A ovvero l’analisi e l’interpretazione di un testo letterario italiano. “Deledda – ci spiega Galiano – perché nel 2026 cade il centenario del Nobel: sarebbe una scelta giusta, anche simbolica. Una grande autrice italiana, spesso lasciata ai margini, che invece avrebbe moltissimo da dire ancora oggi sul destino, sulla libertà, sulle radici, sulla fatica di essere sé stessi dentro un mondo che ti ha già scritto addosso un ruolo”. La scrittrice sarda non è mai stata proposta come autore della prima prova ordinaria negli ultimi decenni. È comparsa solo in alcune prove supplettive ma si tratterebbe di una novità assoluta. Sono in tanti ad averla citata nel “toto-tema” e anche l’IA ha puntato su di lei.

Per la tipologia B, ovvero l’analisi e la produzione di un testo argomentativo, Galiano va sul sicuro: “È molto credibile una traccia sugli 80 anni della Repubblica. Mi auguro però che non diventi una celebrazione da trombone e fascia tricolore, ma una riflessione viva su che cosa significhi oggi essere cittadini: partecipare, scegliere, discutere, avere diritti e anche responsabilità. In un tempo in cui tutti parlano e pochi ascoltano, sarebbe una traccia molto attuale”. Anche in questo caso si tratta di un tema suggerito anche dall’intelligenza artificiale e da molti docenti che in queste ore postano consigli sui social.

Novità assoluta, invece, la proposta di Galiano per la terza pista, ovvero la riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità: “Secondo me, riguarda il linguaggio dell’odio e la responsabilità delle parole perché oggi quest’ultime sembrano leggerissime: le scrivi, le posti, le lanci, e dopo un secondo sei già altrove. Però, intanto, quelle parole restano addosso a qualcuno. Feriscono, isolano, accendono rabbia, costruiscono muri. E allora sarebbe bello chiedere ai ragazzi proprio questo: che cosa facciamo, ogni giorno, con le parole che abbiamo in mano?”. Galiano conclude: “Poi naturalmente il ministero potrebbe tirare fuori tutt’altro ma se dovessi giocarmi tre fiches, le metterei qui”.

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Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali

17 Giugno 2026 ore 08:04

Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.

Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.

A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.

Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.

La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.

Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.

Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”

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Divieto social per i minori, non solo Gran Bretagna: il blocco avanza in Europa e nel mondo. E l’Italia? Frena

17 Giugno 2026 ore 08:03

Al G7 di Evian, in Francia, è risuonato forte l’appello per tutelare i minori dai rischi dei social network e dell’Intelligenza artificiale. Novantacinque giovani di 19 Paesi si sono riuniti in questi giorni a Parigi per lanciare il monito sulla salute mentale dei più giovani, minacciata da Big Tech. Ai leader del mondo occidentale hanno presentato il cosiddetto “Manifesto della Gioventù” (‘Youth Manifesto’), invocando ”tutele” che “non possono essere lasciate solo nelle mani di aziende che sviluppano questi strumenti o agli adulti che non sono cresciuti con la presenza costante dell’Ia”. La ”protezione on-linedell’infanzia è tra le priorità della presidenza francese del G7. Del resto Parigi è la capitale più decisa a rescindere la dipendenza tecnologica dai colossi americani; ed è tra le prime nazioni europee ad aver proposto il divieto di accesso ai social network per i minori, fissando l’asticella nazionale a 15 anni. Nei giorni scorsi è salita sul carro dei divieti anche Londra, con l’annuncio del premier Keir Starmer.

La Gran Bretagna per la linea dura: divieto social fino a 16 anni

Secondo il premier britannico le tutele per i minori “potrebbero persino andare un po’ oltre”, rispetto al divieto australiano. “È la linea che piace ai governi, perché è visibile e facile da raccontare“, dice a ilfattoquotidiano.it l’avvocato specializzato Marco Martorana, docente di Diritto della Privacy presso l’Università Mercatorum. Peccato che funzioni “meno bene di come la si racconti”, dice l’esperto. “In Australia – prosegue – l’autorità ha aperto istruttorie contro cinque piattaforme e ha ammesso che circa sette ragazzi su dieci continuano ad accedere lo stesso”. Secondo Martorana, “Australia e Regno Unito spostano tutto il peso sulle piattaforme e tolgono ai genitori perfino la facoltà di autorizzare il figlio. Altri Paesi, dalla Francia al Portogallo, fanno l’opposto e rimettono la decisione in famiglia con il consenso dei genitori“.

La Terra dei canguri è stata la prima ad approvare una legge con il ban ai social network per i ragazzi, elevandolo a 16 anni. Poi sono seguiti altri Paesi e ora la lista è lunga, tra provvedimenti in via di approvazione o solo annunciati. Tutti nel nome della tutela dei minori, dinanzi ai rischi del social network. Ma il convitato di pietra, in questi casi, è la soluzione tecnica e l’atteggiamento poco o nulla collaborativo delle piattaforme: come verificare l’età degli utenti, senza la collaborazione di Big Tech? In mancanza dei monitoraggi sulle date di nascite, qualunque divieto è inapplicabile. In Italia, ad esempio, vige già il divieto di accesso ai servizi digitali e di Intelligenza artificiale, per i minori di 14 anni, ma solo sulla carta. Il 10 giugno il governo ha approvato due decreti attuativi sull’Ia, ma il ban per l’accesso ai social network resta congelato da 8 mesi, malgrado il Parlamento sarebbe pronto ad approvarlo. Mentre le giravolte di Palazzo Chigi non hanno certo accelerato la pratica. Il governo Meloni, per tutelare i minori, ha caldeggiato le multe ai genitori che non controllano i figli con il parental control, una linea gradita alle piattaforme. L’Australia (e non solo) invece ha approvato la legge già a dicembre 2025 con sanzioni milionarie, non ai genitori bensì alle stesse piattaforme.

Le nazioni con il ban per i minori già in vigore: ma in Australia 7 minori su 10 conservano il profilo

L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver approvato una legge sul divieto di accesso ai social, fissandolo a 16 anni. Per gli utenti al di sotto di questa soglia di età, è prevista la rimozione del profilo su Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Le piattaforme che non rispettano il divieto rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Circa 4,7 milioni di account sono stati chiusi nelle settimane successive, secondo l’autorità delle comunicazioni australiane (eSafety); altri 300mila a inizio marzo scorso. Ma i dubbi sono ancora molti. Secondo il Garante australiano, circa 7 ragazzi su 10 hanno conservato il loro profilo, malgrado non abbiano ancora compiuto 16 anni. Il motivo? Secondo l’Australia le grandi piattaforme non applicano a dovere le verifiche dell’età. Sarebbe ancora possibile, in molti casi, registrarsi ai servizi con una semplice autodichiarazione sull’età, mentendo senza alcun controllo da parte dei colossi. Oppure barando con le scansioni facciali, un sistema con un tasso fisiologico di errore: stando a eSafety, le piattaforme consentono ai minori di tentare più e più volte la registrazione, finché quest’ultima non vada in porto. E quando emergono sospetti sull’età reale, i colossi ometterebbero verifiche più stringenti come la presentazione dei documenti d’identità, lamenta l’autorità australiana. E ora, entro la metà del 2026, l’Australia potrà decidere su eventuali multe per Big Tech.

In Malesia la legge per il divieto di accesso fino a 16 anni è entrata in vigore il primo gennaio 2026 in virtù del regolamento dell’Autorità del per comunicazioni. Il governo aveva già annunciato il ban a novembre 2025. Le piattaforme con almeno 7 milioni di utenti (inckuse Facebook, Instagram, TikTok e YouTube) devono prima ottenere una licenza dallo Stato, poi rispettare l’obbligo della verifica dell’età e moderare i contenuti per la sicurezza dei minori online. Le sanzioni previste, a carico delle piattaforme, ammonterebbero fino a 10 milioni di ringgit (poco più di 2 milioni di euro).

In Indonesia lo stop agli under 16 è attivo dall’ultima settimana di marzo e include TikTok, Facebook, Instagram, Threads, YouTube, X, Roblox, Bigo Live. Secondo i media internazionali, la misura è graduale e gli account inizialmente disattivati saranno quelli delle piattaforme considerate ad alto rischio. Ma già il 31 marzo, come riportato da diversi media, il governo indonesiano aveva inviato lettere a Google e Meta, per il “mancato rispetto” del ban. “Le due aziende potrebbero essere punite con sanzioni amministrative, come previsto dalla normativa in vigore”, ha dichiarato la ministra delle comunicazioni Meutya Hafid.

Europa, lavori in corso: in Francia e Spagna leggi per i minori online in via di approvazione

In Francia, l’Assemblea Nazionale ha detto sì al divieto sotto i 15 anni con il disegno di legge n. 2107, tranne nel caso in cui i genitori diano il consenso. Manca il passaggio al Senato prima del voto finale della Camera bassa. L’obiettivo è essere operativi per settembre 2026. Già nel 2023 Parigi aveva varato una misura per fissare a 15 anni la “maggiore età digitale”, ma Bruxelles la contestò. Stavolta si prevede il via libera europeo. Parigi si è mossa dopo la relazione della “Commissione d’inchiesta sugli effetti psicologici di TikTok sui minori”, con dati e conclusioni allarmanti. Ecco uno stralcio pubblicato da Guido Scorza sul sito agenda digitale: “Troppi social network hanno effetti devastanti sulla salute dei minori e le misure messe in atto per porvi rimedio sono ben lungi dal rispondere all’urgenza della situazione”. La legge imporrebbe alle piattaforme di sospendere gli account già creati dai minori di 15 anni, con elevate sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza.

In Spagna, il premier Pedro Sanchez caldeggia una legge a tutela dei minori e a gennaio ha innescato un duro scontro con Elon Musk. “Proteggeremo i nostri ragazzi dal Far West digitale”, aveva assicurato il premier iberico, innescando innescando la reazione del miliardario di Space X. Il leader di Madrid? “Un tiranno e traditore del popolo spagnolo”, anzi “un vero fascista totalitario”, secondo Musk. L’obiettivo di Sanchez è vietare l’accesso ai social fino a 15 anni. Per la verifica dell’età, qualora il provvedimento fosse approvato, ci sarebbe la carta d’identità digitale europea. Non solo, Madrid vuole imporre sanzioni salate all’odio online, diffuso anche da algoritmi votati alla polarizzazione e al contrasto delle opinioni. “Diffondere odio dovrà avere un costo: legale, economico ed etico”, ha avvertito Sánchez. Che punta a far pagare personalmente i Ceo delle piattaforme per eventuali negligenze sulla sicurezza dei minori. “Modificheremo la legislazione spagnola affinché i dirigenti delle piattaforme siano legalmente responsabili delle numerose violazioni che si verificano sulle loro piattaforme”, il monito del premier inviso a Donald Trump.

In Portogallo la proposta di legge è stata approvata in prima lettura, a febbraio 2026: prevede il divieto totale di accesso ai social sotto i 13 anni e il consenso dei genitori tra i 13 e i 16 anni. Ma prima di entrare in vigore serviranno i dettagli tecnici di applicazione da parte dell’Autorità pubblica. La verifica dell’età dovrebbe avvenire attraverso un sistema digitale denominato Digital Mobile Key (Dmk), secondo la testata Euronews.

In Danimarca la legge è stata annunciata a fine ottobre 2026 con un accordo di governo ed è attesa a breve, per la metà del 2026: l’obiettivo è fissare l’asticella per l’ingresso ai social a 15 anni. La premier socialdemocratica Mette Frederiksen ha lanciato proclami allamati: “Abbiamo scatenato un mostro”, “mai prima d’ora ci sono stati così tanti bambini e giovani che soffrono di ansia e depressione”, “gli smartphone e i social hanno rubato l’infanzia dei nostri figli”. Anche la Norvegia si muove per vietare l’accesso ai social fino a 16 anni.

La Germania sulla stessa linea, Merz: “Abituare minori all’uso dei social? No, allora anche l’alcol dalle elementari”

Allo stadio iniziale della discussione si trova la Germania. Già a febbraio, dopo Macron e Sanchez, anche Merz aveva tuonato contro l’abuso dei social network in età precoce. “Se oggi i ragazzini di 14 anni trascorrono fino a 5 ore davanti allo schermo, e se la socializzazione avviene soltanto attraverso questo strumento, non possiamo meravigliarci di deficit di personalità e problemi nei comportamenti sociali”, ha dichiarato il cancelliere. Merz ha ribadito l’esigenza di insegnare ai ragazzi il corretto uso dei social, ma ponendo limiti e paragonando i social alle bevande alcoliche: “L’idea che debbano abituarsi non la condivido. Allora dovremmo consentire anche l’uso dell’alcol fin dalle elementari, in modo che ci si abituino”.

Anche il governo austriaco a marzo ha annunciato l’intenzione di una stretta per gli utenti fino a 14 anni, grazie ad un accordo in seno al governo guidato da Christian Stocker. “Non resteremo più a guardare mentre queste piattaforme rendono i nostri figli dipendenti e spesso anche malati… I rischi associati a questo utilizzo sono stati ignorati fin troppo a lungo, ora è il momento di agire”, ha il vicecancelliere Andreas Babler. Ma ad oggi non risultano date previste per l’approvazione della legge. Sulla stessa linea il governo della Polonia.

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“Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di Paesi”: la lettera di 14 Nazionali contro Ceferin, che ha criticato i Mondiali

17 Giugno 2026 ore 08:02

Il Mondiale di calcio 2026 è appena cominciato, ma c’è già chi ne ha avuto abbastanza. E non si tratta di una personalità qualsiasi. A finire al centro della tempesta è stato Aleksander Ceferin, presidente UEFA, protagonista di una polemica che sta facendo molto discutere. Tutto è partito da Lubiana, la sua città natale. Durante una conferenza dal titolo “Più di un gioco”, Ceferin ha espresso dubbi sull’allargamento della Coppa del Mondo da 32 a 48 squadre, una novità storica introdotta proprio in questa edizione per volontà del suo rivale Gianni Infantino, presidente FIFA.

Secondo quanto riportato dal quotidiano sloveno Delo, il numero uno della UEFA ha definito questa espansione “un errore“, sostenendo che il nuovo format produce anche “partite senza interesse”. Parole che da quattordici Paesi partecipanti sono state percepite come una grave offesa. E infatti la risposta è arrivata rapidamente, compatta e soprattutto dura. Le federazioni di Capo Verde, Curacao, Giordania, Uzbekistan, Repubblica Democratica del Congo e Haiti, affiancate da Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio e Sudafrica, hanno diffuso un comunicato congiunto che va ben oltre la difesa del nuovo format. “Per i nostri Paesi non esiste una partita di Coppa del Mondo che non sia importante”, scrivono le federazioni.

Parole che raccontano due visioni opposte del torneo. Da una parte chi teme che l’allargamento possa diluire la qualità tecnica della competizione e far scemare l’interesse. Dall’altra, chi vede nella nuova formula un’opportunità storica per nazioni che per decenni sono rimaste ai margini del grande calcio. Per Capo Verde, Curacao, Giordania e Uzbekistan, la partecipazione ai Mondiali rappresenta infatti la realizzazione di un sogno inseguito da generazioni. Per Congo e Haiti significa invece il ritorno sulla scena più prestigiosa del calcio mondiale dopo assenze lunghissime.

Dietro queste qualificazioni, sottolineano le federazioni, ci sono anni di investimenti, sacrifici e lavoro. “Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di nazioni”, scrivono i firmatari. Una frase indirizzata direttamente ai vertici del calcio europeo e che riporta al centro una questione fondamentale: chi ha il diritto di decidere cosa è interessante e cosa non lo è in una Coppa del Mondo? Per milioni di tifosi africani, caraibici o asiatici, una sfida tra nazionali emergenti può avere un valore emotivo enorme, indipendentemente dal richiamo commerciale o dalla qualità tecnica percepita in Europa.

È proprio questo il punto sollevato dalle federazioni ribelli: ogni squadra presente al Mondiale si è qualificata sul campo e ogni partita rappresenta il culmine di un percorso sportivo e umano. Per questo, mentre il torneo entra nel vivo, la polemica aperta da Ceferin porta alla luce uno dei temi più profondi di questa edizione: il confronto tra un calcio sempre più globale e chi continua a guardarlo attraverso una prospettiva tradizionalmente eurocentrica.

Il mondiale extralarge di Gianni Infantino, che ha portato a un aumento del 50% delle squadre, ha come motivazioni soldi e potere. Non certo aiutare le piccole realtà calcistiche. Il formato a 48 ha permesso di qualificarsi a tante nazioni che altrimenti il mondiale avrebbero solo potuto sognarlo (anche perché la distribuzione dei nuovi posti era piuttosto sbilanciata a sfavore dell’Europa) e sono gli stessi piccoli Paesi che votano nel congresso Fifa e costituiscono il consenso del presidente FIFA. Allo stesso tempo, però, il campo sta dimostrando che il baricentro del pallone non tende più solo verso l’Europa. Il Giappone ha risposto colpo su colpo all’Olanda. Il Belgio ha faticato con l’Egitto e, soprattutto, la Spagna si è scontrata contro il muro eretto da Vozinha, pareggiando con Capo Verde. Non tutte le partite sono inutili.

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Auto elettriche, lo studio che immagina quante ce ne saranno in Italia nel 2035

di: F. Q.
17 Giugno 2026 ore 08:00

L’Italia potrebbe arrivare al 2035 con un parco circolante composto da quasi 8 milioni di veicoli elettrici e ibridi plug-in. È una delle principali indicazioni contenute nel nuovo “Libro Bianco sulla mobilità elettrica” presentato dall’associazione lobbistica Motus-E durante una conferenza dedicata alle prospettive del settore automotive nei prossimi dieci anni.

Lo studio prova a delineare l’evoluzione della mobilità elettrica in un contesto che continua a essere caratterizzato da numerose incognite. Dall’andamento del mercato alle politiche europee, passando per gli incentivi e gli investimenti nelle infrastrutture, molte delle variabili che influenzeranno il settore restano infatti aperte. Secondo l’analisi, oggi in Italia circolano circa 830.000 veicoli elettrici e plug-in tra automobili, veicoli commerciali e mezzi pesanti. Sul territorio nazionale sono inoltre presenti oltre 78.000 punti di ricarica pubblici.

Partendo da questi numeri, l’associazione ha elaborato due possibili scenari. Il primo, definito “Conservativo“, ipotizza il mantenimento dell’attuale quadro normativo, senza nuovi incentivi statali per le auto elettriche private e con una crescita più graduale del mercato. In questo caso il parco circolante arriverebbe nel 2035 a circa 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibride plug-in. I punti di ricarica pubblici supererebbero quota 130.000.

Lo scenario più favorevole, definito “Accelerato“, presuppone invece misure aggiuntive a sostegno della domanda, una maggiore elettrificazione delle flotte aziendali e nuovi investimenti nelle infrastrutture. In questa ipotesi i veicoli elettrici raggiungerebbero quota 6,8 milioni, mentre quelli plug-in si attesterebbero a circa 2,4 milioni. La rete pubblica di ricarica supererebbe i 160.000 punti distribuiti sul territorio nazionale.

In entrambi i casi, secondo lo studio, la diffusione della mobilità elettrica comporterebbe un aumento della domanda di energia elettrica compreso tra 15 e 18 TWh all’anno. Un livello che l’associazione considera compatibile con il sistema energetico nazionale. Uno degli aspetti maggiormente evidenziati riguarda la riduzione del consumo di petrolio. Le stime elaborate indicano infatti un possibile risparmio compreso tra 34,6 e 41,5 milioni di barili all’anno entro il 2035, con un valore economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro annui ai prezzi attuali.

Le previsioni arrivano in una fase complessa per il mercato europeo dell’auto elettrica. Dopo anni di forte crescita, il settore sta attraversando una fase di assestamento. Le vendite continuano ad aumentare in diversi Paesi europei, ma con velocità differenti. L’Italia rimane uno dei mercati con la quota di elettrico più bassa dell’Europa occidentale. Nel primo trimestre del 2026, ricorda il rapporto, le auto a batteria hanno rappresentato circa l‘8% delle immatricolazioni nazionali, contro una media europea del 20%.

Il quadro che emerge è quindi quello di una transizione ancora in corso. Le previsioni elaborate da Motus-E, che ricordiamo è l’associazione che riunisce aziende, operatori energetici e soggetti della filiera della mobilità elettrica, descrivono un possibile percorso di crescita del mercato italiano nel prossimo decennio.

Resta però difficile prevedere quale sarà la velocità effettiva di questa trasformazione. Negli ultimi anni il settore è stato influenzato da incentivi, andamento dei prezzi dell’energia, evoluzione delle tecnologie e scelte politiche spesso mutevoli. Proprio per questo, più che una fotografia del futuro, il Libro Bianco rappresenta una mappa dei possibili scenari che attendono l’automotive italiano da qui al 2035.

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Vi racconto l’eredità del Cardinale Camillo Ruini

17 Giugno 2026 ore 07:57

Non ci sono soltanto gli ultimi 60 anni di storia della Chiesa italiana, ma anche la mancata elezione a Pontefice nel Conclave del 2005 che elesse Papa Ratzinger, a caratterizzare la lunga e carismatica esistenza del Cardinale Camillo Ruini.

Dopo la scomparsa di Karol Wojtyla del quale il Cardinale Ruini era stato per 16 anni il braccio operativo, alla guida della Conferenza episcopale italiana e Vicario per la Diocesi di Roma, mentre già vaticanisti e giornalisti parlamentari studiavano titoloni a tutta pagina della serie “Don Camillo e Peppone all’ombra del Cupolone”, nella Cappella Sistina dopo l’impasse iniziale, il passo di lato dell’allora Arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio, e la repentina scelta del Cardinale Carlo Maria Martini di riversare i voti su Joseph Ratzinger, bruciarono sul nascere la latente ma molto consistente candidatura di Ruini. Come dire che non vi sarebbe stato un Papa Emerito e molto probabilmente neanche il primo ed ultimo Papa Gesuita.

Uomo di fede antica e autentica, Ruini è stato un esemplare Principe della Chiesa universale. Una Chiesa onnicomprensiva della ieratica maestà di Pio XII e della popolare genuinità di Giovanni XXIII, complessivamente tutta protesa alla concordia sociale, alla solidarietà ed alla giustizia, ma in grado anche di tessere, discretamente e con grande accortezza, tutti i fili della politica. Mai in prima persona, come il Don Camillo di Brescello, ma sempre mediando o facendo intervenire direttamente Papa Giovanni Paolo II.

Un Santo Padre di nome e di fatto del quale amava ripetere il concetto di una “fede che se non diventa cultura è una fede non pienamente pensata, non integralmente vissuta” e quindi, chiosava Ruini, bisognava aiutare la Chiesa, le diocesi, i fedeli, i sacerdoti a pensare anche in termini culturali la propria fede. Rendere, cioè, la fede capace di indirizzare le scelte concrete della vita in tutti gli ambiti.

“La fede non è un fatto privato, confinato nell’intimità della coscienza o tra le mura delle chiese. Ha una rilevanza pubblica imprescindibile, perché l’antropologia cristiana difende l’uomo e la sua dignità in ogni ambito della società”, un concetto più volte espresso nei passaggi chiave del suo lungo magistero che riassumeva la bussola di tutta la vita del Cardinal Ruini.
Una visione fiera, che rifiutava il destino di una Chiesa minoritaria o silente e rivendicava il diritto dei cattolici di incidere sulle scelte del Paese.

Agli sgoccioli dei suoi 95 anni parlava serenamente della morte come dell’incontro con Dio: «quando l’anima si separerà dal corpo mi troverò in presenza di Dio, che è insieme giustizia e grazia» aveva risposto ad una domanda di Aldo Cazzullo nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Parole che sembrano riecheggiare la profondità di quel “Don Camillo” esclamato dal Crocifisso spesso portato a spalle come in una via Crucis, dal parroco interpretato da Fernandel nei film tratti dalle pagine di Guareschi.

Lucchini potrà aumentare la produzione di acciaio del 25% senza valutazione di impatto ambientale: perché?

17 Giugno 2026 ore 07:32

La Lucchini RS Holding, approvando in questi giorni il bilancio 2025, ha reso noti i risultati positivi del Gruppo, che ha registrato ricavi pari a 583,1 milioni di euro e un utile di 52,6 milioni di euro. Il patrimonio netto è salito a 631 milioni di euro, confermando la solidità patrimoniale e finanziaria dell’azienda. Gli organici hanno raggiunto quota 2.298 dipendenti, di cui 836 nelle controllate estere. L’azienda ha inoltre portato gli infortuni sul lavoro ben al di sotto della media nazionale del settore.

L’impegno di Lucchini RS per l’economia circolare si è tradotto nell’attività dell’impianto di Montichiari (BS), che consente di recuperare e valorizzare sottoprodotti dell’acciaieria destinati all’edilizia e alle infrastrutture stradali. La Divisione Ferroviaria ha registrato una solida crescita grazie soprattutto delle società estere del Gruppo. Anche il comparto dei forgiati e dei fusi ha beneficiato dell’entrata in funzione, nel 2024, della nuova pressa da 7.000 tonnellate, che ha consentito alla forgia di Lovere di aumentare il peso dei lingotti utilizzati e di ampliare la gamma dimensionale dei prodotti offerti. Lucchini è inoltre leader europeo nella lavorazione e distribuzione di lamiere inossidabili ad alto spessore.

Il 2026 rappresenta un anno simbolico per il Gruppo, che celebra il 170esimo anniversario della fondazione dello storico stabilimento di Lovere, ma anche un anno strategico. La Provincia di Bergamo ha infatti aggiornato l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dello stabilimento di Lovere per, come si legge in un comunicato dell’azienda, “favorire un utilizzo più flessibile e razionale degli impianti”.

