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Sanità digitale e accessibilità in Italia: le barriere invisibili della primary care

17 Agosto 2026 ore 13:11

Sanità digitale e accessibilità in Italia: le barriere invisibili della primary care

A firma di Guja Ventura, Head of Operations di International Care Company (ICC)

Negli ultimi anni la sanità italiana ha accelerato il proprio percorso di trasformazione digitale. Gli esempi sono molteplici: dal fascicolo Sanitario Elettronico alle piattaforme di assistenza da remoto, dalle prenotazioni online ai nuovi servizi digitali territoriali, solo per citare alcuni dei pilastri di una strategia che punta a rendere il sistema più efficiente e vicino alla comunità. I numeri non fanno che confermarlo. Secondo l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, infatti, nel 2025 la spesa per la sanità digitale ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente. Stando agli ultimi dati, il 53% degli italiani (undici punti percentuale in più rispetto al 2025), ha consultato almeno una volta il Fascicolo Sanitario Elettronico, segno di una crescente familiarità con gli strumenti digitali della salute[1]. Questa evoluzione si riflette anche nelle modalità di erogazione dell’assistenza: dopo la spinta impressa dalla pandemia, la telemedicina è diventata una componente sempre più rilevante del percorso di cura. Oggi sei cittadini su dieci comunicano con il proprio medico tramite WhatsApp, mentre il 52% dei Medici di Medicina Generale e il 36% dei medici specialisti dichiarano di effettuare televisite. Un’evoluzione che trova riscontro anche nelle strategie delle strutture sanitarie: il 74% identifica infatti la telemedicina come una delle principali priorità di investimento digitale. Resta tuttavia un margine di maturazione, poiché l’utilizzo di piattaforme dedicate è ancora limitato e, in molti casi, le visite a distanza vengono erogate attraverso strumenti non progettati specificamente per l’ambito sanitario.

Sul fronte della digitalizzazione, tuttavia, persistono significative differenze territoriali. Un aggiornamento della Fondazione Gimbe sul Fascicolo Sanitario Elettronico ha evidenziato nel 2025 una forte disomogeneità tra le regioni sia nella completezza dei documenti disponibili sia nell’offerta di servizi digitali. L’analisi mostra inoltre che il livello di utilizzo da parte dei cittadini resta mediamente inferiore al 50% in diverse aree del Paese, segnalando una persistente frattura digitale nell’accesso ai servizi sanitari e un consistente divario tra le regioni del nord e quelle del sud[2].

La digitalizzazione, tuttavia, non coincide automaticamente con l’accessibilità. Se da un lato aumenta la disponibilità di servizi online, dall’altro emergono nuove forme di esclusione che non dipendono soltanto dalla connessione internet o dalle competenze digitali. L’accessibilità, infatti, non significa semplicemente poter accedere a una piattaforma, ma essere nelle condizioni di comprenderne il funzionamento, orientarsi tra servizi spesso frammentati e completare il proprio percorso di cura senza ostacoli.

È qui che emergono le cosiddette “barriere invisibili”: per molte persone – anziani, caregiver, cittadini con disabilità, persone con background migratorio o con una limitata alfabetizzazione sanitaria – le difficoltà iniziano molto prima dell’accesso a una prestazione. Comprendere quale servizio attivare, sapere a chi rivolgersi, gestire un’emergenza familiare o coordinare interlocutori diversi rappresenta una sfida quotidiana che richiede tempo, competenze e supporto.

A queste criticità si aggiungono poi le fragilità strutturali del sistema sanitario. L’accessibilità alle cure primarie è infatti ostacolata da lunghe liste di attesa, dalla crescente carenza di medici di medicina generale – nel nostro Paese ne mancano oltre 5.500 e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle regioni più popolose – e dalla frammentazione dei percorsi assistenziali. La progressiva riduzione del numero di medici di famiglia incide inoltre sulla prossimità dell’assistenza: in molte aree interne, montane e rurali, trovare un medico di medicina generale vicino al proprio luogo di residenza è sempre più difficile, con conseguenti maggiori tempi e difficoltà negli spostamenti per accedere alle cure. Persistono inoltre barriere linguistiche e culturali, procedure amministrative complesse e orari di accesso spesso poco flessibili, che rendono ancora più difficile orientarsi all’interno del sistema sanitario.

Questi fattori si inseriscono in un contesto di evidente sottofinanziamento della sanità pubblica rispetto ad altri Paesi europei: secondo le ultime stime disponibili, la spesa sanitaria italiana (8,4% del Pil) è al di sotto della media Ocse (9,3%) e di quella in particolare di Germania (12,7%), Francia (10,8%) e Regno Unito (9,3%)[3], penalizzando soprattutto anziani, persone fragili, cittadini in situazioni di marginalità socioeconomica e residenti nelle aree più svantaggiate.

La questione assume un peso ancora maggiore alla luce delle dinamiche demografiche. Secondo gli ultimi Indicatori Demografici dell’Istat, al 1° gennaio 2026 gli over 65 hanno raggiunto i 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione italiana, mentre gli ultraottantacinquenni superano i 2,5 milioni[4]. L’Italia si conferma, così, il Paese più anziano dell’Unione Europea per incidenza della popolazione anziana. Si tratta di una trasformazione strutturale che modifica profondamente la domanda di assistenza. Cresce infatti il numero di persone che necessitano non soltanto di cure sanitarie, ma anche di supporto continuativo, orientamento, accompagnamento e servizi di prossimità.

È proprio alla luce di queste trasformazioni che emerge uno dei principali equivoci del dibattito sulla sanità digitale. Ancora oggi l’innovazione viene spesso identificata con la semplice digitalizzazione delle prestazioni: piattaforme online, Fascicolo Sanitario Elettronico, telemedicina e nuovi servizi digitali. In realtà, la primary care contemporanea comprende un insieme molto più ampio di attività che va oltre la dimensione clinica. Significa orientare le persone all’interno del sistema sanitario, coordinare i servizi, supportare i caregiver, gestire le fragilità e garantire continuità lungo tutto il percorso di assistenza. Basti pensare al caso di un lavoratore che vive lontano dai propri genitori anziani. Il problema non consiste soltanto nell’ottenere una visita specialistica, ma nel riuscire a monitorare la situazione, trovare rapidamente risposte affidabili, coordinare eventuali interventi domiciliari e gestire gli imprevisti che possono compromettere il benessere della persona assistita. In questi casi il bisogno è contemporaneamente sanitario, assistenziale e organizzativo.

Per questo motivo il concetto stesso di innovazione sanitaria sta cambiando. L’obiettivo non è più soltanto la digitalizzazione delle prestazioni, ma la capacità di costruire ecosistemi integrati di assistenza che semplifichino il rapporto tra cittadini e servizi. In questa prospettiva stanno assumendo un ruolo crescente i modelli che combinano teleassistenza primaria, orientamento ai servizi, supporto internazionale, programmi dedicati ai caregiver, assistenza per la popolazione senior e gestione delle situazioni impreviste che possono influire sulla continuità della cura.

L’obiettivo non è sostituire il Servizio sanitario nazionale, ma rafforzarne la capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini, rendendolo più accessibile attraverso una presa in carico più fluida, tempestiva e coordinata. Il valore di questi servizi risiede proprio nella loro funzione sociale: accompagnare le persone verso il percorso assistenziale più appropriato, migliorando la fruibilità del sistema sanitario e contribuendo a un utilizzo più efficiente delle sue risorse. In questo modo, situazioni a bassa complessità, che spesso si riversano impropriamente sui Pronto Soccorso per mancanza di alternative accessibili o di un orientamento tempestivo – soprattutto nelle ore serali, nei fine settimana o nei territori dove l’assistenza territoriale è meno capillare – possono essere intercettate e gestite in modo più adeguato, alleggerendo la pressione sulle strutture di emergenza e consentendo loro di concentrarsi sui casi realmente urgenti.

Questa evoluzione riguarda sempre più anche il mondo delle imprese. L’invecchiamento della popolazione attiva, l’aumento dei lavoratori impegnati nell’assistenza a familiari fragili e la crescente attenzione al benessere organizzativo stanno trasformando il welfare aziendale. Le aziende non cercano più soltanto prestazioni sanitarie aggiuntive, ma strumenti capaci di supportare concretamente i dipendenti nella gestione della vita quotidiana e delle responsabilità di cura. In questo scenario, il valore della tecnologia non si misura soltanto in termini di efficienza, ma soprattutto nella sua capacità di generare prossimità.

Una piattaforma digitale, da sola, non elimina le disuguaglianze. Può farlo soltanto se inserita all’interno di una rete di servizi in grado di accompagnare le persone, orientarle e fornire risposte tempestive ai bisogni che emergono lungo il percorso. In quest’ottica la sfida della sanità digitale italiana, dunque, non può essere unicamente tecnologica. È innanzitutto organizzativa, culturale e relazionale. Perché la vera accessibilità non consiste nel mettere un servizio online e sostituire l’apporto umano al servizio stesso, ma nel garantire che ogni persona possa utilizzarlo con semplicità e ricevere il supporto necessario nel momento in cui ne ha davvero bisogno.

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Pedras et Sonus, domani (18 agosto) tra la storia millenaria del Nuraghe Cuccurada e il jazz internazionale del Daniel Karlsson Trio

17 Agosto 2026 ore 13:09

Dalla storia millenaria del Nuraghe Cuccurada alle sonorità del jazz nordico, passando per una pagina letteraria che si trasforma in musica. Domani, martedì 18 agosto, Pedras et Sonus 2026 prosegue a Mogoro con tre appuntamenti che restituiscono la natura trasversale del festival ideato e diretto da Zoe Pia, capace di mettere in relazione patrimonio archeologico, scrittura, improvvisazione e ricerca musicale contemporanea.

Dopo la giornata inaugurale del 17 agosto, il secondo capitolo del festival sposta il proprio baricentro iniziale al Nuraghe Cuccurada, facendo ancora una volta dei luoghi una componente attiva dell’esperienza artistica. Non semplici scenari, dunque, ma spazi nei quali storia, paesaggio e creazione contemporanea possono incontrarsi e modificare reciprocamente la percezione dell’ascolto.

Il Nuraghe Cuccurada tra archeologia, sax e letteratura

Si comincia alle 19.15 al Nuraghe Cuccurada con una visita guidata al complesso archeologico accompagnata dalla performance “Solo Sax” di Tobia Bondesan. Il pubblico sarà condotto nella storia millenaria del sito mentre il sassofono del musicista, compositore, arrangiatore e improvvisatore costruirà il contrappunto sonoro alla visita.

La presenza di Bondesan introduce nel programma uno dei territori di ricerca che attraversano Pedras et Sonus. Sassofonista attivo sulla scena della musica improvvisata e d’avanguardia, il suo percorso parte dal jazz per muoversi verso la sperimentazione e la ricerca di soluzioni personali, spesso esterne agli idiomi più consolidati. Una pratica che, al Nuraghe Cuccurada, viene portata fuori dallo spazio tradizionale del concerto per entrare direttamente in relazione con il patrimonio archeologico e il paesaggio.

Alle 20, sempre al Nuraghe Cuccurada, le parole incontreranno letteralmente la musica con “Annìle. Ovvero falsa fiaba della montagna di ferro”, romanzo d’esordio di Edoardo Mantega, pubblicato da Il Maestrale nel 2025 e vincitore della diciottesima edizione del Premio Gramsci. Mantega dialogherà con Luca Manunza di Cabudanne de Sos Poetas, prima che la presentazione lasci spazio a uno spettacolo per parole e musica.

La dimensione letteraria si trasformerà così in materia sonora attraverso Edoardo Mantega alla voce, parole e rumori, Raffaele Mura alla batteria, Luigi Frau al basso, bassitarra e sintetizzatori e Alberto Borsato alla chitarra, voce e sintetizzatori.

Annìle nasce dal ritrovamento immaginario di un diario sulle cime del Montiferru, custodito all’interno di un casolare di pietra lavica utilizzato come mandra per agnelli, un “annile” in sardo. La sua misteriosa voce narrante attraversa boschi, solitudini, comunità e incendi, interrogando il rapporto precario tra essere umano e natura e affidando alla parola poetica la possibilità di raccontare, denunciare e sopravvivere alla distruzione. Un universo narrativo che nel festival abbandona dunque la sola dimensione della pagina per diventare voce, ritmo e suono.

Il jazz internazionale del Daniel Karlsson Trio

La seconda giornata cambierà nuovamente scenario alle 22.30, quando il festival tornerà al Sagrato della Chiesa della Madonna del Carmine di Mogoro per il concerto del Daniel Karlsson Trio, formazione tra le più interessanti del jazz svedese ed europeo.

Accanto al pianista e band leader Daniel Karlsson saranno Fredrik Rundqvist alla batteria e Christian Spering al contrabbasso. Attivo dal debutto discografico Das Taxibåt del 2013, il trio ha consolidato la propria identità attraverso una musica nella quale jazz, influenze classiche, suggestioni degli anni Sessanta, atmosfere nordiche ed elettronica convivono all’interno di una scrittura fortemente riconoscibile. Con il secondo album Fusion for Fish, nel 2014, la formazione ha ottenuto il titolo di Jazz Group of the Year della Radio Svedese, il Golden Disc della rivista OJ e il Grammy svedese per il jazz.

Il percorso di Karlsson si intreccia inoltre con alcune esperienze centrali del jazz scandinavo contemporaneo: oltre a guidare il proprio trio, il pianista è componente del collettivo svedese Oddjob e del Magnus Öström Group, guidato dall’ex batterista degli E.S.T. Nel 2024 ha ricevuto il Jan Johansson Award, riconoscimento intitolato a una delle figure che hanno maggiormente contribuito alla definizione di una specifica identità europea del pianoforte jazz.

Tre appuntamenti, dunque, che nella stessa giornata attraversano archeologia, letteratura e jazz internazionale, mantenendo al centro quella relazione tra linguaggi differenti sulla quale Pedras et Sonus costruisce la propria identità.

Il festival prosegue mercoledì 19 agosto: da Music For Dance a Lorenzo Braina e A Bad Day

Il festival proseguirà mercoledì 19 agosto, ancora a Mogoro, con una giornata che dal jazz contemporaneo e dall’elettronica arriverà alla parola teatrale e alla ricerca sulle possibilità sonore della chitarra elettrica.

Alle 19, al Bar del Nuraghe Cuccurada, la rassegna Jatzilleri ospiterà Music For Dance, trio formato da Tobia Bondesan, Michele Bondesan e Giuseppe Sardina. Bondesan utilizzerà sax alto e soprano, sax preparato, synth analogico, samples ed elettronica; Michele Bondesan contrabbasso e nastri; Giuseppe Sardina batteria preparata, percussioni, batteria giocattolo e salterio.

Il progetto lavora sulla relazione tra dimensione acustica ed elettronica e sulla ritmicità come materia che attraversa musica, corpo, movimento, tempo e danza. Sassofoni, contrabbasso e batteria dialogano con sintetizzatori, campionamenti e nastri all’interno di una ricerca che moltiplica i piani sonori e mette in relazione scrittura, improvvisazione e sperimentazione timbrica.

Alle 21.30, sul Sagrato della Chiesa della Madonna del Carmine, sarà invece protagonista Lorenzo Braina con la presentazione e il monologo “Padri. Storie di uomini”. Educatore, divulgatore pedagogico e autore, Braina porterà al festival un lavoro costruito a partire da storie vere, interviste, lettere, dialoghi e ricordi, attraversando le diverse forme della paternità e interrogando il significato dell’essere padre e dell’essere figlio, tra presenza e assenza, fragilità, cura, responsabilità ed emozioni.

Alle 22.30 la serata si chiuderà con A Bad Day, progetto di Sara Ardizzoni ed Egle Sommacal. Due chitarre elettriche costruiscono un territorio sonoro che guarda alla musica classica contemporanea, all’elettronica, alla ricerca e a tradizioni musicali non occidentali, dal Gamelan alle ritmiche del Mali. Una ricerca timbrica affidata esclusivamente alle due linee di chitarra, senza loop, sovraincisioni o sample, nella quale architetture melodiche e armoniche diventano il punto di partenza per paesaggi sonori multiformi.

Pedras et Sonus protagonista di “Futurismo Sonori”

L’edizione 2026 si inserisce inoltre in un percorso di rilievo nazionale. L’Associazione Pedras et Sonus è infatti tra i partner di I-Jazz coinvolti nel Progetto Speciale del Ministero della Cultura “Futurismo Sonori”, iniziativa che celebra i centocinquant’anni dalla nascita di Filippo Tommaso Marinetti rileggendo l’eredità del Futurismo attraverso il linguaggio del jazz. Il progetto coinvolge una rete di festival, istituzioni culturali e comunità distribuite in nove regioni italiane, promuovendo residenze artistiche, nuove produzioni originali, concerti site-specific, percorsi di welfare culturale e attività formative che mettono in dialogo ricerca musicale, valorizzazione dei territori e inclusione sociale.

 

In questo contesto, Pedras et Sonus ospiterà nel mese di ottobre una delle residenze artistiche previste dal progetto, contribuendo alla costruzione di una rete nazionale che attraversa luoghi della cultura, paesaggi e comunità attraverso il jazz contemporaneo. A raccontare questo percorso sarà anche il podcast “Trasform-azioni”, curato dalla giornalista e conduttrice radiotelevisiva Valentina Lo Surdo, protagonista a Mogoro anche del Festival Letterario con gli appuntamenti dedicati al volume Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede di Michela Murgia e al progetto “Play Your Voice”, il primo metodo di public speaking ispirato alla musica-

 

Biglietti e informazioni

Sulla piattaforma Mailticket sarà possibile acquistare i carnet giornalieri e l’abbonamento valido per tutte le serate in programma al Sagrato della Chiesa della Madonna del Carmine dal 17 al 20 agosto. L’abbonamento comprende l’accesso agli otto spettacoli in cartellone, la t-shirt ufficiale del festival e, per ciascuna serata, un calice di vino offerto da Vini Ariu oppure una bottiglietta d’acqua. Anche i possessori del carnet giornaliero avranno diritto, per la giornata di validità del titolo, al calice di vino offerto da Vini Ariu oppure a una bottiglietta d’acqua. Carnet e abbonamento sono acquistabili anche con la Carta del Docente.

Per tutti gli spettacoli serali ospitati al Sagrato della Chiesa della Madonna del Carmine sarà inoltre attivo il servizio gratuito Baby Jazz, dedicato all’animazione dei bambini, per consentire anche alle famiglie di vivere pienamente l’esperienza del festival.

Sono previste agevolazioni per residenti, under 18, over 65, iscritti MIDJ – Musicisti Italiani di Jazz, possessori del biglietto della Fiera dell’Artigianato Artistico della Sardegna e del Nuraghe Cuccurada, oltre che per un accompagnatore delle persone con disabilità. L’ingresso è gratuito per i bambini fino ai 12 anni e per le persone con disabilità.

Le modalità di accesso ai singoli eventi e agli appuntamenti ospitati nelle diverse sedi del festival sono consultabili nel programma ufficiale della manifestazione.

 

Sostenitori e partner

 

Il Pedras et Sonus Jazz Festival 2026 è organizzato dall’omonima associazione culturale con il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna – Assessorato della Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport –, del Ministero della Cultura, della Fondazione di Sardegna, di Nuovo IMAIE, Puglia Sounds, Italia Jazz e Corsica Sardinia Ferries, con la collaborazione dei Comuni di Mogoro, Sini e Orosei. Fondamentale il contributo dei partner territoriali e culturali, tra cui il Nuraghe Cuccurada, la Fiera dell’Artigianato Artistico della Sardegna, Gitano, Baradeo, Hotel Residence Funtana Noa, Vini Ariu e Grafik Art, insieme alle realtà che condividono il percorso artistico del festival: Cabudanne de Sos Poetas, il Corso di Laurea Magistrale in Produzione Multimediale dell’Università degli Studi di Cagliari, Jazz Takes The Green, l’Ente Musicale di Nuoro, Time in Jazz, Dromos, Mariposas de Sardinia e l’Associazione Intermezzo Nuoro.

 

Il  Festival

 

Il festival Pedras et Sonus nasce nel 2018 da un’idea della musicista e compositrice mogorese Zoe Pia. Nelle sue prime edizioni ha ospitato artisti del calibro di Antonello Salis, Mauro Ottolini, Baba Sissoko, Njamy Sitson, Paolo Angeli, Bebo Ferra e Ada Montellanico, costruendo e ampliando collaborazioni con importanti realtà come  l’Università degli Studi di Cagliari, il Festival Internazionale Time in Jazz, il Conservatorio di Musica G.P. da Palestrina di Cagliari e il Conservatorio di Musica “Francesco Venezze” di Rovigo. La kermesse rivolge una particolare attenzione al coinvolgimento attivo delle nuove generazioni di bambini e ragazzi e delle nonne, attraverso laboratori specifici (sensibilizzazione all’arte del riciclo, all’utilizzo della lingua sarda, allo sviluppo di valori di rispetto reciproco), oltre che alla valorizzazione dell’arte in ogni sua molteplice accezione, in costante dialogo con le varie e innumerevoli realtà locali.

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LONGIANO, TUTTO ESAURITO PER MILESMOOD: BORGO SONORO PORTA IN SCENA MILES DAVIS CON LA NEW PROJECT ORCHESTRA E FABRIZIO BOSSO

17 Agosto 2026 ore 13:07

LONGIANO, TUTTO ESAURITO PER MILESMOOD: BORGO SONORO PORTA IN SCENA MILES DAVIS CON LA NEW PROJECT ORCHESTRA E FABRIZIO BOSSO

Martedì 18 agosto alla Corte del Castello Malatestiano una delle serate più attese della XXVI edizione. Prima del concerto, il pubblico potrà visitare il Museo d’arte della Fondazione Tito Balestra e la mostra “Il candore della carta”, dedicata all’artista Vittorio Presepi

Longiano (FC) – È una delle serate più attese della XXVI edizione di Borgo Sonoro e i posti sono già esauriti. Martedì 18 agosto alle 21.15, la Corte del Castello Malatestiano di Longiano accoglierà Milesmood, il progetto dedicato a Miles Davis nel centenario della nascita, con la New Project Orchestra e lo special guest Fabrizio Bosso alla tromba.

Un appuntamento che porta nel cuore di Longiano il jazz di uno dei grandi innovatori della musica del Novecento, reinterpretato attraverso un progetto originale nato per I Suoni delle Dolomiti. Milesmood riunisce la sezione fiati della New Project Orchestra e Fabrizio Bosso in un concerto che guarda alla musica di Davis con un linguaggio contemporaneo, energico e profondamente legato all’improvvisazione.

Il risultato è un sound potente che mette insieme la tradizione della big band, le marching band di New Orleans e le pulsazioni del funk. Una formazione senza strumento armonico, nella quale sono proprio i fiati a costruire ritmo, armonia e movimento, attraverso intrecci, sovrapposizioni e continui cambi di dinamica.

Sul palco Paolo Trettel e Michele Tedesco alle trombe, Gigi Grata al trombone, Stefano Menato al sax alto, Fabio Petretti al sax tenore e soprano, Giorgio Beberi al sax baritono, Glauco Benedetti alla tuba e Daniele Patton alla batteria. A completare l’ensemble, la tromba di Fabrizio Bosso, tra i più apprezzati interpreti del jazz italiano e internazionale, protagonista di un dialogo continuo con l’orchestra fatto di energia, lirismo e improvvisazione.

Il programma attraversa alcuni dei brani più iconici di Miles Davis e li affianca a composizioni originali ispirate alla sua poetica, costruendo un percorso senza soluzione di continuità tra temi conosciuti e momenti di improvvisazione.

PRIMA DEL CONCERTO, L’APPUNTAMENTO CON L’ARTE A Longiano la musica sarà solo il momento conclusivo di una serata da vivere nel borgo. Dalle 19.00 alle 20.30, prima del concerto, sarà infatti possibile visitare il Museo d’arte della Fondazione Tito Balestra e la mostra “Il candore della carta: viaggi e racconti di una pagina bianca”, dedicata alle opere in carta dell’artista Vittorio Presepi. (L’ingresso al museo e alla mostra è a pagamento)

Tutti gli aggiornamenti saranno pubblicati sulle pagine Facebook e Instagram di Borgo Sonoro.

Il Festival è promosso dal Comune di Roncofreddo, capofila del progetto, insieme ai Comuni di Borghi, Longiano, Mercato Saraceno, Savignano sul Rubicone e Sogliano al Rubicone, con il contributo della Regione Emilia-Romagna (L.R. 21/23), Romagna Iniziative, Romagna Acque e Concessionaria Moreno, nell’ambito del cartellone regionale Montagna Mia – I Festival dell’Appennino.

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Monza, a Punto Arte la mostra «Invisible Structures» di Cristina Cleri

17 Agosto 2026 ore 13:03

Monza, a Punto Arte la mostra «Invisible Structures» di Cristina Cleri

Dal 27 agosto al 7 settembre 2026, lo spazio espositivo Punto Arte di Monza ospita «Invisible Structures – Between Matter and Perception», mostra personale di Cristina Cleri, promossa da Associazione Culturale InfinityArt, a cura di Mara Cozzoli e Stefano Cozzoli, con il patrocinio del Comune di Monza.

Con «Invisible Structures», Cristina Cleri prosegue una ricerca che esplora le tracce lasciate da strutture invisibili prima che diventino forme riconoscibili. La materia pittorica diventa così il luogo in cui immagine e percezione entrano in reciproca relazione.

La mostra riunisce opere già presentate nella personale «Polychromorfìa», approfondendone i nuclei simbolici Archetypes e Resonances: forme latenti, sospese tra memoria e apparizione, che si manifestano attraverso un gioco di richiami, persistenze e corrispondenze.

Stratificazioni, spessori e variazioni di superficie generano configurazioni instabili, sottratte a una lettura univoca. L’opera si definisce nel tempo dell’osservazione, dove il riconoscimento e l’immaginazione si intrecciano. Il senso emerge dall’interazione tra presenza materiale, sedimentazione del vissuto e interpretazione, mentre la materia pittorica, principio fondativo, conserva tracce, introduce discontinuità e dischiude soglie attraverso cui la forma affiora senza mai stabilizzarsi.

Le opere di Cristina Cleri si delineano come costellazioni aperte, nelle quali ciò che appare non coincide con quanto si manifesta immediatamente. Ogni dipinto rimane uno spazio di possibilità, in cui la percezione attiva associazioni, memorie e processi di riconoscimento personali. L’opera si compie così nell’incontro tra presenza materiale e immaginazione dell’osservatore.

Come afferma l’artista «Dipingere, per me, significa entrare in dialogo con ciò che ancora non ha una forma definita. Ogni opera nasce da un processo di ascolto, in cui materia, colore e gesto si trasformano progressivamente in uno spazio aperto di possibilità. Non cerco di rappresentare immagini riconoscibili, ma di lasciare emergere tracce capaci di attivare una relazione personale con chi osserva. Mi interessa quel momento in cui la percezione si fa esperienza e ciascuno può ritrovare qualcosa di inatteso, diverso, forse già presente dentro di sé. Se i miei dipinti riescono a generare questo incontro, allora il loro significato continua a nascere ogni volta, in uno sguardo nuovo.»

 

Cristina Cleri vive e lavora a Milano, dove svolge la propria attività professionale come manager. Negli ultimi anni ha sviluppato una ricerca artistica incentrata sulla sperimentazione della materia pittorica, facendo della componente materica il fulcro della propria espressione. Dalle prime opere di piccolo formato è approdata a lavori di dimensioni più ampie, sperimentando acrilici, oli, gessi, resine e paste materiche per costruire superfici capaci di instaurare un dialogo con lo spazio e con l’esperienza di chi osserva.

INFO MOSTRA

Invisible Structures – Between Matter and Perception
Mostra personale di Cristina Cleri

Promossa da Associazione Culturale InfinityArt
A cura di Mara Cozzoli e Stefano Cozzoli
Con il patrocinio del Comune di Monza

Punto Arte
Via Bergamo 2/C, Monza

Periodo
27 agosto – 7 settembre 2026

Apertura mostra e incontro con l’artista
Giovedì 27 agosto 2026, ore 19.30

Orari di apertura
Tutti i giorni dalle 20.00 alle 23.00

Info e contatti
info@infinityart.cloud

Ingresso libero.

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28ª edizione del KAULONIA TARANTELLA FESTIVAL

17 Agosto 2026 ore 13:00

Da mercoledì 19 a sabato 22 agosto a Caulonia (Reggio Calabria) si terrà la 28ª edizione del KAULONIA TARANTELLA FESTIVAL, il più importante e longevo evento dedicato alla musica popolare calabrese.

 

Suoni di Pace” è il tema scelto per questa edizione che attraverserà concerti, incontri e attività trasformando per quattro giorni il borgo reggino in un grande palcoscenico a cielo aperto. Oggi più che mai, infatti, il festival si propone come un ponte musicale e culturale tra popoli e generazioni, un invito a ritrovarsi e a celebrare insieme, sotto il segno della musica, il valore universale dell’armonia.

 

La 28ª edizione sarà dedicata ad Angelo Frammartino, il giovane cooperante cauloniese ucciso a Gerusalemme nel 2006.

 

Sotto la direzione artistica di MIMMO CAVALLARO, il festival animerà il centro storico con un fitto programma di spettacoli, danze, workshop e momenti di incontro culturale.

 

Anche quest’anno il cuore pulsante del Festival sarà Piazza Mese dove ogni sera si esibiranno tanti artisti.

 

Mercoledì 19 agosto l’apertura sarà affidata a Delia Buglisi, preceduta da Francesco Giannini. Una prima serata che introdurrà il pubblico nell’atmosfera del festival e nel suo viaggio attraverso sonorità popolari e nuove contaminazioni.

 

Il giorno seguente, giovedì 20 agosto, sul palco salirà Cecè Barretta, artista profondamente legato alla tradizione musicale calabrese. Nel corso della serata si esibiranno anche la cantante bulgara Lidiya Koycheva con la Balkan OrchestraLe Ninfe della Tammorra. Una proposta che apre il festival anche alle sonorità balcaniche e mediterranee, rafforzandone la dimensione di incontro tra culture.

 

Venerdì 21 agosto sarà la volta del cantautore Danilo Sacco, voce dei Nomadi dal 1993 al 2011. La serata vedrà sul palco anche Andrea Bressi con Cantastorie e i Gimberiani, Carmen Floccari e Zingari Felici.

 

Il gran finale sabato 22 agosto sarà affidato Dolcenera che, oltre ad esibirsi con alcuni brani tratti dal suo repertorio, si cimenterà in canzoni della tradizione calabrese insieme al direttore artistico Mimmo Cavallaro, dando così vita a un incontro tra mondi musicali apparentemente distanti. Ad aprire la serata il gruppo di musica etnica calabrese Gioia Popolare e i Kantarè.

 

Gli eventi, tutti a ingresso gratuito, saranno presentati da Marco Mauro.

 

Accanto ai grandi concerti, il festival proporrà un ricco calendario di incontri culturali e contaminazioni tra arti e linguaggi, capaci di raccontare la tradizione da prospettive inedite.

 

Per tutta la durata della manifestazione, nelle vie e nelle piazze del borgo si terranno corsi gratuiti di musica e di danza.

 

Tutti i giorni, dalle ore 18.00, in Piazzetta SS. Rosario e in Piazza Mercato si terranno delle lezioni di strumenti tradizionali quali il tamburello, l’organetto, la chitarra battente, la lira calabrese e la zampogna, coordinate dal Conservatorio Statale di Musica Saverio Arlia di Nocera Terinese (Catanzaro).

 

In contemporanea, invece, Piazza Seggio, ospiterà i corsi di Pizzica e Tammurriata, a cura del M° Mattia Carlucci e le danzatrici della scuola TarantArte di Bologna, Eléna Santioli ed Eleonora Nitti Capone, e i corsi di Tarantella Calabrese Reggina, a cura di Mimmo Giovinazzo e Tarantella No Stop.

 

Non mancheranno le esibizioni dei suonatori tradizionali e la spettacolare sfilata Tarantella No Stop guidata dai Giganti di Taurianova, figura simbolica del folklore calabrese che con il loro incedere danzante faranno rivivere una delle tradizioni più amate della regione, e, nella giornata dei venerdì 21 agosto, dalla Fanfara Fiorita di Rombiolo, sempre sotto la direzione e l’organizzazione di Mimmo Giovinazzo.

 

L’Affresco Bizantino ospiterà incontri e approfondimenti dedicati al tema del Festival, “Suoni di pace”, che si terranno tutti i giorni alle ore 19.30.

Si inizierà mercoledì 19 agosto con un incontro dedicato a Zaleuco, Tommaso Campanella e alla legge del ritmo, con un approfondimento sul modo in cui la tarantella scandiva la vita e contribuiva alla costruzione della comunità. Nella stessa giornata è prevista anche la presentazione della Rete Festival “Corto Circuito Sound”.

 

Si proseguirà giovedì 20 agosto con Taras Gruppo Corapl.

Venerdì 21 agosto, invece, avrà luogo un evento dedicato a Gabriele AlbaneseSilent Sound”, la voce nascosta delle piante.

 

Infine, sabato 22 agosto si terrà l’evento dedicato alla memoria e al dialogo sociale “Il Mediterraneo che unisce: Il ruolo della cultura mediterranea come strumento di pace”, arricchito dalle testimonianze e dai racconti di quanti hanno conosciuto Angelo Frammartino.

 

Il Kaulonia Tarantella Festival è organizzato dal Comune di Caulonia con il contributo della Città Metropolitana di Reggio Calabria e della Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria. In oltre vent’anni di storia ha ospitato grandi nomi della musica italiana e internazionale, da Noa a Ornella Vanoni, da Eugenio Bennato a Sud Sound System, da James Senese a Enzo Avitabile, mantenendo intatta la sua vocazione: essere un luogo di incontro tra la tarantella nella sua veste storica e le sonorità popolari contemporanee, in una festa collettiva che coinvolge artisti e spettatori in un’unica grande danza.

 

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Vinicio Capossela pubblica “Tutti Bodyguard”

17 Agosto 2026 ore 12:58

Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla – foto di Agnese Carbone

A trent’anni dell’uscita dell’album “Il ballo di San Vito”, il 21 agosto Vinicio Capossela pubblica “Tutti Bodyguard”, una nuova versione di “Body guard”, uno tra i brani originariamente inclusi in quel disco, realizzata insieme a Pierpaolo Capovilla, con la produzione artistica di FiloQ e gli arrangiamenti e la partecipazione della fanfara milanese Fan Fath Al. 

Nata in occasione dell’omaggio a Don Andrea Gallo, tenutosi a Genova nel decennale della sua scomparsa, “Tutti Bodyguard” conserva un legame profondo con la città che l’ha generata, dalla produzione di FiloQ all’etichetta Pioggia Rossa Dischi, e segna il primo incontro discografico tra Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla.

Un sodalizio fondato su un’affinità di pensiero e di sguardo che troverà piena espressione nella Ballad Opera “E Morte non avrà dominio”, al debutto il 3 e 4 ottobre al Teatro Olimpico per il Romaeuropa Festival e in tournée  successivamente nei teatri di tutta Italia.

Racconta Vinicio Capossela: “Durante il tour de “Il Ballo di San Vito”, l’esecuzione di “Body guard” vedeva spesso sul palco, accanto al piano Fender Rhodes zebrato, Renato Striglia in occhiali scuri, giacca e cravatta e a braccia conserte, a rendere fisicamente visibile la bodyguard del testo. Trent’anni dopo, il produttore genovese FiloQ, insieme all’esplosiva fanfara milanese Fan Fath Al, hanno prodotto una nuova versione che a mio parere personale mette insieme due grandi momenti musicali degli anni ’90: il dub e i Balcani. L’occasione per rivisitare il testo e reincidere il brano è venuta con l’omaggio a Don Gallo nel decennale della sua morte che si è tenuto a Genova il 30 maggio scorso. La bodyguard che ai tempi accompagnava la strada bassofonda ora viene buona per corazzarsi la coscienza, per tenere lontano il mondo dal divano, per far da guardia a privilegio e santità in un mondo in cui l’alibi della sicurezza blinda ogni singulto di coscienza umanitaria. Pierpaolo Capovilla ha messo la sua voce, la sua faccia e la sua poesia civile (“qualcuno spieghi agli sbirri che sui cuori innamorati i manganelli sono inutili”, versi degni di Majakovskij) unendosi a noi in questo brano con ambizioni “tormentanti” nella calura di fine estate”.  

Aggiunge Pierpaolo Capovilla: “Un gioco? Un divertissement, che quasi sembra voler suggellare una neonata fratellanza fra due autori tanto diversi quanto simili, così lontani, così vicini. Ma “Tutti Bodyguard” è anche una scherzosa allegoria su questi nostri tempi di mistificazione, nel segno del timore degli altri, un’intima bugia alloggiatasi nei nostri animi impauriti. Vinicio mi ha proposto questa collaborazione così, da un momento all’altro, senza una ragione specifica, se non quella di incontrarci, nella speranza di far fiorire una nuova prossimità, nel segno della bellezza dell’amicizia. Speranza non vana. Non ci conoscevamo ancora, se non per sortite repentine, di sfuggita, nel bizzarro mondo dello spettacolo, ed eccoci qui, insieme, a disavventurarci in una canzone, quasi a suggerirci: ma guarda un po’! Come una canzone riesce ad avvicinare i cuori, i sentimenti, quelle amorevolezze di cui non siamo mai sazi. Non posso che ringraziarti, Vinicio, per la fiducia e l’affetto che mi doni, chiedendomi in cambio niente di meno che l’entusiasmo della nostra reciprocità. E così sia, amico mio, ne combineremo delle belle! Ce la spasseremo!”. 

“Tutti Bodyguard” apre oggi un nuovo campo di senso, mettendo la canzone in dialogo con il presente e ampliandone lo sguardo. La voce di Pierpaolo Capovilla si inserisce come un controcanto civile, portando in primo piano la distanza tra ciò che accade nel mondo e ciò che scegliamo di non vedere. La figura del bodyguard, nata per proteggerci dal pericolo, si trasforma così in una corazza per la coscienza: un dispositivo attraverso cui prendere le distanze dal mondo e dalle sue contraddizioni. La nuova versione mette a fuoco un meccanismo collettivo in cui il bisogno di sicurezza si trasforma progressivamente in desiderio di isolamento, fino a proteggerci non soltanto dal male, ma anche dalla responsabilità di guardarlo.

“Tutti Bodyguard” verrà presentata dal vivo alla quattordicesima edizione dello Sponz Fest, in Alta Irpinia, nelle serate del 28 e 29 agosto. 

La tournée di “E Morte non avrà dominio”, dopo il debutto al Romaeuropa Festival il 3 e 4 ottobre al Teatro Olimpico di Roma, proseguirà il 9 e 10 ottobre 2026 al Teatro Due di Parma, 13 e 14 ottobre al Teatro delle Muse di Ancona, il 21 ottobre al Teatro Augusteo di Napoli, il 24 ottobre al Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro, il 28 e 29 ottobre al Teatro Massimo di Cagliari, il 1° e 2 novembre al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, il 4 e 5 novembre al Politeama Genovese di Genova, 18 novembre al Teatro Sociale di Como, il 22 e 23 novembre al  Teatro Colosseo di Torino, il 2 dicembre al Teatro Duse di Bologna, il 5 dicembre al Teatro Lyrick di Assisi, il 6 dicembre al Teatro Galli di Rimini, il  19 dicembre al Teatro Goldoni di Livorno, il 21 dicembre al Teatro Verdi di Firenze.

Lo spettacolo è prodotto da IMARTS, Fondazione Teatro Due Parma e La Cùpa.

Per info e prevendite: https://www.viniciocapossela.it/eventi/

Scarica il presskit dello Sponz Fest: https://bit.ly/4x1FnXm

Scarica il presskit del tour “E Morte non avrà dominio”: https://bit.ly/3TReLd4

CREDITI

“Tutti Bodyguard”

Scritta da Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla

Musica: Vinicio Capossela

Etichetta: La Cùpa / Pioggia Rossa Dischi

Edizioni: La Cùpa

Produzione: FiloQ

Arrangiamento: Luca Grazioli – FiloQ

Co-arrangiamento brass: Davide Turolla

Cori: Irene Sciacovelli

Chitarre: Alessandro “Asso” Stefana

 

Fan Fath Al:

Luca Grazioli – tromba

Giacomo Bertazzoni – sax contralto

Davide Marzagalli – sax contralto

Alberto Introini – tuba

Davide Turolla – eufonio

Luca Graziosi – eufonio

Arturo Monico – trombone

Giorgio Dezio – tapan

Alessio Profeti – rullante

Fan Fath Al registrata da Davide Borri presso Full Clip Studio, Milano.

Mix e mastering: Mattia Cominotto presso Greenfog Studio, Genova.

Foto promozionali: Agnese Carbone (@agnemag)

Foto della copertina: Nicol Vizioli.

 

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Arena Stalloni “Le bambine” con ospiti la regista del film Valentina Bertani e il music designer Lorenzo Confetta

17 Agosto 2026 ore 12:56

Martedì in Arena Stalloni “Le bambine” con ospiti la regista del film Valentina Bertani e il music designer Lorenzo Confetta
 

Nell’ambito della rassegna “Accadde Domani”, curata dall’Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia e realizzata in collaborazione con F.I.C.E. Emilia-Romagna e ARCI – Reggio Emilia, martedì 18 agosto alle ore 21.15 l’Arena Stalloni proporrà “Le bambine”, film diretto da Valentina e Nicole Bertani (Valentina Bertani sarà ospite della serata insieme a Lorenzo Confetta, music designer che ha firmato le musiche del film).

Ambientato nel 1997, “Le bambine” è un racconto di formazione che guarda all’infanzia senza nostalgia, mettendo al centro lo sguardo libero, curioso e insieme vulnerabile di tre bambine alle prese con un mondo adulto attraversato da contraddizioni, fragilità e segreti.

La storia prende avvio quando Linda, otto anni, arriva in Italia dalla Svizzera insieme alla madre Eva. Qui incontra le sorelle Azzurra e Marta e con loro forma una piccola banda. Tra cortili, corse, giochi, divieti, bugie e scoperte troppo grandi per la loro età, le tre bambine costruiscono un’alleanza attraverso cui imparano a decifrare i comportamenti degli adulti e, soprattutto, a difendere la propria libertà e il diritto a vivere pienamente l’infanzia.

Valentina e Nicole Bertani costruiscono così una commedia insieme luminosa e crudele, sospesa tra grottesco, inquietudine e memoria autobiografica. Il film restituisce gli anni Novanta attraverso un linguaggio visivo fortemente riconoscibile: il formato quadrato, i colori accesi e il ritmo della macchina da presa trasformano strade, cortili e appartamenti in una geografia osservata all’altezza delle protagoniste.

Al centro dell’opera c’è il tema dell’infanzia come tempo da proteggere dalla fretta e dalle aspettative degli adulti: uno spazio di libertà, scoperta e disobbedienza nel quale Linda, Azzurra e Marta imparano a stare insieme e a comprendere, spesso prima dei grandi, le contraddizioni del mondo che le circonda.

Informazioni e biglietti online: www.arenastalloni.it.

In caso di maltempo la proiezione sarà annullata.

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Klyders Il nuovo singolo è “There’s No Way (That I’ll stop loving you)”

17 Agosto 2026 ore 12:55

Klyders

Il nuovo singolo è “There’s No Way (That I’ll stop loving you)”

Una ballad intensa che racconta vulnerabilità, speranza e la forza di un amore che non si arrende.

 

Klyders presenta il nuovo singolo “There’s No Way That I’ll stop loving you”, pubblicato da Edizioni Principio. Una ballad dal respiro internazionale, intensa ed elegante, prodotta da Vladi Tosetto, che racconta il momento più delicato di una relazione: quello in cui l’amore viene messo alla prova dalla paura di perdere la persona amata.

 

Il brano dà voce a chi sceglie di non arrendersi davanti alla crisi di coppia. Il protagonista percepisce che qualcosa è cambiato nella persona che ama e teme che la storia stia per concludersi. Per questo la implora di non dirgli addio, promettendo di fare tutto il possibile per salvare il loro rapporto e ribadendo con forza che il suo sentimento non verrà mai meno.

 

«Il protagonista – racconta Klyders – sente che la persona amata si sta allontanando. La paura della separazione si mescola alla speranza di poter ricostruire ciò che sembra perduto. È una dichiarazione d’amore sincera, in cui la vulnerabilità diventa la forza per chiedere un’ultima possibilità.»

Il testo porta la firma dell’autrice americana Kathy Shriner. Completano il cast musicale Francesco Isola alla batteria e Andrea Maddalone alle chitarre. La grafica e il progetto visivo sono curati da Roberta “Moon” Petteruti.

 

Producer, compositore e musicista di grande esperienza, Vladi Tosetto è la mente del progetto artistico. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Eros Ramazzotti, Giorgia, Gianni Morandi, Joe Cocker, Ricardo Montaner e molti altri. Ha inoltre accompagnato in tour e concerti live interpreti come Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni, Fausto Leali, Anna Oxa ed Eros Ramazzotti. Tra le sue composizioni figurano brani di enorme successo come “Come saprei”, “Stella gemella” e “Me va a extrañar”. Forte di questo importante percorso artistico, Tosetto continua a dedicare attenzione e passione alla valorizzazione di nuovi talenti e produzioni emergenti, come dimostra la collaborazione con Klyders.

 

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Parla Antonello De Pierro. Il miracolo della neve è il cuore pulsante di Roma e mi ha regalato un’emozione indescrivibile tra 50 mila persone

17 Agosto 2026 ore 12:53

Parla Antonello De Pierro. il miracolo della neve è il cuore pulsante di Roma e mi ha regalato un’emozione indescrivibile tra 50 mila persone

Intervista esclusiva al giornalista e presidente del movimento Italia dei Diritti-De Pierro, protagonista sul palco insieme a Lorenzo Flaherty della straordinaria 43ª edizione ideata dall’architetto Cesare Esposito

Roma, 17 agosto 2026 – In un’atmosfera carica di suggestione e sacralità, l’edizione 2026 della Rievocazione del Miracolo della Neve ha trasformato ancora una volta il cuore di Roma in un teatro a cielo aperto capace di incantare il mondo intero. Oltre 50 mila persone si sono riversate nella maestosa cornice di Piazza Santa Maria Maggiore per assistere a uno degli appuntamenti più emblematici, amati e storici dell’estate romana. Tra rigide misure di sicurezza, scenografie mozzafiato, performance liriche di altissimo livello e l’immancabile prodigio visivo della nevicata d’agosto, la manifestazione ha vissuto momenti di autentico trionfo anche grazie a una conduzione brillante, carismatica e travolgente. A guidare il pubblico in questo viaggio tra fede, arte e spettacolo è stato il noto giornalista Antonello De Pierro, presidente del movimento Italia dei Diritti-De Pierro, affiancato sul palco dal celebre attore e regista Lorenzo Flaherty. In questa ampia e dettagliata intervista, De Pierro ripercorre a caldo le emozioni di una notte indimenticabile, il profondo legame con la città, il valore del messaggio civile lanciato dal palco e il dietro le quinte di un successo organizzativo firmato dall’architetto Cesare Esposito e dalla giornalista Feliciana Di Spirito.

Antonello De Pierro, l’eco dell’evento di Santa Maria Maggiore sta ancora risuonando in tutta la Capitale e non solo. Un’affluenza record di oltre 50 mila persone ha letteralmente inondato la piazza. Che effetto fa trovarsi davanti a una marea umana di tali dimensioni in una notte romana d’agosto?

«È stata una sensazione che definirla potente sarebbe riduttivo. Quando si sale su quel palco e si alza lo sguardo verso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore e si vede quella distesa infinita di volti, quell’oceano di persone assiepate fin oltre le transenne, si avverte una responsabilità immensa ma anche una carica d’energia indicibile. Roma ha risposto con un abbraccio corale travolgente. Sentire il calore di 50 mila persone che battono le mani all’unisono, che si emozionano per la musica lirica, per la poesia e per la tradizione, ti fa capire quanto questa città abbia sete di bellezza, di unione e di eventi autentici. È stato un colpo d’occhio da brividi, uno di quei momenti che restano scolpiti nella memoria di chi fa il mio mestiere».

Insieme a Lei alla conduzione c’era un volto amatissimo dello spettacolo italiano, Lorenzo Flaherty. Voi due vi conoscete da tantissimo tempo e avete condiviso molte tappe importanti. Com’è stato ritrovarvi fianco a fianco su un palco così prestigioso?

«Lavorare con Lorenzo è sempre una garanzia e una gioia enorme. Ci lega un’amicizia solida e una profonda stima reciproca che durano da anni. Ricordo con grande affetto le volte in cui Lorenzo è stato mio ospite negli studi di Radio Roma, una realtà a cui ho dedicato ben dieci anni della mia vita come direttore e conduttore, ma anche la puntata trascorse insieme nel format televisivo Parliamone a Cena, che conducevo sul circuito nazionale Cinque Stelle. Ritrovarci oggi, su un palcoscenico così maestoso e davanti a decine di migliaia di persone, è stato come riprendere un discorso mai interrotto. C’è una sintonia naturale tra noi, un’intesa a prima vista che ci permette di capirci con un solo sguardo e di gestire la piazza con fluidità. Lorenzo è un professionista straordinario, un attore dalla sensibilità spiccata, e sul palco questa nostra alchimia si è avvertita tutta».

A proposito di Lorenzo Flaherty, uno dei momenti più intensi e di ascolto profondo da parte della piazza è stato quando ha raccontato la storia e le origini del Miracolo della Neve. Come ha vissuto quel passaggio?

«È stato un momento di grande magia teatrale e culturale. Lorenzo ha fatto valere tutte le sue straordinarie doti attoriali per far rivivere al pubblico l’antica leggenda del 352 d.C. Ha proiettato la piazza indietro nel tempo, evocando il sogno di Papa Liberio e del nobile Giovanni, la richiesta della Vergine Maria di costruire un tempio dove fosse caduta la neve e quella prodigiosa e inspiegabile nevicata mattutina nel bel mezzo dell’estate sul colle Esquilino. Lorenzo non ha semplicemente “raccontato” una storia: l’ha interpretata con un pathos tale che persino una piazza sterminata come quella, solitamente rumorosa, si è pietrificata in un silenzio reverenziale e attento. Ha regalato al pubblico una narrazione viva, toccante, capace di far battere il cuore di fedeli e turisti».

Nel corso della serata Lei ha pronunciato parole molto forti e profonde dal palco, sottolineando l’importanza del giornalismo, dell’impegno civile e della tutela delle tradizioni. Può riassumerci il senso profondo del Suo intervento?

«Ho avvertito il bisogno profondo di lanciare un messaggio che andasse oltre il semplice intrattenimento. Essere davanti a quella basilica millenaria significa fare i conti con la storia e con l’identità della nostra città. Nel mio discorso ho voluto sottolineare come, per chi vive ogni giorno il giornalismo e l’impegno sociale sul campo con il movimento Italia dei Diritti, questa celebrazione rappresenti un simbolo universale. La nevicata artificiale non è solo un bellissimo effetto scenico: è la metafora di una luce pura che scende dal cielo anche nei momenti più complessi, bui e infuocati della nostra storia per azzerare le distanze tra le persone. La vera forza di Roma sta nella sua capacità di unire sotto un unico cielo la fede, la storia, l’arte e la comunità. E proprio come quel manto bianco che copre la piazza, la solidarietà, la pace e i diritti inalienabili dei cittadini devono rimanere sempre puri, visibili e tutelati. È stato il mio modo di rendere omaggio alla nostra splendida Roma».

Un evento di questa portata non nasce per caso. I media hanno messo ampiamente in risalto il ruolo dell’architetto Cesare Esposito e della giornalista Feliciana Di Spirito. Che cosa rappresentano per questo appuntamento?

«Sono semplicemente il cuore, l’anima e il motore inesauribile di tutto questo. L’architetto Cesare Esposito è un vero e proprio visionario. Da ben 43 anni, con una costanza, un’abnegazione e un amore per Roma davvero commoventi, progetta e cura nei minimi dettagli questo evento, regalando alla città la manifestazione più importante e affascinante dell’estate romana. Mantenere viva questa meraviglia per quasi mezzo secolo è un’impresa titanica. Al suo fianco c’è Feliciana Di Spirito, una giornalista straordinaria e una manager organizzativa impeccabile. Feliciana è da anni un pilastro del tutto imprescindibile: senza la sua regia meticolosa, senza la sua determinazione e la sua capacità di coordinamento, una macchina così complessa non potrebbe girare alla perfezione. E un ringraziamento va anche all’architetto Renato Maria Nisticò per l’eccellente lavoro scenografico. Voglio ringraziare pubblicamente Feliciana Di Spirito per l’onore che mi ha concesso proponendomi e chiamandomi alla conduzione di questa serata. Lavorare con un team così infaticabile è una garanzia assoluta».

Durante la serata c’è stato anche un annuncio di enorme prestigio culturale fatto proprio da Cesare Esposito…

«Esatto, ed è stato un momento accolto da un grandioso e commosso boato di applausi. Cesare Esposito ha annunciato che, proprio grazie a una sua idea e a un suo progetto, verrà restaurata la preziosa colonna corinzia di Piazza Santa Maria Maggiore, salvando così dall’usura del tempo la meravigliosa statua della Madonna con Bambino che domina la piazza, definita da illustri storici dell’arte come “la più bella del mondo”. È la dimostrazione concreta di come questo evento non sia soltanto memoria e spettacolo, ma anche salvaguardia attiva del patrimonio artistico di Roma. L’intera serata, tra l’altro, è stata dedicata al Pontefice Leone XIV, alla memoria di Papa Francesco e alla speranza di pace nel mondo, valori di cui oggi c’è un bisogno disperato».

Dal punto di vista dello spettacolo, la serata ha regalato momenti di altissima lirica ma anche veri e propri colpi di scena da Lei ideati per coinvolgere il pubblico nelle retrovie. Ci racconta cos’è successo con i quattro cantanti e le passerelle tra la folla?

«Il cast lirico era semplicemente stellare. I tenori Rino Scaturro e Cristian Caselli, il mezzosoprano Caterina Novak e il soprano Sara Pastore hanno regalato performance da brivido, iniziando con un’esibizione corale meravigliosa per poi proseguire con i loro brani solisti. Tuttavia, mi sono reso conto che il pubblico più lontano, quello accalcato a ridosso delle transenne in fondo alla piazza, faticava a godersi appieno gli artisti sul palco principale. Così ho deciso di stravolgere un po’ la scaletta classica per regalare una sorpresa alla folla! Ho chiesto a sorpresa a Cristian Caselli di fare una passerella in movimento, cantando più vicino alla gente. Dopodiché ho proposto a Rino Scaturro di spingersi proprio a ridosso delle transenne per un’esibizione a diretto contatto con il pubblico».

Una mossa che ha scatenato l’entusiasmo, creando un contatto diretto tra artisti, conduttori e pubblico…

«È stato un momento di puro delirio di entusiasmo! Io e Lorenzo Flaherty abbiamo scortato Rino Scaturro in questo percorso tra la folla, accompagnati da fotografi e cameraman in movimento. Centinaia di cellulari si sono alzati per riprendere la scena. Le fan di Lorenzo sono letteralmente impazzite quando se lo sono trovato a tu per tu, tra le transenne, a pochi centimetri da loro: è scattata una caccia al selfie travolgente, il tutto mentre le note magistrali della voce di Scaturro riempivano l’aria. È stato un momento di calore umano e partecipazione autentica che ha annullato ogni distanza tra palco e platea. Grandissimi applausi sono andati ovviamente anche alle straordinarie ed eleganti performance di Sara Pastore e Caterina Novak. Un poker d’assi della lirica che ha infiammato la piazza».

L’evento ha visto anche la presenza della Fanfara dell’Arma dei Carabinieri, l’Angelo della Pace e un momento poetico molto intenso. Come si sono inseriti questi tasselli nella serata?

«Si sono incastrati in un mosaico perfetto. La Fanfara dell’Arma dei Carabinieri, diretta magistralmente dal maestro Danilo Di Silvestro, ha aperto le danze con una solennità e una precisione che hanno emozionato tutti. Poi la figura dell’Angelo della Pace, interpretato dalla bravissima Ilaria Salvati, ha regalato un tocco di grazia e suggestione visiva unica. Molto alti e toccanti sono stati anche i momenti dedicati alla poesia, grazie alla declamazione dei versi di Francesco Gui, Gabriella Lavorgna, Alessandra Maltoni e Petronilla Pullara, che hanno offerto spunti di riflessione profonda in un contesto di grande festa».

Per concludere: quando è scesa la neve artificiale al culmine dello spettacolo, qual è stato il Suo primo pensiero?

«Quando la piazza è stata avvolta da quella cascata bianca sotto i riflettori e sulle note della musica, ho visto negli occhi delle persone, dagli anziani ai bambini, dai cittadini romani ai turisti stranieri, una meraviglia pura, quasi infantile. Il mio primo pensiero è stato di gratitudine: gratitudine per Cesare Esposito, per Feliciana Di Spirito, per il mio compagno d’avventura Lorenzo Flaherty, per le forze dell’ordine che hanno garantito la sicurezza in modo impeccabile, e soprattutto per Roma. Il termometro dell’entusiasmo è schizzato oltre il rosso e noi sul palco avevamo i brividi. Il Miracolo della Neve non è soltanto un evento: è una promessa di bellezza e speranza che Roma rinnova al mondo intero ogni anno, e averla potuta raccontare e guidare da protagonista è stato un privilegio assoluto».

 

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𝐊𝐮𝐫𝐬𝐚𝐚𝐥, 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐅𝐚𝐥𝐚𝐬𝐜𝐚 “𝐓𝐡𝐞 𝐛𝐞𝐬𝐭 𝐨𝐟 𝐦𝐲 𝐚𝐥𝐛𝐮𝐦𝐬”

17 Agosto 2026 ore 12:50

𝐌𝐞𝐫𝐜𝐨𝐥𝐞𝐝ì, 𝟏𝟗 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨, 𝐨𝐫𝐞 𝟐𝟏:𝟎𝟎, 𝐚𝐥 𝐊𝐮𝐫𝐬𝐚𝐚𝐥, 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐅𝐚𝐥𝐚𝐬𝐜𝐚 “𝐓𝐡𝐞 𝐛𝐞𝐬𝐭 𝐨𝐟 𝐦𝐲 𝐚𝐥𝐛𝐮𝐦𝐬”, 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 “𝐢𝐧 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨”. 𝐈𝐧𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐨.

 

Continuano i grandi concerti del calendario GiuliaEventi Estate 2026. Mercoledì prossimo, 19 agosto, sarà la volta di Daniele Falasca, straordinario polistrumentista e compositore di fama internazionale. Alle 21:00, al Kursaal, Falasca proporrà il meglio del suo repertorio, composizioni originali selezionate dai sedici album incisi come compositore. La serata riserva brani memorabili di latin jazz, tango moderno, samba e 3/4 jazz. L’ingresso è libero.

“ Abbiamo patrocinato e sostenuto il concerto con entusiasmo – sottolinea l’assessore alla Cultura Nausicaa Cameli – Invitiamo tutti a cogliere questa grande opportunità di ascolto, in una serata che merita un pubblico folto e attento”.

 

Musicista, compositore, nipote d’arte, Daniele Falasca è stato attratto dai suoni fin da quando aveva quattro anni.

Laureato in pianoforte e musica da camera, nel suo percorso di studi, ha completato i corsi classici di fisarmonica. Si è esibito al fianco di numerosi nomi di prima grandezza del panorama musicale italiano e internazionale, come Aida Cooper, Rossana Casale, Il Volo, Tullio De Piscopo, Massimo Moriconi, Fabrizio Bosso, Luca Bulgarelli, Marco Tamburini, Glauco Di Sabatino, Beppe Vessicchio, Fio Zanotti.

Ha inciso sedici album da compositore e trenta da turnista.

Si è esibito anche al Parlamento Europeo, dirigendo le proprie composizioni neoclassiche per pianoforte ed orchestra, con la RosetOrchestra da lui ideata.

É insegnante di pianoforte e direttore della sua scuola di musica “MusicaHdemia” da più di vent’anni. Falasca è anche endorser della storica azienda di fisarmoniche Brandoni & sons.

Ha scritto di lui il famoso trombettista jazz Fabrizio Bosso: “È un artista che dà prova di una tecnica impeccabile, in grado quasi di far parlare la fisarmonica. Originali le sue composizioni, che già da un primo ascolto rimangono impresse nella mente”.

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BUDDA LAW FESTEGGIA UN ANNO DI CRESCITA: 2.500 ISCRITTI PER L’AI CHE DIVENTA AVVOCATO

17 Agosto 2026 ore 12:48

BUDDA LAW FESTEGGIA UN ANNO DI CRESCITA: 2.500 ISCRITTI PER L’AI CHE DIVENTA AVVOCATO

 

A un anno dal lancio sul mercato, Budda Law consolida la propria posizione tra le realtà più innovative del legal tech italiano. La piattaforma di intelligenza artificiale fondata dagli avvocati Roberto Alma, Daniele Costa e Matteo Moscioni ha raggiunto quota 2.500 iscritti, rafforzando il proprio ecosistema con webinar quindicinali dedicati ad AI e diritto, l’integrazione nel database Horoshub dell’Ordine degli Avvocati di Milano e nuovi strumenti su Claude grazie al reparto ricerca e sviluppo con sede nel Trevigiano. I tre founder: “Grazie a un patrimonio di circa due milioni di provvedimenti giurisprudenziali aggiornati su base settimanale, Budda Law punta a diventare il punto di riferimento per professionisti e imprese”

 

A dodici mesi dall’ingresso sul mercato, Budda Law celebra il primo anno di attività confermando la propria crescita nel panorama del legal tech italiano. Nata dall’intuizione di tre professionisti del diritto con una forte vocazione tecnologica, la piattaforma ha trasformato l’intelligenza artificiale in uno strumento concreto per avvocati, consulenti e imprese, raggiungendo oggi quota 2.500 iscritti e consolidando una community professionale sempre più ampia.

Fondata tra Roma e Veneto dagli avvocati Roberto Alma, Daniele Costa e Matteo Moscioni, Budda Law è stata sviluppata per rendere il diritto più accessibile, veloce e comprensibile attraverso un sistema di intelligenza artificiale addestrato su un vastissimo patrimonio documentale composto da circa due milioni di provvedimenti, sentenze, modelli di atti e contratti provenienti dalle principali giurisdizioni italiane, nonché un robusto dataset di normative. In pratica, l’intelligenza artificiale diventa avvocato e fornisce consulenza ai professionisti, fino ad arrivare alla stesura dei documenti legali.

Nel corso dell’ultimo anno la startup ha registrato una crescita costante sia nell’utilizzo della piattaforma sia nelle attività di divulgazione e formazione. Tra le iniziative più apprezzate spicca il calendario di webinar gratuiti organizzati ogni quindici giorni, dedicati ai temi dell’intelligenza artificiale applicata al diritto, all’evoluzione normativa e alle nuove opportunità offerte dalla trasformazione digitale per studi professionali e legali d’azienda. Tra le ultime novità, anche la presenza di Budda Law nel database Horoshub dell’Ordine degli Avvocati di Milano, una delle fonti più autorevoli per il monitoraggio degli strumenti di AI legal.

Secondo le più recenti analisi, il settore legal tech italiano vale oggi oltre 30 milioni di euro e continua a crescere grazie all’adozione sempre più diffusa di strumenti basati sull’intelligenza artificiale. In questo contesto Budda Law si è distinta per la capacità di combinare competenze giuridiche e innovazione tecnologica. Il differenziale della piattaforma è la sua capacità di essere “istruita” dal legale, che può plasmare in base al proprio metodo di lavoro quasi fosse un praticante da formare: ma, una volta addestrata ai ritmi e alle peculiarità dello stile dello studio, rimane sempre a disposizione.

Merito dell’introduzione di nuovi verticali sviluppati attraverso la tecnologia Claude, progettati per offrire competenze sempre più specialistiche e contestualizzate in specifici ambiti del diritto. L’obiettivo è consentire ai professionisti di dialogare con strumenti AI altamente focalizzati sulle diverse materie, migliorando ulteriormente la qualità delle analisi, delle ricerche e dei documenti prodotti.

«Quando abbiamo lanciato Budda Law volevamo dimostrare che l’intelligenza artificiale poteva diventare uno strumento concreto al servizio del diritto e non soltanto una promessa tecnologica», dichiarano i founder Roberto Alma, Daniele Costa e Matteo Moscioni. «A distanza di un anno i numeri ci confermano che il mercato era pronto per questa evoluzione. I 2.500 iscritti rappresentano molto più di un dato quantitativo: sono una comunità di professionisti che ogni giorno utilizza la piattaforma per lavorare meglio e più velocemente. L’integrazione del database Horoshub dell’Ordine degli Avvocati di Milano, i costanti aggiornamenti della base dati e i nuovi verticali sviluppati con Claude sono tasselli di una strategia che punta all’eccellenza. Continueremo a investire in ricerca, contenuti e formazione perché crediamo che il futuro del diritto passi attraverso la collaborazione tra competenze umane e intelligenza artificiale. Il nostro obiettivo resta quello di costruire una piattaforma italiana capace di competere con i grandi player internazionali del settore».

 

SCHEDA DI APPROFONDIMENTO

 

Budda Law è la startup legal-tech che sta trasformando l’accesso al diritto in Italia. Nata nel gennaio 2025 (on line dal luglio) dall’intuizione di tre avvocati quarantenni — Roberto Alma, Daniele Costa e Matteo Moscioni — la piattaforma è operativa da luglio dello scorso anno con headquarter a Roma e un polo R&D a Villorba (TV). Il cuore del progetto è un imponente database proprietario di centinaia di GB, che raccoglie circa due milioni di sentenze dal 2019 ad oggi, coprendo Cassazione, Corti di merito, ambito tributario e privacy (con l’imminente arrivo della giurisprudenza amministrativa). Grazie a questo patrimonio e al know-how del founder Roberto Alma, anche laureato in informatica, Budda Law genera pareri argomentati, risponde a quesiti e crea contratti personalizzati basati su riferimenti reali. L’innovazione risiede nella democratizzazione del servizio: la piattaforma adotta un modello a “crediti” senza abbonamenti obbligatori, permettendo pagamenti per singola interrogazione. I numeri certificano il successo: circa 2.500 utenti attivi, 2.500 interrogazioni mensili e oltre 10.000 pareri legali già generati. Con una crescita di 200 nuovi utenti al mese, Budda Law si impone come il nuovo punto di riferimento per aziende e studi legali che cercano rapidità, affidabilità e costi contenuti.

 

 

Roberto Alma

Romano classe 1985, avvocato e Co-Fondatore dello Studio KBL Law. Assiste Startup, PMI ed Investitori nel settore digital e nuove tecnologie. Laureato in informatica, con una tesi sui motori di intelligenza artificiale applicati al dominio legale. Aree di competenza: Societario, M&A, contrattualistica commerciale, Privacy, Proprietà Intellettuale. Ricopre il ruolo di DPO presso rilevanti realtà nazionali. Docente presso Master di II livello su tematiche di innovazione digitale. Esperto di Legal Tech. Ha sviluppato dal 2017 numerosi progetti di Legal Tech con particolare riferimento a banche dati e motori di ricerca semantica.

 

Daniele Costa

Romano classe 1984, avvocato e Co-Fondatore di KBL Law. Assiste Startup, PMI ed Investitori nel settore digital e nuove tecnologie. Aree di competenza: Diritto Commerciale e Societario, M&A ed Operazioni Straordinarie, Diritto dell’Informatica e delle Nuove Tecnologie, Diritto della Privacy e Data Protection, Proprietà Intellettuale. Docente in Diritto Societario e Commerciale e Proprietà Intellettuale presso lo IED (Istituto Europeo di Design) di Roma. Partecipa in qualità di relatore in corsi universitari e convegni nazionali. Da alcuni anni collabora, in qualità di esperto, a progetti software nel settore del Legal Tech, occupandosi, in particolare, della generazione dei template e dei dataset di addestramento e verifica.

 

Matteo Moscioni

Originario di Viterbo e classe 1986, avvocato e Of Counsel dello Studio KBL Law. Assiste PMI nella gestione stragiudiziale dei rapporti di lavoro, nel contenzioso giuslavoristico e nelle relazioni industriali. Aree di competenza: Diritto del Lavoro, Contenzioso Giuslavoristico, Relazioni Sindacali, Contrattualistica del Lavoro e Compliance Normativa (ESG Labour Compliance, Privacy Labour Compliance). Titolare di Master di II livello in “Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale” presso l’Università di Roma Sapienza e diplomato presso la Scuola di Alta Formazione in Diritto del Lavoro (AGI – Avvocati Giuslavoristi Italiani). Docente in corsi avanzati in diritto del lavoro, rivolti ad HR, imprenditori e professionisti. Nell’ambito del Legal Tech si è occupato del preprocessing dei dati e nella creazione dei dataset di addestramento e verifica.

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‘SNAKE BUILDING’ AD AARSCHOT, IN BELGIO

17 Agosto 2026 ore 12:45

 

C+S ARCHITECTS COMPLETA LO ‘SNAKE BUILDING’ AD AARSCHOT, IN BELGIO

 

 

C+S ARCHITECTS completa lo “Snake Building” all’interno della rigenerazione urbana del masterplan De Torens, nel centro di Aarschot, in Belgio, trasformando un ex sito industriale in un nuovo frammento di città fatto di abitazioni, commercio e spazio pubblico. Maria Alessandra Segantini: «Il nostro approccio all’architettura è guidato dall’idea di Future Heritage: un processo che nasce da una ricerca che si fonda sulle stratificazioni storiche, l’ecologia, i materiali e le tecniche locali, in cui ogni gesto reinventa le tracce del passato attraverso interventi capaci di evocare memorie, attivare i sensi, rafforzare l’identità dei luoghi e riconnettere le comunità alla natura. Lo spazio pubblico è la spina dorsale di tutti i nostri progetti. Ad Aarschot il progetto restituisce alla collettività uno spazio pubblico più ampio, che rafforza la continuità con il tessuto urbano, innestandosi sul sapere costruttivo locale»

 

 

Lo Snake Building nasce da una collaborazione con a2o Architekten, studio con sede ad Hasselt incaricato dal committente di coordinare la rigenerazione del masterplan De Torens: un’ex area industriale nel cuore della città, riconvertita in un quartiere misto di residenze, attività commerciali e spazi pubblici. Il processo progettuale prende avvio da una serie di workshop collettivi ad Hasselt, durante i quali i diversi lotti vengono affidati ai vari studi coinvolti — a2o Architekten, C+S ARCHITECTS, De Vylder Vinck e DRDH.

C+S ARCHITECTS studio di architettura pluripremiato, oggi con sedi a Treviso (IT) e Londra (UK), sceglie di lavorare sull’identità della comunità attraverso il disegno urbano, l’architettura e il dettaglio costruttivo, in un contesto culturale come quello belga, dove il valore dell’artigianalità è ancora sapere costruttivo.

Ad Aarschot viene assegnato a C+S un lotto di bordo con la città storica all’ingresso del nuovo quartiere. Puntando sul rafforzamento della continuità urbana, lo studio italiano decide di manipolare i volumi asseganti prolungando  la Leuvenstraat — la spina dorsale della città — all’internodell’area. Il progetto di C+S manipola il lotto per ricavare più spazio pubblico, riscrivendo radicalmente il brief originario del cliente. Dove era previsto un blocco compatto, viene proposta un’erosione. Una sottrazione. Una ridefinizione dell’altezza e della massa costruita.

