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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Ma quali diritti umanitari in Venezuela e Iran? I cambi regime servono a salvare il petrodollaro

19 Gennaio 2026 ore 19:03

  Riceviamo e pubblichiamo.   Di Glauco Benigni   Premesso che è molto difficile difendere a tutto tondo sia il Governo di Maduro che quello degli Aiatollah di Teheran … i motivi per cui gli USA stanno rimuovendo il primo e stanno progettando in queste ore di ri-attaccare e rimuovere il secondo, sono molteplici e […]

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Valentino Garavani morto, le immagini delle passeggiate nella “sua” Capri con Giancarlo Giammetti

19 Gennaio 2026 ore 20:00

Il mondo della moda saluta Valentino Garavani, scomparso oggi a Roma all’età di 92 anni. Lo stilista si è spento nella sua residenza sull’Appia Antica, circondato dai suoi cari. Le immagini che lo ritraggono insieme a Giancarlo Giammetti a Capri, dieci anni fa, accompagnano il ricordo di una delle figure più influenti dell’haute couture internazionale. Capri occupava un posto centrale nella sua vita privata. Nato a Voghera nel 1932, Valentino ha costruito una carriera legata a un’idea di lusso classico e riconoscibile, con Roma come punto fermo della sua storia creativa. La camera ardente sarà allestita in piazza Mignanelli, storica sede della maison. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

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“Valentino è stato la svolta della mia carriera, gli devo tutto. Riconosceva la somiglianza, un’attrice crede ancora oggi che fossi quello ‘vero'” : il ricordo dello storico imitatore Dario Ballantini

19 Gennaio 2026 ore 19:59

“Valentino è stato la svolta della mia carriera. Gli devo tutto”. Dario Ballantini ricorda così Valentino Garavani, morto oggi a 93 anni, ripercorrendo un rapporto professionale che ha segnato non solo il suo percorso personale, ma anche un modo nuovo di fare televisione. Le parole arrivano in una giornata di lutto per la moda italiana, ma raccontano un punto di vista laterale e molto concreto: quello di chi, attraverso l’imitazione, ha contribuito a rendere il nome di Valentino parte dell’immaginario popolare per oltre trent’anni.

Ballantini spiega all’Adnkronos che l’idea di imitare Valentino nasce in un momento delicato della sua carriera: “Quando iniziai a lavorare, le mie imitazioni tv, per i primi quindici anni, non funzionavano molto”, racconta. La svolta arriva a Striscia la Notizia, quando insieme alla redazione decide di puntare su un personaggio di caratura internazionale e di portarlo fuori dallo studio televisivo. “Scegliemmo Valentino e con lui nacque un nuovo tipo di televisione: il personaggio di fama mondiale, la presa in giro della moda, che non era ancora mai stata fatta”. Secondo Ballantini, la forza dell’imitazione stava nella combinazione di più elementi: la riconoscibilità del personaggio, il contesto reale delle apparizioni pubbliche e la sua interpretazione comica: “Questi ingredienti, uniti alla vis comica che ci ho messo io, sono stati la chiave per un successo durato quarant’anni”, spiega.

I rapporti con la maison Valentino, racconta Ballantini, hanno attraversato fasi diverse: “All’inizio buoni, ci diedero anche i primi abiti. Poi si infastidirono un po’. Poi finirono per apprezzare molto”. Lo stesso Garavani, ricorda, arrivò a dire che “in abiti civili un po’ assomigliavo a lui da giovane”. L’incontro diretto tra i due, però, è avvenuto una sola volta, in circostanze particolari: “Questo ha dell’incredibile”, dice Ballantini. “L’unica volta che ci siamo trovati faccia a faccia fu alla prima romana del film di Gabriele MuccinoLa ricerca della felicità’. E io, ironia della sorte, ero travestito e truccato da Valentino Rossi”. In quell’occasione, racconta, fu Valentino Garavani ad avvicinarsi, dargli una pacca sulla spalla e salutarlo con la frase diventata celebre nell’imitazione: “Ciao caro’”. Il legame con quel personaggio, per Ballantini, non si è mai interrotto: “Sento un debito di riconoscenza nei confronti di Valentino”, ammette. “Da anni tutti i miei spettacoli teatrali si concludono con la sua imitazione. Ora credo che diventerà un saluto, perché le battute sarebbero fuori luogo”.

Anche a LaPresse, Ballantini sottolinea il peso di quell’imitazione nella storia della televisione italiana. “Valentino è stata l’imitazione più importante per me. Ha segnato la svolta della tv per quanto riguarda le imitazioni in strada e non in studio: fare un personaggio truccato che sembri quello esistente e che appaia come un fatto vero”. Negli anni, il “Valentino” di Striscia ha girato il mondo: dalle sfilate di Parigi al Festival di Cannes, fino alle prime cinematografiche internazionali. Tra gli episodi più clamorosi, Ballantini ricorda proprio Cannes: “Con un’attrice di Bollywood che non siamo riusciti a farle credere che non ero io. Ha fatto un intero servizio fotografico con me e l’ha portato in India convinta di averlo fatto con quello vero”. Quanto ai possibili attriti, l’imitatore ridimensiona: “Credo di averlo reso più simpatico, anche se penso che in fondo lo fosse davvero”.

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Valentino Garavani e il legame col mondo del cinema: dal completo après-ski di Audrey Hepburn, all’abito da Oscar di Sophia Loren e fino al suo cameo ne Il Diavolo Veste Prada

19 Gennaio 2026 ore 19:18

Un destino intrecciato col mondo del cinema e non per strategia, ma per affinità. Valentino Garavani è entrato presto nell’immaginario cinematografico, vestendo attrici e personaggi che hanno fatto la storia del grande schermo. Succede nel 1963 con Audrey Hepburn, che in Charade indossa un completo après-ski firmato Valentino (non potete non avere in mente quell’immagine), e negli stessi anni con Monica Vitti, il cui abito da cocktail nero in La notte di Michelangelo Antonioni resta uno dei frame più iconici del cinema italiano. È un’estetica che attraversa le epoche: dagli anni Novanta, quando Julia Roberts diventa una delle muse più amate dello stilista, fino alle apparizioni sul red carpet di Anne Hathaway, che sceglie Valentino anche per la notte degli Oscar.

Nel 1992, Sophia Loren sale sul palco degli Academy Awards per ritirare il premio alla carriera e lo fa indossando un abito nero ricamato di cristalli e firmato dallo stilista. Ventisette anni dopo, nel 2019, i ruoli si ribaltano: è Valentino Garavani a ricevere il premio alla carriera, consegnato proprio da Loren. Tra le affinità più profonde c’è quella con Meryl Streep. Ne Il diavolo veste Prada – film cult che tornerà nelle sale a maggio con un sequel – il personaggio interpretato dall’attrice indossa creazioni firmate Valentino, che nel film compare anche in un cameo, interpretando se stesso.

Perché il cinema, per Valentino, non è mai stato solo un riferimento estetico, ma una passione autentica. Lo dimostra la sua comparsa in French Cancan di Jean Renoir e, soprattutto, il documentario Valentino: The Last Emperor, uscito nel 2009. Le macchine da presa di Matt Tyrnauer seguono per due anni, dal 2005 al 2007, il signor Garavani, fino al suo ritiro dalla moda, l’ultimo atto. Un doc che racconta anche i festeggiamenti per i 45 anni di attività, celebrati a Roma: un ritorno simbolico nella città in cui, nel 1957, in via Condotti, Valentino aveva aperto il suo primo atelier. Ma è anche un racconto nel quale non mancano i collaboratori storici come Giancarlo Giammetti e una costellazione di volti che raccontano mezzo secolo di moda e spettacolo: da Giorgio Armani a Tom Ford, da Karl Lagerfeld a Anna Wintour, passando per attrici, modelle e icone del jet set internazionale. In una delle scene più celebri del film, Valentino sussurra: “Après moi, le déluge”. Una frase che oggi suona meno come una provocazione e più come una profezia.

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Morto Valentino, l’addio della politica e del mondo dello spettacolo. Mattarella: “Il mondo della moda gli deve grandi intuizioni e splendide creazioni”

19 Gennaio 2026 ore 18:24

“Con la scomparsa di Valentino l’Italia perde uno stilista di successo, capace di guardare oltre le tendenze e le convenzioni. Il mondo della moda gli deve grandi intuizioni e splendide creazioni. Esprimo ai suoi familiari e ai collaboratori cordoglio e vicinanza”. È con queste parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio a Valentino Garavani, aprendo il coro di reazioni alla morte dello stilista, scomparso oggi a Roma a 93 anni. Alla notizia della scomparsa del fondatore della maison Valentino sono arrivate numerose dichiarazioni dal mondo politico e culturale, che ne hanno sottolineato il ruolo centrale nella costruzione dell’immagine del Made in Italy nel mondo.

L’addio della moda

Il primo a rendergli omaggio tra i “colleghi” della moda è stato Santo Versace: “Valentino, Versace, Armani e Ferrè, sono personaggi straordinari che hanno cambiato la moda del Paese nel mondo. Dobbiamo sempre essere grati a persone del genere. Cosa rimane nella moda adesso? Rimane tutto il suo lavoro, il loro lavoro, è storia d’Italia, dello stile di vita italiano. Hanno dimostrato che l’Italia dopo la guerra è risorta completamente, sono il risorgimento italiano nel mondo”, ha detto il fratello di Gianni a RaiNews24. Quindi Carlo Capasa, Presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana: “Valentino Garavani è stato creatore di bellezza ed eleganza senza tempo. La sua moda ha attraversato epoche, culture, generazioni e linguaggi, ispirando sogni, visioni e un profondo senso di eccellenza. Le sue creazioni sono diventate simboli di stile e glamour, indossate dai protagonisti della storia e da figure centrali della vita culturale internazionale. La sua estetica, coerente e rigorosa, non ha mai inseguito le tendenze, ma ha saputo unire memoria artigianale e modernità, contribuendo in modo decisivo al riconoscimento della moda italiana nel mondo. Attraverso il suo percorso ha elevato l’alta moda a patrimonio culturale del nostro Paese, lasciando un’eredità profonda per l’intero sistema”.

Il cordoglio delle Istituzioni e della politica

Il cordoglio è unanime da parte delle Istituzioni: “Valentino, maestro indiscusso di stile ed eleganza e simbolo eterno dell’alta moda italiana. Oggi l’Italia perde una leggenda, ma la sua eredità continuerà a ispirare generazioni. Grazie di tutto”, ha scritto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social. A lei fa eco il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani: “Ci ha lasciato un’icona del Made in Italy, che ha reso il nostro Paese un’eccellenza mondiale e la cui visione e la creatività hanno illuminato le sfilate in tutte le città”. E ancora: “Il suo talento ha portato il Made in Italy sulle passerelle internazionali, rendendolo simbolo di stile, creatività e prestigio”, ha aggiunto. “Maestro di eleganza, simbolo del genio italiano conosciuto in tutto il mondo. Il nostro Paese perde un protagonista assoluto dello stile e della creatività, inimitabile e insostituibile. Una preghiera”, così invece su Facebook il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini.

“L’Italia e il mondo perdono un protagonista assoluto dell’alta moda, un maestro di stile che ha contribuito in modo decisivo a portare l’eleganza e l’identità italiana nel mondo – il messaggio del presidente del Senato Ignazio La Russa -. Ai suoi cari le sentite condoglianze del Senato della Repubblica”. “Valentino Garavani ha contribuito a rendere grande la creatività italiana nel mondo, interpretando, con il suo lavoro, l’eleganza e la cultura del nostro Paese in modo unico e irripetibile”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. “Se ne va una vera leggenda, la storia del nostro stile e dell’eccellenza italiana che ha conquistato il mondo. Ciao Valentino”, le parole del presidente del M5S Giuseppe Conte.“Oggi diciamo addio a Valentino Garavani, maestro assoluto di eleganza e visione, che ha reso la moda un linguaggio senza tempo”, hanno scritto gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione Cultura. Le sue creazioni, aggiungono, “resteranno come testimonianza di grazia, rigore e arte”. Quindi Alessandro Onorato, Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale: “La città di Roma piange un genio assoluto che ha contribuito in maniera decisiva a rendere la nostra città iconica nel mondo della moda”, ha detto ricordando anche l’impegno più recente dello stilista insieme a Giancarlo Giammetti: “Con Giancarlo Giammetti da poco ha regalato alla nostra città l’ennesimo atto d’amore, con la Fondazione PM23 che sta permettendo a Roma di avere appuntamenti artistici e culturali unici nel panorama internazionale”.

I messaggi dal mondo dello spettacolo

Dal mondo dello spettacolo è arrivato il messaggio di Simona Ventura, che ha voluto ricordare non solo lo stilista ma anche il sodalizio con Giancarlo Giammetti. “Mi mancherai immenso Valentino. Un grande abbraccio va anche al tuo socio e compagno di sempre, Giancarlo Giammetti. Siete stati LA MODA, quella vera che ci faceva sognare. Una grande tristezza”, ha scritto la conduttrice.

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Janus, una startup made in Napoli per la transizione energetica dei piccoli comuni

Ha creato la piattaforma Hopee, con cui sarà semplificata e sostenibile la gestione delle Comunità Energetiche. Il ceo è Gennaro Ardolino, 31 anni, quartier generale a San Giovanni a Teduccio: “La tecnologia sarà motore di sviluppo sostenibile”

Capri ricorda Valentino: “Grande icona di stile, l’isola si fermava al suo passaggio”

Il grande stilista scomparso era un habitué sin da giovanissimo e ha anche posseduto una villa spettacolare. Gianluigi Lembo, patron della taverna Anema e Core: “Da noi la festa per i suoi 90 anni. Cantò con mio padre ‘O surdato nnammurato, sembra ieri"

È morto Valentino, Barillari: “Nelle vie della dolce vita a ogni scatto rispondeva con un sorriso”

19 Gennaio 2026 ore 19:17

(Adnkronos) – Il re dei paparazzi Rino Barillari affida all’Adnkronos il suo ricordo di Valentino, morto oggi all’età di 93 anni. “Che personaggio era Valentino, l’orgoglio dei romani, il vanto dell’Italia nel mondo, dove si parla di lui anche il cielo si apre”, dice.  

“Conservo ancora delle foto inedite che gli feci nel 2015: lo seguivo negli atelier, ovunque andasse. L’ho immortalato con Liz Taylor, con Sophia Loren, con il Papa. Era sempre tranquillo, un galantuomo. Nei miei ricordi è ancora il re di via dei Condotti, di via Veneto e della dolce vita romana: a ogni scatto lui rispondeva con un sorriso”, conclude. 

moda

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Cos’è il bazooka europeo e può davvero fare male a Trump?

19 Gennaio 2026 ore 19:11

(Adnkronos) – Ogni volta che Donald Trump torna a minacciare dazi, ritorsioni commerciali o pressioni politiche sull’Europa, a Bruxelles riemerge una parola che ormai è diventata un mantra: “bazooka”. È il modo in cui viene spesso descritto l’Anti-Coercion Instrument (Aci), il meccanismo che dovrebbe consentire all’Unione europea di reagire a forme di coercizione economica da parte di Paesi terzi. Ma al di là della retorica, cosa c’è davvero dentro questo bazooka? E, soprattutto, quanto farebbe davvero male agli Stati Uniti se l’Ue decidesse di usarlo contro un’America trumpiana? 

L’Anti-Coercion Instrument nasce da una constatazione ormai condivisa a Bruxelles: il commercio globale non è più governato solo da regole multilaterali e arbitrati tecnici, ma è diventato uno strumento di pressione geopolitica. Dazi, minacce regolatorie, restrizioni informali e ritorsioni mirate vengono usate per influenzare decisioni sovrane di altri Paesi. In questo contesto, l’Aci è nato soprattutto per rispondere alla Cina, che in un caso ormai celebre ha esercitato una indebita pressione politica ed economica sulla Lituania rea di aver allacciato rapporti con Taiwan. È una base giuridica per reagire in modo coordinato, evitando che singoli Stati membri vengano colpiti e isolati. 

Un meccanismo non pensato come una risposta automatica o impulsiva, ma come una cornice che consente all’Unione di costruire deterrenza, mostrando di avere opzioni credibili e pronte all’uso. 

Uno degli equivoci più diffusi è immaginare il bazooka europeo come un’unica arma risolutiva. In realtà, la forza dell’Unione sta nella possibilità di combinare più strumenti, calibrando la risposta in base all’intensità della coercizione subita. Sul piano commerciale, questo significa poter colpire settori sensibili per l’economia e per la politica americana, scegliendo prodotti e filiere che hanno un peso simbolico oltre che economico. 

Ma il punto decisivo è che oggi l’Europa non è più limitata ai soli dazi. L’accesso al mercato unico, che resta uno dei più ricchi (e regolati) del mondo, diventa una leva centrale. Norme, standard, autorizzazioni e controlli possono trasformarsi in strumenti di pressione indiretta, capaci di incidere profondamente sugli interessi economici statunitensi senza ricorrere a misure platealmente punitive. 

Se c’è un terreno su cui l’Europa potrebbe colpire in modo particolarmente efficace, è quello dei servizi e del digitale. Le grandi piattaforme tecnologiche americane dipendono in modo strutturale dal mercato europeo, sia in termini di fatturato sia di legittimazione regolatoria. L’applicazione rigorosa del Digital Services Act e del Digital Markets Act, l’inasprimento delle sanzioni e una lettura restrittiva delle norme su dati e concorrenza rappresentano una leva potente. 

Non si tratterebbe tanto di “punire” le aziende americane, quanto di rendere evidente che l’accesso privilegiato al mercato europeo non è scontato in un contesto di conflitto politico. È una forma di pressione estremamente costosa, perché incide su modelli di business e valutazioni finanziarie. 

Un altro capitolo centrale riguarda le tecnologie avanzate, l’energia e le infrastrutture critiche. Qui il bazooka europeo assume una dimensione più strategica. L’Ue dispone oggi di strumenti per limitare l’accesso delle aziende straniere agli appalti pubblici, per condizionare gli investimenti diretti esteri e per controllare l’esportazione di tecnologie sensibili. 

Nel caso degli Stati Uniti, questo significherebbe toccare nervi scoperti della relazione transatlantica: dalla cooperazione industriale alla sicurezza energetica, fino al ruolo delle aziende americane nei grandi progetti infrastrutturali europei. Come osserva lo European Council on Foreign Relations, sono misure che difficilmente verrebbero usate per prime, ma che contribuiscono a rendere credibile la deterrenza europea. 

Nel dibattito pubblico torna spesso l’idea che l’Europa possa colpire gli Stati Uniti usando la finanza come arma. Gli investitori europei detengono infatti asset americani per un valore che supera i 12.600 miliardi di dollari. Sulla carta, una cifra enorme. Nella pratica, una leva molto meno maneggevole. 

Il “Financial Times” chiarisce perché questo strumento resta più teorico che reale. Quegli asset non sono controllati direttamente dai governi, ma da fondi pensione, assicurazioni e investitori privati. Una loro dismissione forzata danneggerebbe anche l’Europa, rafforzando l’euro e penalizzando le esportazioni. Inoltre, i mercati finanziari statunitensi restano i più profondi e liquidi al mondo, in grado di assorbire shock anche significativi. 

La finanza, dunque, non è un’arma da usare apertamente, ma può funzionare come segnale politico: rallentare nuovi investimenti, aumentare la percezione del rischio e rendere più costoso il capitale per gli Stati Uniti in un contesto di tensione prolungata. 

Esiste però una leva finanziaria meno discussa, ma politicamente esplosiva: il ruolo delle grandi banche d’affari americane nel collocamento dei titoli di Stato europei. Oggi istituti come Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley o Citi sono attori centrali nelle operazioni di emissione del debito sovrano di molti Paesi dell’Unione. 

In uno scenario di scontro aperto, i governi europei potrebbero valutare – almeno in teoria – di ridurre o escludere le banche americane da questi mandati, privilegiando istituti europei. Sarebbe una mossa ad alto impatto simbolico, perché colpirebbe direttamente Wall Street nel suo ruolo di intermediario globale. Ma sarebbe anche una decisione estremamente delicata: i mercati potrebbero interpretarla come una politicizzazione del debito, aumentando la volatilità e i costi di finanziamento per gli stessi Stati europei. 

Proprio per questo, più che un’arma da usare, questa opzione funziona come minaccia: dimostra che l’interdipendenza finanziaria non è a senso unico e che anche il cuore del sistema finanziario americano dipende dalla cooperazione europea. 

L’Europa, di fronte alle mire trumpiane sull’Artico, non ha bisogno di reagire con uno scontro frontale immediato. Può invece aumentare progressivamente i costi politici, economici e diplomatici di qualsiasi iniziativa unilaterale americana, costruendo alleanze, investimenti alternativi e impegni credibili. 

È lo stesso schema che vale per il commercio: il bazooka europeo non serve tanto per sparare, quanto per far capire che l’escalation sarebbe svantaggiosa per tutti, soprattutto per chi la innesca. 

Alla fine, il punto centrale è questo: l’Europa oggi ha davvero un arsenale più ampio e sofisticato rispetto al passato. Il bazooka esiste, ed è fatto di strumenti commerciali, regolatori, tecnologici e finanziari. Ma la sua efficacia dipende da una scelta politica. 

L’Unione è pronta ad accettare costi interni per difendere la propria sovranità? È disposta a usare strumenti pensati per Cina o Russia anche contro l’alleato americano? E, soprattutto, è capace di agire in modo unitario quando gli interessi nazionali divergono? 

Il bazooka europeo, in fondo, non è progettato per essere usato. È progettato per convincere l’altro a non costringerti a usarlo. Con Donald Trump, la vera sfida per Bruxelles è trasformare la propria interdipendenza economica in una deterrenza credibile, senza distruggere le basi della relazione transatlantica che, nonostante tutto, resta vitale. (di Giorgio Rutelli) 

internazionale/esteri

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E’ morto lo stilista Valentino

19 Gennaio 2026 ore 19:01

ROMA (ITALPRESS) – E’ morto, all’età di 93 anni, Valentino Garavani, uno dei più grandi stilisti della storia della moda internazionale, simbolo di eleganza senza tempo, lusso raffinato e artigianalità italiana.
Lo annuncia in una nota la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso Pm23, in piazza Mignanelli 23 a Roma, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. Il funerale si terrà venerdì 23 gennaio, alle ore 11, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in piazza della Repubblica 8.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino ha costruito un impero creativo capace di attraversare decenni, mode e rivoluzioni culturali, rimanendo sempre fedele a un’idea precisa di bellezza. Negli anni cinquanta, dopo essersi fatto notare partecipando a un importante concorso, si trasferisce a Parigi ed entra come collaboratore nella Casa di Moda di Jean Dessès e nell’atelier di Guy Laroche. Fa ritorno in Italia e a fine degli anni cinquanta è a Roma, allievo di Emilio Schuberth per poi collaborare presso l’atelier di Vincenzo Ferdinandi prima di aprire una propria maison.
Nel 1959 apre il suo atelier a Roma in via dei Condotti e nel 1960 inizia la sua collaborazione con Giancarlo Giammetti che seguirà lo sviluppo del suo marchio. Nel 1962, dopo il trionfo della sua prima collezione a Pitti Moda di Firenze, Valentino diviene in breve uno dei più apprezzati e dei più popolari couturiers del mondo. Il successo internazionale arriva rapidamente, anche grazie al celebre “rosso Valentino”, una tonalità inconfondibile che diventa la sua firma stilistica e un’icona della moda mondiale.
Le sue creazioni vestono regine, first lady, attrici e celebrità di ogni epoca. Valentino Garavani non è stato solo uno stilista, ma un vero architetto dell’eleganza, capace di trasformare un abito in un’opera d’arte e la moda in un linguaggio universale.
-foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

Nordio “Esondazione da parte del Csm, correnti interferiscono su vita politica”

19 Gennaio 2026 ore 19:01

ROMA (ITALPRESS) – “Il Csm è un organo di autogoverno, si è molto modificato nella sua dinamica ed è arrivato addirittura ad avanzare critiche a dei disegni di legge proposti dal governo che, da un punto di vista tecnico possono essere plausibili visto che il magistrato è deputato ad applicare le leggi, ma negli anni vi è stata una esondazione da parte del Csm che si è permesso di dare degli indirizzi in merito di ordine politico. Questo non solo non ci sta nella Costituzione ma è esattamente il contrario di quanto dicevano i padri costituenti”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenendo a un convegno sulla giustizia.

“Le correnti, che avevano anche un significato positivo agli inizi, si sono trasformate in strumenti di potere, cosa che oggi ammettono tutti. Questo sistema correntizio ha provocato una serie di condizionamenti della magistratura. Tutti sanno che, se non sei iscritto a una corrente, non sei certamente condizionato sul contenuto delle decisioni, ma ciò che riguarda la tua vita professionale dipende da questo gioco di potere. Queste correnti si sono associate in un modo pregnante da un punto di vista politico, interferendo con la vita politica, e l’hanno sottoposta a una sovranità limitata. Questa è una affermazione che Vassalli ha fatto nel 1987 dove diceva che in Italia certe riforme non si potevano fare perchè la politica italiana è sottoposta a una sovranità limitata. Se queste cose le ha dette Vassalli, possiamo dirle anche noi”, ha aggiunto Nordio.

Una cosa è certa: se dovesse passare la conferma alla revisione costituzionale è ovvio che il prossimo Csm dovrebbe essere composto secondo i criteri della nuova Costituzione, ma sappiamo benissimo che questa aspettativa qualcuno la tiene per sè e spera che in un modo o nell’altro si vada avanti. Se vince il sì in ogni caso il Csm nuovo deve essere indicato con i criteri nuovi altrimenti si farebbe un oltraggio alla Costituzione e agli italiani”, ha concluso il ministro.

(ITALPRESS).
-Foto: Ipa Agency-

Dall’oro all’argento, la nuova febbre dei metalli preziosi

19 Gennaio 2026 ore 19:01

ROMA (ITALPRESS) – Il 2025 è stato un anno particolarmente vivace sui mercati, con importanti movimenti che hanno caratterizzato listini globali, valute e commodities. Sul finire dell’anno, è stata proprio una commodity a destare grande attenzione: l’argento. Tra gennaio 2025 e lo stesso mese del 2026 il suo valore è cresciuto di oltre il 190%, un rally di maggiori dimensioni persino rispetto a quello dell’oro – altra commodity centrale nel 2025 (+70% su 12 mesi) – e molto più accentuato nell’ultima parte dell’anno.
L’argento ha così raggiunto i massimi storici di valutazione, e il prezzo, a giudizio di diversi analisti, continuerà a salire. Anche al netto di temporanee correzioni al ribasso, già più volte verificatesi nelle ultime settimane ma dimostratesi finora di corto respiro.
Il trend di crescita desta interesse innanzitutto perchè costituisce una significativa discontinuità rispetto al passato: fatta eccezione per il triennio successivo alla crisi del 2008, era dal 1980 che l’argento non conosceva aumenti di questa portata.
Diversi analisti, inoltre, hanno evidenziato la presenza di un marcato gap di prezzo tra il principale mercato di scambio per i derivati su questa commodity – il COMEX statunitense – e le piazze asiatiche, come lo Shanghai Gold Exchange, maggiormente orientate all’argento fisico per fini industriali: dagli
ultimi giorni del 2025 lo spread di prezzo tra quest’ultima e le principali piazze di scambio occidentali ha conosciuto una notevole impennata, superando i 12 dollari nelle prime due settimane di gennaio e restando al di sopra dei 10 nelle giornate successive.
Ma per quali ragioni il mercato dell’argento è interessato da movimenti di prezzo tanto significativi e inconsueti?
E’ questa la domanda al centro del nuovo Fucino Flash dell’Ufficio Studi della Banca del Fucino dal titolo: Argento Vivo: dopo la febbre dell’oro, quella dell’argento.
L’argento è un metallo prezioso, il cui prezzo segue da vicino quello dell’oro, ma con caratteristiche uniche: a differenza dell’oro, la sua domanda industriale è molto alta, superando il 58% del totale. Questo perchè le proprietà fisico-chimiche dell’argento lo rendono fondamentale per elettronica e pannelli solari, dove rappresenta circa il 10% del prezzo finale. In un mondo sempre più orientato alla digitalizzazione e alla transizione ecologica, l’argento diventa quindi un metallo strategico, con domanda concentrata in Paesi industrializzati come Cina, USA, Giappone, India e Germania. La Cina, in particolare, punta a ridurre le fonti fossili e a sviluppare l’energia solare, spingendo ulteriormente il fabbisogno di argento.
Dal 2021 la domanda globale supera l’offerta, la quale è difficilmente aumentabile perchè l’argento è spesso un sottoprodotto dell’estrazione di altri metalli come piombo, zinco, rame e oro. L’aumento dei prezzi può inoltre comprimere i margini delle industrie, in particolare dei produttori di pannelli fotovoltaici, mettendo a rischio l’efficienza del settore energetico cinese.
Questa scarsità e la crescente rilevanza industriale spiegano le scelte geopolitiche: nel 2025 gli USA hanno incluso l’argento nella lista dei minerali critici, mentre la Cina ha imposto licenze all’export. In questo contesto, il prezzo dell’argento è destinato a salire, anche perchè mantiene una funzione di asset di investimento: storicamente monetario, oggi è visto come riserva di valore, correlata all’oro e utile come protezione da inflazione e rischi macroeconomici, specialmente in un periodo di crescente incertezza sul dollaro.
Il rally del prezzo, iniziato sul finire del 2023, si è accelerato negli ultimi mesi del 2025, alimentato dal conflitto tra domanda industriale e domanda di investimento e dall’interesse delle banche centrali, come Russia e Arabia Saudita, che hanno iniziato a considerare l’argento parte delle riserve ufficiali. Questo ha creato tensioni sui mercati, con differenziali tra Occidente e Asia e fenomeni di backwardation, segno che gli investitori preferiscono detenere fisicamente il metallo piuttosto che contratti a lungo termine.
In prospettiva, l’argento resterà al centro dell’attenzione: la sua domanda industriale è destinata a crescere, il ruolo geopolitico delle grandi potenze rafforza la pressione sui prezzi, e la volatilità dei mercati sarà più marcata e persistente. Inoltre, emerge un nuovo interventismo statale sui mercati delle materie prime critiche, destinato a consolidarsi in un contesto di rivalità geopolitiche e incertezza globale. L’argento diventa così un caso paradigmatico di come tecnologia, economia e politica si intreccino, influenzando fortemente i mercati globali.
-foto ufficio stampa Banca del Fucino –
(ITALPRESS).

Norwegian Cruise Line svela la nuova ammiraglia “Aura”

19 Gennaio 2026 ore 19:01

MILANO (ITALPRESS) – Norwegian Cruise Line (NCL), innovatore nel settore delle crociere a livello globale, ha svelato la Norwegian Aura e annunciato l’apertura alle prenotazioni per viaggiare a bordo della nave più lunga e più grande della sua flotta, che avrà base a Miami a partire da giugno 2027, dopo il debutto in Europa a fine maggio 2027.
Norwegian Aura introduce un nuovo standard in termini di dimensioni e scala per la flotta NCL: sarà lunga quasi 345 metri, avrà una stazza lorda di 169.000 tonnellate e potrà accogliere fino a 3.840 ospiti in occupazione doppia. Più grande del 10% rispetto alle precedenti Norwegian Aqua e Norwegian Luna, Norwegian Aura è stata progettata con grande attenzione, per offrire esperienze curate e pensate per le famiglie, affiancate da una reinterpretazione dei servizi più apprezzati dagli ospiti. Al centro dell’esperienza di bordo si trova la nuovissima Ocean Heights, un complesso di attività all’aperto che durante il giorno è dedicato al divertimento e che la sera si trasforma in un ambiente vivace e rilassato, creando uno spazio dinamico per tutta la famiglia.
Con crociere di sette giorni nei Caraibi, ogni itinerario di Norwegian Aura nella regione includerà una sosta a Harvest Caye, la destinazione in stile resort di NCL in Belize, oppure a Great Stirrup Cay, l’isola privata del brand alle Bahamas, recentemente oggetto di importanti interventi di valorizzazione. A partire dalla fine del 2025, sull’isola sono state inaugurate nuove esperienze per gli ospiti, tra cui la Great Life Lagoon – un’ampia area piscina con swim-up bar, lettini premium e una zona splash dedicata ai bambini – e il Vibe Shore Club, un’area riservata agli adulti con bar privato e lounge esclusiva. Nel corso del 2026, in vista delle crociere di Norwegian Aura del 2027, l’isola presenterà anche il Great Tides Waterpark, un parco acquatico di quasi sei acri con 19 scivoli, salti da scogliera – una novità assoluta nel settore – un fiume artificiale con corrente e nuove escursioni avventura.
‘Siamo orgogliosi di presentare la più recente e grande aggiunta alla nostra flotta, la Norwegian Aurà – ha dichiarato Harry Sommer, President e CEO di Norwegian Cruise Line Holdings Ltd.
– Norwegian Aura rappresenta l’evoluzione di Norwegian Cruise Line e la celebrazione dell’unione di famiglie, amici e viaggiatori da tutto il mondo. Con l’attenzione alla luce e alla connessione come elementi centrali, la nave è stata concepita per offrire a tutti gli ospiti la libertà di vivere la propria vacanza a modo loro – dando l’opportunità di rilassarsi, connettersi e immergersi senza sforzo in ogni momento. Non vediamo l’ora di raggiungere questo nuovo traguardo e siamo entusiasti che gli ospiti possano vivere tutto ciò che Norwegian Aura ha da offrirè. Norwegian Aura è attualmente in costruzione presso il rinomato cantiere navale italiano Fincantieri, con interni progettati da architetti di fama mondiale come AD Associates, Piero Lissoni, Rockwell Group, SMC Design e Studio Dado.
Le caratteristiche distintive e gli itinerari di Norwegian Aura includono:
Ocean Heights: divertimento e avventura per tutte le generazioni – Estendendosi sui ponti dal 18 al 21, Ocean Heights, la prima del suo genere nella flotta, sarà il fulcro del divertimento, dell’azione e del relax per tutta la famiglia. L’ampia area attività combina nuove attrazioni firmate NCL con i classici rivisitati, trasformandosi di giorno e di sera grazie a giochi di luce immersivi e proiezioni LED.
Norwegian Aura ospiterà il maggior numero di scivoli su qualsiasi nave NCL, cinque dei quali situati nel vasto complesso all’aperto Ocean Heights. Gli Eclipse Racers sono i primi scivoli mat racer a sfida doppia di NCL, lunghi oltre 120 metri, per emozionanti gare testa a testa all’interno di scivoli tubolari, tra spruzzi e adrenalina. Per chi cerca brividi ancora maggiori, c’è Aura Free Fall, uno scivolo verticale dove il pavimento si apre sotto i piedi degli ospiti, lanciandoli lungo 75 metri di curve e discese mozzafiato. The Wave è uno scivolo a pendolo in stile “lotus” che permette a gruppi fino a quattro persone di affrontare insieme 90 metri di puro divertimento. Infine, torna uno dei preferiti dagli ospiti, The Drop, lo scivolo asciutto di punta della Prima Class, che porta i partecipanti giù per 10 ponti – dal ponte 18 all’8.
Pensato per gli amanti dell’avventura, Ocean Heights offrirà anche un percorso a ostacoli Aura Ropes Course di 25 metri, con sfide emozionanti e viste mozzafiato sull’oceano dal ponte superiore. Tra le ulteriori esperienze: una parete di arrampicata di 8 metri; Aura Midway, un’area all’aperto in stile luna park, con giochi e attività per grandi e piccoli; un minigolf a nove
buche; le prime cabanas private sospese di NCL con vista sul Vibe Beach Club; e un bar dove gli ospiti potranno gustare le loro bevande preferite.
Ocean Boulevard: opzioni per tutti – Dalle vasche idromassaggio a quelle per bambini e adolescenti – Situata sul ponte otto, Ocean Boulevard è la passeggiata esterna caratteristica della Prima Class; circonda l’intera nave e offre agli ospiti l’opportunità di rilassarsi ammirando panorami sconfinati sull’acqua. A bordo di Norwegian Aura, l’area è stata ampliata dell’11% rispetto a Norwegian Aqua e Norwegian Luna, con più spazio, più posti a sedere e attività e servizi esclusivi, tra cui nuove vasche idromassaggio e un nuovissimo bar. L’Infinity Beach ampliata offrirà il luogo perfetto per il relax, con lussuosi lettini e piscine per bambini, ideali per la siesta pomeridiana.
Inoltre, Ocean Boulevard offrirà attività dedicate a bambini e adolescenti, disposte su entrambi i lati della prua della nave. Situato a babordo, Adventure Alley è pensato per bambini dai 6 ai 10 anni e offre stimolanti spazi da esplorare e tunnel tortuosi in un fantasioso scenario marino con vista sull’oceano; mentre a tribordo, il Teen Hangout offre un rifugio esclusivo per gli adolescenti, dove rilassarsi, socializzare e immortalare ricordi con la suggestiva parete fotografica dedicata a onde e surf. Infine, per i più piccoli dai 2 ai 6 anni, il parco giochi Little Explorer’s Cove si trova a prua e offre una casetta e molto altro.
Esperienze di livello superiore a bordo piscina e sulla terrazza – Gli ospiti a bordo di Norwegian Aura potranno beneficiare di innumerevoli modi per rilassarsi, rigenerarsi e prendere il sole negli spazi ampliati e valorizzati della nave. Le piscine, oltre il 20% più grandi rispetto a Norwegian Aqua e Norwegian Luna, saranno le più ampie dell’intera flotta NCL, con maggiore capienza, una vasca idromassaggio aggiuntiva a sfioro, un maxischermo LED per l’intrattenimento e ulteriori aree lounge all’aperto, per garantire a ogni ospite il massimo comfort nel cuore della nave.
L’avventura continua sui ponti superiori con il Kids’ Aqua Park di Norwegian Aura, dotato di splash pad e giochi d’acqua interattivi, situato vicino a Ocean Heights sul ponte 18. Nelle vicinanze si trovano due scivoli d’acqua per tutta la famiglia: Party Slide, un ampio scivolo poco profondo ideale per divertirsi insieme a familiari e amici, e Infinity Loop, uno scivolo a forma di otto che si avvolge attorno al Party Slide. Al ponte 19, gli ospiti potranno partecipare a giochi all’aperto su prato e godersi le aree relax di Horizon Park.
Vibe Beach Club, il rifugio esclusivo riservato agli adulti, sarà del 15% più grande rispetto a quelli presenti a bordo di Norwegian Aqua e Norwegian Luna, offrendo più posti a sedere, vasche idromassaggio a sfioro, ampie zone per il relax e una cascata scenografica. Con ulteriori lettini, daybed e un bar come punto focale, Vibe Beach Club rappresenterà il luogo ideale per un relax totale in mare.
The Haven by Norwegian offre eccellenza e pregio sul mare – Norwegian Aura disporrà di 1.976 cabine, dalla tipologia studio alle suite, di cui 159 costituiranno il complesso The Haven by Norwegian, accessibile solo tramite tessera magnetica. L’offerta di lusso a bordo della Norwegian Aura includerà il 30% di suite in più rispetto alle precedenti navi della Prima Class, la più spaziosa della flotta. Progettate dal famoso designer italiano Piero Lissoni, le suite The Haven coniugano un design sofisticato con ampie viste sul mare e sono pensate per garantire la massima privacy e comodità, con accesso esclusivo tramite ascensore privato. Il complesso The Haven offre: un solarium dedicato con piscina panoramica a sfioro, due vasche idromassaggio, sauna esterna e cella frigorifera; il bar e lounge The Haven; e il ristorante The Haven, che serve colazione, pranzo e cena. Offre inoltre il bar e lounge dedicati di The Haven e il ristorante The Haven, aperto per colazione, pranzo e cena. Particolarmente degno di nota è il design curato da Studio DADO, partner di lunga data di Norwegian Cruise Line, che ha realizzato il lounge privato, il ristorante e il ponte esterno come una vera e propria oasi di tranquillità, immergendo gli ospiti nella bellezza della natura grazie a tonalità naturali, una rigogliosa copertura di alberi e finiture raffinate.
Oltre a sistemazioni e spazi di lusso, gli ospiti che soggiornano presso The Haven potranno usufruire di servizi e comfort senza pari, tra cui maggiordomo e concierge 24 ore su 24, imbarco e sbarco prioritari, inviti esclusivi agli eventi a bordo, prenotazioni prioritarie a bordo e molto altro ancora.
Decorazione dello scafo brillantemente progettata – Elemento distintivo della flotta NCL, la Norwegian Aura presenterà un’eccezionale opera d’arte sullo scafo, creata dall’artista internazionale Rosie Woods, nota per i suoi murales di grandi dimensioni e le collaborazioni con marchi globali. L’opera di Woods è caratterizzata da forme fluide e luminose che esplorano movimento, energia e illuminazione. Il suo design per la nave trae ispirazione dalla luce celeste e dai mari bioluminescenti, creando un’interpretazione moderna del modo in cui la luce interagisce con l’acqua.
Riflettendo sul suo lavoro per Norwegian Aura, Rosie Woods ha dichiarato: ‘Sono entusiasta di collaborare con Norwegian Cruise Line, da sempre rinomata per le sue splendide e innovative opere d’arte sugli scafi. Non vedo l’ora di vedere la mia opera d’arte su larga scala prendere vita, solcare i mari e illuminare la nave giorno e nottè.
Dal Mediterraneo a Miami – Prima di avere base a Miami per la sua stagione inaugurale a partire da giugno 2027, Norwegian Aura effettuerà una crociera di sette giorni nel Mediterraneo, da Trieste, Italia, a Barcellona, Spagna, il 21 maggio 2027, con scali a Valletta, Malta, e a Salerno e Roma (Civitavecchia), Italia. Dopo il viaggio transatlantico di 14 giorni, darà il via alla stagione di crociere nei Caraibi con partenza da Miami. Da giugno a ottobre 2027, Norwegian Aura proporrà crociere di sette giorni nei Caraibi orientali, con scali in destinazioni iconiche tra cui Puerto Plata, Repubblica Dominicana; St. Thomas, Isole Vergini Americane; Tortola, Isole Vergini Britanniche; e la nuovamente valorizzata isola privata del brand alle Bahamas, Great Stirrup Cay. Nell’inverno 2027/28, Norwegian Aura offrirà crociere di sette giorni nei Caraibi occidentali, portando gli ospiti in lussureggianti destinazioni tropicali come Roatan (Islas de la Bahia), Honduras; Costa Maya e Cozumel, Messico; e Harvest Caye, la destinazione privata in stile resort di NCL al largo delle coste del Belize.
Per maggiori informazioni sulla flotta premiata della compagnia e sugli itinerari mondiali, o per prenotare una crociera, contattare un’agenzia di viaggi o visitare www.ncl.com.
– news in collaborazione con Norwegian Cruise Line –
– foto ufficio stampa Norwegian Cruise Line –
(ITALPRESS).

Valentino, quel rosso simbolo di eleganza che racchiude la storia della maison

19 Gennaio 2026 ore 18:59

(Adnkronos) – Non è corallo e neanche carminio. Di certo non ciliegia o cremisi. Leggenda vuole che a incantare Valentino Garavani di quella particolare tonalità di rosso, il rosso Valentino, diventata la sua cifra stilistica, sia stata una visione ben precisa nella platea dell’Opera di Barcellona, alla fine degli anni Cinquanta. Tra il pubblico, una donna anziana avvolta in un velluto magenta cattura lo sguardo di un giovane Valentino ancora studente che assiste a uno spettacolo. In mezzo a una folla vestita di bianco e nero, quella macchia di colore è impossibile da ignorare. Per Valentino il rosso è un’ossessione destinata a diventare sinonimo dei suoi stessi abiti. 

Lo stesso stilista racconterà più volte di non aver mai dimenticato quella figura isolata che per lui incarnava un’idea di femminilità assoluta. Quando nel 1959 apre il suo primo atelier, quell’immagine barcellonese torna prepotente a galla: nessun dubbio, la donna Valentino, da quel momento in poi, avrebbe parlato anche attraverso il rosso. Il rosso Valentino non è un rosso qualsiasi ma una sfumatura che si colloca tra carminio, porpora e rosso di cadmio, con una tensione verso l’arancio che non diventa mai dichiarata. È caldo e morbido, brillante ma non rigido, pensato per valorizzare chi lo indossa.  

Per Valentino Garavani il rosso è sempre stato un colore “democratico”, capace di mettere in risalto ogni donna. Una filosofia che ha fatto di Valentino l’emblema di lusso nell’alta moda e non solo. Fuori dalla passerella, il rosso Valentino ha vestito star a ogni latitudine, persino la sua cara amica Jackie Kennedy, negli anni del lutto, con tailleur impeccabili e abiti di chiffon ah hoc. Negli anni Settanta il rosso Valentino diventa persino fragranza, in una boccetta pensata per restituire, grazie alla sue note fruttate e oleose, la stessa potenza del colore feticcio di Valentino. 

Quello stesso rosso, nato idealmente in un teatro, è tornato a vivere sul palcoscenico dell’Opera di Roma, chiudendo simbolicamente il cerchio nel 2016, quando Valentino Garavani lo ha riportato in scena nei costumi da lui disegnati per ‘La Traviata’ diretta da Sofia Coppola, trasformando il melodramma verdiano in un omaggio alla sua idea di eleganza femminile. E non solo. A celebrare l’eredità di questo colore che va oltre la definizione di iconico è stata l’anno scorso la mostra ‘Orizzonti-Rosso’, ospitata dalla Valentino Garavani Foundation, a Roma, da maggio a ottobre. Un progetto espositivo che ha esplorato il rosso come idea culturale, mettendo in dialogo l’alta moda di Valentino con l’arte del Novecento e contemporanea. Le creazioni della maison sono state messe a confronto con opere di artisti come Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Mark Rothko, in un percorso che puntava a indagare il rosso come simbolo di un’epoca. (di Federica Mochi) 

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Bella Ma’, Pamela Petrarolo entra in studio e cade

19 Gennaio 2026 ore 18:47

(Adnkronos) – Pamela Petrarolo protagonista di una rovinosa caduta nello studio di Bella Ma’, il programma condotto da Pierluigi Diaco su Raidue. La showgirl è entrata correndo nello studio ma è inciampata, procurandosi una leggera abrasione al ginocchio destro. 

 

Diaco è intervenuto immediatamente. “Vieni a sederti con me”, ha detto il conduttore cercando di confortare Petrarolo che, visibilmente scossa dopo l’incidente, non ha potuto esibirsi come previsto nel segmento ‘Tutti ballano con Pamela’. “Hai preso una bella botta, Pamela. Non puoi farlo”, ha detto Diaco congelando il numero dell’ospite. Petrarolo, dopo lo spavento, sui social ha ironizzato sul fuoriprogramma: il video della caduta è diventato un meme con la didascalia ‘io che affronto il 2026’. 

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Da Jackie Kennedy a Sophia Loren, tutte le donne iconiche di Valentino

19 Gennaio 2026 ore 18:47

(Adnkronos) – Ci sono abiti che entrano nella storia non solo per la stoffa, ma per chi li indossa. E se parliamo di Valentino Garavani, la lista di donne che hanno fatto brillare il suo stile sulle passerelle del mondo è lunga e leggendaria. Dalla magia dei red carpet di Hollywood alle sale da gala più esclusive, Valentino ha vestito regine, attrici, modelle e dive, trasformando ogni apparizione in un momento indimenticabile di eleganza e glamour. 

Star tra le star, l’imperatore della moda aveva Nancy Reagan, Marella Agnelli e Liz Taylor come amiche. Sophia Loren, Aretha Franklin, Brooke Shields e Anne Hathaway erano alla sua corte. Tutte le supermodelle hanno sfilato per lui, a partire da C
laudia Schiffer, Cindy Crawford e Naomi Campbell. Jackie Kennedy gli spalancò le porte degli Stati Uniti e sposò Aristotele Onassis indossando un suo modello: gonna plissé e corpetto di pizzo. Farah Diba volò via dalla Persia con un suo cappotto in zibellino. Ambizioni, talento e lusso. Ma anche follie e megalomanie. Un primato su tutti: almeno otto star hanno ricevuto un Oscar indossando una sua creazione. 

Quando Julia Roberts salì sul palco degli Academy Awards del 2001, il mondo della moda trattenne il fiato. L’attrice indossava un abito Valentino bianco e nero con drammatico strascico in tulle, un modello recuperato dagli archivi degli anni ’90. Elegante, audace e perfettamente scenico, l’abito trasformò Julia in una delle icone di red carpet più memorabili di tutti i tempi. Valentino non creava semplicemente vestiti: disegnava momenti che restano nella memoria collettiva. 

Cate Blanchett non ha mai avuto paura di brillare. Sul tappeto rosso di Los Angeles nel 2005, sfoggiò un abito giallo pallido Valentino con cintura borgogna e dettagli ricamati, trasformando un colore solitamente timido in un simbolo di potere e femminilità luminosa. Ogni piega e ogni cucitura raccontavano la firma unica di Valentino: lusso sartoriale che parla più delle parole. 

Gwyneth Paltrow ha spesso scelto pezzi d’archivio Valentino per galà e premiere, incarnando un’eleganza senza tempo. Un abito rosso fuoco, drappeggiato con precisione e scollatura perfetta, mostrava come la maison potesse reinventare il vintage e renderlo contemporaneo, trasformando ogni star in un’icona moderna. 

Jennifer Lopez ha scelto Valentino per momenti pubblici e privati. Il suo abito nuziale in pizzo chantilly rimane una delle immagini più iconiche: una diva trasformata in musa eterna. Sul tappeto rosso, Valentino esaltava la silhouette della cantante e attrice con colori vibranti, tessuti preziosi e tagli teatrali, ricordando al mondo che J.Lo non passava mai inosservata. 

A Cannes, Sharon Stone incantò tutti con un abito dorato tempestato di perline Valentino, perfetto per la diva hollywoodiana che incarnava la femme fatale moderna. L’abito, scintillante sotto i flash dei fotografi, era più di un vestito: era un manifesto del glamour firmato Valentino, dove ogni dettaglio parlava di lusso, perfezione e audacia. 

Anne Hathaway ha spesso indossato Valentino per grandi eventi. Uno straordinario abito rosso intenso catturò tutti gli sguardi nel 2025, con pieghe perfette e una fluidità che esaltava ogni movimento. Valentino non vestiva solo l’attrice: valorizzava la sua presenza scenica, trasformando ogni apparizione in un evento mediatico e memorabile. 

Sophia Loren ha scelto Valentino per molte occasioni pubbliche e premi, vestendo abiti dai tagli raffinati e tonalità luminose, dal bianco all’oro. Ogni look sottolineava la silhouette della diva, trasformando ogni uscita in un manifesto di glamour italiano, celebrando femminilità e classe. 

Jackie Kennedy, simbolo di eleganza senza tempo, ha scelto Valentino per eventi diplomatici e privati. Il suo abito da sposa con Aristotele Onassis – gonna plissé e corpetto di pizzo – rimane uno dei modelli più iconici nella storia della moda americana. Jackie portava la couture italiana con naturalezza e regalità, facendo di Valentino il couturier preferito delle grandi dame. 

Quando Farah Diba lasciò la Persia, portò con sé un cappotto in zibellino Valentino, simbolo di eleganza e raffinatezza che non conosce confini. La regina dimostrò come Valentino fosse sinonimo di lusso globale, capace di vestire regine e dive con la stessa maestria sartoriale. 

Valentino ha trasformato ogni supermodella in musa vivente. Claudia Schiffer, Cindy Crawford e Naomi Campbell hanno sfilato con abiti che coniugavano audacia, perfezione sartoriale e glamour assoluto. Dal red carpet alle campagne pubblicitarie, ogni loro apparizione confermava che l’atelier italiano era la patria delle icone mondiali. (di Paolo Martini) 

moda

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Alimentazione, Gramigna (Unigrà): “Olio di palma sostenibile è versatile e sicuro”

19 Gennaio 2026 ore 18:38

(Adnkronos) – “L’olio di palma sostenibile è un ingrediente molto importante per l’industria alimentare. In virtù della sua grande versatilità e della sua stabilità organolettica nel tempo, può essere impiegato in numerose applicazioni, sia tal quale, sia trasformato”.Sono le parole di Lucia Gramigna, R&D Oils and fats manager di Unigrà, azienda italiana che opera nel settore della trasformazione e vendita di oli e grassi alimentari, margarine e semilavorati destinati alla produzione alimentare, in occasione del seminario organizzato dall’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile (Uiops) e dell’Associazione italiana dell’industria olearia (Assitol), nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a Gelato, pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza, a Rimini. Un incontro durante il quale è stato presentato il Position Paper “Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare”, recentemente adottato dal Comitato Tecnico Scientifico Uiops. 

Gramigna si sofferma poi sulla sicurezza dell’olio di palma utilizzato dall’Industria italiana: “Subisce un processo di raffinazione – illustra – e durante questo processo, tutti gli step sono controllati nella maniera più dettagliata e precisa possibile per assicurare al consumatore un olio neutro, stabile e sicuro da tutti i punti di vista”, afferma. 

“Come azienda produttrice di olio di palma raffinato e di molti prodotti che lo utilizzano – approfondisce – proponiamo prodotti in cui i vantaggi dell’olio di palma sono esaltati al meglio, grazie alla qualità che riusciamo a garantire durante i processi per la sua produzione”, le sue parole. 

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Addio a Valentino Garavani: chi controlla oggi la maison che porta il suo nome? Da Marzotto al Qatar, tutti i passaggi

19 Gennaio 2026 ore 18:55

Valentino Garavani non c’è più. E con lui si abbassa la saracinesca su un mondo della moda che nel frattempo è cambiato per sempre, e non necessariamente in meglio. Perché la moda ha bisogno di designer che siano icone, figure riconoscibili, capaci di dare – con la sola presenza – un’aura di autorevolezza a tutto ciò che li circonda. Valentino Garavani era questo. Anche se, da tempo, non era più proprietario del marchio che porta il suo nome.

La maison Valentino ha attraversato negli ultimi decenni una lunga e complessa sequenza di passaggi di mano, passando dal controllo diretto del fondatore a quello di investitori internazionali: gruppi italiani, fondi di private equity e capitali qatarioti. Oggi il marchio è controllato da Mayhoola for Investments, società del Qatar, mentre Kering detiene una partecipazione di minoranza pari al 30%.

La storia di come un marchio che, per immaginario e identità, “parla italiano” sia passato attraverso mani diverse inizia nel 1998, quando la maison viene ceduta al gruppo Hdp, partecipato anche da Gianni Agnelli, per una cifra intorno ai 500 miliardi di lire. Nel 2002 subentra il Gruppo Marzotto, che rileva Valentino da Hdp per 240 milioni di euro. Dallo scorporo delle attività Marzotto nasce nel 2005 Valentino Fashion Group. Due anni dopo, nel 2007, il fondo Permira acquisisce la maggioranza, insieme a membri della famiglia Marzotto.

La svolta arriva nel 2012, quando Mayhoola for Investments rileva l’intero gruppo per un valore stimato tra i 700 e i 720 milioni di euro, includendo anche la licenza M Missoni, mentre MCS Marlboro Classics resta a Permira.
Nel 2023 entra in scena Kering, colosso francese del lusso e uno degli attori più influenti del sistema moda globale, che acquisisce il 30% del Valentino Fashion Group per 1,7 miliardi di euro, con la possibilità di salire al controllo totale entro il 2028.

Nel settembre 2025 Mayhoola e Kering decidono però di rinviare l’esercizio delle opzioni: l’assetto azionario resta invariato (70% Mayhoola, 30% Kering) almeno fino al 2028, con opzioni di put e call posticipate tra il 2028 e il 2029. Nel novembre dello stesso anno i soci effettuano un’iniezione di capitale da 100 milioni di euro per sostenere la crescita del gruppo.

A gennaio 2026 Valentino opera sotto la holding MFI Luxury Srl, con Mayhoola come azionista di maggioranza e Kering come socio di minoranza, senza ulteriori cambiamenti recenti nell’assetto proprietario. La maison registra risultati economici solidi; dal 2024 il direttore creativo unico è Alessandro Michele, mentre dal 2025 l’amministratore delegato è Riccardo Bellini.

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La guerra dell’asciugamano in Marocco-Senegal: perché i raccattapalle e Saibari hanno quasi aggredito il secondo portiere Diouf

19 Gennaio 2026 ore 18:52

Gol annullati, rigori dubbi, il Senegal che abbandona il campo, Brahim Diaz che fa un cucchiaio “folle” e sbaglia il rigore decisivo. Poi il teatrino delle scuse. Pensavate di aver visto di tutto nella finale di Coppa d’Africa tra Marocco e Senegal? Invece no, perché c’è stato un episodio meno “pubblicizzato” in diretta tv ma parecchio curioso: la “guerra dell’asciugamano“. Nel corso di questa Coppa d’Africa infatti il Marocco ha sviluppato una strana abitudine: mandare i raccattapalle dietro la porta avversaria per rubare l’asciugamano che i portieri tengono solitamente appese alla rete o vicino al palo.

Il motivo? In primis per creare un disagio generale al portiere stesso, in secondo luogo si parla di magia e riti voodoo, ma soprattutto perché ieri – durante la finale – pioveva fortissimo ed Edouard Mendy, portiere del Senegal, usava spesso l’asciugamano per tenere asciutti i guanti o il pallone, per avere più aderenza sui tiri o sui cross. Obiettivo che a un certo punto del match i giovani raccattapalle hanno preso sul serio, al punto che Yehvan Diouf – secondo portiere della nazionale senegalese, zero minuti in Coppa d’Africa – è diventato un bodyguard improvvisato.

Il secondo portiere senegalese è andato dietro la porta difesa da Mendy per proteggere l’asciugamano ed evitare che i raccattapalle o gli avversari (sì, perché anche Hakimi e Aguerd a un certo punto hanno lanciato il telo del portiere oltre i cartelloni pubblicitari) disturbassero in questo modo il compagno di squadra. E nonostante ciò i giovani ragazzi dietro la porta non hanno mollato, tanto da provare a scippare l’asciugamano dalle mani di Diouf, arrivando anche al contatto fisico. Ma non solo: in un video diventato virale sul web si vede Saibari – calciatore del Marocco – ostacolare Diouf mentre lo passa a Mendy.