In realtà, grazie a questa autorizzazione, ottenuta senza il ricorso alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), Lucchini RS potrà aumentare la produzione di acciaio da 250.000 a 310.000 tonnellate annue, con un incremento di circa il 25%.

I controlli fanno parte della normale vita di un’impresa. Un’acciaieria di interesse nazionale rappresenta comunque una potenziale fonte di impatto per la salute pubblica, soprattutto quando è collocata in prossimità di edifici e abitazioni, come avviene tra Lovere e Castro. La VIA non sarebbe stata un atto d’accusa nei confronti dell’azienda, bensì uno strumento di trasparenza e garanzia per tutti.

Alla luce dei risultati economici e delle prospettive di mercato, Lucchini RS è oggi l’unico produttore italiano di ruote ferroviarie forgiate e uno dei pochissimi a livello mondiale. Lo stabilimento di Lovere dispone dell’intera filiera produttiva dell’acciaio — acciaieria, fonderia, fucinatura e lavorazioni meccaniche — e produce componenti essenziali per il settore ferroviario, quali ruote, assili e sale montate destinati all’alta velocità, al trasporto regionale, alle metropolitane e ai treni merci.

Proprio in ragione di questo ruolo strategico e internazionale, l’azienda avrebbe potuto richiedere volontariamente una procedura di VIA. Se è convinta che l’aumento della produzione non comporti alcun impatto significativo, non si comprende perché temere una valutazione indipendente. Qualora emergessero criticità, ciò non significherebbe mettere in discussione l’attività produttiva, ma individuare eventuali problemi e affrontarli con gli strumenti più adeguati.

Considerata la solidità economica del Gruppo, eventuali interventi di mitigazione ambientale e ulteriori monitoraggi potrebbero essere sostenuti senza compromettere né l’occupazione né la competitività aziendale. Questi due adempimenti non sono in contraddizione con l’occupazione, non sono fatti per chiudere l’azienda, ma adempimenti per aprirla, modificarla e nel caso migliorare l’impatto.

Essendo un’acciaieria elettrica, con fonderia e forgia integrate, le emissioni complessive reali sono comunque rilevanti e andrebbero monitorate.

Pur non essendo stata ritenuta necessaria la VIA, un incremento della produzione di acciaio del 25% giustifica quantomeno l’avvio di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) indipendente, affinché lavoratori, cittadini e amministrazioni possano conoscere preventivamente gli effetti dell’aumento delle emissioni industriali, del traffico indotto e delle ricadute ambientali sulla salute pubblica.

I futuri incrementi di produttività consentirebbero di sostenere agevolmente i costi di queste valutazioni. Un’azienda strategica come Lucchini RS non può inoltre permettersi di dipendere esclusivamente dal trasporto su strada. È sufficiente ricordare come la frana che interessò la viabilità nel 2024 abbia bloccato per circa un mese l’attività produttiva e creato notevoli disagi anche ai cittadini di Lovere.

Non va dimenticato che, in passato, le chiatte lacustri trasportavano le ruote ferroviarie tra Lovere e Paratico, dove venivano inoltrate sulla rete ferroviaria nazionale. Oggi non è più possibile trasferire i camion su ferrovia attraverso il molo di Paratico, ormai urbanizzato, ma sarebbe comunque possibile utilizzare il trasporto via lago fino alla periferia di Costa Volpino (località Pizzo), riducendo il traffico pesante nel centro abitato e limitando i rischi derivanti da eventuali nuovi cedimenti della viabilità stradale.

Sorprende che un’analisi costi-benefici di questa soluzione non sia stata quantomeno presa in considerazione. In fondo, si tratterebbe per Lucchini RS di destinare una piccola parte dei benefici derivanti dal futuro aumento della produttività ai bisogni della comunità locale: molto più, e molto meglio, della modesta compensazione economica (triennale) di 210mila euro prevista dal protocollo d’intesa sottoscritto tra l’azienda e i Comuni di Lovere e Castro. Sviluppo e tutela ambientale posso correre assieme ma non così.

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BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium

17 Giugno 2026 ore 07:21

La nuova BMW X5 sarà proposta con cinque tecnologie: benzina, diesel, plug-in, elettrica e idrogeno dal 2028.

La nuova BMW X5 entra nella fase finale di sviluppo con una scelta che va oltre il semplice rinnovo di modello: la quinta generazione del SAV tedesco sarà la prima BMW di serie proposta con cinque diverse tecnologie di propulsione. È una mossa industriale importante perché trasforma uno dei modelli più redditizi e riconoscibili del marchio in una piattaforma globale capace di coprire benzina, diesel, mild hybridplug-in hybrid, elettrico a batteria e, dal 2028, anche idrogeno. In un mercato premium ancora diviso tra elettrificazione, domanda tradizionale e nuove normative, BMW sceglie una strategia flessibile invece di puntare su una sola soluzione tecnica.

La nuova X5 sta completando gli ultimi test di calibrazione nei dintorni dello stabilimento BMW Group di Spartanburg, negli Stati Uniti, sito produttivo centrale per la gamma Suv del costruttore bavarese. Non è un dettaglio secondario: la X5 è un modello globale, rilevante per Nord America, Europa, Cina e mercati ad alto potere d’acquisto. Per BMW, aggiornarla significa intervenire su un pilastro commerciale che contribuisce a volumi, margini e immagine tecnologica del marchio.

La novità più significativa è l’arrivo della prima BMW iX5 completamente elettrica. Il modello adotterà la sesta generazione della tecnologia BMW eDrive, con architettura a 800 Volt, nuove celle cilindriche e una batteria ad alta tensione che, secondo i dati comunicati, avrà una capacità utilizzabile di 144 kWh negli Stati Uniti e 141 kWh nell’Unione europea. Si tratta della batteria più grande mai installata finora su una BMW elettrica di serie. La iX5 60 xDrive potrà contare su due motori elettrici, uno per asse, con trazione integrale elettrica BMW xDrive e una potenza di 578 CV.

Il messaggio per il mercato è chiaro: BMW vuole entrare nel segmento dei grandi Suv elettrici premium con un prodotto ad alta autonomia potenziale, prestazioni elevate e tecnologia derivata dalla Neue Klasse. La scelta di portare la Gen6 eDrive su un modello come X5 consente al marchio di trasferire innovazione su una carrozzeria ad alta domanda commerciale, senza confinare la transizione elettrica a modelli di nicchia o a berline di rappresentanza.

Ancora più strategica, anche se con orizzonte più lungo, è la BMW iX5 Hydrogen. Il suo arrivo è previsto nel 2028 e segnerà il debutto della prima BMW alimentata a idrogeno prodotta in serie. Il sistema utilizzerà celle a combustibile di terza generazione, una batteria ad alta tensione e il nuovo sistema Hydrogen Flat Storage, composto da sette serbatoi ad alta pressione in materiale composito rinforzato con fibra di carbonio. L’aspetto industrialmente più interessante è l’integrazione: BMW sottolinea che i modelli a celle a combustibile potranno essere costruiti sulla stessa linea produttiva delle altre versioni.

Questa scelta riduce il rischio industriale dell’idrogeno, tecnologia ancora condizionata dalla disponibilità di infrastrutture di rifornimento e da costi elevati. BMW non la presenta come alternativa immediata all’elettrico a batteria, ma come una possibile soluzione per clienti e mercati nei quali tempi di rifornimento, lunghe percorrenze e uso intensivo possono rendere interessante la cella a combustibile. È una strategia di copertura tecnologica, coerente con l’incertezza che ancora accompagna la transizione energetica globale.

Accanto alle versioni elettriche e a idrogeno resteranno le varianti benzina e diesel con tecnologia mild hybrid a 48 Volt, oltre ai modelli ibridi plug-in. Durante i test finali, i media hanno potuto guidare la BMW X5 40 xDrive da 400 CV, la X5 50e xDrive plug-in hybrid da 490 CV e la iX5 60 xDrive da 578 CV. Il dato conferma che BMW non intende abbandonare rapidamente le motorizzazioni tradizionali nei segmenti globali, ma affiancarle con soluzioni elettrificate in base a domanda, normative e mercati.

La nuova X5 porterà anche una forte evoluzione software. Il sistema Heart of Joy, derivato dalla Neue Klasse, integra il controllo della dinamica di guida BMW Dynamic Performance sviluppato internamente. Questa unità di controllo lavora dieci volte più rapidamente rispetto ai sistemi precedenti e coordina powertrain, freni, sterzo, recupero energetico e ricarica in pochi millisecondi. Per l’industria auto è un passaggio rilevante: la dinamica di guida diventa sempre più una questione di software, capacità di calcolo e integrazione tra componenti.

Sui modelli elettrici e a idrogeno, questa tecnologia punta a rendere più fluide le manovre di arresto e ad aumentare l’efficienza attraverso una gestione più avanzata della frenata rigenerativa. Sulle versioni termiche e plug-in, invece, il sistema lavora insieme alla gestione della dinamica trasversale di decima generazione e alla limitazione dello slittamento ruota near-actuator per sfruttare al meglio la trazione disponibile. Anche il telaio conferma l’impostazione premium: sospensioni adattive di serie, distribuzione dei pesi vicina al 50:50, cerchi fino a 23 pollici e, a richiesta, Adaptive Chassis Control Professional con sospensioni pneumatiche a due assi, Integral Active Steering e stabilizzazione attiva del rollio.

La nuova generazione introdurrà anche sistemi di assistenza alla guida SAE Livello 2 sviluppati a partire dai cluster tecnologici della Neue Klasse. BMW punta su una guida assistita che non escluda il conducente, ma lo mantenga coinvolto. Il sistema BMW Symbiotic Drive va in questa direzione: l’auto assiste, ma chi guida può accelerare, frenare o sterzare senza disattivare immediatamente l’assistenza. È un’impostazione che mira a rendere l’automazione più naturale e meno invasiva, in un momento in cui la fiducia del cliente nei sistemi ADAS è un fattore decisivo.

La X5 diventa quindi un banco di prova per la strategia BMW dei prossimi anni. Non solo un Suv premium aggiornato, ma una piattaforma industriale capace di gestire più tecnologie, più mercati e più scenari normativi. Il successo dipenderà dalla capacità di mantenere redditività e coerenza di gamma senza disperdere investimenti. In un settore che cerca ancora un equilibrio tra elettrico, ibrido e combustibili alternativi, BMW sceglie di non restringere il campo: la nuova X5 nasce per tenere aperte tutte le opzioni.

Scheda

Modello: nuova BMW X5, quinta generazione
Fase: test finali di sviluppo
Produzione: stabilimento BMW Group di Spartanburg, Stati Uniti
Strategia: cinque tecnologie di propulsione su un modello di serie
Versioni previste: benzina, diesel, mild hybrid 48V, plug-in hybrid, elettrica, idrogeno
Prima elettrica: BMW iX5
Tecnologia elettrica: Gen6 BMW eDrive, celle cilindriche, architettura 800V
Batteria iX5: 144 kWh USA, 141 kWh UE utilizzabili
BMW iX5 60 xDrive: 578 CV
Plug-in testata: BMW X5 50e xDrive da 490 CV
Versione benzina testata: BMW X5 40 xDrive da 400 CV
Idrogeno: BMW iX5 Hydrogen prevista nel 2028
Tecnologia dinamica: Heart of Joy e BMW Dynamic Performance
ADAS: sistemi SAE Livello 2 e BMW Symbiotic Drive

BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium
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BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium
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Garlasco, Taccia: “Nella villetta solo una è la firma del killer”. Donna bionda in bici e i 21 secondi di Sempio

17 Giugno 2026 ore 07:17

Il delitto di Garlasco è un caso irrisolto ormai da quasi 19 anni. Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi è stata brutalmente uccisa ma su questo efferato omicidio non c’è certezza su nulla. Soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi giudiziari, Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva a 16 anni è stato scarcerato. Per il fidanzato di Chiara si va verso la revisione del processo, ma servono nuove prove per fare in modo che questo possa avvenire. Ma a distanza di così tanto tempo dal delitto e nonostante le nuove tecnologie che permettono di scoprire dettagli sfuggiti, resta comunque un compito difficile ribaltare il quadro. Gli inquirenti sono convinti che il colpevole dell’omicidio sia Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara. Ma i suoi legali credono, attraverso le perizie presentate in Procura, di poter dimostrare l’innocenza del loro assistito.

Nel mirino della difesa vi sono, oltre ai soliloqui in macchina, l’impronta 33 lasciata sul muro delle scale che conducono alla cantina, ma soprattutto le impronte delle scarpe, quelle 25 orme sparse per la casa e appartenenti a una scarpa Frau numero 42. Angela Taccia ribadisce il concetto in tv a Storie Italiane: “L’unica vera firma dell’assassino“. Secondo la legale di Sempio, sarebbe opportuno chiarire prima la riconducibilità di tali tracce e solo successivamente affrontare eventuali valutazioni sulla personalità dell’indagato. Il riferimento è alla perizia psichiatrica chiesta dalla Procura su Sempio. Anche l’altro legale Cataliotti insiste sulle impronte delle scarpe: “Le impronte delle scarpe lo salveranno” e “non si andrà a processo”. I legali sono certi che il numero di scarpe non sia compatibile con quello di Sempio (che porta un 44) e ha una pianta del piede molto larga, “incompatibile con quelle tracce”.

Ma i pm insistono anche su un altro elemento, per la Procura di Pavia, infatti, Sempio avrebbe mentito anche sulle telefonate fatte a Chiara nei giorni che precedono il delitto. Ci si concentra in particolare, non tanto sulle due chiamate di 2 e 8 secondi del 7 agosto, quanto più su quella telefonata del giorno dopo durata 21 secondi. La terza in due giorni per chiedere ancora notizie di Marco Poggi che era in montagna. I pm però non hanno elementi per dimostrare con certezza cosa si siano detti Andrea e Chiara, visto che quelle registrazioni non ci sono. A complicare le cose, poi, è spuntato anche un nuovo testimone. L’uomo ha rotto il silenzio dopo quasi 19 anni, sostenendo di non aver parlato prima in quanto minacciato. “Mi hanno suonato il campanello di casa dicendomi di farmi i fatti miei, che io di Garlasco non ne devo sapere niente”. Ecco che cosa sostiene di aver visto: “Ero in attesa di un appuntamento di lavoro fissato per le 10, stavo passeggiando e ho visto una donna con i capelli biondi in bicicletta“. Poi aggiunge: “Sono certo al 100%, ho dei flash talmente forti in mente che non me li si può cambiare”. La donna, secondo il testimone si trovava proprio nei pressi della villetta dei Poggi.

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Ho visto un’intervista dell’ex procuratrice Cpi: così Israele l’avrebbe intimidita per le indagini sulla Palestina

17 Giugno 2026 ore 07:16

di Maria Grazia Sanna

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata ad Al-Jazeera della ex Procuratrice della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda. L’intervista rivela in modo diretto come il governo israeliano e il suo servizio di intelligence, il Mossad, abbiano sfruttato la sorveglianza occulta, tattiche di imboscata e minacce dirette alla sicurezza contro la Procuratrice in uno sforzo pluriennale per costringere la Corte ad abbandonare le indagini sui crimini di guerra in Palestina.

La premessa che Bensouda fa all’inizio del suo racconto è altrettanto interessante, in quanto spiega che la CPI (inglese ICC) si scontra regolarmente con la resistenza di diversi Paesi a causa dell’estrema delicatezza delle indagini che riguardano quasi sempre: crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Tutto normale, dunque. Ma alcuni casi come quello d’Israele sono leggermente più “normali” di altri!

La procuratrice descrive come dopo l’apertura dell’inchiesta sulla Palestina nel 2015, siano iniziate forti e continue intimidazioni contro la sua persona e la sua famiglia. Le definisce “dapprima subdole e malcelate”, tipo quando due individui non identificati si sono recati presso la sua abitazione privata (allora nella città olandese de L’Aia) per recapitare una busta con dentro 500 dollari. Questo, secondo il parere degli investigatori, fu un messaggio più che un vero e proprio tentativo di corromperla: sappiamo dove vivi e conosciamo i tuoi movimenti.

Un controllo della sicurezza interno alla stessa corte internazionale rivelò che l’auto utilizzata durante la visita domiciliare era stata noleggiata in aeroporto e che i numeri di telefono forniti dagli individui provenivano da Israele. Nonostante ciò le autorità olandesi non avviarono alcuna indagine formale.

Dopo il fatto della busta, Bensouda fu in seguito vittima di un’imboscata in un hotel di New York in cui si trovava per lavoro, dove l’ex capo del Mossad israeliano, Yossi Cohen, le si presentò di persona inaspettatamente. Questo di Cohen fu il primo di una serie di incontri che, da tentativo amichevole iniziale di “conquistarla”, si trasformarono in minacce esplicite contro la persona fisica di Bensouda e la sua famiglia. Il punto cruciale di questi incontri fu sempre lo stesso: la richiesta diretta di interrompere l’indagine sulla Palestina.

Nonostante le intimidazioni e la successiva imposizione di severe sanzioni statunitensi nei suoi confronti nel 2020, Bensouda ha sempre sostenuto di aver svolto il suo lavoro senza timori né favoritismi. Ha intenzionalmente tenuto nascoste le minacce al personale della corte penale per evitare il panico sul posto di lavoro e ha sottolineato di non aver ricevuto alcun supporto di sicurezza aggiuntivo significativo dal governo olandese, nonostante avesse segnalato gli incidenti.

Il messaggio di Bensouda attraverso la sua intervista è chiaro: quello che è successo a lei è un precedente molto grave e prova che, di fronte a intimidazioni e minacce che valicano ogni confine territoriale, nessuno può sentirsi sicuro.

Oggi alla direzione del Mossad non c’è più Cohen ma Roman Gofman, assoldato da Ben-Gvir e dalle idee talmente estremiste da aver già provocato un’ondata di dimissionari al suo interno.

Rimane solo una domanda da porsi: cosa succederà d’ora in poi a chiunque, svolgendo il proprio lavoro, si metta in futuro ad indagare sui crimini commessi in Palestina? Quanto ai vari governanti in Europa e nel resto del mondo, questa storia infila certo una piccola pulce nell’orecchio di tutti noi: non sarà mica che i nostri politicanti hanno paura di minacce e intimidazioni subite e di cui, a differenza dell’eroica Bensouda, temono di parlare? Giusto un pensiero strisciante…

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Renault entra nella partita dei droni militari con Thales

17 Giugno 2026 ore 07:14

Renault Group e Thales uniscono industria automotive e difesa per sviluppare in Francia una filiera sovrana dei droni.

Renault Group entra in un terreno industriale finora lontano dal perimetro tradizionale dell’automotive: quello dei droni militari e dei sistemi per la difesa. La partnership strategica annunciata con Thales punta a sviluppare in Francia una filiera sovrana per il settore dei droni, un ambito diventato centrale negli equilibri geopolitici e nella nuova economia della difesa europea. Per Renault non si tratta di una semplice diversificazione tecnologica, ma di un passaggio che conferma come le competenze dell’industria automobilistica  produzione su larga scala, controllo dei costi, qualità industriale e rapidità di sviluppo  possano trovare applicazione anche fuori dal mercato dell’auto.

Il progetto ruota attorno a TOUTATIS, sistema di munizioni telecomandate a corto raggio sviluppato per scenari di conflitto ad alta intensità. Il programma nasce dalla collaborazione tra un gruppo specializzato in tecnologie avanzate per difesa, aerospazio e sicurezza come Thales e un costruttore automobilistico che porta in dote capacità produttiva, ingegneria industriale e standard maturati nella produzione di massa. È questo l’elemento più rilevante per il settore: l’automotive europeo, stretto tra elettrificazione, concorrenza asiatica e pressione sui margini, guarda sempre più a comparti contigui dove la capacità manifatturiera può diventare un vantaggio competitivo.

La scelta si inserisce in un contesto nel quale i droni sono diventati una tecnologia chiave per le forze armate. I conflitti recenti hanno mostrato quanto i sistemi senza pilota, i sensori, le comunicazioni protette e l’intelligenza artificiale stiano cambiando il modo in cui si progettano mezzi, piattaforme e catene di fornitura. Per la Francia, costruire un settore nazionale dei droni significa ridurre la dipendenza da fornitori esteri e rafforzare la sovranità industriale in un comparto considerato strategico. Per Renault, significa valorizzare processi e competenze interne in un mercato dove tempi di industrializzazione e capacità di produzione possono pesare quanto l’innovazione tecnologica.

Renault sottolinea il contributo dei propri standard automotive al progetto TOUTATIS: progettazione, industrializzazione e produzione su scala più ampia, con tempi ridotti e costi contenuti. È una formula che chiarisce il ruolo del gruppo francese nella partnership. Thales presidia le tecnologie di difesa, le architetture elettroniche, le comunicazioni sicure e l’integrazione dei sistemi; Renault porta invece la cultura industriale dell’auto, cioè la capacità di trasformare un progetto complesso in un prodotto realizzabile in serie, con processi controllati e una filiera organizzata.

Il punto industriale è decisivo. La difesa europea sta entrando in una fase in cui non basta più sviluppare prototipi avanzati: serve produrre rapidamente, con volumi adeguati e costi sostenibili. In questo scenario, il know-how dell’automotive diventa una risorsa. La produzione di veicoli ha abituato i costruttori a gestire fornitori, componenti elettronici, software, qualità, logistica e tempi ciclo. Sono competenze trasferibili in parte anche a programmi militari, soprattutto quando la domanda pubblica richiede capacità di scalare la produzione.

Il sistema TOUTATIS, secondo quanto comunicato dalle aziende, è pensato per essere impiegato da truppe a terra e lanciato da diverse piattaforme, inclusi veicoli, velivoli e mezzi navali. Viene descritto come resistente alle interferenze elettromagnetiche e configurabile in base alla missione, mantenendo il controllo decisionale umano. Al di là delle caratteristiche operative, l’aspetto più significativo è l’adattabilità del sistema a scenari in rapida evoluzione, compresi quelli in cui i droni operano in contesti saturi o complessi.

La partnership ha anche un valore politico-industriale. Il CEO di Renault Group, François Provost, lega l’accordo all’impegno di difesa francese ed europeo, mentre il numero uno di Thales, Patrice Caine, parla di un passaggio coerente con le esigenze di un’economia di guerra. Sono parole che indicano il cambio di fase: la manifattura civile viene chiamata a contribuire alla capacità strategica nazionale, mentre la difesa cerca partner capaci di accelerare la produzione.

L’accordo non riguarda soltanto TOUTATIS. A Eurosatory, Renault Group e Thales hanno presentato anche 4TROOP, un veicolo tattico pensato per le nuove esigenze operative delle forze terrestri. Il mezzo integra droni, sensori, comunicazioni sicure ibride e strumenti di supporto decisionale basati sull’intelligenza artificiale. Anche qui emerge un tema che interessa direttamente il futuro dell’automotive: il veicolo non è più solo una piattaforma meccanica, ma un nodo mobile di dati, connessioni, software e sistemi intelligenti.

Per Renault, questa traiettoria può aprire nuove opportunità industriali, ma anche nuovi interrogativi. L’ingresso in un comparto legato alla difesa può rafforzare il posizionamento tecnologico del gruppo e valorizzare le competenze di ingegneria, ma impone una gestione attenta della reputazione, delle priorità produttive e dei rapporti con le istituzioni. Non sono stati comunicati investimenti, volumi produttivi o ricadute occupazionali, elementi che saranno determinanti per misurare la portata reale dell’accordo.

La partnership con Thales segnala comunque una tendenza più ampia: l’industria automobilistica europea sta cercando nuovi spazi di rilevanza strategica. Dopo anni dominati da elettrificazione, software e transizione energetica, l’automotive può diventare anche una piattaforma di competenze per la sicurezza, la mobilità tattica e la produzione avanzata. In Francia, Renault prova a collocarsi dentro questa nuova geografia industriale, dove la competitività non si misura soltanto sulle auto vendute, ma anche sulla capacità di sostenere filiere tecnologiche considerate essenziali per il Paese.

Scheda

Aziende coinvolte: Renault Group e Thales
Obiettivo: sviluppo di un settore droni sovrano in Francia
Progetto principale: TOUTATIS
Ambito: sistemi di droni e munizioni telecomandate a corto raggio
Ruolo Renault: competenze industriali, produzione, standard automotive
Ruolo Thales: tecnologie avanzate, difesa, comunicazioni e integrazione sistemi
Altro progetto presentato: 4TROOP
Tecnologie citate: droni, sensori, comunicazioni sicure, intelligenza artificiale
Evento: Eurosatory
Dati non comunicati: investimenti, volumi produttivi, ricadute occupazionali

Renault entra nella partita dei droni militari con Thales
Renault entra nella partita dei droni militari con Thales

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Tre sere in jazz trasformano una piazza in un grande salotto a cielo aperto: accadrà al Rive Gauche Festival

17 Giugno 2026 ore 07:00

Roma si prepara a vivere un lungo weekend all’insegna delle note, dell’incontro e della cultura condivisa. Dal 19 al 21 giugno, infatti, Piazza Perin del Vaga, nel quartiere Flaminio, si trasformerà in un elegante palcoscenico all’aperto grazie alla prima edizione del Rive Gauche Jazz Festival, una manifestazione che punta a portare il jazz fuori dai teatri e dentro la vita quotidiana della città.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra La Maison Rive Gauche, Etablino Caffè Due Fontane e la Istituzione Universitaria dei Concerti, con il sostegno di Roma Capitale e del Municipio II. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: fare della musica un’occasione di partecipazione e valorizzazione urbana, coinvolgendo non solo il Flaminio ma anche i quartieri limitrofi come Parioli, Fleming, Vigna Clara, Corso Francia, Balduina e Prati.