In pianta, lo Snake Building arretra, lascia respirare la piazza, permette a un albero di attraversare il parcheggio interrato e riapre la vista verso l’Old Orleans Tower sulla collina, migliorando allo stesso tempo i flussi pedonali all’interno del sito. In sezione, le terrazze incidono la copertura per evocare quella sorta di danza dei tetti tipica delle città fiamminghe. Quello che appare inizialmente come un monolite in mattoni si rivela invece un volume scavato dal cielo e dalla vita.

“Nel Medioevo, le città fiamminghe erano circondate da “spazio comune” (il “common ground”): spazi condivisi destinati al pascolo, alla raccolta della legna, alla coltivazione”, spiega Maria Alessandra Segantini, direttore creativo di C+S. “Oggi, in un’Europa in cui si assiste ad una costante erosione dello spazio abitativo privato, ci piace pensare allo spazio pubblico — aperto, resiliente, biodiverso — come a una nuova forma di bene comune. Un luogo capace di dare corpo fisico all’idea stessa di comunità. Da Porto a Praga, da Bath a Gand o Firenze, la piazza è sempre stata un luogo di scambio: resistente nei materiali ma porosa agli eventi della vita. È lì che si commerciava, si protestava, si giocava, ci si fermava durante il pomeriggio. E accade ancora oggi.

La misura delle piazze europee ci fa sentire a casa ovunque in Europa, come se esistesse una memoria condivisa costruita attraverso la democrazia, le risorse comuni, le politiche collettive. Uno spazio pubblico aperto, durevole, adattabile, riconoscibile. Come il campo veneziano — la forma urbana che continuiamo a portare con noi ovunque progettiamo — anche la piazza custodisce la memoria collettiva di un popolo. È il salotto della comunità. La casa urbana”.

L’architettura diventa una cornice per l’abitare: le profonde logge sono definite da telai lignei, perché nel punto in cui l’edificio incontra il corpo umano la materia cambia. La solidità lascia spazio al tatto. Le aperture della facciata non seguono una regola fissa ma si disseminano come tracce di possibili trasformazioni future. Parlano di adattamento, di trasformazione della città nel tempo. Dall’interno, le finestre incorniciano il paesaggio in modi sempre diversi, catturando i movimenti urbani e le variazioni stagionali delle colline circostanti.

I dettagli diventano fondamentali: i giunti arretrati, le pieghe continue del mattone che penetrano anche all’interno delle logge, le bow-window che risalgono fino alla linea del tetto. Gesti minimi che trasformano la massa in racconto, il riparo in esperienza.

“Abbiamo lavorato con artigiani locali”, spiega ancora Segantini. “Abbiamo rispettato il loro sapere. Abbiamo costruito in mattone non perché sia di moda, ma perché è durevole. Specifico. La scelta del materiale non è semplicemente estetica: è una presa di posizione. Un modo per affermare il valore della memoria e del lavoro manuale. In un contesto come Aarschot, fatto di facciate sedimentate nel tempo e identità civica accumulata, usare materiali tradizionali non significa celebrare nostalgicamente il passato, ma abitarlo, scavarlo, trasformare la continuità in qualcosa di vivo. Anche la forma curva e irregolare dell’edificio nasce da questa logica: meno un gesto formale, più una negoziazione con il contesto urbano e con i materiali stessi, con il tempo lungo necessario per metterli in opera”.

Eppure ciò che a prima vista appare semplice o familiare rivela, osservandolo meglio, una complessità nascosta. Sono proprio gli elementi che fanno sentire questo edificio vicino — il mattone, il legno, la grammatica lenta dei giunti posati a mano — a renderlo significativo.

Non esiste scorciatoia per ottenere la fusione quasi impercettibile tra muro e copertura, né una soluzione prefabbricata per quelle finestre che salgono nel tetto come un pensiero che interrompe una frase. Sono dettagli che nascono da una fedeltà radicale al luogo e che allo stesso tempo apre alla trasformazione. Richiedono non solo uno sguardo progettuale, ma le mani di chi conosce il comportamento di una muratura fiamminga d’inverno, il modo in cui un giunto raccoglie l’ombra, il fatto che il legno non sia una superficie ma una texture viva.

Ed è forse proprio in questa fedeltà silenziosa, in questa forma di artigianato discreto, che l’edificio smette di sembrare qualcosa di progettato e inizia ad apparire come qualcosa di ritrovato. Non un oggetto posato nella città, ma estratto da essa.

Il legno, introdotto nei punti in cui la struttura si apre e si lascia abitare, non addolcisce tanto la forma quanto la sua fragilità. Ricorda che ogni architettura deve tenere insieme più dimensioni: radicarsi nella tradizione e nel contesto, rafforzare l’identità della comunità attraverso la costruzione e la durata, ma allo stesso tempo lasciare spazio alla trasformazione e alla vita.

L’edificio emerge così come una sorta di scultura abitata in mattoni, mentre finestre, ingressi e facciate delle terrazze in boiserie lignea — tutti materiali riciclabili al 100% — introducono una dimensione domestica e calda nella composizione.

La materia racconta sempre una storia. Una storia di mani, di tempo, di luogo.

E nel punto in cui quella storia incontra la vita, diventa legno: morbido, caldo. Casa.

 

SCHEDA TECNICA PROGETTO

Cliente: Dyls, Belgio

Progetto architettonico e direzione artistica: Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, C+S Architects

Progetto esecutivo e direzione lavori: a2o Architekten, Hasselt, Belgio

Foto Alessandra Bello

 

 

C+S Architects Bio

Fondato da Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini a Venezia nel 1994, C+S ARCHITECTS è uno studio di architettura, design e ricerca riconosciuto dalla critica come uno dei protagonisti più autorevoli del panorama contemporaneo. Dal 2015 lo studio opera tra Londra e Treviso.

Lo studio è impegnato nella costruzione di un futuro equo e sostenibile. Il suo approccio innovativo e poetico all’architettura è guidato dall’idea di Future Heritage, una filosofia applicata alla ricerca, all’insegnamento e alla pratica progettuale, che trae ispirazione dall’ambiente delicato e fragile in cui C+S ha iniziato la propria attività, Venezia e la sua laguna. I progetti costruiti sviluppano una poetica fondata sul rapporto della materia con la luce, il tempo e la natura, nonché sulla ricchezza tattile dei materiali lavorati artigianalmente, celebrando la trasformazione come processo continuo. Ogni intervento diventa così un ponte tra costruito e non costruito, tra tradizione e innovazione, tra storia e futuro.

Emblematici di questo approccio, e ampiamente pubblicati a livello internazionale, sono la rigenerazione paesaggistica dei 325 ettari dell’isola di Sant’Erasmo nella laguna veneziana con il Museo della Torre Massimiliana, candidata al Premio Mies van der Rohe e ai RIBA Awards nel 2009; i progetti vincitori dei concorsi internazionali per il sito Panquin a Tervuren, in Belgio; il nuovo museo d’arte contemporanea GAMeC di Bergamo, attualmente in fase di completamento; gli uffici low-tech per Leiedal, vincitori del concorso del Vlaams Bouwmeester; l’Harbor Brain Building all’Arsenale di Venezia, primo edificio off-grid della città, dove un layer di celle fotovoltaiche traduce in luce le tessiture lagunari.

Il portfolio dello studio comprende musei e centri culturali, interventi di rigenerazione urbana pubblica e privata che riconnettono le comunità alla natura, torri ad alta densità e spazi pubblici capaci di rafforzare il senso di identità delle comunità, come la Piazza del Cinema al Lido di Venezia, oltre a installazioni che riflettono sul ruolo del progettista nella costruzione della società, tra cui The Cord, ingresso della 50ª Biennale d’Arte di Venezia, e The Wave, realizzata per l’apertura della 60ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Tra le opere premiate: la cittadella della giustizia  a Venezia, vincitore del Premio Speciale della Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012 e del BIGMat National Award 2017; le torri residenziali di Milano e la Piazza del Cinema al Lido di Venezia, rispettivamente candidate al Premio Mies van der Rohe 2021 e 2023 e vincitori del The Chicago Athenaeum Architecture Award and German Design Award; e una serie di edifici scolastici vincitori nel 2009 del Premio Sfide 2009 promosso dai Ministeri italiani dell’Istruzione e dell’Ambiente, del Architecture Masterprize, BLT e Taipei Design Awards e presentati alla15ª Biennale Architettura di Venezia, dove il lavoro dello studio è stato esposto alle Corderie attraverso l’installazione EDUcare, un progetto che ha avuto un impatto significativo sulla ridefinizione dei criteri di progettazione scolastica in Italia e per il quale lo studio è stato recentemente invitato a presentare la propria ricerca al Ministero dell’Istruzione egiziano.

Premiato con oltre cinquanta riconoscimenti nazionali e internazionali, il lavoro di C+S è stato esposto in tutto il mondo, tra cui alla Biennale Architettura di Venezia, alla Triennale di Milano, al Museo Nazionale di Oslo, al RIBA di Londra, al MIT di Cambridge (Massachusetts) e alla Cité de l’Architecture et du Patrimoine di Parigi, per citare i principali.

Nel 2024 Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini hanno ricevuto l’iscrizione a vita all’Albo d’Oro della Repubblica di San Marino. Nel 2022 sono stati insigniti del titolo di Architetti Italiani dell’Anno dal Consiglio Nazionale degli Architetti.

La loro attività accademica si è sviluppata tra Europa e Stati Uniti. Carlo e Maria Alessandra sono stati Visiting Professors al MIT di Cambridge, Massachusetts (2012–2016), Professors of Practice alla Syracuse University di New York e Visiting Professors presso l’Università di Bath nel Regno Unito, dove hanno diretto numerosi Design Studio nei corsi di Master. Hanno inoltre ricoperto rispettivamente i ruoli di Professore Ordinario e Professore Associato di Architettura e Urban Design presso la University of East London (2013–2022), contribuendo ai programmi nazionali britannici di valutazione della ricerca (REF 2013 e REF 2021). Maria Alessandra è stata inoltre Professore Ordinario di ruolo alla Hasselt University, dove ha co-diretto il corso di laurea magistrale e contribuito alla definizione del curriculum del Master. Attraverso queste esperienze hanno sviluppato metodologie progettuali interdisciplinari che integrano patrimonio, ecologia e innovazione progettuale.
© 2026 PK COMMUNICATION

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“Il respiro di un coro” Frammenti di spettacoli, canti e dediche per raccontare una storia lunga 30 anni…

17 Agosto 2026 ore 12:43

5 settembre 2026 – Piccolo Teatro Milano – Teatro Studio Melato

ore 19.30/21.30 – dalle 21.30 djset
Festa dei 30 anni della compagnia ATIR
(CAP III)

“Il respiro di un coro”

Frammenti di spettacoli, canti e dediche per raccontare una storia lunga 30 anni…

e infine djset!

 

Per raccontare lo straordinario lavoro di produzione della compagnia ATIR nel corso di un trentennio si è scelto un luogo unico, la più prestigiosa istituzione teatrale in Italia, che ha ospitato e collaborato fin dagli esordi con la compagnia: il Piccolo Teatro di Milano. Al Piccolo Teatro – Teatro Studio Melato la compagnia offrirà una festa performativa originale che ne ripercorre la storia artistica e produttiva: frammenti di spettacoli della compagnia si alterneranno a momenti musicali e dediche dei numerosi artisti che hanno segnato il percorso di ATIR. E proprio in occasione di questa ricorrenza, sarà allestita anche una mostra che documenta il trentennale della compagnia, tra immagini, bozzetti, costumi e materiali d’archivio: “Nel Buio, la Luce” a cura di Serena Serrani e Maria Spazzi.

Tra i frammenti di spettacolo che verranno riproposti, non mancheranno i titoli storici, come “Romeo e Giulietta”“Lear. Tutto su mio padre” e le “Baccanti”; accanto a questi “Le allegre comari di Windsor” in rappresentanza dei successi più recenti e “Arrusi” tra le nuove produzioni.  Ad arricchire la serata ci saranno le esibizioni delle Nina’s Drag Queen e del Kollettivo Drag King, e l’immancabile “Tutti in scena!”, la lezione aperta del laboratorio teatrale per cittadini abili e diversamente abili all’interno del progetto Gli Spazi del Teatro, condotta da Chiara Stoppa.

A fare da contrappunto musicale a tutta la serata sarà Giulia Bertasi, che condurrà una piccola orchestra dal vivo; il suo accompagnamento musicale sfocerà poi in una parata collettiva fino al sagrato del Teatro Strehler, dove ad attendere il pubblico ci sarà un dj set per festeggiare insieme fino a tarda notte. Dj set a cura di Marc e Missin Red. Food and beverage by mare culturale urbano.

Molti degli spettacoli di ATIR hanno fatto la storia e questa serata sarà sicuramente occasione per ripercorrere allestimenti classici e contemporanei che mostrano come negli ultimi trent’anni sia cambiata la società, il mondo, sia rileggendolo attraverso i classici sia esplorandone la storia dal secondo dopoguerra attraverso la drammaturgia contemporanea.

 

QUANDO sabato 5 settembre 2026
DOVE Teatro Studio Melato / Teatro Strehler – Sagrato, Milano
PROGRAMMA
ore 19.30 – 21.30 / Teatro Studio Melato

21.30 – 24.00 / sagrato Strehler – Dj set

La manifestazione ha finalità benefiche e sociali: eventuali ricavi a seguito di donazioni, dedotte le spese di allestimento e di organizzazione, saranno interamente destinate alla Cooperativa Sociale Comunità Progetto. Le donazioni vanno effettuate tramite bonifico bancario al seguente IBAN: IT62M0306909521100000014815 Intesa Sanpaolo.

Iscrizioni sul sito www.atirteatroringhiera.it

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La nuova location estiva di Milano con due palchi immersa nel verde

17 Agosto 2026 ore 12:40

La nuova location estiva di Milano

con due palchi immersa nel verde

 

25 AGOSTO

DJO

Il progetto musicale di Joe Keery

noto al grande pubblico per Stranger Things

 

 

Riprende la stagione estiva di PARCO DELLA MUSICA DI MILANO, la nuova area spettacoli progettata da Unipol Arena, che questa estate ospita una rassegna ancora più ricca!

 

Martedì 25 agosto salirà sul palco DJO, il progetto musicale dell’attore, produttore e songwriter Joe Keery, noto al grande pubblico per i suoi ruoli in Stranger Things e Fargo.

Con il suo ultimo album “The Crux”, ha compiuto un’evoluzione significativa rispetto ai lavori precedenti, abbandonando le sonorità più lo-fi e synth-driven per abbracciare un suono più ricco e stratificato, ispirato al pop tra fine anni ’60 e ’70, con un ruolo centrale delle chitarre. Il disco, trainato dal singolo “Basic Being Basic”, arrivato al numero 1 delle radio alternative negli Stati Uniti, ha consolidato il percorso artistico di Djo, proseguito con The Crux Deluxe, un’estensione naturale del progetto. Dopo un 2025 segnato da un tour mondiale sold out e da una nomination ai Grammy Awards, il 2026 sta confermando e ampliando il successo globale dell’artista: il brano “End of Beginning”, già fenomeno internazionale nel 2024, è tornato in vetta alle classifiche globali, con streaming in forte crescita e una diffusione in oltre 40 Paesi.

Ad aprire la data saranno i Witch Post, il duo indie-pop formato da Dylan Fraser e Alaska Reid.

 

Parco della Musica di Milano questa estate ha già ospitato molti artisti che hanno confermato il prestigio della location e la sua versatilità: Bad Omens, Halsey, Gloria Gaynor, Mac DeMarco, 5ive, Boy George & Culture Club, Belle and Sebastian, Vulfpeck, Pixies, Caparezza, I Cani e Lorde.

 

Di seguito i prossimi live:

25 agosto Djo

1 settembre Hollywood Vampires

7 settembre Gemitaiz

8 settembre Negramaro

9 settembre Levante

11 settembre Mannarino

 

I biglietti sono disponibili sui circuiti di prevendita: www.parcomusicamilano.it

 

Da giugno a settembre 2026 l’ampia area di 70mila mq immersa nel verde nei pressi di Linate (via Enzo Jannacci – 20054 Segrate, MI) si anima con concerti sui due palchi “Arena” e “Garden”, abbracciando molteplici generi e rivolgendosi a tutte le generazioni.

 

Tanti artisti internazionali hanno scelto Parco della Musica di Milano per la loro unica data italiana nell’estate 2026, grazie al successo della location che lo scorso anno, alla sua prima edizione, ha chiuso una stagione estiva con ottimi risultati e concerti indimenticabili come quelli di Massive Attack e Smashing Pumpkins.

 

Dal pop al rock, dall’elettronica all’hip-hop, il cartellone trasversale parla a tutte le generazioni, offrendo un’esperienza unica dove natura, spettacolo e intrattenimento si fondono.

 

I 2 palchi sono modulabili, con posti a sedere e in piedi. Nell’area ci sono vari punti ristoro e beverage, alcuni accessibili anche a chi non ha il biglietto per il concerto, per permettere ad accompagnatori e avventurieri di godere Parco della Musica anche senza assistere al live. Sono presenti 6 food truck in varie zone del parco. Anche gli store del merchandising sono presenti sia all’interno dell’area concerto che all’entrata.

 

L’evento adotta sistemi di pagamento cashless e casse automatiche.

 

Sono a disposizione 3000 parcheggi, acquistabili online, per diminuire l’inquinamento delle code, o in loco.

 

Il rispetto per l’ambiente è al centro della filosofia del PMM che si è impegnato nella promozione di mezzi di trasporto sostenibili come biciclette (25 minuti in bicicletta da piazza Cinque Giornate) e trasporti pubblici (M4 Linate, Autobus 973, Autobus 923).

 

Main partner: Molinari.

Silver Partner: Lavoropiù.

Partner: Tanqueray, San Benedetto, Mixum, PepsiCo, Tame Studio, VAPE, Heineken.

 

www.parcomusicamilano.it

www.instagram.com/parcomusicamilano

www.facebook.com/p/Parco-Musica-Milano-61569887182849

#PMM

 

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NUOVA ORCHESTRA SCARLATTI | Concerto a Cala Bianca, suggestioni tra memoria, natura e musica

17 Agosto 2026 ore 12:38

Venerdì 21 agosto ore 18.30 la Nuova Orchestra Scarlatti terrà un Concerto a Cala Bianca (Camerota, SA), un appuntamento per ricordare quanto era vissuta dalla popolazione di Lentiscosa (frazione di Camerota) l’intera zona – oggi tra le più suggestive aree protette d”Italia – e, in particolare, la spiaggia dove per secoli una folta comunità ha prodotto tegole di terracotta che poi venivano distribuite via mare lungo tutto il territorio cilentano, e non solo.
Per mantenere viva la memoria di tutto ciò, ogni anno la Nuova Orchestra Scarlatti, diretta dal Maestro Gaetano Russo, originario di Lentiscosa, realizza questo incontro musicale, molto seguito e atteso dagli abitanti del posto e dai tanti turisti presenti a Camerota.
Il programma, a cura della Nuova Orchestra Scarlatti, affiancata dal soprano Rossella Costa, prevede musiche che evocano il connubio tra arte e natura, con pagine di Mozart, Cimarosa e altri, alternate con brani popolari.

È possibile raggiungere Cala Bianca a piedi: per informazioni rivolgersi alla Sezione CAI Monte Bulgheria: 3333257727.

Per raggiungerla in barca rivolgersi alle cooperative del Porto di Marina di Camerota.

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“Qualcosa dell’Anima”: al Castello Malatestiano di Longiano un viaggio teatrale tra Jung, mito e fiaba

17 Agosto 2026 ore 12:36

“Qualcosa dell’Anima”: al Castello Malatestiano di Longiano un viaggio teatrale tra Jung, mito e fiaba

Mercoledì 19 agosto alle ore 21, nella suggestiva Corte del Castello Malatestiano di Longiano, l’Associazione Culturale La Corte delle Arti, in collaborazione con la Fondazione Tito Balestra, presenta “Qualcosa dell’Anima”, uno spettacolo teatrale ispirato a Gli archetipi dell’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung e a Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés.

Con la regia di Angela Bocchino e Rossella Mastore, la pièce conduce il pubblico in un intenso percorso tra fiaba, simbolo e mito, esplorando il tema degli archetipi junghiani e il loro legame con la ricerca della propria identità più autentica.

Attraverso la metafora del viaggio, un viaggiatore, interpretato da Lorenzo Borghetti, unico interprete maschile in scena, incontra otto figure femminili, incarnazione degli archetipi dell’inconscio collettivo. Un cammino che invita a superare stereotipi e convenzioni per riscoprire quella dimensione profonda e universale che accomuna ogni essere umano.

La voce narrante di Francesca Faenza accompagna le diverse tappe del percorso scenico, mentre le scenografie originali di Angela Bocchino e Rossella Mastore e l’opera scultorea realizzata dallo stesso Lorenzo Borghetti contribuiscono a creare un’atmosfera evocativa, sospesa tra realtà e immaginazione.

L’ispirazione nasce dalla riflessione di Carl Gustav Jung sull’esistenza di un inconscio collettivo, patrimonio condiviso dell’umanità, popolato da immagini primordiali – gli archetipi – che continuano ad abitare il nostro immaginario e a orientare il nostro cammino interiore. Da questa visione prende vita uno spettacolo che non intende offrire una lezione teorica, ma un’esperienza emotiva e poetica, capace di suggerire domande, suscitare riflessioni e riportare l’attenzione su quella voce profonda che ciascuno custodisce dentro di sé.

“Qualcosa dell’Anima” è un viaggio nel bosco della coscienza, un rito di conoscenza che mette in dialogo luce e ombra, femminile e maschile, ragione e intuizione, accompagnando lo spettatore in un’esperienza teatrale intensa e ricca di suggestioni.

L’ingresso è a offerta libera e l’intero ricavato della serata sarà devoluto a sostegno delle attività della Fondazione Tito Balestra.

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Musica sulle Bocche il 19 agosto a Nostra Signora di Tergu con 6zure e I’M LET

17 Agosto 2026 ore 12:34

Un dialogo tra suono e immagine dentro uno dei luoghi più suggestivi del romanico in Sardegna. Musica sulle Bocche arriva alla chiesa di Nostra Signora di Tergu con 6zure + I’M LET Visual, un incontro tra sperimentazione sonora e creazione visiva in programma mercoledì 19 agosto alle 21.00, a ingresso libero.

 

Protagonista della parte musicale sarà 6zure (seizure), sound artist e compositrice che vive tra la Sardegna e Berlino. Al centro della sua ricerca c’è lo storytelling attraverso il suono: field recording e loop melodici diventano materia con cui trasformare emozioni e stati interiori in veri e propri paesaggi sonori. Dimensioni sospese nelle quali l’ascoltatore è invitato a immergersi, capaci di conservare l’intimità di un istante e, allo stesso tempo, di aprirsi verso la vastità di mondi immaginari.

 

A dialogare con il suono saranno i visual di Massimo Dasara, professionista specializzato in produzione video, visual design, videomapping e installazioni audiovisive immersive. Attraverso il progetto creativo I’M LET, precedentemente conosciuto come Qoeletpro, Dasara sviluppa esperienze visive nelle quali videoproiezioni, motion graphics, videomapping architettonico e scenografie digitali entrano in relazione con la musica e con lo spazio. La sua attività comprende progetti destinati a eventi live, spettacoli, musei, installazioni artistiche e manifestazioni culturali, con diverse esperienze realizzate in Sardegna e nel resto d’Italia.

 

L’incontro tra i due linguaggi acquista un significato particolare nella cornice scelta dal festival. Nostra Signora di Tergu, nel territorio della città metropolitana di Sassari, è infatti considerata una delle più importanti espressioni dell’architettura romanica della Sardegna. La chiesa e i resti dell’adiacente abbazia sorgono in un’area campestre e si raggiungono attraverso il caratteristico arco in pietra affacciato sull’ampio piazzale del viale dei Benedettini.

 

È proprio nel rapporto tra musica e luoghi che si riconosce uno dei tratti distintivi di Musica sulle Bocche. Il festival porta la creazione contemporanea fuori dagli spazi convenzionali del concerto e la mette in relazione con paesaggi, architetture e patrimonio culturale della Sardegna. Chiese, siti storici e scenari naturali non sono semplici fondali, ma elementi vivi dell’esperienza: spazi che modificano l’ascolto e che, attraverso la musica, possono essere osservati e vissuti da una prospettiva nuova.
 

MUSICA SULLE BOCCHE

Direzione Artistica e Direzione generale: Enzo Favata

Coordinamento Organizzativo: Valentina Minoccheri

Produzione & tecnica: Alessandra Azzena

Location & allestimenti: Davide Tuseddu

Audio & luci: Giacomo Sanna

Social media: Nuria Favata

Video & social multimedia: Federico Pisanu

Grafica: Tony Demuro

 

Sito web:

www.musicasullebocche.it
 

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Festival internazionale del Cortometraggio d’Autore

17 Agosto 2026 ore 12:30

CASTROVILLARI – Quattro giorni di cinema d’autore, contaminazioni, formazione e confronto. Dal 27 al 30 agosto, il Castello Aragonese di Castrovillari torna a trasformarsi in una grande sala cinematografica a cielo aperto per l’ottava edizione del Castrovillari Film Festival – Festival Internazionale del Cortometraggio d’Autore.

 

Un appuntamento che, dalla sua nascita nel 2019, ha costruito una propria identità precisa nel panorama delle rassegne dedicate al cortometraggio, riuscendo a coniugare la dimensione internazionale con il rapporto diretto e concreto con il territorio. A confermarne la crescita sono soprattutto i numeri di questa edizione: 1.395 opere provenienti da 87 Paesi, una partecipazione che restituisce alla manifestazione una dimensione sempre più ampia e internazionale.

 

La direzione artistica ha selezionato 14 cortometraggi finalisti, dei quali 12 in concorso e 2 fuori concorso, che si confronteranno nelle sezioni Internazionale, Italiana e Calabria. I riconoscimenti saranno assegnati sabato 29 agosto.

 

Il Festival è organizzato da Chimera APS e diretto da Antonio La Camera, vincitore del premio per il miglior cortometraggio alla Settimana della Critica di Venezia nel 2023, e da Francesco Sottile, premiato al Concorso Internazionale di Composizione “2 Agosto”  nel 2025.

 

La manifestazione è sostenuta da Calabria Film Commission e Parco Nazionale del Pollino,  patrocinata dal Comune di Castrovillari e Lions Club Castello Aragonese Pollino-Sibaritide-Valle dell’Esaro, mentre Energy Progress e Carlomagno Auto sono i Main Sponsor dell’evento.

 

Il mondo del cortometraggio arriva a Castrovillari

 

Dal 27 al 30 agosto, a partire dalle ore 21, il Castello Aragonese sarà il teatro delle proiezioni dei cortometraggi selezionati. Opere che hanno già incontrato il pubblico e la critica di alcuni dei più prestigiosi festival cinematografici internazionali, tra cui Cannes, Venezia, Berlino e Rotterdam.

È uno degli elementi caratterizzanti della rassegna: portare nel cuore del Pollino il cinema internazionale e, contemporaneamente, offrire a registi, autori, professionisti e spettatori un luogo nel quale incontrarsi, discutere e confrontarsi.

Il Festival, infatti, non si esaurisce nella competizione. La programmazione costruisce intorno alle opere una vera e propria comunità temporanea del cinema, nella quale la visione diventa occasione di dialogo e approfondimento.

 

Lo sguardo sulla Calabria e il Premio ad autore dell’anno

 

Particolare rilievo assume la giornata del 30 agosto, dedicata anche alla valorizzazione del cinema calabrese.

Sono previste due proiezioni speciali, realizzate in collaborazione con la Calabria Film Commission e sostenute dalla Fondazione, pensate per rilanciare quelle sfumature attraverso le quali il cinema riesce a raccontare il territorio cosentino, le sue identità e le sue trasformazioni.

Il primo appuntamento sarà con “Primo sangue” di Antonio La Camera, già presentato al 74° Trento Film Festival e di prossima presentazione al 24° Tirana International Film Festival, manifestazione qualificante per gli Oscar e gli European Film Awards.

A seguire sarà proiettato “Il quieto vivere” di Gianluca Matarrese, presentato alle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025.

Proprio a Gianluca Matarrese sarà conferito il riconoscimento speciale “Autore Calabrese dell’Anno 2026”, assegnato in collaborazione con la Calabria Film Commission per il percorso artistico compiuto e per il significativo lavoro svolto sul territorio.

Il riconoscimento assume così anche un valore più ampio: quello di segnalare e sostenere il percorso degli autori che operano in Calabria, mettendo in evidenza professionalità, esperienze e produzioni capaci di contribuire alla crescita culturale e cinematografica della regione.

Gli ospiti: registi e professionisti del cinema

Numerosi saranno gli ospiti che prenderanno parte alla manifestazione. Tra i registi figurano Paolo Baiguera, Mino Capuano, Fabrizio Condino e Samuele Leogrande, insieme ai fratelli Motti, a Lorenzo Pallotta, Alessandro Rocca ed Emanuele Tresca.

Con loro anche il direttore della fotografia Davide Manca, in un programma che punta a mettere a confronto professionalità, esperienze e linguaggi differenti.

La presenza degli autori costituisce uno degli elementi centrali della manifestazione: non soltanto protagonisti delle proiezioni, ma interlocutori diretti del pubblico.

 

Masterclass e AperiCinema: il cinema si racconta

 

Accanto alla competizione, il Festival propone un articolato programma di masterclass, incontri e momenti di approfondimento con registi e professionisti del settore.

Tornano anche gli AperiCinema, appuntamenti aperti al pubblico che dal 28 agosto accompagneranno la manifestazione presso Emi’s Bakery e Palazzo Cappelli.

A Palazzo Cappelli, alle 11, è previsto un incontro dedicato al fumetto con Filippo Perrelli, mentre alle 18.30 sarà la volta dell’animazione con Marco Brancato.

Alle 18.30, sempre a Palazzo Cappelli, proseguiranno inoltre le masterclass. Al centro ci sarà il cinema di Lorenzo Pallotta, attraverso un percorso dedicato alla memoria, all’archivio e alla rielaborazione visiva, insieme a una riflessione sul tema del tempo ripreso.

Il ciclo si concluderà il 30 agosto con la masterclass dedicata al cinema di Gianluca Matarrese e al tema della “Linea di confine”.

 

Una riflessione che guarda a ciò che si muove sul confine tra conflitti umani, identità, realtà e finzione, affrontando una delle questioni che da sempre accompagnano lo sguardo dell’uomo: la necessità di osservare, comprendere e rappresentare ciò che separa, divide e, talvolta, finisce per unire.

 

La scuola entra nel Festival

 

Un altro asse portante dell’edizione 2026 è il rapporto con il mondo della scuola.

Proseguono, infatti, le collaborazioni con gli organismi scolastici e, quest’anno, il Festival coinvolge l’IIS Fermi-Pitagora-Calvosa di Castrovillari e l’APS Menodiunterzo nell’ambito del progetto “4 1/2 – Ai margini del Cinema”, realizzato attraverso il Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola (CIPS), promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.

L’intesa prevede il coinvolgimento diretto degli studenti nella presentazione delle opere realizzate durante i laboratori scolastici, trasformando il Festival anche in uno spazio di restituzione e valorizzazione del lavoro svolto dai ragazzi.

L’appuntamento è fissato per giovedì 27 agosto, a partire dalle 18.45, al CineTeatro Vittoria, con l’evento speciale “4 1/2 CIPS Showcase – La scuola e il cinema”.

Un momento nel quale la scuola non sarà semplice spettatrice, ma parte attiva di un percorso che utilizza il linguaggio cinematografico come strumento di formazione, creatività e lettura della realtà.

 

Dodici eventi e una rete che attraversa il territorio

 

Sono complessivamente 12 gli eventi cinematografici offerti al pubblico nell’ambito della manifestazione.

Un programma che mantiene ben saldo il rapporto con il territorio e che nasce anche grazie alla collaborazione con una rete di realtà locali: Emi’s Bakery, EP Open – Comunità Energetica, Menodiunterzo, l’hub Catasta di Campotenese, Guide del Parco del Pollino e Sistema Museale di Castrovillari.

Una scelta che amplia la geografia del Festival e rafforza l’idea di un cinema capace di dialogare con gli spazi, le persone e le identità del territorio.

 

Otto anni di attività: il cortometraggio come scelta culturale

 

Da quando è nato, il Castrovillari Film Festival ha scelto di dedicarsi esclusivamente al cortometraggio d’autore, una forma cinematografica che concentra in pochi minuti una straordinaria capacità narrativa e sperimentale.

Nel corso degli anni la manifestazione ha progressivamente ampliato la propria partecipazione internazionale, senza perdere il legame con Castrovillari e con il territorio del Pollino.

«Il corto permette di raccontare storie con tempi brevi ma con grande intensità – commentano i direttori artistici Antonio La Camera e Francesco Sottile –. Per noi Castrovillari resta un luogo importante per far incontrare autori diversi e pubblico».

È questa, in fondo, la sfida dell’ottava edizione: portare il mondo a Castrovillari attraverso il cinema e, nello stesso tempo, raccontare Castrovillari al mondo attraverso lo sguardo degli autori.

Un Festival che continua a crescere senza smarrire la propria origine e che affida al cortometraggio la possibilità di aprire finestre sulla contemporaneità, sulle persone, sui territori e sulle loro trasformazioni.

 

Gli aggiornamenti e tutte le informazioni sugli appuntamenti saranno disponibili sulle pagine social ufficiali del Castrovillari Film Festival, su Facebook e Instagram, oppure scrivendo a info@castrovillarifilmfestival.it.

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“TILT! MUSIC GENERATION”

17 Agosto 2026 ore 12:28

“TILT! MUSIC GENERATION”:
la musica raccontata dalle Nuove Generazioni
Il nuovo format cross-mediale dedicato alla scena musicale italiana debutta su Prime Video

La musica cambia linguaggio, si intreccia ai social, diventa racconto, identità e cultura.
Da questa evoluzione nasce “TILT! MUSIC GENERATION”, il nuovo programma di intrattenimento musicale che porta sullo schermo il punto di vista autentico delle Nuove Generazioni, disponibile in esclusiva su Prime Video.

Pensato e realizzato da giovani per i giovani, TILT! Music Generation è un format innovativo che nasce da un’idea dell’autore TV Christian De Fazio, supera il tradizionale racconto televisivo per trasformarsi in un ecosistema editoriale capace di vivere contemporaneamente in TV, sui social media e sulle principali piattaforme digitali.

TILT! racconta la musica italiana attraverso interviste e approfondimenti, dando spazio sia ai nuovi artisti della scena contemporanea sia ai grandi protagonisti che hanno segnato intere generazioni.
Il programma dà spazio a giovani talenti e agli artisti che rappresentano il futuro della musica italiana con l’obiettivo di far conoscere nuove voci e nuovi progetti musicali che meritano attenzione, accompagnandoli nel loro percorso di crescita verso il grande pubblico.

UN PROGRAMMA CHE UNISCE INFORMAZIONE E INTRATTENIMENTO
Condotto da ragazzi della Generazione Z, TILT! Music Generation propone un mix dinamico di contenuti che spaziano dall’attualità musicale alle tendenze digitali, dalla cultura pop al lifestyle. Il cuore del programma, alterna momenti di conversazione intima con gli artisti a sessioni più rapide, spontanee e provocatorie con l’obiettivo di mandare l’ospite in TILT!

TILT! Top 10 è la classifica che racconta i brani più ascoltati e commentati degli ultimi 10 anni secondo la crew di TILT!
TILT! Ti Spiazza! dedicata a curiosità, falsi miti e verità inaspettate sul mondo della musica;
Street Vibes è una finestra aperta sulle opinioni e le reazioni della Gen Z direttamente dalle piazze e dai luoghi simbolo delle nuove generazioni;
TILT! Style è lo spazio dedicato a moda, immagine e tendenze che influenzano il panorama musicale contemporaneo;

Un format pensato per vivere oltre la TV
Con una durata di 40 minuti circa per episodio, TILT! Music Generation nasce con una forte vocazione cross-platform. Ogni puntata genera infatti contenuti originali destinati a Instagram, TikTok, YouTube e ai formati video brevi, estendendo la narrazione oltre la messa in onda tradizionale.
Interviste, performance e momenti esclusivi diventano così contenuti autonomi e condivisibili, capaci di dialogare con il pubblico nei luoghi digitali che frequenta quotidianamente.

ABBIAMO PROVATO A MANDARE IN TILT!
Orietta Berti, Chiara Galiazzo, Briga, Shade, Senza CRI, Silent Bob, SeltSam e Principe, sono alcuni dei cantanti che abbiamo provato a mandare in TILT!, ma non sono tutti. Per scoprire chi manca e, soprattutto, quale penitenza hanno dovuto affrontare, non vi resta che seguire la trasmissione.

UNA CASA COSTRUITA PER LA GENZ
Il programma è ambientato in uno studio completamente ripensato come un loft contemporaneo, uno spazio vissuto e riconoscibile che riflette il modo in cui le nuove generazioni vivono, consumano e condividono la musica.
Un ambiente dinamico, suddiviso in diverse aree narrative, che accompagna il ritmo del racconto e favorisce la naturale interazione tra conduttori, ospiti e pubblico.

UN TEAM DI GIOVANI TALENTI PER RACCONTARE LA MUSICA DA DENTRO
A guidare TILT! Music Generation sono Angelo Cattivelli e Giulia Sara Salemi, due volti GenZ che incarnano perfettamente lo spirito del programma.

Classe 2008, Angelo Cattivelli è speaker di RDSNext e volto di Webboh. Appassionato di musica, cinema e cultura urban, porta nel programma uno sguardo autentico e competente sulle nuove tendenze musicali, con particolare attenzione al mondo del rap e delle sue contaminazioni culturali.

Al suo fianco, Giulia Sara Salemi, attrice, influencer e personaggio televisivo già nota al grande pubblico per la serie TV Miracle Tunes e per la partecipazione al format Amazon Prime Video The 50. Con il suo linguaggio diretto e la sua forte presenza sui social, rappresenta una delle voci più vicine al pubblico giovane.
Ad arricchire il racconto ci sono anche Hans Pellegrini, Matteo Cardani, Lorenzo Marinelli e Stefano Scala, quattro giovani talenti provenienti da percorsi diversi.

Hans Pellegrini porta nel programma la sua esperienza tra moda, danza, canto e recitazione, offrendo uno sguardo trasversale sul rapporto tra musica, stile e nuove forme espressive.

Matteo Cardani, studente di teatro e appassionato di doppiaggio e cinema, dà voce alle curiosità e alle domande della Generazione Z attraverso interviste e contenuti sul territorio.

Lorenzo Marinelli, volto di Teen Social Radio, unisce la passione per la musica a quella per il teatro e la comunicazione, contribuendo con approfondimenti e racconti dedicati agli artisti emergenti e ai fenomeni culturali del momento.

Completa il team Stefano Scala, attore e regista napoletano, che porta nel programma la sua esperienza tra cinema, digitale e social media, contribuendo a creare un ponte tra intrattenimento tradizionale e nuovi linguaggi.

UN PROGETTO CHE UNISCE ESPERIENZA E NUOVE GENERAZIONI
Dietro TILT! Music Generation c’è una squadra che combina professionalità consolidate e nuove energie creative. Il format nasce da un’idea di Christian De Fazio, che firma anche il progetto autoriale insieme ad Angelo Cattivelli con l’obiettivo di creare uno spazio capace di raccontare la musica contemporanea attraverso il punto di vista delle nuove generazioni.

La produzione è affidata a VisionFilm Srl, mentre la distribuzione è curata da Star-M, partner per la diffusione del format su Prime Video

L’identità visiva del programma porta la firma di Flash Up Studio, mentre la regia è affidata a Max Pozzi, che imprime al programma un ritmo dinamico e moderno, in sintonia con i linguaggi audiovisivi delle piattaforme digitali e dei social network.

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Ben-Gvir propone di uccidere tra i 30 e i 40 palestinesi ogni notte a Gaza.

17 Agosto 2026 ore 12:27

Il criminale ministro della sicurezza interna israeliano ha esortato allo sterminio dei palestinesi a Gaza, chiedendo l’uccisione di “tra 30 e 40” gazawi al giorno.

« Mi sembra che a Gaza si debbano effettuare uccisioni mirate, eliminando dai 30 ai 40 gazawi ogni notte. Non solo quelli che rappresentano una minaccia immediata », ha dichiarato apertamente Itamar Ben-Gvir nel podcast «8 ottobre», pubblicato domenica.

Ben-Gvir ha ribadito che l’intera enclave palestinese appartiene a Israele e ha suggerito di agevolare, il prima possibile, l’espansione degli insediamenti e la migrazione a Gaza, definendo al contempo i residenti palestinesi della Striscia “terroristi” e insistendo sulla necessità di “ucciderli uno per uno”.

Israele addestra i bambini alle armi ed all’odio contro palestinesi, arabi e cristiani

« Lì ci sono persone che non meritano di vivere. Né dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone », ha insistito il ministro sionista di estrema destra.

La linea dura assunta da Ben-Gvir ha suscitato numerose condanne internazionali.

Le autorità palestinesi affermano che la guerra genocida di Israele, iniziata il 7 ottobre 2023, ha ucciso più di 73.000 persone e ne ha ferite più di 174.000 a Gaza, per lo più donne e bambini.

L’ufficio stampa del governo di Gaza ha stimato che circa 9.500 palestinesi risultano dispersi dall’inizio della guerra e si ritiene che molti siano sepolti sotto edifici distrutti.

Inoltre, secondo il rapporto, circa il 90% delle infrastrutture dell’enclave è stato danneggiato o distrutto.

Fonte: Hispan Tv

Traduzione: Luciano Lago

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Sudan: Save the Children, in sei mesi arrivati a El Obeid quasi 39 mila bambini sfollati mentre la città è ormai vicina al collasso

17 Agosto 2026 ore 12:26

Sudan: Save the Children, in sei mesi arrivati a El Obeid quasi 39 mila bambini sfollati mentre la città è ormai vicina al collasso

L’Organizzazione chiede che venga garantita la protezione dei civili, l’accesso umanitario sicuro e continuativo e un aumento del sostegno umanitario per soddisfare i crescenti bisogni dei bambini e delle famiglie sfollate a El Obeid e in tutto il Sudan

 

In Sudan, nei primi sei mesi dell’anno quasi 39 mila bambini sono arrivati nella città di El Obeid, nel Kordofan settentrionale, per sfuggire alle violenze e agli attacchi contro i civili e le infrastrutture, che hanno costretto intere famiglie ad abbandonare le proprie case in tutto lo Stato. È l’allarme lanciato da Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

I nuovi arrivati fanno ora parte delle oltre 605 mila persone che vivono nella città di El Obeid e nella località di Sheikan in cerca di sicurezza e ora si trovano ad affrontare altre difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari, idrici, educativi e di protezione all’interno della città[1].

A Sheikan sono in significativo aumento i casi di malnutrizione infantile, con un notevole incremento di nuovi pazienti ricoverati nei centri specializzati. Ad aprile 2026, le strutture sanitarie sostenute da Save the Children a Sheikan hanno curato 426 bambini per malnutrizione (a marzo 195) con un aumento del 118% rispetto al mese precedente e del 75% rispetto ad aprile 2025.

Nei mesi di giugno e luglio, dal monitoraggio sul campo sono emerse gravi carenze alimentari e una riduzione degli aiuti alimentari nei due campi in cui Save the Children sostiene le famiglie sfollate. Sebbene molte dipendano completamente dagli aiuti umanitari, questi sono di gran lunga inferiori alle crescenti necessità, costringendo i bambini a saltare i pasti o ad andare a dormire affamati.

Anche la carenza d’acqua in città sta aggravando la crisi: alcune famiglie trascorrono quasi metà della giornata alla ricerca di acqua. La situazione è stata particolarmente grave nei mesi di giugno e luglio, quando alcuni attacchi con droni hanno colpito le infrastrutture idriche, aggravando ulteriormente la carenza. Il consumo individuale è ora sceso a circa 7 litri a persona al giorno, meno della metà dello standard minimo generale di 15 litri raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità durante le crisi.

“Quando siamo arrivati a El Obeid, non avevamo nulla se non i vestiti che indossavamo. Trovare cibo, acqua e un posto sicuro per i nostri figli era la nostra preoccupazione principale. Ogni giorno è una lotta, ma stiamo cercando di ricostruire le nostre vite” racconta Mohamed*, un padre che vive con la sua famiglia in un campo per sfollati a El Obeid.

Amani*, membro dello staff di Save the Children che opera a El Obeid, sottolinea che l’entità del bisogno umanitario è cresciuta in modo significativo negli ultimi mesi: “Oggi stiamo assistendo a livelli di bisogno notevolmente più elevati rispetto a quelli osservati tre mesi fa. Il numero delle famiglie sfollate è aumentato, i prezzi dei generi alimentari e del carburante sono saliti vertiginosamente, l’accesso all’acqua potabile è diventato più difficile e le strutture sanitarie segnalano un numero crescente di bambini che necessitano di cure per malnutrizione e malattie”.

“El Obeid si sta avvicinando a un punto di rottura dal punto di vista umanitario. Decine di migliaia di bambini sono stati costretti ad abbandonare le loro case a causa delle violenze e degli attacchi che continuano a colpire la popolazione civile e le infrastrutture civili in tutto il Kordofan settentrionale. Le famiglie che arrivano in città sono alla ricerca di sicurezza, ma molte si trovano ad affrontare carenze alimentari, un accesso limitato all’acqua potabile e servizi sanitari già al limite delle loro capacità. I bambini stanno pagando il prezzo più alto per questo conflitto. Sono costretti a sfollare, soffrono la fame, perdono l’accesso all’istruzione e vivono in uno stato di paura e incertezza costanti. La comunità internazionale deve agire con urgenza per proteggere i civili, garantire un accesso sicuro agli aiuti umanitari e fornire le risorse necessarie prima che questa crisi si aggravi ulteriormente” dichiara Francesco Lanino, Vicedirettore di Save the Children in Sudan.

In tutto il Kordofan settentrionale, gli attacchi alle infrastrutture civili – tra cui stazioni di servizio e depositi di carburante, aree di mercato, strutture sanitarie e quartieri residenziali – hanno interrotto l’accesso ai servizi essenziali, distrutto i mezzi di sussistenza e costretto un numero crescente di famiglie a fuggire in cerca di sicurezza, esercitando un’ulteriore pressione sulle risorse già al limite a El Obeid.

Save the Children continua a operare a El Obeid e nelle aree limitrofe, fornendo servizi sanitari, nutrizionali, idrici, igienico-sanitari, educativi e di protezione dell’infanzia nonostante le crescenti difficoltà di accesso. L’Organizzazione chiede che venga garantita la protezione dei civili, assicurando un accesso umanitario sicuro e continuativo, e un aumento del sostegno umanitario per soddisfare i crescenti bisogni dei bambini e delle famiglie sfollate a El Obeid e in tutto il Sudan. Senza un intervento urgente, l’Organizzazione stima che i bisogni aumentino in modo significativo nelle prossime settimane, mettendo a rischio altre migliaia di persone.

Save the Children opera in Sudan dal 1983 e offre programmi a favore dei bambini e delle famiglie colpiti da conflitti, sfollamenti, povertà estrema e fame.

*I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità degli intervistati

[1] Dati forniti dall’Ufficio della Commissione per gli aiuti umanitari (HAC) dello Stato del Kordofan settentrionale.  Secondo questi dati, da gennaio a giugno 2026, 204.000 persone, tra cui 38.740 bambini, sono state sfollate a El Obeid. Di queste persone, 21.413 vivono attualmente nei campi profughi, mentre 182.587 vivono presso le comunità ospitanti.

 

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Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

17 Agosto 2026 ore 12:22

Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

Di fronte alle critiche della sinistra, che considera la posizione del Governo su Schengen una scelta meramente strumentale e dannosa, è necessario fare chiarezza.

La tutela dei confini non è una bandiera ideologica: è una responsabilità di governo.

La possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne è prevista dalle regole europee. Ricorrervi, quando ne sussistono le condizioni, non significa essere contro l’Europa, né mettere in discussione i rapporti di amicizia e collaborazione con la Spagna. Significa utilizzare uno strumento contemplato dall’ordinamento europeo per tutelare la sicurezza, la legalità e gli interessi del Paese.

Non si tratta, peraltro, di una scelta estranea alla prassi europea: diversi Stati membri hanno fatto ricorso, negli anni, a controlli temporanei alle frontiere interne. È quindi difficile sostenere che l’utilizzo di uno strumento previsto dalle stesse regole europee costituisca, di per sé, una scelta antieuropea.

Anche sulla questione migratoria occorre evitare confusioni. Il decreto flussi italiano riguarda ingressi regolari e programmati, disciplinati da procedure definite e stabiliti anche sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Ben diverso è il problema dell’immigrazione irregolare. Distinguere chiaramente tra questi due fenomeni è indispensabile per qualsiasi politica migratoria seria e credibile.

Naturalmente è legittimo, e in una democrazia doveroso, chiedere al Governo trasparenza sui numeri, sulle provenienze e sui meccanismi di ingresso. Ma è altrettanto necessario riconoscere che uno Stato ha il diritto e la responsabilità di governare i flussi migratori e di contrastare l’immigrazione irregolare.

È su questo punto che emerge una differenza politica sostanziale. Ritengo che solidarietà e accoglienza debbano necessariamente accompagnarsi a legalità, sicurezza, integrazione e sostenibilità. L’Italia non può adottare una politica delle porte aperte, ma deve essere nelle condizioni di decidere e controllare chi entra nel proprio territorio, contrastando gli ingressi irregolari e favorendo quelli legali, secondo regole e procedure precise.

Si può naturalmente discutere nel merito dell’efficacia e della proporzionalità delle singole misure. È questo il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi un confronto politico serio. Ma liquidare automaticamente ogni rafforzamento dei controlli come una scelta meramente propagandistica significa eludere la questione centrale: come garantire sicurezza e legalità, governando al tempo stesso il fenomeno migratorio in maniera ordinata e sostenibile.

Governare significa anche prevenire situazioni fuori controllo. Tutelare i confini, nel rispetto delle regole europee, non significa essere contro l’Europa. Significa assumersi la responsabilità di governare e svolgere, con serietà, le funzioni che i cittadini hanno affidato alle istituzioni.

Gerardo Petta – Zurigo

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CON ARIA FESTIVAL 2026 ANTRODOCO DIVENTA CANTIERE MUSICALE: IDENTITÀ IN MOVIMENTO E I TALENTI DEL TERRITORIO

17 Agosto 2026 ore 11:51

 

CON ARIA FESTIVAL 2026 ANTRODOCO DIVENTA CANTIERE MUSICALE: IDENTITÀ IN MOVIMENTO E I TALENTI DEL TERRITORIO

 

Dal jazz di Gioacchino Fabbi al dialogo tra strumenti e cicale di Matteo D’Incà: dal 18 al 22 agosto cinque giorni di suoni, libri e mostre. Un progetto culturale realizzato con il supporto del Comune di Antrodoco.

 

Antrodoco (RI), 17 agosto 2026 – Giunge alla sua quarta edizione Aria Festival, inaugurando il primo anno di un nuovo triennio di programmazione. Un percorso in divenire attraverso il quale il borgo di Antrodoco intende affermarsi sempre più come luogo di produzione artistica, musicale e culturale nel cuore della Valle del Velino.

 

Un festival che parte dall’ascolto del territorio per interrogarsi sul significato del presente: che cosa significa oggi Antrodoco? Chi la abita, chi la vive, chi contribuisce ogni giorno a produrre arte, cultura e significato?

Il futuro è un’idea strana. La progettazione è un desiderio audace. L’identità è un sentimento difficile da afferrare. Allora, anche uno sguardo distratto rivela una sorprendente ricchezza di energie. Ed è proprio attraverso una costellazione di esperienze, che spazia da gruppi teatrali, orchestra di tamburi, banda cittadina, editoria locale, studenti, artisti professionisti e dilettanti, appassionati di musica, alta fedeltà e artigianato, che Aria Festival 2026 arriva a raccontare una comunità viva, curiosa e creativa.

 

IL TEMA DEL 2026: IDENTITÀ IN MOVIMENTO

Il filo conduttore di quest’anno dedica una parte della programmazione a tre progetti nati e cresciuti ad Antrodoco:

Matteo D’Incà: il musicista bellunese (antrodocano d’adozione dal 2014) proporràMusica per cicale, un dialogo tra suoni e il frinire delle cicale in libertà. A completare il suo percorso, un attesissimo duo elettrico con Daniele Fiaschi, chitarrista e compositore romano tra i più richiesti del panorama italiano. Fiaschi vanta collaborazioni di primo piano con pilastri del cantautorato come Daniele Silvestri, Max Gazzè, oltre a Giovanni Truppi, Manuel Agnelli, Diodato, Marco Mengoni e Levante.

Gioacchino Fabbi: il batterista antrodocano presenterà la sua nuova formazione jazz,The Clarinet Machine, con un repertorio originale e ricco di suggestioni.

Giulia Feliciani: la fotografa esporrà la mostraFilamenti di identità, realizzata in collaborazione con Annamaria Giusti ed Eleonora Pasquali.

 

L’intreccio culturale coinvolge anche l’intera spina dorsale della Valle del Velino: da Rieti arriverà Raffaello Simeoni, figura di spicco nella ricerca e sperimentazione di linguaggi musicali dal mondo, mentre dall’Alta Valle del Velino giungeranno i Poeti dell’Ottava Rima, custodi dell’antica tradizione del canto improvvisato.

A completare la proposta musicale, due presentazioni letterarie sull’ascolto e la vita: Musica a colazione di Martina Chechi e Anatomia di un suicidio sonoro di Riccardo Paddeu.

 

Un progetto culturale realizzato con il supporto del Comune di Antrodoco.

 

 

PROGRAMMA ARIA FESTIVAL 2026

(Eventi ad Antrodoco – Sezione Musica e Letteratura)

 

Martedì 18 agosto

Ore 18:00 | Concerto: Musica per cicale – Matteo D’Incà (Boschetto del Comune)

Ore 19:00 | Presentazione libro e dibattito: Anatomia di un suicidio sonoro di Riccardo Paddeu (Piazza del Popolo)

Ore 21:30 | Concerto: Daniele Fiaschi e Matteo D’Incà (Chiostro Santa Chiara)

 

Mercoledì 19 agosto

Ore 18:00 | Concerto: Musica per cicale – Matteo D’Incà (Boschetto del Comune)

Ore 21:30 | Concerto: The Clarinet Machine – Gioacchino Fabbi Quartet (Largo Santa Chiara)

 

Giovedì 20 agosto

Ore 19:00 | Presentazione libro: Musica a colazione di Martina Chechi (Piazza del Popolo)

Ore 21:30 | Concerto: Poeti dell’Ottava Rima e Raffaello Simeoni (Luogo in via di definizione / Centro Storico)

 

Sabato 22 agosto

Ore 21:30 | Mostra fotografica, concerto e performance: Filamenti di identità di Giulia Feliciani, Annamaria Giusti ed Eleonora Pasquali (Piazza 4 Novembre)

 

*In caso di maltempo tutti i concerti ed eventi si terranno al chiuso presso il Teatro Sant’Agostino.

 

Info e Contatti: WhatsApp +39 351 6521328

 

 

L’INGRESSO AGLI SPETTACOLI È GRATUITO

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Docenti di ruolo fuorisede, ferie sempre più costose e vacanze negate: il peso del caro vita e della distanza.

17 Agosto 2026 ore 11:48

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) interviene sul grave disagio economico che interessa i docenti di ruolo fuorisede, per i quali la distanza tra sede di servizio e residenza si traduce in un costo permanente, destinato a incidere in misura sempre più significativa sul potere d’acquisto dello stipendio.

L’aumento del costo della vita, i canoni di locazione, le utenze, le spese quotidiane e i trasporti necessari per raggiungere periodicamente la propria famiglia assorbono una parte rilevante della retribuzione. In tale contesto, per molti docenti di ruolo fuorisede anche la possibilità di trascorrere un periodo di vacanza è stata fortemente ridimensionata o, in alcuni casi, esclusa.

Il fenomeno si colloca in un quadro nazionale già segnato da evidenti difficoltà economiche. Secondo l’indagine Tecnè per Federalberghi relativa all’estate 2026, 36,2 milioni di italiani trascorreranno almeno un periodo di vacanza fuori casa tra giugno e settembre, mentre il 48,5% della popolazione non farà vacanze estive. Tra quanti resteranno a casa, il 52,8% indica nella mancanza di liquidità la principale ragione della rinuncia.

Per il personale docente esiste, inoltre, una specifica criticità. Le ferie, in ragione dell’organizzazione del calendario scolastico, possono essere fruite prevalentemente nei periodi di sospensione delle attività didattiche e soprattutto durante l’estate. La principale possibilità di riposo prolungato coincide quindi proprio con l’alta stagione, quando la crescita della domanda determina condizioni generalmente più onerose per trasporti, soggiorni e servizi legati alle vacanze.

Gli insegnanti dispongono, pertanto, di margini limitati per scegliere periodi dell’anno economicamente più convenienti. Questa circostanza assume un peso ancora maggiore per i docenti di ruolo fuorisede, poiché ai maggiori costi stagionali si sommano le spese sostenute durante tutto l’anno per lavorare lontano dalla propria città.

L’immissione in ruolo garantisce la stabilità del rapporto di lavoro, ma non elimina gli effetti economici della distanza. Quando la sede di servizio si trova a centinaia di chilometri dalla residenza, una parte dello stipendio deve essere destinata all’affitto di un secondo alloggio o di una stanza, alle relative utenze e ai viaggi necessari per mantenere i rapporti con il nucleo familiare.

Tali costi continuano a gravare anche durante l’estate. Il docente che rientra nella propria città continua generalmente a pagare il canone di locazione e le spese fisse dell’alloggio nella sede di servizio, mentre deve contemporaneamente sostenere il costo del viaggio per tornare dalla propria famiglia.

È necessario distinguere con chiarezza il ricongiungimento familiare dalla vacanza. Tornare dai figli, dal coniuge, dai genitori o nella propria abitazione dopo mesi trascorsi altrove per ragioni di servizio non equivale a partire per un soggiorno turistico. È il ritorno a casa, ma anch’esso comporta un costo, spesso sostenuto proprio nei periodi in cui le tariffe dei trasporti risultano maggiormente esposte alla pressione della domanda.

La rinuncia alle vacanze diventa così uno degli effetti più visibili di una questione più ampia: l’erosione del reddito disponibile determinata dalla sovrapposizione tra caro vita e costi strutturali della mobilità professionale. A parità di trattamento economico, il docente costretto a mantenere una seconda domiciliazione e ad affrontare frequenti spostamenti dispone inevitabilmente di un potere d’acquisto inferiore rispetto al collega che presta servizio nel territorio di residenza.

Il CNDDU ritiene che questa condizione richieda un cambiamento di prospettiva nelle politiche scolastiche. La mobilità del personale non può essere considerata esclusivamente sotto il profilo amministrativo dei trasferimenti, delle assegnazioni e della distribuzione delle cattedre. Occorre affrontarne anche la sostenibilità economica.

Se il sistema nazionale di istruzione necessita della disponibilità di docenti a prestare servizio lontano dalla propria residenza per garantire la copertura delle cattedre e la continuità del servizio, il costo di tale mobilità non può essere lasciato interamente a carico del lavoratore.

Il CNDDU ritiene quindi necessarie politiche strutturali di sostegno alla mobilità del personale scolastico, con particolare attenzione ai docenti di ruolo fuorisede. Il costo dell’abitare dovrebbe entrare stabilmente nelle politiche dedicate al personale, soprattutto nei territori caratterizzati da forte tensione abitativa, individuando strumenti capaci di contenere l’incidenza dei canoni di locazione sul reddito e di favorire l’accesso ad alloggi economicamente sostenibili.

Analoga attenzione dovrebbe essere riservata ai trasporti attraverso accordi e convenzioni nazionali in grado di ridurre il costo degli spostamenti ferroviari, aerei o marittimi sostenuti dal personale fuorisede per il ricongiungimento familiare. Per chi lavora a centinaia di chilometri dalla propria residenza, tali spostamenti non rappresentano infatti un consumo occasionale, ma una conseguenza diretta della collocazione lavorativa.

Occorre, inoltre, disporre di una ricognizione nazionale capace di misurare la reale dimensione economica del fenomeno, considerando la distanza tra residenza e sede di servizio, l’incidenza degli affitti e dei trasporti sullo stipendio, la durata della condizione di fuorisede e le differenze territoriali nel costo dell’abitare.

Conoscere questi elementi consentirebbe di definire interventi proporzionati alle effettive condizioni dei lavoratori e, nello stesso tempo, di sostenere la permanenza del personale nelle sedi nelle quali il costo della vita rende oggi più difficile garantire stabilità agli organici.

La questione, infatti, non riguarda soltanto la tutela economica dei docenti. Quando una sede diventa difficilmente sostenibile a causa degli affitti e dei costi di trasporto, aumenta la necessità di cercare un trasferimento verso territori meno onerosi o più vicini alla propria residenza, con possibili ripercussioni sulla continuità didattica e sulla stabilità delle istituzioni scolastiche.

Per queste ragioni il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, di promuovere una politica organica e strutturale di sostegno alla mobilità del personale scolastico, nella quale il costo dell’abitare, dei trasporti e della distanza dalla famiglia sia riconosciuto come elemento rilevante della condizione professionale dei docenti di ruolo fuorisede.

Non si tratta di introdurre privilegi, ma di riconoscere una condizione oggettiva: la medesima retribuzione non determina lo stesso potere d’acquisto quando una parte significativa dello stipendio deve essere utilizzata semplicemente per poter vivere nel luogo nel quale si presta servizio.

La rinuncia alle vacanze è soltanto la manifestazione più immediata di tale squilibrio. Per il docente di ruolo fuorisede, dopo un anno di affitto, utenze e viaggi per tornare dalla famiglia, le ferie arrivano proprio nel periodo in cui i costi degli spostamenti e dei soggiorni sono più elevati. Il diritto al riposo rimane formalmente garantito, ma la sua concreta fruizione può diventare economicamente difficile.

La scuola pubblica ha bisogno della mobilità dei propri docenti per garantire il diritto all’istruzione sull’intero territorio nazionale. Tale disponibilità deve essere accompagnata da politiche capaci di renderne sostenibile il costo.

Sostenere la mobilità dei docenti di ruolo fuorisede significa tutelare i lavoratori, ma anche favorire la stabilità degli organici, la continuità didattica e la qualità del sistema nazionale di istruzione.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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TEMPERATURE TROPICALI E CLIMA COMPLICE:  IL FERRAGOSTO DA SOGNO DI CARIBE BAY

17 Agosto 2026 ore 11:46

TEMPERATURE TROPICALI E CLIMA COMPLICE:
IL FERRAGOSTO DA SOGNO DI CARIBE BAY
Lido di Jesolo, 16 agosto 2026 – Ferragosto con i piedi nella sabbia, lo sguardo tra le palme e, tutt’intorno, i colori dei Caraibi. A Caribe Bay, nel cuore di Jesolo, la giornata simbolo dell’estate italiana ha portato migliaia di persone tra piscine, cascate, attrazioni acquatiche, spettacoli dal vivo e momenti di relax. A rendere ancora più realistica la suggestione hanno contribuito il clima e le temperature tipicamente estive, regalando agli Ospiti la sensazione di trovarsi in una destinazione caraibica a pochi chilometri da casa.

 

Una giornata vissuta anche attraverso le novità introdotte nella stagione 2026, a cominciare da Cala Escondida, un nuovo spazio immerso nella vegetazione, pensato per chi desidera concedersi una parentesi di tranquillità. Per la prima volta il divertimento è proseguito al Caribbean Golf, l’unico minigolf tematizzato a 24 buche tra galeoni, pirati e relitti, che da quest’anno è compreso nel biglietto d’ingresso del Parco.

 

Dai ritmi più distesi alle emozioni ad alta intensità, ciascuno ha potuto trascorre la giornata secondo la propria dimensione: c’è chi si è lasciato conquistare da scivoli, tuffi e attrazioni acquatiche e chi, tra un bagno e l’altro, si è fermato ad assistere agli show dal vivo di acrobati e artisti internazionali, che hanno trasformato il Parco in un palcoscenico a cielo aperto.

 

E quando il cielo ha iniziato a cambiare abito, tingendosi lentamente dei colori del tramonto, Shark Bay ha lasciato spazio alla musica: un DJ set sulla spiaggia ha accompagnato gli Ospiti fino a sera.

 

Tra oltre 3.000 palme, sabbia bianca e acque color smeraldo, Caribe Bay ha restituito così una delle immagini più suggestive dell’estate jesolana.

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Attacco incendiario contro il parco auto dell’Istituto federale per le attività immobiliari, contro la NATO, contro la Bundeswehr, contro la guerra (Pinneberg, Germania, 16 agosto 2026)

17 Agosto 2026 ore 09:30
Attacco incendiario contro il parco auto dell’Istituto federale per le attività immobiliari, contro la NATO, contro la Bundeswehr, contro la guerra (Pinneberg, Germania, 16 agosto 2026) Ciao, oggi vogliamo presentarvi…

Perquisizioni a Berlino e Brandeburgo e un arresto in Spagna in relazione a una rapina in banca ad Aquisgrana del 2013 (12 agosto 2026)

17 Agosto 2026 ore 09:00
Perquisizioni a Berlino e Brandeburgo e un arresto in Spagna in relazione a una rapina in banca ad Aquisgrana del 2013 (12 agosto 2026) Mercoledì 12 agosto, a partire dalle…

Ceuta, la politica migratoria europea alla prova della responsabilità e della tutela dei minori

17 Agosto 2026 ore 11:41

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione delle istituzioni nazionali ed europee sulla situazione di Ceuta, dove centinaia di migranti hanno manifestato chiedendo di poter accedere alla protezione internazionale. Secondo Reuters, oltre 72.000 persone hanno attraversato il confine durante il massiccio afflusso di fine luglio e, dopo i successivi rientri, tra 5.000 e 8.000 sarebbero ancora presenti nell’enclave. Numeri particolarmente rilevanti per una città di circa 80.000 abitanti, che pongono sotto forte pressione servizi sanitari, strutture di accoglienza e amministrazione locale.

Quanto sta accadendo non può essere considerato soltanto una nuova emergenza di frontiera. Ceuta rappresenta una verifica concreta delle politiche migratorie europee e, in particolare, del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, pienamente applicabile dal 12 giugno 2026, che intende coniugare controllo delle frontiere esterne, procedure di asilo e rimpatrio più efficienti e maggiore solidarietà tra gli Stati membri.

La questione non può essere ridotta alla contrapposizione tra apertura e chiusura delle frontiere. Una politica migratoria credibile deve consentire agli Stati di governare gli ingressi irregolari, contrastare le reti criminali e rendere effettive le decisioni di rimpatrio, garantendo nello stesso tempo l’esame individuale delle richieste di protezione. Le testimonianze raccolte a Ceuta mostrano infatti condizioni differenti: accanto a persone partite principalmente per ragioni economiche vi sono individui che riferiscono conflitti, persecuzioni e situazioni di grave pericolo. È proprio la capacità di distinguere, e non quella di generalizzare, che deve qualificare l’azione delle istituzioni democratiche.

Particolare attenzione richiede la condizione dei minori. Anche in questo caso i dati devono essere utilizzati con prudenza, poiché le stime non sono ancora uniformi. Secondo dati governativi riportati dalla stampa spagnola, sarebbero circa 2.500 i minori presenti a Ceuta, mentre le organizzazioni attive sul territorio stimano che possano essere fino a 4.000; circa 1.500 risulterebbero già inseriti nel sistema di protezione. La differenza tra le stime rende ancora più urgente completare l’identificazione e assicurare una presa in carico effettiva dei bambini e degli adolescenti.

La permanenza di minori, soprattutto se non accompagnati, in strada o in strutture sovraffollate accresce il rischio di violenza, sfruttamento, tratta e scomparsa. Un bambino che attraversa irregolarmente una frontiera rimane innanzitutto un minore: la sua posizione amministrativa deve essere accertata, ma il suo superiore interesse deve orientare le decisioni che lo riguardano. La tutela deve comprendere non soltanto l’accoglienza materiale, ma anche sicurezza, assistenza e continuità educativa.

In questo contesto assume particolare rilievo il precedente giuridico relativo alla crisi di Ceuta del 2021. Nel gennaio 2024 il Tribunal Supremo spagnolo ha confermato l’illegittimità dei rimpatri in Marocco di minori non accompagnati effettuati nell’agosto 2021 senza il rispetto delle procedure individuali previste dalla legislazione. La pronuncia assume oggi una precisa attualità di fronte alle richieste marocchine di accelerare il ritorno dei minori presenti a Ceuta. Ogni eventuale ricongiungimento o rimpatrio deve pertanto essere valutato individualmente, considerando la situazione familiare, le condizioni del ritorno e il superiore interesse del minore.

La crisi evidenzia inoltre un problema strutturale delle politiche migratorie europee. I territori di primo ingresso non possono sostenere da soli le conseguenze di afflussi eccezionali. Il principio di solidarietà previsto dal nuovo Patto deve tradursi in una reale condivisione delle responsabilità, soprattutto quando la capacità locale di accoglienza risulta sproporzionata rispetto al numero delle persone presenti. Ciò vale in modo particolare per i minori, la cui protezione non può dipendere dalla capacità organizzativa del territorio europeo nel quale hanno raggiunto la frontiera.

Anche la cooperazione con il Marocco e con gli altri Paesi di origine e di transito deve inserirsi in una prospettiva più ampia. Contrastare le reti criminali, governare gli attraversamenti irregolari e rendere possibili i ritorni quando siano conformi alla legge sono obiettivi necessari, ma una politica eccessivamente dipendente dal contenimento delle partenze nei Paesi terzi rischia di rendere l’Europa vulnerabile alle dinamiche diplomatiche. Alla gestione delle frontiere devono quindi accompagnarsi cooperazione economica e sociale, formazione, opportunità nei Paesi di origine e, ove possibile, percorsi regolari di mobilità.

Le difficoltà sanitarie segnalate a Ceuta richiedono infine attenzione e rigore nel linguaggio pubblico. Sovraffollamento e condizioni igieniche precarie possono favorire problemi sanitari e rendono necessario rafforzare assistenza e prevenzione; sarebbe tuttavia improprio trasformare tali criticità in un’associazione generalizzata tra migrazione e malattia. La salute pubblica si tutela garantendo condizioni dignitose e servizi adeguati tanto alle persone migranti quanto alla popolazione residente.

Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, la vicenda possiede anche una rilevanza educativa. La scuola deve contribuire a sottrarre il tema delle migrazioni alla polarizzazione, fornendo agli studenti gli strumenti per comprendere la complessità dei fenomeni e il rapporto tra sicurezza, legalità e diritti fondamentali. Quando sono coinvolti bambini e adolescenti, inoltre, l’istruzione diventa parte integrante della protezione, perché restituisce relazioni, continuità e prospettive a percorsi di crescita segnati dall’incertezza.

La frase “Siamo umani anche noi”, esposta durante la manifestazione di Ceuta, non chiede di sostituire le regole con il sentimento. Ricorda piuttosto che l’autorevolezza delle istituzioni si misura nella capacità di applicare le regole senza perdere di vista la dignità della persona.

