Mondiali, Tunisia nel caos: rissa in hotel e ct verso l'esonero. Cos'è successo






















































Bonjour.
Lors de lq création d’un pad, il est indiqué que sa durée de vie est de 7 jours en l’absence de modification.
J’aurais souhaité sauvegardé les CR de CA et d’AG de mon association : est-ce possible ?
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“Caro fratello, credo sia arrivato il momento di parlarti a cuore aperto e dirti che tutto il male, tutto il dolore che hai provato e che quel dolore ha generato, possiamo lasciarli andare, perché appartengono al passato”. È iniziata così la lettera-social che Nesli ha dedicato a suo fratello Fabri Fibra dopo che, nella prima puntata del nuovo format “Nuova Scena Dissing Podcast”, intitolata “La famiglia rovina il rap?”, l’artista marchigiano ha accennato i suoi burrascosi rapporti col suo nucleo familiare. Nell’episodio, i quattro giudici del talent show di Netflix, si erano divisi in due schieramenti diametralmente opposti: da un lato c’erano Fibra e Guè (che sia in musica che nelle interviste non hanno mai nascosto alcuni screzi coi propri parenti stretti) e, dall’altro, Geolier e la neomamma Rose Villain.
La prima puntata del podcast era iniziata proprio con un disclaimer dello stesso Fibra, che aveva precisato (soprattutto agli spettatori): “Ricordatevi che stiamo giocando”. I quattro colleghi, nel confronto, hanno raccontato e dibattuto sul proprio significato di “famiglia”. A Geolier, “una delle prime cose che mi hanno insegnato è il valore della famiglia”, ha dichiarato l’artista. “Io quando penso alla famiglia, che possono essere anche solo tre persone, non penso al successo. Ti tiene completamente coi piedi per terra”, ha detto Rose Villain. Chi ha una visione meno romantica del termine sono Guè e Fibra. “Tra le varie cose in cui non credo c’è la famiglia (…). Tutti gli italiani hanno questa ipocrisia della famiglia, che palle. Dipende che famiglia è”, ha spiegato il rapper dei Club Dogo. Poi è arrivato il turno di Fabri Fibra: “A me dicevano una cosa molto leggera che è ‘non ce la farai mai’. E la mia risposta è ‘vaff*****o’”.
Gli scambi di vedute sono proseguiti, fino ad arrivare alla domanda, posta dal rapper partenopeo a Fibra, che ha fatto il giro del web. “Con chi festeggi quando hai successo?”, ha chiesto Geolier. “Non festeggio con la gente che ha provato ad ostacolarmi”, ha risposto l’artista di Sinigallia. “La tua famiglia ti ha ostacolato?”, ha aggiunto Geolier. “È stata proprio la mia famiglia a farlo!”, ha chiosato Fibra. “Son problemi tuoi!”, ha, infine, replicato il cantante campano. Ed è stata proprio l’ultima esclamazione di Geolier a non passare inosservata e, anzi, a finire sotto bersaglio di alcuni commenti social da parte di utenti che (comprensibilmente) hanno storto il naso sull’apparente – quanto però, realmente, improbabile – “menefreghismo” esternato dal rapper di “I p’ me, tu p’ te”. “Geolier con la sensibilità di un sasso”, “E’ incommentabile”, “Non ha capito niente” e “Ridere dei problemi altrui è davvero raccapricciante”, sono alcuni dei commenti (con migliaia di like al supporto) di alcuni utenti che si sono risentiti. La risposta di Geolier, che è bene precisare sia venuta “a caldo” ed all’interno di uno show che prevedeva un botta e risposta, tendenzialmente, rapido, non è stata percepita come una carezza ma, a provare ad addolcire la pillola ci ha pensato Nesli, scrivendo parole al miele nei confronti del fratello Fibra. “La tua famiglia non ti ha mai ostacolato e ha sempre creduto in te, nel nome del valore più grande: l’amore. Perché amare significa anche lasciare liberi di essere e di diventare ciò che si è destinati a essere. Ed è ciò che abbiamo fatto: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore. Non abbiamo camminato accanto a te sulla tua strada, perché era la tua e non la nostra”, ha detto Nesli.
E ancora: “E quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. Non abbiamo mai chiesto nulla, perché l’amore autentico sa anche fare un passo indietro. Ognuno vive la propria storia e custodisce la propria verità. Ma tutto ciò che hai vissuto ti ha reso l’uomo che sei oggi, nel bene e nel male. E forse, dopo tutto questo tempo, è il momento di accogliere ciò che è stato con maggiore serenità, senza lasciare spazio alla rabbia e al rancore”, ha proseguito Nesli, terminando il post con un augurio a Fibra di pace e “di guardare al passato con occhi nuovi, sapendo che, anche nella distanza, non abbiamo mai smesso di amarti. Forse un giorno ci ritroveremo. Intanto, con affetto, tuo fratello Francesco”, ha concluso Nesli.
I due non si parlerebbero da più di 15 anni e chissà che non possa essere il primo passo di una ricucitura. A detta di Nesli, come da lui stesso raccontato in un’intervista di qualche anno fa a Vanity Fair, nei primi anni 2000, lui e Fibra sarebbero stati attenzionati dalla prima major del fratello ma, secondo l’ex concorrente del Festival di Sanremo “Per loro (l’etichetta discografica, ndr) ero un accessorio, l’eterno secondo. Eppure, se non fosse stato per me, Fabri Fibra starebbe ancora a montare i tappi alle penne in Inghilterra”. E quando Fibra “torna da Londra per registrare, iniziamo a guardarci diversi, la bolla scoppia”, aveva detto nell’intervista. Fibra gli ha quasi sempre risposto con le barre: “Preferisco i tuoi primi testi. Non avevi tutta la pressione che adesso ti mette mamma. E sentirti parlare d’amore un po’ mi stanca”, rappa in “Nessun aiuto”. “Lui mi ha sempre attaccato e io non ho mai risposto. Non potevo più non affrontare il problema”, aveva detto Fibra al Corriere della Sera. E ancora: “Nesli mi attacca come musicista e quindi attacca la mia persona. Ma lui per primo dovrebbe scindere l’aspetto professionale da quello personale. Quando ci riuscirà, forse potremmo di nuovo comunicare. Di certo gli voglio bene, è mio fratello e lo sarà per tutta la vita”.
Fibra ha da sempre raccontato il suo complicato rapporto coi genitori e col fratello. In “Ringrazio”, Fibra rappa: “Mia madre mi soffoca da quando sono nato. Mi vorrebbe morto dopo quello che son diventato (…). Prendevo botte fino a quando non usciva il sangue (…). Mia madre mi ha rovinato la vita (…). Ho perso ogni compagnia (…). Non voleva che uscissi con una ragazza”. E poi, alla fine del brano, la parentesi su Nesli: “Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”.
Nel 2025, con “Mio Padre”, Fibra ha “vomitato” tutto ciò che si sarebbe sentito di dire al genitore, deceduto nel giugno del 2023. “Fanc**o papà, quel giorno è giunto, papà. Per colpa tua sono cresciuto insicuro. E ora dovrei restare muto perché non sei più qua (…). Solo discorsi sulle bollette a cena e a pranzo. A dimostrare un po’ d’affetto ti costava tanto (…). In casa c’era la guerra tu che poi lanciavi il tavolo, il piatto, la sedia. In famiglia era una mer*a, tu una mezza sega. Ti sogno morto senza alcuna pietà (…). Quando vedo una famiglia felice che sorride gli auguro le peggio sfighe (…). Mio padre è morto, non l’ho mai visto sorridere (…). Eppure sono qui che ancora ne parlo Come se fossi incastrato nel passato, un ostaggio”.
L'articolo “Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. La tua famiglia non ti ha mai ostacolato: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore”: Nesli scrive al fratello Fabri Fibra proviene da Il Fatto Quotidiano.
È possibile fare un viaggio di diecimila chilometri lungo le spiagge d’Italia? La risposta è sì. Questa è stata l’incredibile avventura di Andrea Guolo e Tiziana Di Masi, autori della Guida ai migliori Beach Club d’Italia (Morellini Editore), la prima dedicata al mondo degli stabilimenti balneari che arriva alla sua terza edizione, un progetto editoriale unico nel suo genere. Non solo: quest’anno i nostri rabdomanti della vita balneare rivelano anche gli stabilimenti da non perdere al lago. Un itinerario che tocca tutte le regioni costiere e quelle con i più grandi specchi di blu, un viaggio che non si limita a dare consigli per una vacanza all’insegna del relax o del divertimento, dell’esclusività o dell’autenticità, ma anche una geografia dell’utile che mappa un’offerta completa, strumento per turisti ma anche per operatori del settore.
La guida si propone come fermo immagine per raccontare il turismo balneare, una delle filiere più rilevanti dell’economia italiana, fortemente radicata ai territori. Un ecosistema integrato di servizi e opportunità: dalla ristorazione all’ospitalità, includendo sempre più intrattenimento e benessere. Un’imprenditoria coraggiosa che sfida i limiti ambientali della delicata morfologia costiera italiana, in numerosi punti soggetta ad erosione, e i garbugli di una burocrazia complessa, in quanto le spiagge sono aree di competenza demaniale dello stato. Facciamo un passo indietro. È utile ricordare la direttiva europea Bolkestein introdotta nel 2010, la quale punta alla concorrenza trasparente tramite gare pubbliche imparziali per l’assegnazione di autorizzazioni anche in caso di risorse naturali scarse.
Nel Belpaese però, non è stata riconosciuta la suddetta caratteristica ambientale, e in assenza di una legge nazionale coerente alla direttiva, in questi anni abbiamo collezionato una lunga lista di rinvii e proroghe lasciando carta bianca ai singoli comuni che tutt’oggi sono liberi di agire autonomamente, avviando eventuali gare per le concessioni balneari. Nell’attesa di comprendere se la direttiva verrà un giorno applicata a cascata su tutto il territorio nazionale, le spiagge italiane, in quanto beni del demanio, continuano ad essere concesse solo in uso temporaneo a soggetti privati a fronte del pagamento di un canone annuo.
C’è chi parteggia per i pro, chi per i contro, sta di fatto che il dibattito sulle concessioni balneari si riaccende puntualmente stagione dopo stagione come un tormentone estivo, tra polemiche e forti pressioni da parte delle associazioni di categoria dei balneari. Questa incertezza incide anche sulle logiche imprenditoriali, soprattutto nel caso delle piccole realtà dove gli investimenti per migliorare la struttura e incentivare i servizi diventerebbero un comprensibile rischio, un’impasse che, di conseguenza, non valorizza il potenziale di certe località, fattore da considerare e che Andrea Guolo ha tenuto a sottolineare, un’onesta considerazione alla luce di una guida che rivela i migliori Beach Club d’Italia.
La “Guida ai migliori beach club d’Italia 2026” è stata lanciata ufficialmente in occasione del Gran Galà dei Beach Club d’Italia, gli “oscar” del settore balneare che si sono svolti a maggio in quel di Milano. In questa occasione sono stati svelati i prestigiosi premi di miglior beach club d’Italia, suddivisi per fascia di prezzo: luxury, premium e accessibile. A conquistare “ex aequo” il titolo di Best Luxury Beach Club Italia 2026 (oltre i 200 euro al giorno) sono: Alpemare, rinomato punto di riferimento a Forte dei Marmi, e Lido Villeggiatura, beach club del Belmond Villa Sant’Andrea, nella splendida cornice di Taormina. Nella fascia premium (50-200 euro) è invece Tivoli Portopiccolo a Sistiana, bella località della provincia di Trieste. Tra i beach club di prezzo accessibile (sotto i 50 euro) si distingue Sabbia D’oro a Scanzano Jonico, eccellenza lucana che affaccia sul limpido mare della Basilicata. C’è chi desidera trascorrere una vacanza balneare immerso nella natura e a stretto contatto con le tradizioni del luogo, chi invece non rinuncia all’ “esclusività da ombrellone” all’insegna del barefoot luxury, concetto di lusso che sposa sempre più l’eccellenza dei servizi alla libertà della vita da spiaggia, binomio sempre più in voga. Oltre al podio della serata, abbiamo chiesto ad Andrea Guolo qualche consiglio e curiosità per lasciarci ispirare e scoprire alcune località della nostra bellissima Italia.
Durante la lunga ricerca che ha portato a selezionare i migliori beach club d’Italia, non è mancato qualche imprevisto, anche a fronte dell’eccellenza. La valutazione delle strutture avviene l’anno precedente rispetto all’uscita della guida, e in questo lasso di tempo può capitare qualche “cambio di programma”. Un caso emblematico è stato quello di un beach club marchigiano selezionato per essere premiato e recensito con i migliori voti per qualità del servizio, location e posizione, il quale non è più agibile essendo stato messo sotto sequestro giudiziario: niente guida, nessuna stagione, solo tante domande alle quali neanche Andrea e Tiziana saprebbero dare risposta.
Di contro, i nostri autori possono testimoniare alcune realtà capaci di “fare scuola” in territori presi d’assalto durante i mesi estivi, con tutte le conseguenze del caso. Ci sono destinazioni incantevoli come la Puglia salentina della costa ionica, dove attualmente il turismo non è classificabile di fascia qualitativa alta, soprattutto se confrontato all’eccellenza della proposta adriatica. Due facce della stessa medaglia, quelle di una delle regioni più amate d’Italia per le vacanze balneari. Ma è proprio lungo la costa ionica che si trova Le 5 Vele, precisamente a Marina di Pescoluse, premiato per la strategia d’impresa. Questo beach club si distingue non solo per le proposte di alto livello ma anche per il concept che valorizza l’ospitalità salentina con il massimo del servizio, un esempio strutturato in un territorio soggetto all’overtourism spesso caotico e indisciplinato.
L’Italia e le sue mille sfaccettature, tra limiti, incredibili potenzialità e tanta bellezza. C’è chi desidera trascorrere una vacanza balneare immerso nella natura e a stretto contatto con le tradizioni del luogo, chi invece non rinuncia all’ “esclusività da ombrellone” all’insegna del barefoot luxury, concetto di lusso che sposa sempre più l’eccellenza dei servizi alla libertà della vita da spiaggia, binomio sempre più in voga. Abbiamo chiesto ad Andrea Guolo qualche consiglio e curiosità per lasciarci ispirare e scoprire alcune località della nostra bellissima Italia.
A distinguersi per l’autenticità della proposta e per l’ottimo rapporto qualità/prezzo spicca la Calabria dove gli stabilimenti stanno crescendo e intraprendendo politiche di hotellerie. Destinazione bellissima e selvaggia, dove il mare è ancora il vero protagonista e il verde incornicia le coste, ma il valore aggiunto è il legame con il territorio e le sue tradizioni, prime tra tutte quelle gastronomiche. Ed è così che la cucina genuina (e piccante) e la rosticceria diventano un must da ombrellone: al beach club Blanca Cruz di Caminia i piatti sono espressione delle tradizioni calabresi. Questa accogliente struttura situata lungo la suggestiva Costa degli Aranci in provincia di Catanzaro, offre un menù autentico e molto saporito. Per gli amanti della buona tavola, anche quest’anno si distingue Il Fico, ristorante del Lido Tahiti a Palmi, che propone piatti di pesce freschissimo preparati secondo tradizione ma impreziositi da tocchi moderni. Un’occasione per gustare delizie locali e rivisitate in questa perla della Costa Viola e del Reggino tirrenico nella provincia di Reggio Calabria, con incantevole affaccio sulle Isole Eolie.
Anche la Basilicata è una rivelazione e i suoi beach club sono i migliori d’Italia per il rapporto qualità-prezzo. Il Sabbia D’oro Beach Club a Scanzano Jonico, premiato come migliore d’Italia in fascia accessibile, offre tantissimi servizi che affacciano sull’ampia spiaggia dorata, una meraviglia di questa località lucana che affascina non solo per il mare cristallino. Il piccolo borgo di Scalzano affonda le radici in tempi antichissimi, quando era frequentato dai Micenei, di cui restano ancora tracce e preziose testimonianze risalenti al XIII-XI secolo a. C. in località Termitito, a poca distanza dal centro del paese. Un territorio autentico e ricco di sorprese.
Dalla colazione alla cena, c’è un valore aggiunto nel mangiare con i piedi nella sabbia. Il settore balneare punta sempre più a nuovi trend come il best sweet experience, dolci di qualità che impreziosiscono colazioni, pranzi e cene. Gettonatissimi anche gli aperitivi, complice la magia della golden hour sulla spiaggia, valorizzata da dj set e cocktail menù di tutto rispetto. Ma sono il pranzo e la cena a definire il meglio delle proposte gastronomiche fronte mare o direttamente in spiaggia sotto l’ombrellone (servizio sempre più diffuso), tali da poter paragonare i beach club ai migliori ristoranti dell’ “entroterra”.
Tra i best spicca Langosteria che ha cambiato la storia di Bagni Fiore, affacciato sulle acque cristalline di baia Paraggi. Incoronato il miglior beach club della Liguria è inoltre un’ode alla dolcevita: da Brigitte Bardot, a Maria Callas, a Liz Taylor, sono tante le dive di Hollywood che hanno scelto questo angolo di paradiso, tutt’oggi molto rinomato nel jet set internazionale che lo incorona uno dei place to be della movida balneare ligure, nonché fiore all’occhiello della ristorazione locale, tanto da conquistare il prestigioso riconoscimento del Cà Maiol Award – Best beach restaurant 2026.
Un altro must è il Gilda Forte dei Marmi. Il beach club si distingue per essere un ambiente di grande charme della Versilia, dove gustare ogni giorno la cucina di mare e le essenze del territorio, accompagnate dalla migliore selezione di vini e champagne, terroir da abbinare a piatti che raccontano il mare e la terra Toscana, come Tagliolino scampi e tartufo nero di San Miniato, eccellenza dell’entroterra regionale.
Altra tappa da non perdere è La Spigola a Golfo Aranci. Questa oasi affacciata sulle onde turchesi rivela l’identità e l’essenza del mare, così quella della verace anima sarda, giocando con i sapori e rivelando i saperi dello chef Roberto Pisano, capace di unire il cibo a una profonda coscienza ambientalista. La sua cucina è consapevole e sostenibile: ogni piatto si propone come un messaggio virtuoso che promuove la lotta agli sprechi, sensibilizza sull’inquinamento e valorizza le specie marine dimenticate, il tutto privilegiando ingredienti freschi e locali che rafforzano il legame con il territorio. Oltre ai fornelli, anche delle cabine di frollatura per il pesce, una cucina consapevole e ambiziosa, per un menù che desidera fare la differenza.
La Sardegna, resta una delle mete più amate per una vacanza balneare. Oltre alla bellezza indiscussa del mare e delle spiagge, anche la nomea di alcune località la rende una destinazione patinata e “alla moda”, basti dire “Costa Smeralda” per associare una vacanza all’insegna dell’esclusività. Non è un caso se il Phi Beach continua a confermarsi uno dei beach club più gettonati per trascorrere una serata glam e raffinata, un must di Porto Cervo che accende la vita balneare tra spiaggia e dancefloor, mixando mare, proposte gourmet e Dj internazionali. Una foto scattata qui crea “social engagement”, ma esistono altrettanti beach club che assicurano scatti “instagrammabili”, come La Scogliera a Positano, location perfetta per immortalare uno dei belvedere più iconici del Belpaese e per trascorrere un’esperienza che racchiude tutta l’essenza di un’estate italiana: questo beach club, incastonato tra le rocce della Costiera Amalfitana con vista sulle isole Li Galli, offre il mix perfetto di natura, relax, comfort e servizi di ristorazione di alta qualità.
Meravigliosamente inserita nel paesaggio ligure anche La Spiaggetta dei Balzi Rossi che spunta come una gemma ai piedi della costa rocciosa a confine con la Francia. Situata a due passi dalla Costa Azzurra ma orgogliosamente ligure, questo stabilimento, oltre ad essere fotogenico per l’incredibile location abbracciata dal litorale e affacciata sul mare cristallino, è unica nel suo genere per le serate “al cinema”: il nuovo Cinema Balzi Rossi vi aspetta per la stagione 2026 con le pellicole più belle proiettate direttamente sul mare, grazie a un maxischermo installato tra le onde.
Ci sono località balneari capaci di unire la bellezza della natura al fascino della cultura, luoghi dove è possibile fare un tuffo nella storia. Il Lido di Venezia offre tutto questo, oltre alla Mostra del Cinema che si svolge tra fine agosto e inizio settembre, colpi di coda di un’estate glam. Qui si trova il Des Bains 1900, che conta la bellezza di 126 anni di attività, una vera e propria icona dei primi anni del XX secolo descritta anche da Thomas Mann nel suo celeberrimo romanzo “Morte a Venezia”. Frequentato dal jet set internazionale sin dalla sua inaugurazione, il 5 Luglio 1900, questa raffinata struttura veneziana resta più che mai attuale.
Per rivivere le atmosfere del passato ma soprattutto scoprire una curiosa caratteristica che lo rende anacronistico ma al contempo unico, tappa alla Lanterna, meglio nota come Pedocin, sul Molo Fratelli Bandiera di Trieste. Si tratta dell’unico stabilimento balneare in Europa dove l’area destinata agli uomini e quella riservata a donne e bambini (fino ai 12 anni) sono separate. La divisione di questo stabilimento, aperto nel 1903 sotto l’Impero Austro-Ungarico per cure elioterapiche, è tutt’oggi amatissimo dai triestini che scelsero di mantenere la divisione dei bagni nonostante la proposta comunale di toglierla. Non solo, lo stabilimento è altresì il più economico d’Italia: l’entrata costa solo 1,40 Euro, a patto di seguire le indicazioni che vi porteranno a fare un vero e proprio tuffo nella storia.