Tre sere in jazz trasformano una piazza in un grande salotto a cielo aperto: accadrà al Rive Gauche Festival

Tre concerti per raccontare il jazz di oggi

Ad aprire il festival, venerdì 19 giugno, sarà il Ross Quintet guidato dal chitarrista Rosario Moricca. Una formazione giovane e premiata che mescola composizioni originali, tradizione jazzistica e ricerca contemporanea, rappresentando una delle realtà emergenti più interessanti della scena nazionale. Sabato 20 giugno toccherà all’Antonio Floris Quartet. Il progetto del chitarrista sardo propone un repertorio raffinato, costruito su melodie evocative e suggestioni letterarie. Un percorso artistico maturato negli anni e culminato con la pubblicazione dell’album Errori di Deprogrammazione.

La Festa della Musica parla cubano

Il gran finale coinciderà con la Festa della Musica del 21 giugno. Protagonista sarà il pianista cubano Ernesto Oliva, che porterà a Roma il recital De regreso a la Aldea. Un viaggio tra ritmi popolari, memoria e identità, dove la tradizione musicale cubana incontra il jazz e la musica colta in una narrazione intensa e coinvolgente.

“Porta una sedia”: l’invito che fa la differenza

Tra gli aspetti più originali dell’evento c’è l’iniziativa “Porta una sedia”. Oltre ai posti predisposti dagli organizzatori, i residenti saranno invitati a portare da casa una sedia per contribuire simbolicamente alla costruzione di uno spazio comune. Un gesto semplice che trasforma il pubblico da spettatore a protagonista.

In un’estate romana ricca di grandi eventi, il Rive Gauche Jazz Festival sceglie così una strada diversa: meno effetti speciali e più relazioni umane. Tre serate gratuite in cui una piazza diventa un salotto, la musica un linguaggio universale e il quartiere una comunità che si ritrova sotto le stelle.

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Al G7 Trump incontra Zelensky e torna a minacciare sanzioni alla Russia

17 Giugno 2026 ore 07:20

Dopo oltre quattro mesi senza incontri diretti, Volodymyr Zelensky e Donald Trump si sono ritrovati faccia a faccia a margine del G7 di Evian. Un colloquio durato circa mezz’ora, al quale ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, che arriva in un momento delicato per la guerra in Ucraina e per i tentativi, finora falliti, di riaprire un negoziato tra Kyjiv e Mosca. Secondo il Kyiv Independent, durante l’incontro Zelensky ha mostrato al presidente americano le fotografie dei danni provocati dall’ultimo attacco russo alla Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi più importanti della storia religiosa e culturale ucraina. Fonti citate dal giornale raccontano che Trump sarebbe apparso «colpito» e «visibilmente scosso» dalle immagini della distruzione.

Al centro del colloquio c’è stata soprattutto la questione della difesa aerea. Zelensky ha spiegato che i partner del G7 hanno concordato un rafforzamento del sostegno militare all’Ucraina e che si è discusso sia di nuovi sistemi sia delle forniture di missili. Il presidente ucraino ha inoltre rilanciato l’idea di ottenere licenze per produrre direttamente alcuni sistemi antimissile e antiaerei, proposta che, a suo dire, Trump avrebbe accolto positivamente.

Parlando con i giornalisti a Evian, il presidente americano ha confermato il clima costruttivo dell’incontro. «Abbiamo avuto un buon colloquio», ha detto, aggiungendo che la Russia «deve fare un accordo». Nelle stesse ore Trump ha anche lasciato intendere che potrebbe tornare a colpire Mosca sul piano economico: «Farò tutto ciò che è in mio potere», ha dichiarato, evocando la possibilità di reintrodurre sanzioni contro il petrolio russo.

Il vertice si svolge mentre Kyjiv cerca di riportare la guerra al centro dell’agenda internazionale. Come ricorda il Kyiv Independent, i negoziati mediati dagli Stati Uniti sono sostanzialmente congelati da febbraio e l’attenzione della Casa Bianca si è concentrata soprattutto sul conflitto con l’Iran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.

Zelensky continua a sostenere che solo un incontro diretto con Vladimir Putin potrebbe sbloccare la situazione. Nei giorni scorsi il presidente ucraino ha persino proposto un vertice trilaterale con Trump e Putin negli Stati Uniti. Il Cremlino, però, continua a respingere questa prospettiva: Putin ha recentemente dichiarato di «non vedere alcun motivo» per incontrare il leader ucraino.

I leader europei invece si sono impegnati a ricucire i rapporti con Washington dopo settimane di tensioni. Secondo il New York Times, Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto una linea molto conciliante nei confronti di Trump, nella convinzione che senza il coinvolgimento americano sarà difficile affrontare sia la crisi mediorientale sia il dossier ucraino. Il quotidiano americano descrive un summit caratterizzato da gesti di distensione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha regalato a Trump una maglia da calcio della Germania con il numero 47, «siamo nella stessa squadra», ha scritto Merz sui social. Mentre Macron lo ha invitato a una cena a Versailles per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.

Dietro la cordialità, però, restano profonde divergenze. Lo stesso Trump, parlando dell’Ucraina, ha ribadito una posizione che continua a preoccupare molte capitali europee: «Non è la nostra guerra», ha detto ai giornalisti. «Noi vendiamo armi, ma siamo a migliaia di chilometri di distanza». Parole che confermano come, nonostante il riavvicinamento diplomatico degli ultimi giorni, il sostegno americano a Kyjiv resti uno dei principali punti interrogativi per il futuro dell’Europa.

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Il capitalismo bancario di sorveglianza produce guerre e povertà

17 Giugno 2026 ore 07:20
Partiamo dal postulato, cardine del nostro ragionamento, che il potere abbia sempre e comunque due nemici, uno interno e l’altro esterno. Il “sistema anglo-Ue” ha identificato mediaticamente ed imprenditorialmete la Russia come nemico esterno. Parimenti il nemico interno del potere siamo tutti noi i normali. Ecco che il potere ha due fronti bellici, e conta di mantenere aperto sempiternamente il confronto. Ma chi è il potere anglo-Ue? Soprattutto chi ne incarna la dirigenza ed i valvassori nei feudi europei? Noi normali cittadini abbiamo la risposta a portata di mano: il nostro oppressore si chiama capitalismo fiscale e bancario di sorveglianza. Si dibatte del “capitalismo di sorveglianza” da prima della pandemia, ormai anche i muri possono rispondere su quanto la “povertà sostenibile” sia un modo per controllare le masse, per escluderle dai cicli produttivi, dai benefici delle ricchezze come dal partecipare all’ormai risicato ascensore sociale. Del resto l’umanità ha conosciuto l’abolizione di schiavitù e servitù della gleba nel lasso temporale medio degli ultimi duecento anni; ben poca cosa rispetto ai tanti millenni che hanno consentito il sorgere d’imperi, la creazione d’enormi ricchezze grazie allo sfruttamento dei molti ad opera di pochi. Oggi, che l’operatore umano viene un po’ in tutti i campi sostituito dai robot, dall’intelligenza artificiale, dal computer, succede che il potere non intenda dividere con i popoli le ricchezze create grazie alla tecnologia. In un primo momento il potere aveva paventato che la tecnologia avrebbe fornito a tutti delle opportunità illimitate. Dopo la pandemia è diventato imperativo dei pochi contenere demograficamente i molti, limitarne appetiti ed ambizioni: per non dividere ricchezza e potere come risorse alimentari che potrebbero scarseggiare. Così la tecnologia è venuta incontro al neocapitalismo di sorveglianza, promettendo che il tre per cento degli uomini possa ancora tenere a bada i popoli.

Guerra del potere al popolo

Come da antica tradizione speculativa si ricorrerà all’esempio, all’aneddoto utile a dimostrare come gira il mondo, come il potere fronteggi le ambizioni dei popoli: per motivi giudiziari (evitare querele) verranno omessi i nomi degli attori e quanto serva ad identificarli, consci che in sede di conciliazione e di costituzione di parte civile possa essere preteso un risarcimento (e solo per averli nominati) proporzionato al loro patrimonio professionale, etico, morale, al censo, ai loro beni (il Mercante di Venezia è sempre attuale).
Partiamo da presupposto che, il potere finanziario pretenda dagli attuali corpi intermedi venga favorita la concentrazione di ricchezza: ovvero politiche economiche e sociali che mirino a far sì che la ricchezza si accumuli nelle mani di un numero ristretto di individui o gruppi, contrastando con norme europee e poi leggi nazionali che venga equamente distribuita nella società. Questo per esempio avviene con politiche fiscali che favoriscano i più ricchi, permettendo la chiusura delle attività che per incapienza non riescono a mettersi a norma europea. O deregolamentando settori in cui solo le grandi imprese possono accumulare profitti: come quello energetico e telefonico, dove il cosiddetto “mercato libero” ha favorito le multinazionali che a loro piacimento mettono mani a tariffe e prezzi. Oppure le politiche creditizie che limitano l’accesso delle fasce sottocapitalizzate alle opportunità, negando loro prestiti e mutui, negando loro l’opportunità d’aprire un laboratorio o un commercio che possa restituire negli anni alla banca capitale e interessi.

L’imprenditore il dottor Pangloss

Qualcuno ce la fa, e con tanti sacrifici ed intelligenza riesce negli anni a costruire varie realtà produttive. E’ il caso dell’amico imprenditore che lo scrivente non sentiva da qualche anno, che in questi giorni s’è fatto vivo. “Qual buon vento!?”. Il tipo di rimando “perdonami ma ho avuto una vita convulsa…troppi impegni”. La domanda su come vadano le aziende viene spontanea, ma la risposta è deviante: “Guarda le aziende vanno bene, nonostante i tempi, ma ti telefono per un consiglio. La mia crescita economico-imprenditoriale è ormai evidente…l’hanno notata dirigenti di banca, concorrenza e, soprattutto, salotti di potere”. Colto da grande curiosità interrompo a gamba tesa: “non dirmi che s’è fatta viva l’Agenzia delle Entrate”. La risposta è secca: “Certo che no! Sono totalmente in regola, pago i migliori commercialisti e tributaristi di Milano. Altro è il problema, forse una mia eccessiva preoccupazione. Mi hanno avvicinato ambienti di potere – sottolinea l’imprenditore – gente ben più in alto della politica. Mi ha voluto incontrare una persona del potere economico, e per chiedermi se gradissi essere suo ospite. Quindi mi ha invitato nella sua villa a pochi passi dalla Svizzera per una serata con imprenditori, banchieri, importanti professori universitari e gente del jet set degli affari. Sto partecipando da qualche mese alle loro serate: ascolto e parlo lo stretto necessario, un sorriso, un ‘buona serata!’, un brindisi. Ogni volta ospitano conferenze di esperti internazionali di banche, economia, finanza, tecnologie, normative europee. Durante un incontro, un importante docente, ospite fisso del World Economic Forum, ha spiegato come la povertà dei popoli si riveli comunque il migliore strumento di controllo, che da anni gli esperti del ‘capitalismo di sorveglianza’ valutano come il potere possa meglio imporre le regole, quindi far accettare socialmente i vari sistemi d’esclusione”. Si risponde all’amico che da sempre il potere ha sbarrato la porta della ricchezza ai popoli, che comunque entrare a corte è sempre stato arduo.
L’imprenditore ci tiene a precisare che “da giovane laureato ero dalla parte di chi subisce le regole del potere, non sono nato ricco; ho studiato e lavorato tanto, oggi cerco di aiutare i giovani o i miei dipendenti in difficoltà. Sono rimasto sconvolto – confessa l’imprenditore – quando ho scoperto, e non ti posso fare i nomi per telefono, come in conciliaboli esclusivi certa gente importante consigli al potere la povertà come strumento di controllo; e sono gli stessi professoroni che rilasciano interviste o scrivono libri su come sconfiggere la povertà e promuovere una società più equa proponendo modelli di sviluppo inclusivo e sostenibile in cui non credono nemmeno loro, e per rendersi credibili ammantano il predicozzo col racconto sul rispetto dei diritti umani e sulla partecipazione di tutti”. Evviva caro amico, sei entrato nel novero dei papabili invitati ai conciliaboli internazionali. L’imprenditore, uomo intelligente, s’è così reso conto che necessiti sorridere, fingere, salutare tutti e, soprattutto non esporsi. Nemmeno noi ci esponiamo, ed omettiamo nomi, luogi, circostanze: e chi vuol capire capisca.
Perché puntare il dito contro qualcuno ci procurerebbe solo un nuovo processo. Negli ultimi vent’anni anche l’uomo di strada, l’italiano medio, ha pian pianino compreso che oggi come ieri la povertà e il controllo dei popoli rimangono temi interconnessi: studiati dalle dinamiche di potere chiamate ad amministrare disuguaglianze sociali ed economiche perché non vengano turbati gli equilibri nazionali, europei, mondiali. Il genuino imprenditore di prima generazione ha così toccato con mano come la povertà ancora si riveli strumento di controllo, utile a limitare le opportunità, l’autonomia umana, la partecipazione politica di individui e gruppi.

 L’italiano subisce e medita

Ma veniamo ad altri esempi. La direttiva europea Bolkestein prometteva la semplificazione di gran parte delle procedure amministrative, soprattutto di evitare discriminazioni basate sulla nazionalità di chi apre imprese in un paese dell’Ue. Oggi la Bolkestein ha di fatto portato al fallimento gran parte delle imprese familiari che gestivano lidi balneabili, spazi a mercati ambulanti ed una miriade di attività commerciali soprattutto nei grandi centri urbani. Situazione similare l’ha vissuta una quindicina d’anni fa la Grecia, e prima che calasse la Bolkestein, subendo il fallimento di gran parte delle attività private e poi l’acquisizione da parte di soggetti esteri di isole, alberghi, porti, aeroporti, spiagge, noli: oggi ai greci è rimasto l’interno della terra ferma, Atene e dintorni, tutte le attività ed i patrimoni immobiliari sono transitati attraverso immobiliari e società controllate da banche tedesche, olandesi, inglesi. “E’ il mercato bellezza!” affermerebbero i seguaci di Monti e Draghi.
Per brevità di racconto vi portiamo un esempio vicino Roma. Vi invitiamo a recarvi ad osservare il lido di Ostia: noterete che gran parte degli stabilimenti sono oggi sequestrati, che in alcuni casi viene impedito l’accesso al mare, che in quelli liberi s’assiste ad una guerra tra poveri che operano la “tentata vendita” di caffè, bibite e panini. Ovviamente interviene la polizia locale (ma anche il Commissariato e la Guardia di Finanza) che provvede al fermo dei tanti emuli di “Café Express” (quello di Loy e Manfredi) che operano la “tentata vendita” con rissa. Indagando si scopre che gli arrestati sono soprattutto italiani, che prima di fare gli ambulanti abusivi erano regolari dipendeti di lidi e bar: dopo le chiusure si sono dati al “crimine”. Chissà se questa gente tornerà ad un  lavoro onesto quando tedeschi, francesi, olandesi e inglesi metteranno le mai sui vari lidi. Del resto per decenni abbiamo letto ogni male sulle terme di Ischia, poi ogni bene da quando i più importanti bagni vengono gestiti da una società tedesca (amministrata dal cugino di Agela Merkel).
Le strutture di potere, e relativi sistemi di controllo, possono perpetuare ed esacerbare la povertà, creando circoli viziosi: guerre tra poveri, fallimenti a catena, panico fiscale. Così coloro che detengono il potere economico possono usare la povertà per esercitare il controllo sugli altri. Lo fanno creando dipendenze e obblighi, o influenzando le scelte sugli acquisti. Limitano soprattutto la capacità dei popoli di opporsi a politiche o decisioni: infatti se negli anni ’60 era naturale scendere in piazza contro la guerra, oggi la gente pavidamente cerca di non parlar male dei conflitti temendo dispiacere al potere. Oggi la privazione di libertà è evidente nelle tante paure che intristiscono la vita dei cittadini. Timori che rendono l’uomo maggiormente vulnerabile alla povertà, allo sfruttamento lavorativo, all’accettare condizioni di lavoro precarie e illegali solo per sopravvivere. All’amico imprenditore, che guardingo accetta inviti ai conciliabili di potere, è stato detto che dal suo salotto andranno a Davos, al prossimo WEF. Proprio quel vertice internazionale dove una ventina d’anni fa venivano organizzati i primi panel sulla riduzione della platea dei fruitori di beni e servizi (la gente insomma) per salvare l’ambiente, il pianeta. In pratica il potere sta dando segnali alla politica perché le persone in povertà vengano sempre più escluse da servizi, opportunità, processi decisionali. Il circolo vizioso che crea emarginazione e svantaggio permette al potere di vestirsi di filantropia, di commuoversi in abiti eleganti dinnanzi alle sempre più nutrite file, dinnanzi a Caritas, Sant’Egidio, parrocchie e volontariati vari. Il fatto che sia stata ricostruita una forte vulnerabilità delle persone permette al potere di giocare legalmente, in punta di diritto, la carta della sottomissione dell’umanità. In Europa l’essere umano lo si può definire più o meno totalmente libero dal 1807 (in Francia dalla Rivoluzione), data in cui i contadini tedeschi vennero dichiarati liberi: la loro libertà di movimento veniva sancita dall’abolizione della servitù obbligatoria, e l’editto recitava “con il giorno di San Martino 1810 cessa ogni dipendenza”. Nell’Inghilterra la cosa continuava ancora per qualche anno, i lord ci tenevano a sottolineare che “La condizione del servo della gleba è dura, ma molto migliore di quella dello schiavo che è come un animale da lavoro, un utensile”. Nella civilissima Gran Bretagna la “servitù della gleba” di fatto terminava pochi anni prima che nella Russia zarista: a difesa delle garanzie che forniva la “servitù”, qualche lord ebbe anche a rimarcare che, se il signore finiva in rovina, i servi non avrebbero subito alcun nocumento, il nuovo padrone avrebbe provveduto a vitto, vestiario e alloggio. Pare davvero strano che nella nostra epoca si debba ritornare a mettere in guardia contro la schiavitù: lo si fa per destare l’attenzione di chi nelle aule parlamentari dovrebbe maggiormente badare alla protezione sociale dei più vulnerabili.

Le nostre catene

I potenti della terra chiedono alla politica, e con voce sempre più forte, di favorire la concentrazione di ricchezza attraverso politiche fiscali che premino i redditi più alti o le grandi aziende: per esempio con la riduzione delle tasse sui redditi da capitale e sui profitti aziendali. Questo significa che le politiche economiche e sociali mirano a far sì che la ricchezza si accumuli principalmente nelle mani di un numero ristretto di individui o gruppi. Gli incontri riservati che Bill Gates, Elon Musk, Jeff Bezos, George Soros e altri tengono con presidenti e vertici Ue hanno lo scopo di ottenere la riduzione di normative e controlli nel settore finanziario o in altri settori economici: per consentire alle grandi imprese e ai ricchi di operare con maggiore libertà, accumulando dividendi, quindi profitti. Da qui le grandi difficoltà che incontrano i governi nel varare politiche di sostegno alle piccole e medie imprese, che incarnerebbero le opportunità di crescita economica per tutti noi. Ne deriva che, tacere e ascoltare è l’unico consiglio utile per il neofita del salotto d’accesso al potere. Lì probabilmente decidono chi portare in alto e chi gettare nella polvere. La gente lo sa, lo immagina, lo pensa, ma nella scarsità di risorse prevale la rassegnazione…la povertà come robusto guinzaglio che tenga a bada l’escluso.

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La scuola insegna a dare risposte, non a far domande: il linguaggio tecnico delle semisupercazzole intimidisce

17 Giugno 2026 ore 07:15

Di mestiere cerco di spiegare le cose che credo di sapere. Spesso per accorgermi che, mentre lo faccio, non le so pienamente neppure io. Questa tendenza risale a quando mi accorsi, da studente, di capire veramente poco delle lezioni che mi venivano inflitte. Tanto da sentirmi inadeguato allo studio. Poi mi accorsi che anche i miei compagni di scuola capivano poco, ma diligentemente ripetevano quel che avrebbero dovuto apprendere, senza averlo compreso.

Mi trovai allora d’accordo col Manzoni: il latinorum dell’Azzeccagarbugli è una forma di intimidazione dell’ascoltatore ignaro da parte di chi usa un linguaggio forbito e tecnico. L’ignaro si vergogna di non aver capito e quindi accetta la superiorità intellettuale di chi lo intimidisce. L’apice di questa pratica la ritroviamo in Amici Miei, con Ugo Tognazzi che “fa la supercazzola”, una pratica in cui era già stato maestro Ettore Petrolini.

La supercazzola è entrata nei dizionari ed è presente anche in Wikipedia. Cercandola per divertimento ho trovato anche il riferimento ad un mio antico articolo sul Secolo XIX dove introduco una parola derivata: la semisupercazzola. La supercazzola non significa niente. Mentre la semisupercazzola significa eccome, ed è analoga al latinorum, che usa il latino per intimidire, mentre la semisupercazzola usa il linguaggio tecnico. A lezione sfidavo gli studenti ad individuare le semisupercazzole: durante le lezioni introdurrò concetti che, secondo me, non sarete in grado di capire. Voi dovete capire di non star capendo e mi dovete interrompere, chiedendomi di chiarire.

Facevo le mie semisupercazzole e nessuno mi interrompeva: prendevano appunti scrivendo diligentemente quello che l’oracolo enunciava. Dopo un po’ mi fermavo e chiedevo: chi ha capito quello che ho detto cinque minuti fa? Siete in grado di spiegarmelo? Ci volevano settimane per spingerli a far domande. Alla domanda: ma quante volte siete stati esposti alle semisupercazzole? La risposta era invariabilmente: infinite volte. La scuola insegna a dare risposte, non a fare domande.

Basta pensare alla formula più famosa del mondo: E=mc². La troviamo sulle magliette, nei fumetti, tutti la riconoscono come una genialata. L’energia equivale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Perché la velocità della luce? perché al quadrato? Un mio amico fisico mi ha detto: ma non è possibile… poi ha fatto l’esperimento e ha scoperto che nessuno la sa spiegare, a parte i fisici. Ha cercato di spiegarmela ma mi sono perso dopo pochi passaggi. Non ho le basi per capirlo. Come probabilmente lui non ha le basi per capire che non è vero che l’ontogenesi ricapitoli la filogenesi. Anche se in un quarto d’ora sono certo di riuscire a farglielo capire. Solo che sono in pochi ad accettare un quarto d’ora di spiegazioni.

Così, chi cerca di spiegare le scienze naturali di solito non usa la semisupercazzola, ma spesso si ferma a nozioni superficiali che generano meraviglia senza portare a consapevolezza, come ho spiegato mille volte nel dire che i copepodi sono gli animali più importanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari. Spiegare i copepodi richiede tempo, e poi non sono scenografici come una balena o una barriera corallina. Così nessuno li conosce. Insomma, i naturalisti di solito raccontano storielle carine, arrendendosi alle banalità e dando la sensazione che le cose di cui si occupano siano di importanza marginale.

I rappresentanti di altre discipline usano linguaggi astrusi, enunciati con grande determinazione. Non sono supercazzole, sono semisupercazzole. E di solito promettono mirabilie. Dal progetto genoma che risolve tutti i problemi del mondo vivente, al bosone che finalmente ci dice che c’è una particella che dà la massa alle altre particelle: la particella di Dio. Nessuno capisce veramente gran che, ma sono in pochi a dire: io non ho capito, me lo spieghi meglio? Maurizio Crozza a prendere in giro prima Antonino Zichichi e poi Carlo Rovelli, senza però scalfire l’autorevolezza di questi divulgatori. Non parliamo dei filosofi. Ho comprato Labirinto Filosofico di Massimo Cacciari e mi sono perso dopo le prime pagine, a conferma di quanto sia azzeccato il titolo. Colpa mia, non sono sufficientemente ferrato in quella materia.

Ma se mi chiedono di spiegare a tutti la medusa immortale non mi metto a parlare di transdifferenziamento come se il concetto fosse noto a tutti: in presenza di stress subletali le cellule di Turritopsis si dedifferenziano e poi si ridifferenziano in altri tipi cellulari, invertendo l’ontogenesi per transdifferenziamento.

Quando la notizia della medusa immortale fece irruzione nei media fui persino intervistato in diretta da Emilio Fede che, bontà sua, mi diede un minuto e mezzo per spiegare la cosa nel TG4. Feci una semisemisupercazzola, inevitabilmente, lasciandolo nella convinzione che io sapessi come si fa l’elisir di lunga vita ma che non lo volessi rivelare. Ma né io né i miei colleghi arrivammo a vendere il segreto dell’immortalità, anche se avremmo potuto benissimo farlo. Dicendo che, con opportuni finanziamenti, tra 30 anni avremmo risolto il problema dell’invecchiamento. E, se fossimo rimasti in vita, dopo 30 anni avremmo detto che in 30 anni lo avremmo risolto, e non si morirà più. Dopotutto è quello che fanno quelli che ci promettono la fusione nucleare.

Alla gente piacciono le supercazzole e anche le semisupercazzole. Se cerchi di spiegare le cose in modo comprensibile e non fai promesse mirabolanti sei meno rispettato. Alla fine, anche nelle scienze, il marketing è importantissimo. Nessuno sa che strada faccia l’acqua per diventare plin plin, ma quell’acqua vende bene.