Ceuta rappresenta dunque una prova concreta per il nuovo sistema europeo. Governare le migrazioni significa tenere insieme sicurezza delle frontiere, responsabilità condivisa e tutela dei diritti, evitando che l’emergenza diventi una condizione permanente. E quando davanti a una frontiera si trova un bambino o un adolescente, prima della sua posizione amministrativa viene la sua condizione di minore e il dovere delle istituzioni di proteggerne il presente.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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CBD ad uso orale: il Tar respinge i ricorsi, ma il decreto resta sospeso

17 Agosto 2026 ore 11:40
Il 14 agosto il Tar del Lazio ha pubblicato due sentenze sul CBD, ma su due atti diversi. La n. 14268/2026 respinge il ricorso di Crystal S.r.l. contro la circolare ministeriale del 7 agosto 2024, nella parte che riguarda i cosmetici. La n. 14273/2026 respinge il ricorso di Cbweed S.r.l., rivolto invece direttamente contro il …

UIL Polizia: superstrada Sora-Frosinone-Ferentino, una giungla pericolosa!

17 Agosto 2026 ore 11:40

S.S.V. Sora-Frosinone-Ferentino: una giungla pericolosa.

27 documento in otiginale

Nonostante la nostra denuncia e l’intervento della Prefettura, ANAS non interviene. Sicurezza stradale a rischio. A distanza di venti giorni dal nostro esposto del 28/07/2026 indirizzato a S.E. il Prefetto di Frosinone Dr. Giuseppe Ranieri e per conoscenza al Sig. Questore Dr. Stanislao Caruso e alla Dirigente della Sezione Polizia Stradale Dr.ssa Valentina Lollobbattista, nulla è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata.

Come Organizzazione Sindacale avevamo denunciato il grave stato di incuria e pericolo per la sicurezza stradale sulle arterie S.S.V. Sora-Frosinone-Ferentino e Sora-Avezzano-Cassino, invase da sterpaglie, rovi e rami sporgenti che occupano le banchine e, in diversi tratti, invadono quasi totalmente la corsia di sorpasso.

La sola Prefettura di Frosinone ha dato seguito alla nostra segnalazione, trasmettendo con nota a firma del Viceprefetto Vicario la nostra denuncia al Responsabile Area Gestione Rete Lazio dell’Anas S.p.A. di Roma, con preghiera di urgenti notizie e per quanto di competenza. Ebbene, a tutt’oggi, da parte dell’Ente proprietario della strada, nessun intervento è stato eseguito. Sulla superstrada Sora-Frosinone-Ferentino le sterpaglie sono ulteriormente cresciute, aumentando esponenzialmente il pericolo per chi percorre quotidianamente quell’arteria e per gli stessi appartenenti alle Forze dell’Ordine – Polizia Stradale e Carabinieri – che sono costretti ad operare in condizioni di estremo rischio per soccorsi, rilievi di sinistri stradali e controlli di polizia stradale.

Permane inoltre una gravissima criticità: numerosi segnali stradali verticali risultano completamente coperti dalla vegetazione infestante e quindi di fatto invisibili. Questo non solo mette a repentaglio la sicurezza, ma pone in grave difficoltà gli operatori che devono contestare violazioni al Codice della Strada destinate poi ad essere annullate in sede di ricorso per l’oggettiva impossibilità di percepire la segnaletica, vanificando anche il ritiro di patente e le sanzioni accessorie nei confronti di automobilisti indisciplinati. Strade che, come noto, sono purtroppo alla ribalta della cronaca per gravi incidenti, anche mortali, e che per la loro importanza strategica e per l’elevatissimo volume di traffico estivo necessiterebbero di manutenzione costante e programmata.

La sicurezza è un bene comune, ma deve esserlo per tutti. Non è più tollerabile che nonostante la nostra denuncia e nonostante la richiesta di intervento urgente della stessa Prefettura, l’Ente proprietario resti inerte di fronte a un pericolo concreto e documentato. Per questo, come UIL Polizia Federazione di Frosinone:

  1. CI RIVOLGIAMO al Responsabile della Regione Lazio competente in materia di Infrastrutture e Lavori Pubblici affinché solleciti con immediatezza ANAS S.p.A. alla pulizia immediata, al diserbo, alla potatura e al ripristino della visibilità di tutta la segnaletica su entrambe le arterie.
  2. CHIEDIAMO ai Vertici delle Forze dell’Ordine, le cui pattuglie transitano quotidianamente su detta strada e constatano lo stato dei luoghi, di voler procedere ai contesti previsti dal Codice della Strada – in particolare ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs. 285/92 che impone all’Ente proprietario l’obbligo di manutenzione – nei confronti di chi è preposto alla manutenzione e non provvede. Non possiamo attendere che si verifichi l’ennesima tragedia per intervenire.

La UIL Polizia a tutela della sicurezza dei cittadini e dei propri iscritti e di tutti gli operatori delle Forze dell’Ordine che operano su strada, si riserva di adire le competenti sedi giudiziarie qualora non si provveda immediatamente.

Frosinone, lì 16/08/2026

Il Segretario Generale

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TITO, 100 anni attraverso la forma

17 Agosto 2026 ore 11:33

Giovedì 20 agosto 2026 alle ore 18.00 il MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila presenta, negli spazi di Palazzo Spaventa, il secondo appuntamento della mostra itinerante TITO, 100 anni attraverso la forma, promossa con la collaborazione di TRAleVOLTE APS e inserita nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, sostenuta e promossa dal Comune dell’Aquila.

Il progetto, realizzato in occasione del centenario della nascita di Ferdinando Amodei in arte “Tito”, (Isernia 1926), e già avviato nel mese di giugno negli spazi dell’associazione TRAleVOLTE a Roma, proseguirà il suo viaggio, dopo la tappa aquilana, alla 53° edizione del Premio Sulmona | To THINK – l’arte lascia un Segno, nonché in altre sedi che saranno successivamente rese note.

In mostra opere appartenenti a collezioni private che documentano il lavoro eclettico e di ricerca svolto da Tito in vari ambiti disciplinari. Durante la serata inaugurale sarà anche presentata la pubblicazione a cura di Sandra Leone e Alessandra Scerrato, con prefazione di Anna Imponente e Lorenzo Canova, contenente i più importanti saggi e contributi di autorevoli personalità della cultura italiana e di critici d’arte: Giorgio Saviane, Sandra Orienti, Mirella Bentivoglio, Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Costantino Dardi, Massimo Carboni, Simonetta Lux, Giuseppe Appella, Antonello Rubini, Roberto Gramiccia, Lorenzo Canova, Carlo Fabrizio Carli, Sandra Leone ,che hanno dato parola alle sue opere. Volume arricchito dalla documentazione fotografica prodotta da Stefano Fontebasso de Martino che ha seguito il lavoro di Tito negli ultimi quarant’anni. Vanilla Edizioni.

Come scrive Sandra Leone nella prefazione della pubblicazione: «La forma mantiene in sé una doppia natura: visibile, come limite e confine, contenitore e materia, e invisibile, come contenuto e significato. Si fa portavoce e mezzo di un messaggio che, nel rivelarsi, si cela sotto una veste nuova. Opera contemporaneamente su due registri: quello del significante e del significato. È immagine ma anche concetto mentale arbitrario e/o convenzionale. Elementi inseparabili, il cui rapporto è talmente molteplice e labile da costituire a sua volta una varietà smisurata di visioni o interpretazioni, come le si voglia chiamare. Visioni a cui Tito si è sempre rifiutato di dare parola per non esaurirsi nel circolo vizioso di senso legato alla finitezza del referente linguistico. È sin da bambino che Tito ha la “folgorazione” del segno come un atto quasi magico in cui prende forma un’immagine. Parla di stupore e meraviglia verso il tratto dato dalla penna e dai primi disegni a ricalco che gli fecero fare a scuola nel riprodurre la figura umana. La forma diventa per Tito motivo di incessante studio fino a costruire (poieîn) le sue ultime opere scultoree come vere e proprie “architetture”, geometrie solide, presenze nitide che dialogano in un rapporto “cosmico” con l’uomo.»

Ferdinando Amodei, in arte Tito. Pittore, scultore, incisore nato a Colli a Volturno (Isernia) nel 1926. Membro della Comunità Passionista della Scala Santa, ha vissuto dal 1966 a Roma dove ha fondato Sala 1 – Centro Internazionale d’arte sperimentale, ubicato nel complesso della Scala Santa. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, inizia nel 1964 l’attività espositive in Italia e all’estero. Molta della sua produzione artistica è entrata a far parte di importanti e monumentali decorazioni, quali affreschi, vetrate, mosaici in spazi pubblici, in particolar modo in chiese e luoghi sacri. Privilegiando la passione di Cristo, sia in pittura che in scultura ha realizzato la Via Crucis in bronzo nei Sassi di Matera, il grande fregio di trenta metri in terracotta del Collegio Massimo all’EUR di Roma e i mosaici (250 metri quadra ti) nel Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno. Inoltre, è stato impegnato anche in opere di carattere civile, come in monumenti per i caduti. Del suo lavoro si sono occupati noti scrittori e critici, pubblicando cataloghi e monografie sul suo lavoro e la sua figura. Nel 1970 fonda Sala 1, in uno spazio attiguo alla Scala Santa. Nel 1962, per le Edizioni De Luca di Roma, pubblica un’antologica su La Passione del Signore nell’arte contemporanea da cui fu tratto un documentario premiato alla Biennale di Venezia. Tito è stato Accademico Pontificio dei Virtuosi al Pantheon e consulente alla CEI per l’edilizia per il culto. Ha inoltre pubblicato diversi studi sulla Scala Santa e scritto d’arte in riviste di informazione religiosa. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche e nelle raccolte di prestigiosi musei del mondo, tra le quali: Albertina di Vienna; Art Gallery e Museum Kelvingrov di Glasgow (Scozia); Museo di Arte Moderna di Tel Aviv; Museo di Gand, Belgio (Raccolta di Jan Hoet); Musei Vaticani; Museo Stauròs di San Gabriele; Museo Bargellini di Cento; Museo Nazionale della Grafica di Roma; Collezione della Farnesina – Ministero degli Affari Esteri; Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma; MUSMA- Museo della Scultura di Matera. Muore a Roma il 31 gennaio del 2018, all’età di 91 anni. Viene costituita una Fondazione in suo nome a tutela e promozione del suo lavoro.

Il MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila è sorto con l’obiettivo primario di valorizzare la creatività sin dalla più tenera età mediante la tenuta nella propria sede – ma anche in location esterne – di appositi workshop, la costituzione in progres di una prestigiosa collezione d’arte internazionale e di un Parco scultura, nonché l’organizzazione di mostre.

INFO

L’Aquila Capitale della Cultura 2026
MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila
presentano

TITO, 100 anni attraverso la forma

Inaugurazione 20 agosto 2026 ore 18.00
Palazzo Spaventa
Via Andrea Bafile – L’Aquila

Fino al 12 settembre 2026
Orari: dal venerdì alla domenica 10.00-12.30 / 17.30-20.00 – Ingresso libero

MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila
Borgo San Lorenzo – Fossa (AQ)
tel. 3396274730 – 3333887274 – lea.contestabile@gmail.com – https://www.mubaq.it/

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“Il perdono apre al futuro?”: il 29 agosto all’Aquila la quarta edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”

17 Agosto 2026 ore 11:30

“Il perdono apre al futuro?”: il 29 agosto all’Aquila la quarta edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”

Al Teatro San Filippo, nell’ambito della 732ª Perdonanza Celestiniana e del nuovo Festival delle Risonanze, filosofi, sociologi, educatori, comunicatori e giovani a confronto sulla libertà di scegliere. Tra le voci Massimo Cacciari, Michelangelo Tagliaferri, Diego Fusaro, Francesco Giorgino, Remo Lucchi, Dario Bolis, Carmina Gallucci e Valeria Pompili.

 

 

L’AQUILA – Il perdono può aprire al futuro? E quale libertà stiamo consegnando alle nuove generazioni? Sono le domande al centro della quarta edizione del Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”, in programma sabato 29 agosto alle ore 16.30 al Teatro San Filippo dell’Aquila, nell’ambito della 732ª Perdonanza Celestiniana. Il Summit entra quest’anno a far parte del nuovo Festival delle Risonanze, il contenitore culturale che riunisce al Teatro San Filippo incontri, musica e teatro, ed è dedicato al tema “Il Perdono apre al futuro? I giovani e la libertà di scegliere”.

 

In un tempo ricco di opportunità, ma attraversato anche da pressioni, incertezze e contraddizioni, il Summit interroga il rapporto tra memoria, responsabilità, cambiamento e libertà, chiamando in causa non soltanto i giovani, ma anche gli adulti, le istituzioni e le comunità e la loro responsabilità nell’accompagnare le nuove generazioni verso il futuro. Il programma si svilupperà attraverso tre direttrici – Comprendere, Perdonare, Scegliere – affidate a esperienze, generazioni e sensibilità differenti.

 

In presenza interverranno Michelangelo Tagliaferri, Diego Fusaro, Davide Simone Cavallo con Alessio Ciocca, Carmina Gallucci, Valeria Pompili e Dario Bolis. Il filosofo Massimo Cacciari parteciperà con un contributo video, mentre il giornalista e professore Luiss Francesco Giorgino e il ricercatore sociale Remo Lucchi interverranno in collegamento video. Gli interventi attraverseranno alcuni dei temi del presente: dall’utilitarismo alla società individualizzata, dal rapporto tra memoria e perdono alla possibilità di trasformazione, fino all’educazione e alla libertà di scegliersi un futuro.

 

Il Summit sarà introdotto dal giornalista e scrittore Angelo De Nicola e condotto da Francesca Pompa, ideatrice e art director del Summit per One Group. I saluti istituzionali saranno affidati al sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, al prefetto Giancarlo Di Vincenzo, al presidente del Comitato Perdonanza Raffaele Daniele e al presidente di L’Aquila Made In Goffredo Palmerini.

 

Nato nel 2023 da un’idea di One Group, accolta e condivisa da L’Aquila Made In, il Summit vuole tradurre il valore universale del perdono in occasioni di riflessione e confronto e contribuire a dare forma alla vocazione dell’Aquila quale Capitale del Perdono. Una vocazione radicata nel dono di Celestino V e riaffermata nel 2022 dalle parole di Papa Francesco, che definì L’Aquila “Capitale del Perdono, della Pace e della Riconciliazione”.

 

Il Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo” è promosso da L’Aquila Made In e One Group, con il patrocinio di Regione Abruzzo e Comune dell’Aquila e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila. Con la partecipazione de La Lumera ODV. Partner sostenitori: SE.RA. Centro Studi del Conflitto e SODIFA. Media partner: LAQTV – Canale 12.

 

 

IV Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”

“Il Perdono apre al futuro? I giovani e la libertà di scegliere”

Sabato 29 agosto 2026 – ore 16.30
Teatro San Filippo – Piazza San Filippo, L’Aquila
Ingresso fino a esaurimento posti

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L’anima della carta o il Giardino di Shahrazād la mostra di Susanna Cascella allo Spazio F’ART

17 Agosto 2026 ore 11:28

L’anima della carta o il Giardino di Shahrazād

la mostra di Susanna Cascella allo Spazio F’ART

 

 

L’Aquila – Dal 21 agosto al 5 settembre 2026 (dal lun. al sab. h 17:00/20:00) lo Spazio F’ART Produzione Diffusione Formazione Arti Visive ospita L’anima della carta o il Giardino di Shahrazād”, mostra personale di Susanna Cascella a cura di Mariano Cipollini, con il patrocinio del Comune dell’Aquila, di “Il Segno della Rinascita” e di L’Aquila 2026 Capitale Italiana della Cultura. Il programma inaugurale si apre venerdì 21 agosto alle ore 18.00 presso la Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele 5, L’Aquila), con la presentazione del catalogo dedicato all’esposizione, edito da Edizioni d’Arte Cervo Volante. Intervengono l’artista, editore e gallerista Tommaso Cascella II, l’artista Susanna Cascella, il curatore Mariano Cipollini e Donatella Giagnacovo, art director di Spazio F’ART. Alle ore 19.00 seguirà nello Spazio F’ART (Via San Francesco di Paola, 13 – L’ Aquila) l’inaugurazione della mostra.

Nei collage, nelle carte e nei tessuti dipinti di Susanna Cascella, la geometrizzazione del segno si intreccia con le suggestioni narrative delle novelle di un oriente che dialoga con l’occidente. Un lessico visivo che attinge ai rimandi naturalistici del principe del giglio minoico, alle illustrazioni fiabesche di Léon Bakst per Sergej Djagilev e ai balli plastici di Fortunato Depero, componendo un giardino di fiori e maioliche istoriate che evoca quello del paradiso di Eram. 

Erede di una delle più significative dinastie artistiche italiane, la Bottega Cascella, presente da oltre un secolo sulla scena nazionale e internazionale, Susanna Cascella ne arricchisce con una voce tutta al femminile il processo creativo interdisciplinare storicamente espresso, fino a oggi, in chiave maschile. 

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Dal sogno al set: il percorso di Luigi Zeno nella nuova generazione di attori italiani tra Netflix e Rai

17 Agosto 2026 ore 11:24

Dal sogno al set: il percorso di Luigi Zeno nella nuova generazione di attori italiani tra Netflix e Rai

 

A soli 19 anni, Luigi Zeno ha già ricevuto diversi riconoscimenti come Miglior Giovane Attore, affiancando al percorso artistico anche un impegno costante nel sociale, in particolare nella sensibilizzazione dei più giovani contro il bullismo.

Premi e riconoscimenti che, tuttavia, il giovane interprete considera soprattutto uno stimolo a continuare.

 

«Ricevere un premio è una grande emozione, perché significa che qualcuno ha apprezzato quello che hai fatto. Ma il giorno dopo bisogna ricominciare. In questo mestiere penso che non si finisca mai di studiare e di migliorarsi».

 

Ed è forse proprio questo il momento in cui il percorso di Zeno comincia a cambiare dimensione: dai riconoscimenti ottenuti come giovane interprete al confronto con produzioni destinate a un pubblico nazionale e internazionale.

 

Il 22 settembre arriverà su Netflix Minerva – La Scuola, la serie che segna una svolta nella sua carriera e che conferma Luigi come uno dei talenti più promettenti del panorama nazionale.

Le radici del talento: Cinema Fiction, Antonio Acampora e Armando Ciotola

Dietro ogni giovane talento c’è sempre qualcuno che ha saputo vederlo prima degli altri.

Per Luigi, queste figure sono Antonio Acampora e Armando Ciotola, professionisti di Cinema Fiction che hanno creduto in lui quando tutto era ancora da costruire.

Luigi lo ripete spesso:

«Mi hanno insegnato rispetto, disciplina, professionalità. Sono persone che porterò sempre nel cuore.»

Il loro sostegno ha rappresentato un punto di partenza fondamentale, un trampolino che ha permesso a Luigi di crescere con solidità e consapevolezza.

 

 

 Minerva – La Scuola: un personaggio che vive negli sguardi

In Minerva – La Scuola, Luigi interpreta un personaggio complesso, enigmatico, che comunica più con gli occhi che con le parole.

«In questo ruolo ho lavorato soprattutto sugli sguardi», racconta.

Il personaggio è uno di quelli che restano, che lasciano un segno.

Molti addetti ai lavori lo definiscano già Miglior Giovane Attore Italiano, una definizione che ritorna spesso nelle conversazioni di chi ha visto le prime immagini della serie.

Un percorso che si evolve: : attualmente sul set di una serie Rai 1

 

Mentre cresce l’attesa per Minerva, Luigi è già impegnato su un nuovo progetto:

una serie Rai 1, dove porta un’altra sfumatura del suo talento. Un impegno che conferma la sua versatilità e la fiducia che le produzioni italiane stanno riponendo in lui. Il suo calendario è fitto, i set si susseguono, e ogni ruolo diventa un tassello che arricchisce un percorso in continua evoluzione.

 Perché Luigi Zeno è considerato Miglior Giovane Attore Italiano

  • sensibilità interpretativa fuori dal comune
  • capacità di lavorare sui dettagli (sguardi, silenzi, tensioni emotive)
  • disciplina e professionalità sul set
  • versatilità tra cinema, fiction e serie
  • una crescita costante, mai casuale
  • riconoscimenti e attenzione crescente da parte di registi e produzioni

Luigi non recita: vive i personaggi, li respira, li porta con sé. Ed è questo che lo rende diverso.

Verso il 22 settembre : Grande attesa

Con l’arrivo di Minerva – La Scuola su Netflix, Luigi Zeno si prepara a un nuovo capitolo della sua carriera. Un capitolo che lo conferma, ancora una volta, come Miglior Giovane Attore Italiano, classe 2007, e come uno dei volti più promettenti della nuova generazione. Il 22 settembre non sarà solo una data di uscita.

Sarà il momento in cui il pubblico potrà finalmente vedere ciò che Luigi ha costruito con dedizione, cuore e talento.

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Noicattaro (BA), bambino aggredito da un animale selvatico: tutelare i minori attraverso prevenzione, conoscenza e responsabilità

17 Agosto 2026 ore 11:22

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda vicinanza al bambino di sei anni rimasto ferito nella serata di Ferragosto a Noicattaro, nel Barese, e alla sua famiglia, con l’auspicio di una pronta e completa guarigione.

L’episodio, che segue altri casi verificatisi nello stesso territorio nei primi giorni di agosto, desta seria preoccupazione e richiede la massima attenzione istituzionale. Il piccolo, ferito al torace, è stato ricoverato presso l’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari, mentre proseguono gli accertamenti per identificare con certezza l’animale responsabile.

Su questo punto è necessario mantenere rigore e prudenza. L’ipotesi che possa trattarsi di un lupo è ancora oggetto di verifica e non dovrebbe essere trasformata in certezza prima dei necessari riscontri scientifici. In una situazione che suscita comprensibile allarme, distinguere i fatti dalle supposizioni significa tutelare la comunità da informazioni imprecise e reazioni dettate dalla paura.

La decisione del sindaco di Noicattaro di limitare temporaneamente l’accesso alle aree verdi considerate maggiormente esposte e di rafforzare i controlli appare una misura prudenziale comprensibile. In presenza di un possibile pericolo, soprattutto per i minori, la precauzione costituisce uno strumento di protezione collettiva. Tuttavia, la gestione del fenomeno non può esaurirsi nella chiusura dei parchi e nei pattugliamenti straordinari.

La ripetizione degli episodi impone infatti di comprendere le condizioni che possono favorire l’avvicinamento della fauna selvatica ai centri abitati, prestando attenzione alle possibili fonti di cibo, alla gestione dei rifiuti, alle aree di confine tra città e campagna e all’efficacia dei sistemi di monitoraggio. L’emergenza deve diventare occasione per costruire una prevenzione stabile, capace di ridurre il rischio prima che si manifesti.

In questa prospettiva assume particolare importanza il lavoro congiunto avviato dalla Prefettura di Bari, dalla Regione Puglia, dal Comune, dalle autorità sanitarie e veterinarie, dalle forze dell’ordine e dagli organismi scientifici coinvolti. Una situazione così complessa richiede decisioni fondate su dati verificabili e una comunicazione pubblica chiara, capace di evitare sia l’allarmismo sia la sottovalutazione.

Anche qualora gli accertamenti confermassero che si tratta di un lupo, sarebbe necessario mantenere lo stesso equilibrio. La tutela della biodiversità è un valore fondamentale, ma non può impedire interventi tempestivi quando un animale selvatico manifesta comportamenti anomali e potenzialmente pericolosi in luoghi frequentati dalle persone. Allo stesso tempo, il comportamento di un singolo esemplare non può alimentare una rappresentazione indiscriminatamente ostile dell’intera specie. Sicurezza delle persone e protezione dell’ambiente non sono principi contrapposti, ma responsabilità che le istituzioni devono saper conciliare.

Quanto sta accadendo a Noicattaro presenta inoltre una significativa dimensione educativa. Conoscere il territorio e sapere come comportarsi in presenza di fauna selvatica sono strumenti concreti di cittadinanza responsabile. La scuola, con il contributo delle competenze scientifiche e istituzionali presenti sul territorio, può aiutare bambini e ragazzi a comprendere perché un animale selvatico non debba essere avvicinato o alimentato, come segnalare un avvistamento e quale significato abbiano le disposizioni adottate dalle autorità.

Educare alla biodiversità non significa generare paura, ma fornire conoscenze adeguate per comprendere la natura nella sua complessità. Occorre evitare tanto l’idea dell’animale selvatico come minaccia permanente quanto quella, altrettanto fuorviante, di una natura sempre innocua e priva di rischi.

Merita attenzione anche il rispetto delle disposizioni adottate a tutela della pubblica incolumità. Se sarà confermato che l’area dell’ultima aggressione era già sottoposta a restrizioni, sarà necessario richiamare la responsabilità dei cittadini, ma anche verificare che i divieti siano comunicati in maniera chiara, visibile e accompagnati da controlli adeguati. La prevenzione è efficace soltanto quando istituzioni e comunità condividono consapevolmente le rispettive responsabilità.

Il CNDDU auspica pertanto che il lavoro della task force istituita in Prefettura non si limiti alla gestione dell’emergenza, ma conduca a una strategia territoriale stabile, nella quale monitoraggio scientifico, prevenzione, informazione pubblica ed educazione ambientale siano parte di un’unica azione. Gli accertamenti genetici e scientifici dovranno inoltre chiarire quale animale sia coinvolto e se i diversi episodi siano riconducibili allo stesso esemplare, così da consentire interventi proporzionati e fondati sulle evidenze.

Il caso di Noicattaro ricorda che la convivenza tra comunità umane e fauna selvatica non può essere affidata all’improvvisazione. Richiede conoscenza, responsabilità e capacità di intervenire prima che il rischio diventi emergenza. Proteggere un bambino e tutelare la biodiversità appartengono alla stessa idea di civiltà: garantire la sicurezza delle persone senza rinunciare a custodire responsabilmente l’ambiente.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che da questa vicenda possa nascere una risposta istituzionale capace di guardare oltre l’urgenza del momento, trasformando una situazione di allarme in un’occasione concreta per rafforzare la cultura della prevenzione, della conoscenza e della responsabilità condivisa.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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PRINCIPESSA COSTANZA 2026, TUTTE LE CURIOSITÀ SULL’ASSALTO AL CASTELLO

17 Agosto 2026 ore 11:20

PRINCIPESSA COSTANZA 2026,

TUTTE LE CURIOSITÀ SULL’ASSALTO AL CASTELLO:

DALLA “REGIA CINEMATOGRAFICA” ALLE “PROVE IN DIRETTA”

 

La Principessa Costanza 2026 ha chiuso i battenti, ma c’è uno spettacolo sul quale vale la pena tornare. Perché dietro quei minuti capaci, per tre notti, di tenere migliaia di persone con gli occhi rivolti verso Castello Macchiaroli c’è molto più di quello che il pubblico vede. È l’Assalto al Castello, momento clou di “Alla Tavola della Principessa Costanza”, diventato negli anni un vero evento nell’evento e capace di contribuire in maniera determinante a proiettare la manifestazione organizzata dalla Pro Loco Teggiano ben oltre i confini del Vallo di Diano.

Ma come nasce l’Assalto al Castello? Come si costruisce uno spettacolo che coinvolge oltre cento persone? Come vengono utilizzati gli spazi del Castello? E soprattutto: qual è il messaggio che si nasconde dietro battaglie, spari, luci, musica e fuochi d’artificio? A raccontarlo, a manifestazione conclusa, sono la presidente della Pro Loco Teggiano Concettamaria Cantelmi e il direttore artistico Giancarlo Guercio, tornando proprio nel luogo che per tre sere ha rappresentato il grande palcoscenico conclusivo della Diano del 1480.

Per Guercio la chiave utilizzata per costruire l’Assalto è stata volutamente cinematografica. Il Castello Macchiaroli non è soltanto lo sfondo dello spettacolo, ma diventa esso stesso parte della rappresentazione: balconi, mura, cancello e terrazzi sono utilizzati contemporaneamente e popolati da attori e figuranti. La difficoltà consiste nel far interagire azioni che avvengono in punti differenti e nel condurre lo sguardo dello spettatore esattamente dove la storia richiede. “La chiave cinematografica –spiega Giancarlo Guercio– si è rivelata forse ancora più adatta rispetto a quella teatrale per creare uno storytelling, quasi una sceneggiatura cinematografica. Attraverso l’occhio di bue e particolari effetti tecnici abbiamo cercato di guidare lo sguardo dello spettatore, creando quasi dei frame cinematografici. Quest’anno credo che il risultato sia stato ancora più interessante: tutto era maggiormente amalgamato e siamo riusciti a focalizzare meglio gli spazi e le singole scene, dando maggiore valore alle diverse azioni”. Un risultato possibile grazie a una complessa macchina nella quale componente artistica e componente tecnica devono procedere perfettamente insieme. Attori, figuranti, popolo, tecnici e Pistonieri Santa Maria del Rovo diventano tasselli di un unico grande quadro scenico, capace di utilizzare l’intera estensione del Castello.

A rendere ancora più sorprendente il risultato finale c’è un particolare che il pubblico difficilmente può immaginare: una prova generale completa dell’Assalto al Castello, prima dell’inizio della manifestazione, di fatto non è possibile. Alcuni dei gruppi coinvolti, come i Pistonieri Santa Maria del Rovo, raggiungono Teggiano soltanto a ridosso dell’11 agosto e tutti i protagonisti della rappresentazione riescono a ritrovarsi insieme soltanto alla vigilia dell’evento. Le diverse componenti lavorano e si preparano anche precedentemente, ma senza la possibilità di provare anticipatamente l’intero spettacolo con tutti i suoi protagonisti. Per questo la prima serata diventa essa stessa una sorta di prova generale in diretta: oltre cento persone devono muoversi in maniera coordinata tra mura, balconi, terrazzi e spazi intorno al Castello, sincronizzandosi con recitazione, luci, musica ed effetti scenici. Un meccanismo estremamente complesso, che può funzionare soltanto grazie alla professionalità, alla disponibilità e alla capacità di coordinamento di tutti coloro che ne fanno parte.

Ed è proprio la dimensione collettiva uno degli aspetti sui quali insiste la presidente Concettamaria Cantelmi. La prima sera rappresenta inevitabilmente anche il momento nel quale tutti i protagonisti si ritrovano contemporaneamente sulla scena; poi, replica dopo replica, movimenti, tempi e azioni vengono ulteriormente perfezionati. “I nostri figuranti e tutti i ragazzi che collaborano alla realizzazione dell’Assalto –sottolinea la presidente– sono diventati bravissimi, quasi dei professionisti, e riescono a immedesimarsi completamente nelle dinamiche dello spettacolo. Grazie al lavoro di tutti, insieme alla direzione artistica di Giancarlo, riusciamo a dare vita a uno spettacolo completo e immersivo, che credo rappresenti un’esperienza unica per chi vi assiste”.

Ma sarebbe riduttivo leggere l’Assalto soltanto attraverso la sua spettacolarità. Dietro l’azione scenica c’è infatti un messaggio che assume un significato particolarmente attuale. Un ruolo fondamentale è affidato alla Dama Bianca, personaggio introdotto nella precedente edizione e confermato quest’anno dopo il grande apprezzamento ottenuto dal pubblico. La Dama Bianca apre e chiude l’Assalto, creando una sorta di struttura circolare della narrazione. Ed è proprio nel suo ritorno finale che lo spettacolo cambia prospettiva: dopo la violenza dell’assedio, il pubblico viene invitato a riflettere su ciò che ha appena visto.

Due parole sintetizzano questo percorso: barbarie e armonia. “Nella prima parte –evidenzia Giancarlo Guercio– c’è una parola fortemente marcata: barbarie. Nell’ultima parte ce n’è un’altra: armonia. La Dama Bianca ritorna alla fine dell’assedio e invita a riflettere su una coscienza collettiva. La storia ci offre testimonianze dalle quali possiamo ancora imparare. Oggi credo sia fondamentale acquisire consapevolezza rispetto a quello che vogliamo essere nel mondo e nella vita, soprattutto perché i tempi che stiamo vivendo richiedono riflessioni di questo tipo”.

Così uno spettacolo che parte da una vicenda del Quattrocento riesce a parlare anche al presente. L’assedio, la battaglia e la paura non diventano una celebrazione della guerra, ma il punto di partenza per arrivare al suo contrario: alla necessità dell’incontro, della convivenza e dell’armonia.

E forse è anche questo uno dei motivi per i quali l’Assalto al Castello continua a esercitare un richiamo così forte: nell’ultima serata, vedere Piazza Portello e l’intera area intorno al Castello gremite di persone, nonostante i capricci del meteo, ha rappresentato una delle soddisfazioni più grandi dell’edizione appena conclusa.

Fondamentale per la riuscita della manifestazione è la collaborazione tra la Pro Loco Teggiano e le istituzioni. Il finanziamento ottenuto dalla Regione Campania, con il particolare impegno del presidente della Commissione Bilancio Corrado Matera, ha consentito anche quest’anno di realizzare e valorizzare l’Assalto al Castello, uno degli appuntamenti più attesi dell’intera manifestazione. Accanto all’Amministrazione Comunale di Teggiano guidata dal sindaco Michele Di Candia e alla Regione Campania, hanno sostenuto l’evento -tra gli altri- la Camera di Commercio di Salerno, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, la Diocesi di Teggiano-Policastro e la Banca Monte Pruno.

La 31ª edizione è terminata il 13 agosto. Ma alla Pro Loco Teggiano il lavoro non si ferma: “Dal giorno dopo –conclude la presidente Concettamaria Cantelmi– si comincia già a pensare all’anno successivo. Appena termina un’edizione iniziamo a ragionare su ciò che può essere sviluppato e migliorato e sulle novità da introdurre. Perché, in fondo, Costanza non finisce mai.

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“INCONTRI RAVVICINATI CON LA MUSICA”

17 Agosto 2026 ore 11:14

Prosegue con successo la rassegna “INCONTRI RAVVICINATI CON LA MUSICA”, con il prossimo appuntamento in programma il 23 agosto alle ore 21.00 a Diano Marina (Imperia), presso il Molo delle Tartarughe (Lungomare E. Carcheri – ingresso libero), insieme a LUCA BARBAROSSA.

Durante la serata, il cantautore, tra i più amati della scena italiana e autore di brani iconici come “Roma spogliata”, “Via Margutta” e “Portami a ballare”, con cui ha conquistato il Festival di Sanremo, dialogherà anche con Nadia Schiavini, incontrando il pubblico tra musica, racconti personali e riflessioni sul mestiere del cantautore e presentando il suo libro “Cento storie per cento canzoni” (La Nave di Teseo).

«Domenica sera non assisteremo solo a un concerto, bensì a un vero e proprio dialogo tra il poliedrico Luca Barbarossa e la nostra comunità, un’occasione per esplorare le radici profonde della canzone d’autore italiana con la guida di Stefano Senardi e Maurilio Giordana – dichiara il Sindaco di Diano Marina, Cristiano Za Garibaldi – La sua presenza arricchisce la nostra rassegna ‘Incontri Ravvicinati con la Musica’, confermando Diano Marina come palcoscenico vibrante per la cultura e la musica di qualità».

«Sono molto contento che venga Luca Barbarossa, che considero un amico oltre che un grandissimo artista – afferma Stefano Senardi Abbiamo avuto modo di incontrarci diverse volte, anche in occasione del Premio Alassio per la Musica, che ho avuto l’onore di consegnargli nel 2024. Sono stato inoltre ospite di Radio2 Social Club e ci siamo rivisti recentemente a Lecce, durante la presentazione del mio libro nell’ambito della rassegna Fandango Live. È una bella persona ed è sempre un grande piacere incontrarlo e condividere momenti legati alla musica e alla cultura».

Il 9 settembre la rassegna si concluderà con Fabio Concato, cantautore raffinato e tra i più apprezzati del panorama italiano, che porterà sul palco la sua inconfondibile sensibilità interpretativa e una scrittura poetica capace di unire intimità e immediatezza. In questa occasione interpreterà alcuni dei suoi brani più celebri e amati, offrendo al pubblico un viaggio musicale ricco di emozioni, racconti e melodie che hanno segnato la storia della canzone italiana.

Ideata e curata da Stefano Senardi e organizzata in collaborazione con Intersuoni BMU Music di Ettore Caretta, la rassegna prevede degli incontri, che offrono sia esibizioni dal vivo sia momenti di dialogo, con un rinomato e sempre diverso protagonista della musica italiana. In ciascuno di questi appuntamenti ogni artista eseguirà alcuni dei suoi brani più celebri e parteciperà a coinvolgenti incontri con il pubblico ripercorrendo alcuni momenti fondamentali della propria carriera e della propria esperienza creativa insieme a Stefano Senardi e a Maurilio Giordana di Radio Onda Ligure, che modererà gli incontri.

La manifestazione, promossa dal Comune di Diano Marina e dal Sindaco Cristiano Za Garibaldi, è organizzata da Intersuoni BMU e gode del patrocinio di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, del Club Tenco e di Rockol.

L’ingresso è libero e gratuito fino a esaurimento dei posti, offrendo l’opportunità a tutti i cittadini e ai visitatori interessati di partecipare.

La rassegna “INCONTRI RAVVICINATI CON LA MUSICA mira a promuovere e valorizzare la cultura musicale e il patrimonio artistico italiano stimolando il dialogo e il confronto tra pubblico e artisti nell’ambito della canzone d’autore, far conoscere Diano Marina e il suo territorio non solo come meta turistica per le spiagge e il mare ma anche per la sua vivace scena culturale.

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ROSSELLA CAPPADONE PORTA A BORGO SONORO IL SUO PERSONALE OMAGGIO A ORNELLA VANONI, CON DUE DEI SUOI STORICI MUSICISTI

17 Agosto 2026 ore 11:11

ROSSELLA CAPPADONE PORTA A BORGO SONORO IL SUO PERSONALE OMAGGIO A ORNELLA VANONI, CON DUE DEI SUOI STORICI MUSICISTI

Giovedì 20 agosto a Montecastello, Comune di Mercato Saraceno, le canzoni più amate della grande cantante milanese rilette attraverso nuovi arrangiamenti, insieme a due musicisti che hanno condiviso il suo percorso artistico

Montecastello di Mercato Saraceno (FC)  17 AGOSTO 2026 – Borgo Sonoro arriva a Montecastello, in Piazza della Libertà, con una serata dedicata a Ornella Vanoni, una delle voci più importanti e riconoscibili della musica italiana. Giovedì 20 agosto sarà Rossella Cappadone, cantante, chitarrista e interprete attiva tra musica d’autore e jazz, a portare sul palco il progetto “Un filo di trucco, un filo di tacco” – Omaggio a Ornella Vanoni.

Una serata che acquista un significato particolare grazie alla presenza di Nicolò Fragile al pianoforte e Francesco Corvino alla batteria, entrambi storici collaboratori di Ornella Vanoni. Con loro sul palco ci sarà Max Laganà, al basso e contrabbasso.

Il concerto attraverserà alcune delle pagine più amate del repertorio della grande cantante milanese, da Senza fine a L’appuntamento, da La musica è finita a Domani è un altro giorno. Canzoni che appartengono alla memoria collettiva e che saranno proposte non come una semplice riproposizione degli originali, ma attraverso nuovi arrangiamenti, pensati per valorizzare la voce e l’interpretazione di Rossella Cappadone e restituire una veste nuova a brani diventati parte della storia della canzone italiana.

La presenza di Fragile e Corvino rappresenta uno degli elementi più significativi della serata: due musicisti che hanno condiviso il percorso artistico di Ornella Vanoni portano sul palco la propria esperienza diretta accanto a un progetto che guarda al suo repertorio con rispetto, ma anche con una sensibilità contemporanea.

Per Rossella Cappadone si tratta inoltre di un ritorno a Borgo Sonoro, dove la sua presenza aveva già raccolto attenzione. A Montecastello l’artista porta un progetto costruito attorno alla forza interpretativa e alla qualità della musica dal vivo, confrontandosi con alcune delle canzoni più celebri di una protagonista assoluta della musica italiana.

Una serata, dunque, nel segno di Ornella Vanoni e delle sue canzoni, affidate a una nuova voce e a musicisti che ne hanno conosciuto da vicino il percorso artistico. Un progetto che attraversa epoche e generazioni, mantenendo intatta l’identità di un repertorio che continua ancora oggi a emozionare.

Prima del concerto, il pubblico potrà fermarsi a Montecastello per cenare allo stand gastronomico curato dalla Pro Loco di Montecastello e accompagnare la serata con i vini di Tenuta Santa Lucia.

Il concerto avrà inizio alle 21.15. Il biglietto unico è di 7 euro, oltre ai diritti di prevendita Vivaticket. In caso di maltempo, gli eventuali spettacoli annullati saranno rimborsati tramite il canale di acquisto.

Tutti gli aggiornamenti saranno pubblicati sulle pagine Facebook e Instagram di Borgo Sonoro.

Il Festival è promosso dal Comune di Roncofreddo, capofila del progetto, insieme ai Comuni di Borghi, Longiano, Mercato Saraceno, Savignano sul Rubicone e Sogliano al Rubicone, con il contributo della Regione Emilia-Romagna (L.R. 21/23), Romagna Iniziative, Romagna Acque e Concessionaria Moreno, nell’ambito del cartellone regionale Montagna Mia – I Festival dell’Appennino.

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Lucio Dalla, spettacolo-tributo al grande  cantautore, con Lorenzo Campani alla voce

17 Agosto 2026 ore 11:08

Lucio Dalla, spettacolo-tributo al grande
cantautore, con Lorenzo Campani alla voce

Mont’Alfonso sotto le stelle

Martedì 18 agosto 2026 – ore 21
Fortezza di Mont’Alfonso – Castelnuovo di Garfagnana (Lucca)

LA SERA DEI MIRACOLI
Omaggio a Lucio Dalla

 

Da “Com’è profondo il mare” a “L’anno che verrà”, da “Caruso” a “4 marzo 1943”.
Lucio Dalla, ovviamente. Dopo il trionfale tour che ha emozionato oltre 15.000 spettatori, approda martedì 18 agosto a Castelnuovo di Garfagnana “La sera dei miracoli”, lo spettacolo tributo al grande cantautore scomparso.

Cuore pulsante del live sarà la voce di Lorenzo Campani, già interprete di Quasimodo e Clopin nel musical “Notre Dame de Paris” oltre che collaboratore di Ligabue e Vasco Rossi, a conferma di una versatilità e una presenza scenica eccezionali. Ad affiancarlo sul palco sarà una band di prim’ordine che allinea Luigi Buggio alle tastiere e alla direzione artistica, Marco Vattovani alla batteria, Alessandro Leonzini al basso, Marco Locatelli e Ivan Geronazzo alle chitarre. Lo spettacolo è impreziosito da una scenografia suggestiva e da un avvincente show di luci.

Lucio Dalla è stato un cantautore, musicista e attore di straordinario talento. Con le sue canzoni, caratterizzate da testi poetici e melodie avvolgenti, ha raccontato storie di vita quotidiana e temi universali, conquistando il cuore di diverse generazioni. Con successi come “Futura”, “Attenti al lupo” e “Piazza Grande” ha saputo innovare e sperimentare, lasciando un’eredità musicale inestimabile che continua a ispirare artisti e appassionati di musica in tutto il mondo; brani sempre attuali e commoventi, che ora avremo modo di riascoltare dal vivo in un evento imperdibile.

Concerto nell’ambito del festival Mont’Alfonso sotto le stelle. I biglietti (posti numerati da 17,25 a 28,75 euro) sono disponibili su ticketone.it (tel. 892.101), nei punti Box Office Toscana (www.boxofficetoscana.it/punti-vendita – tel. 055.210804) e alla Pro Loco di Castelnuovo di Garfagnana, dove è possibile acquistare (anche a distanza con bonifico bancario) i biglietti riservati a persone con disabilità.

PROSSIMI APPUNTAMENTI – Sempre alla Fortezza di Mont’Alfonso, in arrivo Giorgio Panariello con lo spettacolo “E se domani…” (20/8), Federico Buffa con “Number 23” (21/8) e Paolo Ruffini con “Il Babysitter” (24/8). Martedì 25 agosto, alla Fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana, si recupera il concerto dei Gatti Mézzi previsto per lo scorso 6 agosto: i biglietti restano validi per la nuova data. Programma e dettagli sul sito ufficiale www.festivalmontalfonso.it.

PARCHEGGI, NAVETTE e INDICAZIONI – In occasione degli spettacoli alla Fortezza di Mont’Alfonso, sono disponibili i parcheggi della Fortezza (a 600 metri dall’ingresso) e di piazzale C. Chiappini a Castelnuovo di Garfagnana (zona impianti sportivi, si accede da via Valmaira, chi utilizza il navigatore deve impostare via Valmaira come destinazione). Dai parcheggi di piazzale C. Chiappini sarà in funzione un servizio bus navetta da/per la Fortezza di Mont’Alfonso, frequenza 15 minuti: è previsto il contributo di un euro a persona, i fondi sono destinati a progetti di assistenza e solidarietà a cura delle associazioni di volontariato di Castelnuovo di Garfagnana.

Info tel. 0583 641007 – 334 6167210 (nei giorni di spettacolo dalle ore 18.45) www.festivalmontalfonso.itwww.turismo.garfagnana.euwww.castelnuovogarfagnana.org.

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Premio Faraglioni Capri International 2026: premio a Toni Servillo.

17 Agosto 2026 ore 11:02

Crediti foto: Nicolas Spiess
Sarà una serata all’insegna del cinema, del teatro, della musica e della cultura quella della 31ª edizione del Premio Faraglioni Capri International, in programma domenica 30 agosto nel suggestivo scenario del Chiostro Grande della Certosa di San Giacomo, tra i luoghi più affascinanti e ricchi di storia dell’Isola Azzurra.

Protagonista assoluto dell’evento sarà Toni Servillo, uno dei più autorevoli interpreti del panorama artistico internazionale, capace di rappresentare l’eccellenza del teatro e del cinema italiano nel mondo. Al Maestro sarà conferito il prestigioso riconoscimento che, da oltre trent’anni, celebra le personalità che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della cultura, della musica, del cinema e dello spettacolo.

Prima della consegna del Premio, sarà lo stesso Toni Servillo ad offrire al pubblico un suo intervento teatrale, un momento artistico dedicato che aprirà la cerimonia e accompagnerà gli spettatori in un viaggio attraverso il suo straordinario percorso umano e professionale, rendendo ancora più intensa una serata pensata come autentico omaggio alla sua carriera.

Servillo ha accolto con emozione il conferimento del Premio Faraglioni Capri International, dichiarando: “Sono grato a Capri Arte e ai fratelli Damino per aver voluto conferirmi il Premio Faraglioni Capri International, che nelle trenta precedenti edizioni ha onorato tanti nomi prestigiosi della musica, del cinema e dello spettacolo dal vivo. Sono inoltre lieto di essere premiato in uno dei luoghi della Campania più apprezzati nel mondo per storia, cultura e bellezze naturali.”

L’omaggio del Premio Faraglioni arriva in una stagione particolarmente significativa per l’artista. Per la sua interpretazione ne La grazia di Paolo Sorrentino, Toni Servillo ha infatti conquistato la Coppa Volpi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, oltre al suo quinto Nastro d’Argento e al Globo d’Oro come Miglior Attore, confermando ancora una volta il suo straordinario prestigio artistico anche a livello internazionale.

A condurre la serata sarà la giornalista RAI Eleonora Daniele, tra i volti più autorevoli e apprezzati della televisione italiana.

Ad arricchire il programma saranno anche gli omaggi musicali di Simona Molinari, tra le interpreti più eleganti della scena musicale italiana contemporanea, vincitrice della Targa Tenco e artista capace di fondere con raffinata personalità jazz, canzone d’autore e sonorità moderne, e del duo Ebbanesis, formato da Viviana Cangiano e Serena Pisa, protagoniste di un originale percorso artistico dedicato alla tradizione musicale napoletana. Per l’occasione proporranno alcuni brani tratti dal loro apprezzato progetto ispirato al Così fan tutte di Mozart, con adattamento di Andrej Longo e riduzione musicale di Leandro Piccioni e Mario Tronco, una rilettura originale del capolavoro mozartiano attraverso la storica tradizione della posteggia napoletana.

Il Premio Faraglioni Capri International che sarà consegnato dal Sindaco Paolo Falco, consiste in una scultura in argento raffigurante i celebri Faraglioni dell’Isola, simbolo di Capri nel mondo, fissata su una base in marmo che richiama il colore del mare caprese. Anche quest’anno, come sin dalla prima edizione, l’opera è stata realizzata dai Maestri Argentieri di Pierino Gioielli di Anacapri.

Ideato, prodotto e organizzato da Capri Arte dei fratelli Aldo e Bruno Damino, il Premio rappresenta una delle più longeve e prestigiose manifestazioni culturali italiane e continua, grazie anche alla nuova generazione della famiglia Damino, a promuovere il dialogo tra arte, spettacolo e territorio, contribuendo alla valorizzazione dell’identità culturale di Capri nel mondo.

Tra gli ospiti attesi figurano numerose personalità del mondo della cultura, del cinema, dell’imprenditoria e delle istituzioni, confermando ancora una volta il Premio Faraglioni Capri International come uno degli appuntamenti più prestigiosi dell’estate italiana.

L’iniziativa si avvale del patrocinio morale e della collaborazione istituzionale della Città di Capri. Partner ufficiali della manifestazione sono il Grand Hotel Quisisana, simbolo dell’ospitalità caprese e sede storica del Premio, Polis Consulting, realtà nazionale operante nel settore della sicurezza, e Kimbo, storico Main Sponsor dell’evento e ambasciatore nel mondo della tradizione del caffè napoletano.

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LAKUN DIMMELO

17 Agosto 2026 ore 10:59

 

LAKUN

DIMMELO

“Dimmelo”: la fine di una relazione e tutto quello che resta sospeso

 

“Dimmelo” è il nuovo singolo di LAKUN, un brano breve e diretto che racconta quello spazio sospeso in cui una relazione è ormai finita, ma resta ancora qualcosa che avrebbe avuto bisogno di essere detto.

Il pezzo si muove proprio dentro questa contraddizione. Nelle strofe in inglese sembra esserci già la consapevolezza che quella persona appartenga al passato; il ritornello in italiano, invece, continua a chiedere una risposta: “dai dimmelo di qua, di là di qua, dimmelo al buio, dimmelo tu”. Una richiesta che si ripete quasi ossessivamente, come accade con le domande che rimangono senza risposta.

LAKUN non cerca però di costruire un lieto fine né una vera risoluzione. Anche la struttura del brano, racchiusa in appena 2 minuti e 8 secondi, segue questa idea: la domanda ritorna, insiste e infine si interrompe. La risposta non arriva.

È proprio in questa assenza che si trova il cuore di “Dimmelo”: sapere che alcune cose forse è meglio lasciarle non dette e, allo stesso tempo, continuare a desiderare di averle sentite almeno una volta.

Tra inglese e italiano, LAKUN trasforma così un’esperienza intima in una sensazione universale: quella di andare avanti portandosi dietro non necessariamente una persona, ma una domanda rimasta aperta.

Biografia
LAKUN è un artista, cantautore e produttore nato in Italia, che ha vissuto per dieci anni in Israele e oggi risiede a Los Angeles, in California. Il suo percorso personale e artistico, segnato da una vita da “outsider” e dalle sue radici ebraiche, si traduce in un viaggio sonoro imprevedibile e travolgente, fatto di passione, grinta e, forse, anche di una buona dose di rabbia.

Fortemente influenzato dai Red Hot Chili Peppers, dal romanticismo italiano e dalla scena pop di Los Angeles, LAKUN dà vita a un sound che si muove tra alternative pop e alternative rock, trascinando l’ascoltatore nel proprio universo senza filtri e senza compromessi.

 

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LUMINA A FANO GIOVEDÌ 20 AGOSTO: LA MAGIA DELLE CANDELE INCONTRA LA MUSICA E LA POESIA DI FABRIZIO DE ANDRÉ ALLA CORTE MALATESTIANA

17 Agosto 2026 ore 10:56

LUMINA A FANO GIOVEDÌ 20 AGOSTO: LA MAGIA DELLE CANDELE INCONTRA LA MUSICA E LA POESIA DI FABRIZIO DE ANDRÉ ALLA CORTE MALATESTIANA

 

 

Dopo il grande successo riscosso nelle principali città italiane, Lumina – I concerti a lume di candela arriva a Fano con Omaggio a Fabrizio De André, uno spettacolo capace di emozionare il pubblico grazie alla sua atmosfera intima e alla straordinaria forza poetica delle canzoni del grande cantautore genovese. Giovedì 20 agosto alle ore 21.30, la suggestiva Corte Malatestiana si trasformerà in uno scenario senza tempo, dove migliaia di candele illumineranno la serata creando un ambiente caldo, avvolgente e profondamente evocativo. Prodotto e organizzato da Dream Up Production e Isolani Spettacoli lo spettacolo è proposto nell’ambito de La Corte in scena rassegna promossa dalla Fondazione Teatro della Fortuna con Comune di Fano e in collaborazione con AMAT.

 

Lumina è un progetto che unisce musica, emozione e atmosfera in una formula capace di conquistare migliaia di spettatori in tutta Italia. Uno spettacolo che parla al cuore, dove la poesia di Fabrizio De André incontra la magia di migliaia di candele, regalando al pubblico una serata di rara intensità, sospesa tra musica, luce e memoria. Un appuntamento imperdibile per vivere un’esperienza unica di musica, luce e poesia.

 

La luce delle candele e la musica si uniranno in un’esperienza immersiva, in cui ogni nota, ogni parola e ogni silenzio acquistano un’intensità unica. Lumina non è un semplice concerto, ma un viaggio emozionale che invita il pubblico a rallentare, ad ascoltare e a lasciarsi trasportare dalla bellezza. Al centro della serata, Omaggio a Fabrizio De André, un tributo raffinato e autentico dedicato a uno dei più grandi poeti della musica italiana.

Le sue canzoni più amate, da La canzone di Marinella a Bocca di Rosa, da Il pescatore a Via del Campo, passando per Fiume Sand Creek, Il testamento di Tito, Creuza de mä e molti altri capolavori, rivivranno attraverso interpretazioni intense e arrangiamenti eleganti, capaci di restituire tutta la profondità, l’umanità e la straordinaria attualità dell’opera di De André.

Ad accompagnare il pubblico in questo viaggio saranno musicisti di grande sensibilità artistica, capaci di dare nuova luce ai capolavori del cantautore, mantenendone intatta l’essenza e il valore poetico.

 

Informazioni e biglietti: Teatro della Fortuna 0721 827092, biglietterie del circuito Vivaticket. Inizio spettacolo ore 21.30.

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Carta del Docente e trasporti: rendere effettivo l’utilizzo per i treni ed estendere la misura ai voli per i docenti fuori sede

17 Agosto 2026 ore 10:54

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario intervenire su una criticità che, in vista dell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027, assume particolare urgenza e riguarda migliaia di insegnanti costretti, per ragioni di servizio, a vivere e lavorare a centinaia di chilometri dal proprio luogo di residenza.

Una condizione che non interessa soltanto il personale precario, ma anche numerosi docenti di ruolo che da anni prestano servizio stabilmente in regioni diverse da quelle di provenienza, sostenendo personalmente costi considerevoli per mantenere i rapporti con la propria famiglia e il proprio territorio.

Per questi lavoratori la mobilità non rappresenta un’esigenza occasionale. Nel corso degli anni, le spese sostenute per treni, aerei e altri mezzi di trasporto possono raggiungere importi molto rilevanti, ai quali si aggiungono frequentemente il costo di un secondo domicilio e le ulteriori spese derivanti dalla permanenza lontano dalla propria residenza.

La situazione diventa particolarmente gravosa proprio nei periodi che coincidono con i principali momenti della vita scolastica. L’avvio delle attività nel mese di settembre, le festività natalizie e pasquali e gli altri periodi di rientro concentrano gli spostamenti in date difficilmente modificabili per chi lavora nella scuola. In tali circostanze, i prezzi dei titoli di viaggio, soprattutto sulle tratte ferroviarie a lunga percorrenza e sui collegamenti aerei, possono registrare incrementi significativi, con conseguenze particolarmente pesanti per chi deve attraversare il Paese più volte nel corso dell’anno.

Con l’imminente apertura dell’anno scolastico 2026/2027, il problema torna dunque a manifestarsi in tutta la sua evidenza. Migliaia di docenti saranno nuovamente chiamati a raggiungere le sedi di servizio, spesso affrontando spese elevate proprio in una fase dell’anno caratterizzata da forte domanda di mobilità.

La questione assume particolare rilievo alla luce delle modifiche introdotte dalla legge 30 ottobre 2025, n. 164, di conversione del decreto-legge 9 settembre 2025, n. 127, che hanno ampliato le possibilità di utilizzo della Carta del Docente includendo i servizi di trasporto di persone. Si tratta di una scelta normativa significativa, che può rappresentare una prima risposta concreta al peso economico della mobilità sul personale scolastico.

Alla previsione normativa deve tuttavia corrispondere una possibilità effettiva di utilizzo. Le difficoltà che ancora interessano l’acquisto dei titoli di viaggio attraverso la Carta rischiano di determinare una distanza tra il beneficio riconosciuto e la sua concreta fruizione.

Il problema riguarda in particolare i collegamenti ferroviari a media e lunga percorrenza e quelli ad alta velocità. Il CNDDU ritiene pertanto necessario che siano definite con chiarezza le condizioni che consentano ai docenti di utilizzare la Carta per l’acquisto di biglietti presso i principali operatori nazionali, a partire da Trenitalia e Italo, favorendo il completamento delle procedure necessarie e assicurando informazioni certe sullo stato degli accreditamenti.

Accanto al trasporto ferroviario permane inoltre la questione del trasporto aereo, che merita una specifica riflessione istituzionale. Per moltissimi docenti provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, così come per coloro che prestano servizio in regioni molto distanti dalla propria residenza, l’aereo non costituisce una modalità di viaggio accessoria, ma può rappresentare l’unica soluzione concretamente sostenibile in termini di tempi e distanze.

Una disciplina che non tenesse conto di tale realtà rischierebbe di produrre una disparità tra lavoratori che si trovano nella medesima condizione professionale di lontananza, ma dispongono di possibilità di collegamento profondamente differenti. La condizione di insularità, in particolare, non può tradursi in una penalizzazione indiretta per il personale della scuola.

Alla luce dell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027, il CNDDU rivolge pertanto un formale sollecito al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché venga verificato con urgenza lo stato di attuazione delle nuove disposizioni e siano promosse le necessarie interlocuzioni con le amministrazioni competenti e con i principali operatori del trasporto nazionale.

È necessario che il personale docente possa conoscere con certezza quali servizi siano ammessi, quali operatori risultino effettivamente accreditati e quali siano i tempi previsti per la piena operatività della misura. Una disposizione destinata ad alleviare il peso economico della mobilità perde inevitabilmente parte della propria efficacia se i suoi destinatari non sono posti nelle condizioni di utilizzarla proprio nel momento in cui ne avrebbero maggiore necessità.

La scuola italiana continua a garantire il proprio funzionamento anche grazie a migliaia di insegnanti, precari e di ruolo, che hanno accettato di costruire una parte significativa della propria vita professionale lontano dalla regione di origine. Dietro questa mobilità esistono anni di biglietti ferroviari e aerei, affitti, spostamenti e rinunce personali e familiari che rappresentano una componente spesso poco visibile del contributo offerto da questi lavoratori al sistema nazionale di istruzione.

Il CNDDU auspica pertanto che l’anno scolastico 2026/2027 possa segnare il passaggio dalla previsione normativa alla piena effettività della misura, sia per il trasporto ferroviario sia attraverso una definizione chiara della questione relativa al trasporto aereo.

Garantire un sostegno concreto alla mobilità significa riconoscere una condizione professionale che, per molti docenti di ruolo, non dura alcuni mesi ma accompagna anni della loro carriera. L’effettività di una misura non dovrebbe dipendere dalla distanza percorsa né dalla geografia del luogo dal quale un insegnante proviene.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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OSTIA, CONFORZI (FDI): «SICUREZZA IN CODICE ROSSO, IL LITORALE NON PUÒ DIVENTARE LA ZONA FRANCA DI ROMA»

17 Agosto 2026 ore 10:46

OSTIA, CONFORZI (FDI): «SICUREZZA IN CODICE ROSSO, IL LITORALE NON PUÒ DIVENTARE LA ZONA FRANCA DI ROMA»

OSTIA – «Tre gravissimi episodi avvenuti tra il 14 e il 15 agosto restituiscono l’immagine di un territorio nel quale la sicurezza sta diventando un’emergenza quotidiana. Ostia non può essere trasformata nella zona franca di Roma, dove residenti, lavoratori e famiglie sono costretti a convivere con aggressioni, furti e violenze».

Lo dichiara Giuseppe Conforzi, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Municipio Roma X, intervenendo sui recenti fatti di cronaca verificatisi nel centro e sulle spiagge di Ostia.

«Nel mercato di via Orazio dello Sbirro un venditore ambulante è stato colpito al volto con una bottiglia dopo essersi opposto al furto di un paio di calzini. L’aggressore, indicato come una persona senza fissa dimora e in stato di alterazione, è stato arrestato dai Carabinieri. Sulla spiaggia libera, nel giorno di Ferragosto, un bagnante è stato ripetutamente colpito dopo avere sorpreso un uomo intento a rovistare tra i suoi effetti personali. Anche in questo caso il responsabile è stato fermato. Sempre a Ferragosto, infine, un giovane è stato accerchiato e picchiato perché ingiustamente accusato di fotografare alcuni bambini: il controllo del telefono ha dimostrato che non aveva scattato alcuna immagine e che, in quei momenti, era impegnato in una videochiamata».

«Sono episodi diversi, che non devono essere confusi tra loro, ma che raccontano un clima comune: a Ostia si sta diffondendo la paura. Il pestaggio di un innocente è inaccettabile e nessuna preoccupazione può autorizzare la giustizia fai da te. Proprio quanto accaduto dimostra, però, quanto sia diventata fragile la percezione della sicurezza e quanto rapidamente il sospetto possa trasformarsi in una reazione incontrollata, soprattutto quando vengono coinvolti dei bambini. La paura può spiegare il meccanismo, ma non può e non deve mai giustificare la violenza».

Secondo Conforzi, la situazione è aggravata dalla concentrazione, soprattutto nelle aree centrali di Ostia, di condizioni di marginalità sociale ed emergenza abitativa lasciate senza risposte strutturali.

«Il problema non è la povertà e non sono le persone fragili, che devono essere assistite e accompagnate dai servizi competenti. Il problema è l’abbandono istituzionale. Quando marginalità estrema, dipendenze, abuso di alcol e permanenza in strada vengono lasciati senza controllo e senza assistenza, le conseguenze ricadono sui residenti, sui commercianti e sulle stesse persone in difficoltà. Non è accoglienza: è scaricare il disagio sociale della Capitale sul litorale».

«Il centro di Ostia, l’area di via delle Baleniere, il mercato di via Orazio dello Sbirro, piazza Anco Marzio, il Pontile, le stazioni e gli arenili hanno bisogno di una presenza visibile e continuativa delle forze dell’ordine. Gli arresti effettuati durante il Ferragosto dimostrano la professionalità e l’efficacia degli operatori impegnati, ai quali va il nostro ringraziamento. Ma i servizi straordinari organizzati durante le festività non possono sostituire un presidio quotidiano del territorio».

Conforzi annuncia che nei prossimi giorni scriverà al questore di Roma e al prefetto, chiedendo un approfondimento specifico sulla situazione del litorale.

«Chiederò una riunione dedicata a Ostia e un rafforzamento coordinato dei pattugliamenti, anche a piedi, nelle zone centrali, nei mercati, sul lungomare e nei pressi delle stazioni. Occorre affiancare al controllo del territorio un intervento dei servizi sociali, sanitari e per le dipendenze, così da distinguere chi ha bisogno di assistenza da chi commette reati e deve risponderne davanti alla legge. Servono inoltre una mappatura aggiornata degli episodi e un piano di sicurezza stabile per tutto l’anno, non soltanto operazioni concentrate nei fine settimana o durante le festività».

Per il capogruppo di Fratelli d’Italia, la questione della sicurezza rischia di produrre conseguenze anche sull’economia e sulla capacità turistica del territorio.

«Le prime valutazioni degli operatori economici parlano di spiagge meno frequentate, parcheggi vuoti e incassi in difficoltà. I dati ufficiali e disaggregati dovranno essere resi pubblici e analizzati, ma l’allarme non può essere ignorato. Ostia è diventata meno attrattiva non soltanto per la carenza di strutture, servizi, collegamenti ed eventi, ma anche per una crescente percezione di insicurezza».

«L’unico “turismo” che la gestione di Gualtieri e Falconi sembra avere favorito è quello della disperazione: non perché le persone fragili debbano essere respinte, ma perché Roma Capitale le ha lasciate senza una risposta e ha trasferito sul litorale il peso delle proprie emergenze sociali. Nel frattempo, famiglie, visitatori e attività economiche si allontanano».

«Ostia è in codice rosso sul fronte della sicurezza e della marginalità sociale. Il sindaco Gualtieri e il presidente Falconi smettano di comportarsi come osservatori esterni e si assumano le responsabilità di governo. Il litorale ha bisogno di sicurezza, assistenza, decoro, servizi e programmazione. Non possiamo aspettare che un altro episodio ancora più grave renda evidente ciò che residenti e commercianti denunciano ormai ogni giorno».

Giuseppe Conforzi
Capogruppo di Fratelli d’Italia
Municipio Roma X

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Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

17 Agosto 2026 ore 10:44

Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

 

Dichiarazione di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale:

 

«La Repubblica oggi scrive che sarei “pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi”.

 

Non traslocherò mai dalla mia legge morale e dal suo luogo simbolico: il Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il resto sono speculazioni e interpretazioni. Sugli estremismi, invece, non c’è nulla da interpretare: antisemitismo, razzismo, nostalgie naziste e suggestioni totalitarie sono radicalmente incompatibili con la mia cultura politica e con quella del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Da qualunque parte provengano.

 

Rinascimento Nazionale lavora per costruire una destra plurale e polifonica, nella quale possano riconoscersi e confrontarsi sensibilità liberali, liberiste, libertarie, conservatrici, risorgimentali, sovraniste, federaliste, identitarie, nazionaliste, tradizionaliste, cattoliche e sociali; una destra occidentale e atlantista, nella quale la parola Nazione non abbia bisogno di essere urlata e la parola libertà non debba mai essere sussurrata.

 

Il resto sono chat. La politica, fortunatamente, è un’altra cosa.»

 

Luca Sforzini – Presidente

Centro Studi Rinascimento Nazionale

https://www.rinascimentonazionale.it/

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Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

17 Agosto 2026 ore 10:40

Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

 

Dichiarazione di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale:

 

«La Repubblica oggi scrive che sarei “pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi”.

 

Non traslocherò mai dalla mia legge morale e dal suo luogo simbolico: il Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il resto sono speculazioni e interpretazioni. Sugli estremismi, invece, non c’è nulla da interpretare: antisemitismo, razzismo, nostalgie naziste e suggestioni totalitarie sono radicalmente incompatibili con la mia cultura politica e con quella del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Da qualunque parte provengano.

 

Rinascimento Nazionale lavora per costruire una destra plurale e polifonica, nella quale possano riconoscersi e confrontarsi sensibilità liberali, liberiste, libertarie, conservatrici, risorgimentali, sovraniste, federaliste, identitarie, nazionaliste, tradizionaliste, cattoliche e sociali; una destra occidentale e atlantista, nella quale la parola Nazione non abbia bisogno di essere urlata e la parola libertà non debba mai essere sussurrata.

 

Il resto sono chat. La politica, fortunatamente, è un’altra cosa.»

 

RINASCIMENTO NAZIONALE Centro Studi – think tank di FUTURO NAZIONALE

Rinascimento Nazionale

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La guerra tra la Russia e la Nato in Ucraina si intensifica

17 Agosto 2026 ore 09:03

L’utilizzo di droni britannici per colpire la Russia porterà a una guerra nucleare.

Glenn Diesen, professore all’Università della Norvegia sud-orientale, ha espresso questa opinione sui social media.

La Gran Bretagna sta compiendo un altro passo verso la guerra nucleare”, ha avvertito.

Ieri, il quotidiano The Times, citando fonti delle forze armate ucraine, ha riferito che l’Ucraina ha iniziato a utilizzare droni di fabbricazione britannica per effettuare attacchi in profondità nel territorio russo.

In precedenza era stato riferito che la difesa aerea russa aveva stabilito un record.

“Mosca è ben consapevole delle fabbriche britanniche in cui vengono prodotti questi droni e delle rotte che percorrono per raggiungere i porti di Odessa e Mykolaiv”. Queste le parole usate dagli esperti per valutare le notizie secondo cui il Regno Unito starebbe sviluppando droni a lungo raggio per attacchi in profondità nel territorio russo da parte delle forze armate ucraine. Cosa possono fare, e cosa stanno facendo, le forze armate russe per contrastare tali armi?

L’Ucraina  ha iniziato  a utilizzare droni britannici per condurre attacchi contro la Russia. Tali dispositivi sono in uso da circa sei mesi e potrebbero essere stati impiegati negli attacchi di domenica sera, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico  The Sunday Times  , che cita fonti delle Forze Armate ucraine.

“Per la prima volta, i droni britannici sono stati impiegati per effettuare attacchi sul territorio russo continentale. I droni, prodotti da due aziende britanniche, sono stati forniti all’Ucraina, le cui forze li stanno utilizzando… per condurre attacchi a lungo raggio”, si legge nella pubblicazione.

Tra i droni utilizzati, viene citato il turbogetto Callen-Lenz (una filiale di BAE Systems) Nyan. La Gran Bretagna ha già fornito a Kiev i missili da crociera Storm Shadow, ciascuno del costo di circa 900.000 euro. Il Nyan costa non più di 150.000 euro. La gittata del drone è paragonabile a quella di un missile, variando dai 150 ai 250 km, secondo diverse fonti.

Ricordiamo che a giugno Londra ha annunciato  il trasferimento di 150.000 droni a Kiev. Contemporaneamente, Volodymyr Zelenskyy  ha annunciato  l’intenzione di costruire un impianto congiunto per la produzione di droni nel Regno Unito. L’Ucraina ha inoltre espresso l’intenzione di produrre su licenza il sistema di guerra elettronica Stone Cloak, che rende difficile per i sistemi di difesa aerea rilevare i droni.

Un mese prima, il presidente russo Vladimir Putin  aveva accusato  i paesi occidentali di fornire droni per attacchi contro le regioni russe, secondo quanto riportato dal Cremlino . “Sì, certo, gli occidentali forniscono loro i droni: cosa c’è di più semplice? Basta svitarli, premere un pulsante e via. Ma questo significa solo una cosa: dobbiamo rafforzare i nostri sistemi di difesa aerea, e lo stiamo facendo e continueremo a farlo”, ha affermato il

In questo contesto, non c’è dubbio che gli europei aumenteranno la produzione e il trasferimento di tali droni al nemico. “Tuttavia, i droni vengono sviluppati non solo per l’Ucraina, ma anche perché l’Europa si sta attivamente preparando a una guerra con la Russia e sta cercando di accumulare un certo arsenale di armi”, afferma la fonte.