Già in semifinale contro la Nigeria erano spariti tre asciugamani del portiere nigeriano. Oltre al discorso pioggia, c’è appunto anche quello della scaramanzia: c’è chi addirittura sostiene che Mendy avesse scritto appunti sui rigoristi sull’asciugamano. I portieri ricorrono spesso a metodi alternativi per appuntarsi note sui rigoristi, ma magari sui parastinchi o sulle borracce. Meno comune la “stampa” su un asciugamano. E quindi l’eroe nascosto della finale farsa tra Marocco e Senegal è diventato Yehvan Diouf, secondo portiere del Senegal che ha lottato con i denti contro i raccattapalle. A fine partita si è anche concesso un selfie con la coppa e appunto l’asciugamanodifeso“.

Une scène invraisemblable, le joueur du Maroc, Ismael Saibari, essaie de voler la serviette du gardien sénégalais Mendy, heureusement qu’il y’avait un joueur du Sénégal pour la garder ! Ils ont tout fait et ils ont échoué. Bravo Sénégal ???????? ❤️ pic.twitter.com/pYq8Dtm0id

— FARID BOUSSALEM (@faridmca1921) January 18, 2026

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“Tav Torino-Lione: costi raddoppiati, pronta non prima del 2033”: il report Corte dei Conti UE

19 Gennaio 2026 ore 18:51

Costi più che raddoppiati (+127%) rispetto alla proiezione iniziale e lievitati del 23% negli ultimi sei anni sotto il peso della pandemia, dell’invasione russa dell’Ucraina ed alcuni problemi tecnici. La Corte dei conti europea bolla il collegamento ferroviario Torino-Lione come il maggiore responsabile dell’aumento dei costi per il completamento delle infrastrutture-faro della rete transeuropea dei trasporti (Ten-T) insieme alla Rail Baltica, “regina” indiscussa dei rincari con costi iniziali quadruplicati e un aumento del 160% dal 2020.

Non solo: la relazione sottolinea che il completamento delle opere entro il termine del 2030 non è più “improbabile”, come messo nero su bianco nell’anno dell’inizio della pandemia, ma è semplicemente “impossibile” a causa di crisi impreviste, aumenti dei costi e ulteriori ritardi nell’attuazione dei progetti. In ritardo medio di 11 anni rispetto ai piani iniziali, ora arriva a 17 anni per i cinque megaprogetti di cui sono disponibili informazioni.

Sul versante italiano l’inaugurazione del collegamento Torino-Lione è adesso prevista per il 2033, contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020: un ritardo di 18 anni rispetto alle stime iniziali. Inoltre, la data più ottimistica per l’apertura della galleria di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40% rispetto alle stime iniziali, è ora il 2032, anziché il 2016 o il 2028 come previsto in precedenza: un ritardo di 16 anni, sottolineano gli auditor.

Pur riconoscendo che dal 2020 gli otto megaprogetti in questione – oltre al miliardo di euro di valore – abbiano dovuto affrontare nuove sfide economiche e geopolitiche, gli auditor della Corte sottolineano che l’aumento del costo reale oggi ammonta a un +82% contro al +47% registrato nel 2020. “Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto”, scrivono gli autori del rapporto.

Oltre alla Tav Torino-Lione, infatti, anche la linea Y basca, che avrebbe dovuto essere operativa entro il 2010 stando al calendario iniziale ed entro il 2023 secondo l’aggiornamento del 2020, dovrebbe ora essere pronta entro il 2030 secondo le stime più ottimistiche, anche se i promotori del progetto considerano il 2035 un termine più realistico, rileva la Corte dei conti europea. Il canale Senna-Nord Europa, i cui costi sono complessivamente triplicati dall’inizio dei lavori, avrebbe dovuto essere operativo nel 2010, data poi posticipata al 2028 e successivamente al 2032, che è ora considerata la più plausibile.

Gli otto megaprogetti analizzati dal rapporto di aggiornamento hanno ricevuto nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9 miliardi di euro rispetto al 2020, portando l’importo totale dei finanziamenti Ue a 15,3 miliardi di euro. E nonostante tutte queste problematiche, la Commissione europea si è avvalsa solo una volta, “e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi (ovvero l’articolo 56 del regolamento Ten-T del 2013)”, rilevano.

La Corte dei conti spiega di attendersi che la recente modifica del regolamento possa rafforzare il ruolo dell’esecutivo Ue e accrescerne i poteri in termini di controllo sul completamento della rete, fermo restando che queste misure interesseranno principalmente i megaprogetti futuri. Infine, gli auditor segnalano come l’impatto che questa modifica avrà sui prossimi progetti infrastrutturali “dipenderà in ultima istanza dall’attuazione e dal rispetto effettivi degli strumenti giuridici da parte dei Paesi dell’Ue”.

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L’Fmi alza le stime di crescita globali 2026 ma taglia quella dell’Italia. Che torna ultima in Ue per aumento del pil

19 Gennaio 2026 ore 18:47

L’economia mondiale supera senza crolli l’anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e di un aumento senza precedenti del livello medio dei dazi. Ma l’equilibrio è instabile. Nell’aggiornamento di gennaio del World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo la crescita globale attesa per il 2026 al 3,3%, due decimi in più rispetto alle stime di ottobre, e prevede nel 2027 un rallentamento solo marginale al 3,2%. Ma mentre Stati Uniti, Spagna, Germania e Francia incassano revisioni positive, l’Italia è l’unico grande Paese dell’Unione europea a vedere una correzione al ribasso. Brutto colpo per la premier Giorgia Meloni, che ha annunciato che il tema della crescita, insieme a quello della sicurezza, è il suo “grande focus di quest’anno”.

Secondo il Fondo, dopo il +0,5% del 2025 quest’anno – l’ultimo con il Pnrr in corso d’opera – il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,7%, un decimo in meno rispetto alla previsione di ottobre e alla stima della Commissione Ue, che già vedeva l’Italia tornare fanalino di coda nell’Unione. Per il 2027 arriva invece un lieve ritocco al rialzo a +0,7%. Crescita quasi al palo, insomma, in un contesto europeo che pur restando debole rispetto agli Stati Uniti mostra segnali di recupero più diffusi.

L’Eurozona vede infatti la crescita 2026 salire all’1,3% (+0,1%), la Germania all’1,1%, la Francia all’1% e la Spagna al 2,3% (+0,3%), quest’ultima con la revisione più consistente. Alla base della revisione positiva a livello globale c’è soprattutto il boom degli investimenti tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Un fattore che, secondo il Fondo, sta compensando l’impatto negativo dello choc commerciale e dell’incertezza legata ai dazi. Il contributo maggiore arriva da Nord America e Asia, dove l’adozione dell’IA sta sostenendo produttività, mercati finanziari e fiducia delle imprese. Per gli Stati Uniti la crescita 2026 viene rivista al 2,4%, tre decimi in più rispetto alle stime precedenti, mentre la Cina sale al 4,5%.

Il capo economista del Fondo, Pierre‑Olivier Gourinchas, ha però messo in guardia da una lettura troppo ottimistica: la resilienza dell’economia globale è trainata in gran parte da pochi settori, e questo aumenta le vulnerabilità in caso di choc. Non solo: lo scenario centrale del Fondo si basa sull’ipotesi che le tariffe restino ai livelli attuali. Nelle proiezioni, la tariffa effettiva stimata per gli Stati Uniti verso il resto del mondo è attorno al 18,5% e viene assunta come stabile. Ma un’eventuale escalation commerciale cambierebbe le carte in tavola. La volatilità dei dazi tende a frenare investimenti e consumi, alimentando incertezza e risparmio precauzionale. Se le tensioni dovessero intensificarsi, l’impatto sulla crescita potrebbe diventare significativo già nel 2026. In questo quadro, pur senza fornire “raccomandazioni su quali dovrebbero essere le misure di politica commerciale” dopo la minaccia Usa di nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sostengono la Groenlandia il capo economista del Fmi ha invitato “tutte le parti a cercare una soluzione che mantenga aperto il sistema commerciale, che garantisca regole stabili e prevedibili e che consenta alle imprese di prendere decisioni in materia di investimenti e catena di approvvigionamento con un certo grado di certezza”.

A sostenere il quadro macro contribuisce invece il fronte energetico. Secondo il Fondo, l’offerta di petrolio resta ampia e questo sta spingendo i prezzi al ribasso, con effetti disinflazionistici attesi anche nel 2026. Ma o rischi geopolitici sono rilevanti: eventuali interruzioni delle esportazioni iraniane – pari a circa l’1,5% dei consumi mondiali – o nuove tensioni in Medio Oriente potrebbero rapidamente invertire la tendenza, riaccendendo pressioni sui prezzi dell’energia.

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Tre cardinali statunitensi contro Donald Trump e la politica estera Usa: “Si incoraggiano politiche distruttive”

19 Gennaio 2026 ore 18:39

“Il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta è ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive“. È l’affondo di tre cardinali statunitensi che, in un’insolita dichiarazione congiunta, criticano apertamente la politica estera aggressiva del presidente Donald Trump. La dichiarazione – rilanciata dai media Vaticani Osservatore Romano e Vatican News – è sottoscritta dall’arcivescovo di Chicago, Blase Joseph Cupich, dall’arcivescovo di Washington, Robert McElroy, e da quello di Newark, Joseph William Tobin. Prende spunto dal fatto che, nel nuovo anno “gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e acceso sulla base morale delle azioni dell’America nel mondo dalla fine della Guerra Fredda” citando anche “gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia“, che “hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace“.

In questo senso, i tre porporati sottolineano come “il bilanciamento tra interesse nazionale e bene comune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati”. Di più, “il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel sostenere la libertà religiosa è sotto esame – proseguono – e la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità, viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”. Nel testo i tre cardinali valutano l’azione internazionale degli Stati Uniti alla luce dei principi espressi da Papa Leone XIV nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio scorso. In particolare, viene citato il passaggio in cui il Pontefice afferma che “la debolezza del multilateralismo è motivo di particolare preoccupazione” e che “una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza, da parte di individui o gruppi di alleati” perché “la guerra è tornata di moda e si sta diffondendo lo zelo bellico”.

Cupich, McElroy e Tobin ritengono le parole del Pontefice “una base veramente morale per le relazioni internazionali” e “una bussola etica duratura per stabilire il percorso della politica estera americana nei prossimi anni”. In linea con le parole di Papa Prevost, i tre cardinali sottolineano poi “la necessità di un aiuto internazionale per salvaguardare gli elementi più centrali della dignità umana, che sono sotto attacco a causa del movimento delle nazioni ricche di ridurre o eliminare i loro contributi ai programmi di assistenza umanitaria all’estero“. Perché, ribadiscono, “come pastori e cittadini, abbracciamo questa visione per l’instaurazione di una politica estera genuinamente morale per la nostra nazione”.

Da qui l’appello conclusivo dei tre cardinali. “Cerchiamo di costruire una pace veramente giusta e duratura, quella pace che Gesù ha proclamato nel Vangelo. Rinunciamo alla guerra come strumento per interessi nazionali miopi e proclamiamo che l’azione militare deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come strumento normale della politica nazionale. Cerchiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e il miglioramento della dignità umana in tutto il mondo, specialmente attraverso l’assistenza economica“. Ad oggi, concludono, “il dibattito della nostra nazione sul fondamento morale della politica americana è afflitto da polarizzazione, faziosità e interessi economici e sociali ristretti”. Al contrario, “Papa Leone ci ha fornito il prisma attraverso il quale elevarlo a un livello molto più alto. Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e promuoveremo affinché tale livello più alto diventi possibile”, concludono.

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È morto Valentino, l’addio di Meloni: “Maestro di stile e di eleganza, l’Italia perde una leggenda”. Mattarella: “Il mondo della moda gli deve grandi intuizioni e splendide creazioni”

19 Gennaio 2026 ore 18:24

“Con la scomparsa di Valentino l’Italia perde uno stilista di successo, capace di guardare oltre le tendenze e le convenzioni. Il mondo della moda gli deve grandi intuizioni e splendide creazioni. Esprimo ai suoi familiari e ai collaboratori cordoglio e vicinanza”. È con queste parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio a Valentino Garavani, aprendo il coro di reazioni alla morte dello stilista, scomparso oggi a Roma a 93 anni. Il cordoglio è unanime da parte delle Istituzioni: “Valentino, maestro indiscusso di stile ed eleganza e simbolo eterno dell’alta moda italiana. Oggi l’Italia perde una leggenda, ma la sua eredità continuerà a ispirare generazioni. Grazie di tutto”, ha scritto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social. A lei fa eco il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani: “Ci ha lasciato un’icona del Made in Italy, che ha reso il nostro Paese un’eccellenza mondiale e la cui visione e la creatività hanno illuminato le sfilate in tutte le città”. E ancora: “Il suo talento ha portato il Made in Italy sulle passerelle internazionali, rendendolo simbolo di stile, creatività e prestigio”, ha aggiunto. “Maestro di eleganza, simbolo del genio italiano conosciuto in tutto il mondo. Il nostro Paese perde un protagonista assoluto dello stile e della creatività, inimitabile e insostituibile. Una preghiera”, così invece su Facebook il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini.

Alla notizia della scomparsa del fondatore della maison Valentino sono arrivate numerose dichiarazioni dal mondo politico e culturale, che ne hanno sottolineato il ruolo centrale nella costruzione dell’immagine del Made in Italy nel mondo: “Valentino Garavani ha contribuito a rendere grande la creatività italiana nel mondo, interpretando, con il suo lavoro, l’eleganza e la cultura del nostro Paese in modo unico e irripetibile”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. “Se ne va una vera leggenda, la storia del nostro stile e dell’eccellenza italiana che ha conquistato il mondo. Ciao Valentino”, le parole del presidente del M5S Giuseppe Conte.“Oggi diciamo addio a Valentino Garavani, maestro assoluto di eleganza e visione, che ha reso la moda un linguaggio senza tempo”, hanno scritto gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione Cultura. Le sue creazioni, aggiungono, “resteranno come testimonianza di grazia, rigore e arte”.

Parole di cordoglio anche da Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, che sui social ha definito la scomparsa di Garavani “una grave perdita per l’Italia e per la moda internazionale”. Quindi Alessandro Onorato, Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale: “La città di Roma piange un genio assoluto che ha contribuito in maniera decisiva a rendere la nostra città iconica nel mondo della moda”, ha detto ricordando anche l’impegno più recente dello stilista insieme a Giancarlo Giammetti: “Con Giancarlo Giammetti da poco ha regalato alla nostra città l’ennesimo atto d’amore, con la Fondazione PM23 che sta permettendo a Roma di avere appuntamenti artistici e culturali unici nel panorama internazionale”.

Dal mondo dello spettacolo è arrivato il messaggio di Simona Ventura, che ha voluto ricordare non solo lo stilista ma anche il sodalizio con Giancarlo Giammetti. “Mi mancherai immenso Valentino. Un grande abbraccio va anche al tuo socio e compagno di sempre, Giancarlo Giammetti. Siete stati LA MODA, quella vera che ci faceva sognare. Una grande tristezza”, ha scritto la conduttrice.

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Referendum, l’appello agli studenti del procuratore di Palermo: “Appuntamento importante anche per neo diciottenni”

19 Gennaio 2026 ore 18:23

Un appello al voto ai diciottenni per il referendum sulla separazione delle carriere. È quello lanciato da Maurizio de Lucia, il procuratore capo di Palermo che si è rivolto agli alunni dei licei Cassarà e Cannizzaro di Palermo, Impastato di Partinico e Palmeri di Termini Imerese. “Il referendum è un appuntamento importante che riguarda anche tanti giovani, tanti neo diciottenni. Non so quanti di voi ne abbiano sentito parlare però è importante comunque la partecipazione attiva. Parliamo di un referendum, visto che abbiamo citato la Costituzione, che è un momento importante perché è proprio l’appello al popolo per decidere se il parlamento – in questo caso se il governo – ha fatto bene o no a modificare un pezzo di Costituzione“, ha detto il capo dell’ufficio inquirente siciliano durante il convegno dal titolo “Il pensiero e l’impegno di Paolo Borsellino e Rocco Chinnici per le giovani generazioni”, organizzato dalla giunta dell’Anm di Palermo nel giorno del compleanno dei due magistrati uccisi dalla mafia. De Lucia non ha dato indicazioni di voto: “Io non voglio dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato in questa sede, però una cosa è certamente giusta che se non andate a votare altri decideranno per voi. Vi dico: questo è un diritto che vi è stato concesso e lo dovete sfruttare”. Poi ha aggiunto: “La seconda cosa è che non si deve andare mai a votare con la pancia, quindi ci sono due mesi per ragionare e formarsi una propria coscienza e andare a votare nel modo che voi ritenete più corretto”.

Il procuratore capo ha aggiunto: “Oggi certamente, non mi sentirei di dire, e ci mancherebbe altro, che la magistratura è una struttura corrotta. La magistratura è una struttura sana in cui si possono individuare dei soggetti che deviano dal percorso, ma quando succede nella magistratura questi soggetti vengono individuati, processati e condannati. In altri casi, in altri sistemi in altre categorie non sempre succede”. Rispondendo a una studentessa che gli ha chiesto se oggi può esistere la magistratura corrotta, come è accaduto in passato, de Lucia replica: “Non direi che la magistratura in passato è stata corrotta e non è più corrotta oggi. Dico, però, che alcuni non hanno seguito il percorso che dovevano seguire allora e, probabilmente, anche oggi c’è qualcuno che non segue il percorso che deve seguire. Oggi, però, le cose sono diverse perché è diverso il sistema, proprio grazie al sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fu istituito un sistema di investigazione giudiziaria nei confronti della mafia che sono: la Direzione distrettuale antimafia e la Direzione nazionale antimafia, che consente di mettere insieme le cose. Per cui anche se c’è qualcuno che rallenta, e spesso c’è qualcuno che rallenta, questo qualcuno si può mettere fuori dalla strada”.

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È morto Valentino Garavani, lo stilista aveva 93 anni. L’annuncio: “Si è spento nella serenità della sua residenza romana, venerdì i funerali”

19 Gennaio 2026 ore 18:14

Valentino Garavani è morto oggi a Roma. Aveva 93 anni. Lo ha comunicato la Fondazione Valentino Garavani insieme a Giancarlo Giammetti, il compagno e braccio destro di tutta la vita, spiegando che lo stilista “si è spento oggi nella serenità della sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari”. Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Garavani è stato il fondatore della maison che porta il suo nome ed è considerato uno dei principali protagonisti della moda italiana nel mondo. Nel corso di una carriera durata oltre settant’anni, ha costruito un linguaggio stilistico riconoscibile, diventando un punto di riferimento dell’alta moda internazionale.

La Fondazione ha reso note anche le modalità delle esequie. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in Piazza Mignanelli 23 a Roma, nelle giornate di mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. Il funerale si terrà venerdì 23 gennaio alle ore 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza della Repubblica.

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Testimonianza di un combattente cubano che ha difeso il presidente Maduro

19 Gennaio 2026 ore 18:54

di Ignacio Ramonet

Al momento dell’attacco, Yohandris Varona Torres prestava servizio da due mesi e sei giorni come membro della sicurezza personale in Venezuela, l’esperienza più intensa che avesse mai vissuto in ventitré anni di servizio militare, la sua prima missione internazionalista.

Ma quel sabato, 3 gennaio, fu fatale. A mezzanotte, assunse il suo posto per un turno di guardia di sei ore. Tutto era tranquillo, ma Yohandri sa che il pericolo più grande è la fiducia.

Erano quasi le due del mattino quando vide il primo elicottero del commando statunitense atterrare a Caracas per rapire il presidente Nicolás Maduro.

Ebbe appena il tempo di uscire dalla garitta, ripararsi a pochi metri di distanza e iniziare a sparare. Fu questa decisione, o forse un colpo di fortuna, a salvargli la vita. Come se avessero seguito una strategia meticolosamente pianificata, gli aggressori puntarono il fuoco contro la garitta dove si trovava solo pochi secondi prima.

” La loro potenza di fuoco era di gran lunga superiore alla nostra. Avevamo solo armi leggere. Un altro aspetto che giocava a loro favore era che sembravano sapere dove si trovava ogni cosa. Sparavano ai posti di guardia e agli avamposti, ai dormitori dove eravamo noi cubani, e riuscirono a uccidere per primi i leader .”

Delta Forces USA sul Venezuela

Nonostante i suoi ventitré anni di esperienza nella sicurezza personale, questo primo sottufficiale non aveva mai sperimentato nulla di simile. Ma l’addestramento ricevuto gli permise di sapere cosa fare e, quella notte, svuotò un caricatore dopo l’altro contro il nemico.

” Dovevamo sparare e sparare. Difenderci e uccidere “, aggiunge. ” Combattevamo contro aerei ed elicotteri che ci mitragliavano. Anche se il nostro armamento era di gran lunga inferiore, non smettevamo di combattere, continuavamo ad affrontarli. Avevo ricevuto addestramento, sapevo come combattere, ma loro erano superiori a noi. In quel momento, il mio unico pensiero era combattere “.

” Nonostante il loro vantaggio in termini di potenza di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quanto ammettano. Abbiamo combattuto duramente. Abbiamo continuato a sparare finché non siamo rimasti quasi tutti a terra, uccisi o feriti .”

Non è stata una lotta facile o veloce, come inizialmente Trump e i suoi compari cercarono di far credere. Con il passare dei giorni, divenne chiaro che solo la morte e la mancanza di munizioni avrebbero potuto estinguere la resistenza cubana. Yohandri ricorda tutto con terribile chiarezza. I suoi occhi sembrano rivedere le immagini una per una. Piange. Piange di rabbia.

Non potrà mai dimenticare questo scontro, ha detto, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti del gruppo hanno dovuto trasportare i corpi dei loro compagni uccisi.

” Li abbiamo trasportati in un edificio che era stato danneggiato, ma che ci ha permesso di proteggerli. È stato molto difficile, perché si trattava di uomini che conoscevamo, con i quali avevamo vissuto solo poche ore prima. Li abbiamo trasportati tutti, senza lasciare indietro nessuno .”

” Quando le bombe cominciano a cadere, l’unica cosa a cui pensi è combattere. Noi eravamo lì per quello, ed è quello che abbiamo fatto. Tutto ciò che mi resta è il dolore di non poterle fermare. E quel dolore – disse, battendosi il petto – devo liberarmi vendicandomi del nemico .”

fonte: Ignacio Ramonet 

Traduzione: Gerard Trousson

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Emerge il Piano di USA e Israele per lo smembramento dell’Iran

19 Gennaio 2026 ore 18:39

di Luciano Lago

Chiunque abbia analizzato la storia e la situazione geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia Occidentale sa bene che il progetto originario di Israele è sempre stato quello dell’espansione dei territori occupati dallo stato sionista  e della balcanizazzione dei paesi arabi vicini. Il progetto della Grande Israele era diretto alla supremazia militare di Israele sul mondo arabo circostante, indebolito dalle sue rivalità etniche e religiose, opportunamente alimentate.

 Anche le guerre americane condotte nella regione, in particolare quella dell’Iraq e della Siria, hanno sempre avuto una ispirazione di Tel Aviv e il sostegno della potente lobby operante a Washington.

Ultimamente Il Wall Street Journal  (  WSJ ), di proprietà del novantenne australiano Rupert Murdoch, ha esteso questo progetto al più temuto ed ostile paese della regione: l’Iran. Non a caso è comparso sul suo giornale un inquietante articolo che fa leva sulla balcanizzazione dell’Iran come prospettiva di fondo da perseguire nell’interesse di Israele e dell’occidente.

 “Un Iran fratturato potrebbe non essere così male (sic)”, con il sottotitolo “I suoi confini sono artificiali e la separazione frustrerebbe gli interessi di Russia, Cina e altri” , scrive l’analista   Melik Kaylan (MK),  che  incautamente prospetta una soluzione geopoltica  per la crisi iraniana che sembrerebbe appositamente studiata dall’intelligence sionista.

L’analisi fatta dal ML, che risulta essere un giornalista e analista geopolitico ben introdotto nei principali media del sistema . Lo stesso Kaylan è coautore di due libri sulla nuova Guerra Fredda e sull’Asse Russia-Cina. Ha scritto da zone di guerra per, tra gli altri, per Newsweek, Politico, Forbes.com e il Wall Street Journal, dove ha trattato anche di cultura nelle aree di conflitto.

Nella sua analisi sull’Iran Kaylan interpreta in modo osceno il ruolo dell’araldo di Netanyahu in un articolo in stile propagandistico che prospetta la soluzione di un Iran balcanizzato e frammentato in ottemperanza ai desiderata di Israele, se pur eventualmente adornato con la bandiera monarchica dei Pahlavi.

Netanyahu vuole lo smembramento dell’Iran

Il WSJ  si guarda bene dall’informare che il  MK è un soggetto che, nel suo percorso professionale, è stato indottrinato all’Università di Cambridge, famosa per essere un centro di reclutamento di spie.

Non deve sorprendere che la “balcanizzazione dell’Iran” sia la soluzione progettata dalla lobby sionista per risolvere il problema della sicurezza di Israele e che questa venga suggerita e prospettata dagli autorevoli organi mediatici che fanno capo alla stessa lobby. Era accaduto nello stesso modo per il il piano della “grande Israele” che oggi viene riconosciuto e rivendicato dagli esponenti del governo israeliano nel giustificare le occupazioni di territori dalla Cisgiordania alla Siria, al Libano e che adesso si spinge fino al Somaliland.

La secessione delle regioni iraniane dove sono presenti minoranze etniche come gli azeri, i curdi, turkmeni, arabi e beluci è il sogno di Netanyahu e soci che si sono dedicati con molta determinazione a trovare sistemi di sobillazione interna della  popolazione iraniana. Essenziale il ruolo delle cellule del Mossad che si sono infiltrate nei disordini accaduti ultimamente in Iran per gettare benzina sul fuoco della protesta e utilizzare armi per uccidere polizia, forze di sicurezza e incendiare edifici pubblici, autobus e veicoli dei viglili del fuoco.

Chiunque abbia studiato la composizione etnico geografica dell’Iran sa bene quanto sia vulnerabile tale realtà del paese ,  che presenta sette instabili confini terrestri: l’Iraq a ovest, quattro a nord-ovest (Turchia, Azerbaigian, Armenia e Turkmenistan), l’Afghanistan a est e il Pakistan a sud-est, oltre al Mar Caspio, che condivide con Russia e Kazakistan, e all’infuocato Golfo Persico, sede di sei petro-monarchie arabe: Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman.

Sembra improbabile che la Russia possa assistere inerte ad una decomposizione dell’Iran, fatta nell’interesse di Israele e dell’occidente, per disarmare e rendere inoffensivo un partner strategico di Mosca e Pechino che, tra l’altro, con la Russia condivide la posizione sul Mar Caspio.

Disponibile da subito per il nuovo Iran balcanizzato, il figlio dello Scià, il fantoccio degli USA, il quale  ha già annunciato, come primo provvedimento,  il riconoscimento ufficiale di Israele, paese genocida.

Le centrali di destabilizzazione occidentali sfrutterebbero a proprio vantaggio le conseguenze della secessione curda, che danneggerebbe la Turchia; la secessione degli azeri, che avvantaggerebbe l’Azerbaijan e, non si può ignorare la più pericolosa di tutte, quella dei Beluci, che danneggerebbe il Pakistan, l’unico paese islamico dotato di 170 bombe nucleari, alleato oggi della Turchia e dell’Arabia Saudita.

Le conseguenze di un attacco all’Iran e di un cambio di regime sarebbero incalcolabili ed avrebbero un enorme impatto sui corridoi di trasporto terrestri aperti dalla Cina e dalla Russia e sulle rotte commerciali e sugli oleodotti che collegano l’Asia centrale con l’Occidente. Senza parlare dei grandi investimenti fatti dalla Cina in Iran nelle infrastrutture petrolifere e portuali che certamente non si rassegnerebbe a perdere per effetto di un colpo di mano degli USA e Israele. Si tratta quindi di una battaglia geopolitica e strategica che coivolge gli equilibri di un mondo multipolare che confliggono con gli interessi delle grandi superpotenze emergenti.

Per quanto siano propensi i propagandisti delle centrali globaliste USA e Israele a dipingere come un “interesse per la pace”, la prospettiva di un Iran balcanizzato e frammentato, questo sarebbe al contrario il detonatore di un conflitto mondiale che avrebbe effetti nefasti in tutto il mondo.

La docente italo-iraniana Farian Sabahi al Fattoquotidiano.it: “Ho ricevuto minacce dai sostenitori di Usa-Israele e del figlio dello Scià” “

19 Gennaio 2026 ore 17:48
“Sono arrivate minacce a me e ai negozianti iraniani in Italia, in cui viene intimato di esporre la bandiera monarchica e la bandiera di Israele. Minacciano di distruggere le vetrine”. Lo ha denunciato scrittrice italo-iraniana e professoressa di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, Farian Sabahi, durante una diretta Youtube con il direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez dedicata a ciò che sta accadendo in Iran, le manifestazioni contro il Repubblica islamica e la repressione del regime. Un’intervista in cui si è parlato anche delle mobilitazioni organizzate in Italia. La docente ha raccontato di essere bersaglio, insieme ad altri iraniani in Italia, di messaggi intimidatori mandati da attivisti europei. Un episodio non nuovo: già nel 2022 aveva presentato una denuncia alla polizia postale per aver ricevuto minacce di morte. “Il problema – spiega – è che c’è una anche una frangia violenta tra gli attivisti e le attiviste che sono in Italia. Nel momento in cui qualcuno di noi sostiene delle posizioni contro il figlio dell’ultimo scià iraniano Reza Pahlavi o contro il bombardamento israelo-americano viene preso di mira. Questo ha ben poco a che fare con il rispetto delle opinioni altrui”.

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Ducati svela la nuova moto di Bagnaia e Marquez: doppia banda bianca per i 100 anni dalla fondazione | Foto

19 Gennaio 2026 ore 17:30

Sono state svelate oggi, 19 gennaio, le Desmosedici GP della Ducati con cui Marc Márquez e Francesco Bagnaia esordiranno al GP della Thailandia il prossimo 1° marzo e correranno per l’intera stagione 2026. Per celebrare i cento anni dalla fondazione di Ducati, la moto sarà di colore rosso opaco con doppia banda bianca sulla carena della Desmosedici GP, un design che rimanda al 2007 e al titolo mondiale conquistato da Casey Stoner.

A guidarla ci saranno anche il campione del Mondo Marc Márquez e Francesco Pecco Bagnaia, in cerca di riscatto dopo una stagione deludente. L’altra particolarità sarà il rosso scuro, come quello delle origini: dal rosso della Ducati 60 del 1949, prima moto completa che segnò l’esordio della Ducati tra i costruttori motociclistici, a quello della Gran Sport “Marianna” del 1955, la prima Ducati concepita per correre. Particolarità anche sui numeri: Marquez manterrà il 93 (come sempre ha rinunciato al numero 1) di colore rosso, mentre Bagnaia – non solo avrà un font diverso dal compagno – ma avrà il suo 63 in bianco.

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“Mi lascio alle spalle un anno impegnativo, ma che ha lasciato tanti insegnamenti e fatto crescere ancora di più la mia voglia di tornare in pista il prima possibile con la nuova Desmosedici GP”, ha dichiarato Bagnaia. “La stagione 2026 avrà un valore particolare: una nuova opportunità per dimostrare tutto il nostro potenziale nell’anno di celebrazione del centenario di Ducati e con una livrea davvero d’impatto”, ha concluso il pilota italiano.

Una stagione 2026 all’insegna del numero 100 e non solo per il centenario: con le 13 vittorie del 2025, infatti, Ducati è arrivata a 99 trionfi in MotoGP e la prima vittoria della nuova stagione sarà proprio la prima a tre cifre, la numero 100. La scuderia di Borgo Panigale punta a riconfermarsi campione del mondo costruttori (sarebbe il settimo consecutivo) e campione del mondo piloti dopo il trionfo di Marquez.

“Riconfermarsi sarà ancora più difficile ma abbiamo dalla nostra la possibilità di sfruttare al massimo il pacchetto della Desmosedici GP che è il più competitivo e affidabile“, ha invece dichiarato Marc Marquez. “Riprendere confidenza alla guida dopo l’infortunio è il primo obiettivo, poi dare spettacolo in pista con il Ducati Lenovo Team di cui cercherò di onorare i colori al massimo delle mie possibilità anche quest’anno”, ha concluso il pilota campione del mondo.

“Con Marc e Pecco abbiamo due campioni straordinari, animati da motivazioni e obiettivi fortissimi, pronti a cercare nuove conferme e risposte importanti – ha spiegato Claudio Domenicali, Ceo Ducati Moto Holding -. Al loro fianco c’è la Desmosedici GP, una moto nata da un’evoluzione continua e da scelte tecniche mirate, che rappresenta il massimo della nostra visione tecnologica e che, in questo anno speciale, abbiamo reso ancora più iconica vestendola di un rosso che richiama la nostra storia”.

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Più armi e “molta cattiveria” contro il corpo di Federica Torzullo. Carlomagno ha tentato di fare a pezzi e bruciare il corpo

19 Gennaio 2026 ore 17:24

Si è trattato di un “delitto messo in atto con molta cattiveria e dolo d’impeto”. Sono le parole del procuratore di Civitavecchia, Alberto Liguori, il giorno dopo il fermo di Claudio Carlomagno, il marito della vittima, fermato con l’accusa di omicidio aggravato dalla relazione affettiva e occultamento di cadavere. L’interrogatorio, avvenuto oggi, ha visto l’indagato avvalersi della facoltà di non rispondere. “La sua voce non l’abbiamo sentita”, ha dichiarato il procuratore che ha aggiunto: “Sui sentimenti non mi pronuncio, si tratta di una scelta difensiva rispettabilissima.” Quello che è certo, come si evince dalla lettura del decreto di fermo, è che l’uomo abbia ucciso la moglie, ha tentato di fare a pezzi il cadavere e quindi di bruciare i resti. Un’azione per ”ostacolarne il riconoscimento”.

Le tracce di sangue

“Tanto l’ispezione dell’abitazione coniugale, della sua autovettura, del deposito della Carlomagno s.r.l. e dei mezzi aziendali, hanno evidenziato la presenza di tracce ematiche latenti” si legge nel decreto. Tracce di sangue sono state trovate anche “sui suoi abiti da lavoro, rinvenuti all’interno di una asciugatrice, segno del fatto che erano stati lavati. Inoltre, è del tutto verosimile ritenere che sia stato l’indagato ad utilizzare il cellulare di Federica dopo averla uccisa proprio al fine di dissimulare l’azione criminosa”. Infine, ”nello stesso quadro si inserisce l’occultamento delle spoglie della vittima, nonché l’azione di fiamma ed il tentativo di depezzamento (risultanti dal primo accertamento esterno effettuato), volti ad ostacolare il riconoscimento. Tutti questi elementi, letti congiuntamente offrono la rappresentazione inequivoca del tentativo dell’indagato di celare l’azione criminosa”.

L’indagato secondo gli inquirenti stava per fuggire: “La dissimulazione della propria condotta, il contegno non collaborativo, il difficile contesto territoriale, consentono ragionevolmente di ritenere che un soggetto ormai privo di legami affettivi e professionali e deradicalizzato dal suo contesto abitativo, raggiunto dalla notizia del ritrovamento del corpo della vittima, sia in procinto di darsi alla fuga” scrive il pm Gianluca Pignotti, titolare dell’inchiesta insieme al procuratore Alberto Liguori. “D’altra parte, la gravità dei fatti commessi” e le azioni compiute ”al fine di dissimulare le proprie condotte – sottolineano gli inquirenti – evidenziano la capacità di organizzarsi e, quindi potenzialmente anche la capacità di mettere in essere quanto utile a rendere effettiva la latitanza”.

Il procuratore: “Arma bianca e altri strumenti”

Liguori ha parlato con preoccupazione della natura del crimine: “Sono passati appena otto giorni dal fatto, ogni ipotesi è prematura ma in astratto è assolutamente qualificabile come femminicidio“. Sull’arma del delitto il magistrato ha spiegato che “potrebbe essere un’arma bianca”, ma ha anche aggiunto che “non solo” quella: “C’è stato l’utilizzo di altri strumenti”. La violenza con cui è stato compiuto l’omicidio lascia pochi dubbi sul carattere brutale del delitto.

Sull’autopsia e le analisi scientifiche, Liguori ha spiegato: “Abbiamo dato mandato per gli accertamenti sulle tracce biologiche ed ematiche per capire il Dna e la referibilità all’indagato o a terzi.” Gli inquirenti sono ancora alla ricerca dell’arma del delitto, e stanno approfondendo le circostanze dell’omicidio, anche per verificare se ci siano state “circostanze premeditate”. “Sono circostanze che devono essere accertate”. La sua attenzione si concentra ora sulle modalità precise con cui è stato commesso l’omicidio, e sulla “premeditazione” del crimine, che potrà essere chiarita solo dopo il completamento delle indagini. Intanto è emerso che l’uomo abbia tentato di depistare le indagini dopo aver denunciato la scomparsa della donna il 9 gennaio.

“Se si è trattato di un omicidio particolarmente violento? Assolutamente sì”, ha dichiarato il procuratore, confermando la violenza con cui è stato compiuto il crimine. Il corpo della vittima è stato trovato nell’area interna della ditta di movimento terra del marito, dove è stato occultato. Secondo Liguori, il corpo “non è facile da riconoscere” e presenta evidenti segni di aggressione, tra cui “colpi al volto e in altre parti del corpo“. L’indagine sulla morte di Federica Torzullo è dunque ancora in corso, ma le circostanze rendono sempre più probabile che si tratti di un omicidio con dolo d’impeto, come ha suggerito il procuratore: “Si è trattato di un delitto messo in atto con molta cattiveria e dolo d’impeto”.

L’autopsia, che inizierà domani pomeriggio, fornirà ulteriori dettagli vitali per comprendere le cause della morte. La procura sta anche considerando l’ipotesi di un complice, ma tutte queste “ipotesi di lavoro” attendono di essere verificate man mano che il “mosaico si completi”.

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Incendi, il Cile dichiara stato di calamità naturale: 50mila evacuati e almeno 19 morti. Gli Usa: “Aiuti in arrivo”

19 Gennaio 2026 ore 17:09

Il presidente cileno Gabriel Boric non ha avuto neanche il tempo di dichiarare lo stato di calamità naturale, ordinando l’evacuazione di 20mila persone che gli incendi nelle due regioni del sud del Paese hanno fatto salire questo numero ad almeno 50mila, mentre i morti sono almeno 19. Lo stato d’emergenza è stato predisposto nelle province di Nuble e Biobìo, situate a circa 500 km di distanza dalla capitale Santiago del Cile. Le fiamme – come si apprende da fonti locali – avrebbero interessato soprattutto i comuni di Penco e Lirquen. Qui vivono circa 60mila persone, e si teme che il conteggio delle vittime sia destinato a salire. Il fuoco ha bruciato migliaia di ettari di foresta e distrutto centinaia di case.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, ma il loro lavoro si è rivelato complesso a seguito delle forti raffiche di vento e del caldo torrido che dovrebbe resistere fino ad almeno lunedì 19. Gran parte del Cile, in cui al momento è estate, è in allerta per le temperature estreme che nelle regioni interessate sono arrivate fino a 38 gradi.

Non è la prima volta che il Paese fa i conti con gli incendi. La siccità – soprattutto nella parte meridionale – è un grave problema dello Stato della America Latina e dura ormai da diversi anni. Nel 2024 le fiamme nella costa centrale del Cile avevano causato la morte di almeno 130 persone. Quell’incendio rimane il secondo peggior disastro della storia cilena dopo il terremoto del 2010. La situazione dei soccorsi dovrebbe migliorare a seguito della dichiarazione d’emergenza di domenica, che dovrebbe portare un maggior coordinamento con l’esercito.

Gli incendi, secondo l’agenzia forestale nazionale, sono più di 20 e hanno distrutto, ad ora, almeno 8.500 ettari di terreno. Intanto gli Stati Uniti hanno annunciato, tramite il loro ambasciatore nella capitale sudamericana, l’invio di aiuti volti a migliorare e stabilizzare la situazione. L’ambasciatore Brandon Judd ha rimarcato l’urgenza della situazione comunicando che gli Usa stanno supportando il paese tramite “azioni concrete” utili a proteggere “le comunità, le vite e le risorse naturali”.

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“Ho il seno più grande del Regno Unito e non smetterà mai di crescere. Dopo aver aperto OnlyFans l’ho amato”: l’incredibile storia di Summer Robert

19 Gennaio 2026 ore 17:07

Oltre la sesta di reggiseno. Croce e delizia. È la storia della 28enne Summer Robert, ha raccontato al Daily Star di “avere il seno più grande del Regno Unito, essendo l’orgogliosa proprietaria di una coppa R”. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. L’ex direttrice di un ristorante, originaria di Glasgow, in Scozia, ha sempre avuto “un seno grande e continuerà a crescere”.

Summer soffre di una patologia chiamata Macromastia. Il termine medico indica un seno “anormalmente grande, che può portare a diverse complicazioni come dolori cronici a schiena, collo e spalle, mal di testa, solchi nelle spalline del reggiseno e difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane”.

“Per tutta la vita ho odiato il mio seno, ora ho imparato ad amarlo e lo gestisco meglio. Inoltre ho migliaia di follower su Instagram . ha affermato – Ho il seno più grande del Regno Unito. Ho una condizione chiamata Macromastia, che fa crescere il mio seno. È praticamente impossibile comprare reggiseni della mia taglia nel Regno Unito. Sarebbe più facile in America, ma è così difficile farlo qui. Non credo che il mio seno smetterà di crescere. Stavo pensando di ridurlo e il medico mi ha detto che non ha senso perché tornerà. Non impedirà loro di crescere“.

Summer ha ammesso che questa patologia può comportare dei problemi. Ha lavorato molto nei ristoranti e, prima di lanciarsi nella sua nuova carriera sui social come influencer, lavorava come manager. Sebbene amasse il lavoro, stare in piedi tutto il giorno le causava molto dolore. Infatti, una volta un medico le ha prescritto un corsetto speciale da indossare durante l’orario di lavoro per alleviare il mal di schiena.

E ancora: “Molte persone venivano a trovarmi per vedere il mio seno. In passato, lo sopportavo e basta. Alcuni uomini arrivavano sul mio posto di lavoro e non la smettevano di fare commenti. Dopo aver cercato di dissuaderli, alla fine sono corsa in cucina nel retrobottega e ho iniziato a piangere. Lo chef mi ha detto di creare un account OnlyFans. Non credo che facesse sul serio, stava solo cercando di farmi sentire meglio”.

Dopo essersi iscritta sulla piattaforma, ha guadagnato 800 dollari solo nel primo giorno. Alla fine la decisione di abbandonare il lavoro: Usare OnlyFans mi ha reso più sicura di me. Le persone su OnlyFans sono così gentili. Mi ha fatto cambiare la mia percezione. Ora adoro il mio seno. L’ho odiato per anni. Ho iniziato ad amarlo solo dopo aver aperto OnlyFans”.

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“Le canzoni sono di tutti, una cover è un segno di stima. I fan non possono gettare fango su chi si permette di cantare una canzone”: Fiorello difende Laura Pausini per la rivisitazione di “Due Vite” di Marco Mengoni in francese

19 Gennaio 2026 ore 17:05

Fiorello e Fabrizio Biggio a “La Pennicanza”, oggi 19 gennaio, hanno toccato il tema delle polemiche sul nuovo brano in francese di Laura Pausini “La Dernière Chanson” con Julien Lieb, giovane talento ed ex protagonista di Star Academy France. È la versione in francese di “Due Vite” di Marco Mengoni.

La puntata si apre con Fiorello contrariato da un titolo di giornale: “Certe canzoni non si toccano. Laura Pausini nella bufera per la cover di Marco Mengoni”. “Sono molto arrabbiato per questa notizia – commenta lo showman -. Marco Mengoni è un essere umano. Nulla contro di lui, ma i fan non possono gettare fango su chi si “permette” di cantare una canzone. Se davvero le canzoni fossero intoccabili, Frank Sinatra cosa avrebbe dovuto dire quando io ho cantato le sue? Una cover è un omaggio, un segno di stima. Mengoni avrà anche ringraziato Laura. Ricordatevi che le canzoni sono di tutti: non esiste che una canzone sia intoccabile, tutti abbiamo fatto cover di brani che sono stati pietre miliari”.

Immediato poi il collegamento con il Quirinale, dove il Presidente racconta la sua settimana: “È andata bene. Ho fatto un po’ di bed rotting. Io sono un professionista, significa “marcire a letto”. Ho persino mangiato a letto, ho ancora le lenzuola sporche di sugo dell’amatriciana. Un vero professionista del bed rotting mangia le patatine lasciando tutte le briciole”. E continua: “Adesso però devo recuperare alcuni eventi socio-culturali a cui non ho potuto partecipare. Non perché fossi impegnato… Ma perché non sono stato invitato. Mi ha scosso molto un evento di altissimo profilo sinaptico: il trentesimo anniversario della nascita di Giulia De Lellis. L’ha festeggiato a casa, come una comune mortale. Io e i corazzieri avevamo fatto anche una colletta: le avevamo comprato una cover New Martina con gli strass, completa di pellicola revolution, e sopra avevo fatto scrivere “Mattareal”. Io, tra l’altro, mi ero preparato per fare un duetto con il fidanzato della De Lellis: avevo pronto l’Inno di Mameli… in versione trap”.

La puntata prosegue con una videochiamata a sorpresa: è Milly Carlucci. “Rosario, ti chiamo perché al prossimo Ballando con le Stelle come ospiti speciali abbiamo già Belen, Federico Fashion Style e Donald Trump… Giancarlo Magalli mi ha detto no all’ultimo secondo, quindi avrei davvero bisogno di te”. Fiorello sta per rispondere quando la voce si interrompe: non è Milly, ma Giulia Vecchio, imitatrice e conduttrice di Hot Ones, dal 23 gennaio su RaiPlay, a sorpresa in studio a fine puntata.

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Treni deragliati in Spagna, il video del binario “incriminato” dopo il disastro: gli esperti al lavoro

19 Gennaio 2026 ore 17:02

La Guardia civil è concentrata sia sull’identificazione delle vittime dell’incidente a Adamuz sia sulla raccolta di indizi sulle possibili cause del deragliamento dei due treni. Sono arrivati sul luogo del disastro esperti specializzati in Dna e impronte digitali, tra cui alcuni che hanno partecipato alle operazioni del 2024 per identificare le vittime della devastante tempesta. “L’errore umano è praticamente escluso. Se il macchinista prende una decisione errata, il sistema stesso la corregge. Non speculiamo, aspettiamo i risultati dell’indagine”. Lo ha dichiarato Alvaro Fernandez Heredia, presidente della società ferroviaria pubblica spagnola Renfe, durante il programma ‘Las Mañanas’ della radio nazionale spagnola Rne, parlando dell’incidente ferroviario avvenuto ieri sera a Adamuz. L’inchiesta sull’incidente ferroviario di Adamuz ha stabilito che tra il deragliamento dell’Iryo e la collisione con l’Alvia sono trascorsi 20 secondi. Lo scrive il Mundo, che aggiunge come il treno Alvia diretto a Siviglia si sia scontrato con il treno Iryo Frecciarossa prima che i sistemi di sicurezza del treno e dei binari potessero attivarsi.

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È morto il papà di Stefano De Martino, Enrico: “La danza nella mia vita è diventata un hobby, ma ho fatto di tutto perché mio figlio potesse vivere quella passione”

19 Gennaio 2026 ore 17:01

È morto questa mattina 19 gennaio il papà di Stefano De Martino, Enrico. Aveva 61 anni. Enrico De Martino si era ammalato e recentemente le sue condizioni sono peggiorate. Lo si apprende da fonti vicine al conduttore del programma “Affari Tuoi” in onda su Rai 1. A legarlo a suo figlio la passione per la danza.

In gioventù ballerino professionista, Enrico De Martino ha dedicato tutta la vita alla danza, collaborando con scuole e compagnie della Campania e danzando anche al Teatro San Carlo di Napoli. Nel 2025 gli era stato conferito al Teatro Verdi di Salerno il premio alla carriera nell’ambito della XXIV edizione del Premio Salerno Danza, sotto la direzione artistica di Corona Paone, étoile del San Carlo, e Luigi Ferrone, primo ballerino del Massimo partenopeo.

Enrico De Martino ricordava con orgoglio il proprio percorso artistico e la sua carriera interrotta a 25 anni, quando la moglie gli annunciò di essere incinta di Stefano. “A quel punto ho dovuto assumermi una responsabilità. La danza è diventata un hobby, ma ho fatto di tutto perché Stefano potesse vivere quella passione”, aveva spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera”. Fino ai 40 anni, Enrico De Martinp aveva combinato la danza con l’attività di ristoratore, continuando a collaborare con varie scuole della Campania.

Il rapporto tra Stefano De Martino e il padre è stato negli anni profondo e complesso. Più volte il conduttore ha raccontato come Enrico fosse inizialmente contrario alla sua scelta di intraprendere la carriera nella danza, ritenuta troppo dura e incerta. Una posizione spiegata dallo stesso Enrico in diverse interviste, nelle quali aveva sottolineato le difficoltà fisiche e mentali del mestiere. Con il tempo, il legame tra padre e figlio si è progressivamente rafforzato, trovando un nuovo equilibrio soprattutto dopo la nascita di Santiago, che ha contribuito a rendere il rapporto più disteso e consapevole.

Enrico ricordava anche la soddisfazione di vedere il figlio affermarsi come conduttore televisivo: “Ho seguito tutta la sua evoluzione, passo dopo passo. Vederlo condurre programmi importanti è una gioia enorme. Il regalo più grande è che è rimasto la persona che era, senza montarsi la testa”.

Tra i ricordi più preziosi, anche quello del primo incontro con Maria De Filippi, talent scout di Stefano ad “Amici”: “Fu un bell’incontro. Mi chiese se ero contento della carriera di mio figlio e cosa potevo rispondere? Contentissimo”. E il padre amava sottolineare come il successo di Stefano non abbia cambiato la sua umanità: “Ci ha sempre fatto bei regali, ma il dono più grande è che è rimasto il ragazzo che conoscevamo”.

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Crosetto contro la linea Macron: "I contro dazi Ue sono la peggiore risposta alle minacce di Trump"

19 Gennaio 2026 ore 16:58

"I contro dazi Ue verso gli Usa? E' il modo peggiore per rispondere. Innescare una gara a chi fa più male all'altro, tra alleati, non può che portare a disastri". A dirlo, commentando su X un post del senatore leghista Claudio Borghi, è il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. E' la prima volta, nelle ultime settimane, che Crosetto accontenta la Lega, bocciando l'iniziativa europea. Il partito di Matteo Salvini è contrarissimo a qualunque forma di conflitto con Donald Trump. Nelle scorse ore il presidente americano ha minacciato un nuovo pacchetto di dazi contro Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi bassi, Germania e Regno unito, e cioè i paesi europei (ad eccezione di quest'ultimo) che hanno inviato contingenti militari in Groenlandia dopo le minacce arrivate dalla Casa Bianca.

 

La Ue si è detta pronta a rispondere con un pacchetto da 93 di miliardi di contro dazi verso gli Stati Uniti, attualmente sospesi fino al prossimo 6 febbraio. E' a questo che Crosetto si dice contrario sottolineando come "non è il momento di fare i tifosi ultras di squadre diverse. Né di vedere chi ha più o meno orgoglio o chi è più duro. Serve ragionare su ogni cosa ricordandoci che siamo alleati da 76 anni". Eppure quella dei controdazi è solo una delle misure messe sul tavolo dalla Ue e dai suoi leader per rispondere a Trump. Come arma di dissuasione l'Unione può anche minacciara la non ratifica da parte del Parlamento europeo dell'accordo raggiunto proprio con Trump a fine luglio che azzera i dazi europei sui prodotti made in Usa (e che ha anche portato anche alla sospensione dei famosi 93 miliardi di controdazi). Ma in Europa c'è chi chiede di fare ancora di più. Come il presidente francese Emmanuel Macron che ha invitato la Commissione e i suoi colleghi capi di stato e di governo che siedono al Consiglio ad attivare, qualora Trump intendesse davvero imporre nuovi dazi contro i paesi che sono intervenuti in Groenlandia, il cosiddetto strumento anticoercizione europeo, un meccanismo Ue nato proprio per rispondere a chi (all'epoca della sua istituzione si pensava alla Cina), in modo aggressivo, utilizza il commercio come arma di pressione geopolitica. Lo strumento non prevede solo dazi, ma anche limitazioni all'accesso degli appalti pubblici Ue, restizioni sugli investimenti e misure sulla proprietà intellettuale che colpirebbero in questo caso le big tech americane.

 

Tutti questi argomenti saranno discussi giovedì, giorno per il quale il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ha annunciato un Consiglio straordinario proprio allo scopo di capire come gestire, in maniera unitaria, i rapporti euro-atlantici dopo le dichiarazioni sempre più minacciose di Trump. Prima di quel giorno però il segretario della Nato, l'olandese Mark Rutte, ma probabilmente anche i leader europei incontreranno Trump nel corso dell'economic forum di Davos, in Svizzera. Sarà quella l'occasione per capire se ci sono ancora i margini per un accordo con gli Usa che passi non dalla cessione della Groenalndia agli Stati Uniti, come preteso da Trump e negato dagli europei, ma da un coinvolgimento maggiore dell'Alleanza atlantica sull'isola dell'Artico di cui si è innamorato il presidente americano.

L’Europa scossa dai dazi di Trump per la Groenlandia

19 Gennaio 2026 ore 17:54

La minaccia, questa volta, sembra seria. L’Europa si trova sotto la minaccia di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti di Trump per le resistenze che i paesi membri stanno opponendo alle mire del presidente americano sulla Groenlandia. Anche i mercati finanziari, finora ordinati nelle riposte agli shock imposti dal presidente americano, temono che possa innescarsi la ‘tempesta perfetta’, con la guerra commerciale che diventa il terreno per regolare le tensioni geopolitiche.

Ascolta “Eurofocus” ogni giorno su podcast.adnkronos.com (https://podcast.adnkronos.com/show/eurofocus/) e su tutte le piattaforme di streaming.

Estratti audio: archivio audiovisivi Adnkronos. 
Musiche su licenza Machiavelli Music. 

La chiesa di Santa Maria delle Dame Monache di Capua all’Università Vanvitelli

19 Gennaio 2026 ore 17:45

(Adnkronos) – L’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli acquisisce al patrimonio dell’ateneo la chiesa di Santa Maria delle Dame Monache di Capua. Il monastero, adiacente alla sede del Dipartimento di Economia dell’ateneo campano, è stato consegnato oggi, 19 gennaio 2026, al rettore, Gianfranco Nicoletti, alla presenza del delegato all’edilizia, Gianfranco De Matteis, del Sindaco di Capua, Adolfo Villani, del vicesindaco ed assessore alla Pubblica Istruzione, Marisa Giacobone e della responsabile del Servizio patrimonio del Comune, Raffaella Esposito. L’acquisizione, realizzata mediante donazione modale da parte del Comune di Capua, è vincolata all’onere di destinare l’immobile alle attività proprie dell’Università, per l’accrescimento culturale dei giovani nonché per importanti iniziative di elevato livello culturale e sociale di interesse della comunità locale. 

L’obiettivo è la valorizzazione della Chiesa, attualmente in disuso, attraverso la realizzazione di una sala di rappresentanza dell’Ateneo per lo svolgimento di eventi pubblici ma anche di attività specifiche a supporto del Dipartimento di Economia. La Chiesa conventuale, conosciuta come Santa Maria delle Dame Monache, è un gioiello di architettura medievale, ubicata ad est del Corso Gran Priorato di Malta, un tempo, al di fuori della porta urbica definita Sant’Angelo.  

La sua costruzione, secondo alcuni, si farebbe risalire all’871, mentre altri studiosi la posticipano al 943, quando venne distrutto il convento di Alife in seguito ad un’incursione saracena, facendo trasferire le monache in sede capuana. L’edificio attuale presenta una pianta a croce greca a cinque navate, con bracci a terminazione curva e un portico a tre campate voltate a botte, sorretto da capitelli corinzi. La facciata è scandita da tre serliane e sormontata da un elegante fastigio barocco. Importanti ampliamenti furono realizzati tra il basso medioevo e l’età moderna: il refettorio, il dormitorio, il chiostro, il coro e il campanile (intorno al 1174); la ricostruzione della tribuna e dell’altare maggiore nel 1494; e nel XVI secolo un riassetto generale del monastero benedettino ad opera di Benvenuto Tortelli, che lo trasformò in una sorta di insula delimitata da vie pubbliche. 

lavoro

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Bassetti: “Senza armi contro raffreddore, 2 Nobel a chi trova vaccino o farmaco”

19 Gennaio 2026 ore 17:37

(Adnkronos) – “Se si riuscisse a trovare un farmaco per fermare il raffreddore, o anche un vaccino per evitarlo, questo varrebbe non un premio Nobel, ma due. Infatti la sfida più grande che ci sia è trovare una terapia efficacia contro il raffreddore”. Così all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova, commenta il lavoro di un team di scienziati americani che hanno studiato il raffreddore ‘alla moviola’ e si sono concentrati sui meccanismi di difesa che potrebbero segnare la strada per nuove terapie. 

Lo studio su ‘Cell Press Blue’ spiega cosa succede nel naso attaccato dal rinovirus “apre delle possibilità enormi sia per il trattamento, lavorando sul potenziamento delle difese del sistema immunitario, che per un futuro vaccino. Oggi non abbiamo nulla che riduce i sintomi del raffreddore o eviti di farlo venire. Speriamo che questo studio porti a un passo in avanti, la forza della scienza e della ricerca è proprio questo”. 