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Il triste crepuscolo dei riformisti dice qualcosa del mondo di oggi

17 Giugno 2026 ore 07:01

Leggo sul New York Times che anche Joe Biden sarebbe in procinto di fare uscire un memoir (se non fossi disgustato dalla miserabile campagna di Donald Trump sull’«autopen», forse avrei aggiunto: «Joe Biden, o chi per lui»). E apprendo anche che l’analoga opera di sua moglie Jill si conclude così: «Come scrisse Dylan Thomas, non ce ne andremo gentilmente in quella buona notte, ma ci ribelleremo, ci ribelleremo alla luce morente» («As Dylan Thomas wrote, we will not go gentle into that good night, but rage, rage against the dying of the light»). A me pare che lo abbiano già fatto abbastanza. Come chiosa Carlos Lozada sul New York Times, «non c’è niente di meglio che citare una poesia sulla sfida di fronte alla vecchiaia e alla mortalità per ricordare alla gente cosa è andato storto con Joseph R. Biden» (io glielo avevo detto subito, però). E allora, mentre osservo sconsolato la foto dei quattro del Campo largo – che sono sempre meglio della sporca dozzina del generale Vannacci, d’accordo, ma non saprei dire se mi trasmettano meno fiducia o meno allegria – mi viene da pensare che forse anche chi a sinistra non li ama, prima di prendersela con loro e con la desolante deriva populista dell’intero sistema, dovrebbe porsi qualche domanda sul tristissimo tramonto dei protagonisti della stagione precedente.

Riflettendoci un momento, c’è qualcosa che lega la lunga buonuscita putiniana di Gerhard Schröder al servizio di Gazprom, le varie imprese internazionali di Tony Blair, culminate nella sua partecipazione, in un ruolo di primo piano, alle deliranti pianificazioni immobiliaristico-annessionistiche del Board of Peace in Palestina (da dove si permette pure di dare lezioni ai leader europei su come trattare con Donald Trump), le incresciose vicende di José Luis Rodríguez Zapatero e dei suoi gioielli, per tacere dei vari modi in cui tanti riformisti italiani, da Massimo D’Alema a Matteo Renzi, usciti da Palazzo Chigi, hanno trovato il modo di mettere a frutto le proprie reti di conoscenze e il proprio nome nel mondo degli affari e delle consulenze. Ripensando ai fasti della Terza via degli anni novanta, è difficile non riconoscere, pur nell’ovvia diversità dei singoli casi, un filo conduttore, una comune tendenza o quanto meno uno stesso impulso, che forse proprio in Biden si presenta nella forma più pura. In quella lotta ostinata contro la luce morente, che ha in verità molto poco di poetico e forse, semmai, qualcosa di patetico. E alla quale dobbiamo in gran parte il trionfale ritorno in scena di Trump, con tutte le sue drammatiche conseguenze.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Gabanelli smaschera l’ennesima balla di Meloni, stavolta sull’evasione: scandaloso il danno per i cittadini

17 Giugno 2026 ore 06:57

Lunedì, sul CorSera, la giornalista Milena Gabanelli (che mi sembra bravissima: mi chiedo perché non abbia un programma in Rai, magari al posto di Antonino Monteleone, l’ex Iena dell’agenzia Caschetto che condurrà FiloRosso in prima serata su RaiTre per tutta l’estate benché reduce da due clamorosi flop che avrebbero convinto anche il più scettico sulle sue reali capacità televisive, ma oggi i dirigenti Rai sono di nomina melonifera, e così mi sono risposto da solo) (ieri la prima puntata di FiloRosso è precipitata dall’8,1% di Un posto al sole, il suo traino, al 3,7%: un successo annunciato); l’indispensabile Gabanelli, dicevo, ha smascherato una balla clamorosa di Giorgia: l’ennesima.

La bugiardella della Garbatella ha sostenuto, infatti, che i 36 miliardi di evasione fiscale recuperati nel 2025 siano merito del suo governo. Ma quei soldi, spiega la Gabanelli, sono il frutto di controlli e di norme introdotti da governi precedenti; della fatturazione elettronica introdotta nel 2019; delle lettere di compliance introdotte nel 2015; e dell’attività ordinaria dell’Agenzia delle Entrate. L’unico contributo diretto del suo governo è rappresentato da sanatorie e rottamazioni: in pratica, la riforma fiscale meloniana (concordato preventivo, indebolimento del redditometro, ravvedimento più favorevole, nuove rottamazioni) riduce la capacità di controllo statale e favorisce gli evasori.

Se si considera che, per finanziare la riduzione delle accise (di cui godono anche gli evasori), il governo taglierà risorse a sanità, istruzione, ricerca e trasporto pubblico, pagati dalle tasse di chi rispetta gli obblighi fiscali; e che tra chi chiede agevolazioni economiche con l’Isee ci sono anche gli evasori; il danno subito dai cittadini onesti è ingente e scandaloso.

In dettaglio: 1) Il concordato preventivo biennale permette ad alcuni contribuenti di concordare in anticipo un reddito imponibile pagando imposte agevolate sulla differenza. Questo incentiva l’evasione fiscale e riduce i controlli. 2) La modifica del redditometro rende più difficile contestare uno stile di vita incompatibile coi redditi dichiarati. 3) Le nuove norme sul ravvedimento operoso permettono di regolarizzare la propria posizione anche dopo l’avvio dei controlli. 4) L’estensione della rottamazione delle cartelle rafforza l’idea che il pagamento possa essere rinviato senza gravi conseguenze.

5) Le nuove procedure aumentano il lavoro amministrativo degli uffici fiscali, riducendo le risorse dedicate ai controlli e diminuendo il recupero futuro dell’evasione. 6) Il Ministero dell’Economia, dati alla mano, elenca le categorie di contribuenti meno credibili: medici e laboratori, farmacie, dentisti, notai, consulenti finanziari e assicurativi, gioiellieri, balneari, idraulici ed elettricisti, ristoranti e bar. Col governo Meloni c’è stato un aumento della pressione fiscale: non ce ne sarebbe bisogno, anzi potrebbe essere ridotta di molto, se tutti pagassero le tasse. 7) Meloni sostiene che non si debbano accusare i contribuenti sulla base di semplici presunzioni; ma le norme permissive del suo governo premiano chi bara, danneggiando la collettività.

Insomma balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

201) È vero che il fisico nucleare Ettore Majorana fece perdere ogni traccia di sé nel 1938, forse sopraffatto dal senso di colpa e dal rifiuto morale di contribuire alla bomba atomica; ma non è vero che visse per anni sotto falso nome in Russia, nascosto in una centrale elettrica, in mezzo alle dinamo.

202) È vero che Dante Alighieri aveva una grossa testa sproporzionata, il naso adunco e gli occhi grifagni, ma non è vero che lo scambiassero spesso per la strega di Biancaneve.

203) È vero che papa Giovanni XXIII aveva la pelle del volto come cera, ma non è vero che mangiasse candele a questo scopo, come si vociferava.

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Usa e Svizzera docent: l’Ai non è servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale

17 Giugno 2026 ore 06:55

Nel giro di 24 ore la Svizzera e gli Stati Uniti hanno chiarito una verità che in molti preferivano ignorare: l’intelligenza artificiale è materia di Stato. L’accesso ai suoi sistemi più avanzati obbedisce alle logiche di chi comanda — la politica — molto più che al potere dei miliardi. Due diversi episodi, letti insieme, chiudono la stagione dei modelli di AI intesi come beni neutri e globali, a disposizione di chiunque abbia i soldi per permetterseli. Se mai qualcuno ci ha creduto.

Il primo verdetto arriva dal Tribunale commerciale di Zurigo. Palantir, colosso della sorveglianza e dell’analisi dati fondato dal tecno-oligarca numero uno d’America, Peter Thiel — e noto per i suoi contratti con Pentagono, Cia, Fbi, Nsa e Ice – voleva costringere Republik, testata svizzera di giornalismo investigativo, a pubblicare una sfilza di rettifiche dopo una serie di articoli critici. I giornalisti avevano ricostruito, carte alla mano, anni di sistematici rifiuti da parte delle autorità della Confederazione Elvetica ai prodotti della società di Thiel.

Ebbene, hanno vinto i giornalisti. I giudici hanno respinto 22 richieste di replica su 23, condannando Palantir a pagare il 95% delle spese processuali e a rimborsare i legali della testata. L’operazione di forza pensata per blindare l’immagine del gruppo di Thiel ha ottenuto l’effetto opposto, certificando un movimento di diffidenza – anzi: di rigetto – che attraversa l’Europa: dal ministero della Difesa tedesco alla sanità pubblica britannica, fino al Policlinico Gemelli a Roma, le amministrazioni europee iniziano a dire no alla sorveglianza “stile Usa”, nel tentativo di proteggere l’integrità delle proprie infrastrutture pubbliche da progetti di controllo tecnocratico.

Il secondo verdetto, speculare, arriva da Washington. Con una direttiva d’urgenza sul controllo delle esportazioni, l’amministrazione Trump ha vietato ad Anthropic di Dario Amodei di fornire i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, ai cittadini stranieri, dentro e fuori i confini statunitensi. La motivazione è la solita: sicurezza nazionale. Privi di uno strumento tecnico in grado di filtrare la nazionalità degli utenti in tempo reale, all’azienda è rimasta una sola strada: attivare il kill switch su scala globale, interrompendo immediatamente il chatbot oltre i confini Usa. Chiunque in Europa usi Claude di Anthropic si ritrova davanti a un avviso: “Claude Fable 5 al momento non è disponibile”.

Centri di ricerca, imprese e ospedali europei che avevano integrato quei modelli nei propri processi operativi si sono ritrovati al buio da un minuto all’altro, scoprendo quanto costi appaltare la continuità del proprio lavoro a qualcuno oltreoceano.

C’è un legame tra il rifiuto svizzero e la censura americana? Sì, ovvio. Berna ha respinto Palantir perché aveva previsto con esattezza lo scenario che si è poi materializzato con Anthropic: chi ha i server, i codici e gli algoritmi detiene anche il potere di staccare la spina. L’oscuramento deciso da Washington conferma la fondatezza di quegli scenari vagamente distopici. Gli Stati Uniti ricordano all’Europa che l’intelligenza artificiale non è un servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale, convertibile in strumento di pressione economica e geopolitica, adesso e in tutte le crisi che verranno.

Mentre la Cina si muove da superpotenza con le idee chiare, investendo massicciamente in una propria autonomia in grado di sfidare e sorpassare l’America sul fronte AI, l’Unione Europea continua a balbettare subendo le decisioni altrui, sempre di rimessa, mai all’attacco. Finora Bruxelles ha giocato la partita sul terreno delle norme, partorendo l’AI Act nella convinzione che fissare codici etici e burocratici basti a governare i mercati. Niente di più sbagliato.

Fino a quando l’Ue – e le aziende che vi lavorano – non sceglierà di essere produttore oltre che cliente, investendo in infrastrutture di calcolo e sistemi propri, la “sovranità digitale” resterà solo uno slogan, quelli da nazioni subalterne. Con le idee eleganti non si va da nessuna parte.

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Argentina - Algeria 3-0: la sintesi della partita

17 Giugno 2026 ore 06:40
Netta vittoria dell'Argentina sull'Algeria. Protagonisti Lionel Messi, Lautaro Martínez e Ángel Di María, autori di una prestazione dominante che garantisce tre punti fondamentali alla selezione sudamericana

© RaiNews

Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Messi fa tripletta e record. Mbappé e Haaland lo inseguono

17 Giugno 2026 ore 06:38

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. Chissà se qualcuno riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Intanto il duello tra Leo Messi e Kylian Mbappé riguarda il record all-time. Con la tripletta all’esordio contro l’Algeria, Messi ha agganciato Miroslav Klose a quota 16 gol. È il primato di sempre. Mbappé ha distrutto il Senegal con una doppietta ed è distante appena una rete.

Nel frattempo, ha fatto la sua irruzione al Mondiale anche Erling Haaland: doppietta alla prima di sempre con la sua Norvegia. La caccia al primato di gol è appena iniziata. Ma i fenomeni hanno già iniziato a darsi battaglia.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Leo Messi (Argentina)

3 gol

Argentina’s Lionel Messi (10) celebrates after scoring a goal during the World Cup Group J soccer match between Argentina and Algeria in Kansas City, Mo., Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Ed Zurga)

2) Kylian Mbappé (Francia)

2 gol

France’s Kylian Mbappe celebrates after scoring the opening goal of his team during the World Cup Group I soccer match between France and Senegal in East Rutherford, N.J., near New York, Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Frank Franklin II)

2) Erling Haaland (Norvegia)

2 gol

Norway’s Erling Haaland (9) smiles as he leaves the pitch at the end of the World Cup Group I soccer match between Iraq and Norway in Foxborough, Mass., near Boston, Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Charles Krupa)

2) Folarin Balogun (Stati Uniti)

2 gol

United States’ Folarin Balogun celebrates scoring his side’s second goal against Paraguay during a World Cup Group D soccer match in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Friday, June 12, 2026. (AP Photo/Marcio J. Sanchez)

2) Kai Havertz (Germania)

2 gol

Germany’s Kai Havertz (7) celebrates a goal during the World Cup Group E soccer match between Germany and Curacao in Houston, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Eric Smith)

2) Yasin Ayari (Svezia)

2 gol

Sweden’s Yasin Ayari (18) celebrates after scoring his team’s fifth goal during the World Cup Group F soccer match between Sweden and Tunisia in Guadalupe, near Monterrey, Mexico, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Matias Delacroix)

2) Elijah Henry Just (Nuova Zelanda)

2 gol

New Zealand’s Elijah Just (11) celebrates after scoring a goal during the World Cup Group G soccer match between Iran and New Zealand in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Monday, June 15, 2026. (AP Photo/Andre Penner)

3) Leo Ostigard (Norvegia)

1 gol

3) Romano Schmid (Austria)

1 gol

3) Marko Arnautovic (Austria)

1 gol

3) Ali Olwan (Giordania)

1 gol

3) Ayman Hussein (Iraq)

1 gol

3) Bradley Barcola (Francia)

1 gol

3) Ibrahim Mbaye (Senegal)

1 gol

3) Abdulelah Al Amri (Arabia Saudita)

1 gol

3) Maximiliano Araujo (Uruguay)

1 gol

3) Ramin Rezaien (Iran)

1 gol

3) Mohammad Mohebi (Iran)

1 gol

3) Mattias Svanberg (Svezia)

1 gol

3) Aleksander Isak (Svezia)

1 gol

3) Viktor Gyokeres (Svezia)

1 gol

3) Omar Rekik (Tunisia)

1 gol

3) Amad Diallo (Costa d’Avorio)

1 gol

3) Virgil Van Dijk (Olanda)

1 gol

3) Crysencio Summerville (Olanda)

1 gol

3) Keito Nakamura (Giappone)

1 gol

3) Daichi Kamada (Giappone)

1 gol

3) Livano Comenencia (Curaçao)

1 gol

3) Nathaniel Brown (Germania)

1 gol

3) Deniz Undav (Germania)

1 gol

3) Jamal Musiala (Germania)

1 gol

3) Felix Nmecha (Germania)

1 gol

3) Nico Schlotterbeck (Germania)

1 gol

3) Nestory Irankunda (Australia)

1 gol

3) Connor Metcalfe (Australia)

1 gol

3) John McGinn (Scozia)

1 gol

3) Vinicius Jr- (Brasile)

1 gol

3) Ismael Saibari (Marocco)

1 gol

3) Boualem Khoukhi (Qatar)

1 gol

3) Breel Embolo (Svizzera)

1 gol

3) Giovanni Reyna – Stati Uniti

1 gol

3) Mauricio – Paraguay

1 gol

3) Cyle Larin – Canada

1 gol

Canada’s Cyle Larin (9) celebrates after scoring his sides first goal of the game in the second half of the World Cup Group B soccer match between Canada and Bosnia, Friday, June 12, 2026, in Toronto. ( (AP Photo/Sam Balkansky)

3) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina

1 gol

3) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol

3) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol

3) Julian Quinones – Messico

1 gol

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

3) Raul Jimenez – Messico

1 gol

3) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

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Mondiali, la nuova classifica dei gironi: Francia e Norvegia, che duello per il primo posto

17 Giugno 2026 ore 06:16

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

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Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

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Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

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Noleggio auto, la nuova IPT rischia di frenare il mercato

17 Giugno 2026 ore 06:42

ANIASA chiede al Governo di rinviare le nuove norme IPT: rischio burocrazia, contenziosi e freno agli investimenti.

La nuova disciplina sull’Imposta Provinciale di Trascrizione rischia di aprire un fronte di incertezza per il settore del noleggio veicoli, proprio mentre la mobilità italiana avrebbe bisogno di investimenti, rinnovo del parco e regole più semplici. È il punto sollevato da ANIASA, l’associazione di Confindustria che rappresenta i servizi di mobilità, in una lettera inviata al Governo per chiedere il rinvio dell’entrata in vigore della norma e l’apertura di un tavolo istituzionale.

La questione riguarda le modifiche introdotte dal DL Fiscale in materia di IPT, un tributo che pesa direttamente sulle immatricolazioni e quindi sulle scelte operative delle società di noleggio. Secondo ANIASA, il nuovo impianto normativo introduce criteri di territorialità poco chiari, con il rischio di generare contenziosi tra operatori e amministrazioni locali. Il problema non è il pagamento dell’imposta, che le aziende continueranno a versare integralmente, ma l’individuazione dell’ente territoriale competente alla riscossione.

Al centro della critica c’è il riferimento alla “gestione ordinaria in via principale” dell’attività. Una formula che, applicata a un settore organizzato su scala nazionale, rischia di diventare difficilmente gestibile. Le società di noleggio operano infatti attraverso sedi amministrative, filiali, aeroporti, stazioni ferroviarie, reti territoriali e piattaforme logistiche distribuite in più aree del Paese. Stabilire quale provincia abbia diritto a incassare l’imposta può diventare complesso, soprattutto per flotte che circolano e vengono utilizzate in territori diversi da quelli di immatricolazione o gestione amministrativa.

Il nodo è industriale prima ancora che fiscale. Il noleggio a lungo termine e il rent-a-car sono oggi una parte strutturale del mercato automotive italiano. Le flotte aziendali alimentano una quota rilevante delle immatricolazioni, sostengono il ricambio del parco veicoli e contribuiscono alla diffusione di auto più recenti, efficienti e tecnologicamente aggiornate. Qualsiasi aumento di incertezza regolatoria può rallentare decisioni di acquisto, piani di rinnovo e investimenti in veicoli elettrici, ibridi o a basse emissioni.

ANIASA segnala anche un possibile effetto amministrativo a catena. La norma, così come formulata, potrebbe alimentare controversie non solo tra imprese e amministrazioni, ma anche tra gli stessi enti territoriali. Il rischio è che più amministrazioni rivendichino competenza sullo stesso gettito, senza un meccanismo automatico di compensazione. In un settore basato su volumi elevati, tempi rapidi e gestione centralizzata delle flotte, anche un’incertezza procedurale può tradursi in costi, ritardi e maggiore esposizione legale.

Il tema tocca anche il rapporto tra fiscalità locale e mobilità reale. Secondo l’associazione, le nuove regole non risolverebbero il problema della concentrazione delle immatricolazioni in alcune aree del Paese, ma si limiterebbero a spostarlo da alcune province ad altre. Il risultato potrebbe essere una redistribuzione non necessariamente coerente con i territori nei quali i veicoli circolano davvero, utilizzano infrastrutture pubbliche e contribuiscono alla domanda di mobilità.

Per il mercato, il rischio è che la fiscalità diventi un ulteriore elemento di freno in una fase già complessa. Il settore automotive è alle prese con transizione energetica, calo della domanda privata, prezzi elevati, incertezza sugli incentivi e pressione sui margini. Le società di noleggio rappresentano per le case auto un canale fondamentale, perché consentono di pianificare volumi, introdurre nuovi modelli e accelerare la rotazione dei veicoli. Se il quadro fiscale diventa meno prevedibile, anche la strategia commerciale dei costruttori può risentirne.

Particolare attenzione viene richiamata sul noleggio a breve termine, comparto strettamente collegato al turismo. Ogni anno il rent-a-car genera circa 3,5 milioni di contratti legati a finalità turistiche, contribuendo agli spostamenti dei visitatori e alla raggiungibilità delle destinazioni. In un Paese come l’Italia, dove il turismo è una componente centrale dell’economia, eventuali complicazioni amministrative sul comparto possono avere effetti che vanno oltre l’automotive, toccando aeroporti, città d’arte, località costiere e territori meno serviti dal trasporto pubblico.

La richiesta di ANIASA al Governo è quindi duplice: rinviare l’entrata in vigore della disciplina e avviare un confronto istituzionale per individuare un sistema più stabile. L’associazione sostiene da oltre dieci anni una soluzione alternativa: la centralizzazione della riscossione dei tributi dovuti dalle società di noleggio, con successiva redistribuzione tra Regioni e Province sulla base di criteri oggettivi. Un modello che, secondo ANIASA, avrebbe il vantaggio di ridurre il contenzioso e garantire maggiore equilibrio tra territori.

Il confronto con altri Paesi europei è uno degli argomenti richiamati dall’associazione. In Francia e Germania esistono sistemi di compensazione interterritoriale pensati per evitare distorsioni e conflitti tra amministrazioni locali. Per l’Italia, l’adozione di un meccanismo simile potrebbe rappresentare una soluzione più coerente con l’evoluzione del mercato della mobilità, sempre meno legato a confini amministrativi rigidi e sempre più organizzato attraverso piattaforme nazionali.

La partita, dunque, non riguarda soltanto l’IPT. Riguarda la capacità del Paese di costruire regole compatibili con un settore che sta cambiando rapidamente. La mobilità a noleggio è ormai parte della filiera automotive, del turismo, della mobilità aziendale e della transizione ecologica. Per questo, secondo ANIASA, una norma percepita come incerta rischia di produrre l’effetto opposto rispetto alla semplificazione: più burocrazia, più contenziosi e minore capacità di investimento.

Scheda

Tema: nuove norme su IPT per il settore noleggio veicoli
Associazione: ANIASA, aderente a Confindustria
Destinatari della lettera: Presidenza del Consiglio e ministeri competenti
Norma contestata: modifiche del DL Fiscale sull’Imposta Provinciale di Trascrizione
Criticità principale: incertezza sul criterio della “gestione ordinaria in via principale”
Rischi indicati: burocrazia, contenziosi, incertezza amministrativa fino a cinque anni
Settori coinvolti: noleggio a lungo termine, rent-a-car, turismo, flotte aziendali
Dato chiave: circa 3,5 milioni di contratti rent-a-car turistici ogni anno
Richiesta: rinvio dell’entrata in vigore e tavolo istituzionale
Proposta ANIASA: riscossione centralizzata e redistribuzione tra enti territoriali

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Epstein su un una cosa non mentiva, le testimonianze di 40 detenuti ribaltano il quadro. Gli abusi al ranch Zorro

17 Giugno 2026 ore 06:07

Sebbene un gran numero di persone pensi che Jeffrey Epstein non si sia suicidato, è certo che il miliardario accusato di pedofilia era, poche settimane prima di morire, molto depresso, tanto da manifestare “l’intenzione” di togliersi la vita. Lo stato emotivo di Epstein affiora da un’inchiesta approfondita del New York Times, secondo cui emerge “un chiaro atteggiamento verso il suicidio, con l’obiettivo di ‘dire addio’ a modo suo”. I suoi ultimi scritti, spiega il quotidiano statunitense, rivelavano “un deterioramento dello stato mentale“, che strideva con l’ottimista che gli psicologi del carcere si trovavano davanti.

E in un pezzo di carta alludeva alla sua intenzione di togliersi la vita. Il New York Times ha intervistato molte persone che hanno interagito con Epstein durante il suo arresto e la sua detenzione o che hanno partecipato alle indagini sulla sua morte. Sono stati intervistati anche più di 40 detenuti, dipendenti del carcere, avvocati, funzionari federali e agenti delle forze dell’ordine.

La procura del New Mexico ha ordinato a JPMorgan Chase, Google e ad altre venti società, di blindare la documentazione relativa a Jeffrey Epstein e ad alcuni suoi collaboratori. Lo rivela il Wall Street Journal sottolineando che si tratta di un segnale dell’ampliamento dell’indagine penale incentrata sull’ex proprietà del pedofilo, il ranch Zorro. La procura ha imposto alle aziende di conservare i documenti mentre il dipartimento di Giustizia statale procede con le richieste formali di acquisizione prove a seguito della riapertura dell’inchiesta avvenuta all’inizio di quest’anno. Almeno dieci tra donne e ragazze hanno dichiarato di essere state adescate o abusate nel ranch.

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Chi era il cardinale Camillo Ruini, il 95enne storico presidente della Cei e “i valori non negoziabili”

17 Giugno 2026 ore 05:48

Nella tarda serata di ieri è morto il cardinale Camillo Ruini, storico Presidente della Cei. Aveva 95 anni. Ne ha dato conferma all’AGI il portavoce della diocesi di Roma, padre Giulio Albanese. Camillo Ruini è stato una delle figure più influenti della Chiesa cattolica italiana tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Teologo di formazione e pastore di lungo corso, ha occupato un ruolo centrale nel periodo dello straordinario pontificato di San Giovanni Paolo II, contribuendo in modo decisivo a ridefinire la presenza pubblica dei cattolici nella società italiana. Camillo Ruini nasce a Sassuolo (provincia di Modena) nel 1931. Dopo gli studi nel seminario diocesano, prosegue la formazione teologica a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove si laurea in filosofia e teologia. Viene ordinato sacerdote nel 1954 e inizia un intenso percorso accademico e pastorale, che lo porta all’insegnamento di filosofia e teologia nei seminari. Negli anni della maturità ecclesiale entra nel corpo episcopale e viene nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983. Successivamente assume incarichi di crescente rilievo fino alla nomina nel 1986 a segretario della Conferenza Episcopale Italiana di cui assumerà la presidenza nel 1991, incarico che ricoprirà per oltre un decennio, diventando anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma.