Sono tantissimi i vacanzieri che scelgono di partire con gli animali, per questa ragione è molto utile riportare che in alcuni comuni i beach club non possono accogliere i cani sulla spiaggia poiché non concesso dall’ordinanza comunale. Dove non è consentito per legge, siamo certi che alcuni divieti siano stati affissi a malincuore nella maggioranza dei casi. La Guida ai migliori Beach Club d’Italia offre tutte le indicazioni aggiornate in merito alle strutture che accettano oppure no gli amici a quattro zampe. Tra le destinazioni top, c’è un angolo di pace tra Alassio e Albenga, con bella vista dell’Isola Gallinara: il Baba Beach. In questa struttura pet friendly il comfort incontra la buona cucina ligure e il benessere, anche quello dei vostri amici pelosi dove possono rilassarsi e divertirsi nella spiaggia dog friendly completamente delimitata, con vegetazione pensata per loro. Tanta libertà, sicurezza e numerosi servizi ad hoc, come le docce dedicate ai cani. In Veneto, altrettanto gettonato e perfettamente organizzato il Tamerici Dog a Rosolina Mare, il primo stabilimento nel Parco del Delta del Po attrezzato per chi desidera trascorrere una vacanza o qualche giorno al mare in compagnia del proprio amico a quattro zampe che troverà il contesto ideale, con tanto di sistema “autolavaggio” prima dell’uscita spiaggia.
Per chi desidera scoprire qualcosa di nuovo, la nostra bella Italia non delude mai, così alcune strutture che si inseriscono con grazia nei paesaggi e valorizzano le bellezze e le peculiarità dei territori come la spiaggia di Termoli, dove spunta Cala Sveva Beach Club, incorniciato dalle splendide mura federiciane e dai trabucchi sul mare, testimonianza della tradizione marinara abruzzese. Qui la storia e la cultura incontrano il piacere balneare e una proposta gastronomica che punta su specialità di pesce sempre freschissimo, da gustare direttamente in spiaggia durante il giorno, mentre dall’orario aperitivo in poi, trasforma le serate a suon di ritmo con artisti di fama mondiale.
Il Mar Adriatico si racconta lungo lo stivale, e cambia. C’è una località che sembra testimoniare la bellezza di questa geografia varia e pittoresca, quella di Gabicce Mare, che spunta lungo la Riviera a Nord delle Marche, altresì chiamata “la Capri dell’Adriatico” poiché è il primo punto panoramico da Trieste. Ed è proprio qui che si trova uno dei centri balneari più caratteristici, il primo stabilimento situato sulla roccia dopo l’interminabile nastro di sabbia fine della riviera adriatica che da nord Italia scende verso sud. Non è un caso che Bagni 45 Maristella, viene chiamato anche “Sotto Monte”, il luogo ideale dove scoprire tutta l’accoglienza marchigiana.
Tra le novità di Guida ai migliori Beach Club d’Italia 2026 ci sono anche le migliori proposte per trascorrere una vacanza balneare al lago. Una ricerca “in divenire”, come l’ha definita Andrea Guolo, che merita sempre più attenzione dopo questo primo resoconto “nero su bianco”. Oggigiorno il turismo lacustre italiano è in crescita e molto richiesto dal mercato estero, soprattutto i laghi di Garda e Como, binomio di lusso e natura, ma sempre più accessibili e con un forte legame con i territori. Le incantevoli località del Garda per esempio, uniscono il piacere balneare alla cultura locale, compresa quella enogastronomica del vino e di prodotti DOP come l’Olio del Garda. Il Riviera Lake a Punta San Vigilio è considerato il beach club più esclusivo del lago di Garda. Questo fiore all’occhiello della sponda veronese non ha bisogno di molte presentazioni per l’eccellenza dei servizi. La sua vera suggestione è la spiaggia con incantevole punto panoramico, rinfrescata dall’acqua color smeraldo, ombreggiata da ulivi secolari e tanto verde, un eden dove è possibile gustare golose prelibatezze dalla colazione all’aperitivo.
Su “quel ramo del lago di Como” invece, per la precisione lungo la sponda occidentale di questo incantevole specchio di blu, si trova il Victoria Beach Club di Menaggio. Parole d’ordine: accoglienza raffinata e connessione al territorio perché tutto qui parla con stile del genius loci di Menaggio, pittoresca cittadina di antiche origini da visitare a ritmo lento, nonché un ottimo punto di partenza per scoprire il lago di Como e le montagne che lo circondano, una destinazione non solo balneare che incanta il mondo intero.
L'articolo La guida ai migliori lidi d’Italia e le spiagge da non perdere questa estate, ma anche i “flop”: spicca la Calabria, anche la Basilicata è una rivelazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dal 16 al 21 giugno la Gay Street di Roma, in via di San Giovanni in Laterano, a pochi passi dal Colosseo, si trasformerà in un palcoscenico dedicato a cultura, diritti e inclusione. Torna infatti “Walk with Pride”, la manifestazione diretta da Ezio Cristo che per sei giorni animerà uno dei luoghi simbolo della comunità LGBTQIA+ della Capitale con talk, spettacoli, concerti, presentazioni e momenti di confronto. A inaugurare l’evento il 16 giugno sarà Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione, che taglierà il nastro dando ufficialmente il via alla settimana di appuntamenti. Tra gli ospiti attesi figurano anche Imma Battaglia, Antonella Elia, Priscilla, Francesco Montanari e Gabriele Piazza con lo spettacolo satirico “Eterofobo”.
Uno degli appuntamenti più attesi e discussi è il talk del 17 giugno che vedrà confrontarsi Francesca Pascale, co-fondatrice del movimento Gay Conservatori e Liberali, Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno, e Nicola Di Bartolomeo del Movimento 5 Stelle. Una scelta che arriva dopo che nelle scorse settimane Pascale aveva denunciato l’esclusione dai talk della Pride Croisette e che gli organizzatori rivendicano come occasione di confronto. “Credo sia stato un errore non dare spazio e voce anche a chi ha un pensiero diverso”, spiega a ilfattoquotidiano.it il direttore artistico Ezio Cristo. “Non stiamo parlando di un partito fascista, ma di un movimento che si definisce gay conservatore. Poi si può essere d’accordo o meno, ma la censura non fa parte della mia idea di comunità. Noi siamo totalmente liberali e riteniamo giusto che sui diritti possano confrontarsi posizioni differenti”. La manifestazione si svolgerà a pochi giorni dal Roma Pride del 20 giugno, ma gli organizzatori respingono l’idea di una contrapposizione diretta. “Non ci poniamo come alternativa al Pride”, precisa Cristo. “Piuttosto proponiamo un’alternativa a quello che è il programma ufficiale di eventi del Roma Pride. È uno spazio aperto dove possono convivere sensibilità diverse”.
Per Cristo la scelta della Gay Street non è casuale. “Io credo molto in un Pride diffuso. La Gay Street è da oltre vent’anni un simbolo per la comunità LGBTQIA+ romana ed è spesso il primo luogo di approdo per chi arriva in città e cerca un punto di riferimento. Qui è nata una parte importante della storia della comunità romana e per questo ci sembrava il luogo naturale per una manifestazione come questa”. Tra gli eventi di maggiore richiamo figura il concerto del 19 giugno di Francesco Sarcina e Le Vibrazioni, mentre il programma prevede anche riconoscimenti a personalità impegnate nella promozione dei diritti, un concorso drag dedicato alla scena performativa italiana e numerosi incontri culturali.
Particolare attenzione sarà dedicata quest’anno alle persone transgender. Non a caso la madrina dell’evento sarà Vladimir Luxuria. “Credo che oggi la questione della transessualità sia uno dei temi più delicati e meno approfonditi all’interno del dibattito pubblico”, osserva Cristo. “La scelta di Vladimir ha un valore simbolico e politico. Vogliamo riportare al centro una discussione che spesso resta ai margini”. Nel programma è previsto anche un incontro dedicato specificamente ai diritti delle persone trans. “Abbiamo deciso di coinvolgere non solo associazioni, ma direttamente persone transgender”, conclude il direttore artistico. “Per noi è importante che a parlare siano anche coloro che vivono quotidianamente queste esperienze”. L’obiettivo dichiarato di “Walk with Pride” è quello di raccontare una società più inclusiva attraverso il dialogo tra arte, cultura e partecipazione civile, valorizzando uno spazio che da anni rappresenta uno dei punti di riferimento della comunità LGBTQIA+ della Capitale.
L'articolo Da Luxuria a Pascale, i dibattiti sul palco della Gay Street di Roma: “Diamo spazio anche a chi ha un pensiero diverso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La settimana dal 15 al 21 giugno è una delle più cariche di significato. Si apre lunedì con la Luna Nuova in Gemelli, l’ultima Luna Nuova di primavera, un momento di semina mentale, di intenzioni legate alla comunicazione, agli scambi, alle idee che vogliono prendere forma. È un invito a piantare semi di chiarezza prima che la stagione cambi. E la stagione volge al termine, dal il 21 giugno il Sole cambia passo ed entra in Cancro, segnando il Solstizio d’Estate. Nel frattempo la Luna percorre i segni della Vergine, passando per Cancro e Leone: un arco che va dall’emozione all’ordine, dall’intuizione all’analisi. Una settimana di transizione, nel senso più pieno del termine.
L'articolo Oroscopo della settimana: “Toro, dal 21 arriva un periodo favorevole. Vergine, è il momento di fare un passo per una svolta professionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avviata un’indagine dall’azienda dei trasporti ATM di Milano sulle immagini catturate dalle telecamere dei mezzi e riutilizzate in chat tra dipendenti per inquadrare e commentare parti intime delle donne passeggere. Secondo l’ipotesi, alcuni dipendenti si sarebbero scambiati le immagini in una chat dell’app di messaggistica WhatsApp accompagnate da commenti sessisti. ATM avrebbe subito contattato alcune attiviste che tramite i loro canali social e non avevano segnalato la vicenda. L’azienda ha garantito una verifica interna.
“Atm si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città. Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa”, si legge in una nota dell’azienda.
A rendere nota la notizia alcune attiviste femministe sui social. La scrittrice e attivista Carlotta Vagnoli ha riportato il racconto di una passeggera nella sua newsletter: la donna sarebbe stata seduta accanto a un autista in pausa e avrebbe visto una chat nominata “Staff Ticinese” con alcuni colleghi di lavoro. “Chiaro che perfino gli strumenti che dovrebbero tutelarci – come le telecamere a circuito interno sugli autobus – sono ormai diventati un ennesimo modo per molestarci”, ha scritto Vagnoli.
Sullo schermo sarebbero apparse non “foto di situazioni di pericolo o problemi tecnici, bensì fotogrammi su gambe, volti, seni e cosce di donne ignare di essere diventate carne da macello per un gruppo di uomini con la divisa dell’azienda”. La donna “ha capito essere fotogrammi delle riprese dei video del circuito di sorveglianza in disposizione a ogni tram e usato per garantire la sicurezza di autisti e passeggeri” che “ritraevano donne ed erano accompagnate da commenti sessisti e frasi oscene“.
“Un’ennesima chat in cui corpi di donne ignare di essere riprese vengono scambiati e commentati con violenza e sessismo tra colleghi: il caso stavolta colpisce il trasporto pubblico milanese, poiché a passarsi i fotogrammi delle telecamere di sicurezza sono alcuni autisti dei mezzi meneghini”, ha scritto Vagnoli sui social. “Commenti sul culo, sulle gambe, sul corpo delle donne che prendono il tram, immagini scambiate in una chat, fotogrammi presi dalla videosorveglianza: siamo – di nuovo – nella sfera della technology facilitated gender based violence, ovvero quella violenza agevolata dai dispositivi tecnologici che no, non sono imparziali”.
La vicenda esplode a una manciata di mesi dai casi di “Mia Moglie” e di gruppi affini, sui quali uomini e mariti caricavano sui social le foto dei corpi delle mogli all’insaputa delle donne, e di Phica.net e Phica.eu, oltre 700mila iscritti, entrambi sequestrati, sui quali invece si trovavano soprattutto immagini di personaggi noti le cui foto venivano ripostate e ripubblicate nell’ambito del forum.



© Katie Collins/Reuters

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Il referendum di questi giorni sul controllo della popolazione in Svizzera è stato respinto, ma poco sarebbe cambiato anche se fosse stato approvato. Un classico esempio di domanda che non ha una risposta valida, specialmente se deve essere risolta con un voto sì/no.
All’origine di questo referendum c’è un dibattito iniziato negli anni ’50, quando si scoprì che la popolazione umana stava crescendo in modo esponenziale e si pensava che questo avrebbe portato a guerre e carestie. In Occidente, il dibattito si è esaurito quando si è scoperto che la fertilità umana stava precipitando. Era la “transizione demografica” che ha rallentato e poi invertito la tendenza alla crescita nella maggioranza dei paesi occidentali. Il timore di una crescita esponenziale incontrollabile della popolazione umana è oggi parte della storia delle paure esagerate, insieme ai cavalli dei cosacchi che si abbeveravano alle fontane di Piazza San Pietro.
Tuttavia, il referendum in Svizzera dimostra che la questione della sovrappopolazione è ancora viva e che c’è chi pensa che qualche forma di controllo della popolazione sia necessaria. Il problema è che la storia dimostra che la popolazione umana resiste ai vari tentativi dei governi di influenzarla. Un buon esempio ci viene dalla Cina, dove il tentativo del governo di frenare la crescita demografica generò la “politica del figlio unico”, varata all’inizio degli anni ’80.
In pratica, la politica del figlio unico si è rivelata superflua; è stata ufficialmente abolita nel 2016, ma aveva cessato di essere applicata molto prima. La popolazione cinese ha attraversato la sua transizione demografica in parallelo con quella di altri paesi asiatici che non avevano preso le stesse misure di controllo. Un caso fra i tanti che dimostra che gli interventi governativi volti a regolare la natalità di solito falliscono (vi ricordate il tempo degli “otto milioni di baionette” di memoria mussoliniana?). Questa storia è descritta in dettaglio nel mio libro recente La fine della crescita della popolazione.
In Svizzera, il referendum era altrettanto superfluo e fuori tempo della politica cinese del figlio unico. Entrambi erano tentativi di forzare la popolazione a fare una cosa che già stava facendo: rallentare o invertire la crescita.
Il tasso di fertilità totale (TFR) della Svizzera, ovvero il numero di figli per donna, è sceso al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1 nel 1970, e ora si attesta intorno a 1,3 — uno dei più bassi al mondo. Vuol dire che le nascite non sono sufficienti per garantire il rimpiazzo della naturale mortalità della popolazione. Se la tendenza si mantiene, come ha fatto negli ultimi 50 anni, la popolazione svizzera è destinata a diminuire. Alcuni studi prevedono che supererà la soglia dei 10 milioni, altri ritengono che rimarrà al di sotto. Altri ancora prevedono un rapido declino (“effetto Seneca”) dopo il picco. In pratica, il governo svizzero potrebbe presto doversi preoccupare di un problema opposto a quello che il referendum pretendeva di risolvere: lo spopolamento.
A quel punto, nemmeno favorire l’immigrazione sarà una soluzione ovvia. L’81% degli immigrati che vivono in Svizzera provengono dall’Europa, per lo più dall’Ue, paesi che non avranno un surplus di popolazione da esportare. Solo circa il 5% degli immigrati proviene dalle regioni ancora in crescita dell’Africa subsahariana, ma la transizione demografica sta avvenendo anche lì.
La Svizzera, come tutti i paesi industrializzati, farà meglio ad adattarsi a un inevitabile declino demografico piuttosto che cercare di forzare le nascite a seguire qualche piano governativo.
La popolazione mondiale sta vedendo l’inversione di una tendenza di crescita che durava da millenni. Per molti versi, questa inversione è benvenuta, poiché alleggerirà la pressione su un ecosistema già messo a dura prova. Ma è una strada con una destinazione sconosciuta: dovremo esplorare questa nuova situazione via via che si sviluppa.
L'articolo Il referendum in Svizzera è stato superfluo: la crescita della popolazione sta già rallentando proviene da Il Fatto Quotidiano.

SiriusGame, startup EdTech con base in Südtirol e sede operativa a Trento, ha chiuso un round di finanziamento da 1,3 milioni di euro. Il round è guidato da FuturED, il programma della Rete Nazionale Acceleratori di Cdp Venture Capital, sviluppato in collaborazione con H-Farm, dedicato a startup che sviluppano soluzioni o servizi per trasformare il mondo dell’education tramite l’utilizzo della tecnologia, con la partecipazione di Trentino Invest, Ultra VC, 28Digital, e Add Value, a conferma della rilevanza strategica del progetto anche a livello comunitario.
Il capitale raccolto consentirà alla startup di rafforzare la propria struttura e avviare una nuova fase di crescita, puntando su due direttrici principali: il consolidamento della presenza nel mondo della scuola italiana e internazionale e l’accelerazione nel segmento della formazione aziendale. Grazie a questo round, SiriusGame ha inoltre lanciato Joy, un nuovo prodotto educativo dedicato alla scuola primaria sviluppato in collaborazione con il Gruppo Editoriale La Scuola e l’Università di Bolzano.
“Come Trentino Invest, abbiamo scelto di investire in Sirius Game per le potenzialità dello strumento ideato, che può generare profonde innovazioni alla didattica, rendendo i processi di apprendimento più moderni, accessibili e stimolanti”, dichiara Fulvio Rigotti, presidente di Trentino Invest. Pensiamo che il Trentino, con la sua autonomia e l’attenzione verso il mondo dei giovani, sia la cornice ideale dove sviluppare questo progetto, che oltre alle tante applicazioni in ambito scolastico può trovare riscontro nel campo della formazione aziendale e della formazione continua anche per le persone adulte”
L’obiettivo di SiriusGame è rendere l’apprendimento più coinvolgente, efficace e duraturo, affiancando i modelli educativi tradizionali per superarne alcuni limiti. Alla base del progetto c’è una criticità comune sia al mondo della scuola sia a quello delle aziende: l’apprendimento è spesso percepito come passivo, poco coinvolgente e con un impatto limitato nel tempo.
La startup propone un modello di apprendimento basato sul gioco, fondato su evidenze scientifiche e applicabile a diversi contesti educativi e organizzativi. Attraverso storytelling, sfide e attività interattive, le persone apprendono in modo attivo tra mondo reale e digitale, sviluppando competenze trasversali come il pensiero critico e la collaborazione.
SiriusGame è stata fondata da Laura Cesaro, imprenditrice nel settore educativo con oltre dieci anni di esperienza tra ricerca accademica e applicazione sul campo. Dopo un percorso di studi tra Ucl e Harvard, Cesaro ha lavorato in contesti differenti, dai programmi educativi in situazioni di fragilità fino a grandi organizzazioni internazionali, maturando competenze nella progettazione di modelli educativi innovativi e basati su evidenze scientifiche. Successivamente, nel progetto sono entrate anche le cofondatrici Fabiana Gubitosa e Miriam Torregrossa, dando vita a un founding team interamente femminile e a una visione condivisa dell’educazione come leva di impatto sociale.
“Questo round segna un passaggio chiave per Sirius Game: ci permette di ampliare l’impatto del nostro modello e portare l’apprendimento basato sul gioco su scala più ampia, nella scuola come nelle aziende a livello internazionale”, commenta Laura Cesaro, ceo e cofondatrice della startup. “Non parliamo di rendere lo studio ‘più divertente’, ma più efficace e duraturo. Vogliamo dimostrare che imparare può essere coinvolgente e allo stesso tempo rigoroso, aiutando le persone a sviluppare competenze davvero utili per affrontare il cambiamento”.
L’articolo La EdTech fondata da tre imprenditrici ha raccolto 1,3 milioni di euro per crescere in tutto il mondo è tratto da Forbes Italia.
Anche a scuola era scattato l’allarme, il campanello: perché venerdì mattina Chiara Guerra non si era presentata e l’istituto non riusciva a contattarla. Ha confessato il nipote 17enne della donna, 53 anni, uccisa a coltellate. Il corpo buttato nel fiume che scorre nei pressi del casolare dove la vittima viveva da sola a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia. Sul cancello della villa fiori, bigliettini, striscioni per l’insegnante da parte di studenti, ex alunni e conoscenti.
Guerra aveva 53 anni, insegnante di lettere – italiano, storia, geografia, educazione civica – all’istituto comprensivo Rita Levi Montalcini di San Stino di Livenza. Ancora non è stato trovato il corpo della donna. Sul caso stanno operando i Vigili del Fuoco del locale distaccamento ai quali si sono aggiunti in rinforzo i sommozzatori del reparto specializzato di Venezia, le ricerche si sono allargate fino al fiume Loncon. Sospese durante la notte, sono riprese all’alba. A far scattare l’allarme era stata un’amica della vittima. A denunciare la scomparsa della donna alcuni parenti, poche ore dopo l’inizio delle indagini gli inquirenti si erano concentrati sul minore.
La lite sarebbe esplosa intorno alla gestione del patrimonio di famiglia, sul quale il ragazzo avrebbe avanzato delle pretese. Quello economico al momento appare il movente più plausibile. La vittima abitava con la famiglia del fratello nello stesso stabile, abbastanza grande per accogliere entrambi i nuclei. Guerra viveva da sola da quando i genitori erano entrati in una casa di riposo. Ritrovate tracce di sangue presso la legnaia. Il ragazzo è incensurato, mai una segnalazione del suo nome alle forze di polizia. La Procura di Pordenone ha aperto un fascicolo per omicidio e ha già trasferito gli atti riguardanti il ragazzo a quella per i minorenni di Trieste.
Il ragazzo ha confessato nell’interrogatorio del magistrato Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone che indaga sul caso. La ricostruzione del 17enne non sarebbe stata molto accurata, a questo proposito continuano accertamenti e approfondimenti da parte dei Carabinieri. Il delitto si sarebbe consumato giovedì scorso, il corpo sarebbe stato trasportato con una carriola fino al canale Malgher. Per perlustrare la zona è stato utilizzato anche l’elicottero Drago dei vigili del fuoco, decollato dall’aeroporto Marco Polo, con le squadre speleo alpino fluviali di Portogruaro, a bordo di alcuni gommoni e il nucleo sommozzatori di Venezia.
Prima lo scontro in volo, in aria, quindi l’impatto al suolo su un deposito di veicoli elettrici. Almeno sei le persone che sono morte nell’incidente aereo che si è verificato a Recreio dos Bandeirantes, quartiere a sud-ovest di Rio de Janeiro. Oliver Tree era molto popolare, rapper e produttore conosciuto in tutto il mondo, seguito da quasi 20 milioni di follower sui social. Anche il popolare influencer argentino Gaspar Prim, seguito da oltre sette milioni e mezzo di persone sui social, è morto nell’incidente. Aperta un’indagine sull’accaduto dalla polizia di Rio de Janeiro.
Cinque vittime si trovavano su un elicottero, sull’altro è morto soltanto il pilota. Le altre vittime erano Lucas Vignale, Lucas Brito Chaves, i piloti Alexandre Souza e Charles Marsillac. Almeno venti le automobili parcheggiate nel deposito di un concessionario di automobili coinvolte nella caduta dei due velivoli. A indagare sulla strage sarà il Cenipa (centro per le indagini e la prevenzione degli incidenti aeronautici), un’agenzia dell’Aeronautica militare brasiliana. Nessuna dichiarazione è stata rilasciata dall’entourage rappresentante l’artista.
Oliver Tree Nickell era nato a Santa Cruz nel 1993, era un cantautore, produttore, regista in grado di improvvisare tra i linguaggi, molto versatile tra i generi: hip-hop, indie, elettronica. Descriveva la sua carriera come il tentativo di articolare un progetto di arte concettuale. Aveva più volte annunciato il ritiro salvo poi tornare con altri alter ego, si presentava con un’estetica kitsch e caricaturale. Aveva cominciato su Soundcloud nel 2010 con lo pseudonimo Kryph ed era esploso sulle piattaforme streaming.
Oltre 11 milioni di ascoltatori mensili sulla piattaforma streaming Spotify, alcune raggiungevano oltre 700 milioni di ascolti. La sua canzone più famosa era Life goes on. Aveva pubblicato il suo ultimo album, Love You Madly Hate You Badly, lo scorso aprile. Ormai iconico anche il suo taglio di capelli, lunghi sulle spalle e a scodella sulla testa, baffetti, i jeans ovesize e gli occhiali da sole rétro. Era in Brasile per una tappa del suo tour mondiale, aveva suonato in un concerto lo scorso 6 giugno a San Paolo. Avrebbe suonato anche in Italia, a Roma e a Milano.