Dzherelievsky ha osservato: L’Europa continua ad agire nel suo solito stile. Così, gli europei annunciano piani per redigere un presunto trattato di pace, mentre allo stesso tempo aumentano la produzione e la fornitura di armi alle forze armate ucraine.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione e sintesi: Sergei Leonov

La Russia colpisce gli stabilimenti di Kiev che producono componenti per missili e droni, mentre l’Ucraina prende di mira i centri logistici alla periferia di Mosca.

17 Agosto 2026 ore 08:44

Nella notte del 16 agosto, le forze russe hanno condotto attacchi combinati contro installazioni militari in otto regioni dell’Ucraina. Secondo l’aeronautica militare ucraina, l’attacco ha coinvolto missili antinave Oniks, missili balistici Iskander-M/S-400/KN-23, missili guidati aviolanciati Kh-59/69, nonché 106 droni d’attacco.

Gli attacchi si sono concentrati su impianti dell’industria della difesa a Kiev, una raffineria di petrolio a Kremenchuk, nella regione di Poltava, e un impianto metallurgico a Kryvyi Rih, nella regione di Dnipropetrovsk.

A Kiev, due imprese industriali sono state colpite: la FIRE POINT LLC, che produce componenti, testate e propulsori a combustibile solido per i missili da crociera terrestri Flamingo, e l’azienda KIEV-111 (UKRDEFENSE COMPANY LLC), che produce componenti per droni d’attacco, droni intercettori Khrushch e droni intercettori Harpia.

A Kryvyi Rih, l’area occupata dall’impianto metallurgico e dalla più grande impresa mineraria e metallurgica dell’Ucraina, ArcelorMittal, è stata colpita da un incendio. I principali impianti di produzione, sia quello energetico che quello dell’altoforno, sono stati danneggiati. Incendi sono stati segnalati anche presso lo stabilimento di cemento di Kryvyi Rih e nei magazzini circostanti.

Vasti incendi sono stati registrati presso la raffineria di petrolio di Kremenchuk, nella regione di Poltava. Secondo il Ministero della Difesa russo, il deposito di serbatoi rimasto intatto dell’impianto veniva utilizzato per il trasbordo di carburanti e lubrificanti provenienti dall’estero.

https://southfront.press/russia-strikes-kyivs-missile-and-drone-component-plants-ukraine-targets-logistics-hubs-outside-moscow

Particolare attenzione è stata dedicata alle infrastrutture portuali nella regione di Odessa. Nel porto di Odessa, una nave mercantile che trasportava equipaggiamento militare per le Forze Armate ucraine è stata colpita, così come alcuni magazzini contenenti materiale militare. Nel corso della giornata, droni d’attacco hanno colpito tre navi mercantili e due petroliere utilizzate per il trasporto di materiale militare, carburanti e lubrificanti per le Forze Armate ucraine, oltre a serbatoi di stoccaggio del carburante.

Nell’insediamento di Bilhorod-Dnistrovskyi (40 km a sud-ovest di Odessa), sono stati colpiti un’officina di produzione e un magazzino per testate e componenti per droni, imbarcazioni utilizzate per attacchi contro navi e infrastrutture energetiche nel Mar Nero, nonché contro città russe sulla costa del Mar Nero. Nell’insediamento di Vylkove (138 km a sud-ovest di Odessa), è stato colpito un ormeggio per pattugliatori della Marina ucraina, imbarcazioni impiegate nella scorta di navi con carico militare e carburante nei porti. Inoltre, nel Mar Nero a est di Odessa, è stata colpita una nave mercantile che trasportava armi occidentali in Ucraina.

Secondo fonti di monitoraggio ucraine, tutti i missili hanno raggiunto i loro obiettivi. Dei 106 droni d’attacco, alcuni sono stati neutralizzati tramite guerra elettronica.

L’Ucraina attacca la Russia

Le forze ucraine hanno condotto un massiccio attacco con droni sul territorio di 17 regioni russe. Durante la notte, le forze di difesa aerea russe hanno abbattuto 822 droni ucraini.

Nella regione di Mosca, diverse importanti strutture logistiche sono state attaccate. A Podolsk, un magazzino di Wildberries, esteso su una superficie di circa 250.000 metri quadrati, è andato a fuoco: si tratta del più grande centro logistico e principale polo di distribuzione dell’azienda, che gestisce milioni di ordini al giorno. Complessivamente, secondo quanto riportato dai media, le forze ucraine hanno messo fuori uso 7 dei 10 principali centri logistici di Wildberries.

A Domodedovo, il complesso multimodale Severnoye Domodedovo e un magazzino farmaceutico noto come “Green Warehouses” sono stati colpiti da un incendio. Le fiamme hanno continuato a intensificarsi, avvolgendo una parte significativa delle strutture del magazzino e generando una colonna di fumo nero visibile a decine di chilometri di distanza. A Kashira, un nuovo edificio della stazione di polizia è stato danneggiato; a Voskresensk, un impianto industriale è stato colpito.

Inoltre, le forze ucraine hanno effettuato un attacco missilistico contro un impianto industriale a Samara. Secondo fonti OSINT, l’obiettivo potrebbe essere stato il Centro spaziale missilistico Progress, lo stabilimento in cui vengono assemblati i razzi Soyuz-2.1b. Si tratta degli stessi razzi che hanno lanciato i primi lotti di satelliti russi Rassvet. Analisti ucraini avevano precedentemente pubblicato una mappa delle strutture del programma spaziale russo, tra cui la sede principale, il centro di controllo missione e lo stabilimento di produzione di pannelli solari a Mosca, l’assemblaggio e il collaudo di satelliti a Krasnogorsk, un impianto terminale in costruzione a Dubna e altre strutture.

Il Sunday Times, citando fonti delle Forze Armate ucraine, ha riferito che Kiev avrebbe utilizzato per la prima volta droni di fabbricazione britannica per attacchi in profondità nel territorio russo. In particolare, il drone Nyan, prodotto dall’azienda britannica Callen-Lenz, sarebbe stato impiegato in attacchi contro raffinerie petrolifere a Volgograd e Yaroslavl. Il maresciallo dell’aeronautica in pensione Greg Bagwell ha affermato che ciò potrebbe rendere le fabbriche britanniche “obiettivi legittimi” per Mosca. (…….).

Fonte: South Front Press (Video)

Traduzione: Luciano Lago

Palestina e attivismo visuale. Attivare il visibile e squarciare lo sguardo coloniale

16 Agosto 2026 ore 22:00

di Gioacchino Toni

Nicholas Mirzoeff, Vedere nell’oscurità. Palestina e attivismo visuale, traduzione di Rosa Cinelli, Meltemi, Milano, 2026, pp. 162, € 15,00

Mosso dalla particolare condizione di essere ebreo e al contempo fermamente antisionista, in Vedere nell’oscurità (Meltemi, 2026), Nicholas Mirzoeff, docente di Media, Culture and Communication all’Università di New York, sostiene la necessità di contrapporre al «visibile passivo», imposto dai media ufficiali, l’attivazione di una «relazione visibile» incentrata su tre elementi: il diritto reciproco di guardare, quello di essere visti nel modo che si è scelto per sé stessi e il «diritto all’opacità», ossia di sottrarsi allo sguardo del controllo, sia esso quello maschile ed eteropatriarcale, quello bianco e colonialista o quello della sorveglianza automatizzata. Se, come afferma Silvia Federici, «la Palestina è il mondo», allora oggi, sostiene Mirzoeff, vedere la Palestina significa vedere il mondo e agire a sostegno della sua libertà.

Riflettendo sull’attivismo visuale sorto a sostegno della popolazione palestinese, lo studioso evidenzia come — nonostante i filtri imposti sul materiale proveniente da Gaza reputato “sconveniente” (ad Israele e all’intero Occidente) — le “piattaforme mediali estrattiviste” siano rimaste vittime della logica bulimica inscritta nei loro stessi codici di funzionamento, consentendo così alla popolazione mondiale di prendere visione del colonialismo. Si veda a tal proposito l’analisi proposta da Silvano Cacciari nel suo scritto Palestina, la radicalizzazione algoritmica («Carmillaonline», 14 maggio 2026).

Mentre la violenza di Stato opera per isolare ogni individuo impedendo qualsiasi forma di visione collettiva, sostiene Mirzoeff, l’adozione di un coinvolgimento attivo consente la trasformazione della dissociazione in nuove forme di associazione, come dimostrano gli accampamenti solidali con Gaza sorti in numerose università a livello planetario che lo studioso definisce espressioni embrionali di «intifada mondiale». Il supporto a Gaza attraverso i social media ha modificato in maniera tangibile le politiche visuali, dapprima tra i più giovani e poi in modo diffuso. Certo, è occorso tempo affinché la repulsione si trasformasse in azione, ma ciò è accaduto, come dimostrano le imponenti e diffuse manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Da tale contesto visuale lo studioso deriva una particolare modalità di vedere così definita e sintetizzata:

Vedere nell’oscurità comporta attivare il visibile contro lo sguardo bianco, e dominante, del colonialismo d’insediamento. L’“oscurità” è lo spazio esterno al ristretto campo dello sguardo bianco, delimitato dalla prospettiva centrale e da altre tecnologie visive incarnate oggi, in modo emblematico, dai velivoli senza equipaggio, o droni. Non corrisponde all’oscurità in senso letterale, per quanto la notte sia stata spesso una risorsa per le comunità colonizzate o ridotte in schiavitù. Consiste, piuttosto, in un vedere con entrambi gli occhi. Delinea un modo di guardare sempre relazionale, sempre diverso, sempre rivolto agli altri. Lungi dall’essere l’atto isolato di un singolo, vedere nel buio è un processo collettivo e collaborativo che custodisce una resilienza e un amore il cui nome più antico è solidarietà. Da solo non riesco a vedere nell’oscurità, ma noi, collettivamente, sì [p. 45].

Lo sguardo coloniale contemporaneo ha la sua espressione più vivida nel punto di vista zenitale del drone che, filtrato da uno schermo, giunge al militare che si mantiene a distanza di sicurezza. Uno sguardo che osserva il mondo perpendicolarmente, appiattendo le figure umane in una visione che privilegia le forme geometriche degli edifici, delle strade e degli autoveicoli. Vedere nell’oscurità, sostiene Mirzoeff, significa vedere al di fuori della cosiddetta kill box del drone, oltre il ristretto campo visivo dello sguardo colonialista. «È il modo di guardare di chi è sorvegliato, non di chi sorveglia», nei momenti in cui riesce a sottrarsi al controllo. «Vedere nel buio» è anche «un esercizio di solidarietà» che consente di, «osservare la pratica stessa del colonialismo» [p. 52].

Nello sguardo dall’alto del drone, manifestazione tangibile dello sguardo coloniale bianco che adotta la cosiddetta «prospettiva a volo d’uccello», è possibile individuare lo sguardo dei “superpredatori” a cui lo studioso contrappone la controvisualità dei volatili “comuni” che si muovono in forma comunitaria. «Lo stormo è l’atto di vedere nel buio», quel commons verso cui ci si muove supportati dalla «disperazione senza sconfitta». Lo stormo è la «negazione del consenso alle pratiche del genocidio».

Nel pensare di poter imporre la propria visione attraverso la reiterazione di una narrazione a proprio favore, lo Stato israeliano ha, di fatto, sottostimato come gli smartphone — diffusi nel mondo arabo, Gaza compresa, esattamente come nel mondo occidentale — possano sfuggire al suo controllo, nonostante tutti i filtri messi in atto. «I video e le fotografie visualizzati tramite lo smartphone influenzano e sono a loro volta influenzati dall’utente, che non è un osservatore disincarnato, come un drone, ma una presenza implicata e incarnata» [p. 59] capace di empatia nei confronti di chi sta subendo la violenza coloniale.

Il confluire sulle piattaforme del materiale visivo documentario prodotto a Gaza, e il suo permanervi anche solo il tempo necessario per essere scaricato e inoltrato, ha consentito che la visione e la condivisione trasformassero la dissociazione in associazione, la repulsione in azione, generando così un inedito senso di vicinanza e solidarietà.

Soffermandosi sulla, seppur breve, esperienza degli accampamenti solidali con Gaza che, a partire dall’aprile del 2024, si sono diffusi davanti alle università in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, con l’obiettivo di chiedere conto pubblicamente agli atenei del loro sostegno diretto o indiretto a Israele, Mirzoeff riconosce loro il merito di aver reso visibile perché la Palestina, come afferma Silvia Federici, «è il mondo». Tali presidi hanno indubbiamente squarciato la «realtà bianca» capitalista permettendo il manifestarsi di un attivismo visuale anticoloniale.

A partire da Occupy Wall Street, nel 2011, i presidi sono stati luoghi ad altissima visibilità, caratterizzati da un modo di vedere reciproco e diretto. Prima di tutto, i manifestanti hanno collocato i propri corpi nello spazio pubblico, rivendicando il diritto di essere visti. In questo spazio urbano riconquistato, solitamente saturo di sorveglianza, i partecipanti hanno messo in comune il loro diritto di guardare, di vedere e di essere visti. Fino a quel momento nonluoghi anonimi, intitolati a qualche donatore dimenticato, gli spazi diventavano così luoghi di assemblea, di dibattito o di presidio. Rispetto alle mobilitazioni del passato, questa ondata di solidarietà con Gaza ha rivendicato anche il diritto all’opacità [p. 124].

Con una certa dose di ottimismo, al pari di Nasser Abourahme1, anche Mirzoeff, guarda alla «disperazione senza sconfitta» dei campi profughi e ai relativi commons, come a una possibile «linea di fuga» in cui, nonostante tutto, sperimentare la prefigurazione di una società decolonizzata. Analogamente, sempre con ottimismo, anche nell’esperienza degli accampamenti solidali Mirzoeff coglie la prefigurazione di una vita comunitaria svincolata dalle logiche dello sfruttamento capitalista.

Insomma, in Occidente si è dovuta attendere la visibilità delle fasi più cruente di un genocidio in atto affinché tornassero, per una breve stagione, a riempirsi le piazze. È stata necessaria l’insopportabilità del sangue, delle macerie, della tracotanza e dell’ignavia illimitate della politica. Un ultimo sussulto di umanità, più che di coscienza politica — per quanto ogni opzione di cambiamento radicale dell’esistente non possa che scaturire dal risveglio di quel che ancora resta di umanità in un mondo, soprattutto occidentale, che secolo dopo secolo ha introiettato come universo valoriale l’individualismo più cinico, la competitività e lo sfruttamento indiscriminato dei propri simili e dell’ambiente.


  1. N. Abourahme, Revolution after revolution: The commune as line of flight in Palestinian anticolonialism, in «Critical Times», vol. 4, n. 3, 2021. 

RANUCCI vs VANNACCI

16 Agosto 2026 ore 21:26

RANUCCI vs VANNACCI

di Giovanna Canzano

16 agosto 2026

Molto rumore per nulla per parlare solo di Ranucci, Lavitola e la soap opera che ormai da giorni gli gira intorno.

Altre novità verranno svelate nei prossimi giorni oppure tutto finirà con la lieve condanna di Lavitola (peraltro già di casa nelle patrie galere)?

Ne siamo sicuri?

Oppure tutto continuerà ancora per settimane ad occupare le prime pagine dei TG, dei Giornali e dei video su Youtube?

Ma, a chi ha giovato il rivelare i particolari dell’attentato? Non certo a Lavitola che ‘poverino’, è il solo che ha dovuto perdere un pezzo di libertà! E, Ranucci perderà la conduzione del suo ‘REPORT’? O, si è dovuto solo ‘sdoganare’ la verità sull’attentato per non attribuirlo ai soliti malviventi importanti o casarecci? Questo dubbio che girava ancora per aria avrebbe potuto ostacolare cosa? Avrebbe reso la figura di Ranucci nebulosa nei tanti commenti di chi avrebbe dovuto fidarsi del giornalista non più come reporter, ma per un ruolo più importante dove ogni personaggio viene rivoltato come un calzino. Cosa ci si aspetta adesso da Ranucci uscito candido senza macchie da questa simpatica soap opera?

Forse, direi, un ruolo politico!

Perché proprio di un personaggio così tanto chiacchierato per le sue inchieste ne abbiamo bisogno?

Forse si, forse la sinistra cercava e ha trovato in Ranucci un uomo che gioca fuori dagli schemi e si rimette in campo personalmente ogni volta che tira un colpo.

Ecco, è fatto. Ranucci è in tutti i media ad accogliere esclamazioni e consensi ogni volta che la sua bocca si apre per sillabare una parola. Un uomo con grinta e voglia di battersi per le sue idee…

Ops… ma chi ci ricorda questo tipo di personaggio? L’alter ego che la sinistra odia… il Vannacci nazionale!

I giochi sono fatti (forse suona meglio in francese)…

Dopo le feste di ferragosto, quando la temperatura diventerà accettabile e le vacanze saranno ormai cosa fatta, la sinistra avrà un nome, la destra che ha giocato in vantaggio (?) già c’è l’ha, continueranno a riscaldare le temperature di un lungo e non caldissimo autunno.

giovanna@giovannacanzano.it

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Promozione della lettura: idee, progetti e iniziative per far circolare i libri

16 Agosto 2026 ore 21:27

Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

Leggere è spesso un gesto individuale. Un libro si apre in silenzio. Una persona entra in una storia, incontra un’idea, cambia prospettiva oppure semplicemente trascorre qualche ora altrove. Ma la promozione della lettura comincia davvero quando quell’esperienza individuale smette di restare isolata. Un lettore consiglia un libro a un amico. Una libreria organizza una presentazione. Un gruppo di lettura trasforma un romanzo in una discussione. Un blogger pubblica una recensione. Un podcast intervista un autore. Una biblioteca costruisce un percorso tematico. Un editore mette in relazione un libro con una comunità interessata a quel tema. Il libro comincia a circolare.

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Coppa delle Coppe: Dal 17 al 22 agosto la MKF Saronno difende il titolo fra Bollate e Caronno

16 Agosto 2026 ore 19:50

La MKF Saronno del presidente Massimo Rotondo da lunedì 17 a sabato 22 agosto sarà impegnata fra Bollate e Caronno, dove difenderà il titolo della Coppa delle Coppe vinta lo scorso anno a Parigi.

La A.B. Caronno Softball semifinalista della Coppa Italia 2025 ospiterà la competizione continentale organizzata dalla WBSC Europe Softball, alla quale partecipano le seguenti formazioni:

Crazy Chicklets (Austria), Beveren Lions (Belgio), Wesseling Vermins (GER), Sparks Haarlem Honk- en Softbal (Olanda), Eagles Praha (Rep. Ceca), Viladecans (Spagna) e Zürich Barracudas (Svizzera), oltre ovviamente alla Rhea Caronno ed il Saronno Softball Baseball ASD.

Il roster delle atlete neroazzurre rispetto al campionato di Serie A1 è stato rinforzato dalla presenza degli esterni, che hanno già vinto la Coppa delle Coppe lo scorso anno, Emma Fagioli proveniente dal Macerata e Sofia Fabbian in prestito dal Castelfranco. Dalla stessa società proviene anche la lanciatrice statunitense Olivia Rose Bruno, alla prima apparizione in maglia saronnese.

Gli accoppiamenti delle finali di sabato 22 agosto saranno stabiliti dalla classifica della prima fase, che vedrà tutte le compagini iscritte al torneo affrontarsi in un girone all’italiana con incontri di sola andata.

Questo il programma delle gare della MKF Saronno:
17/08/2026
ORE 09.30 a Bollate | Viladecans – MKF Saronno
ORE 14.30 a Caronno | MKF Saronno – Wesseling Vermins
18/08/2026
ORE 15.00 a Caronno | MKF Saronno – Beveren Lions
19/08/2026
ORE 15.00 a Caronno | MKF Saronno – Crazy Chicklets Wiener Neustadt
ORE 20.00 a Caronno | MKF Saronno – Caronno
20/08/2026
ORE 20.00 a Caronno | Eagles Praha – MKF Saronno
21/08/2026
ORE 09.30 a Bollate | Sparks Haarlem – MKF Saronno
ORE 15.00 a Caronno | Zürich Barracudas – MKF Saronno
sabato 22/8/2026 le finali in base alla classifica
A Caronno
ORE 18:00 finale per il bronzo
ORE 20:30 finale per l’oro

ph Lorenzo Stoppani

 

Saronno Softball Baseball Asd

Fabrizio Campagnano
Ufficio stampa
cell: +39-331.366.34.17

email: saronnosoftballbaseball@gmail.com

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“Genocidio ecologico”: Israele dichiara guerra alle foreste del Libano

16 Agosto 2026 ore 18:50

Sebbene le operazioni militari attive di Israele nel Libano meridionale siano cessate a metà giugno, la situazione nel sud rimane tutt’altro che tranquilla dopo la conclusione di un accordo quadro di cessate il fuoco.

di Leonid Tsukanov

15 agosto 2026

Gli abitanti del luogo ritengono che i disastri siano opera dell’esercito israeliano, che si sta creando una “zona sicura”. Queste convinzioni sono condivise da vigili del fuoco, ambientalisti e organizzazioni per i diritti umani, i quali accusano gli israeliani sia di aver commesso un genocidio ambientale contro il loro vicino arabo, sia di aver tentato di minare la motivazione della popolazione in esilio a tornare alle proprie case.

Tuttavia, giocare con il fuoco in questo modo rischia di ritorcersi contro Israele a lungo termine.

Non è più una coincidenza

Dalla metà dell’estate, gli incendi nel Libano meridionale si sono ripresentati con una regolarità invidiabile, divorando ogni volta aree sempre più vaste . Inoltre, i nuovi focolai si verificano in genere in zone remote con terreni impervi, il che ne rende difficile lo spegnimento rapido.

Di conseguenza, gli agenti atmosferici devastano vaste aree, danneggiando gli ecosistemi locali per le generazioni a venire.

Secondo gli analisti di Lighthouse Reports, dalla metà di giugno 2026, oltre il 20% dei terreni agricoli e delle foreste del Libano meridionale è stato distrutto o gravemente danneggiato dagli incendi. Ciò include boschi secolari di querce e pini da frutto, che fungono da barriera naturale, sia sanitaria che ecologica, per gli insediamenti abitativi.

Gli attivisti locali citano cifre ancora più deprimenti. In particolare, secondo le stime di Hussein Fakih , capo del Servizio di Protezione Civile di Nabatieh , le cui unità hanno partecipato allo spegnimento dei più grandi incendi a luglio e agosto, la furia degli elementi in alcune zone vicine alla linea del fronte ha lasciato circa il 40% del territorio devastato dalle fiamme.

Sia gli agricoltori che i vigili del fuoco sono convinti che i disastri siano principalmente causati dall’uomo. Ciò è dovuto in parte al fatto che, nonostante modelli climatici relativamente simili, i disastri naturali hanno colpito a malapena altre parti del paese, mentre il sud “brucia frequentemente e intensamente”.

La parte libanese accusa Israele dell’incidente, sostenendo che il suo esercito lancia regolarmente munizioni incendiarie contro le foreste locali. Solo nel mese di agosto, gli osservatori hanno documentato almeno tre casi di droni israeliani che hanno sganciato munizioni incendiarie su aree boschive nel sud del Paese. Inoltre, l’artiglieria israeliana ha periodicamente bombardato le foreste con proiettili al fosforo bianco.

Sono stati inoltre registrati numerosi casi di soldati israeliani che hanno lanciato razzi luminosi durante le ore diurne per appiccare a distanza incendi a erba secca e piccoli cespugli nella “zona grigia”.

E sebbene tali incidenti vengano ripetutamente liquidati come “accidentali”, la parte israeliana ostacola apertamente i vigili del fuoco nell’operato dei soccorsi. Ad esempio, l’11 agosto, le squadre locali della protezione civile intervenute in seguito all’impatto di un razzo di segnalazione sono state colpite da un drone israeliano.

Alberi morti

Tra gli abitanti del sud, l’attuale ondata di conflitti è stata opportunamente soprannominata la “guerra agli oliveti”. Oltre alle foreste, anche gli oliveti, un tesoro nazionale, vengono distrutti in massa dagli incendi.

Secondo le ultime stime, la superficie totale dei terreni di questa categoria distrutti e danneggiati dagli incendi supera già i mille ettari (circa il 5% della superficie totale degli oliveti nel sud).

Considerato che l’ulivo è una pianta perenne e che la distruzione anche di un solo oliveto maturo priva gli agricoltori locali di una fonte di reddito per diversi anni a venire, la distruzione dei loro oliveti lascia anche una parte significativa degli abitanti dei villaggi di confine senza la motivazione a tornare nei loro insediamenti abbandonati.

In questo modo, Israele incontrerà meno resistenza quando in seguito “recupererà” i territori abbandonati e li trasformerà in una “cintura di sicurezza” permanente lungo i confini.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) respingono, come prevedibile, le accuse, definendole “falsa propaganda” e “macchinazioni di Hezbollah”. Allo stesso tempo, gli alti ufficiali militari libanesi non nascondono il fatto di non considerare le aree economiche meridionali territorio inviolabile.

Secondo una direttiva emessa dallo Stato Maggiore israeliano alla fine di maggio 2026, all’esercito è stato concesso il diritto di disboscare foreste e terreni agricoli vicino al confine qualora questi vengano utilizzati dal nemico per spostamenti clandestini, sorveglianza e installazione di infrastrutture.

In altre parole, Israele può facilmente giustificare qualsiasi rivendicazione da parte libanese come necessità operativa.

Un gioco pericoloso

D’altro canto, questo gioco letterale con il fuoco nasconde un pericolo anche per chi lo organizza. Controllare gli elementi non è sempre possibile.

Ad esempio, il 12 agosto, uno degli incendi, causato dal lancio di munizioni incendiarie israeliane, si è improvvisamente propagato nel territorio dello Stato ebraico, nella zona del torrente Snir, e si è esteso a tal punto che è stato necessario inviare sei aerei antincendio dello squadrone specializzato Elad per spegnerlo.

Per i coloni locali, che conducono una vita prevalentemente agricola, il fuoco non è meno pericoloso che per gli abitanti del Libano meridionale. Pertanto, reagiscono negativamente a qualsiasi tentativo da parte delle autorità di cimentarsi nella guerra ibrida, temendo che prima o poi il fuoco raggiunga le loro case.

Con Israele che si appresta ad affrontare difficili elezioni parlamentari, in cui è in gioco la carriera politica dell’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu , il diffuso malcontento tra gli abitanti del nord, già risentiti nei confronti del governo per i numerosi errori commessi nella regione di confine, potrebbe complicare la campagna elettorale per i partiti di governo.

Hezbollah lo sa bene. Pertanto, non ha fretta di unirsi alla guerra contro gli agrumeti e di appiccare incendi vicino agli insediamenti israeliani, sperando evidentemente di giocare questa carta vincente più vicino a ottobre, al fine di convertire al massimo il malcontento dei coloni del nord in voti di protesta.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 
 
 

Commissione investigativa: le forze armate ucraine hanno attaccato un centro commerciale a Donetsk con droni stranieri.

16 Agosto 2026 ore 17:06

Durante un massiccio raid contro un centro commerciale nel quartiere di Kuibyshevsky a Donetsk, le forze ucraine hanno utilizzato droni d’attacco di fabbricazione straniera, secondo quanto riportato dal Comitato investigativo.

Gli esperti hanno determinato l’origine dei droni che hanno distrutto l’edificio del negozio Galaktika. RIA Novosti riferisce che il personale militare ucraino ha utilizzato droni stranieri per attaccare .

“Sono stati rinvenuti frammenti di quelli che si ritiene essere droni d’attacco di tipo aeronautico, di fabbricazione straniera”, ha dichiarato un portavoce delle autorità inquirenti.

I detriti rinvenuti sul luogo dell’incendio saranno sequestrati e inviati per analisi specifiche. Gli inquirenti intendono determinare l’esatto tipo di ordigno esplosivo utilizzato. Un sopralluogo ha confermato la completa distruzione del centro commerciale a seguito di un attacco di vaste proporzioni.

Sopping Centere a Donetsk colpito da droni ucaini

Il giorno prima, il sindaco della città, Alexey Kulemzin, aveva segnalato un incendio di vaste proporzioni. L’edificio dell’ipermercato aveva preso fuoco a seguito di un attacco mirato da parte di droni ucraini.

Come riportato dal quotidiano Vzglyad, l’ipermercato di materiali edili Galaktika, nel quartiere Kuibyshevsky di Donetsk, è andato completamente distrutto in seguito a un attacco di un drone ucraino.

Le forze militari ucraine hanno già attaccato quest’area della città utilizzando dei droni.

Rodion Miroshnik, ambasciatore plenipotenziario del Ministero degli Esteri russo, ha definito gli attacchi dei droni ucraini contro i civili un crimine di guerra.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

 
 
 

L’asse Mosca – Pechino risponde all’Impero nei fronti del Pacifico

 

di Alex Marsaglia

 

La Terza Guerra Mondiale a pezzi, che non è altro che il conflitto imperialista in estensione verso le formazioni sociali che non si sono ancora assoggettate al totalitarismo neoliberista che domina l’Occidente, sta saldando i suoi fronti riscaldandosi anche sul Pacifico. Abbiamo visto nei mesi scorsi la fredda accoglienza riservata al Presidente americano in visita a Pechino, dopo aver promosso una politica di guerra commerciale ed economica sempre più aggressiva. Ma a preoccupare, in Europa come in Asia, è il crescente militarismo degli alleati statunitensi. Il Giappone è spinto al riarmo al punto da mettere in discussione i “Tre principi non nucleari”, sta destabilizzando le relazioni internazionali create nel Pacifico dopo la Seconda Guerra Mondiale e viene chiaramente percepito dall’asse Mosca-Pechino come una minaccia dalla quale tutelarsi saldando sempre di più l’alleanza. Così nel mese di Luglio Russia e Cina hanno accelerato il passo, avviando un’esercitazione navale congiunta in cui le marine dei due Paesi hanno stabilito delle rotte di pattugliamento nella parte occidentale e settentrionale del Pacifico, proprio per arginare le mire imperialiste e colonialiste dei kamikaze locali pronti ad essere scagliati dall’Impero contro i loro confini legittimi.

Il crescendo delle tensioni nelle ultime settimane è però stato notevole, quasi esponenziale. La NATO stessa, sconfinando dai propri ambiti geografici di competenza ha direttamente chiamato in causa la Cina, accusandola di essere “un facilitatore decisivo della guerra in Ucraina”. La Cina, dal canto suo, nella prosecuzione dei piani di innovazione tecnologica dell’apparato militare ha testato un missile balistico a capacità nucleare, come già fatto in precedenza nel 2024 e per questo è stata nemmeno tanto indirettamente attaccata dalle organizzazioni internazionali filo-occidentali per aver “minato la pace nell’area”. La dichiarazione congiunta della Conferenza per il Disarmo dell’11 Agosto (https://geneva.usmission.gov/2026/08/11/joint-statement-on-notifications-of-ballistic-missile-launches/), firmata anche dall’Italia, ha condannato tali test missilistici innescando la risposta piccata della Repubblica Popolare.

Il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto rilevando che la dichiarazione congiunta che invocava il Codice di condotta dell’Aia e alludeva al test missilistico cinese “è stata motivata esclusivamente da ragioni politiche”, mettendo a nudo l’utilizzo strumentale delle organizzazioni internazionali fatto dall’Occidente, aggiungendo che “la Cina esorta i paesi interessati a smettere di abusare dei meccanismi multilaterali di controllo degli armamenti”. Il riferimento al “doppio standard” è poi immancabile, visto che Stati come l’Ucraina non solo sono liberi di armarsi, ma vengono armati dall’Occidente stesso per offendere ben più che per difendersi. E così viene fatto anche sul fronte del Pacifico, dove le esercitazioni con i sudditi dell’Impero si svolgono regolarmente: della primavera scorsa quella congiunta tra Stati Uniti e Giappone e i piani di riarmo proseguono spediti in Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Quest’ultimo lo scorso Maggio ha approvato un piano di spesa di oltre 25 miliardi di dollari, di cui oltre 11 miliardi solo in acquisti di armamenti statunitensi. Mentre la Corea del Sud, dei tre, è il Paese con la maggior spesa militare e sta svolgendo in questi giorni un’esercitazione congiunta con gli Stati Uniti.

Viceversa, se la Cina e la Russia osano promuovere esercitazioni militari congiunte, come hanno fatto in maniera sempre più continuativa negli ultimi anni e svolgono test missilistici, vengono immediatamente riprese da queste cosiddette organizzazioni internazionali che con le loro strutture ramificate monitorano la situazione all’unico fine di mantenere lo status quo occidentale e promuovere gli interessi dell’imperialismo americano nell’area.

La Russia e la Cina alleate nel fronteggiare l’imperialismo espansionista statunitense, stanno poi procedendo in concerto sul fronte del Pacifico, smascherando tutte le manipolazioni del caso. Così nelle stesse ore in cui la Cina rispondeva alla Conferenza per il Disarmo, il Presidente Putin si è recato in visita alla flotta, accogliendo la dettagliata relazione del comandante Viktor Liina che ha stabilito come l’offensiva espansionistica dell’imperialismo sia in pieno dispiegamento a livello globale: “le forze della NATO sono coinvolte nella politica regionale dell’area del Pacifico e la situazione si sta complicando”, inoltre nella zona “si stanno formando nuove alleanze ostili, che sono elementi della NATO, ma sotto una diversa veste”. Insomma, l’imperialismo ha attivato i proxy ed è pronto ad utilizzare i propri sudditi per scagliarli contro l’asse Mosca-Pechino. La prontezza e la piena operatività della flotta russa sul Pacifico, che come ha spiegato il comandante Liina “ha condotto un’analisi dettagliata del traffico marittimo nell’area” è però un’ottima notizia, poiché come ha annunciato il 12 Agosto Putin: “La Russia risponderà in modo speculare ai tentativi dei paesi occidentali di sequestrare navi mercantili russe”, chiarendo che “i tentativi di alcuni stati di limitare la navigazione delle navi russe sono pirateria e rapina”. Questo significa che, in assenza di organizzazioni internazionali in grado di far rispettare i più basilari principi del diritto marittimo, la Russia agirà “in modo speculare” e lo farà laddove farà più male, cioè nel Pacifico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha infatti colpito maggiormente le ex “Tigri asiatiche” fortemente dipendenti dal petrolio e dal gas mediorientale, le quali si trovano ora aggrappate agli approvvigionamenti che giungono proprio dagli Stati Uniti. Come ha ribadito il Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitrij Medvedev, chiosando l’annuncio di Putin: “adottando un approccio simmetrico, la Russia ha il diritto di attaccare qualsiasi nave mercantile di paesi nemici, sia nelle nostre acque che in quelle internazionali”. Lo scontro indiretto tra superpotenze passerà ad un livello successivo, in cui non vi sarà ancora lo scontro diretto tra eserciti, ma giungerà allo scontro diretto tra eserciti e beni, merci ed interessi delle superpotenze che dunque si scambieranno colpi diretti potenzialmente in tutto il globo senza riserva alcuna. Difficilmente la Russia sarebbe stata a guardare a lungo mentre veniva attaccata ormai quotidianamente sul proprio territorio e in tutto il globo e questo annuncio è prodromico alla risposta globale che attuerà. In tutto questo il diritto internazionale resta all’angolo come longa manus degli interessi occidentali, un regolatore impotente. La Repubblica Popolare cinese, da par suo, ha già chiarito i conti in merito al disarmo promosso dalle organizzazioni internazionali, avendo avuto l’esempio storico dell’Unione Sovietica in cui questo ha operato a senso unico.

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna

 

di Francesco Santoianni

 

Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

Francesco Santoianni

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla GreciaPolitico/E&E News, Brussels Signal, EU Alive, Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna 24, Euronews.

 

Israele vuole che ChatGPT diffonda la sua versione dei fatti su Gaza – Politico

 

Secondo quanto riportato da Politico, Israele ha speso decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, cercando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale descrivono il paese.

L'opinione pubblica statunitense nei confronti di Israele si è deteriorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e, più recentemente, a causa della guerra statunitense-israeliana contro l'Iran e dei relativi costi a carico dei contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci ora hanno un'opinione piuttosto o molto sfavorevole di Israele, in aumento rispetto al 53% dello scorso anno e al 42% del 2022. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora meno popolare: il 65% degli intervistati dichiara di avere poca o nessuna fiducia nelle sue politiche.

La campagna da 100.000 dollari per influenzare l'IA

In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto in dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare il modo in cui i modelli linguistici di grandi dimensioni, come ChatGPT, rispondono alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas. L'iniziativa ruota attorno all'Hanover Institute for Public Policy, un sito web che pubblica rapporti anonimi sull'antisemitismo e su questioni geopolitiche.

Il progetto è stato avviato tramite la società di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) statunitense, e il suo subappaltatore, l'agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell'Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).

L'Hanover Institute descrive il proprio lavoro come «documentario, non dichiarativo» e afferma che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti la scorsa settimana che collegano più di una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo basato sui fatti e supportato da fonti» volto a «educare» l'opinione pubblica statunitense su Israele.

Il sito web, prosegue Politico, ospita numerosi articoli senza attribuzione formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l'aggressore nel conflitto israelo-palestinese?», il che, secondo Politico, suggerisce che il materiale fosse stato progettato per essere ripreso e citato dai modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM). Il sito ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegavano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni dai modelli di IA. Il collegamento è stato confermato dal CEO di Res, Hai Tran, in una e-mail.

 

I precedenti e le divisioni politiche negli Stati Uniti

Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente come obiettivo l'influenza sui modelli di linguaggio, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell'Hanover Institute in risposta a domande neutre su Gaza e Israele.

Non è la prima iniziativa di Israele, legata a Havas, volta a influenzare l'opinione pubblica, anche attraverso l'IA. Secondo un'inchiesta del WSJ pubblicata il mese scorso, l'azienda aveva precedentemente ingaggiato l'ex responsabile della campagna elettorale del presidente Donald Trump, Brad Parscale, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filoisraeliani generati dall'IA rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per generare risposte più favorevoli da parte delle piattaforme di IA. Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riferito che Havas Media ha gestito anche una «campagna di influencer» per la quale ha pagato 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.

 

Guerra con l’Iran: sei mesi dopo – La portata sconvolgente della sconfitta americana

16 Agosto 2026 ore 16:16

di Moon of Alabama

28 gennaio 2026: Gli Stati Uniti hanno schierato una forza aerea navale per minacciare l’Iran. Hanno formulato una serie di richieste di vasta portata.

“ Trump minaccia l’Iran con una ‘massiccia armata’ e impone una serie di richieste ( archiviato ) – NY Times

La minaccia di Trump di un secondo attacco diretto all’Iran da parte delle forze statunitensi nell’arco di otto mesi è giunta mentre la portaerei Abraham Lincoln, accompagnata da altre navi da guerra, bombardieri e aerei da combattimento, prendeva posizione nella regione , a portata di tiro del Paese. […]

Trump non ha fornito dettagli sull’accordo che stava richiedendo, limitandosi ad affermare che una “massiccia armata” si stava dirigendo verso l’Iran e che il Paese doveva raggiungere un accordo. Tuttavia, funzionari americani ed europei affermano di aver presentato tre richieste agli iraniani durante i negoziati:

– la cessazione definitiva di tutte le attività di arricchimento dell’uranio e l’eliminazione delle sue attuali scorte,

– restrizioni sulla gittata e sul numero dei loro missili balistici, e

– la fine di ogni sostegno ai gruppi per procura in Medio Oriente, inclusi Hamas, Hezbollah e gli Houthi che operano in Yemen.”

15 agosto 2026: A causa delle contromisure iraniane, la missione della portaerei è in gran parte fallita. Lascia il Medio Oriente.

I problemi di approvvigionamento per la portaerei USS Abraham Lincoln iniziarono poco dopo il primo giorno di guerra, quando missili e droni d’attacco iraniani colpirono una base navale statunitense in Bahrein.

L’attacco iraniano, in rappresaglia per l’assalto israelo-americano a Teheran, ha distrutto gran parte della base. E mentre questa andava in fumo, con essa andò distrutto anche un importante snodo logistico su cui la Marina aveva fatto affidamento per decenni. […]

La perdita di questo hub in Bahrein ha contribuito a una serie di problemi segnalati sulle portaerei impegnate nelle operazioni contro l’Iran, mentre i senatori democratici sono preoccupati per la sorte dei 5.000 marinai della Lincoln e per la loro missione di quasi nove mesi.

La portaerei verrà sostituita da un’altra. Ma gli Stati Uniti ne possiedono solo dieci, e per mantenerne una operativa, ne servono altre due per la manutenzione e l’addestramento. Sei delle dieci portaerei saranno quindi dislocate vicino allo stretto, lasciandone solo una pronta a prendere il controllo del resto del mondo.

A Pechino si festeggia.

Le richieste nei confronti dell’Iran sono venute meno. La principale preoccupazione di Trump ora è la sua sopravvivenza politica.

Mantenere bassi i prezzi della benzina è ora “l’obiettivo numero uno” degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran , ha affermato il vicepresidente JD Vance, mentre Washington ha minacciato di imporre un blocco navale a tempo indeterminato e ha lasciato intendere che intensificherà presto la pressione economica su Teheran.

Questi commenti sembrano segnare l’ultimo cambiamento nella giustificazione pubblica del conflitto, con Vance che colloca le ambizioni nucleari dell’Iran al secondo posto. […]

Il petrolio Brent, il benchmark internazionale, si attesta poco sopra gli 87 dollari al barile, con un aumento del 45% rispetto a gennaio. Il prezzo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti è ora superiore a 4 dollari; prima del conflitto, era inferiore a 3 dollari.

Rimango costantemente sbalordito dalla portata della sconfitta americana.

A lungo termine, ciò indurrà altri paesi a seguire l’esempio dell’Iran.

Fonte: Moon of Alabama

    Traduzione: Luciano Lago

     
     
     
     
     
     

    L’IRAN E L'IMPOTENZA DELL'IMPERO USA (di Pino Arlacchi)

     

    [di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 12 agosto 2026]

     
    C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
     
    Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
     
    Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar. L’Arabia Saudita aveva trovato la valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.
     
    Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-Mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più. Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.
     
    Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata. L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo. Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede.
     
    Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’Oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.
     
    Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.
     
    La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna. Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema. E resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.
     
    Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.
     
    Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi. Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.
     
    Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro. Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.
     
    Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative. La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.
     
    Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

    L'Arabia Saudita lancia una "coalizione marittima" mentre la situazione nello Yemen si aggrava

     

    L'Arabia Saudita ha annunciato il lancio ufficiale di una "coalizione multinazionale di difesa marittima" volta a salvaguardare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, poiché l'escalation delle ostilità con gli Houthi yemeniti minaccia una delle rotte commerciali più importanti al mondo.

    Tredici paesi hanno completato le procedure necessarie per aderire formalmente all'alleanza, mentre quindici hanno firmato la dichiarazione congiunta, ha dichiarato giovedì il Ministero della Difesa saudita. Riyadh ha descritto questo sviluppo come il «vero e proprio avvio» della coalizione e l'inizio della sua attivazione istituzionale e operativa.

    L'Arabia Saudita fornirà il primo comandante, mentre il Pakistan dovrebbe nominare il vicecomandante. L'alleanza dovrebbe coordinare la condivisione di informazioni di intelligence, le esercitazioni congiunte e le operazioni marittime volte a proteggere la navigazione commerciale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.

    L'annuncio giunge in un momento di forte escalation tra le forze sostenute dall'Arabia Saudita nello Yemen e il movimento Houthi, allineato con l'Iran, dopo circa quattro anni di relativa calma.

     

    L'escalation in Yemen

    All'inizio di questo mese, gli Houthi hanno annunciato attacchi coordinati con missili balistici e droni contro campi militari appartenenti al governo yemenita sostenuto dall'Arabia Saudita e riconosciuto a livello internazionale. Il gruppo ha affermato di aver agito dopo aver individuato preparativi per un'offensiva contro il territorio controllato dagli Houthi. Le forze governative hanno ammesso di aver subito perdite, mentre Reuters, citando fonti governative, ha riferito che almeno 30 soldati sono stati uccisi.

    Le tensioni si sono intensificate da luglio, quando una disputa sui voli diretti tra Sana'a, controllata dagli Houthi, e Teheran ha contribuito a far crollare la tregua di lunga data. Dopo che le forze sostenute dall'Arabia Saudita hanno colpito l'aeroporto di Sana'a il 13 luglio per impedire a un aereo iraniano di riportare una delegazione Houthi da Teheran, il gruppo ha accusato Riyadh, ha dichiarato la fine del cessate il fuoco e successivamente ha annunciato un blocco navale dell'Arabia Saudita.

    Da allora gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro infrastrutture marittime e petrolifere legate all'Arabia Saudita, mentre la coalizione guidata da Riyadh ha colpito siti militari degli Houthi nello Yemen.

     

    L'importanza strategica del Mar Rosso

    Lo scontro rappresenta una minaccia particolare per Riyadh perché il Mar Rosso è diventato uno sbocco sempre più importante per il petrolio saudita, alla luce del conflitto tra Stati Uniti e Iran e delle gravi interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha dirottato il greggio lontano da Hormuz attraverso il proprio oleodotto transnazionale verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Da giugno, le operazioni di carico in quella località hanno registrato una media di oltre quattro milioni di barili al giorno, più di quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dello scorso anno, secondo quanto riportato da Reuters, che cita dati di monitoraggio delle petroliere.

    Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi rappresentano oltre i tre quarti delle esportazioni saudite, un'interruzione prolungata del traffico marittimo nel Mar Rosso potrebbe quindi minacciare una rotta alternativa cruciale per le esportazioni.

    L'attivazione della coalizione arriva anche alla luce delle notizie secondo cui Riyadh si starebbe preparando a un potenziale scontro più ampio con gli Houthi. Il Guardian ha riportato all'inizio di questo mese, citando fonti yemenite, che le forze sostenute dall'Arabia Saudita stavano venendo riposizionate in vista di una possibile offensiva via mare e via terra.

    L'Iran cita Dostoevskij per attaccare la politica estera degli Stati Uniti

     

    L'Iran ha invocato il romanziere russo Fëdor Dostoevskij per accusare Washington di basare la propria politica estera nei confronti di Teheran e del Medio Oriente in generale su «menzogne», mentre gli sforzi per porre fine al conflitto, che dura ormai da mesi, rimangono in una fase di stallo.

    Sabato, in un post su X, il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha citato un brano tratto da «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij, affermando che esso «descrive in modo appropriato» la situazione in cui si sono trovati il sistema di governo statunitense e la sua politica estera regionale.

    «L'uomo che mente a se stesso e ascolta la propria menzogna giunge a un punto tale da non riuscire più a distinguere la verità dentro di sé o intorno a sé», ha affermato Baghaei, citando le parole dello scrittore russo.

     

    Le dichiarazioni di Trump e la risposta iraniana

    Le dichiarazioni sono giunte mentre Washington e Teheran continuavano a scambiarsi accuse sul conflitto e mostravano scarsi segnali di un ritorno ai negoziati diretti. Venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l'Iran stava subendo una «pesante sconfitta» e ha descritto la Repubblica Islamica come «un paese molto malvagio». Ha inoltre esortato gli americani ad accettare prezzi più alti della benzina fintanto che il conflitto continua, sostenendo che pagare «un pochino di più per la benzina» valesse la pena per impedire a Teheran di dotarsi di un'arma nucleare.

    Gli aumenti dei prezzi sono avvenuti in un contesto di gravi interruzioni del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, dopo che l'Iran ha limitato l'accesso a questa via navigabile strategica in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani di fine febbraio e Washington ha imposto un blocco navale sui porti iraniani. L'escalation ha inizialmente fatto impennare i prezzi globali del petrolio fino a 120 dollari al barile.

    Trump ha indicato l'impedire all'Iran di acquisire armi nucleari come uno degli obiettivi chiave di Washington nel conflitto. Teheran, tuttavia, sostiene che il proprio programma nucleare sia a fini pacifici.

    L'Iran afferma che non è stata presa alcuna decisione in merito alla ripresa dei colloqui e che le due parti stanno attualmente comunicando solo tramite intermediari. Trump, tuttavia, ha dichiarato che Washington sta «semi-negoziando» con Teheran pur continuando a esercitare pressioni militari ed economiche. La disputa sullo Stretto di Hormuz rimane uno dei principali ostacoli a una soluzione, con Teheran e Washington che avanzano rivendicazioni contrastanti sul controllo di questa via navigabile strategica.

    Sanzioni contro l'Iran: maledizione o benedizione?

     

    di Tariq Marzbaan | Al Mayadeen English

    [Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

     

     

    La logica imperiale del contenimento

     

    “Il modo più efficace per distruggere una flotta è impedire che venga mai costruita.”

     

    Questo detto, spesso attribuito agli ufficiali della marina britannica della Prima guerra mondiale, rivela la logica perenne del colonialismo. Se traduciamo il termine “flotta” in sovranità nazionale – forza economica, militare e tecnologica – l’essenza della strategia imperiale diventa chiara: per soggiogare, occupare e saccheggiare una nazione, bisogna innanzitutto assicurarsi che essa non sviluppi mai la capacità di resistere. A tal fine, le potenze coloniali hanno escogitato metodi palesi e occulti per ostacolarne il progresso. Quando questi metodi falliscono, subentrano le bombe e gli eserciti.

    Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno perfezionato queste pratiche coloniali attraverso una rete di istituzioni multilaterali: le Nazioni Unite, Bretton Woods, la Banca Mondiale, il FMI, il WEF, le ONG, la Corte internazionale di giustizia e persino veicoli culturali come Hollywood. Questi sono diventati i nuovi strumenti di controllo egemonico – promuovendo l’ideologia neoliberista sotto le spoglie dello “sviluppo” e della “riforma”.

     

    Contesto storico – L’Iran e l’ordine finanziario globale

    A seguito della Rivoluzione islamica del 1979 e della successiva crisi degli ostaggi – durante la quale emerse che molti dei diplomatici statunitensi coinvolti avevano stretti legami con i servizi segreti – gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni di ampia portata all’Iran. Queste misure si sono progressivamente inasprite nel corso dei decenni, causando danni ingenti all’economia iraniana e infliggendo sofferenze diffuse alla popolazione.

    Prima del 1979, l'Iran era un partner attivo delle istituzioni finanziarie occidentali. In qualità di membro fondatore della Banca Mondiale e del FMI (dal 1944), l'Iran ha ricevuto tra il 1975 e il 1979, prestiti per un totale di circa 1,2 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali. Per tutto il decennio degli anni '80, i prestiti della Banca Mondiale furono sospesi e il FMI ritirò di fatto le sue attività in Iran. Solo nel 1991, nell'ambito del programma di ricostruzione del presidente Rafsanjani, i prestiti ripresero lentamente e parzialmente.

    È da notare che i legami istituzionali non furono mai interrotti del tutto. I rappresentanti iraniani continuarono a partecipare alle riunioni annuali della Banca Mondiale e del FMI – in particolare nel 1987. Per l’Iran, queste riunioni offrivano scarsi benefici finanziari diretti, ma fungevano da piattaforma diplomatica per sollecitare l’alleviamento delle sanzioni. Per l’Occidente, invece, rappresentavano un canale per coltivare all’interno dell’Iran élite finanziarie filo-occidentali – personaggi che in seguito sarebbero stati definiti “riformisti” e che, implicitamente, portavano avanti l’ideologia neoliberista.

    Queste attività hanno portato al JCPOA nel 2015–2018 e, di conseguenza, alla parziale revoca delle sanzioni, che a sua volta ha portato a una riduzione della produzione di beni nazionali. Dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, l'Iran è stato catapultato in uno stato di agitazione. Negoziatori iraniani come il ministro degli Esteri Javad Zarif e il presidente Hassan Rouhani sono stati umiliati e hanno perso credibilità, anche se era stato Trump a ritirarsi dal JCPOA. I loro critici si sentirono giustificati. Nel febbraio 2025, l'Ayatollah Seyyed Khamenei ha criticato il JCPOA, affermando che la delegazione iraniana si era dimostrata troppo generosa e che gli Stati Uniti non avevano rispettato i propri impegni, ritirandosi infine dall'accordo. Questo ritorno temporaneo alla dipendenza ha di fatto confermato la sua tesi: le sanzioni hanno stimolato l’innovazione, mentre le misure di sostegno hanno favorito la dipendenza.

     

    Fratture sociali – classe, ideologia e ethos rivoluzionario

    Le sanzioni non hanno colpito tutti gli iraniani allo stesso modo, e ciò ha creato una profonda frattura sociale.

    Molti iraniani benestanti – membri della classe alta oligarchica, insieme a segmenti significativi della classe media filo-occidentale – hanno attribuito la responsabilità delle sanzioni al proprio governo. Sostenevano che la retorica anti-occidentale della Repubblica Islamica avesse provocato l’ostilità degli Stati Uniti e impedito l’allentamento delle pressioni economiche. La loro mentalità rimaneva intrappolata nel quadro neoliberista: aspiravano alla privatizzazione, alla deregolamentazione e all’integrazione nei “mercati liberi”, considerando la leadership clericale come l’ostacolo principale alla loro prosperità personale.

    La classe media, in particolare, aveva ereditato questo orientamento filo-occidentale dall’era dello Scià, abbracciando, consciamente o inconsciamente, i valori neoliberisti per puro interesse personale.

    Eppure entrambe le classi erano in gran parte cieche di fronte alla realtà più profonda: l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica non ha mai riguardato semplicemente l’arricchimento nucleare o i diritti umani. Era, e rimane, un’agenda neocoloniale – un’insistenza affinché l’Iran si sottometta alle norme economiche e politiche dettate dagli Stati Uniti. L’Occidente non avrebbe accettato alcun risultato che non fosse uno Stato cliente neoliberista e remissivo.

     

    La bussola rivoluzionaria – la giustizia invece della sottomissione

    Ciò che le classi medio-alte non riuscirono a comprendere fu il concetto fondamentale di giustizia dell’Ayatollah Khomeini: la protezione dei mustazafin (gli oppressi) e la solidarietà con la Palestina. Questo principio, perseguito in seguito con uguale vigore dall’Ayatollah Khamenei, rappresentava un rifiuto totale dell’egemonia occidentale.

    I gruppi politici di sinistra all’interno dell’Iran spesso si concentravano in modo ristretto sulla ridistribuzione economica, trascurando però questa vigilanza anticoloniale. Gli ayatollah Khomeini e Khamenei avevano compreso che qualsiasi leadership che cedesse alle pressioni esterne avrebbe finito, come tanti Stati post-sovietici, per aprire le porte alla predazione neoliberista, consentendo all’oligarchia finanziaria e tecnologica globale di smantellare la sovranità nazionale dall’interno. La leadership iraniana scelse una strada diversa

     

    Il paradosso della pressione – la privazione come catalizzatore

    Le sanzioni hanno indubbiamente provocato un’inflazione disastrosa, una massiccia svalutazione della moneta e una disoccupazione paralizzante (con il 39% dei laureati universitari incapaci di trovare lavoro) e carenze di farmaci essenziali. La vita quotidiana è diventata una lotta incessante.

    Eppure – ed è proprio questo il paradosso – le sanzioni hanno reso l’Iran più forte, più autosufficiente e più resiliente. Hanno costretto lo Stato a innovarsi, hanno rafforzato le capacità interne e, contrariamente alle aspettative occidentali, hanno suscitato un profondo senso di unità nazionale. Come hanno osservato alcuni studiosi, la pressione esterna spesso “genera involontariamente economie di resistenza, rafforzando le potenzialità interne e ispirando l’unità nazionale”.

     

    L’“Economia della resistenza” – Istituzionalizzare l’autosufficienza

    L’Iran ha istituzionalizzato questa risposta attraverso la dottrina dell’”Economia della resistenza” – una strategia formulata per la prima volta dopo la Rivoluzione del 1979. Il suo principio fondamentale consiste nel fare affidamento sulle risorse interne, ridurre la dipendenza dai sistemi esterni e massimizzare le capacità interne. Ciò si è tradotto in una politica di sostituzione delle importazioni, evolutasi in quello che gli analisti definiscono oggi un “sofisticato meccanismo di sopravvivenza” che ha superato tutte le previsioni internazionali.

    I settori che sono fioriti sotto questa dottrina non sono marginali; sono strategicamente vitali:

    • Farmaceutica e Biotecnologia Medica: l'Iran ha raggiunto un'autosufficienza del 97–99% nella produzione farmaceutica. Poiché i radiofarmaci hanno emivite di poche ore o giorni, l'importazione era impossibile – così l'Iran ne padroneggiò la produzione a livello interno. Oggi produce oltre 70 tipi di radiofarmaci, con 56 paesi che fanno domanda per acquistare le sue apparecchiature mediche nucleari. I medicinali iraniani costano da un quinto a un decimo dei prezzi globali.

    • Militari e Difesa: sanzioni e pressioni belliche accelerarono la ricerca e sviluppo della difesa. L'Iran ora produce missili avanzati, UAV (droni) e risorse navali completamente autonome. Le sue capacità di droni hanno attirato l'attenzione globale e la produzione di missili a corto raggio è completamente autosufficiente.
    • Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (“STEM”) & Nanotecnologia: l'Iran si classifica tra i primi 10 a livello globale nella ricerca sulle cellule staminali e primo in Medio Oriente nella nanotecnologia. È al primo posto tra le nazioni islamiche nelle scienze cognitive e tra i principali produttori globali di pubblicazioni scientifiche nei materiali avanzati e nell'IA.

    • Tecnologia spaziale: l'Iran è ora una delle sole nove nazioni al mondo capaci di produrre e lanciare satelliti in modo indipendente – una chiara dimostrazione di sovranità tecnologica.

    • Agricoltura e Sicurezza Alimentare: l'Iran ha raggiunto l'85% di autosufficienza alimentare e circa il 96% nei beni essenziali. La produzione di grano è passata da 4 milioni a 13 milioni di tonnellate; carne di pollame da 165.000 a quasi 3 milioni di tonnellate.

    • Indipendenza energetica: investendo nelle raffinerie nazionali, l'Iran ha eliminato la sua dipendenza dal carburante importato – una vulnerabilità critica che era stata un punto di pressione esterna.

    • Manifattura industriale: petrolchimica, parti automobilistiche e persino l'industria del legno/carta hanno subito localizzazione e ingegneria inversa, con diversi settori che hanno raddoppiato la produzione dagli anni '90.

     

    La forza unificante delle avversità collettive

    Forse il vantaggio più significativo risiede proprio nell’ambito sociale e psicologico. Quando le sanzioni vengono percepite come una punizione collettiva inflitta a un’intera nazione – anziché come misure mirate contro i funzionari – la privazione diventa un’esperienza nazionale condivisa. Lo Stato si riposiziona come protettore contro l’ostilità esterna.

    La ricerca empirica lo conferma. Uno studio che ha analizzato quasi 2 milioni di tweet di oltre 1.000 influencer iraniani durante la campagna di "massima pressione" dell'amministrazione Trump ha rilevato che ampie sanzioni hanno generalmente migliorato il sentimento pubblico verso il governo iraniano – anche tra le figure dell'opposizione moderate. L'effetto "Rally attorno alla Bandiera", osservato durante periodi di sanzioni intensificate (2005–2020), ha mostrato un sentimento nazionalista aumentato e una maggiore solidarietà a sostegno delle istituzioni statali non civili.

    La lotta quotidiana per la sopravvivenza – fare la fila per i beni sovvenzionati, affrontare il crollo delle valute, procurarsi medicinali sul mercato nero – ha, paradossalmente, forgiato un’identità collettiva. Insieme ad altri sviluppi positivi, le pressioni esterne hanno portato a istituzioni statali meglio organizzate e a una struttura di governo che si è dimostrata straordinariamente duratura.

     

    La hybris dell'Egemone e il trionfo della sovranità

    Il costo umano delle sanzioni non può essere ignorato. L’inflazione, la disoccupazione e la carenza di beni hanno distrutto innumerevoli vite. Tuttavia, se valutati alla luce dell’arco storico della sovranità nazionale, i vantaggi qualitativi sono innegabili.

    Le recenti guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati regionali contro l’Iran hanno dimostrato il fallimento definitivo della strategia delle sanzioni. L’Iran non ha ceduto. Ha messo in campo una strategia superiore, una tecnologia autoctona all’avanguardia e una popolazione la cui resilienza era stata forgiata da decenni di privazioni. Ha dimostrato che una nazione che lotta per la propria dignità – armata dei principi di giustizia e di solidarietà anticoloniale – può sopravvivere a una superpotenza intrappolata nella propria hybris.

    Le sanzioni erano un’espressione della patologica presunzione degli Stati Uniti: la convinzione illusoria che il mondo non possa funzionare senza l’approvazione americana. L’Iran ha dimostrato il contrario. È diventato un modello di riferimento per la Maggioranza Globale – nazioni che cercano non solo la sovranità, ma anche la dignità che meritano. La maledizione delle sanzioni, grazie al puro ingegno e alla volontà collettiva iraniani, si è trasformata in una paradossale benedizione: una nazione autosufficiente, tecnologicamente avanzata e ideologicamente salda che nessuna potenza esterna può piegare.

    Il tracollo di Merz. I dati impietosi dell'ultimo sondaggio INSA pubblicato da Bild

     

    Secondo un sondaggio INSA pubblicato da Bild, il blocco di governo tedesco CDU/CSU ha toccato il livello di consenso più basso degli ultimi cinque anni, con un distacco di otto punti rispetto all'opposizione AfD.

    L'indice di gradimento della coalizione di Merz, composta dal blocco cristiano-democratico CDU/CSU e dal Partito Socialdemocratico (SPD), è in costante calo da quando è entrata in carica nel maggio 2025. Il governo è stato oggetto di critiche a causa della persistente stagnazione economica e della mancata realizzazione delle promesse elettorali.

    Il sondaggio, condotto dall'INSA per Bild am Sonntag e pubblicato online da Bild sabato, ha coinvolto 1.203 persone in tutta la Germania tra il 10 e il 14 agosto, con un margine di errore riportato di 3,1 punti percentuali.

    Il consenso per la CDU/CSU è sceso di un punto rispetto alla settimana precedente, attestandosi al 20%, il risultato più basso registrato dall'INSA dall'ottobre 2021. L'AfD è rimasta invariata al 28%, risultando il partito più popolare nel sondaggio. I Verdi hanno ottenuto il 13%, mentre l'SPD si è attestato al 12%, alla pari con Die Linke. L'FDP ha registrato il 5% e l'Alleanza di Sahra Wagenknecht il 3%.

    Insieme, i due partiti di governo hanno ottenuto il 32%, solo quattro punti in più rispetto alla sola AfD. Diverse riforme importanti rimangono irrisolte a seguito delle controversie all'interno della coalizione su tasse, welfare e priorità di spesa.

    I risultati hanno inoltre mostrato che il 16% degli intervistati si è detto soddisfatto dell'operato del cancelliere Friedrich Merz, mentre il 78% ha espresso insoddisfazione. Quattro su cinque hanno disapprovato il lavoro del governo federale.

    «Il sostegno non è mai stato così basso e il dissenso così alto», ha dichiarato a Bild il direttore dell'INSA, Hermann Binkert. Egli ha sostenuto che la tendenza potrebbe non essere più reversibile, poiché la maggior parte dei sostenitori rimasti dei partiti di governo non appoggia più il gabinetto.

    Le proteste e il contesto regionale

    Secondo la polizia della Sassonia, la scorsa settimana circa 10.000 persone hanno manifestato contro il governo a Plauen, chiedendo elezioni anticipate, una riduzione dei costi energetici e cambiamenti nelle politiche sanitarie, migratorie e militari.

    Pur rimanendo invariato rispetto alla settimana precedente, il 28% di consensi dell'AfD rappresenta un aumento sostanziale rispetto al 20,8% ottenuto alle elezioni federali del febbraio 2025. Il partito ha continuato a guadagnare consensi nei sondaggi nazionali nonostante gli sforzi dei partiti tradizionali tedeschi per escluderlo dalle coalizioni di governo.

    Il suo crescente sostegno arriva in vista delle elezioni regionali nella Germania orientale, dove nei sondaggi si attesta intorno al 41% in Sassonia-Anhalt e al 36% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I ricercatori citati da Reuters hanno collegato la forza del partito in quelle regioni ai redditi più bassi, al calo demografico, alla carenza di manodopera e alla percezione di essere politicamente trascurati.

    Impianto metallurgico, raffineria e fabbriche militari: la Russia fornisce dettagli sulla sua nuova offensiva contro Kiev

     

    Le Forze Armate russe hanno colpito ulteriori strutture del complesso militare-industriale a Kiev, una raffineria di petrolio a Kremenchug e un impianto metallurgico a Krivói Rog, secondo quanto riferito domenica dal Ministero della Difesa russo.

    «Questa mattina, le Forze Armate della Federazione Russa hanno sferrato un attacco congiunto con armi di precisione terrestri e aeree, nonché con velivoli senza pilota a lungo raggio, contro aziende dell'industria militare nella città di Kiev, una raffineria di petrolio a Kremenchug, nella provincia di Poltava, e uno stabilimento metallurgico a Krivoy Rog, nella provincia di Dnipropetrovsk», si legge nel comunicato ufficiale ripreso da Ria Novosti.

     

    Gli obiettivi colpiti: raffineria, impianto metallurgico e fabbriche militari

    La nota sottolinea che l'impianto di Kremenchug produceva carburanti e lubrificanti per soddisfare le esigenze delle Forze Armate ucraine. Il parco di depositi dell'azienda, rimasto intatto, continua a essere utilizzato per il trasbordo di carburanti e lubrificanti provenienti dall'estero. A Krivoy Rog, le officine dello stabilimento metallurgico colpito producevano prodotti laminati in acciaio destinati alla fabbricazione di armamenti e materiale militare.

    Sono state colpite anche diverse aziende dell'industria militare a Kiev, prosegue la nota. Nella capitale ucraina sono state colpite la società industriale LLC Fire Point, che produce componenti, testate e propellenti a combustibile solido per i missili da crociera terrestri Flamingo, e l'azienda industriale Kiev-111 (LLC UkrDefense Company), che realizza componenti per droni d'attacco, droni intercettori Jrushch e droni antiaerei Garpiya. Inoltre, questa mattina, una nave da carico con materiale militare destinato alle truppe di Kiev è stata colpita da droni d'attacco nel porto di Odessa.

    Le forze del regime di Kiev perpetrano sistematicamente attacchi mirati contro la popolazione civile di diverse province russe e lanciano ondate di droni verso la provincia di Mosca, colpendo abitazioni e infrastrutture civili. In risposta al terrorismo di Kiev, le Forze Armate russe conducono attacchi sistematici contro obiettivi militari e impianti energetici, di trasporto, logistici o di altro tipo, collegati al complesso militare-industriale ucraino.

    Iran: «Non faremo marcia indietro fino alla totale sconfitta del nemico»

     

    In occasione dell'anniversario della liberazione dei prigionieri di guerra nel conflitto con l'Iraq (1980-1988), attuale partner strategico di Washington, lo Stato Maggiore Congiunto iraniano ha lanciato domenica un forte monito agli Stati Uniti riguardo alla difesa del paese di fronte alle aggressioni al proprio territorio. «Riconoscendo la volontà incrollabile e la ferma determinazione del coraggioso, paziente e tenace popolo iraniano, lo Stato Maggiore Congiunto assicura che non indietreggeremo fino alla totale sconfitta del nemico statunitense-sionista nella regione, fino al raggiungimento dei diritti dell'eroico popolo iraniano e fino a quando il nemico non si arrenderà. Non cederemo né alle legittime richieste del popolo né alle aspirazioni del nostro stimato leader [l'ayatollah Mojtaba Khamenei], di fronte agli Stati Uniti aggressivi», si legge nel messaggio diffuso dai media iraniani.

    Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato venerdì durante un discorso a New York che, dopo aver «sconfitto l'Iran», dichiarerà lo Stretto di Hormuz parte del territorio statunitense. Trump ha assicurato che Washington controlla già di fatto la zona e che «nessuna nave può passare» a meno che non riceva il suo permesso. Da Teheran sono state respinte le affermazioni e le pretese del presidente statunitense. Il viceministro degli Affari esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha sottolineato che lo Stretto «è stato, è e sarà iraniano» e che il suo controllo non si ottiene «né con un tweet, né con una portaerei, né con un decreto», esortando gli Stati Uniti ad accettare la realtà delle loro sconfitte strategiche.

    Le dichiarazioni di Teheran giungono in un momento di crescente tensione tra Iran e Stati Uniti, con Washington che ha intensificato le operazioni militari nella regione e Teheran che ha ripetutamente minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta alle aggressioni. Lo Stretto di Hormuz è una via navigabile strategica attraverso la quale transita circa il 20% del petrolio mondiale, rendendolo un punto cruciale per l'economia globale.

    Svelato il «grande mistero» mondiale del petrolio: come ha fatto la Cina a salvare l'economia globale?

     

    Quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti, Israele e l'Iran, si sono susseguiti avvertimenti sul possibile crollo del mercato petrolifero, cosa che alla fine non si è verificata. Cinque mesi dopo lo scoppio del conflitto, il greggio Brent si mantiene a circa 40 dollari al di sotto del massimo di 126 dollari al barile raggiunto il 30 aprile. La chiave per risolvere questo «grande mistero», così definito da The Atlantic, è stata la Cina, ma i meccanismi messi in atto da Pechino erano rimasti nascosti.

    Ora sono stati resi noti. A poche settimane dallo scoppio del conflitto, la Cina, il maggiore importatore di greggio a livello mondiale, ha dimezzato gli acquisti di petrolio, impedendo proprio l'aumento dei prezzi dei carburanti. Grazie alla decisione del gigante asiatico, altri paesi hanno potuto acquistare il petrolio «liberato», evitando un aumento catastrofico dei prezzi del greggio.

    Pechino ha fatto ricorso alla strategia di ingegneria statale: ha utilizzato il greggio già immagazzinato nei propri depositi, ha vietato o limitato la vendita di carburante ad altre nazioni e ha controllato il consumo da parte delle imprese e della popolazione all'interno del paese, secondo quanto riportato da The Economist. In termini economici, ha liberato le riserve, limitato le esportazioni e gestito la domanda.

     

    Il lato positivo: stabilizzazione del mercato e investimenti

    Il lato positivo è che, se la Cina continuerà a stabilizzare il mercato mondiale dei carburanti, ciò faciliterà la pianificazione degli investimenti in nuova produzione, ha sottolineato The Atlantic. Tuttavia, secondo il giornale, permangono anche aspetti negativi del controllo dei prezzi del petrolio da parte della Cina. Il controllo sulle esportazioni da parte di Pechino ha creato una carenza di gasolio, benzina e cherosene sul mercato. Inoltre, non si sa per quanto tempo la nazione asiatica potrà contenere l'aumento dei prezzi. Tutti questi fattori rendono il mercato petrolifero difficile da prevedere.

    Capire in che modo la Cina abbia salvato l'economia mondiale è semplice. Prima delle ostilità, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano 20 milioni di barili al giorno, che rappresentavano un quinto del volume totale di petrolio mondiale. Quando è scoppiata la crisi, Pechino ha smesso di acquistare cinque milioni di barili al giorno, una quantità enorme (circa un quarto di quanto è andato perso a causa della chiusura della via strategica).