La sua affermazione all’interno dell’episcopato avviene già negli anni della maturità pastorale, quando si distingue come giovane vescovo ausiliare a Reggio Emilia. In quella fase emerge per capacità organizzativa e visione ecclesiale, tanto da essere coinvolto nella preparazione del Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Quel passaggio viene spesso ricordato come un momento chiave per il rilancio del protagonismo dei cattolici italiani nel mondo sociale e culturale, in sintonia con l’indirizzo pastorale di Giovanni Paolo II. Negli anni successivi Ruini diventa presidente della Conferenza Episcopale Italiana, assumendo un ruolo che va oltre la dimensione strettamente ecclesiastica. La sua leadership si caratterizza per una forte attenzione alla presenza pubblica della Chiesa, soprattutto sui temi etici e antropologici. In questo contesto elabora e promuove con forza l’idea dei cosiddetti “valori non negoziabili”, riferiti in particolare alla difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa. Parallelamente, il suo rapporto con la politica italiana si sviluppa in modo complesso. Pur non identificandosi con la tradizione della Democrazia Cristiana, che riteneva ormai conclusa nella sua funzione storica, Ruini sostiene la necessità di una presenza culturale dei cattolici nella vita pubblica, autonoma e non coincidente con un unico partito.

Tuttavia, il suo nome è rimasto spesso associato a una stagione precisa della Chiesa italiana, tanto da essere talvolta richiamato — anche in modo semplificato o riduttivo — come riferimento di posizioni conservatrici. Una lettura che non sempre coglie la complessità del suo percorso, segnato anche da capacità di mediazione e da una forte intelligenza istituzionale. Nel complesso, la parabola di Ruini rappresenta una fase decisiva della storia recente della Chiesa in Italia: un periodo in cui il cattolicesimo ha cercato nuove forme di presenza pubblica dopo la fine dell’unità politica della Democrazia Cristiana e dentro un sistema politico profondamente mutato.

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«Erratico»: il candidato del partito della Le Pen contro Trump

di: admin
17 Giugno 2026 ore 06:29

Jordan Bardella, leader del principale partito di opposizione francese, il Rassemblement National (RN), ha escluso la possibilità di chiedere l’appoggio del presidente statunitense Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2027, definendolo imprevedibile e sempre più difficile da decifrare.

 

Il trentenne euroscettico e anti-immigrazione è ampiamente considerato il  favorito per sostituire Marine Le Pen qualora quest’ultima venisse esclusa dalla corsa elettorale. La leader di lunga data del partito RN è stata condannata lo scorso anno per appropriazione indebita di fondi europei e interdetta dalle cariche pubbliche per cinque anni. Lei nega ogni addebito e la corte dovrebbe pronunciarsi sul suo ricorso a luglio.

 

In un’intervista a Politico pubblicata lunedì, il Bardella ha descritto il comportamento di Trump come «non solo erratico, ma anche estremamente instabile e in continuo cambiamento» («erratique, mouvant et changeant»). Alla domanda su come vedesse il presidente degli Stati Uniti, Bardella lo ha definito incoerente, scherzando: «C’è il suo atteggiamento del lunedì, l’atteggiamento del martedì, l’atteggiamento del mercoledì».

 

«Donald Trump n’est pas mon modèle» ha dichiarato il vertice del partido della destra francese. «Trump non è un modello»

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Il Bardella ha respinto qualsiasi ipotesi di voler cercare l’appoggio di Trump, nonostante quest’ultimo abbia in passato sostenuto politici affini all’estero, tra cui il polacco Karol Nawrocki e l’ungherese Viktor Orban.

 

«L’unico sostegno che io e Marine Le Pen cerchiamo è quello del popolo francese e degli elettori francesi», ha affermato, aggiungendo di non aver bisogno di «alcun appoggio esterno» e di non avere alcuna intenzione di aprire la porta a «qualsiasi forma di interferenza straniera».

 

Queste dichiarazioni segnano un cambiamento rispetto alle precedenti lodi di Bardella nei confronti di Trump, che ammirava pubblicamente per la sua energia e il suo successo politico. Secondo il politico francese, il secondo mandato di Trump si è discostato nettamente dal primo, non dando più priorità agli interessi interni, ma essendo invece plasmato da una visione degli Stati Uniti come «un impero con un’influenza dominante sull’emisfero occidentale».

 

Ciò rende Trump «più pericoloso» e crea incertezza in tutta Europa, che non può più fare affidamento su Washington senza riserve. Bardella ha fatto riferimento alle minacce tariffarie di Trump, che hanno portato all’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE dello scorso anno, un accordo che ha descritto come «vassallaggio economico, finanziario e industriale».

 

Le relazioni tra Washington e i suoi alleati europei sono tese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel 2025, con ricorrenti dispute su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e Ucraina. Trump ha ripetutamente accusato i membri europei della NATO di approfittarsi delle garanzie di sicurezza statunitensi, minacciando al contempo nuove tariffe sul blocco. Lunedì, ha dichiarato al New York Post che avrebbe imposto dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la sua tassa sui servizi digitali, che colpisce i ricavi generati dai giganti tecnologici statunitensi.

 

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2026 di Trump, che descrive l’UE come strategicamente inaffidabile, ha ulteriormente ampliato la frattura, così come la sua spinta ad acquisire la Groenlandia dalla Danimarca. La guerra israelo-americana contro l’Iran ha acuito le tensioni dopo che Washington ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e ha minacciato ulteriori tagli in Spagna e Italia a seguito delle critiche al conflitto.

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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Mondiali 2026, le partite di oggi: c’è Inghilterra-Croazia. In campo anche il Portogallo e l’Uzbekistan di Cannavaro | Orari e dove vederle in tv

17 Giugno 2026 ore 06:20

La prima tornata di partite dei Mondiali 2026 volge al termine: oggi scendono in campo anche il gruppo K e il gruppo L, per completare il quadro dei match d’esordio. La sfida di cartello è indubbiamente quella tra Inghilterra e Croazia. La sfida tra due big europee, in programma nella serata italiana e visibile anche in chiaro sulla Rai, svelerà la compattezza e gli equilibri della squadra di Tuchel, una delle candidate alla vittoria finale. Ma dirà anche come sta la Croazia dei “vecchietti”, da Modric a Perisic, che quattro anni fa conquistò il terzo posto in Qatar.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
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Prima però tocca a un’altra europea candidata a fare strada: il Portogallo di Cristiano Ronaldo e di Vitinha, ad oggi forse il miglior centrocampista al mondo. L’esordio è di quelli soft, contro la Repubblica Democratica del Congo. Nello stesso girone ci sono anche l’Uzbekistan di Cannavaro e la Colombia, che si affrontano a Città del Messico nella notte italiana.

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Prima invece scenderanno in campo Ghana e Panama, inserite nel girone con Inghilterra e Croazia. Gli africani sono i favoriti contro la Nazionale del centroamerica, che sembra destinata a recitare il ruolo di comparsa. Anche se questo Mondiale sta insegnando che le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 17 e 18 giugno

Portogallo-DR Congo (girone K)
Orario: 19:00
Houston: NRG Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Inghilterra-Croazia (girone L)
Orario: 22:00
Dallas: AT&T Stadium, Arlington
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Ghana-Panama (girone L)
Orario: 01:00 (notte tra il 17 e il 18 giugno)
Toronto: BMO Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Uzbekistan-Colombia (girone K)
Orario: 04:00
Città del Messico: Estadio Banorte
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 17 e 18 giugno, la sfida tra Inghilterra-Croazia di mercoledì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. Gli altri match invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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Iraq-Norvegia 1-4, la sintesi della partita

17 Giugno 2026 ore 05:50
La Norvegia travolge l'Iraq per 4-1 nel segno di Erling Haaland: al suo esordio assoluto in un Mondiale, l'attaccante timbra subito una doppietta letale, intervallata dal momentaneo pareggio di Hussein

© RaiNews

Mondiali 2026, Messi ne fa tre e l’Argentina vola. Doppietta Haaland nel poker della Norvegia

17 Giugno 2026 ore 05:30

L’Argentina ha battuto 3-0 l’Algeria ai Mondiali. Protagonista indiscusso della partita è stato Lionel Messi con una tripletta che ha eguagliato il record di gol in Coppa del Mondo finora appartenuto esclusivamente a Miroslav Klose. La Norvegia ha battuto l’Iraq 4-1 ai Mondiali, nella partita del gruppo 1. Protagonista della partita è stato Erling Haaland, che ha realizzato una doppietta decisiva nel primo tempo, annullando il pareggio realizzato da Hussein. Nel secondo tempo sono arrivati una rete di Leo Ostigard e un autogol di Hussein a sigillare la partita in favore della Norvegia.

L’attaccante iraniano Mehdi Torabi ha ottenuto un visto per gli Stati Uniti che gli permetterà di giocare ai Mondiali. Torabi, in panchina nella partita d’esordio finita con un pareggio contro la Nuova Zelanda, aveva ottenuto un solo permesso d’ingresso negli Usa. “Grazie agli sforzi della Federazione calcistica e del coordinamento con la Fifa, è stato rilasciato oggi un nuovo visto per ingressi multipli”, ha dichiarato un dirigente della squadra.

Torabi “non avrà problemi a restare con la nazionale iraniana nelle prossime partite e potrà viaggiare con la squadra”. L’ultima partita del girone dell’Iran sarà contro l’Egitto a Seattle il 26 giugno. La concessione dei visti ai giocatori iraniani ha risentito della guerra tra Stati Uniti e Iran. La squadra di Teheran fa base a Tijuana, in Messico. Le autorità statunitensi hanno negato completamente i visti a oltre una dozzina di membri dello staff, impedendo loro di raggiungere i campi di calcio.

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La pasticceria tra realtà e social media

17 Giugno 2026 ore 04:45

Essere pasticcieri diventa sempre più difficile. Al di là di tutte le problematiche legate al rincaro economico, la vera difficoltà sta nella trasmissione di un messaggio e di un’ideologia. Basta pensare al pane: da sempre considerato un prodotto semplice e povero. Eppure, negli anni è stato fatto un grande lavoro per far capire – almeno alle giovani generazioni – quanto valesse una pagnotta, la farina e la sua filiera. Non si può dire lo stesso della pasticceria. Esistono ancora persone che svalutano la natura di quest’arte, pensando che il dolce sia l’unico gusto da percepire e che i colori siano un mantra da seguire.

«Dobbiamo essere capaci di comunicare al cliente perché i nostri prodotti costano di più rispetto ad altri, per avere un cambiamento di mentalità e di cultura» afferma Veronica Vinci, proprietaria e pasticciera di Remercier, laboratorio ad Agrate Brianza (MB).

Il tema del tavolo tredici dell’hackathon era “Le dimensioni contano?”. Ci si chiedeva se cambiamenti culturali, economici e degli stili di vita portassero la pasticceria a ripensare alle dimensioni dei lievitati o dei prodotti da banco.

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

Nel tempo, le dimensioni si sono ridotte. Non per shrinkflation (riduzione della quantità a favore di un prezzo invariato o maggiore) ma per un cambiamento delle texture dei prodotti. L’evoluzione dei gusti e dell’attenzione all’alimentazione hanno portato a prodotti più areati, meno zuccherati e con creme più leggere. Anche negli hotel la viennoiserie cambia formato: porzioni più piccole permettono di servire più prodotti nello stesso piatto, trasformando la colazione in un’esperienza più varia e condivisibile.

«L’ottimismo su questo fronte è poter pensare di proporre prodotti condivisibili, quando il mercato si muove nel verso opposto, diventando sempre più individualista» è così che Marta Giorgetti, head chef di Chocolate Academy Milano, spiega quando le dimensioni contano davvero. Non solo per stili alimentari più attenti e responsabili ma anche per una società che cambia volto.

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

Il tema della condivisione è centrale in pasticceria, in termini di spazi a disposizione, forme dei lievitati e comodità del consumo. Ogni tanto si sentono notizie come il pain au chocolat più grande del mondo, il tiramisù più lungo e si potrebbe continuare. Ma che fine fanno quei prodotti? Sono realmente fruibili dalla clientela, o sono esperimenti per attrarla? Al tavolo tredici tutti sono concordi nel dire che lievitati o monoporzioni grandi sono difficili da realizzare, influenzando la qualità finale. Ma tra le variabili di scelta di un cliente ne esiste una a cui si pensa poco: la forma.

Per quanto un prodotto piccolo sia più facile da condividere, non si può dire lo stesso di tutte le forme, ed è ormai possibile trovarle tutte: fiocco, cubo, New York roll, croffle, sfere. Si prenda come esempio il cubo: è scomodo da mangiare da soli, poiché spigoloso, ma è facile da tagliare e quindi da condividere. Qui si introduce un altro concetto che è quello degli spazi. Non tutte le realtà hanno tavoli o sedute a sufficienza per agevolare il consumo di alcuni prodotti.

Grandi dimensioni, forme diverse, ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è facile: i social media. Oggi fare pasticceria significa anche fare ricerche di mercato e capire quale prodotto invada le piattaforme digitali. «Vendere un cornetto a più di 2,50 euro significa essere eccessivi, ma forme come fiocchi, cubi o frutta realistica vengono venduti anche a 5 o 10 euro e non sono percepite come costose dalla clientela» dice Nicola Borra, professionista del settore bakery e pasticceria, attivo nell’ambito commerciale per Petra Molino Quaglia in Piemonte.

@Gaia Menchicchi

Così chi lavora in questo mondo si trova davanti a una domanda: difendere la propria identità o seguire la tendenza del momento? I professionisti sono convinti che l’identità sia davanti a ogni richiesta del cliente, ma allo stesso tempo c’è il fattore economico da tenere in considerazione. «I costi del personale, degli impianti e degli ingredienti alle volte ci spingono ad accontentarlo, anche se non vorremmo. Non per scelta ma per necessità» dichiara Mattia Premoli, proprietario e pasticciere de La Primula di Treviglio, in provincia di Bergamo. Continua dicendo «accontentare il cliente non significa realizzare un prodotto scadente, ma modellare la richiesta sulla disponibilità delle proprie risorse, per riuscire a vendere un messaggio più che un prodotto: quello di qualità e bontà».

@Gaia Menchicchi
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Nel mondo della pasticceria il cliente, forse, ha ancora troppa voce in capitolo. È anche questo uno dei motivi per cui non si riesce a far valere la professionalità e l’identità di quest’arte. A differenza delle gelaterie o delle bakery, vengono ancora fatte richieste come torte troppo personalizzate o con creme troppo colorate, che non coincidono con gli ideali che i veri artigiani vogliono comunicare.

Le dimensioni, quindi, contano? Solo dal punto di vista tecnico perché fanno parte di cambiamenti sociali, culturali ed economici. Ma ciò che conta di più è avere un’identità e lasciare un’eredità alle nuove generazioni e alla clientela.

«Dobbiamo capire come possiamo essere la soluzione per rendere migliore il nostro settore, e allo stesso tempo educare il cliente a dare valore a ciò che esiste oltre il prodotto finale» conclude così Marta Giorgetti, trovando consenso da parte di tutto il tavolo tredici.

@Gaia Menchicchi
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Dieci sconosciuti a tavola in laguna

17 Giugno 2026 ore 04:45

Open Table è il nuovo format gastronomico di Edipo Re con la cucina di Riccardo Canella. Ma dietro la tavolata per dieci persone c’è un progetto più ampio che prova a immaginare un altro modo di fare turismo, raccontando Venezia attraverso il cibo, le persone e gli ecosistemi lagunari.

Nel racconto contemporaneo di Venezia il rischio è sempre lo stesso: trasformare la città in una cartolina. È una deriva che riguarda anche la gastronomia, spesso ridotta a una sequenza di indirizzi da visitare e piatti da fotografare. Il progetto Edipo Re nasce invece da una domanda diversa: come si può raccontare la laguna senza consumarla?

La risposta prende forma attorno a un’imbarcazione che porta con sé una storia particolare. È la barca che ospitò Pier Paolo Pasolini e Maria Callas durante le riprese del film Edipo Re e che oggi naviga nella laguna veneziana come piattaforma culturale e sociale. Attorno a essa è stato costruito un sistema di itinerari che intreccia navigazione, gastronomia, sostenibilità ambientale e valorizzazione delle economie locali. 

Open Table rappresenta l’ultima evoluzione di questo percorso. Cinque serate, dieci ospiti alla volta e una destinazione che viene comunicata soltanto il giorno dell’evento. Il trasferimento avviene con il motoscafo Timeless verso un punto appartato della laguna dove l’Edipo Re attende gli ospiti. A guidare la cucina è Riccardo Canella, chef che dopo sette anni trascorsi come sous chef al Noma di Copenaghen ha scelto di sviluppare una ricerca profondamente legata agli ecosistemi veneziani.

La forza dell’iniziativa non sta però soltanto nel nome dello chef. Il formato della tavolata condivisa intercetta una delle trasformazioni più interessanti della ristorazione contemporanea. Dopo anni di ricerca dell’esclusività assoluta, cresce il desiderio di esperienze che mettano al centro la relazione. Open Table costruisce una comunità temporanea di dieci persone che condividono non soltanto il pasto ma anche il viaggio, il paesaggio e la scoperta.

Per comprendere il senso del progetto bisogna guardare anche agli altri itinerari sviluppati da Edipo Re. Residence Kitchen è forse il più rappresentativo. Gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a cuochi e ristoratori che hanno fatto della laguna il centro del proprio lavoro. Tra i protagonisti figurano Chiara Pavan di Venissa, Salvatore Sodano di Local, Donato Ascani del Glam, Matteo Panfilio dell’Aman, Alle Testiere, Antiche Carampane e persino Norbert Niederkofler. I menu cambiano in funzione del pescato e degli ortaggi provenienti dalle isole, trasformando la laguna in una dispensa vivente. 

Ancora più esplicita è Radici Experience, dedicata all’isola di Pellestrina. Qui il cibo diventa il mezzo per entrare in contatto con una comunità che ha conservato un forte legame con il mare e con i propri ritmi. Il pranzo preparato dal ristorante Da Celeste, l’incontro con i produttori di ostriche e cozze e la scoperta delle spiagge frequentate dagli abitanti costruiscono un racconto che parla di appartenenza prima ancora che di gastronomia. 

Anche Alimenta Experience segue la stessa logica. L’itinerario collega Sant’Erasmo e Mazzorbo, due delle anime agricole della laguna, attraverso degustazioni di pane, vini e prodotti del territorio. L’obiettivo non è mostrare una filiera, ma renderla tangibile. Gli ospiti incontrano chi coltiva, chi trasforma e chi custodisce varietà storiche come la Dorona, comprendendo come il paesaggio sia il risultato di una relazione continua tra attività umana e ambiente. 

In tutti questi percorsi emerge una visione precisa. Il cibo non è il protagonista assoluto ma uno strumento di lettura. La missione dichiarata del progetto parla di cura, reciprocità, conoscenza e recupero del rapporto tra uomo e natura. Parole che rischiano spesso di diventare slogan, ma che qui trovano una traduzione concreta nella scelta di lavorare con pescatori, produttori, agricoltori e ristoratori della laguna. 

Per questo Open Table è interessante anche al di fuori del contesto veneziano. Non propone semplicemente una cena in un luogo suggestivo. Propone un’idea diversa di ospitalità, in cui la gastronomia smette di essere un’attrazione e torna a essere un linguaggio capace di raccontare un territorio. In una fase in cui molte destinazioni cercano un equilibrio tra turismo e identità locale, non è un dettaglio da poco.

Open Table arriva in un momento in cui la ristorazione di qualità sta riflettendo sul proprio ruolo sociale. Lo stesso Canella, in un’intervista del 2023, sosteneva che il futuro dell’alta cucina passa dalla capacità di creare un legame culturale e sociale con il territorio e con le persone che lo abitano. 

La formula della tavolata condivisa sembra andare esattamente in questa direzione. Il numero limitato di partecipanti non serve tanto a creare esclusività quanto a favorire la conversazione. La destinazione segreta sposta l’attenzione dall’evento al percorso. La laguna smette di essere semplice panorama e diventa parte integrante dell’esperienza. Ma Open Table si inserisce all’interno di un progetto più articolato che da anni prova a raccontare la laguna attraverso il cibo. Le esperienze di Edipo Re non sono costruite attorno al concetto di ristorante galleggiante, ma a quello di itinerario culturale. La gastronomia diventa uno dei linguaggi attraverso cui leggere il territorio, insieme alla navigazione, all’incontro con le comunità locali e alla scoperta delle attività che ancora oggi definiscono l’identità delle isole veneziane. In questa prospettiva, la tavola condivisa rappresenta una sintesi efficace della filosofia del progetto: creare occasioni di conoscenza attraverso l’esperienza diretta del paesaggio lagunare. La stessa logica emerge nelle altre proposte gastronomiche della piattaforma. Con Residence Kitchen, per esempio, gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a uno degli chef coinvolti nel progetto, seguendo percorsi che cambiano in base alla stagione, al pescato e agli orti delle isole. Tra i cuochi che hanno partecipato figurano oltre a Riccardo Canella, Donato Ascani, Salvatore Sodano e i ristoranti Antiche Carampane e Alle Testiere. Altre esperienze, come Radici Experience o Alimenta Experience, affiancano al racconto gastronomico temi legati alla sostenibilità, alla memoria dei luoghi e alle produzioni agricole della laguna. In tutti i casi il cibo non è il punto di arrivo, ma il mezzo attraverso cui entrare in relazione con un ecosistema fragile e complesso. 

Il fenomeno non riguarda soltanto Venezia. In molte città stanno nascendo format che recuperano la dimensione comunitaria del mangiare insieme come risposta alla crescente individualizzazione dei consumi e alla trasformazione del ristorante in luogo di esperienza oltre che di servizio. La tavola condivisa torna così a essere uno strumento di conoscenza reciproca, quasi una versione contemporanea delle antiche tavolate collettive.

Open Table interpreta questa tendenza attraverso uno dei paesaggi più iconici d’Italia. Non promette spettacoli, effetti speciali o lusso ostentato e propone al contrario qualcosa di più raro: il tempo necessario per osservare un territorio, ascoltare chi lo racconta e condividerlo con altre persone. In un settore spesso concentrato sul piatto, è un promemoria utile: perché, a volte, il valore di una cena nasce tanto da ciò che si mangia quanto da chi siede accanto a noi.

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Due sorelle e un ristorante immerso nel paesaggio del Collio Goriziano

17 Giugno 2026 ore 04:45

Se i confini vengono comunemente intesi come barriere rigide, quasi definitive, le frontiere portano con sé l’idea del loro superamento, dell’incontro tra culture. E mentre il fiume Judrio traccia il confine tra i Colli Orientali del Friuli e il Collio Goriziano, L’Argine a Vencò – a pochi metri da quel torrente – è un luogo di frontiera in cui la contaminazione ha generato un’identità complessa ma ben precisa.

Il sodalizio professionale tra la chef Antonia Klugmann e sua sorella Vittoria – restaurant manager – nasce probabilmente durante il liceo, quando la prima cucinava per la seconda costringendola a riprendere i suoi esperimenti ai fornelli. E nel 2014 questa alleanza si è evoluta in un progetto solido: un’azienda che paga regolarmente dipendenti e fornitori, e può anche permettersi di fare delle scelte etiche con la consapevolezza che contraddistingue le due proprietarie.

Antonia Klugmann, foto di Gaia Menchicchi

Sempre fedele a sé stesso, il ristorante è cresciuto con un ritmo che si potrebbe definire naturale, nel senso letterale del termine. Questo percorso estremamente coerente è figlio di due sorelle che hanno imparato a gestire la presunzione della conoscenza reciproca, tipica delle intese più intime, dimostrando un’intelligenza emotiva capace di contenere l’escalation di emozioni che scaturisce dall’interpretazione connaturata dello sguardo altrui.

Vittoria Klugmann, foto di Gaia Menchicchi

L’abilità di gestire una relazione personale così intensa, per di più in un contesto stressante come quello della ristorazione, deriva dalla reciproca stima professionale. «Vittoria ha studiato economia aziendale, e dopo una carriera decennale in una compagnia di assicurazioni ha scelto di affiancarmi a tempo pieno, sollevandomi da preoccupazioni importanti e occupandosi dei conti fin da subito. Io non mi fido di lei perché le voglio bene, ma perché è una persona competente».

«Io sono quella che mette a terra le idee, ma non ho la capacità creativa di Antonia. Ho studiato musica a lungo e ho avuto la possibilità di avere vicino persone talentuose: questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia prezioso che qualcuno possieda questo talento. Saper eseguire un pezzo al pianoforte in modo scolastico, o interpretarlo, è una questione di sfumature. Ma il solo fatto di saperle riconoscere ti colloca in prospettiva rispetto a tutto, e oggi mi pone in prospettiva rispetto al lavoro di Antonia. Io non riuscirei mai a fare quello che fa lei in cucina, ma riconosco quanto quello che lei fa sia speciale».

Foto di Gaia Menchicchi

Allo stesso modo, Antonia riconosce la determinazione di Vittoria nel portare a termine tutto ciò che identifica come necessario, anche se non è frutto di una vocazione. E questa condizione apparentemente sfavorevole l’ha portata a vivere tante vite, con la passione viscerale di chi viaggia senza una meta e proprio grazie a questo sa trovare del fascino in tutte le cose. Un viaggio che oggi continua in quello che ha scelto come suo posto nel mondo, accanto alla sorella.

L’una è la soluzione dell’altra. Antonia entra nel panico quando si rompe un elettrodomestico in casa o bisogna andare in banca a chiedere un mutuo, ma bilancia l’idiosincrasia per le faccende pratiche con quel senso dell’imponderabile che caratterizza l’imprenditore visionario. Vittoria non ha la stessa capacità di saltare nel vuoto senza la certezza di un paracadute, ma gestisce le incombenze quotidiane – burocrazia inclusa – con estrema naturalezza ed efficienza. Ed è così che nel 2018 riesce a ottenere un prestito per allargare il ristorante, presentando un business plan in cui sua sorella l’ha convinta a credere.

