Trump demands Iran pay compensation as hopes fade for Hormuz agreement




Nell'ultimo aggiornamento mensile di luglio 2026, il team di Linux Mint guidato da Clement Lefebvre ha svelato diverse novità chiave in arrivo e attualmente in fase di sviluppo.
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Sarebbe da attribuire alle elevate temperature e alla conseguente riduzione dell’ossigeno nell’acqua che non ha ricambio la moria di pesci che si sta verificando nello stagno di Porto Taverna, nel territorio comunale di Loiri Porto San Paolo. A lanciare l’allarme e segnalare la presenza di fauna ittica morta nel sito lacustre sono stati numerosi residenti e turisti, ai quali si e aggiunta anche l’associazione ecologica Gruppo di intervento giuridico che ha informato il Ministero dell’Ambiente, la Regione, il Comune di Loiri Porto San Paolo, la Guardia costiera, il Corpo Forestale, l’Arpas e informato la Procura del tribunale di Tempio Pausania. A spiegare le cause della morte di numerosi esemplari di fauna ittica nello stagno è l’amministrazione comunale guidata da Francesco Lai. “L’imboccatura dello stagno risulta naturalmente chiusa dal mese di aprile. Le mareggiate, i venti predominanti e le dinamiche meteomarine hanno determinato un accumulo di sabbia presso la foce, interrompendo il collegamento con il mare, che da allora non si è ripristinato naturalmente. Dalle prime valutazioni, la moria osservata appare compatibile con l’effetto combinato delle elevate temperature, e del limitato ricambio delle acque. Si tratta tuttavia di un’ipotesi preliminare, che dovrà essere verificata attraverso sopralluoghi, misurazioni, campionamenti e analisi da parte degli enti tecnicamente competenti”, si legge nella nota diffusa. La gestione dello stagno e gli eventuali interventi di apertura o modifica della foce non rientrano nelle competenze dirette del Comune, né dell’Area Marina Protetta Tavolara – Punta Coda Cavallo, che invece richiedono specifiche valutazioni tecniche e le determinazioni degli enti competenti sotto il profilo ambientale, idraulico e demaniale. I biologi dell’AMP Tavolara – Punta Coda Cavallo starebbero seguendo e monitorando l’evoluzione delle condizioni ambientali dello stagno da diverse settimane e l’amministrazione comunale ha avviato una prima attività di rimozione della fauna ittica morta, per evitarne l’accumulo lungo le sponde e limitare possibili conseguenze igienico-sanitarie.
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Il Cinema in classe: autorità, riforma e anarchia
La tesi di Philippe Ariès secondo cui la cultura occidentale “ha inventato” le istituzioni dell’infanzia e dell’adolescenza alla fine del Medioevo ha fornito un punto di partenza storico per numerosi pedagogisti e teorici radicali. L’affermazione di Ariès – contestata da alcuni storici ma non definitivamente smentita -, secondo cui il concetto stesso di “innocenza infantile” sarebbe uno sviluppo post-rinascimentale — alimentato dal passaggio dalla vita comunitaria a quella che oggi conosciamo come famiglia nucleare e dallo sviluppo di un complesso codice di comportamento specifico per ogni età1 —, è stata importante per una pedagogia anarchica che cerca di sfidare il potere esercitato sui bambini e sugli adolescenti.
La venerazione della cosiddetta innocenza infantile si rivelò un’arma a doppio taglio; il passaggio «dalla dottrina del peccato originale al culto della virtù originale nel bambino»2 non fu del tutto salutare. Il “bambino romantico” ispirò l’opera profondamente libertaria di William Blake,3 ma incoraggiò anche un’accettazione sentimentale e regressiva dell’inevitabilità della dipendenza e della sottomissione giovanile.
Nel diciannovesimo secolo, inoltre, i cliché sdolcinati del bambino romantico coesistevano con una stigmatizzazione verso i bambini poveri e di strada – etichettati come «selvaggi.» Hugh Cunningham ha dimostrato come il discorso razziale e imperialista della Gran Bretagna del diciannovesimo secolo coincidesse con gli atteggiamenti nei confronti dei giovani indigenti. I bambini delle “ragged schools”4 londinesi venivano definiti «barbari e coraggiosi come gli indiani d’America del Nord», mentre i bambini dei bassifondi, ritenuti ineducabili, venivano descritti come «arabi di strada», «kaffir inglesi»5 e «ottentotti.»6 7
La pedagogia riformista tende a mascherare il proprio paternalismo con atteggiamenti e terminologia più edulcoranti. Secondo Ian Hunter, la “nuova” pedagogia liberale del diciannovesimo secolo, plasmata da figure culturali come Matthew Arnold e burocrati dell’istruzione meno noti come James Kay-Shuttleworth, abbracciava una forma di controllo sociale la cui influenza è rilevabile nella scuola odierna.
Arnold, ispettore scolastico statale oltre che critico culturale, chiarì l’ethos contraddittorio della pedagogia riformista: la supervisione morale dei bambini, specialmente quelli della classe operaia (considerati poco migliori degli animali), era legata alla «correzione attraverso l’espressione di sé.»8
Una critica anarchica verso i “film sulle classi scolastiche” – che rappresentano, e spesso incarnano, i valori pedagogici dominanti -, deve tenere conto del fatto che l’educazione autoritaria è spesso accompagnata da un’attenzione, per quanto paternalistica, alla vita interiore e allo sviluppo morale degli studenti.
Se il principio guida dell’educazione anarchica è «rendere il desiderio dell’allievo, piuttosto che la volontà dell’insegnante, l’elemento motivante dell’apprendimento,»9 un’analisi dei film ambientati nelle classi può rivelare come le rappresentazioni di un finto libertarismo si alternino, spesso, a celebrazioni meno adulterate di scolarizzazione autoritaria.
Può sembrare presuntuoso mettere a confronto le narrazioni pedagogiche americane con i film dell’Europa occidentale – in quanto il sistema scolastico americano, relativamente decentralizzato, contrasta nettamente con le controparti centralizzate di paesi quali la Francia e la Gran Bretagna. Una certa omogeneità ideologica permea i film ambientati in classe: si potrebbe, seguendo Bachtin, parlare di un «cronotopo» scolastico, poiché la classe fornisce una «matrice transculturale, spazio-temporale»10 che plasma il genere e le sue propensioni narrative.
Hard Times di Charles Dickens è una narrazione scolastica fondamentale.
Il romanzo potrebbe essere considerato una risposta allegorica a varie leggi che rendevano l’istruzione sempre più obbligatoria per i bambini della classe operaia. Una forma di istruzione decisamente coercitiva, ma presumibilmente umana e pratica, sostituì gradualmente le difficoltà del lavoro minorile. Lo spettro del signor Gradgrind, l’insegnante assurdamente utilitarista che Dickens caricaturizza con gioia, aleggia su molte rappresentazioni cinematografiche di insegnanti autoritari. Il suo entusiasmo letterale per i soli fatti si può cogliere anche in rappresentazioni più moderate di insegnanti liberali e ben intenzionati. Hard Times mescola il reame banale e empirico dell’aula di Gradgrind con il demi-monde11 seducente e sensuale del circo di Sleary, la cui affascinante sfrontatezza è esaltata da un linguaggio colorito e decisamente non utilitaristico.
L’adattamento della BBC di Hard Times ha sottilmente alterato i ritmi del romanzo di Dickens, intrecciando il vitalismo grezzo del circo con le scene ambientate in classe che aprono la storia. L’unione tra la rigida celebrazione dei fatti di Gradgrind e la vitalità volgare del circo è riuscita così bene che, secondo un critico, l’opera di Dickens è stata migliorata.12 Anziché considerare l’aula e la sua innocua atmosfera carnevalesca come regni autonomi, questo adattamento lasciava intravedere la possibilità che l’aula stessa potesse essere trasformata in un luogo di festa.
Sebbene pochi tra gli insegnanti di Hollywood possedessero l’involontario brio comico di Gradgrind, molti di questi film abbracciavano solennemente quel messianismo educativo che Dickens derideva e sottolineavano lo scisma tra la sobrietà dell’aula e la cultura popolare con una stridente tendenziosità che avrebbe potuto divertire lo scrittore inglese.
Blackboard Jungle (1955) di Richard Brooks è un esempio paradigmatico di film in cui un insegnante viene ritratto come un redentore quasi santo.
In una rivisitazione umanistica e pseudo-liberale dell’opposizione ottocentesca tra pedagoghi crociati e studenti “selvaggi” da domare, Richard Dadier (interpretato da Glenn Ford) prende in mano una turbolenta classe dei quartieri poveri con la disinvoltura di un generale dai modi gentili — una versione più giovane e irsuta dell’allora presidente Eisenhower. Non ignaro delle nuove tecniche educative, Dadier. un giorno. decide di far ascoltare alcuni dei suoi amati dischi di Bix Beiderbecke alla sua classe turbolenta. La visione di Dadier di essere alla moda è troppo all’antica per la sua classe di emarginati urbani. Loro preferiscono il rock and roll e, con gioioso abbandono, distruggono senza pietà le sue registrazioni in vinile di jazz bianco. Mentre Dickens satirizzava il pragmatismo privo di immaginazione di Gradgrind, Brooks celebra acriticamente il liberalismo paternalistico di Dadier. Alla fine del film, molti studenti sembrano pentiti e sono apparentemente sulla buona strada per diventare dei cittadini noiosamente rispettosi della legge.13
Questa traiettoria narrativa rudimentale — ciò che si potrebbe definire un “modello redentore” di pedagogia — si ripete, con variazioni a volte eccentriche, in decine di film che hanno come protagonisti degli studenti indisciplinati delle grandi città: To Sir With Love (1967) (dove Sidney Poitier, che in The Blackboard Jungle interpretava un delinquente minorile, diventa l’incarnazione afroamericana di Richard Dadier), Up the Down Staircase (1967) di Alan Pakula, Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller (1992; una versione siciliana14 di The Blackboard Jungle e altrettanto insopportabile) e Dangerous Minds (1995) di John N. Smith, sono tra i tanti film che appartengono a questo sottogenere altamente schematico.
The Blackboard Jungle e Dangerous Minds hanno, come protagonisti, dei personaggi con un’esperienza militare: ciò li renderebbe, in teoria, idonei all’insegnamento nei quartieri poveri. Ma l’umanesimo reazionario di questi film impallidisce se paragonato a Lean on Me (1985) di John Avildsen, un omaggio romanzato al preside di Newark, Joe Clark, la cui particolare visione della disciplina scolastica si avvicina, almeno retoricamente, a una sorta di fascismo pedagogico. L’ideologia di molti film autoritari ambientati in classe è sintetizzata in modo incisivo dal protagonista di Bigger Than Life (1956) di Nicholas Ray, un insegnante squilibrato che crede che «l’infanzia sia una malattia congenita e lo scopo dell’educazione sia curarla.»
Nell’epoca vittoriana si sviluppò un consenso unanime secondo cui anche i bambini delle classi superiori fossero dei piccoli selvaggi; la loro educazione, tuttavia, era concepita per renderli fedeli servitori dello Stato e amministratori dell’impero — un processo che raggiunse il suo apogeo nella scuola pubblica britannica.
Tom Brown’s Schooldays di Robert Stevenson (1940, un adattamento rispettoso del romanzo di Thomas Hughes) rende omaggio al preside di Rugby, il dottor Thomas Arnold (padre di Matthew Arnold, interpretato con severa benevolenza da Cedric Hardwicke), e questo esempio di anglofilia hollywoodiana tratta Arnold come una divinità pedagogica. Il preside di Rugby era considerato un importante riformatore dell’istruzione, poiché il suo regime eliminò di fatto gran parte del bullismo, del nonnismo e dell’ubriachezza che avevano spinto Arnold nella sua crociata per creare un ambiente educativo meno spietato. All’inizio del film, pronuncia un discorso chiave in cui promette che Rugby “non è più la scuola di barbari selvaggi ma di giovani timorati di Dio.” Arnold credeva che la scuola dovesse contribuire a domare le inclinazioni fondamentalmente malvagie dei ragazzini; l’istituzione non era tanto una comunità di scolari quanto una versione embrionale dello Stato che gli studenti avrebbero poi governato. Il nazionalismo moralizzatore di Arnold e la sua fervida difesa dei classici come fulcro del programma scolastico delle scuole private continuarono ben oltre il ventesimo secolo.
Eppure, quando Mike Figgis realizzò il remake dell’opera teatrale di Terence Rattigan, The Browning Version, nel 1995, l’interpretazione di Albert Finney nei panni del disilluso insegnante di lettere classiche finì per apparire come una parodia moderata dei valori arnoldiani. Probabilmente la campana a morto della cinematografica per le discipline, un tempo rispettate, come il latino e il greco, era suonata anni prima con Torment (1944) di Alf Sjöberg, in cui il professore di latino, Caligola, è ritratto come un surrogato di Hitler.
Anni dopo, guardando retrospettivamente a un periodo di vero fascismo, Amarcord (1974) di Fellini derideva le assurde pretese di Mussolini di invocare la grandezza dell’antica Roma nelle scuole: una serie di sequenze mostra scolari vivaci che, tra scoregge e rutti, si fanno strada attraverso lezioni futili.
L’autoritarismo insipido trasmesso dagli educatori protagonisti di High School (1968) di Frederick Wiseman è molto più vicino alle tendenze contemporanee dell’istruzione di massa rispetto alle cadenze altisonanti di Thomas Arnold o alle più recenti esortazioni sul valore redentore dell’espressione di sé. Il film comprime diversi mesi di noia scolastica attraverso un ritratto ingegnosamente montato di una tipica giornata scolastica, a tratti infernale e a tratti involontariamente comica. Diversi critici hanno notato come l’inquadratura di un camion del latte — su cui spicca il logo “Penn Made Product” — nella sequenza iniziale del film alluda sia alla missione della scuola di sfornare cittadini impeccabilmente solidi, sia alla sardonica «analisi del condizionamento sessuale e della definizione di genere» di Wiseman.15 Nonostante alcune esemplari analisi formali di High School, le implicazioni dei suoi subdoli pregiudizi anti-autoritari non sono state sufficientemente esaminate. Secondo la storia completa di Edward A. Krug sulle scuole superiori americane (divisa in due volumi), il trionfo di quella che è ormai conosciuta come la «teoria dell’investimento nell’istruzione» ha prodotto un’ideologia che esaltava la «necessità del controllo sociale» e promuoveva «il rigoroso adeguamento dell’individuo al gruppo».16 Eppure Krug ci fa notare che questa ideologia non si sia affermata senza difficoltà. Nel corso degli anni ’20, ad esempio, gli ideali pedagogici della Progressive Education Association (trad.: Associazione per l’Educazione Progressista) (un’organizzazione che, per la maggior parte, incarnava il programma riformista di John Dewey) contestavano, con successi occasionali, un’insidiosa enfasi della standardizzazione. I sostenitori della standardizzazione riuscirono a trarre sostegno ideologico da quella che Michael Katz definisce «l’ironia delle prime riforme scolastiche.»17 Katz racconta che nel diciannovesimo secolo i ricchi cittadini del Massachusetts promuovevano l’istruzione secondaria obbligatoria, incontrando però la resistenza dei membri della classe operaia – che mal sopportavano la generosità paternalistica dei magnati industriali. Alla fine, l’ideologia ufficiale trionfò: le scuole pubbliche divennero l’incarnazione di un egualitarismo idealmente concepito per appianare le differenze tra ricchi e poveri.
High School è ambientato in un contesto borghese dove gli insegnanti e amministratori vanno fieri dell’eccellenza del loro programma di preparazione all’università. Ma la sfilata di docenti e burocrati inefficaci che il film mette in scena, siano essi ferocemente autocratici o debolmente liberali, riflette la standardizzazione della conoscenza – che si può riscontrare, in misura variabile, anche nelle scuole della classe operaia o nei collegi d’élite. Wiseman alterna ripetutamente i primi piani dei docenti adulti con successive inquadrature larghe e medi primi piani degli studenti annoiati; si instaura così un ritmo in cui la “resistenza passiva” – forse inconsapevole – degli alunni sgonfia la pomposità dei loro insegnanti. Tuttavia, il film non si concentra su ritratti ad hominem dei personaggi: mette alla berlina la pedagogia autoritaria con una critica sistematica. Una sequenza prolungata in cui un’insegnante di inglese discute una canzone di Simon&Garfunkel con i suoi studenti indifferenti – un esercizio goffo, seppur commovente, di modernità malintesa – costituisce un’accusa altrettanto schiacciante contro l’impostazione gerarchica della scuola quanto le uscite di un preside responsabile della disciplina – che somiglia a un istruttore militare particolarmente feroce. In definitiva, le buone intenzioni del corpo docente devono essere liquidate come irrilevanti, poiché l’oppressività della Northeast High School non è generata solo da individui imperfetti. Una delle sequenze più emblematiche di High School mostra uno scambio tra il preside responsabile della disciplina e uno studente mite che insiste per essere esonerato dalla lezione di educazione fisica. Il fatto che la scuola debba imporre indiscriminatamente un regime che esige la sottomissione totale del corpo e della mente a leggi spesso irrazionali richiama alla mente le osservazioni fatte da Foucault in Sorvegliare e punire. Questa standardizzazione è entrata nella pedagogia del diciassettesimo secolo, quando le scuole hanno introdotto una serie di esami regolari volti a garantire una valutazione e sorveglianza continue. L’attenzione prestata da Wiseman sugli studenti ribelli che vagano per i corridoi senza permesso documenta la banalizzazione dei riti dell’umanesimo utilitaristico. Il divario tra l’idealismo liberale della scuola superiore e la realtà della sua noia schematica ricorda la sintesi di Raymond Williams sull’anti-utilitarismo di Hard Times: «l’affidarsi alla ragione, che nel breve termine era purificante e liberatorio, divenne in una società reale un’alienazione della ragione.»18 L’insidiosità della variante americana del “giudizio normalizzante” potrebbe benissimo costituire il tema centrale di Wiseman. Almeno in un contesto britannico o europeo, il riconoscimento delle sottili differenze di classe porta alla consapevolezza di come l’istruzione diventi una componente cruciale di una più generale stratificazione sociale. La distinzione fatta da Basil Bernstein,19 ad esempio, tra i codici linguistici “ristretti” condivisi dagli studenti della classe operaia a casa e quelli formali “elaborati” imposti dall’ambiente scolastico (per non parlare degli inevitabili vantaggi di cui godono gli studenti della classe media) offre una prospettiva che è, per la maggior parte, estranea alla sociologia americana dominante. Poiché l’ideologia americana prevalente abbraccia l’appiattimento delle differenze di classe e una fede implicita in un egualitarismo illusorio, la fusione tra gli obiettivi della scuola e dello Stato che High School afferma è forse più omogenea negli Stati Uniti che altrove. Quando, verso la fine del film, un funzionario scolastico legge una lettera di uno studente probabilmente caduto in Vietnam – evidenziando dei collegamenti tangibili tra i valori di cittadinanza della scuola superiore e il sacrificio militare -, diventa palese una diluizione forse inevitabile dell’altruismo pedagogico di John Dewey.
Nonostante alcuni radicali, come Henry Giroux, abbiano promosso una versione rivisitata del modello deweyano di “educazione alla cittadinanza,” l’educazione progressista difesa dallo stesso Dewey precede immediatamente quella che potrebbe essere definita una ritirata verso lo sciovinismo liberale — il suo sostegno alla Prima guerra mondiale dimostra che la riforma educativa liberale è costantemente vulnerabile alla cooptazione.20 Come proclamava Stirner, l’educazione non dovrebbe promuovere la produzione di “cittadini utili,” ma incoraggiare la formazione di individui autonomi che, ovviamente, non si distacchino dagli interessi dei propri concittadini.
High School II (1994), sequel del film di Wiseman, presenta le classi aperte della Central Park East di New York City: l’attenzione della scuola per le «relazioni personali tra docenti e studenti»21 è, almeno implicitamente, posta come un’alternativa empatica al lavoro scolastico alienante documentato in High School. Sebbene sia evidente che l’ambiente didattico sia meno opprimente alla Central Park East rispetto al precedente film, i gruppi di incontro pedagogici della scuola newyorkese facilitano la formazione di cittadini utili in modo più gentile e delicato. Il modello educativo terapeutico di Carl Rogers concepiva l’educazione non coercitiva come un mezzo per l’auto-trasformazione e non per il cambiamento sociale: «quando la minaccia al sé è ridotta al minimo, l’individuo si avvale delle occasioni di apprendere per arricchire sé stesso.»22 Una lunga riunione del corpo docente, che Wiseman riprende in tempo reale, abbina una discussione sui punteggi degli Advanced Placement23 con le battute dei docenti intrise di retorica auto-realizzante.24 La pedagogia liberale di High School II e del Central Park East richiama l’appello di Dewey a un «adeguamento flessibile» delle istituzioni sociali25 — un obiettivo che potrebbe portare a una maggiore autostima, ma che è ben lontano dalle aspirazioni della pedagogia anarchica.
Se High School II fa uso dei luoghi comuni dell’educazione progressista e, allo stesso tempo, riafferma lo status quo, Le Gai Savoir (1967) di Jean-Luc Godard spoglia l’ Émile di Rousseau della sua compiacenza romantica. Come nei film La Chinoise e Tout va bien, la “sinistra maoista” funge da anarchismo occulto che il regista si rifiuta categoricamente di riconoscere.
Le Gai Savoir incentra un dialogo sulle aporie della rappresentazione cinematografica, intervallato da frammenti mediatici citati in chiave parodistica. Il film vede Jean-Pierre Léaud nei panni del protagonista Émile, che fonde l’anomia della Nouvelle Vague con un radicalismo ingenuo, e Juliet Berto in quelli di Patricia, una militante di sinistra che lavora come modella di nascosto. A differenza della progressione lineare dei film tradizionali ambientati nelle aule scolastiche, l’opera di Godard non è un omaggio a un pedagogo messianico o a una tecnica educativa, ma funge esso stesso da forma esplorativa di pedagogia. Nonostante un inevitabile cenno quasi parodistico a Rousseau, la pedagogia cinematografica di Le Gai Savoir ricorda maggiormente i dialoghi filosofici dal tono caustico e comico di Denis Diderot, in particolare Il nipote di Rameau e Il sogno di D’Alembert. Un dialogo come quello de Il nipote di Rameau, caratterizzato da una forma di argomentazione stimolante e vertiginosa, promuove un salutare squilibrio filosofico ben diverso dal liberalismo schematico di Rousseau. Come osserva Elisabeth de Fontenay, Diderot «mina le pretese del soggetto maschile occidentale di imporre un fondamento della conoscenza neutra e del potere sovrano». Figure marginali come «la suora, il cieco, il nipote di Rameau… destabilizzano l’ordine vigente nelle sue cinque manifestazioni: politica, metafisica, religiosa, etica e matematica.»26 La destabilizzazione post-consumistica delle categorie estetiche fisse operata da Le Gai Savoir assomiglia molto di più al pionieristico «testo aperto» di Diderot che alle certezze conclusive dell’ Émile – una narrazione in cui il percorso intellettuale dell’eroe omonimo si conclude con un conforto domestico non dialettico. Il film di Godard è più vicino alle ironie dialettiche della «coscienza infelice» ironizzata da Hegel, un concetto profondamente influenzato da Il nipote di Rameau. L’esortazione di Patricia a “partire da zero… e vedere se ci sono tracce” evoca la tendenza di Diderot nell’oscillare tra la serietà intellettuale e quello che P. N. Furbank definisce cinismo «auto-sovvertente.» Il giocoso pseudo-rigore del film può essere interpretato come una scherzosa accusa alla brama di rigore effettivo del primo strutturalismo. La voce fuori campo sussurrata, marchio di fabbrica di Godard, ad esempio, ci informa che Émile è stato colpito al cuore durante una manifestazione, ma è stato salvato da una copia dei Cahiers du Cinéma infilata nel suo maglione. Godard rifiuta di scegliere tra la cinefilia e una critica politica più autolesionista e genuinamente didattica. Lo schema pedagogico di Émile e Patricia esemplifica questa tensione interna, poiché sintetizza sia una poetica che una politica della rappresentazione. Il primo anno del programma di studi della loro università alternativa sarebbe stato dedicato alla raccolta e alla valutazione di suoni e immagini; il secondo anno sarebbe proceduto alla scomposizione di tali suoni e immagini; il terzo si sarebbe concluso con una sintesi pseudo-hegeliana — una ricostituzione creativa del linguaggio cinematografico e televisivo.
Gli anarchici possono trovare molto da ammirare in questa rivisitazione di Émile. Il connubio operato da Godard tra leninismo e poetica modernista ricorda la singolare fusione di Julia Kristeva tra anarchismo estetico e maoismo dogmatico.27 Ciononostante, l’anti-stalinismo del film (in un’osservazione casuale, Patricia, una modella di lingerie, osserva che il quotidiano comunista L’Humanité e quello conservatore Le Figaro pubblicano le stesse insipide pubblicità che la ritraggono e le permettono di pagare l’affitto) e gli omaggi anti-autoritari (nella colonna sonora si sente la voce di Cohn-Bendit) rivelano che Godard non ha ceduto alle panacee autoritarie richieste dal maoismo.
A volte, i film ambientati in classe apparentemente anti-autoritari nascondono un pregiudizio conformista sommerso. Entre les murs (La classe, 2008) di Laurent Cantet, premiato all’unanimità con la Palma d’Oro al Festival di Cannes e definito un film “perfetto” dal presidente Sean Penn, è un’opera ambigua. Da un lato rafforza l’autoritarismo apparentemente benigno e il facile culto dell’eroe tipico di Blackboard Jungle; dall’altro critica senza troppa convinzione l’autorità carismatica dell’eroe-insegnante. Sebbene Justin Chang di Variety abbia definito Entre les murs «un gradito contrappeso» ai film «all’americana» come il già citato Dangerous Minds28 (e A. O. Scott del New York Times ha, a sua volta, stroncato il film commerciale con Michelle Pfeiffer e elogiato il lungometraggio francese in quanto sofisticato), l’opera di Cantet è una versione meno banale e più sottile del tanto vituperato modello americano. In altre parole: un film che piace al grande pubblico.
Certamente non è privo di fascino il film di Cantet: è intrigante soprattutto per le contraddizioni che incarna, così come per la sua visione ambivalente del sistema educativo francese e del consenso ideologico che esso rappresenta. Girato in quello che i critici pigri hanno definito uno «stile documentaristico» (ma con un’estetica patinata e in formato widescreen che corrisponde a pochissimi documentari), il film di Cantet si sforza di mantenere una distanza ironica sia dall’esperienza vissuta che dal materiale di partenza. Per evitare l’imbarazzante disparità tra l’idealismo documentaristico e l’avidità vecchio stile che spinse il gentile maestro della scuola rurale di Être et avoir (2002) a fare causa per ottenere una parte dei profitti del film,29 l’opera di Cantet è saldamente ancorata al regno della finzione.
Schivando abilmente lo stile alla James Frey,30 l’ex insegnante di scuola media (e collaboratore di Cahiers du Cinéma) François Bégaudeau interpreta una versione fittizia di sé stesso basata sul suo romanzo autobiografico. Con modestia (in un modo sospettosamente arrogante), Bégaudeau insiste nelle interviste di “non essere una star,” ma semplicemente il “personaggio principale” di un film estremamente democratico. E in una narrazione libera e diretta da un progressista non dogmatico, l’accento è posto principalmente sugli scambi tra l’intrepido, ma palesemente imperfetto, insegnante e gli studenti, interpretati da affascinanti non professionisti, nella sua classe sempre vivace e multiculturale. La spontaneità apparente delle scene in classe è il risultato di una preparazione meticolosa. Il cast ha partecipato a lunghi workshop dove, guidati dai consigli di Bégaudeau, le improvvisazioni hanno costituito la base della sceneggiatura finale. Molti degli intermezzi prevalentemente comici della prima metà del film smorzano con arguzia l’arroganza di Bégaudeau — nonostante sfoggi questa presunzione come un distintivo d’onore strategicamente ironico. A titolo esemplificativo, un lungo scambio sulle opinioni riguardanti il congiuntivo imperfetto ribadisce come la lingua rifletta la stratificazione di classe in una Francia ultra-gerarchica. Il dibattito su questo aspetto notoriamente spinoso della grammatica francese spinge gli studenti e il loro insegnante, notoriamente polemico, in una discussione dove le loro argomentazioni, e i ruoli sociali, sembrano quasi predeterminati. I ragazzi, com’era prevedibile, si lamentano che “nessuno parla così,” mentre Bégaudeau, forse in parte con ironia, difende con vigore il congiuntivo come parte dell’arsenale letterario francese. In un’altra scena cruciale, Khoumba, una studentessa intelligente ma irascibile, mette alla prova la pazienza del suo insegnante rifiutandosi di leggere ad alta voce in classe un brano tratto da Il diario di Anna Frank. È interessante notare due aspetti: il primo riguarda il disinteresse di un gruppo multietnico di studenti per la “rilevanza” di Anna Frank — in un contesto nordamericano, probabilmente, si sarebbe verificato il contrario —; il secondo è la scontrosità di Khoumba: la sua reazione nasce più dall’ostilità del suo insegnante che da una critica tangibile all’universalismo francese.
Sebbene Cantet non perda quasi nessuna occasione per sottolineare i difetti del suo protagonista, in Entre les murs traspare in definitiva una certa compiacenza che permette a Bégaudeau di trionfare – nonostante le sue uscite verbali infelici e la propensione all’auto-sabotaggio pedagogico. Mentre il film si avvia verso una conclusione che un piccolo gruppo di critici dissenzienti ha giustamente definito superficiale, la tensione melodrammatica si fa più intensa e la simpatia che Cantet si è guadagnato grazie ad alcune scene lievi ma affascinanti comincia a svanire. Una controversia inventata tra l’insegnante anticonformista, lo studente africano scontroso Souleymane e la ragazza algerina vivace Esmeralda indebolisce una possibile ed energica critica ai dogmi dell’istruzione francese. Esmeralda, in qualità di rappresentante degli studenti, partecipa a una riunione del corpo docente della scuola e si infuria quando Bégaudeau definisce Souleymane “limitato.” Colto alla sprovvista, liquida con stizza Esmeralda e una delle sue amiche con la frase: “vi comportate come delle sgualdrine.” Eppure, quando l’insegnante mortificato fa le sue scuse come da copione cinematografico (dopo aver inizialmente tentato, invano, di integrare la sua gaffe in un’altra lezione di grammatica), una discussione in classe che riassume i risultati dell’anno presenta l’omaggio, in forma colloquiale, di Esmeralda alla Repubblica di Platone. La goffaggine di questo colpo di grazia narrativo è davvero sbalorditiva: dopo aver ricevuto una semplice bacchettata sulle mani per la scorrettezza politica, lo sfortunato insegnante viene nuovamente incoronato come un eccentrico re filosofo e incarnazione del dialogo socratico. In ultima analisi, i difetti di Entre les murs – nonostante la finta umiltà del suo protagonista – possono essere attribuiti alla riluttanza di affrontare le radici sistemiche della disuguaglianza educativa.
Il fascino di L’esquive (2003) di Abdel Kechiche risiede negli sforzi dei ragazzi emarginati di origine nordafricana di appropriarsi della letteratura classica francese per le proprie esigenze. Mentre il loro anonimo insegnante bianco rimane al sicuro sullo sfondo, Bégaudeau monopolizza lo schermo ed emerge come un insopportabile magister ludi.31
Il defunto sociologo Pierre Bourdieu, forse il critico più incisivo del privilegio educativo francese, ha inconsapevolmente individuato il dilemma centrale di Entre les murs nella sua opera riguardante l’ «educazione e il dominio», affermando che «l’ideologia giacobina su cui si basa la critica tradizionale del sistema didattico, così come alcune critiche tradizionali alle riforme governative di questo sistema, giustifica in realtà il sistema con il pretesto di sfidarlo, oltre a difendere il conservatorismo pedagogico di molti di coloro che chiedono queste riforme, anche all’interno dell’università.»32 Nonostante le intenzioni indubbiamente buone, i metodi didattici innovativi di Bégaudeau finiscono per “giustificare” la disuguaglianza strutturale che cercano di contrastare. Una simile accusa farebbe senza dubbio infuriare l’insegnante sicuro di sé, dato che egli stesso invoca la terminologia di Bourdieu nell’opuscolo di presentazione del film, sostenendo in modo del tutto ragionevole che «una scuola […] è, in fin dei conti, discriminatoria, ineguale, favorisce la riproduzione, ecc.». Ciò che Bégaudeau ovviamente non può ammettere, tuttavia, è che la sua sceneggiatura lo pone sempre al centro della scena, come burattinaio del film. Come osserva Bourdieu, «la scuola ha anche una funzione di mistificazione […] convince coloro che elimina che il loro destino sociale […] è dovuto alla loro mancanza di doti naturali, e in questo modo contribuisce a impedire a costoro di scoprire che il loro destino individuale è un caso particolare di un destino collettivo.»33 Come innumerevoli film ambientati in classe, Entre les murs mistifica il processo educativo, sostenendo che le aule tetre e reazionarie possono essere trasformate grazie all’intervento empatico, seppur in ultima analisi condiscendente, di un insegnante eroico. Il fatto che Cantet sia più consapevole di queste insidie rispetto ai suoi numerosi precursori hollywoodiani non giustifica la fondamentale disonestà del suo film.
Continua…
Note
1Philippe Ariès, Centuries of Childhood: A Social History of Family Life, trans. Robert Baldick (New York: Vintage Books, 1962). Ariès è citato, insieme ad altri, da Smith e Spring. Per una critica ad Aries, vedere Leonard Pollock, Forgotten Children: Parent–Child Relations from 1500 to 1900 (Cambridge, U.K.: Cambridge University Press, 1983).
2Peter Coveney, The Image of Childhood: The Individual and Society: A Study of the Theme in English Literature (Baltimore: Penguin Books, 1967), p. 33. Successivamente (p. 92), Coveney osserva che «per i grandi romantici […] il bambino era un’immagine attiva, un’espressione della potenza umana di fronte all’esperienza umana». Egli distingue questa concezione dal «concetto romantico, degradato e innocente vittoriano» esemplificato «dalle vacuità di Little Lord Fauntleroy» — che degenera in «qualcosa di staticamente giustapposto all’esperienza».
3Nota del blog. Porton si riferisce alla raccolta di poesie di Blake, Canti dell’innocenza e dell’esperienza. Che mostrano i due contrari stati dell’anima umana.
4Nota del blog. Tradotto come “scuole degli straccioni.” Nate nella prima metà del diciannovesimo secolo, le ragged schools erano sostenute da enti di beneficenza e offrivano vari servizi educativi e di altro tipo ai bambini poveri quali istruzione elementare, formazione professionale, catechismo, club per l’abbigliamento e gruppi di fattorini e lustrascarpe. Questi istituti chiusero i battenti nel 1902.
5Nota del blog. Kaffir deriva dall’arabo kāfir (كافر) (trad.: non credente o miscredente) e veniva utilizzato dalle popolazioni arabo-islamiche verso quelle non musulmane dell’Africa Orientale e Sud Orientale. Gli europei – prima i portoghesi, poi olandesi e inglesi – adottarono questo termine in modo dispregiativo e discriminatorio verso gli abitanti dell’Africa sub-sahariana e, più in generale, a tutti quelli non caucasici.
6Nota del blog. Ottentotti deriva dall’afrikaans hottentots (trad.: balbuziente) e ci si riferiva, in modo discriminatorio, alla popolazione Khoekhoe stanziata nell’odierno Sudafrica. Il termine dispregiativo, come Kaffir, venne esteso a tutte le popolazioni di origine africana.
7Hugh Cunningham, The Children of the Poor: Representations of Childhood Since the Seventeenth Century (Oxford, U.K.: Basil Blackwell, 1991), pp. 107–8. Cunningham osserva inoltre che Thomas Beggs riteneva i bambini dei quartieri poveri «orde predatrici della strada» che «sembravano “quasi appartenere a una razza a sé stante”.»
8Arnold è citato in Ian Hunter, Culture and Government (London: Macmillan, 1988), p. 115.
9Paul Avrich, The Modern School Movement: Anarchism and Education in the United States (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1980), p. 13.
10Vedere anche Michael Holquist, Dialogism: Bakhtin and his World (London and New York: Routledge, 1990), pp. 107–48. Per una specifica applicazione del concetto di Bakhtin alla produzione cinematografica, vedere l’osservazione di Robert Stam sul “chronotope . . . historicizes space and time,” in Robert Stam, Subversive Pleasures: Bakhtin, Cultural Criticism, and Film (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1989), p. 41.
11Nota del blog. Parola macedonia (demi e monde, traduzione letterale: mezzo mondo) che indica un ambiente sociale corrotto e che ostenta gli atteggiamenti di un ceto elevato.
12Per altre produzioni della BBC vedere il capitolo di George Ford “Dickens’s Hard Times on Television: Problems of Adaptation,” in George Ford e Sylvère Monod, ed., Hard Times: An Authoritative Text—Backgrounds, Sources and Contemporary Reactions, Criticism (New York: W.W. Norton, 1990), pp. 401–11.
13Per un interessante confronto tra The Blackboard Jungle e alcuni film più recenti ambientati in classe, si veda Gilles Gony, Le Prof et la horde: sur Blackboard Jungle, Mery per Sempre et Train of Dreams, Cahiers de la Cinémathèque*, dicembre 1990, pp. 67–73.
14Nota del blog. Il film di Wertmuller è ambientato a Napoli e non in Sicilia come scritto da Porton. La regista italiana mostra una realtà più dal punto di vista dei bambini e delle bambine che del protagonista interpretato da Paolo Villaggio: ciò lo si denota dal titolo stesso del film, “io speriamo che me la cavo,” che è la frase finale di un tema scritto da un alunno della classe diretta dal protagonista. La speranza invocata era quella di vivere decentemente in una realtà dove gli under 14 erano pedine iper-sfruttate e poi gettate via dal Capitale criminale e/o legale (clan camorristici o imprenditori). Lo stesso protagonista adulto, che interpreta un maestro, non ha velleità eccessivamente redentrici come invece accaduto a altri protagonisti di film italiani analoghi di quel periodo storico – si pensi a Mery per sempre o a Caro Maestro, giusto per citarne due. Lo spaccato mostrato da Wertmuller evidenzia un degrado fatto di corruzione e violenza dove a pagarne le conseguenze sono le soggettività più deboli (i bambini e le bambine), costrette fin da subito a seguire gli schemi di sopravvivenza violenta e asociale degli adulti.
15Barry K. Grant, Voyages of Discovery: The Cinema of Frederick Wiseman (Urbana and Chicago: University of Illinois Press, 1992), p. 57.
16Edward A. Krug, The Shaping of the American High School (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1964).
17Michael Katz, The Irony of Early School Reform (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1968).
18Raymond Williams, “Introduction,” in Charles Dickens, Hard Times (New York: Fawcett, 1966), p. 7.
19Vedere Basil Bernstein, Class, Codes, and Control (St Albans, U.K.: Paladin, 1973).
20Questa visione si contrappone alla visione generosa del liberalismo di Dewey delineata da Robert B. Westbrook in John Dewey and American Democracy (Ithaca, N.Y. and London: Cornell University Press, 1991).
21Questa è la descrizione che Wiseman stesso fa di Central Park East. Vedere Cynthia Lucia, Revisiting High School: An Interview with Frederick Wiseman, Cineaste, 20, n. 4 (1994): 6. Per una descrizione della politica educativa della scuola, vedere Deborah Meier, The Power of their Ideas: Lessons for America from a Small School in Harlem (Boston: Beacon Press, 1995).
22Carl R. Rogers, Freedom to Learn (Columbus, Ohio: Charles E. Merrill, 1969), p. 162. Nota del blog. C. R. Rogers, Libertà nell’apprendimento, trad. it. a cura di Roberto Tettucci, Giunti Barbera, Firenze, 1973, p. 193
23Nota del blog. L’Advanced Placement è un programma di corsi e di esami di livello universitario offerto agli studenti delle scuole superiori. Creato dall’organizzazione College Board, permette agli studenti di studiare materie avanzate, guadagnare crediti validi per l’università e migliorare il proprio curriculum accademico per l’ammissione ai college.
24Il film Stand and Deliver (1987) di Ramon Menendez presenta una versione hollywoodiana più cinica di questo approccio ai test standardizzati. Un esame di matematica del programma Advanced Placement viene utilizzato come espediente per rafforzare la tradizionale ideologia americana del successo sociale-economico.
25Questo passaggio del Democracy and Education di Dewey è citato in Andrew Delbanco, John Dewey’s America, Partisan Review 63, no. 3 (1996): 516
26De Fontenay è citato in P. N. Furbank, Diderot: A Critical Biography (New York: Alfred A. Knopf, 1992), p. 68.
27Vedere per esempio Julia Kristeva, Revolution in Poetic Language, trans. Margaret Waller (New York: Columbia University Press, 1984).
28Justin Chang, “The Class,” Variety, 23 Maggio 2008
29Nota del blog. Lopez, il personaggio principale del documentario, citò in giudizio i registi perché questi avevano sfruttato la sua immagine senza autorizzazione. Il tribunale rigettò la sua istanza. Fonti: French film star teacher sues, BBC, 13 Ottobre 2003. Link; Defeat for teacher who sued over film profits, The Guardian, 29 Settembre 2004. Link
30Nota del blog. Uno stile crudo, realistico e a ritmi serrati.
31Nota del blog. Il magister ludi è un gioco di parole che significa maestro di gioco o maestro di scuola. Con questa citazione, Porton si riferisce all’onorificenza massima della comunità isolata di Castalia del romanzo di Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro. Il paradosso che emerge dall’accostamento tra il protagonista del film di Cantet e quello del romanzo di Hesse è che quest’ultimo, divenuto magister ludi, a un certo punto mette in discussione l’isolamento stesso di Castalia e tutto l’impianto sociale e culturale su cui essa si fonda.
32Pierre Bourdieu, Political Interventions: Social Science and Political Action, trans. David Fernbach (London and New York: Verso Books, 2008), p. 34.
33Ibid., 38


Passando dagli "Epstein Files" e ritornando su gli usi politici di "complottismo" e "fascismo" per capire la quarta rivoluzione industriale (Data Center, AI, Cibernetica nei campi come in guerra)
Con Stefania Consigliere, Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia Vergnano... (Antropologhe/Sociologhe)
Ritrovo al circolo "Amici del Cels" per dibattito e merenda sinoira

L’eclissi totale del 12 agosto non passa per l’Irlanda. L’isola verde è posizionata molto bene per osservare l’eclissi parziale, con percentuali di oscuramento del Sole che variano dal 93 per cento di Belfast al 97 per cento nell’isola di Valentia, a sud-ovest. Ma per raggiungere la zona di totalità, bisogna inoltrarsi nell’Oceano Atlantico, trecentocinquanta chilometri a ovest della costa occidentale d’Irlanda. È quello che farà un team di ricercatori e ricercatrici irlandesi e italiani, osservando l’eclissi da una postazione decisamente singolare: un Airbus C295 dell’Aeronautica Militare Irlandese, che sorvolerà la fascia di totalità al largo della costa occidentale dell’Irlanda.
Il cuore della spedizione è un telescopio chiamato E-CorMag, sviluppato dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Torino e l’Università di Firenze, in collaborazione con l’Osservatorio astronomico della Valle d’Aosta, per studiare il campo magnetico della corona solare. L’aereo è dotato di un finestrino apribile (bubble window, in inglese) che permette le misurazioni con un telescopio. In questo modo, lo strumento non dovrà guardare attraverso il finestrino dell’aereo, che introduce distorsioni ottiche sulle immagini. La durata dell’eclissi inoltre si allunga di qualche secondo.
Per saperne di più, Media Inaf ha raggiunto Gerardo Capobianco, che al momento si trova in Irlanda dove, insieme ai colleghi Lucia Abbo e Hervé Haudemand dell’Inaf di Torino e alle controparti irlandesi del Dublin Institute for Advanced Studies, Trinity College Dublin, Technological University Dublin e Irish Air Corps, sta per prendere parte a questa avventurosa missione scientifica.
Dottor Capobianco, qual è l’obiettivo della spedizione?
«Lo strumento E-CorMag è stato disegnato per permettere osservazioni della corona solare in una delle sue righe più brillanti nello spettro visibile, quella del ferro ionizzato 13 volte (Fe XIV). La stessa riga viene misurata in orbita dalla missione Esa Proba-3 tramite il coronografo Aspiics. Le misure durante l’eclissi permetteranno quindi una cross-calibrazione molto accurata delle misure fornite da Aspiics. Ma non ci limiteremo a questo. Infatti lo strumento E-CorMag, a differenza di Aspiics, permette anche misurazioni della polarizzazione della riga del ferro. Ed è proprio misurando la polarizzazione della luce che potremo mappare la struttura del campo magnetico coronale. Il campo magnetico è la chiave per svelare uno dei più grandi enigmi della fisica solare moderna: perché la corona solare è centinaia di volte più calda della superficie del Sole?».
Sono già state fatte osservazioni scientifiche di un’eclissi a bordo di un aereo?

Il team dell’esperimento, con lo strumento E-CorMag (in primo piano) al Dunsink Observatory, in Irlanda. Lucia Abbo è la terza da sinistra; Gerardo Capobianco è il secondo da destra (cliccare per ingrandire)
«Le osservazioni da aereo sono diventate abbastanza comuni dagli anni Settanta in poi. Volare in quota offre diversi vantaggi: permette di spostarsi dove il meteo o la visibilità sono migliori, di seguire l’ombra dell’eclissi per estenderne la durata — un gruppo francese nel 1973 riuscì a inseguirla per ben 70 minuti a bordo di un Concorde supersonico — e di effettuare misure nell’infrarosso altrimenti impossibili da terra, dove questa luce viene assorbita dall’atmosfera. Lo stesso gruppo irlandese con cui collaboriamo ha già condotto una spedizione simile su un aereo dell’Aeronautica Militare Irlandese durante l’eclissi del 2015 utilizzando camere reflex digitali. Questa volta, invece, porteremo a bordo uno strumento scientifico più complesso, con l’aspettativa di raccogliere dati di ottima qualità».
Perché è così importante osservare il Sole durante un’eclissi totale?
«I pochi minuti della totalità durante un’eclissi solare sono gli unici momenti in cui la corona solare si mostra in tutto il suo splendore in modo naturale, senza che il disco solare l’accechi. Per la fisica solare è una vera e propria corsa contro il tempo: lavoriamo per anni per progettare e calibrare strumenti di precisione che poi avranno solo una manciata di minuti per funzionare alla perfezione. Un’eclissi totale è veramente un’occasione unica per fare da Terra misure ad altissima risoluzione che altrimenti sarebbero impossibili».
Ci parli dello strumento E-CorMag.
«E-CorMag è un telescopio compatto di 50 millimetri di apertura e 500 millimetri di focale, equipaggiato con un rivelatore Ccd di classe scientifica. Ma il suo vero “cuore” sta nei filtri e nel polarimetro, che prendono in prestito le tecnologie di due grandi missioni spaziali: i filtri sono gli stessi del coronografo Aspiics a bordo di Proba-3, mentre il polarimetro deriva direttamente dallo strumento Metis su Solar Orbiter di Esa/Nasa. Lo strumento è progettato per catturare la luce polarizzata emessa sia dalla “riga verde” del ferro (Fe XIV a 530.3 nm) sia dal continuo della corona solare (540-570nm). Facendo passare solo questi specifici fotoni, E-CorMag ci permette di ricavare la direzione del campo magnetico coronale. Abbiamo già testato l’esperimento durante l’eclissi del 2024: lo strumento ha mostrato tutto il suo potenziale, anche se le condizioni meteo e alcuni imprevisti hanno reso l’analisi dei dati particolarmente complessa. Questa nuova spedizione è l’occasione perfetta per perfezionare il lavoro e raccogliere le informazioni sul campo magnetico coronale».
Che cosa sperate di scoprire sul campo magnetico solare?
«Il campo magnetico solare è un ingrediente fondamentale per investigare il problema del riscaldamento della corona, come già detto, ma anche per comprendere tutta la dinamica del vento solare e delle eruzioni solari. Mentre sono possibili misure del campo magnetico fotosferico sulla superficie del Sole, quelle coronali sono ricavate da diagnostiche che richiedono segnali collegati alla polarizzazione non facili da acquisire. Quindi con le nostre misure saremo in grado di determinare la direzione del campo magnetico, misure molto utili per la topologia del campo stesso e per dare vincoli ai modelli di campo magnetico».
Come opererete lo strumento a bordo del volo?
«Lo strumento verrà montato di fronte a un finestrino che durante la parzialità verrà aperto per poter affinare il puntamento e poter acquisire dati di ottima qualità, senza che il finestrino introduca distorsioni ottiche e polarimetriche. Durante la fase di avvicinamento, un filtro solare proteggerà il telescopio; lo rimuoveremo nell’istante del diamond ring (l’effetto chiamato “anello di diamante” che precede la totalità). Questa operazione, inclusa la stabilizzazione del gimbal (la struttura di imbrago) per annullare le vibrazioni, richiede circa 5 secondi. Da quel momento parte la sequenza osservativa vera e propria: acquisiremo circa 70 immagini della corona a tempi di esposizione differenti per ottimizzare il segnale in tutte le sue zone e con i diversi filtri e diversa polarizzazione. È una manovra che richiede una sincronia perfetta con i piloti, i quali dovranno inclinare leggermente l’aereo (manovra di roll), mantenendo invece il puntamento, per evitare che la scia dell’ala e i gas di scarico finiscano nel nostro campo visivo. La missione prevede due check-point decisionali: a 60 e a 15 minuti dalla totalità, per verificare le condizioni meteo ed eventualmente correggere la rotta all’ultimo secondo per assicurarci un cielo del tutto limpido. La nostra campagna di misura, tuttavia, continuerà anche dopo la fine della fase di totalità, quando acquisiremo, con il filtro solare installato nuovamente, i dati di calibrazione».