    Le opinioni sulle ragioni di questo modo di agire di Pechino divergono. Alcuni esperti ritengono che la Cina stia cercando di costruire potere morbido salvando l'economia mondiale o guadagnando un vantaggio nella contesa economica con gli Stati Uniti. C'è chi ipotizza che in questo modo dimostri al mondo di poter resistere con successo a una crisi petrolifera. Altri ritengono che la Cina sostenga le economie straniere per proteggere la propria base industriale. La sua economia si basa infatti sull'esportazione massiccia dei prodotti fabbricati sul territorio nazionale. Se i clienti in Europa e in Asia non potessero acquistare i suoi beni, la Cina perderebbe «metà del proprio mercato di esportazione e, con esso, una parte significativa della propria economia», ha concluso il giornalista Max Fisher.

    L'alternativa che l'Europa sta mettendo a punto sull'Ucraina per paura di Trump

     

    Francia, Germania e Regno Unito temono che l'amministrazione del presidente statunitense Donald Trump li escluda dai negoziati sul conflitto ucraino, ha riferito sabato il New York Times (NYT), citando cinque funzionari europei. Secondo il quotidiano statunitense, per questo i tre paesi stanno cercando un "piano alternativo" per assicurarsi un posto al tavolo delle trattative.

    I diplomatici europei stanno lavorando a un formato per i futuri negoziati volto a tutelare gli interessi europei, scrive il quotidiano. Francia e Germania svolgono il ruolo principale nell'elaborazione della posizione europea, mentre il Regno Unito, con il suo nuovo primo ministro Andy Burnham, si mostra più titubante, in parte perché teme di deteriorare i rapporti con il presidente degli Stati Uniti.

     

    Il timore di un accordo bilaterale USA-Russia

    Gli europei sono consapevoli che qualsiasi negoziazione con la Russia sull'Ucraina sarà guidata dagli Stati Uniti, ma vogliono assicurarsi che Washington e Mosca non raggiungano un accordo «alle loro spalle», aggiunge il NYT. La preoccupazione è che Trump possa concludere un'intesa diretta con il presidente russo Vladimir Putin, scavalcando gli alleati europei che hanno sostenuto militarmente e finanziariamente Kiev sin dall'inizio del conflitto.

    Dalla Russia era già stato confermato che Mosca riceve dalle capitali europee «segnali» sulla loro volontà di partecipare ai colloqui per la risoluzione del conflitto, ma non lo ritiene opportuno. «Non lo riteniamo né necessario né opportuno», ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, ribadendo che Mosca considera l'Europa una parte in conflitto piuttosto che un mediatore imparziale.

    Alla fine di febbraio, la Russia ha avvertito che il regime di Kiev e l'Europa non fanno altro che minare la ricerca di soluzioni pacifiche alla crisi ucraina. Mosca ha chiarito ai leader europei che i tentativi di impedire il dialogo non li avvicinano al tavolo dei negoziati.

     

    La posizione russa sulle condizioni per la pace

    Il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito più volte che Mosca è impegnata a negoziare e a trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina. Tuttavia, il presidente spiega che è necessario garantire la sicurezza a lungo termine della Russia, ovvero comprendere ed eliminare le cause profonde del conflitto, tra cui l'espansione della NATO – che Mosca considera una minaccia – e la violazione dei diritti della popolazione di lingua russa in Ucraina. Ad oggi, la Russia non rileva alcuna comprensione di tutte queste questioni da parte dei partner europei dell'Ucraina.

    La proposta russa prevede che Kiev ritiri completamente le proprie truppe dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, nonché dalle province di Zaporizhzhia e Kherson (annesse alla Russia a seguito di referendum popolari nel 2022) e che riconosca tali territori, insieme alla Crimea e a Sebastopoli, come parte della Federazione Russa. Inoltre, devono essere garantite la neutralità, la non allineamento, la denuclearizzazione, la smilitarizzazione e la denazificazione dell'Ucraina.

    Stati Uniti e Turchia aprono il «vaso di Pandora» con l'accordo sulle armi per l'Ucraina – Mosca

     

    Il previsto trasferimento di missili di fabbricazione statunitense e altre armi dalla Turchia all'Ucraina «minerà inevitabilmente la fiducia reciproca» sia con Washington che con Ankara, ha avvertito la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

    All'inizio di questo mese il Dipartimento di Stato americano ha comunicato al Congresso di essere pronto ad autorizzare la riesportazione di armi dalle scorte turche verso l'Ucraina. Secondo quanto riferito, il pacchetto comprende 70 missili balistici tattici M39 ATACMS, 12 sistemi di lancio multiplo M270, oltre 2.500 razzi M26 con testate a grappolo e 47.000 proiettili di artiglieria a grappolo da 203 mm. Il valore totale dei trasferimenti proposti è stimato in circa 280 milioni di dollari. «I tentativi di ricorrere a una retorica pacificatrice mentre contemporaneamente si forniscono armi ai nazisti ucraini minano inevitabilmente la fiducia reciproca», ha affermato Zakharova, sottolineando che i funzionari turchi avevano ripetutamente sostenuto che Ankara stesse evitando di fornire armi «letali» a Kiev.

    Le circostanze relative al trasferimento previsto rimangono «estremamente contraddittorie», secondo la portavoce, la quale ha affermato che non è chiaro chi abbia avviato la riesportazione né come e quando le munizioni raggiungeranno l'Ucraina. Zakharova si è inoltre chiesta perché Washington e Ankara abbiano deciso di aprire un altro «vaso di Pandora», mentre entrambi i paesi rivendicano un ruolo speciale negli sforzi per risolvere il conflitto ucraino.

    «Il problema non sono solo le vittime e le distruzioni che le autorità di Kiev cercano di aumentare, ma anche il grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara», ha affermato.

    Poiché le armi sono state fabbricate negli Stati Uniti, la loro riesportazione dalle scorte turche richiede l'autorizzazione di Washington. Il Dipartimento di Stato ha presentato i documenti pertinenti al Congresso il 6 agosto. In base alla legislazione statunitense, il Congresso ha 15 giorni di calendario per esaminare il trasferimento proposto. Non è richiesto alcun voto di approvazione separato; a meno che entrambe le camere non adottino una risoluzione congiunta che lo blocchi, l'autorizzazione dell'amministrazione entra automaticamente in vigore.

     

    La posizione della Russia sulle forniture occidentali

    Mosca ha ripetutamente condannato le forniture di armi occidentali all'Ucraina, sostenendo che prolungano le ostilità e rendono gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO partecipanti diretti al conflitto. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato il mese scorso che le forniture di armi occidentali, i consiglieri militari e le informazioni di intelligence satellitare fornite a Kiev equivalgono a una «partecipazione diretta» alla guerra contro la Russia.

    I funzionari russi hanno inoltre ripetutamente accusato Kiev di utilizzare armi a lungo raggio fornite dall'Occidente contro obiettivi civili. Mosca ha specificatamente citato un attacco ATACMS del giugno 2024 contro Sebastopoli, in cui, secondo le autorità russe, sono state uccise quattro persone, tra cui due bambini, e più di 150 sono rimaste ferite. Il Cremlino ha affermato all'epoca che la sofisticatezza dei missili di fabbricazione statunitense significava che Washington fosse direttamente coinvolta nella scelta degli obiettivi e nelle operazioni.

    Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha analogamente affermato che gli esperti militari della NATO forniscono a Kiev informazioni di intelligence e aiutano a coordinare attacchi di precisione, compresi quelli che hanno colpito abitazioni, impianti energetici, scuole e ospedali.

    Enigma Kubrick

    16 Agosto 2026 ore 12:37
    Ho appena finito di leggere l'ultimo libro di Federico Povoleri dedicato al Maestro.Il titolo, d'altronde, dice già tutto: "Enigma Kubrick. Cosa raccontano davvero i suoi film?".Stanley Kubrick è stato il giocatore di scacchi, lo stratega, il regista, il genio assoluto della settima arte.Il suo cinema è stato ciclicamente amato e poi odiato da tutte le ...continua a leggere "Enigma Kubrick"

    La raffineria cinese Hengli accusata di finanziare l’Iran con acquisti di petrolio sanzionato

    16 Agosto 2026 ore 12:08

    Investing.com – Il Dipartimento del Tesoro americano ha accusato la divisione di raffinazione del gruppo cinese Hengli di aver acquistato miliardi di dollari di petrolio iraniano, ponendola al centro della campagna di Washington contro le esportazioni petrolifere di Teheran, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

    Hengli ha negato di aver commerciato con l’Iran, affermando di rispettare le normative nei mercati in cui opera e che i propri fornitori hanno fornito analoghe garanzie.

    Analisti del settore dell’Industria, broker dello shipping e funzionari statunitensi identificano Hengli come uno dei principali attori nella rete cinese di raffinerie indipendenti cosiddette “teapot” (piccole raffinerie), che acquistano greggio sanzionato a prezzi scontati.

    La Cina ha acquistato più di 30 miliardi di dollari di petrolio iraniano lo scorso anno, assorbendo quasi tutte le esportazioni petrolifere di Teheran, secondo un rapporto di marzo della Commissione per la revisione economica e della sicurezza USA-Cina.

    Le raffinerie indipendenti possono acquistare greggio iraniano con sconti fino al 25%, aumentando i propri margini. A differenza delle grandi compagnie energetiche statali cinesi, molte raffinerie “teapot” hanno un’esposizione limitata al sistema finanziario statunitense e sono meno vulnerabili alle sanzioni basate sul dollaro.

    La raffineria di Hengli sull’isola di Changxing è tra le cinque più grandi della Cina e genera circa 30 miliardi di dollari di fatturato annuo. Il conglomerato nel suo complesso opera nei settori della petrolchimica, del tessile e della cantieristica navale.

    Il Tesoro americano ha sanzionato la divisione di raffinazione di Hengli ad aprile, senza tuttavia colpire le altre attività del gruppo.

    I dati sulle spedizioni esaminati dal Journal indicano che petroliere sanzionate hanno consegnato più di cinque milioni di barili di greggio iraniano a Hengli a partire dal 2023.

    Una nave, la Seeker 8, ha smesso di trasmettere la propria posizione nei pressi del porto di Hengli per tre giorni a gennaio. Quando il segnale è ripreso, un brusco cambiamento nel pescaggio della nave ha suggerito agli analisti che avesse scaricato un ingente carico.

    Il Ministero del Commercio cinese ha ordinato a maggio alle aziende di non conformarsi alla lista nera statunitense di Hengli e di alcune altre raffinerie.

    Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti e dichiara di voler proteggere la sicurezza energetica della Cina. Le esportazioni di petrolio dell’Iran sono successivamente diminuite a causa del blocco navale statunitense, anche se la durata e l’efficacia di tali restrizioni rimangono incerte.

    Traduzione:Luciano Lago

    Resistenza e letteratura: libri e autori per capire e trasformare la società

    16 Agosto 2026 ore 08:01

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    Ci sono libri che raccontano una resistenza e libri che, in qualche modo, finiscono per diventare essi stessi una forma di resistenza. Conservano una memoria che qualcuno vorrebbe cancellare. Raccontano una storia rimasta ai margini. Mettono in discussione il potere, danno voce a chi ne è stato privato, permettono a un’esperienza individuale di diventare patrimonio collettivo. Il rapporto tra resistenza e letteratura attraversa epoche, paesi e generi differenti. In Italia, parlare di letteratura della Resistenza significa innanzitutto confrontarsi con l’antifascismo, la guerra partigiana e gli anni che vanno dalla caduta del fascismo alla Liberazione. È una storia raccontata da alcuni

    L'articolo Resistenza e letteratura: libri e autori per capire e trasformare la società sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

    Gli alleati del Golfo mettono in discussione il ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza mentre la guerra contro l’Iran si protrae: Washington

    16 Agosto 2026 ore 08:50
    Gli Stati del Golfo sono sempre più frustrati nei confronti di Washington per la prolungata guerra contro l'Iran, il che spinge alcuni alleati degli Stati Uniti a mettere in discussione le garanzie di sicurezza americane e a cercare partenariati di difesa più diversificati.
    (Nella foto: aeroporto internazionale del Qatar colpito).

    La frustrazione nei confronti di Washington sta crescendo in tutta la regione del Golfo, poiché diversi governi alleati degli Stati Uniti sono sempre più preoccupati per la gestione della guerra contro l’Iran da parte del presidente Donald Trump e per la sua incapacità di raggiungere una soluzione diplomatica, secondo quanto riportato dal Washington Post , che cita funzionari arabi e occidentali.

    Funzionari hanno dichiarato al giornale che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein sono diventati sempre più insoddisfatti di Washington dopo mesi di conflitto, ripetute minacce statunitensi contro Teheran e tentativi falliti di raggiungere un accordo .

    Alcuni governi stanno addirittura iniziando a rivalutare l’utilità di ospitare importanti installazioni militari statunitensi , sebbene gli analisti citati dal giornale affermino che una rottura fondamentale con Washington rimanga improbabile nel breve termine.

    “Trump ha iniziato questa guerra”, ha detto un funzionario del Golfo, “e noi ne stiamo pagando il prezzo”.

    La rabbia nei confronti di Washington raggiunge il livello più alto.

    Il funzionario ha affermato che la rabbia regionale nei confronti di Washington ha raggiunto il livello più alto da quando gli Stati Uniti e “Israele” hanno lanciato la loro guerra contro l’Iran a febbraio.

    Nonostante queste tensioni, i governi del Golfo rimangono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti per armi, intelligence e supporto militare. Il Qatar e il Bahrein  ospitano importanti basi americane, mentre Washington resta un partner fondamentale per la sicurezza di diverse monarchie della regione.

    Tuttavia, i governi stanno esplorando sempre più alternative e cercando di ampliare le proprie relazioni in materia di difesa.

    Un accordo di difesa reciproca firmato la scorsa settimana da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è stato descritto da un alto funzionario europeo come “un segnale agli Stati Uniti”.

    I tre Paesi “stanno cercando di diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza e difesa”, ha affermato il funzionario. “A loro avviso, gli Stati Uniti non sono sufficienti”.

    Porto di Dubai bombardato

    La Casa Bianca ha respinto le insinuazioni secondo cui le relazioni con i partner del Golfo si starebbero deteriorando.

    Un funzionario della Casa Bianca ha affermato che Trump “ha rapporti straordinari con tutti i nostri partner del Golfo”.

    “Gli Stati Uniti sono in contatto regolare con tutti i nostri alleati regionali sin da prima dell’Operazione Epic Fury”, ha affermato il funzionario. “L’Iran è più isolato che mai a causa delle sue azioni terroristiche.”

    La fiducia in Washington cala

    Secondo analisti e funzionari citati dal Washington Post , la frustrazione a livello regionale era preesistente agli ultimi intoppi diplomatici.

    “Fin dall’inizio c’è stata frustrazione”, ha affermato Firas Maksad, direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa presso l’Eurasia Group.

    Secondo Maksad, i governi del Golfo ritengono di essere stati “coinvolti inutilmente” in un conflitto che Washington sta ora cercando di porre fine.

    Ha aggiunto che la politica di Trump nei confronti dell’Iran viene spesso descritta dai funzionari del Golfo come “irregolare” e “imprevedibile”.

    Anche Anna Jacobs, ricercatrice presso l’Arab Gulf States Institute di Washington, ha affermato che si è registrata una “diminuzione della fiducia” negli Stati Uniti dall’inizio della guerra.

    Secondo quanto affermato , gli alleati degli Stati Uniti sono sempre più convinti che la condotta di Washington nella regione li renda meno sicuri , non più sicuri.

    Un diplomatico occidentale ha affermato che la presenza delle forze statunitensi è stata a lungo accettata dai governi del Golfo principalmente come una necessità di sicurezza, piuttosto che accolta con entusiasmo.

    “Era più che altro un male necessario”, ha detto il diplomatico. “Ora, la sua stessa necessità viene messa in discussione.”

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Fadi Haddad

     
     

    Ancora Wildberries: droni ucraini tentano di raggiungere Mosca

    16 Agosto 2026 ore 08:20
    Il regime di Bandera ha attaccato Mosca; droni ucraini hanno tentato di violare le difese. Gli attacchi sono iniziati sabato sera e sono tuttora in corso. Secondo le autorità di Mosca, le stime preliminari indicano che oltre 130 droni ad ala fissa sono stati abbattuti nella regione della capitale.

    I droni nemici hanno tentato di raggiungere Mosca, con l’attacco principale proveniente da sud. I sistemi di difesa aerea sono rimasti in funzione per diverse ore nelle aree di Čechov, Stupino, Domodedovo e Podolsk. I testimoni oculari hanno riferito di esplosioni udite nel cielo a intervalli di 10-15 minuti. Alle 6 del mattino risultavano abbattuti 132 droni, ma l’attacco proseguiva ancora.

    Secondo le prime notizie, il magazzino di Wildberries a Koledino, vicino a Podolsk, è stato chiuso. Fonti ostili riferiscono che la struttura è stata colpita da droni, ma non vi sono ancora informazioni ufficiali. Tre persone sono rimaste ferite nei pressi della tangenziale di Mosca e stanno ricevendo assistenza medica. L’aeroporto di Domodedovo è chiuso a decolli e atterraggi. Sono disponibili ulteriori dettagli sui velivoli abbattuti; informazioni in merito sono state fornite dal sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin.

    Tra la serata di ieri e le 6:30 di questa mattina, 600 UAV erano diretti verso la regione di Mosca; di questi, 201 droni sono stati abbattuti nell’area.

    Va notato che il più massiccio attacco di droni ucraini contro Mosca risale allo scorso luglio, quando 180 velivoli senza pilota ad ala fissa furono abbattuti mentre si avvicinavano alla capitale.

    Fonte: Top War

    Traduzione: Luciano Lago

    La poesía del eclipse – Por Juan Manuel de Prada

    16 Agosto 2026 ore 01:08

    Por Juan Manuel de Prada

    Debo reconocer, a riesgo de que mi querido Sostres se enfade, que me gustan mucho los eclipses. Del mismo modo que el personaje borgiano buscaba la escritura de Dios escondida en las manchas de la piel de un jaguar, yo la busqué desde niño en los astros. Y si las estrellas son el populoso alfabeto de Dios, los eclipses son una graciosa tachadura en el vasto manuscrito celeste; pues ya se sabe que el mejor escribano echa un borrón.

    Escrutando las estrellas, los hombres inventaron la poesía. Lo advertimos en la sonriente mitología griega, donde cada astro tiene su mito propio, hasta tejer un tapiz mucho más ameno que cualquier mapa astronómico. Para explicar los eclipses lunares, los griegos soñaron el idilio de la púdica Selene y el apuesto Endimión; y para explicar los eclipses solares, soñaron a una celosa Afrodita que, por evitar el himeneo de Helios y Selene, pidió a su padre Zeus que los mantuviera por siempre separados, de tal modo que cuando uno se despertase la otra se recogiera, y viceversa; pero Zeus, compadecido de los desdichados amantes, les permite de vez en cuando verse de frente durante unos segundos, y fundirse en un beso apasionado que deja al mundo a dos velas.

    En la antigua China, cuando se producía un eclipse, pensaban que el sol estaba siendo devorado por un dragón, que le lanzaba feroces dentelladas. Así que se ponían a disparar pólvora y batir tambores, para espantar con el concierto horrísono al dragón, que acababa huyendo despavorido. Allá por el siglo XVI, los astutos jesuitas utilizaron la predicción de eclipses para ganarse a los emperadores chinos. Así lo hizo, por ejemplo, el astrónomo jesuita Mateo Ricci, a quien pintan disfrazado de sabio mandarín, con túnica de seda, chapines de punta remangada y un moño alto y apretado en la coronilla, atravesado con agujas de jade. No debieron de hacerlo nada mal, pues el último príncipe de la dinastía Ming se bautizó con el nombre de Constantino. Con un poco más de tiempo que les hubiesen concedido, aquellos aguerridos jesuitas zahoríes de eclipses habrían hecho de Mao Tse-Tung un ferviente discípulo de San Ignacio.

    Allá donde la poesía no ha muerto, los eclipses han provocado pasmo y maravilla, estremecimiento y zozobra. Pero, desde la irrupción del calendario zaragozano hasta la matraca cientificista de los telediarios, la aureola poética de los eclipses se ha ido desvaneciendo, porque pasaron a ser puntuales, con una puntualidad suiza que para sí quisiera la Renfe (bueno, ahora la Renfe se conforma con no descarrillar). Es verdad que la civilización tecnológica cretiniza a los hombres y los torna gregarios, querido Sostres; pero también es cierto que alzando la mirada al cielo la poesía desciende sobre nosotros, como un maná divino; y, viendo el eclipse, podemos entretenernos emulando las greguerías de Ramón: «Por amor a la luna, el sol se suicidó, arrojándose a un pozo; pero mira, Sostres, mira: todavía le asoma por el brocal su flequillo de fuego».

    El crédito de los reyes – Por Juan Manuel de Prada

    16 Agosto 2026 ore 00:53

    Por Juan Manuel de Prada

    En un pasaje especialmente clarividente de su célebre ‘Discurso sobre la situación general de Europa’, Donoso Cortés proponía una sutil y demoledora analogía entre la degradación de las concepciones religiosas y la degradación paralela de las formas de gobierno. Advertía Donoso que, así como en la monarquía tradicional el Rey es la imagen política de un Dios providente –aquél que mantiene una relación personal con sus criaturas y las asiste en la tribulación–, en la monarquía constitucional el monarca se transmuta, inevitablemente, en una imagen política del dios falso del deísmo. A este dios de los filósofos ilustrados no se le niega formalmente la existencia, pero se le prohíbe de forma taxativa intervenir en la vida de sus criaturas. Se le puede invocar de manera vacua y retórica en los preámbulos solemnes, pero vive confinado en su cielo remoto, sin posibilidad alguna de actuar providencialmente en caso de que su pueblo le necesite.

    Esta degradación divina se traduce, en la prosaica realidad del Régimen del 78, en una preocupante degradación de la figura del jefe del Estado, convertido en una suerte de «dontancredo» que debe obedecer las consignas del gobierno de turno, actuar según sus directrices y hablar por boca de ganso. Al doctor Sánchez le molestaba sobremanera llevarlo a Cataluña cuando andaba dorando la píldora a los indepes, y lo dejó en palacio; ahora le molestaba que viajase a Ceuta, para no irritar a Mujamé (quien, al parecer, ya ejerce sobre Ceuta una suerte de protectorado); y también para que no vuelva a brillar ‘urbi et orbi’ el contraste entre un varón gallardo y un galgo de Paiporta. Al dejar al Jefe del Estado aparcado en el desván de la Zarzuela, el doctor Sánchez y sus mariachis mutilan el lazo afectivo y simbólico que une a la Corona con su pueblo. Un rey al que se le prohíbe pisar la tierra de sus súbditos más expuestos es como un dios deísta: una abstracción inútil en el momento de la tribulación.

    José María Pemán defendía desde las páginas de ABC la crucial «posición arbitral» de la Monarquía, afirmando que es la única forma de gobierno capaz de «repatriar hacia ese centro popular y justiciero que es, de verdad, la Nación, a esas especies de exiliados interiores que son tachados de revolucionarios e izquierdistas porque piensan en necesarias transformaciones; y a los tachados de derechistas e inquisitoriales porque piensan en los imperativos biológicos del orden y la tradición». Pero para que tal cosa sucediese, proseguía Pemán, la Monarquía no podía conformarse con tener unas simples «funciones suntuarias, representativas y ceremoniales»; pues entonces, lejos de «repatriar hacia ese centro popular y justiciero que es la Nación» a los «exiliados interiores», los expulsaría a los márgenes, los volvería más revolucionarios o inquisitoriales, generando a la vez desapego hacia la Monarquía. He aquí la sórdida estrategia del doctor Sánchez, que necesita remover el «contenido moral» de la Monarquía para consumar sus planes. Por ello impide al Jefe del Estado consolar al pueblo ceutí, que acaba de sufrir una invasión bárbara, mientras le encomienda actuar como altavoz de los «logros» del Gobierno o de la ideología global sistémica. Así, a la vez que se culmina la transmutación de la Jefatura del Estado en un mero órgano administrativo, al estilo del Defensor del Pueblo o el Consejo de Estado, el humillado Jefe del Estado se torna a los ojos de los españoles en una suerte de felpudo pisoteado.

    En este contexto de calculada humillación adquiere su pleno significado la reciente y maliciosa campaña del ministrillo tuitero, quien no ha dudado en calificar de «ignominia» que el Jefe de Estado osase saludar en Colombia a un currinche que, al parecer, ha osado tocar los perendengues ministeriales. Convendría recordar que, en una reciente visita a la Asamblea de las Naciones Unidas, nuestro Jefe de Estado (con el beneplácito del Gobierno) se fotografió y estrechó la mano chorreante de sangre del rebanacuellos que actúa en Siria como capataz al servicio del anglosionismo, después de evacuar un discursito donde exaltaba «el compromiso español con los derechos sexuales y reproductivos». Resulta, en verdad, grotesco que se considere plenamente institucional que nuestro Jefe del Estado estreche la mano de un yihadista implicado en las más tenebrosas masacres, pero se califique de «ignominia» saludar a un currinche que le cae gordo a un ministrillo cualquiera.

    En su gloriosa ‘Política de Dios y gobierno de Cristo’, Francisco de Quevedo dejó escrito el diagnóstico exacto de lo que ocurre cuando un monarca acepta que los cortesanos le «guarden el sueño», para ahorrarle disgustos y quehaceres ímprobos: «El ministro que guarda el sueño a su rey, le entierra, no le sirve; le infama, no le descansa; guárdale el sueño, y piérdele la conciencia y la honra». Que es, exactamente, lo que le ha ocurrido a la Monarquía durante el Régimen del 78, que bajo el pretexto de proteger al Jefe de Estado de la polémica política, le está arrebatando la conciencia y la honra, hasta obligarlo a un dontancredismo que, en determinadas circunstancias, adquiere penosas similitudes con la sumisión y brinda una imagen calamitosa propia del dios falso del deísmo.

    También Quevedo alertaba del peligro de parálisis que acecha al monarca que, ante el abuso flagrante, no hace otra cosa sino entregarse a la inacción melancólica: «Rey cuya bondad no se extiende a más de entristecerse, no es rey: es vil esclavo de la malicia de sus vasallos, […] pues se aflige de consentir maldades que sabe que lo son». Un monarca que se limita a «indignarse» en un comunicado, mientras es despojado de sus prerrogativas por filibusteros, acaba perdiendo la reverencia del pueblo, que es su más preciado tesoro. El Régimen del 78 ya ha despojado en gran medida a la monarquía de sus bienes espirituales, de su potestad moral para encarnar la justicia natural, obligando al Jefe del Estado a firmar leyes gravemente inicuas. Si ahora también se abstiene de acudir allí donde el deber nacional lo reclama, aceptando resignadamente el papel de dontancredo, acabará pisoteado por aquellos mismos que hoy le recortan y modelan a su gusto la agenda. Un dios ausente termina por ser un dios olvidado; y un pueblo que deja de ver a su rey actuar providencialmente en la tribulación deja, inevitablemente, de amarlo.

    Concluimos este artículo citando nuevamente a Quevedo: «El crédito de los reyes está en la justificación de los que le sirven; y la perdición, en el sustentamiento de los que le desacreditan y disfaman. A llevar adelante los errores, a disimular con los malos, ayuda el demonio; y hace castigarlos y reducirlos Dios. Muy cobarde es quien no se fía de esta ayuda, y muy desesperado quien prosigue con la otra».

    Odissea, Odissee

    15 Agosto 2026 ore 22:00

    di Chiara Meistro e Franco Pezzini

    (Il pezzo che segue costituisce un’ideale appendice al corso sull’Odissea della Libera Università dell’Immaginario chiuso l’anno scorso dai due autori. Che hanno età diverse e dunque non sempre le stesse idee: di questa dialettica è sintesi il testo.)

    Come di recente per grandi produzioni di impatto sull’immaginario popolare, anche The Odyssey di Christopher Nolan – da lui sceneggiata, diretta e coprodotta, quindi nelle attribuzioni non si sbaglia – è accompagnata da uno tsunami di articoli, interventi, post, video su social, pontificazioni varie, in parte di pressione commerciale e in parte spontanei del pubblico. Un paese dove tutti sono commissari tecnici della Nazionale non poteva mancare di trovare tutti esperti di Omero, di mito greco e di mondo miceneo: dove non è in questione la possibilità di formulare osservazioni, ma la prosopopea con cui sono offerte a favore o contro il film. Particolarmente fastidiosi i benaltristi, leoni da tastiera che i social svelano con una certa frequenza come maschietti alfa quaranta/cinquantenni: loro hanno capito contro tutti, e di qui compiaciuti sfoggi retorici (che svelano magari buone letture ma di tutt’altro genere, inserite a forza per coup de théâtre). Va detto che per tanti Omero è noto solo in grazia di scelte antologiche avvicinate a scuola, una calamità sul piano della comprensione perché queste sono condotte con passo umorale o – talvolta – ideologico dai curatori: sull’Iliade le scelte conducono a grotteschi fraintendimenti, ma anche con l’Odissea si perdono pezzi importanti. Non resta che cercar di riflettere in termini più sobri, senza necessarie contrapposizioni, su pregi e limiti riscontrati.
    Partiamo dalla considerazione che di Odissee ce ne sono infinite: sia perché i mille canti cuciti a un certo punto nell’opera più bella del mondo vedevano soluzioni diverse di cui qualche eco sopravvive persino nel testo (tracce per esempio di qualche antico poema in cui Odisseo raccontava il suo viaggio a Penelope) e in fondo “Omero” è un nome convenzionale collettivo, sia perché ogni storia di forte impatto popolare è sentita come propria da ciascuno dei riceventi. L’Odissea mia è diversa dalla tua, dalla sua… eccetera, perché vi associamo le nostre vicende personali, lo sciame di emozioni, di sentimenti, di vita legati a quella storia esemplare. Ovvio, salterà su il critico isterico – l’episodio è vissuto – a dire che no, un’opera ha il suo senso autentico: ma non è questo che si nega, solo il fatto che la recezione di un mito (nel senso genuino, non “tecnicizzato”) sia anche esistenziale, esperienziale. Come critici cercheremo di interpretare al meglio sulla base di categorie più o meno affinate, come lettori/ascoltatori/spettatori possiamo fare riferimento ad altre più nostre. Di qui anche la libertà di un regista, di un riscrittore – e in definitiva di Nolan, perché questa Odissea è sua, più che di Omero.
    Venendo a bomba: il film è spettacolare, ha senso vederlo anche a fronte del fenomeno sociale che ha innescato persino prima dell’uscita. Non è banale, le scelte sono frutto di un progetto meditato. Le libertà su singoli casi possono starci. Il problema non sta nel fatto che vi troviamo black people – tra questi Elena (Lupita Nyong’o, che interpreta anche Clitemnestra) – considerato che nell’Odissea si offre ampio spazio all’Africa (dagli Etiopi/facciabruciata frequentatori degli dei all’Euribate araldo nero di Odisseo, che ci andava molto d’accordo, a – potenzialmente – alcune tappe del viaggio) o che sia di pelle scura anche Atena (c’era in fondo l’Atena libica del lago Tritonide, senza neppure bisogno di scomodare l’affascinante e discussa Black Athena di Martin Bernal). O che i Lestrigoni – sostanzialmente orchi antropofaghi, come denuncia il nome del loro vecchio re Lamo, maschile di Lamia – appaiano qui un mix medievaleggiante da videogioco tra il Trono di spade e Robocop; o persino nella scelta che Polifemo/il mimo Bill Irwin (da etimo, “di cui si parla molto” o “che parla molto”) sia un freak taciturno, ispirato probabilmente a Le cyclope di Odilon Redon (1914) e mixato alla creatura dell’americanissimo The Cyclops di Bert I. Gordon (1957). Così come il fatto che il disturbante episodio con Circe (Samantha Morton) le strappi totalmente quel connotato seduttivo vantato dal personaggio omerico; per non parlare degli Olimpi, ridotti – al meglio – ad allucinazioni o altrimenti resettati (una scelta forse prudente, va detto, a fronte di possibili tagli pop: Scontro di titani e “Liberate il Kraken!” sarebbero stati dietro l’angolo). Sono scelte libere, a volte suggestive e a volte meno efficaci, del regista che se ne assume la responsabilità creativa: e sul tema si può continuare ad libitum. Tanto più che il linguaggio mitico è plastico per sua natura.
    Si può anche capire che gli episodi risultino a volte tirati un po’ via velocemente, in un film già lungo tre ore: ovvio che l’indimenticata e indimenticabile Odissea di Franco Rossi (“dal Poema di Omero”), 1968, a oggi la versione più straordinaria e fedele anche a dispetto di alcune libertà, grazie al format a puntate concedesse alla storia più tempo – 370 minuti, 45 circa per ogni puntata. Come si può comprendere che su un progetto tanto costoso Nolan fosse anche un po’ ostaggio di logiche distributive, buttando nella mischia attori hollywoodiani (Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson…) che inevitabilmente ci lasciano lo straniante retrogusto di commedie frizzantine o scipiti film di supereroi: Franco Rossi, con la sua Odissea in stile-Pavese – il nesso con le scabre traduzioni di Rosa Calzecchi Onesti era strettissimo, per cui apprezzarla ancora non è minestrina da vecchi, ma riconoscimento di una ben precisa solidità culturale – aveva preferito scegliere attori balcanici ignoti al cinema italiano ed estranei al peplum, proponendo volti “antichi” e credibili ancor oggi. Probabile che, nella spregiudicata realtà di mercato delle produzioni odierne americane, Nolan avesse bisogno di volti noti da vendere: di qui alcune scelte che possono risultarci un po’ forzate. Matt Damon è un eccellente attore, ma la sua espressione monotona stride con l’intelligenza e l’astuzia, la malinconia e la dolcezza che brillavano via via negli occhi di Bekim Fehmiu, l’Ulisse dello sceneggiato tv: però questo è voluto dalla sceneggiatura, che ora uniforma la varietà di espressioni possibili a una abbastanza unitaria da traumatizzato di guerra. Ha ragione chi enfatizza l’americanità (anche nell’accento) di questi Achei che hanno perso la propria identità, non capiscono più cos’è il paese che, guidato da un tiranno in caduta libera tra truffe MAGA e riti sessuali Epstein, bufale, balle, AI e droni, si dimentica la loro esistenza come soggetti.
    Accantoniamo poi serenamente le pretese – avallate pare dai commenti sciocchi di qualche interprete, come la clamorosa idiozia che Omero non desse abbastanza attenzione alle donne – che tale Odissea costituisca una lettura al femminile (per un ben più lucido approccio alla questione, cfr. questo filone di letture). Non lo è e le singole battute concesse a Penelope (Anne Hathaway) sul fatto che il trono non fosse vuoto perché lo reggeva lei, o a Circe sugli appetiti dei maschietti che lì approdano, non bastano a renderlo tale: si tratta di contentini che rientrano in una logica di ammodernamento del testo per un pubblico internazionale. A cui si fa passare persino la frase didattica di Ulisse sul fatto che la loro è la crisi dell’età del bronzo (termine moderno, ma tant’è). Però, di nuovo, questi non sono veri problemi.
    Non lo sono neppure, a modesto giudizio di chi scrive, i connotati cinematografici, gli effetti speciali, l’uso del green screen, tutto in fondo ben funzionante; e neppure le citazioni verso altro cinema, come il surreale, onirico e suggestivo cavallo piantato nel bagnasciuga che richiama la testa della Statua della Libertà sulla spiaggia di Il pianeta delle scimmie. Non parleremmo neppure di superficialità nella sceneggiatura: è ovviamente un film popolare, che mira a comunicare al pubblico più ampio possibile.
    Venendo ai costumi: sull’onda di infinite polemiche già sul trailer si è diffusa nel web la curiosa opinione che i guerrieri del 1200 a.C. fossero tutti armati come mostrano singoli dipinti o la famosa panoplia di Dendra (peraltro precedente) – che in realtà potevano concedersi ben pochi principi achei. Alcuni tipi di elmi, armi e corazze appartenevano essenzialmente a sovrani o guerrieri di fama più che alla truppa e certo di norma non si remava, come vediamo comicamente fare, con una pesante corazza addosso. Per cui è vero, armi e paludamenti del film possono convincere fino a un certo punto e sono più tardi (ma quello di Agamennone/Benny Safdie costituisce più un simbolo stenografico che un costume) però, di nuovo, il problema non sta lì.
    È invece carina la provocazione – non omerica e che impegna poche battute, ma intriga – sui Popoli del mare, temuti e attesi quanto i Tartari di Buzzati, che alla fine Ulisse comprende siano loro stessi, gli Achei/Ahhiyawa degli Ittiti/Ekwesh degli Egizi. E no, non è vero che il concetto di “Popoli del mare” sia stato demolito dall’attuale storiografia – solo più cauta nelle identificazioni etniche, nulla di romantico come nell’intravedere negli elmi cornuti dei bassorilievi egizi presunti lignaggi germanici e magari scandinavi. Vero che i mari fotografati da Nolan richiamano talora più quelli del nord che il colore del vino mediterraneo, ma le connotazioni geografiche dell’Odissea restano fiabesche e una cartina è impossibile.
    Ancora: non dimentichiamoci che “tagli” diversi dell’Odissea sono stati già offerti senza scandali su schermo in più occasioni, sulla base peraltro di una lunghissima storia iconografica che ha visto i personaggi adattarsi a ideali, gusti e costumi di epoche diverse (come ampiamente documentato dalla bella mostra Ulisse. L’arte e il mito, tenutasi nel 2020 ai Musei San Domenico di Forlì). Al cinema sono apparsi nel linguaggio del peplum, con il famoso e libero Ulisse di Camerini con Kirk Douglas, 1955, di grande successo al tempo e che oggi risulta ovviamente molto datato. Dell’Odissea di Franco Rossi si è accennato, una produzione ancora credibile per molti motivi – tra cui appunto l’attenzione antropologica di un progetto maturato nelle stanze della Einaudi. Di grande originalità e poesia ma scarsamente noto è poi Nostos – Il ritorno di Franco Piavoli, 1989; del 1997 è invece The Odyssey di Andrej Končalovskij (prodotta da Francis Ford Coppola), miniserie televisiva relativamente fedele – che i due scriventi valutano diversamente –, con un buon cast e già una Calipso di colore, Vanessa Williams. Decisamente convincente è poi il recente, duro Itaca – Il ritorno di Uberto Pasolini, 2024; insomma, non si può dire che il tema sia vergine di sviluppi filmici e anche per questo si comprende la necessità di offrire un taglio “originale”. Quando però Nolan sostiene che Omero era interessato alla realtà storica quanto possa esserlo Star Trek, questo è insostenibile: per Omero – o almeno una parte del pull sotto questo nome – c’era l’idea di una conservazione della memoria importante, come nel famoso elmo di Merione poi trovato dagli archeologi, nei carri da guerra di cui non si conosceva più l’uso (ma che vengono conservati agli eroi, in funzione di taxi) e persino in info un po’ misteriose come sui misteriosi Cetei (Ittiti?) guidati dal figlio dell’anatolico Telefo (Telipinu?). E non avevano Wikipedia sotto mano… Insomma, una plausibilità storica non era negli obiettivi primari dell’aedo, ma lo scarto tra passato narrato e narrazione è ovvio, qualunque sia l’opera, tutto sta nel giustificare sensatamente le scelte di ricostruzione.
    Però OK, tutto questo è comprensibile, tutto accettabile con l’incontestabile libertà del demiurgo Nolan di gestire la storia. E si possono anche apprezzare, da un regista che non fa cinema militante, alcune timide concessioni come la sottesa associazione Troia/Gaza e l’attenzione ai black people. Noi le troviamo lievemente paracule ma, considerando l’America di Trump & dello scandalizzato Elon Musk (che promette sfracelli in AI a contrasto delle letture woke), in quel contesto simili scelte non risultano neppure troppo scontate. Il tutto senza dimenticare però alcune importanti obiezioni di Eileen Jones circa l’uso spregiudicato di una certa area del Sahara Occidentale, con sostanziale avallo del genocidio culturale contro il popolo saharawi – e rinviamo al testo su Jacobin.
    Però… Però, a chi l’Odissea la frequenti da sempre, la studi e vi trovi un proprio libro della vita – cioè lo trova davvero, non simula echeggiando sui social la postura da Ecce bombo:

    Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni in là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”

    (si perdoni la malizia) – ecco, può restare un’insoddisfazione di fondo. Qualcosa che va oltre le scelte e le singole libertà nello script, e non si esaurisce neppure in un “Era meglio prima”, cioè l’edizione 1968 o una delle altre, per motivi romantico-memoriali di nostalgia canaglia. Sine ira et studio cerchiamo di capire perché.
    L’Odissea come la leggiamo è un’opera-mondo dalle infinite dimensioni, implicazioni, innervature, linee di forza: vi sono cucite dentro tutte le storie che “Omero” riusciva a conservarvi, le parole importanti (miti, come lì sono definite) e i valori di un’intera cultura. Una cultura antica, brutale, che certo è sviante pensare di leggere con l’occhio odierno ai diritti umani. Il che non impedisce che parli ancora: con il tipo di provocazione dei classici, che offrono macchine per pensare a distanza di migliaia d’anni. Il professore di lettere che anni fa pontificava polemicamente come il profugus dell’Eneide non fosse il profugo nell’accezione odierna diceva una banalità e insieme si perdeva una provocazione autentica che possiamo ricevere da Virgilio per il nostro mondo: e così via.
    Ora, Nolan sceglie di ridurre la vastità incredibile di spunti dell’Odissea a una sola chiave, per quanto importante e resa in modo un po’ didascalico: la crisi per cui la distruzione di Troia è la distruzione di un mondo. Sul piano della libertà creativa, può farlo; su quello filologico scricchiola un po’, ma alla fine può starci; sul piano degli spunti di riflessione, ne offre uno interessante e va bene. Anche nel testo omerico l’impresa di Troia è vista sotto una luce pessima e si sottolinea di continuo il suo sapore fallimentare perché gli Achei nella vittoria non sono stati giusti; inoltre, la narrazione omerica si articola sul parapetto di una crisi epocale definita in Grecia come ritorno degli Eraclidi o calata dei Dori (probabilmente un mix di spostamenti tribali e sobbalzi sociali nell’ambito di una devastante crisi climatica, che travolse la civiltà micenea in sincrono con le devastazioni dei Popoli del mare sulle coste mediterranee e il crollo parallelo del regno ittita per una serie di fattori interni ed esterni). Quindi di nuovo: può starci. Il fatto è che nella storia omerica ci sarebbe anche tanto altro d’importante, che qui resta in sordina o viene sforbiciato o decisamente negato.
    Così un Telemaco un po’ stinto (Tom Holland) non riesce a ricordarci che l’Odissea è anche un’immensa avventura di formazione: Paul Faure ha mostrato la dimensione d’iniziazione tribale dietro le singole prove, il legame del testo con tutta una cultura egea che continuerà a farvi riferimento nell’educazione. Ancora: il tema del ritorno rende l’Odissea il più perfetto e ampio dei Nostoi, un vero e proprio archetipo irriducibile al mero voglio/non voglio tornare – e che comunque deve confrontarsi col dato culturale che la predazione in itinere non fosse affatto considerata biasimevole. Il contrasto tra culture dell’ospitalità e pratiche contrarie alla legge divina è reso paradossale da Nolan fino a rendere tutti violatori dell’ospitalità, ma non così è avvertito da Omero (e in fondo il cavallo era pretesamente offerto dagli Achei a tutela del proprio ritorno, sono i Troiani a impadronirsene: quindi, che c’azzecca?). Il tema del capo Odisseo che si (pre)occupa davvero dei suoi – non come i nostri governanti – è definito nel testo in modo molto più credibile che qui, e diventa un topos importante della riflessione sulla responsabilità pubblica in una terra civile… Più tanto altro, in particolare sul narrare, che ora meriterà un ragionamento a parte. Nolan sacrifica tutta questa messe di temi a quello della colpa di Ulisse e degli Achei, che innesca una grande crisi (e la crisi d’identità dei soldati americani): scelta forte, anche interessante, che però impoverisce il quadro. E, purtroppo, anche la figura di Ulisse.
    A chiarimento per qualche lettore dell’ultim’ora, non è male ricordare che il pur simpatico Odisseo di Omero non è affatto un eroe senza macchia: sbaglia, commette colpe, strafà. E in questione non è solo il fatto che appartenga al suo tempo, brutalità annesse. Una tradizione che di lui sottolinea gli aspetti sinistri (da proto-Eymerich, si passi l’accostamento) è già greca – l’epica troiana minore, i tragici – e poi latina: un machiavellico portatore della ragion di stato, un uomo pronto a vendicarsi ferocemente (per esempio di Palamede, che l’aveva incastrato a partire per Troia) e fondamentalmente un trickster. Non a caso i mitografi lo inseriscono nell’albero genealogico dei predatori astuti – l’arciladro Autolico, Sisifo capace di ingannare la morte… – ma a partire da un archetipo folklorico egeo del Piccolo Furbo, una specie di Pollicino che frega i giganti. Per inciso, nel suo giro figura quel Sinone – da σίνω, “quello che danneggia” – che nel mito è figura inquietante e losca, non il bravo ragazzo di Nolan (Elliot Page) che contribuisce a sottolineare la meschinità di Antinoo… Ecco, con tali caratteristiche, che sedimentano nello stesso termine polytropos – di solito reso “ingegnoso”, “versatile” eccetera – Odisseo/Ulisse è stato dipinto per secoli. Invece Nolan si fa forte della traduzione di Emily Wilson – polytropos come meramente “complicato”, “Tell me about a complicated man” – dove, lasciando anche perdere l’appello all’autorità (una voce contro intere generazioni di traduttori), il termine complicato in sé può però recare implicazioni molto varie, anche diverse dal banalmente cervellotico, e non necessariamente negative. Leggendo l’Odissea come una storia di formazione e modello pangreco di educazione, polytropos era un richiamo a saper usare la testa, a guardarsi attorno e usare l’ingegno. Invece, brandendo l’interpretazione più depotenziata e svilita, d’incanto ecco relativizzato l’eroe astuto per piazzare in scena un brav’uomo, grande arciere, leader meno che mediocre, alienato quanto basta e penosamente confuso. Più Filottete che Odisseo… Ora, il tentativo di porre in sordina quelle caratteristiche di intelligenza e astuzia che in realtà emergono dal mito sa di revisionismo sterile – e forse non è un caso se Wilson, chiamata in causa, ha stroncato il film con parole impietose (e anche un po’ acide e ingiuste, forse per il timore di vedersi addossate le scelte artistiche di Nolan a danno del proprio profilo accademico).
    Insomma, è un fatto che in Nolan troviamo un Ulisse totalmente passivo che non ci colpisce per ampiezza di sguardo (emblematica la sua imbarazzante goffaggine nell’episodio di Polifemo): oltretutto, in quanto reduce devastato dall’archeo-Vietnam, non si può pretendere che nei suoi occhi emerga qualcosa di troppo complesso, no? Potrebbe essere un personaggio de Il cacciatore di Cimino e non cambierebbe molto: potrebbe essere un qualunque altro reduce da Troia. Notare come il protagonista così perda parecchio è appena inevitabile, anche se la scelta del pur bravo Damon può odorare di miscasting se pensiamo a Omero, mentre ben funziona in questo ritratto di polytropos depotenziato. Però è tutto qui, Ulisse? L’uomo che certo nel poema spesso piange, ma poi esorta se stesso (di continuo, i lettori “a stralci” non lo notano) a resistere, a tener duro: l’uomo che si sforza di trovare soluzioni pratiche ai mille ostacoli emersi, con la disinvoltura di una morale piuttosto diversa da quella che pratichiamo o sosteniamo di praticare. Il grande diplomatico che sa graduare le parole a seconda dell’interlocutore, l’uomo d’azione che riesce a trovare sempre o quasi una soluzione… la persona perbene che mostra la saggezza – guardando il problema da più direzioni, polytropos – di rifiutare l’immortalità di Calipso per l’azzardo di tornare a un’Itaca che sarà cambiata, a una moglie che sarà invecchiata. Quello è un nodo portante, filosofico, etico che Omero teneva a trasmetterci: lo togliamo e ci perdiamo tanto.
    Se Odisseo fosse solo il personaggio di Nolan, come giustificheremmo il fascino che il re di Itaca esercita non solo sui lettori da secoli ma sugli interlocutori che incontra nel poema – dalle donne al re dei Feaci (già, Nolan l’ha tolto), ad Atena che mostra verso di lui una complicità da compagna di banco (già, qui è solo un’allucinazione corrucciata)? Come scrive giustamente Marilù Oliva in una recensione molto equilibrata: “Assente quasi del tutto quella che in molti chiamano astuzia di Ulisse, ma io preferisco definire la sua saggezza, la sua lucente intelligenza, la sua capacità retorica di uscire dai guai, il suo talento nell’anticipare, prevedere e colpire”. Per cui nessun processo a Nolan o al film, ma questo aspetto a chi ami il personaggio del mito non appare convincente e delude. Il che non cambia cogliendo una provocazione interessante emersa proprio dai social: Ulisse è così poco vitale perché è morto, forse già a Troia o tra le braccia di Penelope e di lì rivede in chiave trasfigurata tutto quanto, con un ultimo viaggio solo ipotetico, da sogno d’agonia, verso l’occidente dell’Aldilà.
    Poi, come accennato, c’è anche un secondo macroproblema, avvertibile soprattutto dalle categorie di lettori use alla scrittura. L’Odissea (di Omero) è articolata in due archi principali: la narrazione e la riconquista di Itaca. Nel film il secondo tema è ampiamente sviluppato, il primo è reso volutamente a frantumi. Eliminati i Feaci, la narrazione arriva a brandelli di confidenze, di confessioni, di rivelazioni di un reduce affetto da sindrome post-traumatica a una Calipso/Charlize Theron (“quella del nascondimento”, come in fondo le verità sepolte che da levatrice fa emergere nel suo prigioniero/paziente) che gli somministra il loto – eliminati pure i Lotofagi – per permettergli lentamente di riprendersi dalle fratture. Fratturato l’uomo, fratturata la narrazione. Ma a quel punto tutta la riflessione che si apre in Omero sul narrare e il suo senso, i suoi problemi, i suoi paradossi, ipoteticamente quale lascito professionale d’una vita da aedo e comunque lezione esemplare sulla scrittura all’Occidente (perché la narrazione ai Feaci è anche questo), qui va in pezzi… e di nuovo è un peccato. Perché quel narrare prelude i nostri: ce lo perdiamo e ci troviamo senza basi.
    Di sfuggita un terzo spunto, che colpisce. Nel poema alcuni passi presentano una tenerezza particolare: la figura delicata di Nausicaa che s’innamora tanto profondamente dello straniero da far sospettare a qualche critico che in precedenti versioni si sviluppasse effettivamente una loro liaison (e far addirittura immaginare a qualcuno che si tratti di un ritratto idealizzato dell’autrice dell’Odissea); il rapporto di affettuosa, simpatica, umanissima complicità con Atena, che apre indimenticabili siparietti nel poema; il passaggio struggente negli Inferi dove Odisseo scopre che la madre è morta e tenta invano di abbracciarla, sostituito qui da una sequenza da film di zombie; l’incontro tra padre e figlio e poi con Penelope – delusa che lui non si sia confidato – con la sensibilità e i batticuori descritti da Omero. Questi passi vengono mutilati o defalcati. Inoltre, la già ricordata scomparsa dei Feaci – il cui intervento amichevole sarebbe stato tra l’altro assolutamente funzionale a delineare altri aspetti del disturbo post-traumatico di cui soffre l’Ulisse nolaniano – rende il meccanismo del ritorno totalmente assurdo e quasi miracolistico per un film che elimina gli dei (creando così anche altrove buchi nella narrazione e soluzioni deboli o forzate); Atena, come detto, è derubricata in chiave allucinatoria (e comunque è sempre grave e corrucciata, essendo una proiezione – stessa attrice, Zendaya – di Cassandra ammazzata nel tempio); l’incontro con Telemaco è banalizzato (con l’inserimento dell’episodio d’azione ridicolo e apocrifo nel tempio di Pilo) e quello con Penelope decurtato della storia del loro letto, un mistero comune con cui era lei a testare lo sposo. E che no, non può essere sostituito dal tema della spilla. Ora, d’accordo la sobrietà e il non insistere troppo sulle commozioni, ma – come ha detto qualcuno – “non tutte le lacrime sono un male”…
    Se il film fa aumentare la vendita di copie del poema (oggi, alla sede Feltrinelli dove siamo passati, il bancone novità presentava quasi solo Grecia antica) o contribuisce a sostenere con più fondi i dipartimenti di studi classici, non si può che esserne contenti. Anche se le possibilità dell’acquisto per moda come soprammobile o la lettura “selettiva” – tipica delle opere ispiratrici di film, dove il lettore si convince in buona fede che vi si trovino descritte le libertà delle sceneggiature (a notare il fenomeno è stato un lettore d’eccezione come Stephen King)  – non offrono troppe rassicurazioni. Lo scetticismo severo di un grande archeologo come Carandini è almeno comprensibile.
    Insomma, alcune belle occasioni perdute, alcuni spunti fondamentali sciupati rendono questa versione non l’Odissea per definizione per gli spettatori, ma una lettura certo interessante e ricca di spunti attuali, filmicamente sontuosa, di cui oggi si parla persino troppo e la cui recezione futura resta tutta da valutare. Sicuramente, con le sue scelte legittime, anche affascinanti ma discutibili, per un certo numero di noi potrà non essere la versione del cuore. Ma Omero resta: per favore, leggiamolo sul serio.

    I giovani USA sempre più attratti dal socialismo. Vance preoccupato

    Il Partito Repubblicano USA deve affrontare le pressioni economiche che gravano sulle spalle dei cittadini statunitensi, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha dichiarato il vicepresidente J.D. Vance.

    Vance ha rilasciato queste dichiarazioni in un'intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell'istruzione, l'accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.

    "La nostra risposta non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo", ha affermato Vance.

    Ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che creeranno posti di lavoro per la classe media. Ha anche citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell'amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

    "Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è: se non riusciamo a fare la cosa giusta, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi", ha concluso Vance.

    Ha aggiunto che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: "Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone".

    Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla Marquette University Law School ha mostrato che l'inflazione e il costo della vita sono la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37% degli intervistati.

    Le pressioni economiche sono state aggravate dall'aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran e dai dazi di Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l'acquisto di un immobile. Il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari a giugno, secondo i dati citati da Forbes.

    La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani statunitensi. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39% degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54% che nutriva un'opinione favorevole al capitalismo e all'81% che prediligeva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.

    Questa divisione è diventata più evidente anche nella politica elettorale, con candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è affermato grazie a un programma incentrato sul costo della vita.

    In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche adottate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l'aumento del costo della vita.

    Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia economica. Il sondaggio Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull'economia del 30% e sull'inflazione e il costo della vita del 22%, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.

    "Non cambierà il corso dell'operazione speciale": la Russia sulla possibile fornitura di armi all'Ucraina da parte della Turchia

    La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato il potenziale trasferimento in Ucraina di armi statunitensi attualmente custodite negli arsenali turchi.

    La scorsa settimana, il Dipartimento di Stato USA ha notificato al Congresso una proposta per il trasferimento di armamenti statunitensi al regime di Kiev (poiché le armi provengono dagli Stati Uniti, Ankara necessita dell'autorizzazione di Washington). Il pacchetto includerebbe 70 missili M39 ATACMS, 12 lanciatori MLRS M270, 2.524 razzi M26 e 47.000 proiettili di artiglieria da 203 mm.

    In risposta, Zakharova ha accusato le autorità statunitensi e turche, che, ha sottolineato, "pretendono di svolgere un ruolo speciale" nella risoluzione pacifica del conflitto, di "aprire un altro vaso di Pandora per prolungare l'agonia" del regime di Kiev, "causando ulteriori perdite di vite umane".

    La portavoce ha affermato che le spedizioni di armi in Ucraina "non cambieranno significativamente il corso dell'operazione militare speciale", pur riconoscendo che "i danni multiformi derivanti da tali spedizioni sono inevitabili".

    "Non si tratta solo delle vittime e delle distruzioni che le autorità di Kiev cercano di esagerare, ma anche del grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara", ha dichiarato, indicando che la contraddizione tra le loro dichiarazioni pacifiste e le azioni bellicose "mina inevitabilmente la fiducia reciproca".

    Infine, ha riferito che il Ministero degli Esteri russo ha richiesto "chiarimenti" a entrambe le parti in merito alle potenziali spedizioni di armi al regime di Kiev. "Non è troppo tardi per valutare la situazione con buon senso", ha concluso.

    La lettera di Putin a Kim Jong-un per il Giorno della Liberazione

    Il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con il leader nordcoreano Kim Jong-un in occasione del Giorno della Liberazione, la festa nazionale del Paese, in una lettera pubblicata dal Cremlino.

    Nel suo messaggio, Putin ha sottolineato che questa celebrazione simboleggia il coraggio e la resilienza dei patrioti coreani e dei soldati dell'Armata Rossa che hanno combattuto insieme per la liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese.

    "Fu proprio durante quel periodo difficile che si consolidarono le solide tradizioni di fratellanza militare e mutua assistenza, che divennero la base per lo sviluppo dei legami di amicizia e buon vicinato tra la Federazione Russa e la RPDC", ha scritto il leader russo.

    Putin ha sottolineato che le relazioni tra Mosca e Pyongyang hanno ormai raggiunto un livello senza precedenti di partenariato strategico globale. "I nostri Stati cooperano attivamente in tutti i settori e coordinano gli sforzi per garantire la sicurezza e la stabilità regionale", ha affermato.

    Il presidente ha espresso la sua fiducia nel fatto che entrambi i paesi continueranno a collaborare in modo costruttivo sulle questioni attualmente all'ordine del giorno a livello bilaterale e internazionale. "Per il bene dei popoli russo e coreano, nell'interesse di costruire un ordine mondiale più giusto e veramente democratico", ha affermato Putin.

    Il presidente russo ha concluso il suo messaggio augurando a Kim Jong-un buona salute e successo, e a tutti i cittadini della RPDC felicità e prosperità.

    Venerdì, il ministro della Difesa russo Andrei Belousov aveva sottolineato il ruolo dei soldati nordcoreani che hanno combattuto fianco a fianco con le truppe russe per liberare la regione di Kursk dalle forze del regime di Kiev, durante il suo intervento a un ricevimento per commemorare l'81° anniversario della liberazione della Corea dall'occupazione giapponese.

    Iran, IRGC: "Abbiamo messo in ginocchio l'esercito meglio armato del mondo"

    Il comandante in capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), Ahmad Vahidi, ha rivolto un messaggio ai combattenti iraniani, ringraziandoli per gli sforzi compiuti per respingere l'aggressione statunitense sul loro territorio.

    "Abbiamo messo in ginocchio l'esercito meglio armato del mondo grazie a operazioni offensive e difensive di successo, anche sotto l'intenso fuoco nemico", ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso dai media locali.

    "Lo splendore e la grandezza dimostrati in questi sei mesi di sforzi senza precedenti contro i nemici più sanguinari dell'umanità hanno abbagliato il mondo e riacceso nei cuori degli oppressi la speranza della vittoria finale sui loro oppressori", ha aggiunto, elogiando le capacità delle forze iraniane di fronte agli attacchi statunitensi.

    Israele respinge l’accordo in 15 punti su Gaza e insiste sulla guerra, sul genocidio e sull’apocalisse economica.

    15 Agosto 2026 ore 17:16

    di Kevin Barrett 

    Nessuno ha mai accusato il presidente Donald Trump di essere anti-israeliano. Trump ha sostenuto l’estremismo israeliano molto più di qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti. Nel 2017 ha trasferito l’ambasciata statunitense a Gerusalemme Est, una grave violazione della politica statunitense, del consenso internazionale e del diritto internazionale. Ha esercitato forti pressioni sui paesi della regione affinché stabilissero relazioni “normali” con Israele, responsabile di genocidio, contro la volontà di oltre il 95% della loro popolazione. E ha condotto una guerra implacabile contro l’Iran per conto di Israele, ponendo le basi per l’attuale conto alla rovescia verso la catastrofe economica globale.

    Ma tutto ciò non basta al primo ministro israeliano Netanyahu, che si considera il capo di Trump. Il 9 agosto, Netanyahu ha respinto con arroganza il piano di pace in 15 punti di Trump per Gaza, sfidando apertamente Trump stesso e il Consiglio per la Pace presieduto da Trump.

    Dal “cessate il fuoco” mediato da Trump il 10 ottobre 2025, Israele ha ucciso 1.258 persone a Gaza. Trump è rimasto in silenzio. Ma ora la posta in gioco è più alta. Per porre fine alla sua disastrosa guerra contro l’Iran, Trump deve rispettare la prima clausola del Memorandum d’intesa che ha firmato, la quale impone la “cessazione definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti” da parte di entrambe le parti e dei loro alleati .

    In altre parole, Israele deve cessare di sparare contro i palestinesi e il popolo libanese, altrimenti l’Iran continuerà a strozzare le catene di approvvigionamento globali attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandab. Se gli americani vogliono fermare l’emorragia, devono costringere Israele a ritirarsi da Gaza e dal Libano meridionale e a smettere di attaccare i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

    Per evitare un Armageddon economico, Trump deve costringere Israele a ritirarsi da Gaza secondo il suo piano in 15 punti. Tale piano è strutturato in fasi, con il ritiro israeliano e il disarmo di Hamas che avvengono simultaneamente e in parallelo. Hamas rinuncerà al suo equipaggiamento pesante e alle armi durante il ritiro di Israele, ma non è tenuta a rinunciare alle armi leggere di cui ha bisogno per garantire che la sua popolazione non venga sterminata dai terroristi dell’ISIS al soldo di Israele .

    Hamas ha accettato l’accordo di pace di Trump pur dovendo rinunciare alla sua unica arma di pressione, gli ostaggi israeliani. Ma Israele si rifiuta di attuare l’accordo. Continua a commettere un genocidio, massacrando deliberatamente centinaia di donne e bambini, distruggendo infrastrutture e impedendo l’ingresso degli aiuti umanitari.

    Prima del 9 agosto, Israele aveva finto di accettare l’accordo di Trump, borbottando imprecazioni sottovoce. Ma ora lo rifiuta apertamente. Israele sta dicendo a Trump e all’economia mondiale di andare a quel paese. Il generale di brigata in pensione Giora Eiland, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano, spiega : “Israele non ha alcun interesse nella ricostruzione di Gaza, è meglio per noi che venga distrutta per le generazioni a venire”.

    Il documento “Board of Peace Roadmap” di Trump afferma: “Israele completerà pienamente, senza indugio, tutti gli impegni rimanenti”. La formulazione originale del documento, tuttora in vigore, prevedeva il “ritiro completo” di Israele da Gaza, ma la scorsa settimana, sotto la pressione di Netanyahu, è stata modificata in un semplice “ritiro” .

    Ma piccoli cambiamenti nella formulazione non altereranno la realtà di fondo. Israele deve ritirarsi da Gaza e smettere di uccidere palestinesi e libanesi, altrimenti l’Iran strangolerà l’economia mondiale, massimizzando i danni per gli Stati Uniti e i loro alleati.

    Viste le poste in gioco, la disponibilità di Netanyahu a mostrare il dito medio al presidente degli Stati Uniti è bizzarra. Israele è un piccolo Paese. È immensamente vulnerabile alle pressioni economiche, diplomatiche e militari americane. I contribuenti americani lo hanno tenuto a galla sin dalla sua nascita nel 1948. È universalmente disprezzato in Medio Oriente e odiato da maggioranze sempre più numerose in tutto il resto del mondo.

    Il paradiso di Netanyahu per pedofili e stupratori di cani non durerebbe cinque giorni senza il sostegno dei contribuenti americani. Eppure è pronto a distruggere l’economia mondiale, e con essa l’amministrazione Trump, pur di continuare a commettere genocidi e a condurre guerre di aggressione.

    Trump dovrebbe uscire dalla guerra con l’Iran in modo indolore e senza conseguenze negative, scaricando il peso della guerra su Israele. L’Iran desidera un nuovo ordine regionale che impedisca ulteriori aggressioni nei suoi confronti. Trump potrebbe raggiungere questo obiettivo, evitando l’umiliazione di un completo ritiro degli Stati Uniti dalla regione, facendo sì che Israele, e non gli Stati Uniti, sia il perdente della guerra iniziata da Israele. Come? Semplice. Basterebbe schierare tutta la potenza economica, diplomatica e (se necessario) militare americana a sostegno di un draconiano ultimatum a Tel Aviv: “Ritiratevi entro le prossime due settimane fino ai confini pre-1967, dichiarateli confini permanenti e rinnegate il progetto del Grande Israele, altrimenti affronterete la completa annientamento”. Un arresto degli agenti israeliani che attualmente infestano i media e i settori finanziari americani, autorizzato da un decreto presidenziale che dichiari l’occupazione israeliana degli Stati Uniti un’emergenza nazionale, renderebbe il messaggio inequivocabile.

    Riuscirà Trump a costringere Netanyahu a seguire la linea del partito? O il primo ministro israeliano dimostrerà di essere il vero capo degli Stati Uniti?


    Fonte: https://www.unz.com/kbarrett/israel-rejects-15-point-gaza-deal-insists-on-war-genocide-and-economic-armageddon/

    Traduzione: Luciano Lago

    Incendi ed esplosioni scoppiano nelle fabbriche che producono armi per l’Ucraina.

    15 Agosto 2026 ore 16:52

    Un riepilogo dei fatti:

    3 maggio 2024

    Uno degli stabilimenti appartenenti al grande gruppo metallurgico e della difesa Diehl, vicino a Berlino, è stato devastato dalle fiamme. BFMTV )

    Diehl è uno dei fornitori strategici di armi dell’Ucraina:

    • Contratto da 2,2 miliardi di euro per la fornitura di 18 IRIS-T
    • memorandum d’intesa per la triplicazione delle consegne di componenti antiaerei
    • Progetto di collaborazione con l’azienda ucraina Fire Point per la produzione in Germania del missile da crociera Flamingo.
    • Sviluppo di missili adattati per i caccia F-16 ucraini 

    26 giugno 2024

    A seguito di un’indagine, le autorità tedesche affermano che l’incendio alla fabbrica Diehl è stato doloso e parte di una campagna di sabotaggio orchestrata dalla Russia. ( Ouest-France ) 

    11 luglio 2024

    Citando cinque funzionari americani e occidentali non specificati, la CNN riferisce che Washington avrebbe informato Berlino di un complotto russo per assassinare il presidente di Rheinmetall, la principale azienda produttrice di armi in Germania. ( Le Figaro )

    Tuttavia, dall’invasione russa, Rheinmetall ha fornito all’Ucraina ingenti quantità di:

    • Carri armati principali Leopard 1 e Leopard 2
    • veicoli da combattimento per la fanteria
    • mezzi di trasporto truppe Marder
    • centinaia di migliaia di proiettili e pezzi di artiglieria di grosso calibro (155 mm).
    • sistemi di difesa antiaerea e relative munizioni.

    Inoltre, Rheinmetall ha

    • Abbiamo istituito joint venture con enti pubblici ucraini per riparare sul posto i veicoli blindati danneggiati in combattimento.
    • ha sviluppato progetti di stabilimenti in Ucraina per la produzione di munizioni e attrezzature militari avanzate.

    30 gennaio 2026

    Una violenta esplosione ha distrutto una fabbrica di munizioni vicino a Murcia (nel sud-est della Spagna).20 minuti )

    Tuttavia, la fabbrica appartiene a Rheinmetall Expal Munitions, una filiale spagnola del gruppo tedesco Rheinmetall (vedi sopra).

    Le cause esatte dell’esplosione rimangono sconosciute, ma la produzione di munizioni è stata interrotta per un anno.

    10 gennaio 2026

    Un incendio ha causato danni ingenti al sito di Thales a Brest, che ospita attività legate ai sistemi sottomarini e ai sonar.

    Ufficialmente, si dice che l’incendio sia stato accidentale. ( Qui ) 

    Tuttavia, il gruppo francese Thales ha fornito all’Ucraina:

    • sistemi di difesa terra-aria e radar GM200 e ControlMaster per contrastare droni e missili
    • un piccolo numero di fucili d’assalto ACAR (prodotti dalla sua filiale in Australia)

    Inoltre, Thales ha creato una joint venture in Ucraina con l’azienda di difesa ucraina UkrOboronProm per rafforzare la manutenzione nel paese.

    10 agosto 2026

    Un incendio, seguito da esplosioni, ha devastato una fabbrica di armi vicino a Tryavna, in Bulgaria.Reporter )

    Tuttavia, questa fabbrica, appartenente alla società bulgara EMCO, produceva armi e munizioni, tra cui proiettili di mortaio, che forniva all’Ucraina dal 2014.

    13 agosto 2026

    Una violenta esplosione ha ridotto in cenere uno stabilimento della KNDS Ammo Italy, situato a 40 km da Roma (vedi video), nonostante fosse chiuso per festività.La Voix du Nord )

    Questo stabilimento, filiale italiana del gruppo franco-tedesco KNDS, produce munizioni di medio/grande calibro per sistemi di difesa terrestre e navale, nonché propellenti solidi per lanciatori.

    La KNDS partecipa alla costruzione del carro armato Leopard e del sistema di artiglieria “Cesare”, impiegati in Ucraina.

    Si sospetta che la causa sia dolosa.

    Conclusione

    Mentre i principali media diffondono disinformazione su una presunta “interferenza russa” contro Philippe, Attal e Glucksmann, tacciono su ciò che assomiglia fortemente a un’operazione di sabotaggio concertata, una vera e propria operazione di sabotaggio, proveniente dalla Russia.

    Questo silenzio è comprensibile: è terribile dover riconoscere che i guerrafondai dell’Unione Europea, che affermano di voler schiacciare la Russia, sono dei pagliacci incapaci persino di mettere in sicurezza le fabbriche di armi sul proprio territorio nazionale.

    💥 𝗘𝗣𝗜𝗗𝗘𝗠𝗜𝗘 𝗗'𝗜𝗡𝗖𝗘𝗡𝗗𝗜𝗘𝗦 𝗘𝗧 𝗗'𝗘𝗫𝗣𝗟𝗢𝗦𝗜𝗢𝗡𝗦 𝗦𝗨𝗥 𝗗𝗘𝗦 𝗨𝗦𝗜𝗡𝗘𝗦 𝗙𝗔𝗕𝗥𝗜𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧 𝗗𝗘𝗦 𝗔𝗥𝗠𝗘𝗦 𝗣𝗢𝗨𝗥 𝗟'𝗨𝗞𝗥𝗔𝗜𝗡𝗘
    Rappel des faits :
    🔥🇩🇪 𝟯 𝗠𝗔𝗜 𝟮𝟬𝟮𝟰
    Une des usines,près de Berlin,du grand groupe de métallurgie et de… https://t.co/4s4BZZSXf0

    — François Asselineau 🇫🇷 (@f_asselineau) August 14, 2026

    Fonte: https://www.cielvoile.fr/2026/08/.htm

    Traduzione: Gerard Trousson

    Coerenza politica, apertura e senso di responsabilità: così la Cina conquista la fiducia del mondo

     

    di He Yin, Quotidiano del Popolo

     

    Un recente sondaggio sugli orientamenti globali, condotto dal Pew Research Center, ha suscitato grande attenzione a livello internazionale.

    Coinvolgendo 42.000 intervistati in 36 Paesi e regioni, l'indagine ha rilevato che, in 27 di queste aree, la percezione della Cina è più favorevole rispetto a quella degli Stati Uniti. Particolarmente degno di nota è il miglioramento dell'immagine della Cina nei Paesi occidentali, come Spagna, Italia e Canada.