Il panorama della trasformazione digitale aziendale sta vivendo un’evoluzione senza precedenti, in cui la tecnologia non rappresenta più un semplice strumento di supporto, ma il motore trainante del cambiamento organizzativo complessivo.
Nel corso del primo episodio di Forbes Powering Innovation, condotto da Antonio Ravenna, emerge la testimonianza strategica di Matteo Veneziani, Chief Digital Transformation Officer e Change Leader di PwC Italia. Con un’organizzazione che conta oltre 9.000 professionisti distribuiti in 23 sedi italiane, parte di uno dei più grandi network di servizi professionali del mondo, la gestione dell’innovazione richiede una visione che sappia coniugare eccellenza tecnica e profonde competenze umanistiche.
Dal 2017 lei guida un team che oggi conta quasi 200 persone, occupandosi di Technology Innovation, Trasformazione Organizzativa, Cyber Security e Change Management. Un perimetro molto ampio: com’è cambiato il suo ruolo in questi anni e come vede l’evoluzione futura?
Per prima cosa, ci tengo a precisare un aspetto fondamentale: tutte le attività che io e il mio team svolgiamo sono dirette all’interno dell’azienda. Facendo parte delle funzioni interne di PwC, che è una realtà di consulenza, io non vado direttamente dai clienti esterni; per me l’azienda stessa è il cliente. Quando sono arrivato nove anni fa, all’inizio del 2017, la funzione IT rappresentava esclusivamente la componente tecnologica ed esecutiva pura. In questi anni il perimetro si è ampliato enormemente, poiché ci siamo trovati all’inizio di un percorso di trasformazione digitale globale molto importante. Abbiamo cambiato completamente il panorama degli applicativi e delle tecnologie usate in PwC a livello globale, attuando una forte spinta verso il cloud e digitalizzando una serie di processi che prima non lo erano. La complessità di questo percorso era tale da richiedere due competenze strategiche che inizialmente mancavano all’appello: il team di Transformation e il team di Change Management. I membri del team Transformation li ho ribattezzati i “mediatori culturali” dell’azienda: sono professionisti che conoscono benissimo i processi dell’organizzazione aziendale e sanno tradurre le esigenze o le opportunità degli utenti in specifiche tecniche per il team tecnologico. Gestendo progetti complessi, è vitale avere un team che parli il linguaggio dell’utente ma che possieda le competenze tecniche per tradurre tali necessità in progetti concreti. L’altro team, nato in quel momento e diventato una vera e propria best practice a livello internazionale per il mondo PwC, è quello dedicato al Change Management. All’inizio era nato come supporto all’adozione delle nuove tecnologie e dei nuovi modi di lavorare, ma uno dei miei storici cavalli di battaglia è sempre stato dimostrare che la sola formazione tecnica o la comunicazione istituzionale non bastano per spiegare cosa cambierà. Servono persone in grado di far muovere gli utenti verso il cambiamento, facendo leva su competenze che non hanno nulla di tecnologico. Se non si trovano le leve per portare le persone ad agire questo cambiamento, i progetti falliscono; per questo oggi il team di Change è cresciuto ed entra in gioco in tutti i processi di cambiamento e di engagement delle persone. La complessità tecnologica attuale e l’allargamento dei processi digitalizzati richiedono un approccio drastico: basti pensare che due anni fa, per lo sviluppo del nuovo sistema ERP aziendale, siamo dovuti partire per la prima volta in trent’anni della mia carriera senza un piano di rollback. Il progetto era talmente complesso e interagiva con così tanti sistemi che a un certo punto ci siamo trovati nella posizione dei piloti in fase di decollo: superata una determinata velocità, qualsiasi cosa succeda, devi staccare le ruote da terra. Ritengo quindi prioritario che nelle funzioni tecnologiche odierne vi siano competenze focalizzate sulla trasformazione e sul supporto al cambiamento, perché ormai le persone e i contesti contano molto più delle blueprint e delle analisi ex ante.
Ci porti all’interno di una sua giornata tipo: quali sono state le sfide principali che ha dovuto affrontare in quest’ultimo anno?
La nostra è un’organizzazione all’interno della quale si effettua la revisione contabile, il che ci rende una realtà fortemente regolamentata, costantemente vigilata da organismi internazionali e nazionali come la SEC e la Consob, con processi interni estremamente particolari. Di conseguenza, la sfida più grande per l’IT interno in questo ultimo anno è stata la ricerca del corretto trade-off tra l’agilità, l’innovazione e la user experience da un lato, e la compliance normativa e la cyber security dall’altro. I nostri utenti hanno una comprensibile fame di innovazione e velocità, ma l’allargamento del perimetro dei processi digitalizzati ha esteso anche la potenziale superficie di attacco esterno. Questo ci costringe a stringere progressivamente gli spazi di manovra sul piano della sicurezza, un’azione che purtroppo impatta in modo negativo sulla user experience quotidiana. Al contempo, viviamo in un mondo talmente veloce che se non si rimane al passo con l’innovazione si rischia concretamente di perdere competitività sul mercato. Come si gestisce questo delicato bilanciamento? Non ho una ricetta scritta, ma ho imparato che la soluzione risiede nel coinvolgimento profondo degli utenti e nella capacità di storytelling. Dobbiamo aiutare le persone a capire, ad esempio, per quale motivo impiegano cinque minuti a creare un account Google personale, mentre io impiego due giorni a generare un’identità digitale aziendale. Non si tratta di una macchina burocratica lenta o di un bisonte incapace di muoversi, bensì di una procedura a salvaguardia del loro stesso lavoro e dell’intera azienda. In questo contesto, l’ascolto, il dialogo e la narrazione trasparente diventano fondamentali, confermando come il ruolo del CIO richieda ormai competenze che non sono necessariamente e soltanto tecnologiche.
Ogni anno PwC inserisce tra i 2.000 e i 3.000 giovani, registrando un turnover importante che si scontra con un management apicale inevitabilmente più senior. Come si costruisce una cultura dell’innovazione unitaria in una struttura così complessa e come si gestisce la Digital Employee Experience (DIX)?
Il turnover elevato nelle fasce base risponde alla classica logica del modello “up or out” tipico delle società di consulenza nell’area professionale, il che significa che le posizioni apicali sono occupate tendenzialmente da persone meno giovani, mentre la base operativa è composta dalle nuove leve. A questa stratificazione generazionale si aggiunge la convivenza interna di due famiglie professionali che definirei distantissime tra loro: da un lato abbiamo il Digital Innovation Group, un team che va sul mercato a proporre soluzioni basate su intelligenza artificiale e robotica, composto da professionisti fortemente scolarizzati sulla tecnologia; dall’altro lato, sempre tra i miei clienti interni, vi è il mondo Tax & Legal, popolato da commercialisti e avvocati che, fatte salve alcune eccezioni di persone veramente illuminate, si dimostrano tendenzialmente più restii ad adottare i nuovi strumenti digitali. Trovare un linguaggio comune in questo scenario richiede due elementi chiave: l’ascolto e la governance. L’ascolto ci permette di comprendere che non è possibile applicare una soluzione identica per tutti, spingendo il team di Transformation a raccogliere ogni singola sfumatura ed esigenza dei diversi reparti. Dall’altra parte è necessaria una forte governance: all’interno della mia organizzazione di duecento persone ne ho venti che si occupano esclusivamente di questo ambito. Se in passato queste figure dedicate alla governance venivano considerate non produttive, meri overhead o costi da limitare il più possibile, oggi rappresentano i veri abilitatori di questo nuovo mondo, poiché mi aiutano a trovare costantemente il trade-off tra la standardizzazione dei sistemi e la personalizzazione richiesta dalle funzioni. Essendo un’azienda di quasi diecimila persone non possiamo permetterci di assecondare ogni singola preferenza senza rischiare di perdere il controllo dei costi generali, ma dobbiamo comunque essere capaci di adottare la tecnologia giusta per la famiglia professionale corretta. Questo è un punto che sottolineo spesso con i miei colleghi: per molti anni l’approccio dei CIO è stato quello di adottare una tecnologia solo perché era nuova e si temeva di restare indietro. Oggi, la prima domanda che dobbiamo porci di fronte a un’innovazione è se essa generi effettivamente valore per la nostra azienda; se genera valore si adotta, ma non dobbiamo mai innovare per il solo gusto di innovare, perché il rischio reale è unicamente quello di buttare via denaro.
L’HP Work Relationship Index del 2025 rivela che solo il 20% dei knowledge worker dichiara di avere un rapporto sano con il proprio lavoro, il dato più basso dal lancio dell’indice. Come possono le aziende migliorare questa situazione, e quale ruolo gioca la tecnologia rispetto alla governance?
Questa domanda tocca un tema che mi è estremamente caro, ovvero quello della leadership. La tecnologia ricopre senza dubbio un ruolo fondamentale e si configura come un grandissimo abilitatore; basti pensare a come l’intero ecosistema dello smart working sia stato reso possibile dalle piattaforme cloud, salvandoci durante la pandemia e offrendo oggi opportunità di flessibilità importanti. Questa flessibilità agevola i lavoratori e in particolare alcune categorie, come quella femminile che può avere maggiore necessità di conciliare la gestione dei figli con l’attività professionale, migliorando la qualità del tempo speso. La tecnologia abilita, ma il vero punto di svolta e di cambiamento strutturale risiede nella leadership all’interno dei team e delle aziende in generale. Veniamo storicamente da un modello organizzativo che è rimasto identico dal secondo dopoguerra, un periodo in cui la classe dirigente aziendale era costituita da ex ufficiali dell’esercito, motivo per cui l’approccio tradizionale è sempre stato fortemente direttivo, gerarchico e verticale. Oggi, specialmente quando ci si interfaccia con i ragazzi più giovani, diventa invece indispensabile dare un senso profondo al lavoro delle persone. Anche se parlo da ingegnere, sono convinto che il leader debba configurarsi come un vero architetto di spazi fisici e virtuali all’interno dei quali le persone possano attribuire un significato a ciò che fanno. Alla fine dei conti, è molto più importante poter contare su una squadra motivata che sappia lavorare in sinergia piuttosto che avere il singolo “Maradona” focalizzato sulla specifica funzionalità tecnica. Ritornando al grande progetto ERP di due anni fa, i colleghi tedeschi avevano purtroppo riscontrato notevoli problemi nella sua implementazione; noi in Italia, al contrario, abbiamo ottenuto un grande successo, al punto che i team PwC di tutto il mondo vengono ora a studiare il nostro operato. Siamo riusciti in questa impresa senza piano di rollback proprio perché abbiamo saputo mettere le persone giuste, dotate del corretto approccio psicologico e motivazionale, attorno ai tavoli di lavoro adeguati. In un mondo semplicemente complicato si poteva fare un’analisi ex ante dettagliata e assegnare compiti precisi per garantire il risultato, ma in un mondo complesso come quello attuale le dinamiche si possono comprendere e leggere solo dopo che sono avvenute, mai prima. È come osservare il volo degli stormi di uccelli: nessuno può prevedere ex ante quali evoluzioni geometriche compiranno, lo si può solo decodificare a posteriori. In un simile contesto servono persone dotate del giusto approccio e della corretta motivazione, chiamando in causa i valori profondi dell’azienda; la tecnologia è centrale e abilita il cambiamento, ma deve mutare radicalmente il modello di leadership aziendale.
Affrontiamo l’elefante nella stanza: l’intelligenza artificiale. Sempre secondo l’HP Work Relationship Index del 2025, 4 knowledge worker su 10 usano l’IA quotidianamente, eppure solo il 21% si dichiara competente, a fronte del 56% dei responsabili. Pensando soprattutto ai giovani, come si governa l’intelligenza artificiale oggi senza farsi governare da essa?
Questo è un tema su cui la community dei CIO dibatte moltissimo. Aggiungo a questi dati quelli di una ricerca recente di cui non ricordo la fonte, la quale evidenzia come oggi le aziende investano ancora il 93% del budget sul fronte tecnologico e solo il 7% sulla formazione. Questo squilibrio deriva dal fatto che, trattandosi di una tecnologia ad accesso conversazionale estremamente facile, si ritiene erroneamente che non vi sia bisogno di formare il personale. Al contrario, io credo che la proporzione corretta dovrebbe attestarsi sul 60% di investimenti in tecnologia e il 40% in formazione. E per formazione non intendo quella tradizionale sui sistemi, dove si insegna meccanicamente a usare una maschera software, un menu o un campo di inserimento; parlo di fare awareness, ovvero creare consapevolezza. Dobbiamo far capire cosa c’è realmente dietro l’intelligenza artificiale, un nome che trovo puramente commerciale e persino fuorviante, dato che in quegli strumenti non vi è nulla di biologicamente intelligente. Se non si comprendono i meccanismi di funzionamento sottostanti, l’estrema facilità di accesso e la verosimiglianza dei risultati rischiano di farci accettare come vere delle risposte che sono semplicemente plausibili, ma del tutto false. Sviluppare questa consapevolezza è fondamentale anche per combattere il fenomeno dello Shadow AI: i giovani sono abituati a usare strumenti come ChatGPT a casa e tendono a portarli autonomamente all’interno del perimetro aziendale, senza essere minimamente consapevoli dei rischi di sicurezza e protezione dei dati che ciò comporta. In PwC stiamo lavorando tantissimo su questo aspetto e abbiamo strutturato un percorso specifico chiamato AI Grow Path. Abbiamo coinvolto in prima battuta tutte le persone a partire da una certa seniority in su, organizzando un evento residenziale di due giorni ripetuto in più sessioni che ha visto la partecipazione di migliaia di colleghi e l’intervento di una cinquantina di formatori. Il focus era incentrato proprio sulla comprensione dei meccanismi che governano l’IA, per apprenderne le opportunità e soprattutto i rischi. Parallelamente abbiamo costituito un AI Committee interno incaricato di valutare la correttezza di ogni singolo caso d’uso dell’intelligenza artificiale, sia nei confronti dei clienti sia per le nostre attività interne. Questo comitato rappresenta il guard-rail che protegge la strada, poiché vietare l’uso dell’IA sarebbe impossibile e ci farebbe restare indietro, mentre la via corretta è investire in consapevolezza e storytelling. Nella nostra torre PwC a Milano, per esempio, abbiamo allestito al quattordicesimo piano – un’area di snodo e passaggio quotidiano dove si trovano il bar e le sale riunioni – il Tech Corner. Si tratta di uno spazio dove ogni settimana teniamo workshop, presentazioni operative e persino “prompt party” per insegnare praticamente alle persone come formulare le richieste all’IA. È un’iniziativa aperta a tutti i colleghi, che attira sia chi si iscrive formalmente sia chi si ferma casualmente passando per il piano, e ci permette di disseminare capillarmente la cultura digitale e la conoscenza dei rischi e delle opportunità legati all’IA, governando l’adozione tecnologica che sorge spontaneamente dal basso.
Guardando a un impatto di più ampio respiro, in che modo l’intelligenza artificiale ha impattato sulla governance complessiva nel corso degli ultimi due anni?
Noi viviamo questa realtà attraverso una duplice ottica, poiché ho la fortuna di operare in un’azienda in cui la famiglia professionale che serve i clienti esterni lavora a stretto contatto con la mia funzione interna. In questi anni siamo riusciti a costruire una grandiosa sinergia e collaborazione reciproca, adottando il motto aziendale «we sell what we do and we do what we sell». Questo approccio ci rende estremamente credibili sul mercato: quando andiamo dai clienti a proporre una soluzione, possiamo dimostrare di averla già implementata e testata con successo al nostro interno. Oggi l’intelligenza artificiale è molto presente nelle aziende, ma viene interpretata prevalentemente come uno strumento di efficientamento della singola attività isolata all’interno di un processo più ampio. Nel confronto tra CIO si dice spesso che questo non dovrebbe essere il ruolo primario dell’IA, e io concordo con questa visione. Quel tipo di efficientamento parcellizzato non si vede sul conto economico: quando il CFO mi chiede di rintracciare i benefici finanziari di un’applicazione, non riusciamo a trovarli in modo diretto perché si tratta di incrementi di produttività puramente individuali. Guadagnare mezz’ora di tempo divisa su ventimila persone si traduce in un monte ore complessivo elevato, ma non sposta i saldi del bilancio aziendale. Nonostante questo, non mi sento affatto di demonizzare questo utilizzo bottom-up, perché si tratta comunque di produttività reale guadagnata sul campo. Del resto, l’innovazione porta sempre con sé un paradosso intrinseco: basti pensare a quando nacquero le e-mail e si celebrava la prospettiva di comunicazioni fulminee che ci avrebbero fatto risparmiare tempo, mentre il risultato concreto è stato la moltiplicazione esponenziale del volume di messaggi da gestire ogni giorno. A mio avviso, l’unica soluzione per ottenere un impatto strutturale sul conto economico è adottare un “approccio a tenaglia”: da un lato è corretto abilitare e stimolare l’innovazione dal basso per raccogliere efficienza individuale, dall’altro è indispensabile applicare una strategia top-down. L’approccio top-down presuppone il coraggio di prendere un intero processo aziendale, dimenticarsi completamente di come lo si è svolto fino a quel momento e ricostruirlo da zero basandosi sull’architettura dell’intelligenza artificiale, specialmente oggi che l’avvento dell’IA agentica sta cambiando radicalmente i paradigmi. Questa trasformazione radicale non è affatto semplice da realizzare, soprattutto nelle aziende più grandi e strutturate, a causa degli impatti profondi che determina a livello organizzativo, di gestione del personale e di strumenti, ma rappresenta la rotta obbligata sulla quale dobbiamo muoverci.
Concludiamo con una domanda più personale: lei proviene dal mondo della consulenza e non possiede un background tecnologico puro. Oggi guida una delle funzioni più strategiche di PwC Italia: cosa si aspetta dal CIO del futuro e cosa si deve essere disposti a lasciare indietro?
È vero, ho iniziato a fare il CIO nel 2006 provenendo da importanti esperienze manageriali e di consulenza, ma totalmente al di fuori dell’ambito IT tradizionale, senza aver compiuto la classica gavetta tecnica interna. Avendo cambiato diverse aziende e settori industriali nel corso degli anni, ho sempre portato con me una prospettiva differente e, soprattutto, la capacità di costruire team e contesti lavorativi che fossero realmente produttivi ed efficaci. Per spiegare la mia visione cito spesso una metafora di Julio Velasco, il celebre allenatore di pallavolo, il quale sostiene che quando un professionista assume il ruolo di allenatore deve tassativamente uccidere il giocatore che c’è in sé. Credo che per il CIO valga esattamente lo stesso principio: il manager del futuro deve saper uccidere il tecnico che risiede in lui. Deve spogliarsi della tentazione di mettere continuamente le mani in pasta nell’operatività tecnologica per trasformarsi in un puro orchestratore. Per ricoprire questo ruolo di coordinamento diventa indispensabile sviluppare e valorizzare le soft skill, ovvero la capacità di dialogare e creare relazioni profonde con le persone, di comprenderne le attitudini e di saper collocare i talenti giusti al posto giusto. La tecnologia contemporanea ha raggiunto un livello tale di complessità che non può più esistere un singolo profilo tecnico in grado di dominare a 360 gradi ogni specializzazione, dalle infrastrutture di rete al cloud, dai sistemi applicativi fino all’intelligenza artificiale. Servono necessariamente dei team dotati di fortissime competenze verticali, e sopra di essi è fondamentale la presenza di una figura capace di orchestrarli con armonia. Tra l’altro, in un futuro ormai prossimo, questi gruppi di lavoro non saranno composti esclusivamente da persone, ma integreranno al loro interno anche team di agenti di intelligenza artificiale. Di conseguenza, le capacità organizzative, la lungimiranza della visione strategica e l’attitudine alla sintesi diventeranno i requisiti primari e insostituibili per i manager chiamati a guidare la digitalizzazione e la trasformazione delle aziende del futuro.
L’articolo Come governare la trasformazione digitale e l’IA: Matteo Veneziani di PwC a Forbes Powering Innovation è tratto da Forbes Italia.

La firma del memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran arriverà «molto probabilmente» venerdì. Un esito raggiunto attraverso un drammatico equilibrio tra deterrenza militare e logoramento […]
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Nature, Published online: 08 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10738-7
Targeting Cancer-Specific Mutations with RNA-Triggered Chromatin ShreddingNature, Published online: 08 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01820-1
Artificial intelligence is not replacing human intuition in these fields, but reimagining how questions are asked, explored and understood.È stato condannato a quattro anni per stupro, violenze domestiche e altri reati minori il figlio della principessa ereditaria di Norvegia Marius Borg Hoiby. Assoluzioni per altre due accuse di stupro che però non hanno ridimensionato il caso che ha travolto la famiglia reale, è stato prevedibilmente molto seguito sui media.
Marius Borg Hoiby era nato da una relazione precedente della madre Mette-Marit con il principe ereditario Haakon, che avrebbe sposato nel 2001. Ha 29 anni e ufficialmente non fa parte della famiglia reale. Aveva confessato di aver commesso alcuni dei reati ma aveva rigettato ogni accusa per quelli più gravi. Haakon è l’unico figlio maschio del re Harald V ed è l’erede al trono di Norvegia.
Il figlio della principessa era accusato di una quarantina di reati, commessi a partire dal 2018. È stato riconosciuto colpevole di due dei quattro casi di violenza sessuale dei quali era accusato. La sentenza ha condannato anche le accuse di ripetute violenze domestiche contro una ex compagna, minacce e infrazioni al codice della strada.


What would you think of me, the ProPublica editor responsible for newsroom standards, if I placed a bet on the baseball game I’m currently listening to on the radio? Probably that I’m doing something plenty of others do, and that my wallet will be lighter in a few innings.
What would you think of me if I stood to make a tidy sum based on the outcome of a news event ProPublica has been covering? You’d probably think that’s downright shady, because isn’t the job of a journalist to report the news and not make money off it?
Lest you think I’m an ethically compromised editor, you can rest easy. According to a recent update to ProPublica’s code of ethics, “no employee should wager on the outcome of news events on the prediction markets — regardless of whether or not they are involved in coverage of said event.”
ProPublica has always prohibited employees from profiting off inside information, so you may wonder why we amended our code of ethics to specifically single out prediction markets. We have not encountered any instances of this happening on our staff, but it has become harder and harder to deny the influence and reach of prediction markets beyond sports. In fact, deals between prediction markets and news organizations abound, such as Kalshi with CNN, Fox News and The Associated Press, and Polymarket with Dow Jones.
But there have also been worrying examples of these markets at play. Look to the case of a U.S. soldier involved in the ouster of Nicolás Maduro from power in Venezuela who was said to have made over $400,000 by betting on the mission. (He was charged with “unlawful use of confidential government information for personal gain, theft of nonpublic government information, commodities fraud, wire fraud, and making an unlawful monetary transaction,” according to the Department of Justice, and has pleaded not guilty.) Or to the political candidates who were accused of trying to make trades on their own races. (All three received fines from Kalshi ranging from about $540 to about $6,230 and were suspended from the platform for five years.) Or even to the journalist who detailed receiving threats from gamblers trying to get him to change his report on a missile impact in Israel. (He didn’t.)
At ProPublica, it felt imperative for us to establish professional boundaries in a world where a person can have a financial stake in almost anything. Our thinking was: If one of our employees has money riding on an outcome, can a reader be sure we’re covering a story without bias?
We take your trust seriously and know that it is something to be earned and maintained. We’ve always held ourselves to high standards. The code of ethics specifically exhorts our journalists to “avoid any actions that could make a reasonable reader doubt their ability to report fairly or with neutrality on the subjects of their coverage.” We know that even the appearance of us doing anything other than working in the public interest is troubling.
When we began seeing instances of people making money off the outcome of news events, one of our concerns was that readers might assume journalists were doing the same. Even gambling on news events that ProPublica would most likely not cover, like next year’s presidential election in France, isn’t a good look for a journalist. If someone on our staff is doing that, a reader might wonder if they are betting on something closer to home or to their field of expertise.
However, we also wanted to take care to not close the door on activities that don’t pose such an existential reputational risk. A bunch of investigative journalists throwing a few dollars into an office sports pool will probably not have the public thinking we’re incapable of being fair — although some of our team allegiances might make readers think we’re gluttons for punishment. And putting a bit of money on a ballgame isn’t a huge cause for alarm. So we took care to say that “betting on sporting events (like the Super Bowl or the Kentucky Derby) and taking part in small-stakes, friendly contests (like office pools on the Oscars) are permissible when legal and when employees are not involved in coverage of those events.”
(And even though our code of ethics allows us to bet on sporting events in these cases, I don’t because I prefer to spend my money on cheap seats and stadium novelties.)
Other outlets are also tackling this issue. NPR recently issued guidance that says “editorial employees are not allowed to use prediction markets or similar sites to place bets on developments of news events, or anything else we might cover, or on things NPR controls,” including who will appear on upcoming Tiny Desk Concerts. And the New York Times’ standards editor said in a memo to staff that “betting on the outcome of news events on the prediction markets is a violation of our principles and ethical guidance and is not permitted.”
Beyond journalism, this has also gotten attention at the state and national levels. Places like Maryland and New York have put rules in place to prohibit state employees from using inside information to bet on prediction markets. And a number of lawmakers in the U.S. House of Representatives have called for banning members of the chamber and their staff from gambling on the platforms.
Our code of ethics isn’t immutable, and down the road we may revisit this topic and further bolster our guidelines. Or we may tackle something that isn’t even on our radar today. But we will always act with the reader in mind so you know you’re getting the truth from people who are accountable only to you. You can bet on it. Actually, maybe don’t do that.
The post Why We Changed Our Code of Ethics to Address Prediction Markets appeared first on ProPublica.

GADGET48 – BRANDVOICE | PAID PROGRAM
Nel mondo della comunicazione aziendale anche un oggetto promozionale può diventare uno strumento strategico. Penne personalizzate, shopper, borracce o accessori tech non sono più semplici gadget distribuiti durante eventi e fiere, ma elementi capaci di rafforzare l’identità di un brand e creare un contatto diretto con clienti, partner e dipendenti.
È in questo scenario che si inserisce Gadget48, azienda italiana specializzata nella gadgettistica aziendale B2B. L’esperienza del brand affonda le proprie radici nel 2007, un percorso che negli anni ha contribuito a consolidarne l’autorevolezza e l’affidabilità nel settore della stampa e della personalizzazione. Oggi l’azienda ha costruito il proprio posizionamento puntando su tre elementi chiave: consulenza personalizzata, produzione interna e rapidità di consegna.
L’azienda si rivolge principalmente a imprese, responsabili marketing ed hr che necessitano di prodotti personalizzati per eventi, congressi, attività di employer branding o campagne promozionali. Il focus è concentrato soprattutto su gadget da ufficio, articoli tecnologici come cavetteria e accessori, oltre a shopper, borracce e oggetti promozionali destinati alla comunicazione corporate.
Uno degli aspetti distintivi di Gadget48 è il modello consulenziale. L’azienda non opera come un semplice catalogo online automatizzato, ma affianca i clienti nella progettazione del prodotto attraverso un team interno di grafici e designer. La componente creativa viene quindi integrata direttamente nel servizio: il progetto grafico è gratuito e senza vincoli e consente alle aziende di valutare proposte personalizzate prima della produzione finale. Un approccio che punta a trasformare il gadget in uno strumento coerente con il posizionamento e l’immagine del brand.
Per molte aziende, soprattutto durante fiere e manifestazioni internazionali, il gadget rappresenta infatti uno dei primi punti di contatto fisici con il pubblico. Per questo la personalizzazione non riguarda soltanto l’estetica, ma anche la capacità di trasmettere identità e valori aziendali.
In un settore spesso caratterizzato da produzioni esternalizzate all’estero, Gadget48 ha scelto di mantenere internamente sia il laboratorio di stampa digitale sia il reparto grafico, entrambi situati in Italia. La gestione diretta della filiera permette all’azienda di controllare qualità, tempi di lavorazione e personalizzazione dei prodotti, riducendo i margini di errore e garantendo maggiore flessibilità nelle richieste dei clienti.
A rafforzare il posizionamento contribuiscono anche alcune garanzie commerciali: prezzi trasparenti senza costi nascosti, prodotti certificati Ce e formula “Soddisfatti o Rimborsati” con ristampa gratuita in caso di problematiche legate alla personalizzazione. L’affidabilità è un elemento centrale soprattutto nel mercato B2B, dove il rispetto delle tempistiche e la qualità del prodotto incidono direttamente sull’immagine dell’azienda committente.
Uno dei principali punti di forza dichiarati da Gadget48 è la capacità di consegnare gli ordini in 48 ore con trasporto gratuito. Una tempistica che viene presentata come il risultato di una filiera interamente controllata e organizzata sul territorio italiano. Per responsabili marketing e hr, spesso alle prese con eventi organizzati in tempi molto stretti, la rapidità rappresenta un fattore decisivo. Fiere, congressi e convention richiedono infatti precisione assoluta nelle consegne e margini minimi di errore.
La velocità logistica diventa così non soltanto un servizio aggiuntivo, ma un elemento strategico capace di ridurre il rischio operativo per le aziende clienti.
L’articolo Gadget48, come i gadget personalizzati diventano una leva strategica per i brand B2B è tratto da Forbes Italia.