Lo strumento E-CorMag montato nell’imbrago al Dunsink Observatory, in Irlanda. Crediti: L. Abbo (Inaf)
C’è sinergia tra il vostro esperimento e le missioni spaziali che studiano il Sole in orbita?
«C’è una connessione strettissima. Si può dire che E-CorMag sia un ponte tra terra e spazio per diversi motivi, innanzitutto per la tecnologia condivisa. Lo strumento usa componenti chiave derivati direttamente dai prototipi di Proba-3 (i filtri) e di Solar Orbiter (il polarimetro di Metis). Proprio per questa sinergia, si potrà fare una cross-calibrazione: osservare la corona contemporaneamente dall’aereo e dall’orbita ci permette di “tarare” gli strumenti spaziali come Aspiics su Proba-3 con un livello di accuratezza impossibile in altri momenti. Ma il nostro esperimento non solo ha sinergie con queste due missioni spaziali, ma anche complementarità: mentre le sonde spaziali ci danno una visione globale e continua della corona, E-CorMag aggiunge la misura della polarizzazione della riga verde del ferro. Unendo le due cose, riusciremo a ricostruire la morfologia del campo magnetico coronale».
Tutto pronto, dunque. Ormai l’ultima parola, come sempre in questi casi, spetta al meteo…
«Speriamo nel bel tempo, ovviamente, e che nel punto che abbiamo scelto come target per queste osservazioni non ci siano nuvole, o che almeno siano al di sotto della nostra quota di volo, altrimenti ci sposteremo di qualche chilometro per bucare le nuvole. È uno dei motivi per cui andiamo sull’aereo: andare oltre le nuvole».
Guarda l’intervista a Lucia Abbo sul canale Youtube di Media Inaf:
Per saperne di più:
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:
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© Matthew Horwood/Getty Images



Concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera, livello dei mari al massimo storico per il 14esimo anno consecutivo e oceani mai cosi’ caldi. E’ la fotografia scattata dal 36esimo rapporto annuale State of the Climate, redatto da 625 scienziati di 60 Paesi e pubblicato dal Bulletin of the American Meteorological Society. “I dati revisionati dai pari dipingono un quadro globale di dove ci troviamo rispetto ai parametri di riferimento e di quanto velocemente le cose stiano cambiando: consideratelo l’analogo della valutazione annuale della salute da parte del vostro medico” dichiara il presidente dell’AMS, Alan Sealls, sottolineando come il report “presenti misurazioni e tendenze critiche che informano agenzie, comunita’ e imprese per la pianificazione a lungo termine”. I tre principali gas a effetto serra – anidride carbonica, metano e protossido di azoto – hanno toccato nuovi picchi nel 2025, con la concentrazione media di CO2 salita a 425,6 parti per milione (+53% rispetto all’era preindustriale) e con emissioni da combustibili fossili stimate a 10,3 petagrammi di carbonio, un dato piu’ che triplicato rispetto agli anni ’60. A livello globale il 2025 si attesta tra i tre anni piu’ caldi dal 1850, risultando in assoluto l’anno piu’ caldo di sempre in assenza del fenomeno El Nino nonche’ l’anno piu’ caldo mai registrato in Europa, mentre gli ultimi 11 anni (2015-2025) si confermano in blocco come i piu’ caldi della storia strumentale. Gli oceani, che assorbono il 90% del calore in eccesso, hanno stabilito il record assoluto di contenuto termico fino a 2.000 metri di profondita’, portando l’87% delle superfici marine a subire ondate di calore e spingendo il livello medio dei mari a +111,2 millimetri rispetto al riferimento del 1993. Quadro critico anche ai poli, con l’Antartide al suo anno piu’ caldo dal 1979, l’Artico al secondo posto in 126 anni di rilevazioni – dove “il ghiaccio con piu’ di quattro anni e’ ormai quasi del tutto assente” – e i ghiacciai continentali in ritiro per il trentottesimo anno consecutivo. Sul fronte degli eventi estremi, infine, si sono registrate 97 tempeste tropicali nominate, tra cui l’uragano Melissa, che a ottobre ha devastato la Giamaica come Categoria 5 causando 95 vittime e oltre 12 miliardi di dollari di danni.
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I cani possono associare la felicita’ umana alle aree cerebrali legate alla ricompensa, ma riescono anche a distinguere rabbia, tristezza e paura. Lo rivela uno studio, pubblicato sulla rivista ‘Cell’, condotto dagli scienziati dell’Universita’ di Vienna, dell’Universita’ Nazionale Autonoma del Messico e dell’Universita’ Eotvos Lorand. Il team, guidato da Raul Hernandez-Perez e Laura Cuaya, ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per scansionare il cervello di cani domestici mentre osservavano foto di volti umani. Inizialmente, il lavoro ha mostrato che la corteccia temporale e il nucleo caudato rispondono in modo unico alla felicita’. Grazie al machine learning, l’analisi dell’intero cervello ha mostrato pattern neurali distinti per paura, rabbia e tristezza. “L’attivita’ nel nucleo caudato – spiega Cuaya – suggerisce che i volti felici abbiano un valore emotivo per i cani. I nostri pelosi si sono evoluti con noi per capirci e cooperare, e riconoscere questa capacita’ puo’ cambiare il modo in cui ci prendiamo cura di loro”. Nei prossimi approfondimenti, concludono gli autori, sara’ interessante analizzare come i cani uniscano input diversi come segnali cerebrali, linguaggio del corpo, voce e odori per comprendere le persone, confrontando direttamente l’elaborazione emotiva del cervello canino con quello umano.
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Thanks. I understand that the actual RF bandwidth is a driver setting.
However, I think exposing it as an optional setting in an OpenWebRX SDR profile would still be useful. OpenWebRX already changes parameters such as sample rate when switching profiles, and could simply call the driver's setBandwidth() as part of the profile setup.
Automatically coupling RF bandwidth to sample rate inside the driver would be one possible solution, but it would be less flexible, since RF bandwidth does not necessarily have to equal the sample rate.
Mes chers amis de Framasoft,
Cela fait des années ( 15 ? ) que je donne à Framasoft tous les mois. Je dois avouer que plus le temps passe plus le militantisme politique et sociale ( et sexuel ! ? ) de Framasoft me gène. N’y a t’il pas eu un tournant ces dernières années sur ces thèmes ?
Ce à quoi tu résiste persiste, ce que tu juges tu deviendras et ce que tu condamnes te condamnera.
Parfois il faut prendre de la hauteur et je ne prends plus vraiment de plaisir à lire ce qui provient de vous mes chers amis, notamment ce Khryspresso, auquel je préfère les cerises de hiatus, https://lescerisesdehiatus.bearblog.dev/ . Je pense prendre mes distances et me conforter avec l’APRIL, que je trouve plus posé, plus centré, moins dans le jugement et plus dans l’apport de solutions.
Soyez heureux, soyez libres.




Undici anni dopo la pubblicazione della prima edizione, l’Osservatorio Ska (Skao) presenta un nuovo Science Book, intitolato Advancing Astrophysics with the Ska – II. Il volume, organizzato in 221 capitoli, non si limita a documentare la portata della ricerca astronomica che sarà possibile condurre con i telescopi Ska: aggiorna gli obiettivi scientifici del progetto e delinea alcune delle principali scoperte attese nel prossimo futuro grazie alle osservazioni dei radiotelescopi Ska-Mid e Ska-Low, attualmente in costruzione rispettivamente in Sudafrica e nell’Australia Occidentale.
L’opera testimonia anche la dimensione internazionale del progetto: oltre 1500 autori provenienti da 51 paesi hanno contribuito alla sua realizzazione. Tra questi, la comunità scientifica italiana si distingue per il ruolo di primo piano, tanto che l’Italia è il paese con il maggior numero di contributi al volume.
«La pubblicazione di questo secondo volume segna un passaggio fondamentale nella definizione degli obiettivi scientifici che l’Osservatorio Ska affronterà nel prossimo decennio e pone le basi per le prime campagne osservative finalizzate a verificare le prestazioni scientifiche dei telescopi», dice Isabella Prandoni dell’Inaf – Istituto di radioastronomia di Bologna, spokesperson Skao per la Direzione scientifica dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf).

Infografica sulla percentuale di autori per Paese per la nuova edizione del Science Book di Skao. Crediti: Skao
I dati sul contributo del nostro paese, che schiera oltre 230 coautori, evidenziano una solida leadership scientifica. «I nostri ricercatori», osserva Prandoni, «rappresentano quasi il 15 per cento del totale dei coautori e figurano come primi autori in circa il 20 per cento dei capitoli (45), posizionando l’Italia al primo posto per partecipazione complessiva». Questo dato non riflette soltanto l’ampio coinvolgimento della comunità scientifica italiana nel progetto, «ma dimostra la solidità e la trasversalità delle competenze delle nostre ricercatrici e dei nostri ricercatori, che coprono uno spettro estremamente ampio di tematiche – dalle origini cosmologiche all’evoluzione della struttura a grande scala dell’universo; dallo studio delle galassie alla caratterizzazione dei buchi neri; dalla fisica del mezzo interstellare all’evoluzione delle popolazioni stellari; dall’astrobiologia ai fenomeni transienti e alle onde gravitazionali».
Gli articoli sono suddivisi in sei macro-sezioni: Sole, Terra e pianeti; formazione ed evoluzione delle stelle; dalla Via Lattea alle galassie remote; il cosmo; l’universo estremo; metodi e tecniche. «La nostra ricerca esplora l’universo in ogni regime fisico e a qualsiasi scala, facendo leva sulla sensibilità senza precedenti dei telescopi Ska, sulla rapidità con cui riescono a scandagliare il cielo e sull’alta qualità delle immagini che producono, oltre a sfruttare le importanti sinergie con le principali infrastrutture osservative internazionali», sottolinea Anna Bonaldi, Head of Scientific Services di Skao.
«È un risultato», conclude Prandoni, «che conferma la maturità della radioastronomia italiana e pone le basi per un suo ruolo strategico e di leadership in vista della futura fase operativa dell’Osservatorio Ska».
Per saperne di più:
LIVORNO – Una nave da carico è stata fermata dalla Guardia Costiera di Livorno e successivamente bandita per un anno da tutti i porti europei a seguito di gravi carenze riscontrate durante un’ispezione di sicurezza. Si tratta della M/N “Riwal”, unità battente bandiera St. Kitts and Nevis, sottoposta a controllo il 29 luglio scorso dal personale specializzato del Nucleo Port State Control (PSC) della Capitaneria di porto di Livorno.
La nave, impiegata nel trasporto di cellulosa in coperta, era arrivata lo stesso 29 luglio nel porto di Livorno, con accosto al numero 44, proveniente da Biserta, in Tunisia.
L’ispezione rientrava nei controlli obbligatori previsti dal sistema europeo di Port State Control, finalizzati a verificare le condizioni delle navi straniere che fanno scalo nei porti dell’Unione. La “Riwal” risultava classificata nel database europeo Thetis, utilizzato dagli ispettori PSC nazionali, come unità in priorità 2 e caratterizzata da un fattore di rischio elevato.

Venti irregolarità, di cui dieci molto gravi
Il fermo è scattato al termine di un’ispezione approfondita, condotta attraverso verifiche documentali, test operativi e una complessa esercitazione antincendio. L’attività ha evidenziato condizioni “sub-standard” dell’unità, con il riscontro di 20 irregolarità, delle quali 10 giudicate molto gravi.
Le carenze riscontrate hanno portato gli ispettori a impedire alla nave di riprendere la navigazione fino al ripristino delle condizioni minime di sicurezza previste dalle convenzioni internazionali applicabili.
Nel dettaglio, i controlli hanno evidenziato criticità nelle condizioni igieniche e nelle condizioni di vita e di lavoro dell’equipaggio, anomalie nei sistemi di protezione strutturale e attiva antincendio e disfunzioni nei sistemi di emergenza. Sono state inoltre rilevate condizioni strutturali particolarmente deteriorate sui ponti di coperta e, più in generale, una seria inefficienza del sistema di gestione della sicurezza a bordo.
Il provvedimento rientra nelle attività istituzionali della Guardia Costiera in materia di sicurezza della navigazione, salvaguardia della vita umana in mare e tutela dell’ambiente marino.
Terza detenzione in 36 mesi
Un secondo controllo è stato effettuato il 5 agosto, con l’obiettivo di verificare l’avvenuto ripristino degli standard minimi necessari per consentire alla nave di tornare a navigare.
La verifica ha assunto però un rilievo ulteriore alla luce della storia recente dell’unità. La “Riwal” aveva infatti già subito altre due detenzioni nei precedenti 36 mesi. Per questo motivo, oltre al fermo, è scattato il provvedimento di divieto di accesso ai porti europei per un periodo di un anno.
Il caso evidenzia il ruolo del sistema di Port State Control nel contrasto alle cosiddette navi “sub-standard”, ossia unità che non rispettano gli standard internazionali in materia di sicurezza, condizioni di lavoro e tutela dell’ambiente.
Livorno, sei navi fermate nel 2026
La “Riwal” è la sesta nave fermata nel corso del 2026 dal Nucleo Port State Control della Capitaneria di porto di Livorno. Nell’intero territorio regionale toscano i fermi sono stati invece sette.
I numeri testimoniano l’intensità dell’attività di controllo svolta nei porti toscani. Dall’inizio dell’anno sono state effettuate 123 ispezioni nell’ambito regionale, di cui 111 nei porti di Livorno e Piombino.
L’attività di Port State Control rappresenta uno degli strumenti attraverso cui le autorità marittime verificano il rispetto degli standard internazionali da parte delle navi mercantili battenti bandiera straniera. L’obiettivo è intercettare e fermare le unità che presentano livelli di sicurezza insufficienti, tutelando equipaggi, traffici marittimi e ambiente.
Il caso della “Riwal” si inserisce dunque in una più ampia attività di prevenzione e controllo che vede il porto di Livorno come uno dei principali punti di presidio regionale per la sicurezza della navigazione e il contrasto alle navi non conformi agli standard internazionali.
L'articolo Livorno, gravi condizioni “sub-standard”, fermata nave e bandita per un anno dai porti europei proviene da Corriere Marittimo.

Un team internazionale di astronomi, con la partecipazione dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), ha messo in luce nuovi dettagli di una gigantesca struttura dell’universo, a lungo rimasta invisibile perché nascosta dalle stelle e dalle fitte coltri di polveri presenti nella Via Lattea. Grazie a un’innovativa tecnica ibrida che incrocia diverse tipologie di dati sulle galassie, le ricercatrici e i ricercatori sono riusciti a mappare l’effettiva portata del Superammasso della Vela — a oggi riconosciuto come uno dei più imponenti agglomerati di materia del cosmo a noi vicino.

Mappa dell’Universo locale che evidenzia i principali superammassi. Vela, un’imponente struttura nascosta, si trova sulla sinistra. L’immagine mostra come le galassie fluiscono nello spazio e i “bacini” su larga scala che le incanalano. Crediti: Jérôme Léca, Rsa Cosmos
Per decenni una parte importante dell’Universo è rimasta praticamente invisibile agli astronomi. È la cosiddetta zona di evitamento (zone of avoidance, in inglese), ossia la fascia di cielo nascosta dal disco della nostra galassia, in cui polveri e stelle impediscono di osservare direttamente le galassie più lontane. Proprio dietro questo “velo” cosmico si cela una delle strutture più imponenti dell’universo vicino.
Lo studio, accettato per la pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics, mostra infatti che il superammasso della Vela emerge come una delle principali concentrazioni di massa del cosmo locale, con una massa paragonabile a quella del Superammasso di Shapley e superiore a quella della regione di Laniakea, il superammasso che ospita la Via Lattea.
«Questa scoperta colma una lacuna nella nostra mappa dell’universo vicino», dice Sambatra Rajohnson, ricercatrice dell’Inaf e tra gli autori dello studio. «Ciò che è particolarmente entusiasmante è che, per la prima volta, una grande struttura gravitazionale nascosta dietro la nostra galassia è stata svelata grazie alla sinergia di osservazioni radio sensibili e indagini astronomiche complementari ad altre lunghezze d’onda».

L’universo locale mappato in 3D con i principali superammassi. A sinistra emerge il Superammasso della Vela. Le linee di flusso tracciano i percorsi delle galassie, mentre i bacini cosmici circostanti evidenziano le regioni in cui la materia si accumula. Crediti: Jérôme Léca, Rsa Cosmos
La nuova ricostruzione mostra che il Superammasso della Vela possiede una struttura a doppio nucleo e una massa complessiva stimata in circa 340 milioni di miliardi di masse solari. Si estende per oltre 220 milioni di anni luce: un’estensione quasi quattromila volte superiore al raggio della Via Lattea, che misura circa 55mila anni luce. I ricercatori mostrano inoltre come Vela rappresenti oggi uno dei principali “attrattori gravitazionali” dell’universo locale, esercitando un’influenza paragonabile a quella delle più grandi strutture cosmiche conosciute.
Il risultato è stato ottenuto integrando migliaia di nuove misure di redshift – lo spostamento della luce verso il rosso, che fornisce la distanza e, dunque, la distribuzione 3D delle galassie – con le velocità peculiari, ossia le deviazioni dal moto dovuto alla sola espansione cosmica. Queste velocità rivelano infatti l’azione gravitazionale esercitata dalla materia visibile e oscura. La combinazione dei due insiemi di dati ha consentito di ottenere la ricostruzione tridimensionale e dinamica più completa mai realizzata della zona di evitamento.
Un ruolo determinante è stato svolto dai dati radio raccolti con il radiotelescopio MeerKat, in Sudafrica. Tra gli oltre ottomila nuovi redshift utilizzati nello studio, più di duemila derivano infatti da osservazioni interferometriche ad alta sensibilità che hanno permesso di esplorare la parte più nascosta della zona di evitamento, finora sostanzialmente inaccessibile.
Lo studio dimostra anche l’efficacia di un nuovo approccio di ricostruzione tridimensionale che integra osservazioni di natura diversa. Questa metodologia sarà particolarmente importante per sfruttare appieno i grandi censimenti cosmologici della prossima generazione, come Desi, 4Most e Wallaby, che produrranno milioni di nuove misure della distribuzione delle galassie nell’universo.
Per l’Inaf il risultato conferma il ruolo di primo piano della radioastronomia italiana nelle grandi collaborazioni internazionali dedicate alla cosmologia osservativa e allo studio della struttura su larga scala dell’universo. L’esperienza maturata nell’analisi dei dati di MeerKat, a cui contribuisce anche l’Inaf con il potenziamento MeerKat+ e l’implementazione della banda 5B con il progetto Pnrr Stiles, costituisce inoltre una tappa fondamentale in vista delle future osservazioni con l’Osservatorio Ska (Skao), che sarà il più grande radiotelescopio mai realizzato e destinato a rivoluzionare la nostra conoscenza del cosmo, attualmente in costruzione in Sudafrica e in Australia Occidentale.
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Pubblichiamo un articolo dedicato alla geopolitica del cantautore scomparso il 6 agosto. Il riconoscimento machiavelliano dell'inevitabilità del conflitto. Il poeta di Pavana cantava il nostro mondo. Ma il globo non è più americano e l'Italia ha dimenticato che la dimensione dello scontro è inestirpabile.

LIVORNO – Spedimar, Assotosca e Confetra Toscana promuovono un confronto su opportunità, rischi e quadro normativo dell’AI. L’obiettivo è accompagnare le imprese verso un utilizzo concreto e consapevole della tecnologia. L’iniziativa si svolgerà il 23 settembre a partire dalle ore 10, alla Fortezza Vecchia di Livorno, nella Sala Ferretti.
L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva di medio-lungo periodo, ma una tecnologia destinata a incidere sempre più profondamente sui modelli organizzativi e competitivi delle imprese. Anche il comparto delle spedizioni internazionali e il sistema logistico sono chiamati a confrontarsi con una trasformazione che apre nuove opportunità, ma che richiede al tempo stesso competenze, regole e capacità di governo.
È questo il tema al centro del convegno promosso da Spedimar insieme ad Assotosca e Confetra Toscana, rivolto agli associati, alle istituzioni e ai rappresentanti del mondo imprenditoriale del territorio. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di aprire un confronto sulle prospettive dell’intelligenza artificiale e sulle ricadute che il suo sviluppo può avere sulle imprese della logistica e delle spedizioni internazionali.
Il punto di partenza è una consapevolezza: la questione non riguarda più la possibilità che l’intelligenza artificiale modifichi il settore, ma le modalità con cui le imprese potranno governare questa trasformazione, traducendola in strumenti di innovazione e competitività.
Il convegno affronterà in particolare il rapporto tra opportunità tecnologiche, rischi e quadro normativo. L’obiettivo delle tre associazioni è infatti duplice: da un lato offrire alle imprese un momento di approfondimento e confronto con esperti e rappresentanti del mondo accademico, istituzionale e imprenditoriale; dall’altro avviare un percorso destinato a proseguire nei prossimi mesi.
In questa prospettiva, Spedimar, Assotosca e Confetra Toscana intendono mettere a disposizione delle imprese associate strumenti, competenze e occasioni di approfondimento per favorire un approccio più consapevole all’utilizzo dell’AI. L’ambizione è trasformare le potenzialità della tecnologia in applicazioni concrete, capaci di sostenere innovazione, efficienza e competitività in un comparto chiamato a confrontarsi con una crescente complessità dei mercati e delle catene logistiche.
Il programma riunirà esponenti del mondo accademico, delle istituzioni, delle associazioni di categoria e delle imprese. Il confronto partirà da un inquadramento generale del fenomeno dell’intelligenza artificiale per arrivare alle sue applicazioni e alle possibili ricadute operative nel settore delle spedizioni internazionali e della logistica.
Il tema assume particolare rilevanza per un comparto nel quale la disponibilità e l’elaborazione dei dati, l’automazione dei processi, la gestione documentale e la capacità di prevedere e ottimizzare flussi e operazioni rappresentano leve sempre più importanti per la competitività. Allo stesso tempo, l’adozione dell’AI pone interrogativi sul fronte della governance, della sicurezza, della responsabilità e della conformità alle nuove regole.
Il convegno rappresenta quindi il primo passo di un percorso che le associazioni promotrici intendono sviluppare nel tempo, con l’obiettivo di accompagnare le imprese in una fase di cambiamento tecnologico che richiede non soltanto investimenti, ma anche formazione e capacità di valutare rischi e opportunità.
L'articolo Livorno: “Intelligenza artificiale, la sfida per le imprese di spedizioni e della logistica” proviene da Corriere Marittimo.
BARCELLONA – Ripristinare le praterie di Posidonia oceanica nel Mediterraneo attraverso un modello che combini ricerca scientifica, educazione ambientale e partecipazione delle comunità locali. È l’obiettivo di “Shallow Bays of the Mediterranean”, il nuovo programma triennale promosso da MSC Foundation e Asociación Vellmarí, che prenderà il via a Ibiza e si svilupperà, in base alla fattibilità ecologica e al confronto con gli stakeholder locali, anche a Palma di Maiorca e sul litorale di Barcellona.
Il programma, operativo da agosto 2026 a luglio 2029 e guidato da Vellmarí, punta a piantare e monitorare tra 170mila e 180mila esemplari di Posidonia oceanica e a intervenire su ulteriori 20mila metri quadrati di habitat costiero degradato. L’iniziativa prevede inoltre un ampio programma di sensibilizzazione e coinvolgimento, destinato a raggiungere oltre 30mila persone attraverso attività di educazione ambientale marina, iniziative rivolte alle comunità e progetti di scienza partecipata.

La presentazione del progetto si è svolta a bordo di EXPLORA III, nell’ambito degli eventi organizzati in occasione della cerimonia di battesimo della nave. L’evento ha coinciso con la nomina di Cristina Ozores, cofondatrice e direttrice dell’area Educazione di Asociación Vellmarí, a Madrina della nave.
Dalla baia di Talamanca a un modello replicabile
La prima fase del progetto sarà concentrata nella baia di Talamanca, a Ibiza, dove Vellmarí svilupperà e perfezionerà le metodologie di ripristino e di educazione ambientale previste dall’iniziativa. Nel secondo e nel terzo anno, il modello potrà essere adattato ai litorali di Palma di Maiorca e Barcellona, sulla base dei risultati ottenuti, delle condizioni ecologiche dei siti individuati e del dialogo con gli interlocutori locali.
La Posidonia oceanica è una fanerogama marina endemica del Mediterraneo e rappresenta uno degli ecosistemi più rilevanti del bacino. Le sue praterie costituiscono habitat per numerose specie marine, contribuiscono allo stoccaggio del carbonio blu, stabilizzano i fondali e svolgono una funzione di protezione delle coste dall’erosione.
«Quanto è facile distruggere questi ecosistemi, eppure quanto è straordinariamente difficile ripristinarli», ha dichiarato Manu San Félix, fondatore di Asociación Vellmarí. «Per questo motivo, proteggere le praterie di Posidonia rimaste deve essere la nostra massima priorità».
Il progetto affiancherà agli interventi di ripristino basati su criteri scientifici un’attività di monitoraggio ambientale nel lungo periodo. Il programma coinvolgerà scuole, centri di immersione, volontari, educatori e ricercatori, chiamati a partecipare ad attività sul campo, iniziative di scienza partecipata e percorsi di formazione.
Una componente specifica sarà dedicata al rafforzamento delle competenze locali, attraverso la formazione di educatori, volontari e professionisti delle immersioni. L’obiettivo è creare una rete di soggetti in grado di proseguire nel tempo le attività di conservazione, valorizzando anche la conoscenza diretta del territorio.
«Ogni percorso per proteggere l’oceano inizia con un momento semplice: rallentare, scoprirne la bellezza e innamorarsi del mare», ha dichiarato Cristina Ozores, cofondatrice e direttrice dell’area Educazione di Asociación Vellmarí.

Scuole, volontari e centri di immersione
Sul fronte dell’educazione ambientale, nei tre anni il programma coinvolgerà circa 6mila studenti di 30 scuole e centri educativi. A questi si aggiungeranno circa 600 volontari, mentre 28 educatori e 24 centri di immersione saranno coinvolti in attività di formazione.
«Sotto le acque delle baie poco profonde del Mediterraneo si trovano le praterie di Posidonia oceanica, uno degli ecosistemi più importanti della regione», ha dichiarato Daniela Picco, direttrice esecutiva di MSC Foundation. «La nostra partnership con Asociación Vellmarí riunisce competenze scientifiche, educazione e partecipazione delle comunità, aiutando le persone a diventare custodi attivi del mare che ci unisce tutti. La nomina di Cristina Ozores a madrina di EXPLORA III è un simbolo particolarmente appropriato dell’impegno condiviso nei confronti del mare che è alla base di questa collaborazione».
Una collaborazione già avviata a Formentera
“Shallow Bays of the Mediterranean” rappresenta l’evoluzione della collaborazione avviata nel 2024 da MSC Foundation e Vellmarí a Formentera, nell’ambito della più ampia partnership della Fondazione con Mission Blue
, l’organizzazione per la conservazione degli oceani fondata dall’oceanografa Dr Sylvia Earle.
Nei primi due anni di attività, Vellmarí ha piantato oltre 78mila esemplari di Posidonia oceanica e ha sottoposto a ripristino 2.700 metri quadrati di prateria marina degradata nelle acque intorno a Formentera.
Il nuovo programma punta ora ad ampliare significativamente la scala degli interventi: nell’arco dei tre anni, l’area interessata dalle attività di ripristino sarà quasi triplicata rispetto a quella attualmente oggetto di recupero da parte di Vellmarí, con l’obiettivo di trasformare l’esperienza maturata a Formentera in un modello replicabile in altri tratti della costa mediterranea.
L'articolo MSC Foundation e Vellmarí insieme per ripristinare le praterie di Posidonia nel Mediterraneo proviene da Corriere Marittimo.


© Atta Kenare/Agence France-Presse — Getty Images
Nature, Published online: 10 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10973-y
Author Correction: Cooperation conflicts with equality when allocating public goods
Bonjour, dans mon association, j’essaie de convaincre de passer de MS 365/Teams à des outils Framasoft. Mais je fais face a une résistance assez farouche.
Pour ce qui concerne Framateam, outre l’absence d’integration avec framaspace pour le partage de document, ce qui bloque, c’est le manque de possibilité d’avoir des discussions séparées dans un canal. Avec Teams, il y a 2 mode :
Cette fonctionnalité existe-t-elle ?
Merci
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© Michael Vince Kim for The New York Times
ROMA – Rafforzare il collegamento tra mondo accademico e sistema portuale per sviluppare competenze specialistiche sui temi della concorrenza, della regolazione economica e dei trasporti. È questo l’obiettivo della convenzione sottoscritta tra l’Associazione Nazionale Compagnie Imprese Portuali (ANCIP) e il Dipartimento di Studi giuridici ed economici dell’Università Sapienza di Roma, che avvia una collaborazione nell’ambito del Master universitario di II livello in “Concorrenza e Regolazione dei Mercati – CORE”.
L’intesa si inserisce in un contesto caratterizzato dalla crescente complessità dei mercati regolati e dall’evoluzione del quadro normativo che interessa infrastrutture strategiche come porti, logistica e trasporti. In questo scenario, la formazione di figure professionali capaci di coniugare competenze giuridiche, economiche e operative assume un ruolo sempre più rilevante per accompagnare i processi di trasformazione del settore.
La collaborazione vedrà ANCIP impegnata nelle attività didattiche e scientifiche dedicate alla regolazione dei trasporti e del mercato portuale attraverso seminari, testimonianze professionali, progetti di ricerca e occasioni di confronto tra studenti, imprese, istituzioni e mondo accademico. Un contributo che punta a trasferire nell’ambito universitario l’esperienza maturata dagli operatori portuali sui temi dell’organizzazione del lavoro, della concorrenza e dell’accesso alle infrastrutture.
Particolare attenzione sarà dedicata al modulo di Regolazione dei Trasporti del Master CORE, diretto dal professor Alessandro Zampone, ordinario di Diritto della navigazione e dei trasporti presso la Sapienza e vicedirettore del corso. Il Master è invece diretto dal professor Angelo Castaldo, associato di Scienza delle Finanze.
L’accordo prevede inoltre l’ingresso di ANCIP nel Comitato di indirizzo allargato del Master, con l’obiettivo di contribuire all’aggiornamento dell’offerta formativa e di rafforzare il raccordo tra ricerca universitaria e fabbisogni professionali del settore. Al centro dell’iniziativa vi sono i temi della regolazione del mercato portuale, della concorrenza tra operatori, dell’efficienza dei servizi e della tutela del lavoro, aspetti che assumono un peso crescente in una fase di forte sviluppo delle catene logistiche e delle reti intermodali.
«L’accordo con ANCIP rappresenta un passaggio particolarmente significativo per il Master CORE, perché rafforza il dialogo tra formazione universitaria, ricerca ed esperienza concreta degli operatori del settore portuale. La collaborazione offrirà agli studenti strumenti preziosi per comprendere le nuove sfide della regolazione dei trasporti e dei porti, conciliando concorrenza, efficienza, innovazione, qualità dei servizi e tutela del lavoro. Sono inoltre particolarmente lieto di poter riflettere con Gaudenzio Parenti, la cui competenza e conoscenza diretta del sistema portuale renderanno questo confronto ancora più ricco e stimolante», dichiara il professor Angelo Castaldo, direttore del Master CORE.
Per il mondo accademico, la collaborazione rappresenta anche l’opportunità di approfondire le dinamiche che interessano il sistema portuale italiano, sempre più centrale nelle strategie nazionali ed europee per la competitività logistica e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento.
«Sono molto grato al direttore generale, Gaudenzio Parenti, per avere come noi fortemente creduto nella collaborazione tra ANCIP e Sapienza. La stipula della convenzione, infatti, qualifica e impreziosisce la già ricca offerta formativa del Master CORE e, in particolare, del Modulo Regolazione dei Trasporti che coordino. Sono certo che tale collaborazione consentirà agli studenti di godere di uno sguardo privilegiato sul settore delle infrastrutture portuali, nodi essenziali delle catene logistiche e produttive e delle reti intermodali. Il filo diretto con ANCIP, in particolare, consentirà di approfondire le delicate questioni dell’accesso alla infrastruttura e alle attività portuali e di verificare progressivamente il grado di integrazione fra le categorie del lavoro, l’impresa, le attività marittime in senso ampio, le attività di regolazione, il contesto sociale che si riferisce alla dimensione portuale e con la quale interagisce», dichiara il professor Alessandro Zampone.
Per ANCIP, l’intesa costituisce un ulteriore tassello nella strategia di valorizzazione delle competenze e del confronto con il mondo della ricerca, in un momento in cui il settore portuale è chiamato a confrontarsi con sfide che spaziano dalla digitalizzazione alla sostenibilità ambientale, fino alla revisione degli assetti regolatori e organizzativi.
«Questa convenzione rappresenta per ANCIP un motivo di grande orgoglio», dichiara il direttore generale Gaudenzio Parenti, che entrerà a far parte del Comitato di indirizzo allargato del Master. «La Sapienza è un punto di riferimento assoluto nel panorama accademico nazionale e internazionale. Per me l’accordo assume anche un particolare valore personale: vi ho conseguito due lauree e ho avuto la fortuna e l’onore di avere come professore proprio Angelo Castaldo. Con il professor Alessandro Zampone condivido, oltre alla profonda stima professionale, la passione per la portualità e un costante confronto sulle principali questioni giuridiche, economiche e regolatorie del settore. Ringrazio entrambi per l’attenzione riservata ad ANCIP. Crediamo concretamente nell’importanza della regolazione dei trasporti e del mercato portuale. Il confronto tra conoscenza scientifica ed esperienza operativa è fondamentale per elaborare soluzioni normative realmente applicabili, capaci di accompagnare l’evoluzione dei porti salvaguardando i principi e gli equilibri del nostro sistema», conclude Parenti.
L'articolo Accordo ANCIP-Sapienza per formazione su regolazione dei trasporti e del mercato portuale proviene da Corriere Marittimo.



CIVITAVECCHIA – Il porto di Civitavecchia compie un nuovo passo nel percorso di transizione energetica del settore marittimo e amplia la propria dotazione infrastrutturale a supporto dei combustibili alternativi. Nella giornata del 9 agosto è stata infatti completata la prima operazione di bunkeraggio ship-to-ship (STS) di Gas Naturale Liquefatto (GNL) mai effettuata nello scalo laziale, uno dei principali hub crocieristici del Mediterraneo.
L’operazione ha riguardato la nave da crociera Silver Ray, rifornita presso la banchina 18 dalla nave bunkeriera Green Pearl, con il trasferimento di circa 750 metri cubi di GNL. Le attività si sono svolte secondo le modalità autorizzate dalla Capitaneria di Porto di Civitavecchia e nel rispetto delle procedure di sicurezza previste dalla normativa nazionale e internazionale.
L’avvio delle operazioni di rifornimento di GNL rappresenta un passaggio significativo per la competitività dello scalo, chiamato a rispondere alla crescente domanda di servizi energetici a basso impatto ambientale proveniente dal comparto crocieristico e, più in generale, dall’industria marittima. L’utilizzo del gas naturale liquefatto è infatti considerato una delle soluzioni oggi disponibili per ridurre le emissioni del trasporto navale, in linea con gli obiettivi europei di decarbonizzazione e con l’evoluzione della normativa ambientale internazionale.

Il risultato arriva al termine di un percorso regolamentare e tecnico sviluppato negli ultimi mesi dalla Capitaneria di Porto. Con l’Ordinanza n. 47 del 15 maggio 2026 è stato infatti adottato il nuovo regolamento che disciplina le operazioni di bunkeraggio ship-to-ship di GNL e Bio-GNL all’interno del porto di Civitavecchia, fornendo agli operatori un quadro normativo dedicato per l’impiego dei combustibili alternativi.
Alla definizione del regolamento hanno contribuito, oltre all’Autorità Marittima, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma, i servizi tecnico-nautici, il consulente chimico del porto e la direzione del terminal crociere RCT. Un lavoro congiunto che ha consentito di predisporre procedure operative e standard di sicurezza adeguati a una tecnologia destinata ad assumere un ruolo crescente nei porti europei.
Prima dell’avvio del rifornimento è stato completato un articolato iter autorizzativo coordinato dalla Capitaneria, comprendente la valutazione dei rischi, la verifica della compatibilità tra le unità coinvolte, la definizione delle operazioni simultanee consentite e l’adozione delle misure di safety e security necessarie a garantire la sicurezza della navigazione, delle persone e dell’ambiente senza interferire con la normale operatività dello scalo.
Per Civitavecchia, che negli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo nel traffico crocieristico internazionale e nella logistica marittima del Centro Italia, la disponibilità di servizi di bunkeraggio GNL rappresenta un ulteriore tassello nel processo di modernizzazione delle infrastrutture portuali e di adeguamento alle nuove esigenze del mercato.
“Il primo rifornimento di GNL a una nave da crociera segna una tappa importante per il porto di Civitavecchia e per l’intero sistema portuale del Lazio”- ha dichiarato il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, Raffaele Latrofa – “Con questo servizio il nostro porto dimostra di saper accompagnare l’evoluzione dello shipping e della crocieristica, offrendo infrastrutture e servizi sempre più innovativi e sostenibili. È un risultato frutto della collaborazione tra Autorità Marittima, AdSP e operatori portuali, che hanno lavorato insieme per garantire i più elevati standard di sicurezza. Continueremo a investire nell’innovazione per rendere Civitavecchia uno scalo sempre più competitivo, moderno e protagonista della transizione energetica del trasporto marittimo. È un altro risultato importante e, soprattutto, un altro passo verso il porto che vogliamo costruire”.
Il Comandante della Capitaneria di Porto di Civitavecchia, Capitano di Vascello Cosimo Nicastro, ha dichiarato: “Il primo bunkeraggio ship-to-ship di GNL (Gas Naturale Liquefatto), combustibile alternativo a basso impatto ambientale, rappresenta una tappa storica per il porto di Civitavecchia. Per la prima volta il nostro scalo ospita un’operazione di questo tipo, che coniuga innovazione, sostenibilità ambientale e i più elevati standard di sicurezza, confermando la capacità del porto di affrontare con successo le sfide della transizione energetica del settore marittimo. Un percorso che proietta Civitavecchia tra i porti del Mediterraneo più avanzati nell’utilizzo di combustibili alternativi e nel processo di decarbonizzazione del trasporto marittimo.
Questo importante traguardo è il risultato di un intenso lavoro tecnico e di una stretta collaborazione tra tutte le Istituzioni e gli operatori coinvolti, frutto di un complesso percorso di pianificazione, coordinamento istituzionale e approfondimento tecnico che ha consentito di realizzare un quadro regolamentare capace di garantire i più elevati standard di sicurezza. Civitavecchia si conferma un porto moderno, pronto ad accompagnare la transizione energetica del settore marittimo, coniugando sviluppo, innovazione, tutela dell’ambiente e sicurezza della navigazione.”
L’operazione odierna colloca il porto di Civitavecchia tra gli scali italiani attrezzati per supportare la diffusione dei carburanti alternativi nel trasporto marittimo e rafforza il posizionamento del sistema portuale del Tirreno centro-settentrionale nelle strategie europee di sostenibilità e innovazione energetica. La Capitaneria di Porto ha confermato che continuerà a garantire attività di vigilanza e coordinamento sulle future operazioni di bunkeraggio, assicurando il rispetto delle disposizioni normative e dei più elevati standard di sicurezza ambientale e operativa.
L'articolo Prima operazione di bunkeraggio ship-to-ship di GNL nel porto di Civitavecchia proviene da Corriere Marittimo.


Nature, Published online: 10 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10984-9
Author Correction: Durable all-inorganic perovskite tandem photovoltaics




VIBO VALENTIA MARINA – Procede a ritmo sostenuto il programma di riqualificazione dell’area dell’ex Civam nel porto di Vibo Valentia Marina. L’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio ha infatti approvato il progetto esecutivo per la demolizione del complesso industriale dismesso, passaggio che apre la fase operativa di un intervento destinato a trasformare l’area in un nuovo polo a supporto della logistica commerciale e delle attività portuali.
Il presidente dell’Autorità portuale, Paolo Piacenza, ha firmato il decreto che dà il via libera al progetto esecutivo, imprimendo un’accelerazione a un’opera considerata strategica per lo sviluppo dello scalo vibonese. L’area interessata, situata in prossimità della banchina Bengasi, sarà riconvertita attraverso la realizzazione di nuovi piazzali destinati alle attività logistiche, con l’obiettivo di incrementare la capacità operativa del porto.
L’intervento prevede un investimento complessivo di 1,5 milioni di euro ed è inserito nel Piano Operativo Triennale 2026-2028, approvato dal Comitato di Gestione dell’Autorità portuale lo scorso 18 giugno. Il piano si colloca all’interno di una strategia più ampia di sviluppo del porto di Vibo Valentia Marina, orientata al potenziamento delle infrastrutture, al miglioramento della sicurezza della navigazione e delle operazioni marittime e al rafforzamento dell’integrazione tra porto e territorio.
Con il completamento dell’iter progettuale, dopo l’approvazione del Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica avvenuta nel mese di luglio, l’Autorità punta ora a pubblicare il bando di gara entro agosto. Il cronoprogramma prevede l’aggiudicazione dei lavori e l’apertura del cantiere nella prima metà di ottobre, con tempi particolarmente rapidi rispetto alla fase di programmazione dell’opera.
La demolizione del capannone dell’ex Civam consentirà di recuperare una porzione dell’area portuale oggi caratterizzata da condizioni di degrado. Al suo posto sorgeranno nuove superfici operative dedicate alla movimentazione e alla logistica delle merci, in una posizione ritenuta strategica per l’attività dello scalo grazie alla vicinanza con la banchina Bengasi.
L’intervento mira così a rafforzare il ruolo del porto di Vibo Valentia Marina come infrastruttura al servizio delle filiere commerciali e logistiche del territorio, aumentando l’efficienza delle operazioni portuali e creando nuove opportunità di sviluppo economico.
«L’approvazione del Progetto Esecutivo dell’ex CIVAM dimostra concretamente la volontà dell’Autorità di Sistema Portuale di tradurre rapidamente la programmazione in opere reali – ha dichiarato il presidente Piacenza, – Abbiamo definito un cronoprogramma preciso e, in poche settimane, siamo passati dalla programmazione dell’intervento alla progettazione esecutiva, con l’obiettivo di pubblicare la gara entro agosto e arrivare all’inizio dei lavori entro ottobre. La demolizione dell’ex CIVAM – ha concluso Piacenza – non rappresenta soltanto un intervento di riqualificazione di un’area oggi degradata, ma è un investimento concreto destinato ad un’opera funzionale allo sviluppo del porto di Vibo Valentia Marina e a valorizzare il rapporto porto-città. Recuperare questi spazi, infatti, significa aumentare la capacità operativa dello scalo e creare nuove condizioni per la crescita delle attività portuali valorizzando, al contempo, la vocazione turistica del territorio e l’intero contesto urbano».
L’operazione rappresenta uno dei primi interventi attuativi del nuovo piano triennale dell’ente portuale e testimonia la volontà dell’ente di tradurre rapidamente la programmazione infrastrutturale in cantieri e opere funzionali alla competitività del sistema portuale regionale.
L'articolo Porto di Vibo Valentia, recupero dell’area ex Civam per nuovi piazzali e magazzini proviene da Corriere Marittimo.

Quando all’interno di una famiglia i genitori si separano, non sono solo i coniugi a vivere un cambiamento: tutto il nucleo familiare viene coinvolto sia sul piano organizzativo sia su quello emotivo. La separazione è un processo che richiede un adattamento da parte di tutti, anche dei figli, che ne sono inevitabilmente coinvolti e che devono affrontare i cambiamenti legati alla nuova organizzazione familiare. Ne abbiamo parlato con Alessandra Bettini, psicologa psicoterapeuta della Psicologia ospedaliera pediatrica dell’Aou Meyer Irccs.
Come mitigare gli effetti di una separazione?
Gli effetti della separazione sui figli non dipendono solo dall’evento in sé, ma da una serie di fattori sociali, economici, legali e psicologici che possono amplificare o attenuare lo stress connesso a questa esperienza. L’età e il livello di sviluppo emotivo del bambino giocano un ruolo fondamentale, così come il clima affettivo presente prima, durante e dopo la separazione, sia fra i genitori sia nella relazione genitori-figli.
I figli di genitori separati sono emotivamente più esposti?
È importante ricordare che i figli di genitori separati non sono, di per sé, più a rischio di difficoltà emotive rispetto ad altri bambini: ciò che incide maggiormente sul loro benessere è l’esposizione a un conflitto genitoriale intenso e protratto nel tempo. In questo senso, una separazione può persino rappresentare una scelta protettiva, se pone fine a una situazione di forte tensione e se i genitori riescono a costruire nuove modalità collaborative, limitando il coinvolgimento dei figli nei conflitti ed evitando un loro uso strumentale (ad esempio come messaggeri o alleati). È altrettanto importante evitare di parlare negativamente dell’altro genitore e non caricare i figli di preoccupazioni economiche o legali legate alla separazione. I bambini hanno diritto di restare bambini.
Come parlare ai bambini della scelta di separarsi?
Comunicare ai figli la decisione di separarsi è un momento delicato. È preferibile farlo quando la scelta è definitiva e i cambiamenti organizzativi sono imminenti, così da ridurre l’incertezza legata a situazioni sospese. Le parole devono essere adeguate all’età e al livello di sviluppo dei bambini e, quando possibile, è importante che siano entrambi i genitori a parlarne insieme. Rassicurare i figli sul fatto che continueranno a essere amati da entrambi e che non hanno alcuna responsabilità per ciò che sta accadendo è fondamentale. Ovviamente, non sempre è facile trovare le parole giuste: in caso di bisogno, può essere utile rivolgersi a professionisti competenti. Ricordiamo che, anche se la coppia può non essere più tale, i singoli rimarranno sempre i genitori di quel bambino.
Quali le reazioni possibili?
I figli hanno bisogno di tempo per elaborare il cambiamento. Possono emergere tristezza, rabbia, confusione o regressioni temporanee. È importante accogliere queste emozioni senza minimizzarle, mantenere routine prevedibili e offrire ascolto e presenza. I bambini devono sentire che, nonostante la nuova organizzazione familiare, nel cuore e nella mente di ciascun genitore c’è sempre per loro un posto sicuro.
Come presentare nuove figure o una famiglia allargata?
L’ingresso di nuovi partner o di una famiglia allargata va introdotto con gradualità. Forzare i tempi o aspettarsi legami immediati può mettere in difficoltà i bambini. È fondamentale rispettare i loro ritmi, chiarire i ruoli e permettere che le relazioni si costruiscano nel tempo, senza l’intento di sostituire le figure genitoriali.
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha redatto un testo guida che afferma il diritto dei figli a: continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e a mantenere i propri affetti; continuare a essere figli e a vivere pienamente la propria età; essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori; essere ascoltati ed esprimere i propri sentimenti; non subire pressioni da parte dei genitori o dei parenti; vedere condivise da entrambi i genitori le scelte che li riguardano; non essere coinvolti nei conflitti fra i genitori; veder rispettati i propri tempi; essere preservati dalle questioni economiche; ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.
Articolo in collaborazione con Aou Meyer Irccs
L'articolo Perché proprio a me? proviene da Informatore.

Il valore di un immobile dipende da dove si trova ed è in larga parte il valore del suolo su cui sorge. È una rendita di singoli che nasce da investimenti collettivi. In più, spesso si eredita, alimentando disuguaglianze. Tassarla è equo ed efficiente.
L'articolo Tassare la terra che si eredita proviene da Lavoce.info.

Despite hundreds of millions of dollars spent on environmental cleanup, more than half the yards in a section of Omaha, Nebraska, that used to surround a lead smelter still have enough contamination to cause high blood-lead levels in kids, according to tests by the Flatwater Free Press and ProPublica.
The findings were consistent across the city’s older urban core — in the historically Black neighborhoods north of downtown, the predominantly Hispanic areas to the south and the more white and affluent areas in midtown. However, homes closest to where a lead smelter and other downtown factories operated tended to have slightly higher concentrations than those farther out.
As part of the Environmental Protection Agency’s Superfund program, the federal government and the city of Omaha have been attempting to remove lead from Omaha’s yards since the late 1990s.
The EPA’s cleanup standard for Omaha was set in 2009 and is based on health recommendations from 1994. Since then, research has shown that lower exposures can cause IQ loss in kids and heart attacks in adults. Twice in the last 15 years, the Centers for Disease Control and Prevention lowered what it considers a high blood-lead level. An EPA risk model found that to protect most kids according to those new health guidelines, soil levels would have to be below 100 parts per million — about 10 grains of rice in a 10-pound bucket of dirt.
The Flatwater Free Press and ProPublica tested 388 homes in the Omaha Superfund site and found that 208 had levels over 100 parts per million.
But the EPA has never required that level of cleanup in Omaha or as a national remediation standard. Current EPA policy for the Omaha cleanup site directs contractors to dig up and replace yards if tests show they contain more than 400 parts per million of lead — about a marble’s worth of the metal dispersed across a 10-gallon bucket of dirt. Last week, the Flatwater Free Press and ProPublica reported that 1 in 10 of the homes we tested that were remediated still has a lead concentration over that threshold.
The risk worries Natalie Thorpe, whose 3-year-old daughter tested high for lead as a baby. When the history and English teacher bought a house in Omaha, she knew about the Superfund site, but friends assured her the EPA had taken care of any problems with the dirt. Instead, her yard has enough lead to be risky but not enough to qualify for government cleanup.
“It feels a little bit like being a sitting duck,” Thorpe said.