“Le mucose nasali sono degli straordinari depositi di anticorpi – sottolinea l’infettivologo – e se si riuscissero ad attivare si potrebbe ridurre i sintomi, magari con un vaccino locale”. 

cronaca

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Limes, nuovo round: Argentieri ribatte a Caracciolo

19 Gennaio 2026 ore 17:24

(Adnkronos) – Dopo
la prima intervista su Adnkronos
, che il mese scorso ha innescato un acceso dibattito pubblico, con l’uscita da “Limes” di Giorgio Arfaras, Franz Gustincich e del generale Vincenzo Camporini, Federigo Argentieri tiene a precisare le ragioni della sua rottura e a replicare alle risposte fornite in tv e sui giornali dal fondatore e direttore Lucio Caracciolo, nonché ad alcuni commenti. Al centro, non solo la linea editoriale sulla guerra in Ucraina, ma anche omissioni, scelte simboliche e un’anomalia mai chiarita: la presenza, in prima pagina, di due “corrispondenti dall’Ucraina” di cui non esistono contributi rintracciabili. 

Professore, dopo la sua intervista Caracciolo ha risposto pubblicamente. Le sue spiegazioni la convincono?
 

“No. Sono risposte prevedibili, già sentite. Dire ‘raccontiamo le cose come stanno, non come vorremmo che fossero’ è uno slogan, non un’argomentazione. Qui non si tratta di desideri, ma di fatti: la Crimea e il Donbas sono aree contese. Raccontarle e colorarle come territorio russo, come avvenuto ripetutamente sulle mappe di Limes dal 2014 in poi, non è una descrizione neutra della realtà, è una scelta politica e simbolica”. 

Lei sostiene che le proteste ucraine contro quelle mappe fossero legittime.
 

“Assolutamente sì. Dal 2014 l’ambasciata ucraina protestava perché la Crimea veniva rappresentata come Russia. Avevano ragione allora e hanno ragione oggi, come dimostra il fatto che quella guerra si combatte ancora. Se non fossero territori contesi, non avrebbe senso il negoziato al quale assistiamo quotidianamente. Non c’è stata alcuna abdicazione a quei territori, né giuridica né politica: inoltre, nessuna delle potenze firmatarie (Usa, Regno Unito e Russia) ha dichiarato decaduto il Memorandum di Budapest’ del dicembre 1994, che garantiva l’integrità territoriale ucraina in cambio della sua rinuncia allo status di potenza nucleare”. 

Un punto che lei considera particolarmente grave riguarda l’Holodomor.
 

“È uno spartiacque. L’uso, nel 2004, di un testo letterario leggero e ironico per trattare una tragedia storica riconosciuta come genocidio – e riconosciuta ufficialmente anche dal Senato italiano nel 2023 – è stato uno sgarro grave. Nessuno ha mai chiesto conto seriamente a Caracciolo di quella scelta. Era scherno? Era sottovalutazione? Non è mai stato chiarito”. 

Lei sostiene che Limes, su altri teatri, abbia mantenuto un approccio equanime.
 

“Sul Medio Oriente, sull’Asia, sull’Africa, sull’America Latina, persino su Israele in una fase drammatica, Limes ospita voci diverse e non traspare nessuna pregiudiziale. Basta guardare i numeri recenti. Questo non accade sulla Russia e sull’Ucraina, ed è questo che rende la deviazione ancora più evidente”. 

In questo contesto lei solleva una questione nuova: i corrispondenti dall’Ucraina.
 

“Sì, ed è una questione semplice e fattuale. In prima pagina di Limes, dove c’erano i nostri nomi e dove tuttora sono indicati vari personaggi ormai deceduti (ai tre che voi già avevate contato si aggiungono anche Giandomenico Picco e Gyula L. Ortutay, che “corrispondeva” dall’Ungheria), compaiono due figure indicate come ‘corrispondenti dall’Ucraina’, Leonid Finberg e Miroslav Popovic. Eppure, dopo verifiche incrociate su numeri dedicati alla guerra russo-ucraina e sull’Ucraina stessa, non risultano loro articoli, analisi, reportage. La domanda è legittima: esistono? Scrivono? Vengono interpellati? O sono nomi puramente ornamentali? Per giunta, esiste da anni (ma non dall’inizio) nientemeno che un ‘coordinatore Russie’, al plurale, un termine surreale che non si sentiva dai tempi dell’impero zarista”. 

E’ un problema dichiarare collaboratori che non collaborano?
 

“Se tu dici di avere corrispondenti sul campo e poi non ne emerge alcuna voce, si crea un problema di trasparenza editoriale. Soprattutto se hai fatto domanda per essere classificato come rivista scientifica. Come ha rilevato su Startmag Gregory Alegi, docente di Storia alla Luiss, Limes è nell’elenco delle pubblicazioni scientifiche certificate dall’Anvur, l’agenzia pubblica che tra le altre cose valuta se le riviste rispettano determinati criteri e requisiti (e, a quanto afferma Alegi, la rivista diretta da Caracciolo non li rispetterebbe). Soprattutto su una guerra che viene continuamente raccontata come se fosse una partita tra tifoserie. Un termine – “tifo” – che considero gravemente fuorviante”. 

Perché?
 

“Difendere l’Ucraina non è “tifo”. Era “tifo” ascoltare Radio Londra durante la Seconda guerra mondiale? Era “tifo” auspicare e approvare lo sbarco in Sicilia, in Normandia? Oppure augurarsi la caduta del muro di Berlino e delle dittature est europee? Qui si parla di autodifesa, di diritto internazionale, di Carta delle Nazioni Unite. Ridurre tutto a una logica da stadio è un errore culturale profondo”. 

Lei parla di una lettura distorta anche dell’articolo 11 della Costituzione.
 

“L’articolo 11 non dice solo ‘l’Italia ripudia la guerra’. Dice che ripudia la guerra come offesa alla libertà di altri popoli. E infatti riconosce il diritto all’autodifesa del popolo aggredito, in linea con la Carta dell’Onu. Ignorare questo significa travisare la Costituzione e il diritto internazionale”. 

Un’altra critica riguarda i titoli e i numeri di Limes sulla guerra.
 

“Titoli come ‘Stiamo perdendo la guerra’, (che sarebbe anche una buona notizia se si riconoscesse di appoggiare la Russia), o ‘Fine della guerra’ non sono neutrali. Preparano psicologicamente il lettore a un esito, suggeriscono una conclusione. Non è analisi, è orientamento. E quando lo fai su un conflitto in corso, devi sapere che stai prendendo posizione”. 

Ma la domanda che in molti hanno fatto è: perché le vostre dimissioni e le prese di distanza arrivano solo ora?
 

“Non arrivano solo ora. Molti se ne erano accorti prima. Ma quando c’è di mezzo un’amicizia, una storia comune, si tende a consumare ogni possibilità di confronto prima di uscire allo scoperto. È quello che ho fatto anch’io. Inoltre, mi risulta che almeno altri tre esponenti dei due organi editoriali abbiano intenzioni analoghe”. 

In sintesi, qual è il punto centrale della sua critica?
 

“È molto semplice: Limes ha mantenuto la sua qualità e il suo equilibrio originari ovunque, tranne che su Russia e Ucraina. Lì si è verificato, da due decenni, un atteggiamento sistematicamente sbilanciato. Le dichiarazioni di solidarietà provenienti da ambienti culturali russi lo confermano. Non è un’accusa ideologica, è una constatazione”. (di Giorgio Rutelli) 

internazionale/esteri

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Groenlandia, Trump minaccia ancora: “Dazi agli europei? Lo farò al 100%”

19 Gennaio 2026 ore 17:21

(Adnkronos) – “Lo farò, al 100%”. Così Donald Trump ha risposto a Nbc News che gli chiedeva se andrà avanti con i suoi piani di colpire con i dazi i Paesi europei che hanno mandato militari in Groenlandia, in assenza di un accordo che ceda il controllo dell’isola territorio autonomo danese agli Stati Uniti. 

“L’Europa dovrebbe concentrarsi sulla guerra con la Russia e l’Ucraina, perché, francamente, vedete come è andata. È su questo che l’Europa dovrebbe concentrarsi, non sulla Groenlandia”, le parole del presidente americano, che sulla possibilità di ricorrere alla forza per acquisire l’isola ha replicato con un “no comment”.  

Trump ha poi rincarato la dose sulla polemica per la mancata assegnazione del Nobel per la Pace, accusando direttamente la Norvegia di influenzare la scelta del premio, nonostante le smentite ufficiali di Oslo. Dopo la lettera inviata al premier Jonas Gahr Store, il presidente americano ha ribadito le sue accuse anche nell’’intervista a Nbc News: “La Norvegia lo controlla eccome, anche se dicono il contrario. Sostengono di non avere nulla a che fare con la decisione, ma decidono tutto loro”. Un’affermazione che contraddice le ripetute spiegazioni del governo norvegese, secondo cui il Nobel è assegnato da un comitato indipendente e non dall’esecutivo.  

Eventuali ritorsioni europee ai dazi annunciati da Trump sarebbero in ogni caso “molto imprudenti”, ha intanto avvertito il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, parlando con i giornalisti a margine del World Economic Forum di Davos. “Ero in viaggio e non sono stato in contatto con i funzionari europei – ha spiegato – ma ho parlato con il presidente Trump e, a quanto pare, stanno arrivando molte richieste. Penso che tutti dovrebbero prendere sul serio le parole del presidente”. 

Bessent ha inoltre definito una “bufala totale” l’ipotesi secondo cui il desiderio di Trump di acquisire la Groenlandia sarebbe legato alla mancata assegnazione del Nobel per la Pace. 

Dopo la minaccia di Trump, l’Europa sta intanto preparando delle contromisure. Secondo quanto ha affermato il vice portavoce capo della Commissione Europea Olof Gill, durante il briefing con la stampa a Bruxelles, sono in corso “intense consultazioni tra i leader dell’Ue”, “la priorità è interagire” ed “evitare una escalation” nei rapporti con gli Usa, “non” cercare lo “scontro” con Washington. Ma se i dazi minacciati dagli Usa dovessero essere effettivamente imposti, l’Ue “ha strumenti a sua disposizione ed è preparata a reagire, se necessario”, per “proteggere gli interessi” dell’Unione, ha affermato. Alla domanda se siano previsti incontri tra von der Leyen e Donald Trump a Davos questa settimana, nel contesto del World Economic Forum, il portavoce ha risposto di non essere “al corrente di alcun incontro” programmato, il che non esclude la “possibilità” che un incontro tra i due si tenga. 

 

internazionale/esteri

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Vicenzaoro, consegnati i VO Awards

19 Gennaio 2026 ore 17:15

(Adnkronos) – Si è svolta ieri pomeriggio al Teatro Palladio la cerimonia di premiazione della prima edizione dei VO Awards, il riconoscimento ufficiale di Vicenzaoro, promosso da Italian Exhibition Group che valorizza creatività, innovazione, sostenibilità ed eccellenza manifatturiera del gioiello contemporaneo. I vincitori sono stati selezionati da una giuria tecnica composta da esperti del settore, affiancata dal voto di buyer e visitatori nei giorni di manifestazione. 

I premiati per categoria: Best in Icon – One of a Kind Jewellery a Alessio Boschi con Anello Jubilee, Best in Icon – High End Jewellery a Cammilli Firenze con Hypnose Ring, Best in Look – Fashion Jewellery a Mesh per Anello Lisa – The Knot Edit, Best in Look – Fine Jewellery a Marcela Salvador con Collana Ciuri, Best in Creation – Gold Manufacturing a D’Orica per la creazione Collana Ely Torchon 0141, Best in Creation – Silver Manufacturing ad Aurum con Anello Argento 960, Best in Special – Chain a Better Silver con Tennis Fine Precision; Best in Special – Young (Under 30) a Plah per Guacamaya Earrings.  

Durante l’evento Matteo Farsura, a capo delle fiere orafe di IEG ha spiegato che “i VO Awards nascono come progetto profondamente identitario per Vicenzaoro. Un riconoscimento che considera il gioiello come sintesi di prodotto, processo, innovazione e saper fare artigiano. Celebriamo le persone e le filiere che rendono possibile l’eccellenza del nostro settore». 

economia

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Katia Ricciarelli: “Faccio ancora sogni erotici ma senza dare volti”

19 Gennaio 2026 ore 17:14

(Adnkronos) – ”Nel giorno del mio compleanno, 40 anni fa, sposai Pippo Baudo, mi feci un bel regalo. Il tempo era poco, io subito dopo dovevo andare in Russia per una turné e allora gli dissi: ci sposiamo e il giorno dopo partiamo. Lui in Russia si divertì da morire, faceva andare su e giù il sipario del teatro Bolshoi in continuazione, fu divertentissimo”. A raccontarlo, il giorno dopo il suo 80esimo compleanno, è Katia Ricciarelli, intervistata da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari a ‘Un Giorno da Pecora’, su Rai Radio1.  

Le sono mancati i suoi auguri? ”Negli ultimi anni no. Ogni tanto forse ero io a provare a mandare a Pippo dei messaggi, in cui chiedevo di potergli fare gli auguri, visto che, non so perché, non potevo parlarci direttamente”. Recentemente ha raccontato che spesso i suoi sogni sono a tema sessuale: ”Io sogno tantissimo, ogni notte, un po’ di tutto. In quei casi non sogno qualcuno in particolare, è un qualcuno senza un viso. D’altra parte io sono sola, non ho uomini, vivo col mio cane: è troppo faticoso avere un uomo, io ho già dato”. 

spettacoli

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Oreficeria: Federpreziosi, in 2025 fatturato gioiellerie italiane a 7,4 mld

19 Gennaio 2026 ore 17:10

(Adnkronos) – Il fatturato complessivo delle gioiellerie italiane nel 2025 è stimato in circa 7,4 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente, per effetto dell’aumento delle materie prime. Sempre a fine 2025 risultano attive 11.842 gioiellerie in Italia, in calo rispetto all’anno precedente, non per una riduzione della domanda, ma per un processo di razionalizzazione e stabilizzazione del tessuto imprenditoriale. È la fotografia fatta da Federpreziosi durante l’evento Perché gli italiani non comprano gioielli, che si è tenuto oggi a Vicenzaoro, salone internazionale di IEG in scena al quartiere fieristico berico fino a domani. Lo stesso fenomeno – si sottolinea – si riflette sull’occupazione: gli addetti del settore, 30.600 a fine 2025, diminuiscono ma in misura meno marcata rispetto al numero delle imprese, grazie a una maggiore concentrazione del lavoro e stabilità organizzativa. L’incontro, moderato da Steven Tranquilli, direttore di Federpreziosi Confcommercio, ha visto gli interventi di Stefano Andreis, presidente di Federpreziosi Confcommercio, PierLuigi Ascani, presidente di Format Research, e di alcuni operatori del settore. 

economia

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Anas, aperto al traffico in Lombardia il nuovo Ponte Manzoni

19 Gennaio 2026 ore 17:01

LECCO (ITALPRESS) – In anticipo rispetto al cronoprogramma è stato aperto oggi al traffico il nuovo Ponte Manzoni lungo la strada statale 36 “del Lago di Como e dello Spluga”. L’opera, realizzata da Anas in affiancamento al ponte esistente, migliora in modo significativo la viabilità tra le due sponde dell’Adda nel territorio di Lecco e Pescate lungo uno degli assi strategici tra Milano e la Valtellina. Alla cerimonia erano presenti il Vicepresidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e l’Amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme. Hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, il prefetto di Lecco Paolo Giuseppe Alfredo Ponta, la presidente della Provincia di Lecco Alessandra Hofmann, il sindaco di Pescate Dante De Capitani e il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni.
“Questa nuova infrastruttura rappresenta un passo decisivo per il miglioramento della viabilità locale e regionale – ha detto l’AD di Anas Gemme – l’opera, al termine delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, garantirà una mobilità più sostenibile nel collegamento tra le due sponde dell’Adda. Con grande soddisfazione siamo qui in un momento così significativo per il territorio lombardo. Abbiamo raggiunto un obiettivo sfidante grazie all’impegno di Anas svolto in sinergia con il MIT”.
A dare il via ai lavori con la posa della prima pietra era stato proprio il ministro Salvini il 1° marzo 2024 con l’impegno di rendere fruibile il tracciato prima dell’avvio dell’evento olimpico. Obiettivo oggi rispettato in pieno.
Da oggi il nuovo Ponte Manzoni è operativo: destinato a migliorare la circolazione tra le due sponde dell’Adda e a rendere più scorrevole il principale collegamento tra Milano e la Valtellina. Quello già esistente, costruito negli anni Ottanta, ha servito per decenni il territorio e ha sostenuto volumi di traffico sempre più elevati. L’adeguamento a tre corsie dell’opera originaria, reso possibile dalla realizzazione del nuovo ponte, risponde all’esigenza di separare il traffico urbano da quello di lunga percorrenza così da garantire spostamenti più fluidi e sicuri.
La nuova infrastruttura ha una lunghezza complessiva di 780 metri con una piattaforma stradale larga 10,50 metri. Il ponte principale a scavalco dell’Adda, realizzato con impalcato in acciaio, è composto da quattro campate per una lunghezza totale di 366,6 metri.
Il nuovo ponte è dotato anche di una pista ciclabile larga 2,50 metri, che attraversa il fiume Adda, per favorire la mobilità dolce.
L’investimento complessivo per la nuova infrastruttura ammonta a 35,6 milioni di euro.
Oggi è stato aperto anche il nuovo svincolo di Piona lungo la S.S. 36 in comune di Colico al termine dei lavori finalizzati al potenziamento dell’opera anch’essa rientrante fra gli interventi strategici per i Giochi Olimpici Invernali 2026.
I lavori completano e migliorano l’esistente svincolo attraverso la costruzione di una rampa di ingresso alla S.S. 36 in direzione Sondrio e una rampa di uscita verso il centro cittadino di Colico. Così da permettere all’utenza di svolgere in sicurezza tutte le manovre di connessione tra la strada statale e la viabilità provinciale. Lungo la S.P. 72 è stata realizzata una rotatoria che ottimizza e fluidifica ulteriormente la circolazione veicolare. L’investimento complessivo per il nuovo svincolo ammonta a oltre 8 milioni di euro.

– foto ufficio stampa Anas –
(ITALPRESS).

Chivu “Arsenal fra le big d’Europa ma non partiamo battuti”

19 Gennaio 2026 ore 17:01

MILANO (ITALPRESS) – “Per me Arsenal e Bayern sono fra le più forti d’Europa ma questo non significa che partiamo sconfitti. Cercheremo di giocare la nostra partita, faremo del nostro meglio nel capire i momenti, quello che l’avversario ci offrirà e che ci farà subire”. Cristian Chivu e la sua Inter sono pronti al crash test contro i Gunners. Dopo un’ottima partenza nella League Phase di Champions, le sconfitte con Atletico Madrid e Liverpool hanno rallentato la rincorsa a un posto fra le prime otto che assegna il pass diretto per gli ottavi e un passo falso anche domani potrebbe compromettere definitivamente le chance nerazzurre di bypassare i play-off.

“Tutte le partite sono importanti, a prescindere dall’avversario – sottolinea il tecnico rumeno – Una squadra come la nostra non deve mai sottovalutare l’avversario, avere cali di attenzione. Il nostro obiettivo è finire fra le prime otto per andare dritti al turno successivo. Stiamo lavorando anche per sfatare quello che da fuori si dice un tabù – il riferimento agli scontri diretti che finora i nerazzurri non sono riusciti a vincere – Siamo consapevoli che non è mai semplice, bisognerà essere pronti mentalmente e fisicamente e sbagliare il meno possibile. L’Arsenal ha tanti modi per farci del male, è una squadra completa, siamo consapevoli di quello che è l’Arsenal in questo momento. Affrontiamo una delle squadre più forti d’Europa, hanno speso, hanno costruito un’identità, hanno giocatori che possono metterti in difficoltà, sono stati dominanti in Premier e quest’anno sono in testa, stanno facendo una stagione importante. Ma conosciamo la Champions, le squadre inglesi, i momenti di una partita, siamo consapevoli di quello che siamo diventati negli ultimi anni in Europa, sappiamo affrontare queste partite e cercheremo di essere la nostra miglior versione anche domani”.

L’Inter farà affidamento anche sulla ritrovata solidità difensiva: “Merito di 22 giocatori applicati alla causa. La fase difensiva non si fa col singolo reparto ma con tutta la squadra. Ci prendiamo dei rischi ma abbiamo dei giocatori capaci di mantenere il livello di attenzione e determinazione nella fase difensiva”, aggiunge Chivu, che spende belle parole per il collega Arteta. “Dagli altri allenatori c’è sempre da imparare, sta dimostrando di essere un allenatore forte, bravo, che ha tante ambizioni, con una società alle spalle che ha tradizione e ambizione”.

Al fianco del tecnico è intervenuto in conferenza stampa anche Manuel Akanji: “L’Arsenal è fra le migliori squadre d’Europa, la più forte per me in questo momento è il Bayern ma l’Arsenal è fra le migliori. Hanno una rosa molto profonda, con tanti calciatori che possono tappare dei buchi se qualcuno manca, hanno un rendimento costante e questo è importante se vuoi essere competitivo su tutti i fronti – aggiunge – Servirà essere efficaci perchè qualsiasi errore può essere punito: dovremo essere cattivi sotto porta e puliti in fase di possesso. Sarà una grande sfida ma sono fiducioso che saremo pronti”. Dal punto di vista difensivo anche il difensore svizzero riconosce che “abbiamo fatto dei progressi, siamo migliorati e si è visto nelle ultime partite. Non concediamo grandi occasioni ormai, prima prendevamo più gol, e anche in attacco abbiamo trovato dei modi interessanti per segnare”.

Per quanto riguarda gli obiettivi, nessun mistero: “Vogliamo vincere lo scudetto e il primo obiettivo in Champions è finire fra le prime otto della prima fase. Poi vedremo, tutti sanno di cosa è capace l’Inter”. Infine, sui rumors in Inghilterra relativi all’ipotesi che il City possa richiamarlo dal prestito in questo mercato vista l’emergenza in difesa, Akanji è categorico: “Nessuna possibilità. In estate non so, non dipende solo da me, vediamo che succede a fine stagione, io spero di poter continuare qui”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

Biocombustibili e transizione verde dei trasporti, il Rinascimento potrebbe insegnarci qualcosa

19 Gennaio 2026 ore 15:41

Il 13 Gennaio 2026, su iniziativa dell’onorevole Dario Nardella e con il supporto di Fuels Europe ed Ebb, si è tenuto al Parlamento europeo un importante meeting sul tema dei biocombustibili sostenibili, a cui ho avuto il piacere di partecipare come chair della Biofuture Platform. L’incontro ha visto la partecipazione della Commissione Europea dg Rtd, di aziende del settore, dell’accademia, di associazioni e di organizzazioni internazionali. Si è fatto il punto sullo stato del settore, sulle politiche relative, e su quanto è necessario per poter raggiungere gli obiettivi europei del Green deal.

Ma dove siamo, realmente, nel percorso verso la de-fossilizzazione dei trasporti e l’impiego di biocombustibili sostenibili, assieme alla elettrificazione ed alle altre soluzioni per il settore? Proviamo a riprendere il filo dagli ultimi passaggi Bruxellesi. Il 5 Novembre 2025 si è chiuso un importante accordo al Consiglio europeo relativamente alla legge Clima. L’accordo ha mantenuto l’obiettivo della riduzione del 90% delle emissioni serra al 2040 rispetto ai livelli del 1990. Tra gli elementi di particolare rilievo, riportiamo l’apertura ai combustibili rinnovabili, la possibilità di utilizzare sino al 5% di crediti di carbonio internazionali di elevata qualità, ed il ruolo di rimozioni di carbonio permanenti e domestiche nel sistema Eu Ets, oltre ad altri rilevanti elementi. Il Parlamento Ue ha adottato sostanzialmente lo stesso testo pochi giorni dopo.

In parallelo a questo importante passaggio, la Commissione europea, dg Clima, ha predisposto e quindi presentato (16/12/2025) la proposta di revisione della cosiddetta CO2 Regulation, regolamento che riguarda i costruttori di veicoli ed in generale il trasporto stradale. In tale proposta la Commissione abbassa dal 100% al 90% l’obiettivo di riduzione delle emissioni da cars e vans al 2035 rispetto al 2021, mantenendo quindi l’ambizione a livelli estremamente elevati. Ed è previsto solo un limitatissimo uso di combustibili rinnovabili ed efuel (tecnicamente, Rfnbo: Renewable Fuels Of Non Biological Origin), pari al 3% (con ulteriori vincoli sottostanti).

Si consente infine ai costruttori di veicoli di coprire un ulteriore 7% (CO₂ credit) realizzando i mezzi attraverso l’impiego di acciaio verde EU-made, misura da comprendere meglio nei suoi aspetti operativi, in quanto sostanzialmente diversa dal rimanente 93% (impiego di elettricità e combustibili alternativi). Non è infatti ancora del tutto chiaro come questo 7% debba essere conteggiato nel bilancio di emissioni. essendo relativo alla costruzione del veicolo mentre il restante 93% è riferito all’impiego di combustibili sostenibili. Si tratta quantomeno di una formulazione complessa e di una scelta regolatoria di compensazione che tuttavia solleva interrogativi tecnici rilevanti anche per gli esperti del settore.

Preso atto di questo, è però inevitabile chiedersi: perché i fuel credits derivanti da biocombustibili sostenibili ed e‑fuels sono limitati a un massimo del 3% del target di riferimento 2021, nel momento in cui la legge clima riconosce il ruolo dei biocombustibili sostenibili e degli e-fuels (assieme ad elettrico, idrogeno, ammoniaca) nel percorso verso la decarbonizzazione? Quale è la ratio tecnica che ha portato una quota così contenuta assegnata ai combustibili rinnovabili, a fronte del riconoscimento del loro ruolo nella legislazione climatica europea?

Non è certo la disponibilità di biomassa a determinare questa limitazione, come illustrato nell’incontro al Parlamento Europeo. La Commissione, nel corso del citato incontro al Parlamento Europeo, ha infatti presentato i risultati di due recenti studi di scenario e di analisi tecno-economica e sociale, condotti da partenariati di cui il Politecnico di Torino è stato il coordinatore scientifico. I risultati di questi lavori sono nella sostanza congruenti con altre analisi similari condotte in precedenza da Ec Jrc ed Imperial College, e convergono nel mostrare chiaramente come di biomassa sostenibile (secondo la definizione della RED) ve ne sia a sufficienza, almeno per gli obiettivi Europei. Anzi, i biocombustibili sostenibili rappresentano piuttosto un serbatoio di “riserva” nel caso alcune delle

altre misure previste dovessero realizzarsi più lentamente del previsto, consentendo di compensare eventuali carenze. Gli studi concludono come ila domanda di biocombustibili sostenibili debba crescere di circa 2.5 volte al 2030 rispetto al 2021 seguendo gli obiettivi e le direttive Eu, crescendo da 16.5 Mtoe al 2021 sino a 42.8 Mtoe al 2030.

La stessa Iea ha recentemente presentato un rilevante studio, dal titolo Delivering Sustainable Fuels, che mostra come l’attuazione delle politiche esistenti (non di nuove politiche, cioè, ma di quelle su cui sé già in essere un accordo) comporterà un aumento di 4 volte del volume di combustibili sostenibili al 2035 rispetto al 2024. E per la parte biocombustibili sostenibili la Iea ha stimato all’incirca lo stesso fattore 2.5-3 precedentemente rilevato dalla Commissione.

Questo report Iea ha quindi coagulato l’azione di alcuni Paesi nel “Belém 4x Pledge”. Su iniziativa di Brasile, Italia, Giappone ed India, 27 Paesi si sono impegnati a realizzare le proprie politiche e quindi il fattore 4x, con la IEA che dovrà procedere nel monitoraggio del Pledge. Il Pledge ha avuto il supporto della Clean Energy Ministerial (CEM) Biofuture Platform (presieduta dal nostro Paese attraverso il Mase). Andranno adesso sviluppate le relative Roadmaps.

Analogamente, non sono certo le prestazioni in termini di riduzione di gas serra, a giustificare il cap del 3% della CO2 regulation. È infatti documentato e certificato come le filiere, anche quelle convenzionali, siano sempre più performanti in termini di capacità di riduzione di gas serra. Se ne ha evidenza persino nel citato documento IEA e nella ricerca dove anche il nostro Paese è all’avanguardia. Sono ormai industrialmente possibili e realizzate filiere addirittura Carbon Negative, dove grazie alla fotosintesi, che cattura naturalmente la CO2, ed alla nostra capacità tecnologica di “imbrigliare” e fissare questo Carbonio in forme quali il biocarburanti od altre, si ottengono rimozioni permanenti (come a breve sarà certificato dalla Carbon Removal and Carbon Farming di DG Clima). Questa capacità di rimozione avviene per vie che combinano soluzioni naturali con innovazione tecnologica, e che sono pronte per essere impiegate (o che sono già impiegate) a piena scala. Da subito, oggi. E promuovere filiere secondo criteri di premialità rispetto alla capacità di ridurre le emissioni serra, od addirittura in grado di essere negative, dovrebbe essere un elemento su cui tutti gli attori si trovano evidentemente d’accordo.

“Se lassù fai fatica a dormire chiedi, qualcuno che sa rollare lo trovi”: Luciana Littizzetto dedica l’ironica (e dolce) letterina a Ornella Vanoni

19 Gennaio 2026 ore 16:59

Una letterina intensa ma allo stesso tempo ironica. Così durante lo speciale “Ornella senza fine”, andato in onda sul Nove, Luciana Littizzetto ha voluto omaggiare Ornella Vanoni, definendola “unica”.

“Siamo tutti qui per te, qui e a casa, le persone che ti hanno voluto bene, i tuoi colleghi, il tuo teatro la tua città”, ha esordito la comica. Littizzetto ha voluto cominciare con una confessione alla cantante, scomparsa lo scorso 21 novembre. “Ti ricordi quando sono stata male l’anno scorso e tu mi chiamavi per darmi consigli di dieta? Molto yogurt, biscotti, parmigiano, olive, quelle grosse. Ornella, ora te lo posso dire, i consigli non funzionavano, avevi tanti talenti ma quello medico proprio no. Però le tue chiamate mi hanno fatto meglio di tante medicine”.

Littizzetto nella letterina definisce “un privilegio” poter parlare con Vanoni, che era capace, con le sue canzoni di “sollevare morali, salvare serate, far ballare e piangere, innamorare e tradire”. Una voce, ha ricordato ancora l’attrice e scrittrice, che è “passata per onde lunghe e medie, dal vinile alla cassettina, dalla cassettina al cd, dal cd al digitale rimanendo sempre la stessa”.

“Poi tu facevi ridere Ornella, come sanno fare solo le persone che vivono con i piedi in questo pianeta, ma col cervello gironzolano in dimensioni sconosciute“, continua ancora Littizzetto, sottolineando che la cantante ha “dimostrato che si può invecchiare dicendo la verità senza chiedere scusa per ogni ruga, intensa e volubile, libera e disinibita”.

Non avevi paura di morire Ornella, avevi paura di annoiarti perché eri appassionata di vita. Ti piaceva il giallo perché ti dava gioia, il gelato perché ti consolava, la marijuana perché ti stuonava e così riuscivi a dormire. Ma soprattutto te ne fregavi delle apparenze, dei modi a modo, delle carinerie da salotto del bon ton fasullo e delle maniere ipocrite di stare davanti al pubblico per questo ti amavamo e lo facciamo ancora”, dice ancora Littizzetto.

“Non ti disturbo più Ornella, non vorrei che questa letterina diventasse come una tua chiamata – conclude – però voglio ricordare di te un’ultima cosa, il tuo hobby, guardare il mare, e la tua passione, Venezia, che è una malinconia che galleggia senza mai affondare, un po’ come te”

Poi il saluto finale: “Grazie di tutto Ornella, sappi che qui noi continuiamo ad ascoltarti, un po’ commossi un po’ malinconici. Ah se lassù fai fatica a dormire, chiedi, qualcuno che sa rollare lo trovi di sicuro”.

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“Si può rivoluzionare qualunque disciplina, penso ai tiri da 10 nel basket e a una Kings League nel tennis”: le nuove idee di Pique

19 Gennaio 2026 ore 16:37

“Si può rivoluzionare qualunque disciplina e intervenire sulle regole più antiche, direi medievali”: Gerard Pique vuole cambiare tutto. Probabilmente trascinato dal momento che sta vivendo la sua Kings League, con un Mondiale da record in Brasile, l’ex difensore del Barcellona – ideatore del torneo calcistico che oggi appassiona tantissimi giovani – vuole adesso riformare diverse discipline.

A partire dal tennis, sport in cui Pique è già entrato con la Coppa Davis (organizzata fino al 2023): il nuovo format è stato però un fallimento e ora si sta cercando di tornare indietro. L’ex difensore ha già proposto pure altri cambiamenti, come eliminare la seconda di servizio. E ora pensa a un torneo tutto suo: “Perché non creare una Kings League di tennis?”. Un format con regole più “veloci” (per esempio quelle viste durante le Next Gen Finals), diverse dal classico tennis, con creator e youtuber protagonisti, come nel calcio. Ma il tennis è solo uno degli sport che Pique vorrebbe cambiare. “Ci sono altri sport, come il calcio, la boxe, l’MMA, anche le freccette. Si possono aggiungere creatori di contenuti, nuove regole, usare piattaforme di streaming, Twitch, TikTok o YouTube, in modo da raggiungere un nuovo pubblico. Tutto il mondo è connesso al cellulare e ai social“.

Tante idee, tra cui una nel basket, tra gli sport precursori del divertimento e dello spettacolo grazie all’Nba. “Anche lì si divertono, ma le cose possono cambiare. Si potrebbe giocare 3 contro 3, inserire i tiri da 10 punti, oltre a quelli da 2 e 3. Ma non solo”. Pique provoca, molti storceranno il naso. Parla senza conoscere bene le altre discipline.

Sul calcio invece è più cauto: “È uno sport con più di 100 anni di storia, resta lo sport più bello del mondo. È come una religione. Se entrassi nel pallone, non cambierei le regole. Piccole cose. Perché funziona ancora. Ma una fetta di pubblico vuole altro”.

Velocità, pochi tempi morti, show pre e post match, tra un tempo e l’altro, coinvolgimenti di artisti e personaggi del mondo dello spettacolo. È questo in sostanza ciò che chiede Pique: “Io propongo un prodotto per una generazione che chiede velocità, interazione. Dicono che i giovani siano la generazione ‘tutto e ora’, ma forse vogliono solo essere ascoltati. Vogliono interagire”. E alla base dei cambiamenti c’è la volontà di far decidere il pubblico, proprio come accade in Kings League: “Fifa e Uefa non ascoltano il pubblico, non gli si chiede cosa vuole. Noi lo facciamo: abbiamo fatto scegliere i colori del campo, hanno preferito il nero al verde, scegliere l’evento, il tempo di gioco, i giorni. Chiediamo e facciamo decidere. Perché alla fine dei conti siamo ciò che siamo grazie a quelli che ci seguono”.

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Topi si arrampicano sull’asta porta flebo di fianco al letto del malato: il video choc da un ospedale in India

19 Gennaio 2026 ore 16:17

Almeno cinque topi che, uno dopo l’altro, si arrampicano in su e in giù lungo l’asta porta flebo. Sono le immagini scioccanti che arrivano da un ospedale pubblico dell’India. La clip è stata girata nel reparto di ortopedia del Gonda Medical College, nello stato dell’Uttar Pradesh: vicino ai ratti si possono vedere anche i pazienti stesi sui letti ospedalieri.

Le immagini risalgono a pochi giorni fa e hanno generato panico e preoccupazione per il rischio legato all’igiene e alla sicurezza all’interno della struttura sanitaria. Dopo le immagini, circolate grazie a dei pazienti, la direzione sanitaria ha avviato una disinfestazione utilizzando prodotti specifici contro i roditori.

Intanto però le immagini hanno fatto scalpore. Il caso non sarebbe isolato: pochi giorni dopo nella stessa struttura sono state riprese altre scene particolari che mostrerebbero alcuni cani, presumibilmente randagi, dormire su un letto dell’ospedale.

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Australian Open, tocca a Sinner e Musetti: quando giocano i due azzurri e dove vederli | Il programma di martedì

19 Gennaio 2026 ore 16:05

Buona notizia per gli italiani: nonostante il fuso orario, Jannik Sinner esordirà agli Australian Open in un orario comodo. L’azzurro (il suo tabellone) scende in campo nel primo turno dello Slam australiano non prima delle 9 italiane. L’avversario è Hugo Gaston, numero 93 del ranking Atp e giocatore più da terra rossa che da cemento. Esordio nella notte invece per Lorenzo Musetti.

Capitolo italiani: fin qui il bilancio non è stato positivo. L’unico a superare il primo turno è stato Francesco Maestrelli, che ha battuto Atmane. Eliminati Cobolli, Nardi e Bellucci. Oggi però tocca agli ultimi sei rimasti in corsa Oltre a Sinner e Musetti, la giornata azzurra si completa con Luciano Darderi, Lorenzo Sonego, Luca Nardi ed Elisabetta Cocciaretto, impegnati nei rispettivi esordi al primo turno.

Sinner-Gaston, i precedenti

Quello degli Australian Open tra Jannik Sinner e Hugo Gaston sarà il terzo scontro totale. Sono infatti due i precedenti tra i due tennisti, ma entrambi risalenti al 2021, quando sia Gaston che Sinner erano due tennisti totalmente diversi. A vincerli però fu sempre Jannik Sinner: il primo risale all’Atp 250 di Marsiglia, su cemento indoor, vinto da Sinner per 6-4, 6-1. Il secondo – sempre su cemento, ma outdoor – risale al Masters 1000 di Miami e Sinner vinse in modo ancora più netto: 6-2, 6-2. E adesso, più del 2021, Sinner partirà strafavorito.

Dove vedere Sinner-Gaston in tv e streaming

Sinner arriva alla competizione forte delle due vittorie negli ultimi due anni, nel 2024 e nel 2025, in finale rispettivamente contro Daniil Medvedev e Alexander Zverev. L’azzurro mira al tris e arriva al torneo senza aver giocato nessuna partita ufficiale nel 2026: ha infatti giocato un match d’esibizione contro Alcaraz, un altro contro Felix AugerAliassime e in mezzo il Million Dollar 1 Point Slam. L’Australian Open è un’esclusiva di Warner Bros. La sfida tra Jannik Sinner e Hugo Gaston – prevista per martedì 20 gennaio non prima delle 9 italiane – così come tutto l’Australian Open sarà visibile su discovery+ e HBO Max. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili su Dazn e TimVision.

Musetti sfida Collignon: quando gioca e dove vederlo

Il terzo giorno degli Australian Open sarà anche quello dell’esordio di Lorenzo Musetti, attuale numero cinque al mondo che ha cominciato la stagione da numero 3 live. Musetti sfiderà Raphael Collignon, numero 72 del ranking Atp contro cui non ha mai giocato. I due giocheranno il primo match della sessione diurna, all’1:30 italiane, sulla Margaret Court Arena: l’obiettivo minimo di Musetti sono i quarti di finale. A differenza degli altri tre Slam, infatti, in Australia non li ha mai raggiunti. Come per Sinner, anche il match di Musetti sarà visibile su discovery+ e HBO Max. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili su Dazn e TimVision.

Australian Open, gli italiani in campo martedì

Nel terzo giorno del torneo entrano in scena sei italiani: Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Luciano Darderi, Lorenzo Sonego, Luca Nardi ed Elisabetta Cocciaretto. Sinner fa il suo esordio sul palcoscenico più prestigioso, la Rod Laver Arena, nella sessione serale di Melbourne. Musetti è invece di scena alla Margaret Court Arena, mentre Darderi parte dalla 1573 Arena contro l’esperto Garin. Ci sono anche Errani e Paolini, che aprono il loro torneo in doppio sul Court 7 contro Lumsden/Tang.

Ore 1:00: Lorenzo Sonego (ITA) – Carlos Taberner
Ore 1:00: Cristian Garin – Luciano Darderi [22] (ITA)
Ore 1:30: Lorenzo Musetti [5] (ITA) – Raphael Collignon
Dopo le ore 2:00: Luca Nardi (ITA) – Y. Wu (Q)
Dopo le ore 2:00: Julia Grabher – Elisabetta Cocciaretto (ITA)
Ore 9:00: Hugo Gaston – Jannik Sinner [2] (ITA)

Australian Open, il programma completo di martedì

ROD LAVER ARENA – dall’1:30

O. Oliynykova – Madison Keys [9]
non prima delle 3:30
Ben Shelton [8] – Ugo Humbert
non prima delle 9:00
Hugo Gaston – Jannik Sinner [2]
a seguire
Naomi Osaka [16] – Antonia Ruzic

MARGARET COURT ARENA – dall’1:30

Lorenzo Musetti [5] (ITA) – Raphael Collignon
Elena Rybakina [5] – Kaja Juvan
non prima delle 9:00
Katie Boulter – Belinda Bencic [10]
a seguire
Shintaro Mochizuki – Stefanos Tsitsipas [31]

JOHN CAIN ARENA – dall’1:00

Tereza Valentova – Maya Joint [30]
Karen Khachanov [15] – Alex Michelsen
non prima delle 7:00
V. Royer – Taylor Fritz [9]
a seguire
Maddison Inglis (Q) – Kimberly Birrell

KIA ARENA – dall’1:00

Shuai Zhang – T. Preston (WC)
Karolina Pliskova – Sloane Stephens (Q)
Dane Sweeny (Q) – Gael Monfils
Grigor Dimitrov – Tomas Machac

1573 ARENA – dall’1:00

Cristian Garin – Luciano Darderi [22] (ITA)
Joao Fonseca [28] – Eliot Spizzirri
Rebecca Sramkova – Jelena Ostapenko [24]
Laura Siegemund – Liudmila Samsonova [18]

ANZ ARENA – dall’1:00

Leylah Fernandez [22] – J. Tjen
Chris O’Connell (WC) – Nishesh Basavareddy (Q)
Hubert Hurkacz – Zizou Bergs
Daria Kasatkina – N. Bartunkova (Q)

COURT 7 – dall’1:00

Lumsden / Tang – Errani / Paolini [2] (doppio femminile)
X. Wang – Anhelina Kalinina (Q)
Luca Nardi (ITA) – Y. Wu (Q)
V. Kopriva – Jan-Lennard Struff

COURT 13 – dall’1:00

Lorenzo Sonego (ITA) – Carlos Taberner
Lulu Sun – Linda Fruhvirtova (Q)
Anna Kalinskaya [31] – Sonay Kartal
Sorana Cirstea – Eva Lys

COURT 15 – dall’1:00

Alexander Golubev / Aleksandr Nedovyesov – Tomas Martin Etcheverry / Camilo Ugo Carabelli (doppio maschile)
Julia Grabher – Elisabetta Cocciaretto (ITA)

L'articolo Australian Open, tocca a Sinner e Musetti: quando giocano i due azzurri e dove vederli | Il programma di martedì proviene da Il Fatto Quotidiano.

La messa in scena della NATO in Groenlandia e l’espansionismo artico

19 Gennaio 2026 ore 16:32

di  Drago Bosnic

La minaccia dell’amministrazione Trump di “prendere la Groenlandia” (in realtà, di invadere la Danimarca, membro della NATO) è stata un vero shock, soprattutto per coloro che si rifiutano di riconoscere che il potere politico occidentale sta lentamente declinando, diventando una mera ombra di se stesso. Diversi eserciti UE/NATO lo hanno dimostrato, dimostrando la loro incapacità di sopravvivere senza il supporto americano. Eppure, il 15 gennaio, diversi stati europei membri della NATO hanno inviato truppe in Groenlandia, apparentemente “a sostegno della Danimarca”. Numerosi  media hanno riferito che un aereo da trasporto militare C-130 danese, di fabbricazione americana, è atterrato durante la notte a Nuuk, la capitale groenlandese, con a bordo soldati danesi e francesi.

Un altro C-130 danese è poi atterrato a Kangerlussuaq, nella Groenlandia occidentale. Secondo le informazioni disponibili, entrambi i velivoli volavano senza transponder. Un’unità tedesca di 13 uomini si è unita a loro a Nuuk, mentre Regno Unito, Canada, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia si sono impegnati a schierare truppe. I media mainstream riportano che ” sebbene tutti questi paesi siano membri della NATO, l’operazione viene coordinata direttamente da Copenaghen e non attraverso i canali ufficiali della NATO, il che sottolinea la delicatezza politica di questa iniziativa ” . Il quotidiano tedesco Bild afferma che il motivo principale è che gli stati nordici membri della NATO (inclusa la Groenlandia) sono sotto il comando del quartier generale della NATO a Norfolk, negli Stati Uniti.

In altre parole, per difendersi dal Pentagono, i paesi partecipanti dovrebbero coordinarsi con… il Pentagono. Se qualcuno ce l’avesse detto solo pochi giorni fa, avremmo pensato che fossero impazziti. Eppure, eccoci qui: l’UE e la NATO stanno inviando truppe per ” combattere ” l’esercito statunitense. Anche Berlino avrebbe ” pianificato di agire senza il coinvolgimento degli Stati Uniti “, mentre il Ministero della Difesa tedesco e la Cancelleria federale stanno guidando l’operazione. La Bild ha anche osservato che ” i primi soldati sono stati schierati solo dopo che i negoziati tra funzionari danesi e groenlandesi e gli Stati Uniti si sono bloccati mercoledì alla Casa Bianca, nonostante gli accordi per istituire una task force congiunta ” .

Forse l’aspetto più assurdo di tutta questa vicenda è che le forze armate statunitensi operano liberamente in Groenlandia da oltre 80 anni. Pertanto, la sola idea che l’UE/NATO possa ” difendere ” la Groenlandia da Washington è semplicemente ridicola. La Groenlandia è un territorio strategico cruciale, sotto l’effettivo controllo dell’Aeronautica Militare e della Forza Spaziale degli Stati Uniti. È al centro della strategia americana, un punto che la Danimarca ha sempre riconosciuto e sostenuto. Infatti, Copenaghen è stata spesso tra i pochi stati membri della NATO a opporsi direttamente a qualsiasi aggressione o invasione americana. Ciò rende la situazione attuale ancora più peculiare, dimostrando che anche l’obbedienza cieca è insufficiente.

Trump: la Groenlandia deve essere nostra

Inoltre, se  Washington desiderasse le terre rare per contrastare il predominio cinese in questo settore, avrebbe potuto semplicemente concludere un accordo con la Danimarca. Qualsiasi cambiamento nello status politico della Groenlandia sarebbe essenzialmente simbolico, poiché nessuno ha mai messo in discussione la presenza americana lì. In altre parole, quest’isola ricca di risorse potrebbe rimanere un territorio danese autonomo, mentre le aziende americane godrebbero di un accesso praticamente illimitato alle terre rare. In effetti, la storia fornisce prove empiriche che ciò è già accaduto, quando gli Stati Uniti e la Danimarca hanno sfrattato con la forza gli indigeni Inuit dalla Groenlandia nordoccidentale per fondare la base aerea di Thule (ora ribattezzata Centro Spaziale di Pituffik).

È interessante notare che il presidente francese Emmanuel Macron si è impegnato a inviare ” rinforzi terrestri, aerei e marittimi nei prossimi giorni “, mentre il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha dichiarato che ” resta chiaro che il presidente vuole conquistare la Groenlandia “. Eppure, nonostante questa retorica aggressiva, vale la pena sottolineare alcuni sviluppi interessanti. Infatti, mentre i media sono in delirio, non sembra che stia accadendo nulla di veramente rivoluzionario. Il miglior esempio è la valutazione ufficiale dell’intelligence danese per il 2025 , che ” evidenzia la minaccia russa e cinese a lungo termine nelle acque artiche “. Chiaramente, l’idea che Mosca e Pechino “minaccino” la Groenlandia è semplicemente assurda.

Ciò dimostra solo quanto gli stati membri dell’UE e della NATO siano disposti a compiacere gli Stati Uniti. Inoltre, le dichiarazioni dei leader americani sembrano piuttosto strane. L’ amministrazione Trump, in particolare, insiste sul fatto che la Groenlandia e le sue acque siano ” gradualmente influenzate e annesse da Russia e Cina “. Basta una semplice occhiata a una mappa del mondo per rendere queste affermazioni assolutamente ridicole, soprattutto per quanto riguarda Pechino, che si trova letteralmente dall’altra parte del pianeta. Persino la Russia, la nazione artica più potente, non è esattamente vicina alla Groenlandia. Ma anche se lo fosse, il Cremlino non ha mai messo in discussione lo status della Groenlandia, a differenza degli Stati Uniti, come abbiamo visto negli ultimi mesi.

Inoltre, quando i funzionari statunitensi parlano ripetutamente di “acque minacciate” intorno a quest’isola ricca di risorse, ciò potrebbe rivelare le loro vere intenzioni. Infatti, è in corso una corsa per estendere le attuali Zone Economiche Esclusive (ZEE) attraverso il meccanismo della Piattaforma Continentale Estesa (ECS). Nell’ambito delle ZEE, i paesi hanno il diritto di rivendicare qualsiasi territorio fino a 370 km dalle loro coste. L’ECS, tuttavia, estende questa zona a 650 km sulla base di criteri geologici, un processo ufficialmente supervisionato dalle Nazioni Unite, autorizzando così lo sfruttamento delle risorse dei fondali marini. Il Mar Cinese Meridionale (SCS) differisce dalla Zona Economica Esclusiva (ZEE) principalmente perché copre i fondali marini e non le risorse nella colonna d’acqua (come i pesci), il che significa che è progettato principalmente per l’estrazione di risorse.

In pratica, ciò significa che gli Stati Uniti ritengono di essere rimasti indietro nella corsa all’Artico, poiché i loro diritti di ZEE e MCM sono limitati “solo” all’Alaska. Sebbene ciò dovrebbe essere più che sufficiente, data la vastità dell’area, nulla sembra mai soddisfare l’insaziabile desiderio di espansione di Washington. Le stime variano considerevolmente, ma tutte concordano sul fatto che l’Artico detenga una quantità di risorse senza precedenti (petrolio, gas naturale, terre rare, ecc.). Garantire l’accesso e il controllo di queste risorse è possibile solo attraverso le ZEE e l’MCM. Per l’amministrazione Trump, questa opzione è concepibile solo se gli Stati Uniti annettono la Groenlandia, poiché Washington considera la Danimarca troppo debole per rivendicare territori contesi.

Corridoio artico, scioglimento ghiacci

Fare di Russia e Cina dei capri espiatori è una tattica comune della politica occidentale quando si tratta di giustificare la propria retorica e le proprie azioni aggressive. Tuttavia, un conflitto percepito tra alleati della NATO distoglierebbe l’attenzione e consentirebbe una maggiore militarizzazione senza prendere di mira ufficialmente Mosca e Pechino. Pertanto, è del tutto possibile che il cosiddetto “conflitto” in Groenlandia tra Stati Uniti e UE/NATO non sia altro che un’elaborata (seppur graduale) manovra per rafforzare la posizione strategica dell’Occidente nella corsa all’Artico. Molte aree della regione sono contese, in particolare intorno al Polo Nord, dove le rivendicazioni sulla ZEE/Mar Cinese Meridionale si sovrappongono , portando a una maggiore militarizzazione.

FonteVT Foreign Policy 

Traduzione: Luciano Lago

Bettini si rimangia la parola sul referendum: “Il voto non è sulla riforma Nordio, ma contro Meloni”

19 Gennaio 2026 ore 15:42

Goffredo Bettini cambia rotta sul referendum sulla giustizia. "Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd". Questa mattina, rispondendo alle critiche che gli ha rivolto Paolo Mieli su Radio24, Bettini ha spiegato: "Molti sanno che sono figlio di un avvocato penalista repubblicano. Sono un garantista e considero sempre l’imputato in una posizione di debolezza di fronte alla forza dello stato. Mi sono espresso più volte a favore della separazione delle carriere. La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni".

Secondo Bettini – che benché non guidi una corrente è un pezzo da 90 dei dem – il confronto sul referendum si è trasformato in "una polemica astiosa, non veritiera, aggressiva e destabilizzante". Per questo motivo, dice, aveva scelto di non esprimersi pubblicamente fino a oggi. Tuttavia, ribadisce che il suo voto sarà coerente con la difesa del Pd e delle forze democratiche: "Con loro, in un clima diverso, ci sarà occasione di affrontare i problemi della giustizia, dalla lunghezza dei processi alla condizione delle carceri". Insomma, Bettini voterà no, non tanto perché contrario alla riforma Nordio in sé ma in quanto contrario al governo Meloni, alla politicizzazione del referendum e all’uso strumentale della questione da parte dei sostenitori del Sì, giudicati "contro la sinistra e il Pd"

Questa posizione segna un evidente retrofront rispetto al passato. Lo scorso settembre, al Congresso delle Camere Penali a Catania, Bettini aveva chiaramente espresso il suo favore alla separazione delle carriere, sottolineando il valore del garantismo e l’importanza di tutelare l’imputato di fronte allo stato. Interventi successivi lo collocavano tra i sostenitori del Sì alla riforma, insieme ad altre personalità della sinistra del Pd, come Cesare Salvi e Claudio Petruccioli, pure specificando che la riforma andava ancorata a un piano complessivo di riforme anche per il sistema delle carceri. 

Intanto, la segretaria del Pd, Elly Schlein, mantiene una posizione di cautela, ribadendo che il no al referendum non è un voto contro il governo e sottolineando che la riforma "non risolve i problemi endemici della giustizia, come la lunghezza dei processi, e quindi non va incontro ai cittadini e alle imprese".

Lutto per Stefano De Martino: è morto il padre Enrico, il suo primo maestro

19 Gennaio 2026 ore 16:10

(Adnkronos) –
Lutto per Stefano De Martino, il popolare presentatore di ‘Affari tuoi’ su Rai 1. È morto questa mattina il padre Enrico, all’età di 61 anni. La notizia della scomparsa è stata confermata all’Adnkronos dall’entourage del noto volto della tv pubblica. Il papà era malato da tempo e le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi. 

In gioventù ballerino professionista, Enrico De Martino ha dedicato tutta la vita alla danza, collaborando con scuole e compagnie della Campania e danzando anche al Teatro San Carlo di Napoli. Nel 2025 gli era stato conferito al Teatro Verdi di Salerno il premio alla carriera nell’ambito della XXIV edizione del Premio Salerno Danza, sotto la direzione artistica di Corona Paone, étoile del San Carlo, e Luigi Ferrone, primo ballerino del Massimo partenopeo. Enrico De Martino ricordava con orgoglio il proprio percorso artistico e la sua carriera interrotta a 25 anni, quando la moglie gli annunciò di essere incinta di Stefano. “A quel punto ho dovuto assumermi una responsabilità. La danza è diventata un hobby, ma ho fatto di tutto perché Stefano potesse vivere quella passione”, aveva spiegato in un’intervista al ‘Corriere della Sera’. Fino ai 40 anni, Enrico De Martino aveva combinato la danza con l’attività di ristoratore, continuando a collaborare con varie scuole della Campania. 

Il rapporto tra Stefano De Martino e il padre è stato negli anni profondo e complesso. Più volte il conduttore ha raccontato come Enrico fosse inizialmente contrario alla sua scelta di intraprendere la carriera nella danza, ritenuta troppo dura e incerta. Una posizione spiegata dallo stesso Enrico in diverse interviste, nelle quali aveva sottolineato le difficoltà fisiche e mentali del mestiere. Con il tempo, il legame tra padre e figlio si è progressivamente rafforzato, trovando un nuovo equilibrio soprattutto dopo la nascita di Santiago, che ha contribuito a rendere il rapporto più disteso e consapevole. Enrico ricordava anche la soddisfazione di vedere il figlio affermarsi come conduttore televisivo: “Ho seguito tutta la sua evoluzione, passo dopo passo. Vederlo condurre programmi importanti è una gioia enorme. Il regalo più grande è che è rimasto la persona che era, senza montarsi la testa”. Tra i ricordi più preziosi, anche quello del primo incontro con Maria De Filippi, talent scout di Stefano ad “Amici”: “Fu un bell’incontro. Mi chiese se ero contento della carriera di mio figlio e cosa potevo rispondere? Contentissimo”. E il padre amava sottolineare come il successo di Stefano non abbia cambiato la sua umanità: “Ci ha sempre fatto bei regali, ma il dono più grande è che è rimasto il ragazzo che conoscevamo”. 

spettacoli

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Bassetti di nuovo contro Belen, nel mirino una ‘cura anti-age’

19 Gennaio 2026 ore 15:56

(Adnkronos) –
Matteo Bassetti di nuovo all’attacco di Belen Rodriguez. Tre giorni fa l’infettivologo aveva commentato un post della showgirl che raccontava sui social di essere rimasta per 3 giorni a letto, immobilizzata da febbre e tosse, con considerazioni vaghe sui vaccini. “Chi fa spettacolo si occupi di quello e lasci a medici e sanitari le questione sanitarie. Se Belen avesse fatto il vaccino dell’influenza, probabilmente avrebbe avuto meno problemi”, aveva detto l’infettivologo. 

 

In un video pubblicato oggi su Facebook, Bassetti ‘prende di mira’ un trattamento fatto da Belen: “Un mese fa si mostrava sui social in poltrona con una flebo mentre le iniettavano la nicotinammide adenina dinucleotide (Nad), un trattamento che a parete di sogni ringiovanisce. La Signora Belen critica i vaccini, ma si è mai chiesta quali sono le evidenze scientifiche del NADH?”, scrive l’infettivologo che nel video ricorda che si parla di “una cura che ringiovanisce”: “Bene sono andato a guardare se ci fossero dei dati, delle evidenze scientifiche che la supportavano negli esseri umani. Bene, zero”.  