    Si tratta della prima volta da quando, nel 2002, il centro ha iniziato a monitorare l'opinione pubblica mondiale sulla Cina e sugli Stati Uniti che la Cina ottiene indici di gradimento superiori a quelli statunitensi in oltre il 70% dei Paesi e delle regioni esaminati.

    Dietro questi dati si cela una tendenza più ampia: un crescente interesse globale a "guardare a Oriente". Molti organi di informazione internazionali hanno osservato che tale cambiamento non deve sorprendere. Un'opinione pubblica favorevole non nasce dall'oggi al domani; riflette piuttosto il riconoscimento internazionale che la Cina si è guadagnata attraverso anni di azioni concrete.

    Lo sviluppo della Cina rimane il suo argomento più convincente. Nel 2025, il PIL del Paese ha superato per la prima volta i 140 trilioni di yuan (20,68 trilioni di dollari). Nella prima metà del 2026, la tendenza di sviluppo ha continuato a essere caratterizzata da stabilità, resilienza, innovazione e qualità, con lo sviluppo di alta qualità che ha acquisito ulteriore slancio.

    Un numero crescente di Paesi riconosce che la Cina sta perseguendo un percorso di modernizzazione che bilancia efficienza ed equità, sviluppo e prosperità condivisa. Ciò offre un nuovo punto di riferimento per i Paesi che stanno esplorando i propri percorsi di modernizzazione.

    Dalla promozione di un'innovazione aperta e inclusiva nell'intelligenza artificiale e nei veicoli elettrici al perseguimento di iniziative lungimiranti nell'energia verde e nell'economia digitale, la pratica della modernizzazione cinese sta costantemente migliorando il benessere della popolazione, offrendo al contempo preziosi spunti di governance per lo sviluppo globale.

    Oggi, sempre più studiosi stranieri analizzano attivamente i Piani Quinquennali della Cina e cercano di comprendere meglio il suo approccio alla governance. "Comprendere la Cina" sta diventando una parte essenziale del dibattito sullo sviluppo globale.

    L'impegno della Cina a favore dell'apertura funge da ponte che collega il Paese al resto del mondo. La nazione ha costantemente perseguito la cooperazione attraverso l'apertura e cercato vantaggi reciproci tramite la collaborazione, lanciando un chiaro messaggio di inclusività. Ciò è in netto contrasto con le barriere, il disaccoppiamento e lo sconvolgimento delle filiere di approvvigionamento promossi da alcuni Paesi.

    Essendo la prima grande economia a offrire un trattamento a dazio zero unilaterale e completo a tutti i Paesi africani e ai Paesi meno sviluppati con cui intrattiene relazioni diplomatiche, la Cina ha concretamente aperto il proprio mercato ai Paesi in via di sviluppo.

    La politica di transito senza visto di 240 ore, applicabile ai viaggiatori provenienti da 55 Paesi, ha notevolmente agevolato i viaggi in Cina. I viaggi improvvisati verso il Paese sono diventati frequenti e tale iniziativa ha favorito la diffusione spontanea di contenuti turistici e culturali cinesi sui social media esteri.

    Nell'ultimo decennio, il numero di viaggi effettuati dai treni merci tra Cina ed Europa è aumentato di 10,8 volte. Solo quest'anno, il servizio ha realizzato oltre 10.000 viaggi, stabilendo un nuovo record per lo stesso periodo.

    Promuovendo gli scambi e condividendo opportunità di sviluppo, la Cina continua a dimostrare il proprio impegno a favorire lo sviluppo comune attraverso azioni concrete.

    La coerenza della politica cinese è diventata inoltre uno dei suoi punti di forza fondamentali per conquistare la fiducia della comunità internazionale. In un momento caratterizzato dall'ascesa dell'unilateralismo, dall'intensificarsi dei conflitti geopolitici e dalla fragilità della ripresa economica globale, l'incertezza è divenuta un tratto distintivo dello scenario internazionale.

    Nell'affrontare i conflitti regionali, la Cina resta impegnata a promuovere la pace e il dialogo; rifiuta di alimentare le ostilità o di fornire sostegno che prolunghi il conflitto, schierandosi costantemente a favore della pace. Sul fronte della cooperazione internazionale, la Cina continua a mantenere le porte aperte anziché erigere barriere o perseguire il disaccoppiamento, aderendo fermamente al principio del vantaggio reciproco e della cooperazione vantaggiosa per tutti.

    Onorando i propri impegni e facendo seguire azioni concrete alle parole, la Cina ha dimostrato la condotta che ci si attende da una grande potenza. Sempre più persone nel mondo ritengono che interagire con la Cina offra prevedibilità e certezze a lungo termine, senza il timore di bruschi cambi di rotta politica.

    Il sondaggio ha inoltre rilevato che gli intervistati raramente considerano la Cina un Paese che interferisce negli affari interni altrui. Questa fiducia, conquistata con impegno, riflette il forte desiderio della comunità internazionale di avere partner sinceri e affidabili.

    Questa manifestazione globale di fiducia riveste un significato profondo non tanto in termini di quale Paese ottenga un punteggio più alto o più basso, quanto per ciò che rivela circa l'aspirazione condivisa a livello mondiale a uno sviluppo pacifico e a una cooperazione vantaggiosa per tutti.

    Restando salda di fronte all'incertezza globale e collaborando con tutti i Paesi per avanzare insieme, la Cina continuerà a infondere certezze ed energia positiva in un mondo in trasformazione. Si tratta di un impegno costante della Cina, parte integrante della costruzione di una comunità dal futuro condiviso per l'umanità.

     

    La Cina rafforza la propria leadership globale nella cantieristica navale

     

    Di Liu Zhiqiang, Yao Xueqing, Quotidiano del Popolo

     

    L'industria cantieristica cinese ha continuato a compiere passi da gigante sul mercato globale. Nel primo trimestre di quest'anno, la produzione cantieristica, i nuovi ordini e il portafoglio ordini del Paese sono aumentati rispettivamente del 46,0%, del 195,2% e del 43,6% su base annua. La Cina detiene ora una quota del 57,3% delle navi completate a livello mondiale, dell'84,9% dei nuovi ordini e del 69,8% del portafoglio ordini globale, consolidando così la propria posizione di leadership nel settore.

    Oggi, i principali poli cantieristici, come Dalian nella provincia del Liaoning, Nantong nella provincia del Jiangsu, Shanghai e Guangzhou nella provincia del Guangdong, operano a pieno regime. Molti dei principali cantieri navali si sono già assicurati commesse che coprono l'attività fino al 2030. Questo forte slancio produttivo e commerciale riflette la crescita sostenuta della domanda sul mercato globale.

    La cantieristica è un settore fortemente ciclico. "Dal 2021, il mercato globale delle nuove costruzioni navali ha registrato cinque anni consecutivi di crescita. I cantieri dei principali Paesi produttori hanno accumulato portafogli ordini completi e le aziende cinesi hanno colto l'occasione per rafforzare ulteriormente la propria posizione di leadership", ha dichiarato Zheng Yiming, assistente del segretario generale della China Association of the National Shipbuilding Industry (CANSI).

    Diversi fattori hanno contribuito alla ripresa del mercato cantieristico globale. Con l'aumento dell'età media della flotta commerciale mondiale, è cresciuta la domanda di rinnovo.

    Contemporaneamente, l'obiettivo dell'Organizzazione Marittima Internazionale di azzerare le emissioni nette di gas serra del trasporto marittimo internazionale entro il 2050 circa ha accelerato la sostituzione delle navi esistenti. Anche i conflitti geopolitici hanno alimentato una maggiore domanda di navi per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) e di petroliere.

    Sebbene la domanda di mercato sia soggetta a inevitabili fluttuazioni, la capacità della Cina di cogliere le opportunità e mantenere il proprio slancio si fonda, in ultima analisi, sulla sua crescente forza tecnologica e industriale.

    Hudong-Zhonghua Shipbuilding Group, una sussidiaria della China State Shipbuilding Corporation (CSSC), detiene attualmente ordini per quasi 60 navi gasiere (GNL), in fase di costruzione o in attesa di avvio lavori, posizionandosi al primo posto a livello mondiale per capacità di carico totale ordinata. Il suo portafoglio prodotti copre ormai l'intera gamma delle navi gasiere convenzionali di grandi e grandissime dimensioni.

    Tali commesse confermano la posizione di leadership dell'azienda nel mercato delle navi per il trasporto di GNL. Evolvendosi dall'iniziale acquisizione e assimilazione di tecnologie straniere fino a diventare un leader tecnologico globale in diversi ambiti, Hudong-Zhonghua è entrata a far parte dell'élite mondiale dei costruttori di navi gasiere. L'azienda ha inoltre ridotto a 16 mesi il ciclo di costruzione di una nave da 174.000 metri cubi, stabilendo un nuovo punto di riferimento a livello globale.

    La Cina è ormai in grado di progettare e costruire una gamma sempre più ampia di navi di fascia alta, rispettando standard qualitativi in ??costante crescita.

    Dalle navi cisterna per GNL di dimensioni ultra-grandi e dalle navi da ricerca rompighiaccio per le regioni polari fino alle portaerei e alle grandi navi da crociera di produzione nazionale, la Cina ha sviluppato capacità di progettazione e costruzione complete, sia per il settore navale tradizionale che per quello offshore. Ciò costituisce una solida base per cogliere le nuove opportunità derivanti dalla transizione ecologica dell'industria marittima globale e dall'attuale fase di espansione del mercato della cantieristica navale.

    Un'analisi più approfondita dei cantieri navali cinesi rivela come anni di progressi tecnologici in tutto il settore abbiano determinato un significativo salto di qualità.

    I costruttori navali cinesi hanno continuato a promuovere tecnologie ecologiche e a basse emissioni di carbonio, sviluppando al contempo tipologie di navi sempre più sofisticate. È entrata in servizio una serie di navi di fascia alta, intelligenti ed ecocompatibili, tra cui traghetti passeggeri ro-ro a doppia alimentazione, grandi navi per il trasporto di veicoli a doppia alimentazione (GNL) e navi di grandissime dimensioni per il trasporto di etano, tutte ormai avviate alla produzione in serie e alla consegna.

    Nel settore delle attrezzature navali specializzate, la Cina ha fornito diversi prodotti all'avanguardia, tra cui grandi navi per l'acquacoltura d'altura, navi per il recupero di razzi e imbarcazioni dimostrative dotate di tecnologie intelligenti ed ecologiche per operazioni in acque profonde.

    Per i cantieri navali, migliorare l'efficienza riducendo i tempi di consegna e i costi di produzione è fondamentale per mantenere la competitività.

    Negli ultimi anni, i principali cantieri navali cinesi hanno introdotto attrezzature di produzione avanzate, come linee di taglio robotizzate per lamiere e profilati in acciaio, linee intelligenti per la verniciatura, sistemi di saldatura digitale e tecnologie di saldatura robotizzata flessibile. I miglioramenti nei singoli processi produttivi hanno accresciuto l'efficienza dell'intera filiera, riducendo in modo significativo sia i tempi di costruzione che i costi di produzione.

    Anche i motori marini, spesso definiti il ??"cuore" delle grandi navi oceaniche, hanno registrato progressi significativi. È stato recentemente consegnato un motore diesel dual-fuel 450DF a otto cilindri, sviluppato dalla CSSC Marine Power Zhenjiang Co., Ltd.; l'unità vanta una potenza per cilindro di 1.150 kW e una potenza complessiva di 9.200 kW. Il 95% dei suoi componenti è di sviluppo cinese, colmando così il divario tecnologico del Paese nel campo dei motori marini a media velocità e alta potenza.

    La cantieristica navale è un'impresa complessa di ingegneria dei sistemi che coinvolge un numero enorme di componenti, lunghe filiere industriali e significative ricadute positive sui settori correlati.

    Negli ultimi anni, una più stretta collaborazione tra cantieri navali, produttori di componenti, fornitori di attrezzature e utenti finali ha accelerato l'innovazione tecnologica. Motori marini, caldaie navali, gru di bordo e sistemi di alimentazione del gas sviluppati a livello nazionale hanno registrato progressi significativi, rafforzando ulteriormente la competitività dell'ecosistema cantieristico cinese.

    Secondo Li Yanqing, vicepresidente e segretario generale della CANSI, la forte domanda globale, la stabilità del tasso di cambio dello yuan (RMB) a sostegno delle esportazioni e i prezzi dell'acciaio relativamente bassi hanno contribuito alle performance positive del settore.

    "Tuttavia, per un'industria caratterizzata da una forte ciclicità come quella cantieristica, la questione più importante è come costruire una competitività a lungo termine più solida e affrontare con successo i futuri cicli di mercato", ha affermato Li.

    Gli esperti del settore ritengono che, pur garantendo la consegna tempestiva degli ordini esistenti, l'industria cantieristica cinese debba continuare a sviluppare nuove fonti di crescita.

    Sul fronte tecnologico, il settore dovrebbe accelerare l'integrazione dell'intelligenza artificiale nella costruzione navale e rafforzare ulteriormente le capacità di innovazione interna. Sotto il profilo aziendale, le imprese dovrebbero continuare a innovare i propri modelli gestionali, migliorare la qualità dei servizi ed espandere le attività a livello internazionale.

     

    Nave in costruzione presso il cantiere navale della COSCO Shipping Heavy Industry (Yangzhou) Co., Ltd. a Yangzhou, nella provincia del Jiangsu, Cina orientale. (Foto/Meng Delong)

     

    Grandi navi in costruzione in un cantiere navale a Fuzhou, nella provincia del Fujian, Cina sud-orientale. (Foto/Wang Wangwang)

     

    Una nave FPSO in costruzione presso un cantiere navale a Yantai, nella provincia dello Shandong, Cina orientale. (Foto/Tan)

    Le case prefabbricate cinesi conquistano ordini in tutto il mondo

     

    Di Li Gang, Quotidiano del Popolo

     

    Al porto di Dongguan, nella provincia cinese meridionale del Guangdong, enormi "pacchi espressi" vengono caricati su navi oceaniche. Visti da lontano, sembrano normali container per il trasporto merci; tuttavia, osservandoli da vicino, si scopre che ogni container è in realtà una casa completamente rifinita.

    Queste unità modulari vengono spedite via mare in Australia, Nord America e Medio Oriente, dove vengono assemblate come blocchi da costruzione per realizzare hotel, appartamenti, ospedali e altre strutture.

    Perché le case prefabbricate cinesi simili a container hanno riscosso tanto successo sui mercati globali? Il Quotidiano del Popolo ha approfondito la questione.

    All'interno di una fabbrica intelligente gestita dalla China Construction Science and Industry, sussidiaria del colosso cinese dell'edilizia China State Construction Engineering Corporation, situata a Huizhou, nel Guangdong, non si trovano la polvere o le impalcature tipiche dei cantieri edili.

    Al loro posto, una linea di produzione completamente automatizzata, lunga oltre 400 metri, è operativa 24 ore su 24. Qui, la casa viene suddivisa in sei pannelli, ciascuno realizzato simultaneamente su sei linee secondarie prima di essere assemblato in un modulo completo. La precisione costruttiva è mantenuta costantemente a livello millimetrico.

    Secondo Li Huakun, ingegnere capo della China Construction Science and Industry Green Technology, una singola linea di produzione dello stabilimento è in grado di sfornare 50 moduli abitativi al giorno. Si tratta di un volume dieci volte superiore alla produzione giornaliera di impianti analoghi in Nord America, dove la cifra si aggira intorno ai cinque moduli.

    Presso un parco industriale per l'edilizia intelligente gestito dalla China State Construction Hailong Technology Company Limited a Longgang (Shenzhen), una fabbrica verticale di quattro piani e 50 metri d'altezza è priva del frastuono e della confusione tipici dei cantieri edili tradizionali.

    Ogni 20 minuti, un modulo completamente attrezzato esce dalla linea di produzione, ha affermato Wang Qiong, ingegnere capo dell'azienda. Con 190 postazioni di lavoro e oltre 80 macchinari interconnessi, l'impianto ha trasformato la costruzione di abitazioni in un vero e proprio processo di produzione industriale: le materie prime, come sabbia e ghiaia, entrano da un'estremità e ne esce, dall'altra, un modulo abitativo finito.

    La struttura ospita la prima linea di produzione flessibile e intelligente al mondo dedicata alla tecnologia MiC (Modular Integrated Construction) in calcestruzzo, superando così una sfida fondamentale nella produzione in serie di moduli in questo materiale.

    I materiali da costruzione sono stoccati in un magazzino automatizzato di dieci piani, mentre quasi 100 veicoli a guida autonoma (AGV) si spostano all'interno della fabbrica trasportando i materiali in base ai programmi di produzione.

    I robot di ispezione utilizzano la scansione laser per ricostruire in tre dimensioni gli interni dei moduli; eventuali scostamenti di livello millimetrico vengono identificati e segnalati automaticamente dal sistema.

    "Oltre il 70% delle fasi costruttive è stato trasferito in stabilimento, riducendo i tempi di costruzione di oltre il 60%", ha affermato Wang. La linea di produzione è in grado di realizzare tra i 20.000 e i 30.000 moduli prefabbricati in calcestruzzo all'anno.

    Le abitazioni prefabbricate rientrano principalmente in tre categorie: strutture in acciaio, in calcestruzzo e in legno. Le aziende cinesi hanno acquisito notevoli vantaggi competitivi, in particolare nelle tecnologie legate all'acciaio e al calcestruzzo. Lo sviluppo parallelo di questi due approcci tecnici ha conferito al settore edile cinese maggiore flessibilità e competitività sui mercati globali.

    Grazie a standard industriali, precisione digitale ed efficienza automatizzata, la realizzazione delle abitazioni sta passando sempre più dalla modalità "costruzione in cantiere" a quella di "produzione in fabbrica".

    Nel Nuovo Galles del Sud (Australia), enormi "pacchi espresso" provenienti dal porto di Dongguan arrivano in rapida successione, mentre un complesso residenziale prende rapidamente forma.

    L'edilizia tradizionale prevede fasi sequenziali: posa delle fondamenta, montaggio delle impalcature, costruzione delle pareti, intonacatura e finiture. Questo progetto, tuttavia, segue un approccio diverso. I giganteschi "pacchi espressi" arrivano in cantiere con componenti strutturali, pareti, impianti elettrici e idraulici e finiture interne già completati negli stabilimenti cinesi. L'unica operazione richiesta in loco è l'assemblaggio, simile a quello dei mattoncini da costruzione.

    Dall'arrivo dei moduli in cantiere al completamento della struttura principale trascorrono solo pochi mesi; un progetto tradizionale di pari dimensioni in Australia richiederebbe invece, tipicamente, due anni e mezzo, ha dichiarato Li.

    In Australia, il costo della manodopera incide per il 30-40% sulla spesa totale di una costruzione tradizionale. L'edilizia modulare trasferisce gran parte delle lavorazioni negli stabilimenti cinesi, riducendo di oltre la metà la manodopera impiegata in cantiere e dimezzando i tempi di costruzione. Di conseguenza, i costi complessivi dell'opera possono diminuire di oltre il 10%, ha affermato Li.

    Aspetto ancora più importante, l'edilizia modulare garantisce una qualità superiore. I moduli realizzati in fabbrica offrono una precisione nettamente maggiore rispetto alla costruzione manuale in loco. Ogni unità è sottoposta a controlli di qualità completi prima della consegna, assicurando un incastro perfetto e senza intoppi durante l'assemblaggio in cantiere.

    Dubai, importante polo per l'edilizia in Medio Oriente, ha basato a lungo il proprio sistema di approvazione sugli standard tradizionali del calcestruzzo gettato in opera. In precedenza, non esistevano precedenti per l'approvazione di progetti MiC a più piani.

    Nel 2025, la China State Construction Hailong Technology Company Limited ha ottenuto la prima approvazione preliminare di principio da parte di Dubai per un progetto MiC. L'azienda ha adattato la propria tecnologia agli standard statunitensi e alle normative edilizie di Dubai, ha perfezionato la documentazione relativa ai calcoli strutturali e ha trasformato l'esperienza progettuale maturata in Cina in materiale tecnico localizzato. Tale approvazione ha segnato per il settore edile cinese il passaggio dal semplice "confronto con gli standard internazionali" all'effettiva "integrazione nel mercato globale".

    "I clienti stranieri danno priorità a tre aspetti: qualità della realizzazione, efficienza nella consegna e costi", ha affermato Jiang Li, vicedirettore generale di China Construction Science and Industry. Grazie al supporto di robotica, fabbriche digitali e materiali da costruzione ecologici, l'industria edile cinese è sempre più in grado di soddisfare queste esigenze su tutti e tre i fronti.

    Alla base di questo successo vi è la filiera dell'edilizia più completa al mondo: dall'acciaio e dal calcestruzzo fino ai sanitari e agli elettrodomestici, quasi ogni componente è facilmente reperibile in Cina. Inoltre, soluzioni personalizzate garantiscono la sicurezza strutturale durante il trasporto internazionale.

    "L'edilizia modulare rappresenta una nuova forza produttiva di qualità per il settore delle costruzioni", ha dichiarato Wang. Avendo implementato una produzione industrializzata e una gestione basata sui dati lungo l'intero processo, l'azienda di Wang è convinta che le tecnologie cinesi per l'edilizia modulare diventeranno un importante motore della trasformazione globale verso l'edilizia industrializzata.

     

     

    Moduli costruttivi della China Construction Science and Industry vengono spediti all'estero. (Foto per gentile concessione della China Construction Science and Industry)

     

    Case prefabbricate in esposizione alla China International Integrated Housing Industry and Building Industrialization Expo a Guangzhou, nella provincia del Guangdong,Cina meridionale. (8 maggio 2026 - Foto/Jia Mengya)

     

    Officina dedicata alla costruzione modulare integrata (MiC) presso uno stabilimento della China State Construction Hailong Technology. (Foto per gentile concessione della China State Construction Hailong Technology

    Le isole Changshan: il paradiso ritrovato che diventa patrimonio mondiale dell'UNESCO

     

    Una finestra aperta di Zhang Fan

     

     

    C’è un luogo nel Mar Giallo e nel Golfo di Bohai dove l’alba non sveglia strade ma migliaia di ali. Sono le isole Changshan, appena iscritte nel Patrimonio mondiale naturale UNESCO.

    Perché proprio loro? Al centro della rotta migratoria tra Asia orientale e Australia, queste 195 isole sono l’unico punto di sosta e rifornimento dopo centinaia di chilometri di mare aperto. Qui correnti calde e fredde si incontrano, creando un’oasi di cibo che trasforma gli scogli in una tappa obbligata per oltre 50 milioni di uccelli che attraversano 22 Paesi. Quattro aree chiave offrono habitat complementari: la più grande colonia di airone beccobianco, grotte per la spatola, rifugi invernali e zone per la foca maculata.

    Ma questo paradiso è stato riconquistato. Dieci anni fa, allevamenti e rifiuti minacciavano il suolo. Dal 2012, divieto di sbarco, pattuglie estreme senza acqua né luce, e il reimpianto di oltre 2.200 arbusti hanno invertito la rotta. Oggi droni, sensori e pattugliamenti congiunti proteggono, mentre i pescatori sono diventati custodi.

    La tutela non è solo locale: gli aironi migrano fino al Borneo, dimostrando che proteggere le Changshan difende una rete internazionale. Con questa iscrizione, la Cina punta a creare un corridoio ecologico che unisca i tre siti del Liaoning. Il Patrimonio mondiale non è un traguardo, ma un impegno per il futuro, di cui tutti possiamo far parte.

    Un’estate cinese da record tra cinema, eventi e consumi

     

    Una finestra aperta di Zhang Fan

     

    Un’estate cinese da record tra cinema, eventi e consumi
    L’estate 2026 in Cina non è solo calda: è un’esplosione di energia che accende consumi, turismo e cultura. Il botteghino ha già superato gli 8 miliardi di yuan - oltre un miliardo di euro - grazie a film cinese come “Dear… pic.twitter.com/AkUlKiIwiR

    — Una finestra aperta (@UAperta13275) August 7, 2026

     

    L’estate 2026 in Cina non è solo calda: è un’esplosione di energia che accende consumi, turismo e cultura. Il botteghino ha già superato gli 8 miliardi di yuan - oltre un miliardo di euro - grazie a film cinese come “Dear You”, che ha incoraggiato ancora di più il turismo nelle città di Shantou e Chaozhou, con biglietti che diventano sconti per hotel e ristoranti. Il modello “film+viaggio” sta trasformando ogni proiezione in un’occasione di scoperta.

     

    E non è tutto: il festival della granita a Tianjin, il campionato di basket “Zhejiang BA” a Hangzhou e le novità indoor - sci su neve artificiale, surf e pesca al chiuso - mostrano un mercato capace di innovare e attrarre ogni fascia di pubblico.

     

    Benvenuti a uno sguardo dentro l’estate cinese: dove il caldo diventa il carburante di un’economia che corre, tra emozioni, esperienze e acquisti.

    FT: A causa della trappola del Medio Oriente, la Cina si sta muovendo attraverso l’Artico

    15 Agosto 2026 ore 12:36

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’Artico si sta affermando come alternativa strategica alle tradizionali rotte marittime, in quanto le compagnie di navigazione globali cercano di evitare i punti nevralgici e instabili del trasporto marittimo.

    L’Artico sta diventando un’alternativa alle tradizionali rotte marittime, poiché le navi cercano di evitare i punti nevralgici del traffico marittimo, come riporta Alice Hancock del Financial Times britannico. La compagnia di navigazione cinese Sea Legend inaugura questa settimana il suo primo servizio di linea lungo la Rotta Marittima del Nord. Il traghetto settimanale collegherà Ningbo, sulla costa orientale cinese, a Felixstowe, in Inghilterra, costeggiando la costa artica russa. L’autore sottolinea che la rotta marittima settentrionale dimezzerà, in genere, la durata del viaggio tra i porti cinesi e britannici, attualmente di 40 giorni. Mentre nel 2024 si sono registrati solo 15 viaggi lungo questa rotta, nel 2025 saranno 23, e quest’anno addirittura di più. L’interesse per l’Artico si riflette anche nel crescente numero di ordini di navi rompighiaccio. L’anno scorso ne sono state costruite 167, il numero più alto degli ultimi dieci anni, e altre 164 sono previste per quest’anno. “Nonostante la rivalità geopolitica per il controllo della regione, le compagnie di navigazione sono sempre più interessate a questa rotta, poiché consente loro di aggirare punti critici come lo stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso”, conclude l’autore. Si tratta di una notizia di grande rilevanza, anche se possiamo iniziare analizzando come il Financial Times ha distribuito la soggettività nel testo.

    La tesi britannica è la seguente: la Cina ha ideato la rotta, il clima l’ha resa possibile, una compagnia cinese ha iniziato a utilizzarla e la Russia, rappresentata da Rosatom, gestore della Rotta Marittima del Nord, si limita a rilasciare permessi lungo il percorso. L’autore si sforza di evitare di descrivere il significato strategico di ciò che sta accadendo. In realtà, la “Via della Seta di ghiaccio” sarebbe impensabile senza le infrastrutture artiche russe. Lo scioglimento dei ghiacci riduce la necessità di assistenza da parte delle rompighiaccio, ma non rende la Russia irrilevante. Esistono un sistema di navigazione, informazioni sui ghiacci, supporto per i soccorsi di emergenza, dati idrografici, infrastrutture e la capacità di fornire assistenza con le rompighiaccio in caso di cambiamento delle condizioni del ghiaccio. In altre parole, la Russia possiede qui una risorsa che la Cina semplicemente non ha ancora. Anzi, nessun altro al mondo ce l’ha.

    Secondo la Guardia Costiera statunitense, a gennaio 2026 la Russia gestiva oltre 40 rompighiaccio. Fonti militari americane descrivono da tempo la flotta russa di rompighiaccio come la più grande del mondo. Alla fine del 2025, la sola Atomflot aveva otto rompighiaccio a propulsione nucleare operativi contemporaneamente. Soprattutto, la Rotta Marittima del Nord sta diventando sempre più richiesta, data la situazione geopolitica globale. Se merci cinesi o di qualsiasi altra provenienza transitano attraverso il Canale di Suez, il transito dipende dalla situazione nel Canale di Suez, nel Mar Rosso, nello Stretto di Bab el-Mandeb, nonché dalla situazione militare e politica in Medio Oriente. La probabilità che la Russia blocchi improvvisamente il commercio cinese attraverso la Rotta Marittima del Nord, dato l’attuale stato delle relazioni tra Russia e Cina, è estremamente bassa. Tuttavia, una guerra in Medio Oriente, con tutte le sue conseguenze, rappresenta un rischio molto concreto. Pertanto, la Cina inevitabilmente diversificherà la sua logistica privilegiando l’Artico.

    Negli ultimi quattro anni, l’Occidente ha cercato di ridimensionare l’importanza della Russia come ponte di trasporto ed energetico tra Europa e Asia. Tuttavia, le azioni dello stesso Occidente, che hanno creato una crisi nelle comunicazioni marittime globali, stanno accrescendo il valore dell’unico importante corridoio alternativo tra l’Asia nord-orientale e l’Europa settentrionale, che è interamente sotto il controllo della Russia.

    Fonte: Russtrat.ru

    Traduzione: Sergei Leonov

    L’occupazione israeliana continua ad attaccare e bombardare il Libano meridionale.

    15 Agosto 2026 ore 07:34

    Fin da stamattina, l’occupazione israeliana ha attaccato diverse zone del Libano meridionale con colpi di artiglieria, esplosioni, attività di droni e raffiche di mitragliatrice.

    Venerdì mattina, le forze di occupazione israeliane hanno condotto una serie di attacchi contro diverse aree del Libano meridionale , utilizzando artiglieria, esplosivi e raffiche di mitragliatrice.

    L’artiglieria di occupazione israeliana ha preso di mira la periferia di Kfar Chouba, mentre a Bani Hayyan sono scoppiati incendi a causa dei continui bombardamenti israeliani sulla città.

    🔴Israel is systematically destroying South Lebanon.

    This is an illegal demolition of civilian homes today in Bani Hayyan.

    Destroying civilian homes and infrastructure is an act of genocide. pic.twitter.com/FScYtsHvnO

    — courtneybonneauimages (@cbonneauimages) August 13, 2026

    Un drone israeliano ha sganciato materiale esplosivo su Ali al-Taher. Nel frattempo, l’esercito di occupazione israeliano ha aperto il fuoco con mitragliatrici in direzione di Zawtar al-Sharqiyah.

    L’esercito di occupazione israeliano ha inoltre effettuato un’esplosione a Kounine, un’altra a Markaba e un’ulteriore esplosione nella zona tra Majdal Zoun e Mansouri. L’occupazione ha anche lanciato un raid aereo sulla stessa area, alla periferia di Mansouri.

    Gli attacchi israeliani continuano nel Libano meridionale.

    Durante la notte, le forze di occupazione israeliane hanno condotto nuovi attacchi nel Libano meridionale , tra cui bombardamenti di artiglieria ed esplosioni, mentre il regime israeliano continua la sua campagna distruttiva nella regione nonostante l’accordo quadro e i negoziati diretti tra Beirut e Tel Aviv.

    Il corrispondente di Al Mayadeen ha riferito nella notte tra giovedì e venerdì che l’artiglieria dell’occupazione israeliana ha preso di mira Wadi Zibqin e le vicinanze delle alture di Ali al-Taher, nel Libano meridionale.

    Un drone israeliano ha inoltre sganciato materiale esplosivo sulla zona di al-Mashaa a Mansouri, nel distretto di Tiro, nel Libano meridionale.

    Nella serata di giovedì, le forze di occupazione israeliane hanno effettuato un’esplosione nella città di Hadatha, seguita da un’altra esplosione nella città meridionale di Taybeh.

    Gli ultimi attacchi giungono mentre “Israele” continua a prendere di mira città e villaggi del Libano meridionale con bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni, demolizioni e la distruzione di case e altre infrastrutture.

    L’inchiesta documenta la distruzione sistematica

    Gli ultimi attacchi si verificano in un contesto in cui cresce la documentazione sull’entità della distruzione inflitta al Libano meridionale .

    Un’inchiesta visiva del Financial Times, condotta in collaborazione con Lighthouse Reports, ha documentato la distruzione sistematica perpetrata dalle forze israeliane nel Libano meridionale, che ha colpito decine di migliaia di case, scuole, terreni agricoli e foreste.

    Le analisi satellitari di aree quali Khiam, Taybeh, Bint Jbeil e Hadatha hanno mostrato che interi comuni erano stati quasi completamente distrutti. L’indagine ha inoltre documentato prove di demolizioni effettuate con macchinari pesanti ed escavatori.

    La distruzione ha colpito gravemente anche le infrastrutture essenziali. Secondo le indagini, sono stati distrutti almeno 2.500 chilometri di infrastrutture idriche, tra cui tubature e pozzi, e sono stati presi di mira anche i pannelli solari che alimentano gli impianti idrici.

    Tutti i ponti sul fiume Litani sono stati distrutti, e solo due sono stati parzialmente riparati.

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Fadi Haddad

    Ultime farneticazioni di Trump:”Dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti.”

    15 Agosto 2026 ore 07:12

    Il presidente ha dichiarato che effettuerà la nomina una volta terminata l’aggressione militare contro l’Iran.

    Venerdì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito di voler dichiarare quale territorio statunitense l’area dello Stretto di Hormuz, attualmente sotto la giurisdizione della Repubblica islamica dell’Iran .

    “E dopo aver sconfitto l’Iran, che sta subendo una sonora sconfitta , molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio statunitense”, ha affermato Trump durante un discorso all’Accademia di polizia della contea di Nassau, nello Stato di New York.

    Il presidente ha aggiunto che ora gli Stati Uniti controllano lo stretto. “In sostanza, è così. Abbiamo il blocco. Nessuna nave può passare a meno che non lo permettiamo noi “, ha affermato.

    Nel corso del suo discorso, Trump ha anche difeso l’ aumento dei prezzi del carburante derivante dall’intervento militare statunitense in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz. ” Se dovrete pagare un po’ di più per la benzina, non mi scuserò mai . Ho fatto la cosa giusta”, ha affermato il presidente, sostenendo che l’Iran è, a suo dire, “il principale Stato sponsor del terrorismo al mondo”.

    Il presidente ha insistito sull’affermazione che l’Iran è “un paese malvagio” e “non può possedere armi nucleari”. “Quello che stiamo facendo è un grande servizio al mondo , non solo a noi, ma al mondo intero”, ha sostenuto.

    Trump si è anche vantato dell’aggressione statunitense contro l’Iran , affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo una “grande vittoria” in questo conflitto . Ha aggiunto che sono gli iraniani a saperlo “meglio di tutti” quanto bene stiano “facendo” le truppe americane.

    Fonte: RT Actualidad

    Traduzione: Luciano Lago

    La strategia del mostro

    15 Agosto 2026 ore 00:01

    di Sandro Fracasso

    Quando le comunità sono in armonia, sono propense al dialogo e alla comprensione, per questo motivo, risulta difficile convincerle della necessità di una morte violenta. Infatti, in una collettività appagata la chiave di comunicazione principale è quella empatica e le soluzioni sono orientate dal buon senso.
    Come si può quindi disegnare un contesto che assolva la duplice funzione di giustificare la violenza e rendere accettabile l’atrocità?
    Un primo passo fondamentale sta nella demonizzazione del diverso, nell’assegnazione di un canone preventivo che stabilisca cosa sia bello, buono, giusto e cosa – e quindi chi – no.
    Se i tratti somatici sono tra gli indicatori primari per la reciproca scelta riproduttiva, in virtù di un riconoscimento di affinità genetica, nella definizione di diversità si rivela il livello evolutivo raggiunto da una società.
    Quella greca è, a ragione, considerata baluardo e pietra miliare dello sviluppo occidentale. Questo però non la rende un assoluto globale e ancor meno infallibile. Resta comunque il fondamento della civiltà romana (“La Grecia conquistata conquistò a sua volta il feroce vincitore”, Ovidio), che si svilupperà secondo la regola dell’assimilazione sincretica, e sta alla base dell’attuale sistema relazionale occidentale ed “estremo occidentale”. Se non ha senso imputare esclusivamente al passato le responsabilità presenti, come non riconoscere i tratti salienti del militarismo conquistatore greco-romano nell’ambizione suprematista occidentale?
    Dalla combinazione di efficienza tecnica e determinazione morale nasce la convinzione di essere destinati all’espansione e al dominio. Lo stesso schema mitologico si basa sulla necessità di avvallare un principio di sottomissione e controllo. Chi prova a resistere a queste ambizioni viene iscritto nel registro degli illetterati, dei “balbuzienti” (barbari), degli incivili. E perché non dei mostri?

    La civiltà minoica si sviluppa a Creta circa 2000 anni prima di quella greca classica. Controlla i traffici del Mediterraneo, gode dell’influenza egizia, di contatti con i fenici, spazia fino al Mar Nero e all’Anatolia. Una breve panoramica sulla sua religione ci rimanda a culti officiati da sacerdotesse, con divinità femminili e, quando si trapassa, la trasmissione dell’eredità è garantita per via matrilineare. Anche i giochi più pericolosi, ad esempio la taurocatapsia, vedono protagonisti sia fanciulli che fanciulle, mentre il potere militare e giuridico sono saldi nelle mani degli uomini.
    La società minoica era pacifica e socialmente stabile. Pur consapevoli di avere a che fare con una civiltà che impose un dominio commerciale (anche tramite azioni belliche), le va riconosciuto un livello di sviluppo relazionale molto avanzato, il quale antepose la collaborazione allo scontro.
    Per i micenei la ricchezza di Creta, il pullulare di palazzi, gioielli e opere d’arte devono essere stati stordenti. Dal loro punto di vista, incentrato sul dominio militare e sulla supremazia maschile, una società come quella minoica era un curioso paradosso, tra l’altro vincente.
    Durante la loro secolare coabitazione sulle sponde dell’Egeo si assistette a un lungo percorso di relazioni che sfociò in un progressivo passaggio di egemonia.
    Molta della cultura minoica fu assimilata e rielaborata dai micenei, andando a costituire le basi di quella greca, tanto che in alcuni ambiti è difficile distinguerne i confini di pertinenza. Questo vale anche per il mito.

    Vae victis

    Guai ai vinti! Si tramanda lo abbia affermato Brenno, durante il sacco di Roma nel 390 a.C. In sintesi chi perde non ha diritti.
    Non un’articolata strategia comunicativa, quanto uno slogan diretto, che ribadisce l’effetto remunerativo della vittoria. Che c’entra con lo scontro tra Cnosso e Atene avvenuto svariati secoli prima?
    Si attaglia alla narrazione costruita attorno all’obbiettivo. Brenno inneggiando al diritto di saccheggio infiamma e compatta i suoi guerrieri contro gli sconfitti.
    I micenei mille anni prima intendevano imporre il proprio dominio su Creta e sulle sue ricche rotte commerciali. D’altronde – come nel caso di Roma invasa dai Galli – andavano convinti gli ateniesi che quelle città sfarzose, quella società paritaria, felice e gaudente, erano decadenti, perciò meritevoli di essere annientate e ricondotte ai superiori valori militari. Con un importante distinguo: mentre la maggior parte delle invasioni dei barbari si basavano su un eccezionale leader carismatico e una serie di circostanze favorevoli, spesso irripetibili, il progetto miceneo era egemonico sin dal principio, essendo basato sull’orientare il popolo al culto della conquista perenne. Come si può realizzarlo facendo presa tanto sugli abitanti dell’Acropoli quanto su quelli delle campagne?
    Il diritto di saccheggio era un buon incentivo. Prima però c’era da convincere i soldati che, come i loro padri e in seguito i loro figli e nipoti, la vittoria gli era destinata per nascita in quanto stirpe di eroi. Il piede di porco della predestinazione scardina molte resistenze, inibendo la paura della morte. Cosa deve temere un esercito di eroi cui spetta l’immortalità?
    A sostegno di questa tesi, va sottolineato che più il tempo passa e l’abbondanza prospera, maggiori sono i premi offerti per convincere le persone a partire per la guerra. Attorno all’VIII secolo a.C. Omero cita per primo nell’Odissea (Libro IV) i Campi Elisi, mentre Esiodo narra delle Isole dei Beati nel suo Le opere e i giorni. Sono luoghi dove la vita dopo la morte trascorre tra bellezza e piaceri, destinati agli eroi e ai caduti più illustri.
    Dovremo attendere i romani perché questi privilegi divengano più “accessibili”, nel senso di aperti a tutte le anime dei giusti.
    Ma la domanda interessante che possiamo porci è: sono cambiate davvero le logiche conquistatrici e neo-colonialiste di alcune presunte democrazie occidentali contemporanee?

    In questo spazio d’azione si inserisce il mito del Minotauro.
    Figlio della lussuria, del tradimento, sì perché Parsifae in quanto regina, ma soprattutto donna minoica forte della parità dei diritti e dei ruoli sociali che condivide con le altre abitanti di Cnosso, può e dunque deve essere fedifraga.
    La sua lussuria che viene opportunamente blandita tramite l’effetto inebriante indotto da Poseidone non inganni, è uno stratagemma di cui la mitologia fa largo uso, per convincere anche i più moderati della necessità degli accadimenti. Se così non fosse, il tradimento terminerebbe nell’accoppiamento bestiale con il Toro di Creta, non ci sarebbe bisogno di discendenza.
    Un mito conquistatore e militarista si fonda però sulla progenie, su figli forti, sani e vincenti. Tale è anche il frutto della lussuria, ma il suo aspetto porta con sé il segno della colpa e il marchio estremo della corruzione, con cui l’intera reggia di Cnosso viene macchiata.
    Inoltre Asterione si nutre di carne umana e Minosse lo usa per indebolire e terrorizzare le schiere degli ateniesi: il tributo annuale di sette giovinette e sette giovinetti greci da offrirgli in pasto alimenta l’odio verso Creta. Soffermiamoci sul numero rituale, sul sette, e sul fatto che non sono le “solite” sette vergini, sono esatti anche altrettanti ragazzi, una visione speculare, seppure distorta, della parità tra i sessi minoica.
    Riassumendo, c’è una civiltà corrotta, una regina zoofila, un re pazzo di gelosia, un mostro ebbro di sangue. Poseidone il dio dei mari, prima fonte di ricchezza di Creta e dell’Attica, è stato ingannato e ha tolto all’isola la sua benevolenza.
    Cosa manca?
    L’eroe. Il quadro è maturo, serve una figura che si imponga per i valori superiori di una civiltà astro nascente, libera dalla corruzione e dalla decadenza di un sistema paritario i cui effetti sono evidenti e gli esiti nefasti.
    Teseo porta con sé il meglio di Atene e il mito lo incorona irresistibile, offrendogli l’amore a prima vista di Arianna, figlia di Minosse. Questo sentimento porterà anche la figlia a ingannare il padre, a ulteriore sovrabbondante conferma di quanto il potere nelle mani delle donne sia pericoloso.
    La loro alleanza, con la complicità di Dedalo, che attraverso il suo voltafaccia rimarca il declino dell’autorità di Minosse, porterà allo scontro fisico col Minotauro.
    Vincerà il re greco ed è importante specificare come Teseo – secondo la versione di Apollodoro – sconfigga e uccida il “mostro” a forza di pugni. La prestanza fisica di Asterione avrebbe giustificato l’uso di un’arma, ma l’esito non avrebbe avuto la stessa risonanza. C’è una volontà divina in questa esecuzione a mani nude: nessun essere, sia esso voluto dagli uomini o dagli dei, sopravvive alla forza dell’eroe greco.
    L’epilogo è la pietra tombale di ogni accordo, neppure su un piano vincitori-vinti. Arianna è abbandonata a Nasso da Teseo durante il viaggio di ritorno verso Atene.
    Non ha intenzione di portarla con sé, non l’ha mai voluta davvero, la scusa di Dioniso che gli appare in sogno serve a calmierare un distacco netto e vile. Teseo se ne va mentre Arianna dorme, lui può, decide e agisce.

    “Loro prosperano e noi sopravviviamo.” La Germania è furiosa con la Russia.

    14 Agosto 2026 ore 20:40

    Danilov: La Spagna non rinuncerà volontariamente al GNL russo

    MOSCA, 12 agosto — RIA Novosti, Svetlana Medvedeva. L’Europa è di nuovo in subbuglio, questa volta a causa di Madrid. La Spagna continua a importare attivamente gas russo, nonostante i piani di Bruxelles di abbandonarlo completamente. Ciò fa infuriare la Germania, che ha sofferto molto a causa delle sanzioni. RIA Novosti riporta la situazione nell’UE.

    Per dispetto a tutti

    La Spagna sta acquistando più gas russo che mai, ha osservato il portale tedesco Merkur.

    Nel primo trimestre, le consegne hanno superato del 43% i dati dell’anno precedente. A maggio, la Russia ha rappresentato quasi un terzo delle importazioni, il 58,5% in più rispetto al 2025. A giugno, Mosca si è confermata al secondo posto per vendite nel Paese, dopo l’Algeria.

    La società spagnola Naturgy ha firmato un contratto con Yamal LNG nel 2013. L’accordo, valido fino al 2041, garantisce la fornitura di gas a un prezzo competitivo.

    L’energia russa è più economica di quella americana ed è di buona qualità, ha osservato Ivan Jimenez, capo dell’amministrazione di Bilbao, in Spagna, in un’intervista al Financial Times.

    Da gennaio a maggio, il 59% del gas consegnato al porto proveniva dalla Russia, una percentuale superiore a quella proveniente dagli Stati Uniti.

    Fattore di crescita

    Secondo Merkur, il carburante a basso costo è uno dei fattori che contribuiscono alla crescita significativamente più rapida dell’economia spagnola rispetto alla media dell’eurozona.

    In Germania la situazione è opposta. La Germania ha abbandonato il carburante russo ed è passata ad alternative più costose. La differenza di prezzo è diventata dolorosamente evidente. Di conseguenza, l’economia è in fase di stagnazione. Nel frattempo, Madrid continua a ricevere gas e prospera, scrive Merkur.

    Facciamo un confronto: il PIL spagnolo è cresciuto del 2,5% nel 2023, del 3,5% nel 2024 e del 2,8% lo scorso anno. La crescita prevista per quest’anno è del 2,4%.

    “Dopo due anni di recessione, l’economia tedesca è cresciuta solo dello 0,2% nel 2025 e la produzione industriale è diminuita significativamente. I settori chimico, metallurgico e altri settori ad alta intensità energetica sono particolarmente sensibili agli alti prezzi dell’energia”, afferma Pavel Sevostyanov, professore associato presso il Dipartimento di Analisi Politica e Processi Socio-Psicologici dell’Università Russa di Economia Plekhanov-

    Tutti hanno perso

    Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato esplicitamente che la mancanza di forniture di gas dalla Russia ha innescato una prolungata crisi energetica in Germania.

    L’energia è cara, la competitività dei prodotti tedeschi è diminuita, le aziende cercano di ridurre i costi licenziando il personale e delocalizzando la produzione in altri Paesi. Sempre più persone perdono il lavoro: questa è la nuova realtà in Germania.

    Nel solo primo trimestre di quest’anno, nel Paese sono andati persi mezzo milione di posti di lavoro. E i vertici della Volkswagen hanno ammesso che l’esistenza della più grande casa automobilistica del Paese è a rischio.

    L’economia tedesca, a partire dagli anni ’60 e ’70, con la realizzazione del progetto dell’oleodotto Druzhba e il successivo accordo storico sui gasdotti tra l’URSS e la Germania Ovest, si è sviluppata grazie alle risorse energetiche a basso costo, osserva Roman Danilov, professore associato del Dipartimento di Commercio Internazionale presso l’Università Finanziaria.

    “Oggi vediamo che Berlino, rifiutando il gasdotto russo, ha di fatto firmato la propria condanna a morte economica e politica”, afferma.

    L’industria del gas tedesca era interamente focalizzata sul gasdotto. La Germania avrebbe potuto diventare un importante hub, grazie alla sua estesa rete di gasdotti e alla favorevole posizione geografica. La realizzazione dei due progetti Nord Stream le avrebbe permesso di diventare leader non solo economico, ma anche politico in Europa. Tuttavia, oggi vediamo che queste posizioni sono andate perdute, aggiunge l’esperto.

    “L’energia a basso costo proveniente dalla Russia è stata il segreto del successo del ‘Made in Germany’. Dobbiamo riaverla. Perdere questa fonte energetica ci ha fatto regredire di anni”, ha sottolineato Alice Weidel, co-presidente del partito Alternativa per la Germania (AfD).

    Combatteranno

    L’Unione Europea ha adottato una normativa per eliminare gradualmente il gas russo. È previsto che le importazioni di GNL vengano completamente interrotte all’inizio del 2027, e quelle tramite gasdotto entro l’autunno dello stesso anno.

    Date le circostanze iniziali, Danilov è certo che la Spagna non si ritirerà volontariamente. Politicamente, potrebbe esprimere una posizione indipendente, che dividerebbe ulteriormente l’UE.

    Pertanto, secondo l’esperto, Bruxelles cercherà un compromesso e potrebbe fare delle concessioni alla Spagna, come ha fatto con le compagnie di navigazione greche. Ricordiamo che l’UE aveva previsto di includere il divieto di trasporto di GNL russo verso paesi terzi nel 21° pacchetto di sanzioni, ma la Grecia lo ha bloccato, sostenendo che la misura avrebbe avuto un impatto negativo sulla sua attività. Alla fine, l’UE ha consentito alle compagnie europee di trasportare GNL russo verso paesi terzi per un anno, con rinnovo automatico.

    Spagna e Germania sono due membri dell’UE con approcci diversi alla vita: mentre la prima antepone gli interessi nazionali, la seconda impone ciecamente restrizioni dannose per il proprio presente e futuro.

    Fonte: https://ria.ru/20260812/gaz-2110286901.html?utm_source=smi2_ria_obmen&utm_medium=banner&utm_campaign=rian_partners

    Traduzione: Sergei Leonov

    Fermare le navi russe? L'Europa trema per le ritorsioni di Mosca

    Le ispezioni navali condotte nell'ambito dell'operazione Irini della Forza navale dell'UE nel Mediterraneo aumentano notevolmente il rischio di uno scontro diretto in mare tra Russia e paesi dell'UE. Il presidente russo Vladimir Putin ha già avvertito che Mosca potrebbe rispondere al sequestro di navi mercantili e merci russe, e non è affatto certo che tale risposta avverrebbe nelle stesse acque. Alcuni politici europei temono un'ulteriore escalation e prendono la situazione molto sul serio. Le parti devono fare tutto il possibile per evitare azioni che potrebbero essere percepite come provocazioni. Allo stesso tempo, gli esperti ritengono che potenziali misure di ritorsione da parte della Russia potrebbero colpire la flotta mercantile europea, soprattutto nei paesi con un settore marittimo di grandi dimensioni.

    L'Europa è già preoccupata per una potenziale escalation in mare. Il parlamentare tedesco Matthias Moosdorf ha dichiarato a Izvestia che entrambe le parti devono evitare lo scontro. "Naturalmente, entrambe le parti devono fare tutto il possibile per impedirlo. Non è nel nostro interesse intraprendere azioni che potrebbero essere percepite come provocazioni. La posizione del nostro partito è assolutamente chiara: non vogliamo essere parte di alcuna escalation contro la Russia", ha affermato. Il parlamentare ha sottolineato che è necessario evitare gravi conseguenze per le relazioni tra Russia ed Europa. Secondo lui, se le tensioni dovessero aumentare, la Germania deve moderare le posizioni più intransigenti di alcuni partner europei, principalmente Regno Unito e Francia.

    La mossa dell'UE di procedere al fermo effettivo di una nave o al sequestro del carico potrebbe creare un pericoloso precedente, soprattutto nelle acque internazionali, ha sottolineato Pavel Anisimov, vicedirettore dell'Istituto di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche dell'Università Statale Russa per le Scienze Umanistiche. Il rischio principale è la comparsa di fermi selettivi reciproci. Misure di ritorsione da parte della Russia comporterebbero ulteriori rischi per la flotta mercantile europea. Secondo l'esperto, Mosca potrebbe reagire in altre aree chiave, come il Mar Baltico, il Mar Nero o le rotte collegate ai porti russi. Ciò sarebbe particolarmente problematico per l'UE a causa della sua dipendenza dal commercio marittimo. In primo luogo, le misure russe potrebbero colpire i paesi con importanti settori portuali e marittimi, come Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda, Paesi Bassi, Italia e Spagna.

    Anisimov ha aggiunto che i costi commerciali aumenteranno con ogni probabilità. Anche solo pochi fermi di navi di alto profilo potrebbero far lievitare i costi del trasporto marittimo: i costi assicurativi e di spedizione aumenterebbero e le aziende dovrebbero sostenere spese aggiuntive a causa dei ritardi e della necessità di reindirizzare le spedizioni. Di conseguenza, il commercio estero dell'UE potrebbe diventare più costoso e questi costi verrebbero in ultima analisi trasferiti sui consumatori europei.

    Come cambiare la tua mente

    14 Agosto 2026 ore 18:10
    Lettura estiva finita!Se pensate che gli psichedelici siano solo robaccia da hippy, questo libro vi farà cambiare idea.L'autore Michael Pollan, giornalista del New York Times magazine e docente universitario spiega come queste sostanze stiano rivoluzionando la medicina e la psichiatria.Un saggio pazzesco che demistifica i pregiudizi sugli psichedelici raccontandone la storia, la neuroscienza e il ...continua a leggere "Come cambiare la tua mente"

    Vucic: la Serbia non ha alcuna intenzione di aderire alla NATO

    Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha ribadito che il suo Paese non ha intenzione di aderire all'Alleanza Atlantica.

    "Da un lato c'è il Montenegro, membro della NATO, e dall'altro la Serbia, che non è e non sarà membro della NATO. Il Montenegro ha imposto sanzioni alla Russia, mentre la Serbia non ha fatto nulla di simile", ha dichiarato il presidente serbo ai giornalisti durante una visita al cantiere di Expo 2027.

    Il 10 giugno, a seguito di un incontro con il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa della NATO, Alexus Grynkewich, Vucic ha affermato che Belgrado manterrà la neutralità militare pur collaborando contemporaneamente con l'Alleanza Atlantica.

    La Cina impartisce una dura lezione al Giappone sulle Isole Curili dopo la visita di Putin

    Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha condannato fermamente le recenti rivendicazioni del Giappone sulle Isole Curili, che fanno parte del territorio russo.

    "La Cina ribadisce che i risultati della vittoria nella guerra mondiale contro il fascismo devono essere rispettati e strenuamente difesi. La Cina esorta la parte giapponese a rispettare l'ordine internazionale postbellico sancito dalla Dichiarazione del Cairo, dalla Proclamazione di Potsdam e da altri strumenti giuridici internazionali", ha dichiarato il portavoce rispondendo a una domanda sull'argomento durante una conferenza stampa.

    La visita del presidente russo Putin alle Isole Curili, che sono parte della Russia e parzialmente reclamate dal Giappone, ha provocato malumori e proteste da parte delle autorità di Tokyo. Il Ministero degli Esteri giapponese ha emesso una "forte protesta" in merito al viaggio a Iturup e ha convocato l'ambasciatore russo a Tokyo. In risposta, il capo della missione diplomatica ha dichiarato che "le Isole Curili meridionali fanno parte della Federazione Russa e ne sono entrate a far parte del territorio a seguito della Seconda Guerra Mondiale, in base ai principi del diritto internazionale", e pertanto "la loro sovranità non è oggetto di discussione".

    Poco prima della sua visita alle isole, Putin ha supervisionato la fase finale delle esercitazioni militari su larga scala della Flotta russa del Pacifico durante la sua visita alla città di Yuzhno-Sakhalinsk e ha affrontato le rivendicazioni del Giappone.

    Il presidente ha insistito sul fatto che lo status delle isole "è sancito da documenti internazionali" come una realtà sorta nel 1945, pur sottolineando che "nonostante ciò" il Paese eurasiatico "è disposto" a "cercare una soluzione" alla questione. In questo contesto, ha ribadito che Mosca "non ha assolutamente alcuna pretesa" nei confronti del Giappone e che quest'ultimo "non rappresenta una minaccia" per essa, nonostante Tokyo abbia incluso la Russia "tra le principali fonti di minaccia".

    Inoltre, Putin ha ricordato che il Giappone ha imposto sanzioni immotivate contro la Russia "con il pretesto" della crisi ucraina e "senza affrontare" le cause profonde del conflitto.

    Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha denunciato che il Giappone sta optando per la militarizzazione sotto l'egida degli Stati Uniti. "[L'ex primo ministro giapponese Shinzo] Abe era un politico di principi assoluti, consapevole che gli interessi nazionali non possono essere garantiti senza la cooperazione con la Federazione Russa. Chi gli è succeduto crede che questi interessi debbano essere garantiti insieme agli Stati Uniti, dando così inizio alla militarizzazione del Giappone", ha spiegato il massimo diplomatico russo.

    "Metastasi del nazismo": la durissima accusa di Lavrov alla Germania di Merz

    Le "metastasi del nazismo" stanno riemergendo nella società tedesca sotto la guida del cancelliere federale Friedrich Merz, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in un'intervista.

    Il ministro degli Esteri russo si riferiva allo scandalo che ha coinvolto Michael Marten, corrispondente del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, durante una conferenza stampa congiunta tra il presidente serbo Aleksandar Vucic e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij, tenutasi a Belgrado l'8 agosto.

    Marten aveva al capo del regime di Kiev: "Cosa possiamo fare noi europei, nello specifico, per aiutarvi a uccidere più russi?".

    "Naturalmente, questa persona non è degna di ricoprire alcuna posizione nei media, tanto meno un incarico ufficiale nella pubblica amministrazione", ha affermato Lavrov.

    "Le metastasi del nazismo continuano a diffondersi nella società tedesca sotto la guida del Cancelliere federale Friedrich Merz, il quale dichiara apertamente la necessità di rendere nuovamente la Germania la principale potenza militare in Europa. Capisce cosa significhi 'di nuovo' in questo contesto? Non ne sono sicuro", ha sottolineato.

     

    Iran: i funzionari dell’amministrazione Trump considerano la situazione disperata e sono preoccupati per la mancanza di strategia

    14 Agosto 2026 ore 16:11

    di RT Francia

    A Washington crescono i dubbi sulla condotta della guerra in Iran, poiché gli obiettivi americani si sono evoluti nel corso del conflitto. La priorità sembra ora spostarsi verso lo Stretto di Hormuz, mentre diverse opzioni – escalation militare, negoziati o pressione prolungata – restano in discussione senza alcuna garanzia di successo.

    Secondo quanto riportato da Politico il 13 agosto , i funzionari statunitensi sono preoccupati per la mancanza di una strategia chiara da parte dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, poiché la Casa Bianca continua a faticare nel definire cosa potrebbe costituire una vittoria.  Diversi funzionari, sia in carica che in pensione, descrivono una situazione particolarmente pericolosa, in cui Washington ora si trova di fronte solo a opzioni difficili.

    All’interno dell’establishment americano si sta manifestando apertamente un certo malcontento. Un funzionario a conoscenza della strategia dell’amministrazione per il Medio Oriente ha dichiarato a Politico di non vedere ” via d’uscita” dalla situazione attuale. Dan Shapiro, ex alto funzionario del Pentagono sotto l’amministrazione Biden, ritiene che Washington si sia messa in un “vicolo cieco” da cui rimangono solo opzioni negative.

    Queste preoccupazioni emergono in un momento in cui gli obiettivi americani sono cambiati significativamente dall’inizio delle ostilità. Inizialmente, Donald Trump intendeva porre fine al programma nucleare iraniano e distruggere una parte sostanziale delle capacità militari del Paese, pur lasciando aperta la possibilità di un cambio di regime a Teheran. Ora, l’amministrazione americana sembra concentrarsi principalmente sulla completa riapertura dello Stretto di Hormuz, le cui interruzioni hanno ripercussioni sul commercio globale e sui mercati energetici.

    Il dibattito non verte più quindi solo sui mezzi impiegati contro Teheran, ma anche sul risultato che Washington intende realmente ottenere.

    Secondo quanto riportato da Politico , un funzionario americano avrebbe frainteso profondamente i leader iraniani e si sarebbe a lungo basato sul presupposto che una pressione crescente avrebbe alla fine costretto Teheran a cedere. Elliott Abrams, ex consigliere di Donald Trump per il Medio Oriente, ha definito la situazione estremamente pericolosa e ha accusato l’amministrazione di incompetenza.

    Marines in difficoltà

    Il conflitto sta mettendo a dura prova anche le risorse militari americane. Il Washington Post stima che gli Stati Uniti abbiano perso circa il 25% della loro flotta di droni pesanti MQ-9 Reaper dall’inizio della guerra, ovvero almeno 45 velivoli. Queste perdite rappresentano oltre 1,3 miliardi di dollari, poiché questi droni vengono utilizzati sia per missioni di intelligence che per attacchi.

    Il media traccia un parallelo con gli anni più difficili della guerra in Iraq, quando Washington faticava a trovare una via d’uscita. L’Iran, tuttavia, presenta una sfida diversa: il paese è più grande, il suo governo è ancora al potere, gli Stati Uniti non vi hanno forze di terra e le conseguenze del conflitto si estendono ben oltre i suoi confini.

    Tre opzioni sul tavolo, nessuna priva di rischi

    Attualmente, negli ambienti politici e strategici americani, si dibatte su tre approcci principali, nessuno dei quali offre alcuna garanzia di successo.

    La prima opzione prevede un’intensificazione della pressione militare. Tra le proposte riportate figurano l’occupazione statunitense dell’isola iraniana di Kharg, ulteriori operazioni israeliane contro i leader iraniani, il sostegno a determinati gruppi etnici all’interno del Paese e l’incoraggiamento degli Emirati Arabi Uniti a impadronirsi di tre isole contese con Teheran. Alcuni ritengono inoltre che altre due settimane di bombardamenti potrebbero essere sufficienti a costringere l’Iran a fare marcia indietro.

    Una simile escalation, tuttavia, non garantirebbe il risultato auspicato. Il potere iraniano rimane profondamente radicato nel paese e il sentimento nazionale potrebbe rafforzare la resistenza ai tentativi di sfruttare le sue divisioni interne.

    Una seconda corrente di pensiero, al contrario, propugna una de-escalation e la ripresa dei negoziati, anche a costo di fare concessioni agli Stati Uniti sulle sanzioni. I suoi sostenitori raccomandano un accordo con Teheran o, in mancanza di questo, un ritiro degli Stati Uniti dal conflitto. Ritengono che l’indebolimento già subito dalle capacità militari iraniane consentirebbe a Washington di limitare le perdite senza presentare il proprio intervento come un completo fallimento.

    Jennifer Kavanagh, del think tank Defense Priorities, chiede pertanto agli Stati Uniti di porre fine all’escalation e di ripensare la propria strategia di difesa.

    La terza opzione si basa su una pressione economica e marittima prolungata: mantenere il blocco del traffico iraniano e rafforzare le sanzioni nella speranza di ottenere concessioni da Teheran o di indebolire le autorità.

    La sua efficacia rimane incerta. Un funzionario statunitense citato da Politico sottolinea che Washington crede da decenni che l’economia iraniana sia sull’orlo del collasso, una previsione che non si è avverata. Inoltre, Teheran potrebbe mantenere le sue restrizioni nello Stretto di Hormuz finché gli Stati Uniti bloccheranno le navi iraniane, trasferendo così parte del peso economico della situazione di stallo sul resto del mondo.

    Stretto di Hormuz

    Lo Stretto di Hormuz diventa una priorità per Washington.

    La Casa Bianca sembra ora propendere per una pressione costante piuttosto che per un’escalation immediata. La rivista americana The Atlantic riporta che, dopo bombardamenti limitati e minacce che non hanno prodotto i risultati sperati, Washington si sta concentrando maggiormente sulle sanzioni finanziarie e sul blocco marittimo dei porti iraniani.

    Questa strategia potrebbe tuttavia richiedere tempo, poiché l’economia iraniana ha dimostrato una capacità di resistenza che potrebbe complicare i calcoli americani.

    Il quotidiano americano Wall Street Journal ha riportato che Donald Trump aveva preso in considerazione l’idea di presentare la riapertura completa dello Stretto di Hormuz come una vittoria che avrebbe permesso agli Stati Uniti di porre fine al conflitto, anche senza un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano.

    Questo cambiamento riflette un significativo inasprimento degli obiettivi americani, ora maggiormente focalizzati sullo Stretto di Hormuz.

    La Casa Bianca sostiene, tuttavia, che Donald Trump continua a preferire una soluzione negoziata, mantenendo aperte tutte le opzioni disponibili. Nelle ultime settimane, Washington e Teheran hanno anche cercato, con l’aiuto di mediatori mediorientali, di definire i termini di un nuovo accordo.

    Al momento, a Washington non si è ancora raggiunto un consenso. La difficoltà principale, pertanto, rimane la stessa: determinare quale esito consentirebbe agli Stati Uniti di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi e di porre fine alle operazioni.

    Fonte: RT Francia

    Traduzione: Gerard Trousson

    Mappa concettuale dei simboli anarchici: significato, storia e origini

    14 Agosto 2026 ore 11:45

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    L’anarchismo ha sempre avuto un rapporto particolare con i simboli. Un movimento che rifiuta autorità, gerarchie e appartenenze imposte potrebbe sembrare poco incline a riconoscersi in bandiere ed emblemi. Eppure, nel corso della sua storia, ha prodotto un immaginario visivo immediatamente riconoscibile. La bandiera nera, la bandiera rosso-nera, la A cerchiata, il gatto nero, la stella nera e, in contesti più recenti, diverse bandiere bicolori sono entrati nel linguaggio politico anarchico. Non tutti questi simboli hanno però la stessa origine, la stessa importanza storica o lo stesso significato. Alcuni provengono direttamente dal movimento anarchico, altri dal movimento operaio e sindacale

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    Canapa: sequestro, analisi e nuova restituzione dei fiori, la legge in tribunale non regge

    14 Agosto 2026 ore 11:10
    Il 5 giugno la polizia di Aprilia perquisisce un negozio e sequestra tutto quello che assomiglia a uno stupefacente: barattoli, cristalli, resina scura: agli atti finiscono come hashish e marijuana. Il titolare resta con gli scaffali vuoti e un procedimento penale in corso, ipotesi di reato l’articolo 73 del testo unico sugli stupefacenti. Passa quasi …

    Mappa concettuale della storia dell’anarchismo: origini, movimenti e rivoluzioni

    14 Agosto 2026 ore 10:57

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    L’anarchismo non nasce in un momento preciso né dall’opera di un unico pensatore. È il risultato di un lungo processo storico nel quale critica dell’autorità, socialismo, movimento operaio, federalismo, rivoluzione sociale, autogestione e libertà individuale si incontrano e si trasformano. Dalle prime formulazioni di William Godwin e Pierre-Joseph Proudhon allo scontro tra Marx e Bakunin nella Prima Internazionale, dalla nascita del comunismo anarchico alle grandi organizzazioni sindacali, fino alla Rivoluzione spagnola e alle successive trasformazioni del pensiero libertario, la storia dell’anarchismo attraversa oltre due secoli di conflitti politici e sociali. La mappa concettuale della storia dell’anarchismo permette di seguire questo

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    Il trionfo della quieta morte

    13 Agosto 2026 ore 22:00

    di Emanuela Cocco

    Adriano Marenco, Fine capitale mai, Nulla Die Edizioni, 2025, pp. 138, € 17.