EPA spokesperson Kellen Ashford said removing lead in soil is only one factor in protecting communities. Because no level of lead in the body is safe and it would be impossible to remove all lead from a site, the agency works with local health officials to protect the community from lead risks in other ways, he said.
Those include establishing the Omaha Lead Registry, a website where people can search for the highest lead level and remediation status of any property in the site. The EPA also funds the Douglas County Health Department’s lead poisoning prevention program, which performs home visits when a child tests high for exposure to the toxic metal.
Cleanup, combined with these other layers of protection, has led to a dramatic decline in elevated blood-lead levels in Omaha, Ashford said. (While the percentage of kids testing high for lead has dropped significantly, as it has nationally, kids in the Omaha site still test high for lead at rates above the national average.)
Work on lead has historically been focused on protecting people from extreme poisonings, often caused by paint, said Tom Neltner, who heads the lead poisoning prevention nonprofit Unleaded Kids. As more public health experts have acknowledged the risks of smaller exposures, they’ve had to examine soil more closely. Confronting that will require new research and renewed advocacy, he said.
But even with updated science, politics have complicated potential cleanups. The first step in any cleanup is to identify which properties deserve attention. So the EPA typically tests soil to screen for potential problem areas. If results hit a certain level of lead concentration, it kicks off a more in-depth process of monitoring that site and discussing cleanup options. In 2024, President Joe Biden’s EPA lowered that recommended screening level to as little as 100 parts per million.
Cleaning up to 100 parts per million would have carried enormous costs. About 40% of U.S. homes exceed those levels, according to a 2024 study by some of the country’s top researchers of lead-contaminated soil, and it could cost $500 billion to $1.4 trillion to clean up all of them. The authors argued the government could take a more cost-effective approach by covering lead-laced soil with clean soil or mulch rather than digging it out.
Last year, the Trump administration rolled back Biden’s standards in what it said was an effort to speed up cleanups of the highest-risk areas, raising the lowest screening level from 100 parts per million to 200 parts per million.

However, some local and state governments, as well as other countries, have committed to standards of 100 parts per million or lower.
Norway recommends risk assessments for any dirt that children have regular access to that has more than 100 parts per million of lead in it. In 2006, the country required all playgrounds and daycares be remediated to that level.
Even in the United States, some areas have lower limits. Minnesota requires replacing any soil that has more than 100 parts per million of lead around the home of a child with a high blood level, said Minnesota Department of Health spokesperson Scott Smith. In April, New Orleans announced plans to clean up its parks after an investigation by Verite News and KFF Health News found more than half of the 80 sites the organizations tested had levels above 100 parts per million.
California has cleaned up properties to 80 parts per million of lead, its screening level for potentially risky soil, though residents of properties exceeding that threshold more often receive safety education rather than a new lawn, said Seth John, a University of Southern California earth sciences professor.
An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.
This summer the EPA is testing soil around Omaha as part of an investigation that may help the agency determine if it should expand the site’s boundaries or lower the amount of lead that would qualify for cleanup. The agency expects to share its findings by October 2027, Ashford said.
Earlier research suggests there may be more homes with lead-soil concentrations over 100 parts per million than the Flatwater Free Press and ProPublica identified: EPA testing found 84% of the Superfund site in Omaha — more than 36,000 properties — had areas with lead concentrations above 100 parts per million, according to a March 2024 email sent by an EPA manager to a Nebraska Department of Environment and Energy official.
But trying to determine what the agency might do in Omaha is difficult because the EPA has applied its new guidance in different ways, setting higher lead levels for cleanup at some Superfund sites and lower levels at others.
Without cleanup, there are several things Omaha residents can do to lower their risk, said Neltner of Unleaded Kids. Maintaining ground cover like grass reduces the amount of lead dust that can spread from the dirt to kids’ hands and bodies, he said. The EPA also recommends washing hands and taking shoes off inside.
Those are easy things that lower risk, Neltner said, but he noted that they’re not a long-term solution.
“We have to keep doing what we can,” he said. “We need our leadership at local, state and federal levels to support people in finding solutions.”

The post More Than Half the Homes in East Omaha Have Unsafe Lead Levels. That Doesn’t Mean the EPA Will Clean Them Up. appeared first on ProPublica.

Il valore di un immobile dipende da dove si trova ed è in larga parte il valore del suolo su cui sorge. È una rendita di singoli che nasce da investimenti collettivi. In più, spesso si eredita, alimentando disuguaglianze. Tassarla è equo ed efficiente.
L'articolo Tassare la terra che si eredita proviene da Lavoce.info.

L'attacco alla supply chain di WordPres tramite un'API avvelenata rappresenta una nuova e insidiosa frontiera negli attacchi alla sicurezza. Immagina questo scenario: hai installato plugin popolari e affidabili e mantieni tutto aggiornato, ma il tuo sito viene compromesso ugualmente. Come è possibile? Ora non stiamo più parlando di un classico plugin con una falla nel codice. La vulnerabilità, in questo caso, è molto più subdola e colpisce la cosiddetta "supply chain", ovvero la catena di fiducia su cui si basa l'intero ecosistema di WordPress. Infatti in recente incidente ha dimostrato come gli hacker possano sfruttare non il plugin in sé, ma le risorse esterne a cui si collega.
Analizziamo nel dettaglio come funziona questo attacco e, soprattutto, come puoi proteggere il tuo sito.
L'attacco ha preso di mira diversi plugin molto noti sviluppati da BdThemes, tra cui Element Pack, Prime Slider e Ultimate Post Kit. Questi strumenti utilizzano un componente interno per mostrare banner promozionali nella bacheca di WordPress. Per farlo, si collegano a un server esterno e recuperano i dati da un semplice file JSON. Ed è proprio qui che si nasconde il problema.
Gli aggressori non hanno violato il repository di WordPress.org né hanno modificato il codice sorgente dei plugin. Hanno invece trovato il modo di compromettere il file JSON ospitato sul server esterno. In pratica, hanno "avvelenato" la fonte dei dati. Il componente del plugin, fidandosi ciecamente di questa fonte, recuperava le informazioni malevole.
A causa di una vulnerabilità di tipo cross-site scripting (XSS), il codice dannoso veniva eseguito direttamente nel browser dell'amministratore del sito non appena accedeva a una qualsiasi pagina del back-end. Un'operazione silenziosa, che si completa in pochi millisecondi e apre le porte del sito agli aggressori.
Per approfondire questo tema, leggi anche il nostro articolo "Attacchi alla supply chain: una minaccia in crescita".
Una volta che il codice malevolo è in esecuzione, le conseguenze possono essere devastanti. L'attacco è progettato per ottenere il controllo completo e persistente del sito compromesso, agendo su più livelli.
Il primo passo dello script è creare un nuovo account amministratore-truffa. Spesso questi account usano nomi utente prevedibili, come "bd_" seguito da una stringa di caratteri, garantendo agli aggressori un accesso privilegiato e diretto al sito. Successivamente, il malware installa un finto plugin con un nome innocuo, come "wp-smart-thumbnails". Al suo interno, però, si nasconde una webshell: un file, spesso chiamato emer-run.php, che permette agli hacker di eseguire comandi sul server da remoto, come se fossero seduti di fronte al tuo computer.
Gli aggressori non si sono fermati al primo accesso, ma hanno puntato alla persistenza. Per assicurarsi di poter rientrare anche se l'account admin venisse scoperto, installavano dei Must-Use plugin. Si tratta di plugin speciali che sono sempre attivi e non possono essere disattivati dalla bacheca.
Infine, per rendere tutto più difficile da scoprire, il malware manipolava il database per nascondere l'account amministratore-truffa dalla normale lista degli utenti. Alterava persino il contatore totale per non destare sospetti: un'operazione studiata per eludere i controlli.
Anche se la fonte dell'attacco è stata bonificata, il tuo sito potrebbe essere già compromesso. Ecco una checklist pratica per verificare la sicurezza del tuo sito WordPress:
L'uso di un plugin di sicurezza affidabile può aiutarti ad automatizzare molte di queste verifiche e a ricevere notifiche in tempo reale.
Questo attacco alla supply chain di WordPress è un potente campanello d'allarme per tutta la community. Ci insegna che la sicurezza non riguarda solo il codice che installiamo sul nostro server, ma anche la catena di fiducia che si estende a servizi e API esterne. Infatti un plugin può essere scritto in modo impeccabile, ma se si affida a una risorsa esterna non sicura, diventa un cavallo di Troia. Inoltre questi attacchi non hanno colpito solo WordPress, ma in passato hanno coinvolto anche GitHub.
Per gli sviluppatori la lezione è chiara: ogni dato proveniente dall'esterno deve essere validato e sanificato prima di essere utilizzato. Per gli utenti, invece, la consapevolezza di questi nuovi vettori di attacco è il primo passo per una difesa più efficace.
Ricordati sempre che la sicurezza non è un'azione una tantum, ma un processo continuo di vigilanza e manutenzione.
L'articolo Attacco alla supply chain di WordPress tramite un'API malevola proviene da sicurezza.net.

Mentre mi dirigo verso La Coruña, nel nord della Spagna, con l’intento di documentare l’eclissi totale della nostra stella che si verificherà dopodomani sera, rifletto su tutte quelle volte in cui ci si mette in viaggio per qualcosa. Nello specifico, qualcosa di non facile realizzazione. Quando, insomma, si parte e ci si arrischia in tentativi azzardati, imprese di dubbia natura, al limite dello sfacciato, spedizioni senza promesse di riuscita.

Passeggeri in partenza all’aeroporto di Bari-Palese. Noto è il luogo da cui si parte – a volte, nemmeno quello. Quale, invece, la destinazione? Crediti: F. Loiacono/Media Inaf
Questo mi ha riportato ai miei diciott’anni, all’ardimentoso viaggio che intrapresi con mio padre da Bari a Firenze per assistere a Fiorentina-Liverpool, partita di calcio nella fase a gironi di Champions League, in un giorno d’autunno di un remoto 2009. Meno di dieci giorni prima la Fiorentina era capitolata all’Olimpico sotto i colpi di Totti e De Rossi. Il Liverpool era quello di Torres, Gerrard e Mascherano, e non serve aggiungere altro.
Questo viaggio – quello di oggi – mi fa pensare a quell’altro perché ciò che li accomuna è l’esito improbabile che si va cercando. All’epoca: una vittoria contro una delle massime espressioni del calcio inglese e internazionale. Stavolta, l’ambizione di assistere all’oscuramento del nostro astro da parte del disco lunare, al crepuscolo di un giorno di agosto. Fenomeno che a La Coruña si verificherà alla miserabile altezza di dodici gradi sull’orizzonte, e pertanto facilmente esposto a un’ulteriore eclissi da parte di innumerevoli ostacoli terrestri. Esperienza che viene ricercata non in un luogo asciutto, in qualche zona dell’entroterra spagnolo, certamente più consona a cieli tersi – e dove, avvedutamente, mi pare si stiano recando tutti quelli a cui chiedo – ma in una città esposta ai capricci dell’Oceano Atlantico. Località eletta in maniera assolutamente non ponderata – come la maggior parte delle scelte compiute dalla sottoscritta, forse per una sorta di avversione ai calcoli attenti, calcoli su cui il mio lavoro di astronoma si basa, e che mi è necessario abolire in tutte le altre faccende della mia vita – se non per il fatto di trovarsi nella fascia di totalità, e per il desiderio di realizzare un reportage sull’evento astronomico in un luogo di mare.
In verità, la pur esigua altezza dell’eclissi sull’orizzonte è maggiore di otto gradi rispetto al sud della Spagna, il che rende La Coruña uno dei posti geometricamente meglio disposti per la contemplazione del fenomeno nella penisola iberica. Se favorita dalla geometria, meno giova alla città galiziana la posizione oceanica. Ubicazione in virtù della quale è altamente probabile che l’umidità si manifesti, la foschia all’orizzonte si stenda spietata, un addensarsi di nuvole incomba, o che qualche altro fatto cospiri alla mancata visione di un evento che sarà obiettivamente difficile da osservare, anche ponderando tutto – perlomeno dalla Spagna, per gli elementi detti sopra. Ma pure dall’Islanda, certamente più fortunata in termini di altezza dell’allineamento astronomico in oggetto, ma molto meno, almeno sulla carta, in fatto di cieli sereni.
Le probabilità di riuscita sono minime. E ciononostante si parte comunque. Quante volte lo abbiamo fatto?
La mia modesta impresa me ne ricorda un’altra, ben più ambiziosa e che pure attiene a fatti astronomici, impresa mirabilmente raccontata da Leonardo Piccione in un libro di qualche anno fa – una recensione si legge qui. Quella dell’astronomo Guillaume Le Gentil, che si recò in luoghi remoti per osservare un fenomeno che in verità a un’eclissi rassomiglia assai. In astronomia viene detto transito, ovvero il passaggio di un corpo celeste – nella fattispecie, il pianeta Venere – davanti a un altro corpo celeste – il Sole, nella vicenda raccontata, come nell’eclissi di dopodomani. La posta in gioco era altissima: la misura di Le Gentil avrebbe portato niente meno che alla stima, ignota nel Settecento, delle dimensioni del Sistema solare.
Due volte ebbe la possibilità di mirare l’agognato evento e due volte la mancò. Burrasche, conflitti, personaggi ostili e una «nuvola fatale» fra gli elementi che congiurarono alla mancata visione del passaggio di Venere sul disco solare. Lo sventurato astronomo nei suoi diari annoterà: «Questo è il fato che talvolta attende gli astronomi. Avevo percorso più di diecimila leghe, attraversato innumerevoli mari. Mi ero esiliato dalla mia patria per essere infine spettatore di una nuvola fatale che venne a piazzarsi davanti al sole nel momento esatto delle mia osservazione, per derubarmi dei frutti delle mie pene e delle mie fatiche…»
Cosa impariamo dalle nostre imprese mancate? Dal disallineamento fra esito e aspettativa? Dall’ineliminabile sfasatura fra le nostre manie di perfezione e gli individui maldestri che siamo? Dal dover accettare che ogni misura, anche la più accurata, è soggetta ad un errore?
Pur risiedendo a Bologna da oltre un decennio, il luogo di partenza è Bari, la mia città natale. Come quella volta. Diciassette anni dopo mio padre mi saluta sulla porta di casa.
Quella volta a Firenze, come forse qualcuno rammenterà, la partita si concluse con un invaticinabile 2 a 0 da parte della Fiorentina, in un’irripetibile notte di fine settembre. Per me fu gioia immensa dopo uno dei periodi più bui della mia vita. Soprattutto, fu capire che gli esiti non sono già scritti, ma che si possono costruire. E che partire, provare, anche trasferte scellerate come quella – agli occhi dei miei compagni di classe di un liceo del centro di Bari, nell’anno di rinfervorato e straripante entusiasmo attorno alla squadra cittadina, neopromossa in Serie A dopo otto anni – trasferte scellerate agli occhi dei miei compagni ma mai ai miei, vale sempre la pena. Forse è facile dirlo dopo una vittoria. E forse un po’ ci ho preso il vizio.
«Hai vinto al Superenalotto, Federì».
Come finirà questa volta?
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:
read more "Twenty Days of Summer. Cinque+cinque canzoni per sopravvivere al caldo"


È ora disponibile il nuovo ebook di China Files, “Nelle scuole”, che raccoglie articoli e contenuti realizzati dalle studentesse e dagli studenti delle classe 10ª e 11ª del Liceo Quadriennale Linguistico della Smiling International School di Ferrara. Scaricalo gratuitamente!
L'articolo China Files nelle scuole 2026 – Gli e-book di China Files n° 39 proviene da China Files.
Même au milieu du mois d'août, le #KhrysPresso de @Khrys ne prend pas de vacances !
https://framablog.org/2026/08/10/khryspresso-du-lundi-10-aout-2026/
(Photo de Toshiuki IMAI - cc-by-sa)
Comme chaque lundi, un coup d’œil dans le rétroviseur pour découvrir les informations que vous avez peut-être ratées la semaine dernière.
Tous les liens listés ci-dessous sont a priori accessibles librement. Si ce n’est pas le cas, pensez à activer votre bloqueur de javascript favori ou à passer en “mode lecture” (Firefox) ;-)
As countries around the world look to follow Australia’s lead in restricting young people’s access to social media, a new report by the eSafety Commissioner might give them reason to pause, at least temporarily.
Des records absolus de température sur terre et en mer, des forêts en feu, des fleuves à sec, une surmortalité importante, et un seuil de + 2 °C qui pourrait être franchi pour la première fois dès le début de l’année 2027.

Eight of the biggest oil companies amassed profits of more than $90bn (£67bn) in just three months as the Iran conflict sent energy prices soaring and the emissions-fuelled climate crisis caused deadly heatwaves.
Starting last week, the German automaker started blasting a promotion for the new Spider-Man movie into its customers’ cars without warning — because nothing says riding in luxury like a full-vehicle pop-up ad. BMW, showing that it was about as in-touch as its drivers are familiar with turn signals, teased the promotion as a “special surprise.”
Voir aussi “C’est du délire” : tollé mondial pour BMW qui affiche une pub Spider-Man au démarrage de ses voitures (lesnumeriques.com)
Selon une nouvelle étude publiée dans Nature Sustainability et relayée par Live Science, environ un cinquième des réservoirs dans le monde sont déjà à haut risque de remplissage par les sédiments, et d’ici 2060, la moitié pourraient devenir inopérants.
Authorities issue alert saying indoor spaces without airconditioning are ‘dangerous’ as temperatures pass 40C for fifth straight day
Le village indonésien de Somang, dans l’ouest de l’île de Java, était englouti sous les eaux d’un réservoir créé en 2023 pour approvisionner Jakarta. Mais la baisse du niveau de l’eau due à la sécheresse fait réapparaître les ruines de bâtiments.
Six expéditions archéologiques sont en cours en Crimée, sous l’égide de Moscou. Des agents russes sont accusés de fermer les yeux sur le pillage de sites antiques en échange de pots-de-vin, laissant disparaître de précieux vestiges.
Des mois de vagues de chaleur et de sécheresse ont fait chuter le niveau du Danube à des niveaux critiques dans toute l’Europe.
En quelques jours, la Hongrie s’est improvisée laboratoire grandeur nature de la sobriété électrique. Pas par amour soudain de la décroissance, mais parce que le Danube, épuisé par la sécheresse, ne fournit presque plus assez d’eau pour refroidir Paks, l’unique centrale nucléaire du pays.
Voir aussi Hungary faces energy crunch as drought shuts down Paks nuclear plant, PM says (politico.eu)
Budapest loses 40 percent of the country’s electricity generation as water levels continue to drop.
Un projet financé par l’UE et publié en open source peut-il vraiment rester ouvert s’il exige des puces propriétaires ? Le système de vérification de l’âge européen impose l’attestation matérielle, excluant de fait les ROM personnalisées et les environnements Linux indépendants.
Un incident de sécurité impliquant au moins un drone a entraîné la suspension temporaire du trafic à l’aéroport de Leipzig, hub militaire utilisé par l’Otan et pour l’Ukraine, près duquel un avion a heurté un objet volant. Les enquêteurs confirment que le drone portait une charge explosive.
German singer-songwriter Danger Dan and pianist Igor Levit were invited to perform a song titled “Keine Angst” (No Fear) for the 100th episode of a political satire TV show called “Die Anstalt” (The Institution). But shortly before the recording of the program, public broadcaster ZDF withdrew the invitation.
Une enquête OSINT retrace la diffusion des appels au passage et décrit un réseau horizontal, sans commandement apparent, capable de se reconstituer rapidement.
En réponse aux mesures similaires imposées par Rome après l’afflux massif de migrants à Ceuta, l’Espagne va instaurer des contrôles temporaires aux frontières à ses ports et aéroports pour les voyageurs en provenance d’Italie.
Inoffensifs pour l’humain, ces reptiles, qui peuvent dépasser les 2 m de long et sont capables de nager sur de longues distances, représentent toutefois une grande menace pour le lézard des Pityuses (Podarcis pityusensis). Une espèce endémique d’Ibiza et véritable emblème de l’île, qui se retrouve aujourd’hui menacée d’extinction.
Les villes d’Agadir et de Marrakech testent un nouveau revêtement poreux à la place du bitume conventionnel. La surface perméable pourrait refroidir les routes jusqu’à 9°C, notamment grâce à l’évaporation de l’eau.[…] Petit bémol, cependant : une étude de l’université Rutgers a montré que si le béton perméable dégage 25 % à 30 % de chaleur en moins les jours de pluie, il peut en dégager légèrement plus que l’asphalte conventionnel par temps sec et ensoleillé.
Island’s government says no approval given after Greenland Energy brings kit ashore for exploratory drilling
Fire experts warn such markets could incentivize arson.
So far, there’s been no widespread disruptions to water supplies or treatment.
Trump’s DOJ says citizens should no longer be able to enforce environmental laws.
A federal docket shows the Foundation retained Littler Mendelson, the firm Starbucks used against its baristas, to face its employees’ union.
Face à la pire épidémie de rougeole depuis trente-cinq ans, Robert F. Kennedy Jr. a fait un choix radical : ne rien faire, sans le dire.
As Abelardo de la Espriella takes office as president vowing a new military offensive, the country’s last leftwing rebels are getting ready to fight back
the $2,000 figure covers the successful runs rather than every attempt the model made […] Outside researchers have also noted that OpenAI staff helped prepare the papers and formalize the arguments, with the company saying the mathematical content came from Astra. And nobody outside the company can run the model that did the work, so the result cannot be reproduced independently, only checked.
Studies show, over and over, that when we engage in AI-assisted learning we give up sooner. One found that after just “10 minutes of AI-assisted problem-solving, people who lost access to the AI performed worse and gave up more frequently than those who never used it”. An MIT study showed that test groups who used ChatGPT had the lowest brain activity and “consistently underperformed at neural, linguistic, and behavioural levels”. We undergo not just cognitive offloading, but cognitive surrender : we forget what was possible.

The next time you ask Claude about where to bank, its answer may have been influenced by this bot-targeted content.
Dans un message publié sur ses réseaux sociaux, le premier ministre israélien a affirmé que Tel-Aviv rejetait le plan de Donald Trump pour Gaza, malgré des garanties sur le désarmement du Hamas. A l’approche des élections législatives, Benyamin Netanyahou ménage ses alliés d’extrême droite qui restent opposés à tout accord de paix dans l’enclave.

Dans la foulée de la décision de l’Unesco, le gouvernement israélien a annoncé, ce 30 juillet, une allocation de 112 millions de shekels (31,8 millions d’euros environ) à l’Administration civile israélienne pour restaurer et développer des sites archéologiques, y compris dans des secteurs relevant théoriquement de l’Autorité palestinienne.
Alors qu’Israël occupe de larges pans du Sud-Liban, des villages se retrouvent coupés du monde, d’autres rasés, leurs champs et vergers brûlés.
In country after country, more women are dying from the heat than men. But researchers say biology isn’t the main reason. Age, working conditions, and unequal access to rest may drive the gap.
De nombreuses normes de conception reposent encore sur le modèle du « corps masculin par défaut », qui suppose une utilisation rapide des toilettes, en position debout et avec un temps de passage minimal. Lorsque les espaces sont aménagés en fonction du corps et des habitudes des hommes, les retards sont facilement imputés au comportement des femmes
With less than a third of cycling journeys taken by women, Colombia’s capital, Bogotá, is installing bike lanes, teaching cycling and making sure ‘stereotypes are left behind’
« Chaque postier sera intégralement rémunéré malgré la suspension temporaire de son activité », écrivait la direction de la Nouvelle-Aquitaine dans un courrier du 26 juillet […] mais « les heures non réalisées seront reportées ».
Dans les Pyrénées-Orientales, des habitants ont reçu l’ordre d’évacuer des jardins communaux afin que soit créée une « ceinture de protection » contre les incendies. Ils dénoncent la violence de cette décision et l’hypocrisie des autorités locales.

En raison des changements climatiques en cours, la manière de gérer l’eau en France sera déterminante au cours de ce XXIème siècle. Le temps ayant passé, il convient de rappeler la manière dont fut géré le bassin versant de la Seine au XXème siècle. Comparé à la non gestion du cours de la Loire, il donne à voir les bons choix en la matière.
De premières vendanges ont débuté ce 6 août en Champagne. Jamais elles n’avaient eu lieu aussi tôt dans l’année, le signe d’un été record en chaleur et en sécheresse.
30 000 personnes ont été appelées à se confiner pendant plusieurs heures, dimanche 2 août, en raison de l’incendie d’un entrepôt classé Seveso, à Gandrange (Moselle). Un nouvel épisode révélateur de la vulnérabilité des industries à la sécheresse et aux canicules ?
Le jeune homme de 17 ans est le seul homme sélectionné dans l’équipe de France aux Championnats d’Europe qui se déroulent actuellement à Paris. […] Longtemps exclusivement féminine, la natation artistique s’est ouverte récemment aux participants masculins.
Le portrait des deux acteurs a été remplacé par celui de Géraldine Nakache et Mélanie Laurent.
45 membres d’un canal Telegram masculiniste ont été interpellés après une enquête du parquet de Paris. 34 seront jugés notamment pour provocation à la haine envers les femmes.
Selon le quotidien « La Provence », le quinquagénaire, déjà connu pour des faits de violence sur son ex-compagne, était colistier du candidat Rassemblement national dans la commune de Bollène, lors des élections municipales de mars.
Plusieurs candidats à l’élection présidentielle ont été récemment visés par des campagnes de désinformation sur les réseaux sociaux. Sans grande visibilité directe pour certaines au moins, elles arrivent quand même à se faire une place dans l’actualité via leur dénonciation par les autorités, les candidats et les médias.
D’abord en pause puis remis à l’ordre du jour cet été, le projet lancé par la présidente de l’Assemblée et chiffré à 52,8 millions d’euros cristallise les critiques.

La France subit, en matière de mortalité des nouveau-nés, « une dégradation sanitaire préoccupante, remontant à quinze ans ».

Voir aussi Publié discrètement, un rapport interroge les causes de la forte mortalité infantile en France, avec les chiffres les plus préoccupants Outre-mer (la1ere.franceinfo.fr) et le rapport : Organisation de la périnatalité dans les territoires : affirmer une logique de santé publique (igas.gouv.fr)
Saisie par les députés « insoumis », écologistes et communistes, notamment au sujet de la création d’un « état d’alerte de sécurité nationale », l’instance n’a censuré aucune mesure de ce texte
Par un mécanisme d’inversion du blâme, les politiques environnementales et les écologistes sont accusé·es d’entraver la prévention des risques et d’accroître la vulnérabilité des populations.
Le DJ a connu un « torrent de harcèlement » après son tweet en réponse à l’hommage de Jordan Bardella à Kavinsky : « Merci de vous abstenir de cet hommage : la musique électronique vous déteste » […] il est devenu la cible de nombreux messages d’insultes et de menaces, dont il cite des exemples : « On s’en souviendra et tu seras le premier qu’on viendra chercher. »
À l’initiative de l’association Bio Consom’acteurs, près de 1000 personnes ont signé une lettre ouverte au président de la République, Emmanuel Macron, pour exiger un plan d’urgence, d’adaptation et d’atténuation face au réchauffement climatique.
À l’AfricaMuseum de Tervuren, en Belgique, des archives géologiques héritées du Congo belge attisent les convoitises de KoBold Metals, une start-up minière étasunienne dopée à l’IA et soutenue par des milliardaires de la tech.
Meta was paying out-and-out neo-Nazis to post on Facebook, an investigation from Australia’s ABC News found. These pages and individual creators posted content that appeared to be in clear violation of Facebook’s own hate speech policies. Nonetheless, they were able to earn money on their posts through the platform’s “Content Monetization” program — which is invitation-only.

« J’exige qu’elle soit “shut down” [qu’on peut ici traduire par “réduite au silence”] pour trahison envers la France », a écrit le milliardaire au sujet de Marine Tondelier, dans un message vu plus de 400 000 fois.
Suggested Grokipedia edits haven’t been addressed since April, according to a report.
How Silicon Valley tech firms remade US defense contracting. And then opened the Pentagon’s checkbook—wide.
Jack Dorsey’s Bluetooth messaging app surged during India’s internet blackout — and the government’s response suggests a new tech battleground.
Longtemps restée dans l’ombre de son mari, Suzanne Césaire a pourtant, dans sa courte carrière littéraire, tracé les lignes d’une identité martiniquaise singulière, ancrée dans son rapport à la terre.
Ces canicules vous les avez voulues, vous les avez cherchées, et c’est aussi un peu pour ça qu’on les a eues, ah ah !
Une méduse de la taille d’un dé à coudre est capable de vivre éternellement, du moins en laboratoire.[…] Dans leur environnement naturel, en revanche, leur prétendue immortalité se heurte à une limite beaucoup plus terre à terre : les prédateurs peuvent tout simplement les dévorer.
Retrouvez les revues de web précédentes dans la catégorie Libre Veille du Framablog.
Les articles, commentaires et autres images qui composent ces « Khrys’presso » n’engagent que moi (Khrys).


Dietro un giardino imperiale, un fiore o un albero simbolo si nascondono spesso conquiste, memorie e identità contese. Il libro di Ilaria Maria Sala mostra come il potere provi a trasformare la natura in uno strumento di legittimazione
L'articolo Flower Power: coltivare la nazione proviene da China Files.

La ricchezza del nostro Paese è il nostro patrimonio culturale. Dobbiamo creare un Movimento di cittadini che dica finalmente basta! Basta! Basta! Se si entra in qualsiasi museo o palazzo storico, in mezzo a quadri del 1500 sulle pareti si vedono quegli orribili cilindri rossi, con una serie di scritte incomprensibili. Li chiamano, pensate, “estintori”.
E quel che è peggio è che una legge scellerata prevede che gli orribili cilindri rossi debbano essere addirittura visibili: non si possono mettere in un ripostiglio e usare solo quando servono. D’altronde, se in un museo c’è un quadro del 1500, non vuol dire che in tutto questo tempo non è ancora andato a fuoco. E allora, mi spiegate a che cosa servono?
È urgente che coloro che hanno a cuore in nostro patrimonio artistico unico e di valore incommensurabile si associno per una protesta pacifica contro gli orribili cilindri rossi, e se serve, bisogna rimuoverli con la forza.
Come dite? Quei cilindri rossi… stanno lì proprio per proteggere i quadri del 1500 e soprattutto i visitatori? Mi dite che sono indispensabili nonostante alcuni li ritengano così brutti? E che quindi… ce li dobbiamo tenere perché saranno pure brutti ma sono irrinunciabili? Mi sa che se la mettete su questo piano… forse potreste aver ragione voi.
E le pale eoliche… beh anche quelle sono utilissime a proteggere i boschi dagli incendi. Infatti, le strade sterrate e le piazzole di sosta che si costruiscono per la manutenzione delle pale eoliche agiscono come “linee tagliafuoco” che bloccano l’avanzata delle fiamme e permettono di intervenire a volontari e Vigili del Fuoco.
Come se non bastasse, essendo le pale eoliche così alte, rappresentano un punto di osservazione privilegiato per individuare i focolai degli incendi. E infine, le pale eoliche attraggono i fulmini, evitando che questi possano colpire gli alberi innescando gli incendi.
A parte la questione incendi, le pale eoliche sono indispensabili per la nostra sicurezza energetica. Infatti, l’eolico produce di più d’inverno e di notte, quindi serve proprio a bilanciare il fotovoltaico che invece ha un picco di produzione d’estate e di giorno. Eolico e fotovoltaico si integrano, riducendo la quantità di sistemi di accumulo necessari. Quando, ad esempio, qualcuno dice “ma la Sardegna produce più energia elettrica di quella che le serve!” in realtà non tiene conto che ci sono periodi dell’anno in cui c’è effettivamente un surplus di energia, ma anche altri in cui bisogna accendere le centrali a carbone o importare energia. Più si diversificano le fonti e meno fonti fossili e sistemi di accumulo servono. Ecco perché la transizione energetica non può prescindere dall’eolico, ed ecco perché l’eolico in Sardegna (e nelle altre regioni) è utile e indispensabile.
Quale regione italiana non è bellissima? Se si inizia a dire “qui no!, mettetele da un’altra parte”, l’unico risultato è che le pale eoliche non si metteranno da nessuna parte, e ad essere danneggiato sarà l’intero Paese.
Oramai gli impianti rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi: gli incentivi a quattro volte il prezzo di mercato appartengono al passato e gli otto GW che ancora godono di questa enorme agevolazione la vedranno terminare definitivamente nei primi anni ’30. Le rinnovabili oramai hanno solo bisogno di contratti per differenza, cioè, che il gestore dei servizi energetici (GSE) garantisce un prezzo fisso di ritiro. Insomma, i privati costruiscono gli impianti rinnovabili e si accollano il finanziamento del capitale iniziale. Nelle ultime aste (dicembre 2025) il fotovoltaico è stato aggiudicato a un prezzo medio di 56,825 euro a MWh, e l’eolico a 72,851 euro a MWh con un massimo rispettivamente di 62,675 e 77,738 euro/MWh.
Questo vuol dire, rispettivamente, 5.7 (fotovoltaico) e 6.3 (eolico) centesimi di euro al kWh. Certo, nelle bollette poi ci sono anche dei costi fissi che le alzano e vige ancora il meccanismo del “prezzo marginale”, cioè se si è costretti a usare il gas è proprio quest’ultima fonte energetica a fare il prezzo per gli utenti. Questo, quindi, non rappresenta il prezzo finale per l’utente, ma se si inizia a ridurre il costo dell’energia è inevitabile che anche il prezzo che pagheranno i consumatori sarà più basso. A patto che ci sia abbastanza energia in tutte le ore del giorno, altrimenti bisogna ricorrere al gas e i prezzi schizzano in alto. Infine, aggiungo un ultimo aspetto: i nuovi contratti (non tutti) per l’eolico e le rinnovabili in generale sono sempre più frequentemente “a due vie”, cioè se il prezzo di mercato supera quello di aggiudicazione dell’asta, sono proprio loro a rimborsare il proprio guadagno extra al GSE, contribuendo così a calmierare le bollette.
Ecco perché l’eolico è indispensabile, e lo sarà sempre di più qualora si implementasse il meccanismo di prezzo dell’energia per zone geografiche ristrette. Tra l’altro, una simile strategia potrebbe anche rendere l’eolico più socialmente accettabile, perché i comuni con pale eoliche sul proprio territorio vedrebbero degli immediati vantaggi economici sulle bollette.
L’aspetto più surreale della vicenda è che mentre il cosiddetto “campo largo” tollera i vari comitati locali antirinnovabili, il governo delle destre con il nuovo decreto FER X prevede un contingente di 16,5 GW di nuovo eolico (e 10 GW di fotovoltaico) da realizzare entro il 2030.
Sapete cosa? Mi sa che scrivendo questo post ho finalmente capito che gli estintori nei musei e pale eoliche servono davvero. E che il Movimento dal basso non lo dobbiamo certo costruire per bloccare estintori e pale eoliche, ma per spiegare a cittadini e amministratori locali che questi sono strumenti indispensabili per proteggere proprio loro. E che se nessuno (giustamente) protesta per gli estintori nei musei, è di conseguenza insensato prendersela con le pale eoliche. Le pale eoliche non sono “brutte” o “belle”: sono solo parte di un paesaggio che è già cambiato più volte nel tempo e continua a mutare ed evolversi. A voi la scelta: vivere nel passato o accettare il cambiamento che ci permetterà di mitigare la catastrofe climatica, ridurre le bollette e aumentare la nostra indipendenza energetica.
L’AUTOREMarco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.
L'articolo Basta! Basta! Basta estintori nei musei e basta pale eoliche! proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
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di Gioacchino Toni
Luciano Di Gregorio, La necessità del mito. Eroi, supereroi e mostri. Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 226, € 20,00
Nelle civiltà arcaiche, la narrazione mitica serviva a spiegare l’ignoto, a giustificare l’ordine sociale e a dare risposte a catastrofi naturali in assenza di conoscenze scientifiche. Il perdurare della mitopoiesi ai nostri giorni, sostiene Luciano Di Gregorio nel suo libro La necessità del mito (Mimesis, 2026), sembra rispondere a un generale senso di insicurezza e di impotenza che caratterizza una realtà sempre più indecifrabile e minacciosa che non trova conforto nella razionalità scientifica. Insomma, di fronte all’ignoto, come accadeva nelle comunità antiche, ancora una volta l’umanità sembra non disdegnare di cercare rifugio nell’immaginario mitologico.
Secondo lo studioso, l’interpretazione della realtà attraverso il mito nella società contemporanea ha a che fare con il desiderio degli esseri umani di rappresentarsi o di identificarsi in figure dotate di superpoteri. Ciò è suggerito dalle pubblicità, nell’attribuzione di superpoteri alle merci o a determinate pratiche di consumo, così come dai social media, caratterizzati dall’insistita autoattribuzione di facoltà straordinarie da parte degli utenti, e dalle illimitate promesse tecnologiche. Certo, quello contemporaneo è un mito democratizzato, che vede l’individuo accontentarsi del successo di riflesso. In linea con l’imperversante logica prestazionale, l’essere umano si sente in dovere di ottenere un’affermazione pubblica straordinaria e, in mancanza di potere reale, il desiderio di sentirsi parte di un’aura mitologica ripiega sulla partecipazione e sull’identificazione.
L’attribuzione di superpoteri a leader carismatici tende a trasformare le comunità in “tribù” omogenee, propense ad affidarsi ciecamente a queste figure “rassicuranti”, percepite come divinità contemporanee o supereroi capaci di risolvere, come per incanto, i problemi complessi con formule magiche o slogan. La giustificazione dell’autoritarismo e l’accettazione delle disuguaglianze, sottolinea lo studioso, rappresentano il prezzo da pagare in cambio del senso di sicurezza emanato da tali leader carismatici. Anche la religione continua a fare la sua parte, rispondendo al bisogno di protezione attraverso il rimando alla provvidenza divina, oltre che a leader religiosi rassicuranti nella loro promessa di un mondo migliore.
Secondo Di Gregorio è dunque possibile leggere la mitopoiesi del supereroe come risposta a una necessità securitaria globale. Che ci si affidi a un brand commerciale, alle promesse di qualche tecno-guru, a un demagogico leader politico autoritario o a un’entità spirituale, l’obiettivo profondo degli esseri umani contemporanei è il medesimo: allontanare il senso di precarietà e immaginare un futuro migliore, sentendosi parte della fazione vincente della società.
Anche nella civiltà contemporanea, accanto alla visione razionale, perdura una modalità immaginaria di approccio alla comprensione della realtà e alla visione del mondo che riprende il mito, in particolare quello dell’eroe, attualizzandolo e indirizzandolo a svolgere una funzione protettiva nei confronti delle minacce che inquietano la nostra epoca. Nei periodi di incertezza sociale, l’individuo proietta il proprio Ideale dell’Io su una figura esterna di leader carismatico, accettando una forma di sudditanza che prevede l’annullamento del pensiero critico e della propria originalità.
Molti dei miti originati in epoche lontanissime conservano attualità ancora oggi, in un contesto enormemente mutato. L’antico “mito dell’eroe”, con il suo archetipico viaggio – comprendente la chiamata all’avventura, la lotta contro le forze oscure e il ritorno del sé trasformato –, continua ancora oggi a rispecchiare la lotta degli individui contro l’ignoto e il desiderio di superare anche gli ostacoli più ardui. A differenza dell’eroe di un tempo, quello contemporaneo non è più un semidio dotato di poteri straordinari, ma un individuo capace, grazie alla resilienza e al coraggio, di compiere imprese che possono dirsi eroiche pur non disponendo di abilità soprannaturali; imprese che consentono di continuare a essere propositivi in un mondo che richiede invece accettazione e inazione.
Nella cultura pop gli eroi incarnano la classica traiettoria di scoperta di sé e lotta contro il male. Il ritorno dei simboli mitici e delle fiabe agisce in maniera compensativa: di fronte a una realtà sempre più tecnologizzata, l’essere umano riscopre la necessità della fantasia e del simbolo. In un’epoca segnata da un’angoscia crescente, il mito contribuisce a ridurre il senso di impotenza.
Se da un lato il ricorso al mito viene finalizzato al mantenimento e alla giustificazione dell’ordine sociale, dunque all’inazione e all’accettazione, dall’altro può servire a ridurre tale senso di impotenza. Resta da vedere se, in questo secondo caso, il ricorso al mito si limiti ad agire da anestetico, utile a sopportare la realtà, o funga da stimolo al cambiamento della stessa.


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Cinque giorni, migliaia di chilometri e un’eclissi totale di Sole. La prima nel cuore dell’Europa da ventisette anni. Un’eclissi difficile, di durata relativamente breve – un minuto e mezzo, poco meno o poco più – e per giunta al tramonto. Basta una nuvoletta all’orizzonte a rovinare lo spettacolo.
Sono gli ingredienti di Totalità, un podcast dell’Istituto nazionale di astrofisica ideato e realizzato da Federica Duras e Claudia Mignone – astrofisiche, divulgatrici scientifiche e per l’occasione inviate speciali dalla Spagna per raccontare come si vive, oggi, un’eclissi totale di Sole.
Tutto inizia dalla valigia: cosa portare, a partire dagli occhialini certificati per proteggere la vista (mai osservare a occhio nudo il Sole, intonso o eclissato che sia – l’avrete certamente sentito ripetere più d’una volta negli ultimi giorni), spaziando poi tra macchine fotografiche, filtri, cavalletti e altri strumenti per tentare di immortalare il tanto sospirato evento.
Questo diario di viaggio tutto da ascoltare seguirà le due protagoniste dall’Italia, passando per Valencia, fino all’Aragona, sulle tracce delle antiche spedizioni ottocentesche che dislocavano gli astronomi in giro per il mondo a caccia di qualche minuto di totalità, per cercare di carpire i segreti del stelle partendo da quella a noi più vicina – il Sole. E se tanti misteri cosmici sono ormai stati svelati, molti altri restano ancora irrisolti: è per questo che le eclissi solari continuano a suscitare, ancora oggi, nel 2026, non solo il fascino generale ma anche l’interesse della comunità scientifica. Come quello della spedizione di astrofisici italiani che osserverà il fenomeno il prossimo 12 agosto dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, a duemila metri di quota, nella provincia spagnola di Teruel, per sperimentare un nuovo, ingegnoso strumento per future missioni spaziali.

Il sito da cui le protagoniste del podcast Totalità osserveranno l’eclissi di sole del 12 agosto. Crediti: F. Duras/Inaf
Tra scienza e storia, consigli per le osservazioni e interviste agli esperti, il podcast esplora le molteplici sfaccettature di un avvenimento tra i più travolgenti che il cielo può regalare a noi, piccoli abitanti del terzo pianeta in orbita attorno al Sole. Con le emozioni della narrazione dal vivo, gli imprevisti del viaggio, le sfide della ricerca e l’incognita – onnipresente, imperante e contro la quale ogni scongiuro è vano – del meteo: la cronaca, insomma, di un’eclissi (quasi) impossibile.
Potete ascoltare Totalità su Apple Podcast, su Spotify e su YouTube, oltre che sulla piattaforma di Media Inaf dedicata ai podcast, a partire da oggi, domenica 9 agosto. E poi ogni giorno, fino al 13 agosto. Per scoprire se le protagoniste saranno riuscite nell’intento di contemplare la loro prima eclissi totale di Sole.
Ascolta il podcast su YouTube:
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:
Riceviamo e diffondiamo:
Con grande gioia vi inviamo la locandina e vi invitiamo all’edizione 2026 dell’FC-HC!!
Come sempre autogestione, pirateria musicale, idee e note per lx nostrx compagnx reclusx e sogni di libertà per i giorni bui!
Panini vegan e birrette benefit e il sano vecchio hardcore!
e tanto posto per portare il tuo banchetto DIY/DISTRO (please, unica clausola: no liquorini! Antiabbrutimento-Action! 😉
Allo skate park di Forlì (via dragoni) dentro all’anfiteatro!
ORE 20:00 ALLESTIMENTO BANCHETTI
ORE 21:00 (puntuale) INIZIO CONCERTI CON:
– Innesco
– Rebelde
– Randagi
– Spring Moods
DIFFONDI COME MEGLIO CREDI!!
per info, contatti etc: capitanoacab@insiberia.net
PIETRO LIBERO E SELVAGGIO!!
TUTTX LIBERX E SELVAGGX!!!!!
(A)
Un cane è stato ferito da due colpi di pistola dopo essersi avventato contro un vicino di casa in una traversa del viale dei Pini, a San Leone, quartiere balneare di Agrigento. I carabinieri della Compagnia di Agrigento – riporta Agi – hanno denunciato un cinquantacinquenne e la proprietaria dell’animale, una donna di 50 anni, per maltrattamento di animali. Secondo la ricostruzione dei militari, il cane sarebbe stato portato in strada senza le previste misure di sicurezza e avrebbe aggredito il vicino. Il cinquantacinquenne avrebbe quindi preso una pistola legalmente detenuta ed esploso due colpi contro l’animale. La proprietaria avrebbe successivamente riportato il cane nell’abitazione, dove i carabinieri lo hanno trovato ferito e legato. L’animale è stato affidato a una clinica veterinaria e non sarebbe in pericolo di vita. Sono in corso ulteriori accertamenti per chiarire ogni aspetto dell’episodio.
(Foto di repertorio)
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Hello,
is this the right place to post feature requests?
I have a new PlutoSky R2 (AD9361) and noticed that when switching between OpenWebRX profiles with different sample rates, the AD9361 rf_bandwidth setting does not change.
It would be useful to have an RF bandwidth setting per profile, similar to the sample rate setting.
For example:
Currently, if rf_bandwidth is set to 1 MHz and I switch to a 4 MS/s profile, it remains at 1 MHz, so the analog RX bandwidth is much narrower than the sampled spectrum.
Ideally, the profile could contain a configurable rf_bandwidth value which is passed to SoapySDR using setBandwidth().
For example, on the AD9361 the current RX RF bandwidth can be read with:
iio_attr -u ip:192.168.20.70 -i -c ad9361-phy voltage0 rf_bandwidth
and it can be changed independently of the sample rate, for example:
iio_attr -u ip:192.168.20.70 -i -c ad9361-phy voltage0 rf_bandwidth 4000000
This would set the RF bandwidth to 4 MHz, which would be useful for an OpenWebRX profile using a 4 MS/s sample rate.
The AD9361 in my PlutoSky R2 supports RX RF bandwidth values up to 56 MHz.
Thanks!