“Ormai lo sport nazionale è criticare i vaccini”, facendo un riferimento anche a Ether Parisi. “Si criticano i vaccini e poi si fa la terapia anti-age, si prendono tanti altri farmaci che hanno decisamente meno evidenza. Cerchiamo di avere un po’ di educazione e di restare nel proprio, senza volere continuamente fare lo scienziato”, conclude Bassetti.  

cronaca

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Valeria Marini canta, Fiorello ride e la mamma della showgirl gli dà ragione

19 Gennaio 2026 ore 15:35

(Adnkronos) – Valeria Marini canta, Fiorello ride e, Gianna Orrù, la mamma della showgirl, si schiera a La volta buona. Le performance canore di Valeria Marini diventano un segmento de La pennicanza, il programma radiofonico di Fiorello.  

“Sentite la versione di ‘Brava’ di Mina cantata da Valeria Marini… Pensate, quando Mina ha sentito questa versione di Valeria Marini si è rotolata nel letto. Mina non esce mai da Lugano ma quando ha sentito questa versione si è messa in viaggio verso Roma. ‘Che vieni a fare?’, le ho chiesto. ‘Io sono contro la violenza ma questa volta farò un’eccezione'”, la ‘ricostruzione’ di Fiorello. Quindi, ecco l’audio della versione di ‘Bambola’ interpretata da Valeria Marini a Domenica In. “Signori, la bambola è morta!”, annuncia Fiorello. 

Mentre scorrono le immagini, nello studio di La volta buona Gianna Orrù ascolta e commenta. Il verdetto della mamma di Valeria Marini è senza appello: “Ha ragione Fiorello a prendere in giro Valeria. Ma perché si mette a cantare? Vada a lezione, si studia e si impara a cantare, come tutte le cose”. 

spettacoli

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Femminicidio Torzullo: al marito contestati l’omicidio aggravato e l’occultamento di cadavere

19 Gennaio 2026 ore 15:24

Contestato anche l’occultamento di cadavere a Claudio Carlomagno, accusato dell’omicidio aggravato della moglie Federica Torzullo, la 41enne di Anguillara Sabazia (Roma) della quale non si avevano più notizie dall’8 gennaio scorso. L’uomo è stato trasferito ieri sera nel carcere di Civitavecchia dopo il ritrovamento del corpo della donna, sepolto in una buca scavata con un mezzo meccanico e coperta da rovi, all’interno di un terreno ad Anguillara, adiacente alla ditta di movimento terra della famiglia Carlomagno.

I pm della procura, guidata da Alberto Liguori, nelle prossime ore conferiranno l’incarico al medico legale per eseguire l’autopsia sul corpo della donna e chiederanno al gip la convalida del fermo. Non è escluso che il marito della vittima possa essere sentito dal pm in giornata. Intanto si cerca ancora l’arma del delitto e l’esito degli esami sulle tracce ematiche repertate dai carabinieri è atteso fra il fine settimana e l’inizio della prossima.

Julio Iglesias chiede l’archiviazione dell’indagine per presunti abusi

19 Gennaio 2026 ore 15:16

(Adnkronos) –
Julio Iglesias ha chiesto l’archiviazione dell’indagine aperta nei suoi confronti per presunte aggressioni sessuali, sostenendo l’assenza di giurisdizione dei tribunali spagnoli e, di conseguenza, della Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid. È quanto emerge da un atto depositato oggi, lunedì 19 gennaio, e visionato dai media spagnoli. 

Secondo la difesa dell’82enne cantante spagnolo, le presunte vittime avrebbero dovuto presentare denuncia nei luoghi in cui i fatti sarebbero avvenuti, ovvero nella Repubblica Dominicana e alle Bahamas, dove le due ex collaboratrici affermano di aver subito abusi nel 2021 mentre lavoravano per l’artista. Iglesias ha sempre respinto ogni accusa. 

Nel documento, composto da 15 pagine e indirizzato al procuratore capo dell’Audiencia Nacional, l’avvocato dell’artista, Javier Choclán, definisce “non ammissibile” che la Procura continui ad assumere una competenza “di cui è notoriamente priva”. Oltre all’archiviazione, la difesa chiede l’accesso immediato agli atti dell’indagine e una partecipazione attiva al procedimento. 

L’avvocato Choclán, legale di molti vip tra cui il calciatore Cristiano Ronaldo, denuncia inoltre un grave “pregiudizio reputazionale” per il suo assistito, sostenendo che le denuncianti avrebbero diffuso il contenuto della denuncia attraverso fughe di notizie e interviste alla stampa, rendendo il caso di imputazione di dominio mediatico prima ancora di qualsiasi decisione giudiziaria. Una circostanza che, secondo la difesa, avrebbe amplificato il danno all’immagine pubblica del cantante. 

Nel testo viene anche contestata la possibilità che le presunte vittime vengano ascoltate come testimoni protetti pur avendo scelto, secondo l’avvocato, di esporsi mediaticamente. Una situazione definita “processualmente anomala”, dal momento che – si legge negli atti – la trasformazione volontaria del caso in un tema di dibattito pubblico farebbe venir meno le condizioni per l’anonimato nei confronti dell’indagato. La difesa insiste infine sulla necessità che Julio Iglesias possa essere presente durante eventuali dichiarazioni delle denuncianti, al fine di dimostrare quella che definisce la “falsità” delle accuse. “Il diritto a una difesa immediata è evidente e non ammette ritardi”, si afferma nel documento depositato in tribunale. 

Iglesias si riserva inoltre la possibilità di intraprendere ulteriori azioni legali per tutelare i propri diritti, denunciando quello che considera un uso abusivo dello strumento penale e campagne mediatiche che, in assenza di una decisione giudiziaria, gli starebbero causando un danno personale e reputazionale “difficilmente riparabile”. (di Paolo Martini) 

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Caso Garlasco, difesa Stasi: “Analisi Poggi irrilevanti, faremo accertamenti su pc Chiara”

19 Gennaio 2026 ore 15:14

(Adnkronos) –
La difesa di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, prende le distanze dai nuovi approfondimenti informatici diffusi dai consulenti della famiglia della vittima. Secondo quanto sostenuto, l’ipotesi di un accesso alla cartella ‘Militare’ presente sul computer di Stasi la sera del 12 agosto 2007, alla vigilia del delitto di Garlasco, “oltre ad essere totalmente irrilevante in considerazione del rapporto tra Alberto e Chiara, va considerato con grande cautela, come certamente sanno i consulenti di parte che lo hanno fornito alla stampa”. 

In una nota, gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis spiegano di aver “incaricato un consulente informatico di parte per effettuare nuovi accertamenti, soprattutto sull’accesso al file della tesi, in ipotesi avvenuto tra le 22.09 e le 22.14″. Dai primi riscontri, riferisce la difesa,”il dato fornito dalla difesa Poggi non risulta affatto confermato, come peraltro già stabilito in una perizia”. “All’esito delle analisi, la difesa Stasi si riserva tutte le azioni necessarie per la tutela dei diritti del proprio assistito, nonché il deposito dei risultati ottenuti in tutte le sedi competenti” si legge nella nota degli avvocati. 

“La difesa Stasi estenderà l’analisi forense, a questo punto, anche al computer di Chiara Poggi, per tutto quanto di interesse. Se un incidente probatorio deve essere promosso, infatti, alla luce delle nuove indagini in corso, è proprio su questo computer e non certo su quello di Alberto Stasi, che non potrà in nessun caso essere riprocessato e che, peraltro, è già stato oggetto di decine di consulenze e persino di due perizie, tutti documenti in atti”. 

cronaca

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Meloni chiude la missione in Asia, sponda con Seul mentre sale la tensione sui nuovi dazi

19 Gennaio 2026 ore 15:09

(Adnkronos) – Questa volta, a differenza della trasferta in Giappone, nessuna immagine in stile anime. Il selfie con il padrone di casa, però, fa capolino lo stesso sui social. Ma soprattutto resta identico il messaggio politico: l’Italia intende consolidare i rapporti con i principali attori dello scenario orientale, perché le attuali turbolenze geopolitiche impongono flessibilità e rapidità di adattamento. E la costruzione di nuove sponde affidabili, in un contesto sempre più instabile. Nel segno del soft power coreano – dal K-pop in giù – Giorgia Meloni conclude a Seul la terza e ultima tappa della missione asiatica, incontrando il presidente sudcoreano Lee Jae-Myung nella Blue House (Cheong Wa Dae), il palazzo presidenziale dai tetti tradizionali a padiglione. 

“Sono molto contenta di essere il primo leader europeo a venire in visita in Corea dalla sua elezione e dal suo insediamento”, afferma la presidente del Consiglio, rimarcando come Italia e Corea del Sud condividano “molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla tradizione” e dispongano di “un potenziale straordinario ancora inespresso, nonostante rapporti bilaterali già estremamente solidi”. Al termine del faccia a faccia, spiega Meloni, la dichiarazione congiunta individua “i settori prioritari sui quali sviluppare partenariati di alto livello”, con l’obiettivo di “rafforzare il dialogo politico” e rendere la cooperazione “realmente strategica”. 

Il baricentro dell’intesa è tecnologico. “Sono particolarmente fiera della firma di oggi di un’intesa nel settore dei semiconduttori, materia particolarmente strategica per noi”, sottolinea la premier, definendola “un passo fondamentale per rafforzare l’autonomia strategica, ridurre le dipendenze esterne e sostenere l’innovazione” in settori chiave come elettronica, automotive e telecomunicazioni. Accanto ai chip, entra nel perimetro della cooperazione anche il tema delle materie prime: “Ripensare le catene di approvvigionamento e renderle più solide e controllabili è una priorità strategica”, osserva Meloni, evidenziando come la collaborazione tra Paesi alleati possa rafforzare la tenuta industriale. 

Il rafforzamento del partenariato passa anche dall’economia reale. “Le nostre nazioni possono migliorare la cooperazione anche in settori come i trasporti e le infrastrutture”, afferma la presidente del Consiglio, valorizzando il contributo delle aziende italiane e definendo “strategico” l’interscambio degli investimenti. Per Roma, aggiunge, è centrale la presenza dei grandi gruppi coreani, in particolare nei comparti “ad alto contenuto innovativo come la robotica, la microelettronica e l’automotive”. Sul tavolo anche il sostegno alle Pmi e l’obiettivo di “superare alcune barriere non tariffarie all’ingresso dei nostri prodotti”. 

Il quadro politico fa da cornice a questa agenda. Italia e Corea, ricorda Meloni, sono “nazioni amiche e alleate, oltre a essere democrazie mature e tecnologicamente avanzate”, una convergenza che diventa un vantaggio competitivo in “uno scenario globale nel quale l’incertezza è ormai diventata la normalità”. Da qui l’apprezzamento per l'”approccio pragmatico” del presidente Lee – riferimento, non esplicitato, al riavvicinamento con la Cina avviato da Seul – e la volontà di trasformare la visita in un punto di partenza per “un dialogo politico più strutturato” su dossier complessi, anche a livello personale, con l’invito a una visita in Italia nel corso dell’anno. 

Affiora anche la dimensione storica del rapporto bilaterale. “Questo stride un po’ con l’assenza, da diciannove anni, di un presidente del Consiglio italiano in visita ufficiale in Corea”, osserva Meloni, citando il libro fotografico sull’ospedale della Croce Rossa italiana durante la guerra combattuta nella penisola coreana, ricevuto in dono. Un passaggio ripreso da Lee Jae-Myung, che parla di “lunga amicizia” e di “profonda gratitudine per l’aiuto ricevuto”, ricordando che “nel 1951 l’Unità Medica Italiana fondò l’Ospedale della Croce Rossa”. La visita si chiude con la firma di una serie di intese: un memorandum tra la Protezione civile italiana e il ministero dell’Interno coreano, un accordo sulla tutela del patrimonio culturale e un’intesa industriale nel settore dei semiconduttori. Il tutto inserito in una dichiarazione congiunta che rilancia il Dialogo strategico bilaterale, prevede un nuovo Piano d’azione 2026-2030 e rafforza la cooperazione su sicurezza, Indo-Pacifico, Africa e principali sfide globali. 

Ma il richiamo all’incertezza non resta confinato alle dichiarazioni ufficiali. A pesare sono le tensioni geopolitiche che attraversano l’Occidente, come dimostra l’avvio in calo delle Borse europee nella prima seduta della settimana, dopo l’annuncio di Donald Trump di nuovi dazi contro i Paesi europei che hanno deciso di inviare militari in Groenlandia. Una scelta criticata da Giorgia Meloni sia pubblicamente sia nel colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti. 

Il dossier resta aperto. I contatti tra la presidente del Consiglio – impegnata in un ruolo di mediazione – e i partner europei, a partire dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, proseguono. Il prossimo passaggio è fissato per il 22 gennaio, quando il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha convocato una riunione straordinaria dei 27 per fare il punto sul caso Groenlandia e sullo stato, sempre più fragile, delle relazioni transatlantiche. Non è ancora confermata, invece, la partecipazione al vertice a margine del forum di Davos. 

Al centro del Consiglio europeo ci sarà anche il cosiddetto “bazooka”, lo strumento di coercizione commerciale che Bruxelles potrebbe valutare come risposta ai dazi annunciati da Washington. La linea di Meloni resta però improntata alla cautela: tenere aperto il canale del confronto per evitare una spirale di ritorsioni che rischierebbe di aggravare ulteriormente le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico. 

 

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Ricerca Randstad su Milano-Cortina, 128 candidature per ogni offerta di lavoro

19 Gennaio 2026 ore 15:01

ROMA (ITALPRESS) – I Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026 genereranno un importante ritorno economico attraverso il turismo, lo sviluppo di infrastrutture, la promozione internazionale dei territori e anche dal punto di vista occupazionale. Secondo le stime dell’Università Bocconi e dell’Università Cà Foscari, si prevede complessivamente la creazione di circa 36.000 posti di lavoro comprensivi anche dell’indotto generato, nei settori dell’edilizia, dell’organizzazione e del turismo, concentrati principalmente nell’area lombarda e delle Dolomiti. Ma la legacy dei Giochi sarà molto più ampia, se si considerano le competenze acquisite dai lavoratori: operare nell’organizzazione di un grande evento come questo permetterà di sviluppare alcune skill tecniche, ma soprattutto trasversali fortemente richieste dal mercato.
E’ quanto emerge dalla ricerca “Oltre il Traguardo: la Legacy di Competenze di Milano Cortina 2026”, realizzata da Randstad Italia, HR Partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, attraverso il centro di ricerca Randstad Research, che ha analizzato oltre 750 annunci di lavoro pubblicati da Fondazione Milano Cortina 2026 nel corso del 2023, del 2024, fino all’autunno 2025, con le relative professioni e competenze richieste.
Complessivamente sono state circa 100.000 le candidature ricevute da Randstad per lavorare all’organizzazione dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026. Dall’analisi degli annunci di lavoro emerge una notevole attrattività: in media, dal 2023 fino all’autunno 2025, sono state ricevute 128 candidature per ogni offerta pubblicata. Il settore più gettonato è quello dei servizi di educazione, formazione e lavoro, con una media di 390 candidature per posizione aperta. Mentre la maggior parte degli annunci riguarda il settore della logistica e trasporti, con circa il 33% delle offerte.
“In un contesto in cui l’intelligenza artificiale è spesso vista come uno strumento che può ridurre le opportunità di apprendere attraverso l’esperienza diretta, il caso dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026 rappresenta l’esatto opposto: un’intensa esperienza di apprendimento pratico, con un impatto forte e duraturo sul bagaglio di competenze dei lavoratori – ha detto Emilio Colombo, Coordinatore del Comitato scientifico di Randstad Research, nel corso della presentazione della ricerca al Coni -. Normalmente, in contesti ordinari, richiederebbe molto tempo, ma qui è possibile ottenerla in un periodo breve. Questa esperienza potrà avere ricadute benefiche sul mercato del lavoro in vario modo: direttamente sui lavoratori coinvolti e indirettamente sulle imprese e sui territori che saranno arricchiti dal nuovo sapere. Con la possibilità di mettere a frutto conoscenze e competenze acquisite, soprattutto trasversali, in qualità di formatori, tutor o mentor in differenti livelli formativi”.
“Una parte fondamentale della legacy dei Giochi prende vita attraverso le persone e le competenze che sviluppano lungo questo percorso – ha aggiunto Diana Bianchedi, Chief Strategy, Planning & Legacy Officer per Fondazione Milano Cortina 2026 -. Randstad è sempre stato un partner determinante: grazie al suo contributo abbiamo formato nuove professionalità e reso concreta un’eredità che ci ha ispirati e guidati da subito e che continuerà a generare valore ben oltre il 2026. Lo studio di Randstad Research ne offre una testimonianza chiara, perchè misura ciò che rappresenta uno dei pilastri di Milano Cortina 2026: lasciare al Paese un patrimonio duraturo di esperienza, capacità e lavoro di squadra. L’Italia è leader a livello internazionale per eventi sportivi e i Giochi daranno una spinta eccezionale a questo trend”.
“Ringrazio Randstad, perchè la partnership con loro è fondamentale – ha sottolineato Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina -. L’attività della Fondazione Milano Cortina non è atipica, ma unica, perchè si può configurare come fosse una start up, con la differenza che però dal momento della sua creazione c’è anche già la data di scadenza della stessa. Per questo è una bella sfida e per vincerla c’è bisogno di competenze. Una sfida difficile l’organizzazione dei Giochi. Aggravata dagli anni del Covid, dalle guerre e da quattro governi che sono cambiati. Ma al di là di queste competenze posso dire di esser orgoglioso del lavoro fatto fin qui, anche se il nostro è un Paese che se si fanno 199 cose bene, poi ci si sofferma sull’unica cosa che viene meno bene”.
Il concetto di legacy dei Giochi Olimpici e Paralimpici viene usato solitamente per parlare di beni materiali, come gli investimenti infrastrutturali che rimangono al territorio al termine della Manifestazione. Ma esiste una legacy che si riferisce alle persone coinvolte nell’organizzazione dei Giochi sia come lavoratori che come volontari, e che riguarda le competenze acquisite. Benchè si tratti di un’occupazione a tempo determinato, infatti, la peculiarità dell’esperienza lavorativa all’interno del grande evento Olimpico e Paralimpico rappresenta un unicum in termini di competenze professionali e personali, un bagaglio di esperienza spendibile nel mercato del lavoro.
Analizzando le posizioni lavorative e i relativi annunci di lavoro aperti da Fondazione Milano Cortina 2026 (759 annunci di lavoro pubblicati dal 2023 a settembre 2025) Randstad Research ha indagato l’impatto dell’evento in termini di legacy di competenze e professionalità. Per tutte le professioni emerge la richiesta di skill comunicative a tutto tondo, dalla conoscenza approfondita di una lingua straniera (inglese), alla capacità di esprimersi con chiarezza, alla capacità di saper comunicare attraverso strumenti tecnologici. Tutti i profili, più o meno tecnici, inoltre, sono accomunati da una richiesta di competenze trasversali, per operare in contesti multidisciplinari, multiculturali, multilinguistici. Nel complesso, sono ricercati professionisti ibridi e versatili, capaci di svolgere i loro compiti superando le barriere, in un mercato del lavoro estremamente dinamico e collaborativo.
Inoltre, la partecipazione stessa all’organizzazione e allo svolgimento dei Giochi rappresenta un acceleratore di competenze, soprattutto trasversali. In particolare, si svilupperanno problem solving durante lo svolgimento di attività complesse da svolgere in tempi e spazi contingentati; capacità di lavoro in team; capacità di interazione e comunicazione in un ambiente internazionale e multiculturale; gestione dello stress, lo svolgimento di numerose attività in contemporanea e il rispetto di scadenze molto ravvicinate.
Il settore che ha ricevuto più richieste è quello dei servizi di educazione, formazione e lavoro (in media 390 candidature per posizione aperta), seguito dalle attività ricreative e sportive (209), dai servizi culturali e dello spettacolo (157), servizi turistici (138), trasporti e logistica (101), i servizi digitali (81) e di public utilities (50). L’ultimo posto appartiene al settore dell’edilizia, con una media di undici candidature per offerta.
Per numero di annunci, invece, il settore che presenta il maggior numero è trasporti e logistica, con circa il 33% delle offerte. Seguono i servizi turistici (27,9% delle offerte) e attività ricreative e sportive (il 13,8%). In generale, turismo e servizi ricreativi e sportivi hanno raggiunto il miglior incontro tra domanda e offerta.
Circa il 67% degli annunci riguarda professioni di carattere amministrativo, il 24,9% posizioni manageriali, il 7,9% apprendistato o tirocini (considerando che l’analisi è condotta a un anno circa dall’inizio dell’evento, per cui le figure ricercate sono soprattutto prettamente organizzative di livello medio alto, perchè quelle operative sono state cercate successivamente).

– foto mec/Italpress –
(ITALPRESS).

Governo, sbloccato il 99% delle risorse stanziate

19 Gennaio 2026 ore 15:01

ROMA (ITALPRESS) – Sbloccato il 99,2% di risorse stanziate dal Governo Meloni. Lo riporta la tredicesima relazione sul monitoraggio dei provvedimenti legislativi e attuativi del governo Meloni con aggiornamento al 31 dicembre 2025. Il tasso di adozione dei decreti attuativi è “ai massimi da inizio legislatura: il numero dei decreti adottati supera quota 1.000″.

Alla data del 31 dicembre 2025, il governo Meloni ha adottato complessivamente “1.077 decreti attuativi, di cui: 794 previsti da disposizioni di propria iniziativa e 283 riferiti a provvedimenti ereditati dalla precedente legislatura.

Sempre al 31 dicembre 2025, risultano disponibili il 99,2% delle risorse stanziate per gli anni 2022-2025, per un totale di circa 292,4 miliardi di euro, a cui si aggiungono 9,3 miliardi sbloccati mediante l’adozione di provvedimenti della scorsa legislatura. In totale, il Governo Meloni ha reso utilizzabili circa 301,7 miliardi di euro.

Si attesta all’82% la percentuale di atti legislativi di iniziativa governativa entrati in vigore nel trimestre senza rinvio a successivi decreti attuativi, evidenziando il costante e progressivo impegno del Governo a rendere immediatamente efficaci le misure adottate.

Il tasso di adozione dei decreti attuativi sale al 68,7%, il valore più alto dall’inizio della legislatura. Lo stock complessivo dei decreti ancora da adottare scende a 490 unità.
Particolarmente significativo il dato relativo alle risorse finanziarie: il tasso di attuazione dei decreti che sbloccano fondi pari o superiori a 10 milioni di euro raggiunge il 79,1%, a fronte del 62,6% di quelli che non prevedono risorse finanziarie.

Tra i principali provvedimenti attuativi adottati nel trimestre:
Ripartizione del fondo previsto per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, per un importo complessivo di 18,4 miliardi; Individuazione delle prestazioni di telemedicina per i grandi anziani; Ripartizione del fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo per il finanziamento del teatro urbano, del teatro sociale, di manifestazioni, rassegne e festival; Ripartizione del fondo per l’apertura di nuove librerie sul territorio da parte dei giovani fino a 35 anni di età”.
-foto Ipa Agency-
(ITALPRESS).

McDonald’s, ampia adesione volontaria dei licenziatari al Contratto Integrativo

19 Gennaio 2026 ore 15:01

MILANO (ITALPRESS) – Lo scorso ottobre McDonald’s Italia e le Organizzazioni Sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno sottoscritto il Contratto Integrativo Aziendale per i 3.600 dipendenti diretti. Contestualmente il modello di contratto prevedeva l’opportunità di adesione al CIA da parte dei licenziatari su base volontaria. “Considerando le adesioni dei licenziatari finora pervenute, l’applicazione dello strumento riguarda oltre 14.000 lavoratrici e lavoratori – fa sapere McDonald’s attraverso una nota -. Un dato che pone l’operazione tra quelle di maggiore successo in Italia per contratti integrativi e benchmark per il proprio settore. L’accordo riserva particolare attenzione ai temi della sicurezza. E’ prevista l’installazione nei ristoranti del Bottone d’Emergenza, collegato direttamente alle Forze dell’Ordine, e il rafforzamento delle misure per il contrasto alla violenza di genere, attraverso l’impegno di McDonald’s e la collaborazione con il numero nazionale antiviolenza 1522”.
“Questo risultato positivo è un’ulteriore conferma della centralità delle persone nella cultura aziendale di McDonald’s e dell’impegno concreto e costante dei nostri licenziatari per i propri dipendenti e per le comunità in cui operano – ha detto Giorgia Favaro, Amministratrice Delegata di McDonald’s Italia -. Ogni licenziatario è libero di scegliere se aderire al CIA e ringrazio chi lo ha già fatto. Ricordo inoltre che oltre il 90% della rete già applicava misure di welfare aggiuntive al contratto di primo livello, in base alle esigenze dei propri territori: tali buone pratiche sono state recepite nel recente accordo. Infine, da sempre la nostra rete di licenziatari sviluppa presso le proprie comunità i nostri progetti di impatto sociale nazionali come la donazione di pasti caldi ai più bisognosi e le giornate di volontariato aziendale dedicate al ripristino del decoro urbano”.
Il CIA per i dipendenti McDonald’s Italia introduce nuove misure di welfare a sostegno del reddito e della conciliazione vita-lavoro, con congedi parentali rafforzati, permessi per studenti e caregiver e maggiore flessibilità per le lavoratrici in maternità. E’ prevista una banca ore solidale, con il contributo dell’azienda, per supportare i dipendenti in situazioni di grave necessità.

– foto ufficio stampa McDonald’s –
(ITALPRESS).

La danza a piedi nudi di Meghan e Harry: il romantico ballo in giardino ripreso dalla figlia Lilibet

19 Gennaio 2026 ore 15:40

Sta facendo il giro del web, riscuotendo molto successo, il video pubblicato da Meghan Markle per partecipare, a suo modo, al trend che sta spopolando sui social che consiste nel rivivere alcuni momenti del 2016. La duchessa del Sussex ha pubblicato una breve clip in bianco e nero in cui balla con il marito, Harry, a piedi nudi in giardino. Il video, in realtà, è del 2026 ed è stato ripreso dalla secondogenita della coppia reale, Lilibet. “Quando il 2026 sembra proprio il 2016… dovevate esserci”, ha scritto Meghan nella didascalia del video pubblicato insieme a una foto scattata proprio nel 2016 in Botswana, durante il loro terzo appuntamento.

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Garlasco, anche la Cassazione conferma il no al sequestro ai dispositivi dell’ex pm Venditti. “Rigetto totale”

19 Gennaio 2026 ore 15:39

La Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame che, il 17 novembre scorso, aveva annullato il decreto di sequestro dei dispositivi elettronici di Mario Venditti, ex procuratore di Pavia, indagato nel filone dell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari legata al caso Garlasco. Con il “rigetto totale” del ricorso della Procura di Brescia, la Corte ha ribadito la propria posizione in merito alla mancanza di una giustificazione adeguata per procedere con un sequestro così esteso e generico, che avrebbe riguardato telefoni, pc, tablet e altri dispositivi elettronici di Venditti. I giudici della Libertà di Brescia, per tre volte, hanno bocciato le istanze della procura di Brescia.

La difesa

Il ricorso dei pm bresciani mirava a contestare la decisione del Riesame che, il mese scorso, aveva già annullato un sequestro precedente, eseguito il 24 ottobre, dei dispositivi appartenenti all’ex procuratore. “Non vi è nessuna ragione di opportunità concreta ed effettiva che imponga la conoscenza di una mole così vasta di informazioni sulla altrui vita privata”, ha sottolineato l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Venditti, nelle sue osservazioni a sostegno della restituzione dei beni. Secondo la difesa, la Procura aveva “tentato l’indiscriminata apprensione di tutti i devices telematici ed elettronici in uso all’indagato”, senza aver selezionato preventivamente i dati rilevanti, “indubbiamente estranei alle finalità investigative”. Aiello ha anche precisato che l’intervallo temporale proposto per le ricerche – ben 11 anni, dal 2014, anno in cui Venditti divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025 – era “talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”. Per il legale: “L’ipotesi di corruzione contestata non coinvolge né i legali della famiglia Sempio, né i suoi consulenti tecnici, né la polizia giudiziaria in servizio all’epoca, sicché non si comprendono le ragioni, concrete ed effettive, per cui debbano scandagliarsi milioni di dati contenuti nei pc, telefoni, tablet del dott. Venditti“.

L’argomentazione della Procura

In risposta alla decisione del Riesame, la Procura di Brescia aveva sostenuto che “pretendere una puntuale individuazione di specifiche ‘parole chiave’ determinerebbe un gravissimo ed irrecuperabile ‘vulnus’ alla completezza dell’indagine”. Secondo i pm, infatti, senza un accesso libero e completo ai dispositivi elettronici di Venditti, l’inchiesta sulla presunta corruzione, che coinvolge anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea Sempio, sarebbe stata compromessa. L’ipotesi accusatoria sostiene che Venditti, in cambio di denaro, abbia influenzato l’archiviazione del caso relativo all’omicidio di Chiara Poggi, un delitto che coinvolge Andrea Sempio. Tuttavia, i giudici del Riesame, e ora la Cassazione, hanno ritenuto che le argomentazioni della Procura non fossero sufficienti a giustificare un’indagine così invasiva sulla vita privata di Venditti, e hanno quindi confermato la restituzione di tutti i dispositivi elettronici. “Non basta fornire limiti di tempo all’estrazione dei dati di interesse, se l’intervallo proposto è talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”, ha osservato Aiello, sottolineando che la Procura non aveva nemmeno indicato “parole chiave” per circoscrivere le ricerche.

Il contesto del caso Garlasco

Il caso Garlasco, che ha visto la condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, continua a essere al centro di nuove indagini. Sebbene l’inchiesta sull’omicidio sia quasi conclusa, le indagini che riguardano Mario Venditti e Giuseppe Sempio, incentrate sulla corruzione per favorire l’archiviazione di Sempio nel 2017, sembrano non trovare i fondamenti giuridici necessari per sostenere l’accusa. La difesa di Venditti ha fatto presente che l’inchiesta avrebbe dovuto concentrarsi sui fatti specifici legati alla corruzione e non su un’analisi esplorativa della vita privata dell’ex procuratore. “L’intento esplorativo di chi indaga, pur dinanzi ad una ipotesi delittuosa chiara e circoscritta, è evidente”, ha dichiarato Aiello.

La decisione della Cassazione potrebbe avere implicazioni rilevanti per la Procura bresciana, che dovrà rivedere le modalità di conduzione dell’indagine. Venditti, infatti, continua a respingere le accuse di corruzione e la sua difesa ha sempre sostenuto che non esistano prove concrete a suo carico. “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima”, hanno dichiarato i legali dell’ex procuratore, che hanno criticato l’attività della Procura bresciana, ritenendola “pretestuosa” e senza base solida.

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Garlasco, la difesa di Stasi sui file pornografici nel pc: “La cartella Militare è irrilevante. Fiduciosi nelle indagini in corso”

19 Gennaio 2026 ore 15:29

In attesa della chiusura indagini del nuova controversa inchiesta sul delitto di Garlasco, che vede indagato Andrea Sempio, la difesa di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, replica alla nota del team legale della parte civile sulla cartella con file pornografici, “visionati” “con certezza” dalla vittima il giorno prima di essere uccisa nella villetta di via Pascoli.

“Senza neanche attendere di valutare le indagini svolte in questo ultimo anno vengono ventilati, nelle sedi mediatiche, asseriti nuovi elementi determinanti a carico del condannato-eterno processato”, Alberto Stasi, “che in nessun caso potrebbero essere utilizzabili processualmente” contro di lui “e che, viceversa, manifestano una significativa presa di posizione” dichiara Giada Bocellari, l’avvocata che da sempre difende Stasi commentando la richiesta di nuova consulenza informatica sul pc di Alberto chiesta dai legali della famiglia Poggi. Da parte dei quali, scrive Bocellari, “assistiamo un continuo tentativo (…) di ricerca, mediante pubblici annunci, di asserite nuove prove contro un condannato che in nessun caso potrà essere processato nuovamente”.

Il difensore – a cui si deve l’impulso della nuova inchiesta a carico di Sempio che era stato già archiviato, osserva inoltre che qualora fossero “davvero” determinanti “ai fini della verità” tali elementi di prova “dovrebbero essere offerti, senza indugio” ai pm pavesi, affinché possano essere valutati “nell’indagine in corso a carico di Sempio: questa difesa è fermamente convinta che i nuovi elementi, come le azioni giudiziarie, proprio in considerazione della delicatezza” della fase del procedimento, “vadano depositati nelle sedi competenti, come peraltro, nel silenzio, ha già fatto, sta facendo e farà la difesa Stasi (sia per quanto riguarda i nuovi elementi, sia per quanto riguarda le azioni giudiziarie). Si resta comunque fiduciosi nelle indagini in corso – chiude la nota – con la certezza che le stesse continueranno con la medesima serietà dimostrata sinora e con l’unico scopo di ricerca di una verità effettiva ed oggettiva nell’interesse della giustizia e di Chiara, anche in relazione ai tanti aspetti peculiari di questa tragica vicenda”.

Il 16 gennaio 2026, i componenti del team legale della parte civile – gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna – con una nota hanno infatti sottolineato la necessità di un approfondimento informatico, che si sarebbe concentrato su alcuni file rinvenuti sul computer di Stasi. Secondo i consulenti informatici incaricati dalla famiglia Poggi, la sera prima dell’omicidio, Chiara Poggi avrebbe aperto una cartella chiamata “Militare” contenente file pornografici, un dettaglio che non era mai stato completamente chiarito. Stasi è stato assolto dalla Cassazione nel 2014, per detenzione di frammenti di materiale pedopornografico. Ma vale la pena ricordare che in una relazione del 2024 agli atti del Tribunale di Sorveglianza si parla di una “ossessiva catalogazione e la abituale visione di materiale pornografico anche raccapricciante e violento” e di una persona che cerca il piacere in modo “non convenzionale”.

In particolare, i legali della famiglia Poggi hanno evidenziato che circa “settemila file pornografici” erano catalogati in quella cartella, e che Chiara avrebbe interagito con essa poco prima di essere uccisa. “Abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi”, ha spiegato Tizzoni, ribadendo che la cartella “Militare'”, così come altre prove emerse, è fondamentale per comprendere meglio il movente dell’omicidio. Gli avvocati ritengono che la consultazione di questi file possa fornire una chiara spiegazione del conflitto che, secondo loro, si sarebbe sviluppato tra Alberto e Chiara.

Queste informazioni sono considerate cruciali per la parte civile, che sta cercando di evitare che le prove raccolte nel processo precedente vengano ignorate nel tentativo di rivedere la condanna di Stasi. “Abbiamo sempre denunciato il tentativo di riabilitare l’assassino, senza prendere in considerazione le prove già raccolte nel processo, incluse quelle relative al famoso incidente probatorio riguardante l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto”. La parte civile ha anche chiesto che l’incidente probatorio venga promosso con un perito terzo, per cristallizzare le prove informatiche riguardanti il computer di Stasi, in particolare l’apertura della cartella contenente file pornografici e la consultazione di una “nuova cartella”. Questi sviluppi sono stati accertati grazie all’utilizzo di software avanzati da parte dei consulenti Paolo Reale, Nanni Bassetti e Fabio Falleti, che hanno analizzato la copia forense del pc di Stasi. I risultati di questa analisi hanno rafforzato la convinzione della parte civile sulla rilevanza del contenuto di quella cartella per comprendere meglio il movente del delitto.

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Il “Sarcofago di Crispina” al Museo Archeologico di Capri: ora il pubblico potrà ammirarlo

A seguito della stipula dell’accordo per il comodato d’uso del reperto tra i Musei e Parchi Archeologici di Capri e la famiglia Ruocco, che ne ha garantito la tutela per generazioni fino ad oggi. Trovato nella chiesa di San Costanzo nel 1810, fu subito attribuito all’imperatrice...

I sovranisti europei fanno fronte comune contro i dazi di Trump. La Lega è l'unica a esultare

19 Gennaio 2026 ore 14:00

Paradosso sovranista: l'estrema destra europea fa fronte comune contro i dazi minacciati da Donald Trump. La Lega invece gongola. Nelle scorse ore il presidente americano ha annunciato strette commerciali per i paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La quota annunciata è del 10 per cento, ma potrebbe salire al 25 per cento fino alla conclusione di un accordo per l'acquisto dell'isola. A rischiare sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. La minaccia di nuovi dazi ha spinto alcuni esponenti della destra (finora molto vicina al tycoon) a esporsi pubblicamente contro la mossa della Casa Bianca. "Le minacce pronunciate da Donald Trump contro la sovranità di uno stato, a maggior ragione europeo, non sono accettabili", ha scritto su X Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National ed eurodeputato del gruppo Patrioti per l'Europa. "Il ricatto commerciale è altrettanto intollerabile", ha proseguito il politico francese, invitando l'Unione europea a sospendere l'accordo concluso lo scorso luglio, che aveva fissato un dazio statunitense del 15 per cento per la maggior parte dei beni dell'Ue. 

 

                           

Dello stesso avviso anche Alice Weidel, leader di Afd. Dopo aver bollato il ritiro delle truppe tedesche nell'artico come una "palese ammissione che il governo tedesco ha completamente perso la direzione della sua politica estera", la politica tedesca ha evidenziato la necessità di porre il dialogo come obiettivo principale "per evitare una guerra commerciale e trovare una soluzione". Dall'Inghilterra, anche Nigel Farage, numero uno di Reform Uk e fra i più strenui promotori della Brexit, si è detto molto preoccupato e inquieto sulle strette commerciali trumpiane, giudicando "sbagliati, negativi e molto, molto dannosi" i nuovi dazi minacciati. "Parlerò con l'amministrazione statunitense mercoledì, quando sarò a Davos. Dirò che questo non è il modo in cui si tratta il proprio migliore amico", ha annunciato in un'intervista. Per poi rimarcare su X: "Non sempre siamo d'accordo con il governo degli Stati Uniti e in questo caso certamente non lo siamo. Questi dazi ci danneggeranno".

C'è chi invece non si sente affatto minacciato dalle ennesime misure ritorsive di Trump, anzi. Il Carroccio parla degli stati europei oggetto dei nuovi dazi come i "deboli d’Europa", dal cui "bellicismo" l'Italia ha fatto bene a chiamarsi fuori. "Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti", si legge in un post pubblicato dal profilo ufficiale del partito

 

          

A fare più clamore è stato il senatore leghista Claudio Borghi, che nella sua quotidiana fiumana di tweet si è detto pronto a "festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania". Attirando così le critiche del ministro della Difesa, Guido Crosetto: "Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali – ha scritto rivolgendosi direttamente al senatore leghista – Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso. In un mondo polverizzato dove si torna alla logica 'ognuno per sé e Dio per tutti' od a quella della potenza militare e delle risorse naturali noi non siamo un vaso di ferro". Un piccolo scontro istituzionale, e una più grande frattura fra i sovranisti europei. Che mai come prima scoprono quanto fare fronte comune sia essenziale. 

Trump invita la Ue a entrare nel Board of Peace per Gaza. “Un miliardo per diventarne membri permanenti”

19 Gennaio 2026 ore 14:58

Un invito allargato all’Unione europea, così come alla Russia di Putin, alla Turchia e al Qatar. La richiesta di adesione viene Trump ed è finalizzata all’accesso del Board of peace for Gaza che supervisionerà l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia. Ad accettare finora sono stati l’Argentina di Milei, l’Ungheria di Orban e il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev. Per essere membri permanenti, ha rivelato un funzionario Usa, il presidente avrebbe posto come condizione un contributo da un miliardo di dollari, mentre un’adesione di tre anni non prevede alcun requisito di contributo. Il denaro, ha riferito la stessa fonte a Reuters, sarà destinato alla ricostruzione di Gaza. “Abbiamo ricevuto un invito” da parte degli Stati Uniti a far parte del Board of peace Usa per Gaza “e lo apprezziamo molto”, “la presidente è in stretto contatto con tutti i leader europei su tutte le questioni geopolitiche. Ci saranno discussioni continue questa settimana. La priorità per noi è raggiungere la pace. E vogliamo contribuire a un approccio globale per porre fine al conflitto a Gaza”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Olof Gill nel briefing quotidiano con la stampa precisando che l’invito era rivolto alla presidente von der Leyen. “Gli Stati Uniti – spiega il portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna, Anouar El Anouni – ci hanno invitato a far parte del Board of peace. Apprezziamo tale invito e condividiamo l’obiettivo di raggiungere la pace. In particolare, per quanto riguarda il contributo sulla scena globale per porre fine alla guerra, e siamo pronti a discutere con gli Stati Uniti e altri partner su come raggiungere congiuntamente questo obiettivo. Inoltre, siamo in stretto contatto con i nostri partner su questo argomento, più specificamente per quanto riguarda il contributo che l’Ue potrebbe apportare in questo contesto. Disponiamo di competenze uniche e di una serie di strumenti multidimensionali, che rispondono alle esigenze multidimensionali nel contesto della situazione a Gaza. Siamo pronti a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione in termini di sicurezza, diplomatici e umanitari, per quanto riguarda le questioni di sicurezza“. Di diverso tenore la reazione della Francia. Al momento Parigi non è “favorevole” ad una eventuale adesione al cosiddetto ‘Consiglio di pace’ che “suscita interrogativi importanti”, dichiarano all’agenzia France Presse fonti vicine al presidente, Emmanuel Macron, secondo cui la Carta di questa iniziativa “supera lo stretto quadro di Gaza”, contrariamente alle attese iniziali. “Suscita importanti interrogativi, in particolare, circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite, che non possono in nessun modo venire rimessi in discussione”, avvertono le fonti a Parigi.

La reazione di Israele – E a bocciare il Board di Trump, e in particolare l’inclusione di Turchia e Qatar, è lo stesso governo Netanyahu. Nei giorni scorsi anche Tel Aviv aveva ricevuto l’invito a farne parte, ma in una dichiarazione l’esecutivo ha fatto sapere che “l’annuncio sulla composizione del comitato esecutivo di Gaza, che è subordinato al Comitato per la Pace, non è stato coordinato con Israele ed è contrario alla sua politica”, motivo per cui è stato “ordinato al ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato Usa su questa questione”. Nella dichiarazione non si spiegano le ragioni di queste obiezioni, ma in precedenza Israele si era opposta a qualsiasi ruolo della Turchia nel dopoguerra di Gaza, mentre nel comitato esecutivo siede il ministro degli Esteri turco e Trump ha invitato il presidente Recep Tayyip Erdogan nel Board of Peace, che nelle intenzioni del tycoon dovrebbe occuparsi di tutte le crisi del pianeta non solo di Gaza. Tra i più granitici oppositori all’invito a Turchia e Qatar c’è il ministro israeliano di ultradestra Bezalel Smotrich: “Abbiamo pagato tutti questi prezzi solo per trasferire Gaza da un nemico all’altro? Turchi e qatarioti ancora oggi sostengono Hamas e non sono diversi da loro nel desiderio di distruggere lo Stato di Israele. Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c’è differenza”. E ha aggiunto: “È tempo di ringraziare il presidente Trump per il suo incredibile sostegno allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, e sono convinto che stia agendo con buone intenzioni – ha aggiunto Smotrich – ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e chiedo di annullarlo. Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regime militare e portiamo a termine la missione. È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e di consentire ai residenti di Gaza di andarsene e cercare il loro futuro altrove, dove non metteranno a repentaglio il futuro dei nostri figli”, ha concluso il ministro.

Lo statuto del Board of Peace – La Casa Bianca ha spiegato che il piano di Trump comprende tre organismi: il Board of Peace, presieduto da Trump, il comitato palestinese di tecnocrati che hanno il compito di governare Gaza e il comitato esecutivo di Gaza che avrà un ruolo consultivo. Lo statuto del Board of Peace è stato inviato a decine di capi di Stato insieme a una lettera d’invito a far parte del Consiglio. A rivelarlo è stato il sito del quotidiano israeliano Haaretz, sottolineando che l’organismo istituito per gestire la ricostruzione di Gaza contiene misure che lo posizionano in concorrenza con le Nazioni Unite. Non a caso lo statuto si apre sottolineando la necessità di “un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace”, aggiungendo che una pace duratura richiede “il coraggio di abbandonare… istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Sempre secondo il documento, il Consiglio lavorerà per “ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto”, al posto di altre organizzazioni. E pensando che il bilancio dell’Onu sfiora appena i 4 miliardi, basterebbero 4 Paesi che desiderano essere permanenti per esercitare potere e influenza con un impatto senza precedenti sulle istituzioni internazionali. Lo statuto considera la presidenza un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che “Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of peace”, senza alcun riferimento alla carica di presidente, a un mandato fisso, o a cambiamenti politici. Lo statuto inoltre lega i privilegi di appartenenza degli Stati ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori: mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a mandati triennali, lo statuto infatti stabilisce che “il mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto”, consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.

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13enne attaccato da uno squalo mentre nuota nei pressi del porto, ora è in gravi condizioni: “Ferito alle gambe”

19 Gennaio 2026 ore 14:57

È stato attaccato da uno squalo mentre stava nuotando nel porto di Sydney e ora si trova in condizioni critiche a causa di gravi ferite alle gambe. Il ragazzo, 13 anni, è stato recuperato dall’acqua nei pressi di Shark Beach, nel parco di Nielsen Park (quartiere orientale di Vaucluse), intorno alle 16.20 di domenica 18 gennaio. In un primo momento è stato soccorso dagli agenti della polizia nautica del Nuovo Galles del Sud, che hanno applicato due lacci emostatici e prestato le prime cure. I paramedici hanno potuto proseguire l’assistenza solo una volta giunti al molo di Rose Bay.

“Le ferite sono compatibili con l’attacco di quello che riteniamo essere stato un grande squalo”, le parole della polizia. Dopo essere stato stabilizzato, il 13enne è stato trasportato al Sydney Children’s Hospital. Shark Beach è stata chiusa e le autorità hanno invitato i bagnanti a evitare l’acqua. La rete anti-squalo, danneggiata da forti mareggiate nell’aprile 2025, è stata riparata all’inizio di dicembre: secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo stava nuotando al di fuori dell’area protetta al momento dell’attacco.

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“La principessa Eugenia furiosa con il padre Andrea per lo scandalo Epstein, non gli rivolge più la parola e non l’ha voluto vedere a Natale”: lo rivela il Daily Mail

19 Gennaio 2026 ore 14:46

La principessa Eugenia ha interrotto ogni contatto con il padre caduto in disgrazia in seguito allo scandalo Jeffrey Epstein”, a sganciare la “bomba” è il Daily Mail. Il principe Andrea o meglio dire ex principe perché privato dei suoi titoli reali a ottobre per i suoi legami con il finanziere pedofilo, pare sia “sconvolto” per la durissima presa di posizione della figlia minore. Eugenia, che oggi ha 35 anni, ha preso la decisione dopo che sui tabloid ma anche nelle aule del tribunali sono arrivateulteriori rivelazioni dannose per il padre circa l’ormai scandalosa amicizia con Epstein.

Si dice che Eugenie, che ha fondato l’Anti-Slavery Collective per contrastare il traffico sessuale, non veda di buon occhio il rifiuto del padre di scusarsi con le vittime di Epstein. Una fonte ha riferito al Ministero degli Interni che la frattura è simile a quella tra i Beckham: “Non c’è alcun contatto, niente. È come Brooklyn Beckham: lo ha completamente tagliato fuori”.

Nel frattempo, alcune fonti affermano che sua sorella maggiore, la principessa Beatrice, stia adottando un approccio più “soft”, cercando di rimanere in contatto con il padre e di preservare la propria reputazione all’interno della Famiglia Reale. Infatti Beatrice ha invitato Andrea al battesimo della figlia di 11 mesi, Athena, a Londra il mese scorso, poi però non ha partecipato alla festa tenutasi in un pub per evitare i paparazzi.

“Beatrice sta cercando di mantenere un equilibrio tra il non tagliare fuori il padre e il rimanere vicina alla Famiglia Reale”, ha detto la fonte. Una cosa è certa: Eugenia non sta cercando di seguire questa linea e non gli parla. La rottura dei rapporti tra Andrea ed Eugenia è fonte di grande umiliazione per l’ex principe caduto in disgrazia, che si prepara a lasciare la Royal Lodge, la sua dimora nella tenuta di Windsor per vent’anni. Un furgone per traslochi è stato avvistato la scorsa settimana. Si prevede che Andrea si trasferirà in una proprietà temporanea nella tenuta di Sandringham, nel Norfolk, nelle prossime settimane, fino al completamento dei lavori di ristrutturazione della vicina Marsh Farm, la sua nuova casa, a Pasqua.

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Donzelli prende in giro Renzi: “Parole su Meloni? Lui guidava il primo partito d’Italia, oggi fatica a guidare l’ultimo”

19 Gennaio 2026 ore 14:25

“Le parole di Renzi? Sono dettate da astio e difficoltà politiche, comprendo chi guidava il primo partito d’Italia e oggi fatica a guidare l’ultimo“. Lo ha detto Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, fuori da Montecitorio, commentando le dichiarazioni del leader di Italia viva, che sabato scorso ha (ri)lanciato un progetto intitolato “casa riformista” per, tra le altre cose, “mandare al Quirinale uno normale”. In contrapposizione all’ipotesi che al Colle possa puntare Giorgia Meloni dopo le elezioni del 2027.

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Resta incastrato nell’impastatrice, nessuno se ne accorge e quando arrivano i soccorsi è tardi: morto il pasticciere Mordehay Grunberger

19 Gennaio 2026 ore 14:21

Si chiama Mordehay Grunberger il pasticcere morto in un incidente sul lavoro in Florida. Secondo quanto riferito dalla polizia, il 71enne sarebbe rimasto incastrato in un macchina industriale per impastare. Le autorità hanno escluso segni di violenza e ritengono che si sia trattato di un incidente. Grunberger sarebbe rimasto incastrato all’interno del macchinario per diverso tempo, senza che nessuno se ne accorgesse. Il tragico fatto è accaduto al South Florida Kosher Market, a North Miami Beach.

L’indagine è in corso con il coinvolgimento dell’agenzia federale per la sicurezza sul lavoro (OSHA). Il supermercato ha chiuso temporaneamente in seguito all’accaduto. Grunberger, indicato dal New York Post come capo pasticcere, lascia la moglie e due figli. La moglie, Inna Gastman Moar, lo ha ricordato sui social come “il mio migliore amico” e “il padre dei miei due splendidi figli”. Il proprietario del market, Yitzie Spalter, ha parlato di una “tragedia inimmaginabile” per l’intera comunità, mentre numerosi messaggi di cordoglio hanno ricordato Grunberger come una persona dal “cuore nobile”.

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“I prof sono complici”: momenti di tensione davanti alla scuola di La Spezia dove è stato accoltellato Youssef Abanoub

19 Gennaio 2026 ore 14:02

Vogliamo giustizia” è la scritta che aleggia sulle porte di scuola. Ad attaccare il foglio è stata una ragazza sulle spalle di un coetaneo, un gesto per arrivare più in alto e chiamare all’attenzione il mondo dei grandi. Nella mattina del 19 gennaio, un centinaio di giovani studenti e studentesse hanno manifestato di fronte all’ingresso dell’Einaudi-Chiodo di La Spezia per la morte di Youssef Abanoub, il 18enne accoltellato a morte nell’istituto ligure.

Dopo la tragedia c’è tensione in città. Il sindaco Pierluigi Peracchini, nonostante le iniziali riluttanze, ha proclamato lutto cittadino per il giorno dei funerali del giovane Youssef. Alla veglia organizzata dai coetanei e dalle coetanee del ragazzo non sono mancati momenti di tensione. Qualcuno ha portato cartelli che accusano direttamente il personale scolastico: “I prof sono complici”, si legge su uno di questi. Qualcun altro ha provato a bloccare l’ingresso dell’edificio, scontrandosi con un collaboratore scolastico: a placare gli animi ci ha pensato la Digos, provocando lo spavento e l’allontanamento di alcuni presenti.

La manifestazione si è conclusa al sotto al Tribunale spezzino. Dopodiché, le persone presenti si sono dirette all’obitorio, dove si trova ora Youssef: la salma del ragazzo è a disposizione della magistratura, che ne ha disposto l’autopsia. Le partecipazioni al corteo sono state centinaia: oltre che dall’istituto professionale, sono giunte presenze anche dai licei Mazzini e Fossati e da altri istituti superiori della città.

Il giorno prima, sul sito dell’istituto era stato pubblicato un comunicato scritto dalla preside Gessica Caniparoli, in cui veniva annunciato l’inizio del “percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità scolastica”, con il sostegno del supporto psicologico.

Immagini prese dalle storie pubblicate sul profilo Instagram di Unione degli studenti La Spezia: @udslaspezia

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Napoli, agevolazioni per i veicoli elettrici e ibridi prorogate a fine 2026

La decisione del Comune per incentivare la mobilità sostenibile e ridurre le emissioni. Confermati accesso a Ztl al costo di 30 euro l'anno e tariffe agevolate per la sosta negli stalli blu, che varieranno in base all'Isee, con obbligo di utilizzo dell'app Tap&Park

Quarto, fa discutere il Gesù “palestinese” di Jorit: con la kefiah, in un occhio Guernica di Picasso

È la prima volta che lo street artist realizza un suo murale sul muro di una chiesa partendo da una frase di Francesca Albanese. Anche sul viso del Redentore le due strisce rosse sulle guance, segno distintivo della “human tribe”

Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate

19 Gennaio 2026 ore 14:00

Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole. L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.

L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al rischio idrogeologico.

Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la chiusura di alcune strade litoranee.

In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado, sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.

In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro. Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”. Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte fino ai 3,2 metri.

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“Senza il Nobel non mi sento più obbligato alla pace”: la lettera di Trump al premier della Norvegia

19 Gennaio 2026 ore 13:59

“Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 Guerre IN PIÙ, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, sebbene questa sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è giusto e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti, solo che un’imbarcazione è sbarcata lì centinaia di anni fa, ma anche noi abbiamo avuto imbarcazioni che sono sbarcate lì. Ho fatto più per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la Nato dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie! Presidente DJT”. Ovvero Donald John Trump. Si tratta della lettera che il presidente degli Stati Uniti ha scritto al al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Støre, rivelata da Sky News. Trump accusa Oslo, dove ha sede il comitato del Nobel, di non avergli consegnato il riconoscimento attribuito a Corina Machado, esponente dell’opposizione venezuelana che a sua volta, nei giorni scorsi, ha deciso poi di darlo proprio al capo della Casa Bianca, nella speranza di un ruolo di primo piano (che pare non arriverà) nella transizione post-Maduro. Visto che il premio non è arrivato, dice Trump a Støre, allora gli Stati Uniti hanno tutte le ragioni per focalizzarsi sul possesso della Groenlandia, il territorio semi-autonomo danese su cui da mesi Trump insiste affinché sia controllato proprio da Washington. Alla lettera ha risposto direttamente il premier norvegese. “La posizione della Norvegia sulla Groenlandia è chiara: la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e la Norvegia sostiene pienamente il Regno di Danimarca su questo tema”, ha dichiarato Støre. “Per quanto riguarda il Nobel – ha aggiunto – ho spiegato chiaramente, anche al presidente Trump, che il premio viene attribuito da un Comitato del Nobel indipendente e non dal governo norvegese”.

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Cristiano Ronaldo batte la Juve in tribunale: respinto l’appello del club bianconero sui 9,8 milioni di stipendio

19 Gennaio 2026 ore 13:46

Cristiano Ronaldo ha vinto. Non è una novità, visto il talento e l’ossessione del portoghese. Ma questa volta il successo arriva – o meglio si ripete – nell’aula di un tribunale. Il giudice Gian Luca Robaldo del tribunale del lavoro di Torino ha infatti emesso una sentenza che respinge l’appello presentato dalla società Juventus per il caso riguardante il lodo stipendi risalente ai tempi del Covid. E così, i 9,8 milioni – che con gli interessi diventano circa 11 – decisi dall’arbitrato del 2024 rimarranno nelle pingui casse del campione di Madeira.

La Juventus dovrà provvedere anche al pagamento delle spese processuali, ma il processo e la sentenza non avranno impatto diretto nei bilanci presenti e futuri del club bianconero. Come riporta la Gazzetta dello Sport, infatti, la cifra in questione era già stata versata e immagazzinata nel bilancio 2023-24.

Il caso degli stipendi della Juventus fu portato alla luce nell’inchiesta Prisma – la stessa che portò alla famosa penalizzazione di 10 punti nel 2023 – e riguarda una manovra compiuta dal club nella stagione 2020-21. All’interno della stessa era emersa una carta, la “carta Ronaldo“, che presentava un accordo per il pagamento posticipato di 19,5 milioni di euro lordi di stipendio. La cifra riguardava il debito residuo dell’ingaggio del numero 7 ed era antecedente al suo trasferimento in Inghilterra. Secondo gli inquirenti, questo debito non sarebbe allora mai stato iscritto a bilancio e rientrerebbe nella presunta rinuncia fittizia agli stipendi da parte di alcuni giocatori.

Nella carta si parlava di un premio integrativo da consegnare a Ronaldo entro il 31 luglio 2021. Era previsto anche un “incentivo all’esodo” da liquidare qualora un trasferimento – poi avvenuto a fine agosto, al Manchester United – avesse impedito il verificarsi delle condizioni. Il documento fu trovato nel marzo del 2022 in una perquisizione nello studio legale dell’avvocato Restano, compiuta dai procuratori e dalla GdF. Nella Carta vi era la firma dell’ex Cfo del club torinese Fabio Paratici (dal prossimo 4 febbraio nuovo direttore generale della Fiorentina) ma non quella del calciatore. Nonostante alcune chat intercettate di alcuni dirigenti della Juventus che confermavano la firma del calciatore, la sigla non è mai stata riscontrata e per questo motivo la questione era stata affrontata tramite arbitrariato. Gli arbitri Gianroberto Villa, Roberto Sacchi e Leandro Cantamessa stabilirono nell’aprile del 2024 il pagamento di 9.774.166,66 euro più interessi, riconoscendo un concorso di colpa tra le parti. Sentenza confermata.