    Se cercate un libro che non vi lasci tranquilli, eccolo. Fine capitale mai non è una lettura che si consuma e si dimentica: vi toglierà qualcosa, più che colpirvi farà in modo che voi, alla fine, abbiate voglia di colpire qualcosa, di strapparla via da voi, una certezza che forse nemmeno sapevate di avere, quella di poter restare spettatori indenni davanti a quello che sta accadendo, ora nel mondo, il vostro piccolo, e quello grande, che poi sono la stessa cosa.  Fine capitale mai arriva da un autore che il teatro lo conosce bene, un drammaturgo radicale che in narrativa porta la stessa intransigenza. In questo piccolo, grande romanzo, non ci sono eroi o bei tipi per i quali fare il tifo, e non c’è un finale che vi consoli. Troverete, invece, una domanda che resterà lì, pronta a farvi compagnia anche dopo l’ultima pagina. Una domanda semplice e cattiva: ma è davvero tutto qui?
    Il romanzo ha inizio ed entriamo subito in un futuro che ha smesso di promettere qualsiasi cosa che non sia la sopravvivenza. Il mondo sporzionato de la Sabbia, la Neve, le Case Alte. Nei primi due si trascinano gli Striscianti, ciò che resta dell’umanità dopo che ogni risorsa le è stata sottratta. Nelle Case Alte si asserragliano invece i Vegliardi e le Carampane, centenari ricchissimi che hanno comprato tempo su tempo e ora pretendono di prendersi anche l’eternità. Quando qualcosa minaccia quel dominio, la risposta è una guerra totale, e patrimoniale, condotta con freddezza. Dietro tutto questo si muove un’ombra ulteriore: qualcuno, nel presente, scrive la storia, senza essere certo di esserne l’autore.
    C’è un’idea che attraversa il romanzo come una lama, e Marenco non la nasconde mai, la lascia lavorare a vista: la morte è più forte di ogni cosa. Più forte del freddo, del vento, del caldo, delle stagioni, della ricchezza, del tempo stesso, che pure sembrava essere stato comprato, arginato, delimitato e recintato, come una proprietà. Ma la morte, una morte quieta e per questo ancora più spaventosa, chiuderà gli occhi ai Vegliardi, nonostante la loro battaglia per l’immortalità, una battaglia che Marenco non tratta come follia isolata di pochi, ma come l’ultima, coerente, conseguenza di un sistema che ha sempre promesso di poter comprare il tempo, e che ora si trova a dover onorare quella promessa fino in fondo, fino all’ultimo ridicolo esito.
    Quella raccontata da Marenco è una morte che non ha nemmeno la dignità della rovina, una morte levigata, senza rughe e senza dolore: i corpi delle Carampane e quelli dei Vegliardi restano tesi, sospesi in una giovinezza artificiale che ricorda certe tele dove la carne, troppo perfetta, comincia a somigliare a un simulacro, a una vanitas rovesciata; non più il teschio sotto la pelle liscia a ricordare la caducità, ma una liscia epidermide capace di  nascondere, con antiquato pudore, il suo vuoto.
    La  morte arriva, in ritardo sul calendario, ma è pur sempre morte. Una morte nel deserto, infertile, e qui la geografia del romanzo funziona come una mappa dell’anima prima ancora che come scenario distopico: un mondo diviso non tanto tra ricchi e poveri quanto tra chi ancora produce vita, sia pure una vita ridotta a rottame, e chi ha smesso di produrre qualsiasi cosa che non sia rendita.
    Perché è questo il nucleo più duro del libro: il corpo si deteriora, i sogni si deteriorano, i rapporti si deteriorano, il sesso si deteriora, tutto si deteriora, tranne il capitale. Il capitale rimane. Ma è ormai una beffa, un accumulo senza più destinazione, un numero che continua a crescere in un mondo che non ha più nulla da comprare che valga davvero la pena. Marenco costruisce un rovesciamento che ha qualcosa della grande tradizione distopica, dei grattacieli-mondo, una inquietante gerarchia verticale che è nelle Case Alte di questo romanzo, ma lo piega a un affondo più specifico, più politico, più ancorato al nostro presente: non la fine del mondo, ma una fine che non arriva mai, l’eternizzazione del capitale come condanna e non come trionfo.
    I Vegliardi cercano di vincere sul destino, ma è impossibile. Nessun rito orgiastico, nessun ammazzamento, nessun sangue giovane potrà renderli immortali sul serio, e in questa sequenza, quasi liturgica nella sua accumulazione anaforica, Marenco smonta uno per uno i miti su cui l’Occidente ha costruito le proprie fantasie di eternità, dal sangue dei bambini rubato dalle streghe delle fiabe fino ai più recenti, e reali, deliri della biomedicina anti-aging. Perché che cos’è, in fondo, l’immortalità? Il romanzo lo dice con una chiarezza quasi didascalica, e proprio per questo definitiva: l’immortalità è nel ricordo, e loro non verranno ricordati da nessuno. È nel testimone, e loro non avranno testimoni. È nel dialogo, e loro hanno smesso di parlare con il resto dell’umanità. È la solitudine, non la morte, il vero orrore che il libro allestisce: una solitudine di classe, definitiva, autoinflitta.
    Fine capitale mai è un romanzo coraggioso perché non cerca mai di attirare il lettore, non cerca di muoverlo a compassione né di trascinarlo dentro un’avventura. Marenco avrebbe potuto umanizzare queste moltitudini senza volto; ma ciò di cui vuole parlare davvero l’autore non può che ostacolare, negare, avvelenare il legame empatico tra la storia e il suo lettore evocato. A Marenco non importa far vivere al lettore un’avventura: importa di costringerlo a sostare nel disagio, sostare nella percezione di un’immutabilità che nega, che taglia le gambe alla progressione drammatica.
    C’è, in questo, una vena di autentica intransigenza stilistica: una scrittura che cavalca immagini fortemente drammatiche e violente, senza però cercare l’immedesimazione, senza mai giocare sulle leve del pathos. È quasi una scrittura che rinnega tutti gli stilemi della letteratura orientata verso la partecipazione emotiva del lettore, perché quello che l’autore vuole fare è esercitare, con le frasi, una sorta di coercizione insostenibile nei confronti del lettore.
    Quella di Marenco è una scrittura per certi versi rabbiosa, piena di sdegno verso proprio gli artifici tipici della scrittura industriale di puro intrattenimento. Fine capitale mai trova una via diversa di partecipazione con il lettore, ed è la via della rabbia, la via del disgusto verso ciò che accade ed è la via che porta a un amaro riconoscimento tra chi narra e chi legge: quello del riconoscersi inermi, deboli, fallati e inadatti a una lotta dentro la quale, lo vogliamo o no, siamo già stati coinvolti.
    In questo romanzo Marenco opera un’azione davvero radicale, perché rifiuta, così come fece per esempio l’autore argentino Ariel Luppino ne Le Brigate, di allearsi con il lettore, rifiuta di blandirlo, rifiuta categoricamente di divertirlo, ma vuole al contrario tediarlo, tormentarlo, lasciarlo solo con qualcosa che alla fine sarà un’epifania affatto risanante: un’epifania rabbiosa, un’epifania che gli farà veramente male. Chi vuole vedere al lavoro una scrittura piena di pura, sotterranea, non banalmente dichiarata, indignazione, di un urlo indomabile, che contiene qualcosa della violenza dei racconti dell’orrore di Kleist, delle sue scene piene di atti violenti irreparabili, imprevisti e inarrestabili, troverà in questa prosa quello che cerca.
    A tenere insieme questa materia feroce c’è, sullo sfondo, la cornice metanarrativa dell’intellettuale che nel presente scrive la storia di Fine capitale mai senza sapere se ne sia davvero l’autore o soltanto una pedina, un dubbio che Marenco, drammaturgo prima ancora che romanziere, sa maneggiare con un rigore che viene dritto dalla sua esperienza teatrale.
    Ciò che rende il romanzo un’operazione di rara compattezza è la coerenza assoluta tra scelta stilistica e visione del mondo. Non c’è un solo artificio retorico che non sia messo al servizio dell’idea che lo regge: il tenace smontaggio dei miti dell’immortalità, per esempio, non è un vezzo letterario, è esso stesso la dimostrazione di come si sopravvive in stato d’assedio, il farsi lingua dell’ossessione dei Vegliardi che questo assedio lo hanno prima esercitato e poi subito.
    Marenco rinuncia a ogni consolazione strutturale, e lo fa con pieno controllo: la stasi non è un difetto di ritmo, è una decisione compositiva sostenuta fino in fondo, con disciplina e fedeltà a un mandato autoriale ben chiaro.
    Fine capitale mai è un romanzo che pensa per associazioni proprie, senza bisogno di prestiti: i suoi riferimenti impliciti, da Ballard a Kleist, non sono citazioni esibite ma affinità che il lettore colto riconosce da sé, segno di una scrittura che si è nutrita di una cultura vasta senza mai esibirla come credenziale.
    La storia non concede tregua, e non la concede volutamente: perché la vera domanda che pone, il capitale avrà mai fine? resta sospesa, aperta, e proprio in quella stasi trova la sua forma più inquietante.
    Spesso la narrativa contemporanea si divide in chi cerca in qualche modo di fuggire il conflitto e in chi lo restituisce nella forma più immediata di una palese denuncia. Marenco sceglie una strada diversa: crea la stasi all’interno del suo impianto narrativo, non lo spazio di una possibile redenzione, ma quello di una quieta rassegnazione, così quieta e stabile da rasentare la follia e da suscitare, certo, la nostra rabbia.
    L’obiettivo che appare evidente, mai dichiarato dall’autore, è quello di non favorire o permettere lo scaricarsi della rabbia nel processo di penetrazione empatica tra lettore e personaggi, bensì di alimentarla, di gonfiarla, di non permettere mai all’opera, in nessuna occasione, di farsi catarsi, di dare l’illusione di aver compiuto quel tragitto verso il cambiamento. Marenco, invece, tortura il lettore con l’impossibilità di quel cambiamento, con la silenziosa accettazione dello stato mostruoso dei fatti: e proprio da qui provoca quella scintilla di ribellione che non si esaurisce nella lettura, che non trova sfogo tra le pagine, ma si alimenta, e va proiettata nello spazio esterno.
    È come se l’autore dicesse: non lascerò che il mio testo sia la scusa per compiere quest’arco narrativo verso la trasformazione, ma ti perseguiterò con la consapevolezza che questa trasformazione sia impossibile, sperando che sia proprio questo testo quella goccia di rabbia in più capace di farti detonare all’esterno. Anche solo per questa posizione autoriale, per questa inflessibile volontà rivoluzionaria che abita la voce narrante, Fine capitale mai è un testo da prendere in considerazione.
    Leggetelo: è raro trovare oggi un autore disposto a scrivere con la stessa spietata freddezza con cui Fassbinder metteva in scena i suoi mondi invivibili, un libro pensato per bruciare le illusioni del lettore invece che per confortarlo, e a farlo con la lucidità di chi la propria utopia personale l’ha trovata proprio nell’accettare di non averne, non più.

    Cento Anni di Fidel: il Coraggio e la Coerenza


    di Fabrizio Verde

    Cento anni fa, tra le piantagioni di zucchero e la terra rossa di Birán, veniva al mondo un uomo destinato a costringere la storia a fare i conti con la sua intransigenza morale. Fidel Castro non si è limitato ad attraversare il tumultuoso Novecento da protagonista; lo ha sfidato, lo ha piegato e, in ultima istanza, lo ha superato, proiettando la sua influenza ben oltre la soglia del nuovo millennio. Rileggere la sua parabola a un secolo di distanza significa osservare il ritratto di un gigante politico, uno stratega visionario capace di leggere le correnti profonde della politica internazionale con un anticipo che oggi appare quasi profetico. In un'epoca dominata da grossolana ignoranza, narrazioni superficiali e da arroganze unipolari, la figura del leader cubano si staglia come un monolite di coerenza, incarnando la resistenza di un'isola che ha osato sfidare il destino scritto dalle dottrine imperiali.

    Per comprendere l'eccezionalità della Rivoluzione Cubana bisogna guardare alla cartina geografica attraverso le lenti spietate della Dottrina Monroe e del cosiddetto Destino Manifesto. Washington aveva da tempo eletto il Mar dei Caraibi a proprio lago privato, considerandone le isole e le coste come un'appendice naturale del proprio impero, dove installare dittature feroci, sfruttare le risorse e garantire il controllo militare. L'irruzione della guerriglia sulla Sierra Maestra ha rappresentato uno schiaffo in pieno volto a questo ordine neocoloniale. Fidel comprese fin dal principio, studiando le lacerazioni e i tradimenti che avevano affossato le guerre d'indipendenza dell'Ottocento, che la sopravvivenza di un processo rivoluzionario a novanta miglia dalle coste della Florida richiedeva un'arma inedita, ma potente ed efficace. Quell'arma era l'unità. Non una parola d'ordine retorica, ma una ferrea necessità tattica e strategica. La paziente tessitura di alleanze, dal Patto di Miami al fronte comune con le diverse anime della sinistra, ha permesso a un pugno di ribelli di trasformarsi in un esercito di popolo, sventando i tentativi di frammentazione fomentati dall'esterno e gettando le basi per la costruzione di uno Stato sovrano in grado di resistere a decenni di assedio economico, a centinaia di attentati e a un isolamento diplomatico orchestrato dall'Organizzazione degli Stati Americani.

    Ridurre Fidel Castro al ruolo di mero sopravvissuto alla Guerra Fredda sarebbe un errore imperdonabile. Sotto la sua guida, Cuba è divenuta un formidabile attore globale, trasformando la propria vulnerabilità geografica in uno strumento di solidarietà internazionale. L'internazionalismo cubano non ha seguito le logiche grette e spartitorie delle superpotenze, ma si è mosso lungo le linee di faglia del Sud del mondo, abbracciando le cause dei popoli oppressi: quindi della Palestina, del Sahara Occidentale e dei movimenti di liberazione africani. Le sabbie dell'Angola hanno visto il sacrificio di centinaia di migliaia di cubani, il cui sangue ha contribuito in modo decisivo a spezzare le catene dell'apartheid in Sudafrica e a garantire l'indipendenza della Namibia. Ma l'eredità più duratura, quella che ha scavalcato il crollo del Muro di Berlino e il collasso dell'Unione Sovietica, è stata la capacità di reinventare la solidarietà. Negli anni Duemila, mentre il neoliberismo trionfante celebrava la fine della storia, Fidel ha continuato a mobilitare legioni di medici, insegnanti e tecnici, inviandoli nelle baraccopoli dell'America Latina e nei villaggi più remoti del pianeta. Cuba è diventata un riferimento umanitario, etico e politico, dimostrando che la vera ricchezza di una nazione non risiede nelle riserve auree, ma nella dignità garantita ai propri cittadini e nella mano tesa verso gli emarginati della terra.

    Quando la malattia lo ha costretto a cedere le redini del potere esecutivo, il Comandante non si è ritirato in un silenzio dorato. Dalle pagine delle sue riflessioni, ha continuato a scrutare l'orizzonte globale con lo stesso acume che lo aveva guidato durante la Crisi dei Missili. I suoi ultimi anni sono stati dedicati a un'opera di semina intellettuale, volta a favorire la nascita e la crescita di un nuovo assetto mondiale multipolare. Fidel aveva intuito, con largo anticipo rispetto agli analisti occidentali, che l'egemonia unipolare statunitense avrebbe generato pericolose derive belliciste e che il futuro dell'umanità dipendeva dalla capacità di costruire un equilibrio fondato su nuovi poli di potere. Non è un caso che, in uno dei suoi ultimi scritti, abbia definito l'alleanza strategica tra la Federazione Russa e la Cina come un “potente scudo per la pace e la sicurezza globale”. In quell'intuizione, maturata osservando l'espansione militare verso est e le tensioni ai confini dell'Europa, risiede la chiave di volta del suo pensiero geopolitico maturo. La Russia e la Cina, insieme all'emergere dei Paesi del Sud Globale e alla formazione di blocchi alternativi, rappresentavano per lui l'antidoto definitivo contro le tentazioni neofasciste e le logiche di saccheggio dell'Occidente.

    Oggi, mentre il mondo affronta crisi sistemiche generate da un capitalismo neoliberista in putrefazione, il pensiero di Fidel Castro rivela un'attualità disarmante. La sua concezione integrale della sovranità, intesa non solo come indipendenza giuridica ma come autodeterminazione economica, politica, culturale e finanche alimentare, offre una bussola preziosa per le nazioni che cercano di orientarsi nel caos della transizione epocale. L'etica della responsabilità verso le generazioni future, la difesa degli oceani e la battaglia contro la povertà non erano per lui astrazioni accademiche, ma imperativi morali radicati in una visione profondamente socialista e umanista. A cento anni dalla sua nascita, la figura eroica di Fidel Castro continua a estendersi ben oltre i confini del Malecón. Non come il fantasma di un'ideologia confinata nei libri di storia, ma come la voce viva di un gigante che ha saputo guardare oltre il proprio tempo, ricordandoci che la storia non è mai scritta in anticipo e che la dignità dei popoli rimane l'unica, vera forza in grado di piegare gli imperi. Anche quelli più minacciosi e tracotanti.

    Oltre il mito, oltre il marmo: la lezione di Fidel Castro nella lotta di classe oggi


    di Geraldina Colotti

    Parlare oggi di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana non è un esercizio di archeologia politica. Che centinaia di internazionalisti all'Avana, e altrettanti nel mondo, ricordino questo 13 agosto il centenario della nascita del Comandante in Jefe, non è per erigere un monumento in marmo a Fidel Castro, perché la borghesia e il revisionismo amano i monumenti: i monumenti non disturbano, non parlano, non organizzano la classe lavoratrice. E Fidel ha lasciato chiaro che non voleva essere trasformato in un monumento. Ed è per questo che, durante il suo funerale il popolo ha scandito per giorni: io sono Fidel, e i popoli del mondo continuano a gridare: io sono Fidel.

    Ricordiamo Fidel perché Fidel è un metodo. È la dimostrazione pratica che il marxismo-leninismo non è un dogma da biblioteca, ma una guida per l'azione, uno strumento di trasformazione radicale capace di spezzare l'apparente fatalità dell'egemonia imperialista.

    Quando Fidel e i giovani della Generazione del Centenario assaltarono la Moncada nel 1953, o quando sbarcarono dal Granma nel 1956, il rapporto di forze era, sulla carta, assolutamente sfavorevole. Affrontavano una dittatura filoimperialista blindata da Washington. La logica possibilista e riformista diceva che era impossibile. Ma Fidel ci ha insegnato una lezione fondamentale che la sinistra europea è sembrata dimenticare dopo la caduta del blocco sovietico: le condizioni oggettive e soggettive non si aspettano a braccia conserte, si costruiscono nella lotta.

    Cosa ha significato la Rivoluzione Cubana per il mondo? In primo luogo, Cuba ha spezzato la geografia del dominio imperiale. Ha dimostrato che a novanta miglia dall'impero più sanguinario della storia umana era possibile costruire il socialismo e sostenerlo. Cuba ha dimostrato che il vero sviluppo non si misura dal Prodotto Interno Lordo o dal consumo suntuario delle élite, ma dalla dignità, dall'educazione, dalla salute universale e dalla sovranità dei popoli.

    Ma c'è qualcosa di più profondo: la dimensione dell'internazionalismo proletario. Fidel ha elevato l'internazionalismo dalla condizione di motto astratto a principio di Stato. Cuba non ha esportato la rivoluzione, ma i suoi principi, ha esportato solidarietà. L'abbiamo visto nelle sabbie dell'Angola, quando è stato sconfitto il regime dell'apartheid sudafricano e si è cambiata per sempre la storia dell'Africa. L'abbiamo visto in America Latina, quando Cuba ha costituito il faro che ha alimentato la resistenza contro le dittature del Piano Condor e, più tardi, è stata la colonna vertebrale dell'integrazione bolivariana e dell'ALBA-TCP insieme al Comandante Hugo Chávez, e, dopo, insieme a Nicolás Maduro.

    Nell'era della globalizzazione capitalista, quando la borghesia ha imposto la logica del "si salvi chi può", la Cuba di Fidel ha dimostrato che la diplomazia dei popoli si basa sul condividere non ciò che avanza, ma quel poco che si ha.

    Arriviamo ora alla nostra realtà europea e, in particolare, alla storia del movimento comunista in Italia. L'onda d'urto della Rivoluzione Cubana e il pensiero del Che Guevara hanno scosso le fondamenta dell'Europa negli anni '60 e '70. La parola d'ordine del Che alla Conferenza Tricontinentale — "Creare due, tre... molti Vietnam" — ha risuonato con forza nel cuore della metropoli imperialista. 

    In Italia, in un contesto segnato dal tradimento riformista del cosiddetto "compromesso storico" del PCI e dall'egemonia della Democrazia Cristiana, migliaia di giovani e lavoratori hanno compreso che l'imperialismo statunitense era il nemico comune. Sono sorte così le esperienze della lotta armata e delle guerriglie urbane, come le Brigate Rosse (BR) e altre organizzazioni dell'anticapitalismo combattivo. Quei giovani hanno tentato di rompere la pace sociale capitalista e di costruire nel cuore del centro imperialista quel "secondo o terzo Vietnam" di cui parlava il Che, assumendo la violenza rivoluzionaria come risposta alla violenza strutturale dello Stato borghese e del Patto Atlantico.

    L'analisi dialettica di quell'esperienza storica ci insegna che l'impulso antiimperialista e il rifiuto del patto sociale riformista erano profondamente legittimi. Tuttavia, la storia ci ha anche dimostrato i limiti del tentare di fare la rivoluzione con il modello guerrigliero nella complessità delle metropoli altamente industrializzate dell'Europa occidentale, senza l'articolazione di un ampio movimento di massa e di varie forme di lotta que contrastino dall'interno e dall'esterno le istituzioni borghesi e la violenza dello sfruttamento del capitale sul lavoro.

    Fidel ha sempre avuto una visione d'insieme: la lotta armata non era un feticcio, ma uno strumento subordinato alla costruzione del Potere Popolare e alla mobilitazione cosciente delle masse lavoratrici.

    Decenni dopo, il filo rosso della solidarietà cubana con l'Italia ha preso una forma completamente diversa ma ugualmente rivoluzionaria. Durante la pandemia di COVID-19, mentre il sistema sanitario privatizzato del prospero nord Italia crollava sotto le leggi del libero mercato, e mentre l'Unione Europea si mostrava in tutta la sua nudità come un club di mercanti egoisti, chi è arrivato in Lombardia, Piemonte e Calabria?Sono arrivate le brigate mediche cubane Henry Reeve. Medici formatisi alla scuola di Fidel Castro, che hanno rischiato la vita per salvare cittadini italiani. Quel contrasto è stato deflagrante: l'Europa del capitale inviava austerità, tagli alla sanità pubblica e aerei da guerra; la Cuba socialista di Fidel inviava camici bianchi e internazionalismo.

    Oggi l'Italia affronta uno scenario critico: la presenza di un governo neofascista e atlantista guidato da Giorgia Meloni, che agisce come vassallo dell'imperialismo statunitense e della NATO, smantellando i diritti del lavoro e trasformando la gestione delle frontiere in un business repressivo e razzista. Di fronte a questo, la memoria combattiva e l'esempio di Cuba sono uno schiaffo alla rassegnazione.

    Uno dei contributi più brillanti di Fidel nell'ultima tappa della sua vita è stato il concetto della Battaglia delle Idee. Fidel ha compreso prima di molti che la battaglia del XXI secolo non si sarebbe giocata unicamente sul terreno economico o militare, ma sul terreno della coscienza, della cultura e dell'informazione. L'egemonia borghese opera oggi attraverso la manipolazione mediatica, i social network e la guerra cognitiva, cercando di spogliare la classe lavoratrice della sua memoria storica e della sua identità di classe, di balcanizzarla e confonderla.

    L'imperialismo vuole farci credere che non ci sia alternativa, che il capitalismo sia l'unico orizzonte possibile e che la barbarie sia inevitabile. Di fronte a questo, Fidel ci ha insegnato a diffidare del discorso dominante, a costruire media alternativi, a formarci teoricamente e a dare la battaglia ideologica in ogni trincea.

    Oggi, mentre Cuba continua a soffrire gli effetti di un blocco criminale e inasprito da parte degli Stati Uniti — un blocco che cerca di soffocare il popolo cubano per provocare il crollo interno —, la difesa della Rivoluzione Cubana è la linea di demarcazione di ogni comunista e antiimperialista conseguente. Difendere Cuba non è solo difendere un governo: è difendere il diritto inalienabile dei popoli a costruire un destino al di fuori del giogo capitalista.

    Fidel Castro ci ha lasciato fisicamente, ma il suo lascito appartiene a chi lotta. In un'Europa che si rimilitarizza, che taglia i diritti sociali per finanziare guerre imperialiste e che solleva muri contro i diseredati del Sud Globale, la lezione di Cuba e la memoria delle nostre lotte storiche sono più urgenti che mai.

    Non basta analizzare il mondo; si tratta di trasformarlo. Per trasformarlo abbiamo bisogno di recuperare la fermezza dei principi di Fidel, la sua capacità di unificare le forze popolari, la sua fede incrollabile nella vittoria e la sua convinzione che un mondo migliore non solo è possibile, ma assolutamente indispensabile.

    100 anni dalla nascita di Fidel Castro: l'uomo che cavalcava il futuro


    di Federica Cresci, Cuba Mambi gruppo di Azione Internazionalista

    Il 13 agosto 1926 nasceva a Birán Fidel Castro Ruz.
     
    A cento anni dalla sua nascita sarebbe facile ricordarlo attraverso le immagini che appartengono ormai alla storia: la Sierra Maestra, il gennaio del 1959, le interminabili piazze dell'Avana, la divisa verde olivo, i discorsi pronunciati davanti a un popolo che aveva deciso di riprendersi il proprio destino.
     
    Ma sarebbe anche il modo più semplice per rimpicciolirlo.
     
    Perché Fidel Castro non appartiene soltanto alla storia della Rivoluzione cubana. E forse il modo migliore per ricordarlo, cento anni dopo, non è domandarsi semplicemente ciò che ha fatto, ma quanto del suo pensiero continui a parlare al mondo nel quale viviamo.
     
    Fidel fu un rivoluzionario marxista, un capo di Stato, un dirigente politico. Ma fu soprattutto un uomo capace di pensare politicamente oltre il proprio tempo e oltre i confini del proprio Paese.
     
    Aveva compreso una cosa fondamentale: nessun popolo è realmente libero se la sua libertà dipende dalla povertà, dall'ignoranza o dalla subordinazione di un altro popolo.
     
    È qui che l'internazionalismo cubano assume un significato che ancora oggi continuiamo troppo spesso a non comprendere.
     
    Cuba non ha esportato ricchezza. Non ne aveva.
     
    Ha esportato ciò che possedeva: conoscenza, medici, insegnanti, competenze, solidarietà.
     
    Ed è forse questa una delle intuizioni più rivoluzionarie di Fidel.
     
    La solidarietà non è dare qualcosa al povero affinché continui a sopravvivere da povero. Non è carità. Non è l'elemosina concessa dal mondo ricco al mondo che quello stesso sistema economico ha contribuito a impoverire.
     
    Solidarietà significa mettere un essere umano nelle condizioni di non avere più bisogno della nostra elemosina.
     
    Significa insegnare a leggere.
    Formare un medico.
    Costruire una scuola.
    Trasferire conoscenza.
    Restituire dignità e autonomia.
     
    Per questo da Cuba sono partiti, per decenni, migliaia di medici verso luoghi nei quali spesso nessuno voleva andare. E per questo giovani provenienti da paesi poverissimi hanno potuto studiare medicina sull'isola e tornare nelle proprie comunità come medici.
     
    Non si regalava loro semplicemente una cura.
     
    Si dava loro la possibilità di diventare quelli che avrebbero curato gli altri.
     
    Questa è politica. Questa è una precisa concezione marxista dell'emancipazione.
     
    Ed è anche la ragione per cui Fidel non può essere rinchiuso geograficamente dentro Cuba.
     
    C'è un pezzo di Fidel nell'Africa che combatté il colonialismo e l'apartheid. C'è nella Palestina alla quale Cuba non ha mai smesso di riconoscere il diritto alla dignità e all'autodeterminazione. C'è nei popoli latinoamericani che hanno tentato di sottrarsi alla condizione secolare di cortile di casa degli Stati Uniti. C'è in ogni luogo nel quale un popolo abbia rivendicato il diritto di decidere autonomamente il proprio futuro.
     
    Nelson Mandela non dimenticò mai chi era stato accanto al popolo sudafricano quando essere contro l'apartheid non era ancora diventato conveniente.
     
    E questo dice molto di Fidel.
     
    Ma dice ancora di più del concetto cubano di internazionalismo: non chiedere a un popolo che cosa possa restituirti prima di decidere se meriti solidarietà.
     
    Fidel aveva compreso anche un'altra cosa che oggi dovrebbe obbligarci a rileggerlo.
     
    Aveva capito che la grande contraddizione del nostro tempo non sarebbe stata soltanto tra capitale e lavoro, ma tra un modello economico fondato sull'accumulazione infinita e un pianeta dalle risorse finite.
     
    Aveva compreso che fame, sottosviluppo, guerra, devastazione ambientale e disuguaglianza non erano crisi separate.
     
    Erano facce dello stesso sistema.
     
    Ed è precisamente qui che Fidel diventa tremendamente contemporaneo.
     
    Viviamo in un mondo capace di produrre una ricchezza immensa e contemporaneamente incapace di garantire una vita dignitosa a milioni di esseri umani.
     
    Un mondo nel quale la medicina raggiunge risultati straordinari mentre milioni di persone continuano a non avere accesso alle cure fondamentali.
     
    Un mondo che parla continuamente di diritti umani ma continua a misurare il valore degli esseri umani sulla base del luogo nel quale sono nati, del passaporto che possiedono e della ricchezza che possono produrre.
     
    Fidel aveva scelto da che parte guardare questo mondo.
     
    Dal basso.
     
    Dalla parte dei popoli colonizzati, dei poveri, degli esclusi, di quelli che la storia ufficiale considera periferia.
     
    Ed è forse questa la ragione per cui continua a essere una figura tanto ingombrante.
     
    Perché si può discutere Fidel Castro. Si possono discutere le sue decisioni, le sue scelte, persino i suoi errori. È ciò che si deve fare con qualsiasi grande figura storica.
     
    Quello che diventa molto più difficile è ignorare le domande che ha lasciato.
     
    Può esistere libertà senza giustizia sociale?
     
    Può esistere democrazia quando milioni di esseri umani non possiedono gli strumenti materiali e culturali per esercitarla?
     
    Può chiamarsi sviluppo un sistema che concentra enormi ricchezze nelle mani di pochissimi mentre condanna interi popoli alla dipendenza?
     
    E soprattutto: che valore ha una rivoluzione se termina alla frontiera del proprio Paese?
     
    A cento anni dalla nascita di Fidel Castro, forse è proprio questa l'eredità che vale la pena difendere.
     
    Non l'imitazione.
    Non la nostalgia.
    Non il culto.
    Il metodo.
     
    Studiare la realtà. Comprenderne le contraddizioni. Scegliere da che parte stare. E poi avere il coraggio di agire di conseguenza.
     
    Fidel appartiene a Cuba perché Cuba lo ha generato.
     
    Ma appartiene all'Africa, all'America Latina, alla Palestina, al Sahara, ai popoli che hanno combattuto il colonialismo e a quelli che ancora oggi combattono perché nessuno decida al loro posto.
     
    Appartiene, soprattutto, a quella parte dell'umanità che continua ostinatamente a pensare che il destino di un essere umano non debba essere deciso dal luogo nel quale nasce.
     
    Cento anni dopo, dunque, non abbiamo bisogno di mettere Fidel su un piedistallo.
     
    Abbiamo bisogno di fare qualcosa di molto più difficile.
     
    Rimettere in circolazione le sue domande.
     
    Perché finché esisterà un bambino al quale viene negata una scuola, un malato al quale viene negata una cura, un popolo al quale viene negata la sovranità, un essere umano costretto alla fame mentre qualcun altro accumula ciò che non potrebbe consumare in cento vite, la questione che attraversò l'intera esistenza di Fidel resterà aperta.
     
    Che cosa siamo disposti a fare perché la dignità non sia un privilegio?
     
    Forse è per questo che, cento anni dopo Birán, Fidel continua a essere così difficile da consegnare alla storia.
     
    Perché alcuni uomini appartengono al proprio tempo.
     
    Altri riescono a vedere più lontano.
     
    E poi ce ne sono pochissimi che, attraversando il proprio tempo, riescono a parlare anche a quello che verrà.
     
    È questa l'eternità di Fidel.
     
    Non l'eternità del mito, ma quella delle idee che continuano a camminare quando l'uomo non c'è più. Idee che diventano coscienza, strumenti, possibilità; che passano da una generazione all'altra e continuano a produrre pensiero, resistenza, emancipazione.
     
    Fidel non ha mai preteso di essere infallibile. Ha attraversato vittorie, sconfitte, errori, contraddizioni e cambiamenti enormi della storia. Ma non ha mai cambiato il punto dal quale guardava il mondo.
     
    Gli ultimi. I popoli. La loro dignità. La loro possibilità di essere liberi.
     
    Ed è rimasto lì fino alla fine.
     
    Silvio Rodríguez lo aveva scritto ne El necio:
    «Yo me muero como viví».
    Forse è tutto qui.
     
    È morto come ha vissuto.
    Ma ciò per cui ha vissuto non è morto con lui.
     
    Ed è per questo che oggi non celebriamo semplicemente un centenario.
     
    Cent'anni li compie l'uomo nato a Birán il 13 agosto 1926.
    Fidel, invece, appartiene ormai a quel tempo infinito in cui entrano soltanto le idee che diventano patrimonio dell'umanità.

    Il Nera scorre ma non dimentica. Continuiamo a parlare di Sara e Sandro (Gavelli, 23 agosto 2026)

    12 Agosto 2026 ore 16:14
    Il Nera scorre ma non dimentica. Continuiamo a parlare di Sara e Sandro (Gavelli, 23 agosto 2026) Il Nera scorre ma non dimentica Domenica 23 agosto dalle 10:30Laghetto di Gavelli(Sant’Anatolia…

    Con una pistola alla tempia. Storia vera di Aladin Hussain Al Baraduni

    13 Agosto 2026 ore 08:30

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    Terre di mezzo editore Da diversi anni ormai, grazie a mio figlio Ernesto e ai consigli di una bravissima libraia, sono un lettore abituale di questa splendida casa editrice. Gli albi illustrati sono dei veri capolavori e talvolta mi chiedo se la loro lettura non sia più utile agli adulti di quanto lo sia ai bambini. I quali, in questo mondo dallo sguardo annebbiato e dal fiato corto, possono portarci ad alzare la testa fra le nuvole. Per tornare a respirare. Su questo blog, la bravissima Cristina Desideri ha già recensito “Cosa fanno i sentimenti di notte?” e “Tempesta”. Personalmente

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    Emilio, il barbaro e l’ortodossia

    12 Agosto 2026 ore 22:00

    di Rosella Simone

    [In occasione del secondo anniversario della scomparsa di Emilio Quadrelli si è scelto di ricordare la sua figura di militante rivoluzionario e ricercatore del domani con la pubblicazione dell’intervento presentato dall’autrice alla giornata di studi dedicatagli a Bologna il 18 dicembre 2025.]

    “Sei più bravo a infliggere la tortura che a subirla” disse Conan con voce pacata. “Sono stato inchiodato alla croce come lo sei tu ora, e sono sopravvissuto grazie alla fibra dei barbari. Ma voi uomini civili siete molli, le vostre vite non sono attaccate alla spina dorsale come le nostre; il coraggio di cui vi vantate consiste soprattutto nell’infliggere tormenti, non nel sopportarli. Prima che cali il sole sarai morto.”
    (Robert Ervin Howard, Conan il barbaro, pag. 328)

    Conosco Emilio dalla prima metà degli anni Settanta, l’età dell’oro del Novecento, il “secolo breve” secondo lo storico Eric Hobsbawm; lo stesso secolo che, dopo il 1989 e la caduta dell’URSS, per Francis Fukuyama segnava la fine della storia e dava inizio all’era della democrazia liberale. Per me un mucchio di sciocchezze di grande successo, io c’ero, e c’era anche Emilio, e il Novecento non è stato affatto breve, infatti non è finito, le contraddizioni che c’erano allora ci sono tutte, e non ha vinto la democrazia liberale.

    Con Emilio ci siamo incrociati negli anni settanta per i caruggi del centro storico di Genova, ci siamo riconosciuti nei cortei, ma siamo diventati amici, anzi parenti, qualche anno dopo, per interposta galera. Ci scrivevamo, da galera a galera, lunghe lettere, ironiche e sconclusionate che ci facevano sentire furbissimi e solidali. Lui di gabbio ne ha fatto un bel po’, io me la sono cavata molto più in fretta, ma il legame è rimasto, credo, per quell’aver vissuto nello stesso luogo e nello stesso tempo un periodo d’avventura e lotta, quell’assalto al cielo che una minoranza significativa di donne e uomini ha vissuto per quasi un ventennio. Nato nel 1956, aveva quindi 13 anni meno di me, tra noi non c’è mai stata tensione erotica, ma la consapevolezza di una differenza, lui un uomo io una donna, e questo aveva una sua valenza nel confrontare i punti di vista. Anche per questo ero con lui quando è morto, in quell’orribile settimana di agosto del 2024, con il caldo che scioglieva l‘asfalto e Emilio che si preparava a morire. Ero là perché volevo raccogliere la sua storia tra mitologia e sentimento, coglierla insomma nella sua fragilità e guardarci dentro, insieme. Pensavo sarebbe stato un processo interessante per entrambi, un tentativo di comunicare l’interiorità fra due soggettività differenti che però avevano vissuto lo stesso periodo storico. Mi sembrava qualcosa di decisivo, ma, anche per mia inadeguatezza, non ho cavato quello che cercavo. Quando è morto ero un po’ incazzata con lui, non solo perché se ne era andato troppo in fretta, ma anche per quell’impossibilità di comunicare tra noi a un livello più profondo delle teorie politiche, del ruolo che ciascuno di noi si era dato nella vita. Cercavo l’immaginario sottostante al personaggio, le strutture più segrete delle nostre menti, cercavo il suo spirito e invece trovavo sempre il personaggio. Avrei voluto indagare con lui, che, da molti anni, era diventato un intellettuale e aveva scritto un mucchio di libri ponderosi, dove e in che punto si barricasse la sensibilità di un soggetto maschio a cui avevo voluto bene.

    Mi ci è voluta una settimana di pianti disperatissimi, per capire che non potevo volergliene se, come tutti, aveva portato con sé il suo segreto, e per essere stato coerente a sé stesso sino alla fine. Sino a quel maledetto lunedì di agosto all’ospedale Galliera, quando ti portavano dentro la camera per la terapia intensiva dove sapevi di andare a morire, e, a Claudio che ti aveva accompagnato in autombulanza e adesso ti salutava, e tutti e due sapevate che era l’ultima volta, con l’estremo soffio di fiera noncuranza tutta maschile, avevi chiesto:” Come ha giocato la Sampdoria?”. Che poi a te, dopo i tempi eroici di Vialli e del presidente Mantovani, della Sampdoria non te ne fregava proprio niente. Ma c’è un modo di essere, di guardare la vita che non può essere smentito, è una questione di stile e di rispetto per sé e per gli altri, per non deluderli, per non farli soffrire. Perché potessimo continuare a pensarti come un duro dolcissimo, che fino all’ultimo ha giocato con la vita. Un po’ come muore Jean Paul Belmondo nell’ultima scena di A bout de suffles. Non si può togliere la maschera che hai da tutta la vita, è diventata la tua pelle.

    Emilio era nato barbaro, come eravamo un po’ tutti in quegli anni là. Come Conan, il barbaro cimmero anche noi eravamo tutti orfani. Non che non avessimo genitori, li avevamo, ma li avevamo ripudiati. Erano stati addomesticati dal capitale, dal partito comunista o dalla democrazia cristiana, intossicati dall’etica del lavoro ci volevano far diventare come loro, tutto lavoro e ubbidienza, sconfitti e contenti di comprare a rate la lavatrice e la Seicento. Non sapevamo esattamente cosa volessimo, ma sapevamo che non volevamo essere come i nostri genitori. Il mondo attorno a noi stava cambiando e noi volevamo mettere i piedi nel piatto, volevamo esserci, contare. Soprattutto, volevamo sognare! Divoravamo tutto quello che attizzava il fuoco grandioso che avevamo dentro, abbiamo amato Marx e Lenin perché eravamo contro le ingiustizie e perché ci chiedevano non di fare carne da cannone, ma di porci al centro della storia e noi sentivamo che era il nostro destino. C’era tutto da imparare e sperimentare ed era una grande avventura, quasi come quelle raccontata da Ron Howard nel primo romanzo pulp della storia: Conan, il barbaro. Un po’ una americanata, ne eravamo persuasi – soprattutto quando, negli anni Ottanta, è arrivato il film di John Milius con Schwarzenegger – ma divertente e poi, fondava una mitologia. (Si potrà mai vivere senza miti?)

    Emilio per me era un po’ il prototipo del guerriero cimmero, il giovane senza padri che per difendersi da un mondo ostile ha come unica difesa la propria forza, il coraggio, l’astuzia, la lealtà nei confronti degli amici e inimicizia totale verso i nemici. Conan non è mai stato il selvaggio impaurito e servile, Conan è il barbaro, è l’altro, è il nuovo capace di mettere in atto una soggettività sovversiva. Conan trova alleanze con chi come lui è fuori dalla legge, dalla normatività, dall’ordine. Conan ha la vitalità che la società civilizzata ha perduto, è l’unico soggetto che può sopravvivere in una situazione in cui la storia collassa. Insomma, è la visione virile della storia, colui che si riconosce in un mondo di maschi, che stima le donne audaci come lui, protegge e ama quelle fragili, e ha come unica prospettiva la guerra, fosse pure quella di classe.

    In quegli anni stavamo inventando tutto, eravamo innocenti e feroci. Da qualche parte bisognava pur iniziare. Anche io mi identificavo con l’eroe, magari in Valeria, la ladra abilissima che lotta contre le forze del male per liberare Conan dalla morte. Chissà, forse anche in quella settimana di afa e di morte di quell’orribile agosto 2024 volevo dare un’anima al Conan della mia gioventù per capire insieme se potesse darsi altro invece di quel ciclico uccidere e morire. Volevo confrontare la scienza della rivoluzione delle donne curde con Kamo, il soggetto del suo ultimo libro: L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo.

    Perché, dopo Andare ai resti, libro straordinario, Emilio ne aveva scritti molti altri, ma in Kamo, Conan tornava. Tornava come prototipo di una soggettività collettiva e, al posto del conflitto natura/cultura che muove l’agire del personaggio della saga barbara in L’altro bolscevismo si scontravano la soggettività politica e la soggettività della classe, ed era la violenza della classe a decidere i temi e i modi dell’avanguardia con tutta la forza necessaria. Una visione fondata sulla più irriducibile inimicizia riconosciuta come il motore della storia. E mentre piangevo per la morte di Emilio, piangevo anche per questa lettura troppo eroica e spietata. Perché vedevo nel presente prepararsi una rottura della storia fatale, quella terza guerra mondiale a pezzi che avrebbe riportato il pianeta alla brutalità del mondo di Conan per ritornare sempre, inevitabilmente, allo stesso orribile ballo del massacro. Avrei voluto che Emilio ci avesse portati verso un’altra storia, in quel luogo, del femminile?, dove l’altro – classi, etnie, generi – avrebbero trovato lo spazio dell’accoglienza senza essere rapaci. Un altro inizio, non la ripetizione di un conflitto che si nutre di sangue e carne umana e chi vince prende il potere sino a che qualcuno non lo scalzerà con lo stesso metodo.

    Nel sistema mondo attuale gli imperi si combattono con tutti i mezzi possibili. Il nuovo salto tecnologico non ha più bisogno di corpi che lavorano, e tra poco non avrà più bisogno neanche di corpi che consumano, la moltitudine degli oggetti ci sta soffocando, il mercato è saturo di merce che non si distrugge così in fretta come i grandi produttori vorrebbero. Il nuovo orizzonte del capitale è ormai un altro, è l’economia di guerra; le armi sono il miglior prodotto del futuro, sono fatte per distruggersi e, già che ci sono, servono anche a sfoltire un po’ di eccedenze umane. Altro che target della produzione, ormai siamo target e basta. Mi chiedevo, Emilio caro, se fosse possibile cambiare mentalità, che me ne faccio di un nuovo soggetto rivoluzionario se mette in scena lo stesso ciclo di insubordinazione potere e morte?

    In contesti di implosione della civiltà come quelli che stiamo vivendo, in cui più potenze imperiali si contendono il dominio del pianeta, Emilio propone di cercare il soggetto rivoluzionario barbarico, il più irriducibile, il più adatto alla sopravvivenza in quelle “nazioni”, con o senza stato, che delle civiltà se ne fottono perché le conoscono come nemiche spietate; e poiché hanno sofferto non temono la calamità, la tortura e la morte, sono pronti ad affrontarla e anche a restituirla, con uguale noncuranza. Una forza virile, che, in caso di necessità, sappia agire senza curarsi troppo del bon ton.
    Un discorso che oggi non mi basta più.

    Mi persuade di più la scienza della rivoluzione delle donne curde che hanno attinto al pensiero occidentale e lo hanno coniugato con la loro realtà e le loro storie, che sono partite da sé per capire cosa pensavano, scardinando le categorie dell’occidente, anche quelle che riconoscono la classe; la loro vitalità è genuina, non emigrata in occidente, e si sono dimostrate capaci di resistere e di sottoporre il loro agire al vaglio della critica e, insieme, sperimentare diversità ed accoglienza. Ho amato il barbaro che era in tutti noi, adesso però è ora di cambiare racconto. Puntare tutto su quelle nazioni non prive di cultura, ma con l’attitudine a sapersi muovere nella struttura più basilare della storia, nelle sue dinamiche biologiche più essenziali e crude, perché è così che si vince, perché questo è la storia e non bisogna dimenticarlo, non mi basta. La filosofia della forza rispetto all’etica è fortemente relativista, tutto è lecito per sopravvivere e sconfiggere il nemico. E mettiamo che vinciamo, poi cosa succede? Diventiamo tutti innocenti ed eleggiamo il Migliore, magari uno Stalin che a forza di forza si è corrotto il cervello e dismesso il cuore.

    Non nego che questa idea della forza appartenga anche a me, ma ho ragionato sulla filosofia della forza e sul mito dell’eroe e non ne voglio sentir parlare, anche e soprattutto se si tratta di eroine.

    Quello che negli anni Settanta mi colpiva di Emilio, era la sua vitalità, aveva necessità di azione, lo proclamava con tutto il corpo che non riusciva mai a stare fermo. Era bello, esile e atletico anche se aveva quella buffa camminata da paperotto. Girava in divisa da “moscardino” del Novecento: jeans, camicia bianca e un fazzoletto azzurro legato al collo, da seduzione istantanea. Era audace e innocente e la sua linea di condotta era essenziale: coraggio, audacia, lealtà verso gli amici e inimicizia totale per i nemici. Poi, quando in quel deserto di speranza e di eroina che sono stati gli anni ottanta, dopo una sconfitta che sembrava definitiva, hai messo fra te e il mondo chili e chili di muscoli, trasformando un corpo perfetto in un ammasso di carne guizzante; hai fatto esibizioni di body building, hai studiato, sei diventato uno strano intellettuale con il corpo e la faccia del camallo, dello scaricatore di porto che pure avevi fatto, hai praticato la lotta in palestre popolari e hai scritto tutti quei libri perfettamente coerenti alla tua visione dell’ortodossia marxista-leninista sino a quest’ultimo in cui la filosofia della forza riesce a trovare il suo interprete, e Lenin diventa l’uomo di Kamo. Perché, e in questo mi commuovi, è dal popolo, dagli ultimi non arresi, da una giovinezza che ha origini in mondi non contaminati dalla mollezza della borghesia che può nascere e operare il nuovo soggetto rivoluzionario; è in quel crogiolo di violenza e gioventù che sono le banlieue, le periferie delle metropoli e del mondo, che nasce il partito dell’insurrezione. Una bellissima epopea del riscatto, ma non basta guardare oltre l’Occidente per non fare della metodologia occidentale.

    Guardo il Chiapas e il Movimento delle donne curde e ascolto altri linguaggi, credo più autentici. L’occidente parla di guerra nucleare, la geopolitica la fanno a colpi di ricatti e furbizie da mercato del bestiame, un tanto al chilo. In Kurdistan o in Chiapas la resistenza si fa autodifesa, i soviet si chiamano comunalità, la dialettica si esprime nel cerchio paritario e non nella gerarchia del partito e quando in Chiapas si salutano si chiedono: “Come sta il tuo cuore”. Sarà perché sono una donna ma sono stufa di dare figlie e figli alla patria e nipoti alle galere per ritrovarmi nello stesso mondo delle merci, delle gerarchie, del virilismo. Ci vuole un altro genere di audacia in grado di scardinare le complicità alla sopraffazione che nutriamo dentro di noi. A cominciare da quella originaria, l’oppressione della donna da cui discende ogni altra forma di sopraffazione.

    Non cambieremo nulla se non riusciamo a saldare la forza con la cooperazione, incanalare la rabbia dentro una strategia innovativa, concentrare gli sforzi su un paradigma che non contempli la presa del palazzo d’inverno e del potere ma condivisione e accoglienza. In questo nostro occidente individualista, prepotente ed egoista, assuefatto alla sopraffazione e ai cortigiani, forse, avremmo bisogno di una autocoscienza collettiva che ci permetta di mettere sul tavolo le complicità di tutti/tutte e di ciascuno alla propria e altrui oppressione, e quell’idea della forza, o meglio della prepotenza, come unica possibile soluzione dei conflitti. Dobbiamo meticciarci senza paura di perdere le nostre misere identità, vomitare i rancori e lasciar contagiare i nostri sogni da quelli degli altri per andare incontro ad avventure ancora impensate. Sempre che non sia già troppo tardi.

    Adesso però, adesso che è passato più di un anno, e non sono più incazzata con me stessa per non aver impedito che ti rimandassero indietro dall’Ospedale Galliera perché il medico non aveva tempo per salvarti la vita, mi rendo conto che io per prima ho ceduto al vizio della politica, come se fosse la sola lingua con la quale eravamo in grado di comunicare, quella degli affetti era consegnata allo spazio dei gesti.

    Adesso, posso ricordare che, allora, nei favolosi anni settanta, ridevamo spesso.

    Adesso, che se ne andato anche l’ultimo di una numerosa famiglia inventata che si è persa per morte, per malinconia, per abbandono, per troppo dolore e, forse, per voglia di oblio penso che raccontare dal di dentro una epopea che forse non è mai esistita ma che comunque è difficile da dimenticare e ricordare con lucidità, non è semplice. Vince sempre la retorica, in positivo o in negativo. La realtà non c’è più e forse, non c’era neanche allora, ma ricostruire la Storia degli sconfitti fa sempre molta commozione.

    Ricordo però bene che gli avevo chiesto se avesse scritto l’Altro bolscevismo, per proiettarsi nel futuro senza tradirlo. “Si”, aveva risposto, ” gli strumenti teorici consentono di affrontare l’avvenire”. E la corazza che hai indossato a cosa serve? “La corazza, doveva essere un corazzamento per prendere le distanze dagli stili di vita del movimento, la birra sempre in mano, il cazzeggiare… Non a caso sono finito nei SìCobas, per traghettare al futuro con rigore, con un tratto etico. C’è anche la provocazione, perché in qualche modo si possa ancora giocare l’ultimo gioco e… fanculo a chi non lo capisce”.

    Ciao Emilio

    “C’è l’occulto dietro le scuole steineriane”…😂

    12 Agosto 2026 ore 18:54
    Non è la prima volta che la pedagogia Waldorf, detta anche steineriana, viene criticata e attaccata.Tuttavia, ultimamente tali attacchi sono cresciuti in modo esponenziale, un fenomeno che dovrebbe far riflettere sulle dinamiche del dibattito pubblico odierno.Questa proposta educativa venne fondata nel 1919 dal filosofo e scienziato austriaco Rudolf Steiner (1861-1925), originariamente pensata per i figli ...continua a leggere "“C’è l’occulto dietro le scuole steineriane”…😂"

    Alzheimer, la cannabis contro l’agitazione: cosa emerge dal nuovo studio LiBBY

    12 Agosto 2026 ore 12:29
    Nelle fasi avanzate dell’Alzheimer, l’agitazione è tra i disturbi più difficili da gestire: movimenti ripetitivi, vagabondaggio, vocalizzazioni, resistenza all’assistenza, talvolta aggressività. Quando la persona ha perso la capacità di comunicare a parole, questi comportamenti possono essere l’unico modo per esprimere dolore, paura o disagio fisico. I farmaci oggi disponibili non sempre funzionano, e possono avere …

    Mappa concettuale delle correnti anarchiche: comparazione visuale tra individualismo, mutualismo, collettivismo e comunismo libertario

    12 Agosto 2026 ore 07:22

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    L’anarchismo non è mai stato una dottrina unica. Fin dalle sue origini si è sviluppato attraverso correnti differenti, spesso unite dal rifiuto del dominio politico e delle gerarchie coercitive, ma divise sul modo di organizzare l’economia, la proprietà, il lavoro, la comunità e la trasformazione sociale. Per questo parlare semplicemente di “anarchia” può essere fuorviante. Sotto la stessa parola convivono tradizioni molto diverse: il mutualismo, il collettivismo anarchico, il comunismo libertario, l’anarcoindividualismo, l’anarcosindacalismo, l’anarchismo sociale, le correnti ecologiche, quelle femministe e molte altre. Questa mappa delle correnti anarchiche non vuole trasformare una storia complessa in una classificazione rigida. Serve piuttosto

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    Sogno lucido, OBE e paralisi del sonno: differenze e mappa concettuale

    12 Agosto 2026 ore 06:11

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    Ti svegli nel cuore della notte. La stanza sembra esattamente quella reale, ma non riesci a muovere il corpo. Avverti una presenza. Senti vibrazioni, ronzii o una pressione. Poi hai l’impressione di sollevarti dal letto e osservare la stanza da una prospettiva diversa. Che cosa è successo? Hai avuto una paralisi del sonno? Sei entrato in un sogno lucido? Hai vissuto un’esperienza fuori dal corpo (OBE)? La distinzione non è sempre semplice. Queste esperienze vengono raccontate in modi differenti, ma possono condividere alcune caratteristiche fenomenologiche: consapevolezza, percezioni estremamente realistiche, sensazioni corporee insolite e stati di transizione tra sonno e veglia.

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    Rusia reordena su máquina de guerra: De Ucrania a una confrontación prolongada con Europa – Por Marcelo Ramírez

    12 Agosto 2026 ore 04:47

    Por Marcelo Ramírez

    Hay decisiones militares destinadas a resolver una batalla y otras que dicen mucho más: revelan cómo un Estado imagina la guerra que tendrá que librar en los próximos años. Los cambios introducidos por Vladimir Putin en la estructura superior de las Fuerzas Armadas rusas parecen pertenecer claramente a esta segunda categoría.

    Moscú acaba de mover algunas de las piezas más sensibles de su aparato militar. Denis Lyamin pasa a dirigir las Fuerzas de Sistemas No Tripulados; Valery Solodchuk asume responsabilidades fundamentales sobre la logística y la retaguardia; Andrei Ivanaev queda al frente del Grupo Centro y Pyotr Bolgarev toma el mando del Grupo Este. Individualmente pueden parecer simples relevos de generales pero observados en conjunto, dibujan otra cosa: una reorganización del ejército ruso alrededor de las capacidades que están definiendo esta guerra y probablemente definirán las siguientes.

    Drones, logística, producción militar, digitalización y continuidad operacional. Esos son los conceptos que permiten leer los nombramientos. Y todo ocurre en un momento particularmente significativo.

    Desde la propia esfera diplomática y estratégica rusa comienza a formularse públicamente una posibilidad que durante mucho tiempo permaneció en segundo plano: que el conflicto no termine pronto y que Rusia deba prepararse para una confrontación prolongada, sostenida por una Europa que ha decidido mantener viva la capacidad militar ucraniana.

    Por eso ambos acontecimientos, la reorganización de los mandos y la discusión sobre una guerra larga, deben ser analizados conjuntamente. Podrían estar señalando el final de una etapa puesto que la guerra relativamente acotada territorialmente a Ucrania comienza a adquirir los contornos de una confrontación europea mucho más amplia, prolongada y sistémica.

    Cuando comenzó la operación militar rusa en febrero de 2022, el conflicto todavía conservaba muchos de los rasgos clásicos de la guerra mecanizada con grandes agrupaciones terrestres, columnas blindadas, artillería, aviación, maniobras rápidas, conquista territorial y la expectativa de que la presión militar pudiera desembocar en algún tipo de negociación política. Cuatro años después, aquella guerra prácticamente ha desaparecido.

    El espacio de combate se ha vuelto transparente en consecuencia. Miles de sensores, drones de reconocimiento, cámaras térmicas, satélites y sistemas de inteligencia electrónica observan permanentemente el frente. Una batería de artillería, un vehículo, una concentración de tropas o incluso un pequeño puesto de mando pueden ser detectados y atacados en cuestión de minutos. El dron, que inicialmente parecía una herramienta complementaria, se ha transformado en uno de los protagonistas centrales de la guerra.

    Estos artilugios reconocen objetivos, dirigen fuego de artillería, colocan minas, transportan suministros, atacan blindados, persiguen soldados individuales, interceptan otros drones y golpean las cadenas logísticas. Los vehículos no tripulados ya no pertenecen exclusivamente al aire porque aparecen también sistemas terrestres y navales, mientras la frontera entre robótica, inteligencia, comunicaciones y combate se vuelve cada vez más difusa. Es en ese contexto donde debe interpretarse la designación de Denis Lyamin.

    Lyamin viene directamente de una guerra donde los drones fueron integrados progresivamente a la maniobra terrestre y donde las unidades bajo su conducción desarrollaron modelos que combinaban reconocimiento, ataque, defensa antidrones y logística. Ahora su tarea consiste en transformar aquella experiencia dispersa, nacida muchas veces de la improvisación del frente, en una estructura permanente de las Fuerzas Armadas.

    Eso significa elaborar doctrina, formar operadores, organizar unidades, crear cadenas de mando, integrar inteligencia, garantizar abastecimiento y coordinar la producción militar. La diferencia es profunda porque durante los primeros años del conflicto, muchos de estos desarrollos surgieron desde abajo, como respuesta inmediata a las necesidades de las tropas. Rusia intenta ahora institucionalizarlos.

    Lo experimental se convierte en doctrina, la improvisación se convierte en organización y la herramienta se convierte en arma estratégica. Moscú ya no está pensando únicamente en cómo terminar la campaña ucraniana, está construyendo capacidades para las guerras que podrían venir después.

    LA RETAGUARDIA SE CONVIERTE EN EL FRENTE

    El segundo movimiento decisivo es el de Valery Solodchuk. Su nueva responsabilidad toca uno de los puntos más delicados de cualquier ejército que es la logística. Las guerras suelen recordarse por sus batallas, sus generales y sus ofensivas. pero las guerras largas se ganan también en lugares mucho menos espectaculares como depósitos, estaciones ferroviarias, talleres mecánicos, fábricas, hospitales, almacenes y centros de distribución.

    Un ejército moderno consume cantidades extraordinarias de recursos. Munición, combustible, repuestos, baterías, equipos electrónicos, drones, vehículos, comunicaciones, alimentos, medicamentos. Todo debe producirse, almacenarse, transportarse y reemplazarse sin interrupción. Una fuerza puede tener excelentes soldados y armas extraordinarias pero si su cadena logística se rompe, tarde o temprano deja de combatir y una guerra de desgaste multiplica ese problema.

    Dentro del propio ámbito militar ruso existe desde hace tiempo una crítica a los mecanismos tradicionales de abastecimiento. Parte de ellos todavía responde a estructuras burocráticas heredadas de otras épocas y resulta demasiado lenta para una guerra donde las necesidades tecnológicas cambian prácticamente de mes a mes. Un comandante puede necesitar centenares de drones de un determinado modelo y encontrarse atrapado en procedimientos administrativos que tardan semanas en responder. Ucrania, es decir, la OTAN, en cambio, desarrolló mecanismos más descentralizados para absorber con rapidez innovaciones procedentes incluso del sector civil. La reorganización de la retaguardia apunta a cerrar esa brecha y quizás sea uno de los cambios más importantes de todos.

    Porque si Rusia verdaderamente comienza a pensar en una guerra que puede extenderse durante años, ya no basta con tener grandes arsenales. Hay que construir un sistema capaz de producir, reparar y sustituir permanentemente lo que el campo de batalla destruye. La guerra industrial ha regresado, aunque vestida con drones, fibra óptica, guerra electrónica y algoritmos.

    YA NO EXISTE UNA RETAGUARDIA SEGURA

    A esto se agrega otra transformación que es la separación clásica entre frente y retaguardia está desapareciendo. Ucrania ha incrementado progresivamente los ataques contra instalaciones situadas dentro del territorio ruso como son las refinerías, depósitos, bases aéreas, fábricas, infraestructura energética e instalaciones militares. Rusia, al mismo tiempo, profundiza sus ataques contra centros logísticos, infraestructura industrial y objetivos militares ucranianos.

    En este contexto apareció además una versión que circula en canales rusos y que conviene mencionar precisamente como lo que es: un rumor todavía no confirmado. Según esa versión, atribuida a fuentes de la administración presidencial ucraniana, Volodímir Zelensky habría ordenado mantener e incluso incrementar los ataques contra territorio ruso aun sabiendo que esto podría provocar una respuesta mucho más intensa contra la infraestructura industrial y logística de Ucrania.

    Kiev ha desarrollado una estrategia explícita de ataques de largo alcance para trasladar una parte creciente de la guerra hacia el interior de Rusia, mientras Moscú aumenta también la profundidad de sus golpes.

    La consecuencia es estratégica: la guerra ya no se decide exclusivamente en Pokrovsk, Járkov, Zaporiyia o el Donbass. Se libra también sobre ferrocarriles, puertos, fábricas, refinerías, centrales energéticas y depósitos.

    El objetivo comienza a ser la capacidad misma del adversario para reproducir su esfuerzo militar y cuando una guerra alcanza esa dimensión, deja de ser solamente una disputa territorial para convertirse en una prueba de resistencia de sistemas completos.

    Es aquí donde las declaraciones del diplomático ruso Rodion Miroshnik adquieren una importancia particular. La pregunta que plantea ya no es simplemente cuánto tiempo puede resistir Ucrania sino cuánto tiempo puede Europa sostener a Ucrania. La diferencia parece semántica, pero modifica por completo el problema estratégico en realidad.

    Ucrania no combate exclusivamente con los recursos que puede generar dentro de sus fronteras. Detrás de ella existe una infraestructura económica y militar mucho mayor como financiamiento europeo, producción de municiones, inteligencia occidental, redes satelitales, entrenamiento, créditos, transferencia de armamento y apoyo tecnológico. En otras palabras, Rusia ya no enfrenta solamente a las Fuerzas Armadas ucranianas, enfrenta un sistema resumido así Ucrania + financiamiento europeo + industria militar europea + inteligencia occidental.

    Mientras ese sistema pueda reconstruir fuerzas, proporcionar municiones, reemplazar equipos y sostener financieramente al Estado ucraniano, incluso una victoria territorial importante de Rusia no garantiza el final del conflicto. Rusia puede conquistar ciudades, destruir brigadas, avanzar kilómetros, pero si detrás de las fuerzas derrotadas existe una estructura capaz de crear otras nuevas, la guerra se regenera.

    El problema ya no consiste únicamente en derrotar al ejército que está enfrente, en su lugar de debe quebrar la capacidad del sistema que existe detrás de ese ejército para seguir reproduciéndolo.

    El politólogo ruso Yuriy Baranchik lleva este razonamiento hasta sus últimas consecuencias.

    Si Europa mantiene indefinidamente el financiamiento, la producción militar y el respaldo político a Ucrania, Rusia podría enfrentarse a una guerra de desgaste extremadamente prolongada. Esto no significa necesariamente veinte años de trincheras idénticas a las actuales, pero sí algo probablemente más complejo: una confrontación estratégica que puede reproducirse durante décadas bajo formas diferentes. Rearme, sanciones, carrera industrial, ataques de largo alcance, presión económica, conflictos indirectos, militarización europea, incremento permanente de los presupuestos de defensa y expansión y fortalecimiento de la OTAN. Es decir, una confrontación estructural.

    Baranchik introduce entonces una cuestión todavía más delicada: Si ese enfrentamiento permanece exclusivamente dentro del terreno convencional, su duración potencial puede ser enorme y detrás de ese razonamiento aparece inevitablemente el factor nuclear.

    Una confrontación convencional prolongada entre Rusia y un sistema europeo respaldado por Estados Unidos puede transformarse en una competencia industrial, tecnológica, financiera y demográfica gigantesca. El arsenal nuclear ruso existe precisamente como garantía última frente a una situación en la que una derrota convencional pueda amenazar la supervivencia del Estado.

    Por eso la dimensión nuclear permanece siempre detrás de cualquier cálculo estratégico ruso sobre una confrontación de gran escala con la OTAN. No necesariamente como primer instrumento pero sí como límite.

    El cálculo ruso tampoco ocurre en el vacío porque Europa está cambiando. Alemania aumenta radicalmente sus recursos destinados a defensa. Polonia construye uno de los mayores ejércitos terrestres del continente. Francia debate nuevamente el alcance europeo de su disuasión nuclear. Los países bálticos fortifican fronteras. Se amplía la producción de municiones, se reabren líneas industriales y se firman contratos militares de largo plazo. La propia OTAN trabaja abiertamente con escenarios de eventual confrontación futura con Rusia.

    Desde Moscú, por lo tanto, Ucrania puede empezar a ser vista menos como una guerra aislada y cada vez más como el primer episodio de una confrontación europea de larga duración. Es dentro de ese horizonte donde los nuevos nombramientos adquieren verdadero sentido.

    Rusia necesita drones, robots terrestres, logística modernizada, producción militar, digitalización, capacidad de reemplazo y comandantes que conozcan la guerra real y no solamente los manuales. Los generales elegidos provienen precisamente de los sectores donde el combate ha sido más intenso. Han observado personalmente qué funciona, qué fracasa y qué debe cambiar, no fueron llamados para administrar un ejército en tiempos de paz. sino llamados para reorganizar un ejército que lleva años combatiendo y que comienza a preguntarse cuánto tiempo más tendrá que hacerlo.

    Hasta ahora gran parte del análisis sobre esta guerra giró alrededor del desgaste ucraniano, pero la lógica empieza a desplazarse. Si la capacidad militar de Kiev depende estructuralmente de Europa, el problema ruso ya no consiste únicamente en determinar cuándo puede agotarse Ucrania.

    Depende de población, industria, energía, finanzas, tecnología, producción militar, estabilidad política, cohesión social y capacidad de las sociedades para aceptar costos durante largos períodos.

    Las guerras prolongadas se combaten en las trincheras, pero también en los presupuestos, tanto en las fábricas, como en los mercados financieros y en la paciencia política de las sociedades.

    Durante buena parte del conflicto, la narrativa rusa mantuvo la expectativa de combinar operaciones militares con algún desenlace negociado. Ahora empieza a aparecer otra formulación: hay que estar preparados independientemente de cuánto dure, una frase aparentemente simple pero detrás de ella existe una transformación completa de la planificación estatal.

    Rusia puede disponer de recursos naturales, territorio, energía, industria militar y voluntad política. Pero ¿puede sostener durante muchos años una confrontación contra una coalición cuya capacidad económica agregada es muy superior? Para responder hay que salir del mapa de Ucrania y mirar hacia Beijing, porque ninguna guerra de desgaste moderna depende exclusivamente de aquello que ocurre en el frente. Detrás de cada ejército existe una retaguardia económica, tecnológica y diplomática.

    La profundidad estratégica rusa no termina en los Urales, se extiende hacia Eurasia y en el centro de esa profundidad aparece China. Beijing compra energía rusa, suministra maquinaria, electrónica y componentes industriales, mantiene abiertos canales comerciales y facilita una creciente utilización de monedas nacionales en el intercambio bilateral. También proporciona algo quizás todavía más importante: impide que el aislamiento occidental de Rusia se transforme verdaderamente en aislamiento mundial.

    Ese fue uno de los grandes objetivos de las sanciones iniciadas después de 2022, Rusia debía quedar aislada y sus exportaciones debían derrumbarse junto con su acceso a tecnología debía desaparecer y un sistema financiero que debía quedar estrangulado. Sin embargo, ocurrió algo diferente.

    Rusia perdió buena parte de su antigua integración económica con Europa, pero desplazó una porción importante de sus vínculos hacia Asia. El petróleo encontró nuevos compradores, el gas comenzó a buscar otras rutas, las importaciones industriales fueron redireccionadas y los mecanismos de pago cambiaron de la mano de nuevas monedas que reemplazan al dólar. China se convirtió en el socio externo más importante de esa transformación.

    Eso no significa que Beijing financie directamente la guerra rusa ni que apruebe cada una de las decisiones militares de Moscú porque la política china es más cuidadosa. China tiene formalmente una posición favorable a la negociación y procura evitar convertirse jurídicamente en parte beligerante. No obstante, al mismo tiempo mantiene una relación económica y estratégica con Rusia suficientemente profunda como para impedir que Occidente consiga asfixiarla. Es un equilibrio extraordinariamente importante, China puede contribuir a la capacidad de resistencia rusa sin asumir directamente los costos de convertirse en participante militar de la guerra.

    Esto modifica también la manera en que debemos comparar fuerzas. Si la confrontación se transforma efectivamente en una guerra de desgaste entre Rusia y Europa, comparar simplemente el PIB ruso con el europeo conduce a una conclusión incompleta. Hay que observar los sistemas que existen detrás.

    De un lado se encuentran Estados Unidos, la Unión Europea, Gran Bretaña, la OTAN y Ucrania. Del otro existe una estructura mucho menos institucionalizada, más flexible y desigual, pero cada vez más relevante: Rusia, China, Corea del Norte, Irán y una constelación de países que, sin convertirse necesariamente en aliados militares de Moscú, continúan comerciando con Rusia y no participan plenamente del sistema occidental de sanciones.

    Cada uno cumple una función diferente. Corea del Norte ha proporcionado una cooperación militar mucho más directa mientras Irán tuvo un papel fundamental en la transferencia inicial de una tecnología de drones que Rusia posteriormente absorbió y desarrolló. No podemos dejar de lado a India, que desempeñó durante años un papel esencial como comprador de hidrocarburos rusos, pero China pertenece a otra categoría.

    Beijing ofrece escala industrial, tecnología, mercado, capital, capacidad logística, instrumentos financieros y peso diplomático global, además de ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Por eso China no es simplemente otro socio de Rusia y es la principal profundidad estratégica externa de Moscú.

    Putin necesitaba tiempo para conocer hasta dónde Rusia podía soportar una ruptura prolongada con Occidente. Precisaba reconstruir mercados, reorientar exportaciones, asegurar cadenas de suministro, sustituir componentes, expandir la industria militar y desarrollar mecanismos financieros que redujeran la vulnerabilidad frente al sistema occidental y, fundamentalmente, consolidar una relación suficientemente profunda con China.

    No hay evidencia pública para afirmar que Xi Jinping haya dado a Putin una autorización para escalar la guerra. Plantearlo de esa manera sería reducir una relación entre dos grandes potencias a una caricatura pero lo que sí puede observarse es un proceso.

    A medida que avanzó el conflicto, la interdependencia estratégica entre Moscú y Beijing aumentó, y la relación de 2026 ofrece a Rusia un margen de maniobra mucho mayor que el existente en febrero de 2022, seguramente un consenso estratégico tácito. China no necesita compartir todos los objetivos militares rusos y le era suficiente con comprender que una derrota estratégica de Rusia modificaría profundamente la correlación de fuerzas en Eurasia.

    Una Rusia quebrada, derrotada o subordinada significaría que Estados Unidos podría concentrar una proporción mucho mayor de su atención y sus recursos sobre China. La presión occidental dejaría de distribuirse entre dos grandes adversarios estratégicos permitiendo que Asia Central cambiaría de equilibrio y el proyecto de construcción de un sistema internacional multipolar sufriría un golpe severo.

    China, por lo tanto, tiene intereses propios en impedir una derrota estratégica rusa. No es solidaridad sino equilibrio de poder.

    Para Rusia, romper completamente con Occidente en 2022, asumir desde el primer momento una economía de guerra total y escalar unilateralmente sin haber construido una retaguardia internacional capaz de absorber semejante ruptura habría significado asumir un riesgo gigantesco y para ello necesitaba tiempo, por eso la gradualidad rusa también puede ser interpretada desde esta perspectiva, Putin no estaba administrando solamente una guerra porque en realidad estaba administrando la transición histórica de Rusia desde una economía profundamente vinculada con Europa hacia otra cada vez más integrada con Eurasia. Para realizar esa transición había una condición indispensable: que China estuviera allí.

    Hoy el escenario es diferente. Rusia posee recursos energéticos y minerales, una industria militar movilizada, años de experiencia acumulada en combate, canales comerciales alternativos y una sociedad que ha atravesado un largo proceso de adaptación a la confrontación. Tiene además cooperación militar directa con Corea del Norte.

    Pero, fundamentalmente, tiene una relación estratégica con la mayor potencia industrial del planeta. Nada de esto garantiza una victoria rusa pero cambia radicalmente el cálculo de una guerra de desgaste. Mientras Europa calcula cuánto tiempo puede resistir Rusia, Moscú hace exactamente el cálculo inverso, piensa cuánto tiempo puede resistir Europa y cuánto tiempo puede financiar a Ucrania.

    Europa necesita expandir su industria militar, sus sociedades aceptar mayores presupuestos de defensa y mantener la cohesión política occidental. Cuando Moscú hace esa cuenta, detrás de Rusia aparece China, por eso esta guerra ya no puede comprenderse mirando solamente las líneas de colores sobre el mapa del Donbass. y el verdadero tablero se extiende desde Washington y Bruselas hasta Moscú y Beijing.

    Los nuevos generales nos muestran cómo piensa combatir Rusia, la transformación industrial y logística muestra con qué medios pretende hacerlo y las declaraciones sobre una confrontación prolongada revelan cuánto tiempo comienza a considerar necesario resistir.

    China ayuda a explicar por qué Moscú cree que puede permitirse pensar en ese tiempo largo. Quizás eso sea lo verdaderamente importante detrás de estos movimientos, Rusia no está simplemente reemplazando generales ni corrigiendo errores de una campaña, está adaptando su estructura militar, económica y estratégica a una conclusión mucho más inquietante: que la guerra iniciada en Ucrania puede haber dejado de ser una guerra con un final cercano y reconocible.

    Y que el enfrentamiento que comenzó en las llanuras ucranianas puede estar convirtiéndose, lentamente, en una larga disputa por el equilibrio de poder en Europa y Eurasia. En ese escenario, la cuestión decisiva ya no será quién consiga avanzar algunos kilómetros más sobre el mapa. Será quién disponga de los recursos, los aliados, la industria, la estabilidad y, sobre todo, la voluntad necesaria para permanecer en pie cuando el otro comience a agotarse.