…Et pourtant les IA ont-été conçues sur le modèle théorique du cerveau humain !
Si les IA sont incapables de faire ce que les humains peuvent faire, il s’agirait donc de répondre à la question de ce qui distingue les humains (et les autres êtres vivants) des machines ?
J’ai mon idée sur la question : en dehors du fait que notre cerveau est biologique (et pas fait à base de puces de silicium) nous posséderions aussi une âme, immatérielle (ou existantes dans des dimensions supérieures décrites par les théories physiques des 40 dernières années), à laquelle nous aurions la capacité de nous relier par l’intermédiaire (peut-être et entre autres) de structures au niveau des synapses.
Je fonde mon opinion sur la lecture de ll’œuvre (monumentale) de Roger Penrose, prix Nobel de physique 2022, « The emperor’s new mind », publiée en 1989 (déjà !), dans laquelle la question de savoir si une machine de Turing (l’ordinateur moderne) est capable d’égaler le cerveau humain est traitée en totalité.
La crisi idrica è un problema per il sistema energetico europeo Le minime portate di grandi fiumi come Po e Danubio costringono molti paesi a spegnere impianti idroelettrici e fermare reattori nucleari privi del raffreddamento necessario. Mentre la domanda di elettricità continua a salire – riporta Ppn Adi – la paralisi delle centrali mostra la crescente vulnerabilità delle forniture continentali di fronte al caldo e alla siccità. La crisi idrica colpisce ancora e questa volta non mette a dura prova solo il settore agricolo o l’acqua potabile, ma sta provocando danni serissimi al sistema energetico continentale. Senza acqua a sufficienza nei bacini e nei grandi fiumi, infatti, si riduce drasticamente la capacità di produrre energia elettrica, sia attraverso le centrali idroelettriche sia tramite i reattori nucleari, che necessitano del flusso dei fiumi per i propri impianti di raffreddamento. In Italia il punto critico è rappresentato dal Po. La portata del fiume ha toccato livelli persino inferiori a quelli registrati durante la storica siccità del 2022. Secondo i rilevamenti dell’Osservatorio sugli utilizzi idrici dell’area del Po, a Cremona il fiume registra un flusso di appena 193 metri cubi al secondo, contro una media stagionale di 602. La scarsità d’acqua, unita ai ridotti volumi dei laghi prealpini come il Lago Maggiore, ha costretto la centrale idroelettrica di Isola Serafini a sospendere la produzione. La situazione dell’idroelettrico italiano è confermata dai dati di Terna, il gestore della rete elettrica nazionale: se da un lato la domanda di elettricità a giugno è cresciuta dell’1,8% rispetto all’anno precedente (segnando il decimo mese consecutivo di aumento), dall’altro la produzione idroelettrica ha subito crolli verticali. In aree ad alta vocazione come il Trentino, la produzione idroelettrica del primo semestre 2026 ha registrato un calo del 37% a causa di un deficit di accumulo nivale arrivato all’87% già in primavera, spingendo operatori come Dolomiti Energia ad accelerare gli investimenti verso fotovoltaico ed eolico per diversificare le fonti.
(Foto di Donovan Kelly su Pexels)
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La polemica sulle carrozze trainate da cavalli, note anche come ‘botticelle’, si riaccende dopo la denuncia di una turista spagnola che, il 5 agosto scorso, ha segnalato la situazione critica a Pisa. A 12:20 – riporta Ntw Press – con la temperatura che raggiungeva i 37 gradi in Piazza dei Miracoli, la donna ha contattato il Nucleo Operativo Guardie Rurali Ausiliarie a difesa degli Animali di Pisa (Nogra) e la polizia municipale per denunciare le condizioni in cui operavano le carrozze.
Il presidente dell’associazione Italian Horse Protection, Sonny Richichi, ha evidenziato che la risposta ricevuta dalla turista mette in luce le lacune del regolamento comunale per la tutela degli equidi. Infatti, in quella zona di Pisa, le carrozze erano in funzione nonostante il caldo torrido, sollevando interrogativi sulla loro sicurezza e benessere.
Stando a quanto riportato, il Nogra ha spiegato che nei pressi delle carrozze è sempre presente una pattuglia della polizia municipale, che può intervenire solo su richiesta verbale e in caso di “evidente malessere” degli Animali. Tuttavia, la temperatura rilevata all’ombra era di 34 gradi, mentre la soglia per sospendere il servizio è di 35 gradi, pertanto non si è potuto intervenire. La turista ha quindi continuato a stigmatizzare la situazione, affermando che il calore al sole superava sicuramente i 40 gradi.ù
Richichi ha ulteriormente sottolineato come il regolamento navighi in una zona grigia, dal momento che fa riferimento a temperature ufficiali registrate in un specifico sito della città, senza considerare le condizioni reali dove gli Animali operano. Non si tiene conto, quindi, dell’effetto del calore accumulato nei pavimenti asfaltati e dal carico trasportato. Questo porta a una situazione in cui, nonostante i 37 gradi, nessuno sembri in grado o disposto a intervenire.
Il comandante del Nogra, Michele Mennucci, ha dichiarato che non basta la sola osservazione per valutare lo stato di salute dei cavalli, essendo necessaria la visita di un veterinario della ASL. Le temperature devono essere rilevate dalle stazioni ufficiali, senza che il benessere degli Animali venga preso in considerazione.
Il risultato è che, mentre a Pisa i termometri segnavano 37 gradi e i cavalli continuavano a lavorare sotto il sole, le istituzioni competenti sembrano impotenti a garantire il rispetto delle normative.
(Testo Ihp riportato da Ntw Press. frame e video Ihp)
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La Polizia di Stato, Squadra a Cavallo, ha effettuato a Picanello, a Catania, un controllo specifico insieme ai medici del Servizio Veterinario del Dipartimento di Prevenzione dell’ASP di Catania, individuando una stalla abusiva. Nei giorni scorsi – riporta LaPresse – i poliziotti delle Volanti, insieme ai medici veterinari, hanno controllato la struttura, trovando due equidi in buone condizioni di salute. Il cavallo adulto risultava già identificato, ma la normativa prevede che gli animali debbano vivere in locali attrezzati e autorizzati a garantirne il benessere. Il puledro, di sei mesi, era invece privo di microchip identificativo, che è stato installato sul posto dal medico veterinario. Il gestore è stato sanzionato per entrambe le violazioni, per un importo complessivo di 6mila euro.I controlli delle stalle effettuati dalla Polizia di Stato negli ultimi due anni sul territorio catanese, in particolare dai cavalieri dell’UPGSP della Questura di Catania, interessano tutte le zone della città a tutela del benessere degli animali e proseguono attraverso progetti di legalità realizzati in sinergia con gli altri enti preposti al controllo.
(Foto di repertorio)
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Time: 09/08/2026 10:45:00
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Daily summary as of 09 ago 2026
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Min Barometer: 1051,7 mbar at 10:45:00
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Monthly summary as of 01 ago 2026
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Min Barometer: 984,3 mbar at 12/02/2026 10:27:09
Max Barometer: 1053,2 mbar at 10/01/2026 14:16:13
Max Wind: 20 km/h from 109° at 03/02/2026 07:00:28
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Max Rain Rate: 5,04 cm/h
Min Wind Chill: -5,9°C at 15/03/2026 19:51:18
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L’idée que l’IA serait l’avenir de la science comme on l’entend très souvent est bien plus un moyen d’orienter les investissements qu’une vérité scientifique.
C'est l'analyse que nous partage @hubertguillaud dans l'article de #DansLesAlgorithmes de cette semaine.
Retrouvez l'ensemble des republications de #DansLesAlgorithmes via le lien dédié : https://framablog.org/tag/dans-les-algorithmes/
Cet article est une republication, avec l’accord de l’auteur, Hubert Guillaud. Il a été publié en premier le 30 septembre 2025 sur le site Dans Les Algorithmes sous licence CC BY-NC-SA.
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L’idée que l’IA serait l’avenir de la science comme on l’entend très souvent est bien plus un moyen d’orienter les investissements qu’une vérité scientifique.
« Le discours selon lequel l’intelligence artificielle révolutionne la science est désormais quasiment incontournable », rappelle William Burns, consultant en politique scientifique, pour Tech Policy Press. « L’histoire raconte déjà que l’IA n’est pas seulement l’avenir : elle révolutionne les découvertes scientifiques ». Même des gens assez critiques de l’IA et de ses développements disent qu’elle possède des « capacités prometteuses » pour la recherche scientifique, justifiant son développement. Pourtant, l’IA, telle qu’elle est actuellement déployée en science, occulte plus qu’elle ne révèle, exacerbant les problèmes qu’elle prétend résoudre.
Les chercheuses Lisa Messeri et Molly J. Crockett affirmaient l’année dernière dans Nature que « la prolifération des outils d’IA en science risque d’introduire une phase de recherche scientifique où nous produisons davantage, mais comprenons moins ». Mais surtout, l’usage de l’IA pourrait compromettre la capacité à produire des connaissances fiables, sur lesquelles repose tout l’édifice scientifique. Cette crise annoncée prolonge celle que traverse la recherche depuis le début du XXIe siècle, notamment liée à la stagnation des découvertes pharmaceutiques. Burns rappelle par exemple que le Projet Génome Humain dans les années 90 a été lancé en promettant une prolifération de nouveaux médicaments qui n’est jamais advenue. Un chercheur d’une grande entreprise scientifique expliquait en 2008 que « rien de ce que les entreprises ont fait pour accroître la production de nouveaux médicaments n’a fonctionné, y compris les fusions, les acquisitions, les réorganisations et l’amélioration des processus ».
Le microbiologiste américain, Carl Woese, opposant à l’ingénierie biologique, estimait, en 2004, que la crise de l’innovation était liée à la généralisation de l’ingénierie du vivant. En 2011, l’économiste Philip Mirowski estimait que le néolibéralisme, obsédé par la technologie, avait tué la rigueur scientifique. La promesse de renouveau scientifique par l’IA s’inscrit pleinement en prolongement de cette crise. En 2023, l’OCDE expliquait que l’IA pourrait venir aider une science devenue « plus difficile ». À l’image d’AlphaFold, le système de pliage des protéines de Google DeepMind, pour lequel Demis Hassabis et John Jumper ont reçu le prix Nobel de chimie en 2024.
AlphaFold a permis de prédire la structure de 200 millions de protéines, mais il serait expérimentalement impossible d’en vérifier n’en serait-ce qu’une fraction. Pour ce faire, « il faudrait généralement isoler des protéines des cellules en quantités importantes – un processus capricieux – puis les soumettre à des techniques telles que la diffraction des rayons X et la résonance magnétique nucléaire. Ces étapes pourraient prendre des années, même pour une seule protéine ». Néanmoins, la philosophe Daria Zakharova a affirmé dans un pré-print que si les prédictions d’AlphaFold sont considérées comme fiables et sont utilisées par les scientifiques, cette « connaissance » est bien imparfaite. « D’un point de vue strictement matériel, AlphaFold n’est pas une représentation du comportement des protéines, mais plutôt du comportement des puces de silicium (sur lesquelles repose le calcul). En ce sens, les inventeurs d’AlphaFold ont avancé l’hypothèse que des puces de silicium pourraient imiter les protéines. Cela soulève la question de savoir comment des matériaux sans lien entre eux, tant chimiquement que spatialement et temporellement, pourraient s’imiter. Au minimum, des preuves substantielles seraient nécessaires pour le prouver. Pourtant, lorsque des efforts ont été déployés pour le vérifier, les résultats ont été mitigés », rappelle Burns. Une étude récente de Garrido-Rodríguez et ses collègues a par exemple soutenu que le calcul d’AlphaFold ne « correspondait pas aux modèles déterminés expérimentalement », faisant référence à une classe de protéines omniprésentes et biologiquement vitales appelées serpines. « De toute évidence, des recherches plus approfondies pourraient être nécessaires sur la fiabilité de l’IA en tant qu’outil prédictif ». Pour Burns, les preuves ne sont pas suffisamment solides à ce stade. Bien sûr, le repliement des protéines est complexe. Leur modélisation est ancienne et repose sur des hypothèses manifestement différentes de leur réalité. Longtemps, ces modèles servaient à interpréter des données d’observation issues de la diffraction des rayons X, et non à créer un modèle informatique, comme avec AlphaFold. Le problème, estime le chercheur en cancérologie et lauréat du prix Nobel de physiologie ou médecine 2019, William G. Kaelin Jr., c’est que la publication doit construire son savoir sur des briques plutôt que sur de la paille.
Au Royaume-Uni, la UK Biobank, une entreprise publique qui détient des données génétiques sur un sous-ensemble de la population britannique, aurait conclu en mars dernier un partenariat avec des sociétés pharmaceutiques et Calico, filiale d’Alphabet, qui auront accès à ces données pour des études menées avec l’IA. Le projet a été décrit par le Financial Times comme « un exemple emblématique de la manière dont les ordinateurs avancés et les modèles d’intelligence artificielle peuvent exploiter de vastes ensembles de données biologiques pour étudier en profondeur le fonctionnement du corps humain et ses dysfonctionnements potentiels ». Une question se pose cependant : l’exploitation de ces ensembles de données est-elle susceptible de produire des connaissances fiables, même en théorie ? En 2017, ces données ont été décrites comme « non représentatives de la population générale… Les participants à la UK Biobank vivent généralement dans des zones socio-économiquement moins défavorisées ; sont moins susceptibles d’être obèses, de fumer et de consommer de l’alcool quotidiennement ; et présentent moins de problèmes de santé auto-déclarés ». La structure de ces ensembles de données de santé, et d’autres similaires, qui ne sont certainement pas secrets, suscite des doutes. Même les observateurs optimistes doivent l’admettre : si les données sont inadéquates et l’IA opaque, quelle est la valeur épistémique réelle de ces projets ? Le prix Nobel Kaelin Jr. a conseillé : « La question… devrait être de savoir si… les conclusions sont susceptibles d’être correctes, et non de savoir s’il serait important qu’elles soient vraies. »
Si l’on veut sauver la science de son malaise actuel, des solutions sont déjà possibles, conclut Burns. « Des propositions comme la « slow science » d’Isabelle Stenger semblent valoir la peine d’être tentées, car elles pourraient élargir la charge de la preuve aux affirmations scientifiques et encourager un esprit de service public parmi les scientifiques. Pourtant, si une rénovation épistémique a eu lieu jusqu’à présent dans le domaine scientifique, elle est restée extrêmement timide et n’a pas produit d’effets escomptés.
Il faut dire que pour les investisseurs, l’idée que l’IA puisse nous sortir de l’impasse actuelle et donner naissance à toutes sortes d’inventions rentables est doublement séduisante. L’IA est une méthode qui ne nécessite que des capitaux pour sa mise en œuvre et qui peut être réalisée à grande échelle, contrairement à la recherche empirique, centrée sur l’humain et fastidieuse, où l’ingéniosité et la chance (qui ne s’achètent pas si facilement) semblent prédominer. Mais investir dans l’IA est aussi un moyen efficace de maintenir le statu quo, tout en semblant le bouleverser, car il pose l’hypothèse d’un avenir technologique sans les changements systémiques qu’impliquent d’autres réformes.
Dans cette optique, nous devons résister au spectacle. L’IA fait vendre une vision du progrès où les algorithmes peuvent révéler les secrets plus rapidement, mieux et à moindre coût ; pourtant, les secrets de la nature ne sont pas si facilement révélés, et la connaissance sans compréhension n’est pas une connaissance du tout. »
S’il y avait besoin d’une explication supplémentaire, Alberto Romero dans sa newsletter algorithmic Bridge, revient sur une étude du MIT et de Harvard, où les chercheurs se sont demandé si les modèles d’IA pouvaient passer de la simple prédiction au « développement de modèles fiables », en les faisant travailler sur un problème de physique assez classique ? Mais au lieu de tester avec le langage, qui est assez complexe et difficile à analyser, ils se sont concentrés sur la physique classique. Ils voulaient voir si le modèle utiliserait les lois de Newton pour prédire les vecteurs de force à l’origine du mouvement de révolution de la terre autour du soleil ou s’il inventerait simplement ses prédictions sans comprendre la physique réelle. Ils ont conclu que les modèles d’IA font des prédictions précises, mais ne parviennent pas à encoder le modèle universel de Newton et recourent plutôt à des heuristiques spécifiques à chaque cas, non généralisables et fortement incohérents. L’étude montre que « les modèles d’IA sont tout simplement incapables de coder un ensemble de lois robustes pour régir leurs prédictions : ils sont non seulement incapables de retrouver des modèles du monde, mais intrinsèquement mal équipés pour le faire ». Un modèle d’IA d’apprentissage profond est peut-être architecturalement incapable de développer des modèles du monde corrects estiment-ils. Même le rêve que l’IA puisse être utilisée pour améliorer la prédictibilité des modèles climatiques est battue en brèche. Dans leur livre, AI Snake Oil (voir notre recension), les chercheurs Arvind Narayanan et Sayash Kapoor montraient que son amélioration était assez limitée et qu’elle pourrait même atteindre un palier indépassable, à mesure que les phénomènes deviennent plus extrêmes. La croyance dans un progrès scientifique exponentiel porté par l’IA ne sert qu’à raviver les promesses des technosciences comme le disaient déjà Marc Audétat et les chercheurs invités dans Sciences et technologies émergentes : pourquoi tant de promesses ? (Hermann, 2015, voir notre recension). L’idée que l’IA serait l’avenir de la science comme on l’entend très souvent est bien plus un moyen d’orienter les investissements qu’une vérité scientifique.
MAJ du 25/01/2026 : L’IA va-t-elle tuer la science ou, au contraire, engendrer une révolution scientifique ? C’est la question que pose l’astrobiologiste Sara Imari Walker dans un article pour Noema. Si l’IA peut résoudre le problème du pliage des protéines comme le promettent beaucoup de recherches, que pourrait-elle accomplir d’autre ? Mais si « AlphaFold prédit les structures 3D, il n’explique ni la physique sous-jacente, ni les mécanismes de repliement, ni les ensembles conformationnels dynamiques. Il fonctionne bien pour les protéines composées de la vingtaine d’acides aminés présents dans la biologie terrestre. Pour étudier les protéines issues des centaines d’acides aminés contenus dans les matériaux météoriques, ou pour concevoir de nouvelles protéines thérapeutiques, ce modèle a besoin de données supplémentaires. La limitation ne réside ni dans l’algorithme ni dans sa capacité de mise à l’échelle : les données nécessaires n’existent pas. »
Si l’on considère la science uniquement comme la méthode scientifique (observation, hypothèse, vérification, analyse), alors l’automatisation semble inévitable, avance-t-elle. Les algorithmes d’IA réalisent de manière démontrée bon nombre, voire la totalité, de ces étapes, et leurs performances s’améliorent lorsqu’ils sont guidés par des scientifiques.
Pourtant, si la mise à l’échelle était notre seul besoin, l’IA actuelle offrirait une solution banale à la science : nous pourrions faire plus grâce à des modèles à plus grande échelle. Cependant, l’optimisme autour de l’IA ne se limite pas à l’automatisation et à la mise à l’échelle ; il concerne aussi la théorie de l’esprit. La science diffère radicalement de l’expérience : elle est fondamentalement intersubjective. Si une chose n’existe que dans un seul esprit et ne peut être partagée, elle ne peut devenir une connaissance scientifique. La science exige la vérification mutuelle des observations, la construction d’un héritage de découvertes passées et l’élaboration d’un consensus intergénérationnel sur la réalité. Les modèles scientifiques doivent donc être exprimables par des symboles, des mathématiques et le langage, car ils doivent être reproductibles et interprétables d’un esprit à l’autre. La science est par définition instable car elle n’est pas une caractéristique objective de la réalité : elle se comprend plus justement comme un système culturel évolutif, nourri par la représentation consensuelle et adaptable aux nouvelles connaissances que nous produisons. Notre principal mode de communication des idées scientifiques est la représentation symbolique. Nous communiquons des modèles du monde, et non le monde lui-même.
Plus fondamentalement, le discours actuel, optimiste, voire arrogant, autour de l’IA et de l’intelligence artificielle générale laisse entendre que ces algorithmes seront « plus qu’humains » dans leur capacité à comprendre et à expliquer le monde, dépassant ainsi ce que certains perçoivent comme les limites de l’intelligence imposées par la biologie humaine. Or, cela est impossible, de par les fondements mêmes de la théorie du calcul et l’héritage de l’abstraction humaine dont ces technologies sont directement issues. Comme l’écrit le physicien David Deutsch, si l’univers est effectivement explicable, les humains sont déjà des « explicateurs universels », car nous sommes capables de comprendre tout ce qu’un système informatique peut comprendre : en termes de capacités de calcul, ordinateurs et cerveaux sont tout aussi universels.
Les changements de paradigme révèlent que la puissance de la pensée scientifique ne réside pas dans la vérité littérale des théories, mais dans notre capacité à identifier de nouvelles façons de décrire le monde et dans la persistance des structures que nous décrivons à travers différents schémas de représentation.
Ceci nous amène à comprendre pourquoi l’IA ne peut remplacer les scientifiques. Les controverses et les débats sur le langage et la représentation en science ne sont pas des anomalies ; ils sont inhérents à un système sociétal qui détermine les modèles qu’il privilégie. Les milliards de paramètres d’AlphaFold 3 suggèrent que la parcimonie et la simplicité ne sont peut-être pas les seules voies possibles pour la science. Si nous voulons des modèles qui cartographient le monde avec la plus grande précision possible, la complexité est peut-être nécessaire.
C’est cette profondeur de sens, inhérente à nos théories, que la science découvre en construisant de nouvelles perceptions sociétales. Une vision superficielle, où la science se contente de créer des modèles prédictifs dépourvus de profondeur et de signification, ne peut la saisir. Lorsqu’un scientifique élabore une théorie, même avant l’évaluation par les pairs, il y a un acte intentionnel d’explication et un travail intérieur de confrontation avec l’intuition et sa représentation. Les modèles d’IA, en revanche, génèrent des prédictions par reconnaissance statistique de formes, un processus très différent.
« La question fondamentale n’est pas de savoir si l’IA peut faire de la science, mais si les sociétés peuvent construire des représentations partagées et des significations consensuelles avec des algorithmes dépourvus de la création intentionnelle de sens qui a toujours été au cœur de l’explication scientifique. » L’IA transformera-t-elle la science ? Certainement. Remplacera-t-elle les scientifiques ? Certainement pas, clame Sara Imari Walker. Si nous nous méprenons sur la nature de la science, en confondant l’automatisation des méthodes avec le projet humain de construction, de débat et d’affinage collectifs des représentations symboliques qui nous permettent de comprendre la réalité, l’IA risque d’annoncer la mort de la science : nous manquerons alors l’occasion de l’intégrer pleinement aux systèmes culturels de la science.
« La science ne se résume pas à la prédiction et à l’automatisation ; l’histoire nous enseigne qu’elle est bien plus que cela. Elle repose sur un consensus explicatif et une négociation humaine permanente quant aux descriptions du monde que nous adopterons collectivement. Cette négociation, cette articulation intersubjective des observations en une signification partagée, est fondamentalement sociale et, pour l’instant, fondamentalement humaine. »
MAJ du 26/01/2026 : L’IA peut-elle générer de nouvelles idées en science ?, interroge Cade Metz pour le New York Times, en revenant sur une polémique récente où une startup, Harmonic, affirmait que son IA aurait résolu un problème de math resté insoluble (voir les explications de Numerama). En fait, des mathématiciens et des chercheurs en IA ont rapidement souligné que le système avait identifié des solutions existantes, enfouies dans des décennies d’articles de recherche et de manuels, par exemple en trouvant une solution enfouie dans un article en allemand. “Un chercheur expérimenté est toujours nécessaire pour interroger le système, lui expliquer ce qu’il doit rechercher et, finalement, extraire les informations pertinentes du reste des données produites”.

L’Odissea di Christopher Nolan, piuttosto che trasposizione cinematografica del poema attribuito ad Omero, può essere considerato il prequel di Oppenheimer. Nel precedente film l’inventore della bomba atomica riconosce di essere “diventato morte e distruttore di mondi”, citando l’antica Bhagavad Gita; in questo il Re di Itaca riconosce di essere diventato “distruttore di una civiltà”. L’Oppenheimer e l’Ulisse di Nolan osservano [...]
L'articolo Non possiamo non dirci avvisati: ad Hiroshima e Nagasaki aperte le porte al cavallo di Troia della nostra civiltà proviene da Movimento Nonviolento.



Por Juan Manuel de Prada
Hemos visto, al fin, la adaptación de ‘La Odisea’ perpetrada por el engreído Christopher Nolan. La realización nos ha parecido tosca, la planificación huérfana de todo sentido compositivo, como destinada a un público con el gusto estragado por el consumo bulímico de series televisivas. Pero, siendo en sus aspectos formales bastante grimosa, ‘La Odisea’ de Nolan nos repugna principalmente porque no se trata de una adaptación, sino de una refutación grosera de la obra homérica, propia de un eunuco que, como no pueda poseer la grandeza, se dedica a degradarla, a rebajarla, a ensuciarla con su hálito desdentado y hediondo. La hermosura principal de ‘La Odisea’ consiste en mostrarnos –como nos enseña mi amado maestro Luis Alberto de Cuenca– que los hombres podemos «extraer dulce miel de la flor triste de la vida»; que, aunque a la vuelta de la esquina nos aguarden las puertas sombrías del Hades y sus prados de pálidos asfódelos, estamos poseídos por un fuego que vence la amargura y el destino más aciago. Homero nos relata una historia de incontables horrores; pero Odiseo sale de todos ellos más rico en sabiduría, más templado, más magnánimo, más humano en definitiva. Y, en medio del horror, siempre aflora la maravilla, como una brisa que todo lo airea, sin quitar a la realidad ni un ápice de su crudeza, pero perfumándola de un gozo secreto y sereno que alcanza tal vez su cúspide en el palacio del hospitalario Alcínoo, donde Ulises tendrá la oportunidad de contar sus admirables hazañas, y también la tentación de enamorarse de Nausícaa, la más acabada encarnación de la gracia virginal, a la vez recatada y exuberante, a la vez tímida e incitadora, que ama a Odiseo en secreto; y a la que tal vez Odiseo también ame, aunque la rechace (¡pero de qué forma tan sutil y tierna!) con un amor nunca formulado, «un amor hecho rocío, un amor matinal que, en su frescura primigenia, ignora las heridas del deseo», como lo describe Cuenca.
Una bazofia que no recoge ese momento sublime (¡que ni siquiera se acuerda de Nausícaa!) no merece ni siquiera ser designada como adaptación de ‘La Odisea’. Constituye, más bien, su refutación sórdida, su profanación eunucoide. Son muchos los loci memorabiles de la obra homérica que el castrado Nolan nos amputa; y los que no amputa los desbarata con magnífica inepcia y caudalosa burricie. Ocurre así, por ejemplo, con el episodio de las sirenas, cuyo cántico no podemos escuchar, tapado por la voz en off pelmaza del protagonista, que nos suelta un patético rollete seudolírico con frasecitas de almanaque, hurtándonos así la experiencia acústica más terrible o sublime de la Historia. El artista sin brío ni aliento poético se distingue porque, en lugar de mostrar, explica; y aquí el asténico Nolan nos brinda una lección canónica de impotencia creativa, soltándonos una tabarra rimbombante, en lugar de ofrecernos el cántico de las sirenas; o, en caso de no atreverse a tanto, mostrándonos tras una elegante elipsis el cambio que esa música ha obrado en el alma del héroe. Pero el alma de Nolan, peluda y con verrugas, no alcanza a tanto; y entonces se pone campanudo y nos suelta una tabarra párvula.
Todo en el bodrio de Nolan resulta tosco, chabacano, con un fondo de botijo mohoso donde se pudre una sanguijuela; finge ser cínicamente taciturno, cuando sólo es farragoso, sin estro ni iluminación poética. Nos priva del humor pillastre y de los taimados calambures de Odiseo con Polifemo, que prueban que la retórica es más poderosa que la fuerza bruta; nos priva también del llanto furtivo de Ulises ante el noble y agonizante Argos; nos priva, en general, de personajes femeninos memorables (resulta, en verdad, indignante la carnicería misógina que perpetra con Circe y Calipso, convirtiéndolas respectivamente en una charo desgreñada y en una operadita de anuncio de colonias); nos priva imperdonablemente, en fin, de las grandezas morales de la obra homérica. Odiseo nunca fue un «amnésico» en brazos de Calipso, sino un hombre que –aunque haya sucumbido a los encantos y hechizos de la divina ninfa– se resiste insensible ante sus ofertas de inmortalidad, se resiste también –nostálgico de Ítaca, deseoso de reencontrarse con Penélope– al amor que ella le ofrece; así, la divina Calipso probará el sabor amargo y humanísimo de la desilusión y la renuncia, retorciéndose de llanto en su gruta enguirnaldada de pámpanos. Por supuesto, el ceporro de Nolan no entiende la crueldad de los héroes homéricos, que saquean ciudades, matan a los hombres y se reparten a las mujeres (Nolan se la coge con papel de fumar y prefiere que a las mujeres también las maten); pero en esos héroes crueles hay nobleza trágica y compasión, hay temor a la ira divina, hay sentido del honor y ofrenda generosa de la sangre. En la película de Nolan sólo hay nihilismo, brutalidad, caos; nadie pelea en busca de la gloria, nadie se mueve por ideales, todo quisque actúa movido por el miedo o el beneficio propio. La bajeza del bajuno Nolan, que todo lo infecta con sus pestilencias, alcanza su apoteosis cuando nos muestra con delectación a una Helena que ha sido mutilada en su rostro por Menelao, algo por completo inconcebible en el personaje homérico; y una prueba palpable de que detrás de todo feminista aspaventero (en sus declaraciones Nolan hace esfuerzos asmáticos por parecerlo) se esconde un misógino con espolones. El Menelao de Nolan, por supuesto, parece el primo feote de Topuria; los macarroides compañeros de Odiseo llaman a su rey y señor «lucky bastard»; y los pretendientes de Penélope parecen todos matones de discoteca salidos de un suburbio quinqui (aunque, al menos, no van disfrazados de Darth Vader como Agamenón).
A ese centenar de gorilones se enfrenta el anciano Odiseo en el célebre episodio de la matanza de los pretendientes, en una secuencia de insuperable vulgaridad, donde el zoquete de Nolan arruina la magia sangrienta del poema homérico, convirtiéndola en una zafia secuencia de película hollywoodense de mamporros. No entiende Nolan que Ulises no «combate» con los pretendientes, sino que los masacra, porque están petrificados por el horror, como el matarife masacra a los corderos. Cuando Odiseo se despoja de sus harapos, tensa el arco que sólo él puede encordar y atraviesa la garganta de Antínoo con una ávida flecha, al resto de pretendientes «se les aflojan las rodillas y el corazón»; no sucumben ante un hombre todopoderoso, sucumben ante una némesis que creían confinada en sus pesadillas más tenebrosas. El zoquete de Nolan, que para entonces se ha tirado tres horas fétidas «desmitificando» a los héroes homéricos, completa así un bodrio inverosímil que incurre en «mitificaciones» infinitamente más toscas, propias de un neandertal a quien Dios se olvidó de infundir un alma. ‘La Odisea’ adaptada por este andoba provoca la misma pena que la orquídea tronchada por el cuchillo de un pescadero.

Por Juan Manuel de Prada
Después de calificar de «ataque» y «violación de la integridad territorial de España» la invasión de la horda marroquí, el doctor Sánchez puso el culo en pompa y atribuyó solidariamente la culpa al Tribunal Supremo y a las «mafias», agradeciendo a Marruecos su cooperación. A continuación, el mariachi Marlaska, todavía más lambiscón, calificó a Marruecos de «socio absolutamente fiable». Se puede ser sumiso, se puede ser servil, se puede ser rastrero, se puede ser cornudo y apaleado, se puede ser arrebatadamente abyecto; pero para lamer almorranas alauitas con tanto denuedo hace falta un alma anélida.
¿No sabrá esta patulea que quien se humilla ante el soberbio no gana clemencia, sino desprecio? Pues es propio del soberbio pisar a quien ve postrado. A esta invasión fingida (que, sin embargo, nos dejará cientos de manadas deambulando por nuestras calles) se sucederá una invasión verídica; pues el ruego del cobarde aviva la crueldad del agresor. Pero conformarnos con señalar la capitulación de estos alfeñiques sería no pasar de la corteza. Ciertamente, el doctor Sánchez y sus mariachis están atrapados en el cepo de Mujamé, a quien Pegaso susurró sus trapisondas y gatuperios; por eso vendieron vilmente a los saharauis, por eso ahora se humillan y arrastran como lombrices ante el ensayo de invasión decretado por Mujamé. Pero ese ensayo de invasión no se habría producido sin el plácet de Israel y Estados Unidos, que tal vez incluso lo hayan instigado. Y, aunque sea tentador pretender que Israel y Estados Unidos se la tienen jurada al doctor Sánchez, por sus aspavientos antibelicistas o propalestinos (más falsos que Judas), la realidad es bien distinta. Y la realidad es que España es una colonia, un caniche al que primero han doblegado y después humillan a placer.
Si al frente del Gobierno español estuviese la derecha, ¿nuestro Ejército no estaría igualmente participando en misiones grotescas en el Ártico, en lugar de proteger sus fronteras? ¿Un gobierno de derechas no habría traicionado igualmente a los saharauis? ¿No estaría igualmente echando las culpas del ensayo de invasión a las «mafias»? Tal vez sus lametones a las almorranas alauitas habrían sido un poco menos exagerados (siempre que Pegaso no anduviese ramoneando por ahí), tal vez habrían añadido unas gotitas de aspaviento islamófobo en el guiso, para engatusar al patrioterismo más pauloviano, pero su docilidad ante el expansionismo marroquí y su sometimiento a las directrices anglosionistas habrían sido igualmente indignos. Y es que el Régimen del 78 lleva en su ADN la conversión de España en un caniche sometido y pisoteado; envuelto en retóricas altisonantes, por supuesto, pero caniche con las orejas gachas y el culo reventado, a la postre. Si España desea ejercer una soberanía real sobre su territorio, tendrá que empezar por liberarse del Régimen oprobioso que la ha convertido en una piltrafa. Entretanto, seamos serios, Ceuta está perdida (como tantas otras cosas).

di Franco Pezzini
Orazio Labbate, Cumùriu, pp. 105, € 16, Grey Interzona, Napoli 2026.
Prosegue la catabasi di Frank LaBella, detective di Afton, in questa seconda avventura di una originalissima trilogia transmediale: un’opera cioè sviluppata parallelamente per tre linguaggi nell’ambito della sinergia Grey Interzona (edizioni Polidoro, casa di produzione multimediale Grey Ladder, sviluppatore di videogiochi Tiny Bull Studios) e che qui trova conferma rispondendo alle curiosità aperte dalla prima puntata. Una scelta che già indirizza alle ragioni di uno sguardo sincretista, aperto a diverse culture di fruitori e ai relativi immaginari, vertiginosamente ibridati e (si passi il termine, il protagonista lo amerebbe) imbastarditi.
Torniamo a una “mitologia criminale siciliana” da noir, ma con vertigini oniriche da rivelazione eleusina o samotrace, in questo caso persino più lisergicamente straniante che nell’avvio. Il livello mitologico – per cui LaBella è Apollo, con il quid pluris, il tratto videoludicamente acquisito di altre figure, come esplicitato Achille e in qualche misura Odisseo – viene cioè inzuppato nel porridge iniziatico del Southern Gothic, un kykeón dove il grano ha una precisa dignità simbolica rimandando insieme alle grandi piantagioni delle pianure americane. Del resto l’eroe cieco da un occhio – come altri protagonisti di Labbate, in grazia di una mutilazione mitica che molto dice del ricorso a un linguaggio archetipico – può attingere a una visione altra: e il lettore ne è reso partecipe come con un casco da realtà virtuale.
Ma l’America profilatasi non è solo quella delle grandi pianure degli scrittori statunitensi. Nella sua totale libertà creativa e senza rimandi espliciti (né forse voluti), per le soluzioni adottate il risultato finisce col far pensare agli adattamenti e commistioni dei culti sincretici africani, non solo oltre Atlantico: Vodoun, Umbanda, Macumba, eccetera, con la lussureggiante saldatura di istanze arcaiche e componenti moderne, oggetti tradizionali se non primitivi mischiati ad altri di uso contemporaneo… Dove la domanda che il lettore si pone non riguarda tanto il peso di una effettiva sopravvivenza cultuale pagana nella trasfigurata Sicilia di Labbate (certo possono esisterne tracce su cui un de Martino saprebbe illuminarci, e che il narratore ha già in parte valorizzato in altre opere: riti, immagini…), quanto piuttosto di una sensibilità e una visione visceralmente condivisa con almeno una parte dei suoi lettori – siciliani o meno. Che in quei brividi e quegli incubi riconoscono i propri, nell’ambito di un mondo moderno e pop dotato tuttavia ancora di poderose radici in tanto Scuru (a dirla con Labbate). E che ravvisano nelle ragioni del gotico e di linguaggi annessi – in fondo anche qui si può parlare di gotico, sia pure con forme peculiari – un senso e una forza reali.
Se la prima puntata Cravuni (2025, videogioco atteso per il 2027) vedeva LaBella confrontarsi con il tenebroso boss Tony Lavuru (un Ermes precipitato dall’Olimpo come in un esilio tardoantico degli dei, il sembiante decaduto e deforme quasi nel rozzo altorilievo di uno scultore contadino sincretista), già responsabile della morte di sua madre, e che alla fine LaBella uccideva per poi congiungersi alla psicopompa Cuncittina Bity, qui deve affrontare i collaboratori del gangster, quattro divinità della Mafia spiritica.
Ora LaBella vive a Riesi con Cuncittina: ma una notte si risveglia stordito in un locale nei pressi dei sordidi, periferici, Appartamenti Vastasu, immobili legati ai riti della famigerata Mafia spiritica. Quattro lucchetti dalle forme ermetiche, incatenati e intrecciati, bloccano l’uscita: per cui il Nostro, disceso ai surreali vagoni-templi di una metropolitana da delirio, finirà con lo stanarvi lì le quattro potestà. Una metropolitana infera, un ultimo metrò la cui dimensione è siglata dal titolo stesso dell’opera: Cumùriu, cioè “Colui che è morto”, a proiettare l’avventura in una dimensione ctonia.
Ma è affascinante, e del tutto conforme ai travasi culturali di cui in discorso, che pur nel riferimento generale a un fronte ctonio-notturno, non si tratti di una pedissequa osservanza dei livelli gerarchici del mito greco classico da grandi codificazioni: troviamo dunque il sonnecchiante Matt Tabbutu, Ipno; Larry Mucciaredda, per Labbate “Notte o Ermete” (dove lo scarto dubitoso è un altro elemento interessante sul piano dei sincretismi e delle interpretationes con altri sistemi mitici); Chain Viscia, Caronte, il cui tempio in effetti richiama la forma di un’imbarcazione; Luke Sibione, “sùttasignore della mafia spiritica”, cioè un Ade retrocesso curiosamente in seconda posizione. Curiosamente o forse non troppo, non stupisce che in capo a questo tipo decaduto di pantheon (o pandemonium) stesse piuttosto un Ermes, per quanto abbrutito: il dio delle alterità e degli slittamenti, conduttore dei morti e maestro di lingue iniziatiche finisce col risultare molto più congruo al genere di epos delineato da Labbate e alla stessa dimensione videoludica.
Opportunamente l’eliminazione di questi boss avviene d’altronde in forme da fiaba, da mito o persino da rito – come se LaBella compisse azioni rituali sui rispettivi simulacri. Tanto più per la presenza di armi magiche/videoludiche come uno spadino dalle stranianti proprietà, un gettone dalle immagini grottesche, una certa varietà di chiavi o di velli animali come quelli cercati dagli Argonauti o utilizzati in pratiche d’incubatio.
Prova ulteriore per LaBella, dopo aver eliminato le quattro divinità, sarà di non lasciarsi irretire – tenendosi stretto al pensiero di Cuncittina – da boss mafiosi femminili, la fatale Nunziatina Tocco, la senz’occhi Minica Liccu e la fascinosa Mellon Nivata (identificata in Calipso nella tabella finale delle corrispondenze). Però la storia continua… tanto più che si annuncia una serie tv derivata con Labbate come sceneggiatore.
Effervescenti come al solito le trovate, che rinviano abilmente all’immaginario dei videogiochi: in particolare i vagoni della metropolitana a forma di templi – diversi uno dall’altro – e il sembiante sordido delle figure dei boss, tra la maschera mitica e l’esasperata funzione ludica.
Last ma certo not least va ovviamente notato il linguaggio, elemento centrale in Labbate – qui persino più stretto ed ermetico che in altre occasioni, tanto più nel carattere per definizione ingrato e transitorio della seconda puntata d’una trilogia. Se però dobbiamo superare con l’eroe una prova a più livelli, inevitabile inseguirlo nella sue ruminazioni crepuscolari, tra tentazioni autodistruttive e coscienza di un ruolo e una missione, anche attraverso le sue confidenze iniziatiche e il periodare ispido e notturno.

Una pattuglia della Stazione dei Carabinieri di Mascali, nel Catanese, è intervenuta in un’abitazione del centro a seguito di una segnalazione giunta al 112, relativa a un cane in difficoltà. Giunti sul posto, i militari hanno visto sporgere la testa dell’animale dal balcone del secondo piano. Dopo aver suonato invano al citofono, i Carabinieri sono riusciti ad accedere all’androne del condominio e, da una finestra del vano scale, hanno potuto osservare l’animale. Il cane era stato lasciato su un balconcino esposto al sole, senza una cuccia e con le ciotole di acqua e cibo vuote. I militari si sono quindi attivati per rintracciare il proprietario, intimandogli di rientrare immediatamente a casa per verificare le condizioni di salute dell’animale, lasciato al sole senza possibilità di ripararsi dal caldo. Per l’uomo, un 50enne del posto, è scattata la denuncia all’Autorità Giudiziaria per abbandono di animali domestici e loro detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura.
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Por Ivone Alves García
Mientras la cultura moderna reduce el daño a un diagnóstico psiquiátrico, la dimensión espiritual expone la deliberada voluntad de quienes operan desde las estructuras de control.
Para quienes leen el Evangelio, en el capítulo cinco de Marcos, el endemoniado de Gerasa aparece habitando entre sepulcros, apartado de la comunidad, desnudo, violento y fuera de sí. Los hombres habían intentado sujetarlo con cadenas, pero ninguna fuerza exterior podía sanar su alma desgarrada o reparar su mente dividida. Después del encuentro con Cristo, la Escritura lo presenta vestido, sereno y en su sano juicio. La liberación posee una forma humana, visible: aquel hombre vuelve a pertenecerse. Deja de vivir entre los muertos y recupera su lugar entre los vivos.
La confrontación de Jesús con los espíritus impuros ocupa un lugar central en la proclamación del Reino de Dios. Su misión reúne la curación física, el perdón de los pecados y la liberación espiritual. Cada una de esas acciones revela una dimensión de la condición humana que Cristo ha venido a restaurar.
Los relatos evangélicos no confunden todos los padecimientos. Hablan de ciegos, paralíticos, leprosos, epilépticos y personas atormentadas por espíritus impuros. Algunas enfermedades aparecen vinculadas con manifestaciones espirituales; otras, claramente, no. Los evangelistas describen curaciones y exorcismos como acciones distintas porque comprendían que el sufrimiento físico, el desorden de la mente y la esclavitud espiritual no eran necesariamente una misma realidad.
Cristo tampoco convierte al demonio en el centro de su mensaje. Nunca lo presenta como un poder equivalente a Dios ni como el gobernante de una realidad independiente. Lo enfrenta con autoridad, sin negociar con él ni dejarse fascinar por sus manifestaciones. El centro permanece en la persona que debe recuperar su libertad.
Cuando Jesús afirma que la expulsión de los demonios anuncia la llegada del Reino de Dios, revela algo más profundo que la existencia de seres espirituales malignos. La presencia de Dios devuelve al hombre aquello que el mal intenta arrebatarle: la conciencia de sí, el dominio de su voluntad, la capacidad de hablar con verdad y la posibilidad de volver a vivir entre los demás.
La Iglesia nunca eliminó la existencia del demonio de su doctrina. El Catecismo enseña que Satanás y los demás demonios son criaturas espirituales creadas buenas que rechazaron libremente a Dios. Su maldad no pertenece a su naturaleza original. Procede de una decisión. Allí reside una cuestión decisiva para comprender el mal desde el cristianismo: el mal no posee capacidad creadora. Toma lo que existe, lo separa de su finalidad y lo deforma.
El demonio no es un dios oscuro enfrentado en igualdad de condiciones al Dios verdadero. Es una criatura limitada. No puede producir vida, verdad, belleza o comunión. Puede parasitar esos bienes, utilizarlos como apariencia y orientarlos hacia la destrucción. Puede convertir el deseo de justicia en voluntad de venganza, la necesidad de seguridad en sometimiento, el amor a la patria en desprecio por otros pueblos, la defensa de la libertad en indiferencia ante el débil y la búsqueda de unidad en obediencia ciega.
Esa capacidad de deformación explica por qué el mal pocas veces se presenta abiertamente como mal. Necesita una justificación. Se aproxima al hombre revestido de necesidad, eficacia, progreso, seguridad, grandeza o salvación. Adopta palabras aceptables para ocultar la naturaleza de sus frutos.
Las tentaciones de Jesús en el desierto muestran con claridad ese procedimiento. El tentador no le propone una crueldad evidente. Le propone convertir las piedras en pan, demostrar públicamente su condición divina y recibir el dominio de los reinos del mundo. Utiliza incluso palabras de la Escritura. Las propuestas contienen bienes reconocibles: alimento, certeza y poder para gobernar. El desorden aparece en el camino ofrecido para alcanzarlos. Cristo tendría que utilizar su poder al margen de la voluntad del Padre, convertir la fe en espectáculo y aceptar el dominio como fundamento de su misión.
La tentación trabaja separando el bien de la verdad, la autoridad del servicio, la libertad de la responsabilidad y la inteligencia de la conciencia. La palabra griega diábolos designa precisamente al que divide, acusa y calumnia. Su acción descompone las relaciones que sostienen la vida humana: la relación con Dios, con los demás, con la realidad y con uno mismo.
Durante siglos, el cristianismo atribuyó a causas demoníacas enfermedades y trastornos que aún no comprendía, provocando miedo y castigo donde hacía falta cuidado. La medicina, la neurología, la psicología y la psiquiatría corrigieron esos abusos, permitieron reconocer padecimientos reales y devolvieron dignidad a quienes habían sido considerados culpables de su sufrimiento. Pero esa corrección terminó derivando en otro exceso: como la ciencia podía explicar muchas supuestas posesiones, el pensamiento contemporáneo negó toda realidad espiritual que no pudiera medirse. Una parte de la Iglesia acompañó ese desplazamiento y, por temor a parecer irracional, redujo al demonio a una metáfora del egoísmo, la violencia o la injusticia. Conservó las palabras, pero comenzó a vaciarlas de su contenido.
Ese silencio tuvo una consecuencia previsible: al desaparecer de la predicación, la dimensión espiritual del mal también se borró de la conciencia de muchos creyentes. La vida cristiana fue reducida a una orientación ética, una práctica solidaria o una búsqueda de bienestar interior. El pecado se convirtió en error; la conversión, en superación personal; y la salvación, en una metáfora de la convivencia.
Sin embargo, existen formas del mal que la ignorancia, la necesidad económica, el trauma o la enfermedad no explican por completo. Hay quienes dañan con conocimiento, método y persistencia, aun después de prever y comprobar las consecuencias de sus actos. La inteligencia y la formación no impiden esa elección: pueden hacerla más eficiente y proporcionarle argumentos para justificarse. El pensamiento contemporáneo describe con precisión los mecanismos del poder y las ideologías, pero con frecuencia termina desdibujando la responsabilidad moral de quienes utilizan esos mecanismos para destruir.
Por eso se ha vuelto común etiquetar la crueldad extrema como una patología psiquiátrica. Esa respuesta funciona a veces como una defensa intelectual frente a una realidad más incómoda: una persona mentalmente sana puede distinguir el bien y, aun así, elegir el mal. Diagnosticar cada perversidad sin sustento clínico estigmatiza la enfermedad mental y absuelve moralmente al culpable.
La teología cristiana sostiene que la responsabilidad humana es ineludible. El demonio puede tentar o potenciar la fragilidad, pero no tiene el poder de anular la libertad ni de forzar el consentimiento. El sometimiento al mal se construye mediante decisiones personales. En la vida cotidiana, esta dinámica es poco espectacular. No necesita manifestaciones extraordinarias: le basta con lograr que se acepte una primera mentira. Cuando esa falsedad se repite e institucionaliza, se transforma en la estructura invisible desde la cual la persona justifica todo lo demás.
Así se anestesia la conciencia: el daño se redefine como un costo y la víctima, como un obstáculo. El mal adquiere entonces una dimensión colectiva sin dejar de depender de decisiones personales. Las instituciones no poseen alma, pero pueden conservar y multiplicar las decisiones de quienes las gobiernan. Una estructura permite que miles de personas participen en un daño sin sentirse responsables de la totalidad. Cada una cumple una función limitada: una redacta una norma, otra firma un documento, otra ejecuta una orden y otra construye el relato que hará aceptable el resultado.
Cuando la responsabilidad se fragmenta, el mal se vuelve burocráticamente normal. Se incorpora a informes, protocolos y estadísticas formalmente correctos, mientras la distancia entre la decisión y sus consecuencias humanas adormece la conciencia de quienes participan.
Para la tradición cristiana, este mal organizado prospera cuando la mentira se convierte en sistema y el poder deja de reconocer límites. La dimensión espiritual del mal no reemplaza las explicaciones políticas, psicológicas o sociales, pero impide reducir el problema a ellas. La Iglesia distingue la tentación ordinaria de manifestaciones extraordinarias, como la posesión, que puede ejercer dominio sobre el cuerpo, pero nunca apropiarse del alma ni anular la libertad espiritual.
Precisamente porque esos casos son excepcionales, la Iglesia exige evaluación médica, discernimiento eclesial y extrema prudencia. Un exorcismo no puede surgir de una impresión personal ni de una discrepancia ideológica. Esta cautela evita que la fe se convierta en superstición y que el demonio sea invocado para deshumanizar al adversario o eludir la responsabilidad propia.
El cristianismo obliga a mirar primero la tentación ordinaria, el consentimiento cotidiano y las pequeñas renuncias a la verdad. El mal político y social suele comenzar cuando se tolera una mentira o una injusticia porque favorece la propia causa. Cuando esas concesiones se acumulan, la voluntad se deforma y la libertad queda condicionada por aquello que decidió alimentar. Es el itinerario agustiniano: la voluntad desordenada engendra el hábito, y el hábito sin resistencia deviene necesidad. La culpa permanece, porque el ser humano ha cooperado con su propio sometimiento.
Por eso la tradición cristiana no busca señales extraordinarias para defenderse del mal. La vida sacramental, el examen de conciencia y la caridad custodian la libertad al mantener al hombre en la verdad. La gracia no actúa como un amuleto: restaura el orden que la mentira corrompe.
El extremo opuesto es la obsesión por ver demonios en todas partes. Esa deformación disminuye la responsabilidad humana, concede al maligno una centralidad ajena al Evangelio y permite atribuirle las pasiones e intereses que cada persona decidió servir. La posición cristiana reconoce la realidad espiritual sin abandonar la razón, y la tentación sin anular la libertad.
Esta mirada exige juzgar por los frutos. Cuando la mentira sostiene un sistema, la dignidad queda subordinada a la utilidad, el sufrimiento deja de imponer límites y el poder reclama una obediencia que solo corresponde a Dios, ya no estamos ante simples diferencias de opinión. La historia demuestra que el conocimiento técnico y la capacidad burocrática pueden organizar el daño con plena conciencia de sus consecuencias.
Los Evangelios conservan las escenas de liberación porque recuerdan que el ser humano puede romperse por dentro y quedar sometido a una fuerza que lo separa de Dios, del prójimo y de sí mismo. La autoridad de Cristo no reemplaza la ciencia ni elimina la responsabilidad: restablece la verdad donde la mentira se había convertido en morada. El hombre liberado recupera su nombre, su sano juicio y su lugar en la comunidad.
Cuando observamos detenidamente a ciertos líderes políticos, presidentes y figuras públicas, y estudiamos la frialdad de sus decisiones, el conocimiento que poseen de sus consecuencias, la ausencia de límites morales y la perseverancia con que profundizan el daño, el vocabulario psiquiátrico puede resultar insuficiente. Convertir la perversidad de un gobernante en un diagnóstico improvisado significa claudicar ante el misterio del mal y confundir una posible patología con una voluntad que quizá sabe lo que hace.
Queda entonces una pregunta que nuestra época evita por temor a la superstición: ¿estamos ante una enfermedad mental, ante la elección consciente y sostenida de la iniquidad, ante un sometimiento espiritual progresivo o, en casos que solo la Iglesia podría discernir, ante aquello que la tradición cristiana llama posesión demoníaca?
La observación externa no basta para trazar el límite exacto de la acción del mal en la conciencia de una persona. Esa limitación no vuelve ilegítima la pregunta. Revela la insuficiencia de un lenguaje que reduce el pecado a disfunción cognitiva y la maldad a trauma psicológico, y que por eso ya no reconoce la dimensión espiritual del mal cuando se organiza y actúa en la historia.
La pregunta tampoco absuelve al dirigente ni convierte su voluntad en un instrumento pasivo. La vuelve más grave, porque obliga a mirar la sucesión concreta de concesiones mediante las cuales una persona acepta la mentira, aprende a convivir con el daño y termina poniendo su inteligencia, su poder y su libertad al servicio de aquello que decidió alimentar. Entonces la maldad contemporánea no es un simple error de información o una enfermedad mental, sino una degradación progresiva y libre de la voluntad humana.