Un uomo di 34 anni è morto e una bimba di 6 anni è rimasta ferita in un incidente stradale avvenuto all’alba di oggi lungo la strada provinciale della Trappola, nel comune di Grosseto. L’allarme è scattato alle 5:53, quando il personale del 118 è stato attivato per un’auto finita fuori strada e ribaltata in un fossato. Il medico intervenuto sul posto ha purtroppo constatato il decesso dell’uomo alla guida del veicolo. La bambina, estratta dal veicolo dai vigili del fuoco, è stata trasportata in codice 2 al Meyer di Firenze con l’elicottero Pegaso. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri di Grosseto, che stanno effettuando i rilievi necessari per ricostruire la dinamica dell’incidente. Alle 7:46 la strada provinciale della Trappola risultava ancora chiusa al traffico per consentire lo svolgimento delle operazioni di soccorso e i rilievi.
Bestie Bite, la prima app dedicata alle video recensioni autentiche nel settore hospitality, ha chiuso un nuovo round da 1,5 milioni di euro di fresh money, sottoscritto tramite strumento Safe e guidato dalla famiglia Grassi attraverso la holding di famiglia G&G, azionista di E80 Group. Un capitale aggiuntivo raccolto in meno di 4 mesi dal primo round da 700mila euro, che porta a 2,2 milioni di euro il totale raccolto e sostiene il consolidamento dell’azienda in Italia e l’apertura del mercato statunitense, con una nuova base a San Francisco.
Il problema nasce da due fronti che si cercano senza riuscire a trovarsi. Da una parte ci sono le persone – in particolare le nuove generazioni – che faticano a scoprire ristoranti, caffè e hotel di cui fidarsi: recensioni testuali poco affidabili, informazioni frammentate e contenuti dominati da influencer e sponsorizzazioni rendono la scelta di un locale un percorso a ostacoli. Dall’altra c’è la ristorazione, un settore composto per circa il 90% da piccole attività che raramente dispongono del budget e delle competenze di marketing per emergere online: realtà di valore che restano invisibili proprio quando i clienti le stanno cercando. Due problemi che si sono acuiti dopo la pandemia, quando le abitudini di scoperta e prenotazione sono cambiate radicalmente.
Sul lato consumer, Bestie Bite è un’app che impara cosa ti piace e cosa cerchi e usa l’intelligenza artificiale per accompagnarti, attraverso i video, verso la scelta giusta in modo più rapido e con maggiore fiducia. A differenza delle recensioni tradizionali, ogni contenuto poggia su standard di verifica e regole di autenticità – autenticazione, fraud detection e AI video detection – che altrove non vengono applicati: il risultato è una community in cui ci si può davvero fidare di ciò che si vede. A rafforzare questo circolo virtuoso c’è la gamification, con un sistema di cashback che premia chi contribuisce con video autentici e che trova la sua massima espressione nelle Missioni presso i ristoranti partner, dove il cashback vale di più ed è collegato direttamente al modello di business.
Sul lato business, Bestie Bite introduce il primo “AI Marketing employee” del settore Hospitality: un’intelligenza artificiale che prende il posto di social media manager e agenzie di marketing. Da un solo video autentico creato dalla community di Bestie Bite, genera un intero piano editoriale per il mese successivo e lo pubblica in autonomia sui canali del locale, senza che il ristoratore debba alzare un dito, e a una frazione del costo di un’agenzia tradizionale. A questo si aggiungono insight di sentiment analysis e performance per monitorare in tempo reale la qualità del servizio.
Il nuovo round, pari a 1,5 milioni di euro di fresh money, è stato sottoscritto tramite strumento Safe. A guidare la cordata di investimento è la famiglia Grassi, attraverso la holding di famiglia G&G, azionista di E80 Group S.p.A. Il rapporto è nato attraverso i canali social, dopo che Gabriele Grassi aveva visto un video di presentazione dedicato al precedente round dell’azienda. Raccolto in meno di 4 mesi dal primo round da 700mila euro, questo capitale porta a 2,2 milioni di euro il totale raccolto da Bestie Bite. Sul fronte legale, il round è stato seguito dallo studio BonelliErede, con un team composto dal managing associate Enrico Goitre, la associate Elena Cozzupoli e guidato dalla partner Giulia Bianchi Frangipane, che hanno accompagnato le founder fino alla chiusura.
Bestie Bite ha registrato una crescita organica significativa: oltre 100.000 utenti raggiunti e più di 120.000 video caricati in oltre 80 Paesi nel mondo, con diversi momenti di viralità che hanno portato l’app nella top 10 delle più scaricate in Italia, superando in più occasioni player globali. Tra i primi casi d’uso strutturati spicca Pescaria, che utilizza la piattaforma per ottenere contenuti video riutilizzabili e analisi continue sulla customer experience.
Tra gli obiettivi del round c’è il consolidamento della presenza in Italia e, soprattutto, l’ingresso nel mercato statunitense con base a San Francisco, città già esplorata dal team all’inizio dell’anno. La scelta non è casuale: San Francisco è il polo tecnologico per eccellenza, ma è anche una delle città con la più alta concentrazione di ristoranti al mondo, con un mix ideale di piccole attività e una fortissima adozione da parte dei consumatori.
Durante la permanenza in città, Bestie Bite ha già stretto le prime partnership con clienti d’eccellenza, tra cui insegne rinomate come Tony’s Pizza e North Beach Restaurant, e conta già migliaia di utenti e oltre 500 ristoranti recensiti sul mercato locale. Il confronto con queste realtà ha confermato il valore di un servizio capace di unire i due lati del mercato: aiutare gli utenti a scoprire luoghi autentici di cui fidarsi e, allo stesso tempo, dare alle attività, soprattutto alle più piccole, gli strumenti per farsi trovare.
Bestie Bite è guidata dalle co-founder Carlotta Robbe Di Lorenzo, ceo, e Caterina Vertefeuille, coo, entrambe second-time founder con una solida esperienza nel settore hospitality. Caterina ha costruito la propria carriera nel marketing dell’hospitality lavorando per grandi brand come Barilla e per catene internazionali; Carlotta arriva da un percorso come sales manager nello stesso settore. Insieme da oltre cinque anni, avevano già fondato una startup nel mondo della sostenibilità: un percorso condiviso e l’esperienza diretta del problema le hanno portate a identificare nel video il formato più trasparente e affidabile per raccontare un locale. Oltre alle founder, il team include Placido Falqueto, cto (Software Engineer e PhD in AI e Robotics).
“Vogliamo rivoluzionare questo mercato. L’autenticità è il bene più prezioso e più scarso del web: noi stiamo costruendo un nuovo standard e un layer tecnologico che porta ai ristoranti tutta la potenza dell’intelligenza artificiale, partendo sempre da contenuti veri. Con questo round acceleriamo dall’Italia agli Stati Uniti per renderlo lo standard globale”, affermano Carlotta Robbe Di Lorenzo e Caterina Vertefeuille, co-founder di Bestie Bite.
L’articolo L’app di video recensioni per l’hospitality Bestie Bite raccoglie 1,5 milioni di euro e sbarca a San Francisco è tratto da Forbes Italia.
Comme souvent, la problématique n’est pas tant de créer de nouvelles loi que de faire appliquer [celles qui existent déjà](https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006070719/LEGISCTA000006149831/#LEGISCTA000006149831).
Filmer des personnes dans des lieux privés (cafés, restaurants, etc…) est totalement interdit sans leur consentement. Dans la rue ça peut être autorisé, du moment que ça ne cible pas quelqu’un en particulier et qu’il n’y a pas de diffusion. Or, vu que les données sont stockées sur les serveurs de méta, il y a bien diffusion a un tiers et il est donc illégal de filmer qui que ce soit avec ces lunettes.
C’est non seulement illégal pour le porteur des lunettes, mais aussi pour méta, puisque :
> Le fait de collecter des données à caractère personnel par un moyen frauduleux, déloyal ou illicite est puni de cinq ans d’emprisonnement et de 300 000 euros d’amende.
Je vous laisse lire les articles de loi en lien. Ils sont déjà plutôt bien pensés.
Le jour où Zuzuck risquera réellement les cinq ans de séchoirs prévus par la loi, ça le calmera un peu.
Le jour où les gens refuserons d’acheter ces trucs parce qu’ils auront peur de se prendre un PV à chaque fois qu’ils croisent un flic, ça calmera un peu les investisseurs qui mettent leur argent là-dedans
Ce n’est pas un problème de législation larguée face au progrès technologique. C’est un problème d’impunité de certaines personnes vis-à-vis de la loi.
“Siamo spiacenti ma non ci sono camere disponibili nel periodo selezionato o ci sono restrizioni nel numero di pernottamenti minimi richiesti”. È questo il messaggio in cui ci si imbatte provando a effettuare prenotazioni sul sito del Grand Hotel “La Sonrisa”, meglio noto come “Il Castello delle Cerimonie”. E poco importa se si seleziona il periodo estivo, quello autunnale o addirittura gennaio 2027. La situazione non cambia modificando il numero degli ospiti e le date di arrivo e partenza. Nella location di Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, sembra ormai impossibile entrare. Ci si sta definitivamente avviando verso la chiusura? È quel che viene da pensare soprattutto alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi, quando il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso che i Polese, proprietari della location, avevano presentato sperando di poter ribaltare l’ordinanza del Tar Campania, che a sua volta aveva già confermato la revoca delle licenze da parte del Comune.
I giudici si sono pronunciati tenendo conto della sentenza definitiva datata febbraio 2024, secondo cui i locali de “La Sonrisa” sarebbero abusivi e senza la destinazione turistica-ricettiva. Stando così le cose, la struttura pur rimanendo formalmente aperta non può svolgere attività alberghiera e di ristorazione, e in tal senso andrebbe letta anche la mancata disponibilità di camere evidenziata dal sistema di prenotazione, sebbene proprio nella giornata di ieri si sia svolto un evento dedicato alla scaramanzia napoletana. È giunto il momento di scrivere la parola ‘fine’ per l’hotel del compianto don Antonio Polese?
Il prossimo 24 novembre ci sarà l’udienza pubblica per la decisione definitiva nel merito, e prima, il 9 luglio, toccherà alla Cassazione pronunciarsi sui ricorsi avanzati dagli avvocati dei Polese. Certo, ci sarebbe anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo davanti alla quale i legali dell’hotel hanno portato la vicenda, ma come scrive Fanpage i tempi di Strasburgo “sono lunghi e difficilmente potrebbero incidere sulla stagione in corso”. Nel frattempo persone molto vicine alla struttura, come Gaetano Nino Davide, uno dei volti storici che da anni lavora nell’hotel, si mobilitano sui social raccogliendo il sostegno e la solidarietà delle persone. “Il lavoro di una vita merita rispetto e tutela, non può essere cancellato all’improvviso. Lo Stato non deve dimenticarsi di noi: ha il dovere di tutelarci, e farlo con amore prima di ogni altra cosa” si legge in uno degli ultimi post di Nino.
L'articolo Il Castello delle Cerimonie verso la chiusura? Il messaggio che non lascia speranze all’hotel “La Sonrisa” dopo la decisione del Consiglio di Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.

© Lise Aserud/NTB Scanpix, via Associated Press

© Lise Aserud/NTB Scanpix, via Associated Press



Gli investigatori del servizio centrale operativo della Polizia di Stato e della squadra mobile di Prato, coordinati dalla Dda della procura di Firenze, stanno eseguendo una vasta operazione con oltre 40 misure di custodia cautelare nei confronti di diversi soggetti, italiani e stranieri, ritenuti coinvolti a vario titolo di associazione a delinquere, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini cinesi. Impiegati circa 150 uomini della polizia.
Il Medio Oriente resta attraversato da forti tensioni, ma dopo mesi di guerra tra Stati Uniti e Iran è emerso un primo spiraglio diplomatico. Un accordo preliminare tra Washington e […]
The post Dal primo attacco di fine febbraio all’accordo di pace: cosa sta succedendo tra Usa e Iran first appeared on il manifesto.
Bon. On pensait être débarrassés de ces saletés suite au flop des Google Glass, mais visiblement, ça revient à la mode. Alors faisons le point…
💡 Aujourd’hui, on s’attaque à un gros morceau : les lunettes connectées. Bon, le terme officiel, c’est « lunettes intelligentes », de l’anglais « smartglasses » calqué sur « smartphone »…

⚠️ Il y a 15 ans déjà, en 2011, Google lance les hostilités avec les Google Glass.

▶️ Lorsque Google met fin à l’expérimentation en 2015, après un nombre de ventes ridicule, on croit le projet enterré dans la décharge du numérique où viendront vite le rejoindre les NFT et le Métavers.
Mais c’est sans compter sur…
Facebook en 2021.

✷ La multinationale franco-italienne de la lunette. Ce qui nous permet de classer ce projet dans la catégorie « cacarico » : c’est caca, oui, mais c’est un peu français aussi !
💡 Au niveau technique, on reste sur du classique : caméras et microphones intégrés, connexion au téléphone par Bluetooth, et évidemment, stockage sur les serveurs de Facebook, dont on rappellera à toutes fins utiles qu’ils sont soumis aux lois étatsuniennes comme le Patriot Act.

Une question se pose donc assez rapidement :
Quand est-ce qu’on interdit ces merdes ?

⚠️ Il n’y a AUCUN univers où filer des lunettes connectées à tout le monde, ça se passe bien.


⚠️ Là, si on commence à avoir des lunettes connectées un peu partout, on se lance sur un chemin dystopique à un niveau hallucinant.
(Surtout si, comme pour les fameuses enceintes connectées, les lunettes filment et enregistrent un peu quand Facebook le veut, sans qu’on ait des masses de contrôle sur les données et ce qui en est fait).
C’est la certitude, ou plutôt l’incertitude – ce qui est presque pire – d’être filmé, enregistré et analysé en permanence.

D’ailleurs, le public ne s’y trompe pas : dans une étude de la CNIL, on apprend que deux tiers des sondés trouvent que c’est un risque pour la vie privée.

▶️ Pour les lunettes connectées comme pour l’IA générative, on aimerait voir les mêmes précautions que pour le clonage humain, rapidement interdit après la naissance de Dolly, la première brebis clonée en 1997.

⚠️ Rappelons que le mantra de Facebook a longtemps été « move fast and break things », ce qui signifie donc « bouger vite et casser des trucs ». En général, quand quelqu’un annonce ses intentions aussi clairement, on ne lui déroule pas le tapis rouge.

Ceci dit, ne soyons pas totalement négatifs, il reste un peu d’espoir, notamment du côté de l’Union européenne :
le Règlement sur l’intelligence artificielle, par exemple, enquiquine pas mal Meta et compagnie sur la question de l’exploitation des données des lunettes par IA.

💡 Ces rares freins sont un début, mais restent timides par rapport à l’ampleur du problème. Connaissant l’historique des GAFAM, est-ce que ce sera vraiment suffisant ?

⚠️ Ce serait donc pas mal de ne pas trainer pour légiférer sur les objets de surveillance généralisées que sont ces lunettes connectées : pour une fois, on pourrait avoir un cadre légal contraignant et protecteur (pour nous) en amont du bazar.

Sources :
Les lunettes connectées : la CNIL appelle à la vigilance (CNIL)
Europe Can’t Get Meta Ray-Ban Display Because of EU Regulations) (Gizmodo [EN])
Crédit : Gee (Creative Commons By-Sa)

Nato per custodire la memoria di uno dei più grandi piloti di tutti i tempi, il Gran Premio Nuvolari torna dal 17 al 20 settembre 2026 per la sua 36ª edizione. La manifestazione, organizzata da Mantova Corse sin dal 1991, partirà come sempre da Mantova, città natale di Tazio Nuvolari, e porterà 300 equipaggi lungo un itinerario di 1.100 chilometri attraverso Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche e Repubblica di San Marino.
Dalle origini alla gara moderna
Il nome del Gran Premio affonda le sue radici negli anni Cinquanta. Dopo la scomparsa del campione mantovano Tazio Nuvolari, avvenuta nel 1953, la Mille Miglia modificò il proprio percorso per rendere omaggio al "Nivola" e istituì un premio speciale destinato al pilota più veloce. Da quell'eredità nacque la manifestazione che oggi è tra gli appuntamenti più prestigiosi della regolarità internazionale.
Un percorso tutto nuovo
L'edizione 2026 introduce diverse novità rispetto al passato. I concorrenti affronteranno prove cronometrate e di media lungo un tracciato che comprende tre autodromi - Mugello, Imola e Magione - e tre circuiti cittadini, allestiti a Carpi, Forlì e Lugo di Romagna. Le tappe porteranno gli equipaggi da Mantova a Cesenatico e Rimini, quindi attraverso Marche, Umbria e Toscana fino a San Marino, prima del rientro finale in terra mantovana.
Auto storiche e sostenibilità
Sono ammesse vetture costruite dal 1919 al 2000, suddivise nelle categorie PreWar, Classic e Youngtimer, oltre a 35 moderne Gran Turismo. Confermato anche il progetto "Gran Premio Nuvolari Green", che prevede iniziative per compensare le emissioni e ridurre l'utilizzo della plastica durante la manifestazione. Le iscrizioni resteranno aperte fino al 31 luglio. Per informazioni consultare il sito ufficiale del Gran Premio Nuvolari.



























P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo. Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che, come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale.
È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al villaggio”.
C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica.
Un focolaio più pericoloso del solito
Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane.
Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101 decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID (United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola. Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola.
Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando che lo conosciamo almeno dal 2007.
Più contenimento, meno terapia
Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola 2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo, conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano.
Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire, l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi, nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite).
Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale.
Colonialismo sanitario
Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a “identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire fiducia nelle comunità colpite”.
Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a trarre profitto.
Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore minerario.
I nomi sono importanti
Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo, nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma ormai il danno era fatto.
Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine di migliaia di persone.
Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti.
Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse, in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che alcuni di loro portassero il virus.
Nessun virus è mai veramente locale
Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015 l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone, specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali, oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come “sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come “influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi.
Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”. Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del virus resiste ancora.
Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile.
In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases. Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”.
Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale. Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata, non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante.
Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato.
A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno.
L'articolo I nomi che diamo ai virus proviene da Il Tascabile.
Comme chaque lundi, un coup d’œil dans le rétroviseur pour découvrir les informations que vous avez peut-être ratées la semaine dernière.
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Au Ghana, aux États-Unis ou en Turquie, les droits des personnes LGBTQI+ sont attaqués. Ces offensives sont d’autant plus visibles en ce mois où les marches des fiertés, ou prides, ont lieu aux quatre coins du monde.

Le continent européen se réchauffe bien plus vite que n’importe quel autre, alerte l’OMS. Un phénomène dont les répercussions sont d’ores et déjà visibles, alors que les décès prématurés dus à des vagues de canicules se multiplient en Italie, Espagne ou encore en Grèce.
Cela fait 1 566 jours aujourd’hui depuis que l’armée russe à lancée une guerre à grande échelle contre l’Ukraine, en février 2022. Lorsqu’on prend en compte l’annexion de la Crimée en 2014, cela fait 4 492 jours que l’Ukraine subit l’agression russe – deux fois plus que la Seconde Guerre mondiale.
Depuis une vingtaine d’années, de nombreux pays africains ont adopté des technologies biométriques pour enregistrer ou identifier les électeurices, avec la promesse récurrente de réduire certaines fraudes et d’améliorer la qualité des scrutins.
l’est de la RDC constitue un terrain propice à ce type de contagion : la déforestation causée par l’exploitation minière pousse les animaux contaminés vers les villes, tandis que les nombreux conflits armés parquent les réfugiés dans des camps propices à la propagation des virus.
The EU’s biometric-based Entry-Exit System (EES) may continue to cause long queues at borders for another two years, a Frontex official has said. At the same time, the travel industry warns that queues could divert holidaymakers to other destinations, causing EU countries to potentially lose billions in visitor spending.
Les élections du 17 mai dernier au Parlement d’Andalousie, qui décident de la composition du gouvernement régional, ont constitué une surprise pour certain·es et un choc pour le système des partis andalous, qui pourrait avoir des répercussions possibles à l’échelle de l’État espagnol. Le catalyseur de ce basculement est le résultat obtenu par Adelante Andalucía (AA), une coalition de la gauche radicale
il nous semble essentiel d’affirmer que l’immigration est un fait positif, que nous sommes en capacité d’accueillir plus de monde et que nous devons le faire. Ce qu’il se passe en Espagne actuellement montre que ce projet est possible et qu’il est porté par toute une partie de la société civile.
« Nous ne pouvons pas croire en Jésus et promouvoir la guerre », a déclaré le Pape depuis la Sagrada Familia de Barcelone.
In recent days you will have read various articles announcing the arrival of Euro-Office, which is being “marketed” as the first open-source office suite developed in Europe. We feel compelled — reluctantly, since open source should rest on transparency, not deception — to correct this claim. The first open-source office suite developed in Europe was OpenOffice.org in 2001, based on StarOffice’s source code, followed by LibreOffice from 2010.
The EU has told Meta that it must allow AI chatbots operated by rival firms to use WhatsApp for free.
Ce bond financier en avant est dû à l’introduction en Bourse de SpaceX ce vendredi, qui réalise un départ fracassant.

As Congress advances anti-LGBTQ+ legislation and states expand restrictions on queer and trans visibility, PEN America experts warn the tactics increasingly resemble those used by modern authoritarian governments.
Plusieurs collectifs et assemblées comptent bien perturber l’inauguration de ce “Mondial de la dépossession et de la guerre” et dont 13 matchs se joueront au Mexique. Autour de l’Assemblée “antimundialista”, des collectifs de proches de disparus et de la grève des enseignants, les mots d’ordre convergent comme les cortèges ont prévu de le faire en direction du stade Azteca.
À Los Angeles, capitale états-unienne du “soccer”, les tarifs ont découragé jusqu’aux plus passionnés, tandis qu’une possible intervention de la police de l’immigration effraie les quartiers latinos.
Le peintre anglais était l’un des derniers survivants du pop art. Des toiles les plus intimes aux tableaux les plus militants, retour en images sur les chefs-d’œuvre d’un travailleur acharné.
Depuis que Peter Thiel, le fondateur de Palantir, a déménagé à Buenos Aires, le président paléolibertarien travaille à faire du pays la capitale mondiale du techno-libertarianisme.

“On les lance et on sait que tout sera mort. Tout ce qui sera trouvé dans cette zone sera mort”, confie le fabricant qui a fourni la technologie.
It isn’t the only startup tackling physical AI, but it’s one of the best-funded.
The move comes after Anthropic’s receipt of a US Commerce Department directive Friday evening, subjecting the new models to export controls restricting their use anywhere outside the United States.
OpenAI is preparing the biggest overhaul of ChatGPT since its launch kicked off the AI boom, as the $850 billion group hunts for new engines of growth ahead of a planned listing this year.The company intends to transform the chatbot into a “superapp” that combines coding tools and AI agents, adding products that executives believe will generate more revenue.

“A facial recognition algorithm flagged Robert Dillon as the man who tried to lure or entice a child under twelve years old at a Jacksonville Beach McDonald’s. It was wrong. Mr. Dillon […] had never set foot in Jacksonville Beach. But rather than test the machine’s answer against the evidence that would have cleared him, the officers built a case to confirm it.”
An AI agent tried to join the DN42 hobbyist network to perform a network scan, and bankrupted its operator with a $6531.30 AWS bill, to the extent that they are begging for donations from the DN42 community.
Google AI Overview court loss in Germany could spell doom for AI search industry.
Voir aussi Un tribunal allemand déclare Google responsable des réponses fausses de son AI Overview (next.ink)
Forecasts of run-of-the-mill weather conditions have a lot of practical value, but there is life-or-death value in an accurate forecast of extreme weather conditions. The more extreme, the more true that is. But just as a bird-identifying algorithm can’t identify a bird it wasn’t shown during training, AI-based weather models can fail at predicting extreme weather that wasn’t in their training dataset.
As ‘tokenmaxxing’ dies out, Silicon Valley is having second thoughts.

The US military struck Iran again after an Iranian drone’s lucky midair strike.
On the evening of June 7, multiple missiles were fired from various parts of Iran toward Israel. Following tensions that had emerged among Tehran, Washington, and Tel Aviv in the days following the April 8 ceasefire, Tehran finally struck parts of northern Israel, including Haifa, in response to the Israeli military’s actions in the Lebanese city of Beirut.
Pushing to seize 70 percent of Gaza’s territory, the Israeli army is opening fire at Palestinian civilians caught off guard by the ever-expanding ‘Yellow Line.’
The seven-month-old, Sam Fahd Abu Haikal, was in his mother’s arms when soldiers fired on family in Hebron

Elle disposait pourtant de tous les documents requis : visa en règle, accréditation presse et contrat officiel avec RFI. Elle couvre le conflit israélo-palestinien depuis six ans, depuis Jérusalem et Ramallah.
Une approche qui pourrait expliquer les limites des traitements actuels et aider à améliorer la manière dont cette pathologie est diagnostiquée, prise en charge et perçue dans la société.
Le 5 juillet 2023, le conseil régional Île-de-France présidé par Valérie Pécresse avait rebaptisé le lycée de Saint-Denis du nom de Rosa-Parks, jugeant la figure de la militante américaine « trop conflictuelle ». Ce 9 juin, le tribunal administratif de Montreuil a annulé cette décision pour vice de procédure.
Après la revendication d’un cybercriminel sur le piratage de Tchap, la messagerie instantanée de l’Etat, la Dinum et l’Anssi confirment la compromission de l’outil via l’usurpation d’un compte. Une enquête est en cours pour connaître le périmètre de l’incident.

Pour la première fois, tous les élèves de première planchent sur les maths ce vendredi. Pour les syndicats, cette épreuve anticipée a été conçue avant tout pour Parcoursup.
Sur la presqu’île de Crozon, dans le Finistère, le collectif Skoazell vient en aide aux femmes victimes de violences sexuelles. L’initiative est née du courage d’habitantes qui ont osé parlé. Le réseau apporte une aide logistique et morale.
Entretien avec Johanna-Soraya Benamrouche et Laure Salmona, cofondatrices de l’association Féministes contre le cyberharcèlement.
Pendant des années, le docteur nantais Traverson a abusé de son autorité de médecin. Poursuivi pour des palpations des seins non justifiées sur une soixantaine de victimes, dont des mineures, il a été reconnu coupable en décembre 2025. […] L’enquête judiciaire aurait pu commencer plus tôt. En 2021, une première plainte est déjà déposée, pour une jeune fille de 11 ans à l’époque. Dans le cadre d’une hospitalisation psychiatrique, elle révèle que le docteur Traverson lui a touché le pubis. La plainte est toutefois classée sans suite.
Après le meurtre, fin mai, d’une enfant de 11 ans dans le Gers, le casier vierge du principal suspect, malgré des plaintes pour violences sexuelles sur mineure depuis 2017, provoque un débat sur les causes des dysfonctionnements de la justice et de la police dans ce type d’affaires.
un organisme de référence dans la lutte contre la pédocriminalité internationale avait fait remonter en France plusieurs signalements sur Jérôme Barella.
L’affaire Lyhanna met en lumière les limites d’une conception viriliste du pouvoir incarnée par le ministre de la Justice. Quand les violences sexuelles s’imposent au débat public, la posture de l’« homme fort » apparaît moins comme une solution que comme une partie du problème.
Voir aussi Affaire Lyhanna : le pire de la politique (politis.fr)
Face à la tragédie, Gérald Darmanin et Emmanuel Macron se sont empressés d’accabler les magistrats pour mieux échapper à la remise en cause de leur politique.