Foto di Gaia Menchicchi

Tanto diverse per indole e attitudini, sono accomunate più di ogni altra cosa dalla voglia di mettersi costantemente in discussione, cercando ogni giorno di essere migliori del precedente, anche come stimolo a tutta la squadra. Non fanno fatica ad ammettere – con la stessa complicità – quella spiccata predisposizione all’autocritica che talvolta le porta a minimizzare i successi ottenuti. Ma senza minare la gioia con cui accolgono le fatiche quotidiane di chi ha scelto di lavorare nella ristorazione.

Queste consapevolezze sono il motore di una profonda gratitudine: quella che nasce dalla fortuna di amare il proprio lavoro, ma anche di essere nate nella parte privilegiata del mondo, dove è possibile restare informate, connesse e vivere pienamente l’oggi senza dover rinunciare ad avere un ristorante in un luogo sperduto, proprio quello in cui hanno scelto di stare.

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Il partito unico del campo stretto lascia Renzi fuori dalla porta

17 Giugno 2026 ore 04:45

Una foto molto politica: il campo è questo qui. Più stretto che largo. Ieri il politburo del partito unico Pd-M5s-Avs ha fissato le prime riunioni sul programma del cosiddetto campo largo. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno postato una foto dei tre maschi in maniche di camicia e cravatta blu e lei come sempre sorridente al ristorante Costanza hostaria, pieno centro di Roma. Hanno parlato tra di loro convenendo che è ora di cominciare a lavorare: «Segnatevi due date: 8 e 15 luglio».

A un certo punto, bontà loro, si confronteranno con Matteo Renzi, i socialisti e PiùEuropa (cioè Riccardo Magi). Non potevano riunirsi subito tutti insieme? «Ma è normale che ci siamo visti noi quattro che lavoriamo da anni insieme – ci ha spiegato Fratoianni – siamo un po’ il cuore dell’alleanza, poi vedremo come includere tutti». Evidentemente si è voluto subito mettere agli atti chi conta davvero e chi conta meno, cioè Renzi (con tutto il rispetto per il socialista Enzo Maraio e Magi, che non sembrano esattamente due che hanno in animo di creare problemi al partito unico)

Si parte dunque. Ma si parte con uno sgarbo, il che non pare in sintonia con la testardaggine unitaria della leader del Partito democratico. L’esclusione di Renzi dal summit all’osteria di Pd-M5s-Avs non sarà un dramma anche se da Italia Viva si sente un poco rassicurante «tanto senza di noi non vincono». A sera Renzi posta: «Per tutto il pomeriggio i giornalisti ci hanno chiamato chiedendo se siamo arrabbiati perchè non siamo nella foto di Schlein, Bonelli, Conte, Fratoianni. E perchè dovremmo essere arrabbiati? Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare. Non abbiamo le stesse idee dei protagonisti di questa foto su molti temi: dal garantismo alla crescita economica, dall’energia all’Europa. Loro vogliono costituire un nucleo di sinistra-sinistra stretto nella coalizione e hanno tutto il diritto di farlo. Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo Meloni-Salvini-Vannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica».

Se il buongiorno si vede dal mattino, sembra lampante che la coppia Schlein-Conte più gli altri due rossoverdi considerano il campo largo a due cerchi: la sinistra più un soprammobile riformista. E forse si vuole già innervosire Renzi, metterlo ai margini, depurando l’alleanza progressista da ogni scoria programmatica che possa contraddire l’impostazione di sinistra e populista del campo.

Non è stata quindi soltanto una riunione organizzativa ma anche una scelta politica. Il messaggio che parte dal vertice dei quattro leader è chiaro: il progetto alternativo alla destra esiste già e ha già individuato il proprio baricentro. Un baricentro di sinistra. Resta da capire se gli alleati che saranno chiamati successivamente al tavolo accetteranno di orbitare attorno a quel baricentro oppure riusciranno a contribuire davvero alla definizione della rotta.

Quello che si può aggiungere è che il partito unico Pd-M5s-Avs si è improvvisamente svegliato dopo i vari movimenti di questi giorni al centro culminati con l’iniziativa degli Europeisti con Pina Picierno e Carlo Calenda di due giorni fa a Milano. In quella sede infatti si è capito che è possibile coagulare un insieme di forze di centro europeiste, riformiste e liberali per dar vita a una lista più larga di Azione che potrebbe sottrarre consensi al centrosinistra, quello originario, quando non era ancora diventato la federazione Pd-M5s-Avs, il cuore, come dice Fratoianni, dell’alleanza progressista.

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Come si scrive una Strategia di sicurezza nazionale

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) firmato da Giorgia Meloni lo scorso 22 aprile ha colmato un vuoto formale che durava da decenni: il governo italiano si impegna per la prima volta ad adottare una strategia di sicurezza nazionale con cadenza almeno triennale. Ma un decreto che istituisce un obbligo non è ancora la strategia. Palazzo Chigi dovrà ora scrivere il documento. Vale la pena guardare a cosa hanno fatto gli altri partner del G7, considerato che l’Italia è oggi l’unico membro del club a non avere un documento strategico. Gli altri sono molto diversi tra loro per forma, lunghezza, ambizione e, soprattutto, per il grado in cui riflettono una vera elaborazione strategica anziché una narrazione governativa.

Il modello britannico
La National Security Strategy 2025 del Regno Unito, pubblicata un anno fa dal governo Starmer con il titolo “Security for the British People in a Dangerous World”, è il documento più articolato del gruppo e offre la migliore architettura di riferimento. Parte da un presupposto metodologico preciso: la strategia non gestisce rischi, ma definisce una postura. Il documento identifica tre componenti distinte e interdipendenti – sicurezza interna, proiezione esterna e capacità sovrane e asimmetriche – e le sviluppa in modo organico. L’impegno più significativo è l’annuncio – nelle ultime settimane al centro della contesa politica – di portare la spesa per la sicurezza nazionale al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, cifra che ingloba difesa, intelligence, resilienza e sicurezza interna. L’elemento più rilevante per chi scrive un documento del genere per la prima volta è che il documento strategico britannico non si limita a elencare minacce: le gerarchizza, le attribuisce e ne trae implicazioni operative concrete. La Russia è identificata come la minaccia più acuta e immediata, la Cina come la sfida strutturale di lungo periodo. Il documento parla esplicitamente di «era di incertezza radicale» e prescrive un cambio culturale nel governo, verso una maggiore propensione al rischio calcolato e alla difesa degli interessi nazionali.

La lezione francese
La Revue nationale stratégique 2025, aggiornamento di quella del 2022, è firmata dal Secretariat-General for National Defence and Security, il segretario generale che nell’ufficio del primo ministro francese funge, tra l’altro, da struttura di coordinamento interministeriale permanente: l’equivalente di ciò che in Italia ancora non esiste. La premessa del presidente Emmanuel Macron è brutale nella sua chiarezza: «Siamo a un punto di svolta. Le tendenze degli ultimi anni si sono accelerate in modo drammatico». Il documento identifica undici obiettivi strategici, dalla deterrenza nucleare alla resilienza informatica, dall’autonomia europea alla capacità di proiezione militare. L’elemento che distingue il modello francese è la coerenza tra il documento strategico e le strutture che lo attuano: il segretario generale esiste, il Consiglio di difesa e sicurezza nazionale esiste, la pianificazione militare pluriennale è agganciata agli obiettivi della strategia. In assenza di strutture equivalenti, un documento italiano rischierebbe di restare un testo programmatico senza architettura di attuazione.

Il caso tedesco
La Nationale Sicherheitsstrategie tedesca del 2023 è stata il primo documento del genere nella storia della Repubblica federale, adottato in un Paese che per decenni aveva evitato per ragioni storiche di articolare una visione strategica autonoma. Berlino ha scelto un approccio «sicurezza integrata» (Integrierte Sicherheit), che aggrega difesa, diplomazia, sviluppo, resilienza economica e sicurezza interna in un’unica cornice. Il documento è stato criticato per essere eccessivamente lungo e per aver tentato di accontentare troppi attori interni. Resta però significativo come primo esercizio: la Germania ha dovuto costruire non solo il documento ma anche il consenso politico attorno al fatto che un Paese come il suo potesse scriverlo. Questa non è una questione irrilevante per l’Italia.

Il modello giapponese
Il documento strategico giapponese del 2022 è la versione aggiornata dell’originale del 2013 e rappresenta il caso più radicale di svolta strategica all’interno del G7. Il Giappone ha abbandonato esplicitamente la politica di difesa esclusivamente passiva che aveva caratterizzato il dopoguerra, introducendo la capacità di contrattacco come elemento della deterrenza. Il documento è scritto con una chiarezza insolita nel genere: identifica Cina, Corea del Nord e Russia come le tre minacce principali, in quest’ordine, e traduce ciascuna in implicazioni per la pianificazione militare e diplomatica. Per Tokyo, la strategia di sicurezza nazionale non è un documento di indirizzo politico ma un documento operativo da cui discendono direttamente i piani di acquisizione delle forze armate e le priorità di bilancio.

Gli Stati Uniti di Trump
Il documento pubblicato dall’amministrazione Trump a novembre è un caso a parte e va trattato come tale. È formalmente il più distante dal genere strategico: più che una valutazione delle minacce e una pianificazione delle risposte, è una dichiarazione di principi ideologici presentata come correzione di rotta rispetto alle amministrazioni precedenti. L’introduzione dedica ampio spazio a criticare le strategie dei predecessori, definite «liste della spesa di desideri». Il documento enuncia principi come «America First», «pace attraverso la forza» e «predisposizione al non-interventismo». Sul piano geografico affronta gli stessi dossier dei documenti precedenti – emisfero occidentale, Asia, Europa, Medio Oriente – ma con un tono più transazionale e con un’esplicita diffidenza verso le organizzazioni multilaterali. La differenza strutturale rispetto alle versioni pubblicate sotto le amministrazioni Obama, Trump primo mandato e Biden è la sostituzione dell’analisi con la proclamazione. Chi scrive una strategia italiana dovrebbe prendere nota di questa deriva come esempio da non seguire: un documento strategico che non descrive il mondo ma lo giudica perde la sua funzione principale.

Il vuoto canadese
Il Canada è il caso che deve far riflettere di più, non perché sia un modello ma perché è un monito. Il suo unico documento di sicurezza nazionale risale al 2004. Nel frattempo Ottawa ha fatto affidamento su valutazioni di intelligence, dichiarazioni ministeriali e documenti di bilancio per comunicare le proprie priorità strategiche. Il risultato, come segnalato anche dalle commissioni parlamentari negli ultimi anni, è una sostanziale incapacità di articolare una postura coerente su dossier come la Cina, l’Artico, la difesa continentale con gli Stati Uniti.

Cosa insegnano le strategie degli alleati
Le strategie di sicurezza nazionale degli alleati dell’Italia offrono alcune lezioni comuni. «La più evidente è il progressivo superamento dell’approccio geografico e per silos in favore di una visione integrata della sicurezza», spiega Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund. Il concetto stesso di sicurezza nazionale, infatti, si è ampliato ben oltre il suo perimetro tradizionale, incorporando dimensioni economiche, tecnologiche, energetiche, informative e sociali che fino a pochi anni fa erano considerate separate dalle questioni di difesa. «Il tratto principale delle strategie di sicurezza nazionale contemporanee è proprio quello di adottare questo nuovo concetto di sicurezza», osserva Irdi. «Si assiste a uno spostamento dalla sola difesa verso la sicurezza in senso ampio, con una risposta alle sfide che deve essere non soltanto whole-of-government ma anche whole-of-society». In questo quadro, il settore privato assume un ruolo centrale. Imprese, operatori di infrastrutture critiche e grandi attori tecnologici sono oggi contemporaneamente parte della superficie d’attacco e della capacità di risposta dello Stato. Per questo una strategia di sicurezza nazionale efficace dovrebbe prevedere meccanismi strutturati di interazione e integrazione tra pubblico e privato, collocandoli al centro dell’architettura di sicurezza del Paese, secondo Irdi. Accanto all’allargamento del concetto di sicurezza, però, permane la necessità di confrontarsi con minacce tradizionali. «La minaccia convenzionale militare non è scomparsa», sottolinea l’esperto. «L’Italia ha spesso mostrato una certa riluttanza a prenderne atto, ma il contesto internazionale richiede anche un rafforzamento delle capacità militari e della deterrenza».

Cosa dovrebbe contenere il documento italiano
Secondo Irdi, una futura strategia italiana dovrebbe anzitutto definire con chiarezza le priorità nazionali, sia geografiche sia tematiche, e chiarire quale sia il ruolo che l’Italia intende svolgere nei diversi quadranti strategici. Una strategia di sicurezza nazionale, infatti, non è soltanto un documento tecnico: é uno strumento di comunicazione della visione politica e dell’identità strategica del Paese e dei suoi interessi fondamentali. Da questo punto di vista, uno degli insegnamenti più utili proviene dagli Stati Uniti. «Il merito principale della strategia americana è la capacità di indicare con chiarezza non soltanto le priorità, ma anche le non-priorità», osserva. «Una strategia per l’Italia deve essere sobria e coerente con le risorse disponibili, ma allo stesso tempo credibile». Infine, il documento dovrebbe dedicare un’attenzione specifica al fronte interno. Oltre alle minacce ibride e alle campagne di influenza ostile, la resilienza democratica rappresenta una componente essenziale della sicurezza nazionale. «Nel lungo periodo», conclude Irdi, «il deterioramento della qualità dell’opinione pubblica e del dibattito democratico può diventare una delle minacce più strutturali alla tenuta della democrazia italiana».

Il Dpcm di aprile indica che la strategia dovrà identificare gli interessi fondamentali dello Stato, definire le politiche di prevenzione e contrasto delle minacce e fissare le linee guida per la gestione delle crisi. Sono i tre pilastri presenti in tutti i documenti del G7. Ma la sequenza logica con cui costruirli è più impegnativa di quanto sembri. Il primo passo è un’analisi dell’ambiente strategico internazionale che sia analitica e non retorica: Russia, Cina, minacce ibride, sicurezza energetica, proliferazione nucleare, competizione tecnologica. Non basta elencarle: occorre attribuire loro un peso relativo e trarne implicazioni. Il secondo è l’identificazione degli interessi nazionali italiani in forma esplicita. Non è un esercizio banale per un Paese che storicamente ha preferito definirsi attraverso i vincoli delle alleanze piuttosto che attraverso una postura autonoma. Il terzo è la traduzione di quegli interessi in obiettivi, e degli obiettivi in strumenti: forze armate, intelligence, diplomazia, politica economica, resilienza. Il quarto, spesso trascurato, è la definizione delle priorità: non tutto può essere al primo posto.

Il documento britannico offre la migliore architettura. Quello francese la migliore coerenza tra testo e struttura istituzionale. Quello giapponese la migliore chiarezza nella gerarchia delle minacce. Quello tedesco il migliore esempio di come si costruisce il consenso attorno a un esercizio del genere. Quello americano il migliore esempio di cosa non fare. L’Italia ha ora l’obbligo formale. Deve ancora costruire la sostanza.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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La governance ambientale passa dallo spazio

17 Giugno 2026 ore 04:45

Lo spazio e la governance ambientale sono ormai profondamente legati, e questo rapporto è destinato a diventare sempre più stretto nei prossimi anni. I dati forniti dai satelliti per l’Osservazione della Terra sono infatti indispensabili per la gestione del territorio, l’implementazione delle politiche ambientali, il monitoraggio dello sfruttamento delle risorse naturali, tra gli altri. Una relazione che incrocia non solo i temi ambientali ma anche quelli legati alla sicurezza e all’economia, e che si sta evolvendo a una velocità senza precedenti.

La storia dell’uso dei satelliti
L’uso dei satelliti per monitorare la Terra affonda le sue radici negli anni ’70 e nel lancio del programma Landsat da parte degli Stati Uniti, ma sono stati i cambiamenti dell’ultimo decennio a trasformare radicalmente queste applicazioni: l’aumento considerevole dei dati a disposizione, la proliferazione di software e di intelligenze artificiali (IA), ma anche l’integrazione di questi sistemi in politiche nazionali e internazionali (in Europa, ma anche al di fuori) ne hanno massimizzato l’impatto.

Il cambiamento più rilevante è stato, forse, l’entrata in servizio delle Sentinelle dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) a fine 2016; la costellazione di otto satelliti, in continua espansione, fornisce, infatti, la più grande quantità di dati pubblici disponibile al momento, con una copertura di tutto il mondo ogni cinque o dieci giorni. A questi si aggiungono i dati pubblici forniti dal Landsat, dalle agenzie spaziali nazionali, come l’italiana ASI o la giapponese JAXA, e quelle dei provider privati, come Planet e Maxar, che, pur essendo a pagamento, sono sempre più economici.

Oltre all’hardware, è però cambiato anche il software: è aumentata negli ultimi anni la disponibilità e l’accuratezza di piattaforme che permettono l’integrazione e l’analisi dei dati satellitari, così da poter essere usati anche da utenti non specializzati. È il caso di strumenti come Forest Watcher, della organizzazione non governativa World Resource Institute (WRI), che monitora la deforestazione e lo stato di salute delle foreste a livello globale.

Queste piattaforme offrono anche modalità di analisi avanzate, come quella dell’Atlante della ONG Global Fishing Watch, che usa i dati satellitari di tipo radar per identificare i cosiddetti “dark vessels”, ossia le imbarcazioni con i sistemi di identificazione spenti. Google Earth Engine integra dati da molteplici fonti (sia quelli ad altissima risoluzione dei provider privati sia quelli gratuiti di ESA e Landsat ad alta e media risoluzione), e viene utilizzato per una molteplicità di usi, dalla pianificazione territoriale alla gestione delle risorse idriche.

Questi cambiamenti hanno iniziato a farsi spazio anche nelle politiche nazionali o internazionali: l’Unione europea ha iniziato a integrare l’utilizzo di Copernicus nella legislazione ambientale ormai in maniera consistente, dal lancio del Green Deal nel 2019, e leggi ambiziose – come il nuovo (anche se contestato) Regolamento contro la Deforestazione, l’EUDR – hanno visto la luce proprio grazie ai nuovi mezzi messi a disposizione dai satelliti. È un trend che, però, va oltre i confini dell’Europa, e tocca paesi come il Brasile, dove la produzione agricola è basata su un sistema di monitoraggio satellitare, o l’Indonesia, che utilizza l’Osservazione della Terra in molti dei suoi casi giudiziari a tema ambientale.

Questo successo è il risultato dello straordinario contributo dei satelliti alla gestione ambientale che, in varie forme, può essere più o meno avanzato, ma che è straordinario soprattutto se confrontato rispetto alle metodologie tradizionali. Si può riassumere in due punti: i satelliti non solo permettono di condurre le stesse attività del passato, con una riduzione dei costi e dei tempi, ma anche di ottenere risultati un tempo impossibili. Se metodologie ormai consolidate possono permettere di scansionare territori giganteschi e valutarne lo stato di salute o capirne la produttività agricola, strumenti sviluppati negli ultimi 4 o 5 anni permettono di individuare i furti d’acqua in aree dove le ispezioni sul campo risulterebbero impossibili.

I vantaggi sono però ancora più ampi: l’utilizzo dell’IA permette di automatizzare processi di analisi spesso lunghi o complessi, diminuendone radicalmente il tempo necessario e aumentando significativamente l’accuratezza del lavoro. Con l’IA, grazie a un adeguato addestramento, si possono riconoscere i pattern di discariche abusive sul territorio e segnalarne, ad esempio, la presenza alle autorità, oppure capire la quantità di pesticidi o fertilizzanti usati su un terreno per poter determinare se un agricoltore può ricevere sussidi a favore di una produzione sostenibile.

Le ispezioni satellitari non hanno inoltre bisogno di autorizzazioni preventive (il satellite in quasi tutti i casi non viola le regole della privacy) e permettono, quindi, di monitorare più attività insieme: l’agenzia ONU per i crimini e le droghe, UNODC, scansiona regolarmente l’Amazzonia colombiana per identificare, allo stesso tempo, miniere illegali, coltivazioni di cocaina e pratiche di deforestazione. Esiste anche un effetto preventivo delle misure satellitari: non solo alcuni strumenti permettono di evidenziare i primi indizi di pratiche illegali (costruzioni abusive, ad esempio) e di agire così tempestivamente, ma la consapevolezza del monitoraggio tende a ridurre il numero di reati ambientali.

Come i dati influenzano le politiche da adottare
L’interazione di dati satellitari con la governance ambientale produce risultati differenti a seconda del momento considerato – prima dell’emanazione delle politiche ambientali, o durante la loro implementazione e applicazione (in particolare in relazione all’enforcement ambientale). Il satellite permette, innanzitutto, una conoscenza approfondita di interi territori o catene del valore. Questo, a sua volta, influenza il tipo di politiche che uno o più Paesi potranno o vorranno adottare: un sistema di sussidi agricoli che ha dietro un robusto sistema di Osservazione della Terra potrà essere molto più dettagliato – e quindi efficace – perché conterà su un quadro informativo più preciso. La consapevolezza che la maggior parte delle terre rare provenienti dal Sud-est asiatico sono di origine illegale (ottenuta grazie anche ad analisi satellitari fatta da ONG come Global Witness) sta contribuendo alla volontà di diversificare, da parte di entità come l’UE, verso fonti meno rischiose. Allo stesso tempo, i satelliti forniscono dati cruciali per capire se determinate politiche stanno funzionando o meno: la valutazione dello stato di salute delle aree protette nell’ambito del programma europeo Natura2000 o l’analisi del reale impatto ambientale di progetti infrastrutturali, piccoli e grandi, sono alcuni dei numerosissimi esempi di applicazioni di questo tipo. Come già in parte possibile per il metano, il lancio di nuove missioni capaci di misurare anche le emissioni di CO2 rappresenterà una svolta fondamentale per il futuro dell’azione climatica. Tra tutti, gli ambiti della lotta ai crimini ambientali e dell’enforcement ambientale sono quelli che beneficiano di alcune delle applicazioni più avanzate e in rapido sviluppo.

I limiti e la necessità di un’integrazione sistematica
Nonostante un quadro così positivo, rimangono diversi limiti. Alcuni sono tecnici: diverse applicazioni richiedono dati ad altissima risoluzione (1 pixel uguale a 60 centimetri o meno), che possono essere costosi o poco disponibili. Alcune zone del mondo hanno una copertura nuvolosa frequente (soprattutto ai Tropici) che riduce l’applicazione dei dati ottici, quelli più disponibili.

I problemi principali riguardano però l’integrazione dell’uso dell’Osservazione della Terra in maniera strutturale nella governance ambientale: la maggior parte delle applicazioni viene usata ancora in maniera singola, ossia per una determinata iniziativa o progetto, mentre manca un utilizzo continuo e con una visione di medio e lungo termine. La mancanza di expertise tecnica all’interno di agenzie e ministeri, la scarsa consapevolezza sulla disponibilità e facilità di uso degli strumenti, ma anche l’assenza di politiche quadro che impongano l’uso di questi strumenti, ne limitano l’impiego e, soprattutto, non riescono a mantenerne la continuità nel tempo.

L’integrazione sistematica, quando accade, porta però risultati chiari: il Costa Rica, nel 2020, ha imposto l’uso dei dati satellitari in tutti i casi ambientali amministrativi, e ora che viene impiegato anche nella gestione della pesca, si ottengono notevoli risparmi in termini di ispezioni, costi di gestione, con una maggiore efficacia dell’utilizzo delle risorse. Questo è anche il caso di sistemi come il DETER (Real Time Deforestation Detection System) brasiliano o del monitoraggio dei terreni agricoli delle Fiandre da parte delle amministrazioni locali.

La progressiva espansione della tecnologia renderà l’integrazione ancora più facile già nei prossimi anni, grazie anche ai progressi della IA e alla prevista espansione delle missioni spaziali (incluse soprattutto le Sentinelle, satelliti del programma europeo Copernicus dell’ESA, progettati per il monitoraggio ambientale, la sicurezza e la gestione delle crisi). Questa integrazione sarà però ancora più indispensabile: l’allineamento strategico del progresso tecnologico con il quadro di policy è una necessità che tutti gli attori globali, l’UE per prima, devono affrontare già adesso, per non rischiare di trovarsi impreparati.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Jon Ossoff, il giovane senatore democratico emerso dalla Georgia trumpiana

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il giornalista televisivo Chris Matthews cerca disperatamente la frase giusta da far dire al suo ospite. Nell’altra metà dello schermo c’è un trentenne candidato democratico in un’elezione suppletiva della Georgia, che all’improvviso è diventato l’uomo più osservato della politica americana. Matthews, veterano della tv politica, vuole far dire al giovane qualcosa contro il presidente – una provocazione, magari una battuta da dare in pasto a spettatori e algoritmi dei social. Davanti al conduttore, Jon Ossoff non si piega alle logiche dell’intervista. La battuta al vetriolo non arriva mai. Ogni volta che Matthews prova a trascinarlo sul terreno dello scontro, Ossoff torna a parlare con la solita moderazione, l’espressione piatta e la voce ferma. Alla fine, dopo un po’ di domande, concede soltanto: «Non nutro una grande ammirazione personale per quell’uomo». È una risposta così prudente da risultare quasi frustrante in un’epoca di attacchi senza esclusione di colpi.