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Il Principe Harry torna “a casa” per la causa contro il Daily Mail: “Hanno avuto informazioni sulla mia vita privata con metodi illegali”. Nessun appuntamento con Re Carlo

19 Gennaio 2026 ore 13:38

Al via oggi 19 gennaio a Londra il processo che vede il principe Harry contro l’editore del Daily Mail. Presso l’aula 76 dell’Alta Corte, il secondogenito di re Carlo, che è tornato a “casa”, affronta la causa da lui stesso intentata assieme a molti altri personaggi noti. In prima fila anche Elton John e suo marito David Furnish, Liz Hurley e Sadie Frost, Doreen Lawrence, la baronessa laburista il cui figlio Stephen è stato assassinato in un attacco razzista e l’ex politico Simon Hughes, un tempo candidato alla guida dei Liberal Democratici.

Il loro avversario è l’Associated Newspapers, l’editore del quotidiano più venduto della Gran Bretagna, il cui ex direttore, Paul Dacre, dovrebbe testimoniare. Le accuse contro il Daily Mail e il suo compagno di scuderia, il Mail on Sunday, sono gravi. Harry e gli altri ricorrenti sostengono che, oltre ad aver intercettato messaggi vocali, il Daily Mail e il Mail on Sunday hanno anche intercettato linee telefoniche fisse, hanno corrotto agenti di polizia, rubato cartelle cliniche e persino installato microspie nelle case delle celebrità.

L’Associated Newspapers ha descritto le affermazioni dei ricorrenti come “assurde” e un “affronto ai giornalisti che lavorano sodo, la cui reputazione e integrità vengono ingiustamente calunniate”. La rabbia di Harry nei confronti della stampa è radicata – ricorda il Guardian – Sua madre, Diana, principessa del Galles, morì in un incidente stradale nel 1997 mentre era inseguita dai paparazzi a Parigi. Più di recente, ha criticato il trattamento riservato alla moglie, Meghan, duchessa del Sussex. Nel 2021, un giudice ha stabilito che il Mail on Sunday aveva violato la privacy della duchessa pubblicando un estratto di una lettera che aveva scritto al padre separato, Thomas Markle.

Si prevede che lo scontro tra il principe e il Daily Mail, che dovrebbe costare 38 milioni di sterline (quasi 44 milioni di euro) se si considerano le spese legali di entrambe le parti, sarà duramente contestato in tribunale. Il caso, che sarà discusso in tribunale nelle prossime nove settimane, probabilmente metterà sotto i riflettori un cast di personaggi con un passato complicato. Nessun appuntamento previsto né incontro di Harry col padre Re Carlo.

La decisione del principe di affrontare i tabloid non è stata priva di costi personali e finanziari. Per lui si tratta di una questione di principio, che potrebbe aver contribuito alla rottura del suo rapporto con la famiglia reale. Nella sua biografia “Spare”, Harry ha ricordato che il suo rapporto con il padre, re Carlo, e il fratello, il principe William, era diventato teso a causa di quella che lui considerava la loro incapacità di denunciare presunti illeciti da parte dei giornalisti. Nel 2019, dopo una conversazione con l’avvocato David Sherborne durante una vacanza nella villa di Elton John in Francia, il principe si convinse che i giornali avrebbero dovuto rispondere in tribunale del trattamento riservatogli in passato.

Nel 2023, Harry è diventato il primo membro della famiglia reale a testimoniare in tribunale in oltre 130 anni, in una causa per violazione della privacy intentata da lui e altri contro l’editore del Mirror. Il giudice ha stabilito che il giornale aveva hackerato il suo telefono “in misura modesta”, dalla fine del 2003 al 2009, e gli ha riconosciuto un risarcimento di 140.600 sterline (circa 162.000 euro). L’anno scorso, la sua richiesta di risarcimento danni per violazione della privacy contro l’editore del Sun e dell’ormai defunto News of the World è stata risolta in tribunale per una somma non rivelata, a quanto pare pari a circa 10 milioni di sterline (11.500.000 euro).

L’editore si è scusato con Harry per l’intercettazione telefonica del News of the World e per la grave intrusione nella sua vita privata da parte del Sun, compresi “incidenti di attività illegali commessi da investigatori privati che lavorano per il Sun”.

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“Non sono sicura di essere a Milano-Cortina, non ho ancora fatto salti e dossi”: Brignone torna a gareggiare, ma frena sulle Olimpiadi

19 Gennaio 2026 ore 13:16

Non c’è posto migliore per tornare in gara. La pista di Kronplatz mi è sempre piaciuta. Sono qui per testare mente, corpo e gamba. Non gareggio per un grande risultato, ma per me stessa“. Con queste parole in conferenza stampa Federica Brignone ha confermato la partecipazione a Kronplatz, nel gigante di Coppa del Mondo di martedì a cui si è iscritta. Tornerà quindi a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano-Cortina, a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio dello scorso aprile, in cui si era procurata la frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore.

Nessun atleta è mai sicuro al 100% nel nostro sport di partecipare ai Giochi finché non è al cancelletto di partenza, tuttora non sono sicura. A dicembre ho rimesso gli sci da turismo. Poi quando ho messo quelli da gigante è stato un disastro. Nella seconda metà del mese ho iniziato a vedere un po’ di luce, è stata veramente tosta“, ha proseguito Brignone poi introducendo il discorso Milano-Cortina. “Dipende molto da come andrà domani a livello di dolore e sensazioni. Mi sposterò poi a Cortina per allenarmi un po’ di più sulla velocità. Dopo i due giorni a Dobbiaco ho deciso di iscrivermi qua. Finora i miei programmi sono stati sempre settimanali, non a lungo termine. Non possiamo fare altrimenti. Non ho mai fatto finora salti e dossi“.

La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma martedì alle 10.30, la seconda alle 13.30. “Ho solo 10 giorni all’attivo tra i pali, pochi. In Val di Fassa ho lavorato sulla velocità. Ho fatto un programma diverso dal solito. Il gigante è la prova in cui sento più dolore anche se è la gara che mi viene meglio, sulla velocità sento meno dolore. Finora ogni giorno è come se fosse un test, non ho svolto una vera preparazione. Domani voglio tornare a gareggiare, ma non ho paura di non ottenere un risultato“, ha concluso la sciatrice azzurra.

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“Kiefer Sutherland ha preso a pugni e ha tentato di strangolare l’autista Uber. I testimoni dicono che era sotto effetto di stupefacenti”: le nuove rivelazioni

19 Gennaio 2026 ore 13:04

Kiefer Sutherland è stato arrestato lo scorso 12 gennaio a Los Angeles in seguito al presunto coinvolgimento in un’aggressione ai danni di un tassista. Gli agenti sono intervenuti poco dopo la mezzanotte di lunedì 12 gennaio all’intersezione tra Sunset Boulevard e Fairfax Avenue, rispondendo a una segnalazione. Le autorità hanno dichiarato che il sospettato, dopo essere salito su un veicolo di ride-sharing, avrebbe aggredito l’autista pesantemente.

Sono emersi nuovi dettagli sullo scioccante arresto. L’attore avrebbe colpito a pugni un autista Uber diverse volte e avrebbe cercato di strangolarlo, secondo quanto riferito domenica 18 gennaio da fonti delle forze dell’ordine ad ABC News, citando le accuse dell’autista.

L’emittente ha anche riferito che “l’autista non ha riportato ferite tali da richiedere cure mediche”. Secondo fonti delle forze dell’ordine, l’autista ha dichiarato alla polizia di essere fuggito dal veicolo per allontanarsi da Sutherland. I presenti avrebbero anche affermato che Sutherland sembrava essere sotto l’effetto di sostanze stupefacenti durante la violenta colluttazione e che l’autista Uber avrebbe chiamato il 911 mentre cercava di scappare.

Secondo alcune fonti di ABC News, l’autista aveva una telecamerina nella sua auto che potrebbe aver ripreso parte del presunto incidente. Sebbene Sutherland non sia stato incriminato, l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Los Angeles avrebbe riferito ad ABC News che l’attore potrebbe essere incriminato il mese prossimo, in seguito a un’udienza in tribunale.

Sutherland è stato arrestato con l’accusa di minacce criminali e, secondo i registri del carcere, ha pagato una cauzione di 50.000 dollari e il suo pagamento in tribunale è previsto per il 2 febbraio. I nuovi dettagli sull’arresto di Sutherland arrivano in seguito alle segnalazioni secondo cui l’attore avrebbe minacciato di “uccidere” l’autista del servizio di ride-sharing perché si era rifiutato di accostare e di farlo scendere dall’auto.

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“Renee Good uccisa per aver esercitato il diritto di protestare. L’ICE deve levare le tende da Minneapolis”: Bruce Springsteen furioso con Donald Trump

19 Gennaio 2026 ore 12:57

Bruce Springsteen mentre era ospite ospite all’evento di beneficenza per malati di Parkinson Light of the Dayal Count Basie Theater a Red Bank, nel New Jersey, il 17 gennaio, ha criticato duramente l’amministrazione Trump. Nel mirino il dispiegamento dell’Ice a Minneapolis e per l’uccisione di Renee Good, alla quale ha dedicato durante lo spettacolo la sua canzone “The Promised Land”, scritta nel 1978.

“Ho scritto questa canzone come un’ode al senso di possibilità americano, per il Paese meraviglioso ma imperfetto che siamo e per il Paese che possiamo diventare. -. ha detto il Boss – Viviamo in tempi incredibilmente critici. Gli Stati Uniti, gli ideali e i valori che hanno rappresentato per 250 anni sono messi alla prova come mai prima in epoca moderna. Quei valori e quegli ideali non sono mai stati tanto in pericolo come lo sono adesso”.

“Gli ideali e i valori degli Stati Uniti sono messi alla prova come non mai. – ha affermato – Se siete contrari ad avere agenti con il viso coperto che invadono un città americana usando tattiche da Gestapo contro i cittadini, se credete che non si merita di essere uccisi per esercitare il proprio diritto a manifestare, allora mandate un messaggio a questo presidente e ditegli, come ha fatto il sindaco della città, di mandare via gli agenti dell’Ice”.

E ancora: “Come ha detto il sindaco della città: l’Ice deve levare le tende da Minneapolis. Questa canzone è per voi e per la memoria di Renee Good, madre di tre figli e cittadina americana”.

Il celebre cantautore non è la prima volta che critica Trump e i rapporti tra i due non sono di certo idilliaci. Durante il suo ultimo tour, che ha toccato anche lo stadio San Siro di Milano, ha attaccato il presidente Usa etichettandolo come un violento attacco alla democrazia e alla libertà di espressione. Dal canto suo il presidente americano ha risposto a muso duro insultando l’artista: “È una prugna secca, stia zitto”.

Al Time Bruce Springsteen ha affondato il colpo: “È la personificazione vivente dello scopo del venticinquesimo emendamento della Costituzione e dell’impeachment. Se il Congresso avesse un minimo di coraggio, lo consegnerebbe alla spazzatura della storia”.

La risposta del presidente Usa? “È una prugna secca, stia zitto. È sopravvalutato e non mi è mai piaciuta la sua musica”.

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Treni deragliati in Spagna, le immagini aree del disastro – Video

19 Gennaio 2026 ore 12:54

Le immagini dall’alto mostrano il disastro provocato dal deragliamento di due treni sulla linea dell’alta velocità Madrid-Andalusia, che ha provocato decine di vittime e centinaia di feriti. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz (Cordova). Nel video si vedono le squadre di emergenza e una quarantina di militari dell’Unità di protezione civile dell’Esercito mentre lavorano per estrarre i superstiti dalle lamiere.

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Inverno estremo in Kamchatka: cumoli di neve alti anche tre metri seppelliscono intere città – Video

19 Gennaio 2026 ore 12:51

Cumuli di neve alti anche tre metri, bambini che si lanciano in discese con lo slittino direttamente dai palazzi e video che sembrano quasi generati con l’intelligenza artificiale. La Kamchatka sta vivendo un inverno estremo: una violenta tempesta di neve ha letteralmente sommerso alcune città. Ecco alcune immagini.

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Caso Signorini, Antonio Medugno sentito in procura a Milano come testimone

19 Gennaio 2026 ore 12:39

È attualmente in corso in Procura a Milano la testimonianza di Antonio Medugno. L’ex concorrente del Grande Fratello Vip sta rispondendo alle domande sulla denuncia presentata contro il conduttore Alfonso Signorini, indagato per violenza sessuale ed estorsione. Il modello e tiktoker viene sentito come testimone dai pm Letizia Mannella e Alessandro Gobbis. Al centro della denuncia ci sarebbero presunte avances da parte di Signorini avvenute nella primavera del 2021. Contatti che sarebbero iniziati prima telefonicamente e poi di persona. Medugno avrebbe però subito chiarito la sua posizione, interrompendo i contatti con il giornalista.

Signorini, indagato per i due reati sulla base della querela e ascoltato su sua richiesta il 7 gennaio, ha sostenuto di non aver mai commesso alcun abuso sessuale, agendo sempre in tutta la sua carriera con professionalità e correttezza. È convinto anche di essere vittima di una violenta campagna di “calunnie” portata avanti principalmente da Corona, che ha querelato per revenge porn. L’ex re dei paparazzi ha parlato di un “sistema Signorini” basato su favori sessuali in cambio di un eventuale accesso nella ‘casa’ del Grande Fratello. Questo quanto sostenuto da Corona nel suo programma youtube, Falsissimo.

Al momento, non risultano altre denunce in Procura contro Signorini. “Non sono mai andato a letto con Signorini (…) Io in quel momento, purtroppo, mi sono fidato ciecamente del mio vecchio manager, quindi ho minimizzato ogni cosa, perché mi avevano manipolato facendomi pensare che fosse giusto così”, aveva raccontato Medugno, oggi ascoltato dai pm, come prevede la procedura del ‘codice rosso’ per chi denuncia violenze. Secondo la sua versione, avrebbe subito abusi e ricatti nell’abitazione milanese del conduttore. Dopo aver raccolto tutte le versioni e i dovuti accertamenti, gli inquirenti potranno fare le loro valutazioni sull’intera vicenda e capire pure semmai se allargare il quadro delle indagini e delle contestazioni.

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“Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini

19 Gennaio 2026 ore 12:14

“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo ‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino non fosse morto nel grembo materno prima del parto.

La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio, ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa.

Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la probabilità di complicazioni durante la gravidanza.

Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa, Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”.

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“Sto con Valentino. Quello che dice l’attuale compagna è falso, non stanno insieme da 10 anni”: spunta un’altra ex di Graziano Rossi

19 Gennaio 2026 ore 12:10

“Io non ero la denunciata da Valentino. E quello che è stato raccontato finora non è vero”. Marisa Del Bianco rompe il silenzio sulla vicenda che coinvolge Valentino Rossi e il padre Graziano e racconta la propria versione dei fatti. Ex addetta alla sicurezza del circuito di Misano Adriatico e vigile del fuoco discontinua a Rimini, Del Bianco è la penultima compagna di Graziano Rossi e ha rilasciato delle dichiarazioni in un’intervista a Il Resto del Carlino in una faida familiare che continua ad arricchirsi di nuovi protagonisti.

“Racconto la mia versione perché molti amici mi hanno chiamato pensando che fossi io la denunciata da Valentino. E poi quello che ha detto la compagna attuale di Graziano è falso”, spiega. Il riferimento è ad Ambra Arpino, prossima al matrimonio con Graziano Rossi e oggi indagata dopo la denuncia per circonvenzione d’incapace presentata dal nove volte campione del mondo della MotoGp. Secondo Del Bianco, la ricostruzione della relazione tra Graziano e l’attuale compagna non corrisponderebbe al vero: “Non sono oltre dieci anni che sta assieme al padre di Valentino perché io sono stata la sua compagna fino al 2021. Se poi si vedevano clandestinamente è un’altra storia”.

Le sue dichiarazioni si inseriscono in una storia già segnata da forti contrapposizioni: dalla denuncia di Valentino Rossi contro l’attuale compagna del padre alla revoca dell’amministrazione di sostegno, fino alle parole della madre Stefania Palma – che ha parlato di una frattura familiare nata con l’ingresso di Ambra nella vita di Graziano – e alla recente replica della stessa Arpino, che ha accusato la famiglia di averla isolata e provocata. Un mosaico di versioni che continua ad ampliarsi mentre l’inchiesta della procura di Pesaro resta aperta.

L’ex compagna precisa di non essere mai stata ascoltata dagli inquirenti, ma precisa: “Ha sempre avuto un grande amore per Valentino, Stefania ed anche per Lorena Quieti, la seconda moglie. Così come era legatissimo alla figlia Clara”. E aggiunge un episodio personale: “Fui io ad accompagnare Graziano quando la figlia Clara cantò al festival di Rimini. Fra l’altro molto brava”.

Alla domanda su quale sia oggi la sua posizione, Del Bianco risponde senza esitazioni: “Da quella di Valentino e la sua famiglia. E sono a disposizione per eventuali testimonianze”. Del Bianco ha inoltre confermato di mantenere rapporti con Lorena Quieti, seconda moglie di Graziano: “Ci siamo sentiti anche recentemente”.

Il racconto si fa più duro quando ricostruisce la fine della relazione con Graziano Rossi: “Un giorno sono rientrata a casa a Tavullia e c’era la sua attuale compagna. Alla fine mi hanno buttato fuori di casa”.

Del Bianco parla anche di una denuncia per stalking presentata da Graziano nei suoi confronti: “Sì, è vero”, racconta, sostenendo però che i fatti risalirebbero a un periodo in cui lei era ancora la sua compagna. La vicenda giudiziaria si sarebbe conclusa con una condanna: “Un processo di cui non ho mai saputo nulla e di cui sono venuta a conoscenza solo alla fine, a cose fatte”.

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Spari alla Sanità, il prefetto: “Quartiere ancor più presidiato”. Manfredi: “Soprattutto di notte”

Comitato ordine e sicurezza riunito oggi pomeriggio nella basilica di Santa Maria. Domenica notte due giovani sono stati feriti a colpi di pistola esplosi all’impazzata in strada

Il botta e risposta Montanari-Picierno (con in mezzo Schlein): "Nel Pd clima irrespirabile"

19 Gennaio 2026 ore 10:08

"Sono mesi che viviamo un clima irrespirabile: sono mesi che alcuni si arrogano il diritto di schernire, ridicolizzare compagni di partito e invitano 'i riformisti' a lasciare la casa che abbiamo fondato. Non è più accettabile e chiedo alla segretaria Elly Schlein di pronunciare parole di chiarezza". Con questo post su X, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha risposto a Tomaso Montanari e ha chiamato il causa la leader dem. Il terreno di scontro in questa battaglia tutta a sinistra riguarda le diverse posizioni del Partito democratico sul referendum sulla giustizia. Lo storico dell'arte, saggista e dal 2021 rettore dell'Università per stranieri di Siena, con un post sui social aveva fatto notare che, mentre il Pd si è schierato per il no, alcuni esponenti della sinistra sono sul fronte opposto e ha citato l'ex ministro Marco Minniti. Ma, è il senso del suo messaggio, almeno da lui "il Pd si è liberato" e aggiunge: "Certo, sarebbe più facile essere creduti se non ci fossero la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti e tanti altri esponenti del Pd a fare campagna per il Sì con Fratelli d'Italia". Montanari conclude il post dicendo che attende di sapere se "anche loro non fanno più parte del Pd (magari con Gentiloni, Guerini e tutti i destro-renziani che smentiscono ogni giorno la linea della segretaria)".

 

 

Immediata la risposta di Picierno che ha accusato lo storico dell'arte "da non iscritto e non votante" di voler "decidere, dal suo comodo divano di casa, chi deve essere del Pd e chi invece no, e giù la democratica listetta di proscrizione con nomi e cognomi degli indegni non allineati". L'esponente dem ha risposto dicendo che l'accusa di voler fare campagna elettorale per il Sì è soltanto una "scusa" chiarendo sia che molte delle persone chiamate in causa sono schierate per il No sia che lei stessa non la sta facendo: "Mi sono limitata a scrivere quel che penso in poche righe che il mio amico Prof Ceccanti ha letto al convegno 'La sinistra che vota Sì', perché vi piaccia o no, esiste una sinistra che vota sì, ed è pure autorevolmente rappresentata". La vicepresidente si riferisce all'evento di Firenze della settimana scorsa, organizzato da Libertà Eguale, a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera, proprio per spiegare le ragioni di una sinistra che avrebbe votato a favore del referendum.

 

Il vero messaggio però è rivolto alla segretaria del partito. Parlando di "clima irrespirabile", Picierno chiede una risposta: "Cara Segretaria, che gli diciamo a Montanari? Che rispondiamo a Bettini, o a chi come loro pensa che il Pd debba essere la riedizione di Rifondazione Comunista, rimuovendo venti anni di storia? Tocca innanzitutto a te rispondere, prendere posizione, fare chiarezza e sì, difendere la nostra comunità". E conclude amaramente: "Aspetto da molto, aspettiamo in tante e tanti da molto, e continuiamo ad aspettare con pazienza".

L’imprevedibilità di Donald Trump come strumento di potere. L’analisi di Teti

19 Gennaio 2026 ore 11:35

Nel lessico della politica internazionale, l’imprevedibilità è tradizionalmente considerata un fattore di instabilità, un elemento che riduce la fiducia tra gli attori e aumenta il rischio di errore di calcolo. Nel trumpismo, invece, l’imprevedibilità viene elevata a vero e proprio asset strategico. In altri termini, Donald Trump ha trasformato l’assenza di linearità, la rottura delle consuetudini diplomatiche e una comunicazione volutamente spiazzante in una leva geopolitica sistematica, utilizzata per ridefinire rapporti di forza, rinegoziare alleanze storiche e forzare compromessi che, in condizioni di normalità, sarebbero difficilmente ottenibili.

Va evidenziato che questo approccio non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in una visione del mondo marcatamente transazionale, in cui la politica internazionale non è governata da regole condivise e istituzioni multilaterali, ma da rapporti di forza, scambi asimmetrici e negoziazioni continue. Sulla base di questo schema, la prevedibilità non va vista come una virtù, bensì come una debolezza, poiché consente all’altro di prepararsi, di costruire coalizioni e di neutralizzare l’iniziativa.

Dall’ordine liberale alla diplomazia dello shock

Per oltre settant’anni, la politica estera statunitense si è fondata su un equilibrio tra potenza militare, leadership normativa e prevedibilità strategica. Anche nei momenti di massima tensione della Guerra fredda, Washington ha sempre cercato di rendere chiare le proprie linee rosse, nella convinzione che la deterrenza funzionasse meglio se l’avversario fosse in grado di anticipare le conseguenze delle proprie azioni.

Dopo decenni, Trump decide di rompere consapevolmente questo schema con un approccio dichiaratamente transazionale e anti-sistemico: ogni dossier è potenzialmente rinegoziabile, ogni alleato è anche una controparte, ogni impegno può essere rimesso in discussione se non produce un ritorno immediato per gli Stati Uniti.

Ed è esattamente in questo contest che l’imprevedibilità diventa una forma di potere negoziale. In altri termini assume la connotazione di diplomazia dello shock, che utilizza dichiarazioni improvvise, ultimatum, minacce tariffarie o militari come strumenti per alterare l’equilibrio psicologico del negoziato. Lo shock non è quindi fine a sé stesso, ma serve a creare un momento di discontinuità in cui l’altro è costretto a reagire spesso in condizioni di svantaggio.

L’incertezza come deterrenza psicologica

Uno degli elementi più discussi dell’approccio trumpiano è il ricorso a una postura che richiama la cosiddetta “madman theory”, ovvero l’idea che un leader possa trarre vantaggio dal sembrare imprevedibile, persino irrazionale, agli occhi dei propri interlocutori. Sostanzialmente, la forza non risiede tanto nell’atto compiuto, quanto nella percezione che quell’atto possa avvenire in qualsiasi momento. Sul piano della deterrenza, l’incertezza aumenta il costo del rischio per la controparte.

Se non è chiaro quale sia la soglia di reazione degli Stati Uniti, l’avversario tende a muoversi con maggiore cautela o a concedere qualcosa pur di ridurre l’esposizione. Questo vale non solo per i rivali strategici, ma anche per gli alleati. Trump ha dimostrato di comprendere molto bene la dimensione psicologica della politica internazionale, al punto tale che le sue dichiarazioni, spesso giudicate eccessive o scomposte, hanno una funzione performativa: creano un clima di instabilità controllata che sposta l’iniziativa strategica verso Washington. Al tal proposito, uno degli aspetti più controversi dell’imprevedibilità trumpiana è il suo utilizzo nei confronti degli alleati.

La Nato rappresenta il caso più emblematico. Le ripetute dichiarazioni sulla possibilità di ridimensionare l’impegno americano, o sulla condizionalità della difesa collettiva al rispetto degli obblighi di spesa, hanno messo in discussione uno dei pilastri dell’ordine euro-atlantico. L’obiettivo non è mai stato realmente quello di smantellare l’Alleanza, ma di rinegoziarne i termini. Infatti l’incertezza sull’affidabilità americana ha funzionato come una leva per spingere gli alleati europei ad aumentare la spesa militare e a farsi carico di una quota maggiore della propria sicurezza. Il paradosso è evidente: nel breve periodo, questa strategia ha rafforzato la posizione negoziale di Washington; nel lungo periodo, ha accelerato il dibattito sull’autonomia strategica europea, alimentando dinamiche che potrebbero ridurre l’influenza americana nel continente.

Commercio, dazi e coercizione economica e politica

Sul piano economico, l’imprevedibilità si traduce invece in una sistematica politicizzazione del commercio. Trump ha utilizzato i dazi non solo come strumento di protezione dell’industria nazionale, ma come vera e propria arma geopolitica, e ciò lo si evince dal fatto che le minacce tariffarie, spesso annunciate e poi sospese o rimodulate, hanno creato un clima di incertezza che ha spinto i governi e le imprese a negoziazioni in condizione di forte pressione psicologica. Il valore di queste misure non è solo economico ma soprattutto simbolico e strategico. Trasmettere l’idea che l’accesso al mercato americano non sia un diritto acquisito, ma una concessione revocabile, permette di porre il commercio in una dimensione poltica, utilizzando un linguaggio finalizzato ad ottenere allineamenti su dossier che vanno ben oltre l’economia.

Anche nei teatri di crisi l’imprevedibilità trumpiana si manifesta come una rapida oscillazione tra escalation e apertura diplomatica, una strategia che mira a disorientare l’avversario e a rompere le routine negoziali consolidate. Il caso nordcoreano, con il passaggio dalla minaccia militare al vertice diretto con Kim Jong-un, è spesso citato come esempio paradigmatico. Questa oscillazione consente a Trump di occupare il centro della scena e di presentarsi come l’unico attore in grado di sbloccare situazioni di stallo. Tuttavia, la mancanza di un follow-up strutturato limita spesso la sostenibilità dei risultati ottenuti.

Dal punto di vista strategico, l’imprevedibilità offre a Trump una serie di vantaggi concreti, come ad esempio l’incremento della leva negoziale, e soprattutto la riduzione della capacità di pianificazione dell’avversario, che consente di ottenere concessioni rapide e rafforza la narrativa interna di una leadership forte e non convenzionale. In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla reazione immediata, l’imprevedibilità diventa anche uno strumento di dominanza informativa, capace di dettare l’agenda e di marginalizzare voci alternative.

I costi sistemici e i rischi di lungo periodo

Purtuttavia, va sottolineato che l’incertezza, se spinta oltre una certa soglia, impone un costo poiché diventa rumore strategico. L’erosione della fiducia alleata, l’aumento del rischio di errori di calcolo e l’incentivo all’autonomia strategica di partner chiave sono effetti collaterali difficilmente reversibili.

Per l’Europa, il problema non è tanto Trump come individuo, quanto la possibilità che l’imprevedibilità diventi una costante strutturale della politica americana. In questo scenario, la stabilità dell’ordine internazionale risulta ulteriormente compromessa. L’imprevedibilità di Donald Trump non è caos puro, ma una diplomazia transazionale a shock. In un sistema internazionale già frammentato, questa strategia accelera la transizione verso un ordine basato su rapporti di forza negoziati caso per caso. Per l’Europa e per l’Italia, comprendere questa dinamica può significare prepararsi a governare l’instabilità come nuova normalità.

 

Gatto resta incastrato in uno sportello bancomat: così i soccorsi riescono a tirarlo fuori – Video

19 Gennaio 2026 ore 11:59

Un gatto è rimasto incastrato nel retro di un bancomat. Il fatto è successo in Malesia ed è diventato in poco tempo virale: l’allarme è scattato grazie ad alcuni dipendenti che hanno sentito dei miagolii.

Immediato l’intervento della protezione civile: i soccorritori hanno effettuato una manovra complessa, infilandosi direttamente dentro la macchina, riuscendo dopo diversi tentativi ad estrarre il gatto.

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“Sei imbarazzante, non puoi cantare Laura Pausini”, “Basta Teo, Basta”: lo scontro a Domenica In tra Valeria Marini e Mammucari

19 Gennaio 2026 ore 11:54

Valeria Marini canta “La Solitudine” di Laura Pausini. L’intento della showgirl stellare era quello di usare il palco di Domenica In per fare un omaggio all’annunciata conduttrice del Festival di Sanremo, assieme al Carlo Conti. Nei fatti – e conoscendo ‘lo stile Marini’ va da sé – è stata un’esibizione con diversi scivoloni, diciamo così. Il pubblico social ha parlato di “contrappasso” (con riferimento alla cover che Laura Pausini ha fatto di Due Vite di Marco Mengoni, che a molti non è piaciuta) ma anche in studio c’è chi non ha proprio apprezzato, Teo Mammucari. Arrivato in studio con una parrucca bionda per mettere in piedi una gag con i Cugini di Campagna, il conduttore ha tuonato: “Valeria sei imbarazzante, non puoi cantare Laura Pausini”. E la Marini? “Teo basta! Teo basta!”.

Valeria Marini che canta la solitudine, ora la Pausini la denuncia
???? ✈️
pic.twitter.com/WpU913Tt2R

— ~Giuli ~☃️ (@GiulianaEsse_) January 18, 2026

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“Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone”, le parole di Marco Mottola ai giudici dell’Assise

19 Gennaio 2026 ore 11:53

Marco Mottola, uno degli imputati nel processo di Appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, ha rilasciato oggi dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, negando con forza qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio della 18enne di Arce, uccisa nel 2001. “Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone”, ha dichiarato l’imputato, cercando di ribadire la sua posizione di fronte ai giudici. Il 38enne, che risponde insieme al padre Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce, e alla madre Annamaria, per il delitto di Serena Mollicone, ha precisato che l’ipotesi accusatoria secondo cui avrebbe spinto la giovane contro la porta della caserma è “falsa” e lo sta “rovinando la vita”. Gli imputati stanno affrontando un nuovo appello dopo che la Cassazione ha annullato l’assoluzione del primo processo di secondo grado.

Mottola ha voluto esprimere la sua versione dei fatti, negando di aver avuto qualsiasi tipo di relazione con Serena Mollicone, sia sentimentale che sessuale. “Con Serena non ho mai avuto relazioni sentimentali o sessuali e non ho mai litigato con lei”, ha affermato, respingendo decisamente le accuse di un presunto conflitto con la ragazza. In merito al giorno della sua scomparsa, il 1° giugno 2001, ha dichiarato di essere sceso tardi dalla sua stanza e di aver parlato con il suo amico Davide Bove quella mattina, ma di non aver visto nessuno in caserma. “Sicuramente non sono andato al bar Chioppetelle“, ha aggiunto, contraddicendo alcune testimonianze e ipotesi investigative che lo vedevano coinvolto in una frequentazione con la giovane.

Mottola ha anche smentito le dichiarazioni di Luciano Tuzi, il carabiniere morto suicida, che in passato aveva raccontato di aver visto la 18enne in caserma. “Tuzi ha inventato una menzogna contro di me”, ha dichiarato, aggiungendo che l’uomo “aveva sicuramente qualcosa da nascondere”. Mottola ha ricordato che Tuzi si è successivamente pentito delle sue dichiarazioni, ritraendole, per poi ritrattare ancora. Ma sul punto Tuzi, ovviamente, non può replicare. Mottola ha anche spiegato di non aver saputo nulla della porta della caserma rotta, come invece era stato riportato nelle indagini, fino al 28 marzo 2008, quando suo padre gli riferì che era stato lui a romperla. La superperizia di Cristina Cattaneo nel processo davanti al Tribunale di Cassino: “Compatibilità ottimale tra il trauma cranico e la porta della caserma di Arce”. La giovane era scomparsa il 1° giugno 2001 e il suo corpo fu trovato due giorni dopo il delitto; era stato spostato nel boschetto dell’Anitrella dove poi fu trovato con mani e piedi legati dal nastro adesivo e una busta di plastica in testa.

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“Mi sono rotta una costola girando una scena di sesso con tre uomini. La cosa più imbarazzante? Raccontarlo al medico”: Emilia Clarke svela l’incidente sul set

19 Gennaio 2026 ore 11:45

Emilia Clarke e Haley Lu Richardson sono le protagoniste di una nuova serie tv thriller “Ponies”. Le due interpretano due donne che vivono una vita mondana nell’Unione Sovietica degli Anni 70, mentre i loro mariti sono agenti della CIA. Quando entrambe si ritrovano vedove, si ritrovano catapultate nel vivo dell’azione. Durante la presentazione alla stampa Emilia Clarke però ha confessato un aneddoto avvento sul set.

A quanto l’attrice ha avuto un’esperienza dolorosa durante le riprese di alcune scene di sesso. In una intervista con The Wra, Clarke ha dichiarato di aver baciato diversi suoi colleghi della serie.Un giorno di riprese, ha dichiarato di aver baciato tre uomini per “ore”, riportando un infortunio fisico. “Faremo finta di fare sesso. – mi avevano detto -. Quel giorno mi sono rotta una costola“.

Richardson, che era sul set quel giorno, ha confermato la versione di Clarke, aggiungendo: “L’ha fatto davvero. È un corpicino così piccolo e sensibile, che si è rotta una costola”. Clarke ha scherzato dicendo che quando è andata dal medico a causa della lesione alla costola, è stata sincera su come è successo. “Ho fatto sesso tre volte!“.

Tuttavia, Clarke ha chiarito di essersi ripresa dopo che Richardson le ha chiesto se la sua costola fosse guarita. “È quasi guarita – ha risposto -. Non si è rotta del tutto. È solo spuntata un po’ fuori”.

Clarke ha recentemente dichiarato al New York Times che la trama di “Ponies” era molto diversa dal suo ruolo più noto in “Game of Thrones”, dove interpretava la principessa esiliata della dinastia Targaryen, Daenerys. Ha recitato nella serie HBO cult dal 2011 al 2019.

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“Se mi dicono che sono fortunato io sono contento”: la teoria di Allegri dopo la nona vittoria del Milan per un gol di scarto

19 Gennaio 2026 ore 11:44

“La fortuna conta nella vita in generale, se mi dicono che sono fortunato io sono contento”. Così Massimiliano Allegri dopo la vittoria del Milan per 1-0 contro il Lecce, la nona in campionato con un gol di scarto su 13 totali, che riporta i rossoneri a -3 dall’Inter e a +3 sul Napoli. A decidere la sfida è stato un gol di Fullkrug (che non aveva avuto un inizio fortunatissimo), dopo che Falcone aveva salvato il risultato un paio di volte su Pulisic e Rabiot. Un match che il Milan – statistiche alla mano – ha meritato di vincere: 3.40 xG contro lo 0.17 del Lecce, 20 tiri totali (6 in porta) contro i 4 della formazione di Di Francesco (0 in porta).

Il risultato di 1-0 però rimanda sempre all’ormai noto “corto muso” e le famose vittorie di Allegri con un solo gol di scarto: “Si diceva che è meglio stare con quelli fortunati che con quelli bravi e se mi dicono che sono fortunato sono molto contento. Speriamo non mi abbandoni“, ha dichiarato Allegri nel post gara.

Per il Milan è la nona vittoria in campionato con un gol di scarto. Nell’ordine i rossoneri hanno battuto – partendo dalla meno recente e arrivando a quella di ieri contro il Lecce – il Bologna (1-0), il Napoli (2-1), la Fiorentina (2-1), Roma, Inter e Lazio (tutte per 1-0), Torino (2-3), Cagliari e Lecce (1-0). Nove su tredici: non poche, se consideriamo che Inter e Napoli – che hanno rispettivamente vinto 16 e 13 partite – ne hanno portate a casa 7 con un gol di scarto. “È un gruppo che sa dove deve arrivare, dove deve lavorare, cioè sui nostri limiti che sono i nostri punti di forza – spiega Allegri -. I limiti sono punti di forza perché si lavora su quelli per andare oltre e migliorarci”, ha concluso il tecnico rossonero.

Nonostante ciò, Allegri non è contento proprio per le statistiche citate sulla gara di ieri: “Ci sono giocatori in crescita come Estupinan, Jashari che ha fatto una buona partita, lo stesso Fullkrug e poi bisogna migliorare. Cosa? Bisogna migliorare perché bisogna essere più precisi negli ultimi 20 metri e più cattivi sotto porta”.

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“Ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”, il cambio di avvocato di Sangare fa slittare la sentenza sull’omicidio di Verzeni

19 Gennaio 2026 ore 11:24

Il processo a carico di Moussa Sangare, accusato di aver ucciso Sharon Verzeni la notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola, è stato rinviato al 25 febbraio 2024. La decisione è stata presa in seguito alla nomina di una nuova avvocata per l’imputato, Tiziana Bacicca, che ha preso in mano la difesa meno di una settimana fa dopo la revoca del mandato all’ex legale Giacomo Maj. Per l’imputato l’accusa ha chiesto l’ergastolo per un omicidio maturato, secondo l’accusa, per “noia”.

Durante l’udienza del 12 gennaio, l’imputato, che ha già confessato l’omicidio in fase di arresto e durante l’udienza di convalida, aveva ribadito la sua innocenza, ritrattando la confessione e sostenendo di essere stato vittima di incomprensioni, ma il Dna della vittima era stato rilevato sulla sua bicicletta. “Io mi sono giudicato innocente”, aveva dichiarato in aula, chiedendo di essere riportato in carcere per non ascoltare le accuse contro di lui. A causa del tempo ristretto a disposizione, l’avvocata Bacicca ha chiesto il rinvio per approfondire la documentazione e preparare una difesa adeguata. La Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dalla giudice Patrizia Ingrascì, ha accolto la richiesta e fissato la nuova udienza per fine febbraio. La legale ha anche annunciato che, se ci saranno repliche da parte del pubblico ministero Emanuele Marchisio, presenterà una controreplica e non esclude di depositare una memoria difensiva.

Bacicca ha spiegato che, durante i colloqui con il suo assistito, lo ha trovato “molto dimesso, molto giù di morale” e ha aggiunto che “probabilmente ha preso contezza della richiesta del pm” e della gravità della sua posizione. “Mi ha chiesto se fossi disponibile a tenere la sua stessa linea difensiva”, ha continuato la legale, sottolineando che “lui si proclama innocente” e che aveva bisogno di essere assistito anche in questa fase delicata del processo. Per l’avvocata “ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”.

L’avvocato Luigi Scudieri, che rappresenta la famiglia e il compagno della vittima, ha commentato la scelta di Sangare di cambiare avvocato, dicendo che “la nomina di un nuovo avvocato non cambia la sostanza dei fatti“. “Moussa Sangare è e resta l’assassino di Sharon Verzeni”, ha aggiunto Scudieri, ribadendo la premeditazione e i motivi futili dell’omicidio. “L’imputato ha esercitato una sua facoltà, così come ha esercitato le altre facoltà di rispondere all’esame e di rendere dichiarazioni spontanee”, ha aggiunto il legale, sottolineando che il rinvio della sentenza al 25 febbraio non cambia il dolore per la perdita di Sharon, che la famiglia e il compagno vivono ogni giorno. “Un rinvio di un mese non cambia assolutamente nulla”, ha concluso Scudieri, precisando che i familiari sono ormai rassegnati a una lunga attesa della giustizia.

La 33enne fu uccisa a coltellate nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024, e dopo le indagini dei carabinieri – partite da un fotogramma di un uomo in bicicletta – il 31enne fu arrestato che assalì la donna, che passeggiava indossando le cuffiette e “guardando le stelle”.

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Australian Open, favola Maestrelli: vince all’esordio Slam, è la partita che svolta una carriera (anche economicamente)

19 Gennaio 2026 ore 11:09

Il 19 gennaio 2026 sarà una data che Francesco Maestrelli, tennista italiano di 23 anni, ricorderà per tutta la vita. L’azzurro – numero 137 nella classifica mondiale Atp, suo best ranking fino a oggi – ha infatti vinto una battaglia lunga tre ore e mezza contro Terence Atmane (numero 64 del ranking Atp) al primo turno degli Australian Open, all’esordio in uno slam. 3-2 (6-4, 3-6, 6-7, 6-1, 6-1) il finale, con Maestrelli che si è lasciato andare a un’esultanza liberatoria a fine partita.

Un match che permette a Maestrelli di dare una svolta alla sua carriera, non tanto per la classifica (passerà adesso alla 111esima posizione, guadagnando circa 40 posizioni), ma da un punto di vista economico. Perché Maestrelli non ha mai giocato neanche un torneo Atp 250 (a eccezione di quello di Firenze nel 2022, quando ha ricevuto una Wild Card e perso al primo turno). Solo Itf e Challenger.

E già entrare in tabellone in uno slam è una svolta per un tennista del suo calibro, considerando che solo giocando il primo turno si guadagnano circa 86mila euro e Maestrelli ne ha guadagnati in carriera poco più di 500mila in più di sette anni. Con la vittoria contro Atmane si è invece assicurato circa 129mila euro in una settimana. Più di un quinto di quanto ha conquistato da quando è un tennista professionista.

E con questo successo Maestrelli si è anche fatto un regalo: se tutto dovesse andare secondo i piani e quindi Djokovic dovesse battere al primo turno Pedro Martinez, Maestrelli giocherebbe il secondo turno proprio contro il serbo. Magari nella Rod Laver Arena, il centrale di Melbourne. Un sogno a occhi aperti per il tennista italiano, che è anche il primo a qualificarsi al turno successivo nel tabellone maschile dopo le eliminazioni di Cobolli e Arnaldi e il ritiro di Matteo Berrettini.

Arnaldi out contro Rublev

A proposito di italiani in tabellone, con il ritiro di Berrettini, erano in nove al primo turno. In attesa dei big, sono scesi in campo già anche Flavio Cobolli (che ha perso contro Fery nella giornata inaugurale a causa di un mal di stomaco) e Matteo Arnaldi, che nella notte tra domenica e lunedì è stato eliminato come da pronostico da Andrey Rublev. Non c’è stata partita tra il tennista italiano e l’avversario russo: 3-0 (6-4, 6-2, 6-3) in meno di due ore di partita. Attendendo adesso tra gli altri soprattutto Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, in campo domani.

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“Sono inciampato in un piccolo gradino. Femore fratturato. Ho avuto bisogno di un’anca nuova… Do la colpa a Donald Trump”: il racconto di Piers Morgan

19 Gennaio 2026 ore 10:46

Colpa di Donald Trump“: così Piers Morgan, scherzando, dopo una caduta. Il conduttore si trova ricoverato in ospedale, come si vede dalla foto postata sul profilo X. Nel post, Morgan racconta una successione degli eventi quasi da ‘fumetto’: “1. Sono inciampato su un piccolo gradino. 2 In un ristorante di un hotel a Londra. 3 Femore fratturato. 4. Così male che ho avuto bisogno di un’anca nuova. 5. Convalescenza in ospedale. 6. Stampelle per 6 settimane. 7. Niente spostamenti lunghi per 3 mesi. 8. Partenza scoppiettante per il nuovo anno”. Ed è qui che arriva il punto 9: “Do la colpa a Donald Trump”. La caduta ha causato a Morgan una frattura all’anca, rendendo necessario un intervento chirurgico e un periodo di recupero.

Piers Morgan è giornalista e conduttore televisivo britannico tra i più noti e controversi del panorama mediatico anglosassone. Sessant’anni, ex direttore di tabloid come Daily Mirror e News of the World, Morgan è oggi volto e ideatore di Piers Morgan Uncensored, talk show di commento politico e culturale seguito soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Negli anni è diventato una figura polarizzante anche per il pubblico internazionale per le sue posizioni su temi di attualità, costume e politica.

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Coppa d’Africa, Infantino prima premia il Senegal e poi lo attacca: “Assistito a scene inaccettabili”. Il teatrino delle scuse dopo la farsa

19 Gennaio 2026 ore 10:38

“Ho sbagliato a dire i miei giocatori di lasciare il campo. Chiedo scusa al mondo del calcio”. Così Pape Thiaw – allenatore del Senegal – a mente serena dopo la vittoria della sua nazionale in finale di Coppa d’Africa contro il Marocco grazie al gol di Pape Gueye ai supplementari. Perché le scene viste sono obiettivamente inaccettabili: al 92esimo a Mané e compagni viene annullato per un fallo il gol che probabilmente sarebbe valso la vittoria. Una decisione discutibile, penso ci siano pochi dubbi. Poi qualche minuto dopo un rigore assegnato altrettanto discutibile e lì scoppia il caos.

Perché l’arbitro sicuramente qualche errore ha commesso, ma la reazione del Senegal non ha senso. Tutti negli spogliatoi per protesta prima che si calciasse il rigore, un quarto d’ora circa d’interruzione e poi Mané – l’unico a rimanere in campo – a richiamare i compagni e invitarli a rientrare. “Gli errori di un arbitro si devono accettare, ma sul momento non ho riflettuto e li ho fatti rientrare. A volte si può reagire nel modo sbagliato nella foga del momento”, ha dichiarato Thiaw.

Anche perché da quel momento lì chiunque si è quasi sentito in diritto a fare di tutto: disordini sugli spalti, gente che ha cercato l’invasione, risse e discussioni in campo. Insomma, non uno spot bellissimo per il calcio africano. Tutto sotto gli occhi del presidente Fifa Gianni Infantino, che in un primo momento ha minimizzato tutto: ha premiato i vincitori tra mille sorrisi, ha consolato Brahim Diaz, come se non fosse accaduto nulla. A distanza di ore – con una nota – ha poi attaccato il Senegal.

“Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori senegalesi e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e – allo stesso modo – la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto”, ha dichiarato Infantino.

“Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio”, ha spiegato Infantino.

È stato un peccato, perché il livello tecnico e agonistico visto in questa Coppa d’Africa è stato altissimo. Rispetto a diversi anni fa le nazionali africane hanno acquisito maggior credibilità a livello internazionale grazie a un lavoro incessante su vari fronti, che ha portato vari paesi ad avere giocatori di caratura internazionale, a esprimere un bel calcio e a dire la sua anche ai Mondiali: “È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo – ha concluso Infantino -. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio”.

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“Soli, al buio e circondati dai morti. Vetri e valigie ci sono caduti addosso”: i racconti dei sopravvissuti all’incidente di Adamuz

19 Gennaio 2026 ore 10:37

“Ero a bordo e ho sentito un impatto molto forte. Il treno è uscito dai binari e, inclinandosi di lato, tutte le valigie hanno iniziato a caderci addosso, insieme ai vetri, a tutto”. Sono drammatiche le testimonianze dei passeggeri che erano a bordo dei treni Iryo e Alvia, coinvolti in un incidente all’altezza di Cordoba che ha ucciso 39 persone nella sera del 18 gennaio. A raccontare a Cadena Ser cosa è successo è Yuri: “C’era gente gravemente ferita, a una ragazza si è aperta la testa”. La giornalista ha raccontato di essere arrivata con una delle prime ambulanze che dal luogo del disastro sono partite verso l’ospedale Reina Sofia di Cordoba, la struttura che ha ricevuto il maggior numero di feriti. “Sono molto colpita psicologicamente per tutto ciò che ho visto e per quello che ho dovuto passare in quel vagone”, ha detto la ragazza. Alla sua voce si aggiunge quella di María Jiménez che, parlando alla Radio Nacional de España, ha detto: “Sembrava un film dell’orrore”. Era a bordo della carrozza quattro dell’Iryo – e non in quelle successive che sono deragliate – e ha riferito di avere avuto un attacco di panico. “È il tipo di esperienza che pensi di non dover mai provare “.

Juan José e Gerardo sono di Huelva, città dell’Andalusia, dove era diretto il treno di Renfe, colpito dal convoglio Iryo. “Abbiamo sentito una tremenda scossa in frenata – hanno raccontato ad Abc -, siamo corsi fuori e siano riusciti a usare i nostri cellulari. Per i tre vagoni prima di noi è stato terrificante”. Secondo quanto riportato dal giornalista Francisco Poyato, i due sono riusciti a recuperare i loro effetti personali grazie ai cellulari. Il giornalista Chema Rodríguez ha descritto su El Mundo uno scenario spaventoso, con immagini di sedili scaraventati via, feriti che attraversano i binari e persone che escono dai tetti e dai finestrini dei vagoni. “Ci vorrà un po’ prima che io possa salire di nuovo su un treno “, ha dichiarato una donna all’inviato del quotidiano.

“Mia figlia mi ha chiamata alle 19,45 piangendo, sconvolta, dicendo che il treno era deragliato. Al momento non c’era copertura. Io sono venuto qui in stazione, direttamente alla Renfe (l’ente di gestione ferroviario, ndr). “Non sapevano nulla. Hanno chiamato il 112 e avvisato che c’era stato un incidente. Hanno cominciato a chiamare il macchinista del treno, i controllori, nessuno rispondeva. Quello che mi ha lasciato basita è che hanno chiuso l’ufficio e sono corsi via e ci hanno lasciato qui senza notizie. Mi è sembrata una follia”, ha raccontato nella notte la madre di una ragazza che viaggiava nel vagone numero 4 del treno di lunga percorrenza Alvia. In dichiarazioni all’emittente pubblica Tve, la donna ha raccontato i drammatici momenti delle prime notizie ricevute dell’incidente dalla figlia sopravvissuta. “Mia figlia mi ha detto che erano riusciti a uscire dal vagone, ma che c’erano molti morti. I passeggeri erano soli, al buio, non erano ancora arrivati i soccorsi né la polizia. Grazie a Dio lei l’ha potuto raccontare. Ora è al centro di emergenza allestito per il triage ai feriti”.

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“Netflix vuole che nei film si ripeta la trama 3 o 4 volte, perché la gente sta al telefono mentre guarda”

19 Gennaio 2026 ore 10:28

Che la soglia dell’attenzione dell’utente medio delle piattaforme in streaming sia bassa, questo si sa. Una pubblicità, una notifica di Whatsapp o una mail urgente alla quale rispondere, creano la visione di un film o una serie tv frammentata. Così ci si ritrova a riprendere il filo della narrazione, una volta esauriti i compiti improvvisi e bypassate le distrazioni, senza ricordarsi cosa stesse accendendo proprio nel punto in cui si è interrotto lo streaming.

Così Netflix è corsa ai ripari e ha chiesto agli sceneggiatori dei suoi film di inserire in alcuni punti un protagonista che faccia da raccordo e ripeta, in qualche modo, la trama principale del film. A rivelarlo è stato Matt Damon, durante la presentazione del film Netflix “The Rip – Soldi sporchi”, che lo vede protagonista con il collega e amico di sempre Ben Affleck.

L’attore in una intervista al programma Joe Rogan Experience, ha tracciato un bilancio del mondo del cinema e di come esso sia cambiato proprio in virtù del proliferare delle piattaforme in streaming.

“Gli spettatori dedicano a un film a casa un livello di attenzione molto diverso rispetto alla sala cinematografica, – ha detto Damon -. Netflix tende a spostare le scene d’azione all’inizio del racconto, per catturare subito il loro interesse. Dietro le quinte, si discute della possibilità di ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi, tenendo conto del fatto che molti spettatori guardano il film mentre sono al telefono”.

E ancora: “Abbiamo imparato che il modo tradizionale di costruire un film d’azione prevede di solito tre grandi scene: una nel primo atto, una nel secondo e una nel terzo. La maggior parte del budget viene investita in quella del terzo atto, perché è il finale. Ora invece ti chiedono: ‘Possiamo farne una enorme nei primi cinque minuti? Vogliamo che la gente resti incollata’. E non sarebbe male se ripetessi la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché la gente guarda il film mentre è al telefono”.

Poi ci sono le doverose eccezioni. “Non sempre le produzioni Netflix si piegano alle regole del mercato – ha aggiunto Affleck -. Guardi Adolescence e ti accorgi che non fa niente di tutto questo. Ed è fottutamente fantastica. Ed è anche cupa: tragica e intensa. Racconta di un uomo che scopre che suo figlio è accusato di omicidio. Ci sono lunghe inquadrature della nuca dei due personaggi. Salgono in macchina, nessuno dice una parola”.

“The Rip – Soldi Sporchi”, disponibile su Netflix già dal 16 gennaio, mette al centro la fiducia tra una squadra di poliziotti di Miami che inizia a vacillare dopo aver scoperto milioni di dollari in contanti in un deposito abbandonato. Quando forze esterne vengono a conoscenza dell’entità del sequestro, tutto è messo in discussione, incluso di chi potersi fidare.

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Il messaggio Whatsapp alla madre di Federica Torzullo e le bugie sulla scomparsa, così Claudio Carlomagno ha tentato di depistare le indagini

19 Gennaio 2026 ore 10:24

Claudio Agostino Carlomagno, 45 anni, il marito di Federica Torzullo fermato domenica per omicidio, ha cercato di depistare le indagini con una serie di bugie e versioni inventate, che hanno solo nei primi momenti ingannato gli investigatori. Ma le prove, tra cui i dati del GPS e i riscontri sui suoi spostamenti, hanno insorabilmente e svelato la verità, portando alla scoperta del corpo della 41enne, sepolto in un terreno vicino alla villetta della coppia.

Già la denuncia, formalizzata il 9 gennaio, presentava un’anomalia. L’uomo aveva raccontato che la donna era uscita di casa la mattina presto, senza prendere la macchina, che lui aveva trovato parcheggiata fuori. Una versione che ha sollevato immediatamente dei dubbi, visto che Federica, descritta come una persona precisa e puntuale, non avrebbe mai agito in modo così improvviso e senza lasciare tracce. Carlomagno ha aggiunto altri dettagli inverosimili: “Non abbiamo dormito insieme perché io russo e le impedisco di riposare, quindi lei si trasferisce in camera di nostro figlio”. Tuttavia, i primi accertamenti delle forze dell’ordine hanno subito messo in crisi questa ricostruzione. Le telecamere di sorveglianza hanno registrato l’ingresso di Federica in casa la sera dell’8 gennaio intorno alle 23 e il suo rientro non è stato seguito da alcuna uscita.

Inoltre, il comportamento di Carlomagno quel giorno ha suscitato ulteriori sospetti. Nonostante la gravità della situazione, il 45enne si è mostrato eccessivamente tranquillo. Alle 8 del mattino, Carlomagno ha preso il telefono della moglie e ha inviato un messaggio Whatsapp alla madre di Federica, cercando di depistare le indagini: “Tutto bene, non preoccuparti”. Poco dopo, mentre il caso della scomparsa di sua moglie stava per diventare di dominio pubblico, Carlomagno ha scherzato con i suoi dipendenti al lavoro, dicendo: “Abbiamo fatto delle misurazioni in giro. Poi ci vediamo lunedì. Sembrava non fosse successo nulla”.

Le indagini hanno preso una piega più chiara quando sono stati esaminati i dati GPS relativi agli spostamenti di Carlomagno. Il 9 gennaio, il 45enne aveva compiuto numerosi spostamenti tra i terreni gestiti dalla sua azienda, senza alcuna giustificazione plausibile. Inoltre, sono state trovate tracce di sangue sia nel camion utilizzato da Carlomagno, sia nella sua abitazione, e un testimone ha riferito di aver visto l’uomo lavare il cassone del mezzo il pomeriggio del 9 gennaio.

Anche la testimonianza di un’amica e collega di Federica ha contribuito a chiarire la situazione. La donna ha dichiarato che Federica era una persona “seria, precisa e ligia al dovere” e che non avrebbe mai abbandonato il lavoro senza avvisare. Inoltre, il 9 gennaio, Federica non si era presentata al lavoro come previsto e non aveva dato alcuna giustificazione. La collega ha anche sottolineato che Federica si teneva sempre in contatto con la madre e che, in quella giornata, la madre non aveva ricevuto alcuna telefonata da parte della figlia, come accadeva di solito.

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“Francesco Sarcina mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per nostra figlia. Tre anni fa un aborto in treno per troppo stress”: così Clizia Incorvaia

19 Gennaio 2026 ore 10:04

Clizia Incorvaia è stata ospite a “Verissimo”, ieri 18 gennaio, e ha rivelato a Silvia Toffanin un episodio doloroso della sua vita: “Tre anni fa ho avuto un aborto in treno, mentre stavo accompagnando mia figlia Nina dal padre a Milano. Ebbi questa emorragia perché ero troppo sotto stress“. L’influencer è stata prosciolta dalle accuse di Francesco Sarcina, che l’aveva denunciata, accusandola di aver pubblicato sui social immagini della loro figlia minore per “trarne un profitto economico”.

“Questa sentenza mi ha restituito dignità come madre. – ha detto Incorvaia – Ho sempre protetto mia figlia Nina (avuta dal cantante nel 2015, ndr) , l’ho sempre preservata. Ma questa accusa aveva gettato un alone su di me come genitore. Oggi i nostri rapporti sono freddi, distaccati”.

E ancora: “Non era un rapporto sano. Per tanto tempo ho pensato di potermi accontentare di questo tipo di relazione. Poi, quando è venuto meno il rispetto della mia persona, ho capito che dovevo prendere le distanze (…) Mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per proteggere Nina”.