Et Lyhanna : une justice empêchée par les choix de Gérald Darmanin (blast-info.fr)
Le procureur de la République a requis l’ouverture d’une information judiciaire à son encontre et sa mise en examen pour des faits de viols, de tentatives de viols, d’agressions sexuelles et de harcèlement sexuel concernant neuf victimes commis entre 2010 et 2019.
Ces accusations révélées par « Mediapart » s’ajoutent aux nombreuses autres qui visent le chanteur de 67 ans, déjà mis en examen dans quatre affaires de violences sexuelles.
Notre média et maison d’édition sont attaqués en justice par une multinationale via une procédure bâillon. Cette multinationale se nomme Pierre Fabre, l’entreprise derrière la polémique A69.
Il y a une constante dans la politique pénale française depuis le milieu des années 1990 : chaque décennie produit sa figure de l’ennemi absolu, et chaque loi d’exception laisse des dispositifs qui, une fois installés, ne disparaissent jamais. Prendre la protection des enfants au sérieux, c’est exiger que les budgets publics aillent vers ce qui crée une réduction effective des violences, pas vers ce qui rassure à court terme et laisse les structures intactes.

Après un rejet en commission des Lois à l’Assemblée, le ministre de la Justice a annoncé retirer de son texte le dispositif de « plaider-coupable » très décrié.
Voir aussi PJL SURE : volte-face de Darmanin sur le plaider-coupable criminel (projetarcadie.com)
À un an de l’élection présidentielle, le rapport du Conseil d’orientation des retraites est plus scruté que jamais. Au risque de faire l’objet d’une récupération pour pousser à un nouveau décalage de l’âge de départ à la retraite à plus de 67 ans.
« Pensées émues pour tous les pédocriminels qui n’ont jamais passé une nuit en garde à vue », a ironisé Andréa Bescond sur Instagram [qui] avait appelé à se rassembler place Vendôme pour dénoncer les dysfonctionnements de la justice dans les affaires d’agressions sexuelles sur mineur·e après le meurtre de la petite Lyhanna
Le retentissement médiatique d’un crime, quand son auteur est perçu comme issu de l’immigration, suscite chez les Français d’origine étrangère un réflexe silencieux : la crainte que la faute d’un seul rejaillisse sur tous.
« Carcassonne est un laboratoire pour l’extrême droite, pour savoir jusqu’où elle peut détruire les libertés syndicales et d’expression »
La Cour de cassation a reconnu l’intention d’homicide du policier qui a tué Nahel Merzouk. Le 27 juin 2023, le jeune de 17 ans, était tué d’une balle tirée à bout portant lors d’un contrôle de son véhicule à Nanterre.
Face aux restructurations permanentes liées à l’ouverture à la concurrence, et au mal-être au travail qui s’installe, avec treize suicides depuis le début de l’année, la grève à la SNCF du 10 juin a été très suivie.
Cette prise de parole est intervenue après l’interruption de la cérémonie par quelques étudiants portant des masques du patron de TotalEnergies, Patrick Pouyanné, et de celui de LVMH, Bernard Arnault, diplômés de l’X, pour dénoncer les partenariats avec les entreprises privées.
René Mayrhofer […] vient de démissionner de Google pour une raison qui vous concerne directement : l’entreprise a signé un accord autorisant le Pentagone à utiliser son IA pour des opérations classifiées, et l’homme qui sécurisait votre smartphone estime que ces outils seront “probablement utilisés contre” les citoyen·nes européen·nes.

Alors qu’Amazon a préféré quitter le Québec plutôt que de signer une convention collective, sur les sites français du géant du Web, les syndicalistes dénoncent des sanctions prises à leur encontre et une culture d’entreprise qui entrave leur activité.
One day after WIRED revealed that Meta had quietly embedded an unreleased face-recognition system into an app installed on more than 50 million phones, the company removed it
Voir aussi Lunettes Meta : l’intégration de la reconnaissance faciale est discrètement en cours (next.ink)
Après une attaque au couteau à Belfast, le propriétaire de X avait appelé ses abonnés à protester et reposté des messages de leaders d’extrême droite, amplifiant selon des chercheurs des récits anti-migrants auprès de millions d’utilisateurs.
Les véhicules d’aujourd’hui savent où nous habitons, combien nous pesons et ce que nous avons mangé au dîner. Voici ce qu’il advient de toutes ces informations, et comment vous pouvez réduire le flux de données.
De 1960 à 1966, avant et après l’indépendance de l’Algérie, l’État français a expérimenté au Sahara dit algérien dix-sept bombes atomiques et autres essais chimiques. Ce sujet a longtemps été tabou en France, dans la presse, dans les discours politiques aussi bien que dans le cadre académique où enquêtes, témoignages, littérature et recherches sur ce thème ont été invisibilisés.
En agitant le spectre de la faillite de la répartition, les cercles libéraux et le Rassemblement national préparent le terrain pour les fonds de pension privés, au détriment des salariés les plus modestes. Pourtant, des propositions alternatives et réellement sociales existent.
In a 1990 interview, Steve Jobs famously stated that personal computers were “a bicycle for the mind” […] I sit in front of a Mac all day and that’s not how it feels […] That’s not a bicycle. It’s an SUV for the mind.[…] just about any “obsolete” or “underpowered” laptop can be enough once freed from the burden of always-on connectivity. It’s cheap. It’s available. You probably already have one.
Tests reveal that when people are ambling about, they have a natural tendency to turn to the left and walk in an anticlockwise direction.
We tend to view ourselves and the complex cells that build us as a distinct branch of the tree of life from the compact, seemingly featureless cells of bacteria and archaea. But we’ve found that our genome is actually a hybrid, a mish-mash of genes from bacteria and archaea, along with some that have evolved in our own lineage.
Hidden underground around the world lie 110 quadrillion kilometers of arbuscular mycorrhizal fungal networks—webs of ultra-thin threads that, if connected in a single line, would stretch almost a billion times the distance between the Earth and the sun
Retrouvez les revues de web précédentes dans la catégorie Libre Veille du Framablog.
Les articles, commentaires et autres images qui composent ces « Khrys’presso » n’engagent que moi (Khrys).

© Ethan Noah Roy

Lo chiamano Buy now, pay later (BNPL): compra ora, paga dopo. Ma forse, guardandolo dal lato sociale, dovremmo iniziare a chiamarlo Buy not, pay later: compro ciò che non potrei permettermi e rinvio a domani il conto economico, psicologico e sociale.
Il fenomeno è in piena esplosione. Non riguarda più soltanto l’acquisto occasionale di un elettrodomestico o di un bene durevole: è entrato nella quotidianità — abbigliamento, elettronica, vacanze, cosmetici, arredamento, persino spese ordinarie. La promessa è semplice e seducente: nessun interesse, pochi clic, rate leggere, approvazione immediata. Ma proprio questa leggerezza apparente è il punto critico.
Il debito smette di apparire come debito e diventa un gesto di consumo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements-BIS), gli utenti BNPL tendono a essere i più giovani, i più indebitati, con punteggi creditizi più bassi e maggiori tassi di insolvenza rispetto agli utilizzatori del credito tradizionale.
Banca d’Italia, in una nota del marzo 2026, segnala che in Italia l’uso del BNPL è passato dal 4 per cento delle famiglie nel 2022 al 30 per cento nel 2025, sebbene circa due terzi lo utilizzino solo occasionalmente. Crif (società italiana, oggi di proprietà di una multinazionale, leader in Italia nei sistemi di informazioni creditizie e business information) ha rilevato che nel secondo semestre 2024 gli importi erogati in Italia sono cresciuti dell’85 per cento rispetto a due anni prima e del 32 per cento rispetto al secondo semestre 2023.
Numeri che non descrivono più una nicchia fintech, ma un cambiamento profondo nei comportamenti di consumo. Il BNPL è esploso su scala globale: il mercato mondiale ha raggiunto circa cinquecentosettanta miliardi di dollari di transazioni nel 2025, con una crescita del 13,7 per cento anno su anno, e conta già oltre trecentottanta milioni di utenti attivi secondo stime Juniper Research.
In Australia, Paese che ha visto nascere e crescere colossi del settore come Afterpay, il fenomeno ha assunto dimensioni tali da spingere il governo a classificarlo come credito regolamentato a partire dal giugno 2025, imponendo licenze e obblighi di verifica del merito creditizio, una mossa che conferma quanto il modello si fosse diffuso al di là di ogni controllo.
Nel Sud-Est asiatico il caso dell’Indonesia è emblematico: i debiti accumulati attraverso i sistemi BNPL hanno raggiunto 1,8 miliardi di dollari nel novembre 2024, con un aumento del 42,7 per cento rispetto all’anno precedente.
Oltre il 70 per cento degli utenti ha tra diciotto e trentacinque anni, molti dei quali hanno contratto debiti per acquisti impulsivi legati a pressioni sociali. L’autorità di vigilanza finanziaria (OJK) ha registrato nel 2023 oltre settantanove milioni di contratti BNPL, con una crescita del centoquarantaquattro per cento rispetto al 2019.
Nel Regno Unito il mercato BNPL cresce al trentanove per cento annuo secondo il World Pay Report, con un’utenza che si allarga ormai ben oltre la fascia giovanile: nel 2024 la quota di utilizzatori nella fascia 55-64 anni ha superato il ventuno per cento, più che raddoppiata rispetto al 2023.
Negli Stati Uniti circa quaranta milioni di americani hanno utilizzato il BNPL nel 2024, e più del quarantuno per cento degli utenti dichiara di aver saltato almeno un pagamento nell’ultimo anno (dati LendingTree).
In tutti questi contesti emerge lo stesso schema: il BNPL cresce non perché le persone stiano meglio, ma perché il divario tra reddito disponibile e costo della vita si allarga. Lo strumento finanziario si inserisce in una frattura sociale preesistente e la rende più comoda da abitare, senza sanarla.
Il punto non è demonizzare lo strumento. Per alcuni può essere utile: consente di distribuire nel tempo una spesa, evitare l’uso del credito revolving, accedere a beni necessari senza interessi. Il problema nasce quando la dilazione diventa anestesia. Quando il consumatore non percepisce più il limite. Quando tre o quattro piccole rate, sommate ad altre tre o quattro piccole rate, costruiscono una gabbia invisibile.
Il BNPL intercetta una ferita precisa del nostro tempo: l’impoverimento relativo del ceto medio. Non siamo di fronte soltanto a persone povere che cercano credito. Siamo di fronte a famiglie, giovani lavoratori, professionisti, pensionati che vedono restringersi il margine tra reddito disponibile e costo della vita. L’OCSE lo aveva già scritto con chiarezza: la classe media nei Paesi avanzati è sotto pressione perché redditi, casa, istruzione, salute e sicurezza economica non crescono più insieme.
In molti Paesi il costo dell’abitare è diventato uno dei principali fattori di fragilità. La casa, che era il simbolo della stabilità, è diventata il primo luogo della precarietà. Dentro questa compressione si produce un paradosso: si ha meno sicurezza, ma si fatica a rinunciare ai segni esteriori della normalità. Una vacanza, un vestito, un telefono, una cena, un weekend non sono solo beni: sono appartenenza.
Dire «non posso permettermelo» significa spesso confessare a sé stessi (e agli altri) una caduta di status. Il BNPL offre allora una via d’uscita emotiva: non risolve il problema, lo sposta in avanti. È una forma di credito, ma anche una forma di narrazione: mi consente di continuare a recitare la parte di chi è ancora dentro il benessere. Qui il tema diventa politico.
Servirebbero politiche strutturali lungimiranti e concrete: affordable housing e housing sociale, salari coerenti con il costo reale della vita, politiche industriali capaci di creare lavoro buono, non solo occupazione povera; strumenti di reinclusione finanziaria prima che il debito diventi stigma. In assenza di tutto questo, il mercato offre la soluzione più rapida: non aumentare il reddito, ma anticipare il consumo.
Mariana Mazzucato, nel suo recentissimo “The Common Good Economy”, insiste sulla necessità di superare l’idea di uno Stato che interviene solo per correggere i fallimenti del mercato. La sua tesi è che il punto sia costruire mercati orientati al bene comune, con missioni pubbliche, investimenti, reciprocità e responsabilità condivise.
«Questa impostazione economica basata sulla “riparazione dei mercati” ci intrappola in un ciclo infinito di reazione, di rattoppo dei problemi anziché di costruzione proattiva dell’economia di cui abbiamo bisogno», sottolinea la Mazzuccato nel suo libro. Il BNPL, quindi, non è soltanto un prodotto finanziario, è il sintomo di un’economia che ha perso la capacità di garantire sicurezza, futuro e dignità attraverso il lavoro.
Il professor Guy Standing ha descritto da anni la crescita del “precariato”: una classe esposta a redditi intermittenti, diritti deboli, ansia permanente. Nel suo “The Precariat: the new dangerous class” (ed. aggiornata 2014) scrive con preconizzante lucidità: «Poiché i salari del precariato sono sempre più instabili e in calo, il risultato complessivo è che queste persone vivono sull’orlo di un debito insostenibile e in una condizione di cronica incertezza economica».
I due vincitori del premio Nobel per l’economia nel 2024, Daron Acemoglu e Simon Johnson, hanno ricordato nel loro libro “Power and Progress: our thousand-year struggle over technology and prosperity” che la tecnologia non produce automaticamente progresso sociale: dipende da chi la governa, da come distribuisce potere, reddito e opportunità. Questo vale ancora di più oggi, mentre avanza l’IA agentica: sistemi capaci non solo di assistere, ma di eseguire compiti, prendere iniziative, sostituire porzioni crescenti di lavoro cognitivo e amministrativo. Il rischio è che una parte del ceto medio venga colpita due volte: prima dal costo della vita, poi dalla svalutazione del proprio lavoro.
Non siamo ancora davanti a una catastrofe inevitabile. Ma siamo davanti a un’urgenza. Se il futuro viene lasciato alla somma di micro-rate, micro-contratti, micro-lavori e macro-profitti concentrati, il risultato sarà una società formalmente consumatrice ma sostanzialmente impoverita. Una società dove il debito diventa il linguaggio ordinario della sopravvivenza e il consumo l’ultimo travestimento della fragilità.
Servono azioni e programmi politici lungimiranti che non si fermino al bonus una tantum, spesso scarsamente accessibile; servono investimenti pubblici di lungo respiro idoneamente calati e incentivi legati a occupazione stabile e formazione; un uso governato dell’IA per aumentare produttività e qualità del lavoro – in particolare per le Pmi – e non solo per ridurre il personale. Una comunità felice non è quella in cui tutti possono indebitarsi più facilmente. È quella in cui meno persone hanno bisogno di farlo per vivere con dignità.
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Livorno 15 giugno 2026 12enne minacciata di morte al parco pubblico, Lega: espulsione immediata e processi esemplari Aggressione alla bambina di 12 anni al Parterre: Ghiozzi e Gasparri (Lega): “Fatto intollerabile. Chi non rispetta le nostre regole deve fare le valigie: espulsione immediata e processi esemplari” Dopo la denuncia relativa all’aggressione e alle minacce subite …
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Livorno 15 giugno 2026 Livorno Play Comics 2026: la magia del fumetto, del gioco e della musica pop approda in Fortezza Vecchia Sabato 20 e domenica 21 giugno, la storica cornice livornese si trasforma nel quartier generale della cultura nerd e pop. Tra mattoncini LEGO, duelli con spade laser, tornei di retrogaming, grandi show …
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Livorno 15 giugno 2026 A Livorno il talk “Incertezza sul futuro: un dialogo intergenerazionale” Venerdì 19 giugno 2026 ore 17.30 nella Sala del Grande Rettile presentazione del Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo L’Assessorato alle politiche Giovanili del Comune di Livorno, in collaborazione con l’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presenta alla …
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Livorno 15 giugno 2026 Fiom, 125 anni di storia: oggi la targa celebrativa in piazza dei Domenicani La Fiom quest’anno compie 125 anni. La Fiom è nata il 16 giugno 1901, nella sede della Fratellanza Artigiana, a Livorno, dove si svolse il congresso fondativo. Il primo articolo dello Statuto così recitava: «Con deliberato del I …
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Livorno 15 giugno 2026 Pedonalizzazione Garibaldi, PaP: “privilegiata l’estetica rispetto alle reali esigenze del quartiere” Pedonalizzazione di piazza Garibaldi, Potere al Popolo attacca: “Una vetrina senza risposte per i residenti” La recente inaugurazione della nuova piazza Garibaldi pedonalizzata continua ad alimentare il dibattito politico cittadino. Dopo i giudizi positivi espressi dall’amministrazione comunale sul progetto di …
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Piombino, 15 giugno 2026 Piombino: “Ospedali e sanità di prossimità”, la Cgil organizza incontro pubblico “Ospedali e sanità di prossimità”: questo il titolo dell’iniziativa in programma giovedì 18 giugno dalle 17 alle 19 a Piombino presso il Centro giovani in via della Resistenza 4. L’incontro è organizzato dalla Cgil Livorno. Al dibattito – presieduto da Gianfranco …
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Livorno 15 giugno 2026 Taglio medico emergenze-urgenze a Rosignano, Lega: “Si penalizza l’assistenza sanitaria territoriale” Manfredi Potenti e Mario Romanu (Lega): “Rosignano: taglio medico emergenze-urgenze fermamente contrari alla decisione di ASL Toscana Nord Ovest. Si penalizza l’assistenza sanitaria territoriale.” “Riteniamo assolutamente da bocciare la decisione dell’Azienda ASL Toscana Nord Ovest e la scelta della Regione …
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Livorno 15 giugno 2026 La Correre a Castellia è di Bevilacqua La Correre a Castellina non si smentisce mai. Organizzazione attenta, tanta gente ai bordi della strada, un percorso cittadino con partenza e arrivo al Parco Comunale che attrae sempre tanti partecipanti per affrontare i suoi 9,8 km. Anche la 22esima edizione non è sfuggita …
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Quando si parla di cucina storica, il rischio è sempre quello della nostalgia. Vecchi ricettari, piatti curiosi, ingredienti scomparsi e una certa fascinazione per il «come eravamo». Il lavoro di Samanta Cornaviera segue invece una strada diversa. La sua ricerca dimostra che il cibo può essere una chiave di lettura straordinaria per comprendere la storia sociale, economica e culturale di un Paese.
Attraverso il progetto Massaie Moderne, Cornaviera ha costruito negli anni uno dei più interessanti laboratori italiani di archeologia culinaria contemporanea. L’idea è semplice solo in apparenza: recuperare ricette, riviste e manuali domestici dell’Otto e del Novecento per raccontare l’evoluzione della società italiana. Sul sito Massaie Moderne, che prende il nome dall’omonima rubrica pubblicata fin dal 1929 su La Cucina Italiana, le ricette diventano documenti storici, testimonianze di un’epoca e strumenti per comprendere i cambiamenti del gusto e della vita quotidiana.
La sapienza di Cornaviera risiede proprio nella capacità di andare oltre il piatto. Ogni preparazione viene collocata nel suo contesto. Una torta dedicata a Mazzini, un sugo futurista, una ricetta nata durante il periodo delle sanzioni o una preparazione celebrativa dell’Unità d’Italia raccontano molto più degli ingredienti che le compongono. Raccontano ideologie, consumi, aspirazioni sociali, disponibilità economiche e perfino mode culturali. È un lavoro che richiede competenze trasversali, capacità di ricerca archivistica e una profonda conoscenza della storia della gastronomia.
Figlia di una famiglia di panettieri e pasticceri, Cornaviera ha trasformato una passione personale in un percorso di studio rigoroso. Colleziona ricettari storici, analizza pubblicazioni d’epoca, verifica tecniche e ingredienti, ricostruisce preparazioni che spesso non vengono più cucinate da decenni. Il suo archivio rappresenta una fonte preziosa per chiunque voglia comprendere come gli italiani abbiano mangiato e pensato il cibo negli ultimi centocinquant’anni, alla scoperta dell’autentico gusto del ’900.
Non stupisce quindi che il suo lavoro abbia trovato spazio su testate specializzate come La Cucina Italiana, Grande Cucina e Gambero Rosso, né che abbia dato vita a eventi, incontri e consulenze dedicate alla valorizzazione della memoria gastronomica. Anche il volume Menu Risorgimento, realizzato insieme al Collettivo Cougnet e pubblicato da Linkiesta, nasce dalla stessa convinzione: il patrimonio gastronomico non è un repertorio di ricette da museo, ma un racconto vivo della nostra identità culturale.
Il lavoro di Cornaviera diventerà reale e tangibile durante l’incontro organizzato dal FAI a Casa Macchi, dove il suo racconto attraversa il periodo compreso tra l’Unità d’Italia e il primo Novecento, mostrando come le trasformazioni politiche, economiche e sociali abbiano lasciato tracce evidenti nelle cucine domestiche. Il cibo diventa così un archivio accessibile a tutti, fatto di gesti, ingredienti, abitudini e memorie condivise. Nel cortile di Casa Macchi, una delle più autentiche testimonianze della vita quotidiana tra Ottocento e Novecento, Samanta Cornaviera accompagnerà i visitatori in un viaggio tra storia, cultura e gastronomia alla scoperta di sapori dimenticati, abitudini domestiche e trasformazioni sociali raccontate attraverso il cibo. Un racconto dal vivo che intreccia memoria e tradizioni, con assaggi ispirati all’epoca: il celebre cocktail Milano-Torino e piccole preparazioni che richiamano la cultura culinaria di fine secolo. L’occasione per guardare al passato da una prospettiva insolita e sorprendentemente attuale è in programma Venerdì 19 giugno alle ore 18.30 a Casa Macchi a Morazzone (VA).
In un’epoca che corre veloce verso il nuovo, la lezione di Samanta Cornaviera ricorda che innovare non significa dimenticare. Significa conoscere ciò che è stato, comprendere come siamo arrivati fin qui e riconoscere che ogni ricetta custodisce molto più di una tecnica, perché custodisce una storia.
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Alla Mostra internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Berlino, la settimana scorsa, l’Agenzia spaziale europea ha firmato due contratti che la maggior parte dei media italiani ha liquidato in tre righe nella sezione spazio. Thales Alenia Space costruirà i satelliti. Airbus realizzerà gli strumenti radar. Insieme, produrranno i Sentinel-1 NG (nuova generazione) – i successori della famiglia di satelliti radar che dal 2014 sorveglia la Terra con continuità, gratuitamente, per chiunque voglia guardare.
Non è una notizia per addetti ai lavori. O meglio: lo è, ma dovrebbe interessare anche chi non ha mai aperto un file GeoTIFF in vita sua. Perché questi satelliti non osservano un pianeta astratto – osservano il suolo sotto le nostre città, i fiumi che attraversano le nostre pianure, le coste che si erodono, le frane che si preparano in silenzio sulle nostre montagne.
Cosa fa un satellite SAR che un satellite ottico non può fare
Prima di parlare di Sentinel-1 NG, è necessario capire perché il radar conta. I satelliti ottici – quelli che producono le immagini a colori che tutti conoscono – funzionano come una macchina fotografica molto sofisticata: hanno bisogno di luce e di cielo sgombro. Di notte non vedono nulla. Sotto le nuvole, nulla. In presenza di fumo, nulla.
Il SAR – Synthetic Aperture Radar – funziona in modo radicalmente diverso. Emette un segnale radar, misura il tempo di ritorno dell’eco, e da quella misura ricostruisce una immagine della superficie. Di notte come di giorno. Attraverso le nuvole, attraverso il fumo, in qualunque condizione meteorologica. Questo lo rende indispensabile per il monitoraggio operativo: alluvioni in corso, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi nelle prime ore quando il fumo è ancora fitto.
Ma c’è un secondo motivo per cui il SAR è insostituibile, meno intuitivo ma altrettanto importante: la coerenza del segnale nel tempo. Confrontando due acquisizioni radar della stessa area a distanza di giorni o settimane, si possono misurare deformazioni del suolo dell’ordine del centimetro – o del millimetro. È la tecnica InSAR, interferometria radar. Con essa ho analizzato la subsidenza della Pianura Padana: zone tra Bologna, Ferrara e Ravenna che sprofondano di tre, quattro, in alcuni casi cinque centimetri all’anno. I dati Sentinel-1 lo documentano con la precisione di uno strumento geodetico, a copertura regionale, senza che nessuno debba scendere in campo.
Sentinel-1D è già operativo. Perché serve il prossimo?
Il primo maggio 2026 Sentinel-1D ha raggiunto la piena operatività. La costellazione europea ha ora quattro satelliti attivi in orbita. Il contratto firmato a Berlino riguarda la generazione successiva – tempi di sviluppo e lancio stimati nell’arco del prossimo decennio – ma la decisione di avviare il programma adesso non è casuale.
I satelliti radar sono strumenti complessi, con una vita operativa finita. La continuità della missione – la garanzia che non ci siano buchi temporali nella serie storica dei dati – è essa stessa un valore scientifico e operativo. Una serie storica SAR interrotta perde parte della sua capacità di rilevare cambiamenti lenti: subsidenza, deformazione tettonica, evoluzione costiera. Il contratto firmato questa settimana è, in sostanza, una polizza assicurativa sul futuro del telerilevamento radar europeo.
Le specifiche tecniche di Sentinel-1 NG non sono ancora pubbliche nel dettaglio, ma i documenti ESA indicano miglioramenti nella risoluzione spaziale, nella flessibilità delle modalità di acquisizione e nella capacità di elaborazione a bordo. Più risoluzione significa più dettaglio nelle aree urbane e nelle infrastrutture critiche. Più flessibilità significa risposta più rapida alle emergenze.
Dati aperti: un asset che l’Europa non valorizza abbastanza
C’è un aspetto di questa storia che raramente emerge nel racconto istituzionale: i dati Copernicus sono gratuiti e aperti. Chiunque – ricercatori, giornalisti, comuni cittadini, amministrazioni locali – può scaricare immagini Sentinel-1 dall’archivio ESA senza pagare nulla e senza chiedere permessi.
Questo modello ha generato un ecosistema straordinario. Università, centri di ricerca, startup, agenzie di protezione civile in tutto il mondo costruiscono servizi operativi sui dati Copernicus. In Italia, ISPRA monitora le coste. Le regioni usano Sentinel-2 per il censimento agricolo. La Protezione Civile integra i dati SAR nelle risposte alle alluvioni.
Eppure questa infrastruttura rimane largamente invisibile al dibattito pubblico. Quando si parla di spazio, si parla di missioni umane, di Marte, di satelliti militari. Raramente si racconta che esiste un sistema europeo di osservazione della Terra, finanziato con fondi pubblici, i cui dati appartengono a tutti e che produce informazione verificabile sul pianeta in cui viviamo.
Il contratto firmato a Berlino vale centinaia di milioni di euro. È un investimento europeo su una capacità strategica – la capacità di vedere, misurare e documentare ciò che accade alla superficie terrestre, indipendentemente da chi possiede i satelliti commerciali e da chi decide cosa pubblicare.
Cosa chiedo al satellite
Sono state elaborate molte immagini Sentinel-1 negli ultimi dieci anni. Ho usato questi dati per documentare i danni del terremoto in Centro Italia, per seguire l’avanzata dei fronti di conflitto in Ucraina attraverso le deformazioni del suolo, per misurare la velocità di scioglimento dei ghiacciai alpini estate dopo estate.
Ogni volta che osserviamo un’acquisizione SAR, quello che vediamo non è un’immagine – è una misura. Il satellite non interpreta, non sceglie l’angolazione, non aspetta la luce migliore. Registra il ritorno di un segnale fisico. È questo che rende il telerilevamento radar uno strumento di giornalismo investigativo a tutti gli effetti: produce evidenza difficile da contestare e impossibile da manipolare con le parole.
I nuovi Sentinel-1 faranno lo stesso, con strumenti più raffinati. È una buona notizia.
La zona costiera del ponente ligure acquisite da Sentinel 2 e Sentinel 1. La capacità del secondo di operare con un sensore SAR indipendentemente dalla copertura nuvolosa risulta evidente
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Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.
Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.
La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.
Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.
Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.
La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.
C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.
Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.
Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.
Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.
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L’amministrazione Trump ha avviato un’indagine su Trita Parsi, analista e critico della guerra contro l’Iran, ipotizzando di revocargli la green card e deportarlo. Secondo quanto riportato dal sito conservatore e pro-Israele The Free Press (fondato da Bari Weiss, ora alla Cbs), funzionari dell’amministrazione starebbero valutando la possibilità di espellere Parsi, che possiede doppia cittadinanza iraniana e svedese.
Parsi, cofondatore e vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft e cofondatore del National Iranian-American Council (Niac), è stato un fervente oppositore dei continui attacchi statunitensi contro la Repubblica Islamica. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato al Free Press che il segretario di Stato Marco Rubio è stato «molto chiaro» nell’intenzione di colpire «persone che sostengono i nostri avversari e il cui lavoro promuove la loro agenda minando la nostra sicurezza». Una svolta inquietante e autoritaria per gli Stati Uniti targati Trump.
Non è un caso che l’indagine sia partita proprio ora. Come già ampiamente documentato da InsideOver, Laura Loomer, influencer della destra radicale americana e feroce sostenitrice di Israele, aveva chiesto esplicitamente l’apertura di un’indagine contro Trita Parsi già nelle scorse settimane. La Loomer, diventata una delle figure più influenti nel secondo mandato di Donald Trump, ha postato su X un messaggio inequivocabile: «Trita Parsi è anche titolare di green card. Ha cittadinanza iraniana e svedese. È un portavoce del regime iraniano e ha usato NIAC e il Quincy Institute per diffondere propaganda filoiraniana. Dovrebbe essere deportato subito. È una vera minaccia per la sicurezza nazionale Usa».
Secondo The New Republic, la Loomer avrebbe definito Parsi un «portavoce del regime iraniano» che promuove «punti di propaganda filoiraniani» in un post su X dello scorso aprile, aggiungendo a maggio che «i suoi giorni nel nostro Paese sono contati». L’influencer aveva già avuto un ruolo centrale nella detenzione di due donne iraniane, Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia Sarina, dopo averle identificate come parenti dell’ex comandante militare iraniano Qassem Soleimani.
La vicinanza di Laura Loomer a Trump è notoria. Come ricostruito dal Financial Times e ripreso da InsideOver, ore dopo che il presidente americano aveva lanciato l’attacco contro l’Iran, la prima telefonata fu proprio per lei, la 32enne sostenitrice convinta della guerra alla Repubblica Islamica e delle ragioni di Benjamin Netanyahu. «Gli ho detto che ha fatto un ottimo lavoro e che in tutto il mondo la gente lo sta acclamando – ha raccontato la Loomer al Financial Times –. Ci sta rendendo orgogliosi di essere americani».
Intervistato da Middle East Eye lo scorso maggio, Parsi aveva messo in guardia sulla capacità degli Stati Uniti di raggiungere un accordo con l’Iran, sottolineando che tutto dipende dalla capacità di Washington di frenare gli attacchi israeliani nella regione. «Se Trump non può o non vuole farlo – aveva dichiarato –, il valore di qualsiasi accordo con Washington viene messo seriamente in discussione». «Un cessate il fuoco che lasci Israele libero di riaccendere le ostilità a piacimento – mentre gli Stati Uniti rimangono incapaci di impedirsi di essere trascinati di nuovo nel conflitto – offre poche garanzie di stabilità. In tali circostanze, l’utilità di un accordo con Washington diminuisce drasticamente», ha aggiunto Parsi.
Parsi è un critico della Repubblica Islamica – la sua famiglia fuggì in Svezia per sfuggire alle persecuzioni in Iran – e ha subito attacchi sia da monarchici iraniani che da figure filo-Trump per la sua opposizione al conflitto. È stato anche molto critico nei confronti del sostegno statunitense al genocidio di Israele a Gaza e agli attacchi in Libano.
La notizia dell’indagine ha suscitato preoccupazione e reazioni di solidarietà da parte di diverse voci del dibattito pubblico americano. Daniel Davis, veterano dell’esercito Usa, analista militare e conduttore del Deep Dive, ha espresso il suo sostegno a Parsi in un lungo post su X:
Trita Parsi @tparsi, Executive Vice President of Quincy Institute, is reportedly being investigated by the U.S. Administration and may be in danger of being deported. I can only hope that is a scare tactic, or just fake news, bc not only would such an attempt to silence a critic… pic.twitter.com/gRixVFA0Ix
— Daniel Davis Deep Dive (@DanielLDavis1) June 11, 2026
«Trita Parsi, Executive Vice President of Quincy Institute è presumibilmente sotto indagine da parte dell’Amministrazione USA e potrebbe rischiare la deportazione. Posso solo sperare che si tratti di una tattica intimidatoria o di fake news, perché non solo un simile tentativo di silenziare un critico della folle guerra americana in Iran sarebbe incostituzionale, ma sarebbe incredibilmente sciocco. Trita è stato molte volte nel nostro show, ed è stato SEMPRE una voce di ragione, di intelligenza e, forse soprattutto, filo-America».
Ha poi aggiunto: «È un genuino sostenitore dell’America-first e tutti i suoi consigli e le sue critiche sono stati incentrati sul tentativo di convincere il governo a evitare politiche dannose per noi e a perseguire politiche da cui possiamo trarre beneficio. Abbiamo bisogno di più uomini come Trita Parsi nel dibattito nazionale».
Solidarity w/ Trita Parsi, the Iranian-American analyst (& friend of Katie Halper Show) who is allegedly being investigated by Trump Admin. I say allegedly bc it's possible that the story is an attempt to scare & silence anti-war voices & pressure… https://t.co/gwbWkYiTpH
— Katie Halper (@kthalps) June 12, 2026
Anche la giornalista e conduttrice Katie Halper ha espresso solidarietà a Parsi, ripresa in un repost che ha amplificato il messaggio: «Solidarietà a Trita Parsi, l’analista iraniano-americano (e amico del Katie Halper Show) che sarebbe sotto indagine da parte dell’Amministrazione Trump. Dico “sarebbe” perché è possibile che la storia sia un tentativo di intimidire e silenziare le voci anti-guerra e fare pressione…». Un chiaro tentativo di intimidire le voci dissidenti da parte di un’amministrazione che si era presentata agli elettori come paladina del free speech nonché una bruttissima pagina per la democrazia a stelle e strisce.
Whether you agree or disagree with Trita Parsi @tparsi should not even matter. If you believe in democracy and the rule of law, you should firmly oppose the Trump administration's reported efforts to investigate and deport him because of his views on Iranhttps://t.co/Cg5899NmOP
— Thomas Juneau (@thomasjuneau) June 12, 2026
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In Cina negli ultimi mesi, le autorità di Pechino hanno intensificato la stretta contro gli influencer che hanno costruito la propria fama esibendo ville, gioielli, auto di lusso, abiti costosissimi e vite apparentemente irraggiungibili.
La guerra al lusso ostentato è entrata nel cuore dei social, con account bloccati e profili rimossi. Il caso più noto è quello di Wang Hongquanxing, influencer cinese soprannominato da molti il “Kim Kardashian cinese”. Wang è diventato famoso per i video in cui mostrava abiti firmati, diamanti, proprietà immobiliari e uno stile di vita costruito sulla spettacolarizzazione permanente della ricchezza. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, era arrivato a dire di non uscire mai di casa con addosso meno di 10 milioni di yuan, circa 1,4 milioni di dollari, tra vestiti e gioielli. E così i suoi profili sono spariti dalle principali piattaforme cinesi, tra cui Weibo, Douyin e Xiaohongshu. Altri creator dello stesso tenore hanno subito misure simili; alcuni erano noti per mostrare case di lusso, altri per video girati tra Rolls Royce, borse firmate, animali domestici portati in accessori da migliaia di euro e storie costruite intorno al denaro facile. Il messaggio delle autorità cinesi è stato chiaro: il lusso può esistere, il lusso trasformato in culto pubblico diventa un contenuto da fermare.
La campagna rientra nella linea della “prosperità comune” promossa da Xi Jinping, uno dei concetti centrali della nuova fase politica cinese, nato per ridurre le disuguaglianze, contenere l’eccesso di potere economico privato e riportare le grandi fortune dentro un perimetro più controllato dallo Stato. Negli anni scorsi questa linea ha colpito colossi tecnologici, miliardari, piattaforme digitali, finanza, videogiochi, istruzione privata e spettacolo, e ora tocca anche gli influencer. La giustificazione ufficiale riguarda i valori sociali. Pechino sostiene che l’ostentazione della ricchezza alimenti il materialismo, il culto del denaro e un modello distorto di successo, soprattutto tra i più giovani. Le piattaforme cinesi sono state invitate a rimuovere contenuti che mostrano ricchezza in modo volgare, che promuovono vite artificialmente lussuose per attirare follower e vendere prodotti.
Molti cittadini cinesi hanno accolto positivamente la misura, per una parte dell’opinione pubblica, gli influencer del lusso rappresentano una deriva volgare dei social, fatta di narcisismo e distanza dalla vita reale, e in questo senso, la stretta viene vista come un argine alla pornografia della ricchezza, quella vetrina continua in cui tutto diventa lusso, e invidia; altri osservatori invece leggono la vicenda in modo diverso, il problema degli influencer milionari esiste, la risposta cinese per loro apre una questione più grande: la lotta al materialismo può diventare anche un modo per nascondere le disuguaglianze invece di affrontarle. Far sparire il lusso dai social non elimina la distanza tra ricchi e poveri, forse toglie solo l’immagine dallo schermo.
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Oroscopo 15 giugno 2026: Gemelli al top, fascino per Leone, Capricorno nervoso ArieteL’energia non vi manca e affrontate ogni sfida con entusiasmo contagioso. Difendete i vostri spazi e non permettete agli altri di prosciugare il vostro ottimismo. ToroDeterminazione e serenità vi accompagnano nelle decisioni più importanti. Fate sentire la vostra voce, ma senza arrivare a …
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© Pool photo by Ronen Zvulun