L’intervista alla Msnbc è del 2017, Donald Trump era arrivato alla Casa Bianca da pochi mesi e la resistenza democratica aveva bisogno di un nuovo volto. Il clima della politica americana era già quello incendiario a cui ormai siamo assuefatti. In questi nove anni il Partito Democratico ha fatto in tempo a vincere e perdere le elezioni presidenziali. Dalla disfatta di Kamala Harris nel 2024 è ancora alla ricerca di una nuova generazione di leader. Ossoff non è certo il democratico più famoso d’America, forse neanche il più carismatico. Da Gavin Newsom a James Talarico, da Alexandria Ocasio-Cortez fino a Rahm Emanuel ci sono molti nomi che vengono in mente prima di Ossoff. Ma lui è uno dei pochissimi che continuano a vincere nella Georgia infestata dal trumpismo. Per questo a Washington sempre più persone osservano la sua traiettoria con curiosità. È il più giovane senatore in carica e la sua elezione nel 2021 è stata – con quella del collega Raphael Warnock – la prima vittoria dei democratici in Georgia dalle elezioni del 2000.

Ossoff non si scompone mai, come nell’intervista con Matthews, ha sempre l’aria del professionista che sta solo facendo il suo lavoro, con una pacatezza rara. È ignifugo in un ecosistema altamente infiammabile. Una disciplina imparata andando a bottega da John Lewis, il gigante del movimento per i diritti civili che aveva marciato accanto a Martin Luther King a Selma, in Alabama. Ossoff è stato uno stagista nel suo ufficio. Per un giovane democratico di Atlanta, Lewis rappresentava un’autorità morale prima che un volto politico.

Dopo quell’esperienza però Ossoff ha cambiato strada e si è dato ai documentari investigativi. Per anni ha lavorato come produttore a inchieste sulla corruzione internazionale, sui traffici illeciti, sul terrorismo o sulle squadre della morte in Africa orientale. E è per questo che nei suoi discorsi e nelle interviste parla pesando tutte le parole, senza slogan, con tempi televisivi straordinari. Tre mesi fa è andato al Late Show di Stephen Colbert, dove ha dato sfoggio di un controllo professionale dei tempi e del linguaggio. Fa le pause giuste sugli applausi e riprende i concetti senza perdere il filo con grande disinvoltura. Nella capacità oratoria si intravede qualcosa dell’ex presidente Barack Obama, nella sua capacità di non andare mai fuori giri.

D’altronde non è per tutti trasformare una corsa locale della Georgia nell’evento politico più osservato d’America. Nel 2017 Ossoff era un pressoché sconosciuto all’elettorato quando decise di candidarsi nel sesto distretto della Georgia. Un territorio rappresentato da Newt Gingrich per vent’anni tra il 1979 e il 1999, e Trump l’aveva appena vinto alle elezioni presidenziali nel 2016. Mentre i Democratici cercavano disperatamente un modo per reagire alla vittoria di Trump, il giovane documentarista di Atlanta divenne un parafulmine per il partito: arrivarono milioni di dollari da ogni angolo del Paese, arrivarono volontari che non avevano mai messo piede in Georgia. E poi tutto il carrozzone di giornalisti, troupe televisive e celebrità. Benjamin Wallace-Wells scrisse sul New Yorker che Ossoff era diventato «il vascello delle speranze dei democratici». Una crescita talmente verticale che gli elettori facevano fatica ad assimilarla: alcuni non erano sicuri di saper pronunciare il suo nome correttamente.

Alla fine, però, Ossoff perse. Dopo mesi di copertura mediatica e una raccolta fondi senza precedenti per una corsa alla Camera, i Repubblicani mantennero il seggio.

L’impressione era che il personaggio mediatico stesse crescendo più rapidamente del politico e la storia fosse destinata a spegnersi. Ossoff contribuiva involontariamente a questa sensazione. Più aumentava l’attenzione nazionale, più lui sembrava rifugiarsi nella propria prudenza: quando i giornalisti gli chiedevano se fosse un progressista o un moderato, rifiutava entrambe le etichette. Una volta, messo alle strette, rispose con una sola parola: «Pragmatico».

AP/Lapresse

Nei tre anni successivi Ossoff è scomparso quasi del tutto dal dibattito nazionale. Quando è tornato sulla scena nel 2020, per sfidare il senatore repubblicano David Perdue, è parso subito un candidato diverso.

Da quando è arrivato al Senato, nel gennaio del 2021, si è ritagliato una figura più matura, accompagnato anche da qualche capello bianco che si affaccia timidamente sulla testa. Ha lavorato a leggi bipartisan sulla riduzione del costo dell’insulina per gli anziani e sulla protezione dei minori online, ad esempio. Il suo lavoro paziente, sempre sotto traccia, ha portato nel 2024 all’approvazione del Federal Prison Oversight Act, la più importante riforma dei meccanismi di controllo delle prigioni federali degli ultimi decenni. Presentando la legge, Ossoff ha citato una «crisi dei diritti umani dietro le sbarre». Per Ossoff il suo lavoro è una questione di «accountability», cioè responsabilità verso i cittadini: l’idea che chi esercita il potere debba continuamente rendere conto delle proprie azioni.

Negli ultimi anni, i repubblicani hanno iniziato a considerarlo un avversario pericoloso. Il Washington Post ha raccontato che, dietro le quinte, diversi dirigenti repubblicani guardano con preoccupazione alla sua capacità di raccogliere fondi, evitare errori grossolani e parlare contemporaneamente alla base democratica e agli elettori moderati della Georgia.

Ultimamente Ossoff è tornato nelle conversazioni sul futuro del Partito Democratico. E non perché abbia lanciato una campagna presidenziale. Anzi, quando The Hill gli ha chiesto direttamente se stesse pensando al 2028, la risposta è stata: «Non correrò per la presidenza nel 2028 e non ho alcun interesse a correre per la presidenza nel 2028». Certo, le dichiarazioni di circostanza valgono il giusto – nel gennaio 2006, Barack Obama promise pubblicamente che avrebbe completato il proprio mandato al Senato e non si sarebbe candidato alla Casa Bianca: sarebbe stato eletto nel 2008 – ma è significativo che sempre più persone stiano ipotizzando un suo futuro da presidente, o aspirante tale. «Guardandolo durante una campagna elettorale ha una certa energia e una certa freschezza», ha detto il consulente democratico Anthony Coley a The Hill. «Sta difendendo i propri valori in uno Stato in bilico e questo è ciò che la gente apprezza».

La consapevolezza nei propri mezzi è un dispositivo psicologico potentissimo per un giovane politico. Prima Ossoff sembrava quasi monocorde nei suoi discorsi, adesso è un comunicatore estremamente raffinato. È sempre composto, sempre pacato come prima, ma non lascia nulla di intentato. Negli ultimi mesi alcuni suoi discorsi contro Trump sono diventati virali. Durante un evento ad Atlanta ha accusato il presidente di voler costruire un monumento a se stesso, di usare il potere pubblico per il proprio tornaconto personale, lo ha definito «una disgrazia nazionale».

È difficile dire se Ossoff sia davvero un potenziale leader per il suo partito. Negli ultimi anni molti pezzi grossi tra i democratici hanno interpretato la politica come una battaglia identitaria a ciclo continuo (quasi tutti i Repubblicani hanno fatto lo stesso). Ossoff invece ha costruito la propria immagine attorno a concetti e argomenti che non parlano alla pancia degli elettori.

Se Ossoff rappresenta davvero una parte del futuro democratico, allora potrebbe essere il segnale che il partito sta forse cercando di uscire dalla logica della politica come spettacolo permanente. Se invece si cercheranno ancora leader più teatrali, o conflittuali, allora Ossoff potrebbe restare ciò che è oggi: uno dei senatori più talentuosi della sua generazione, ma non necessariamente il leader di una nuova era. Per il momento è candida per rinnovare il seggio in Senato e si vota a novembre. Una prima indicazione arriverà da lì.

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Il bilancio europeo resta prigioniero del calcolo tra contributi versati e finanziamenti ricevuti

17 Giugno 2026 ore 04:45

Con il nego-box, i ministri ciprioti Makis Keravnos e Marilena Raouna hanno raggiunto il risultato massimo di mettere tutti d’accordo sull’espressione manzoniana: «questo bilancio non s’ha da fare!». Non s’ha da fare per i cosiddetti frugali, guidati dalla Germania, che frugale non lo è più dopo aver rotto il tabù del rigore finanziario sancito dalla Legge fondamentale e aver deciso di investire somme ragguardevoli per creare l’esercito più forte del mondo, dopo gli anni oscuri della ministra della Difesa Ursula von der Leyen.

Non s’ha da fare per i paesi beneficiari netti, che dovrebbero essere almeno sedici, ma che sommano i veri beneficiari netti e anche contributori netti sulla carta, come l’Italia, che verserebbe nelle casse dell’Unione europea più euro di quanti ne dovrebbe ricevere, se non si calcolassero gli euro del Pnrr e gli euro che giungono all’economia italiana dai programmi a gestione diretta e, soprattutto, dal valore aggiunto del mercato unico europeo.

In questo spirito, vale la pena ricordare che, da oltre cinquant’anni, in Italia si calcola la partecipazione italiana al bilancio europeo solo sul rapporto contabile fra il nostro contributo – comprendendo euro che nostri non sono: i dazi, una quota dell’Iva, i prelievi agricoli, i dazi sull’isoglucosio… – e quello che riceviamo con la Pac e la coesione, incorrendo in errori gravi come quello dell’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, che si adeguò allo slogan di Margaret Thatcher «I want my money back», o le più recenti e improvvide minacce di Matteo Renzi e Matteo Salvini di non pagare più i contributi al bilancio europeo.

Non s’ha da fare per le regioni, che rischiano di farsi sfilare dalle casse regionali il controllo dei fondi di coesione, o per le ricche organizzazioni agricole, che manifestano a Bruxelles alla guida di moderni trattori inquinanti, che costano dieci volte più delle vituperate macchine elettriche o ibride.

Non dovrebbe farsi per la Commissione europea, non certo per la modesta riduzione del 2 per cento della sua già modesta proposta del 16 luglio 2025, ma per i tagli non orizzontali, mirati a colpire le spese innovative in materia di competitività e nei partenariati strategici.

Non s’ha da fare per le conseguenze finanziarie dei sei rapporti depositati fra il 2024 e il 2025 sui tavoli delle istituzioni europee, a cominciare da quello di Mario Draghi sulla competitività, e per i calcoli fatti dalla Bce e da importanti think tank.

Non s’ha da fare per le attese delle cittadine e dei cittadini europei, che capiscono sempre di più il valore aggiunto di beni a dimensione europea garantiti da un bilancio federale, fondato sui tre metodi su cui scrisse l’economista Richard Musgrave: l’allocazione, la stabilizzazione e la redistribuzione.

Come si fa, seriamente, a dichiarare, senza incorrere in affermazioni obiettivamente ridicole, che non si può aumentare il bilancio europeo, pari a poco più dell’1 per cento del Rnl dei 27, perché gli Stati membri sono chiamati a rispettare, a casa loro, il rigore finanziario per bilanci che superano il 40 per cento del Pil di ogni paese?

Noi siamo profondamente convinti che la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e i due relatori sul Mff, a nome della maggioranza dell’Assemblea, Siegfried Mureșan e Carla Tavares, dovrebbero annunciare manzonianamente, domani in conferenza stampa: «questo bilancio non s’ha da fare!».

Essi devono esigere dalla Commissione europea – che risponde al voto di fiducia e alla censura dell’Assemblea – di rivedere drasticamente il progetto del 16 luglio 2025, ispirandosi alla lettera aperta inviata dal Movimento europeo al Parlamento europeo, affinché: sia coerente con le conseguenze finanziarie dei sei rapporti presentati nel 2024 e nel 2025 e con i calcoli della Bce; garantisca beni pubblici europei; sia fondato sulla quadrupla condizionalità del rispetto dello stato di diritto, delle transizioni ecologica e digitale e della sostenibilità sociale delle politiche europee; sostituisca gradualmente, ma integralmente, i contributi nazionali con risorse proprie basate su una politica fiscale equa e redistributiva; scada alla fine del 2032, e cioè dopo cinque anni dalla sua entrata in vigore.

Essi devono annunciare contemporaneamente la proposta di voler promuovere urgenti e straordinarie «assise interparlamentari», sul modello di quelle che si svolsero a Roma nel novembre 1990, e sulla base dei principi democratici no taxation without representation e no representation without taxation. Solo così, un bilancio europeo s’ha da fare!

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Il telefono rotto di Marinelli, il muro da fissare e la mindfulness per neoanalfabeti

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il mio articolo su Keir Starmer che vieta l’uso dei social ai minorenni potrebbe essere di sole tre righe, e sarebbe già esaustivo, oltre a rientrare (forse) finalmente nella soglia di attenzione di questo tempo di analfabeti dalla concentrazione sbriciolata.

Alla prima riga scriverei: siamo fatti al 95 per cento di abitudini. Anche quando vietarono la possibilità di fumare nei ristoranti ci sembrò la fine del mondo o almeno la fine del nostro andare al ristorante, e invece.

Alla seconda riga scriverei: non so cosa sia andato storto da un certo punto in poi, ma dai cinquantenni di oggi giù fino ai trentenni, mai si è vista nella storia dell’umanità gente che sia così tanto una sega a fare il genitore. Sono quelli che più ci si dedicano di tutti i tempi, e sono quelli più negati.

Alla terza riga scriverei: quasi ogni polemica del presente è una gara di imbecillità, tra due torti e mai tra un torto e una ragione, ma quelle che puoi stabilire al primo minuto siano così sono quelle in cui gli schieramenti sono ideologici. Se tutta la destra è contraria e tutta la sinistra a favore, o viceversa, puoi star certo che siamo davanti alla milionesima replica di “Scemo e più scemo”.

Tuttavia non voglio privarvi della mia logorrea, e quindi proseguirò oltre quelle tre righe, e partirò da Luca Marinelli, un attore italiano, un cui pezzettino come ospite di podcast mi è comparso l’altro giorno su un social, e me lo sono messo da parte perché, prim’ancora di Keir, volevo comunque scrivere qualcosa sull’imbecillità del dibattito attorno all’uso dei cellulari.

Mi passa davanti dunque questo attore, che essendo attore nessuno si aspetta sia intellettuale, e quindi mi pare prezioso perché racconta una vita che non è quella dei quattro stronzi che frequento io. Sta dicendo che gli si è rotto il cellulare e che, in seguito a questo imprevisto, ha letto tre libri in quattro giorni, e si è quindi reso conto di quanto tempo gli rubi ciò che i neoanalfabeti chiamano “scrollare”, perché non sanno né l’italiano né l’inglese e quindi non sanno che “scrollare” è un sinonimo di “agitare”, in inglese si dice “shake”, e non puoi usarlo come doppiaggese di “to scroll”, spolliciare a vuoto o come volete dirlo, perché appunto la parola in italiano ha già un – altro – significato.

Ascolto Marinelli e i suoi tre libri in quattro giorni causa telefono rotto e mi vengono in mente un sacco di autobiografismi di quelli che una in generale non scrive perché si rende conto che sono impopolari.

Il primo è: ma nel senso che tu di solito leggi meno di un libro al giorno? Sono consapevole che una persona che abbia un lavoro vero (o otto figli, o qualunque altra cosa t’impedisca di passare le giornate a leggere romanzi e guardare film) non possa, diversamente da me, finire in giornata i libri che comincia: uno torna dalla fabbrica o dalla sala operatoria, e già cara grazia se legge dieci pagine addormentandosi.

Ma è evidente che Marinelli non ha le giornate della gente con un lavoro vero, altrimenti tre libri non li avrebbe letti neanche col telefono rotto. Marinelli sta semplicemente dicendo che di norma dà la priorità a quell’intrattenimento da scemi che sono i video su TikTok rispetto a quell’attività che in un secolo – forse anche meno – è passata da intrattenimento da servette a impegno intellettuale: leggere i romanzi.

Il secondo è: io, se non avessi questa paginetta da riempire cinque giorni a settimana, i social non li aprirei mai. Li apro solo perché, nella demolizione delle istituzioni occidentali dell’ultimo decennio o giù di lì, ha chiuso pure Google Reader, che prima mi segnalava gli articoli che volevo leggere e mi dava quell’infarinatura di attualità che mi serve per sapere di che scrivere qui.

Nonostante paghi non so quanti abbonamenti a non so quanti giornali, ho perso l’abitudine ad aprirli. Quindi, dei loro articoli mi accorgo solo quando, con gesto automatico, apro i social, dove qualcuno li segnala. Tutti gli articoli sulla nuova norma inglese li ho letti non perché li ho notati sui giornali che pago, ma perché su quei giornali ci sono andata incuriosita dal dibattito social particolarmente demente intorno alla questione.

Selezione casuale di tweet (o come si chiamano ora) inglesi che mi sono comparsi sul tema, e quando dico «casuale» intendo che io non faccio ricerche sui social, io non uso i social come fossero una cosa seria: io li apro e guardo quello che mi compare. Sarà per questo che mi avanza il tempo per leggere dei romanzi? Chissà.

Un ventinovenne che adesso lavora come opinionista posta un video del sé stesso tredicenne che su YouTube acquisiva le sue attuali doti di dibattente e non avrebbe mai altrimenti imparato «a essere efficace sui social», e «la mia successiva vita sarebbe stata molto diversa». Si sarebbe dovuto trovare un lavoro vero, che è in effetti un problema.

Un professore di fisica a Oxford chiede «e i video di scacchi, di matematica, di scienze, di economia, di archeologia? Non ci si potrà scostare di un millimetro dal programma scolastico». Mai che uno di questi abbia in casa un tredicenne che guarda il porno, tutti piccoli scienziati non abbastanza scienziati da pensare d’aprire un libro non in programma: il fuori programma passa solo per i video.

Eccone un altro, un giornalista che scrive «Mio figlio è ossessionato dalla musica classica, è un violoncellista dotato e da grande vuole fare il musicista, passa ore a guardare video su YouTube imparando tantissimo della professione che spera diventi la sua». Incredibile: lo zero per cento dei figli degli opinionisti inglesi è in media coi ragazzini ordinariamente scemi che conosciamo noialtri, quelli che stanno on line per sfidare i compagni di scuola in videogiochi nei quali sparano a qualcuno. Neanche un «mio figlio è un cecchino dotatissimo e voi lo state privando della possibilità di farne un mestiere».

Poi c’è la ragazzina che non potete non aver visto, la scolara che intervistata dalla Bbc sulle sette ore abitualmente trascorse davanti a uno schermo, «ora come le riempirai?», risponde «fissando il muro». I commenti sono magnifici: sempre perché siamo fatti di abitudini e ormai l’adulto senza cellulare in una sala d’attesa si sente impazzire, danno tutti per scontato sia una battuta.

Ma i ragazzini hanno fissato il muro per ore (o giocato ad appiccicarsi la colla sui polpastrelli, o altri passatempi fatti di niente) per tutta la storia dell’umanità fino a quindici anni fa. Tra i molti indotti del mercato dei social c’è la mindfulness. L’essere presenti nel momento, il non distrarsi. Una roba per la quale ora si fanno corsi. Prima no, perché prima eravamo presenti per forza: non avevamo video scemi da spolliciare. Eravamo così pervertiti che, pur di non ascoltare i parenti ai pranzi di famiglia, nascondevamo un romanzo sotto il tavolo pregandolo di renderci meno mindful.

Tra i commenti alla ragazzina che fisserà il muro, scelgo questo: «Che può mai fare: tutto, il cibo, i biglietti del cinema, è troppo costoso, i suoi genitori sono sottopagati, i lavoretti del sabato non esistono più, i ragazzini sono stati abbandonati dal governo». Inglesi peggio dei napoletani nella loro convinzione che lo Stato si debba occupare di te. Di organizzarti gli intrattenimenti, anche. Mica vivi in un’epoca in cui hai piattaforme con tutti i film e la tv della storia a prezzi ridicoli, biblioteche con ogni libro mai pubblicato consultabile gratuitamente, campetti sportivi ovunque, macché.

«Non dico per drammatizzare, ma questo ucciderà i bambini. A quindici anni non avevo amici, e mi sono rifugiata nei social, e mi ha salvato la vita». Cos’è andato storto? Quand’è stato che abbiamo iniziato, come società, a produrre adulti così stolidi da pensare che l’infelicità non sia il più comune tratto dell’avere quindici anni ma una loro personalissima e tragica esperienza? La signora pensa che gli adolescenti infelici di prima dei cellulari spolliciabili siano tutti morti? Ci siamo dunque estinti? Viviamo in un sogno?

Salto tutti quelli che ci tengono a dirci che i figli appartengono a loro e non allo Stato il quale quindi non deve permettersi di vietare cose: li prenderò sul serio quando pretenderanno che un dodicenne possa prendere la patente di guida o farsi servire alcolici nei locali pubblici (bisognerebbe anche parlare dei miei editorialisti scemi preferiti, quelli che quando si parla di ragazzini e cellulari scrivono «eh ma lo vedono fare ai genitori»: anche voi, amici, vedevate i grandi fare cose da grandi; solo che voi avevate appunto dei genitori che vi dicevano che no, non potevate bere fumare scopare fare tutte le cose che facevano loro; era quando i genitori si prendevano il disturbo di fare i genitori, cioè di dire dei no – però ehi, voi sapete le parole delle canzoni che piacciono ai bambini, sarà ben più importante).

E salto anche quella che più sembra uno sketch comico, una deputata Lib-Dem che ha fatto un video mettendo una telecamera dietro la nuca della figlia (di quelli convinti che pubblicare i figli ripresi di nuca invece che di faccia sia privacy parliamo un’altra volta) e facendo dire alla seienne che lei si rilassa guardando YouTube quand’è stressata. Quale migliore editoriale contro la dittatura dei contenuti on line che rendere i figli contenuti on line. 

Passiamo al mio preferito, che non importa se sia un troll o dica sul serio: «E se un bambino sta cenando a casa con la madre single, tornata da un lungo turno di lavoro. Ma alla madre improvvisamente va storto qualcosa, si strozza. Il bambino, nel panico, prende il suo iPhone16 e apre TikTok per ottenere assistenza. Ma è bloccato. E dunque?».

All’inizio dell’anno scolastico che sta ora finendo, Valditara fece una circolare per dire che in classe i ragazzini non potevano tenere il cellulare. Parlai con un po’ di madri e insegnanti, scoprendo che in molte scuole erano già vietati, che il divieto ministeriale per altre scuole era un problema perché non avevano armadietti dove far lasciare i telefoni, e varie amenità che pensavo di scrivere.

Poi parlai con Claudio Giunta, che mi fece notare un dettaglio. Cito a memoria. Tu, mi disse, quando dici «scuola» intendi sempre i licei del centro: non hai nessuna idea di come funzioni negli istituti tecnici di periferia, dove se un professore prova a proibire i cellulari può benissimo arrivare un genitore che vuole menarlo, mentre «L’ha detto il ministero» conserva ancora una parvenza di autorevolezza.

Ci ho pensato in questi giorni, mentre mi dicevo che questa trovata di Starmer è la sconfitta dei genitori: ti pare che debba dirtelo il governo, che non devi lasciare tuo figlio a marcire sui social? Ti pare che non ci pensi da solo, a spiegare a tuo figlio che in caso di emergenza non si va su TikTok?

E se avessero ragione Starmer e Giunta? Se il compito d’una società organizzata fosse appunto sopperire alla mancanza di carattere, di autorevolezza, di immaginazione dei suoi cittadini e fornire loro gli strumenti per vietare ciò che non hanno la forza di vietare?

Se non vi spaventano le statistiche che la Apple invia il lunedì mattina, proprio durante la conferenza stampa di Starmer, e che vi dicono che la settimana prima siete stati tredici ore al giorno a fissare il telefono, e servisse quindi una legge per salvarvi da voi stessi, o almeno per salvare la prossima generazione visto che la nostra è perduta?

Se la prima buona idea di Starmer fosse dire sapete che c’è, sono scemi, vanno aiutati, diamogli un divieto così non gli serve quel po’ di carattere che una volta era normale che le madri e i padri avessero e adesso sembra chissacché? E, soprattutto, se i recenti insuccessi e il governo a termine di Starmer fossero l’unica ragione per cui può permettersi l’impopolarità di privare i vostri figli dei like?

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Christillin, il Foglio e la falsa polemica sull’Egitto islamico

17 Giugno 2026 ore 04:45

Soltanto un imbecille o una persona in malafede potrebbe credere sul serio che la presidente del più importante Museo Egizio al di fuori dell’Egitto sia convinta che l’antico popolo dei faraoni fosse devoto ad Allah. Eppure l’uno e l’altro di questi profili è emerso in gran copia alla luce abbagliante (nel senso che spesso amplifica gli abbagli) dei social, a seguito di un corsivo, che vorrebbe essere ironico ma non è, pubblicato sul Foglio da Maurizio Crippa. Non conoscendolo, eviterò di ascriverlo all’una o all’altra delle due categorie, lasciando il giudizio ai lettori.

Dunque costui, reso doveroso omaggio alla consunta stereotipizzazione di Evelina Christillin (di lei si tratta) come persona dell’alta società sabauda ospite abituale dei salotti televisivi (il che già contribuisce a predisporre negativamente un certo uditorio), non si perita di attribuirle «una enormità», e cioè di aver detto (giovedì scorso a Piazzapulita) «che il suo museo è “di area islamica”». E subito il corsivista scioglie le briglie alla sua (presunta) ironia: «Tremila anni di faraoni e piramidi, Antonio e Cleopatra e la Stele di Rosetta, le mummie e gli ideogrammi e il Libro dei Morti, poi persino i cristiani, e i copti. Ma niente, per lei l’Egitto è soltanto “area islamica».

Ironia presunta, ma demagogicamente sufficiente a scatenare l’esercito livoroso, schiumante invidia sociale e presuntuosa ignoranza, dei pidocchi da tastiera che hanno sciorinato il consueto repertorio di irrisione, denigrazione e veri e propri insulti (irriferibili: chi fosse interessato può agevolmente farsene un’idea digitando su Google “Christillin area islamica”).