Riceviamo e diffondiamo:
Introduzione. Sui fatti dello scorso 27 aprile: nota 27 aprile
Sulla falsa solidarietà di PD, AVS e ANPI a una giornata di lotta contro i fascisti: scritto solidarietà 27 DEF



read more "Semicerchio, LXXIV. Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura"
Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. Manca poco più un mese, e mancano poco meno di 30.000 firme. La raccolta non sta andando come dovrebbe. Associazioni nazionali e gruppi locali si stanno impegnando al massimo, ma il risultato non si vede ancora. C’è bisogno di uno sprint finale [...]
L'articolo Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. proviene da Movimento Nonviolento.
Per chi segue il mondo delle aste è divertente notare come la sfida tra collezionisti - per aggiudicarsi i pezzi più rari e pregiati - sia diventata anche una sfida tra Case d’aste, per chi riesce ad avere tra i propri lotti le vetture più prestigiose e in grado di fare notizia. Ormai da alcuni anni, in California, in occasione di uno degli eventi più importanti per il mondo delle classiche - il Concorso d’Eleganza di Pebble Beach - si ritrovano faccia a faccia le potenze delle vendite all’incanto: RM Sotheby’s, Broad Arrow e Gooding Christie’s. Saranno infatti impegnate contemporaneamente, per un’abbuffata di capolavori a quattro ruote che potrebbe provocare la sindrome di Stendhal anche ai più scafati frequentatori.
La Daytona Coupé di Carroll Shelby in persona
L'evento di Gooding Christie’s, che si terrà il 14 e 15 agosto presso il Parc du Concours, è giunto alla ventitreesima edizione e anche quest’anno non mancano automobili da sogno, con un parterre equamente distribuito dai primi anni del 900 fino a oggi. La regina dell’asta sarà senza dubbio la Shelby Cobra Daytona Coupé del 1964 appartenuta dal 1975 al 1998 a Carroll Shelby in persona, l'unico esemplare mai posseduto dal suo creatore. Con soli sei esemplari costruiti, è anche un’auto estremamente rara che, nel caso di questo esemplare, ha gareggiato dal 1964 al 1968 prima di finire in Giappone, dove era stata trasformata in auto stradale quando, negli anni 70, fu individuata e riportata negli USA. La stima è “in excess of 25.000.000 $” e non c’è bisogno di aggiungere altro.
Anni 60 da corsa con Ferrari e Porsche
C’è un’altra auto da corsa tra i lotti all’asta che non ha bisogno di presentazioni: è una Ferrari 250 P del 1963 con un pedigree sportivo di tutto rispetto fatto di un secondo e un terzo posto, rispettivamente alla 12 Ore di Sebring e alla 24 Ore di Le Mans. Utilizzata anche dal team N.A.R.T. di Luigi Chinetti e da quasi 40 anni parte di una delle più importanti collezioni Ferrari del Nord America, la sua storia è documentata dall’esperto Marcel Massini ed è presente in numerose autorevoli pubblicazioni e, con una valutazione tra i 15 e i 20 milioni di dollari, è un altro dei pezzi più pregiati. Rimanendo negli anni 60, c’è una spettacolare Porsche 907 “coda lunga” del 1968, che può vantare una vittoria alla 24 ore di Daytona del 1968 e un secondo posto alla 100 Km di Monza dello stesso anno. Il suo motore originale - un otto cilindri boxer Tipo 771 da 2.2 litri per 270 CV - è stato ritrovato e ripristinato nel 2010 insieme al cambio, e oggi è pronto a ruggire nei principali eventi storici riservati ai prototipi: per poterlo fare, però, bisogna prima mettere in conto tra i 4,5 e i 5,5 milioni di dollari. Il premio per la rarità però spetta di diritto alla Ferrari Dino 206 S Berlinetta del 1966, in quanto, dei 18 esemplari completati, solo tre furono carrozzati come Berlinetta e, essendo l'ultimo completato, il telaio 014 offerto all’asta a Monterey occupa un posto unico. Anche in questo caso, si tratta di una vettura da corsa schierata dal leggendario North American Racing Team (N.A.R.T.), che ha gareggiato nelle più importanti competizioni di durata del mondo, tra cui Le Mans, Sebring e Daytona nella categoria 2 litri, essendo spinta da un V6 di 1.986 cm³ da 220 CV. La stima degli esperti di Gooding Christie’s è una cifra compresa tra i 3,5 e i 5 milioni di dollari.
Maserati e Porsche che hanno fatto la storia
Come al solito, sono troppe le auto meritevoli di attenzioni per poterle menzionare tutte, ma ci proveremo lo stesso, dividendole per categorie: iniziamo con tre splendide “barchette” da corsa, ovvero una Maserati Tipo 61 “Birdcage” del 1959, guidata anche da Ken Miles, un’altra Maserati, una 200 SI del 1957 e una Porsche 550A Spyder del 1958 con una carriera sportiva in Austria (condita da record di velocità e vittoria nel campionato nazionale, classe 1.5 litri) e una seconda vita negli USA. Rimanendo in casa Porsche, troppo bella per non parlarne, a Monterey ci sarà anche una 910 del 1967, in condizioni strepitose e ormai una veterana dei principali eventi riservati alle classiche, da Le Mans Classic a Goodwood Revival.
Due Vector, una LM002 e l’auto Hot Wheels
Tra le “stranezze”, addirittura una coppia di Vector, la sportiva americana anni 80 tanto rivoluzionaria quanto sfortunata: c’è l’unico esemplare spider, una Avtech WX-3R realizzata nel 1993, con il suo V8 biturbo da 6.0 litri interamente di alluminio e 625 CV, ma anche una M12 del 1996 spinta da un V12 Lamborghini e prodotta solamente in 14 esemplari. Si fa sicuramente notare anche la Lamborghini LM002, qui rappresentata da un esemplare del 1988, a carburatori, nella rara tinta Blu Acapulco e con l’autografo del mitico collaudatore Valentino Balboni sul cruscotto. La più originale del gruppo però è una Pontiac Firebird del 1970 realizzata in esemplare unico sulla base di un design destinato a un modellino Hot Wheels.
Dall’Autobahn ai rally, fino ai giorni nostri
Per chiudere, un trittico senza nessun legame tra loro, se non il fatto di essere, nel loro genere, auto iconiche: la prima è la capostipite delle feroci berline Mercedes regine dell’Autobahn, la mitica E500 sviluppata insieme alla Porsche, con un esemplare del 1994 in allestimento Limited e soli 50.158 km. Proseguiamo con una Lancia Rally 037 del 1983 in allestimento e con livrea da corsa, quella con cui ha partecipato al Campionato Spagnolo Rally: nel corso della sua vita ha avuto solo due proprietari. La più moderna - ha solo 2 anni di vita - è una Ferrari 812 Competizione con oltre 140 mila euro solo in optional, dai sedili da corsa tipo Daytona ai cerchi di carbonio. Una di 999 esemplari prodotti, è stimata tra i 2 e i 2.4 milioni di dollari.

















ucspi-tcp6 è una derivaziorne del programma di Daniel Bernsteins ucspi-tcp 0.88, che aggiunge, tra le altre cose, le funzionalità ipv6 al programma originale ucspi-tcp. tcpserver e tcpclient sono strumenti di facile utilizzo dalla linea di comando per costruire applicazioni client-server TCP.
A partire dalla versione 1.13.05 è richiesto il pacchetto mandoc sia per ucspi-tcp6 che per ucspi-ssl. Gli utenti Slackware possono trovare il pacchetto su slackbuild.org.
ucspi-tcp6TCP6_VER=1.13.08
cd /var/qmail/
wget https://www.fehcom.de/ipnet/ucspi-tcp6/ucspi-tcp6-${TCP6_VER}.tgz
tar xzf ucspi-tcp6-${TCP6_VER}.tgz
cd net/ucspi-tcp6-${TCP6_VER}/
./package/install
L'utilizzo di tcpserver, per quanto riguarda l'IPv4, è del tutto simile a quello del programma originale di Bernstein.
In caso di upgrade di ucspi-tcp6 è necessario uccidere i processi tcpserver e riavviare qmail (qmailctl sarà installato dopo):
qmailctl reboot
sslserver, sslclient, e sslhandle sono strumenti da utilizzare dalla linea di comando per costruire applicazioni SSL client-server.
sslserver ascolta connessioni su IPv6 e/o IPv4, e lancia un programma per ogni connessione accettata. L'ambiente del programma include variabili che mantengono l'host name locale e remoto, l'indirizzo IP, e i numeri di porta.
sslclient richiede una connessione o a tramite IPv6 o IPv4 TCP sockets, e lancia un programma. L'ambiente del programma environment include le stesse variabili di sslserver.
Mediante sslserver è possibile accettare connessioni sicure per spedire la posta attraverso la porta 465 previa autenticazione.
Abbiamo già installato le fehQlibs, che sono delle librerie C supplementari necessarie anche per ucspi-ssl.
A partire dalla versione 1.13.05 è richiesto il pacchetto mandoc sia per ucspi-tcp6 che per ucspi-ssl. Gli utenti Slackware possono trovare il pacchetto su slackbuild.org.
UCSPISSL_VER=0.13.08
cd /var/qmail
wget https://www.fehcom.de/ipnet/ucspi-ssl/ucspi-ssl-${UCSPISSL_VER}.tgz
tar xzf ucspi-ssl-${UCSPISSL_VER}.tgz
cd host/superscript.com/net/ucspi-ssl-${UCSPISSL_VER}
./package/install
La configurazione degli script supervise per qmail-smtps è all'interno della pagina riguardante la configurazione.
Gli utenti NetBSD, prima di compilare, dovrebbero fare le seguenti correzioni:
-ldl da compile/ssl.libucspi-sslIn caso di aggiornamento di ucspi-ssl è necessario uccidere i processi sslserver e riavviare qmail. Se si è aggiornato anche ucspi-tcp6, questo comando sarà sufficiente (qmailctl sarà installato dopo):
qmailctl reboot

In Inghilterra il futuro lavorativo di un ragazzo potrebbe cominciare a essere osservato già alle scuole elementari.
Il motivo è un fenomeno che sta preoccupando sempre di più il governo britannico. Oltre un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova oggi fuori dal lavoro e dai percorsi di istruzione. Per capire come intervenire prima che un ragazzo arrivi a questa condizione, il governo ha affidato a una commissione lo studio delle cause che portano così tanti giovani a diventare NEET.
A guidarla è Alan Milburn, ex ministro britannico della Sanità. Tra le proposte emerse c’è quella di chiedere alle scuole primarie di individuare gli alunni che mostrano già alcuni segnali associati a un rischio maggiore di trovarsi, anni dopo, fuori dal lavoro e dalla formazione.
Secondo il rapporto, molti di questi segnali emergono molto presto, in alcuni casi già al momento dell’ingresso a scuola. A rendere particolarmente interessante la proposta è uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica BMC Public Health e realizzato da ricercatori della University of Leeds, del Bradford Institute for Health Research e della Lancaster University. La ricerca ha utilizzato i dati di Connected Bradford, un grande archivio che collega informazioni sanitarie e scolastiche raccolte nel corso degli anni. I ricercatori hanno seguito 8.118 bambini dall’ingresso a scuola, a 4 o 5 anni, fino ai 16 e 17 anni. Tra quelli che a 4 o 5 anni avevano raggiunto il livello di sviluppo considerato adeguato per iniziare la scuola, il 4% risultava successivamente fuori dal lavoro e dall’istruzione. Tra i bambini che partivano con maggiori difficoltà la percentuale saliva all’11%. Il rischio risultava quindi quasi tre volte superiore. Lo studio mostra anche quanto questo svantaggio possa accompagnare un bambino nel corso degli anni. Circa il 65% del legame tra preparazione all’ingresso a scuola e condizione di NEET durante l’adolescenza passa attraverso il rendimento scolastico successivo. Chi resta indietro a 5 anni tende spesso a trovarsi ancora indietro a 16. Le difficoltà iniziali possono accumularsi lungo tutto il percorso scolastico fino a produrre conseguenze anche nell’ingresso nel mondo del lavoro. Il quadro riguarda una parte consistente dei bambini inglesi. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione, il 37% arriva oggi alla scuola primaria senza alcune delle competenze considerate necessarie per affrontare la vita in classe. La preparazione scolastica a quell’età riguarda soprattutto la capacità di comunicare, seguire semplici indicazioni e sviluppare un livello sufficiente di autonomia nelle attività quotidiane. Anche le assenze hanno un peso importante. Nel 2024 e nel 2025 circa 1,34 milioni di alunni inglesi hanno perso almeno il 10% delle lezioni. Rappresentano il 18,1% degli studenti. Prima della pandemia erano circa 772.000.
Il rapporto sostiene che molte delle informazioni utili per riconoscere le situazioni più fragili esistono già all’interno del sistema scolastico. L’obiettivo sarebbe utilizzarle prima e accompagnare i ragazzi durante il loro percorso, intervenendo quando i segnali iniziano a emergere.
Il problema nel Regno Unito ha assunto dimensioni considerevoli. Più di un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova fuori dal lavoro o da un percorso educativo. Il fenomeno viene ormai considerato una delle principali questioni sociali del Paese.
Anche gli insegnanti descrivono una distanza crescente tra scuola e mondo del lavoro. Un sondaggio condotto su 1.004 docenti britannici ha rilevato che il 73% considera insufficiente lo spazio dedicato alla preparazione professionale. Il 66% ritiene che oggi i ragazzi arrivino al lavoro meno preparati rispetto a cinque anni fa. La disoccupazione giovanile appare così come l’ultimo passaggio di un percorso che può essere iniziato molti anni prima.
L'articolo La disoccupazione può cominciare a 5 anni proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
di Luca Cangianti
Nicoletta Vallorani, Ogni cosa e nessuna, Zona 42, 2025, pp. 335, stampa € 16,90, ebook € 8,49.
Fuori c’è il Grande Nulla. Milano è una città circondata da mura, sporca, devastata dalle gang. È una società autoritaria e ferocemente classista: si è estinta la mediazione politica, anche nelle sue versioni liberali di puro belletto; i manifestanti residuali vengono pestati nell’indifferenza generale; il velo e la danza sono proibiti nei luoghi pubblici; «Il clima è diventato un clown che procede a casaccio saltellando tra dune e pozzanghere», ma il governo nega tutto. Nel frattempo sono comparse malattie incomprensibili: in mancanza di meglio vengono chiamate «cancro generico». L’aspettativa di vita crolla, ma «Per i notiziari va tutto bene». I bambini nascono mediante stupro istituzionalizzato nel Reparto grembi, dove «le donne sono incubatrici da smaltire a nascita avvenuta». La sterilità dilaga, spietata come la giustizia poetica.
È questo il mondo narrativo di Ogni cosa e nessuna, l’ultimo romanzo di Nicoletta Vallorani. Si tratta di un panorama trasversale a molte narrazioni dei nostri tempi. Alcuni esempi a caso: Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (biopolitica del corpo femminile), Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (implicazioni politiche della crisi climatica), Don’t Look up (negazionismo), L’attacco dei giganti (il muro come dispositivo totalitario). Un caso? Niente affatto: è l’inconscio sociale che emerge nelle accoglienti pieghe del fantastico proiettando luce sulle tendenze della vita contemporanea.
All’interno di questo contesto s’incrociano le storie di due personaggi. Il primo è Giuditta, una donna sterile, non conforme, ferita, malata. Per professione racconta storie ai bambini che crescono nella clinica ostetrica, il Corelli – dal nome del tristemente reale Cpr del capoluogo lombardo. Giuditta, sembra innocua, ingenua, affetta da deficit cognitivo, ma esercita una sottile agency eversiva «infilando qualche folletta monella qui e là, o qualche animaletto burlone che se ne infischia delle norme, o qualche maghetta nubile e senza figli che però è felice così. Basta poco per cambiare la direzione delle storie, e quel poco è rivoluzione.» La seconda co-protagonista è un’aliena. Non ha un genere specifico e nemmeno un singolo corpo. Di volta in volta, nel corso delle epoche, è vittima di violenza sessuale, “strega” che cura con le erbe, transessuale, lupo artico, aquila, formica. Medusa è come uno stormo: «Il mio corpo si modella col combinarsi del puzzle delle mie parti», spiega. «Diversamente dagli umani, non nasciamo con un corpo: lo componiamo in relazione al tempo e al movimento da una sfera all’altra, da un mondo a uno diverso.» Il suo obiettivo è conoscerci. Nel corso del suo viaggio millenario scopre la fragilità dei maschi della nostra specie che «si pensano eroi» e la nostra passione per la binarietà: «Voi esseri umani siete rassicurati dalle opposizioni senza vie di mezzo: il bianco e il nero, il morto e il vivo, il maschio e la femmina; il buono e il cattivo; il giusto e quello che non lo è, e via così.»
Da una parte, Medusa è la cugina stellare dei viaggiatori delle Lettere persiane, ma dall’altra è l’incarnazione di un’alternativa di vita sociale. La sua specifica corporeità rimanda al rapporto hegeliano del singolo (uccello) con la totalità (stormo), o addirittura all’individuo sociale pienamente liberato così come descritto nei Grundrisse marxiani. Medusa non ha genere, eppure si è trovata «quasi sempre femmina», perché l’apertura del corpo femminile, sembra dirci Vallorani, è, d’altra parte, disposizione alla relazione.
Il punto di vista che ondeggia tra le varie forme personali, lo stile delicato e riflessivo, gli inserti lirici, predispongono il lettore e la lettrice ad accogliere il messaggio libertario e salvifico di questo romanzo. Medusa non ha nemmeno un esplicito orientamento politico-filosofico, eppure sembra giungere a noi da un modo di vita superiore, non per guidarci, ma forse per accompagnarci, via da questo inferno capitalistico. Al tramonto, come uno stormo migrante, le une accanto alle altre, prendendoci cura gli uni degli altri.

Pubblichiamo il video del seminario sull’Iran svolto da Marco Meotto al circolo di Sinistra Anticapitalista di Torino il 12 giugno 2026
According to two sources, the Linux operating system has hit a major milestone in market share that naysayers thought would never happen.

El gobierno de Javier Milei enfrentó un nuevo tropiezo legislativo este jueves en el Senado, al verse obligado a retirar el capítulo sobre manejo del fuego de su ambicioso proyecto de inviolabilidad de la propiedad privada. Impulsada por Federico Sturzenegger, la iniciativa llegó al Congreso con pretensiones de reforma profunda, pero terminó reducida a menos de un tercio de su contenido original. La falta de respaldo de aliados dialoguistas reveló las dificultades del oficialismo para sostener consensos básicos en temas sensibles.
Las críticas a los cambios propuestos en el manejo de incendios se centraron en su carácter regresivo desde el punto de vista ambiental, al eliminar o debilitar sanciones y limitaciones a los propietarios de tierras que se incendiaran para luego ser vendidas o enajenadas. Senadores dialoguistas, como Maximiliano Abad, advirtieron que la modificación vulneraba el principio de no regresión ambiental consagrado por la doctrina constitucional y la jurisprudencia de la Corte Suprema. Otros, señalaron errores conceptuales y técnicos persistentes en el articulado, que no habían sido corregidos pese a los intentos de negociación previos, lo que generó el rechazo generalizado y obligó al oficialismo a retirar por completo ese capítulo.
Patricia Bullrich, a cargo de la conducción oficialista, apenas logró retener el apoyo de radicales, legisladores del PRO y algunos provinciales para la votación en general. Sin embargo, senadores como Flavia Royón, Beatriz Ávila, Edith Terenzi y Maximiliano Abad retiraron su respaldo al tramo que modificaba la ley de manejo del fuego, alineándose en el rechazo junto a la oposición. El resultado fue la aprobación únicamente de los capítulos referidos a la agilización de desalojos, el recorte de facultades estatales en expropiaciones y el registro de la propiedad inmueble.
La sesión expuso tensiones internas y errores de cálculo. El discurso de Joaquín Benegas Lynch, quien calificó de “ignorantes” y “tibios” a los aliados por ceder ante lo que consideró un “show mediático”, terminó de erosionar los puentes construidos con dificultad. Lo que había sido presentado como una defensa férrea de la propiedad privada se diluyó ante las críticas técnicas y ambientales, que apuntaron a un retroceso respecto de principios constitucionales y de la jurisprudencia de la Corte Suprema.
El oficialismo debió conformarse con una media sanción parcial y desflecada. Los capítulos aprobados —por márgenes estrechos de 37 a 33 y 36 a 33 votos— no alcanzan a cubrir las ambiciones iniciales anunciadas en marzo. La retirada forzosa del tramo sobre incendios dejó en evidencia la fragilidad de la estrategia legislativa del Ejecutivo, que insiste en avanzar sin construir mayorías sólidas ni atender objeciones de sectores que, en teoría, compartían parte de su agenda.
Este episodio se suma a una serie de reveses que muestran los límites del estilo confrontativo del gobierno. La imposibilidad de sostener un proyecto clave para su relato de defensa de la propiedad privada no solo debilita su posición en el Congreso, sino que plantea interrogantes sobre su capacidad para traducir propuestas en normas efectivas. Mientras tanto, la oposición y los bloques dialoguistas demostraron que pueden condicionar el avance de iniciativas cuando perciben malestar social y pérdida de capital político.

Vom 24. Juli bis zum 2. August 2026 rief das Management-Team von HBBOTA zur ersten Outdoor-Radio-Aktivitätswoche auf. Das Angebot wurde rege genutzt und die Erwartungen der Organisatoren weit übertroffen.
Nachdem HB9HXX im Vorfeld dafür gesorgt hatte, dass die Liste innerhalb kürzester Zeit bereits über 4000 Bunker in der Schweiz umfasste, startete die Aktionswoche mit dem von WWBOTA organisierten internationalen Bunkerfest. Während dieser drei Tage aktivierten sechs Aktivatoren insgesamt 86 Bunker und stellten Verbindungen mit fast 450 Huntern her. Da die Regeln für das Bunkerfest strenger waren – es durfte nur ein Bunker gleichzeitig aktiviert werden –, spielte die grosse Dichte an Bunkern in der Schweiz mit ihren vielen Überlappungen für diesen Teil der Aktionswoche keine Rolle.
Nationale Aktivitätswoche
Von Montag, 27. Juli, bis Sonntag, 2. August 2026 galten dann die Regeln der normalen Aktivierungen: mindestens 10 QSOs für HBBOTA-Awards bzw. 25 QSOs für WWBOTA-Awards sowie die Möglichkeit, fünf Bunker im Umkreis von 1000 m gleichzeitig zu aktivieren. Dies erhöhte die Zahl der aktivierten Anlagen nochmals – auf insgesamt 261 Bunker während dieser Woche, was durchschnittlich rund 37 Bunkern pro Tag entspricht. Realisiert wurden diese mehrheitlich von einigen sehr engagierten Aktivatoren, insbesondere von HB9HCR und HB9INY.
Neue Hunter
Das in der Schweiz noch nicht so bekannte Outdoor-Programm konnte während dieser Woche auch neue Hunter aus HB gewinnen, zum Beispiel HB9CYV, HB9GUR und HB9HDK, die sich allesamt den Gold-Award als Hunter holten. Zu den fleissigsten Huntern ausserhalb der Schweiz gehörten DE1VTM, DL1RI, EA1062RCU, M0ICR, NL14196, OK1HCG, ON3DWG, ON3LMA, ON3MOH, ON4TH, ON5JK, PA1H, PA7RA, PD3AR, PD9HIX, SM5ELV, SWL-1011 und YO6CFB – ein Abbild davon, wie populär das Programm in den verschiedenen europäischen Ländern bereits ist.
Winterfest in Planung
Der nächste grössere Anlass, das internationale Winterfest im Januar 2027 (das genaue Datum steht noch aus), wird aufgrund der winterlichen Bedingungen zusätzliche Herausforderungen mit sich bringen. Wir hoffen aber, dass sich trotzdem Aktivatoren finden werden, die wieder bereit sind, ihre Station bei einem Bunker aufzubauen.
Mehr Informationen gibt es auf der BOTA-Webseite.
Ausführlicher Bericht im nächsten HBradio.
Published: HB9HGH 2026-08-07 16:23:31

Mentre le fiamme divorano le pendici del monte Moregallo, tra Valmadrera e Mandello sul Lario (Lecco), i volontari del CRAS “Stella del Nord” della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente sono impegnati nelle aree prossime al rogo per cercare e soccorrere animali selvatici in difficoltà.
Un’attività faticosa e pericolosa, ma assolutamente necessaria: tra tutti i danni causati (di solito) dall’uomo all’ambiente, l’incendio è l’evento più catastrofico per gli animali del bosco, che vedono letteralmente distrutta la loro casa e fuggono in ogni direzione, anche verso le strade e i centri abitati, in stato di completo disorientamento. In questo contesto è essenziale la collaborazione dei cittadini: le probabilità di incontrare un animale ferito e spaventato sono molto più elevate, occorre guidare con prudenza e segnalare ogni incontro, anche al numero del CRAS (375/5278883), per consentire il pronto intervento delle autorità e degli operatori.
Il video dell’intervento dei volontari del Cras Stella del Nord è scaricabile al link https://drive.google.com/drive/folders/1GKtgPdgZqLqO06AlsRyvesBpId_0osKY?pli=1 e visibile al link https://youtu.be/IfNBQUoqiG8
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Bonjour,j’ai inséré des liens de sites internet mais ils sont inopérants lorsque j’exporte.
Merci !
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Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo“.
Parteciperanno (clicca per scaricare il programma) economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni.
I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze.
Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti.
“Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità”
I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile.
La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (Via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!.


L'articolo La Pace cambia l’economia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

Scrivere, organizzare il calendario delle pubblicazione, editare, tradurre, rispondere alle mail, leggere, caricare, trovare le foto, editare le foto, organizzare l’archivio, gestire la rubrica, pubblicare sul sito, preparare le grafiche per i social, editare i testi per i social, pubblicare sui social, gestire commenti, interazioni e messaggi.
Dietro la pubblicazione di un articolo su Dinamo c’è questo, ma anche molto di più. Riunione di programmazione e redazionali, una gestione comune della redazione, le relazioni dentro un collettivo intergenerazionale, le chat, stare sempre dietro le notizie, seguire i dibattiti politici.
E questo anno abbiamo anche organizzato dibattiti, una scuola di giornalismo sociale, tre podcast con il progetto Rome for climate justice, un seminario su Pintor in collaborazione con il collettivo Pintor, una giornata di dibattito con mostre sul Confine Albania, una redazione aperta, pubblicato la nuova pagina di sostegno…

Tutto questo la redazione di Dinamo lo porta avanti gratuitamente e con spinta militante. Non sempre però questo è semplice, anzi.
Per questo abbiamo attivato una raccolta fondi permanente dove si può donare su base mensile, annuale e una tantum. Abbiamo ricevuto delle buone risposte di donazioni nella raccolta una tantum, speriamo di migliorare per ciò che riguarda gli abbonamenti.
E per questo abbiamo bisogno di fermarci per qualche settimana. Sappiamo che le lotte sociali, ambientali, femministe e transfemministe, per la casa, e sul lavoro non si fermano nemmeno ad agosto. Proprio mentre scriviamo 400 persone che prima avevano casa a Spin Time, ora dormono per strada, mentre la crisi climatica esplode. Ma è vero che noi come collettivo redazionale abbiamo bisogno di riprendere fiato. Godere di un momento di pausa, di stacco, e di riposo.
Torneremo pieni di idee, articoli, video, foto e nuovi progetti a settembre. Ci rivediamo a Renoize a Roma dove ci troverete con un banchetto.
Per proposte e collaborazioni ci potete scrivere su dinamozine@gmail.com, rispondiamo dal 1 settembre in poi.
Stay tuned
Foto di copertina, incontro sul Confine Albania ad aprile 2026
L'articolo Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva proviene da DINAMOpress.

Ik gebruik PT voor mijn video’s en livestreams etc. Maar omdat ik niet super bedreven ben in het onderhouden van de server zoek ik hulp bij het updaten naar PT 8.2
Stuur mij een berichtjes (voorkeur voor iemand in NL)
I am using PT for my video’s and livestreams etc. But I am not fluent in server maintenance so: I am looking for somebody that can help me with upgrade and maintenance.
Just send me a message (I am in The Netherlands).
Cheers Stefan
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Bonjour à tous !
Bon, je ne sais pas si c’est le bon endroit pour parler de ça, n’hésitez pas à me reprendre si ce n’est pas le cas, aucun souci.
Ça fait environ 10 ans que j’héberge le chaton p2p.legal, mon service le plus connu est peut-être notre instance PeerTube tube.p2p.legal. Pour ceux qui me connaissent, je suis aussi l’un des développeurs principaux du projet Duniter, pour la monnaie libre Ğ1.
Aujourd’hui j’ai le plaisir de vous annoncer qu’on ouvre la bêta gratuite de notre VPN Warren: https://warren.ro
La raison pour laquelle j’en parle ici, c’est qu’on essaie de se différencier du reste du secteur en mettant au cœur le logiciel libre et l’esprit de partage communautaire, et qu’on ne sort pas ça de nulle part juste pour surfer sur une vague. On a recréé un moteur de VPN from scratch en Rust, qu’on a appelé WarrenGuard, basé sur QUIC, conçu pour que ton trafic ressemble à de la navigation web ordinaire plutôt qu’à un tunnel VPN identifiable. On ne bloque pas ce qu’on ne voit pas. C’est le cœur de notre démarche, et il est publié en AGPL-3.0: GitHub - WarrenBrowse/warrenguard: Generic VPN-over-QUIC engine (AGPL-3.0), the data-plane behind Warren VPN · GitHub
Je n’en dis pas plus, le site et notre livre blanc donneront plus d’infos aux curieux que ça intéresse.
C’est une bêta, donc il peut y avoir des bugs, des choses pas claires, et vos avis nous sont précieux: ici, sur notre forum, ou en issue GitHub. Et si quelque chose dans notre discours vous fait tiquer, dites-le franchement, c’est aussi pour ça que je viens en parler ici plutôt qu’ailleurs.
On y a mis tout notre cœur, j’espère que ça se verra. Je suis vraiment curieux d’avoir des retours de libristes venus d’ici ![]()
Au plaisir !
poka
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Riceviamo e diffondiamo


What Happened: More than 60 House Democrats are pressing Department of Veterans Affairs Secretary Doug Collins for answers about how the agency’s mental healthcare has been increasingly strained under President Donald Trump’s second administration. The lawmakers sent the secretary a letter last week asking questions about the state of VA care, citing a ProPublica investigation from this spring that revealed the agency’s mental health workforce has been plummeting and veterans have been left in the lurch.
What They Said: The letter was spearheaded by Rep. Judy Chu, who is a psychologist and represents a district in Southern California. “Caring for our nation’s Veterans is a fundamental responsibility,” the letter says. “That includes ensuring access to high-quality mental health care.”
The lawmakers demanded that the VA disclose details about its shortage of mental health providers and the impact on veterans. It also pushed the agency to lay out how long veterans have to wait for care.
As ProPublica has detailed, while the VA has long had a shortfall of mental health providers, the situation has gotten far worse under the current Trump administration. Hundreds of mental health staffers have left the VA and not been replaced.
Background: ProPublica’s investigation recounted the troubling experiences of both mental health providers and of veterans seeking care.
With so many staffers leaving and not being replaced, the remaining providers have often been stretched remarkably thin.
A psychologist who worked for a VA in Arizona recounted how some of her one-on-one sessions were replaced with online group sessions that included as many as 35 veterans. The therapist said their remaining individual sessions were sometimes limited to as little as 16 minutes.
“It was always bad,” said the psychologist. “And now it’s at a breaking point.”
In VA exit surveys that ProPublica obtained, mental health staffers who quit often wrote that they were no longer able to provide high-quality care.
“Mental Health is understaffed, burned out,” wrote one New York-based staffer who was leaving. “There is not enough mental health care for the Veterans who need the services.”
Veterans, meanwhile, have started to fall through the cracks.
Jason Beaman, a Navy and Army vet, was shuffled among therapists who later left until he finally had enough. “I just quit. I don’t want to mess with the therapist anymore,” Beaman told us this spring.
Why It Matters: After Trump returned to office last year, his administration promised to deliver veterans “the highest quality care.”
The VA is the country’s largest healthcare system, serving 9 million veterans. Those men and women face many mental health issues at a higher rate than the general population. They die by suicide at roughly twice the rate.
VA mental health staff have developed deep expertise in addressing the particular needs of vets. Indeed, studies have shown that vets get better care at the VA than through private providers.
“VA psychologists are best in class,” said Russell Lemle, former chief psychologist for the San Francisco VA Health Care System and now a senior policy analyst at the Veterans Healthcare Policy Institute. “When you lose them, the veterans are the ones who pay the price.”
ProPublica reported that in January, the department had around 500 fewer psychologists and psychiatrists than it had at the same time last year. Recent VA data shows those head counts continue to decline.
Response: In response to questions from ProPublica, VA spokesperson Quinn Slaven defended the agency. “The Trump Administration is solely focused on measuring VA’s success by how well it serves Veterans,” Slaven wrote in an email. “This commonsense approach has led to dramatic improvements for Veterans, families, caregivers, and survivors across the country.”
Slaven said that the VA completed a record number of mental healthcare appointments in the past fiscal year while also lowering veterans’ wait times.
The VA previously declined our request for an interview. Instead, spokesperson Peter Kasperowicz accused ProPublica of attempting to mislead the public by “cherry picking issues that are limited to a handful of sites and in many cases were worse under the Biden Administration.”
After ProPublica shared the findings of its investigation and the names of veterans who would appear in it, the agency reached out to several to inquire about their care and offer help.
The congressional letter gives the VA until Aug. 14 to respond.
The post House Democrats Demand Answers From Trump’s VA on Vets Struggling to Access Mental Healthcare appeared first on ProPublica.

Chiuso ufficialmente a fine giugno, per il Pnrr è tempo di primi bilanci. Lo stato di avanzamento lavori non è brillante, ma si può contare su alcune proroghe per portare a termine i cantieri. Resta il compito più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini. Il ripristino dei controlli alle frontiere per chi […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.
Il quadro dell’avanzamento lavori a pochi giorni dalla conclusione del Pnrr appare problematico. Ma anche se tutto dovesse chiudersi nei tempi previsti, resta l’esame più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini e le imprese.
L'articolo Per il Pnrr la campanella non è ancora suonata proviene da Lavoce.info.
Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.
L'articolo Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua proviene da Lavoce.info.
I periodi di caldo si allungano e interessano mesi in cui le scuole sono aperte. Ciò ha conseguenze sugli apprendimenti e sul benessere degli studenti. Ci sono buone ragioni per investire subito in misure di raffrescamento degli edifici scolastici.
L'articolo Perché le scuole al caldo sono un problema da risolvere proviene da Lavoce.info.

Since he returned to office, President Donald Trump’s administration has upended foreign aid. It’s labeled well-established, long-running programs as “not aligned with American interests” and slashed their budgets.
Still, the billions of taxpayer dollars Congress has allocated for foreign aid programs must be spent; lawmakers have insisted the government continue to fund humanitarian aid, global health and pro-democracy causes around the world. With most of the old programs now gone, however, we wanted to know: What is the Trump administration doing with that money now?
Recently, we published our investigation that found one answer to that question in a little-known bureau of the State Department that has dramatically transformed under Trump. For decades, the Bureau of Democracy, Human Rights and Labor, known as DRL, has supported human rights in some of the most oppressive countries in the world. Now, our reporting found, it’s planning to direct funds to controversial groups supporting right-wing causes in Europe and elsewhere.
Our full story lays out some of the groups the government has considered funding, which include a British free-speech organization that has fought against bans on “gay conversion therapy” and a British American think tank created this year to focus on “existential threats to Britain, to America, and to our shared Judeo-Christian civilisation.” (Administration officials dropped that grant after significant pushback from Congress.)
One proposed grant particularly caught our attention: Trump administration officials suggested funding research on crime against minority populations in South Africa.
It’s clear from sources we spoke with that the key targeted minority population in question is the white ethnic group known as Afrikaners. Afrikaners were responsible for creating the nation’s infamous and brutal racially segregated apartheid system. Previously, DRL staff had been told to begin the process of awarding funds to a group called Lex Libertas, which was founded by a controversial figure who has called for Afrikaner self-governance. The group is currently fundraising to place 3,000 white crosses on the National Mall in remembrance of attacks on South African farmers.
The proposed grant was later opened up to allow a broader set of invited groups to apply for $1 million of funding, though it is still intended for the same purpose, according to people with knowledge of the process. The State Department declined to say whether Lex Libertas will be among those invited to compete, citing ongoing deliberations, but said the Trump administration has serious concerns about the human rights situation in South Africa that need to be addressed. Lex Libertas did not respond to questions about the organization or the proposed grant.
Former diplomats who have worked extensively on human rights told us they were shocked that the victimization of white South Africans would be prioritized over the serious issues elsewhere in the region.
“It’s laughable to suggest that on the African continent, the prime issue of human rights concern is whites in South Africa,” one former agency official said when we asked him about the grant. South Africa is plagued by violence, but extensive research has found that white South African farmers are not victims of crime at higher rates than other groups.
Experts also described the proposed grant to fund research into violence against Afrikaners as keeping with the Trump administration’s overall stance toward South Africa.
For decades, the U.S. relationship with the country has been symbolized by our massive support for HIV care, Mattie Webb, a professor at the Virginia Military Institute who studies South Africa and U.S. foreign policy, told us.
Since Trump returned to office, there’s been a stark shift as the administration has strengthened ties with borderline white nationalist groups that are considered fringe in South Africa.
“The U.S. is very clearly shifting its priorities away from aid that would benefit far more people in South Africa to this narrow focus on the white minority,” Webb said.
In the last 18 months, Trump has argued there is a genocide of white South Africans and used claims that white people are subjected to disproportionate violence to justify cutting off U.S. funding for HIV treatment and research. And even as he’s barred nearly all new refugees from the United States, he’s welcomed white South Africans, fast-tracking their entry.
There have long been tensions between South Africa and the U.S., former diplomats told us, but the aid the U.S. provided saved lives and helped sustain a working relationship that is vital to U.S. national security and economic interests. Now, by seeking to fund a movement antagonistic to the South African government, the U.S. risks driving a wedge between the two nations.
Other grants also raised red flags for experts and lawmakers. Political appointees at the State Department are considering funding a British free-speech organization that has fought bans on discredited therapy practices that attempt to convert gay people to heterosexuality. That proposed $5 million grant would provide support for people facing “deplatforming” and advocate against “restrictive online safety and hate speech laws,” according to a document we reviewed. (The organization’s founder said it had “neither applied for nor been awarded a grant from the US State Department or any other branch of the US Government” but did not respond to our other questions.) And a call for proposals recently released by the bureau would fund research, conferences and cultural engagements in wealthy democracies to develop “civilizational self-confidence in Europe.”
Not all the proposed funding is directed to controversial groups, our reporting found. But even some of the grants slated to fund more traditional human rights projects skirt federal requirements for competitive bidding that are meant to deter waste, fraud and abuse. Instead, officials are trying to direct millions to handpicked organizations, according to sources and documents.
In response to questions about our reporting, the State Department stressed that the process of awarding grants is ongoing and that multiple offices provide input, writing that “programs are still in active deliberation and receipt of a grant is not guaranteed to any organization that does not meet all requirement and standards for federal grants.”
We are continuing to report on foreign aid and the Trump administration’s policies in South Africa. If you have tips or information we should know about either of these issues, please feel free to get in touch with us! Reach out via phone or Signal to Anna Maria Barry-Jester at 408-504-8131 or Sharon Lerner at 718-877-5236.
The post What Is the Trump Administration Doing With Foreign Aid Money? appeared first on ProPublica.
Chiuso ufficialmente a fine giugno, per il Pnrr è tempo di primi bilanci. Lo stato di avanzamento lavori non è brillante, ma si può contare su alcune proroghe per portare a termine i cantieri. Resta il compito più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini. Il ripristino dei controlli alle frontiere per chi […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.
Il quadro dell’avanzamento lavori a pochi giorni dalla conclusione del Pnrr appare problematico. Ma anche se tutto dovesse chiudersi nei tempi previsti, resta l’esame più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini e le imprese.
L'articolo Per il Pnrr la campanella non è ancora suonata proviene da Lavoce.info.
Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.
L'articolo Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua proviene da Lavoce.info.
I periodi di caldo si allungano e interessano mesi in cui le scuole sono aperte. Ciò ha conseguenze sugli apprendimenti e sul benessere degli studenti. Ci sono buone ragioni per investire subito in misure di raffrescamento degli edifici scolastici.
L'articolo Perché le scuole al caldo sono un problema da risolvere proviene da Lavoce.info.
Trovare i migliori servizi DNS protettivi (PDNS) è diventato un passo fondamentale per la sicurezza informatica di aziende e professionisti. Infatti un servizio PDNS agisce come un guardiano per le tue connessioni, analizzando ogni richiesta DNS e bloccando l'accesso a domini malevoli in modo automatico.
Oggi, strumenti che un tempo erano considerati una "best practice" sono diventati una necessità. Persino agenzie come la NSA e la CISA ne raccomandano l'adozione. Si tratta di una delle misure di sicurezza più efficaci e meno invasive che puoi implementare, perfettamente integrata nei moderni framework di sicurezza a "zero trust".
In questa guida, analizzeremo le 5 soluzioni più performanti sul mercato, con un verdetto rapido per chi ha fretta. Sei pronto a scoprire quale servizio si adatta meglio alle tue esigenze? Continua a leggere.
Immagina il DNS (Domain Name System) come la rubrica di Internet. Quando digiti un sito web, il DNS traduce quel nome in un indirizzo IP numerico che i computer possono capire, migliorando la tua navigazione web.
Un servizio DNS protettivo fa un passo in più: prima di fornirti l'indirizzo, controlla se quel dominio è presente in una lista di minacce note. Se il dominio è associato a phishing, malware, ransomware o comandi C2 (Command and Control), il PDNS semplicemente rifiuta la connessione. In questo modo, la minaccia viene neutralizzata sul nascere, prima che possa causare danni. È un livello di protezione proattivo, essenziale per difendere ogni dispositivo connesso alla rete.
Abbiamo valutato i principali servizi basandoci sui criteri raccomandati da NSA e CISA:
Ideale per grandi aziende che cercano lo standard di riferimento del settore, collaudato e con integrazioni mature. Cisco Umbrella è considerato l'evoluzione di OpenDNS ed è da anni il punto di riferimento nel mercato PDNS. La sua forza risiede nell'intelligence fornita da Talos, uno dei team di ricerca sulle minacce più grandi al mondo. Offre funzionalità avanzate come il rilevamento di algoritmi di generazione di domini (DGA) e tunneling DNS, garantendo una protezione completa.
Caratteristiche principali:
Pro: Profondità dell'intelligence, scalabilità comprovata, vasto ecosistema di integrazioni.
Contro: Il costo può essere elevato e le funzioni più recenti tendono a integrarsi strettamente con l'ecosistema Cisco Secure Access.
Ideale per piccole e medie imprese (PMI) e Managed Service Provider (MSP) che necessitano di una protezione efficace, veloce da implementare e con prezzi chiari. DNSFilter brilla per la sua trasparenza e semplicità. Utilizza il machine learning per categorizzare i domini in tempo reale e offre un modello di prezzo per utente chiaro e prevedibile. La sua console di gestione multi-tenant è un vero punto di forza per gli MSP che devono gestire la sicurezza di più clienti contemporaneamente.
Caratteristiche principali:
Pro: Prezzi trasparenti, onboarding rapidissimo (meno di un'ora), strumenti eccellenti per MSP.
Contro: Meno profondità nelle integrazioni enterprise rispetto a Cisco Umbrella.
Ideale per chiunque voglia iniziare a proteggersi immediatamente, con un piano gratuito solido e un percorso di crescita verso funzionalità avanzate. Cloudflare Gateway sfrutta una delle reti di resolver DNS più veloci e resilienti al mondo. Offre un generoso piano gratuito che permette a chiunque di iniziare a filtrare le minacce in pochi minuti. Man mano che le esigenze crescono, è possibile passare a piani a pagamento che includono SWG, ZTNA e CASB, tutto dalla stessa dashboard. Non a caso, è la tecnologia scelta dal governo britannico per il suo PDNS nazionale.
Caratteristiche principali:
Pro: Si passa da zero a protetti in un pomeriggio, infrastruttura su scala globale, un percorso di crescita flessibile.
Contro: L'attribuzione avanzata tramite Active Directory richiede più configurazione rispetto a Umbrella.
Ideale per governi, operatori di telecomunicazioni e grandi aziende che necessitano di una risoluzione protettiva su larghissima scala. Akamai Secure Internet Access opera su una delle piattaforme più grandi di Internet. È progettato per assorbire attacchi DDoS massicci e proteggere intere basi di abbonati per gli ISP. La sua forza sta nella vastità della sua infrastruttura e nella visibilità globale che ne deriva per la ricerca sulle minacce.
Pro: Scala e affidabilità massicce, ricerca sulle minacce di alto livello.
Contro: Pacchetti pensati per il mondo carrier/enterprise; il valore massimo si ottiene se si è già clienti Akamai.
Ideale per aziende con un'infrastruttura DNS interna complessa che vogliono fondere il PDNS con il contesto DDI (DNS, DHCP, IPAM). Infoblox adotta un approccio unico, applicando l'intelligence sulle minacce direttamente ai resolver DNS che già gestisci. Sfruttando il contesto IPAM, può dirti esattamente quale dispositivo ha effettuato una richiesta malevola e attivare risposte automatiche per metterlo in quarantena.
Pro: Attribuzione nativa delle minacce, applicazione delle policy a livello di infrastruttura.
Contro: Il modello di costo presume l'adozione della piattaforma DDI di Infoblox.
La scelta dipende dalle tue esigenze specifiche.
Prima di decidere, poniti alcune domande chiave:
Confronta due o tre finalisti in base ai precedenti punti. La trasparenza dei prezzi di servizi come DNSFilter rende questo confronto molto più semplice.
L'argomento può essere complesso e la scelta può non essere ancora chiara, per questo abbiamo selezionate le domande più frequenti sul tema:
Cos'è esattamente un PDNS? È un servizio di risoluzione DNS che controlla ogni richiesta confrontandola con database di minacce. Se una richiesta è diretta a un dominio malevolo (phishing, malware), viene bloccata prima che la connessione venga stabilita.
Perché NSA e CISA lo raccomandano? Perché è una difesa ad alto impatto e a basso attrito. La maggior parte degli attacchi informatici utilizza il DNS in qualche fase. Bloccarli a questo livello è estremamente efficace e l'implementazione richiede solo di cambiare gli indirizzi dei resolver DNS.
Un PDNS può proteggere dispositivi senza agenti (IoT, stampanti)? Sì, questo è uno dei suoi maggiori vantaggi. Impostando il PDNS a livello di rete (es. nel router), ogni dispositivo che si connette, inclusi ospiti e dispositivi IoT, viene protetto automaticamente senza agenti.
Quanto costa un servizio DNS protettivo? I costi variano molto: si parte dai piani gratuiti di Cloudflare, si passa ai prezzi pubblici per utente di DNSFilter e si arriva alle quotazioni personalizzate per piattaforme enterprise come Cisco Umbrella o Akamai.
In sintesi, possiamo dire che i migliori servizi DNS protettivi sono:
Ogni servizio ha i suoi punti di forza e di debolezza, ma l'aspetto più importante è sempre quello di agire. Infatti implementare un PDNS è un passo che non puoi più rimandare per proteggere al meglio la tua attività.
L'articolo I 5 migliori servizi DNS protettivi (PDNS) del 2026 proviene da sicurezza.net.
read more "Il prato del vicino ha l’erba più verde. Passeggiando nei “Prati” di Andrea Inglese"

| Version: | 6.1.182 (longterm) |
|---|---|
| Released: | 2026-08-07 |
| Source: | linux-6.1.182.tar.xz |
| PGP Signature: | linux-6.1.182.tar.sign |
| Patch: | full (incremental) |
| ChangeLog: | ChangeLog-6.1.182 |
| Version: | 5.15.215 (longterm) |
|---|---|
| Released: | 2026-08-07 |
| Source: | linux-5.15.215.tar.xz |
| PGP Signature: | linux-5.15.215.tar.sign |
| Patch: | full (incremental) |
| ChangeLog: | ChangeLog-5.15.215 |
| Version: | 5.10.264 (longterm) |
|---|---|
| Released: | 2026-08-07 |
| Source: | linux-5.10.264.tar.xz |
| PGP Signature: | linux-5.10.264.tar.sign |
| Patch: | full (incremental) |
| ChangeLog: | ChangeLog-5.10.264 |
La casa d'aste Broad Arrow organizza la sua tradizionale vendita in occasione della Monterey Car Week trasferendo la sede dal Monterey Jet Center al Quail Golf Club di Carmel, in California. L'appuntamento, giunto alla ventitreesima edizione, è per il 13 e 14 agosto 2026 (con il 12 giornata di preview). Il lotto include circa 185 vetture, tra classiche pre e post belliche, auto da competizione, rare supercar e youngtimer.
Il capolavoro di Maserati
Tra le vetture più significative figura una Maserati A6GCS del 1954 (stimata tra 2,1-2,5 milioni di euro), vettura ufficiale di fabbrica guidata in gara da Luigi Musso, contributo decisivo al titolo italiano Maserati nella classe Sport Internazionale di quell'anno. Il telaio, il venticinquesimo di 52 esemplari costruiti, ha corso per decenni alla Mille Miglia Storica e ai Monterey Historics, ed è stato premiato al Pebble Beach Concours d'Elegance del 2014.
Carrellata di cavallini
In ogni asta che si rispetti non possono mancare le vetture di Maranello. Il catalogo di Broad Arrow include una carrellata di modelli capaci di far battere il cuore ai collezionisti più raffinati. Fra questi una Ferrari 275 GTB/4 del 1967 (2,8-3 milioni di euro), una 275 GTB Alloy del 1966 (2,4-2,6 milioni di euro), una 575 GTZ by Zagato (1-1,3 milioni), una Dino 246 GTS del 1973 (528.000-616 mila euro)
L'universo Porsche
Il capitolo Porsche più antico è affidato a una 356 Porsche-Sauter del 1951 (1,6-1,9 milioni di euro), presentata come anello di congiunzione tra la Porsche numero 1 e la America Roadster. Segue una 924 Carrera GTR del 1981 (528-723 mila euro), vettura da competizione realizzata in soli 17 esemplari, gestita dal team Brumos e vincitrice di classe a Le Mans. Chiude il trittico una 959 Komfort del 1988 (2,3-2,6 milioni di euro), uno dei 266 esemplari realizzati per il mercato tedesco.
Gli altri modelli
Tra le altre vetture del catalogo meritano una menzione una Lamborghini Miura P400 S del 1968 (2,8-3,2 milioni), una Shelby 427 Cobra del 1966 (2-2,2 milioni), una Mercedes-Benz 300 SL Gullwing Coupe del 1955 (1,6-1,9 milioni), una BMW 507 Series II del 1958 (1,5-1,8 milioni) e una Aston Martin DB4 Series V Convertible del 1963 (967 mila-1,2)
La prima gara di Senna
Non manca un pezzo di storia della Formula 3: un Ralt RT3 del 1982 (440.000-616.000 euro), la monoposto con cui Ayrton Senna conquistò pole position, vittoria e giro veloce a Thruxton, nel suo debutto assoluto in categoria. Restaurata con cura, è considerata l'unica F3 sopravvissuta guidata dal pilota brasiliano.

