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Gli svizzeri hanno bocciato il referendum che chiedeva di limitare la popolazione del Paese a 10 milioni entro il 2050. Secondo i risultati preliminari, quasi il 55% degli elettori ha votato contro la proposta, mentre il 45% l’ha sostenuta. L’affluenza è stata intorno al 59%, un dato alto per gli standard dei referendum svizzeri.
L’iniziativa era stata promossa dal Partito Popolare Svizzero, l’SVP, la principale forza della destra nazionalista del Paese. Il testo si chiamava “No a una Svizzera da 10 milioni” e chiedeva di inserire un limite costituzionale alla crescita demografica. La Svizzera oggi conta circa 9,1 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni, potrebbe raggiungere quota 10 milioni nei primi anni Quaranta.
La proposta prevedeva un meccanismo progressivo, se la popolazione residente permanente avesse superato i 9,5 milioni prima del 2050, governo e Parlamento avrebbero dovuto intervenire con misure più rigide su asilo, permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari. Se la soglia dei 10 milioni fosse stata oltrepassata, la Svizzera avrebbe dovuto rinegoziare o disdire gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, compreso l’accordo con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone. Il voto aveva assunto un peso politico molto più ampio della sola questione migratoria; per gli oppositori, il referendum avrebbe potuto trasformarsi in una sorta di “Brexit svizzera”, mettendo a rischio i rapporti economici con l’Unione europea, principale partner commerciale del Paese. La libera circolazione permette alle aziende svizzere, agli ospedali, alle case di cura e a molti settori produttivi di assumere lavoratori provenienti dai Paesi europei. Una rottura avrebbe colpito il mercato del lavoro e l’intero sistema degli accordi bilaterali con Bruxelles.
Il governo federale, il Parlamento, i sindacati e le principali organizzazioni economiche si erano schierati contro l’iniziativa. La loro posizione era chiara, limitare artificialmente la popolazione non avrebbe risolto il problema degli affitti, del traffico o della pressione sui servizi pubblici, mentre avrebbe creato incertezza economica e diplomatica. Anche Economiesuisse, la principale organizzazione delle imprese svizzere, aveva avvertito che il tetto avrebbe indebolito la capacità del Paese di attrarre lavoratori qualificati. Il fronte del sì ha costruito la campagna sulla paura della crescita demografica. Secondo l’SVP, l’immigrazione sta cambiando troppo rapidamente il volto della Svizzera, aumentando la pressione su case, scuole, trasporti e welfare. Gli stranieri rappresentano oggi circa il 28% della popolazione residente. Il partito sostiene che il Paese abbia bisogno di un’immigrazione più contenuta e selettiva.
Il risultato mostra una Svizzera divisa, con un forte sostegno all’iniziativa soprattutto nelle aree rurali, e una resistenza decisiva nelle città. Il “no” ha evitato una crisi immediata con l’Unione europea, ma il 45% raccolto dal sì conferma che il tema dell’immigrazione resta una delle grandi faglie politiche del Paese.
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Da ieri è entrata in vigore una parte del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Una riforma che si presenta come la risposta europea strutturale al fenomeno migratorio, ma che non prevede misure dedicate al soccorso delle persone in difficoltà nelle acque del Mediterraneo. Non sono stati infatti approntati meccanismi di coordinamento, risorse o riconoscimenti del ruolo delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno operano in quelle acque. Secondo i numeri rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nei primi cinque mesi del 2026, 1.239 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo. Un incremento superiore al 150% (dato OIM) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. Intanto, solo il 21% delle persone arrivate in Italia nei primi cinque mesi del 2026 è stato soccorso da navi delle ONG nel Mediterraneo.
“Il Mediterraneo non ha bisogno di più controllo. Ha bisogno di più soccorso, di più mezzi, di più persone formate per farlo. Il Patto va nella direzione opposta.” – afferma Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms, ONG che lavora da oltre 10 anni e ha affiancato al lavoro di ricerca e soccorso nel Mediterraneo anche una vera e propria attività di monitoraggio dei flussi. Il Patto evidenzia un approccio securitario e il peggioramento delle condizioni di accoglienza con un aumento generalizzato delle espulsioni, violando il principio di non respingimento e la Costituzione italiana, che prevede la valutazione individuale per le richieste d’asilo. Le misure che sono appena entrate in vigore disegnano un’idea molto precisa di cosa l’Europa voglia fare della migrazione: gestirla come una minaccia da contenere, non come una realtà umana da governare con strumenti adeguati. Le modifiche approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate.
La procedura accelerata obbligatoria per chi proviene da paesi con tasso di riconoscimento inferiore al 20% è forse la misura più preoccupante: chi arriva da determinati paesi viene giudicato in base alla propria nazionalità, non alla propria storia. Un esempio su tutti è quello delle migrazioni ambientali provenienti dal Bangladesh. Da anni Open Arms soccorre nel Mediterraneo un numero crescente di persone provenienti dal Bangladesh: nei primi tre mesi del 2026, i bangladesi rappresentano il 29% di tutti gli arrivi via mare in Italia. Con l’entrata in vigore del Patto, queste persone – dopo un anno di viaggio, dopo aver attraversato deserti, frontiere e il Mediterraneo – saranno automaticamente sottoposte a procedura accelerata e, nella grande maggioranza dei casi, rimpatriate poiché il paese d’origine è ritenuto, sicuro nonostante l’innalzamento del livello del mare ha postato allo sfollamento di circa 20 milioni di persone e il paese sia terzo paese al mondo con il più alto rischio di sfollamento per alluvione.

Livorno 14 giugno 2026 Pielle: David Gabrovšek in biancoblù anche per la stagione 26/27 La Pielle Livorno comunica di aver raggiunto l’accordo per il rinnovo di David Gabrovšek, che vestirà la maglia biancoblù anche nella stagione 2026/2027. Arrivato in Italia per la sua prima esperienza nel nostro campionato, David ha impiegato pochissimo tempo per lasciare …
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La 1000 Miglia 2026 che attraversa Modena e una Maserati unica consegnata proprio in quel momento: non poteva esserci cornice più simbolica per la MCPURA Cielo Tributo 1926, creazione speciale del programma Fuoriserie realizzata per celebrare il centenario del Tridente. Un omaggio che riporta idealmente al 25 aprile 1926, quando Alfieri Maserati prese il via alla Targa Florio con la Tipo 26, prima vettura del marchio a sfoggiare il celebre emblema.
Ponte tra due epoche
La one-off modenese trae ispirazione proprio dalla Tipo 26, modello che segnò l'inizio della storia sportiva della Casa. La consegna è avvenuta nello showroom Maserati di Modena mentre la Freccia Rossa attraversava la città, rafforzando il legame tra il marchio e una competizione che vide la prima partecipazione di una Maserati nel 1931 con la Tipo 26 C, vincitrice della propria classe.
Ispirata alle corse Anni Venti
La carrozzeria è rifinita nella tinta Grigio Lamiera Matte, accompagnata da una livrea che combina Rosso Capannelle, Blu Infinito e Bianco Pastello. Sul cofano compare il badge originale della Tipo 26, mentre il Tridente storico trova spazio sul frontale e sul montante B. Non mancano ulteriori richiami al passato: sulle porte figurano le firme di Alfieri Maserati e del meccanico Guerino Bertocchi, protagonisti della Targa Florio del 1926.
Personalizzazione interna
La personalizzazione prosegue nell'abitacolo, dove il Tridente è ricamato sui poggiatesta e si affianca a una dotazione che comprende, tra l'altro, il pacchetto Carbonio, il sistema audio Sonus Faber High Premium e numerosi dispositivi di assistenza alla guida. La MCPURA Cielo Tributo 1926 rappresenta così una delle iniziative dell'Anno del Tridente, il programma con cui Maserati celebra i cento anni del simbolo ideato da Mario Maserati e ispirato alla Fontana del Nettuno di Bologna.













Per mesi la strategia è stata quella dell’indifferenza. Non nominare l’avversario, non alimentarne la visibilità, non concedergli spazio. Ma quando un fenomeno politico continua a occupare il dibattito pubblico, raccoglie attenzione mediatica e trova sponde nei sondaggi, la tattica dell’ignorarlo rischia di diventare un boomerang. È il caso del generale Roberto Vannacci, la cui traiettoria politica continua a interrogare il centrodestra e, in particolare, la leadership di Giorgia Meloni. Secondo Luigi Di Gregorio, docente di Scienza Politica all’Università della Tuscia, la premier ha compreso che la fase dell’indifferenza è terminata e che ora la partita si gioca sul terreno della narrazione politica. Una sfida che riguarda non solo gli equilibri del centrodestra, ma anche le prospettive delle prossime elezioni politiche.
Professore, perché Vannacci continua a occupare il centro della scena politica. Come si spiega questa potenza di fuoco?
Perché dispone di un vantaggio che in politica è sempre molto rilevante: la novità. La novità cattura attenzione, genera curiosità e produce visibilità. Vannacci, inoltre, è una novità fortemente polarizzante. E la polarizzazione, nel sistema mediatico contemporaneo, amplifica ulteriormente la presenza pubblica di un leader. Altri protagonisti politici – penso a Pina Picierno, ad esempio – possono avere posizioni importanti, ma non generano lo stesso livello di attenzione perché non producono divisione e conflitto.
La strategia del centrodestra di ignorarlo è fallita?
All’inizio aveva una sua logica. Ignorare un fenomeno emergente può servire a non alimentarlo. Tuttavia, osservando anche le recenti dichiarazioni di Meloni, sembra evidente che la strategia sia cambiata. Oggi Vannacci è diventato un leader riconoscibile e consolidato. Media e sondaggi stanno contribuendo a rafforzarne la figura. A quel punto l’indifferenza non è più sufficiente.
Quale sarà allora la contromossa di Meloni?
Provare a collocarlo in una categoria che storicamente funziona molto bene nell’elettorato di destra: quella del traditore. È una dinamica che Silvio Berlusconi ha utilizzato spesso con successo. Nel mondo della destra la dicotomia tra lealtà e tradimento ha una forza particolare. Quando vieni percepito come colui che mette in difficoltà la propria comunità politica, il consenso può rapidamente ridursi.
In questo senso vanno lette le accuse di lavorare contro il governo?
Esattamente. Meloni sta cercando di rappresentarlo come qualcuno che, di fatto, favorisce gli avversari e lavora per indebolire l’esecutivo. È un modo per spostarlo simbolicamente dall’altra parte del campo. Del resto una parte della sinistra guarda a Vannacci come a un possibile elemento di destabilizzazione del centrodestra. La presidente del Consiglio sta cercando di neutralizzare questa dinamica.
Può funzionare?
Può funzionare nella misura in cui la fiducia personale nei confronti di Meloni resta elevata. Oggi tutti i principali indicatori mostrano che il suo consenso continua a essere molto robusto. Questo le consente di avere ancora una notevole capacità di orientare il proprio elettorato.
Da dove arrivano i consensi di Vannacci?
I sondaggi raccontano una realtà interessante. Non sta pescando soltanto nell’elettorato della destra tradizionale. Intercetta anche quote di astensionismo e segmenti provenienti dal Movimento Cinque Stelle. C’è una componente di voto di protesta e di rabbia che attraversa trasversalmente gli schieramenti. Se sul piano della classe dirigente i movimenti si registrano soprattutto nell’area leghista, sul piano dell’opinione pubblica il fenomeno è molto più ampio.
Questo rende inevitabile guardare alle prossime politiche. Come la vede?
Quando mancano pochi mesi a un appuntamento elettorale importante bisogna osservare con attenzione questi movimenti. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale. Non è escluso che Vannacci possa decidere di correre autonomamente, anche se sarebbe una scelta rischiosa.
Quanto pesa il tema della politica estera e del rapporto con la Russia?
È uno dei temi decisivi. In tutti gli schieramenti esistono sensibilità più o meno vicine alle posizioni russe. Tuttavia, nel centrodestra la linea di Meloni ha sempre prevalso. Se Vannacci dovesse entrare stabilmente in una prospettiva di governo, molte delle sue posizioni dovrebbero inevitabilmente confrontarsi con esigenze di normalizzazione e di compatibilità con una coalizione di governo.
La Lega appare la forza più esposta a questa sfida.
Sì, perché paga problemi che vengono da lontano. Dal 2019 in avanti il partito ha progressivamente perso consenso. È venuta meno parte della credibilità di Matteo Salvini e si è aperta una crisi di leadership che non è mai stata affrontata davvero. Allo stesso tempo non è stato chiarito il posizionamento politico della Lega. Il risultato è che il partito continua a interrogarsi su cosa voglia essere in futuro.
L’operazione Vannacci alle Europee è stata un errore?
A mio giudizio sì. Candidarlo come capolista in tutte le circoscrizioni è stata un’operazione che ha finito per creare un alter ego politico. Invece di rafforzare la leadership esistente, si è contribuito a costruire una figura alternativa e competitiva.
Guardando alle prossime politiche, chi parte favorito?
Se dovesse passare la riforma istituzionale, entrambe le coalizioni sarebbero incentivate ad allargarsi. Ogni voto in più potrebbe risultare decisivo. Tuttavia continuo a ritenere che nel centrodestra sia più semplice trovare una sintesi che nel centrosinistra. Da una parte c’è una leadership riconosciuta e forte. Dall’altra manca non solo un leader condiviso, ma persino un metodo condiviso per sceglierlo.
Qual è allora la vera occasione del centrosinistra?
Trasformare la prossima competizione in un referendum su Giorgia Meloni. È probabilmente l’unico terreno sul quale può sperare di costruire una proposta competitiva. Per il centrodestra, al contrario, l’obiettivo sarà evitare questa narrazione e presentarsi come una coalizione che governa da anni in una fase complessa, contrapponendosi a un campo avversario che appare ancora privo di una chiara identità politica e programmatica.