Ha fatto clamore poi il presunto tradimento della Incorvaia con Riccardo Scamarcio, ex amico di Sarcina: “Eravamo separati. Ero una donna separata e potevo fare tutto quello che volevo. Ho una visione troppo bella dell’amore per prendere delle vie sotterranee”

“A marzo saremo di nuovo in udienza, – ha continuato l’ospite – verranno ristabilite delle cose sulla gestione di nostra figlia affinché non ricada tutto su un solo genitori. Oggi provvedo io alla sua scuola privata e anche ai weekend che passa con il papà. Il giudice aveva stabilito che Nina passasse due weekend con il padre su Milano a carico mio e un weekend su Roma a carico del padre perché lui dovrebbe prendere una stanza in hotel per stare con la figlia. Di weekend su Roma ne ha fatto uno in cinque anni. Mi trovo sempre io a portare Nina da lui a Milano“.

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Treni deragliati in Spagna, 39 morti. “Tra le ipotesi un giunto saltato dei binari”. Ministro dei Trasporti: “Incidente estremamente strano”

19 Gennaio 2026 ore 10:02

Un incidente tragico, costato la vita a 39 persone, e che ne ha lasciate ferite 152 – di cui 48 in ospedale e trenta in gravi condizioni -, avvenuto “inspiegabilmente” – dice il ministro dei Trasporti Oscar Puente – in un rettilineo, su una tratta rinnovata di recente. La Spagna indaga sull’incidente avvenuto la sera del 18 gennaio, alle 19.39, tra due treni sulla linea dell’alta velocità Madrid-Andalusia all’altezza di Adamuz (Cordova). Solo sul treno Iryo, diretto da Malaga a Madrid – che era stato revisionato il 15 gennaio, solo quattro giorni fa – ci sono stati almeno 21 morti e 22 feriti, secondo fonti della compagnia, che ha messo a disposizione un numero per i familiari dei passeggeri (900001402). Anche Renfe ha attivato un numero verde per notizie sui passeggeri del treno Alvia (900101020), che si stava dirigendo a Huelva. I vigili sono rimasti tutta la notte con le squadre di emergenza e una quarantina di militari dell’Unità di protezione civile dell’Esercito a lavorare per estrarre i superstiti dalle lamiere. Secondo quanto emerge, per i tecnici spagnoli il deragliamento potrebbe essere legato a un giunto che prima dell’incidente è saltato creando uno spazio tra due sezioni di binario che via via si è allargato al passaggio dei treni. L’ipotesi è che le prime carrozze dell’Iryo siano passate mentre lo spazio si allargava finché, arrivate all’ottava, è avvenuto il deragliamento. L’ottava carrozza avrebbe portato con sé anche la sesta e la settima. A bordo dei due convogli c’erano circa 500 persone, 300 sul treno Iryo Málaga-Madrid e 184 en sull’Alvia Madrid-Huelva. Tra i ricoverati ci sono 11 adulti e un minore in terapia intensiva. Sono invece 74 i feriti che sono già stati dimessi. Il governatore dell’Andalusia Juan Manuel Moreno Bonilla, intervistato dalla radio nazionale spagnola Rne, ha dichiarato che “la violenza dell’impatto è stata tale che abbiamo trovato persone decedute a centinaia di metri dal luogo dell’incidente ferroviario“.

Le linea rinnovata e i dubbi del ministro – Puente ha spiegato che i primi due vagoni dell’Alvia, con 63 passeggeri complessivi a bordo, “sono precipitati in un terrapieno” di circa cinque metri. “Tra i due convogli, l’Alvia è quello che ha avuto la peggio” nel deragliamento. Puente non ha dato indicazioni sulle possibili cause, ma ha rilevato che “l’incidente è stato estremamente strano”, in quanto si è verificato “su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente” e ha coinvolto un treno di Iryo “praticamente nuovo”. “Lo stato della via ferroviaria era buono”, ha ribadito. “Stiamo parlando di materiali nuovi”, ha aggiunto, ricordando che sulla tratta Andalusia-Madrid sono stati investiti “700 milioni di euro e i lavori di sostituzione dei cambi dell’infrastruttura si sono conclusi a maggio, secondo Adif“, il gestore statale delle ferrovie. “Speriamo che l’inchiesta aiuti a chiarire le case dell’incidente, ha anche detto il titolare dei Trasporti. Quanto ai tempi di ripristino della linea di alta velocità, il ministro ha avvertito che “resterà interrotta almeno domani e probabilmente per un mese”. “Non solo bisogna ritirare il materiale, ma c’è un’inchiesta” aperta sulla sciagura “che richiede di intervenire sul terreno in tutta la sua profondità”, ha segnalato. Puente ha annunciato infine la creazione di una commissione d’inchiesta “completamente indipendente” per “stabilire cosa è successo e fare in modo che non accada mai più”.

La dinamica dell’incidente – La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo, con 317 passeggeri, diretto da Malaga a Madrid stazione Puerta de Atocha, è deragliato invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto che circolava in direzione opposta, da Madrid a Huelva, deragliato a sua volta. Complessivamente sono state oltre un centinaio le persone ferite in maniera lieve medicate nell’ospedale da campo che è stato allestito ieri sera dai servizi di emergenza nel Posto Medico Avanzato in un edificio di Adif, nella stazione di Adamuz. Nella zona dell’incidente sono state mobilitate 4 unità del Dispositivo di terapia intensiva, 6 ambulanze con unità di rianimazione, due veicoli di appoggio logistico, cinque ambulanze convenzionali e 2 della Croce Rossa.

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“Gli estintori? Credo ce ne sia uno. Vedo costantemente i volti dei morti”, la testimonianza della cameriera sopravvissuta

19 Gennaio 2026 ore 09:51

Louise Leguistin, 25 anni, è una delle sopravvissute de devastante rogo del Constellation di Crans-Montana. Una serata che, per lei, segna il confine fra un prima e un dopo, un prima fatto di spensieratezza e sogni, e un dopo di trauma, rimpianti e una vita che non sarà mai più la stessa. Ma è soprattutto una testimone che ha già smentito alcune dichiarazioni dei Moretti, i due coniugi francesi indagati per la mattanza della notte di Capodanno con i suoi 40 morti e gli oltre 100 feriti, per esempio sulla controversa questioni dei caschi e dei travestimenti.

Seduta davanti agli inquirenti la 25enne, come riporta il Corriere della Sera, mette in fila gli eventi dovendo fare slalom sulle emozioni di rivivere un evento così spaventoso. “Ero completamente disorientata, sola, sopraffatta dalla portata di quello che vedevo accadere. Ho avuto l’impressione che i pompieri ci abbiano messo una vita ad arrivare… Ero nel panico… Quando ho visto tutte quelle fiamme, mi sono sentita impotente. Sentivo tutti urlare…Da quella notte ho grandi difficoltà a dormire. Vedo costantemente i volti dei morti, delle persone che ho assistito, che ho riconosciuto fuori, bruciati. L’odore mi è rimasto nel naso” spiega sottolineando che i due tagli riportati durante l’incendio non vuole non può considerarli ferite.

“Sono triste, angosciata, scioccata… Da quella sera le cose non sono andate molto bene. Mi sono incolpata molto per essere uscita illesa. Sono felice di essere viva. Ma ho dei rimpianti. Mi chiedo cosa avremmo potuto fare diversamente… Non avevo mai lavorato a Crans o per la famiglia Moretti. Avevo fatto il colloquio con Jessica una settimana e mezza prima, per telefono. Avevo fatto domanda. Volevo fare esperienza in Svizzera e mettere via un po’ di soldi, come tutti”. Era entusiasta, aveva legato subito con i colleghi, come il capobarman Gaëtan, il dj Mateo e la cameriera Cyane Panine, che sarebbe diventata una figura emblematica di quella notte tragica e che è una delle 40 vittime.

La ragazza con il casco e le candele sulle bottiglie di champagne sui cui i Moretti in qualche modo hanno cercato di scaricare la responsabilità. “Durante i festeggiamenti, quando è scoppiato l’incendio, Jessica era con noi, stava filmando quello che stava succedendo. L’ho vista salire le scale e andarsene in fretta, poi non l’ho più vista” racconta. Quando le viene chiesto dei suoi rapporti con i Moretti, risponde: “Nessuno”.

Una delle domande cruciali riguarda la formazione ricevuta in caso di emergenza: “Non mi è stato insegnato nulla su come gestire un incendio. Mi è stato semplicemente spiegato come funzionava il reparto. Tutto qui”. E quando gli inquirenti chiedono se ci fosse un estintore, la sua risposta è incerta: “Credo ce ne sia uno“. Una sensazione di inadeguatezza che sembra pervadere tutto quanto è accaduto quella notte, anche in relazione alle uscite di emergenza: “C’era un cartello, ma non è molto visibile. I clienti del locale non avevano mai notato quella porta”. Porta tra l’altro bloccata con un mobiletto come accertato dagli investigatori svizzeri.

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Treno deragliato in Spagna, le prime immagini del disastro: i passeggeri cercano di uscire dai vagoni

19 Gennaio 2026 ore 09:37

Scontro tra due treni dell’Alta velocità in Spagna, nel sud dell’Andalusia. I morti accertati sono 39 morti e 75 i feriti – alcuni in gravissime condizioni – ma si teme una strage di dimensioni ancora maggiori. Almeno tre vagoni, infatti, sono precipitati in un terrapieno e il numero di vittime è indefinito. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo diretto a Madrid, stazione Puerta de Atocha, è deragliato, invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto a Huelva deragliato a sua volta.

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Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava

19 Gennaio 2026 ore 09:24

Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“, strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.

Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini), l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La “lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.

L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni, a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est, ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.

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“Una commissione segreta dell’ONU” vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori

19 Gennaio 2026 ore 08:03

Di Ingrid de Groot, deanderekrant.nl – Paesi Bassi   «Una commissione segreta delle Nazioni Unite sta per cambiare il significato dei diritti dei bambini: “senza alcuna votazione, senza dibattito e senza consultare i genitori“, avverte il movimento di cittadini attivi CitizenGo che ha promosso una petizione per “proteggere la vita, la famiglia e la libertà”, […]

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Le forze siriane conquistano importanti giacimenti di petrolio e gas nella Siria orientale

19 Gennaio 2026 ore 07:45

Le forze del Ministero della Difesa siriano sequestrano il giacimento petrolifero di al-Omar e il giacimento di gas di Conoco alle SDF nella Siria orientale, spingendo le SDF a chiedere una mobilitazione generale.

Le forze del Ministero della Difesa siriano hanno sequestrato il giacimento petrolifero di Omar, il più grande della Siria, e il giacimento di gas di Conoco nella parte orientale del Paese, hanno riferito domenica a Reuters tre fonti di sicurezza.

Entrambi i campi erano sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi e ospitavano basi e forze militari statunitensi.

Successivamente, la Syrian Petroleum Company (SPC) ha confermato che l’esercito siriano aveva preso il controllo dei giacimenti , situati sulla riva orientale dell’Eufrate. La SPC ha anche affermato che l’esercito ha preso il controllo dei giacimenti di al-Tanak, al-Jafra, al-Izba e di Tayyana, Jido, Malih e Azraq. Le SDF controllavano la maggior parte delle riserve di petrolio e gas della Siria, stimate in 2,5 miliardi di barili di petrolio e 240 miliardi di metri cubi di gas, e generavano centinaia di milioni di dollari di entrate all’anno.  

La presa del potere segue giorni di scontri tra le forze governative e le SDF. I ritiri delle forze curde si sono verificati nel nord-est di Aleppo, così come a Deir Hafer , Maskana e Tabqa.

Suriye Ordusu El Ömer ve Koniko petrol sahalarını YPG/PKK'dan ele geçirildipic.twitter.com/gMUSvbZElC

— Bartu Eken (@bartueken7) January 18, 2026

Le SDF chiedono una mobilitazione generale

Nel frattempo, l’Amministrazione autonoma guidata dalle SDF ha invitato la popolazione a rimanere in stato di massima allerta e a schierarsi al fianco delle proprie forze militari, avvertendo che gli ultimi sviluppi segnano quella che ha descritto come una “fase cruciale”.

In una dichiarazione, l’amministrazione ha affermato che l’obiettivo degli attacchi era “colpire la fratellanza costruita con il sangue dei nostri giovani uomini e donne e seminare discordia”, aggiungendo che la popolazione ora si trova di fronte a una scelta netta: “o resistiamo e viviamo con dignità, oppure siamo sottoposti a ogni forma di oppressione e umiliazione”.

La dichiarazione esorta i giovani uomini e donne ad armarsi e a prepararsi ad affrontare qualsiasi potenziale attacco nella regione di Jazira e a Kobani e invita la popolazione a rispondere all’appello generale alla mobilitazione e a schierarsi al fianco delle SDF e delle Unità di protezione delle donne.

Gli Stati Uniti chiedono la cessazione delle ostilità

In una dichiarazione rilasciata il 17 gennaio , il comandante del CENTCOM statunitense, ammiraglio Brad Cooper, ha invitato le forze governative siriane a cessare le azioni offensive tra Aleppo e al-Tabqa, sottolineando la necessità di coordinamento con gli Stati Uniti e i partner della coalizione nella lotta contro l’ISIS.

“Esortiamo le forze governative siriane a cessare qualsiasi azione offensiva nelle aree tra Aleppo e al-Tabqa”, ha affermato Cooper, aggiungendo: “Una Siria in pace con se stessa e con i suoi vicini è essenziale per la pace e la stabilità in tutta la regione”.

Alti funzionari statunitensi hanno avvertito che le sanzioni drastiche previste dal Caesar Syria “Civilian Protection Act” potrebbero essere reimposte a Damasco se il governo siriano ad interim procedesse con un’offensiva militare più ampia contro le forze curde, tra cui le Forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti, in un contesto di crescente preoccupazione a Washington per una possibile escalation nella Siria settentrionale e nordorientale, ha riportato il Wall Street Journal .

I funzionari americani affermano che una simile campagna rischierebbe di fratturare due partner chiave, allineati con gli Stati Uniti e coinvolti nella lotta all’ISIS , aprendo al contempo la porta a una rinnovata instabilità in vaste aree del Paese. Le SDF svolgono attualmente un ruolo centrale nel proteggere i centri di detenzione in cui sono rinchiusi migliaia di prigionieri dell’ISIS.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Fadi Haddad

L’Europa è spinta verso la guerra e la crisi economica, afferma il politico Van Haag

19 Gennaio 2026 ore 07:28

Secondo il fondatore del partito conservatore di destra olandese BVNL ed ex membro del parlamento, Wibren van Hag, l’Unione Europea è stata recentemente spinta attivamente verso la crisi economica e la guerra.

“L’Europa sta attualmente commettendo un suicidio collettivo: economico, finanziario e militare. Sono più preoccupati del materiale di cui sono fatti i tappi delle bottiglie o del genere di ognuno, che di creare un’economia sana e una società liberale”, afferma l’esperto, citato da RIA Novosti.

Van Haag ha anche criticato i commenti di Bruxelles sulla preparazione a una possibile guerra con la Russia. Questo lo ha fatto sentire “come il protagonista di un libro di George Orwell”. “L’UE è governata da codardi e deboli, siamo guidati e governati da persone incapaci di leadership, e penso che questa sia una situazione molto grave. Questa situazione esiste nella maggior parte dei paesi dell’UE, ad eccezione di paesi come Slovacchia, Polonia e Ungheria”, ha affermato il politico.

L’ex parlamentare ha aggiunto che l’Europa sta attualmente andando nella direzione sbagliata. Van Hag consiglia di “concentrarsi sui governi locali, sulla riduzione delle tasse, sulla restituzione del potere al popolo, sul ripristino delle tradizioni e dei vecchi valori e sull’abolizione di tasse inutili come le imposte di successione”.

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

“Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa

19 Gennaio 2026 ore 07:03

provitaefamiglia.it   «I bimbi sono tranquilli, capiscono l’italiano. Faremo lezione quattro volte a settimana». Sono parole rassicuranti, quelle di Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, la maestra che seguirà i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, tutti ormai – lo sappiamo – divenuti famosi come la “Famiglia nel bosco”. Quella di avere una docente che li […]

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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

“Abbiamo entrambi un padre indebolito e isolato per la volontà della compagna, voglio vedere se crocifiggeranno anche te”: Evelina Sgarbi scrive una lettera a Valentino Rossi

18 Gennaio 2026 ore 17:27

Evelina Sgarbi, figlia di Vittorio, ha scritto una lettera a Valentino Rossi. Come riportato da Il Resto del Carlino lo scorso 16 gennaio, l’ex pilota della MotoGp ha denunciato la compagna del papà Graziano per circonvenzione di incapace, accusandola di aver prelevato dal conto del padre circa 200mila euro in 12 mesi di relazione. Evelina ha paragonato la sua situazione a quella del pilota. La 25enne ha scritto: “La situazione di Valentino Rossi è molto simile alla mia, in entrambi i casi c’è un genitore fortemente indebolito (anche se credo che suo padre non sia mai arrivato a pesare 50 kg, e ad essere ricoverato denutrito e in stato confusionale come accaduto a Vittorio Sgarbi) che guarda caso viene isolato per volontà della compagna dal resto della famiglia e dalle sue amicizie storiche”.

Evelina ha aggiunto: “Sarà interessante vedere se, essendo Valentino Rossi campione di fama internazionale, i commentatori e gli improvvisati postini che hanno provato a crocifiggere me, faranno lo stesso con lui. O se invece, spaventati dal peso del suo nome, faranno inversione a U”. La donna ha proseguito la lettera facendo riferimento alla sua infanzia: “Il grande campione, da piccolo un padre sempre presente che lo ha anche indirizzato con successo nella carriera ce lo ha avuto e la sottoscritta no”. La 25enne ha specificato: “Ma in entrambi i casi ci sono indizi simili e ricorrenti che per chi indaga potrebbero facilmente costituire una prova della circonvenzione di incapace”.

“Sto cercando in tutti i modi di salvare mio padre”

Evelina Sgarbi si sta impegnando per salvare il padre. La ragazza ha scritto: “Da figlia che sta cercando in tutti i modi di salvare il proprio padre da chi pensa di mal gestirlo e abbandonarlo alla sua sorte, posso tranquillamente dire che comprendo perfettamente cosa Valentino Rossi stia vivendo, il suo stato d’animo, l’ansia e il pensiero di doversi pentire un giorno di non aver provato tutto ma proprio tutto per cercare di difendere gli interessi del padre da chi lui teme se ne sia già approfittato e vorrebbe approfittarsene ancora”.

La figlia di Vittorio ha augurato a Valentino Rossi ogni bene. La ragazza ha dichiarato: “Auguro ogni bene e soprattutto di non dover patire quello che ho subito io per cercare di conoscere la verità sulla salute di mio padre”. In conclusione, Evelina ha scritto: “Ps: per la cronaca. Ancora non si è vista una cartella clinica. Ma di che cosa hanno veramente paura i cattivi consiglieri di Vittorio Sgarbi?”.

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L’ordine mondiale basato sulle regole è ormai un ricordo del passato.

18 Gennaio 2026 ore 21:16

di Pranay Kumar Shome

La diffusa convinzione nella stabilità di un ordine mondiale basato su regole è stata seriamente scossa dalle recenti azioni degli Stati Uniti.

L’idealismo, una delle più importanti e antiche scuole di pensiero in politica internazionale, postula che gli esseri umani siano altruisti e razionali, alla ricerca del proprio benessere e di quello altrui. In questo contesto, il diritto e le norme internazionali svolgono un ruolo cruciale nel limitare le ambizioni extraterritoriali degli Stati.

Questa tradizione risale a Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, e si basa sulla sua teoria della ” pace perpetua “. Da allora, questa corrente di pensiero si è evoluta notevolmente. Uno dei suoi principali contributi è il concetto di un ordine mondiale basato su regole; si tratta dell’idea che il diritto e le norme internazionali impongano sanzioni agli Stati che perseguono politiche estere aggressive, in particolare quelle che minacciano l’esistenza di altri Stati, garantendo così il mantenimento della pace e della stabilità. Tuttavia, questa idea è stata gravemente compromessa dalle recenti azioni degli Stati Uniti contro il Venezuela. Il 3 gennaio, le forze statunitensi hanno condotto un raid su Caracas , la capitale del Venezuela, rapendo il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, prima di riportarli negli Stati Uniti. Questa “straordinaria operazione militare”, soprannominata ” Operazione Absolute Resolve “, ha scioccato i sostenitori di un ordine mondiale basato su regole.

In questo contesto, è fondamentale comprendere le implicazioni delle azioni degli Stati Uniti.

Il ritorno della legge della giungla

Nel suo libro ” L’origine delle specie “, il biologo britannico Charles Darwin propose la teoria dell’evoluzione. Delineò l’idea che, per sopravvivere, le specie, siano esse vegetali o animali, debbano sviluppare caratteristiche anatomiche specializzate che consentano loro di prosperare in un ambiente naturale ostile. Questa idea divenne nota come “legge della giungla”, ovvero che solo i più adatti sopravvivono. Questa modalità di sopravvivenza si basa sulla competizione e sull’eliminazione reciproca delle specie nella lotta per il predominio.

Questa idea può quindi essere estrapolata al contesto delle azioni americane in Venezuela. Nonostante la superiorità morale rivendicata dai leader, dalle istituzioni e dalle forze armate americane in merito al rispetto del diritto internazionale, le azioni degli Stati Uniti hanno chiaramente comportato un cambio di regime.

Sostenitori governo Venezuela

Purtroppo, queste azioni rientrano in una più ampia tendenza americana per quanto riguarda le sue attività nell’emisfero occidentale. Dall’inizio del XX secolo, i governi americani che si sono succeduti sono intervenuti più di quaranta volte negli affari interni degli stati latinoamericani, sia per orchestrare un cambio di regime, sia per garantire l’esistenza di un regime in grado di conformarsi alla politica americana.

Politica delle risorse a scapito della stabilità interna

Le risorse minerarie hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità. Carbone, petrolio e gas naturale sono stati al centro delle lotte di potere globali in passato, e oggi sono le terre rare a dominare il dibattito. Ora, la politica petrolifera è tornata, più aggressiva che mai. L’amministrazione statunitense ha chiarito che il suo intervento in Venezuela mira a dominare il mercato petrolifero globale. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo , pari a 300 miliardi di tonnellate, pari a un quinto delle riserve globali. Annunciando la sua intenzione di governare il Venezuela, l’amministrazione Trump ha chiarito che avrebbe sfruttato le riserve petrolifere venezuelane, se ne sarebbe appropriata e le avrebbe vendute su scala globale.

Ma la domanda più importante è questa: che dire della stabilità interna di questi paesi? La storia è piena di esempi di come, con il pretesto di promuovere la democrazia attraverso l’interventismo liberale, l’America abbia finito per distruggere il futuro di intere nazioni: Iraq, Afghanistan, Libia e Siria , per citarne solo alcune. Oggi, questi paesi sono coinvolti in guerre civili o alle prese con terrorismo e conflitti settari. Paradossalmente, un tale intervento è stato impossibile quando si è trattato di rispondere a vere e proprie crisi umanitarie come quelle in Sudan e Yemen, principalmente perché questi paesi non solo sono insignificanti in termini di contributo alle risorse globali, ma anche a causa della dimensione razziale dei problemi umanitari. Pertanto, la stabilità interna e gli interessi legittimi delle popolazioni diventano preoccupazioni secondarie per l’America e i suoi alleati occidentali quando si tratta di sfruttare altri paesi.

Lezioni per i paesi del sud

Henry Kissinger, rinomato diplomatico e intellettuale, dichiarò: ” Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è mortale “. Le azioni americane, di grande attualità, contengono importanti insegnamenti per i paesi del Sud del mondo:

In primo luogo , le sfere di influenza stanno riacquistando importanza. La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti 2025 ha ripreso la Dottrina Monroe , sottolineando che gli Stati Uniti danno priorità al loro primato nell’emisfero occidentale e faranno tutto il possibile per mantenerlo. Di conseguenza, potenze come Cina, India e altre devono insistere sulla necessità di creare un accordo globale alternativo che garantisca la stabilità e la sovranità dei paesi del Sud del mondo.

In secondo luogo , la reazione sostanzialmente tiepida degli ambienti europei alle azioni americane riflette il fatto che l’Europa, attraverso il suo silenzio, approva tacitamente queste azioni audaci. Ciò invia un chiaro segnale ai paesi del Sud del mondo: non possono contare sul sostegno dell’opinione pubblica europea in caso di un incidente simile. Pertanto, l’autonomia diventa una necessità per la sopravvivenza.

Appare quindi chiaro che il palese intervento americano in Venezuela avrà conseguenze ampiamente negative, di cui il mondo potrebbe rendersi conto presto.

Fonte: New Eastern Outlook

Traduzione: Luciano Lago

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Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti

18 Gennaio 2026 ore 21:06

Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gesto autonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.

“La circolazione permane fortemente rallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.

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Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer

18 Gennaio 2026 ore 19:05

Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.

Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.

L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.

Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.

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Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media

18 Gennaio 2026 ore 19:03

    Di Anastasia Mironova, rt.com   Maleducazione, pubblicità e pedofilia. Questo è solo un breve elenco dei motivi per cui i bambini non dovrebbero usare i social media. L’elenco completo occuperebbe quasi un’intera pagina. Ho capito che le persone più sagge della Terra vivono dove vagano canguri, koala e wombat. L’Australia ha vietato ai […]

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Dove marciano gli imperi, si organizzano i popoli del mondo

18 Gennaio 2026 ore 18:17

Il momento storico che stiamo vivendo non ammette né neutralità né esitazioni.

Comunicato del movimento Masar Badil

Mentre l’imperialismo americano intensifica la sua offensiva contro i popoli del mondo, intensificando guerre, blocchi, colpi di stato e processi di colonizzazione economica, la Palestina rimane in prima linea nello scontro globale, affrontando l’occupazione sionista come l’espressione più avanzata del progetto coloniale contemporaneo.


Allo stesso tempo, gli attacchi permanenti contro Libano, Siria, Yemen e Iraq dimostrano che l’aggressione imperialista e sionista si estende a tutta la regione araba , costituendo una guerra aperta contro i popoli che rifiutano di sottomettersi. Il Venezuela, sottoposto a un assedio imperiale per decenni, conferma che il dominio non si limita a territori specifici, ma costituisce un’architettura internazionale di saccheggio, repressione e controllo politico .

L’America Latina e il Brasile stanno attraversando una fase delicata, segnata dall’avanzata dell’estrema destra, dalla militarizzazione della politica e da elezioni decisive sotto una permanente interferenza imperialista. È in questo contesto che il Masar Badil, il Movimento Palestinese per la Via Rivoluzionaria Alternativa, invita i popoli, le organizzazioni e le forze popolari a riunirsi a San Paolo, non per un’attività passeggera , ma per la costruzione di una risposta storica, rivoluzionaria e organizzata .

Terra, lotta e internazionalismo

L’apertura al pubblico della Conferenza, in commemorazione della Giornata della Terra , celebrata il 30 marzo e anticipata a sabato 28 marzo , nelle strade, di fronte al Centro politico culturale palestinese al-Janiah , non è un gesto simbolico casuale: la terra è al centro della disputa , dalla Palestina occupata ai territori saccheggiati dell’America Latina.

La festa politica e culturale di questa giornata afferma davanti alle masse che:

La Palestina non è in vendita e l’America Latina non è adatta alla colonizzazione . I nostri popoli non accetteranno la normalizzazione del dominio imperiale né l’esportazione, da parte del sionismo, di tecnologie di guerra, sorveglianza e repressione nei nostri paesi.

Il 30 e 31 marzo , ad al-Janiah, le giornate di dibattito e organizzazione tra movimenti e organizzazioni provenienti da Brasile e America Latina daranno forma concreta alla ricostruzione del campo rivoluzionario. Il 31 marzo , terremo un’attività di presentazione pubblica della linea politica di Masar Badil :

  • Liberazione della Palestina dal fiume al mare
  • Liberazione di tutti i prigionieri palestinesi
  • Garanzia completa del diritto di reso
  • Confronto diretto con l’imperialismo
  • L’organizzazione internazionale dei popoli oppressi come via strategica verso la liberazione

Movimento dei lavoratori senza terra in Brasile

Il nostro compito storico

Questo appello nasce dalla convinzione che coloro che combattono per la Palestina combattono per il Venezuela , che coloro che si scontrano con il sionismo si scontrano con l’imperialismo e che la sconfitta della lobby sionista costituisce un passo fondamentale per la liberazione dei nostri popoli dal dominio imperiale.

Riaffermiamo il nostro sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, alla resistenza libanese e alla resistenza yemenita, nonché alla resistenza di tutti i popoli liberi che affrontano l’oppressione.

Non c’è emancipazione possibile senza smantellare le strutture del capitalismo coloniale che sostengono lo sfruttamento, la miseria e la guerra. In tempi di offensiva reazionaria e di ricolonizzazione, il nostro compito storico è ricostruire un fronte internazionale di resistenza , riallacciare i fili della lotta tra Palestina e America Latina ed erigere un progetto rivoluzionario commisurato alla crisi del sistema.

IL FUTURO NON SARÀ CONCESSO DA ELEZIONI MEDIATE DAGLI INTERESSI DELL’IMPERIALISMO, NE’ DA PATTI CON GLI OPPRESSORI. SARÀ CONQUISTATO CON L’AUTO-ORGANIZZAZIONE, CON LA COSCIENZA E ATTRAVERSO LA LOTTA DEI POPOLI DEL MONDO.

*Fonte dell’immagine in evidenza 


Fonte: Global Research

Traduzione: Luciano Lago


“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

18 Gennaio 2026 ore 18:38

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli

18 Gennaio 2026 ore 18:02

Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.

Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.

Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.

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Il mondo che stanno preparando

18 Gennaio 2026 ore 17:12

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Israele teme di non riuscire a difendersi dall’Iran

18 Gennaio 2026 ore 17:28

di  Joe Lauria
Benjamin Netanyahu ha chiamato Donald Trump per esortarlo a non bombardare l’Iran perché, secondo alcune fonti, Israele si sente vulnerabile a un contrattacco iraniano.
Israele teme che i suoi sistemi di difesa aerea, indeboliti dagli iraniani durante il conflitto durato dodici giorni lo scorso giugno, non siano stati sufficientemente ripristinati per resistere a una potente risposta da parte di Teheran, qualora le dichiarazioni pubbliche incendiarie di Donald Trump lo spingessero a bombardare l’Iran.
Per questo motivo, mercoledì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha contattato Trump chiedendogli di abbandonare qualsiasi offensiva finché Israele non sarà pronto.
Il media israeliano Ynet Global ha riportato :
” Secondo la CNN, i funzionari israeliani hanno avvertito che i sistemi di difesa aerea sono stati ampiamente utilizzati durante il conflitto diretto con l’Iran dell’anno scorso e che non credono che il regime iraniano crollerà rapidamente senza una prolungata campagna militare .”
La CNN ha scritto venerdì:
” Dietro le quinte… alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti hanno compiuto sforzi urgenti per evitare un intervento militare. Trump, ansioso di evitare azioni dalle conseguenze incerte che avrebbero potuto mettere in pericolo le truppe americane, è sembrato aperto a queste argomentazioni, secondo diversi funzionari statunitensi.”
Mercoledì pomeriggio, Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha incoraggiato a rimandare qualsiasi attacco pianificato, secondo una fonte vicina alla questione.
Gli israeliani non credevano che il regime sarebbe caduto rapidamente senza una campagna prolungata e lo stato del sistema di difesa missilistica del paese, ampiamente utilizzato nel conflitto iraniano-israeliano dell’anno precedente, era motivo di preoccupazione, secondo un’altra fonte a conoscenza della questione.
Questo messaggio ha avuto un peso particolare per il presidente, visti i precedenti appelli di Netanyahu alla partecipazione all’azione militare israeliana contro l’Iran. Il New York Times è stato il primo a rivelare questa conversazione .
Giovedì il New York Times ha pubblicato un articolo piuttosto curioso, intitolato ” Israele e i paesi arabi chiedono a Trump di astenersi dall’attaccare l’Iran “, con il seguente sottotitolo:
” Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente di rinviare qualsiasi attacco pianificato. I funzionari israeliani e arabi temono ritorsioni da parte dell’Iran .”
L’articolo inizia citando un alto funzionario statunitense che afferma che Netanyahu ” ha chiesto al presidente Trump di rinviare qualsiasi piano per un attacco militare statunitense contro l’Iran ” .
Tuttavia, l’articolo non spiega perché Netanyahu, che di solito sostiene un attacco americano, avrebbe preso questa decisione, né giustifica il sottotitolo che afferma che Israele teme una rappresaglia iraniana. Sarebbe stato esplosivo per il Times rivelare che Israele non è preparato a un contrattacco iraniano dopo i danni subiti nella guerra di giugno.
L’articolo non fornisce ulteriori dettagli e passa ad altri argomenti senza menzionare nuovamente l’appello di Israele a fermare l’attacco. Sembrava quasi che il Times avesse paura di ammettere il motivo per cui Israele aveva chiesto a Trump di ritirarsi: perché, nell’attuale stato di impreparazione, il Paese è terrorizzato dall’Iran.
Cercando di fare un brutto scherzo
Ynet Global ha riferito che il presidente degli Stati Uniti pensava di poterlo sorprendere:
” Trump voleva portare a termine un attacco potente e rapido, preferibilmente un’azione singola o a brevissimo termine, con l’obiettivo principale di un risultato chiaro: il crollo del regime iraniano.
Tuttavia, i suoi consiglieri e i generali del Pentagono non potevano garantire la rapidità di un’operazione del genere. Un’operazione rapida e decisa avrebbe richiesto una preparazione considerevole, come nel caso del Venezuela, una preparazione che avrebbe richiesto settimane.
In ogni caso, i generali e i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale hanno fatto notare a Trump che anche un attacco contro l’Iran non porterebbe necessariamente al crollo del regime .
Questa notizia deve aver deluso Trump quando si è reso conto che il rovesciamento del governo iraniano non sarebbe avvenuto in un pomeriggio e che l’Iran avrebbe reagito.
” Quello che era certo era che un attacco del genere avrebbe innescato una rappresaglia. Le basi americane in tutto il Medio Oriente sarebbero state attaccate, Israele sarebbe stato costretto a fronteggiare il fuoco di missili e droni , e anche le industrie energetiche di altri alleati degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero potuto essere colpite. Ciò avrebbe portato a un aumento dei prezzi globali del petrolio e del costo dei prodotti petroliferi, anche negli Stati Uniti .”
Il Times of Israel ha confermato questa informazione:
” Gli esperti hanno avvertito che Israele potrebbe ritrovarsi meno equipaggiato a difendersi dalla minaccia dei missili balistici iraniani rispetto a quanto non lo fosse durante i dodici giorni di scontri di giugno, durante i quali Israele ha preso di mira la leadership militare, il programma nucleare e la produzione di missili della Repubblica islamica .”
Le scorte degli intercettori sono esaurite
Solo cinque giorni dopo l’inizio di questa guerra durata dodici giorni, il Wall Street Journal riportò che le scorte israeliane di missili intercettori Arrow stavano per esaurirsi, ” sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio iraniani se il conflitto non fosse stato risolto rapidamente ” .

Bat Yam, Tel Aviv, colpita da missili iraniani
La guerra finì sette giorni dopo. Senza di essa, Israele avrebbe potuto esaurire tutte le sue scorte.
Gli Stati Uniti intervennero in aiuto di Israele, ma dovettero schierare 150 intercettori THAAD, pari al 25% delle loro scorte totali, per supportare il Paese. Ci sarebbe voluto più di un anno per rifornire quelle scorte, riportò il Wall Street Journal il 24 luglio 2025, un mese dopo la fine della guerra. In quell’articolo, il quotidiano spiegava:
” Sebbene Israele disponga di un sofisticato sistema di difesa multistrato, che include sistemi come Arrow, David’s Sling e Iron Dome, alla fine del conflitto il Paese era a corto di intercettori e di risorse. Se l’Iran avesse sparato qualche salva di missili in più, Israele avrebbe potuto esaurire le sue scorte di munizioni avanzate Arrow 3 “, ha affermato un funzionario statunitense.
Nonostante i danni ingenti subiti dai suoi sistemi di difesa aerea in seguito agli attacchi aerei israeliani, l’Iran si è chiesto se continuare la guerra, poiché ciò avrebbe messo Israele in una posizione difficile.
Secondo questo rapporto del WSJ , l’Iran avrebbe potuto distruggere i principali intercettori di difesa aerea israeliani se avesse lanciato un’ulteriore salva di missili. L’Iran potrebbe non esserne a conoscenza all’epoca e aver accettato il cessate il fuoco imposto da Trump su richiesta di Israele.
A sette mesi dalla guerra, Israele sembra ancora incapace di ricostituire la sua insufficiente scorta di intercettori per contrastare i missili balistici iraniani in caso di un conflitto prolungato. Non ci sono indicazioni su quando Israele sarà pronto.
I danni causati dall’Iran
Durante la guerra, l’Iran ha lanciato 550 missili balistici e più di 1.000 droni contro Israele. Tel Aviv afferma di averne intercettato l’86%.
Nonostante i notevoli sforzi compiuti dalle autorità israeliane per sopprimere le informazioni provenienti dalle zone bombardate, tra cui l’arresto di gruppi di giornalisti, l’entità della distruzione subita da Israele a causa dei pochi colpi che hanno raggiunto la loro destinazione è considerevole.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che il rinomato sistema di difesa aerea israeliano non è riuscito a fermare completamente l’assalto delle munizioni iraniane. ” L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per circa 33.000 edifici danneggiati ” , ha aggiunto.
Il giornale riportava:
A Tel Aviv , 480 edifici sono stati danneggiati, molti gravemente, in cinque siti distinti. A Ramat Gan, 237 edifici sono stati danneggiati in tre siti, di cui circa dieci gravemente colpiti. In un altro sobborgo di Tel Aviv, Bat Yam, 78 edifici sono stati danneggiati da un singolo impatto; 22 dovranno essere demoliti.

Palazzi a Tel Aviv colpiti

L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per quasi 33.000 strutture danneggiate. Sono stati inoltre aperti 4.450 casi per la perdita di beni e attrezzature e altri 4.119 per veicoli danneggiati .
Gli attacchi iraniani hanno ucciso 29 civili israeliani e, secondo una mappa pubblicata da Haaretz , hanno danneggiato gravemente 96 edifici. A titolo di confronto, durante la Guerra del Golfo del 1991, l’Iraq ha lanciato 42 missili Scud su Tel Aviv e Haifa, uccidendo due israeliani e danneggiando 4.100 edifici, 28 dei quali sono stati distrutti. L’articolo di Haaretz riguardava solo edifici civili. L’Iran ha anche colpito diverse basi militari israeliane, tra cui Kirya e Camp Moshe Dayan a Tel Aviv, così come la raffineria di petrolio BAZAN a Haifa, causando danni significativi, e l’Istituto Weizmann di Scienze a Rehovot , distruggendo due edifici.

È un trucco?
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’aggressione contro l’Iran lo scorso giugno, entrambi i paesi hanno finto che l’attacco non fosse imminente. Gli Stati Uniti hanno cullato l’Iran in un falso senso di sicurezza, facendogli credere di essere impegnato nei negoziati per un accordo nucleare. Trump ha menzionato una scadenza di “due settimane” per raggiungere un accordo, sotto minaccia di conseguenze.
Ma lui colpì prima della fine di quella quindicina.

Si è trattato di uno stratagemma deliberato per nascondere i preparativi americani per un attacco. Questo stratagemma è stato rivelato dal New York Times in un articolo intitolato ” Cambiamento di rotta e disinformazione: come Trump ha deciso di colpire l’Iran ” .
Mentre il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln prosegue il suo viaggio verso il Golfo Persico, si moltiplicano le speculazioni su una nuova manovra organizzata tra israeliani e americani.
Venerdì, il direttore del Mossad David Barnea è arrivato a Washington per i colloqui del fine settimana. Se Trump decidesse di colpire, sfiderebbe gli stati arabi del Golfo e l’Egitto, che lo implorano di non incendiare la regione.
Ma è più probabile che stia ascoltando il Primo Ministro israeliano. E quando Trump e Netanyahu complottano, tutto può succedere.

Fonte: Notizie del Consorzio 

Traduzione: Luciano Lago
 
 
 


Allarme chimico nelle crocchette per cani Eurospin: “Livelli di aflatossina superiori ai limiti”. Ecco il lotto ritirato dal Ministero della Salute

18 Gennaio 2026 ore 17:04

Scatta l’allarme per le crocchette per cani della marca Radames, commercializzata nei supermercati Eurospin. Il Ministero della Salute ha disposto il richiamo del prodotto venduto nel pacco da 10 chili, con lotto di produzione 5286 e con scadenza datata 13 aprile 2027 (le crocchette in questione sono prodotte da Gheda Mangimi S.r.l., presso la sede stabilimento Ostiglia -Mantova, Via Comuna Santuario, 1). Nel cibo, infatti, è stata rilevata la presenza di “aflatossina B1” oltre i limiti della legge. L’avviso è stato pubblicato lo scorso 9 gennaio sul portale del Ministero, che ha specificato che coloro che hanno acquistato il prodotto sono tenuti a non consumarlo e a riconsegnarlo presso il punto vendita.

Crediti: Eurospin

Che cos’è l’aflatossina? Si tratta di un agente chimico prodotto dalla muffa Aspergillus flavus, che prolifera sui cereali spesso utilizzati come ingredienti per i mangimi degli animali domestici. È bene sottolineare che l’aflatossina è un componente presente in maniera naturale all’interno dei cibi composti da cereali. Tuttavia, come nel caso delle crocchette di Radames, se la quantità della tossina supera i limiti di legge il cibo non deve essere ingerito. L’assunzione di livelli elevati di aflatossina può provocare vomito, diarrea, perdita di appetito, ittero e, nei casi più estremi, la morte dell’animale. I nostri amici a quattro zampe sono più vulnerabili a questo agente chimico perché, a differenza degli esseri umani che seguono una dieta variegata, si nutrono degli stessi alimenti per lunghi periodi.

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Iran, una ong smentisce Israele sulla notizia della morte di Erfan Soltani: “È vivo”. Ancora accesso filtrato di internet

18 Gennaio 2026 ore 17:01

Mentre dentro e fuori l’Iran la tensione rimane altissima, lo scontro è anche sulle informazioni che arrivano da un Paese dove le comunicazioni sono ancora molto complicate dopo il blackout imposto dal regime. Nelle scorse ore, l’ong Hengaw, specializzata in difesa dei diritti umani, ha smentito la notizia diffusa da Israele sulla morte di Erfan Soltani, giovane diventato un simbolo delle ultime proteste contro gli ayatollah. L’organizzazione umanitaria infatti, ha diffuso su X un comunicato con la foto del ragazzo dove si dice che alla famiglia “è stata concessa una breve visita di persona oggi” e si conferma “che è attualmente vivo e in condizioni fisiche stabili”. L’aggiornamento arriva dopo che un account ufficiale su X del governo israeliano in farsi aveva reso noto che secondo alcune fonti Soltani sarebbe stato “brutalmente ucciso mentre era in custodia della Repubblica islamica”.

Accesso “fortemente filtrato” a internet

Intanto, secondo i media locali, le autorità iraniane stanno valutando di ripristinare “gradualmente” l’accesso a internet dopo il blocco delle comunicazioni. L’agenzia Afp ha anche fatto sapere di esser riuscita a connettersi a internet dall’ufficio di Teheran, sebbene la maggioranza dei provider web e mobili restino interrotti. I dati sul traffico indicano un ritorno significativo di alcuni servizi online, tra cui Google, il che suggerisce che sia stato abilitato un accesso fortemente filtrato, a conferma delle segnalazioni degli utenti su un ripristino parziale” della rete, ha spiegato NetBlocks in un post sui social. Le chiamate internazionali sono possibili da martedì 13 e la messaggistica di testo è stata ripristinata ieri 17 gennaio. L’Iran avvierà il ripristino “graduale” dell’accesso a Internet, bloccato dall’8 gennaio 2026 a causa delle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre, ha riferito all’Ansa una fonte informata. Anche i social network Instagram, Telegram, X, Facebook e YouTube erano stati vietati in Iran alcuni anni fa, spingendo gli utenti a utilizzare le Vpn, ma anche le Vpn sono state vietate dall’8 gennaio.

Media: “Potrebbero essere più di 16mila i morti”

Secondo un rapporto redatto da medici iraniani e citato dal Sunday Times, “le vittime nella repressione delle proteste in Iran supererebbe i 16.500 morti”. Il rapporto afferma nello specifico che la maggior parte delle vittime sono giovani sotto i 30 anni e che altre 330.000 persone sono rimaste ferite, con gran parte delle uccisioni avvenute nell’arco di due giorni. “Questo è un livello di brutalità completamente nuovo”, ha dichiarato al Times il professor Amir Parasta, chirurgo oculista iraniano-tedesco che ha contribuito a creare la rete di medici che ha messo a punto il documento. “Questa volta stanno usando armi di livello militare e quello che stiamo vedendo sono ferite da arma da fuoco e da schegge alla testa, al collo e al torace”. Il rapporto afferma che i dati sono stati raccolti dal personale di otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso in tutto l’Iran. Afferma che i medici sono stati in grado di comunicare utilizzando la tecnologia vietata Starlink durante il blocco di Internet. Il rapporto segnala anche un elevato numero di lesioni agli occhi: le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso anche a fucili da caccia, con almeno 700 persone che hanno perso la vista.

EXCLUSIVE – Hengaw

Hengaw has learned that the family of Erfan Soltani has been granted a brief in-person visit with him today, Sunday, January 18, 2026, and has confirmed that he is currently alive and in stable physical condition.

This development comes after days of extreme… pic.twitter.com/kwcSHVeVMG

— Hengaw Organization for Human Rights (@Hengaw_English) January 18, 2026

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Così l’Italia rafforza il suo ruolo nel cuore dell’Asia orientale

18 Gennaio 2026 ore 17:42

La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.

Tokyo, il partenariato “speciale” e una visione condivisa

A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.

Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.

Seul, un equilibrio diverso e il peso della Cina

A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.

Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.

L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.

Economia reale, tecnologie critiche, difesa

La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.

La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.

Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta

Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.

Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.

Difesa, GCAP e nuove sinergie industriali

Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.

La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.

In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.

Una partnership che funziona perché pragmatica

Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.

Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.

Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.

La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.

Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.

Federica Brignone iscritta al gigante di Plan de Corones: “Deciderà al mattino se gareggiare o meno”

18 Gennaio 2026 ore 16:46

Si avvicina il rientro di Federica Brignone, ferma dallo scorso aprile per il grave infortunio rimediato alla gamba – frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore – durante i campionati italiani. L’azzurra infatti risulta iscritta al gigante di Coppa del Mondo di sci in programma martedì a Plan de Corones e dovrebbe quindi tornare a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina.

“La detentrice della sfera di cristallo prenderà parte alla sciata in pista del mattino e poi deciderà se gareggiare o meno – fa sapere la Fisi – Per lei si tratterebbe del rientro agonistico a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio occorsole lo scorso 3 aprile in Val di Fassa”. La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma alle 10.30, la seconda alle 13.30.

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

18 Gennaio 2026 ore 16:41

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono

18 Gennaio 2026 ore 16:21

“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970.

Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva.

“Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione.

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L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1, auto danneggiate

18 Gennaio 2026 ore 16:02

L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i viola, valido per la Serie A.

Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie A, in programma alle ore 18.

La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto. Tutto sarebbe cominciato al vicino autogrill del Cantagallo, dove un gruppo di tifosi della Fiorentina (diretti a Bologna per la partita del Dall’Ara) hanno incontrato un gruppo di romanisti che stavano andando a Torino per la partita con i granata in programma alle 18. Gli scontri sono avvenuti qualche chilometro dopo, dove molte auto e alcuni minibus si sono fermati nella corsia d’emergenza e nelle piazzole. I tifosi sono scesi dalle auto e si sono affrontati con mazze, martelli, spranghe e caschi. Il tutto è durato pochi minuti, poi le auto sono ripartite, prima dell’intervento delle forze di polizia, avvertite dalle auto in transito.

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A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona

18 Gennaio 2026 ore 15:59

Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.

Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.

Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.

Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.

Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

18 Gennaio 2026 ore 15:53

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

18 Gennaio 2026 ore 15:46

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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Il Patronage di Odessa come snodo della strategia italiana in Ucraina

18 Gennaio 2026 ore 14:52

Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.

Definire la strategia italiana in Ucraina

La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.

A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.

Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.

Lo schiaffo diplomatico di Lugano

Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.

La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.

Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.

Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.

Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.

L’attacco alla cattedrale ortodossa di Odessa

Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.

Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.

Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.

Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.

L’Ucraina riscopre l’Italia

Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.

L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.

Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.

Perché Odessa?

La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.

Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:

Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.

Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.

Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.

Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.

Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.

La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC2025)

L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.

Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.

Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.

Gli interessi stranieri a Odessa

Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:

Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.

Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).

Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.

Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).

Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).

Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.

Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.

Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.

Il luogo ideale per gli investimenti italiani

La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.

In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.

Il mondo senza più adulti

Riflessioni, la rubrica: “La vera emergenza del nostro tempo non è solo economica, tecnologica o geopolitica. È antropologica. Riguarda il tipo di umanità che stiamo consegnando al domani. Un’umanità iperstimolata e iperfragile, capace di pretendere tutto e di assumere...

QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP

18 Gennaio 2026 ore 12:03

  Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org   In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e […]

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Le dichiarazioni di Merz sul dialogo con la Russia hanno allarmato i politici occidentali – media

18 Gennaio 2026 ore 11:32

Pechino , 18 gennaio 2026, 12:37 — Regnum News Agency. Le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz sul suo desiderio di ripristinare il dialogo con la Russia hanno allarmato i politici europei, secondo la pubblicazione cinese Sohu 

Il 15 gennaio, Merz ha definito la Russia un Paese europeo con cui è necessario ritrovare un equilibrio . Ha affermato che il raggiungimento di un dialogo sostenibile con la Russia porterebbe libertà, pace e fiducia nel futuro alla Germania e a tutta l’Europa.

Secondo quanto riportato dai media, la dichiarazione pacifica di Merz ha causato disordini negli ambienti politici europei, poiché solo pochi mesi fa il politico tedesco aveva caldeggiato lo scontro con la Russia e la creazione di un esercito potente.

Secondo l’autore dell’articolo, il cambio di posizione del cancelliere è dettato da pressioni esterne e interne derivanti dai problemi economici e sociali della Germania. Quando prezzi dell’energia, deficit di bilancio, malcontento pubblico e minaccia nucleare si intrecciano, per quanto duri possano essere gli slogan, devono cedere il passo all’istinto di autoconservazione, osserva inoltre l’articolo.

Oltre a Merz, anche altri leader dell’UE hanno espresso interesse al dialogo con la Russia. Il 9 gennaio, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha dichiarato che era giunto il momento di parlare con la Russia dell’Ucraina . E il 6 gennaio, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che avrebbe voluto parlare con il leader russo nelle prossime settimane .

Il 16 gennaio, il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov ha osservato che per stabilire la pace in Ucraina è necessario un dialogo non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i leader europei. Le recenti dichiarazioni dei leader dell’UE avevano escluso negoziati con la Russia, ma ora sono stati compiuti progressi su questo tema, ha aggiunto.

Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, ha sottolineato che i leader europei si sono autoesclusi dai colloqui di pace sull’Ucraina. Il capo dello Stato ha sottolineato che questi politici si sono illusi di poter infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” e hanno quindi reciso ogni legame con Mosca.

Nota: ll cambiamento di posizione della Germania è clamoroso. Un ritorno al realismo constatando la reale situazione dell’Europa totalmente ininfluente, in crisi economica e con la Germania che si trova in aperta recessione industriale per aver acconsentito alla chiusura delle sue fonti energetiche provenienti dalla Russia. Inoltre si è aperta una chiara frattura con gli Stati Uniti per la questione Groenlandia che mette in discussione anche la Nato e gli attuali equilibri. Troppo tardi per ripensare alle scelte fatte ma un modo per far riflettere tutti coloro che sostenevano la necessità di una sconfitta strategica della Russia ed acconsentivano ad inviare soldi ed armi che sono finiti nel buco nero dell’Ucraina. Scelte dettate dai burocrati di Bruxelles e fatte pagare a tutti i cittadini europei.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione e nota: Luciano Lago

Napoli, Castel dell’Ovo: sprint America’s Cup. Quattro milioni per rampa normanna, sarà illuminata

Si accelera il restauro del maniero destinato anche a sede di rappresentanza del trofeo. Soldi recuperati dai residui di mutui. Manfredi: “L’intervento è una priorità assoluta”

Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo

18 Gennaio 2026 ore 08:03

  Di Marcello Veneziani   Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi […]

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L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

18 Gennaio 2026 ore 07:32

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

Altre truppe ucraine si arrendono a Zaporozhye mentre l’esercito russo avanza verso Haichur (Video)

18 Gennaio 2026 ore 07:07

Il 17 gennaio, l’esercito russo estese il suo controllo lungo il fiume Haichur, mantenendo al contempo la pressione sulle forze di Kiev nei pressi della città chiave di Huliaipole, nella provincia di Zaporozhye.

Priluky, sulla riva occidentale dell’Haichur, è stata catturata dal Gruppo di forze Vostoke [Est], secondo il Ministero della Difesa russo, che ha dichiarato in una nota che l’attacco all’insediamento è stato guidato dal 394° reggimento fucilieri motorizzati della 127a divisione fucilieri motorizzati.

Il ministero ha aggiunto che le forze di Kiev hanno perso “un gran numero” di truppe e di equipaggiamenti nel tentativo di mantenere il controllo dell’insediamento.

“La liberazione di Priluki ha portato all’espansione della testa di ponte sulla riva occidentale del fiume Gaičur e ha creato le condizioni per un’ulteriore avanzata nella regione di Zaporizhia”, si legge nella dichiarazione.

Priluky si trova a nord di Zhovtnevoye, nota anche come Olenokostiantynivka, conquistata dal Gruppo di Forze Vostok solo il giorno prima. Questo dimostra che le operazioni militari russe in direzione di Zaporozhye stanno nuovamente accelerando.

Ora, quasi tutti i territori su entrambe le rive dell’Haichur, da Huliapipole a nord fino a Bratske, sono sotto il controllo del Gruppo di Forze Vostok. Questa linea è lunga più di 25 chilometri.

Vale la pena notare che il Gruppo di Forze Vostok ha esteso il suo controllo negli ultimi giorni a ovest di Huliaipole. Scontri intensi sono in corso a Staroukrainka e Zaliznychne. Entrambi gli insediamenti saranno probabilmente sgomberati dalle truppe russe entro pochi giorni.

Di fatto, le difese ucraine a ovest della città stanno per crollare. Molti soldati ucraini si sono arresi al Gruppo di Forze Vostok negli ultimi giorni.

Un video apparso di recente online mostra almeno sei soldati e ufficiali della 108ª Brigata di Difesa Territoriale ucraina arrendersi nei pressi di Huliapipole. Secondo quanto riferito, questa unità in particolare ha subito gravi perdite da quando è stata portata in questa direzione.

Con la linea Haichur-Huliaipole quasi completamente protetta, il Gruppo di forze Vostok inizierà presto ad avanzare verso ovest, verso la città chiave di Orikhiv, un nodo difensivo chiave di Zaporozhye.

L’Ucraina potrebbe perdere la città prima della fine dell’anno se non vi verranno inviati ulteriori rinforzi e se non verranno modificate le attuali tattiche delle sue forze. Kiev sembra incapace di soddisfare il primo requisito e non disposta a soddisfare il secondo. L’esercito russo ne trarrà vantaggio.

L’esercito russo avanza lungo la strada per Slovyansk mentre le difese ucraine crollano

Fonte: South Front Press (video)

Traduzione: Luciano Lago

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Ricevuto prima di ieri

Si è dimesso Guido Scorza, componente del Garante della Privacy

17 Gennaio 2026 ore 19:47

Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy. Lo ha annunciato lo stesso Scorza in un video pubblicato sui suoi profili social. Insieme agli altri componenti dell'Autorità, Scorza è indagato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Roma che indaga per peculato e corruzione, nata dopo alcuni servizi della trasmissione Report. "Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell'interesse dell'istituzione anche se, permettetemi di pensarlo, non posso che ritenerla ingiusta nella sostanza e nelle modalita' che mi hanno portato ad assumerla. Non ho nessuna remora ne' imbarazzo nel confessare che e' stata una delle decisioni piu' sofferte della mia vita", ha scritto Scorza sul suo sito per motivare le dimissioni. Scorza era membro del collegio eletto in quota M5s (per questo l'indicazione del sostituto spetterebbe proprio al partito di Conte). 

Come abbiamo raccontato oggi sul Foglio, le dimissioni dei componenti del collegio del Garante vengono considerate dalla maggioranza "uno scalpo" per Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report che ha ingaggiato contro l'Autority una specie di campagna personale (la trasmissione Rai venne sanzionata dal Garante per aver trasmesso alcuni audio privati dell'allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano)

Già a novembre, sul Foglio, avevamo scritto dei possibili sostitui all'interno del collegio del Garante: i giuristi Ida Nicotra, Tommaso Frosini e Nicolò Zanon (nel frattempo diventato presidente del comitato "Sì separa" a favore del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo). 

Il caso del Garante della Privacy si inserisce in un più complessivo ragionamento sulla tutela delle autorità indipendenti, su cui molto spesso nel corso degli anni si sono focalizzate le mire dei partiti. 

L’Occidente è nel caos

17 Gennaio 2026 ore 20:49

DI Mohammed Amer

Mentre Washington cerca sinceramente di risolvere questa crisi, i leader delle principali potenze europee stanno orientandosi verso il prolungamento della guerra.