N ulla può essere considerato più intimo e anomalo ‒ quale testo letterario ‒ di un diario. Nato per ordinare pensieri privati in forma privata, scevro solitamente di riferimenti che possano includere altri lettori all’infuori di chi lo scrive il diario è da sempre una materia ambigua, difficile da decifrare e interpretare. Oggetto dunque estremo concepito da un autore che ne è allo stesso tempo l’unico possibile lettore.
Sheila Heti ha deciso di far saltare questo schema facendo letteralmente brillare il suo diario, trasformandolo così in un testo inedito ‒ anche per lei ‒ con una finalità ora principalmente letteraria. Ispirandosi ai grandi giocolieri novecenteschi dell’Oulipo, Georges Perec e Raymond Queneau, Heti ha smontato il suo diario, composto quotidianamente per dieci anni, e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature inedite al punto che la prima curiosità che apre questo bizzarro e raffinato libro, Diari alfabetici (2026, nella puntuale e accurata traduzione di Federica Aceto) sarebbe proprio sapere che effetto ha fatto alla sua stessa autrice, quale sentimento ha provocato in lei rileggersi in una versione ricomposta secondo la cronologia dell’alfabeto.
Quello che colpisce è prima di ogni altra cosa l’assertività delle frasi, quasi delle sentenze lapidarie. Ovviamente tutto parte dall’io, dal tentativo di scavare dentro al proprio sé, gesto che Sheila Heti ha già perseguito efficacemente, almeno letterariamente con Colore puro (2024) e con La persona ideale, come dovrebbe essere? (2013). Diari alfabetici appare così come la prima connessione possibile tra l’io e il mondo, ma al tempo stesso anche come l’esaurimento del contatto con l’altro: tutto appare possibile fino al punto in cui si conferma sempre come parte separata dal sé, dalla possibilità di esistere diversamente se non imponendo sé stessi, le proprie convinzioni nelle amicizie come in amore: “Come si fa indovinare cosa c’è nella testa di un’altra persona? Come si fa a non detestare se stessi? Come si fa a spostare il proprio asse? Come si fa a vivere se non si considera, in certo senso, la vita come un gioco, con l’idea che si vince e si perde, e che ci sono strategie per vincere, e regole che valgono anche per gli altri giocatori?”.
Heti ha smontato il suo diario e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature inedite.La lotta è data fin dalle prime pagine, in particolare verso il maschile a cui l’autrice tende fortissimamente tra passione e rabbia, ma anche tra delusione e paura. I sentimenti espressi in queste frasi ‒ per quanto volutamente estrapolate ‒ testimoniano sempre un’energia in presa diretta, un alto voltaggio dentro al quale le ascese e le ricadute appaiono all’ordine del giorno. Non sono considerate e del resto non possono essere possibili vie di mezzo, la materia è subito esposta e la temperatura è quella di lava incandescente. Il movimento è obbligatoriamente centripeto, tutto quello che è esterno diventa interno e all’interno di un’agitazione emotiva che prova a scardinare e a trovare nuovi appigli, nuove forme di comprensione, ma finisce spesso per ricadere nei medesimi errori.
Diari alfabetici contiene in pari numero fallimenti e successi fino a un’equivalenza che cancella in sostanza il valore degli uni e degli altri. Non c’è differenza all’interno dello scorrimento veloce e spesso frenetico degli eventi perché nulla conta per davvero se non il rimanere, l’ostinazione a restare che spesso è però facilmente ascrivibile più a una resistenza controvoglia che a un’opposizione reale. Non esistono motivi precedenti, ma solo fatti e le relative reazioni che si mischiano le une con le altre all’interno di un impasto psicologico che, seppur con lievi variazioni, riporta sempre alle medesime cadute. E anche le scoperte appaiono come luci tanto improvvise e accecanti quanto fatue, oltre che rapidissime all’esaurirsi: “Per la maggior parte, non posso negare certi sentimenti, e non posso fingere di provarne altri”.
Diari alfabetici è così attraversato da una pulsazione di vita frenetica, da un’esigenza di felicità spesso elisa e inevitabilmente ridotta a margine occasionale, a fatto così imprevisto da essere ritenuto sostanzialmente irrilevante: “Ovviamente in ogni felicità c’è una cecità tremenda. Ovviamente non sono riuscita a scrivere molto. Ovviamente sto ignorando un sacco di cose negative, ma quando ci siamo abbracciati e salutati c’era tanta alchimia tra di noi, calore e una sensazione molto bella».
Il libro di Sheila Heti appare non solo come una naturale evoluzione del discorso letterario dell’autrice canadese, ma va anche oltre la banale definizione di autobiografia, cosa che in parte si rivela per ovvi motivi d’essere nella sua sostanza. Diari alfabetici propone infatti un doppio sguardo su di sé così radicalmente privato da divenire uno specchio potenziale dentro cui qualunque lettore può ritrovarsi; l’apparente eccentricità dei temi risulta infatti solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del fuoco che si palesa solo per un istante e poi va subito ritrovato.
Un’indagine sul passato delle cose e di sé stessi, su chi si era, o meglio su chi si credeva di essere e chi invece si è, ora in quel preciso istante, prima che il tempo passi e con lui si muti fino a diventare nuovamente esseri estranei da osservare con stupore, tristezza e malinconia davanti allo specchio: “Le persone che prima mi sembrano a posto ora hanno qualcosa di minaccioso; non ho cuscinetti di protezione, non ho un uomo, non ho nessuno che mi difenda. Le persone generano altre persone. Le persone hanno bisogno di una personalità da abbinare a un dato libro, ma siccome a me nessuno mi conosce non esiste nessuna personalità da abbinare ai libri”.
L’apparente eccentricità dei temi risulta solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del fuoco.Lo scandalo non sta nel movimento, ma nella sua osservazione, nel tentativo di leggerlo frenandolo e poi interpretandolo. Lo scandalo è così totalmente letterario ed è questa la strada che persegue Sheila Heti esponendosi totalmente, ma al tempo stesso recuperando quel velo così necessario alla forma letteraria. Diari alfabetici ha la medesima forza delle opere di Sophie Calle, in particolare nell’elaborazione della struttura, ma con la differenza di una forza liberatoria che sta tutta nella pagina scritta.
Una piccola opera estremamente densa e capace di mostrare l’energia della letteratura, spesso costretta dentro forme considerate più consone ‒ dal romanzo al racconto ‒ e che probabilmente in questo secolo sono più che altro utili a conformare e a limitare la forza letteraria dentro scatole ormai desuete: “Sviluppare una filosofia dell’esistenza. Svuota i cassetti, gli armadi, il vano laterale delle scale, butta i vestiti che non ti piacciono, che non ti metti più”. Una forma di abbandono dalle cose e dall’immagine di sé che non corrisponde più al vero, al necessario e anche all’utile, un modo per abbracciare tutto quello che ancora non è noto e offre una nuova possibilità di vita da assaporare fino in fondo. Un diario che sono più diari, che rimontati ora in maniera cronologica si presentano come un romanzo totalmente nuovo. L’unico vero romanzo morale possibile dei nostri tempi.
L'articolo Diari alfabetici di Sheila Heti proviene da Il Tascabile.
Il 15 luglio 2026 è stato ufficialmente firmato a Bruxelles il Gibraltar EU Treaty, che definisce il nuovo quadro di relazioni tra Gibilterra e l’Unione Europea dopo la Brexit. Il trattato concede la libertà di spostamento per i cittadini gibilterriani e quelli europei al suo interno, ponendo così fine ai controlli doganali applicati dalle controparti inglesi e spagnole. Data l’unicità della colonia inglese, sono stati concordati anche gli aspetti economici e commerciali che subiranno dei mutamenti conformi alle leggi dell’Unione Europea. Inoltre, il trattato ha comportato l’abbattimento della “Verja”: ultima frontiera presente nell’Europa Occidentale. Il muro ha separato nettamente il confine tra Gibilterra e Spagna per oltre un secolo ed è stato l’attore principale di tensione politica tra Madrid e Londra. La sua rimozione apre le porte a una nuova era per i cittadini spagnoli e gibilterriani, promuovendo un ambiente di cooperazione e convivenza pacifica.
Oltre tre secoli di conflitto
L’origine delle tensioni riguardo alla sovranità di Gibilterra risale al 1704, durante la Guerra di Successione. In tale conflitto, la marina inglese e quella olandese invasero la Rocca, allora sotto controllo spagnolo. Nel 1713, l’allora re spagnolo Filippo V firmò il trattato di Utrecht, che segnò la cessione del territorio invaso alla Corona Britannica. L’accordo ha consentito a Londra di sfruttare Gibilterra come punto strategico chiave, tramite la costruzione della sua base militare per la proiezione della Royal Navy e della Royal Air Force (RAF) nel Mediterraneo e Nord Africa. Inoltre, tale postazione ha consentito al Regno unito di governare per secoli il Mediterraneo, controllando il passaggio delle navi e delle merci tramite lo stretto. Nonostante i vari sforzi di riconquista della Rocca, come i 14 assedi spagnoli conclusi con l’ultimo nel 1779 o quello di Napoleone nel 1806, Gibilterra è rimasta nelle mani di Londra fino ad oggi. Nel 1969 si è tenuto un referendum sul futuro della Rocca, nel quale il 99% ha votato a favore del mantenimento del legame con la Corona Britannica. In risposta, l’allora dittatore spagnolo Francisco Franco ha sigillato definitamente i confini tramite la chiusura della Verja isolandosi totalmente dal mondo occidentale. La morte di Franco ha permesso alla postura spagnola di ammorbidirsi e nel 1985 alla riapertura totale del confine terrestre sotto controlli doganali da ambo parti. Ciononostante, le tensioni tra Londra e Madrid non si sono mai placate, portando a diverse dispute nel corso degli anni successivi per il passaggio marittimo e terrestre. Nel 2016, la Brexit ha portato a ulteriori incertezze e complessità sulla gestione della colonia e ha creato anche problemi di mobilitazione per i cittadini spagnoli e della Rocca. In questo contesto, il Primo ministro spagnolo Sanchez ha rivendicato la problematicità dei rapporti e della sovranità del territorio conteso, minacciando diverse volte di rifiutare l’uscita dall’unione da parte di Londra. Un elemento che ha giocato a sfavore della colonia è stata la sua l’esclusione dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), firmato tra Londra e l’UE nel 2020, che ha complicato i rapporti commerciali con l’UE e soprattutto con la Spagna. L’accordo firmato la settimana scorsa cerca di colmare tali lacune con un approccio di integrazione economica della colonia con i suoi vicini europei.
…e adesso?
Grazie alla stipula del trattato, Gibilterra verrà integrata territorialmente nell’area Schengen e conformata al commercio europeo. Conforme all’accordo, la gestione dell’aeroporto e del porto saranno sottoposti alle autorità inglesi in cooperazione con quelle europee mentre il passaggio terrestre esentato dai controlli. In questo contesto, il controllo congiunto è stato concordato per tutelare la sicurezza europea tramite l’integrazione del futuro sistema IT Entry/Exit System(EES). Il nuovo sistema informatico automatizzato avrà il compito di verificare l’accesso dei cittadini di Stati terzi nell’UE per creare un fronte unito davanti a minacce transfrontaliere come il terrorismo e reati gravi. I criteri per l’emissione dei permessi di soggiorno per i cittadini britannici che desiderano entrare in territorio europeo restano invariati. I cittadini extraeuropei, invece, verranno sottoposti al duplice controllo e le autorità europee avranno il compito di valutare la concessione del permesso. In merito dell’acquisto di merci europee, è stata indotta una tassa del 15% che andrà a crescere nei prossimi 3 anni fino all’allineamento con le normative economiche. Per combattere il contrabbando di tabacco dalla Rocca in EU, ne stati ristabiliti i prezzi aumentandone la tassazione di circa il 32% fino all’eguaglianza. Madrid dovrà assicurarsi il rispetto del trattato ed avrà anche potere decisionale sulla sospensione dell’accordo o di alcune norme presenti in esso.
In conclusione, sebbene l’accordo sarà cruciale per promuovere la convivenza e la cooperazione tra le due parti, non è riuscito ad abbattere il sentimento di rivendicazione della Spagna per Gibilterra. L’evento non cambia le dinamiche sulla sovranità della colonia, che rimarrà sotto Londra, ma concede uno status speciale alla Rocca permettendogli di conformarsi alle normative europee pur rimanendo fuori dall’Unione. L’unico modo affinché avvenga una cessione della colonia, come ripetuto diverse volte dal Regno Unito in risposta alle richieste spagnole, implicherebbe un referendum dove i cittadini gibilterriani scelgono spontaneamente l’annessione a Madrid. Tuttavia, tale evento pare irrealizzabile nel prossimo futuro, come dimostratosi dai referendum del 1967 e del 2002, dove in entrambi i casi circa oltre il 90% dei cittadini ha scelto di rimanere sotto la Corona Britannica.

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale, quantomeno serviranno ...
L'articolo La guerra di Xi contro gli evasori proviene da China Files.

Por Diego Chiaramoni
Georges Bernanos, quien acerca del corazón humano sabía mucho, tanto sabía que hasta se calzó los zapatos de un cura rural para narrar los abismos de la soledad, escribió alguna vez: “El verdadero odio es el desinterés y el asesinato perfecto el olvido”. Es una verdad de plomo, porque el olvido –cuando de amor debido se trata-, es la muerte más cruel, aunque su sangre sea imperceptible como el silencio. El olvido es dejar que la arena cubra las huellas, que se apague una voz, que los ojos se cubran de un velo blanco, que un cuerpo pruebe anticipadamente el hedor de la muerte.
Hace unas horas hemos vuelto del Cementerio de la Recoleta con otros desvelados del pensamiento nacional. Si bien es verdad que en la Recoleta gravita omnipresente ese sello “Alvear”, que la íntima frivolidad del turismo pulveriza la solemnidad de los grandes sitios, que la fauna humana siempre nos sorprende con un nuevo rostro en su hidra de mil cabezas, sin embargo, los mausoleos que allí se levantan y los cuerpos que allí duermen el sueño prolijo de la muerte, constituyen un compendio de la historia argentina. En sus páginas de mármol y cemento, entre flores marchitas y jarrones rotos, se pueden leer los grandes amores y odios de nuestra historia, las pasiones, las miserias, las vidas admirables, los extravíos, las desmesuras.
Entrando por el pórtico principal, allí nomás, a mano izquierda el General Juan Facundo Quiroga duerme de pie, como un búho en la noche. Una calle larga y arbolada hasta el antiguo pozo de agua de la vieja huerta de los padres recoletos. Allí se levanta “El Redentor”, un enigmático Cristo anciano esculpido por Don Pedro Zonza Briano en 1914. Casi al fondo de una de las diagonales, cerca del muro lateral de la Basílica del Pilar se levanta una bóveda antigua y extremadamente angosta. Puerta oval, una roseta en su arco superior y una cruz en su cúspide. Grabado en el cemento se lee “Pedro Scalabrini” y en una placa interna, tras un vidrio opaco y un enjambre de telas de araña, otro nombre: “Raúl Scalabrini Ortíz”. Sobre un pequeño altar improvisado, un jarrón con rosas artificiales de color amarillo –mi abuela solía decir que significaban desprecio-, dos candelabros de bronce oscurecidos por el tiempo, un crucifijo yacente y otras dos placas. El techo descascarado, el piso sucio con el impío revoque caído que denuncia el olvido y una bandera argentina que va criando moho sobre el celeste y el blanco. El compañero Leonardo Cajal me miró y ante el entendimiento mutuo que ya campeaba silente en nuestros rostros, me dijo: “Así te paga la Patria”.
No es este el lugar para trazar un cuadro sobre la figura y la obra de Scalabrini, basta decir que fue un pensador medular que se hizo y se deshizo por su patria siempre doliente. Scalabrini Ortíz pensó la Argentina con su nervio y con su pluma, desnudó los apetitos del colonialismo, la intrusión del eterno enemigo en las arterias a cielo abierto de nuestros ferrocarriles, la necesidad de la independencia económica como prenda de la soberanía nacional, la siempre vigente tarea de aclararnos a nosotros mismos en nuestra identidad y aun tempranamente, en su derrotero intelectual, se animó a auscultar el alma del hombre de Buenos Aires en esa obra transida de lirismo fenomenológico que tituló El hombre que está solo y espera (1931). El término “fenomenológico” no es casual, pues la buena fenomenología es el arte de captar lo latente bajo lo manifiesto, el quid de la cosa, la intimidad ontológica de una realidad. Scalabrini lo escribió maravillosamente:
“El que mira todo el bosque de manzanos, no ve más que el bosque. Pero el que se reduce a mirar profundamente una sola manzana puede inferir el orden de todas las manzanas”. 1
La tarde maduraba en nosotros con un dejo de pena al dejar aquella bóveda. Desandamos el circuito de siempre hasta llegar a la fastuosa bóveda de Rufina Cambaceres, una de las “estrellas” del Cementerio. A pocos metros, sale un pasillo angosto en el que contamos no más de diez pasos para leer en una placa de mármol oscuro “Lucio Mansilla”. Es cita obligada para mi corazón porque allí late una música de gratitud. En ese re-cordis se mixtura la sangre de la belleza de la Federación y de un guerrero de la Independencia, florecida en el retoño de uno de los escritores de mi vida.
La tarde agonizaba ahora sobre nuestras espaldas y el nombre de Scalabrini nos quedaba picando en el alma. “Así te paga la Patria”. Nos volvimos a mirar con Cajal y el título de esta columna se cayó al unísono de nuestros labios: El muerto que está solo y espera.
¡Ocúpense de Scalabrini carajo! Veneren la memoria de nuestros mayores, que el verdadero odio es el desinterés y el asesinato perfecto el olvido.
Diego Chiaramoni para KontraInfo
Julio 30 de 2026
1 R. Scalabrini Ortiz. El hombre que está solo y espera. Hyspamérica, Buenos Aires, 1986: p. 27
dehydrated-renew per eseguire il rinnovo del certificato e la sincronizzazione del servizio per SNI solo quando uno o più certificati sono effettivamente cambiati. dehydrated.changed) per evitare ricaricamenti e riavvii non necessari del servizio se un certificato è stato effettivamente distribuito. cert_sync(), fornendo un unico punto di ingresso per la sincronizzazione della configurazione dei certificati di qmail, Dovecot e Apache dopo i rinnovi riusciti. La stessa funzione cert_sync() può essere chiamata tramite uno script autonomo, che non coinvolge l'esecuzione di dehydrated. Ridotte le interruzioni non necessarie del servizio eseguendo la sincronizzazione una volta per ogni ciclo di rinnovo anziché una volta per ogni certificato rinnovato. MAKE_MAIL_CERTS=1. Se MAKE_MAIL_CERTS=0, lo script hook distribuisce solo i certificati (da utilizzare per il server web). ENABLE_SNI=0 (impostazione predefinita). ServerName e ServerAlias per Apache e i domini SNI possono essere impostate facoltativamente con ENABLE_APACHE_SNI_CONF=1.To enable HTTPS on your website, you need to get a certificate (a type of file) from a Certificate Authority (CA). Let’s Encrypt is a CA. In order to get a certificate for your website’s domain from Let’s Encrypt, you have to demonstrate control over the domain. With Let’s Encrypt, you do this using software that uses the ACME protocol which typically runs on your web host.



Riceviamo e pubblichiamo con piacere
La Redazione web
Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.
Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.
Serena Parascandolo
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Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС
Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.
Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.
Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.
Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?
La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]
La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.
Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.
Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.
Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.
Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato
«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.
Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.
Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»
Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.
«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.
“L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”
La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.
Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.
Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»
Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria
Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.
Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.
«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»
Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.
Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»
Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.
Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.
Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.
Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”
Note
1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.
2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.
3Città settentrionale bosniaca.
4Moneta della Bosnia-Erzegovina.
5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.
Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .

A newly proposed patch for the Linux kernel's AMD P-State CPU frequency scaling driver is showing impressive gaming performance improvements, potentially delivering a noticeable boost for Ryzen users without requiring new hardware. Early benchmarks indicate that the optimization can significantly improve frame rates in CPU-bound games by allowing processors to respond more quickly to changing workloads. (phoronix.com)
Although the patch has not yet been merged into the mainline Linux kernel, the initial results have generated considerable excitement among Linux gamers and kernel developers alike.
AMD P-State is the modern CPU frequency scaling driver for AMD Ryzen processors on Linux. Rather than relying on the older ACPI CPUFreq driver, AMD P-State communicates directly with the processor to adjust clock speeds based on workload demands.
Its goals include:
Most modern Linux distributions already support AMD P-State on compatible Ryzen processors. (kernel.org)
The new patch specifically targets how quickly AMD P-State responds when a game suddenly demands additional CPU performance.
Many games rapidly alternate between light and heavy CPU workloads. If the processor takes too long to increase its clock speed, short performance dips can occur.
The proposed optimization reduces that delay, allowing the CPU to boost more aggressively when needed and helping maintain smoother gameplay. (phoronix.com)
According to early testing, the patch delivers meaningful improvements across several Linux gaming workloads.
Reported benefits include:
The biggest gains appear in CPU-limited games where processor performance has a greater impact than GPU performance. Systems that are already GPU-bound may see smaller improvements. (phoronix.com)
The patch targets systems using the AMD P-State driver, which supports many recent Ryzen processors.
Compatible platforms generally include:
A 26-year-old Canadian man once described as one of the most consequential cybercrime threat actors of 2024 has pleaded guilty to computer fraud and conspiracy to hack and extort more than 165 organizations that used the cloud provider Snowflake. Connor Riley Moucka, of Kitchener, Ontario, also admitted to stealing call and text history records of more than 100 million AT&T customers.

A surveillance photo of Connor Riley Moucka, a.k.a. “Judische” and “Waifu,” dated Oct 21, 2024, 9 days before Moucka’s arrest. This image was included in an affidavit filed by an investigator with the Royal Canadian Mounted Police (RCMP).
The U.S. Justice Department said between February and October 2024, Moucka and co-conspirators used stolen login credentials to steal cloud-hosted data belonging to at least 165 customers of a U.S.-based software-as-a-service company.
The hackers targeted stolen credentials for Snowflake customer accounts that did not enforce multi-factor authentication, and extorted or attempted to extort a host of well-known companies, including TicketMaster, Lending Tree, Advance Auto Parts and Neiman Marcus. Snowflake responded to the data thefts by increasing password complexity requirements and enforcing multi-factor authentication.
Moucka adopted new nicknames frequently — sometimes operating multiple identities concurrently — but two of his best-known monikers were “Judische” and “Waifu.” Judische’s admitted role in the Snowflake data thefts was first documented by KrebsOnSecurity in a September 2024 story about the overlap between Western, English-speaking cybercriminals and extremist groups that harass and extort minors into harming themselves or others.
That September 2024 story identified Judische as a software engineer from Ontario who has been involved in numerous data breaches and voice phishing attacks against U.S. companies since at least 2020. A little more than a month later, Canadian authorities arrested Moucka on a provisional warrant from the United States.
The government says Moucka and others used their unauthorized access to steal billions of sensitive customer records and download terabytes of information, “including individuals’ non-content call and text history records, banking and other financial information, payroll records, Drug Enforcement Administration (DEA) registration numbers, driver’s license numbers, passport numbers, social security numbers and other personally identifiable information. They then extorted victims by threatening to publish data online.”
Moucka also threatened and harassed government officials and security researchers who were helping to track him down. The Justice Department said the conspirators made over $2.5 million in ransom payments, and that in at least one instance, Moucka re-extorted a victim with threats of further disclosure of the victim’s stolen data.
“Moucka used the stolen data of a government officer and members of a then-former government officer’s immediate family in this re-extortion attempt,” reads a statement from the Justice Department.
One of Moucka’s admitted co-conspirators is Cameron “Kiberphant0m” Wagenius, a U.S. Army soldier who pleaded guilty in July 2025 to extorting AT&T and Verizon for their customer account data. Less than a month before Wagenius’s arrest, KrebsOnSecurity published a deep dive into Kiberphant0m’s various Telegram and Discord identities over the years, revealing how the owner of the accounts told others they were in the Army and stationed in South Korea.

One of several selfies on the Facebook page of Cameron Wagenius.
Kiberphant0m also re-extorted victims. Immediately following Moucka’s arrest, Kiberphant0m posted on hacker forums what he claimed were the AT&T call logs for then President-elect Donald Trump and for then Vice President Kamala Harris, as well schematics allegedly stolen from the U.S. National Security Agency (NSA).
Wagenius is set to be sentenced on September 3, 2026. The government says he faces a maximum penalty of 20 years in prison for conspiracy to commit wire fraud, a maximum penalty of five years in prison for extortion in relation to computer fraud, and a mandatory two-year sentence consecutive to any other prison time for aggravated identity theft.
The third alleged co-conspirator is John Erin Binns, 26, an elusive American man who fled the United States after being indicted for his admitted role in a 2021 breach at T-Mobile that exposed the personal information of at least 76 million customers.
Sources close to the investigation said Binns, also known as “IRDev” and “IntelSecrets,” was until recently incarcerated in a Turkish prison, but that he has since been released and has resurfaced online. Those sources said Binns also recently obtained Turkish citizenship, and under Turkish law a citizen cannot be extradited to a foreign country.

An image of a passport that Binns shared in an email to KrebsOnSecurity in Feb. 2023.
Moucka pleaded guilty to four criminal counts, including computer fraud, wire fraud, aggravated identity theft, and conspiracy. He is slated to be sentenced on Oct. 27 and faces a mandatory minimum penalty of two years in prison on the aggravated identity theft count, as well as a maximum penalty of 30 years in prison on the remaining counts. Ultimately, it will be up the federal judge how much time Moucka actually serves for his extensive cybercriminal rap sheet.
For an interview with Moucka prior to his arrest and a deeper look at Binns, see our original report on Moucka’s arrest.

Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche quello dedicato agli amici a quattro zampe, con la Giornata mondiale del gatto in calendario l’8 agosto – e quella del cane (26 agosto). In questo contesto cresce il fenomeno del “pet travel”: cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia e viaggiano insieme ai loro proprietari. Secondo studi di settore ripresi da Dogster – informa una nota riportata da Adnkronos Salute – il 54% dei proprietari prevede di partire con il proprio animale e il 58% afferma di preferirne la compagnia a quella di amici o familiari. Una tendenza che influenza anche il turismo: il 52% dei viaggiatori sceglie la destinazione in base alla possibilità di portare con sé il proprio pet. Di conseguenza, circa il 75% degli hotel, dalle strutture economiche ai resort di lusso, offre oggi servizi pet-friendly. L’auto resta il mezzo di trasporto preferito dal 64% dei proprietari, grazie alla maggiore flessibilità. Non mancano però episodi curiosi: il 10% degli intervistati ammette di aver nascosto almeno una volta il cane per aggirare i divieti delle strutture ricettive, mentre il 3% ha tentato di farlo passare per un neonato per imbarcarlo su un aereo. Se il viaggio con il cane è ormai una realtà consolidata, cresce anche quello con i gatti. Secondo Google Trends – si legge nella nota – nel 2026 le ricerche legate ai viaggi con i felini sono aumentate del 650% a livello globale rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, realizzato su un ampio panel di testate internazionali e ricerche di mercato. L’Italia si conferma tra le principali destinazioni mondiali per i trasferimenti internazionali di animali domestici, classificandosi all’ottavo posto. Il Global Pet Travel Data Report 2026 di Starwood, basato su oltre 41 mila trasferimenti, evidenzia una netta prevalenza dei cani rispetto ai gatti e una crescente complessità organizzativa, dovuta anche all’aumento delle famiglie che viaggiano con più di un animale. Pianificare con anticipo documenti sanitari, certificazioni e requisiti di ingresso diventa quindi sempre più importante.
(Foto di Jusdevoyage Lyly pubblicata su Pexels)
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Il suo video ha commosso il web: Fraggle una femmina di delfino, ha trasportato per sei giorni sul dorso il cadavere del suo cucciolo, seguita dal resto del suo ‘pod’ in quella che sembra quasi una marcia funebre. Le immagini – riporta Agi – sono state girate da un drone del Geographe Marine Research, un’organizzazione australiana per la conservazione della natura. Il tursiope aveva già perso tre figli, hanno riferito gli studiosi, e ciò rende ancora più struggente questa nuotata nell’estuario di Leschenault, vicino alla città di Bunbury, lungo la costa dell’Australia Occidentale. Gli etologi invitano però a non “umanizzare” quelle immagini: il comportamento è infatti di natura ‘epimeletica’, una forma di assistenza a un individuo in difficoltà molto comune tra i cetacei, dai tursiopi alle stenelle e alle orche. Possibile però che in questo mammifero la motivazione materna si sia intrecciata con la componente socioemotiva.
(Frame e video The Independent)
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L’estate 2026 si conferma come una delle più roventi di sempre, mettendo in discussione il primato storico del 2003: sebbene i dati definitivi saranno disponibili solo a fine stagione, le anomalie termiche attuali viaggiano su valori vicinissimi a quelli del 2003 in molte zone della penisola, e potrebbero superarli. Finito il gran caldo, persistente almeno fino a metà agosto, potremmo poi attenderci nubifragi violenti dovuti al riscaldamento del Mediterraneo. A tracciare il quadro è Lorenzo Giovannini, fisico dell’atmosfera dell’Università di Trento. “Quello che era eccezionale 20 anni fa, purtroppo sta diventando la normalità”, ha spiegato all’ANSA Giovannini.
Il 2003, ha aggiunto, “fu un evento fuori scala non solo in Italia ma anche in Francia, e in questi anni più volte ci siamo avvicinati a quei record. In questo 2026, nonostante non sia ancora finito, potremmo superarli. Il problema è che ci saranno altri record peggiori, questa di adesso sembra possa essere la nuova norma”. Mentre nel 2003 il caldo estremo fece scalpore per la sua unicità, i cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno reso queste ondate di calore una costante che si ripresenta con regolarità quasi annuale. Particolarmente colpita in modo anomalo è la zona del Nord Italia, dove la persistenza del caldo sta riscrivendo la storia climatica locale.
In Val d’Adige, ad esempio, le giornate con temperature superiori ai 35 gradi hanno già superato la decina, arrivando in alcuni casi oltre le 15, un dato un tempo impensabile per le regioni alpine. Ancora più preoccupante è il fenomeno delle “notti tropicali”, ovvero quando la minima non scende sotto i 20 gradi, impedendo il raffreddamento degli edifici.
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Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio).
Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce.

So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante. Ma se diamo uno sguardo a tutto ciò che negli ultimi decenni ci è stato raccontato, promesso, spacciato come verità indiscutibile per ottenere il risultato voluto, qualcosa di più possiamo capire sugli stati d’animo di chi quel dispotismo dell’interesse ha dovuto subire. Prendiamo per esempio le previsioni di traffico. Una trentina di anni fa, nella seconda metà degli anni ’90, quando si trattava di far passare l’idea del Grande Buco, i suoi fautori avevano sparato cifre iperboliche sul volume di merci previsto, numeri fuori misura, da economic fantasy: si parlava di un volume di traffico merci tra Italia e Francia destinato a salire, entro il 2030, alla cifra record di 100, 110 milioni di tonnellate distribuite tra i tre valichi di Ventimiglia, Monte Bianco e Frejus. Un’onda di piena che avrebbe saturato la “linea storica” Torino Lione, la cui portata era valutata a un massimo di 20 milioni di tonnellate annuo, entro il 2010! E che sarebbe potuto salire, su quella tratta, a 40 milioni di tonnellate nel 2030, una volta realizzata la nuova Grande Opera (spudorati, si lanciavano anche nella precisazione dei dettagli: 29,5 milioni di t. sulla nuova linea, 9,5 sull’Autostrada ferroviaria). Che fosse una balla spaziale lo si constatò già nel 2010, verifica del primo “traguardo”, quando i milioni di tonnellate in transito sulla linea storica che avrebbe dovuto saturarsi non raggiunse nemmeno i 4 milioni di tonnellate, meno di un quinto del previsto, all’incirca il 30% della portata potenziale della linea. Ma non importa: il partito del buco rilanciò, tacciando gli scettici che s’intestardivano a citare i numeri, di regressismo,
localismo, incomprensione del valore del progresso, nemici dell’integrazione economica con i vicini frontalieri, indifferenti alle prospettive di interscambio con l’amica Francia. Oggi i numeri ci dicono che quell’interscambio è aumentato, nel quarto di secolo che ci sta alle spalle, è vero, ma solo in valori monetari (da 54 miliardi nel 2010 ai circa 90 attuali) mentre il volume delle merci in tonnellate è addirittura diminuito: dai 40 milioni del 2010 ai 35 milioni di oggi. Distribuiti tra i valichi di Ventimiglia, del Bianco e del Frejus… Sulla linea storica – che avrebbe dovuto essere satura da 15 anni -, transitavano fino a qualche anno fa, prima che la frana nella Maurienne azzerasse il traffico ferroviario, all’incirca 2 milioni e mezzo di tonnellate (una saturazione inferiore al 20% rispetto alla portata della linea storica). E il volume delle merci trasportate su gomma, attraverso il Frejus e l’autostrada Torino Bardonecchia era rimasto al palo nell’ultimo quindicennio, con una media annua di circa 800.000 mezzi pesanti all’anno, 65.000 al mese, poco più di 2.000 al giorno (si consideri che sulla Torino Piacenza i mezzi pesanti giornalieri sono circa 13.000, giusto per fare un confronto). La ragione è semplice, la capirebbe anche un bambino, e sta nella progressiva smaterializzazione delle merci scambiate, e nella trasformazione produttiva delle aree connesse: tra Italia e Francia viaggiano sempre meno oggetti pesanti (automobili, macchinari, componentistica, i prodotti della vecchia company town Torino e del suo indotto metalmeccanico) e sempre più cose leggere, (farmaceutica, chimica, abbigliamento, roba che occupa poco spazio e pesa come una piuma). Continuare a ragionare con le categorie del fordismo quando questo è finito ormai da quasi mezzo secolo è un errore imperdonabile. O un modo truffaldino di truccare le carte. Ciò non toglie che i violini di spalla degli antichi e dei nuovi padroni non abbiano mai smesso di cantare “le sorti magnifiche e progressive” del supertreno ad alta capacità, indifferenti a qualunque replica dei fatti e dei numeri, occhi e orecchie ben tappati ma la bocca ben aperta a replicare in loop la narrazione edificante che tanto piace a chi sta in alto.
Idem, a dinamiche invertite, per quanto riguarda i costi dell’opera. Mentre i volumi di traffico diminuivano, crescevano in misura esponenziale i miliardi da spendere. Rispetto alle cifre della prima ora, già di per sé abnormi, l’aumento (aggiornato all’inizio del 2026) è stato del 127%. Così, almeno, l’ha valutato la Corte dei Conti europea (un +23% dal solo 2020), annotando anche che “le prospettive sono più pessimistiche rispetto a sei anni fa, e ben lontane da quanto inizialmente pianificato”. La cifra di 25 miliardi (quasi 15 per il tunnel di base, altri 3 per la tratta Orbassano-Avigliana, 6 o 7 per gli ulteriori raccordi) a cui si riferisce la Corte, appare fin d’ora ampiamente sottostimata, viste le difficoltà geologiche incontrate nello scavo e il prolungarsi dei tempi di realizzazione. Altra pietra dello scandalo perché il termine di conclusione lavori, fissato all’inizio nel 2015, è stato travolto prima ancora che un solo metro di tunnel fosse scavato, e quello attale, del 2033 (di quasi vent’anni successivo) appare fin d‘ora totalmente irrealistico, vista la velocità (si fa per dire) con cui procede il lavoro: la tanto

decantata “talpa” (la mitica “Viviana”), l’unica attualmente sperimentata sul versante francese, che avrebbe dovuto procedere di una quindicina di metri al giorno, ne ha fatti a malapena 80 centimetri finché ha funzionato, ed è “attualmente ferma per problemi tecnici e complicanze geologiche, dopo aver scavato circa 250 metri” (così almeno certifica la tanto acclamata Intelligenza artificiale interpellata in proposito, precisando anche che la macchina è lunga 115 metri, la metà dello scavo effettuato). La prima delle sei commissionate per il versante italiano, consegnata con grande strepito acclamante dalla solita stampa compiacente nel marzo scorso, richiederà almeno un anno per essere assemblata, e forse entrerà in funzione nel 2027 (mah…). Prodotta nella fabbrica tedesca di Herrenknecht, ha una lunghezza complessiva di 235 metri, una testa rotante del diametro di 10,16 metri, il peso di diverse migliaia di tonnellate e costa circa 35 milioni di euro. Monta 13 motori capaci di una potenza complessiva di 4.550 kW e un consumo elettrico, sempre giornaliero, di 109.200 kWh (l’equivalente del fabbisogno di 15.000 famiglie, la popolazione di una media città, una bolletta giornaliera di circa 30.000 euro): per alimentarla sarà necessaria una linea dedicata collegata direttamente all’alta tensione. Salvo “sorprese”, dovrebbe scavare una decina di metri al giorno (in attesa che le altre sue cinque sorelle arrivino a darle il cambio), bevendosi quotidianamente circa 1 milione e mezzo di litri d’acqua per raffreddare i motori e abbattere le polveri sottili.
E visto che parliamo di acqua, diamo un’occhiata anche all’impatto che l’ecomostro in costruzione è destinato ad avere sull’assetto idrogeologico del Mont Ambin e dell’intero massiccio del Moncenisio. Dal momento che i lavori di perforazione delle due canne centrali e delle relative discenderie incrociano “centinaia di venute d’acqua … con portate complessive iniziali superiori a 100 litri al secondo” (così dichiara LFT, titolare dei lavori), ci si troverà durante l’attività di cantiere e poi completata l’opera a dover gestire qualcosa come una quantità variabile tra i 60 e i 120 milioni di metri cubi d’acqua all’anno (il fabbisogno idrico di una città di un milione di abitanti): acque che saranno riversate all’estremità sud del tunnel nei fiumi Arc e Dora Riparia, dopo essere state debitamente raffreddate dato che si presenteranno all’uscita con una temperatura intorno ai 30 gradi, il che comporterà possibili effetti sullo scorrimento a valle, mentre a monte del tunnel potrà essere modificato anche gravemente l’assetto delle acque in superficie (fonti, scoli, ruscelli, reti d’irrigazione, acquedotti di paese e di borgata).
Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici…

Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito.
Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri – che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. Ci scrivemmo anche un libro, con l’indimenticabile Lidia Menapace e Fausto Bertinotti, per tentare di proporre l’azione nonviolenta come asse portante dei movimenti del secolo che si apriva. D’altra parte, nonviolenti erano gli originari fondatori del movimento NO Tav in Valle. Nonviolento era sicuramente Alberto Perino, gandhiano di ferro, dotato di una capacità di sopportazione infinita. Nonviolenti lo erano Chiara Sasso, Claudio Cancelli, e tutti quelli che avevo incontrato nel surreale e straordinario Convegno tenutosi a Venaus alla fine di novembre del 2005, che avrebbe dovuto servire come copertura al concentramento per contestare l’apertura del cantiere e invece si era trasformato in una meravigliosa esperienza conoscitiva. Gli stessi che poi avrei ritrovato nei grandi cortei e nelle infinite assemblee in Valle, per analizzare dati, approfondire ipotesi scientifiche, convincere anche i più riottosi dell’assurdità dell’Opera.
Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali. Ogni volta, a ogni decisione unilaterale del potere di turno, a ogni denuncia o esposto ignorati da un giudice, a ogni documento respinto senza motivazioni convincenti da una Commissione, rispondendo con nuovi dati, nuove analisi, nuovi pareri di esperti indipendenti. Tutta la vicenda, da quando sono state fatte le prime trivellazioni e aperti i primi cantieri è costellata di illeciti amministrativi, d’infiltrazioni sospette, di forzature di leggi e regolamenti, sistematicamente denunciati con atti sistematicamente ignorati. Poi, a un certo punto, si è fatta strada la constatazione che nonostante tutto il possibile per “convincere” delle proprie ragioni fosse stato fatto, nulla sarebbe cambiato. Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni. E’ stato allora che ha incominciato a manifestarsi un sia pur lento e lenticolare mutamento nell’asse portante del movimento. I “fondatori” non hanno abbandonato ma sono passati nelle seconde file. L’azione informativa che aveva caratterizzato la parte più consistente dell’attivismo è apparsa via via esaurita o comunque secondaria dal momento che pressoché tutto era stato mostrato e pressoché nulla era successo nel fronte determinato a fare l’opera ad ogni costo, affidandosi alla forza più che alla ragione. Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo.

Detto questo – e andava detto! – non ci sto a partecipare al grande gioco mediatico-politico della stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta. Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?
Sarò ingenuo – anzi, lo sono senz’altro e non me ne vergogno -, ma resto convinto che basterebbe poco per interrompere il loop dei “disordini” in Valle. Forse anche solo un gesto, un segnale di ripensamento, e di disponibilità all’ascolto, da parte di chi oggi è all’attacco – TELT, Ministeri (non solo quello dei trasporti con il grottesco Salvini) Commissari europei. Sarebbe sufficiente anche solo una pausa di riflessione, l’accettazione dei dati più clamorosi che privano di fondamento le possibili ragioni SI TAV, per abbassare di colpo la tensione, e riportare il confronto sul terreno dell’argomentazione. Ma nessuno di loro lo farà mai, e questo non tanto perché continuino a nutrire una qualche fiducia sulla fattibilità (non dico l’utilità) dell’opera in tempi non biblici e fondi disponibili, ma per una ragione più banale, e misera: per paura delle conseguenze di una rinuncia, a questo punto dell’impresa (e della spesa). Per il timore che venga richiesto loro il pagamento dei “danni erariali”, che al momento hanno già raggiunto una cifra vicina ai dieci miliardi di euro (cinque quelli dichiarati per i lavori sul breve tratto scavato del tunnel di base, due o tre per interventi di contorno, tra i 300 e i 500 milioni di progettazioni varie, altrettanti per consulenze di tipo ingegneristico, geologico e geotecnico, legale, in totale una cifra oscillante tra 1 e 2 miliardi di spese accessorie). Per il terrore che di quel gigantesco errore prima o poi qualcuno presenti il conto a chi l’ha commesso e sostenuto. E dato che sono in tanti a temere, il coro di chi sostiene che a questo punto la rinuncia all’opera “costerebbe di più della sua prosecuzione”, li farà tirare ancora una volta diritto. Verso il nulla.
Il tempo di Pangloss – l’ottuso apologeta dello stato di cose presente inventato da Voltaire – non è ancora finito. L’infaticabile maestro di “stoltologia” (così lo definiva l’ironico padre dell’Illuminismo) continuerà a magnificare quello in cui chi ha la forza decide anche contro la Ragione come “il miglior mondo possibile”. Mentre intanto il “giardino” di Candide è devastato, e quel che ne resta presidiato in armi.