© Daniel Berehulak/The New York Times

Dopo quasi 2.000 chilometri, cinque tappe e 144 prove cronometrate, la 1000 Miglia 2026 ha concluso il suo viaggio a Brescia. A imporsi quest'anno sono stati Juan e Margarita Tonconogy, al volante dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931, protagonisti di una gara combattuta fino all'ultimo. L'equipaggio argentino ha difeso la leadership fino al traguardo di Brescia, salendo sul gradino più alto del podio della Freccia Rossa.
Fine di una lunga serie
Per Juan Tonconogy si tratta della quarta affermazione personale nella rievocazione della 1000 Miglia, dopo quelle ottenute nel 2013, 2016 e 2018. La vittoria assume però un significato particolare perché arriva per la prima volta in coppia con la sorella Margarita. Si interrompe così la straordinaria sequenza di Andrea Vesco, dominatore delle ultime sei edizioni consecutive. Il pilota bresciano, affiancato da Fabio Salvinelli su Alfa Romeo 6C 1750 S Spider Zagato del 1929, ha chiuso al secondo posto.
Podio e Coppa delle Dame
Terza posizione assoluta per Lorenzo e Mario Turelli, in gara con una O.M. 665 S M M Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini, navigata da Francesca Ruggeri sulla Cisitalia 202 S MM Spider del 1947.
Quasi 2.000 chilometri
L'edizione numero 99 si è sviluppata lungo un percorso di quasi 2.000 chilometri articolato in cinque tappe. Oltre 430 equipaggi hanno attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, affrontando poi il Passo dell'Abetone, le prove sulle mura di Lucca, Piazza del Campo a Siena, Assisi, la Gola del Furlo, San Marino, Ferrara e Mantova, prima del rientro a Brescia. Un viaggio accompagnato da 144 prove cronometrate e 8 prove di media.
Verso il Centenario
Con la passerella finale di viale Venezia, a Brescia, si chiude una delle edizioni più combattute degli ultimi anni. Ma lo sguardo è già rivolto al 2027, quando la 1000 Miglia celebrerà il suo Centenario tornando alla tradizionale collocazione di fine maggio.


























































