Tuttavia, la prova più eclatante della spaccatura all’interno di quello che siamo abituati a chiamare Occidente è stata la questione della Groenlandia. Il presidente Trump ha chiaramente dichiarato il suo desiderio di annettere l’isola più grande del mondo, attualmente colonia del Regno di Danimarca. Le capitali europee non sapevano come rispondere alla nuova “iniziativa” del presidente statunitense, essendo abituate a fare pieno affidamento su Washington e a seguirne da vicino la politica. Lo shock provocato dalle richieste della Casa Bianca è stato così profondo che non sono riuscite a formulare una posizione coerente. Era impossibile sia evitare di irritare Trump sia affermare una parvenza di indipendenza politica. Per gli europei, l’idea di un’occupazione militare della Groenlandia non suonava come una minaccia vuota, ma piuttosto come una visione del mondo retrograda ora sostenuta dalla potenza americana. Come scrive il Washington Post , “Il potere prevale sul processo, la leva sulla legge, la lealtà subordinata all’utilità”, e ora gli Stati Uniti sono i “garanti della sicurezza europea, che stanno minando la sicurezza europea”.

Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale

Di recente, il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha dichiarato che l’occupazione militare della Groenlandia da parte degli Stati Uniti significherebbe la fine del blocco NATO.

Un quotidiano turco (Türkiye è membro della NATO) ha osservato che Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale.

Il Jerusalem Post ha concluso l’8 gennaio che stiamo assistendo al crollo dell’Europa occidentale in tempo reale. Gli europei sono rimasti particolarmente spaventati dalla tesi avanzata dal consigliere più vicino a Trump, il vice capo di gabinetto, Stephen Miller , secondo cui viviamo in un mondo reale governato dalla forza, dal potere, che a sua volta è governato dall’autorità. Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi.

Le ambizioni imperiali di Trump

Gli europei sono rimasti sbalorditi dalla schietta dichiarazione di Trump in un’intervista al New York Times dell’8 gennaio, in cui ha affermato di non essere un dittatore ma di poter fare ciò che vuole come Presidente degli Stati Uniti. “Non ho bisogno del diritto internazionale; sono vincolato solo dalla mia moralità”.

Gli europei sono rimasti scontenti anche dalle dichiarazioni della deputata statunitense Anna Paulina Luna, che ha sottolineato che se la piattaforma di social media X (di proprietà di Elon Musk) venisse vietata nel Regno Unito, il Congresso potrebbe prendere in considerazione l’imposizione di sanzioni contro il Primo Ministro britannico Keir Starmer e il suo Paese. Vale la pena notare che lo stesso Trump ha intentato una causa contro la BBC, accusandola di mentire e distorcere i fatti, e ha ripetutamente affermato che Londra non è più una città sicura.

La stampa americana ha sottolineato in vari modi che il governo di Keir Starmer si è trovato in una posizione difficile dopo che i proprietari di oltre mille pub hanno affisso adesivi con la scritta “No ai parlamentari laburisti” sui loro locali per protestare contro l’aumento delle tasse sugli immobili commerciali, che aumenterebbe le tasse del 76% in tre anni. In particolare, l’ex ministro delle finanze britannico Nadhim Zahawi è recentemente passato dal Partito Conservatore al partito radicale di destra di Nigel Farage, “Reform UK”, affermando che il Paese è in crisi e ha bisogno di Farage come primo ministro per risolvere la situazione.

Ancora una volta doppi standard

La posizione senza principi degli stati europei è stata chiaramente evidenziata dal loro rifiuto di condannare la cattura del presidente venezuelano Maduro da parte degli americani. Alcuni hanno addirittura criticato il presidente venezuelano solo per non offendere il leader americano. Secondo alcuni analisti, tali posizioni dei paesi europei aggravano ulteriormente la crisi che questi governi stanno affrontando in importanti segmenti dell’opinione pubblica, una crisi derivante dall’approccio ipocrita alla guerra di Israele a Gaza dall’ottobre 2023. I doppi standard in questo caso sono evidenti.

Questa settimana, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato in un simposio che la perdita dei valori condivisi della NATO ha indebolito l’ordine globale. Questo impedisce al mondo di trasformarsi in un covo di ladri, dove i più spregiudicati prendono tutto ciò che vogliono e regioni o interi paesi vengono trattati come proprietà di poche grandi potenze.

Truppe Nato per la Groenlandia

Trump minaccia apertamente gli stati sovrani

Il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “La Groenlandia è solo l’inizio. Trump ha messo gli occhi sull’Europa” , sottolineando che il surreale tentativo di Trump di conquistare la Groenlandia è in linea con la sua generale ostilità verso l’Europa. Ai suoi occhi, il Vecchio Continente è una caricatura della destra, un insieme di nazioni senza radici in declino irreversibile che amano le frontiere aperte, odiano la libertà di parola e sono troppo avare per pagare la propria difesa.

Forse l’unico leader che ha tentato in qualche modo di tenere a freno Trump è stato Papa Leone XIV, il quale ha affermato che la sovranità del Venezuela deve essere garantita insieme allo stato di diritto sancito dalla sua Costituzione. Ha criticato il rafforzamento militare statunitense nei Caraibi, ha ripetutamente espresso rammarico per il trattamento riservato dalle autorità americane agli immigrati e ha invitato il clero americano a parlare apertamente su questo tema.

La reazione del mondo occidentale alle recenti azioni di Trump è, per usare un eufemismo, moderata. In risposta all’imposizione di dazi doganali significativi sugli scambi commerciali con altri Paesi, praticamente nessuno, tranne Cina e Canada, ha adottato misure di ritorsione. Molti Paesi si sono addirittura messi in coda per firmare accordi con gli Stati Uniti, spesso mettendosi in una posizione di svantaggio. La stragrande maggioranza degli Stati si è rifiutata di commentare il ritiro di Washington dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’UNESCO e dall’Accordo di Parigi sul Clima, lo smantellamento dell’USAID e il drastico taglio dei finanziamenti alle Nazioni Unite. L’Occidente è indebolito, disorientato e incapace di elaborare soluzioni comuni.

Bloomberg ritiene che la maggior parte delle azioni dell’amministrazione Trump (accordi discutibili sulle criptovalute, nomine di persone non qualificate a posizioni elevate, deportazioni incostituzionali, dispiegamento della Guardia Nazionale in diverse città, rovesciamento del capo di uno stato latinoamericano) siano tentativi di espandere il potere esecutivo e “passi verso una presidenza imperiale”. Il 13 gennaio, la principale rivista statunitense di politica estera, Foreign Affairs, ha pubblicato un articolo di due eminenti politologi, W. A. ​​Hathaway e S. Shapiro, che sottolinea come Trump, nell’ultimo anno, abbia attaccato e smantellato l’infrastruttura legale dell’ordine esistente. Impone sanzioni a giudici e avvocati che lavorano presso la Corte penale internazionale, erige barriere commerciali, viola gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio, si ritira dalle norme sul libero scambio, non paga le quote ONU e si ritira o viola innumerevoli trattati. Minaccia apertamente stati e territori sovrani: oggi il Venezuela, domani Colombia, Cuba, Groenlandia e Messico.

Un mondo in cui chi detiene il potere non sente più il bisogno di giustificarsi non è semplicemente ingiusto; è barbaro. Uccidere, rubare e distruggere sono ben lontani da qualsiasi pretesa di giustizia. In un mondo del genere, non esiste un ordine legale. Esiste solo la forza, governata dai capricci di un solo uomo.

Il mondo odierno è sempre più stanco dei conflitti creati artificialmente, il cui obiettivo principale è mantenere le tensioni internazionali. Più che mai, ha bisogno di un’azione collettiva e congiunta per affrontare la vasta gamma di problemi globali che minacciano l’intera umanità, come il cambiamento climatico, i disastri naturali, la disuguaglianza, la crisi idrica e così via.

Mohammed Amer, pubblicista sirianoSegui i nuovi

Fonte: https://journal-neo.su/2026/01/17/the-west-is-in-disarray/

Traduzione: Fadi Haddad

La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana

17 Gennaio 2026 ore 19:03

  Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di […]

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Tajani in Libia per l’avvio del Progetto di Sviluppo nel porto di Misurata

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione oggi a Misurata (Libia), su delega del Presidente del Consiglio, per la posa della prima pietra del terminal container della “Misurata Free Zone” con il Primo Ministro e Ministro Affari Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. A Italia e Qatar fanno riferimento le società coinvolte nel progetto di ampliamento del porto e gestione dei terminal container: la MSC e l’Al Maha Qatari Company.

Secondo alcune stime, gli investimenti per lo sviluppo del porto della Zona franca di Misurata, nel nord-ovest della Libia, potrebbero raggiungere 2,7 miliardi di dollari in tre anni, rendendolo uno dei più importanti progetti di espansione delle infrastrutture portuali del Nord Africa.

A Misurata il Ministro Tajani ha anche in programma un incontro bilaterale con il Primo Ministro libico Abdulhameed Mohamed Dabaiba per discutere di relazioni economiche tra Italia e Libia e opportunità offerte dalla Free Zone, migrazione e lotta al traffico di esseri umani. Al centro anche il processo di riconciliazione nazionale e il sostegno agli sforzi ONU per la stabilità e l’unità del Paese.

Le relazioni economico-commerciali tra Italia e Libia sono in crescita, trainate dal comparto energetico. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto 9,5 miliardi di euro (+3,7%), con esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%. Nel 2025, l’Italia e’ stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. L’Italia esporta verso la Libia principalmente derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane dalla Libia sono concentrate su petrolio greggio (91,6%) e gas naturale (5,4%), evidenziando la centralità del settore energetico negli scambi bilaterali.

Rapina Deutsche Bank, rientrano in Italia quattro arrestati. Il quinto ancora in Bosnia

Speronarono un’auto della polizia ferendo gli agenti a bordo: nonostante le ferite, uno dei due poliziotti riuscì a strappare il passamontagna a uno dei rapinatori, consentendo l'identificazione del malvivente e la ricostruzione dell'intero gruppo

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“Oltre all’università, frequentavo le serate dal marchese Patrizi, a via Manzoni. Nel teatrino della sua villa si alternavano Sergio Bruni e Roberto Murolo, con le canzoni meno note della tradizione”

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Si dimette Enzo Napoli: “Non è un favore al mio predecessore”. L’ex governatore riveste i panni dello sceriffo e attacca Manfredi. In primavera correrà con almeno due liste civiche e il sostegno del Pd regionale guidato dal figlio Piero. Affondo del centrodestra

Belen Rodriguez: “Sto male da quando ho fatto il vaccino, tanti miei amici stanno così” – IL VIDEO

17 Gennaio 2026 ore 07:03

  Anche la showgirl Belen Rodriguez confessa effetti avversi da vaccino, lo fa tramite il suo profilo Instagram:   “Mi sono ripresa ora, ma sono stata con 39 di febbre, tosse, completamente ko” (…) “Molti miei amici stanno passando la stessa cosa. Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo […]

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The Epstein Saga: capitolo 2, ecosistema Bitcoin

16 Gennaio 2026 ore 19:03

  QUI IL CAPITOLO 1 Di Lorenzo Maria Pacini per strategic-culture.su   Epstein era sinceramente interessato all’intero ecosistema delle criptovalute, dalla loro progettazione e sviluppo agli investimenti e al loro utilizzo.   Boston, tanti anni fa…   Le criptovalute sono ormai una parte integrante della quotidianità di miliardi di persone nel mondo. L’Occidente collettivo ne […]

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Cosa prevede la strategia dell'Italia sull'Artico. Meloni: "Quadrante strategico per Nato e Unione europea"

16 Gennaio 2026 ore 12:18

“Consolidare il ruolo dell'Italia come paese non artico interessato all'Artico”. Ma non solo: anche “contribuire al mantenimento dell'area di stabilità, prevenendo dinamiche di escalation e sostenendo meccanismi multilaterali di dialogo e cooperazione”. Sono questi alcuni dei principali obiettivi del nuovo documento strategico italiano sull'Artico, intitolato “La Politica Artica Italiana, L'Italia e l'Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasaformazione”. Il documento è stato presentato dai ministri degli Esteri, della Difesa e dell'Università e della Ricerca Antonio Tajani, Guido Crosetto e Anna Maria Bernini a Roma, presso Villa Madama, nelle stesse ore in cui sette paesi europei, Francia, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Norvegia, Canda e Olanda hanno deciso di inviare in Groenlandia piccoli contingenti militari per difendere Nuuk dalle mire espansionistiche di Donald Trump.

Il nuovo documento strategico, adottato a dieci anni di distanza dal primo, attualizza le politiche italiane alla fase di crescente rilevanza globale della regione e ha secondo il governo ha lo scopo di delineare una visione strategica, accompagnata da alcuni obiettivi di lungo periodo, come il rafforzamento della sicurezza collettiva euro-atlantica e l'attenzione alle possibili opportunità economiche, in grado di rafforzare l'impegno italiano nella regione. Le direttrici sono quelle della sicurezza, della ricerca scientifica e dello sviluppo economico mettendo insieme le diverse forze del paese ed è per questo motivo che alla conferenza hanno partecipato anche alcuni membri del Tavolo Artico ed esponeneti del mondo imprenditoriale.

 

Il messaggio di Meloni: “Artico quadrante strategico. Deve essere una priorità per Nato e Ue”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha potuto partecipare fisicamente alla conferenza, perché impegnata in Giappone in una missione per rafforzare i rapporti strategici dell'Italia nell'Indo-Pacifico. La premier però ha inviato comunque un messaggio: "L'italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l'Artico come area di pace, cooperazione e prosperità". Meloni ha poi detto che l'Artico deve "essere sempre di più una priorità dell’Unione Europea e della Nato, e che l’Alleanza Atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori"

Meloni ha voluto sottolineare che l'attenzione italiana per la regione artica non è stata dettata dalle ultime notizie: dalla base Dirigibile Italia alle Svalbard, passando per le campagne oceanografiche della Marina Militare, “la nostra nazione svolge da molto tempo un ruolo di primo piano per tutelare un'area che è molto fragile e per assicurare uno sviluppo equilibrato e rispettoso delle istanze dei diversi popoli che vivono questi territori”. E ha spiegato gli obiettivi della nuova strategia che “punta a rafforzare il ruolo dell'Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione. Perché siamo consapevoli che ciò che accade nel 'Grande Nord' non è qualcosa di distante o che rimane confinato in quella regione del mondo, ma riguarda il futuro di tutti noi, il nostro benessere, la nostra prosperità e la nostra sicurezza".

 

Crosetto: “Invio militari di diverse nazioni sembra una barzelletta. Bisogna pensare in ottica Nato"

Sull'invio di soldati in Groenlandia Crosetto è tassativo: “Da tempo la Difesa si interessa dell'Artico, con la Marina, l'Aeronautica, l'Esercito con esercitazioni che non sono iniziate adesso e che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia, mi chiedo a fare cosa? Una gita?”. Si è domandato il ministro della Difesa, che poi ha aggiunto: “Immaginate, 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l'inizio di una barzelletta. Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, Onu. Io sono per allargare, non frazionare in nazioni un mondo già troppo frazionato''. Però Crosetto ha lanciato un avvertimento sul prossimo futuro: “Il paese che più confina con questo nuovo pezzo di mondo è la Russia e ha la più grande presenza sull'Artico. Probabilmente, il giorno che finirà la guerra in Ucraina, gran parte delle risorse militari russe saranno spostate in questo settore, come sta facendo la Nato''. Il ministro ha poi evidenziato che anche la Nato si sta spostando: "Ha posto il comando a Norfolk - nell'Inghilterra orientale - e ha concentrato tutta la politica militare del nord sempre più vicino all'Artico".

 

Tajani: "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica"

Durante la conferenza, il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato non solo che nelle prossime settimane sarà a Washington per parlare di materie prime con il segretario di stato americano Rubio e altri partner, ma che svolgerà anche "una missione imprenditoriale italiana per l'Artico". Il vicepremier ha infatti detto che si deve "dar vita a un tavolo imprenditoriale Artico con tutti i nostri principali gruppi industriali e piccole medie imprese in settori chiave, dobbiamo sostenerli ed essere e al loro fianco. Non possiamo non tenere conto dell'importanza delle materie prime e l'Artico è ricco di materie prime", ha aggiunto, ricordando la presenza di grandi aziende della difesa e della cantieristica – come per esempio Leonardo e Fincantieri – attive nella regione. "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica: l'Italia ha una visione a 360 gradi e non può permettersi di non avere una strategia aggiornata", ha detto Tajani, sottolineando che "la centralità della regione oggi più che mai ci impone un'azione politica, economica e di ricerca" e ribandendo l'importanza della "stabilità dell'area di interesse geostrategico" e di una maggiore presenza dell'Unione europea e della Nato nell'area artica. Tajani inoltre ha ricordato l'importantanza dell'export italiano, che dipende anche dalla sicurezza delle rotte marine la cui tutela deve diventare "una priorità fondamentale". La sicurezza dell'occidente – secondo il vicepremier – dev'essere "garantita da un'azione politica forte, anche di sicurezza, non è questione di mandare 10 o 20 soldati, ma avere in testa una strategia. E noi una visione ce l'abbiamo".

 

Bernini: "L'Italia grande protagonista nell'Artico"

"Gli studiosi dell'Artico sanno che, per sua natura, l'Artico è multidisciplinare. Quello che succede nell'Artico non rimane nell'Artico e quel che accade nel Mondo riguarda l'Artico", ha detto nel suo intervento la ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. "Abbiamo una banca dati che è fra le migliori al Mondo", ha aggiunto. L'Italia è "in grande vantaggio" e opera "da grande protagonista" nell'Artico, ha spiegato la ministra, secondo cui il Sistema Italia "è stato unito nel creare delle piattaforme di eccellenza". Berini ha poi annunciato come "il 3-4 marzo organizzeremo una iniziativa con il ministero degli Esteri e della Difesa che si chiamerà 'Artic Circle Rome Forum - Polar Dialogue' su cui convergeranno imprenditori, imprenditori della difesa, scienziati, ricercatori e politici per parlare di Artico".

LE DONNE CHE NON VOGLIONO FARE LE DONNE. E LA DENATALITÀ CHE CI ANNIENTA

16 Gennaio 2026 ore 12:03

    Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org   Guardiamo la natura ogni tanto! Ci sono molti filmati divulgativi che mostrano la vita degli animali. Invariabilmente si vede che la maggiore preoccupazione degli animali, oltre alla sopravvivenza, è la conservazione della propria specie. Si vedono buffe recitazioni da parte dei maschi per attirare le femmine e […]

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Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

16 Gennaio 2026 ore 11:00

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

16 Gennaio 2026 ore 09:00

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Meloni incontra Takaichi a Tokyo: “Crediamo molto nell’alleanza Italia-Giappone”

16 Gennaio 2026 ore 07:43

Rafforzare un legame storico e proiettarlo verso una cooperazione sempre più stretta su sicurezza, economia e innovazione. È il messaggio lanciato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel bilaterale con la prima ministra giapponese Sanea Takaichi al Kantei di Tokyo, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.

“Sono estremamente contenta di essere qui dopo il nostro breve incontro a Johannesburg e i nostri dialoghi telefonici”, ha esordito Meloni, sottolineando il valore di una relazione costruita nel tempo. “Questa è la terza volta che vengo in Giappone in tre anni di governo e non è stato un caso, è stata una scelta”, ha spiegato, rimarcando come la frequenza delle visite rifletta una strategia politica precisa.

 

La premier ha chiarito il significato politico del viaggio: “Il messaggio di questa terza visita è che crediamo molto in questa alleanza, crediamo molto in questa cooperazione, crediamo molto in questa amicizia”. Un percorso scandito da tappe concrete: “La prima volta che sono venuta qui abbiamo elevato i nostri rapporti a partenariato strategico. La seconda, durante il G7 di Hiroshima, abbiamo definito un Piano d’azione triennale 2024-2027 con obiettivi chiari e scadenze che abbiamo rispettato”. Ora, con il nuovo incontro a Tokyo, Roma e Tokyo compiono un ulteriore passo avanti. “Torno qui per la terza volta – ha aggiunto Meloni – sono il primo leader europeo a visitare il Giappone da quando lei si è insediata, e cogliamo l’occasione per elevare ancora una volta le nostre relazioni a livello di partenariato strategico speciale”.

Un’intesa che affonda le radici nella storia ma guarda al futuro. “Il 160° anniversario delle nostre relazioni bilaterali racconta quanto siano profonde, quanto siano state durature e continuative”, ha concluso la presidente del Consiglio, ribadendo la volontà comune di rafforzare il coordinamento su dossier globali, dalla sicurezza internazionale alla cooperazione economica e tecnologica. Il vertice conferma così l’asse Roma-Tokyo come uno dei pilastri della politica estera italiana in Asia, nel segno di una partnership che entrambe le leader definiscono ormai “speciale”.

La visita della premier in Giappone e Corea del sud era prevista ad agosto scorso, nell’ambito di un viaggio più ampio nell’Indo-Pacifico che prevedeva tappe anche in Bangladesh, Singapore e Vietnam. Poi Palazzo Chigi aveva rinviato tutto per concentrarsi su questioni più urgenti, fra le quali i negoziati tra America, Russia e partner europei sulla pace in Ucraina – poi falliti. E quindi il viaggio nell’Indo-Pacifico è iniziato mercoledì 14 gennaio, ma con un programma ridotto a due soli paesi, Giappone e Corea del sud, e quindi senza la tappa a Dacca, cruciale per le politiche migratorie del governo.

L’Istanza di conduzione sistemica: quando la grammatica occulta la struttura

15 Gennaio 2026 ore 19:03

Di Hakan Illatiksi   Ciò che abitiamo non è una crisi che interrompe un ordine, ma un ordine la cui ragion d’essere è la stabilizzazione permanente di una crisi senza una chiara via d’uscita. Le categorie con cui per secoli si è pensata la politica, l’economia e la storia – direzione, progresso, sovranità, soggetto, progetto […]

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

15 Gennaio 2026 ore 19:00

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

15 Gennaio 2026 ore 17:00

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

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Reminder: Nota di accreditamento stampa – Conferenza di presentazione del Documento Strategico sull’Artico (Villa Madama, 16 gennaio 2026)

REMINDER: NOTA DI ACCREDITAMENTO STAMPA

Conferenza di presentazione del Documento Strategico sull’Artico

(Villa Madama, 16 gennaio 2026)

 

Venerdì 16 gennaio 2026, dalle ore 11.30, si terrà a Villa Madama la Conferenza di presentazione della Politica Artica Italiana, un Documento Strategico che delinea gli obiettivi per il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione, con particolare riferimento al dialogo politico, ai temi di sicurezza, alla ricerca scientifica e allo sviluppo economico.

Interverranno alla Conferenza il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, il Presidente del CNR, Andrea Lenzi, e il Presidente di ENEA, Francesca Mariotti.

I giornalisti e i cine-foto-operatori interessati a seguire la Conferenza potranno richiedere l’accreditamento entro le ore 17:00 di giovedì 15 gennaio, registrandosi attraverso il link https://portaleaccreditamento.esteri.it e allegando la documentazione richiesta.

Chi è si è già registrato al Portale online e ha già ricevuto conferma dal sistema di accettazione della propria registrazione, potrà accedere al proprio profilo e selezionare la partecipazione all’evento.

Per qualunque chiarimento in merito, si prega di rivolgersi all’Unità per la comunicazione – Segreteria Generale, tel. 06/3691.3432 – 8210 – 8573 –3078 (accreditamentostampa@esteri.it).

I badge di accreditamento dovranno essere ritirati personalmente presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ingresso centrale, lato sinistro, dalle ore 10.30 entro le ore 11.00.

Non essendo possibile raggiungere Villa Madama con mezzi propri, una volta accreditati, i giornalisti saranno accompagnati a Villa Madama con un servizio di navette dalla Farnesina (andata e ritorno), operativo fino al termine dell’evento.

 

La comunicazione dei dati personali sopra indicati equivale ad autorizzarne l’utilizzo ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 e del GDPR (Regolamento UE 2016/679) da parte della Unità per la comunicazione della Segreteria Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, titolare del trattamento, per fini strettamente professionali e/o legati allo svolgimento dell’evento in oggetto.

 

Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

15 Gennaio 2026 ore 15:00

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

15 Gennaio 2026 ore 13:00

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

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Amare l’Italia è inutile

15 Gennaio 2026 ore 12:03

    Di Roberto Pecchioli, ereticamente.net   Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. […]

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Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

15 Gennaio 2026 ore 11:00

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

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I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

15 Gennaio 2026 ore 08:00

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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Oltre le macerie

15 Gennaio 2026 ore 06:00

Eccoci di nuovo qui. Riprendiamo le pubblicazioni dopo le consuete settimane di pausa, ma per le lotte non c’è stata sosta nella crescente stretta autoritaria e militarista. Multe, denunce, sgomberi. Questi sono i regali che si sono scambiati governo e padroni insieme a magistrati e partiti d’opposizione. Le multe da 2500 a 20000 euro che hanno colpito le organizzazioni sindacali che hanno convocato lo sciopero generale del 3 ottobre, giudicato illegittimo dalla Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero. Le centinaia di denunce e decreti penali di condanna recapitati da Nord a Sud per la partecipazione al movimento dello scorso autunno in solidarietà alla Global Sumud Flottilla, in particolare per i blocchi nei porti, nelle stazioni ferroviarie e sulle strade. L’operazione repressiva che a partire da Genova ha colpito singoli e associazioni palestinesi con l’accusa di terrorismo, chiaramente orientata a indebolire e criminalizzare le organizzazioni palestinesi in Italia. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino e l’annuncio di un attacco repressivo generalizzato contro gli spazi sociali: i media ufficiali hanno parlato di una lista di 200 spazi da sgomberare, mentre Salvini ha annunciato sgomberi a Torino, Milano, Roma e… Livorno.

Provvedimenti repressivi che colpiscono contesti differenti, che hanno i propri limiti e contraddizioni, ma che in modo diverso costituiscono un problema per chi detiene il potere. L’ampia varietà di soggetti colpiti e la diversità dei provvedimenti mostra come l’attacco repressivo sia generalizzato e ponga importanti precedenti che minacciano anche altre situazioni di lotta. Viene colpito lo strumento dello sciopero, verrà condotto a processo per la prima volta un ampio movimento forse applicando le nuove più gravi pene previste per blocchi stradali e ferroviari, vengono colpite strutture di tipo associativo, e – questa non è una novità – si colpiscono le infrastrutture di movimento con la minaccia di chiusura di moltissimi spazi sociali.

È chiaro il significato di questo attacco repressivo. Mentre le tensioni internazionali continuano a crescere, il governo italiano vuol far capire che è disposto anche ad una più vasta repressione per andare avanti sulla strada della guerra per la nuova spartizione del mondo in questa fase di crisi e ridefinizione degli equilibri imperialisti a livello globale. Basti pensare all’attacco statunitense in Nigeria e in Venezuela, come anche alla rapida militarizzazione dell’Europa, che non solo continua ad alimentare la guerra in Ucraina, ma si prepara sempre più alla guerra con la stretta sulla leva in tanti paesi, e con la riorganizzazione di produzione e servizi pubblici in funzione del clima di guerra. La risposta in grado di ribaltare il gioco e di fermare la corsa dei governi verso la guerra e la devastazione sociale dobbiamo costruirla giorno dopo giorno, a partite dalle reti di solidarietà e dall’internazionalismo. Vediamo che all’interno degli stessi USA si riaccende la tensione sociale e politica con la mobilitazione contro l’ICE e l’assassinio di Renee Good da parte degli agenti a Minneapolis. Così come abbiamo visto crescere rapidamente la sollevazione popolare in Iran.

Queste otto pagine ovviamente non bastano per affrontare quanto è successo nel corso delle poche settimane di pausa delle pubblicazioni. Ma grazie ai contributi di diversx compagnx abbiamo cercato di offrire spunti di discussione e strumenti di lotta che possano aiutare ad orientarci in questo momento. Non tanto per provare a indovinare quale sarà la prossima mossa dei padroni del mondo, ma per proseguire insieme sulla strada della liberazione sociale.

La redazione

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Il mondo dell’astronomia saluta Mario Rigutti

14 Gennaio 2026 ore 17:20

È scomparso lo scorso 12 gennaio 2026 a Firenze, all’età di 99 anni, Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte.

Mario Rigutti, 29 giugno 1979. Crediti: Inaf Capodimonte

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta del secolo scorso, il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomaprsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come professore ordinario di astronomia all’Università Federico II e direttore degli osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, Pietro Schipani «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Nella sua attività di ricerca, Mario Rigutti si è occupato degli strati esterni del Sole – fotosfera, cromosfera e corona – e dei fenomeni legati all’attività solare, come brillamenti e protuberanze. Tra il 1968 e il 1972 è stato membro della European Solar Research Organization e fino al 1973 chairman del Gruppo di lavoro per le eclissi totali di Sole dell’Unione astronomica internazionale. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche e instancabile divulgatore, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’universo.

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte (Napoli), eseguito da Mario Rigutti nel 1992. Crediti: Inaf Capodimonte

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo. Socio di numerose società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli nel 1991 e della Società astronomica italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese. La comunità astronomica italiana perde un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

 

Chiara Ferragni assolta dall'accusa di truffa aggravata: "Grazie agli avvocati e ai miei follower"

14 Gennaio 2026 ore 15:41

Chiara Ferragni è stata assolta nel processo con rito abbreviato che la vede imputata a Milano per truffa aggravata in relazione alle operazioni commerciali "Pandoro Balocco Pink Christmas" (Natale 2022) e "Uova di Pasqua Chiara Ferragni – sosteniamo i Bambini delle Fate" (Pasqua 2021 e 2022)".

"Siamo tutti commossi. Ringrazio i miei avvocati e i miei follower che, per due anni, mi hanno sostenuta fino a qui", ha detto l'influencer subito dopo l'assoluzione. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Ilio Mannucci Pacini che ha dichiarato il "non luogo a procedere per accettazione di remissione di querele". L'esito è legato al mancato riconoscimento da parte del tribunale dell'aggravante. Il reato di truffa aggravata è infatti procedibile d'ufficio, mentre per quella semplice serve una querela (che però è stata ritirata in un secondo momento dall'associazione dei consumatori Codacons dopo l'accordo extragiudiziale sui risarcimenti con Ferragni). Il reato di truffa, dal punto di vista tecnico, è così stato dichiarato estinto e Ferragni è stata prosciolta con sentenza di non doversi procedere da parte del giudice. 

Si chiude così il cosiddetto "Pandorogate", per lo meno a livello processuale. La procura di Milano, con l'aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli, aveva chiesto per Ferragni una condanna a un anno e otto mesi. Secondo l'accusa, l'imprenditrice digitale avrebbe ottenuto, tramite le due campagne commerciali tra il 2020 e il 2021, un presunto ingiusto profitto per circa 2,2 milioni di euro. L'imprenditrice della moda, assistita dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, si è sempre dichiarata innocente ed ha già effettuato risarcimenti e donazioni per 3,4 milioni di euro. Sono stati assolti sempre con la formula del "non luogo a procedere" anche il suo ex braccio destro, Fabio Damato, e Francesco Cannillo, presidente del cda di Cerealitalia. Per loro i pm avevano chiesto rispettivamente la condanna di un anno e otto mesi e di un anno. 

  

Per approfondire

Lo sciopero eterno (e senza senso) dei taxi

14 Gennaio 2026 ore 06:02

 

Ieri c’è stato l’ennesimo sciopero dei taxi. Non protestano contro una riforma: chiedono più privilegi. A dispetto di innumerevoli tentativi di revisione, la legge che disciplina al settore risale al 1992: appena un anno dopo l’introduzione del protocollo http (la preistoria di internet), contemporaneamente al lancio del Nokia 1011 (il primo telefono cellulare Gsm disponibile in commercio) e quindici anni prima del primo iPhone. Nel frattempo è cambiato tutto, ma la legislazione sulle autopubbliche no. Infatti, i tassisti si oppongono a qualunque tentativo di aggiornarla. A parole, il loro nemico numero uno sono ancora le piattaforme (e in particolare Uber, che in Italia – diversamente dalla maggior parte degli altri paesi – consente solo di prenotare auto con conducente professionista, sia esso un tassista o un ncc). Lo stesso Loreno Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi d'Italia e del consorzio itTaxi, ha spiegato al Foglio che gli intermediari online non sono il nemico ma un’opportunità. La realtà è che i tassisti odiano le piattaforme perché temono che aprano le porte alla concorrenza degli ncc. Recentemente, la Corte costituzionale ha accolto il ricorso del governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, contro l’obbligo per gli ncc di sostare almeno venti minuti tra una corsa e l’altra e quello di utilizzare una app del ministero per registrare i servizi. In ballo, dunque, non c’è la minaccia della liberalizzazione: c’è semmai la pretesa di forzare una legge obsoleta, contro il diritto e contro la storia, per renderla ancora più impermeabile al tempo che passa. I tassisti, che hanno cacciato da Piazza Colonna il segretario dei Radicali Matteo Halissey e il giornalista Ivan Grieco, hanno ottenuto una convocazione dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale però difficilmente potrà accoglierne le richieste. Nessuna delle forze dell’attuale maggioranza, men che meno la Lega, è mai stata ostile ai tassisti. Avendoli abituati a vincere semplicemente alzando la voce (e occasionalmente menando le mani) oggi il centrodestra raccoglie ciò che ha seminato: non la gratitudine dei tassisti ma la loro prepotenza.

La meravigliosa sinistra per il “sì” al referendum sulla giustizia

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

La sinistra che dice sì al referendum sulla giustizia è una specie di album di famiglia del progressismo liberale e garantista, che è stata la versione più interessante dell’evoluzione della sinistra post-comunista. L’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, ha espresso questo senso di continuità affermando che quella di Nordio “è una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a ‘legge e ordine’”, ma che esprime principi che “invece appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra”. Il fatto stesso che sia una personalità che ha ottenuto la massima rappresentanza della sinistra nell’organo che vigila sull’osservanza della Carta costituzionale a pronunciarsi in questo modo rende evidente la strumentalità delle accuse rivolte alla legge Nordio di manipolare i principi costituzionali. Si tratta peraltro di argomenti già ampiamente illustrati da Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e leader del movimento Libertà Eguale, che da 25 anni sostiene la separazione delle carriere. Il punto di partenza di tutti è la riforma di Giuliano Vassalli, che trasforma il processo da inquisitorio in accusatorio, richiedendo la reciproca indipendenza di accusatori e giudicanti.

 

La sinistra per il sì aspira a ricoprire un ruolo simile a quello che a suo tempo fu esercitato dalla piccola ma storicamente decisiva pattuglia dei “cattolici per il no” all’abrogazione della legge sul divorzio. La sinistra per il sì, peraltro, non si presenta come una rottura: rivendica anzi la coerenza con la tradizione della sinistra italiana, persino con le sue proposte recenti contenute nel programma elettorale del Pd del 2022, che voleva togliere al Csm dominato dalle correnti la giurisdizione sui magistrati. Non si tratta di una rivincita dei sconfitti o del preannuncio di nuove scissioni: la sinistra per il sì resta a sinistra e voterà a sinistra alle elezioni, ma non vuole una sinistra accodata all’asse tra Conte e Landini. Su questo troverà spazio e consenso nella sinistra riformista anche dopo il referendum sulla giustizia.

Come con Israele, anche sull’Iran Merz ha il coraggio di dire quello che altri non osano

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

Non è né popolare né sciolto come Angela Merkel, la cancelliera venuta dall’est, ma non passa neppure per un leader algido e ingessato come Olaf Scholz da Amburgo. Ogni leader tedesco ha i propri pregi e il renano Friedrich Merz, fra i suoi, conta il parlar chiaro. A volte anche troppo, come quando lo scorso ottobre ha creato un putiferio in patria affermando che il suo governo sta facendo molto in tema di migrazione “ma naturalmente abbiamo sempre questo problema nel paesaggio urbano e per questo lavoriamo a rimpatri su larga scala”. Ieri il cancelliere della Cdu si è espresso su un tema che gli riesce meglio: la politica internazionale. Da Bangalore, la Silicon Valley dell’India, dove è in visita, Merz ha parlato della leadership iraniana senza usare perifrasi: “Presumo che stiamo assistendo agli ultimi giorni e alle ultime settimane di questo regime”. Un’uscita che ha colpito per la schiettezza e i media tedeschi si sono domandati se il cancelliere abbia parlato così perché al corrente di qualcosa che i Herr e le Frau Müller ignorano. Ma il suo ragionamento attiene al meccanicismo. D’altronde, ha osservato, “se un regime resta al potere solo con la violenza, allora è di fatto alla fine”. Fra l’auspicio e la profezia, il cancelliere tedesco dimostra coerenza a se stesso – solo lunedì aveva condannato con forza la violenza “sproporzionata” e “brutale” delle forze di sicurezza iraniane a danno dei manifestanti – e al quadro di riferimento atlantico che ha instradato la sua intera carriera politica. Non è un caso che un imprevedibile Donald Trump sempre pronto a maltrattare ospiti e alleati lo abbia accolto da vero amico alla Casa Bianca. Lontano anni luce dagli sbandamenti ora terzomondisti ora sedicenti anticolonialisti o anti-islamofobi di troppi leader europei affetti da tafazzismo incurabile, Merz è lo stesso cancelliere che mesi fa disse ad alta voce quello che nessuno osava dire: combattendo contro il jihadismo “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”.

Il cortocircuito Trentini. Il simbolo costruito contro il governo si rovescia contro i suoi promotori

12 Gennaio 2026 ore 20:21

  

La liberazione di Alberto Trentini e di Mario Burlò dopo oltre 420 giorni di detenzione in Venezuela è una notizia di gioia, ma anche di riflessione sul modo in cui la politica e i media costruiscono simboli e narrazioni. Trentini non era l’unico italiano trattenuto arbitrariamente nel paese sudamericano: prima della serie di rilasci annunciati all’indomani della caduta del regime di Nicolás Maduro, erano quasi trenta i connazionali in carcere, molti senza accuse formali chiare. Eppure l’attenzione pubblica, la pressione politica e la copertura giornalistica si sono concentrate soprattutto su di lui. Non è un caso. Trentini rappresentava un’immagine facilmente mobilitante: il cooperante di sinistra, sostenuto da reti associative e con l’appello di figure come Don Ciotti. Per la sinistra il suo è diventato il “caso” per eccellenza, simbolo di un paese, il nostro, incapace di proteggere i suoi cittadini di fronte all’arbitrio di un regime e, per estensione, strumento di critica al governo italiano. Nel racconto, molte altre storie di cittadini italiani detenuti sono rimaste sullo sfondo. Il taglio di fotografie in alcuni grandi quotidiani della sinistra per isolare la figura di Trentini nel giorno della sua liberazione non è stato un errore banale (Burlò scompariva) ma un atto di costruzione di senso.

Il cortocircuito emerge ora. Trentini è stato liberato sotto il governo Meloni ed è stato liberato grazie a un’operazione americana che ha fatto ricorso alla forza e alla pressione diretta sul regime di Caracas. La stessa operazione contro cui la Cgil è scesa in piazza parlando di violazione del diritto internazionale. Il simbolo dell’impotenza del governo torna a casa per effetto di una scelta che quella stessa area politica ha contestato. Qui non c’è da esultare né da ritrarsi. C’è da ricordare che la politica estera non è un seminario né materia di propaganda. E c’è da interrogarsi su chi seleziona i prigionieri “giusti” e oscura gli altri. La maturità sta nel riconoscere i risultati quando arrivano, anche se smentiscono le narrazioni.

La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

12 Gennaio 2026 ore 20:20

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

12 Gennaio 2026 ore 20:20

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

Anche i più illusi hanno capito che Putin cerca solo altra guerra. Kyiv schiaffeggia gli affari russi nel Caspio

12 Gennaio 2026 ore 17:26

La risposta russa ai colloqui di pace per mettere fine alla guerra in Ucraina è arrivata nella notte fra giovedì e venerdì, con il missile Oreshkin lanciato ai confini con la Polonia e una scarica di bombe sulla capitale Kyiv per lasciare i suoi abitanti senza luce, senza acqua e senza riscaldamento con una temperatura esterna  arrivata fino a meno tredici gradi. Anche i più ottimisti e illusi si sono convinti: Putin non vuole trattare, vuole altra guerra.

Per fortuna l’Ucraina non ha mai smesso di lavorare contemporaneamente sulla pace e sulla propria difesa e, pur mandando i suoi negoziatori a lavorare a una bozza di accordo per far finire la guerra, ha continuato a occuparsi degli affari correnti: resistere e frenare la macchina della guerra di Mosca. Uno dei modi più diretti per danneggiare le capacità russe è colpire le strutture con cui il Cremlino si arricchisce e Kyiv riesce ad agire in modi sempre più sensazionali. Domenica sono state colpite tre piattaforme di trivellazione appartenenti alla Lukoil e situate nel Mar Caspio. “L’entità dei danni è in fase di valutazione”, hanno detto le Forze ucraine, ma l’attacco si somma a quelli nel territorio russo contro le raffinerie e a quelli contro la flotta ombra che permette al Cremlino di portare ovunque il suo petrolio.

Gli attacchi ucraini finora hanno funzionato più delle sanzioni occidentali, costringendo alcune regioni a organizzare un razionamento. Sul campo di battaglia la situazione è complicata per l’esercito ucraino, ma Kyiv non ha mollato e non ha intenzione di farlo. È pronta alla pace, quando sarà giusta ed efficace, ma dopo quattro anni di guerra e vedendo il Cremlino che non ha intenzione di fermarsi, l’Ucraina sa che deve andare avanti, proteggersi, danneggiare Mosca, di cui conosce tutti i punti deboli. Il 24 febbraio del 2022, Vladimir Putin iniziò l’aggressione convinto di chiuderla in poco tempo. Dopo quattro anni si ritrova con l’industria del petrolio e del gas a portata di droni ucraini. 

Collirio contro gli occhi rossi: perché potrebbe non essere una buona idea

12 Gennaio 2026 ore 12:00
Qualche goccia di collirio per togliere l’arrossamento degli occhi dopo aver fumato: un gesto automatico per moltissimi consumatori di cannabis. Ma dietro quelle gocce apparentemente innocue si nasconde un meccanismo farmacologico preciso che, in caso di abuso o uso prolungato, è tutt’altro che privo di rischi. Gli occhi rossi non sono un difetto da cancellare: …

Coltivare per l’estratto: tecniche di crescita ottimizzate per la produzione di resina

9 Gennaio 2026 ore 15:10
Genesi 1:11-12 (CEI) Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno frutto secondo la loro specie, il cui seme è in essi, sulla terra». E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme secondo la loro specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il …

Decine di morti nell'incendio di Capodanno a Crans-Montana. L'ambasciatore: "19 italiani dispersi"

1 Gennaio 2026 ore 10:24

Un incendio di origine ancora sconosciuta ha devastato nella notte un bar della rinomata località sciistica alpina di Crans-Montana, nel Canton Vallese, in Svizzera, causando una strage. Il bilancio provvisorio è drammatico: almeno 40 morti e 115 feriti. Secondo quanto riferito dalle autorità locali, molte delle vittime non sono al momento identificabili a causa delle gravissime ustioni riportate.

In collegamento con il Tg4, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, assicurando che domani si recherà sul posto "per dare solidarietà alla Svizzera, ma anche per essere vicino ai nostri concittadini che aspettano notizie", ha detto che "abbiamo una dozzina di italiani ricoverati negli ospedali nella Svizzera. Tre sono stati rimpatriati con elicotteri'' e portati ''all'ospedale Niguarda". Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Lombardia, ha detto che questi "giovanissimi italiani" presentano "ustioni tra il 30 e il 40 per cento" e al momento "sono intubati". Ci sono poi, aggiunge, "altri due italiani gravissimi ricoverati a Berna e a Zurigo, però sono in condizioni talmente critiche che gli stessi medici svizzeri hanno sconsigliato al momento di evacuarli sul nostro ospedale".

Già nella tarda mattinata l'ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado, a SkyTg24 aveva riferito che "ci sono connazionali di cui non si ha notizia al momento". L'ambasciatore parla di "una cinquantina di persone" che si trovano al centro congressi per avere informazioni. Ma, dice Cornado, "non posso azzardare stime", sulle persone potenzialmente coinvolte e racconta anche che i soccorritori “hanno difficoltà ad accedere ai locali per le ricerche perché la struttura è pericolante”. In serata l'ambasciatore comunica che gli italiani dispersi sono 19 e assicura: "Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l'elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina".

 

La prima ricostruzione degli eventi

L’incendio è iniziato intorno all’1:30, mentre nel locale erano presenti oltre duecento persone, tra cui numerosi minorenni, riporta il quotidiano svizzero Blick, che stavano festeggiando l’arrivo del nuovo anno. Dopo l'incendio il cantone svizzero Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza. “Era l'1:30 del mattino quando è stato avvistato del fumo", ha raccontato Frederic Gisler, capo della polizia di Crans-Montana. "Un testimone ha quindi contattato la caserma dei pompieri per segnalare l'incendio. È scattato l'allarme rosso. All'1:32 sono arrivate le prime pattuglie da Crans-Montana, assistite dalla mobilitazione dei vigili del fuoco. Sono stati rapidamente portati in ospedale. Alle 4:14 del mattino è stato attivato un numero verde e un servizio di supporto psicologico. Poco dopo le 5:00, tutti i feriti hanno ricevuto assistenza medica”. 

Sulla base delle informazioni fornite dalla Polizia cantonale, l’incendio sarebbe di natura non dolosa. "Un attentato può essere assolutamente escluso", ha detto la Procuratrice Generale Beatrice Pilloud. Il quotiano Blick, che riporta una prima ricostruzione delle forze dell'ordine, sostiene che ad andare a fuoco per primo dovrebbe essere stato il sistema isolante nel soffitto del locale. Tra le diverse ipotesi, basate per ora su alcune testimonianze, ha preso piede quella che ritiene che a fare partire l'incendio potrebbe essere stato un dispositivo pirotecnico – una "fontanella", un bengala o una candela scintillante – infilata sul collo di una bottiglia di champagne e pericolosamente avvicinata al soffitto. Anche dalle immagini pubblicate sul canale Youtube del locale, relativi a feste precedenti a quella di Capodanno, si vede che spesso si festeggiava con delle fontanelle pirotecniche fissate sulle bottiglie.

La tragedia, secondo quanto hanno riferito le autorità cantonali ai media svizzeri, ha assunto queste dimensioni a causa della velocità di propagazione delle fiamme, il cosiddetto "flashover", cioè un ’’fenomeno che vede il fuoco propagarsi all’improvviso e con violenza in ambienti chiusi provocando una o più esplosioni". Si ipotizza che il fuoco si sia propagato velocemente a causa del calore che si era accumulato sotto al soffitto, i gas di combustione si siano diffusi rapidamente, facendo salire molto rapidamente la temperatura all'interno del locale. "A quel punto la sopravvivenza è praticamente impossibile. La situazione rappresenta un pericolo mortale anche per i vigili del fuoco", hanno spiegato i media svizzeri.

La ricostruzione troverebbe conferma dalle testimonianze di diversi ragazzi che erano all'interno del locale, come quella di Melko, 19 anni. Secondo il suo racconto alcuni fuochi d'artificio installati su bottiglie ordinate nella discoteca avrebbero provocato un incendio al soffitto. Il fuoco si sarebbe poi propagato molto rapidamente, provocando scene di panico e una fuga precipitosa verso l'uscita della sala situata nel seminterrato, accessibile tramite una scala che conduceva a un corridoio.

Le indagini per accertare la vera causa dell'incidente sono però ancora in corso. Le autorità svizzere hanno dichiarato che "è troppo presto" per fornire informazioni certe sull'accaduto.

In ogni caso la macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente. Le autorità locali stanno lavorando senza sosta per mettere in sicurezza l’area, assistere i feriti e ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. Il quotidiano svizzero Blick riporta che gli elicotteri stanno sorvolando la zona ogni dieci minuti da ore. Il sito che monitora i voli in tempo reale, Flight Radar, mostra inoltre che quasi tutti gli elicotteri di soccorso in Svizzera, compreso uno dall'Italia, sono operativi. La tragedia ha messo a dura prova i servizi di emergenza: sono stati mobilitati dieci elicotteri e 150 operatori e l'ospedale del Vallese sta collaborando con altri ospedali in tutto il paese per curare tutti i feriti.

Un gruppo di tre ragazzi di Milano, tutti di 16 anni, è rimasto coinvolto nell'esplosione. In particolare, da quanto ha appreso l'Ansa, una ragazza è ricoverata in coma all'ospedale di Zurigo. Un altro ragazzo invece è in arrivo in elicottero all'ospedale di Niguarda di Milano con ustioni gravi a una mano, oltre che alla testa. Il terzo amico è stato invece respinto all'ingresso del bar le Constellation dove è avvenuta l'esplosione che ha poi visto da fuori.

Durante una conferenza stampa con il presidente del Consiglio di Stato Mathias Reynard, il consigliere di Stato Stéphane Ganzer, la procuratrice generale Beatrice Pilloud e Frédéric Gisler, comandante della polizia cantonale del Vallese, è stato reso noto che si prevede che tra le vittime e i feriti ci siano anche turisti stranieri. Il ministero degli Esteri francese ha annunciato che due cittadini francesi sono rimasti feriti nell'incendio. In una nota ufficiale il Quai d'Orsay fa sapere che "le squadre consolari sono in costante contatto con le autorità svizzere nel caso in cui altri cittadini siano coinvolti. La Francia esprime le sue condoglianze alle famiglie e ai cari delle vittime dell'incendio".

In serata è stata convocata un'altra conferenza stampa durante la quale la procuratrice generale Beatrice Pilloud ha dichiarato che, fino a questo momento, "non sono stati fatti arresti e non è stato identificato alcun sospettato". E ha precisato che le indagini per scoprire quello che è successo sono ancora in corso: "Non conosciamo la capienza del locale'' e ''non sappiamo quante persone si trovavano all'interno del bar".

Sul fronte diplomatico, l’ambasciatore d’Italia in Svizzera e la console generale d’Italia a Ginevra si sono recate verso Crans-Montana. A Roma, la Farnesina ha attivato un’unità operativa composta da funzionari dell’Unità di crisi e dell’Unità per la tutela degli italiani all’estero, per fornire assistenza e raccogliere informazioni su eventuali connazionali coinvolti. E' stato inoltre allestito un punto di raccolta per i familiari presso il centro congressi le Regent, di Crans-Montana.

 

   

Dove è avvenuto l'incendio

Il luonge bar, chiamato Le Constellation, era molto frequentato da turisti e residenti. A confermare i primi dettagli è stato Gaëtan Lathion, portavoce della polizia cantonale vallesana, che ha parlato di “diversi feriti e diversi morti”, sottolineando che l’intervento dei soccorsi è ancora in corso. Le immagini diffuse dai media svizzeri mostrano l’edificio avvolto dalle fiamme e numerosi mezzi di emergenza impegnati nelle operazioni di soccorso nelle aree circostanti.

 

 

Le Constellation è un luonge bar che negli anni è diventato un punto di riferimento per il turismo di lusso nella regione nonché uno dei locali più famosi della zona. Si trova in Rue Centrale 35 e, con i suoi due piani, tra cui una terrazza riscaldata, può contenere fino a 400 persone che, oltre a bere cocktail e degustare vini, possono assistere agli eventi sportivi trasmessi in tv sui 14 schermi del locale. Il bar è la meta preferita di turisti facoltosi provenienti da tutto il continente: i dj si esibivano regolarmente e l'atmosfera festosa attirava un pubblico prevalentemente internazionale. Secondo le guide turistiche e le recensioni online, Le Constellation era considerato un luogo alla moda per l'après-ski e la vita notturna. Ma sulle piattaforme di valutazione, il bar ha ottenuto solo 6,5 punti su 10 nella categoria sicurezza. All'interno era presente una sola via di accesso e di fuga nel seminterrato, il che avrebbe ostacolato l'evacuazione in caso di emergenza. Inoltre, il ristorante era arredato con molti elementi in legno, fattore che oggi, a posteriori, appare particolarmente critico.

 

Le Constellation è stato fondato nel 2015 da una coppia francese originaria della Corsica, che ha rilevato l'edificio allora fatiscente e lo ha completamente ristrutturato. Tuttavia, le recensioni negative hanno ripetutamente criticato il servizio clienti, la mancanza di professionalità e, a volte, il pessimo rapporto qualità-prezzo. Poco dopo l'incendio, la presenza online del bar è scomparsa: le sue pagine Facebook e Instagram sono state chiuse e Google ha indicato il locale come "temporaneamente chiuso".

Il luonge bar si trova a Crans-Montana, nel sud-ovest della Svizzera, nella parte francofona del Canton Vallese, nel distretto di Sierre. Crans-Montana è un'importante stazione sciistica che si è sviluppata a partire dai primi anni del secolo scorso e si è specializzata nello sci alpino, La città ha ospitato tra l'altro i Campionati mondiali 1987, i Campionati mondiali juniores 2011 e numerose tappe della Coppa del Mondo e della Coppa Europa della disciplina.

Le 25 immagini che hanno fatto il 2025

1 Gennaio 2026 ore 06:41

Difficile comprimere un anno in poche parole. Molto più agile raccontarlo attraverso le immagini dei principali fatti che l'hanno composto. Dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con tutti gli scompigli politici ed economici che ne sono derivati, al ritorno a casa degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre del 2023. Il conflitto in Ucraina invece ha proseguito la sua spirale di bombardamenti e distruzione per mano russa, nonostante i molteplici tentativi di raggiungere un accordo. Nell'anno del Giubileo è morto un papa, Francesco, e se ne è scelto un altro, Leone XIV. E poi la reunion degli Oasis, la diffusione sempre più capillare dell'intelligenza artificiale e l'approdo del governo guidato da Giorgia Meloni nella lista di quelli più longevi della storia della Repubblica. Ecco qualche foto per sfogliare il 2025

Milano, il realismo della sicurezza 

31 Dicembre 2025 ore 05:25

Nonostante l’indefesso sforzo dei pm dell’edilizia per gonfiare il numero dei crimini commessi a Milano, battezzando pure nuove fattispecie come la “corruzione urbanistica”, la situazione dei reati – e della correlata sensazione di insicurezza nel capoluogo lombardo è decisamente migliore di quanto la “percezione” e la narrazione mediatica provino ogni giorno a farci credere.

 

Nel tradizionale incontro di fine anno della prefettura e dei vertici delle Forze di polizia con la stampa, il prefetto di Milano Claudio Sgaraglia ha snocciolato dati che danno sostanza al realismo di chi non crede a Gotham City (volendo, può essere letto anche come un segnale di trend nazionale). Il totale dei reati è in calo, e ormai da anni: meno 8 per cento in città (diecimila in meno sul 2024) e proprio in quella fascia di criminalità che colpisce il normale cittadino. Un vero crollo dei furti in casa (-13) e nei negozi (-12) e delle rapine (-18). Diminuiscono anche in reati sessuali (meno 18 per cento) anche grazie a leggi più stringenti, ma il dubbio secondo alcuni è quello di minori denunce.

 

Tutto bene, dunque? Ovviamente no, e non lo dicono né il prefetto né il questore Bruno Megale. Che evidenziano, ad esempio, che oggi uno dei problemi più gravi per la sicurezza sono i reati dei minori. Nel 2025 sono stati fermati o arrestati 2.240 minorenni, sopratutto per quei reati predatori che spaventano i cittadini e spesso colpiscono altri minorenni. “C’è violenza in genere da parte e dei ragazzi, si assiste sicuramente all’uso di coltelli che tutti hanno, legato anche all’uso di alcol e sostanze stupefacenti”. Il consumo di droghe è in crescita e fa di Milano un mercato a rischio. Dunque realismo e attenzione sociale, a fronte di interventi di polizia in costante crescita. Anche sull’immigrazione illegale è falsa la narrazione di inefficienza delle autorità: in un anno ci sono stati 686 stranieri rimpatriati verso e 1.856 espulsioni. La realtà non è semplice, ma è molto diversa dalla narrazione allarmista che fa comodo solo al populismo ma non aiuta a risolvere i fenomeni. 

  

Sono state evacuate le persone bloccate al Passo del Moro dopo l’incidente alla funivia di Macugnaga. VIDEO

30 Dicembre 2025 ore 18:15

Sono state evacuate tutte le persone rimaste bloccate questa mattina nella zona del Passo del Moro, a circa 2.800 metri di quota, in seguito a un incidente all’impianto funiviario di Macugnaga, nel Verbano-Cusio-Ossola. In totale si tratta di circa cento persone, tra turisti e lavoratori, riportate a valle nel corso del pomeriggio.

L’incidente è avvenuto intorno alle 11.25, quando una cabina non si è fermata nel punto previsto all’interno della stazione di arrivo, urtando la barriera di protezione. Secondo quanto riferito dai vigili del fuoco, sono due le cabine coinvolte: una ha impattato contro la struttura della stazione di monte e una contro quella di valle. Nella cabina giunta alla stazione di monte sono rimasti feriti tre dei quindici passeggeri a bordo; a valle è rimasto ferito anche il manovratore dell’impianto. Nessuna delle persone coinvolte risulta in pericolo di vita.

A seguito dell’incidente l’impianto di risalita è stato fermato e le piste da sci sono state chiuse. Le operazioni di evacuazione sono state coordinate dai vigili del fuoco, con il supporto del personale sanitario e l’impiego di elicotteri, e si sono concluse poco prima delle 15. Sulle cause dell’accaduto sono in corso accertamenti tecnici. Secondo quanto comunicato dalla società che gestisce l’impianto, la Macugnaga Trasporti e Servizi, la cabina avrebbe decelerato in modo non corretto durante l’ingresso in stazione, attivando i sistemi di emergenza. "Abbiamo avuto un inconveniente tecnico. Stiamo facendo valutazioni, dalle prime informazioni l'impianto non ha correttamente decelerato entrando in stazione ha urtato la barriera di stazione", ha spiegato all'Ansa Filippo Besozzi, amministratore della società. "Per fortuna - aggiunge - non c'è nessun ferito grave. La persona che ha riportato le ferite più serie è un 59enne che ha una ferita al braccio. Altre hanno avuto piccole escoriazioni".