Oltre 700.000 persone muoiono ogni anno nel mondo a causa delle infezioni resistenti agli antibiotici. Un nuovo studio condotto nelle Isole Galápagos mostra che le acque reflue stanno diventando un serbatoio di batteri resistenti, trasformando l’ambiente in un luogo dove la resistenza antimicrobica può emergere, evolvere e diffondersi anche lontano dagli ospedali. La scoperta amplia il problema: la lotta ai super-batteri non riguarda più soltanto l’uso appropriato degli antibiotici in medicina, ma anche la gestione delle acque reflue, degli ecosistemi e delle infrastrutture ambientali. L’Antibiotico-resistenza diventa una sfida ambientale. Per anni il problema è stato affrontato quasi esclusivamente all’interno degli ospedali. Oggi emerge con sempre maggiore evidenza che anche fiumi, impianti di depurazione e reflui urbani possono favorire la selezione e la diffusione di geni di resistenza.
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Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia.
Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra, aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.
L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina – i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .
Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.
Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.
Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente. E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.
Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.
Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.
Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026
L'articolo I mezzi e i fini di una politica di pace sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
Sono saliti a circa 130 i nidi segnalati quest’anno in Sicilia, regione che al momento detiene il primato di deposizioni, di cui 115 monitorati dal Wwf: il maggior numero si trova ancora lungo le coste sud orientali dell’isola. Le ricerche delle tracce – racconta l’associazione – rigorosamente svolte all’alba lungo le spiagge, continuano senza sosta così come la sorveglianza dei nidi giorno e notte per permettere alle piccole tartarughe di nascere in sicurezza. Ad oggi sono poco più di 550 i piccoli fuoriusciti dai nidi seguiti dal Wwf in Sicilia: in alcuni casi è stato necessario traslocare le uova in punti della spiaggia più sicuri poiché quelli troppo vicini alla battigia, ad esempio, rischiavano di essere sommersi dall’acqua con la compromissione della schiusa. L’erosione costiera, infatti, colpisce non solo le attività di balneazione ma rappresenta anche un fattore di rischio per le deposizioni. Considerando alcune possibili perdite dovute ai tanti fattori di rischio, il potenziale di nascite della sola Sicilia è di 8000 piccoli. Nelle altre regioni le deposizioni monitorate dal Wwf sono salite a 28: 17 in Calabria, 11 nell’arco Ionico tra Puglia e Basilicata. I volontari sorvegliano le schiuse anche per mitigare un’altra minaccia: le luci artificiali notturne. I piccoli, una volta usciti dalla sabbia, ne vengono spesso attratti poiché scambiate per il chiarore del mare. Il compito dei volontari è quello di evitare che vadano in direzioni pericolose e opposte al mare. Un’altra accortezza che il Wwf chiede ai gestori dei lidi è quella di rimuovere ostacoli come lettini e boe dalla battigia, lasciando però gli ombrelloni fissi (che altrimenti al mattino rischierebbero di danneggiare eventuali nidi non segnalati).
(Testo Wwf riportato da Adnkronos. Foto di repertorio)
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Da oltre vent’anni il taglio del cuneo fiscale ritorna ciclicamente al centro del dibattito economico italiano. Cambiano i governi, cambiano gli strumenti e persino le finalità dichiarate, ma la misura continua a essere proposta come risposta quasi universale ai problemi del lavoro. Prima serviva ad aumentare la competitività delle imprese, poi a favorire l’occupazione e oggi viene presentata soprattutto come uno strumento per accrescere il reddito disponibile dei lavoratori. Se una stessa politica riesce ad assumere funzioni così diverse senza mai uscire dall’agenda pubblica, vale forse la pena chiedersi se il problema sia davvero il cuneo fiscale oppure ciò che esso finisce per nascondere: la difficoltà del sistema produttivo italiano di generare salari adeguati attraverso la crescita della produttività, la contrattazione collettiva e una diversa distribuzione del valore aggiunto.
Il punto di partenza è apparentemente semplice. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra il costo complessivo sostenuto dall’impresa per un lavoratore e quanto quest’ultimo riceve effettivamente in busta paga. Da qui nasce un luogo comune molto diffuso: se il cuneo è elevato, allora è sufficiente ridurlo per aumentare automaticamente i salari.
La realtà è molto più complessa. Il confronto internazionale mostra infatti che paesi come Belgio, Francia e Germania presentano un cuneo fiscale superiore a quello italiano (pari al 47%), senza che ciò impedisca livelli salariali medi decisamente più elevati e sistemi di welfare più estesi. Al contrario, economie caratterizzate da un cuneo relativamente contenuto, come gli Stati Uniti, presentano modelli di protezione sociale radicalmente differenti. La semplice dimensione del cuneo fiscale non spiega dunque né il livello dei salari né la competitività di un sistema economico.
Figura 1. Il cuneo fiscale nei principali paesi OCSE (Taxing Wages, OCSE).

Questo dato richiama una questione spesso dimenticata. Il cuneo fiscale non rappresenta soltanto un costo per imprese e lavoratori. Esso finanzia previdenza, sanità, istruzione e, più in generale, quei beni di merito che caratterizzano i moderni sistemi di welfare.
Ridurre il cuneo significa inevitabilmente interrogarsi anche su come finanziare questi servizi. Il dibattito pubblico tende invece a presentare il prelievo come una perdita secca, dimenticando che si tratta di un trasferimento di risorse verso beni collettivi che, diversamente, dovrebbero essere acquistati individualmente sul mercato. Questa osservazione consente di comprendere come il significato economico del cuneo fiscale sia profondamente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.
Negli anni Novanta il taglio del cuneo fiscale nasce come tipica politica dell’offerta. La convinzione, condivisa dall’OCSE, dalla Strategia europea per l’occupazione, dalla Banca d’Italia e dagli organismi comunitari, era che il costo del lavoro costituisse uno dei principali ostacoli alla crescita dell’occupazione, degli investimenti e della competitività. Il soggetto economico di riferimento era l’impresa. Il miglioramento del salario netto del lavoratore rappresentava, semmai, un effetto collaterale.
La crisi finanziaria del 2008 modifica progressivamente questo schema interpretativo. La produttività italiana continua a ristagnare, la crescita rimane debole e la moderazione salariale, inizialmente pensata come misura temporanea, diventa una caratteristica strutturale del mercato del lavoro. In questo nuovo contesto il taglio del cuneo fiscale continua a essere proposto, ma cambia progressivamente funzione. Non serve più soltanto ad aumentare la competitività, bensì a impedire la riduzione del reddito disponibile delle famiglie.
Con l’impennata inflazionistica del 2022 il cambiamento diventa definitivo. Il linguaggio stesso della politica economica si trasforma: dal costo del lavoro alla tutela del potere d’acquisto. La legge di bilancio per il 2025 segna il passaggio più significativo di questa evoluzione: il precedente esonero contributivo viene sostituito da un insieme di bonus e detrazioni fiscali che operano direttamente attraverso l’IRPEF. Il meccanismo è stato confermato anche nel 2026.
La politica fiscale non viene più utilizzata soltanto per raccogliere risorse e redistribuire il reddito, ma anche per integrare retribuzioni che il mercato del lavoro non riesce più a garantire. È proprio questo passaggio che merita attenzione.
Nel corso degli ultimi quindici anni gli interventi fiscali rivolti ai lavoratori dipendenti si sono moltiplicati: bonus IRPEF, decontribuzioni, detrazioni aggiuntive, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta personale sul reddito. Considerate singolarmente, queste misure possono apparire semplici aggiustamenti del sistema tributario. Osservate nel loro insieme raccontano invece un’altra storia: quella di una politica dei redditi che si è progressivamente spostata dalla contrattazione collettiva al bilancio dello Stato.
Questa evoluzione non è priva di conseguenze istituzionali.
Negli anni Novanta il recupero del potere d’acquisto passava prevalentemente attraverso il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Gli aumenti salariali costituivano il risultato della contrattazione tra rappresentanze sindacali e organizzazioni datoriali, all’interno di un sistema di relazioni industriali costruito proprio per governare la distribuzione del valore aggiunto.
Oggi il quadro appare profondamente diverso.
Una quota crescente dell’incremento del reddito disponibile deriva da interventi fiscali decisi annualmente nelle leggi di bilancio. Cambia il luogo istituzionale nel quale viene determinata una parte del reddito dei lavoratori. Il salario tende progressivamente a spostarsi dal luogo della produzione al luogo della redistribuzione, compromettendo l’istituzione del CCNL.
Questa trasformazione emerge con particolare evidenza osservando l’andamento delle retribuzioni reali. I dati dell’UPB mostrano che la stagnazione salariale italiana non coincide con una riduzione uniforme delle retribuzioni individuali. Essa riflette piuttosto la crescente diffusione di rapporti di lavoro caratterizzati da minore intensità lavorativa, occupazioni discontinue e orari ridotti. In altri termini, la diminuzione della retribuzione media deriva anche dalla trasformazione della composizione dell’occupazione.
Questa osservazione suggerisce una conclusione importante. Se il problema nasce dalla struttura produttiva e dal mercato del lavoro, appare difficile immaginare che possa essere risolto esclusivamente attraverso interventi sul prelievo fiscale. È proprio qui che il dibattito pubblico tende a confondere fenomeni profondamente diversi.
Negli ultimi anni si è progressivamente consolidata una sovrapposizione tra almeno quattro questioni distinte: la dinamica dei salari, il fiscal drag, la pressione fiscale e il potere d’acquisto. Nel dibattito politico questi fenomeni vengono spesso trattati come se fossero manifestazioni dello stesso problema e come se una sola misura – il taglio del cuneo fiscale – fosse in grado di affrontarli contemporaneamente.
Tabella 1. I quattro equivoci del dibattito pubblico.
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Problema |
Strumento corretto |
Errore del dibattito |
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Salari troppo bassi |
Contrattazione, produttività, politica industriale |
Ridurli al cuneo fiscale |
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Fiscal drag |
Riforma dell’IRPEF e indicizzazione |
Confonderlo con l’aumento dei salari |
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Pressione fiscale |
Riforma tributaria |
Presentarla come politica salariale |
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Potere d’acquisto |
Politica dei redditi |
Identificarlo con il taglio del cuneo |
È proprio questa identificazione che rischia di produrre l’equivoco maggiore. Il salario non coincide con il reddito netto percepito in busta paga. Esso è il risultato della produttività del sistema economico, della forza della contrattazione collettiva, della struttura produttiva, della spesa per il welfare e della distribuzione del valore aggiunto tra capitale e lavoro. Ridurre il problema salariale a una questione tributaria significa spostare l’attenzione dagli elementi che determinano la formazione del reddito a quelli che ne modificano soltanto la distribuzione successiva.
Tra i temi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sul cuneo fiscale, il fiscal drag è probabilmente quello più frequentemente evocato e meno precisamente definito. L’espressione viene utilizzata per spiegare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, per giustificare riduzioni dell’IRPEF e, talvolta, persino come argomento a favore di politiche salariali. In realtà, queste diverse questioni non coincidono.
Il fiscal drag, nella sua definizione più rigorosa, si manifesta quando l’inflazione determina un aumento dei redditi nominali che spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più elevati senza che vi sia un corrispondente incremento del reddito reale. In assenza di un adeguamento automatico degli scaglioni e delle detrazioni, il contribuente paga un’imposta maggiore pur non avendo accresciuto la propria capacità di acquisto.
Si tratta di un fenomeno noto nella teoria tributaria e non rappresenta, di per sé, un’anomalia del sistema fiscale. In un sistema tributario progressivo è fisiologico che, al crescere del reddito reale, aumenti anche il prelievo. Questo è il normale funzionamento del principio costituzionale della capacità contributiva, principio attuabile attraverso un meccanismo permanente di indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione.
Tuttavia, negli ultimi anni il legislatore ha preferito attenuare questo effetto mediante una successione di interventi discrezionali: bonus, nuove detrazioni, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta con la legge di bilancio 2025. Il risultato è un sistema che corregge ex post gli effetti dell’inflazione, ma lo fa attraverso provvedimenti contingenti piuttosto che mediante una revisione organica del rapporto tra inflazione, progressività e imposizione personale.
Figura 2. Aliquote effettive dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, 1990 e 2026 (a prezzi costanti 2026).

Fonte: nota di lavoro dell’UPB sul ruolo redistributivo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026, https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-dellupb-sul-ruolo-redistributivo-dellirpef-tra-il-1990-e-il-2026/
L’evoluzione delle aliquote effettive mostra chiaramente questa trasformazione. Per i redditi medio-bassi il prelievo è stato progressivamente ridotto fino a diventare, in alcuni intervalli di reddito, addirittura negativo per effetto delle detrazioni e dei trasferimenti incorporati nell’imposta. Parallelamente, la parte superiore della distribuzione registra un incremento dell’aliquota effettiva che deriva, almeno in parte, proprio dall’accumularsi del drenaggio fiscale nel corso del tempo. L’IRPEF, continuando a essere formalmente la stessa imposta, non si limita più a redistribuire il reddito secondo la capacità contributiva, ma viene utilizzata per sostenere direttamente il reddito da lavoro dipendente.
Ed è qui che il fiscal drag incontra il tema del cuneo fiscale. Nel dibattito i due fenomeni vengono spesso sovrapposti, come se la riduzione del cuneo rappresentasse la soluzione naturale al drenaggio fiscale. In realtà essi operano su piani interagenti, ma differenti.
Ridurre il fiscal drag mediante interventi fiscali può essere un’alternativa rispettabile all’indicizzazione degli scaglioni IRPEF, avendo tuttavia cura di non trasformare questa esigenza in una politica salariale permanente, a causa del rischio che il sistema tributario finisca per compensare debolezze strutturali del modello di sviluppo. Il fiscal drag non è una causa della crisi salariale italiana; è un amplificatore.
L’evoluzione del cuneo fiscale e del fiscal drag racconta una storia diversa da quella che normalmente viene proposta nel dibattito pubblico. Non si tratta soltanto della ricerca di un equilibrio tra pressione fiscale, competitività e tutela del potere d’acquisto. In gioco vi è un cambiamento più profondo: il rapporto tra distribuzione primaria e distribuzione secondaria del reddito.
La distribuzione primaria è il luogo in cui il reddito viene generato e ripartito dal sistema economico. Dipende dalla produttività, dall’organizzazione della produzione, dalla forza della contrattazione collettiva, dalla distribuzione del valore aggiunto tra lavoro e capitale e, più in generale, dal modello di sviluppo di un paese. È qui che si determina il livello dei salari, dei profitti e, in larga misura, la capacità dell’economia di sostenere una crescita inclusiva.
La distribuzione secondaria interviene successivamente attraverso il sistema tributario, i trasferimenti monetari, le detrazioni, i bonus e le prestazioni sociali. La funzione del fisco, almeno nella tradizione europea, non è mai stata quella di sostituire il mercato nella formazione dei redditi, ma di correggerne gli esiti quando essi risultano incompatibili con il principio della capacità contributiva e con la coesione sociale.
Negli ultimi vent’anni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Di fronte alla stagnazione della produttività, alla debole dinamica salariale, all’indebolimento della contrattazione collettiva e alla crescente frammentazione del mercato del lavoro, la politica economica ha fatto ricorso con sempre maggiore frequenza agli strumenti della distribuzione secondaria. Bonus, decontribuzioni, detrazioni e, più recentemente, la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in un intervento strutturale sull’IRPEF hanno consentito di sostenere il reddito disponibile dei lavoratori senza incidere sulle cause che ne limitavano la crescita.
Questa scelta ha certamente attenuato gli effetti della lunga stagnazione salariale e, soprattutto durante la recente fiammata inflazionistica, ha evitato un’ulteriore compressione del reddito reale delle famiglie. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutarne l’utilità. Tuttavia, la sua crescente sistematicità porta con sé il rischio che la distribuzione secondaria finisca per svolgere una funzione sostitutiva della distribuzione primaria. Viene meno il sindacato come istituzione salariale e controparte del capitale, e ne esce sempre più ridimensionato il welfare statale.
Da questa prospettiva, anche il fiscal drag assume un significato diverso. Esso amplifica gli effetti di una debolezza che nasce altrove: nella produttività stagnante, nella struttura produttiva, nella qualità dell’occupazione e nella progressiva perdita di capacità della contrattazione collettiva di trasferire ai salari i guadagni di efficienza del sistema economico.
Per questa ragione il dibattito sul cuneo fiscale rischia di rimanere incompleto se continua a concentrarsi esclusivamente sulla distribuzione secondaria del reddito. La vera domanda non è quanto reddito il fisco debba restituire ai lavoratori, ma perché il sistema produttivo italiano abbia progressivamente smesso di generare salari adeguati attraverso i normali meccanismi della distribuzione primaria.
L'articolo Se il fisco prende il posto del salario sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
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Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.
Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.
Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.
La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.
È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.
La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:
La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.
Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.
Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.
Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).
Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.
Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.
Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.
Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.
Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.
Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.
Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.
“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.
La story map è disponibile nella galleria INGVterremoti e al seguente link: Val di Noto 1693
A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale



Elvis Brooks thought he had an airtight case when he applied for compensation from the state of Louisiana after he was wrongfully convicted in a fatal bar shooting that kept him in prison for more than four decades.
The 69-year-old New Orleans native has never wavered in his claims of innocence, insisting since his 1977 arrest that the cops had the wrong guy. But it would take nearly 45 years and a prosecutor admitting he failed to turn over key fingerprint evidence before the courts threw out Brooks’ conviction.
That decision made Brooks eligible for up to $480,000 under a program created by Louisiana lawmakers to pay those wrongfully convicted in a state with one of the highest rates of overturned guilty verdicts. But Louisiana Attorney General Liz Murrill, the top prosecutor in the state, has vigorously fought Brooks’ compensation claim, asserting in court filings that he is still guilty and therefore should not receive any money at all.
And it isn’t just Brooks: Since taking office two years ago, Murrill has opposed all but one of 23 compensation claims brought by people whose convictions have been vacated by the courts. These include cases in which the men were exonerated through DNA or blood evidence and others in which police are accused of fabricating evidence. Once, Murrill even threatened to block an exoneree’s ability to obtain a license to practice law if he didn’t drop his claim.
Civil rights attorneys say Brooks’ case is one of the most egregious examples of a wrongful conviction in recent years. Murrill has been pushing the court since September 2024 to reject his compensation claim and also to reinstate a manslaughter charge against him. The case is pending before a district court judge in New Orleans; attorneys are scheduled to appear for the next hearing Monday.
When Brooks heard what Murrill was trying to do, five months after he’d filed his claim, he said he was flooded with anger and disbelief. Once again, he said, the state was trying to rip away his good name and falsely brand him a killer.
“She knows people are innocent but she doesn’t care,” Brooks said of Murrill during a recent interview, his voice rising with frustration. “She wouldn’t want nobody to do this to one of her loved ones.”
Some states that have more recently created compensation funds have experienced startup problems. In Michigan, narrow criteria and confusion over eligibility have prevented exonerees from getting paid. But in Louisiana, conservative politicians who oppose the very existence of a compensation fund and therefore fight nearly every claim have proven to be the biggest obstacle.
Gov. Jeff Landry, a Republican who served as attorney general for eight years, during which time he hired Murrill as the state’s solicitor general, opposed 10 of 12 compensation claims during his tenure. Both have staked their political careers on a tough-on-crime agenda. By contrast, Murrill’s more moderate Republican predecessor, Buddy Caldwell, who served as attorney general from 2008 to 2015, opposed just 33% of all claims.

Murrill’s hard-line tactics, particularly in Brooks’ case, stand out among her peers in other states, said Jeffrey Gutman, a professor emeritus at the George Washington University Law School and a national expert on compensation funds.
“I can’t think of an attorney general who has been quite as aggressive in trying to prevent people from getting compensation,” Gutman said.
Murrill, through her spokesperson, declined interview requests and did not answer questions regarding her opposition to the compensation fund. Both she and Landry have made their views on the fund clear during recent legislative sessions. Murrill told lawmakers last year that defending the state against these claims consumes an enormous amount of time and resources and that the fund should be abolished altogether. And in June, Landry vetoed a bill passed unanimously by the Republican-controlled Legislature that would have increased the amount paid to the wrongfully convicted. In his veto statement, Landry painted many of the exonerees as “convicted criminals” whose only interest is money.
Murrill’s opposition doesn’t necessarily mean that Brooks and other exonerees won’t eventually be compensated. The claims are ultimately decided by one of a number of district court judges, whose approach to this issue may vary. But it ensures that a process the law says should take no more than five months could instead drag on for years, exacting financial hardship and emotional pain on people who have already endured decades of both, said Herbert Larson, an attorney representing exonerees and a senior professor at the Tulane University Law School.
“If they’ve got DNA evidence that points at somebody else, if they’ve got fingerprints that point at somebody else, if it looks like sloppy police work, then we should pay the money and not spend the next two years litigating it,” Larson said. “That’s not a very effective use of time and money on the part of the attorney general.”
Brooks filed his application in 2024, but more than two years later, his case has yet to be heard by a district court judge. After having 42 years of his life stolen — missing his son’s childhood and losing his parents and three siblings while he was behind bars — Brooks said he shouldn’t continue to suffer at the hands of the state.
“It’s miserable and it’s frustrating, the games they play,” he said. “But if they think I’m going to give up, wave the white flag, they got me wrong.”
On most days, Brooks can be found riding his bicycle down to Tricou and Douglas streets in New Orleans’ Lower 9th Ward, where he was raised, or through the French Quarter, where as teens, he and his friends would go to meet girls.
But there is one place he avoids: a vacant lot at the intersection of Dauphine and Alabo streets. That’s where the Welcome Inn once stood, and where a murder took place that would change his life.
In July 1977, a man named Cecil Lloyd was seated at the bar in the local dive when he was shot to death during an armed robbery. Less than three weeks later, police arrested 19-year-old Brooks.
There was no physical evidence tying him to the killing, and a dozen people testified that Brooks was at a family party at the time of the shooting. But three white witnesses said they saw the perpetrators in the dimly lit room and picked Brooks, who is Black, out of a photographic lineup. Although studies have shown that witnesses often have difficulty correctly identifying suspects of another race, and despite the fact that the three witnesses gave conflicting descriptions, the jury found him guilty of first-degree murder after a one-day trial.
What the jurors weren’t told is that fingerprints lifted from beer cans held by the robbers did not match Brooks’, or that police suspected the same men had robbed several people less than a block away just before the Welcome Inn robbery, according to prosecutor records discovered by Brooks’ attorneys 40 years later. The victims of the earlier crime were shown a photo of Brooks and ruled him out as a suspect.
After his conviction, Brooks was sent to the Louisiana State Penitentiary at Angola at a time when the maximum-security prison was considered one of the most violent in the country. Three years after Brooks arrived, his brother Errol, who was serving a 99-year sentence there for armed robbery, was stabbed to death.
“Angola was a madhouse,” Brooks said. “A hellhole.”

While Brooks served his life sentence, the criminal justice system was being revolutionized through the introduction of DNA evidence and, with it, proof that innocent people had been convicted. This led to a deeper look into other factors contributing to wrongful convictions, including prosecutorial misconduct and mistaken eyewitness identifications, especially those made by witnesses with different racial backgrounds from the suspects.
As a result, the number of exonerations nationwide increased from 25 in 1989 to 259 in 2022, according to the National Registry of Exonerations, a project operated by universities in Michigan and California. By 2025, Orleans Parish, where Brooks was convicted, had the highest rate of exonerations among U.S. counties with more than 300,000 residents, according to the registry.
Many states reacted to the rise in exonerations by creating funds to compensate those who were wrongly convicted. Louisiana established its fund in 2005 and today is one of 39 states, in addition to the District of Columbia, that compensate the wrongfully incarcerated. But it is far from a rubber-stamp process.
“It’s miserable and it’s frustrating, the games they play. But if they think I’m going to give up, wave the white flag, they got me wrong.”
Elvis Brooks, exoneree
To be eligible, a person has to have been imprisoned as a result of a conviction that was later vacated by a court. Applicants, like in all states with these funds, must then prove their innocence. Having a conviction thrown out is not enough to do so: A court can vacate someone’s conviction for a number of reasons, including an ineffective attorney or significant errors committed by the judge or prosecution. But that only means there were problems with the original trial. It is up to the person applying for compensation to present evidence that they did not commit the crime.
In many states, innocence in the compensation process is proven by a “preponderance of evidence,” which attorneys understand to mean that there is more than a 50% chance that the person is innocent. This is the standard used in civil cases. The threshold is higher in Louisiana and some other states, where applicants are required to prove they are innocent by “clear and convincing” evidence. This is supposed to leave little doubt in the judge’s eyes that they did not commit the crime.
That’s the hurdle Brooks must clear to receive any money from the state.
Brooks filed for compensation in April 2024, just a few months after Murrill and Landry took office. He didn’t know much about the process, he said, except that it was meant to help people like himself get back on their feet after a wrongful conviction. Brooks assumed it wouldn’t take long at all, maybe a few months. But like nearly all the others, his request was met with fierce opposition from the attorney general’s office.
Murrill, seen by many as a future candidate for governor, has earned the reputation as a fighter unapologetic about the methods she is willing to use to enact a conservative agenda, both in the political world and the courtroom.
Verite News and ProPublica interviewed the attorneys of 17 of the people whose compensation claims Murrill opposed. The majority expressed shock at her tactics. When Landry was attorney general, his office regularly spoke with defense attorneys and assured them that the attorney general would not stand in the way of compensation in the rare times the office agreed that a former prisoner was innocent, according to two of the attorneys. Landry did not respond to a request for comment.
Those conversations no longer happen under Murrill, the attorneys said. In nearly every case, Murrill’s office has insisted that the exoneree either is guilty or has failed to sufficiently prove his innocence.
Of the 23 people who have had active claims under Murrill, four so far have been awarded compensation. The rest are pending. Of the successful claims, two of the men were cleared by DNA evidence, while blood serum evidence was used to prove innocence in the third. Yet Murrill opposed all three, delaying their compensation for nearly two years. (In the fourth case, Murrill dropped her opposition to Patrick Brown’s claim after the victim testified that the exoneree was innocent).

Jarvis Ballard is one of the four. He spent 23 years in prison before his 1999 rape conviction was vacated after his DNA was not detected in any of the blood or semen samples found at the scene. In addition, the victim reported two men committed the crime; however, three men, including Ballard, were prosecuted and convicted. The other two men testified that Ballard was not involved.
The St. Bernard Parish district attorney’s office admitted in a 2021 statement that the office had made a mistake in prosecuting him. “DNA evidence, witnesses recanting their prior statements and polygraph testing all supported the ‘actual innocence’ claims of Jarvis Ballard,” district attorney Perry Nicosia wrote.
In another case, Darrill Henry was sentenced to life in prison in 2011 for a double homicide. Nine years later, New Orleans Criminal District Court Judge Dennis Waldron threw out his conviction after DNA evidence found under the fingernails of one of the victims cleared him, saying there was “clear and convincing evidence that he is indeed factually innocent of the crime.”
And in a third case, Sullivan Walter was sentenced to 40 years in prison in 1986 for burglary and rape, among other charges. He was only 17 at the time but was tried as an adult. His conviction was overturned in 2022 when blood evidence ruled him out as the perpetrator.
“This is horrible,” Criminal District Judge Darryl Derbigny said to Walter as he ordered his release from prison, according to news reports. “I’m at a loss of words to express the sorrow and the anger I have at the treatment you’ve been dealt by the system.”
But in all three cases, Murrill told the courts that despite the DNA or blood evidence, the men did not sufficiently prove their innocence.
“They’re taking a position that is inconsistent with what many prosecutors argue every day in seeking conviction,” Zac Crawford, staff attorney at Innocence & Justice Louisiana, a nonprofit law firm specializing in wrongful convictions, said about Murrill’s office. “Prosecutors frequently use DNA testing to match someone to a crime as a means of getting a guilty verdict, and they are not willing to concede that that same evidence also proves innocence.”
Murrill hasn’t confined her fight against compensation claims to the courts, having used threats to prevent at least one exoneree, Calvin Duncan, from even pursuing a claim. After serving 28 years of a life sentence for murder, he accepted a plea deal to secure his release in 2011. Ten years later, a district court judge ruled that he was factually innocent and threw out his conviction, citing the suppression of exonerating evidence by police, among other factors.
When Duncan filed for compensation in 2023, Murrill issued a threat, Duncan said during a recent legislative hearing: drop the claim or she would charge him with perjury for falsely saying he was exonerated. At the time, Duncan was pursuing a law license. He said Murrill added a second warning: If he didn’t drop the claim, she would report him to the bar association to prevent him from getting his license.
Duncan said he reluctantly agreed to withdraw his compensation application, with the understanding that Murrill would then drop the matter. But she didn’t keep her word, Duncan told legislators. During Duncan’s campaign last year for New Orleans criminal court clerk, Murrill sent him a letter threatening “further action from this office” if he didn’t stop referring to himself as being exonerated. “You have not proven you were actually innocent,” she told him.
She then used his plea deal against him, saying, “You knowingly and voluntarily pled guilty to manslaughter and armed robbery.”
Duncan, who declined to comment, won his election but was stripped of his office after legislators, with Landry’s support, eliminated his position. His campaign manager said Duncan has paused his pursuit of a law license in part because of his race for court clerk and Murrill’s persistent threats.
Malcolm Alexander spent nearly 38 years in prison before being exonerated through DNA evidence in 2018. Despite the opposition of Landry, then attorney general, Alexander was later awarded compensation, though he said these claims aren’t all about money. Even more important is that when a judge awards an exoneree compensation, it comes with a definitive ruling that the person is, in fact, innocent.
So while Murrill’s desire to deprive exonerees of money is terrible, Alexander said, her efforts to prevent them from having their names officially cleared are truly reprehensible.
Brooks was 60 years old and had been in Angola prison for nearly two-thirds of his life when his legal team discovered a wealth of new evidence that appeared to conclusively prove his innocence. Among these items were fingerprints lifted from beer cans held by the shooters during the Welcome Inn bar robbery and fatal shooting. And those fingerprints did not match Brooks’.
In January 2019, Brooks’ legal team filed a motion to overturn his murder conviction. Leon Cannizzaro, the New Orleans district attorney at the time, objected, telling the court that his office did not purposefully withhold any evidence.
Brooks said he was ready to wage a lengthy legal battle to prove he was not a murderer. But five months later, Cannizzaro approached Brooks with an unexpected offer: If he agreed to plead guilty to manslaughter, his life sentence would be reduced to 42 years and he would be allowed to walk out of Angola prison. Brooks agonized over the decision. The idea of standing up in court and saying he had killed someone was unimaginable. But he also didn’t want to die an old man on a rusted prison cot. So he took the deal.
Two years later, as Brooks was struggling to adjust to life outside of prison and still strapped with a felony record, his legal team found a memo in a pile of records they had requested from the district attorney’s office that detailed a 2019 internal meeting with one of the prosecutors at Brooks’ murder trial. He admitted that they didn’t turn over the fingerprint evidence and that it would have been helpful to Brooks’ case, according to the memo.
The meeting had occurred just two weeks before Cannizzaro offered Brooks the plea deal. If Brooks had known about the prosecutor’s admission, he said, he never would have accepted the plea.
“It wasn’t right from day one,” Brooks said.


In 2022, when presented with this new information, the district court agreed. It ruled that the district attorney withheld crucial evidence when offering the plea deal and threw it out along with Brooks’ conviction. Current New Orleans District Attorney Jason Williams declined to retry the case, clearing the way for Brooks to file his compensation claim two years later.
Cannizzaro could not be reached for comment. In a statement issued after Brooks’ 2019 release from prison, the former district attorney said he offered Brooks the plea deal because his office believed he was “rehabilitated and will not go out and reoffend.” Cannizzaro rejected the idea that Brooks was wrongfully convicted, saying at the time that if he were innocent, Brooks and his attorneys would have turned down the deal. “Notably, they did not,” he said.
Murrill is now using that discredited plea deal against Brooks, just as she did in Duncan’s case, in an attempt to quash his compensation claim. In a September 2024 motion, Murrill claimed that by vacating Brooks’ manslaughter conviction while he was a free man and not a prisoner, the court essentially pardoned him. And under the state constitution, only the governor has the power to issue pardons. As a result, she has asked that the court reinstate the manslaughter charge against Brooks.
Murrill did not, however, address the fact that the court vacated the deal because prosecutors intentionally withheld key information, according to court records.
In her motion, Murrill said she only learned the plea deal had been thrown out when Brooks filed his claim. And that, said attorney Harry Daniels, who represents Brooks, is when she started the effort to reinstate charges against him. “It’s only when he started demanding what he’s entitled to for being wrongfully convicted that this even became an issue,” Daniels said.
Brooks has described applying for compensation as torturous, a barricade that is constantly preventing him from being able to move forward. And life has been difficult: His only source of income is his $994-a-month Social Security payment, enough to rent a one-bedroom apartment in a low-income senior center.
There are moments, though, he said, when he allows himself to dream about what he would do with the money. The first would be to buy a bigger headstone for his family gravesite, where his parents, four siblings and a nephew are buried in a single plot in the Green Street Cemetery. All but one died while he was wrongfully imprisoned. There is room on the headstone for only three of the seven names.
“I want to put all our names on there,” he said. “Give them some respect, especially my momma.”

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È vero che il prezzo alla pompa sale rapidamente e scende lentamente di fronte a uno shock. Ma è un fenomeno che si riassorbe in pochi giorni. È poi un settore più trasparente di altri. E anche più reattivo nel passaggio tra ingrosso e dettaglio.
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Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 9 agosto 40% di sconto su tutti i cocomeri.
Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del reparto ortofrutta o macelleria.
Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».
Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.
Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.
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Se a Garlasco, in provincia di Pavia, ci fosse stata Jessica Fletcher, il caso dell’omicidio di Chiara Poggi sarebbe stato già risolto. Capacità di osservazione, intuizione e una buona dose di fortuna nella fiction, cinematografica, televisiva o letteraria che sia, sono sufficienti per trovare l’assassino – e infatti la “signora in giallo” non sbagliava mai-. Nella realtà, non va così. Nonostante i più sofisticati strumenti di analisi, tracce di Dna, impronte, macchie di sangue trascurate e poi magicamente ritrovate, hanno come unico risultato quello di alimentare il dubbio.
Si crea così il giallo perfetto, quello che non ha mai fine e che ci fa diventare tutti detective. La passione per il crime è tale che i programmi televisivi si moltiplicano, dalla mattina alla sera, senza saltare il pomeriggio, con dati di ascolto notevoli, e nascono canali dedicati esclusivamente a serie, film, fiction su casi inventati o realmente accaduti. Anche fra i libri, quelli che tengono meglio nelle classifiche delle vendite sono spesso dei gialli.
Ma perché il crime ci attira così tanto? «La letteratura scientifica ci dice che il racconto di storie che si sviluppano intorno a un delitto svolgono la stessa funzione delle fiabe per i bambini. L’imprevedibilità che le caratterizza dà forma alle nostre paure e incertezze, e in qualche modo ci rassicura. Sono fatti terribili che potrebbero capitarci, ma sapere che il colpevole sarà assicurato alla giustizia ci tranquillizza e procura una sensazione positiva: dopo il caos torna la calma» spiega la presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi, Maria Antonietta Gulino. Così come accade ai bambini che chiedono sempre la stessa novella, anche noi seguiamo queste storie gialle, appassionandoci.
Il giornalista e narratore di storie, in tv, in rete e a teatro, Stefano Nazzi, la spiega così: «Suscitano più attenzione, anche da parte dei media, quelle storie che ci appaiono più simili alle nostre, che coinvolgono famiglie come le nostre, che potrebbero accadere ai nostri figli», in sintesi ci immedesimiamo, senza fortunatamente fare la stessa fine.
Secondo Marco Vichi, che ha scritto quindici libri a tema poliziesco con protagonista l’umanissimo commissario Bordelli (ma non si definisce un giallista), non è un fenomeno che nasce oggi: «Non credo sia una questione attuale, è sempre successo: i crimini più vicini a noi incuriosiscono, perché si parla di persone, mentre le guerre ce le raccontano con i numeri e le sentiamo lontane, anche se proprio lontane fisicamente non sono» spiega.
Torniamo al caso Garlasco, e più precisamente al 13 agosto 2007. Francesco Selvi, allora inviato del telegiornale di La7 – aveva seguito anche altri casi di cronaca come Cogne e quello di Omar ed Erika -, era lì quel giorno. «Una giornata calda e umida, tipica della Pianura Padana, quasi soffocante. Il caso aveva tutte le caratteristiche del giallo estivo: una ragazza di una famiglia benestante, uccisa in piena estate nella villetta dei genitori, in un paese della provincia lombarda, conosciuto per le sue discoteche e piscine, frequentate anche da Ron, che a Garlasco abita, e dall’amico Lucio Dalla. Noi giornalisti stazionavamo fuori dal giardino, in attesa di qualche notizia. La prima ipotesi a circolare fu quella di una rapina finita male, ma venne esclusa subito perché non era stato rubato niente» ricorda quasi vent’anni dopo.
Vent’anni di servizi giornalistici e trasmissioni televisive, il fidanzato, Alberto Stasi, condannato per omicidio e poi la riapertura delle indagini con un nuovo mostro da inseguire con le telecamere, Andrea Sempio. «A quel tempo – prosegue Selvi – non pensavamo che questa vicenda sarebbe durata così a lungo: il fatto che Chiara Poggi quella mattina avesse aperto la porta al suo assassino fece svoltare le indagini nell’ambito familiare e dei legami sentimentali, la strada che più spesso porta alla verità».
Il caravanserraglio televisivo funziona «quando si smette di attenersi ai fatti e si lascia spazio alle ipotesi più fantasiose: come succede sui social, ognuno dice la sua e ha il proprio killer immaginario, si mettono in mezzo le cugine, il fratello di Chiara, la famiglia che nasconde qualcosa, i riti nel vicino santuario» afferma Nazzi. Il fallo di confusione direbbe qualcuno, ma a chi giova questo can can? Alle emittenti televisive, agli sponsor disposti a pagare a peso d’oro uno spazio pubblicitario, agli ospiti dei talk che acquistano una fama utile alle loro carriere.
La mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e dei familiari è evidente, ma nessuno sembra preoccuparsene: «C’è una rincorsa ossessiva alle notizie da parte dei media, come se non esistesse più nessun tipo di confine, questo è evidente anche nel caso Garlasco, ma succede quasi sempre» precisa Nazzi. Su questo concorda anche Vichi, che non ama pronunciarsi sui fatti di attualità: «Tengo sempre lontana la cronaca, non ho opinioni determinanti sui casi reali, lascio fare ai giudici, ma devo dire che questo baraccone mediatico su Garlasco è offensivo per la vittima e per i suoi familiari e proprio non mi piace».
L’atteggiamento quasi morboso del giornalismo nei confronti di fatti di cronaca non è però prerogativa esclusiva dei nostri tempi. Il 17 agosto 1924, all’indomani del ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il “Corriere della sera” intitolava: «Gli emozionanti particolari della lugubre scoperta. Lo stato delle misere spoglie». Nell’articolo ci si dilungava sullo stato del cadavere abbandonato in una macchia di cerri dove l’aveva ritrovato il cane di un giovane brigadiere dei Carabinieri uscito per stanare volpi. Raccontava al giornalista: «Ho visto biancheggiare due oggetti che mi sembravano delle ossa umane. Mi sono avvicinato e le ho esaminate attentamente. Si trattava di una scapola e di un femore con qualche brandello di carne ancora attaccata». Un racconto da far invidia ai più truci serial americani che proprio sulle autopsie di cadaveri basano il loro successo, come Bones, Ncis, Csi.E la valenza politica dell’assassinio sacrificata – forse intenzionalmente, visto che era stato ucciso più di due mesi prima da una squadra fascista – a vantaggio della morbosità dei lettori.
Al destino di una descrizione impietosa non sfuggirono neppure le vittime del Mostro di Firenze. I dettagli dei corpi spogliati e mutilati finirono nei servizi dei giornali dell’epoca. Il più grande mistero della cronaca italiana – come lo definiscono molti – a distanza di 40 anni dall’ultimo delitto fa ancora il pieno di ascolti quando i media lo ripropongono: «L’uccisione di 16 giovani da parte del serial killer più famoso della storia del nostro Paese continua a colpire l’attenzione delle persone, certamente perché un “colpevole” convincente non è mai stato trovato e per questo motivo sono state fatte le ipotesi più disparate» prosegue Nazi. I compagni di merende, la pista sarda, le messe nere, la massoneria deviata, in quasi sessant’anni si è detto di tutto di più. Ma non è ancora stata scritta la parola fine.
La continua esposizione ad argomenti e immagini scabrosi può innescare in persone particolarmente sensibili e in situazione di stress due diversi processi: da un lato l’indifferenza anche di fronte ai fatti più gravi, come l’uccisione di un bambino, in una sorta di scollamento dalla realtà. Dall’altra, quando il colpevole con funzione catartica non si trova, l’effetto rassicurante della fiaba può venir meno. «Se la paura diventa fobia e il piacere si trasforma in ossessione, allora bisogna intervenire – conclude la psicologa -. Può anche innescarsi un corto circuito per cui i fatti visti in tv si sovrappongono alla realtà, e l’ansia invece di placarsi aumenta e si autoalimenta. In quel caso bisogna chiedere aiuto». Il gioco “a fare il detective” è finito.
Fra le serie tv poliziesche storiche, oltre a La signora in giallo, che dove va lei c’è un omicidio, merita una menzione Il tenente Colombo, umanissimo nel suo impermeabile chiaro sempre spiegazzato. Ma la serie considerata più longeva è Law & Order – I due volti della giustizia. Prodotta dal1990 al 2010 e poi ripresa dal 2022 ad oggi, è ambientata a New York: piace perché mette insieme il crime con il legal thriller, cioè poliziotti contro delinquenti e procuratori contro avvocati. Da essa sono nati numerosi spin off, anch’essi di notevole successo. Come La signora in giallo ha una sigla musicale inconfondibile.
E una volta che i responsabili dei delitti sono scoperti, cosa succede? Marco Vichi, insieme a Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci con Luce (Leonardo Libri) racconta la vita nel carcere, attraverso storie di sofferenza, rabbia, rassegnazione e speranza, rendendo visibile l’invisibile, cioè il mondo nella prigione.
L'articolo Tutti pazzi per il crime proviene da Informatore.
È vero che il prezzo alla pompa sale rapidamente e scende lentamente di fronte a uno shock. Ma è un fenomeno che si riassorbe in pochi giorni. È poi un settore più trasparente di altri. E anche più reattivo nel passaggio tra ingrosso e dettaglio.
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Recenti scoperte sollevano dubbi sulla sicurezza di iCloud Private Relay, evidenziando una falla che potrebbe portare a delle perdite di IP, esponendolo nonostante le protezioni. Molti utenti si affidano a questo servizio Apple per navigare in modo più privato su Safari, convinti di mascherare la propria posizione e le attività online. Tuttavia, un'interazione apparentemente innocua con un sito web potrebbe vanificare tutto.
Analizziamo insieme cosa sta succedendo, quali sono i rischi concreti e, soprattutto, come puoi proteggerti.
Prima di entrare nel vivo del problema, facciamo un passo indietro. L'iCloud Private Relay, incluso negli abbonamenti iCloud+, non è una vera e propria VPN. È un servizio intelligente progettato per aumentare la tua privacy durante la navigazione con Safari.
Il suo funzionamento si basa su un'architettura a due server separati (o "hop"). Infatti il primo server, gestito da Apple, cifra le tue richieste DNS e nasconde il tuo indirizzo IP a chiunque, tranne che al tuo provider di rete. Il secondo server, gestito da un partner esterno, genera un indirizzo IP temporaneo e ti connette al sito di destinazione.
In questo modo, né Apple né il sito web che visiti possono avere un quadro completo di chi sei e cosa stai facendo. Una soluzione elegante ed efficace, almeno in teoria.
Se ti interessa conoscere diversi tipi di VPN, leggi il nostro approfondimento.
Il problema non risiede direttamente nell' iCloud Private Relay, ma in qualcosa di molto più profondo: il WebKit. Si tratta del motore di rendering che, per le policy sulla privacy di Apple, deve essere utilizzato da tutti i browser su iOS, incluso Safari.
Una recente analisi dei ricercatori Tommy Mysk e Talal Haj Bakry ha svelato una vulnerabilità preoccupante. In pratica, quando un sito web supporta l'autenticazione tramite passkey, il sistema può avviare una richiesta di rete separata. Questa richiesta, purtroppo, non passa attraverso il tunnel protetto dall' iCloud Private Relay. Di conseguenza, il server di destinazione riceve il tuo indirizzo IP reale, bypassando completamente la protezione che pensavi di avere.
Già in precedenza sono state scoperte delle vulnerabilità su WebKit. Approfondisci con il nostro articolo.
L'aspetto più insidioso è che non è richiesta alcuna azione complessa. È sufficiente interagire con una funzione di passkey su un sito malevolo per innescare la perdita di dati. Infatti non è necessario installare software, aprire allegati o cedere password. La falla sfrutta un comportamento del sistema operativo legato allo standard WebAuthn, rendendo la protezione a livello di browser meno efficace del previsto.
Questa debolezza non riguarda solo Safari: poiché tutti i browser su iOS usano WebKit, anche app focalizzate sulla privacy come OnionBrowser possono essere vulnerabili.
Prima di tutto, niente panico. È fondamentale capire la portata del rischio.
Non si tratta di un furto di account o dell'installazione di malware, ma di una fuga di informazioni che compromette il tuo anonimato. Un indirizzo IP esposto può rivelare:
Sebbene non sia un attacco diretto, questa informazione può essere il primo passo per azioni più mirate o per raccogliere dati su di te senza consenso.
Apple ha dichiarato di essere al lavoro per investigare il problema.
Nell'attesa di una patch ufficiale, cosa puoi fare per navigare con maggiore sicurezza?
In conclusione, iCloud Private Relay rimane un ottimo strumento per la privacy quotidiana, ma non è infallibile. Comprendere i suoi limiti è il primo passo per usarlo in modo consapevole e proteggere davvero i tuoi dati personali online.
L'articolo iCloud Private Relay e la falla di sicurezza con perdite di IP proviene da sicurezza.net.
Numerose iniziative in tutta Italia nell’anniversario dei bombardamenti atomici. La Rete Italiana Pace e Disarmo: “Ricordare non basta, va costruita ora un’alternativa di pace e disarmo”. Rilanciata la raccolta firme per la difesa civile non armata e nonviolenta A 81 anni dai bombardamenti atomici che il 6 e il 9 agosto 1945 distrussero Hiroshima e [...]
L'articolo A 81 anni da Hiroshima e Nagasaki la memoria si fa azione: città territori si mobilitano disarmo nucleare e difesa nonviolenta proviene da Movimento Nonviolento.