Nel luglio del 1976, al Festival di Bayreuth, il pubblico accolse il nuovo Ring di Richard Wagner con una tempesta di fischi. Per molti spettatori era uno scandalo intollerabile. Niente foreste germaniche, niente eroi romantici, niente mitologia nordica come la tradizione imponeva. Il regista francese Patrice Chéreau aveva trasformato la Tetralogia in un racconto sulla rivoluzione industriale, sul capitalismo e sulla nascita della modernità. Gli dèi sembravano industriali dell’Ottocento, i Nibelunghi operai sfruttati, il Reno una metafora della ricchezza e del potere. Oggi quello stesso spettacolo viene considerato uno dei momenti più importanti della storia della regia d’opera. È una scena che vale la pena ricordare ogni volta che, in un teatro, scoppia l’ennesima polemica per una Butterfly ambientata nel presente, per un Don Giovanni trasformato in magnate della finanza o per un Rigoletto che abbandona il Rinascimento per ritrovarsi in una periferia contemporanea. Perché la grande illusione che accompagna ogni dibattito sulle regie operistiche è che esista un momento originario di purezza da difendere. Una sorta di età dell’oro in cui le opere venivano rappresentate “come volevano gli autori”. In realtà, quell’età dell’oro non è mai esistita.
L’opera ha attraversato quattro secoli non perché sia stata conservata sotto una campana di vetro, ma perchè ogni generazione l’ha tradita un po’. La sua sopravvivenza dipende precisamente da questo paradosso: cambiare continuamente per restare uguale a se stessa. È questa la vera questione che attraversa oggi i teatri di tutto il mondo. Non il confronto tra tradizione e modernità: formula ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. Piuttosto, una domanda molto più sottile: dove finisce l’interpretazione e dove comincia la sostituzione dell’opera? Quando una regia illumina un capolavoro e quando invece lo usa semplicemente come pretesto per parlare d’altro? Le controversie che agitano oggi il mondo lirico non sono, come spesso si racconta, una conseguenza delle “guerre culturali contemporanee”. Quelle guerre hanno semmai reso più visibile una tensione che esiste da decenni. Già negli anni Settanta e Ottanta il cosiddetto Regietheater (“teatro di regia”) tedesco aveva messo in discussione il rapporto tra testo e rappresentazione. Registi come Chéreau, Harry Kupfer, Ruth Berghaus o Peter Konwitschny partivano da un presupposto rivoluzionario: il compito della regia non era illustrare l’opera, ma interpretarla. Da allora, nulla è stato più come prima e il fenomeno ha progressivamente conquistato l’Europa. Oggi figure come Barrie Kosky, Katie Mitchell, Dmitri Tcherniakov, Robert Carsen, Calixto Bieito o Damiano Michieletto appartengono a quella geografia stabile della grande opera internazionale. Piacciano o meno, sono loro ad aver definito il linguaggio visivo dell’opera del XXI secolo.
Eppure sarebbe un errore ridurre tutto a una contrapposizione tra avanguardia e conservazione. Prendiamo Madama Butterfly. Per oltre un secolo, quest’opera di Giacomo Puccini è stata rappresentata attraverso l’immaginario esotico costruito dall’Occidente sulla cultura giapponese: ventagli, ciliegi in fiore, eleganza orientale filtrata da uno sguardo europeo. Oggi molti registi leggono invece quell’opera come una storia di dominio coloniale, di sfruttamento economico e sessuale, di squilibrio tra culture. La nota produzione di Damiano Michieletto per il Regio di Torino nel 2010, ha spinto questa interpretazione fino alle sue conseguenze più radicali. Cio Cio-san non è più una figura sospesa in un Oriente da cartolina, ma una giovane donna schiacciata da rapporti di forza che il pubblico contemporaneo riconosce immediatamente. Il punto qui non è modernizzare Puccini: è chiedersi se quei temi non fossero già presenti nell’opera. E se, semplicemente, per decenni non li avessimo voluti vedere.
La stessa domanda attraversa molte delle produzioni più discusse degli ultimi anni. Quando Robert Carsen ambienta un’opera in un universo dominato dal consumismo contemporaneo, quando Kosky legge il repertorio attraverso le ossessioni della memoria europea o quando Tcherniakov trasforma drammi storici in claustrofobiche vicende familiari, il loro obiettivo non è necessariamente provocare. È rendere visibile qualcosa che ritengono già contenuto nel testo. Naturalmente non sempre funziona. Esistono produzioni in cui il concetto registico finisce per divorare l’opera stessa. E il pubblico se ne accorge subito. Non perché sia conservatore, ma perché percepisce una frattura. Quando il significato imposto dall’esterno diventa più forte della struttura drammatica concepita da compositore e librettista, il meccanismo si inceppa. È qui che nasce gran parte delle contestazioni contemporanee. Raccontare le contestazioni come la reazione di un pubblico incapace di accettare la modernità significa fraintendere il problema. Certo, esiste una componente di nostalgia. Esiste una parte di spettatori che desidera ritrovare in teatro esattamente ciò che ha già visto decine di volte.
La "Carmen" diretta da Damiano Michieletto, uno dei più apprezzati registi al mondo, in questi giorni in scena alla Scala Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
Evgenij Onegin di Robert Carsen, regista canadese tra i più visionari e acclamati nel mondo, in una recita all'Opera di Roma
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich che ha aperto la stagione scaligera a dicembre. La regia era affidata al giovane Vasily Barkhatov
Il rivoluzionario e (all'epoca contestatissimo) Ring di Richard Wagner con la regia di Patrice Chereau
Il Don Giovanni di Mozart in una storica rappresentazione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito, celebre per le sue regie "radicali"
Ma esiste anche un’altra realtà. Molti tra gli spettatori più “severi” conoscono il repertorio meglio di chiunque altro. Il loro bersaglio non è l’innovazione, ma ciò che percepiscono come un’interpretazione arbitraria. Non rifiutano le regie contemporanee: rifiutano le regie che, ai loro occhi, smettono di dialogare con l’opera per sovrapporsi ad essa. Un esempio interessante riguarda alcune recenti produzioni di Dmitri Tcherniakov. Tcherniakov è uno dei più grandi registi viventi, ma una parte della critica gli rimprovera occasionalmente di rileggere opere molto diverse tra loro attraverso una medesima lente psicologica. Lente che spoglia i grandi affreschi storici, politici o epici di castelli e battaglie, focalizzandosi sulle nevrosi, sui trami repressi e sulle dinamiche tossiche all’interno di nuclei ristretti (spesso borghesi o aristocratici). Quando funziona, e spesso funziona magnificamente, il risultato è straordinario. Quando funziona meno, può nascere la sensazione che sia l’opera ad adattarsi al vocabolario registico di Tcherniakov, e non il contrario. In altre parole, il problema non sarebbe la radicalità delle sue letture, ma il rischio che lo spettatore riconosca prima Tcherniakov che Wagner, Verdi o Bizet.
Ora, oggi nessuno si scandalizza per il Ring di Chéreau. Nessuno considera sovversive le regie di Giorgio Strehler o le intuizioni teatrali di Luca Visconti. Eppure, al loro apparire, suscitarono reazioni violentissime. Ciò che all’inizio viene percepito come provocazione, spesso col tempo entra nel canone. E la storia dell’opera è piena di questi rovesciamenti. Franco Zeffirelli, oggi elevato a simbolo della tradizione, fu a sua volta un innovatore radicale. Le sue produzioni spettacolari modificarono profondamente il gusto del pubblico internazionale. Anche quella era una forma di reinterpretazione. Soltanto che, con il passare dei decenni, l’innovazione si è trasformata in consuetudine e la consuetudine in tradizione. Il vero tema, allora, non è stabilire se una regia debba essere moderna o tradizionale. È capire se riesca a creare una relazione autentica tra il passato e il presente. Perché l’opera vive precisamente in questo spazio ambiguo. Nessuno mette in scena Shakespeare come nel Seicento. Nessuno pretende che il teatro di prosa ricostruisca fedelmente ogni convenzione dell’epoca elisabettiana. Eppure nel mondo lirico continua a riaffiorare periodicamente l’idea che esista una fedeltà assoluta da preservare. Ma la fedeltà, in arte, non è mai una fotografia. È una forma di traduzione. Ogni regia traduce. Ogni allestimento seleziona, enfatizza e interpreta. Persino la più filologica delle produzioni è il risultato di una scelta culturale contemporanea. La differenza è che oggi quella traduzione è diventata più visibile. Viviamo in una società che discute continuamente di identità, potere, genere, colonialismo,ambiente o tecnologia. È inevitabile che i registi rileggano Verdi, Wagner, Mozart o Puccini attraverso queste lenti. Sarebbe strano il contrario.
La vera sfida, dunque, consiste nel non ridurre le opere a semplici veicoli di messaggi contemporanei. Le grandi regie non impongono mai una morale, ma aprono una domanda. Quando funzionano, riescono a creare una strana sensazione di inevitabilità. Lo spettatore esce dal teatro con l’impressione che quell’opera fosse sempre stata così e che soltanto adesso ne abbia compreso un aspetto nascosto. Quando non funzionano, invece, rimane soltanto il gesto. Questo discrimine sarà probabilmente decisivo per il futuro dell’opera. Perché dietro il dibattito estetico si nasconde una questione molto concreta: la sopravvivenza stessa del repertorio. I teatri si trovano di fronte a una trasformazione generazionale senza precedenti. Il pubblico storico invecchia, le abitudini culturali cambiano e le nuove generazioni crescono in un contesto dominato dalle immagini e dalla frammentazione dell’attenzione. Pensare che l’opera possa affrontare questa trasformazione limitandosi a conservare se stessa è un’illusione. Ma è altrettanto illusorio immaginare che possa salvarsi inseguendo il presente a ogni costo.
Ogni volta che si discute di una regia contemporanea si assume implicitamente che il problema sia come rendere attuale un’opera di due o tre secoli fa. Ma le opere non hanno bisogno di essere attualizzate: sono già contemporanee. L’ambizione di un regista come Chéreau non era rendere Wagner più vicino agli anni Settanta; quella di Michieletto non è rendere Puccini più vicino agli anni Duemila; l’ambizione di Carsen, Kosky o Tcherniakov non consiste nel trasportare artificialmente il repertorio nel presente. Consiste nel dimostrare che il presente era già lì: dentro quelle partiture, dentro quei libretti, dentro quelle storie. Quando una regia funziona davvero, produce un fenomeno curioso. Non abbiamo la sensazione di assistere a un’opera reinterpretata. Abbiamo la sensazione che l’opera ci stesse aspettando. Come se Mozart, Verdi o Wagner (e i loro librettisti) avessero previsto qualcosa che soltanto ora siamo in grado di riconoscere. Per questo il dibattito sulla fedeltà è spesso fuorviante. La fedeltà letterale interessa relativamente poco. Nessun direttore d’orchestra pensa che Mozart possa essere ascoltato oggi esattamente come veniva ascoltato nel Settecento. Nessun interprete si esprime secondo le stesse convenzioni vocali che dominavano i teatri dell’Ottocento. Ogni esecuzione è già una traduzione. La vera fedeltà riguarda un’altra cosa: la capacità di preservare la forza di una domanda. Le grandi opere non ci consegnano risposte: ci consegnano conflitti. Potere e desiderio in Don Giovanni. Violenza e marginalità in Rigoletto. Colonialismo e sopraffazione in Madama Butterfly. Denaro, dominio e distruzione nel Ring. Le epoche cambiano, le domande restano. Forse il destino dell’opera dipenderà proprio da questo equilibrio delicatissimo. Non dalla conservazione nostalgica di un passato idealizzato e nemmeno dall’ossessione di rendere ogni titolo uno specchio dell’ultima battaglia culturale del momento. Dipenderà dalla capacità di continuare a produrre interpretazioni abbastanza audaci da riaprire il significato delle opere e abbastanza umili da riconoscere che quel significato non appartiene al regista, ma all’opera stessa.
In fondo, un classico non è un testo che resiste al tempo. È un testo che costringe il tempo a misurarsi continuamente con lui. Ed è per questo che, a mezzo secolo dai fischi di Bayreuth, la lezione di Chéreau continua a parlare al presente. Il problema non è decidere se un’opera debba essere tradita. Il problema è capire se quel tradimento sia abbastanza intelligente da rivelarne una verità che ancora non avevamo visto.
L'articolo La lirica e la guerra continua tra gli ultrà delle regie: moderna o tradizionale? Falso problema. Le opere non vanno rese attuali: lo sono già. Una guida al dibattito (che non avrà una fine) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.
Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.
Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.
I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.
Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».
Ma qui il problema è un altro.
Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.
È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.
La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.
Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.
Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.
Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.
In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.
La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Merito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.
Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare. Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.
Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?
La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.
Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.
Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.
Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.
Dal palco “ne ho per tutti”, e via di attacchi alla stampa, al centrodestra, alla “sinistra”. Ma in sala stampa è più accomodante: prende tutte le domande dei giornalisti, e nel secondo giorno, quello che all’Auditorium Conciliazione di Roma chiude l’assemblea di Futuro nazionale, ammorbidisce i toni anche coi – potenziali – futuri alleati. Dà ragione a Giorgia Meloni sulla polemica di Più libri più liberi e il cosiddetto “patentino di antifascisti”. E ha parole al miele per Matteo Salvini, che ieri non ha mai citato: “Lui al Viminale? Perché no, lo ha già fatto. Ci sono tante persone che potrebbero farlo, Salvini è tra queste”. Per precisare, infine, che “non voglio fare implodere il centrodestra“.
Roberto Vannacci, anche oggi, parla di sé in terza persona. Come mettere in pratica la remigrazione, il suo cavallo di battaglia? Basta un atto di fede: “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”. Poi aggiunge: “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali laddove non ci fossero con gli Stati di origine, ma ce ne sono quasi con tutti”. Naturalmente la retorica bellicista è sempre presente. Per le elezioni del 2027, “siamo già in trincea. Siamo pronti anche domani, Meloni decida la data e noi ci siamo”. In sala stampa, un altro cavallo di battaglia: “Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”: E ancora: “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri“.
Sul palco, prima di lui, il deputato di FnV, Domenico Furgiuele, ex Lega, che saluta i “camerati che ritornate a casa con me”, che cita Bobby Sands e Sergio Ramelli, al cui nome si avvertono in sala i “presente“. “Continueremo a essere tempesta e assalto” dice. A prendere la parola c’è anche Rossano Sasso, che chiede di mostrare le – nuove – bandiere di Futuro nazionale e fa uso della retorica bellicista per dire che “siamo in lotta contro l’islamizzazione dell’Italia”, contro “l’ideologia gender“, contro la “dittatura Lgbtq”, “Lottiamo contro l’egemonia culturale della sinistra nelle scuole”, tanto che addirittura propone “test psicoattitudinali per gli insegnanti”. Perché “ce ne sono tanti che hanno rovinato i ragazzi”, penalizzando chi “non frequenta i centri sociali o non canta Bella ciao”.
Sul palco sale anche Massimo Arlechino, presidente del Movimento Indipendenza di Gianni Alemanno, che è confluito in FnV. “Lui sta in una cella in condizioni inumane” dice Arlechino, seguito dai cori in platea “Gianni, Gianni”. E legge il messaggio dell’ex sindaco di Roma, commuovendosi: “È l’età”. Lettera che si apre con un “fare politica controcorrente costa caro, e io ho pagato con la libertà”. Poi gli attacchi agli “immigrati che cancellano la nostra identità nazionale. Grazie a Roberto Vannacci che ha il coraggio di combattere”.
Prima di Vannacci, prende la parola il responsabile nazionale per il programma di FnV, Lorenzo Gasperini, già candidato alla Camera per il centrodestra e un passato nella Lega. “Il nostro è un programma in italiano, senza asterischi e senza schwa – dice – Non ci sarà l’interruzione volontaria di gravidanza, ma l’aborto; non ci sarà la gestazione per altri, ma parleremo di utero in affitto; non il suicidio assistito, ma l’omicidio volontario di un consenziente. La politica è la continuazione della guerra e della difesa della patria ma con altri mezzi”, aggiunge Gasperini, parafrasando la massima del generale prussiano Carl von Clausewitz, che affermava che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Gasperini cita più volte Giorgio Almirante: “L’Europa o va a destra o non si fa”. Ma “vale anche per il centrodestra. O si mette in testa di andare a destra, o non si fa”.
Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni anticipa che “il programma di FnV verrà pubblicato domani e sarà composto da 140 pagine” e spiega che i “comitati costituenti andranno avanti e si rafforzeranno. Ci porteranno alle elezioni del 2027, facendo anche attività culturali e sportive” (Vannacci li definisce “avanguardie futuriste”). Qui la citazione di Giovenale (“Mens sana in corpore sano”) e l’attacco alla “cultura della sinistra, pervasiva, che ha distrutto il Paese”. Poi la presentazione della mozione (approvata per acclamazione): “L’assemblea nazionale viene allargata da cento a 120 membri per premiare i territori”. Con l’ampliamento anche dell’esecutivo “da 15 a 30 persone”, coi nuovi 15 nomi che “verranno stabiliti nei prossimi giorni in base al merito”. I coordinatori regionali e locali verranno eletti più avanti.
“Non ha bisogno di presentazioni” dice il deputato Edoardo Ziello prima dell’intervento di Vannacci. E scandisce insieme alla platea “generale, generale”. Vannacci, finalmente dietro al microfono, tira in ballo Via del Campo di Fabrizio De André (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”) per nobilitare “la sporca dozzina”, dopodiché attinge ancora dal “campo militare”, paragonando il programma politico al “piano d’azione” e citando di nuovo Carl von Clausewitz. Ancora un riferimento al film Matrix per dire che “non esiste una nazione prospera in cui l’essere umano non fa una mazza dalla mattina alla sera” e “che non possiamo stare seduti sul divano ad aspettare la paghetta di Stato“. “Siamo la speranza dell’Italia vera, del popolo italiano che finalmente si sta svegliando”.
Prima di illustrare il programma “punto per punto”, Vannacci fa ascoltare la colonna sonora scelta per “le nostre avanguardie futuriste”: Futura di Lucio Dalla. Sulla sicurezza e sulla difesa dice che “non ci deve più essere il sentimento della paura. A casa propria ognuno deve essere sicuro. Non c’è spazio in Italia per i criminali. Per uccidere, rubare e stuprare ci saranno carceri e tolleranza zero”. Naturalmente l’elogio delle forze dell’ordine e delle forze armate: “Meritano rispetto”. Parla di “rastrellamenti delle metastasi dell’illegalità nelle nostre città” sulle quali lavoreremo. E infatti arriva la remigrazione: “Non abbiamo un programma di immigrazione, ma di remigrazione. La misura è colma. La criminalità è un effetto strutturale e fisiologico” della presenza di persone straniere.
Sul fronte della cultura “la sinistra ha cercato di convincerci che l’Italia non ci appartiene, poiché da sempre terra di immigrazione”. E allora l’excursus storico per dire che l’immigrazione storica più importante “è stata quella dei longobardi, il 4%, i saraceni erano meno dell’1%, come i normanni”. Mentre “oggi siamo al 12% di stranieri. Noi faremo il massimo perché si torni a una presenza pari a quella dei longobardi, cioè il 4%. Con il rimpatrio, la revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati. L’Italia tornerà a essere la casa degli italiani”.
Vannacci poi critica l’energia rinnovabile, elogia “il termico, che contribuisce alla nostra prosperità”, punta sul “nucleare di ultima generazione” e sulle biomasse “vero combustibile autocratico“. Via, ovviamente, la carbon tax. “Pagare le tasse non è bello ma è necessario”, tuttavia “noi vogliamo un fisco giusto e proporzionato, chi fa figli manda avanti il Paese, per questo la tassazione ne deve tenere conto”. E ancora: “La scuola deve essere dura e selettiva. Non perché vogliamo essere cattivi, ma perché la vita è dura e selettiva. La mia vita è stata così. Se i soloni della sinistra parlano di ‘disagio giovanile’ è perché la scuola buonista contribuisce a crearlo”. Ci sono corsi sui “diritti dei migranti, progetti gender”, la scuola è diventata “un laboratorio del Pd. Noi vogliamo tornare a parlare degli italiani. E ai ragazzi dico: se vi piace fare il falegname, fate il falegname. Se vi piace fare l’agricoltore, fate l’agricoltore. Non è obbligatorio fare il liceo, diventare scienziati o architetti”. Ovazione dalla platea. “La nostra proposta è portare il libretto di lavoro a 14 anni. Io sono cresciuto così, e credo anche molti di voi. Perché se un ragazzo d’estate vuole fare il cameriere, o aiutare il padre o la madre in negozio, perché non può farlo? Perché non può essere assunto?”. E il lavoro “non te lo porta a casa lo Stato, te lo devi cercare tu. Devi battere i marciapiedi, mandare i curricula. Bisogna darsi da fare”.
Quando affronta la sanità, avverte che “gli ospedali non devono essere quei posti in cui si praticano falloplastiche o altre amenità simili” o “si iniettano” farmaci “per bloccare la crescita ormonale degli adolescenti”. Perciò “parlare di sanità vuol dire anche parlare di sport, ‘mens sana in corpore sano’. Alla cultura del bivacco preferiamo la cultura dell’azione per la formazione del carattere e del fisico degli italiani“. Per quanto riguarda la demografia, Vannacci fa riferimento al panda del Wwf: “Al suo posto, oggi andrebbe messo il bambino italiano, poiché in estinzione. E non mi venite a dire che dovremmo importare i bambini stranieri, come era stato pianificato dall’Onu, l’immigrazione di sostituzione. La famiglia è la cellula fondamentale della società. Non vi è un solo italiano che non sia stato generato da un padre e da una madre italiani. Vogliamo riattivare il saldo demografico della nazione” e per questo “al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità“. La conclusione del suo intervento: “Oggi i giornalisti hanno capito che Vannacci non parla solo di sicurezza e immigrazione. Vannacci oggi ha fatto il frontman, ma Futuro nazionale non è il mio partito”, e rivolto alla platea, “è il vostro. Questo non sarà il partito dei capibastone, ma dei leader, che avranno il compito di formare altri leader. Sogno un partito in cui Vannacci è l’ultimo dei poveracci, attorniato da persone più brave, più intelligenti e più belle di lui”. Per finire con una citazione, rigorosamente in russo, de L’idiota di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La voce di Dalla chiude l’assemblea.
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© Audra Melton for The New York Times
“Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. Appello forte di papa Leone XIV a Barcellona, tre giorni fa. Ma è forte per noi che leggiamo. Per la Spagna del quotidiano El Pais, meno. Scrive infatti Estefania Molina, politologa, che per la sensibilità locale, conta di più che il papa abbia inframmezzato il catalano con lo spagnolo, dando spazio e fiato alle mai sopite rivendicazioni locali indipendentiste. Poi abbiamo il tema dei migranti, al centro della tappa nelle Canarie, uno dei punti di arrivo. E la Spagna è come l’Italia, come il resto dell’Occidente, con i morti in mare e quelle specie di centri di raccolta molto simili a ghetti a cielo aperto.
Papa Leone non le ha mandate a dire. “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. E poi ha aggiunto qualcosa di più, che dovrebbe magari scuotere le coscienze di tutti, politici compresi. “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”. A leggerla è una road map per la politica. Con chiosa finale: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.
La nuova etica della Chiesa – espressa dall’immagine della corona di fiori gettata in mare – che ricorda papa Francesco a Lampedusa, va di pari passo con l’etica già sentita del discorso al Parlamento spagnolo: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona”. Al termine del viaggio in Spagna abbiamo così una Chiesa che si spende per i più deboli. E governi e parlamenti che ascoltano, omaggiano, applaudono, e lasciano correre il giorno dopo. Anche stavolta è andata così.
Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.
Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.
La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.
Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.
La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.
Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.
Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.
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Houston, abbiamo una partita: la Germania quattro volte campione del mondo contro Curaçao, la nazionale più piccola di sempre, all’esordio assoluto. Estremi opposti anche in panchina: da una parte il trentottenne Julian Nagelsmann, dall’altra nonno Dick Advocaat, 78 anni, olandese, ribattezzato il “Piccolo generale” in virtù del passato di assistente di Rinus Michels, il generalissimo. L’Houston Stadium, inaugurato nel 2002, non è solo uno degli impianti più iconici del calcio statunitense, ma ospita anche uno dei rodei più famosi a stelle e strisce: Curaçao, scontato, farà di tutto per non farsi domare dagli Sturmtruppen tedeschi.
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Da una parte una nazione di 84 milioni di abitanti con una delle economie più forti del pianeta, dall’altra una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi al largo delle coste venezuelane, che solo nel 2010 ha acquisito la sua parziale autonomia e, secondo il sondaggio del 2025, ha 186mila residenti: qualsiasi confronto è impensabile. Solo il mondiale di calcio, con il format a 48 squadre della riforma-Infantino, può contrapporre due realtà così lontane. La Germania, 10° posto nel ranking Fifa, ha tutto da perdere contro la numero 82. La rosa dei tedeschi, età-media 28,1 anni, è valutata 947 milioni di euro. Quella di Curaçao, in cui giocano tutti all’estero, è quotata 25,78 mln: in ventisei fanno il prezzo del cartellino di un calciatore medio. Il più “caro” è il difensore centrale Armando Obispo, 27 anni, in forza al Psv Eindhoven. I giocatori di Curaçao sono nati in Olanda, con l’eccezione dell’attaccante Tahith Chong, lanciato dal Manchester United, attualmente allo Sheffield Utd, in passato accostato alla Juventus. Dopo aver indossato la maglia delle selezioni Oranje, dall’Under 15 all’Under 21, nel 2025 ha debuttato con Curaçao: 6 presenze e 3 reti. E’ lui la star.
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Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali
Curaçao è la quarta giovinezza di Advocaat, una carriera da coach iniziata nel 1981 che lo ha portato a guidare otto nazionali: Olanda, Emirati Arabi, Iraq, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e, dal 2024, “l’onda blu”, trascinata al mondiale con un percorso perfetto, sette successi e tre pareggi. Un exploit sensazionale, ma con un filo di logica, considerato che la scuola comune è quella olandese. Advocaat a febbraio si è dimesso per i problemi di salute della figlia, ma, dopo tre mesi, è tornato al lavoro, sotto la spinta dello sponsor principale – la Corendon Dutch Airlines -, spaventato dai risultati negativi del sostituto, Fred Rutten: due partite e altrettanti ko.
Curaçao, scrive il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine, “non ha nulla da perdere e affronterà la Germania con tutta calma”. La squadra di Advocaat è sempre accompagnata dal suono della musica caraibica: in hotel, sull’aereo, sull’autobus, negli spogliatoi, persino in campo. La Bild esulta per il recupero del portiere titolare Neuer e scrive che “Nagelsmann ha preparato la sfida contro Curaçao con una serie di sessioni video perché i giocatori avversari sono poco conosciuti”. Il tabloid tedesco non ha dubbi: “Ci aspetta una vittoria schiacciante che proietterà la Germania verso il successo nel torneo. I tifosi tedeschi stanno contando le ore che mancano al fischio d’inizio”. Antillians Dagblad, il più antico giornale di Curaçao, racconta invece che allo stadio saranno presenti 5.800 tifosi dei Blue Wave, il 4% della popolazione. Gilbert Martina, presidente della federazione calcistica, dice: “C’è grande entusiasmo, non solo a Curaçao, ma anche nelle altre isole del nostro arcipelago e in Olanda. Per noi, comunque vada, sarà una splendida festa”.
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Livorno 13 giugno 2026 La Coppa Barontini è del Borgo, il Venezia si ferma al Ponte dei Francesi Coppa Barontini 2026, il Borgo concede il bis: trionfo nei fossi medicei davanti a una folla delle grandi occasioni È ancora il Borgo a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro della Coppa Barontini. L’armo bianconero ha conquistato …
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read more "Christopher o l’arte della strada. Appunti sulla postura maschile"
Siamo i rom di Chiesa Rossa, il villaggio delle rose. Oggi vi scriviamo con il cuore pesante. Stiamo vivendo giorni di profonda ansia e incertezza: il rischio che le nostre case, il nostro villaggio e le nostre vite vengano spianate dalle ruspe è reale. Il Comune ha deciso di superare il nostro campo e metterci nelle case popolari. Noi non lo vogliamo.
Da 26 anni viviamo nell’area regolare di Chiesa Rossa. Il Comune ci ha messo lì, e lì noi abbiamo costruito le nostre vite, investito tutto quello che avevamo nelle nostre case prefabbricate e mobili. Siamo stati felici perché, con tutti i limiti e i problemi, siamo stati insieme nella nostra comunità, insieme con le nostre famiglie allargate. Per questo non ci piace vivere separati negli appartamenti, non vogliamo perdere i nostri legami, la nostra lingua e pensiamo che nelle case popolari ci dovrebbero andare quelli che le desiderano e le aspettano da anni. Si sta avvicinando la scadenza e noi non abbiamo ancora nessuna risposta. Abbiamo paura di dover lasciare il villaggio. Noi non possiamo farlo. Non abbiamo un’altra vita da innestare altrove da un giorno all’altro. In questi anni ci siamo messi in gioco, abbiamo partecipato, abbiamo aperto le porte del nostro villaggio e delle nostre storie alla vita della città. Abbiamo costruito ponti, non muri. All’amministrazione comunale abbiamo presentato proposte pratiche, concrete, ragionevoli e perfino belle per il futuro di quest’area. Proposte che dimostrano che un’alternativa allo sgombero e anche alle case popolari esiste.
Abbiamo proposto al Comune di Milano di superare il campo in modo diverso, abbiamo costruito un progetto bellissimo e sostenibile di una cooperativa di abitanti che trasforma l’area di Chiesa Rossa da campo in un villaggio autogestito con le nostre risorse. Il Comune lo ha condiviso e ha aperto un tavolo con noi, ma al primo problema tecnico si è fermato. Ad oggi, perciò, non sappiamo ancora se le nostre idee verranno accolte. Ora abbiamo bisogno di voi. Ci rivolgiamo a tutti coloro che in questi anni ci sono stati vicini, e a cui noi siamo stati vicini. A chi è venuto ai nostri eventi e ha condiviso momenti di festa. A chi ha bevuto un caffè nelle nostre case, ascoltando le nostre storie. A studenti e ricercatori che hanno scritto tesi su di noi. A giornalisti e registi che hanno realizzato servizi e film insieme a noi. A chi ha partecipato alle presentazioni dei nostri libri su di noi. A chi è entrato nelle nostre case e nelle nostre vite e ci ha detto: “Che bello questo posto!”. A chi, ogni anno, ha commemorato con noi il Porrajmos per non dimenticare l’orrore del passato. A chi abbiamo votato e ci ha chiesto il voto. E anche a tutti quelli che non ci hanno mai visto e conosciuto, ma che credono che in una società civile anche noi esprimiamo un valore per quello che siamo e siamo degni di rispetto. Oggi abbiamo bisogno di sostegno e di amicizia. Incontriamoci lunedì 15 giugno alle ore 17 in piazza della Scala.
Le famiglie del villaggio delle rose di via Chiesa rossa 351
Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.
Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.
La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.
Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.
Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.
In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.
Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.
Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.
Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.
Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.
Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.
“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.
Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.
Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.
Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.
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La rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat si è svolta tra il 26 e il 29 gennaio 2026, divisa tra conteggio visivo e interviste di approfondimento. Sono state censite 10.037 persone in 14 capoluoghi. “Tutti contano”, diceva lo slogan scelto dalla Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) per la rilevazione. Ma ora, in fase di verifica del percorso, gli addetti ai lavori si confrontano sui limiti della ricerca. Esperti, operatori e la stessa fio.PSD spiegano perché, a loro modo di vedere, quel dato vada preso con le pinze: “Riguarda soprattutto persone in strada e dormitori di primo livello, non è confrontabile con le precedenti indagini e rischia di diventare un riferimento fragile per politiche, risorse e scelte amministrative”. Le perplessità sono state condivise durante il primo incontro pubblico di presentazione dei risultati in Liguria, organizzato a Genova da San Marcellino giovedì scorso.
Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia all’Università di Bologna e riferimento sull’operare con persone senza dimora da oltre trent’anni, riconosce il valore teorico dell’operazione: “Inserire le persone senza dimora nel censimento permanente significa riconoscere che quella condizione è un dato strutturale, non è un’emergenza”. Ma il risultato è a suo parere “una rappresentazione riduttiva e stereotipata” del fenomeno, “perché hanno scelto di non considerare accoglienze di secondo livello, comunità, appartamenti protetti, alloggi assistiti e percorsi abitativi”. Il risultato è “un sottodimensionamento importante” in termini numerici, ma soprattutto un passo indietro a livello culturale: “Ci abbiamo messo 30 anni per superare una definizione che limitava la condizione senza dimora alla mera assenza di una casa, a favore di una concezione più complessa”.
I numeri emersi contano 2.621 persone senza dimora a Roma, segue Milano con 1.641, poi Torino (1.036), Napoli (1.029), Genova (803), Palermo (611) e Bologna (597). L’ultima rilevazione, nel 2011, riguardava 158 città e aveva utilizzato altri criteri, i dati emersi non sono quindi confrontabili. A Genova una ricerca del 1996, riferita solo a persone italiane, contava 1.150 persone in contatto con le strutture Massoero, San Marcellino e Caritas e ne stimava altre 704 in città. Il nuovo conteggio Istat ne indica 803 in tutto, stranieri compresi. Gli addetti ai lavori si interrogano sulle ragioni di una differenza così marcata, che risulta poco plausibile.
Bergamaschi, che fa parte del comitato scientifico della Federazione, precisa che gli esperti avevano “fatto una serie di osservazioni sull’intero impianto della ricerca e in particolare sull’articolazione del questionario”, ma “nulla di quello che abbiamo proposto è stato recepito da Istat”.
Le critiche arrivano anche da fio.PSD, che pure ha reso possibile la rilevazione. Marzio Mori, membro del consiglio direttivo e direttore della Caritas diocesana di Firenze, ricostruisce così la scelta: “Istat è un gigante con le sue modalità, davvero poco flessibile. Potevamo scegliere se starci o non starci. Abbiamo scelto di starci”. Le organizzazioni che animano fio.PSD, in fase di verifica, hanno denunciato un approccio “estrattivista” nelle modalità di svolgimento della rilevazione: persone senza dimora considerate “come meri oggetti di indagine statistica”. La scelta di Istat di limitarsi alle prime due categorie Ethos, la classificazione europea dell’esclusione abitativa, “restituisce una visione stereotipata del fenomeno, appiattendo una realtà complessa e multidimensionale”. Contestati anche il questionario “lungo, invasivo” e con domande “poco rispettose”, comunicazioni deboli o tardive, criteri difformi tra città.
Per Danilo De Luise, responsabile dei servizi alla persona di San Marcellino, è una questione di sguardo. Lo mostra la storia delle donne senza dimora: “Quando non c’erano servizi dedicati sembravano pochissime; poi abbiamo cominciato a vederne molto di più”. Non erano aumentate all’improvviso: “Vuol dire semplicemente che non eravamo capaci a guardare”.
Il Comune di Genova accoglie le osservazioni e l’assessora Cristina Lodi parla di uso ponderato dei dati: “Non è solo il numero dei posti per dormire o meno, ma anche capire i profili di cui stiamo parlando, per offrire una presa in carico appropriata alle esigenze reali, che non sono omogenee”. Così Elisa Malagamba, dirigente comunale: “Istat è la più autorevole fonte italiana” e, se non si segnalano adeguatamente i limiti di quei dati, “abbiamo un problema, perché quei numeri verranno usati da qui a chissà quando”.
Le osservazioni andrebbero accolte e integrate alla lettura della rivelazione, chiude Mori, “perché da questi dati nascono le politiche”. Per questo gli addetti ai lavori chiedono a Istat di recuperare il confronto con chi lavora sul campo. Un dato fragile può essere peggio del vuoto che pretende di riempire.
L'articolo Censimento dei senza fissa dimora, gli esperti bocciano il conteggio Istat: “Così si torna indietro di trent’anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I binari faticosamente avanzano. Peccato soltanto che non ci siano i tram. Mentre la drammatica scadenza del Pnrr si avvicina inesorabilmente, la più grande opera di trasporto pubblico finanziata dall’Europa non è pronta: parliamo di 530 milioni (più altri cento circa messi dall’Italia). La storia infrastrutturale di Padova ne trascina con sé tante altre e ha risvolti che chiamano in causa l’intreccio tra politica ed economia, non solo nella città del Santo, ma in tutto il Veneto. Le radici sono profonde e riportano anche a vicende giudiziarie lontane. Soprattutto veneziane. A Padova c’è una città che cambia volto, appalti colossali, ricorsi Anac, il riaffacciarsi sulla scena della famiglia Baita. Il capostipite Piergiorgio era uno dei protagonisti dello scandalo del Mose e prima ancora della Tangentopoli targata Carlo Bernini e Gianni de Michelis.
Ma procediamo con ordine. È dal 2021 che la giunta comunale di Padova decide di puntare tutto sulla nuova rete tramviaria cittadina. Alla linea Sir1 (10,5 km), già esistente, si aggiungeranno la Sir2 (17,5 km) e la Sir3 (altri 5,5 km). Una scelta che divide: c’è il beneficio per l’ambiente e i trasporti pubblici puliti, certo, ma anche un impatto non trascurabile dei cantieri in un centro storico delicatissimo e i disagi per la vita dei cittadini provocati da anni di lavori. La giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Sergio Giordani va dritta per la sua strada. Anzi, rotaia. E, nel 2022, ottiene 621 milioni di finanziamenti (530 per il tram, di cui oltre 120 per le sole vetture): 3mila euro a testa per i 207mila abitanti. Record italiano.
Una grande vittoria politica per la giunta. Ma subito cominciano le polemiche. “Il Comune, attraverso la controllata Aps holding ha deciso di prendere una strada complicata”, racconta l’ingegner Leonardo Cetera, già presidente dell’ANCE padovana, che vent’anni fa aveva curato i lavori per la prima linea. Aggiunge: “Si è scelto di adottare lo stesso ‘sistema Lohr’ con un unico binario-guida, della vecchia Sir1. Così si potevano usare le stesse vetture, ma si tratta di una soluzione ormai obsoleta. Costa il doppio e oggi ormai esistono mezzi che vanno perfino a idrogeno”. Risultato: “Nessuno produce quel tipo di tram, così si è dovuto ricorrere alla multinazionale Alstom che nel frattempo aveva acquistato e inglobato la vecchia ditta francese Lohr. Quella che aveva vinto con noi la gara tanti anni fa”. E qui le complicazioni tecniche e finanziarie cominciano a intrecciarsi: “Per ragioni che non riusciamo bene a capire”, racconta Liliana Gori dell’associazione Padova Tram, molto critica con il progetto, “il contratto prevedeva un anticipo di oltre 40 milioni alla società realizzatrice dei vagoni”.
Gli anni, però, passano, e dall’Alsazia – dove ha sede l’impresa produttrice – i treni non arrivano: “C’era un cronoprogramma preciso, a questo punto avrebbero dovuto essere state consegnate almeno una ventina di convogli”. Invece? “Dopo tre anni e mezzo eravamo ancora fermi a uno”. Così in città comincia a montare l’inquietudine. Tanto che il sindaco Giordani e i vertici di Aps vanno in trasferta a ottobre 2025 nello stabilimento francese per valutare la situazione. Passano altri mesi e quasi nulla cambia: “I treni pronti pare siano cinque”, giurano e spergiurano in Francia. Ma uno solo è stato consegnato e comunque, anche nella migliore delle ipotesi, a poche settimane dalla scadenza del PNRR ne mancherebbero ancora 23. C’è di più, come ha dichiarato il nuovo Ceo di Alstom, Martin Sion parlando di una situazione “tra le più difficili” che ha affrontato nella sua carriera e annunciando un profondo piano di ristrutturazione.
A Padova cominciano a tremare: “In quattro anni, come ha finalmente confermato il sindaco rispondendo il 25 marzo a una mia interrogazione, fino a novembre scorso hanno realizzato un solo tram”, attacca l’opposizione con Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale. Aggiunge: “I consiglieri comunali di opposizione erano pronti ad andare a proprie spese a visitare lo stabilimento per verificare la situazione, ma l’assessore ai Trasporti, Andrea Ragona, ha preferito andare da solo”. E Lonardi manifesta tutti i suoi timori: la scadenza del termine del PNRR, tanto per cominciare. C’è, però, anche il rischio molto concreto che le linee possano essere pronte (pure su questo si vedrà), ma per i treni si debba attendere chissà quanto. Anni, forse, perché Alstom è in difficoltà e a questo punto trovare un’altra ditta in grado di produrre un tram fuori mercato sarebbe difficilissimo. “In pratica vanno costruiti ‘a mano’ uno per uno, senza catena di montaggio. Mentre le vetture nuove rischiano un fermo di anni”, spiega Cetera. Intanto l’avvocato Fabio Targa, presidente del movimento Prometeo, annuncia esposti alle autorità competenti.
L’assessore Andrea Ragona si mostra sereno o, almeno, ci prova. “Non siamo preoccupati. Sulla linea 3 abbiamo già iniziato le prove con un convoglio, poi Ansfisa darà il suo giudizio. A Bologna non è arrivato neanche un tram. Il cronoprogramma è stato rinegoziato e i francesi li stanno producendo”. A che ritmo? “La consegna avverrà con un tram ogni tre settimane”. Se ne mancano 25, servono 75 settimane, quindi più di un anno e mezzo. “Se anche li avessimo tutti subito, non sapremmo dove metterli… La linea 3 può diventare operativa con i passeggeri entro l’anno. Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesto dieci”, è soddisfatto l’assessore. Già, ma la linea 2 che non sarà pronta prima del 2027. “Sul lato est la piattaforma è completata, sul lato ovest verso Rubano (Comune a ovest di Padova, ndr) all’80 per cento”. Serviranno i binari… “Con 4-5 squadre se ne posano 400-400 metri al giorno”. Servirà la linea elettrica… “I pali vanno su e poi in una notte si può installare un chilometro di fili”.
La replica di Eleonora Mosco, consigliere comunale e regionale della Lega: “Realisticamente la Sir 3 entrerà in esercizio nel 2027. Certamente Sir 2, nella sua completezza, non sarà in funzione prima di 18/24 mesi. Sui tram tutte le richieste di conoscere i dati con esattezza non hanno avuto riscontro. Uno è sicuramente finito, ad oggi forse due nuovi tram sono conclusi. Ma è un progetto vecchio e abbandonato dall’azienda che lo ha inventato, la Translohr. Infatti, mancano i pezzi di ricambio”. Non basta. “È un sistema rigido, basta un’auto mal parcheggiata e tutto il sistema si ferma. Ogni anno servirà un mese per le manutenzioni con arresto di tutta la linea. Le rotaie sono pericolose per le biciclette, come dimostrano i feriti con la Sir 1 a Padova e addirittura due morti a Venezia-Mestre”. Finora si è riusciti a metterci soltanto una piccola toppa comprando 8 tram usati da Latina, dove il vecchio sistema ormai è in disuso.
L’incubo Pnrr non fa dormire sonni tranquilli, anzi, visto che i tempi non saranno rispettati, la possibilità di ottenere i finanziamenti diventa una grande nebulosa. Alcune settimane fa il Comune ha organizzato un evento in via Morgagni per illustrare la nuova linea. Liliana Gori solleva altre perplessità: “Bisognerà vedere se i lavori saranno completati prima del termine fissato dall’Europa”. Non solo: “Ci sono molti punti non chiari, su cui attendiamo chiarimenti dal Comune e dalla controllata Aps. E i comitati non sono i soli ad avere delle perplessità, ci sono anche l’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac) e la Corte dei Conti”.
Proviamo a districarci in questa vicenda molto complessa. La Sir3, che è partita ben prima del Sir2, è stata affidata a un consorzio guidato dalla Ferrari Ing Ferruccio, che ha come presidente Giacomo Baita, figlio di Piergiorgio. Una vicenda non certo priva di polemiche. L’ex deputato M5S Raphael Raduzzi aveva presentato un esposto all’Anticorruzione: “Una delle ditte presenti nel consorzio era stato destinatario di un provvedimento interdittivo e quindi non poteva partecipare”. Cosa succede? L’Anac dà ragione a Raduzzi, l’appalto non si poteva dare. Intanto, però, la società presenta ricorso, afferma che l’interdittiva è stata cancellata. Quindi l’appalto viene confermato – “in periodo di sospensiva”, attaccano i comitati – dalla Aps controllata dal Comune che, nella corsa del Pnrr, decide di tirare dritto nonostante i ricorsi dell’Anac ancora pendenti: “Al momento della stipula non risultavano inibizioni a carico della ditta”. Poi tutto si capovolge, come avevano raccontato il Corriere del Veneto e il Mattino di Padova: Consiglio di Stato e Tar Lazio confermano l’interdittiva. Risultato: i lavori ormai sono avviati anche se si attendono le pronunce definitive. Con il possibile esito finale che siano stati realizzati da un’impresa che non poteva partecipare. Ma ormai (forse) sarà tutto terminato.
Basta così? Neanche per sogno. C’è l’appalto della Sir2. All’inizio tre cordate manifestano la loro intenzione a partecipare per due soli posti (uno per ogni ramo della linea). Ma la terza – di cui fa parte sempre la Ferrari ing Ferruccio – non presenta l’offerta economica e così viene esclusa. Partono i lavori, ma ecco che d’un tratto gli esclusi vengono ripescati. “Tutto assolutamente regolare“, assicurano in Comune.
Ma come tutte le storie dei grandi appalti italiani, anche questa ha un retroscena che racconta il vero potere cittadino. E di tutto il Veneto. Come mostrano i documenti camerali della Ferrari Ing Ferruccio, la proprietà dell’impresa – specializzata in appalti spesso pubblici – è divisa tra due soci: la finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia con il 30%, mentre il restante 70 fa capo alla Studio Impresa srl. Quest’ultima, sempre da documenti ufficiali, fa capo a Giacomo Baita (55 per cento) e Isabella Nordio (il restante 45). Che poi altri non sono che il figlio e la moglie di Piergiorgio Baita.
Niente di illecito, ma quel nome suscita tanti ricordi. Parliamo dell’ingegnere che per decenni fu il gran signore degli appalti veneti e per lungo tempo fu tutt’uno con Giovanni Mazzacurati, dal 1983 al 2013 direttore (e poi presidente) del Consorzio Venezia Nuova. Baita dopo essere stato arrestato con le sue rivelazioni scoperchiò il pentolone degli appalti per il Mose. Alla fine, grazie alla sua collaborazione con la giustizia, ne uscì con un patteggiamento a un anno e dieci mesi per false fatturazioni e frode fiscale. Il figlio e la moglie non sono toccati dalle inchieste, e oggi la famiglia Baita è ancora sulla cresta dell’onda. Perfino sponsorizzando la Reyer, la squadra di basket maschile dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, di cui la “Ferrari ing Ferruccio, tecnologie marine e grandi infrastrutture” è uno dei Main Sponsor. E qui c’è forse una questione di opportunità: la Ferrari ing Ferruccio, controllata dai Baita, risulta aver partecipato a gare delle società partecipate dal Comune di Venezia.
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Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.
I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.
Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata compresa tra Mw 4 e Mw 5; a nord est dell’epicentro di questa sera è avvenuto il forte terremoto dell’8 settembre 1905 di magnitudo stimata Mw 6.9.
Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa 220 km.

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.
Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.
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Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.
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A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.
Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.
Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.
Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.
Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.
C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.
È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.
Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.
Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.
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@Chocobozzz Hey, so recently I received some issues for my native Peertube tvOS client, PeerTV, regarding an inability for them to login to their accounts on specific instances that require either OpenID or OAuth. I tried implementing that, but I found out that in order to use passkeys from the apple device I need to coordinate with specific instances and have the accept some sort of credential from my app (which seems rather difficult). I tried using only the user and password to sign in with SSO but there were challenges and it wasn’t consistently logging in the users.
Did you face a similar issue with the Peertube iOS app? Can you share what you were able to do to get that working (if it even works with SSO at all)?
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