L’impianto, costruito nel 1962, era stato sottoposto a una revisione generale all’inizio del 2023. I lavori costarono due milioni di euro, di cui 1,8 milioni finanziati dalla Regione Piemonte e 200mila euro dal Comune di Macugnaga.

Tanti auguri di buone feste da ISTORECO Livorno

19 Dicembre 2025 ore 20:50

Si comunica che l’Istituto resterà chiuso al pubblico dal 23 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026.

Le attività e i servizi riprenderanno regolarmente da mercoledì 7 gennaio, secondo le consuete modalità.

Cogliamo l’occasione per augurare a tutte e tutti serene festività e un anno migliore per tutti.

Dolce Vita 121 novembre/dicembre 2025

18 Dicembre 2025 ore 11:17
E’ uscito il NUMERO 121 nei nostri 250 punti di distribuzione in tutta Italia, in versione cartacea e digitale sul nostro shop online. EDITORIALE Il tempo della speranza è finito, adesso arriva la resa dei conti. Nel momento in cui si è toccato il punto più basso della repressione governativa al fiore di canapa industriale, il settore torna …

Una slitta speciale arriva a Milano grazie a Vespa

16 Dicembre 2025 ore 11:51

Una slitta di Babbo Natale dal design inedito, ispirata all’inconfondibile stile Vespa, fa il suo ingresso nel centro di Milano tra suggestioni natalizie, creatività e l’occasione perfetta per uno scatto da condividere.

Questa originale reinterpretazione della slitta più amata di sempre diventa il punto focale per un selfie di Natale fuori dal comune. L’atmosfera delle feste, le luci curate nei minimi dettagli e la cornice esclusiva di Vespa The Empty Space danno vita a un set ideale per catturare un momento speciale e inviare un augurio natalizio in modo originale.

Lo spirito del Natale incontra l’anima Vespa nel cuore della città. All’interno di Vespa The Empty Space, il nuovo concept store inaugurato di recente in via Broletto 13, a pochi passi dal Duomo, prende forma una creazione davvero unica: la slitta di Babbo Natale rivisitata secondo il celebre linguaggio stilistico Vespa.

A trainarla sono cinque Vespa Primavera nella vivace colorazione Red, mentre la slitta richiama le linee iconiche dello scooter simbolo del Made in Italy. Lo scudo frontale, le finiture raffinate e la pedana ridisegnata con inserti in gomma nera trasformano l’elemento tradizionale natalizio in un vero e proprio oggetto di design, immediatamente riconducibile al mondo Vespa.

Un’installazione esclusiva, capace di fondere tradizione e innovazione, che evoca la magia e la fantasia della notte di Natale, quella che continua ad alimentare i sogni di grandi e piccoli. I visitatori di Vespa The Empty Space possono ammirarla da vicino e renderla protagonista di un selfie natalizio davvero speciale.

Tra addobbi festivi e un’illuminazione pensata per esaltare ogni particolare, l’esperienza è pronta per essere vissuta e condivisa sui social, portando con sé un messaggio di buon Natale fatto di stile, emozione e inconfondibile spirito Vespa.

Fonte Foto Account ufficiale Vespa

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Mariah Carey accende San Siro: musica e sport si incontrano nel cammino verso Milano-Cortina 2026

16 Dicembre 2025 ore 11:08

Lo stadio di San Siro si prepara a ospitare un appuntamento dal forte valore simbolico, capace di fondere il linguaggio della musica pop con quello dei grandi eventi sportivi. Protagonista della serata sarà Mariah Carey, scelta per inaugurare uno dei momenti chiave che accompagneranno Milano verso i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026.

La partecipazione della star internazionale trasformerà il Meazza in una scenografia spettacolare, dove intrattenimento e sport si intrecciano per raccontare lo spirito olimpico attraverso note e performance. Un evento pensato come celebrazione, in grado di parlare a un pubblico eterogeneo e di andare oltre i confini del mondo sportivo.

L’iniziativa si inserisce in un progetto più ampio volto a valorizzare i luoghi iconici della città e a costruire una narrazione moderna dei Giochi, mescolando cultura pop, spettacolo e identità metropolitana. In questo contesto, San Siro si conferma crocevia di esperienze e simboli, non solo sportivi.

L’ufficialità è arrivata con una nota della Fondazione Milano Cortina 2026: sarà proprio Mariah Carey, voce simbolo del pop mondiale e artista da milioni di copie vendute, a guidare la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali.

La cerimonia è stata concepita come un equilibrio tra richiamo internazionale e racconto artistico, destinato non solo ad aprire le competizioni, ma anche a rappresentare un saluto carico di significato allo stadio Giuseppe Meazza, avviato verso una profonda fase di rinnovamento. Lo show si svilupperà attraverso una narrazione visiva che unirà talento creativo italiano e presenze internazionali, anticipando valori e messaggi universali dell’Olimpiade.

Milano-Cortina 2026 segna il ritorno delle Olimpiadi invernali in Italia a vent’anni dall’ultima edizione: l’apertura si svolgerà a Milano, mentre la cerimonia di chiusura, prevista per il 22 febbraio, avrà luogo nello scenario suggestivo dell’Arena di Verona.

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Milano celebra il Natale a ritmo anni Novanta: sabato 20 dicembre torna “We Love The 90s”

15 Dicembre 2025 ore 09:28

Il Natale 2025 a Milano si tinge di nostalgia e ritmo dance. Sabato 20 dicembre, Info Milano presenta uno degli appuntamenti più attesi della stagione: “We Love The 90s – Natale a 90”, un Christmas Party interamente dedicato alla musica che ha segnato un’epoca.

L’evento andrà in scena al Farinami Garden, in via Nino Bixio 1 a Sesto San Giovanni, nell’area Bicocca / Fulvio Testi, con apertura porte fissata alle 22:30. E non si tratta di un semplice dettaglio organizzativo: già a quell’ora il locale entra subito nel vivo della serata, con pista pronta e atmosfera carica fin dai primi minuti.

Il format We Love The 90s, da anni punto di riferimento per gli amanti della dance anni Novanta, propone una vera e propria esperienza immersiva: un viaggio nel tempo fatto di hit indimenticabili, animazione a tema, scenografie natalizie, allestimenti speciali e gadget pensati per rendere la notte ancora più coinvolgente.

SCARICA QUI IL TUO INGRESSO OMAGGIO ALLA FESTA :
https://www.infomilano.news/eventi/welovethe90snatale/

La festa, che torna una volta al mese ed è tra le più seguite dal pubblico, è pensata per chi non resiste alla voglia di cantare e ballare sulle note che hanno fatto la storia delle discoteche. Protagonisti della serata saranno il Resident DJ Madras, il DJ set e concerto musicale dalle 23:00 alle 3:00, l’animazione delle WL90s Girls e uno speciale allestimento Christmas.

L’ingresso è gratuito su accredito, valido dalle 22:30 alle 00:30. Partecipare è semplice: dopo aver compilato il form di accredito, è obbligatorio inviare un messaggio WhatsApp al +39 339 8868889 indicando:

Sabato 20 Dicembre 2025

Farinami Garden

We Love The 90s

Nome e cognome

Numero dei partecipanti

Orario di arrivo

Recapito telefonico

Un appuntamento dedicato ai veri appassionati della dance anni ’90, dove la musica diventa protagonista assoluta e il Natale si festeggia con energia, ricordi e tanta voglia di divertirsi.

Info e prenotazioni: 339 8868889
Email: info@welovethe90s.it

#wl90s #Milano #Anni90 #ChristmasParty

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Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

12 Dicembre 2025 ore 11:46

 

Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

Il 12 dicembre 2025 si è svolta l’assemblea di ISTORECO Livorno, un momento centrale per la vita dell’Istituto e occasione di confronto sul presente e sul futuro. L’incontro ha sancito l’approvazione del nuovo Direttivo, composto da 17 rappresentanti di enti locali, associazioni antifasciste e realtà culturali e civiche del territorio. Claudio Massimo Seriacopi è stato confermato Presidente, mentre Lilia Benini ricoprirà il ruolo di Vicepresidente.

La data scelta ha richiamato simbolicamente l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottolineando l’impegno dell’Istituto per la memoria, la democrazia e il dialogo internazionale.

Le novità principali

  • Ingresso nel Direttivo di ANED – Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti – e Arci Livorno.
  • Ammissione di nuovi soci, tra cui giovani ricercatori e figure attive nella vita culturale e civile della città e della provincia.
  • Nomina del nuovo Comitato Scientifico, ampliato e composto da docenti universitari, storici e personalità del territorio: Catia Sonetti, Enrico Mannari, Mario Tredici, Angelo Gaudio, Federico Creatini, Ilaria Pavan, Maurizio Bettini, Daniele Menozzi e Marco Manfredi. L’obiettivo di rafforzare la ricerca storica e la programmazione culturale.

Le sedi

ISTORECO ha annunciato due importanti aggiornamenti:

  • Prosegue l’allestimento della biblioteca di via Galilei, destinata a diventare un punto di riferimento per la consultazione e la ricerca storica nella provincia.
  • All’inizio del 2026 è prevista l’assegnazione definitiva della nuova sede presso la Torre dell’Orologio a Porta a Mare. In quell’occasione verranno presentate ulteriori novità sull’organigramma, tra cui il passaggio della direzione scientifica da Catia Sonetti a Giovanni Brunetti.

Ringraziamenti e auspici

L’Istituto ha espresso un sentito ringraziamento alle istituzioni, associazioni e realtà presenti – dai Comuni alla Cgil Livorno, da So.Crem Livorno ad Anpi Provinciale, Anppia Federazione Livorno e ai singoli soci – per il loro contributo al percorso condiviso sul calendario civile, sulla didattica della memoria e sulla ricerca storica.

Con l’augurio di buon lavoro a tutte e tutti, ISTORECO guarda al 2026 come a un anno di pace, collaborazione e rinnovato impegno civile

Online il nuovo sito InfoMilanoCapodanno.com: tutte le proposte per festeggiare l’ultimo dell’anno a Milano

11 Dicembre 2025 ore 12:09

È ufficialmente online www.infomilanocapodanno.com, il portale dedicato a chi vuole vivere un Capodanno su misura nel cuore di Milano.

Il nostro sito completamente rinnovato, pensato per aiutare ogni persona a trovare l’esperienza perfetta per celebrare il 31 dicembre.

Che siate alla ricerca di una serata elegante, di una festa in discoteca, di una cena gourmet, di un evento per famiglie o di un party alternativo, su InfoMilanoCapodanno.com troverete soluzioni personalizzate per ogni stile e per ogni gusto.

Navigazione semplice, informazioni aggiornate e un’ampia selezione di proposte rendono il sito il punto di riferimento ideale per organizzare il proprio Capodanno in città.

Il nuovo portale è ora online: scopri la tua serata perfetta e prenota il tuo Capodanno a Milano con noi

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Capodanno ai Magazzini Generali: il grande evento in una delle icone della nightlife milanese

10 Dicembre 2025 ore 17:06

Nel cuore della zona Porta Romana Milano, precisamente in Via Pietrasanta 16, si trova uno dei templi più riconosciuti della scena clubbing cittadina: i Magazzini Generali, da anni punto fisso per chi ama musica, spettacolo e serate indimenticabili.

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Un grande spazio moderno dal carattere industriale
Questa storica struttura milanese, facilmente raggiungibile con tutti i mezzi di superficie, mantiene ancora oggi il fascino delle sue origini. Nata da vecchi capannoni dei primi anni 2000, un tempo dedicati alle attività artigianali e al deposito merci della ferrovia, è stata trasformata nel 1995 in uno dei poli più vivaci per concerti ed eventi dal vivo.
Il suo palco maestoso, il lungo bancone bar e l’ampia pista la rendono perfetta per ospitare performance musicali e DJ set di altissimo livello. Numerosi artisti nazionali e internazionali hanno calcato questo spazio, contribuendo a renderlo un simbolo della musica live in città.

Oggi i Magazzini Generali sono un punto di riferimento sia per concerti che per serate clubbing a tutto ritmo. Con una capienza di circa 1000 ospiti, rappresentano anche la soluzione ideale per eventi aziendali o privati grazie ai servizi integrati, come Wi-Fi ad alta velocità, stampante e un’impostazione tecnologica pensata per stimolare un’esperienza multisensoriale.


Un Capodanno all’insegna dell’energia: “Dubai Night Experience”

Per salutare l’arrivo del 2026, i Magazzini Generali presentano un super evento: DUBAI NIGHT EXPERIENCE, un party immersivo ispirato all’eleganza e allo sfarzo della città degli Emirati.

Dalle 20:30 aprirà la CENA A BUFFET, disponibile anche nella versione VIP, con servizio dedicato.

BUFFET APERTO DALLE 20:30 ALLE 23:00

Dopo la mezzanotte, il countdown lascerà spazio alle danze: musica top, scenografie scintillanti e un viaggio spettacolare tra palme dorate, luci del deserto e skyline futuristici.
Due sale, due atmosfere:

Main Room: Commerciale / House / Reggaeton

Second Room: Hip Hop / Urban Dubai Vibes

Una festa che promette emozioni fino all’alba, perfetta per chi vuole vivere il Capodanno in grande stile.

Dress Code: Dubai Luxury Edition — Oro, bianco, nero e glitter per un look elegante e brillante.


TARIFFE CAPODANNO 2026 – MAGAZZINI GENERALI MILANO

CENA A BUFFET + SERATA: €50 a persona — include 2 drink

CENA A BUFFET VIP + SERATA: €80 a persona — include 2 drink + 1 bottiglia di spumante ogni 5 persone + servizio camerieri + tavolo d’appoggio fino alle 00:30 in area balconata riservata (prive consolle su richiesta)

INGRESSO SERALE: €30 dalle 23:30 — include 1 drink

TAVOLO PRIVÉ PISTA: €250 per 5 persone

TAVOLO PRIVÉ BALCONATA: €300 per 5 persone

TAVOLO PRIVÉ CONSOLLE: €640 per 8 persone


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Una Suite Natalizia nel cuore di Brera: merende, pranzi e cene di Natale firmati Coca-Cola

10 Dicembre 2025 ore 12:27

Il Natale arriva a Milano con un’iniziativa unica dedicata a famiglie, bambini e realtà aziendali: “Una Suite per Babbo Natale”, all’interno della Suite Brera, l’elegante sala del Bar Brera in via Brera 23.

Dal 1° dicembre al 6 gennaio, questo spazio si trasforma in un accogliente rifugio natalizio, dove vivere merende, pranzi e cene immersi in un’atmosfera calda e scenografica realizzata in collaborazione con Coca-Cola, il marchio per eccellenza delle festività.


Un angolo di magia nel quartiere più suggestivo di Milano

Brera, da sempre una delle zone più affascinanti della città, diventa il palcoscenico di una nuova esperienza natalizia.
La Suite Brera si vestirà come un piccolo universo incantato, ricreando l’atmosfera della casa di Babbo Natale grazie a:

luci che scintillano in ogni dettaglio

decorazioni esclusive a tema Coca-Cola

elementi scenografici che rimandano al villaggio di Santa Claus

profumo di dolci, cioccolata calda e panettone appena affettato

Un luogo perfetto per famiglie, gruppi di amici o piccoli team aziendali che vogliono vivere il Natale in modo autentico, nel cuore della città ma lontano dalla frenesia.


La Merenda con Babbo Natale: il momento più atteso

Ogni giorno, dalle 16:00 alle 18:00, la Suite accoglie la Merenda con Babbo Natale, un appuntamento pensato per stupire i più piccoli e regalare attimi di dolcezza anche agli adulti.

Durante la merenda:

i bambini possono incontrare Babbo Natale

consegnargli la letterina dei desideri

scattare foto ricordo in un ambiente caldo e fiabesco

gustare una vera merenda natalizia con panettone artigianale e cioccolata calda

Tariffe di partecipazione:

25€ per gli adulti

15€ per i bambini

La partecipazione richiede prenotazione obbligatoria tramite il link dedicato (posti limitati).


La magia Coca-Cola prende vita

Coca-Cola, simbolo delle festività in tutto il mondo, firma l’allestimento della Christmas Suite con:

oggetti iconici e decorazioni esclusive

tonalità rosse, dettagli luminosi e richiami alle celebri campagne natalizie

spazi pensati per creare contenuti e scattare foto da condividere sui social

Un ambiente che sembra uscito da una favola di Natale, perfetto per vivere momenti speciali insieme a grandi e piccini.


Pranzi e cene natalizie per aziende e famiglie

La Suite per Babbo Natale non è dedicata solo alla merenda:
lo spazio può essere riservato anche per pranzi e cene di Natale, un’idea ideale per aziende, team, clienti o famiglie che desiderano festeggiare in un contesto intimo, curato ed elegante.

Al fine di gestire in modo ottimale l’organizzazione, per i lunch o le cene aziendali è necessario mandare un’e-mail a comunicazione@barbrera.com per tutti i dettagli e le informazioni operative.

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Capodanno 2026 al Circle Milano, in Via Stendhal 36: nel cuore pulsante della zona Tortona, storica icona della moda cittadina.

9 Dicembre 2025 ore 12:57

Una location moderna e di carattere!

Il Circle si presenta come uno spazio versatile e contemporaneo.

L’ambiente, ricavato da un ex capannone industriale oggi sotto la gestione Diesel, combina design moderno, atmosfera dinamica e un tocco di eleganza urbana.

L’ampiezza degli spazi, le luci morbide e il grande bancone centrale in stile American bar creano un colpo d’occhio scenografico.
A dominare la sala, un enorme lampadario che cambia tonalità in continuo movimento, rendendo l’atmosfera ancora più suggestiva.

A completare il mood del locale ci sono i drappi bordeaux e le opere dai colori vivaci che decorano le pareti, donando allo spazio un’aria accogliente e conviviale, perfetta per occasioni speciali.

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MENU CENONE

ANTIPASTO
Muffin salato ai funghi con fondente di parmigiano al profumo di tartufo

BIS DI PRIMI
Risotto mantecato alla crema di zucca e la sua polpa con dischetto di cotechino arrostito
Pasta fresca con bocconcini di spada, olive taggiasche e pomodorini alla menta

SECONDO
Arrosto di reale vitello al Pinot Grigio con la sua salsa e patate arrostite al rosmarino

DESSERT
Panettone e Pandoro serviti con creme dello chef

– 

INGRESSO DOPOCENA 40€

Entrando dopo la Mezzanotte
1 drink

TAVOLI 600€

2 bottiglie
Max 10 persone


Capodanno 2026 nel cuore della Tortona District

Per la notte del 31 dicembre, il Circle Milano propone un evento pensato per chi desidera divertirsi senza rinunciare alla qualità.

Chi vuole vivere l’intera esperienza può iniziare la serata con un cenone servito a menù fisso, composto da piatti gustosi che uniscono tradizione e creatività, pensati per soddisfare ogni tipo di palato, anche quello più raffinato.

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CIRCLE MILANO
Via Stendhal 36 – Milano

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Capodanno 2026 al Farinami Garden: dinner show, apericena e festa fino a notte fonda

9 Dicembre 2025 ore 12:44

Il Farinami Garden accoglie il nuovo anno con un evento scintillante tra giochi di luce, atmosfere dorate e vibrazioni da disco party.


Una proposta completa che combina dinner show, apericena a buffet e after party con musica e brindisi fino a tarda notte.

A pochi minuti da Milano, il locale è perfetto per chi cerca un Capodanno informale ma curato nei dettagli: cena di pesce servita con un menù strutturato, apericena abbondante per chi preferisce un’opzione più leggera e formula dopocena con ingresso disponibile prima o dopo la mezzanotte.

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MENU CENONE

Antipasti
•⁠  ⁠Polpo, patate e olive taggiasche
•⁠  ⁠Cocktail di gamberi
•⁠  ⁠Insalata di mare
•⁠  ⁠Coda di gamberone in panko su crema di zola e riduzione di aceto balsamico
Primi
•  Lasagnetta di zucchine e gamberetti
•⁠  ⁠Risotto ai frutti di mare
Secondo
•⁠  ⁠Trancio di salmone al forno con indivia brasata in salsa teriyaki e ratatouille di verdure
Dolce
•⁠  ⁠Panettone e pandoro con crema dello chef

Cotechino e lenticchie
1 bottiglia di vino ogni 4 px
Acqua illimitata
1 flute di bollicine per il brindisi

Il dinner show prevede un percorso di mare composto da antipasti, primi piatti, un secondo a base di salmone, dessert e il tradizionale cotechino con lenticchie, il tutto accompagnato da acqua, vino e un flute di bollicine per il momento del brindisi.

L’Apericena Buffet offre un’ampia selezione di proposte al buffet con drink incluso e calice di spumante, mentre le formule After Dinner consentono di partecipare esclusivamente alla festa e al brindisi di mezzanotte.

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FARINAMI GARDEN
Via Nino Bixio 1
Sesto San Giovanni – Milano

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Capodanno Pineta Milano: cena di gala, apericena e festa no-stop

9 Dicembre 2025 ore 12:30

Pineta Milano si prepara ad accogliere il 2026 con un evento ricco di gusto, musica e atmosfera. Per la notte del 31 dicembre 2025 il locale propone un programma completo, pensato per soddisfare diverse esigenze: da chi vuole vivere il classico cenone a chi preferisce arrivare più tardi e dedicarsi direttamente alla serata danzante.

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CENONE DI GALA – 160 €

La cena di fine anno prevede un menu raffinato, studiato per esaltare sapori ricercati e presentazioni curate.

Antipasti

Insalatina di mare con polpo, gamberi, cozze e vongole, accompagnata da pomodorini e olive taggiasche.

Prosciutto crudo San Daniele servito con burratina di Andria.

Primi

Risotto allo Champagne.

Lasagnetta con astice e crostacei.

Intermezzo

Sorbetto al limone di Amalfi.

Secondo

Guancia di manzo brasata con purè e ombrina in crosta di patate al tartufo.

Dessert

Panettone artigianale con crema chantilly.

Il pacchetto comprende acqua, caffè e una bottiglia di vino ogni tre persone, per un’esperienza elegante e conviviale perfetta per celebrare l’arrivo del nuovo anno.


APERICENA A BUFFET – 50 €

Per chi desidera un’opzione più smart e informale, è disponibile l’apericena che include:

1 drink

1 calice di spumante

Accesso al buffet dedicato

Una formula leggera ma festosa, ideale per iniziare la serata e proseguire poi con il party.


Dopocena: formule di ingresso

Chi vuole partecipare solo alla festa può scegliere tra due modalità:

Ingresso prima della mezzanotte – 50 €

1 drink

1 flute di spumante

Ingresso dopo la mezzanotte – 40 €

1 drink incluso

Una doppia proposta pensata per chi desidera vivere il countdown alla Pineta o unirsi ai festeggiamenti a serata già iniziata.


Tavoli e aree riservate

Per gruppi e clienti che cercano un’esperienza più esclusiva sono disponibili tavoli in diverse zone del locale, con prezzi variabili in base alla posizione:

Privé VIP interno: 1.500 € (10 persone)

Terrazza: 1.200 € (10 persone)

Dom Pérignon Area: 1.000 € (12 persone)

Palchetto rialzato: 900 € (12 persone)

Pista interna/esterna: 600 € (12 persone)

Laterali esterni: 300 € (6 persone)

Ogni area garantisce un punto privilegiato per vivere la serata con servizio dedicato e comfort esclusivi.


Prenotazione obbligatoria

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PINETA MILANO
Via Messina 38 – Milano

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Palazzo Lombardia è una fantastica pista di pattinaggio per Natale

9 Dicembre 2025 ore 08:41

A partire da domenica 23 novembre 2025, la grande piazza coperta del Palazzo Lombardia a Milano accoglie la pista di pattinaggio su ghiaccio più estesa della città. Con i suoi circa 600 metri quadrati, l’impianto indoor diventa un punto di riferimento per famiglie, amanti degli sport invernali e visitatori che desiderano vivere un’atmosfera festiva.

Per tutto il periodo natalizio la pista resterà aperta fino al 18 gennaio 2026, proponendo numerose iniziative tra musica, proiezioni, spettacoli dal vivo e sessioni introduttive di hockey.

L’apertura ufficiale è stata giovedì 27 novembre alle ore 18:00, alla presenza del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Chi non dispone di pattini può noleggiarli direttamente sul posto: il costo è di 10 € per un’ora o 15 € per due ore. Per chi porta i propri pattini, l’accesso è di 8 € per un’ora oppure 10 € per due ore. Sono previste tariffe agevolate per i bambini sotto il metro e trenta, e sono disponibili supporti per aiutare i principianti. Il servizio guardaroba, particolarmente utile nelle giornate fredde, ha un costo simbolico di 1 €.

Lo scorso anno la pista aveva attirato oltre 40.000 persone, e l’obiettivo per questa edizione è di superare tale traguardo.

Oltre al pattinaggio, l’area coperta di Palazzo Lombardia propone diverse attività: proiezioni cinematografiche il giovedì sera, esibizioni live ogni venerdì e appuntamenti sportivi dedicati alle associazioni il mercoledì.

Tra le attrazioni da non perdere c’è anche il Belvedere al 39° piano, da cui si può ammirare una spettacolare vista su Milano. Durante il periodo natalizio sarà accessibile al pubblico previa prenotazione.

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Osservatorio costituzionale di finanza pubblica

La presente Rubrica intende offrire agli studiosi l’occasione - allo stato inedita - per intercettare, analizzare e approfondire ad un primo e sintetico esame le tematiche di tono costituzionale in materia di finanza pubblica sottese a ricorsi, ordinanze e pronunce della Corte costituzionale via via pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, Serie speciale della Corte costituzionale, garantendo così un continuo aggiornamento nel merito.

Le brevi note di commento - per una pronta ricerca da parte del lettore - recano, nel titolo, i numeri dei ricorsi e delle ordinanze di remissione, oltreché delle sentenze pubblicate in Gazzetta.

L’Osservatorio - curato da Clemente Forte e Marco Pieroni – presenta peculiare attualità, anche per la frequenza delle questioni di legittimità costituzionale di cui viene investita la Corte costituzionale in argomento (solo nell’ultimo decennio, ad esempio, si concentra circa il 40% delle questioni concernenti l’art. 81, terzo comma, Cost.), questioni che vanno sin d’ora analizzate, anche tenuto conto dell’impatto ordinamentale della nuova Governance fiscale europea, approvata nell’aprile 2024, nel vigente sistema costituzionale interno.

 

AGGIORNAMENTO DEL 7 GENNAIO 2026
Corte cost. sent. n. 204/2025 Profili finanziari della l.r. Toscana n. 16/2025 sulle modalità organizzative per l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito
Corte cost., sent. n. 216/2025 Non contrasta con gli artt. 3 e 38 Cost., il regime speciale di pignorabilità della pensione erogata dall’INPS per il recupero di indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive
Corte conti, ordd. n. 248, 249, 250 e 251 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 189/2025 È illegittima la legislazione regionale che estende i comandi e i distacchi anche ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica
Ordinanza di rimessione Corte dei conti n. 246 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 174/2025 Legge Regione Campania e perimetro sanitario (art. 20, d.lgs. n. 118/2011): illegittimità costituzionale
AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 167/2025 Rivalutazione pensionistica in tensione e manovra di finanza pubblica
AGGIORNAMENTO DEL 12 NOVEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 165/2025 Aumento della spesa per il personale regionale: rimessione degli atti per jus superveniens
Corte cost. sent. n. 161/2025 Nuove assunzioni previste da legge regionale: inammissibilità per oscurità motivazionale del ricorso
AGGIORNAMENTO DEL 27 OTTOBRE 2025
Corte cost. sent. n. 150/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, Regione Umbria, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA)
Corte cost. sent. n. 152/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, finanza pubblica allargata, contributo alla finanza pubblica, contributo aggiuntivo richiesto alle regioni ordinarie per il quinquennio 2025-2029
AGGIORNAMENTO DEL 1 OTTOBRE 2025
Ricorso del Presidente del Consiglio contro Regione Siciliana (art. 6, l.r. n. 26/2025)
Questione di legittimità costituzionale sull’utilizzo delle risorse del Fondo sanitario regionale per attività non LEA: ordinanza della Corte dei conti Liguria e profili critici
AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2025
Corte cost. sent. n. 135/2025 in tema di impiego pubblico, trattamento economico, applicazione del tetto retributivo ai magistrati, necessaria temporaneità della misura
Corte cost. sent. n. 122/2025 in tema di sanità pubblica, livelli essenziali di assistenza, norme della Regione Puglia, immediata vigenza del d.P.C.m. LEA e delle relative tariffe non ancora entrate in vigore e poi sostituite
AGGIORNAMENTO DEL 30 LUGLIO 2025
Corte cost. sent. n. 121/2025 in tema di istruzione, formazione professionale, carta docente, beneficiari, estensione ai docenti non di ruolo all’esito della interpretazione della Corte di giustizia
Corte cost. sent. n. 114/2025 in tema di sanità pubblica, approvazione dei piani dei fabbisogni triennali per il SSR, predisposti dalle regioni con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia
Corte cost. sent. n. 94/2025 in tema di previdenza, assegno ordinario d’invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo, divieto di applicazione delle disposizioni sull’integrazione al minimo
Corte cost. sent. n. 91/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, presentazione da parte del consiglio comunale al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 30 APRILE 2025
Ordinanza del 3 marzo 2025 della Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Regione Campania nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Campania per l’esercizio f
Corte dei Conti contro Regione Campania. Ricorso per legittimità costituzionale 3 marzo 2025, n. 53
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 5 marzo 2025 (della Regione Campania) n. 13
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 26 febbraio 2025 (della Regione Puglia)
Corte cost. sent. n. 45/2025 Criticità del bilanciamento della spesa costituzionalmente necessaria con la cd. spesa indistinta a fronte di risorse scarse alla luce della nuova Governance europea
Corte cost. sent. n. 57/2025 Non sono in via di principio inibite nuove spese alla Regione in disavanzo sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 16 APRILE 2025
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 14 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità – Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 15 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità pubblica - Servizio sanitario regionale (SSR)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 29 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) . Appalti pubblici - Norme della Regione Puglia
Ordinanza del 15 gennaio 2025 della Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Umbria per l’esercizio finanziario 2023 Bilancio e contabilità pubblica
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 7 febbraio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Sanità pubblica - Professioni

Laura Diaz: politica e passione nell’Italia repubblicana

16 Novembre 2025 ore 20:50

Laura Diaz
politica e passione nell’Italia repubblicana

Riprende il Ciclo di incontri “Gli archivi raccontano: storie di protagonisti del Novecento livornese” promosso da ISTORECO e Archivio di Stato Livorno

È con piacere che il nostro Istituto, insieme all’Archivio di Stato di Livorno, riprende le iniziative sui protagonisti della storia livornese del Novecento attraverso le carte disponibili nei rispettivi patrimoni archivistici, e con l’ausilio della memoria dei testimoni.

Ricominciamo con la figura di Laura Diaz, comunista, sorella del sindaco Furio, deputata alla Camera e molto presente nelle vicende della ricostruzione del secondo dopoguerra in città, in particolare nel settore dell’infanzia e dell’organizzazione dei cosiddetti “treni della felicità” insieme ad altre militanti di spicco di quegli anni: Primetta Cipolli, Bruna Gigli, Walchiria Gattavecchi, Edy Palla. Attiva negli organi dirigenti del Partito soprattutto sui temi dell’emancipazione delle donne, a livello nazionale si occupò a lungo delle tematiche della decolonizzazione.

Il suo percorso umano e politico sarà presentato con l’aiuto del prof. Enrico Mannari (Luiss School of Government), dell’ on. Anna Maria Biricotti e della direttrice di ISTORECO, Catia Sonetti.

L’iniziativa ha valore formativo per i docenti di ogni ordine e grado e verrà rilasciato a chi lo chiederà un attestato per 2 ore di formazione.

Due interventi del nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, per il seminario con Anna Foa e l’anniversario dell’8 settembre 1943

12 Novembre 2025 ore 21:33

Condividiamo due interventi tenuti dal nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, in occasione del seminario di presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio d’Israele”, e delle celebrazioni annuali dell’8 settembre 1943.

 

  • Introduzione di Claudio Massimo Seriacopi alla presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio di Israele’

Buon Pomeriggio ai presenti ed ai nostri ospiti, sono Claudio Seriacopi il Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nella Provincia di Livorno. Istoreco e’ stato fondato nel 2008 per volontà della Provincia di Livorno e di tutti i comuni del nostro territorio oltre alle associazioni antifasciste Anpi, Anei e Anppia.

Istoreco si propone di favorire il reperimento e la salvaguardia delle fonti documentarie, nonché di promuovere la ricerca storica, l’attività didattica e quella culturale allo scopo di approfondire la conoscenza della società contemporanea, con particolare riguardo alle vicende legate all’opposizione al fascismo, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana.

Possono iscriversi a Istoreco tutti i cittadini che si riconoscono nei valori espressi dalla nostra Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro l’occupazione tedesca e contro il fascismo.

Auspico, con la piena collaborazione del Comune di Livorno, appena saranno risulti i problemi burocratici ancora presenti, di potervi invitare all’inaugurazione nella nuova sede, presso la Torre dell’orologio all’ingresso dell’ex cantiere, con la possibilità di avere pieno accesso al nostro archivio e poter riaprire anche la biblioteca ormai chiusa da 2 anni.

Il 2025 sarà un anno importante e denso di iniziative ricorrendo l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal Nazi-Fascismo.

Oggi abbiamo ospiti illustri per affrontare il delicato tema dei rapporti tra Israeliani e Palestinesi tenendo su piani separati e distinti le questioni della Shoah dalla guerra in corso.

Ringrazio per la loro disponibilità, il dottor Bruno Manfellotto, grande giornalista con prestigiosi incarichi, che voglio ricordare soprattutto come apprezzato direttore del Tirreno e la professoressa Anna Foa, in collegamento a causa di una improvvisa indisponibilità, autrice di molte opere sulla storia degli ebrei in Italia ed in Europa.

Il 14 maggio del 1948, in seguito alla Dichiarazione d’indipendenza israeliana, scoppiava la prima guerra arabo-israeliana, conclusasi con la vittoria e l’insediamento dello Stato d’Israele. Altre guerre hanno tormentato l’area acutizzando i problemi irrisolti. Dopo oltre 70 anni l’ennesimo riaccendersi del conflitto israelo-palestinese ha suscitato nuove tragedie e grandi preoccupazioni.

Questo conflitto ha origini remote, risalenti al periodo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando, in risposta al crescente antisemitismo contro gli ebrei in Europa, si affermò un “movimento sionista” che, sostenendo la necessità di creare uno Stato ebraico, favorì a tal fine l’immigrazione di ebrei europei in Palestina, avvenuta in diverse ondate, ma soprattutto durante e dopo la Seconda guerra mondiale e dopo l’Olocausto.

Inevitabilmente ciò portò a continui e crescenti attriti tra la comunità ebraica, sempre più numerosa, e l’autoctona comunità arabo-palestinese. Entrambe, dopo la caduta dell’Impero ottomano e il Mandato per l’amministrazione della Palestina al Regno Unito, aspiravano alla creazione di Stati nazionali. Tuttavia, avendo esse rifiutato alcune proposte di spartizione dei territori contesi (da ultimo il Piano di spartizione approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1947), il conflitto si cristallizzò estendendosi, dopo la nascita di Israele, anche agli Stati arabi vicini, periodicamente intervenuti a favore della comunità araba palestinese e con l’obiettivo di distruggere Israele.

Nel 1993 con gli accordi di Oslo e la storica stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra Rabin e Arafat, davanti a Clinton, si pensava e si sperava che si aprisse una fase nuova e pacifica.

Rabin aveva bisogno di un gesto importante per tentare di fermare le violenze esterne ed interne; Arafat invece faceva assumere all’OLP con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese la responsabilità del rispetto delle intese, veniva riconosciuto lui e la sua organizzazione come interlocutori.

Nell’accordo non si faceva riferimento alla nascita di uno stato palestinese, si parlava solo di un’area da gestire amministrativamente da parte dall’entità palestinese per 5 anni. Un accordo annacquato era sicuramente meglio di nessun accordo, e dava credito ad Israele nei confronti della comunità internazionale e verso i paesi arabi.

Grazie anche agli accordi di Oslo, Israele firma la pace con la Giordania.
La morte violenta di Rabin per mano di un estremista israeliano ed i successivi governi di destra, hanno bloccato il processo di pace e le intese raggiunte ad Oslo.

Arafat, leader di un popolo senza stato, composto da frammenti di tanti gruppi, ci aveva creduto in quell’accordo; era un politico capace, riconosciuto come tale dalla maggioranza dei palestinesi ma non da tutti. Credeva di poter creare qualcosa di positivo per il suo popolo, sapeva che “il nemico” si insediava anche al suo interno. Per raggiungere gli obiettivi previsti era riuscito a “controllare” e “ridimensionare” le fazioni di sinistra e quelle islamiche presenti all’interno della variegata galassia palestinese.

In ogni caso, non si può anche ricordare la responsabilità di Arafat, per la dilagante corruzione presente all’interno dell’OLP, continuata dopo la costituzione dell’ANP e proseguita indisturbata con Abu Mazen.

La situazione, in quella turbolenta area é andata continuamente peggiorando, poiché i governi di destra israeliani l’hanno aggravata autorizzando continui nuovi insediamenti di “coloni” in Cisgiordania, terra da sempre abitata dai palestinesi.

Ulteriore novità negativa fu la decisione de La Knesset del 18 luglio 2018 di approvare la legge che, per la prima volta nella storia di Israele, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, tagliando fuori gli arabi-israeliani. I membri del parlamento, pur divisi, approvarono il disegno di legge con 62 voti favorevoli, 55 contrari e due astenuti.

Dopo il brutale attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre ad Israele, “l’Accordo di Abramo” che doveva culminare nella normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Arabia Saudita e Israele entra in crisi, congelato da una guerra dai confini ancora imprevedibili.

La questione attuale, anche per noi associazioni promotrici di questo incontro, va affrontata con equilibrio. Il rischio di essere strumentalizzati ed accusati di antisemitismo é sempre presente.

“2 popoli, 2 stati” era un progetto che avrebbe potuto portare ad una coabitazione pacifica, ora purtroppo sta diventando uno slogan vuoto per il proliferare continuo e illegale di nuovi insediamenti di “coloni” israeliani in Cisgiordania, siamo passati da una presenza di 250.000 coloni all’epoca degli accordi di Oslo ai circa 750.000 attuali.
Inoltre non potranno esserci mai 2 stati fino a quando non verrà riconosciuto anche ai palestinesi il diritto ad uno Stato libero, ancora troppi paesi mancano all’appello, tra cui il nostro.

Nessun dubbio che quello di Hamas sia un movimento terrorista che, non a caso, il 7 ottobre ha attaccato inermi popolazioni israeliane, proprio quelle politicamente più vicine alla causa palestinese, causando la morte di oltre 1200 civili e il rapimento di altri 250.

Hamas aveva messo in conto anche una dura reazione Israeliana, sperava però di aggregare alla causa Palestinese tutto il mondo arabo, ma i palestinesi ancora una volta sono rimasti soli.

La reazione israeliana all’attacco terrorista di Hamas è andata oltre ogni logica, con bombardamenti indiscriminati sulla striscia di Gaza, in Libano per colpire Hezbollah, attacchi aerei in Siria dopo la caduta di Assad e l’occupazione delle alture del Golan. In televisione e sulla rete si vedono immagini sconvolgenti con distruzione e morti.

Per colpire ed eliminare i capi di Hamas, Netanyahu ha di fatto autorizzato una strage, che ha prodotto oltre 41000 morti di cui ben 14000 bambini, tutto questo nell’indifferenza delle potenze mondiali e nell’incapacità degli organismi internazionali di promuovere un accordo, o perlomeno una tregua.

Non si può continuare a rimanere in silenzio. Non mi appassionano neanche le polemiche, se l’azione di Netanyahu, si possa configurare o meno come un genocidio. La senatrice Liliana Segre recentemente ha ricordato che non ricorrono le condizioni per definire, quanto sta succedendo, come tale. In ogni caso siamo di fronte a una strage, siamo di fronte a “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.

Con decisione del 20 maggio 2024 il Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da parte di Israele e di Hamas chiedendo al Tribunale l’emissione di mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, per il Ministro della difesa Yoan Gallant e per il leader di Hamas Yhahya Sinwar (nel frattempo ucciso), e di altri 3 capi. (Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri), di questi sembra rimasto in vita solo Mohammed Deif).

Il Governo Netanyahu non si é limitato a far bombardare indiscriminatamente Gaza, ma ha anche bloccato gli aiuti per la popolazione palestinese e bloccato le forniture per gli ospedali, producendo distruzioni a tappeto, morte, fame ed epidemie.

Penso che la popolazione israeliana e quella palestinese abbiano gli stessi nemici: Netanyahu e Hamas.

Recentemente avevamo provato a presentare, con Gad Lerner, l’ultima sua opera “Gaza” “odio e amore per Israele”, purtroppo non ci siamo riusciti per indisponibilità della casa editrice, questa è l’ennesima dimostrazione del clima attuale.
“La frase più significativa del libro di Gad Lerner é, secondo me, : “Si può vivere in paradiso sapendo di avere l’inferno accanto?”

La Professoressa Anna Foa recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Il suicidio di Israele”.
Invito tutti alla lettura purché é un testo molto utile per conoscere meglio quella realtà in tutta la sua complessità.

Mi avvio alla conclusione riportando alcune significative frasi tratte dalla seconda di copertina che fotografano bene la situazione attuale e le prospettive:

“Israele stava già attraversando un periodo di crisi drammatica prima del criminale attacco del 7 ottobre 2023. Grandi manifestazioni chiedevano a gran voce le dimissioni di Netanyahu e del suo governo e il paese era praticamente bloccato. La risposta al gesto terroristico di Hamas con la guerra di Gaza rischia però di essere un vero e proprio suicidio per Israele.
Qualunque sostegno ai diritti di Israele – esistenza, sicurezza – non può prescindere da quello dei diritti dei palestinesi. Senza una diversa politica verso i palestinesi Hamas non potrà essere sconfitto ma continuerà a risorgere dalle sue ceneri. Non saranno le armi a sconfiggere Hamas, ma la politica.”

Insieme alle altre associazioni antifasciste abbiamo un ottimo e consolidato rapporto con la Comunità Ebraica Livornese con cui abbiamo condiviso, in questi anni, non solo le celebrazioni del giorno della memoria ma altre importanti iniziative. Anche in questa occasione abbiamo cercato di coinvolgerla ma con nostro dispiacere ha declinato l’invito.

Ringrazio la Compagnia Lavoratori Portuali che, ancora una volta, ci ospita.

Coordina l’incontro Catia Sonetti direttrice di Istoreco.

Livorno 18 dicembre 2024

 

 

  • Orazione di Claudio Massimo Seriacopi per l’anniversario dell’8 settembre 1943

Quest’anno, come non mai, l’anniversario dell’8 settembre 1943 si colloca in un clima di guerra più ampio e drammatico del solito. Nella vecchia Europa un paese ha fatto seguire ad un’invasione ingiustificata e criminale, una guerra della quale non riusciamo a intravedere la fine, quella della Russia contro l’Ucraina.

Da un’altra parte, in medio oriente, in seguito all’attacco criminale del 7 ottobre perpetrato da Hamas, il governo israeliano con l’appoggio incondizionato degli Usa, sta portando avanti con la spinta della destra religiosa e più integralista, nonostante le folle oceaniche che cercano di dimostrare la propria opposizione, un disegno di annessione e di annientamento del territorio e del popolo palestinese.

Perché cominciare con queste riflessioni? Perché l’8 settembre del 1943 dischiuse la possibilità al nostro Paese di avviarsi ad un riscatto dopo il ventennio fascista tramite l’organizzazione dal basso e volontaria della Resistenza partigiana. Proviamo a sintetizzare quegli avvenimenti.

Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado cominciata già alla fine del 1942. Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

Venticinque luglio e otto settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III.

Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non è, tuttavia, la fine del fascismo tout court, che di lì a pochi giorni si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. Le clausole dell’armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo” – prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.

Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Nel tempo che intercorre, simbolicamente e materialmente, tra i due proclami di Badoglio, i tedeschi hanno modo di occupare quasi tutta l’Italia e di preparare i piani che permetteranno loro, dopo l’annuncio dell’armistizio – interpretato dal Reich, come “tradimento dell’alleanza” – di disarmare, deportare e uccidere, in alcuni casi, centinaia di migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta. Le forze armate italiane terminano la guerra – o almeno questa prima fase di guerra – come l’hanno iniziata, nel segno dell’impreparazione e dell’inadeguatezza.

Comincia, tuttavia, una nuova guerra, che per una parte sarà quella tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo.

Nella memoria collettiva l’8 settembre è divenuto uno dei momenti più tragici della storia nazionale ma anche un momento fondamentale per una presa di coscienza democratica. Gli italiani, senza più ordini dall’alto, devono scegliere da che parte stare. Come ha scritto Claudio Pavone, quello è il momento della scelta e non come sostiene Galli Della Loggia, il momento della “morte della Patria”.

Fu la classe dirigente italiana, ad esclusione di alcune eccezioni, a mostrare la propria inettitudine e codardia. All’annuncio infatti seguì la precipitosa fuga notturna da Roma di re, governo e comando supremo. L’unica direttiva alle forze armate furono le oscure parole lette da Badoglio alla radio, con l’unica preoccupazione di non cadere in mani tedesche. Soltanto alle 0:50, in seguito a valanghe di richieste di istruzioni, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito Roatta fece trasmettere il fonogramma: “Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

Ricordiamoci che Roatta come lo stesso Badoglio e Graziani dovevano essere giudicati per crimini contro l’umanità. Accusa poi lasciata decadere nell’immediato secondo dopoguerra.

Scatta su tutto il territorio italiano, in Francia, in Croazia, in Grecia e Jugoslavia il piano tedesco per il disarmo delle truppe italiane. Un esercito numericamente notevole ma male equipaggiato e con armamento inadeguato alle esigenze del momento e soprattutto senza indicazione di sorta sul “da farsi”.

La notizia dell’armistizio è pubblicata dai giornali italiani il 9 settembre 1943.

La famiglia reale e i generali, in fuga, raggiungono Pescara e si imbarcano per Brindisi; Roma è abbandonata, e nessuno ne ha organizzato la difesa. L’unico che si impegna in tal senso, è il generale Caviglia, storico rivale di Badoglio.
Nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): gli antifascisti cercano di coprire il vuoto di potere. Iniziano ad organizzarsi le prime formazioni partigiane che daranno vita a forme di Resistenza armata e civile per i restanti venti mesi di guerra.

Nel nord Italia, a Salò sul Garda, si forma la Repubblica Sociale Italiana fortemente voluta dai nazisti per meglio operare sul territorio italiano.

Ha inizio la drammatica vicenda dei militari italiani, che non aderiscono alla Repubblica di Salo’,  fatti prigionieri e trasferiti, ad esclusione delle migliaia periti durante i trasferimenti a causa delle condizioni disumane con le quali furono tradotti nei campi di concentramento in Germania. Per loro verrà coniata la categoria di Imi i nostri soldati perdono il loro status di prigionieri di guerra e diventano “Internati Militari Italiani”, privi di ogni diritto e tutela, in balia dei nazisti che li considerano traditori.
In pochi giorni i tedeschi disarmano e catturano circa un milione di militari italiani su un totale dell’esercito di circa due milioni.

Ricordiamoci che prima dell’armistizio del 1943 altre centinaia di migliaia di soldati erano stati catturati dalle truppe americane, inglesi e francesi e trasportati in campi di prigionia sparsi in tutto il mondo: dall’Europa agli Stati Uniti, dall’India all’Australia.

Dunque ne deriva che nell’autunno del 1943 quasi l’intero esercito italiano è stato sgominato e fatto prigioniero. Del totale dei deportati, 650 mila finiscono nei lager tedeschi Il loro calvario si concluderà solo nel maggio 1945, con la caduta del Terzo Reich, 200 mila riescono a fuggire, andando a formare il grosso delle file partigiane.

Nel 1943 i lager venivano attivati dai nazisti, oggi invece in forme indubbiamente diverse l’occidente costruisce dispositivi simili per contrastare l’immigrazione di moltitudini di uomini e donne che fuggono da guerre e da crisi climatiche.

L’occidente, dove e’ nata la democrazia, dimostra  di essere impreparato a gestire un processo irreversibile, succube dei nazionalismi e delle lobby delle armi.

L’Europa, che potrebbe diventare un terzo polo tra Stati Uniti,  Cina e paesi emergenti, purtroppo sta dimostrando tutta la sua inconsistenza.

Per contrastare il  “rischio” Putin, su pressioni di Trump, aumenteranno al 5% del PIL le spese militari,  un riarmo nazionale assurdo che non  renderà  l’Europa più sicura, ma taglierà risorse fondamentali alla  sanità, all’ istruzione e allo stato sociale.

Nella guerra a Gaza ed in Cisgiordania dove, a seguito della rabbiosa reazione israeliana  all’attacco terroristico di Hamas,  il governo che si può definire fascista di Netanyahu, sta sterminando la  popolazione palestinese con bombardamenti indiscriminati,  privandola degli aiuti umanitari, causando morti per denutrizione sopratutto tra i bambini, proponendo e provocando  deportazioni di massa; l’Europa, per le sue divisioni, non riesce a  farsi sentire e  parlare con una sola voce. Dovrebbe, come primo atto,  chiedere con forza  il cessate il fuoco immediato ed il rilascio di tutto gli ostaggi, interrompere la  fornitura di armi ad Israele, far riconoscere a tutti i paesi membri dell’Unione lo Stato Palestinese, far riaprire la striscia di Gaza agli aiuti ed alle organizzazioni umanitarie, purtroppo non si va mai oltre generiche e inconcludenti dichiarazioni.

Ancora una volta la storia non ha insegnato nulla, solo la pace e la coesistenza possono portare un futuro positivo per tutti.

Livorno 8 settembre 2025

 

 

UTOPIE DI PACE. Manifesti di un futuro possibile nel patrimonio archivistico di ISTORECO

12 Novembre 2025 ore 21:06

Il futuro inizia ieri: manifesti per la pace

In occasione della XIII edizione della settimana “Archivi Aperti” dal titolo Il futuro inizia ieri, promossa dalla Rete Archivistica della provincia di Livorno, ISTORECO presenta una mostra dedicata ai manifesti politici e sociali inneggianti alla pace, con particolare attenzione al periodo che va dal secondo dopoguerra agli anni Novanta.

Attraverso le opere tratte dal fondo PCI e dal fondo Oriano Niccolai dell’Archivio dell’Istituto, la mostra racconta le mobilitazioni, le campagne e le aspirazioni collettive verso un mondo senza guerre. Un viaggio visivo e storico che testimonia il ruolo centrale della pace nel dibattito politico e sociale del Novecento.

Dalla guerra alla solidarietà internazionale

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la pace diventa un tema cruciale per la società e per tutti i partiti politici. Il PCI, inserito nel blocco dei paesi dell’Est, ha espresso il proprio internazionalismo attraverso mobilitazioni, manifestazioni e atti concreti di solidarietà: dalla cucitura delle bandiere arcobaleno alle donazioni di sangue per i vietcong, dall’accoglienza dei profughi alla protesta contro le industrie belliche.

A Livorno, queste iniziative hanno trovato terreno fertile, grazie anche al lavoro grafico e militante di Oriano Niccolai, che ha saputo tradurre in immagini potenti il desiderio di pace e giustizia sociale.

Informazioni pratiche
• Dove: Archivio di Stato di Livorno
• Quando: dal 24 al 28 novembre

Orari:
• Lunedì, mercoledì, venerdì: 8.30 – 13.30
• Martedì, giovedì: 8.30 – 17.00
• Ingresso: libero

Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978). Alla Libreria Feltrinelli di Livorno ISTORECO presenta il volume di Enrico Miletto

6 Novembre 2025 ore 21:19

Enrico Miletto, uno dei più importanti studiosi del tema dei profughi istriani con incursioni anche nella storia del movimento operaio, da molti anni ospite gradito di ISTORECO, ha pubblicato da poco un volume dal titolo Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978) (Ed. Morcelliana, Brescia, 2025) che presentiamo con molto piacere presso la Libreria Feltrinelli di Livorno Venerdì 14 novembre.

Il testo è il frutto di una ricerca accurata sulla vicenda dei comunisti, in particolare quelli della Volante rossa che, nell’immediato secondo dopoguerra, in seguito ad azioni di rappresaglia contro gerarchi fascisti e altri responsabili del passato regime, si videro trascinati in tribunale e condannati a pene molto severe collegate anche al clima di caccia alle streghe instaurato da Scelba e dal potere democristiano contro il Partito comunista e tutti quelli che in modo più o meno diretto si richiamavano ad esso. Una vicenda complessa e per niente lineare, che porterà molti di loro sulla strada per la Cecoslovacchia dove, con lo stesso aiuto del Pci, daranno il via alle esperienze di due radio, “Radio Praga” e “Radio Oggi in Italia”.

Anche un livornese, Sauro Camici figlio di Mario, antifascista riconosciuto e perseguitato dal regime, si trovò a far parte di questa piccola schiera. Negli anni Settanta un’amnistia concessa del presidente Pertini permise loro rientrare in Italia, ma non tutti lo fecero. Alcuni decisero di eleggere a seconda patria proprio il paese dell’Est che li aveva ospitati. Alla presentazione, che si svolgerà a partire dalle 17.00, prenderanno parte l’autore del libro Enrico Miletto e la Direttrice di ISTORECO Livorno Catia Sonetti.

Un nuovo sito web per l’ISTORECO Livorno

2 Novembre 2025 ore 21:35

Il progetto di graduale rinnovamento dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno (ISTORECO) include la realizzazione di un portale web accessibile e ricco di contenuti, disponibile all’indirizzo https://istorecolivorno.it. Questo sito rappresenta un punto di svolta nella diffusione del patrimonio archivistico, bibliotecario ed emerotecario dell’Istituto, offrendo al pubblico un accesso diretto e semplificato alle risorse documentarie e alle iniziative culturali.

Il portale è stato concepito per rispondere alle esigenze di un pubblico ampio e diversificato, con particolare attenzione al mondo della scuola e alle organizzazioni della società civile. Attraverso una navigazione intuitiva, gli utenti possono esplorare le collezioni digitali, consultare pubblicazioni recenti e accedere a materiali audio come i podcast storici.

ISTORECO Livorno, costituito nel 2008 come associazione senza scopo di lucro e divenuto ormai Ente del Terzo Settore, ha tra i suoi obiettivi statutari la promozione della ricerca storica e dell’attività didattica, con particolare riferimento alla Resistenza, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana. Il nuovo sito web riflette questa missione, proponendosi come ambiente digitale di educazione alla cittadinanza, dove la memoria storica diventa risorsa per la formazione democratica e la partecipazione consapevole.

Attraverso il portale, l’Istituto intende rafforzare il dialogo con il territorio e con le nuove generazioni, offrendo contenuti aggiornati, iniziative culturali e strumenti didattici che favoriscano la conoscenza della storia locale e nazionale. In questo modo, la tecnologia si mette al servizio della memoria, contribuendo a costruire un futuro più informato e responsabile.

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HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

24 Agosto 2025 ore 10:10
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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

L'articolo HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS proviene da Giubbe Rosse News.

La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

18 Marzo 2025 ore 10:47

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

5 Febbraio 2025 ore 10:13

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

10 Dicembre 2024 ore 11:13

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

2 Dicembre 2024 ore 12:16

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

26 Novembre 2024 ore 13:12

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

7 Ottobre 2024 ore 16:12

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

18 Luglio 2024 ore 11:45

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

2 Luglio 2024 ore 17:30

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

12 Giugno 2024 ore 13:00

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

7 Giugno 2024 ore 10:20

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO

22 Luglio 2024 ore 19:02


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

Macron apre la seconda fase della battaglia sull'aborto: "Entri nella carta dei diritti Ue"

Cerimonia a Parigi per il sigillo sulla norma che inserisce l'aborto nella Costituzione francese. Intanto allo State of the Union, Biden ne fa una bandiera, promettendo il contro-ribaltamento della Roe v. Wade

La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

L'Africa di fronte a un grande test democratico

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8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili

Oltre 230 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali

Nella Giornata internazionale della Donna voglio ricordare che questa pratica causa gravi complicanze e persino la morte. I rischi più diretti sono emorragie, shock settico, infezioni, ritenzione urinaria e forte dolore

Primavera alle Bahamas tra cibo, vini pregiati e immersioni a colori

Oltre 700 isole e isolotti e 16 destinazioni insulari che nascondono baie e tradizioni meravigliose, eventi culturali spettacolari e antiche storie che rendono questa meta turistica un vero tesoro da scoprire

"Stasera sono in vena". Ovvero splendere di solitudine dentro la notte dell'Italia

Oscar De Summa riporta in forma di teatro-concerto il monologo di racconto dell’altra Italia degli anni ’80, quella che nel vuoto della provincia trovò solo l’eroina

Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare

Insegnare alle donne come uscirne

Un rapporto Osce indica che il divario fra ruoli maschili e femminili nella criminalità organizzata è relativamente ridotto. E sorprendentemente le donne sono assenti dai programmi statali di protezione dei testimoni. Anche lì, non vengono offerte le stesse opportunità degli uomini

Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

Winston

In ogni libro, film, canzone, serie tv, opera d’arte, c’è sempre la scintilla di un’idea. Winston, come l’eroe di 1984 di George Orwell, vuole trovarla e raccontarla , anche solo per uno spunto, per cinque giorni alla settimana per circa quattro minuti. Un podcast di Pierluigi Battista per HuffPost.

La vetrina dei libri. I sei scelti da Huffpost

"Attesa di Dio" di Simone Weil, "La ragazza sul divano" di Jon Fosse, "Destra, sinistra e viceversa" di Antonello Caporale e Salvatore Merlo,  "Rosy" di Alessandra Carati, "Cento giorni che non torno" di Valentina Furlanetto, "Nel continente nero" di Francesco Cancellato

È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

20 Gennaio 2024 ore 15:57

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

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