L’evoluzione operativa del conflitto ucraino
Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento.
Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto.
Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza.
Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme di guerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati.
È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati.
L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.
Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni
Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse.
È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra.
L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.
Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare.
Questa dinamica si è ulteriormente approfondita negli ultimi mesi: nell’aprile 2026 sistemi robotizzati terrestri ucraini hanno conquistato per la prima volta una postazione nemica senza il coinvolgimento diretto di soldati, mentre la Russia ha accelerato lo sviluppo di un proprio ecosistema di droni basato sull’intelligenza artificiale, puntando su capacità di autonomia decisionale a bordo che riducano la dipendenza dai collegamenti radio, sempre più vulnerabili alla guerra elettronica ucraina, nel tentativo di colmare il divario aperto da Kiev.
La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico.
Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni
Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.
Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale.
La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali.
L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo.
La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.
Nella corsa globale alla sovranità tecnologica, l’Unione Europea prova a ritagliarsi uno spazio autonomo. Il 30 luglio 2026 la Commissione ha indetto una gara d’appalto per istituire fino a sette Gigafactory di IA su tutto il territorio europeo da rendere operative entro metà del 2028. L’iniziativa mira a contenere lo strapotere dei colossi esteri — in primis statunitensi e cinesi — nei settori del cloud e dei microchip. Tuttavia, l’operazione rivela un paradosso strutturale: pur puntando all’indipendenza, l’Europa resta per il momento obbligata ad affidarsi alle forniture estere di semiconduttori avanzati, indispensabili per alimentare la stessa infrastruttura di calcolo.
Analoghi progetti di enormi data center sono già ben avanzati negli Stati Uniti e in Cina: basti pensare all’ambizioso progetto Stargate promosso dall’alleanza tra Microsoft e OpenAI ad inizio 2025 o alla mega-infrastruttura statale cinese Eastern Data, Western Computingche, già dal 2022, collega giganti tecnologici come Huawei, Alibaba e Baidu.
Per evitare di rimanere ai margini di questa corsa, nel febbraio 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato all’AI Action Summit di Parigi un piano per la creazione di Gigafactory di IA nel Continente. L’iniziativa ha raccolto fin da subito un forte interesse da parte dell’industria, spingendo ben 76 consorzi a manifestare una candidatura preliminare. Il progetto ha compiuto un passo decisivo a luglio 2026 con l’apertura ufficiale del bando destinato alla realizzazione di 7 strutture.
Come funziona il nuovo progetto europeo
Le Gigafactory di intelligenza artificiale rappresentano infrastrutture di supercalcolo ad altissima capacità, concepite per addestrare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) su volumi di dati nell’ordine dei trilioni. Per farlo, queste strutture integrano semiconduttori specializzati di nuova generazione, stack software dedicati, soluzioni cloud e connettività ad alta velocità, il tutto all’interno di data center progettati per garantire la massima efficienza energetica.
La procedura di appalto si articolerà in due fasi nei prossimi sei anni e mezzo, un approccio graduale dettato dal ridimensionamento degli impegni finanziari della Commissione europea. L’investimento complessivo per queste strutture si aggira attorno ai 30 miliardi di euro, di cui due terzi dovranno provenire dal settore privato e il restante terzo da fondi pubblici, suddivisi equamente tra 5 miliardi stanziati da Bruxelles e 5 miliardi dai singoli Paesi membri sostenitori. Al momento, tuttavia, e questo è il primo punto critico del progetto, il bilancio dell’UE consente di impegnare soltanto 1 miliardo di euro, lasciando legata la copertura della restante quota ai negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP).
L’iniziativa ha già raccolto l’adesione di dieci Paesi europei pronti a ospitare una Gigafactory: Germania, Italia, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo e Spagna. Il bando prevede sia candidature singole sia consorzi transnazionali, con Parigi che ha già espresso la volontà di correre da sola.
Tuttavia, la reale emancipazione tecnologica deve fare i conti con un altro ostacolo strutturale: l’UE non dispone ancora di componenti di calcolo proprietari. Per rifornire i nuovi centri, la Commissione si trova così costretta ad affidarsi nuovamente ai colossi statunitensi dei semiconduttori, firmando intese preliminari con Nvidia, AMD e Qualcomm.
Per mitigare questo vincolo, Bruxelles ha inserito tra i criteri di valutazione delle gare d’appalto specifiche contromisure volte a evitare l’asservimento commerciale e la dipendenza esclusiva da singoli fornitori.
Stati Uniti e Cina nell’IA: il punto sulla corsa globale
Tra Stati Uniti e Cina la competizione sull’IA non si gioca più soltanto sulla potenza dei singoli modelli, ma sulla realizzazione di architetture tecnologiche distinte e tra loro inaccessibili. Il report The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World targato BCG Institute analizza questa progressiva polarizzazione, mettendo a confronto l’egemonia delle due potenze lungo i sei fattori chiave dell’IA: capitali di rischio, competenze professionali, brevetti, accesso ai dati, fabbisogno energetico e infrastrutture di calcolo.
La strategia degli Stati Uniti si incentra sulla scalabilità di questi sistemi, spostando le enormi risorse finanziarie dallo sviluppo dei modelli alla costruzione dell’infrastruttura necessaria per sostenerli. Dal 2023 le startup americane dell’IA hanno raccolto 380 miliardi di dollari in venture capital (a fronte dei soli 39 miliardi cinesi), sorrette da oltre 300 miliardi annui in Ricerca e Sviluppo e da investimenti in data center che, dai 400 miliardi del 2025 (contro i 63 della Cina), puntano a superare gli 800 miliardi nel 2026. Questa spinta porta gli USA a una capacità infrastrutturale di oltre 50 GW, contro i 31 GW della Cina e i 12 dell’UE. Questo primato trova oggi pieno sostegno anche nella linea politica della seconda amministrazione Trump, impegnata nel favorire l’espansione del settore sia attraverso l‘AI Action Plan sia tramite il supporto a grandi mega-progetti privati come appunto Stargate.
L’ecosistema cinese invece, animato da attori quali DeepSeek, Alibaba, ByteDance, Moonshot, Z.AI, MiniMax e Xiaomi, predilige l’approccio open-weight, consentendo lo sviluppo di soluzioni avanzate, ma a costi drasticamente contenuti. Ne è un esempio il modello Kimi K2.6 di Moonshot che, nel maggio 2026, offriva prestazioni di vertice a 1,71 dollari per milione di token, un costo circa sette volte inferiore rispetto agli 11,25 dollari del concorrente statunitense GPT-5.5.
Da un lato quindi l’impero a stelle e strisce mantiene complessivamente la leadership grazie alla disponibilità di capitali, alla presenza dei principali laboratori e alla potenza della propria infrastruttura. Dall’altro, Pechino ha ridotto il divario nella capacità di calcolo e trasformato il proprio patrimonio scientifico e brevettuale in una strategia da “fast follower”, concentrata sulla produzione di modelli competitivi, economici e rapidamente adottabili. Il risultato è la nascita di due stack tecnologici paralleli, ciascuno composto da chip, infrastrutture cloud, modelli e applicazioni. A separarli non sono soltanto le caratteristiche tecniche, ma anche le regole sui dati, le restrizioni alle esportazioni, le politiche di sicurezza nazionale e le strategie industriali.
Perché l’UE dovrebbe puntare all’indipendenza tecnologica
Sebbene la cooperazione digitale tra Unione Europea e Stati Uniti sia strutturata da quadri istituzionali di alto livello (come il TTC e il Dialogo Cyber) volti a coordinare standard, dati e tecnologie emergenti, il rapporto è segnato da profonde tensioni. La causa principale di queste frizioni è la dominanza strutturale delle grandi aziende tecnologiche americane, profondamente radicate nell’economia europea. I tentativi dell’UE di regolamentare il settore — in particolare attraverso il Digital Services Act e il Digital Markets Act — incontrano la forte opposizione di Washington, sfociata in minacce di ritorsioni commerciali, divieti di visto per i decisori europei e nello stallo dei canali di dialogo dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump.
Per quanto concerne le relazioni con la Cina, l’emancipazione da Pechino, secondo la linea del de-risking, si rende indispensabile per tutelare l’autonomia economica del Continente. Rimanere ancorati ad una posizione di subordinazione espone l’UE a gravi rischi sistemici, tra cui la potenziale strumentalizzazione politica delle esportazioni da parte della Cina tramite restrizioni commerciali, l’immediata paralisi delle GVC europee in caso di crisi geopolitiche o logistiche in Asia e un progressivo declino della competitività e dell’innovazione manifatturiera interna.
All’interno delle relazioni dell’Unione Europea nel Nord-Est asiatico, un altro attore gioca un ruolo estremamente rilevante: Taiwan,che occupa una posizione cruciale e altamente strategica per la sovranità tecnologica europea, ponendosi come un nodo essenziale nei settori dei semiconduttori, della produzione avanzata e del commercio digitale. Questa centralità si scontra tuttavia con una vulnerabilità geografica strutturale, determinata dall’estrema concentrazione della produzione di chip presso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la quale detiene oltre il 90% di questo specifico segmento di mercato. Lo Stretto di Taiwan, identificato dall’intelligence geospaziale come uno dei nodi marittimi più critici a livello globale, è interessato dal transito di oltre il 50% del traffico containerizzato mondiale; un eventuale blocco navale o l’instabilità militare nell’area provocherebbero pertanto l’immediata paralisi delle catene globali del valore nel comparto tecnologico.
Queste dinamiche rappresentano un rischio critico per l’Unione Europea. L’intelligenza artificiale non è un semplice settore a sé stante, ma una tecnologia general-purpose in grado di incrementare in modo trasversale produttività e crescita economica, rivoluzionando l’intero tessuto produttivo. Poiché i data center costituiscono l’infrastruttura abilitante fondamentale dell’IA, i Paesi che ne detengono un’elevata capacità operativa dominano già oggi la corsa ai vantaggi economici di questa trasformazione. Ne consegue l’urgenza per l’Unione Europea di affrancarsi dalla dipendenza strutturale nei confronti di attori esterni. Sviluppare una sovranità autonoma sulle infrastrutture digitali e sul patrimonio dati è la premessa indispensabile per evitare un ruolo di mera subordinazione tecnologica ed economica.
Con l’avvio della guerra tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio 2026, l’Italia ha schierato nella regione la Task Force Air-Arabia a fine marzo. Richiesta dai partner regionali e divisa tra Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, contribuisce alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo e alla protezione delle forze e degli interessi nazionali nella regione. Il dispiegamento è stato portato all’attenzione pubblica solo negli ultimi giorni, a oltre quattro mesi dal suo avvio, e si spiega con la necessità di contenere la rappresaglia iraniana agli attacchi americani.
I recenti attacchi degli Houthi contro gli impianti di esportazione sauditi ne hanno ampliato la rilevanza. Per mantenere praticabile il transito commerciale attraverso Bab el-Mandeb, non basta la protezione offerta alle navi commerciali da Aspides – l’operazione navale europea attiva dal febbraio 2024 a tutela del traffico mercantile nel Mar Rosso – ma va anche garantita la difesa delle infrastrutture da cui quel traffico dipende. Tuttavia, il mandato di Aspides non include questa missione, rimettendo l’iniziativa ai singoli Paesi.
Gli attacchi houthi
Il 20 luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, rispondendo alla richiesta iraniana di qualche giorno prima per una chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Pur facendo parte della rete di proxy iraniani nella regione, gli Houthi mantengono un margine di autonomia decisionale che li porta sia a partecipare alla risposta iraniana, sia a perseguire obiettivi propri nella contrapposizione con Riyad.
La portata della crisi eccede però il quadro regionale. Con Hormuz già compromesso, un’interruzione prolungata anche di Bab el-Mandeb sottrarrebbe al mercato le due principali vie di uscita del greggio mediorientale nello stesso momento. L’oleodotto est-ovest fino a Yanbu, sul Mar Rosso, costituisce l’alternativa attraverso cui l’Arabia Saudita mantiene le proprie esportazioni, per quasi cinque milioni di barili al giorno. Quella via, che a propria volta dipende dal transito per Bab el-Mandeb, è l’elemento della catena logistica che gli Houthi stanno mettendo sotto pressione.
La campagna si sviluppa quindi su due domini. L’impiego di missili e droni contro obiettivi in territorio saudita colpisce raffinerie, siti di stoccaggio e terminali di imbarco. In mare, invece, l’obiettivo non è la distruzione del naviglio, ma la produzione di incertezza sufficiente a far salire i premi assicurativi e indurre gli armatori a deviare. Navi saudite hanno già abbandonato il passaggio attraverso lo stretto per circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di consegna e vanificando il ricorso alla massima capacità dell’oleodotto est-ovest per aggirare la chiusura di Hormuz.
Il risultato è determinato dalla combinazione di questi attacchi. Gli attacchi in mare scoraggiano il transito, mentre quelli a terra riducono il volume che è possibile imbarcare sulle navi che riescono a transitare. Ciascuna delle due azioni resta efficace anche quando l’altra viene neutralizzata. Difendere soltanto il passaggio lungo la rotta lascia intatta metà del meccanismo: la protezione del naviglio rimane fondamentale, ma produce un effetto parziale finché gli impianti da cui il traffico dipende restano esposti.
Il dispositivo italiano nella regione
I limiti dello strumento navale sono emersi durante la crisi del Mar Rosso del 2024. L’arsenale a basso costo, decentralizzato e di produzione continua in possesso degli Houthi ha fatto sì che la presenza di Aspides producesse una mitigazione del rischio, non la sua eliminazione. Un risultato parziale, che tuttavia non riduce la convenienza dell’impegno: proprio perché il Mar Rosso resta vitale per l’economia nazionale, per l’Italia la missione è più importante che mai. La conseguenza da trarre non è quindi un ridimensionamento della presenza navale, ma l’estensione della protezione a ciò che quella presenza non può raggiungere.
La capacità corrispondente è già schierata. Il dispositivo italiano è stato costituito per l’intercettazione dei vettori iraniani diretti contro il territorio dei Paesi ospitanti. Sono schierati quattrocento militari dell’Aeronautica articolati in cinque task group, con quattro caccia multiruolo Eurofighter, un aereo E-550A CAEW per allarme precoce e comando e controllo, un radar AN/TPS-77 e un sistema antidrone. È presente anche una Task Force Land-Arabia dell’Esercito (circa trecento uomini) con una batteria SAMP/T e radar KRONOS. La Task Force Air-Arabia è però l’unica componente di cui il sito del ministero della Difesa dia conto pubblicamente: secondo quanto riferito in sede parlamentare, i contingenti italiani sono attivi in sei Paesi della regione – oltre ai tre citati, Giordania, Emirati e Qatar – per un totale di circa settecento militari. Parte del personale opera dalla base di Al Taif e le missioni del CAEW sono concentrate sulle frontiere meridionali saudite, dove si è riacceso il confronto fra sauditi e Houthi. Il profilo della minaccia houthi coincide con quello dell’Iran e la copertura che l’Italia è in grado di offrire consente anche di contrastare attacchi provenienti dallo Yemen. Tuttavia, non risultano finora impieghi documentati in questo senso da parte italiana.
Sul piano operativo la soluzione non è una novità italiana. La Grecia, che guida Aspides, mantiene dal 2021 una batteria Patriot sul territorio saudita su base bilaterale. Il 25 luglio quel dispositivo ha intercettato due missili balistici lanciati dallo Yemen contro una raffineria a Yanbu. Un Paese con interessi coincidenti con quelli italiani copre dunque entrambi i segmenti della catena, ma li copre attraverso due strumenti separati.
La sostenibilità dell’impegno
Il problema si pone sulla durata. La difesa aerea d’area contro missili balistici e droni consuma intercettori a un rateo che dipende dall’iniziativa avversaria. Dall’inizio della guerra, gli Stati del Golfo hanno impiegato centinaia di intercettori ad alto costo per rispondere a droni monouso dal costo trascurabile. Questo ha portato al consumo di una porzione significativa delle scorte, mentre i droni continuano a entrare nei loro cieli a decine. In un accordo bilaterale quel consumo grava per intero sull’inventario del singolo Paese contributore.
Nel caso italiano il SAMP/T impiega l’Aster 30, lo stesso intercettore di cui dispongono per la difesa d’area le unità navali, e l’accelerazione produttiva avviata da MBDA è motivata proprio dall’impiego nel Mar Rosso e in Ucraina. Alla scarsità del munizionamento si somma un vincolo distinto sulle piattaforme: la limitata profondità di caricamento delle unità europee impone rientri frequenti in porto per il rifornimento delle celle, comprimendo il ritmo operativo.
La recente esperienza operativa, sia in Europa sia nel Golfo, indica del resto che il vincolo non sta tanto nelle prestazioni dei sistemi, quanto nella capacità di sostenere operazioni difensive nel tempo sotto attacchi ripetuti. Si tratta di un criterio adeguato a un teatro, come questo, in cui la minaccia alterna fasi acute a periodi di latenza. Un dispositivo in grado di durare vale più di una risposta calibrata alla singola emergenza. Nel contesto dell’attuale crisi, la formula bilaterale mostra il proprio limite e il rischio che porta con sé: che la sicurezza marittima collettiva si frammenti in intese bilaterali e soluzioni private, anziché essere difesa come bene comune.
Questa frammentazione, sul segmento terrestre, è già la regola. Aspides copre il solo dominio marittimo, e nemmeno l’iniziativa multilaterale più recente colma la lacuna: una coalizione marittima difensiva proposta dall’Arabia Saudita il 30 luglio. La proposta è ancora in fase costitutiva, ha visto la partecipazione di quarantatré Paesi e di una delegazione dell’Unione europea, senza che risultino adesioni di suoi membri. La dichiarazione rilasciata circoscrive l’oggetto dell’alleanza alla libertà di navigazione, alle rotte commerciali e alle rotte di approvvigionamento energetico fra Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Golfo di Aden. Non sono esplicitamente menzionate le infrastrutture a terra, la cui difesa resta così affidata a iniziative nazionali, ciascuna con risorse proprie e senza coordinamento reciproco. Per l’Italia il costo di quella copertura grava sulle stesse scorte impiegate con Aspides.
P eriferia di Gerusalemme Est, febbraio 2041. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, in occasione dei festeggiamenti per il venticinquesimo anno del suo mandato, inaugura commosso il Memoriale della Pace eterna e duratura: una statua dorata di Donald Trump in stile Colosso di Nerone che, allargando le braccia, accoglie simbolicamente il pubblico nello stadio da 65.000 posti costato 7 miliardi di dollari. Un’oasi in un territorio quasi del tutto desertificato, costruita direttamente con i soldi della FIFA World Bank ‒ un ente di credito per club e società sportive che non fa capo ad alcuna autorità nazionale sovrana ‒ per ospitare l’edizione del mondiale di calcio del 2052, assegnata a quello che viene ormai universalmente riconosciuto come Stato di Israele, esteso da Beirut a Ramallah. Voluto dalla FIFA “a eterna memoria delle vittime collaterali del processo israeliano di raggiungimento della pace in Medio Oriente”, anche lo stadio è intitolato a Trump, 45°, 47°, 48° e 50° presidente degli Stati Uniti d’America, morto da poco più di un anno.
La folla dei presenti si riunisce all’esterno di un edificio imponente, la cui costruzione, durata soltanto dieci mesi, ha provocato la morte di oltre duecento operai, causata da “imperizie dei singoli nell’attendere alle norme di sicurezza previste dai protocolli”, tutti lavoratori migranti importati per l’occasione con visti speciali da Paesi con manodopera a basso costo. Infantino, dopo aver svelato la statua, è entusiasta di annunciare i nuovi regolamenti per le partite di calcio che la FIFA sperimenterà durante quella edizione del mondiale: è abolito il fuorigioco; è vietato il retropassaggio, pena l’ammonizione; la distanza massima tra il primo e l’ultimo giocatore di movimento della stessa squadra può essere al massimo di 35 metri, pena un calcio di punizione indiretto; è introdotto il tempo effettivo nello svolgimento del gioco; è abolito il calcio di rigore, sostituito da un calcio di punizione diretto anche dentro l’area.
L’arbitrò potrà finalmente essere sostituito da un sistema intelligente di controllo della buona condotta del calciatore e dell’adattamento alle norme previste dal nuovo regolamento – margine di errore stimato all’1.7%, in linea con le medie umane ma con un sostanziale risparmio economico nonché con l’impossibilità per i giocatori di protestare con alcun chi per eventuali errori. Divieto assoluto per i giocatori di interrompere o sospendere il gioco, pena la radiazione da ogni campionato.
La sicurezza negli impianti sportivi sarà appaltata a un’azienda privata qatariota che produce cani robot, steward, camerieri e inservienti robot, droni, rilevatori biometrici di sicurezza. Le persone che andranno allo stadio avranno maxischermi a ogni angolo dello stadio, minischermi su ogni seggiolino, device e visori personalizzati, così tanti elementi di intrattenimento e distrazione che seguire la partita sarà pressoché impossibile.
I campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale” e il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.Le gare, che si potranno giocare soltanto in notturna a causa delle temperature elevate, saranno visibili da casa solo in differita e in modalità smart: allo spettatore sarà consentito saltare ogni momento morto della partita, evitando a proprio piacere le rimesse dal fondo, le rimesse laterali, la preparazione di un calcio di punizione, le sostituzioni, i fraseggi nella propria metà campo, le corse all’indietro e le azioni inconcludenti. In occasione di ogni gol lo spettatore potrà scegliere se guardarlo dal punto di vista di chi segna, del portiere avversario o di un qualsiasi altro giocatore, grazie alle bodycam applicate su ognuno. Chi possiederà DAZN Gold avrà accesso a queste funzioni gratis, per gli abbonati Premium e Standard ogni 5 skip partirà una pubblicità di 10 secondi di uno dei partner economici del mondiale. La totalità della visione della partita è finalmente abolita.
Questa visione allucinata di un possibile mondiale del futuro ricalca il paradigma interpretativo di Luca Pisapia nel suo ultimo saggio Il calcio è potere (2026). Per Pisapia il calcio è “il più efficace linguaggio universale in grado di raccontare attraverso il mito come si sono evolute le relazioni materiali tra gli esseri umani nel corso degli ultimi centocinquant’anni di storia” e i campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale”. Lo scopo della produzione di queste mitologie è permettere al capitalismo di esercitare la propria egemonia in ogni fase dello sviluppo del calcio. Come emerge anche dal suo saggio precedente, Fare gol non serve a niente (2024), il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.
Nel suo ultimo lavoro, Pisapia racconta la storia dei mondiali di calcio attraverso tre principali categorie interpretative: 1) il collegamento tra la storia, o per meglio dire le narrazioni, del calcio e la produzione di miti secondo le interpretazioni di Furio Jesi e Roland Barthes, ovvero del mito come radice della cultura di destra, una macchina linguistica che lavora attraverso luoghi comuni, stereotipi e frasi fatte che rimuovono la dimensione materiale dei rapporti economici e sociali tra gli individui, nonché del mito come puro linguaggio, “impossibile da storicizzare e privo di ogni verità”; 2) l’analisi del tardo capitalismo secondo la lettura critica di Marx, dei marxisti e dei critici del postmodernismo; 3) l’idea che la corruzione, nel tardo capitalismo, sia la norma, l’orizzonte di senso che regola i rapporti di potere tra istituzioni calcistiche e istituzioni politiche.
Il saggio ripercorre lo svolgersi delle edizioni dalla prima del 1930 in Uruguay all’ultima negli Sati Uniti contestualizzando ogni edizione nella sua cornice storica, economica e politica. Sono molti i casi concreti citati da Pisapia a dimostrazione della creazione di questa macchina mitologica: dal falso racconto di Meazza che calcia un rigore decisivo tenendosi con una mano i pantaloncini calanti come simbolo dell’eroismo fascista, alla finta idea di una nazionale francese “postcoloniale” che vince i mondiali con una rosa piena di giocatori neri, immigrati di prima o seconda generazione ‒ mito che si racconta oggi come sessant’anni fa. I miti si incarnano sia nei collettivi sia nei singoli e ogni celebrazione prevede anche un’espulsione, un rimosso della coscienza e un’emarginazione dal sistema: nella storia dei miti del calcio coesistono Beckham, il divo conosciuto in tutto il mondo più per il gossip dei tabloid che per le sue prestazioni, e Maradona, il fenomeno che si oppose alla corruzione della FIFA e sostenne apertamente Che Guevara e Fidel Castro e per questo fu punito dai vertici del calcio tramite una squalifica per uso di cocaina; i connazionali Garrincha, il brasiliano bianco dissoluto che antepone i vizi e l’autosabotaggio al successo, e Pelè, “un house negro nella definizione di Malcolm X”, che accetta di diventare il portavoce delle peggiori dittature.
La FIFA ha prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.In questo vortice di corruzione, tardocapitalismo e miti di destra, la FIFA, formalmente un’organizzazione senza fini di lucro secondo il diritto svizzero, che genera tuttavia bilanci e flussi di denaro miliardari, non può che essere un’organizzazione asservita alle peggiori dittature. Pisapia dimostra come fin dai mondiali assegnati nel 1934 all’Italia di Mussolini ‒ e vinti proprio dall’Italia grazie a palesi favoritismi ‒ la FIFA abbia prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.
È stato il caso delle dittature sudamericane nel corso del Novecento ed è quello più recente dei rapporti sempre più stretti tra Infantino, Trump e i dittatori affaristi del petrolio degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e del Qatar. A Donald Trump è stato assegnato nel 2025 un non meglio identificato FIFA Peace Prize ‒ poco dopo non aver ricevuto il Nobel ‒ e gli è stata addirittura donata la versione originale del trofeo del mondiale per club, giocato nello stesso anno negli Stati Uniti e vinto dal Chelsea. Alla fine dei mondiali del 2026 Trump ha voluto affiancare Infantino nella consegna della coppa ai vincitori, contro un protocollo secondo cui è solo il presidente della FIFA a consegnarla, infranto rarissime volte nella storia e sempre da dittatori.
Nelle precedenti due edizioni hanno ospitato il Mondiale Paesi come la Russia (2018) o il Qatar (2022): l’assegnazione di un evento così importante è lo strumento per garantire prestigio e riconoscimento ai governi, nonché per favorire l’ingresso di capitali e investimenti esteri nel Paese ospitante. A maggior ragione, quindi, la storia delle relazioni tra FIFA e governi è anche la storia della progressiva perdita di centralità dell’Europa, sia come centro di produzione calcistico sia come potenza politica ed economica. Se cento anni fa le nazionali europee dominavano le partite di calcio nel numero di partecipanti e nei risultati, oggi sono tanto marginali sul campo quanto lo sono i loro governi nei tavoli di negoziazione delle principali questioni internazionali. Il calcio si conferma il riflesso dei poteri che governano la società contemporanea.
Il calcio è potere è la prosecuzione coerente di Fare gol non serve a niente. Pisapia incornicia il suo nuovo saggio in un quadro teorico ben riconoscibile, che aveva permesso all’autore di strutturare anche la sua analisi del rapporto tra le forme del gioco e le forme dei flussi del capitale dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, quando siamo arrivati al paradosso per cui le quattro principali squadre rivali del campionato saudita, ad esempio, sono riconducibili alla stessa proprietà, in un mondo in cui i flussi di capitale sono impalpabili, inafferrabili e vorticosi e pochi imprenditori e fondi finanziari gestiscono l’economia globale. Pisapia riusa il proprio materiale in modo coerente, cita storie, teorie e aneddoti contenuti nei suoi libri precedenti per tracciare una linea di continuità tra i diversi elementi della sua riflessione teorica. Si tratta di una riflessione articolata e ricca di citazioni di pensatori che difficilmente si penserebbero associati a una riflessione sullo sport ‒ tra cui i filosofi della Scuola di Francoforte, Frederic Jameson, Guy Debord, Edward Said, Walter Benjamin, Jean Baudrillard e bell hooks ‒, inseriti nel discorso in maniera coerente non tanto per analizzare il fatto sportivo in sé, quanto per sostenere la riflessione culturale più ampia che sta dietro al libro.
Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura. La prosa di Pisapia va anche in cerca di soluzioni letterarie, di un bel ritmo, dell’affabulazione del lettore, e per questo non mancano riferimenti più direttamente giornalistici e letterari, come nel caso dei brani meravigliosi di Splendori e miserie del gioco del calcio (1995) del giornalista uruguaiano Eduardo Galeano o delle citazioni di James Ballard e di Jeff VanderMeer che scandiscono le fasi della storia che Pisapia racconta.
Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura.In questa operazione risiede, a mio parere, uno scarto rispetto alle tendenze di chi prova a “elevare” lo sport associandolo alla letteratura, all’arte, allo studio della società e del costume. Si dice spesso, per dare valore e credito sociale allo sport, che esso sia pari all’arte, che il gesto tecnico sia un gesto artistico. Così facendo si rischia, dal mio punto di vista, di riprodurre nello sport gli stessi meccanismi di estrazione del valore che regolano l’arte contemporanea. Pisapia si impegna, invece, nell’operazione opposta, ovvero il tentativo di svelare e possibilmente rimuovere dalla contemplazione del gesto tecnico ‒ a cui mai i tifosi dovrebbero rinunciare ‒ ogni possibile sovrastruttura che permette al calcio di essere feticcio del potere politico e economico. Nell’intento di Pisapia, credo, mentre guardiamo una partita e vediamo muoversi il pallone devono comparirci davanti agli occhi i flussi di soldi che qualche società fantasma con sede in paradisi fiscali sta muovendo per ingrassare le casse di imprenditori e affaristi. Non per impedirci di esultare quando la nostra squadra farà gol, ma perché, proprio a partire dal disvelamento e dal sospetto, si possano gettare le basi per una nuova struttura nel calcio.
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Il primo documento strategico sulla difesa del governo Takaichi certifica la svolta sulla sicurezza, mentre lo yen continua a essere sotto pressione
L'articolo Il libro bianco del riarmo giapponese proviene da China Files.
Fotografia e traduzione lasciano spazio all’intelligenza incorporata, alla robotica agricola e alle tecnologie che collegano il cervello alle macchine. La Cina sta modificando l’offerta delle proprie università per adattarla allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle esigenze dell’industria.
Nel 2024 il ministero dell’Istruzione cinese ha autorizzato 1.839 nuove attivazioni di corsi di laurea e ne ha cancellate 1.428. Altri 2.220 corsi hanno sospeso le iscrizioni. I numeri si riferiscono alle singole attivazioni nei diversi atenei ( lo stesso percorso può essere aperto o chiuso in più università ed essere quindi conteggiato diverse volte). Nel Paese risultavano complessivamente attivi circa 62.800 corsi universitari.
La dimensione della trasformazione emerge soprattutto osservando quali percorsi vengono ridotti e quali prendono il loro posto. Uno dei casi più significativi riguarda la Communication University of China di Pechino, uno dei principali atenei del Paese nel campo della comunicazione, del cinema e dei media. Nel quadro di una riorganizzazione avviata nel 2018, l’università ha chiuso, accorpato o trasformato sedici corsi e indirizzi, tra i quali fotografia e traduzione. Fotografia non scompare completamente dall’insegnamento, ma perde la propria autonomia e confluisce in percorsi più ampi dedicati al cinema, alle immagini e alla produzione audiovisiva.
Secondo Liao Xiangzhong, dirigente dell’università, lo sviluppo degli smartphone, dei social network e delle immagini generate dall’intelligenza artificiale ha trasformato il mestiere. Tecniche fotografiche, postproduzione e creazione delle immagini possono essere insegnate insieme, all’interno di una formazione più ampia. Ancora più netta è la posizione dell’ateneo sulla traduzione. Liao sostiene che una parte consistente della traduzione ordinaria sia ormai svolta dall’intelligenza artificiale e che dedicare quattro anni alla preparazione di uno specialista concentrato esclusivamente su una lingua utilizzi risorse che potrebbero essere impiegate per una formazione più articolata. L’università sta quindi trasformando alcuni corsi linguistici in percorsi misti. Lo spagnolo, per esempio, può essere affiancato alla comunicazione audiovisiva e alla conduzione radiotelevisiva, formando professionisti che conoscano la lingua e sappiano utilizzarla nei media e nella comunicazione internazionale. La riorganizzazione ha interessato anche fumetto, arte dei nuovi media, comunicazione visiva e moda, oltre ad alcuni percorsi di economia, management, ingegneria e discipline umanistiche. Secondo una ricostruzione di Le Monde, i tagli effettuati dalle università cinesi si stanno concentrando soprattutto sulle arti creative, sulle lingue straniere, sulle scienze umane e sul management.
Le discipline umanistiche vengono quindi ridotte, ma non sono oggetto di una cancellazione generalizzata. Gli interventi riguardano soprattutto corsi con pochi iscritti, scarse prospettive occupazionali o competenze già coinvolte nell’automazione, come la traduzione di base.
In molti casi le materie perdono la propria autonomia e vengono integrate con informatica, intelligenza artificiale, comunicazione o discipline scientifiche. Alla Beijing Language and Culture University, per esempio, lo studio del francese è stato collegato alla formazione scientifica attraverso un accordo con la Beijing University of Chemical Technology. L’obiettivo è preparare laureati capaci di utilizzare la lingua in settori tecnici, industriali e scientifici. La Communication University of China respinge infatti l’idea di una semplice eliminazione delle arti e delle materie umanistiche. Tra il 2018 e il 2025 l’ateneo ha introdotto venti nuovi percorsi, tra i quali scienza e tecnologia intelligente, giornalismo internazionale, tecnologie per le immagini intelligenti, progettazione artistica dei videogiochi e ingegneria audiovisiva intelligente.
Il modello è quello dell’accorpamento, le competenze tradizionali restano ma vengono unite all’informatica, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale. L’università ora prepara professionisti capaci di lavorare insieme alle nuove tecnologie.
Nel 2025 il ministero dell’Istruzione ha inserito nel catalogo nazionale 29 nuove lauree. Tra queste compaiono educazione all’intelligenza artificiale, ingegneria audiovisiva intelligente, teatro digitale, scienza e ingegneria della neutralità carbonica, ingegneria molecolare intelligente, tecnologie per i dispositivi medici e ingegneria delle informazioni spazio-temporali. È stata introdotta anche una laurea in tecnologia e ingegneria delle basse quote, pensata per preparare tecnici e progettisti destinati al settore dei droni, dei velivoli senza pilota e dei nuovi sistemi di trasporto aereo. Le prime autorizzazioni hanno riguardato sei università, tra cui la Beihang University di Pechino, specializzata nel settore aeronautico. Nel 2026 il catalogo è stato aggiornato con altri 38 percorsi e comprende ora 883 diverse specializzazioni. Per la prima volta è stata inoltre introdotta una categoria dedicata alle discipline interdisciplinari, nella quale trovano spazio robotica del futuro, ingegneria interdisciplinare, intelligenza incorporata e scienza e tecnologia cervello-macchina. L’intelligenza incorporata combina algoritmi, sensori e robot capaci di muoversi e interagire con il mondo fisico. Nove università sono state autorizzate ad attivare questo percorso, con l’obiettivo di formare personale per le fabbriche automatizzate, la logistica, l’agricoltura e i servizi.
La Cina sta quindi costruendo un’università sempre più legata alle necessità dell’industria e alla velocità dell’innovazione tecnologica. Resta da capire se preparare gli studenti per i lavori del futuro significherà davvero inseguire ogni nuova macchina, oppure insegnare loro a governarla.
L'articolo La Cina ridisegna l’università per l’era dell’IA proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Linux kernel developers are moving forward with plans to remove the crypto_rng API layer, a long-standing component of the kernel's cryptographic subsystem. The proposed change is part of a broader effort to simplify the kernel's internal architecture by eliminating redundant code paths and encouraging developers to rely on the kernel's modern random number generation interfaces instead. (phoronix.com)
Although the change happens entirely behind the scenes, it reflects the Linux kernel community's ongoing commitment to reducing technical debt, improving maintainability, and modernizing core infrastructure.
crypto_rng Layer?The crypto_rng framework is an API within the Linux kernel's Crypto API that provides random number generation services for kernel components.
Historically, it allowed different kernel subsystems and drivers to request random data through a generic cryptographic interface. Over time, however, the kernel's dedicated random number generator has matured considerably, making much of the crypto_rng abstraction unnecessary. (kernel.org)
Today, developers generally recommend using the kernel's built-in random number generation functions directly instead of routing requests through the older crypto layer.
According to discussions on the Linux kernel mailing list, the crypto_rng layer has become largely redundant.
Modern kernel code already relies on well-established interfaces such as:
get_random_bytes()get_random_u32()get_random_u64()These functions are maintained as part of the kernel's primary random number generation subsystem and are widely used throughout Linux. Maintaining an additional abstraction layer increases code complexity without providing significant practical benefits. (phoronix.com)
Removing unnecessary infrastructure also makes the kernel easier to maintain and audit over the long term.
The Linux Crypto API has evolved significantly over the years as new algorithms, hardware accelerators, and security features have been introduced.
Kernel maintainers have increasingly focused on:

El Gobierno de Javier Milei volvió a chocar contra la pared este miércoles. Ante la rebelión de sus propios aliados y el rechazo de gobernadores, la Casa Rosada se vio obligada a bajar el capítulo de extranjerización de tierras de la ley de propiedad privada que impulsaba Federico Sturzenegger. Lo que se presentaba como una bandera ideológica más del liberalismo extremo terminó siendo una demostración de debilidad política y de improvisación.
La decisión no fue fruto de una reflexión estratégica ni de un diálogo institucional serio. Fue una retirada forzada. Cuando quedó claro que no había votos —ni siquiera para garantizar el quórum— y que senadores como la salteña Flavia Royón no acompañarían, mientras el mendocino Rodolfo Suárez planeaba ausentarse, el oficialismo no tuvo más remedio que dar marcha atrás. “¿Quién bajó el capítulo de tierras? La realidad, no tenían los votos”, resumió con crudeza un legislador radical.
El episodio deja al desnudo varios problemas de este Gobierno. En primer lugar, la incapacidad de construir consensos incluso dentro de su propio espacio. Patricia Bullrich, que intentó recuperar apoyos atacando a Máximo Kirchner y Lázaro Báez en una conferencia de prensa, no logró revertir el efecto cascada. Gobernadores aliados, como Osvaldo Jaldo, Raúl Jalil, Rolando Figueroa y Hugo Passalacqua, también se pronunciaron en contra. La jefa del bloque libertario tuvo que convocar de urgencia a las bancadas aliadas para comunicarles el retiro de los artículos más polémicos, solo para salvar el resto del proyecto y no hacer naufragar la sesión.
En Casa Rosada ya habían advertido a Bullrich sobre el costo político de insistir, pero ella avanzó de todos modos. El resultado: una derrota que se suma a otras fricciones legislativas y que deja al Gobierno más lejos de esa agenda parlamentaria ambiciosa que pretende (eliminación de las PASO, recorte de zonas frías, etc.).La medida, de haberse aprobado, habría abierto la puerta a una mayor concentración de tierras en manos extranjeras en un país donde la soberanía territorial se encuentra al acecho. Que el propio oficialismo haya tenido que sacrificarla por falta de números no es una muestra de pragmatismo virtuoso, sino de un cálculo errado y de una debilidad que ya no puede disimularse.


No Kings non è nata come una sigla da aggiungere alle altre, ma come uno spazio politico da aprire. Ha preso forma dall’incontro tra Stop Rearm Europe e la Rete contro il decreto sicurezza, è cresciuta a Bologna e ha attraversato Roma, procedendo senza una strada già tracciata: camminando domandando.
A Genova, il 18 luglio 2026, abbiamo raccolto una nuova sfida: fare delle nostre differenze una forza comune, costruendo uno spazio per alimentare il conflitto e costruire un’alternativa sistemica; difendere il lavoro e i suoi diritti; agire insieme nei territori, in Italia e in Europa, e unendoci a quanti, nel mondo, cercano alternative ai re.
Spetta a noi mantenere aperto questo spazio e passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per la democrazia, oltre la fine della democrazia liberale.
L’ultima assemblea ha segnato proprio tale passaggio. Attraverso le risonanze, ma anche le rotture con il passato, abbiamo iniziato ad affiancare a No Kings qualcosa di più: la ricerca e la pratica ostinata di una nuova democrazia radicale. Conflitto e Democrazia, praticati e difesi dai luoghi di lavoro alle fabbriche alle città; lotta e progetto; sabotaggio dei re e meticciato delle differenze: sono alcune delle tensioni generative che attraversano lo spazio politico che abbiamo aperto.
Per farlo, dobbiamo essere in tante e continuare ad ibridarci: nelle discussioni e, soprattutto, nei momenti di intensa attività politica e sociale, che ci attendono nei prossimi mesi. Dobbiamo rafforzarci reciprocamente nelle piazze, negli scioperi, nella rete, nelle pratiche che si metteranno in campo per fermare i progetti di remigrazione e contrastare gli anti-antifa, cioè i fa.
A Genova, intanto, questo spazio ha già cominciato a prendere corpo. Con noi c’erano le parole del confederalismo democratico; la rivoluzione dei fenicotteri, i Minnesota 15, le compagne della diaspora iraniana, chi resiste e cerca di sabotare in ogni modo il colonialismo israeliano, il genocidio ed ogni forma di aggressione coloniale. C’era chi subisce, nei territori, le pratiche di repressione e, nonostante questo, continua a lottare per i diritti e la giustizia sociale. C’erano realtà di fabbrica e luoghi di lavoro in lotta contro le crisi industriali e il potere delle multinazionali. C’erano le voci di chi si sta coordinando per riportare nei movimenti la nostra Europa, quella che ancora non c’è. Perché quella che esiste oggi è solo violenza dei confini e business delle armi: un’Europa delle nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie che, nei prossimi dieci mesi, siamo chiamati a sconfiggere.
A rendere concreto questo passaggio sono state oltre 400 persone; centinaia di realtà e organizzazioni, una pluralità di interventi e 10 gruppi di lavoro. Non numeri da esibire, ma la materia viva di un processo che ha provato a tenere insieme ascolto, confronto ed elaborazione collettiva.
Ai gruppi è stato affidato un compito difficile: non limitarsi alla denuncia del presente, ma trasformare analisi, esperienze e conflitti in proposte, priorità e pratiche comuni. Affiancare, cioè, alla critica dell’autoritarismo, del regime di guerra e dell’Europa dei confini un piano programmatico capace di indicare ciò che vogliamo costruire e gli strumenti necessari per farlo. A breve pubblicheremo sul nostro sito i resoconti dei dieci gruppi di lavoro, perché il confronto avviato a Genova possa proseguire, allargarsi e tradursi in azione
Mobilitazioni, scioperi, iniziative politiche, convegni ed eventi non saranno appuntamenti isolati ma parti di un percorso comune. Perché oggi, come venticinque anni fa, un altro mondo non è soltanto possibile: è necessario e spetta a noi costruirlo.
Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza.
L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire dagli appuntamenti lanciati nel a mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre, lo sciopero studentesco il 20 Novembre, la manifestazione di Non una di meno nei fine settimana intorno al 25 Novembre.
Ma prima di tutto questo, ci ritroveremo il 4 ottobre per la prossima assemblea No Kings: il nostro laboratorio permanente di democrazia e conflitto, dentro il tempo della guerra civile globale permanente.
Costruire un altro mondo significa impedire che siano sempre le stesse persone a essere costrette a dare tutto. Per farlo, ciascuna e ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità di dare qualcosa.
Venticinque anni dopo, brucia ancora.
A Carlo Giuliani, ad Abderrahim Fakir e a tutte le vite spezzate dalla violenza del potere.
No Kings – let’s make radical democracy
Tutti i materiali e i video dell’assemblea si possono consultare all’indirizzo: report-assemblea-nazionale-genova. Di seguito pubblichiamo il video dell’intervento di Fabio Cerulli per l’area “Radici del sindacato in Cgil”:
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:
Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa
«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto».
In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.
Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…
Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia!
I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.
Trento, 31 luglio 2026
Comitato No Tav di Trento


Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.
(Testo Wwf riportato da Dire)
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Al via la consultazione pubblica sullo schema di regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) delle plastiche accidentalmente pescate e volontariamente raccolte in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune. L’iniziativa – riporta Energia Oltre – consentirà di raccogliere osservazioni e contributi da parte di istituzioni, operatori e stakeholder per arrivare alla versione finale del provvedimento. “Rafforziamo il percorso verso un’economia sempre più circolare. Vogliamo trasformare le plastiche recuperate nelle nostre acque da rifiuto a risorsa, garantendo regole chiare, sicurezza e tutela dell’Ambiente. Il confronto con i soggetti interessati ci permetterà di arrivare a un testo condiviso ed efficace”, ha commentato il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava.
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Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti.
È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero.
L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto.
Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou.

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In queste settimane di caldo estremo, l’Unione Sindacale di Base ha promosso decine di interventi in altrettante aziende, per ottenere opportune misure di mitigazione contro il rischio stress termico per i lavoratori che operano in condizioni critiche. Purtroppo, non tutte le realtà hanno deciso di adottare interventi sufficienti. Una di esse è la partecipata ASA Spa e le società collegate del gruppo.
Anche grazie alla proclamazione e al successivo sciopero, effettuato il giorno 31 luglio, la dirigenza aziendale ha iniziato a mettere in campo alcuni interventi per salvaguardare la salute e la sicurezza degli operatori.
Contemporaneamente siamo venuti a conoscenza della volontà di sanzionare i lavoratori che hanno aderito allo sciopero del 31 luglio esercitando un proprio diritto costituzionale. Tutto ciò perché la Commissione di Garanzia, attraverso un procedimento non è ancora concluso, ha eccepito alcune “irregolarità” rispetto alla tempistica della proclamazione. Irregolarità che stiamo contestando con forza. Proprio per queste ragioni una delegazione di lavoratori ASA e Giunti Srl era presente a Roma davanti alla sede della Commissione di Garanzia.
Punire i lavoratori per uno sciopero sarebbe un fatto gravissimo a maggior ragione per un’azienda a maggioranza pubblica.
Anche qualora la commissione dovesse effettivamente sanzionare il nostro sindacato, non certo a causa di un nostro effettivo errore ma solo per la volontà di colpire l’unica organizzazione che si è attivata su questo tema, non vi sarebbe nessun obbligo di procedere con contestazioni disciplinari nei confronti dei singoli lavoratori.
Inoltre, i servizi minimi e le emergenze sono stati garantiti per tutta la giornata di astensione del lavoro. Quindi, in quel caso, ci sarebbe solo la volontà di “vendicarsi” nei confronti di chi ha avuto il coraggio di alzare la testa e protestare costringendo la dirigenza ad interventi concreti.
Cosa ne pensa il socio pubblico di questo atteggiamento? È normale colpire i lavoratori che scioperano?
Ne parleremo nel dettaglio, durante una conferenza stampa il giorno venerdì 7 agosto dalle ore 11:30 davanti al Comune. Sarà anche l’occasione per fare il punto su tutti gli interventi effettuati in merito al caldo estremo nei luoghi di lavoro. Dal porto alla logistica, dalle fabbriche ai cantieri edili.
USB Livorno

La cooperativa agroalimentare spagnola Cotecnica, proprietaria del marchio Ownat e specializzata in alimenti naturali per animali domestici, ha perfezionato l’acquisizione di Life Pet Care srl, azienda con sede a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), proprietaria del marchio Life Natural. La società aretina nel 2025 ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro. Per Cotecnica l’acquisizione è un passo per consolidare la propria presenza nel mercato italiano, considerato area di sviluppo prioritaria, pere creare nuove sinergie commerciali a livello internazionale. Life Pet Care manterrà il marchio, le attività operative e l’intero team, garantendo continuità al progetto aziendale. L’azienda italiana è presente su mercati esteri come Emirati Arabi Uniti, Polonia, Grecia e Lettonia, ma il mercato principale resta quello nazionale italiano. Con l’acquisizione Cotecnica rafforza il proprio percorso di crescita nel settore del pet food: la cooperativa spagnola nel 2025 ha registrato ricavi superiori a 169 milioni di euro, con la divisione internazionale che rappresentava il 66% delle vendite. “Questa acquisizione è in linea con il nostro piano strategico di crescita internazionale e ci consente di compiere un significativo passo avanti in Europa”, ha dichiarato l’ad di Cotecnica David Sánchez, sottolineando il valore dell’integrazione di un marchio specializzato in alimenti naturali e complementari per animali. Fondata nel 1982 e con sede a Bellpuig, in Spagna, Cotecnica opera nella nutrizione animale, ha 190 dipendenti e propone oltre 250 prodotti nella divisione pet food.
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Le autorità islandesi hanno ordinato l’espulsione dei 21 passeggeri di una nave appartenente alla fondazione dell’attivista per i diritti degli animali Paul Watson, abbordata la scorsa settimana durante una protesta contro la caccia alle balene. Lo ha riferito oggi la polizia islandese all’Afp. La Bandero è stata abbordata nella notte tra giovedì e venerdì scorsi al largo delle coste islandesi, con 21 persone a bordo, dopo aver tentato di ostacolare la Hvalur 9, una delle ultime baleniere ancora operative nel Paese. “Tutti i membri dell’equipaggio della Bandero sono stati informati di un ordine di espulsione con divieto di ritorno”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Gunnar Runar Sveinbjörnsson. Secondo l’elenco fornito all’Afp dalla fondazione, a bordo della Bandero si trovavano cinque americani, quattro brasiliani, tre francesi, due spagnoli, un australiano, un belga, un canadese, un tedesco, un britannico, uno svizzero e un cittadino di Trinidad e Tobago.
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Una cena di beneficenza per contribuire alla riqualificazione del Centro “Il Prato”, realtà livornese impegnata quotidianamente al fianco di persone con disabilità, anziani e famiglie. È questo l’obiettivo di “Un fiore per il Prato”, l’iniziativa promossa dalla Sezione Soci Unicoop Firenze di Livorno insieme all’associazione Reset Livorno.
L’appuntamento è per venerdì 4 settembre 2026, a partire dalle 19.15, presso i Bagni Lido, in viale Italia 126 a Livorno. Il ricavato della serata sarà destinato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione del Centro “Il Prato”, in viale Carducci 31.
Una raccolta fondi progettata da tempo, nell’ambito del rapporto di collaborazione costruito dalla Sezione Soci con associazioni ed enti impegnati nel sociale, nella cultura e nella solidarietà. Un’iniziativa che oggi assume un valore ancora più forte alla luce dei recenti atti vandalici subiti dal centro e dall’area circostante.
Quanto accaduto ha infatti reso ancora più urgente intervenire per restituire dignità, sicurezza e piena funzionalità a uno spazio prezioso per tutta la comunità. La Sezione Soci Coop di Livorno esprime una ferma condanna per questi gesti e la propria vicinanza alle persone che frequentano il centro, alle loro famiglie e a tutti coloro che ogni giorno vi operano con impegno.
Costruire dove è stato distrutto e ripartire da dove c’è più bisogno è il messaggio che accompagna la serata. Partecipare alla cena significherà quindi non soltanto sostenere economicamente i lavori, ma anche offrire una risposta collettiva e concreta a quanto accaduto.
Il programma prevede l’ingresso dei partecipanti alle 19.15, il brindisi di benvenuto alle 19.30 e la cena alle 20.30. Il menù comprende risotto di mare, penne cacciuccate, cartoccio di mare con verdure, cocomero, acqua e vino. Il contributo richiesto è di 20 euro, grazie alla disponibilità gratuita dei Bagni Lido (Famiglia Ganni), del Ristorante (Famiglia Cammellini) e del contributo di DIERRE Fruit.
Per prenotare è possibile contattare Alessandra al numero 338 1005399, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Al momento della prenotazione dovranno essere segnalate eventuali intolleranze alimentari.
L'articolo “Un fiore per il Prato”, una cena solidale per riqualificare il centro proviene da Informatore.

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.
Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.
The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.
Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.
ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.
The automation and versatility of ADSEPs permit a wide array of science experiments to be conducted aboard the orbiting laboratory, leading to findings that inform future space missions and are beneficial to people on Earth.

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.
Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.
The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.
Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.
ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.
The automation and versatility of ADSEPs permit a wide array of science experiments to be conducted aboard the orbiting laboratory, leading to findings that inform future space missions and are beneficial to people on Earth.


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Built for security and efficiency, this recent Linux laptop has a few teething problems.
This month we explore Hardenwing 3.5, Redcore Linux 2601, RefreshOS 3.0, and AnduinOS 2.0.0.
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From simple TCP pipes to encrypted relays and ad hoc services, Ncat modernizes Netcat, the classic Swiss Army knife for network administrators.
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This month in Linux Voice and Elvie.
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This month we explore the top FOSS, including a privacy-focused YouTube client, a browser extension for annotating web pages, and an open source AirDrop alternative.
The savings in license fees alone from governments (and businesses) switching to open source could mean considerable funds for their own economies.
Strictly speaking, the Raspberry Pi family does not support either UEFI or Secure Boot. However, with a few tricks, implementation is still possible.
In the news: New Linux Flaw Lets Attackers Escape VMs; Three Lines of Code Improve Linux Storage Performance; AUR Hit Again with Malicious Packages; Alpine Linux 3.24 Features Fresh Desktops and a Newer Kernel; EU Open Source Strategy Plays Key Role in Tech Sovereignty Package; Linux Foundation Report Indicates AI Driving Tech Hiring; and United Nations Open Source Portal Goes Live.
If you still aren't convinced of the need for vigilance, find out how easy it is for an attacker to get control of a laptop camera.