In effetti in televisione Evelina Christillin, partendo da un altro tema, a un certo punto ha affermato, con estrema cautela, sottolineata da due percepibilissimi punti interrogativi: «Io a Torino amministro un museo che è – possiamo dirlo? – di area islamica?». Un’uscita infelice, va detto: non in sé, ma in considerazione dei prevedibili travisamenti a cui sarebbe potuta andare incontro, ove faziosamente decontestualizzata. Che appunto è l’operazione condotta dall’autore del corsivo, non nuovo (chissà cosa gli avranno fatto) a scagliare le sue frecce spuntate sul museo torinese: due mesi fa aveva ironizzato (a modo suo, s’intende) sul direttore Christian Greco – che in un’intervista col Corriere della Sera esortava a non parlare più di mummie ma, più rispettosamente, di resti umani – insinuando la domanda retorica «il politicamente corretto più fuori moda è arrivato persino nell’egittologia?» (e qui, come nelle situation comedy più sgangherate, dovrebbero partire le risate registrate).

Dunque, come ha operato Crippa, che ritornato serio stigmatizza gravemente «la falsificazione culturale sulla nostra storia»? Semplicemente, falsificando. Isolando l’affermazione sulla «area islamica» dal seguito del discorso di Christillin, che – sebbene esperta, e per un breve periodo pure docente universitaria, di storia moderna – dopo quattordici anni alla presidenza del Museo Egizio, gli ultimi dodici dei quali trascorsi al fianco di un’autorità egittologica indiscussa quale è Christian Greco, non potrebbe essere così tonta da non distinguere gli antichi Egizi dagli egiziani d’oggi, islamici e non.

Disclosure: confesso, io sono notoriamente amico di Evelina Christillin, ma non è in quanto amico che scrivo queste righe, e neppure in sua difesa, perché non ne ha bisogno, bensì in difesa del buon senso e del buon gusto: davvero potrebbe pensare una “enormità” come quella che le è stata attribuita una persona che sotto la sua gestione, in tandem con Greco, ha portato un museo vecchio e polveroso a polverizzare record su record di visitatori (stabilmente oltre il milione ogni anno), collocandosi come punto di riferimento mondiale nella disciplina?

Nel seguito (non riportato) del suo intervento, Christillin spiegava che il Museo Egizio, nell’ottica di quell’inclusione tanto ostica a certe orecchie, si è preoccupato di formare delle donne arabe poi assunte come guide (per i visitatori arabofoni): donne, ha sottolineato, «fiere delle loro cultura, della loro identità e del loro Paese». La cultura materiale custodita nel Museo Egizio, ha detto più volte il direttore Greco, non è italiana ma appartiene all’umanità, e mantiene un forte legame con la terra da cui proviene. Una terra che oggi, a differenza di cinquemila-quattromila-tremila-duemila anni fa, è islamica, ma nondimeno è gelosa del suo passato preislamico. Del resto anche noi italiani, che oggi siamo nominalmente in maggioranza cristiani e cattolici, rivendichiamo le nostre radici classiche, romane e greche, senza per ciò credere negli dèi dell’Olimpo. In questo senso andava inteso il riferimento all’area islamica: troppo difficile? Ma no, l’aveva capito benissimo anche Crippa. Solo che…

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Per Laura Masotto, il violino è uno strumento per sconfinare

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il violino come punto di partenza. È da questo assunto che si delinea il percorso di Laura Masotto, tra le protagoniste dell’edizione di Nextones, che si terrà tra il 16 e il 19 luglio. La musicista e compositrice veronese porta al festival The Spirit of Things, un lavoro che sintetizza anni di ricerca sul dialogo tra strumenti acustici, elettronica e dimensione rituale del suono.

Diplomata al Conservatorio di Verona e attiva inizialmente tra musica da camera e formazioni post-rock, Masotto ha costruito negli anni una traiettoria personale che si sottrae a semplici classificazioni. Al centro del suo lavoro musicale resta il violino, il cui suono viene sottoposto a continue trasformazioni attraverso loop station, sintetizzatori e processamenti analogici che permettono di creare composizioni capaci di generare paesaggi sonori.

Ogni suo concerto assume una forma diversa e si sviluppa in relazione all’ambiente circostante. Un approccio che trova una particolare sintonia con il festival della Val d’Ossola, da sempre impegnato nel tessere relazioni tra  la musica contemporanea, il paesaggio naturale e il territorio.

Laura Masotto. Ph: Francesca Serotti. Courtesy of the artist

Nella pratica artistica di Masotto confluiscono anche elementi provenienti da tradizioni rituali e spirituali. Accanto al violino compaiono strumenti come il tamburo sciamanico, campane tibetane, ocean drum, sonagli e pietre. Non si tratta di una semplice scelta estetica, ma di strumenti che contribuiscono alla costruzione di una relazione più fisica e immersiva con il suono. 

Pubblicato nel 2024, The Spirit of Things rappresenta uno dei lavori più significativi del suo percorso. L’album ha ottenuto attenzione internazionale, con recensioni su riviste come The Wire ed Electronic Sound, e ha dato origine a un lungo tour europeo che ha toccato festival e spazi di riferimento per la musica di ricerca. In queste composizioni convivono ambient, elettronica contemporanea e sensibilità classica, senza che nessun elemento prevalga sull’altro.

La sua attività si estende inoltre al cinema, alla danza e alla moda. La musica di Masotto è stata infatti utilizzata all’interno di progetti firmati Dior e Jil Sander e nella serie Netflix Baby Reindeer. Nel 2022 partecipa a una collaborazione con Deutsche Grammophon, per l’album Lys della violinista norvegese Mari Samuelsen e per una rilettura di Shéhérazade di Rimsky-Korsakov.

A Nextones presenterà un set che riflette il suo approccio multidisciplinare nei confronti della musica. Nel frattempo Masotto guarda già al futuro: al momento sta lavorando su Notturno, un nuovo album previsto per il 2026, che proseguirà l’indagine dell’artista sui confini tra composizione, improvvisazione e percezione.

Laura Masotto. Ph: Luna Coppola. Courtesy of the artist

The Spirit of Things viene presentato in un luogo completamente inedito per il festival: l’Oratorio di San Marco a Veglio. Come vivi il rapporto tra spazialità e musica? 
Lo spazio è fondamentale nella musica, perché è il luogo in cui il suono prende corpo e si manifesta, è una presenza attiva, un elemento che partecipa alla composizione tanto quanto gli strumenti e gli interpreti. Esiste una relazione profonda tra architettura e suono, un’influenza reciproca in cui l’uno modella continuamente la percezione dell’altra. Quando suono in edifici storici o spazi caratterizzati da una forte identità acustica, ho la sensazione che il suono venga esteso oltre i propri confini. Gli strumenti ad arco, in particolare, trovano in queste architetture una condizione ideale: il lungo riverbero permette agli armonici di espandersi nello spazio e di intrecciarsi tra loro, generando una continuità percettiva che trasforma il gesto musicale. Il suono non termina nel momento in cui viene prodotto, ma continua a propagarsi come un’onda lunga, creando una sorta di memoria dello spazio.

Oggi la tua carriera si muove tra musica classica, contemporanea ed elettronica sperimentale. Ma guardando indietro, ti sapresti rispondere se hai sempre cercato questo dialogo tra generi o hai raggiunto questa consapevolezza artistica con il tempo? Quali orizzonti vedi per la tua ricerca musicale oggi?
Durante gli anni del conservatorio suonavo segretamente in band prog e sperimentali. Avevo comprato un microfono a contatto per il violino e lo collegavo alle pedaliere dei chitarristi per provare delay, riverberi e distorsioni. È stato lì che ho capito quanto potenziale ci fosse oltre il suono tradizionale dello strumento. Da quella curiosità è nato il mio percorso solista. Con Fireflies sono ripartita da un album per violino solo e looper. Nei dischi successivi, We e The Spirit of Things, ho introdotto i sintetizzatori che arricchiscono le frequenze del suono degli archi. Nel nuovo album, che uscirà nei prossimi mesi, la ricerca si è concentrata ancora di più sulla natura stessa del timbro del violino. Ho lavorato modificando la tensione delle corde, allentandole leggermente, e successivamente ricostruendo quella tensione processando il  suono: riverberi, delay, distorsioni e altri trattamenti che mi hanno permesso di intervenire sulla percezione dello strumento. Mi interessava allontanarmi dall’immaginario tradizionale del violino come strumento brillante e virtuosistico, per esplorare le sfumature del suono. In alcuni momenti il suono si dissolve in texture ambient e sospese; in altri assume caratteristiche più radicali e sperimentali. È una ricerca che nasce dal desiderio di ascoltare lo strumento oltre la sua identità convenzionale, come se contenesse al proprio interno possibilità sonore ancora inesplorate.

Nextones quest’anno punta moltissimo sulle pratiche di ascolto immersivo e relazionale per attivare il territorio. Quale tipo di stato d’animo o di connessione profonda speri di attivare negli spettatori attraverso i tuoi paesaggi sonori in continua evoluzione?
Viviamo immersi in una quantità enorme di stimoli e spesso ascoltiamo in modo frammentato; quello che cerco di fare con la mia musica è aprire uno spazio astratto in cui sia possibile immaginare, perdersi e costruire un proprio percorso di ascolto. Penso all’ascolto come a un’esperienza profondamente relazionale che coinvolge anche lo spazio, l’architettura, il paesaggio e tutte le persone che condividono quel momento. In contesti come Nextones questa dimensione diventa ancora più evidente, perché il territorio non è semplicemente uno sfondo, ma una presenza viva che entra in dialogo con il suono. Ho sempre pensato che i concerti si facciano insieme, tra musicisti e pubblico. C’è un’energia che si crea nell’incontro e che rende ogni performance diversa da tutte le altre.

Ti inserisci in un programma diurno diffuso che trasforma il paesaggio della Val d’Ossola in una componente attivo della performance. Cosa significa per te, come artista, portare la tua musica fuori dai contesti tradizionali per integrarla in un “ecosistema di esperienze” naturale e comunitario?
Per me è un contesto particolarmente stimolante, perché il luogo in cui la musica viene ascoltata influenza profondamente il modo in cui viene percepita. Sono sempre stata interessata alla relazione tra suono e spazio e credo che alcuni contesti abbiano la capacità di amplificare questa connessione in modo molto naturale. Quando ci si trova immersi in un paesaggio, in un’architettura o in un contesto condiviso con una comunità, l’esperienza diventa più aperta e meno prevedibile. Il pubblico non ascolta soltanto la musica, ma entra in relazione con tutto ciò che lo circonda: i suoni dell’ambiente, la luce, la conformazione dello spazio, la presenza delle altre persone.

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L’intesa con l’Iran è un fallimento di Trump e un tradimento americano di Israele

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il contenuto dell’accordo che sta per essere firmato dagli Stati Uniti e l’Iran non è affatto chiaro, e le indiscrezioni che filtrano da Washington e ancor più quelle che arrivano da Teheran non aiutano a capirne i contenuti. È però molto indicativo il giudizio che ne dà Israel Hayom, perché, oltre al fatto che è il principale quotidiano israeliano, è di proprietà della miliardaria Miriam Adelson, cittadina americana e israeliana, che è tanto amica e sostenitrice di Donald Trump da essere la sua principale donatrice di fondi, con ben duecentocinquanta milioni di dollari versati per la sua campagna elettorale. Dunque, è una testata generalmente considerata vicina agli ambienti trumpiani e il titolo del suo articolo sull’intesa voluta da Donald Trump è inequivocabile: «L’accordo con l’Iran è un fallimento americano che mette in pericolo Israele». Ancora più critico è il giudizio di fondo: «Non c’è altro modo per descrivere l’accordo che sarà firmato se non come un clamoroso fallimento americano che influenzerà la posizione degli Stati Uniti nel mondo e l’immagine dello stesso Trump. Le implicazioni per Israele sono estremamente problematiche».

Non basta. In un altro articolo, il quotidiano rileva tra i fattori negativi di questa firma il fatto che, «nonostante i suoi dubbi rapporti con Hamas, questo accordo fa sì che il Qatar appaia come il vero vincitore della crisi». Dunque, agli occhi del quotidiano israeliano si tratterebbe di un esito fortemente negativo anche per gli equilibri regionali.

Si vedranno a giorni i contenuti esatti dell’intesa che molto probabilmente saranno volutamente ambigui e indefiniti, ma le voci riportate da molte testate israeliane come americane sui profondi dissidi interni alla stessa amministrazione americana circa l’opportunità di chiudere in questo modo la crisi fanno presagire che ancora una volta Trump ha privilegiato una soluzione immediata rispetto alle preoccupazioni degli alleati regionali.

Pare ormai probabile, infatti, che Trump abbia accettato di escludere dall’accordo due punti invece fondamentali e cruciali: sia la limitazione all’arsenale missilistico dei Pasdaran sia i rapporti con i proxy – Hamas, Hezbollah, Kataeb Hezbollah e Houthi – ripetendo quello che molti critici considerarono l’errore dell’accordo negoziato da Barack Obama nel 2015, col risultato di alimentare in ampi settori dell’opinione pubblica israeliana la sensazione di essere stati abbandonati dall’alleato americano.

Sensazione rilevata e denunciata dai principali leader dell’opposizione israeliana – Naftali Bennett, Yair Lapid, Gadi Eisenkot, Avigdor Lieberman e Yair Golan – che accusano Bibi Netanyahu di fallimento pieno nel compito fondamentale di garantire la sicurezza dello Stato ebraico, dopo tre anni di guerra e dopo il 7 ottobre. Secondo questa lettura, Donald Trump avrebbe accettato la posizione iraniana di estendere il cessate il fuoco al Libano, senza però affrontare il problema del fatto che Hezbollah continua a essere percepito come una grave minaccia per il mezzo milione di israeliani che vivono nel nord del Paese.

Vista da Israele, dunque, la conclusione della crisi del Golfo, voluta o subita che sia da Donald Trump, appare disastrosa, secondo una valutazione molto diffusa, con un conseguente calo dei consensi registrato dai sondaggi per un Benjamin Netanyahu già impegnato in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua stessa sopravvivenza politica.

Più difficile invece comprendere gli effetti di questo accordo sulla situazione interna all’Iran. Sicuramente sul breve periodo il regime ne esce rafforzato, come tutte le guerre in cui l’avversario ha paura della propria forza e non mena il colpo decisivo quando è indispensabile farlo, errore che per molti osservatori confermerebbe l’inadeguatezza di Donald Trump nella gestione delle crisi internazionali.

È però difficile negare che già siano operativi gli effetti radicalmente destabilizzanti della mazzata subita dal regime stesso nelle prime settimane della guerra iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e i gravissimi danni subiti da molti siti militari. L’uccisione di Khamenei infatti ha eliminato l’unico leader in grado di tenere in equilibrio le varie componenti del regime. Ora il figlio, che ne ha preso il posto, non sembra godere dello stesso prestigio del padre, e per di più è eccessivamente schierato a favore del partito oltranzista dei Pasdaran, con conseguenze potenzialmente rilevanti.

La prima è il trauma provocato dalle grandi manifestazioni organizzate dai Pasdaran non solo a Mashhad, in cui si è gridato: «Marg bar Araghchi!», «Morte ad Araghchi!», il ministro degli Esteri simbolo della mediazione e della trattativa con l’America. Dunque, gli oltranzisti, i Pasdaran, potrebbero farla pagare nel medio periodo, quantomeno sul piano politico, agli esponenti del «partito della trattativa».

Non solo: l’economia iraniana, gravata da enormi investimenti militari imposti dal regime, attraversava già una gravissima crisi nel gennaio di quest’anno, prima della guerra, e aveva provocato quelle enormi manifestazioni di protesta che abbiamo visto e che sono state soffocate nel sangue con decine di migliaia di vittime.

Ora, i tre mesi di guerra hanno fatto superare ogni limite di crisi alle strutture economiche del Paese che, nonostante la disponibilità al compromesso di Donald Trump, non potranno riequilibrarsi con l’iniezione di qualche decina di miliardi di dollari promessi dal Qatar. Questo perché i Pasdaran, che non sembrano uscire significativamente indeboliti da questo conflitto, imporranno che una quota ancora maggiore delle poche risorse disponibili venga innanzitutto impiegata per riempire di nuovo gli arsenali missilistici e per finanziare ancora di più Hezbollah, Hamas, gli Houthi e Kataeb Hezbollah.

Dunque verranno sottratte risorse fondamentali e strategiche per comprare e sostenere il consenso. Da qui a qualche mese è probabile una ripresa del grande movimento di protesta a fronte di ristrettezze economiche formidabili che – novità decisiva – si troverà di fronte un vertice del regime profondamente diviso, come sembrano suggerire le ultime settimane. Gli esiti della crisi interna incombente, sociale e politica, sono quindi aperti.

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Petroliere iraniane varcano zona di blocco. Coloni israeliani incendiano due moschee in Cisgiordania

17 Giugno 2026 ore 10:27
Al Arabiya English pubblica il memorandum in 14 punti. Teheran potrebbe riprendere a esportare petrolio fin da subito dopo la firma e riceverebbe 300 miliardi di dollari dagli Stati Uniti. Israele, polizia usa granate stordenti su manifestanti Haredi

© RaiNews

Addio a Monsignor Ruini, eccolo alla Messa di intronizzazione di Papa Leone nel 2025

17 Giugno 2026 ore 00:13

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio a Monsignor Ruini, ecco Papa Leone che lo saluta dopo Messa intronizzazione nel 2025

17 Giugno 2026 ore 00:12

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio a Monsignor Ruini, eccolo al funerale di Papa Francesco nel 2025

17 Giugno 2026 ore 00:11

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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L’Iran ha vinto la guerra e guarda il “fumo” a Evian

17 Giugno 2026 ore 00:04

Nello Stretto di Hormuz un Paese senza marina militare dal 28 febbraio ha bloccato gli Usa e i traffici mondiali determinando per americani e israeliani una delle più colossali sconfitte […]

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L’Europa trascina gli Usa: «Compatti con l’Ucraina»

17 Giugno 2026 ore 00:04

È il G7 dell’Ucraina. Zelensky colleziona prese di posizione a favore dell’Ucraina, indignazione per l’attacco al Monastero delle Grotte di Kiev, unità contro Putin e tante promesse. Persino da Donald […]

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Libano sotto le bombe, l’ira di Trump contro Israele

17 Giugno 2026 ore 00:03

I comandi militari israeliani, scriveva ieri Maariv, attendono di conoscere il contenuto del memorandum d’intesa tra Usa e Iran. Le informazioni ricevute sarebbero rassicuranti per Benyamin Netanyahu e i vertici […]

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Meloni, prove di disgelo con il tycoon Ma il bilaterale si fa ancora attendere

17 Giugno 2026 ore 00:03

Il siparietto manda in sollucchero i cronisti. Lei, in tailleur attillato e cravatta dello stesso color perla, lancia l’amo: «Siamo sempre stati amici». Lui fa il galante: «Sono stato abbandonato». […]

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Torre Milano, tutti assolti: abuso edilizio in «buona fede»

17 Giugno 2026 ore 00:02

Costruttori di tutta Italia prendete appunti: costruire nuovi grattacieli con i permessi edilizi delle ristrutturazioni, risparmiando sugli oneri di urbanizzazione e senza servizi aggiuntivi per il quartiere, può non essere […]

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Piano casa, non solo fondi stranieri Fi e Lega aprono ai costruttori italiani

17 Giugno 2026 ore 00:02

Gli emendamenti della destra al Piano casa dimostrano che il principale obiettivo del provvedimento di Meloni e Salvini non è risolvere l’emergenza abitativa, bensì favorire il cemento e la speculazione […]

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Christian Bromberger, «il calcio è una metafora della società capitalista, in campo c’è il mondo»

17 Giugno 2026 ore 00:02

Christian Bromberger, parigino classe 1946, ha diretto la cattedra di etnologia all’Università della Provenza per vent’anni, fondato l’Istituto di etnologia mediterranea e comparata e diretto a Teheran l’Istituto francese di […]

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Evian, il grottesco G7 di Trump tra desideri e leadership che fugge

17 Giugno 2026 ore 00:01

Come regalo di compleanno, Trump ha ricevuto ieri dal cancelliere Merz una maglietta da giocatore di football, con la scritta Trump 47 (è la 47esima presidenza) e la diplomazia musicale […]

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Intelligenze artificiali, beni in Comune

17 Giugno 2026 ore 00:01

Magnifica humanitas, la lettera enciclica di Leone XIV “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” (2026), non è dedicata esclusivamente alle IA, bensì pure alla declinazione sociale e […]

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La perquisizione diventa sgombero. Così la polizia ha chiuso il Bencivenga

17 Giugno 2026 ore 00:01

Non aveva l’aria di uno sgombero quello di ieri mattina in via Bencivenga 15, a Roma: sembrava che lo scopo delle forze dell’ordine accorse all’alba fosse unicamente quello di arrestare […]

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«Sospiri», la buona novella del pop che si sottrae a mode e autotune

17 Giugno 2026 ore 00:01

Esiste una strada percorribile nel pop aldilà del mainstream imperante radiofonico, fatto di retaggi di trap liofilizzato, autotune e grottesche melodie? Esiste e resiste ancora, fortunatamente, in una formula garbata […]

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Cecilia Vicuña, esplorando paesaggi perduti e memorie d’acqua

17 Giugno 2026 ore 00:01

Gli spazi magnifici, ampi e luminosi, della Manica Lunga del Castello di Rivoli, accolgono con naturalezza El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso, a cura di Marcella […]

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Myanmar, la Cina dice Hlaing: Xi abbraccia il presidente golpista

17 Giugno 2026 ore 00:01

Dopo l’India, tocca alla Cina. Meno di due settimane dopo che lo aveva fatto Narendra Modi, anche Xi Jinping srotola il tappeto davanti a Min Aung Hlaing. Il generale golpista […]

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La dura giornata di lavoro dei 500 più ricchi del mondo: 336 miliardi in 24 ore

17 Giugno 2026 ore 00:01

L’intesa tra Washington e Teheran è vicina? Sui mercati c’è già chi punta a monetizzare la promessa di distensione. È lunedì 15 giugno e la sera prima Trump aveva annunciato […]

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A Treviso famiglie sfrattate per fare posto al real estate

17 Giugno 2026 ore 00:01

«Questa vicenda ha a che vedere con la finanziarizzazione della casa, che avviene oramai ovunque, nei grandi centri come in provincia». Luigi Calesso, consigliere comunale di opposizione di Coalizione Civica […]

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Dopo Sala, il campo largo in cerca di candidato per superare la «città vetrina»

17 Giugno 2026 ore 00:01

Visto da sinistra, non è con una sentenza, seppure di assoluzione, che si archivia il macigno politico di dieci anni di amministrazione di Milano dove la città è diventata invivibile […]

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Sollicciano sotto sequestro, la gip chiude metà del carcere

17 Giugno 2026 ore 00:01

Un provvedimento senza precedenti nella storia recente d’Italia: la Gip di Firenze ha posto sotto sequestro più della metà delle sezioni del carcere di Sollicciano per le pessime «condizioni igienico […]

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Il futuro degli oceani, nel superamento dell’eco-ansia

17 Giugno 2026 ore 00:01

Immaginiamo che arrivi un’ondata di calore. Sulla terraferma, noi umani sappiamo come proteggerci dal caldo: ci spostiamo in luoghi più freschi, non usciamo nelle ore calde. Anche gli animali terrestri […]

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Il Mediterraneo, prospettive antropologiche

17 Giugno 2026 ore 00:01

Oggi che l’approccio agli studi politico-geografici sono diventati di nuovo centrali nella visione dei nodi problematici che riguardano il pianeta è quantomai utile avvicinarsi alla questione Mediterraneo dalla prospettiva dell’antropologia […]

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Due eventi a luglio per battezzare l’alleanza giallorossa

17 Giugno 2026 ore 00:01

Due eventi pubblici per lanciare il fronte progressista. Per mostrare che l’alternativa alle destre c’è già, e d è pronta alla sfida. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli si sono visti […]

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La colpa di essere anarchici: otto arresti per terrorismo

17 Giugno 2026 ore 00:01

Era almeno dal settembre del 2024 che la polizia aveva messo sotto controllo un casolare di campagna a Sambuci, vicino Vicovaro, alle porte di Roma: il vecchio «Improbabile Squat», un’occupazione […]

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François Jullien, lo scarto che genera il pensiero

17 Giugno 2026 ore 00:01

Da oggi a venerdì 19 giugno, presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, si terrà il IV Convegno della Società Italiana di Filosofia Teoretica «Pensare la traduzione – Tradurre […]

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La Corte suprema ordina: Abu Safiya resta in carcere senza accuse

17 Giugno 2026 ore 00:00

Resterà in carcere, senza alcuna accusa e senza aver mai affrontato un processo, il medico palestinese Hussam Abu Safiya. Lo ha stabilito la Corte suprema israeliana che ieri ha rigettato […]

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Mondiali 2026, Francia-Senegal: la doppietta di Mbappe per il tris dei transalpini. Il video

16 Giugno 2026 ore 23:07
Pregevole azione personale di Mbappè che, da fuori area, mette palla all'incrocio e chiude la partita al 6' di recupero, appena un minuto dopo aver subito il gol della squadra africana, chiude la partita sul 3-1

© RaiNews

Meloni e Modi scherzano tra i leader del G7: Siamo la coppia più famosa del mondo

16 Giugno 2026 ore 23:03

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron. Oltre ai Paesi leader del G7, ci sono i rappresentanti delle Nazioni ospiti del summit, come il brasiliano Lula e l’indiano Modi. Quest’ultimo è stato protagonist, insieme alla premier Meloni, di un simpatico siparietto. Alla richiesta di qualcuno dei leader ospiti, Meloni ha detto ridendo: “Sì, è vero, siamo famosi di Instagram”, riferendosi al trend #melodi che fece il giro del mondo durante la sua visita in India.
Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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