    Marcelo Ramírez
    Analista geopolítico | AsiaTV – Humo y Espejos
    Analista geopolítico, escritor y conferencista argentino especializado en análisis geopolítico y militar, conflictos contemporáneos y dinámica del mundo multipolar. Fundador y director de AsiaTV y creador de la plataforma de análisis estratégico Humo y Espejos. Autor del libro La OTAN contra Rusia. Propaganda y guerra híbrida (Editorial Letras Inquietas, 2022). Cofundador de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI), iniciativa orientada a fortalecer el diálogo estratégico entre el mundo ruso y la comunidad iberófona.

    Mappa concettuale del simbolismo onirico: acqua, casa, viaggio, serpente, labirinto

    11 Agosto 2026 ore 22:37

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    Il simbolismo onirico è il linguaggio attraverso cui la psiche trasforma emozioni, conflitti, ricordi e possibilità di cambiamento in immagini. I sogni raramente parlano in modo diretto: usano figure, spazi, animali, movimenti e paesaggi che condensano più significati contemporaneamente. Alcuni simboli ritornano con particolare forza, attraversando culture, testi, miti e percorsi interiori: tra questi, acqua, casa, viaggio, serpente e labirinto. La mappa concettuale qui sotto organizza questi cinque simboli onirici come nuclei centrali della trasformazione psichica: ognuno apre un campo specifico — emozione, identità, passaggio, istinto, smarrimento — ma tutti dialogano tra loro. Come leggere la mappa Questa mappa non

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    Mappa concettuale dell’interpretazione dei sogni

    11 Agosto 2026 ore 22:23

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    L’interpretazione dei sogni non è un dizionario di equivalenze fisse. Un sogno non parla per formule, ma per immagini, emozioni, contesti e relazioni simboliche. Interpretarlo significa riconoscere il modo in cui la psiche organizza un’esperienza interiore, non tradurre meccanicamente un simbolo in un significato universale. La mappa concettuale qui sotto organizza i nodi fondamentali dell’interpretazione dei sogni: da dove partire, quali elementi osservare, quali livelli di lettura attivare, quali errori evitare e come passare dall’immagine al senso. Come leggere la mappa Questa mappa non serve a “decifrare” i sogni in modo rapido, ma a orientarsi nel processo interpretativo. Ogni ramo

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    Mappa concettuale della sincronicità: Jung, significato e coincidenze significative

    11 Agosto 2026 ore 22:12

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    Pensiamo improvvisamente a una persona che non vediamo da anni e, poche ore dopo, riceviamo un suo messaggio. Sogniamo un’immagine insolita e il giorno seguente incontriamo quella stessa immagine nella realtà. Apriamo casualmente un libro e troviamo una frase che sembra rispondere esattamente alla domanda che ci stavamo ponendo. Sono semplici coincidenze? Oppure esistono eventi che, pur non essendo collegati da un rapporto evidente di causa ed effetto, acquistano per noi un significato particolare? Carl Gustav Jung cercò di interrogare proprio questa zona di confine attraverso uno dei concetti più affascinanti e controversi della sua psicologia: la sincronicità. Jung utilizzò

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    Teorie e controstorie della catastrofe / 1 – Si salvi chi può!

    11 Agosto 2026 ore 22:00

    di Sandro Moiso

    Lawrence Osborne, L’angelo in fiamme, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 318, 20 euro

    «A volte uno deve vedere cosa c’è in giro. E’ la legge della vita. Quando i tempi sono difficili, bisogna andare.» (Lawrence Osborne – Camino Real)

    Ha inizio con questa recensione una riflessione sul tema della catastrofe e le sue teorizzazioni e rappresentazioni, sia di carattere scientifico che filosofico, politico, letterario o cinematografico; ovvero su come la catastrofe è immaginata e su come ciò che ne deriva finisca col riflettersi sulla realtà e le sue possibili trasformazioni. In qualsiasi direzione queste possano orientarsi o dirigersi.

    Sia il titolo di questa nuova serie di articoli e recensioni che l’intento che la anima sono sicuramente in debito con la “teoria delle catastrofi”, elaborata dal matematico e filosofo francese René Thom fin dagli anni cinquanta, che, a partire da una teoria matematica della morfogenesi1, dovrebbe servire ad anticipare i mutamenti discontinui che si presentano con una certa frequenza nei fenomeni naturali, in particolare in biologia, ma anche nella geologia oppure nell’economia, nelle società complesse e, anche se non fu Thom a teorizzarlo, nella Storia. In tale contesto il termine catastrofe non va dunque inteso soltanto come sinonimo di un evento luttuoso o drammatico, ma anche come particolare e significativa discontinuità nell’evoluzione di un sistema dato. In altre parole come significativo punto di svolta destinato a mutare l’assetto originario dello stesso.

    Una teoria, quella inaugurata da Renare Thom, che attraverso la logica e il calcolo matematico cerca di prevedere e fornire modelli relativamente certi dei cambiamenti improvvisi causati da piccole alterazioni nei parametri del sistema come le transizioni di fase, i movimenti tellurici, i cedimenti strutturali, i crolli dei mercati finanziari. Per mezzo della quale si evidenzia l’importanza dell’accumulo di piccole perturbazioni cui, inizialmente, la stabilità strutturale, intesa come insensibilità del sistema nei loro confronti, risulta apparentemente indifferente, ma che, successivamente, vede l’azione cumulativa delle stesse portare ad una variazione, spesso significativa, del medesimo. Finendo sostanzialmente col dare vita ad un sistema di equilibri dinamici in cui mai nessun cambiamento o mutazione dell’equilibrio può essere considerato definitivo.

    Poiché non sarebbe qui utile sviluppare ulteriormente la descrizione dei risvolti scientifici e matematici della medesima teoria, occorre a questo punto segnalare che la catastrofe qui inseguita, pur prevedibile attraverso le scosse piccole e grandi che la anticipano, non è riconducibile soltanto alle certezze indotte dal calcolo matematico, ma piuttosto alla percezione che se ne può avere, sia dal punto di vista soggettivo che collettivo.

    Una percezione che spesso viaggia in direzione contraria a quella indotta sia dalla matematica che dal suo corollario più invasivo ovvero quell’idea di progresso inteso come risultato di una previsione certificata e della messa in atto cosciente di un’azione destinata a modificare e migliorare sia le conoscenze che le condizioni delle società a venire, sia dal punto di vista scientifico che tecnologico, economico e politico.

    Una percezione antica che, in molte culture e società, ha colto più o meno coscientemente, proprio nella direzione indicata, dalle forme dello svolgimento delle attività dell’uomo e della natura il sintomo di una fine dei tempi o dei singoli percorsi individuali: dalle apocalissi gnostiche oppure evangeliche fino al mito nordico del Ragnarok che comprende non soltanto la fine del modo umano, ma anche quello degli Dei, affinché la storia e la vita possano ripartire in un’altra direzione. Non per forza migliore o superiore, come ancora una volta l’ideologia del progresso vorrebbe invece imporre più che suggerire.

    La pretesa condizione stazionaria di un sistema di culti, riferimenti morali, strutture politiche, conoscenze e certezze, che si vorrebbero dati una volta per tutte, è solo e sempre apparente, mentre è proprio la mancata comprensione dell’instabilità strutturale di ogni sistema ad accelerare i processi caotici destinati a determinarne la catastrofe, ovvero una svolta radicale e improvvisa per la dinamica, gli equilibri e la sopravvivenza dello stesso.

    Risulta, quindi, quasi inutile sottolineare come tale percezione abbia continuato ad agire attraverso la filosofia, la religione e l’arte fino ai nostri giorni, nelle forme e nelle modalità più disparate e, in particolare a partire dal Novecento, per mezzo della letteratura di anticipazione o noir. Si pensi soltanto ad autori come George Orwell e Aldous Huxley, con le loro distopiche apocalissi, oppure a James Ballard o Philip K. Dick, con le loro catastrofi psicologiche o dell’inner space, oppure, ancora, a Jim Thompson e David Goodis con le loro storie criminali di donne e uomini destinati, quasi sempre, a compiere il male e finire sconfitti, ma che nonostante tutto non possono e non vogliono modificare un percorso esistenziale destinato a portarli in quella direzione, sia per intima natura che per soggettiva incapacità di comprendere gli avvenimenti che li circondano e che finiscono col condurli alla rovina.

    Tutto questo per dire che le nove storie raccolte da Lawrence Osborne nel volume appena pubblicato dalle Edizioni Adelphi appartengono a pieno titolo al quadro sin qui delineato. L’angelo in fiamme (titolo originale: Burning Angel: Collected Stories, 2023) ci presenta infatti, con una tecnica narrativa in debito sia con Ballard che con Thompson, più che con Graham Greene cui certa critica preferirebbe avvicinare l’autore, vicende che portano alla sconfitta, al disfacimento morale ed esistenziale oppure alla morte violenta di individui appartenenti ad entrambi i sessi.

    Vicende in cui i protagonisti, come si è visto in epigrafe, «devono andare» anche se non sanno bene dove e come oppure immaginando percorsi e risultati diversi da quelli che poi raggiungeranno. Storie di salti in un buio che sarebbe, però, assolutamente prevedibile se i personaggi sapessero tener conto delle tante piccole alterazioni che hanno accompagnato la loro vita fino al punto in cui li incontriamo nelle pagine dei singoli racconti.

    Lawrence Osborne è uno scrittore e viaggiatore inglese, autore di racconti di viaggio, romanzi e saggi, nato in Inghilterra nel 1958 e che oggi vive e lavora a Bangkok. Come giornalista, collabora con testate come «The New York Times», il «New Yorker», il «Financial Times», «The New York Observer» e l’«Independent», mentre in Italia molte delle sue opere sono pubblicate da Adelphi2.

    Le sue catastrofi appaiono sempre di natura soggettiva più che oggettiva, a differenza di quanto vorrebbe in egual misura un pensiero deterministico riferibile sia al positivismo che a certo economicismo marxista. Più in linea, le prime, con una concezione che vede in ogni cambiamento radicale, compresa la morte, la fine di una storia o di una delle tante storie possibili più che la fine della Storia. Fine della Storia che, invece, non solo è compresa nella concezione trionfalistica di Francis Fukuyama secondo il quale il modello di sviluppo occidentale si sarebbe imposto definitivamente, in virtù della forza dei suoi valori, su tutti gli altri modelli possibili, ma anche nelle concezioni politiche, filosofiche e religiose di carattere teleologico secondo le quali la fine di un certo modello di organizzazione sociale coinciderebbe sempre con la fine del mondo.

    Di cui le attuali polemiche sulla crisi ambientale costituiscono un perfetto esempio, considerato che se da una parte vedono schierati coloro che negano il riscaldamento globale, dall’altra vedono allineato chi, nel denunciarne la drammaticità, la fa derivare quasi esclusivamente dall’azione dell’Uomo e il suo superamento soltanto da un ulteriore avanzamento tecnologico (energie alternative, auto elettriche, etc.). Una visione ancora eccessivamente antropocentrica che si dimostra incapace di accettare il fatto che debba essere la specie ad adattarsi ai corsi e ricorsi delle ere terrestri e della Natura e delle loro contingenti conseguenze sul piano dell’ambiente e della vita e non viceversa.

    Concezioni della crisi sostanzialmente speculari che non possono far altro che annunciare la fine del mondo poiché entrambe convinte che la fine dell’attuali società non potrebbe far altro che portare alla fine della Storia. Una concezione incapace di andare al di là di uno sguardo impregnato di scientificità presunta, fiducia nel progresso (ancora una volta), volontà di controllo e dominio della e sulla Natura che diventa una sorta di religione laica stravolta dalla rivelazione della fine dei tempi. In cui si nega che il pianeta, come ben sapevano anche i nostri più lontani antenati, sia abitato e trasformato in continuazione anche da altre infinite specie animali, dai virus ai mammiferi colossali che vivono nei mari, destinate quasi tutte a sopravvivere all’estinzione degli esseri umani e di un’organizzazione sociale basata sul più barbaro dei sistemi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente e le sue, non rinnovabili in tempi brevi, risorse.

    Così non è, forse, un caso che in queste nove racconti ambientati in differenti e tra loro lontane aree del mondo, la natura, con la fauna e la flora che ne rivelano sempre la presenza, costituisca uno sfondo estraneo ed estremamente simbolico allo stesso tempo per le vicende che travolgono i protagonisti. Dalle giungle asiatiche, al deserto messicano oppure alle nebbiose brughiere inglesi fino al Golfo Persico e agli tsunami dell’Oceano Indiano.

    Come non può essere un caso che in molti racconti i personaggi provenienti dal nostro mondo occidentale finiscano sotto lo sguardo altro di popoli dall’organizzazione sociale e dalle credenze arcaiche oppure di agenti scaltri e privi di scrupoli dell’odierno Partito comunista cinese. Mettendo in scena anche sia i danni arrecati in loco dalla diffusione delle chiese evangeliche che il confronto tra le grandi aree metropolitane, come quelle di Hong Kong o Los Angeles, e l’ambiente selvaggio che ancora le circonda, contribuendo a sminuirne la loro pretesa grandezza.

    Così, tutto sommato, il broker in rovina ma alla ricerca di nuovi e facili guadagni, l’entomologa concentrata sulla scoperta di nuove specie di insetti, l’antropologa impegnata nella comprensione di una lingua indigena, la psicoanalista incapace di liberarsi del proprio passato, il corriere della droga messicano preso in un loop tra disoccupazione e scelta del rischio, i turisti sprovveduti e gli altri differenti tipi umani presenti nell’Angelo in fiamme, mossi soltanto dall’egoismo o dalla speranza in una impossibile redenzione, sono tutti destinati ad abitare una catastrofe già avvenuta oppure in corso o, ancora, semplicemente possibile, finendo col costituire un cumulo di detriti e scarti, come quelli che le grandi metropoli vedono sorgere in continuazione alla loro periferia, in cui Osborne affonda le mani con crudeltà, cinismo, grande tecnica narrativa e implacabile ironia. Dando vita a figure destinate a subire o scatenare un male privo di qualsiasi fascino oppure, come spesso accade, banale e scontato nelle sue manifestazioni.


    1. La morfogenesi è il processo che porta allo sviluppo di una determinata forma o struttura. In biologia è lo sviluppo della forma e della struttura di un organismo, sia da un punto di vista evolutivo, sia dal punto di vista dello sviluppo ontogenetico di un singolo organismo a partire dallo sviluppo embrionale; mentre in geologia la morfogenesi è la formazione delle strutture e dei rilievi della crosta terrestre, dovuti a cause diverse. a  

    2. Nella polvere (The Forgiven, 2012), trad. di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi, 2021; La ballata di un piccolo giocatore (The Ballad of a Small Player, 2014), Adelphi, 2018; Cacciatori nel buio (Hunters in the Dark, 2015), 2017; L’estate dei fantasmi (Beautiful Animals, 2017), 2020; Il regno di vetro (The Glass Kingdom, 2020), 2022; Java Road (On Java Road, 2022), 2023; Il turista nudo (The Naked Tourist: In Search of Adventure and Beauty in the Age of the Airport Mall, 2006), trad. di Matteo Codignola, 2006; Shangri-la, 2008 e Santi e bevitori. Un viaggio alcolico in terre astemie (The Wet and the Dry: A Drinker’s Journey, 2013), 2024.  

    Uniti come i chicchi di un melograno (di Li Xiaoyong)

     

     

    di Li Xiaoyong*

     

    «La nostra vita era molto difficile. Nei momenti peggiori non avevamo nemmeno abbastanza da mangiare. Pensavamo che trasferirci sarebbe stata la soluzione migliore. Grazie all’aiuto del Partito Comunista Cinese, abbiamo lasciato le montagne. Ci è stato assegnato un appartamento di 75 metri quadrati e abbiamo anche trovato lavoro in uno stabilimento lattiero-caseario. Il numero dei miei yak è passato da 6 a 600 e il mio reddito annuo ha superato i 100.000 yuan». Così raccontava cinque anni fa Pu ciren, il pastore di Xizang, in un’intervista.

    Cinque anni dopo, il governo cinese non solo ha aiutato milioni di persone come Pu ciren a uscire dalla povertà, ma ha anche creato nuove opportunità per aumentare i redditi, attraverso pascoli intelligenti, irrigazione con droni, monitoraggio satellitare e le vendite attraverso le dirette online. In questo modo, le comunità delle minoranze etniche hanno potuto affrontare meglio le difficoltà e trovare nuove strade per migliorare la propria vita.

    La Cina ha una storia millenaria ed è un Paese unito e multietnico. Oltre alla maggioranza Han, conta 55 minoranze etniche, per un totale di oltre 100 milioni di persone. Ogni gruppo etnico ha una propria cultura, un proprio abbigliamento e tradizioni particolari. Le diverse comunità hanno sempre mantenuto rapporti basati sull’uguaglianza, sull’unità, sull’aiuto reciproco e sull’armonia.

    Nei primi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, a causa di fattori storici, naturali e sociali, le regioni delle minoranze etniche erano economicamente e socialmente poco sviluppate. In alcune zone erano ancora presenti residui di sistemi feudali, di servitù della gleba o di schiavitù. Con la nascita della Nuova Cina, lo Stato ha progressivamente promosso lo sviluppo economico e sociale e ha introdotto il sistema dell’autonomia regionale delle minoranze etniche. Oggi, le aree a statuto autonomo, che occupano oltre il 60% del territorio cinese, e le comunità delle minoranze etniche hanno assunto un volto completamente nuovo.

     

    Regioni autonome, sviluppo economico e nuove opportunità

    Le regioni autonome hanno conosciuto una rapida crescita economica. Dal 2012 al 2025, il PIL regionale delle cinque regioni autonome cinesi — Mongolia Interna, Xizang, Ningxia, Xinjiang e Guangxi — è passato complessivamente da 3.250 a 8.660 miliardi di yuan. Le diverse comunità hanno sfruttato le caratteristiche e le risorse delle proprie regioni, trovando percorsi di sviluppo adatti alle proprie condizioni. Il Ningxia, per esempio, è conosciuto come la “terra cinese del goji”. Grazie a questa caratteristica, la regione ha sviluppato un’intera filiera industriale. Nel 2024 la produzione di goji fresco ha raggiunto 320.000 tonnellate. Il settore si è trasformato, passando dalla semplice vendita del frutto essiccato alla produzione di prodotti ad alto valore aggiunto: succo concentrato di goji, caffè al goji, rossetti, alimenti funzionali e oltre 120 altri prodotti trasformati. Il valore complessivo della filiera ha raggiunto 29 miliardi di yuan. Il piccolo frutto rosso è diventato una “bacca d’oro”, un vero motore per la rivitalizzazione delle aree rurali.

     

    Una vita sempre migliore

    Nel 2021, tutti i 420 distretti delle aree autonome delle minoranze etniche hanno superato la soglia della povertà e tutte le 28 minoranze etniche con popolazione ridotta hanno raggiunto l’obiettivo di uscire dalla povertà come comunità. Lo Xizang è entrato nell’era dell’alta velocità ferroviaria. Le autostrade collegano sempre più villaggi e comunità, mentre la copertura 5G raggiunge anche i pascoli di montagna più remoti. Le reti idriche e elettriche hanno colmato molte delle carenze infrastrutturali del passato. Nel 2025, il valore delle vendite online in Xizang ha superato i 28 miliardi di yuan, diventando uno dei principali motori dello sviluppo di alta qualità dell’economia dell’altopiano. Prodotti tipici come la carne secca di yak e lo tsampa, alimento tradizionale dello Xizang, raggiungono mercati più lontani. Chi un tempo dipendeva quasi completamente dalle condizioni climatiche può oggi aumentare il proprio reddito senza lasciare il proprio villaggio. Il senso di soddisfazione e di felicità si riflette sempre più concretamente nella vita quotidiana delle persone.

     

    Più opportunità nell’istruzione

    Prima della fondazione della Nuova Cina, il tasso di analfabetismo tra le minoranze etniche cinesi superava il 95% e in tutto il Paese esisteva una sola università dedicata alle minoranze etniche. Grazie alla diffusione dell’istruzione obbligatoria e ai programmi di alfabetizzazione portati avanti nel corso degli anni, nel 2022 il numero di studenti appartenenti alle minoranze etniche iscritti a scuole ha raggiunto 34,77 milioni. Le istituzioni universitarie dedicate alle minoranze etniche sono diventate 32 e offrono numerosi corsi sulle lingue, le culture e le storie delle diverse comunità. L’accesso delle minoranze etniche all’istruzione superiore è quindi progressivamente migliorato, con opportunità sempre più ampie di studiare e svilupparsi.

    Il 1° luglio di quest’anno è entrata in vigore la Legge della Repubblica Popolare Cinese sulla promozione del progresso e dell'unità etnica. Per la prima volta, la legge definisce sul piano giuridico concetti fondamentali come la costruzione della comunità della nazione cinese. La legge stabilisce inoltre il rispetto e la tutela del diritto delle minoranze etniche a imparare e utilizzare le proprie lingue e scritture e sottolinea il principio secondo cui ogni cultura deve poter esprimere la propria bellezza e contribuire. Il nuovo quadro legislativo offre un sostegno istituzionale più solido allo sviluppo comune delle diverse comunità, fornisce indicazioni più chiare per promuovere l’unità nazionale e propone una prospettiva cinese sulla governance delle questioni etniche e sulla tutela dei diritti delle minoranze.

    Negli ultimi anni, un numero crescente di giornalisti e influencer italiani ha inserito lo Xinjiang, lo Xizang, il Ningxia e altre regioni cinesi nei propri itinerari, per conoscere direttamente e raccontare lo sviluppo economico, la cultura e le tradizioni locali.Nel maggio di quest’anno, il coro giovanile di Wuzhishan si è esibito in Italia. Ai piedi del Colosseo, i giovani artisti hanno presentato al pubblico italiano canti e danze tradizionali dei etnici Li e Miao. Dopo il loro ritorno in Cina, hanno inoltre riallacciato i rapporti con i giovani italiani in visita a Hainan, creando nuovi legami di amicizia attraverso la musica e la danza. Invitiamo gli amici italiani a sfruttare le opportunità offerte dall’attuale politica di ingresso senza visto e a visitare la Cina: fare una passeggiata in un villaggio Miao, sedersi in una yurta mongola, ammirare la maestosità dell’Himalaya in Xizang, scoprire la vastità dei deserti e i pioppi del deserto dello Xinjiang, oppure visitare il Ningxia, conosciuto come la «terra delle stelle». La Cina è pronta a continuare a lavorare insieme all’Italia, nel rispetto reciproco e sulla base dell’uguaglianza, affinché le diverse culture e tradizioni etniche possano incontrarsi, dialogare e risplendere l’una accanto all’altra attraverso lo scambio e il confronto tra civiltà.

     

    *Incaricato d'Affari ad interim dell'Ambasciata cinese in Italia

    91% de su historia, desde hace 249 años, EEUU ha estado en guerra – Por Alfredo Jalife Rahme

    11 Agosto 2026 ore 00:53

    Por Alfredo Jalife Rahme

    WarCosts (Costos de Guerra) es una plataforma de datos independientes de TheDataProject.ai lanzada en marzo de 2026, con sede en Santa Barbara, California, que construye plataformas de datos gratuitos y rastreables con ayuda de IA, con el fin de promover la transparencia y la rendición de cuentas del gobierno de EEUU.

    WarCosts sentencia que, desde su independencia en 1775, EEUU se ha implicado en “más de 36 conflictos mayores” cuando “ha estado en paz solamente 22 años de sus 249 años de existencia”, lo que significa que “ha estado en guerra ¡91% de su historia!, lo cual la define como uno de los países más proclives a la guerra en la historia moderna (https://bit.ly/3RSA4dN)”.

    Han fallecido 1.35 millones de estadunidenses en todas las guerras de EEUU: 405 mil en la Segunda Guerra Mundial (SGM), 116 mil en la Primera Guerra Mundial (PMG), 58 mil en Vietnam y más de 7 mil en las guerras de Irak y Afganistán, mientras que las “guerras civiles en las guerras de EEUU exceden 5 millones a escala global”. Sólo cinco de las guerras de EEUU fueron formalmente declaradas por el Congreso: la guerra de 1812 (contra Gran Bretaña e Irlanda aliados a los nativos locales), la guerra de EEUU vs México, la guerra de EEUU vs España, PGM y SGM”, mientras que los “más de 31 conflictos fueron combatidos sin declaración formal, que incluyen Corea, Vietnam, Irak y Afganistán” con 13 victorias, cinco derrotas y 13 “inconclusas”.

    La guerra más costosa ha sido la “guerra contra el terror”, de 2001 a 2021: más de 8 trillones de dólares, que incluyen costos a largo plazo como cuidados a veteranos –más que la SGM de 4.1 trillones de dólares ajustada a la inflación. La guerra de Irán “que nadie solicitó, sin voto del Congreso, sin declaración de guerra, sin estrategia de salida, sin un interés claro de EEUU”, cuando Trump compitió con el lema “finiquitar las guerras eternas”, lo cual su propio aliado Tucker Carlson (TC) califica de “absolutamente maligno y repugnante”. La sola pregunta que importa:“¿De quién es esta guerra?”.Obvio: ¡de Netanyahu/Israel! La guerra en Irán puede costar a EEUU desde ¡3 billones de dólares hasta 36 billones (proyección de costo final)! Warcosts indaga si la política de “cambio de régimen de EEUU ha funcionado alguna vez” cuando lo “ha ensayado docenas de veces desde la SGM”: el “registro trazable es catastrófico”.

    Amén de comentar el infanticidio de 180 niñas asestado por Israel en Minab (sur de Irán) y señalar la “influencia de Israel en la decisión de Trump para perpetrar su guerra contra Irán”, Warcosts desnuda a los beneficiarios: 1-Israel/Netanyahu; 2-AIPAC y el lobby israelí; 3-Los contratistas de Defensa: Lockheed Martin, RTX/Raytheon, Boeing, Northrop Grumman y General Dynamics; 4-Las trasnacionales de energía y especuladores del petróleo; y 5-China/Rusia.

    Entre los grandes perdedores enumera a los contribuyentes de EEUU, la región entera del golfo Pérsico, la economía global y el movimiento MAGA. Merece un cuadro privilegiado en su infograma la “permanente economía de guerra de EEUU (por cierto, censurado por “alguien”)” y cómo “el conflicto permanente se volvió la norma económica”. A propósito, esta incurable adicción a la guerra, que forma parte del ADN pugnaz de 91% de la historia de EEUU, ha sido impugnada por el reciente “Manifiesto post-MAGA” de 10 puntos de Tucker Carlson (https://bit.ly/3U1cSKT) que presentó en un livestream de casi 2 horas (https://bit.ly/4cuUuQW), donde critica la influencia extranjera de Israel.

    Carlson rompió con el Partido Republicano y se ha aliado a notables figuras disidentes como Marjorie Taylor Greene –empresaria y ex-legisladora del Partido Republicano–; Thomas Massie –legislador republicano, formado en el MIT, solicitante del esclarecimiento de los fétidos “archivos Epstein” y vapuleado por los donativos electorales de AIPAC– y Joe Kent –dimisionario de la jefatura de contraterrorismo– que se han rebelado contra la guerra de Trump/Netanyahu contra Irán. ¿Carlson y su grupo podrán salvar a “EEUU” de su incurable adicción a sus guerras de 91% de su historia?

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    L’amore dopo il blackout

    10 Agosto 2026 ore 22:00

    di Franco Ricciardiello

    Agustín Fernández Mallo, Il libro di tutti gli amori (tit. or. El libro de todos los amores, 2022), trad. Silvia Lavina, ed. Utopia, 2025, pp. 184, euro 19,00 stampa

    La casa editrice Utopia è relativamente recente; nata nel 2020 a Milano, si dice “improntata alla selezione rigorosa di letteratura di qualità”, e fin qui non ci sarebbe nulla di diverso da altri editori. Continuiamo a leggere dal loro sito che “il valore letterario, la poetica e la grafica dei libri sono espressioni concrete di questa coerenza, ed è perciò che Utopia non propone libri che si vendono, ma vende i libri che si devono proporre”, e questa è già un’intenzione programmatica meno comune. A sfogliare poi una qualsiasi delle loro pubblicazioni, subito si notano alcune cose. Oramai quasi tutti gli editori hanno una cura particolare per la copertina, la composizione grafica, la scelta dell’immagine, e in questo Utopia si allinea, con la particolarità di un colore di fondo sempre diverso. Ma leggendo il risvolto di copertina, quello che si suppone dovrebbe attrarre il lettore all’acquisto, vediamo che si tratta di una sorta di lettera dell’editor, Gerardo Masuccio, al lettore, una specie di personale interpretazione del testo. Anche nell’ultima pagina del volume c’è un breve ricapitolo di poche righe che contiene, in nuce, la ragione per cui questo libro è stato scelto tra tanti.

    Fin qui, potrebbe essere una comune operazione di maquillage, per quanto raffinata; è infatti nella scelta dei testi che l’editore si fa apprezzare, perché davvero sembra che il catalogo non proponga libri che necessariamente “si vendono”. A parte testi ormai classici, italiani e non (come le riedizioni di Massimo Bontempelli, Grazia Deledda, Ottiero Ottieri o la norvegese Sigrid Undset), le scelte percorrono tutte le letterature mondiali, dagli Stati Uniti alla Cina passando per Ruanda, Indonesia, Iran, Sudafrica, Ucraina e altre., senza dimenticare le lingue europee.

    Questo Libro di tutti gli amori, per esempio è il secondo titolo tradotto da Utopia dello spagnolo Fernández Mallo, esponente di punta di quella corrente letteraria denominata afterpop, “che teorizza la frammentarietà e l’interdisciplinarità del testo, proponendo una commistione tra la cultura alta e quella popolare, la destrutturazione della trama, l’utilizzo dei testi altrui in nuovi mosaici narrativi e l’ibridazione dei generi letterari.”

    Il libro di tutti gli amori è un esempio classico questa scrittura “sperimentale”, in questo senso una scelta più “ardita” del precedente titolo dello stesso autore in catalogo Utopia, Trilogia della guerra.

    Nella trama si alternano infatti tre differenti tipi di testo:

    • le brevi conversazioni, battuta-e-risposta, di una coppia uomo-donna; considerazioni sull’amore soprattutto fisico, dalle quali si comprende che sono sopravvissuti a un non meglio precisato “blackout” che ha cancellato la civiltà;
    • a queste si alternano brani di “una sorta di enciclopedia sentimentale” che, passando attraverso considerazioni su scienza, politica, letteratura, storia, costume — tutti gli aspetti della nostra civiltà, affronta prospettive estremamente differenti l’una dall’altra di ciò che si intende con “amore”.
    • una narrazione più tradizionale nella forma, benché straniante nel contenuto, che racconta di una coppia uruguayana in viaggio a Venezia: il marito decide di non ritornare a Montevideo, di trattenersi nella città che viene progressivamente inghiottita da una bolla di assenza di suono che “provocava gravi conseguenze a chi osava attraversarla”. La donna torna a Venezia dopo sei mesi, intrattenendo una surreale conversazione a bordo dell’aereo con un uomo che sembra spuntare fuori ovunque nella città lagunare.

    In questa terza linea narrativa si ritrova lo stile di affascinante fabulazione del precedente romanzo, Trilogia della guerra (che non è affatto una trilogia), ed è rilassante perdersi nel labirinto di testi solo apparentemente slegati tra loro della parte principale del libro.

    Svizzera, la cannabis per posta: San Gallo si unisce alla legalizzazione sperimentale

    10 Agosto 2026 ore 13:01
    A San Gallo, dal prossimo autunno, il pacco che arriva a casa potrà contenere cannabis. Non un ordine su una chat criptata pagato in bitcoin, non una consegna clandestina affidata a un corriere improvvisato: una spedizione postale regolare, tracciata. Si chiama CanLeg ed è la prima volta che succede in Svizzera. SVIZZERA: LA LEGALIZZAZIONE SPERIMENTALE …

    Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale

    9 Agosto 2026 ore 22:00

    di Gioacchino Toni

    Luciano Di Gregorio, La necessità del mito. Eroi, supereroi e mostri. Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 226, € 20,00

    Nelle civiltà arcaiche, la narrazione mitica serviva a spiegare l’ignoto, a giustificare l’ordine sociale e a dare risposte a catastrofi naturali in assenza di conoscenze scientifiche. Il perdurare della mitopoiesi ai nostri giorni, sostiene Luciano Di Gregorio nel suo libro La necessità del mito (Mimesis, 2026), sembra rispondere a un generale senso di insicurezza e di impotenza che caratterizza una realtà sempre più indecifrabile e minacciosa che non trova conforto nella razionalità scientifica. Insomma, di fronte all’ignoto, come accadeva nelle comunità antiche, ancora una volta l’umanità sembra non disdegnare di cercare rifugio nell’immaginario mitologico.

    Secondo lo studioso, l’interpretazione della realtà attraverso il mito nella società contemporanea ha a che fare con il desiderio degli esseri umani di rappresentarsi o di identificarsi in figure dotate di superpoteri. Ciò è suggerito dalle pubblicità, nell’attribuzione di superpoteri alle merci o a determinate pratiche di consumo, così come dai social media, caratterizzati dall’insistita autoattribuzione di facoltà straordinarie da parte degli utenti, e dalle illimitate promesse tecnologiche. Certo, quello contemporaneo è un mito democratizzato, che vede l’individuo accontentarsi del successo di riflesso. In linea con l’imperversante logica prestazionale, l’essere umano si sente in dovere di ottenere un’affermazione pubblica straordinaria e, in mancanza di potere reale, il desiderio di sentirsi parte di un’aura mitologica ripiega sulla partecipazione e sull’identificazione.

    L’attribuzione di superpoteri a leader carismatici tende a trasformare le comunità in “tribù” omogenee, propense ad affidarsi ciecamente a queste figure “rassicuranti”, percepite come divinità contemporanee o supereroi capaci di risolvere, come per incanto, i problemi complessi con formule magiche o slogan. La giustificazione dell’autoritarismo e l’accettazione delle disuguaglianze, sottolinea lo studioso, rappresentano il prezzo da pagare in cambio del senso di sicurezza emanato da tali leader carismatici. Anche la religione continua a fare la sua parte, rispondendo al bisogno di protezione attraverso il rimando alla provvidenza divina, oltre che a leader religiosi rassicuranti nella loro promessa di un mondo migliore.

    Secondo Di Gregorio è dunque possibile leggere la mitopoiesi del supereroe come risposta a una necessità securitaria globale. Che ci si affidi a un brand commerciale, alle promesse di qualche tecno-guru, a un demagogico leader politico autoritario o a un’entità spirituale, l’obiettivo profondo degli esseri umani contemporanei è il medesimo: allontanare il senso di precarietà e immaginare un futuro migliore, sentendosi parte della fazione vincente della società.

    Anche nella civiltà contemporanea, accanto alla visione razionale, perdura una modalità immaginaria di approccio alla comprensione della realtà e alla visione del mondo che riprende il mito, in particolare quello dell’eroe, attualizzandolo e indirizzandolo a svolgere una funzione protettiva nei confronti delle minacce che inquietano la nostra epoca. Nei periodi di incertezza sociale, l’individuo proietta il proprio Ideale dell’Io su una figura esterna di leader carismatico, accettando una forma di sudditanza che prevede l’annullamento del pensiero critico e della propria originalità.

    Molti dei miti originati in epoche lontanissime conservano attualità ancora oggi, in un contesto enormemente mutato. L’antico “mito dell’eroe”, con il suo archetipico viaggio – comprendente la chiamata all’avventura, la lotta contro le forze oscure e il ritorno del sé trasformato –, continua ancora oggi a rispecchiare la lotta degli individui contro l’ignoto e il desiderio di superare anche gli ostacoli più ardui. A differenza dell’eroe di un tempo, quello contemporaneo non è più un semidio dotato di poteri straordinari, ma un individuo capace, grazie alla resilienza e al coraggio, di compiere imprese che possono dirsi eroiche pur non disponendo di abilità soprannaturali; imprese che consentono di continuare a essere propositivi in un mondo che richiede invece accettazione e inazione.

    Nella cultura pop gli eroi incarnano la classica traiettoria di scoperta di sé e lotta contro il male. Il ritorno dei simboli mitici e delle fiabe agisce in maniera compensativa: di fronte a una realtà sempre più tecnologizzata, l’essere umano riscopre la necessità della fantasia e del simbolo. In un’epoca segnata da un’angoscia crescente, il mito contribuisce a ridurre il senso di impotenza.

    Se da un lato il ricorso al mito viene finalizzato al mantenimento e alla giustificazione dell’ordine sociale, dunque all’inazione e all’accettazione, dall’altro può servire a ridurre tale senso di impotenza. Resta da vedere se, in questo secondo caso, il ricorso al mito si limiti ad agire da anestetico, utile a sopportare la realtà, o funga da stimolo al cambiamento della stessa.

    Psilocibina e l’elasticità del cervello: le nuove frontiere della neuroplasticità

    9 Agosto 2026 ore 14:17
    La psilocibina è un composto psichedelico naturale presente in oltre 200 specie di funghi - comunemente noti come "funghi allucinogeni" o "funghi magici" - il cui utilizzo è al centro di una vera e propria rivoluzione nella psichiatria moderna.Oggi vi racconto un incredibile caso clinico, il cui studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in ...continua a leggere "Psilocibina e l’elasticità del cervello: le nuove frontiere della neuroplasticità"

    Non possiamo non dirci avvisati: ad Hiroshima e Nagasaki aperte le porte al cavallo di Troia della nostra civiltà

    9 Agosto 2026 ore 06:44

    L’Odissea di Christopher Nolan, piuttosto che trasposizione cinematografica del poema attribuito ad Omero, può essere considerato il prequel di Oppenheimer. Nel precedente film l’inventore della bomba atomica riconosce di essere “diventato morte e distruttore di mondi”, citando l’antica Bhagavad Gita; in questo il Re di Itaca riconosce di essere diventato “distruttore di una civiltà”. L’Oppenheimer e l’Ulisse di Nolan osservano [...]

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    «La Odisea» de Nolan – Por Juan Manuel de Prada

    9 Agosto 2026 ore 01:56

    Por Juan Manuel de Prada

    Hemos visto, al fin, la adaptación de ‘La Odisea’ perpetrada por el engreído Christopher Nolan. La realización nos ha parecido tosca, la planificación huérfana de todo sentido compositivo, como destinada a un público con el gusto estragado por el consumo bulímico de series televisivas. Pero, siendo en sus aspectos formales bastante grimosa, ‘La Odisea’ de Nolan nos repugna principalmente porque no se trata de una adaptación, sino de una refutación grosera de la obra homérica, propia de un eunuco que, como no pueda poseer la grandeza, se dedica a degradarla, a rebajarla, a ensuciarla con su hálito desdentado y hediondo. La hermosura principal de ‘La Odisea’ consiste en mostrarnos –como nos enseña mi amado maestro Luis Alberto de Cuenca– que los hombres podemos «extraer dulce miel de la flor triste de la vida»; que, aunque a la vuelta de la esquina nos aguarden las puertas sombrías del Hades y sus prados de pálidos asfódelos, estamos poseídos por un fuego que vence la amargura y el destino más aciago. Homero nos relata una historia de incontables horrores; pero Odiseo sale de todos ellos más rico en sabiduría, más templado, más magnánimo, más humano en definitiva. Y, en medio del horror, siempre aflora la maravilla, como una brisa que todo lo airea, sin quitar a la realidad ni un ápice de su crudeza, pero perfumándola de un gozo secreto y sereno que alcanza tal vez su cúspide en el palacio del hospitalario Alcínoo, donde Ulises tendrá la oportunidad de contar sus admirables hazañas, y también la tentación de enamorarse de Nausícaa, la más acabada encarnación de la gracia virginal, a la vez recatada y exuberante, a la vez tímida e incitadora, que ama a Odiseo en secreto; y a la que tal vez Odiseo también ame, aunque la rechace (¡pero de qué forma tan sutil y tierna!) con un amor nunca formulado, «un amor hecho rocío, un amor matinal que, en su frescura primigenia, ignora las heridas del deseo», como lo describe Cuenca.

    Una bazofia que no recoge ese momento sublime (¡que ni siquiera se acuerda de Nausícaa!) no merece ni siquiera ser designada como adaptación de ‘La Odisea’. Constituye, más bien, su refutación sórdida, su profanación eunucoide. Son muchos los loci memorabiles de la obra homérica que el castrado Nolan nos amputa; y los que no amputa los desbarata con magnífica inepcia y caudalosa burricie. Ocurre así, por ejemplo, con el episodio de las sirenas, cuyo cántico no podemos escuchar, tapado por la voz en off pelmaza del protagonista, que nos suelta un patético rollete seudolírico con frasecitas de almanaque, hurtándonos así la experiencia acústica más terrible o sublime de la Historia. El artista sin brío ni aliento poético se distingue porque, en lugar de mostrar, explica; y aquí el asténico Nolan nos brinda una lección canónica de impotencia creativa, soltándonos una tabarra rimbombante, en lugar de ofrecernos el cántico de las sirenas; o, en caso de no atreverse a tanto, mostrándonos tras una elegante elipsis el cambio que esa música ha obrado en el alma del héroe. Pero el alma de Nolan, peluda y con verrugas, no alcanza a tanto; y entonces se pone campanudo y nos suelta una tabarra párvula.

    Todo en el bodrio de Nolan resulta tosco, chabacano, con un fondo de botijo mohoso donde se pudre una sanguijuela; finge ser cínicamente taciturno, cuando sólo es farragoso, sin estro ni iluminación poética. Nos priva del humor pillastre y de los taimados calambures de Odiseo con Polifemo, que prueban que la retórica es más poderosa que la fuerza bruta; nos priva también del llanto furtivo de Ulises ante el noble y agonizante Argos; nos priva, en general, de personajes femeninos memorables (resulta, en verdad, indignante la carnicería misógina que perpetra con Circe y Calipso, convirtiéndolas respectivamente en una charo desgreñada y en una operadita de anuncio de colonias); nos priva imperdonablemente, en fin, de las grandezas morales de la obra homérica. Odiseo nunca fue un «amnésico» en brazos de Calipso, sino un hombre que –aunque haya sucumbido a los encantos y hechizos de la divina ninfa– se resiste insensible ante sus ofertas de inmortalidad, se resiste también –nostálgico de Ítaca, deseoso de reencontrarse con Penélope– al amor que ella le ofrece; así, la divina Calipso probará el sabor amargo y humanísimo de la desilusión y la renuncia, retorciéndose de llanto en su gruta enguirnaldada de pámpanos. Por supuesto, el ceporro de Nolan no entiende la crueldad de los héroes homéricos, que saquean ciudades, matan a los hombres y se reparten a las mujeres (Nolan se la coge con papel de fumar y prefiere que a las mujeres también las maten); pero en esos héroes crueles hay nobleza trágica y compasión, hay temor a la ira divina, hay sentido del honor y ofrenda generosa de la sangre. En la película de Nolan sólo hay nihilismo, brutalidad, caos; nadie pelea en busca de la gloria, nadie se mueve por ideales, todo quisque actúa movido por el miedo o el beneficio propio. La bajeza del bajuno Nolan, que todo lo infecta con sus pestilencias, alcanza su apoteosis cuando nos muestra con delectación a una Helena que ha sido mutilada en su rostro por Menelao, algo por completo inconcebible en el personaje homérico; y una prueba palpable de que detrás de todo feminista aspaventero (en sus declaraciones Nolan hace esfuerzos asmáticos por parecerlo) se esconde un misógino con espolones. El Menelao de Nolan, por supuesto, parece el primo feote de Topuria; los macarroides compañeros de Odiseo llaman a su rey y señor «lucky bastard»; y los pretendientes de Penélope parecen todos matones de discoteca salidos de un suburbio quinqui (aunque, al menos, no van disfrazados de Darth Vader como Agamenón).

    A ese centenar de gorilones se enfrenta el anciano Odiseo en el célebre episodio de la matanza de los pretendientes, en una secuencia de insuperable vulgaridad, donde el zoquete de Nolan arruina la magia sangrienta del poema homérico, convirtiéndola en una zafia secuencia de película hollywoodense de mamporros. No entiende Nolan que Ulises no «combate» con los pretendientes, sino que los masacra, porque están petrificados por el horror, como el matarife masacra a los corderos. Cuando Odiseo se despoja de sus harapos, tensa el arco que sólo él puede encordar y atraviesa la garganta de Antínoo con una ávida flecha, al resto de pretendientes «se les aflojan las rodillas y el corazón»; no sucumben ante un hombre todopoderoso, sucumben ante una némesis que creían confinada en sus pesadillas más tenebrosas. El zoquete de Nolan, que para entonces se ha tirado tres horas fétidas «desmitificando» a los héroes homéricos, completa así un bodrio inverosímil que incurre en «mitificaciones» infinitamente más toscas, propias de un neandertal a quien Dios se olvidó de infundir un alma. ‘La Odisea’ adaptada por este andoba provoca la misma pena que la orquídea tronchada por el cuchillo de un pescadero.

    Ceuta está perdida – Por Juan Manuel de Prada

    9 Agosto 2026 ore 01:47

    Por Juan Manuel de Prada

    Después de calificar de «ataque» y «violación de la integridad territorial de España» la invasión de la horda marroquí, el doctor Sánchez puso el culo en pompa y atribuyó solidariamente la culpa al Tribunal Supremo y a las «mafias», agradeciendo a Marruecos su cooperación. A continuación, el mariachi Marlaska, todavía más lambiscón, calificó a Marruecos de «socio absolutamente fiable». Se puede ser sumiso, se puede ser servil, se puede ser rastrero, se puede ser cornudo y apaleado, se puede ser arrebatadamente abyecto; pero para lamer almorranas alauitas con tanto denuedo hace falta un alma anélida.

    ¿No sabrá esta patulea que quien se humilla ante el soberbio no gana clemencia, sino desprecio? Pues es propio del soberbio pisar a quien ve postrado. A esta invasión fingida (que, sin embargo, nos dejará cientos de manadas deambulando por nuestras calles) se sucederá una invasión verídica; pues el ruego del cobarde aviva la crueldad del agresor. Pero conformarnos con señalar la capitulación de estos alfeñiques sería no pasar de la corteza. Ciertamente, el doctor Sánchez y sus mariachis están atrapados en el cepo de Mujamé, a quien Pegaso susurró sus trapisondas y gatuperios; por eso vendieron vilmente a los saharauis, por eso ahora se humillan y arrastran como lombrices ante el ensayo de invasión decretado por Mujamé. Pero ese ensayo de invasión no se habría producido sin el plácet de Israel y Estados Unidos, que tal vez incluso lo hayan instigado. Y, aunque sea tentador pretender que Israel y Estados Unidos se la tienen jurada al doctor Sánchez, por sus aspavientos antibelicistas o propalestinos (más falsos que Judas), la realidad es bien distinta. Y la realidad es que España es una colonia, un caniche al que primero han doblegado y después humillan a placer.

    Si al frente del Gobierno español estuviese la derecha, ¿nuestro Ejército no estaría igualmente participando en misiones grotescas en el Ártico, en lugar de proteger sus fronteras? ¿Un gobierno de derechas no habría traicionado igualmente a los saharauis? ¿No estaría igualmente echando las culpas del ensayo de invasión a las «mafias»? Tal vez sus lametones a las almorranas alauitas habrían sido un poco menos exagerados (siempre que Pegaso no anduviese ramoneando por ahí), tal vez habrían añadido unas gotitas de aspaviento islamófobo en el guiso, para engatusar al patrioterismo más pauloviano, pero su docilidad ante el expansionismo marroquí y su sometimiento a las directrices anglosionistas habrían sido igualmente indignos. Y es que el Régimen del 78 lleva en su ADN la conversión de España en un caniche sometido y pisoteado; envuelto en retóricas altisonantes, por supuesto, pero caniche con las orejas gachas y el culo reventado, a la postre. Si España desea ejercer una soberanía real sobre su territorio, tendrá que empezar por liberarse del Régimen oprobioso que la ha convertido en una piltrafa. Entretanto, seamos serios, Ceuta está perdida (como tantas otras cosas).

    Et in arcade ego 2: L’ultimo metrò

    8 Agosto 2026 ore 22:00

    di Franco Pezzini

    Orazio Labbate, Cumùriu, pp. 105, € 16, Grey Interzona, Napoli 2026.

    Prosegue la catabasi di Frank LaBella, detective di Afton, in questa seconda avventura di una originalissima trilogia transmediale: un’opera cioè sviluppata parallelamente per tre linguaggi nell’ambito della sinergia Grey Interzona (edizioni Polidoro, casa di produzione multimediale Grey Ladder, sviluppatore di videogiochi Tiny Bull Studios) e che qui trova conferma rispondendo alle curiosità aperte dalla prima puntata. Una scelta che già indirizza alle ragioni di uno sguardo sincretista, aperto a diverse culture di fruitori e ai relativi immaginari, vertiginosamente ibridati e (si passi il termine, il protagonista lo amerebbe) imbastarditi.
    Torniamo a una “mitologia criminale siciliana” da noir, ma con vertigini oniriche da rivelazione eleusina o samotrace, in questo caso persino più lisergicamente straniante che nell’avvio. Il livello mitologico – per cui LaBella è Apollo, con il quid pluris, il tratto videoludicamente acquisito di altre figure, come esplicitato Achille e in qualche misura Odisseo – viene cioè inzuppato nel porridge iniziatico del Southern Gothic, un kykeón dove il grano ha una precisa dignità simbolica rimandando insieme alle grandi piantagioni delle pianure americane. Del resto l’eroe cieco da un occhio – come altri protagonisti di Labbate, in grazia di una mutilazione mitica che molto dice del ricorso a un linguaggio archetipico – può attingere a una visione altra: e il lettore ne è reso partecipe come con un casco da realtà virtuale.
    Ma l’America profilatasi non è solo quella delle grandi pianure degli scrittori statunitensi. Nella sua totale libertà creativa e senza rimandi espliciti (né forse voluti), per le soluzioni adottate il risultato finisce col far pensare agli adattamenti e commistioni dei culti sincretici africani, non solo oltre Atlantico: Vodoun, Umbanda, Macumba, eccetera, con la lussureggiante saldatura di istanze arcaiche e componenti moderne, oggetti tradizionali se non primitivi mischiati ad altri di uso contemporaneo… Dove la domanda che il lettore si pone non riguarda tanto il peso di una effettiva sopravvivenza cultuale pagana nella trasfigurata Sicilia di Labbate (certo possono esisterne tracce su cui un de Martino saprebbe illuminarci, e che il narratore ha già in parte valorizzato in altre opere: riti, immagini…), quanto piuttosto di una sensibilità e una visione visceralmente condivisa con almeno una parte dei suoi lettori – siciliani o meno. Che in quei brividi e quegli incubi riconoscono i propri, nell’ambito di un mondo moderno e pop dotato tuttavia ancora di poderose radici in tanto Scuru (a dirla con Labbate). E che ravvisano nelle ragioni del gotico e di linguaggi annessi – in fondo anche qui si può parlare di gotico, sia pure con forme peculiari – un senso e una forza reali.
    Se la prima puntata Cravuni (2025, videogioco atteso per il 2027) vedeva LaBella confrontarsi con il tenebroso boss Tony Lavuru (un Ermes precipitato dall’Olimpo come in un esilio tardoantico degli dei, il sembiante decaduto e deforme quasi nel rozzo altorilievo di uno scultore contadino sincretista), già responsabile della morte di sua madre, e che alla fine LaBella uccideva per poi congiungersi alla psicopompa Cuncittina Bity, qui deve affrontare i collaboratori del gangster, quattro divinità della Mafia spiritica.
    Ora LaBella vive a Riesi con Cuncittina: ma una notte si risveglia stordito in un locale nei pressi dei sordidi, periferici, Appartamenti Vastasu, immobili legati ai riti della famigerata Mafia spiritica. Quattro lucchetti dalle forme ermetiche, incatenati e intrecciati, bloccano l’uscita: per cui il Nostro, disceso ai surreali vagoni-templi di una metropolitana da delirio, finirà con lo stanarvi lì le quattro potestà. Una metropolitana infera, un ultimo metrò la cui dimensione è siglata dal titolo stesso dell’opera: Cumùriu, cioè “Colui che è morto”, a proiettare l’avventura in una dimensione ctonia.
    Ma è affascinante, e del tutto conforme ai travasi culturali di cui in discorso, che pur nel riferimento generale a un fronte ctonio-notturno, non si tratti di una pedissequa osservanza dei livelli gerarchici del mito greco classico da grandi codificazioni: troviamo dunque il sonnecchiante Matt Tabbutu, Ipno; Larry Mucciaredda, per Labbate “Notte o Ermete” (dove lo scarto dubitoso è un altro elemento interessante sul piano dei sincretismi e delle interpretationes con altri sistemi mitici); Chain Viscia, Caronte, il cui tempio in effetti richiama la forma di un’imbarcazione; Luke Sibione, “sùttasignore della mafia spiritica”, cioè un Ade retrocesso curiosamente in seconda posizione. Curiosamente o forse non troppo, non stupisce che in capo a questo tipo decaduto di pantheon (o pandemonium) stesse piuttosto un Ermes, per quanto abbrutito: il dio delle alterità e degli slittamenti, conduttore dei morti e maestro di lingue iniziatiche finisce col risultare molto più congruo al genere di epos delineato da Labbate e alla stessa dimensione videoludica.
    Opportunamente l’eliminazione di questi boss avviene d’altronde in forme da fiaba, da mito o persino da rito – come se LaBella compisse azioni rituali sui rispettivi simulacri. Tanto più per la presenza di armi magiche/videoludiche come uno spadino dalle stranianti proprietà, un gettone dalle immagini grottesche, una certa varietà di chiavi o di velli animali come quelli cercati dagli Argonauti o utilizzati in pratiche d’incubatio.
    Prova ulteriore per LaBella, dopo aver eliminato le quattro divinità, sarà di non lasciarsi irretire – tenendosi stretto al pensiero di Cuncittina – da boss mafiosi femminili, la fatale Nunziatina Tocco, la senz’occhi Minica Liccu e la fascinosa Mellon Nivata (identificata in Calipso nella tabella finale delle corrispondenze). Però la storia continua… tanto più che si annuncia una serie tv derivata con Labbate come sceneggiatore.
    Effervescenti come al solito le trovate, che rinviano abilmente all’immaginario dei videogiochi: in particolare i vagoni della metropolitana a forma di templi – diversi uno dall’altro – e il sembiante sordido delle figure dei boss, tra la maschera mitica e l’esasperata funzione ludica.
    Last ma certo not least va ovviamente notato il linguaggio, elemento centrale in Labbate – qui persino più stretto ed ermetico che in altre occasioni, tanto più nel carattere per definizione ingrato e transitorio della seconda puntata d’una trilogia. Se però dobbiamo superare con l’eroe una prova a più livelli, inevitabile inseguirlo nella sue ruminazioni crepuscolari, tra tentazioni autodistruttive e coscienza di un ruolo e una missione, anche attraverso le sue confidenze iniziatiche e il periodare ispido e notturno.

    La deconstrucción del mal: El poder consciente de la destrucción – Por Ivone Alves García

    8 Agosto 2026 ore 16:10

    Por Ivone Alves García

    Mientras la cultura moderna reduce el daño a un diagnóstico psiquiátrico, la dimensión espiritual expone la deliberada voluntad de quienes operan desde las estructuras de control.

    Para quienes leen el Evangelio, en el capítulo cinco de Marcos, el endemoniado de Gerasa aparece habitando entre sepulcros, apartado de la comunidad, desnudo, violento y fuera de sí. Los hombres habían intentado sujetarlo con cadenas, pero ninguna fuerza exterior podía sanar su alma desgarrada o reparar su mente dividida. Después del encuentro con Cristo, la Escritura lo presenta vestido, sereno y en su sano juicio. La liberación posee una forma humana, visible: aquel hombre vuelve a pertenecerse. Deja de vivir entre los muertos y recupera su lugar entre los vivos.

    La confrontación de Jesús con los espíritus impuros ocupa un lugar central en la proclamación del Reino de Dios. Su misión reúne la curación física, el perdón de los pecados y la liberación espiritual. Cada una de esas acciones revela una dimensión de la condición humana que Cristo ha venido a restaurar.

    Los relatos evangélicos no confunden todos los padecimientos. Hablan de ciegos, paralíticos, leprosos, epilépticos y personas atormentadas por espíritus impuros. Algunas enfermedades aparecen vinculadas con manifestaciones espirituales; otras, claramente, no. Los evangelistas describen curaciones y exorcismos como acciones distintas porque comprendían que el sufrimiento físico, el desorden de la mente y la esclavitud espiritual no eran necesariamente una misma realidad.

    Cristo tampoco convierte al demonio en el centro de su mensaje. Nunca lo presenta como un poder equivalente a Dios ni como el gobernante de una realidad independiente. Lo enfrenta con autoridad, sin negociar con él ni dejarse fascinar por sus manifestaciones. El centro permanece en la persona que debe recuperar su libertad.

    Cuando Jesús afirma que la expulsión de los demonios anuncia la llegada del Reino de Dios, revela algo más profundo que la existencia de seres espirituales malignos. La presencia de Dios devuelve al hombre aquello que el mal intenta arrebatarle: la conciencia de sí, el dominio de su voluntad, la capacidad de hablar con verdad y la posibilidad de volver a vivir entre los demás.

    La Iglesia nunca eliminó la existencia del demonio de su doctrina. El Catecismo enseña que Satanás y los demás demonios son criaturas espirituales creadas buenas que rechazaron libremente a Dios. Su maldad no pertenece a su naturaleza original. Procede de una decisión. Allí reside una cuestión decisiva para comprender el mal desde el cristianismo: el mal no posee capacidad creadora. Toma lo que existe, lo separa de su finalidad y lo deforma.

    El demonio no es un dios oscuro enfrentado en igualdad de condiciones al Dios verdadero. Es una criatura limitada. No puede producir vida, verdad, belleza o comunión. Puede parasitar esos bienes, utilizarlos como apariencia y orientarlos hacia la destrucción. Puede convertir el deseo de justicia en voluntad de venganza, la necesidad de seguridad en sometimiento, el amor a la patria en desprecio por otros pueblos, la defensa de la libertad en indiferencia ante el débil y la búsqueda de unidad en obediencia ciega.

    Esa capacidad de deformación explica por qué el mal pocas veces se presenta abiertamente como mal. Necesita una justificación. Se aproxima al hombre revestido de necesidad, eficacia, progreso, seguridad, grandeza o salvación. Adopta palabras aceptables para ocultar la naturaleza de sus frutos.

    Las tentaciones de Jesús en el desierto muestran con claridad ese procedimiento. El tentador no le propone una crueldad evidente. Le propone convertir las piedras en pan, demostrar públicamente su condición divina y recibir el dominio de los reinos del mundo. Utiliza incluso palabras de la Escritura. Las propuestas contienen bienes reconocibles: alimento, certeza y poder para gobernar. El desorden aparece en el camino ofrecido para alcanzarlos. Cristo tendría que utilizar su poder al margen de la voluntad del Padre, convertir la fe en espectáculo y aceptar el dominio como fundamento de su misión.

    La tentación trabaja separando el bien de la verdad, la autoridad del servicio, la libertad de la responsabilidad y la inteligencia de la conciencia. La palabra griega diábolos designa precisamente al que divide, acusa y calumnia. Su acción descompone las relaciones que sostienen la vida humana: la relación con Dios, con los demás, con la realidad y con uno mismo.

    Durante siglos, el cristianismo atribuyó a causas demoníacas enfermedades y trastornos que aún no comprendía, provocando miedo y castigo donde hacía falta cuidado. La medicina, la neurología, la psicología y la psiquiatría corrigieron esos abusos, permitieron reconocer padecimientos reales y devolvieron dignidad a quienes habían sido considerados culpables de su sufrimiento. Pero esa corrección terminó derivando en otro exceso: como la ciencia podía explicar muchas supuestas posesiones, el pensamiento contemporáneo negó toda realidad espiritual que no pudiera medirse. Una parte de la Iglesia acompañó ese desplazamiento y, por temor a parecer irracional, redujo al demonio a una metáfora del egoísmo, la violencia o la injusticia. Conservó las palabras, pero comenzó a vaciarlas de su contenido.

    Ese silencio tuvo una consecuencia previsible: al desaparecer de la predicación, la dimensión espiritual del mal también se borró de la conciencia de muchos creyentes. La vida cristiana fue reducida a una orientación ética, una práctica solidaria o una búsqueda de bienestar interior. El pecado se convirtió en error; la conversión, en superación personal; y la salvación, en una metáfora de la convivencia.

    Sin embargo, existen formas del mal que la ignorancia, la necesidad económica, el trauma o la enfermedad no explican por completo. Hay quienes dañan con conocimiento, método y persistencia, aun después de prever y comprobar las consecuencias de sus actos. La inteligencia y la formación no impiden esa elección: pueden hacerla más eficiente y proporcionarle argumentos para justificarse. El pensamiento contemporáneo describe con precisión los mecanismos del poder y las ideologías, pero con frecuencia termina desdibujando la responsabilidad moral de quienes utilizan esos mecanismos para destruir.

    Por eso se ha vuelto común etiquetar la crueldad extrema como una patología psiquiátrica. Esa respuesta funciona a veces como una defensa intelectual frente a una realidad más incómoda: una persona mentalmente sana puede distinguir el bien y, aun así, elegir el mal. Diagnosticar cada perversidad sin sustento clínico estigmatiza la enfermedad mental y absuelve moralmente al culpable.

    La teología cristiana sostiene que la responsabilidad humana es ineludible. El demonio puede tentar o potenciar la fragilidad, pero no tiene el poder de anular la libertad ni de forzar el consentimiento. El sometimiento al mal se construye mediante decisiones personales. En la vida cotidiana, esta dinámica es poco espectacular. No necesita manifestaciones extraordinarias: le basta con lograr que se acepte una primera mentira. Cuando esa falsedad se repite e institucionaliza, se transforma en la estructura invisible desde la cual la persona justifica todo lo demás.

    Así se anestesia la conciencia: el daño se redefine como un costo y la víctima, como un obstáculo. El mal adquiere entonces una dimensión colectiva sin dejar de depender de decisiones personales. Las instituciones no poseen alma, pero pueden conservar y multiplicar las decisiones de quienes las gobiernan. Una estructura permite que miles de personas participen en un daño sin sentirse responsables de la totalidad. Cada una cumple una función limitada: una redacta una norma, otra firma un documento, otra ejecuta una orden y otra construye el relato que hará aceptable el resultado.

    Cuando la responsabilidad se fragmenta, el mal se vuelve burocráticamente normal. Se incorpora a informes, protocolos y estadísticas formalmente correctos, mientras la distancia entre la decisión y sus consecuencias humanas adormece la conciencia de quienes participan.

    Para la tradición cristiana, este mal organizado prospera cuando la mentira se convierte en sistema y el poder deja de reconocer límites. La dimensión espiritual del mal no reemplaza las explicaciones políticas, psicológicas o sociales, pero impide reducir el problema a ellas. La Iglesia distingue la tentación ordinaria de manifestaciones extraordinarias, como la posesión, que puede ejercer dominio sobre el cuerpo, pero nunca apropiarse del alma ni anular la libertad espiritual.

    Precisamente porque esos casos son excepcionales, la Iglesia exige evaluación médica, discernimiento eclesial y extrema prudencia. Un exorcismo no puede surgir de una impresión personal ni de una discrepancia ideológica. Esta cautela evita que la fe se convierta en superstición y que el demonio sea invocado para deshumanizar al adversario o eludir la responsabilidad propia.

    El cristianismo obliga a mirar primero la tentación ordinaria, el consentimiento cotidiano y las pequeñas renuncias a la verdad. El mal político y social suele comenzar cuando se tolera una mentira o una injusticia porque favorece la propia causa. Cuando esas concesiones se acumulan, la voluntad se deforma y la libertad queda condicionada por aquello que decidió alimentar. Es el itinerario agustiniano: la voluntad desordenada engendra el hábito, y el hábito sin resistencia deviene necesidad. La culpa permanece, porque el ser humano ha cooperado con su propio sometimiento.

    Por eso la tradición cristiana no busca señales extraordinarias para defenderse del mal. La vida sacramental, el examen de conciencia y la caridad custodian la libertad al mantener al hombre en la verdad. La gracia no actúa como un amuleto: restaura el orden que la mentira corrompe.

    El extremo opuesto es la obsesión por ver demonios en todas partes. Esa deformación disminuye la responsabilidad humana, concede al maligno una centralidad ajena al Evangelio y permite atribuirle las pasiones e intereses que cada persona decidió servir. La posición cristiana reconoce la realidad espiritual sin abandonar la razón, y la tentación sin anular la libertad.

    Esta mirada exige juzgar por los frutos. Cuando la mentira sostiene un sistema, la dignidad queda subordinada a la utilidad, el sufrimiento deja de imponer límites y el poder reclama una obediencia que solo corresponde a Dios, ya no estamos ante simples diferencias de opinión. La historia demuestra que el conocimiento técnico y la capacidad burocrática pueden organizar el daño con plena conciencia de sus consecuencias.

    Los Evangelios conservan las escenas de liberación porque recuerdan que el ser humano puede romperse por dentro y quedar sometido a una fuerza que lo separa de Dios, del prójimo y de sí mismo. La autoridad de Cristo no reemplaza la ciencia ni elimina la responsabilidad: restablece la verdad donde la mentira se había convertido en morada. El hombre liberado recupera su nombre, su sano juicio y su lugar en la comunidad.

    Cuando observamos detenidamente a ciertos líderes políticos, presidentes y figuras públicas, y estudiamos la frialdad de sus decisiones, el conocimiento que poseen de sus consecuencias, la ausencia de límites morales y la perseverancia con que profundizan el daño, el vocabulario psiquiátrico puede resultar insuficiente. Convertir la perversidad de un gobernante en un diagnóstico improvisado significa claudicar ante el misterio del mal y confundir una posible patología con una voluntad que quizá sabe lo que hace.

    Queda entonces una pregunta que nuestra época evita por temor a la superstición: ¿estamos ante una enfermedad mental, ante la elección consciente y sostenida de la iniquidad, ante un sometimiento espiritual progresivo o, en casos que solo la Iglesia podría discernir, ante aquello que la tradición cristiana llama posesión demoníaca?

    La observación externa no basta para trazar el límite exacto de la acción del mal en la conciencia de una persona. Esa limitación no vuelve ilegítima la pregunta. Revela la insuficiencia de un lenguaje que reduce el pecado a disfunción cognitiva y la maldad a trauma psicológico, y que por eso ya no reconoce la dimensión espiritual del mal cuando se organiza y actúa en la historia.

    La pregunta tampoco absuelve al dirigente ni convierte su voluntad en un instrumento pasivo. La vuelve más grave, porque obliga a mirar la sucesión concreta de concesiones mediante las cuales una persona acepta la mentira, aprende a convivir con el daño y termina poniendo su inteligencia, su poder y su libertad al servicio de aquello que decidió alimentar. Entonces la maldad contemporánea no es un simple error de información o una enfermedad mental, sino una degradación progresiva y libre de la voluntad humana.

    Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più.

    8 Agosto 2026 ore 09:13

    Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. Manca poco più un mese, e mancano poco meno di 30.000 firme. La raccolta non sta andando come dovrebbe. Associazioni nazionali e gruppi locali si stanno impegnando al massimo, ma il risultato non si vede ancora. C’è bisogno di uno sprint finale [...]

    L'articolo Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. proviene da Movimento Nonviolento.

    Ogni cosa e nessuna: lo stormo come alternativa politica

    8 Agosto 2026 ore 00:01

    di Luca Cangianti

    Nicoletta Vallorani, Ogni cosa e nessuna, Zona 42, 2025, pp. 335, stampa € 16,90, ebook € 8,49.

    Fuori c’è il Grande Nulla. Milano è una città circondata da mura, sporca, devastata dalle gang. È una società autoritaria e ferocemente classista: si è estinta la mediazione politica, anche nelle sue versioni liberali di puro belletto; i manifestanti residuali vengono pestati nell’indifferenza generale; il velo e la danza sono proibiti nei luoghi pubblici; «Il clima è diventato un clown che procede a casaccio saltellando tra dune e pozzanghere», ma il governo nega tutto. Nel frattempo sono comparse malattie incomprensibili: in mancanza di meglio vengono chiamate «cancro generico». L’aspettativa di vita crolla, ma «Per i notiziari va tutto bene». I bambini nascono mediante stupro istituzionalizzato nel Reparto grembi, dove «le donne sono incubatrici da smaltire a nascita avvenuta». La sterilità dilaga, spietata come la giustizia poetica.
    È questo il mondo narrativo di Ogni cosa e nessuna, l’ultimo romanzo di Nicoletta Vallorani. Si tratta di un panorama trasversale a molte narrazioni dei nostri tempi. Alcuni esempi a caso: Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (biopolitica del corpo femminile), Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (implicazioni politiche della crisi climatica), Don’t Look up (negazionismo), L’attacco dei giganti (il muro come dispositivo totalitario). Un caso? Niente affatto: è l’inconscio sociale che emerge nelle accoglienti pieghe del fantastico proiettando luce sulle tendenze della vita contemporanea.

    All’interno di questo contesto s’incrociano le storie di due personaggi. Il primo è Giuditta, una donna sterile, non conforme, ferita, malata. Per professione racconta storie ai bambini che crescono nella clinica ostetrica, il Corelli – dal nome del tristemente reale Cpr del capoluogo lombardo. Giuditta, sembra innocua, ingenua, affetta da deficit cognitivo, ma esercita una sottile agency eversiva «infilando qualche folletta monella qui e là, o qualche animaletto burlone che se ne infischia delle norme, o qualche maghetta nubile e senza figli che però è felice così. Basta poco per cambiare la direzione delle storie, e quel poco è rivoluzione.» La seconda co-protagonista è un’aliena. Non ha un genere specifico e nemmeno un singolo corpo. Di volta in volta, nel corso delle epoche, è vittima di violenza sessuale, “strega” che cura con le erbe, transessuale, lupo artico, aquila, formica. Medusa è come uno stormo: «Il mio corpo si modella col combinarsi del puzzle delle mie parti», spiega. «Diversamente dagli umani, non nasciamo con un corpo: lo componiamo in relazione al tempo e al movimento da una sfera all’altra, da un mondo a uno diverso.» Il suo obiettivo è conoscerci. Nel corso del suo viaggio millenario scopre la fragilità dei maschi della nostra specie che «si pensano eroi» e la nostra passione per la binarietà: «Voi esseri umani siete rassicurati dalle opposizioni senza vie di mezzo: il bianco e il nero, il morto e il vivo, il maschio e la femmina; il buono e il cattivo; il giusto e quello che non lo è, e via così.»

    Da una parte, Medusa è la cugina stellare dei viaggiatori delle Lettere persiane, ma dall’altra è l’incarnazione di un’alternativa di vita sociale. La sua specifica corporeità rimanda al rapporto hegeliano del singolo (uccello) con la totalità (stormo), o addirittura all’individuo sociale pienamente liberato così come descritto nei Grundrisse marxiani. Medusa non ha genere, eppure si è trovata «quasi sempre femmina», perché l’apertura del corpo femminile, sembra dirci Vallorani, è, d’altra parte, disposizione alla relazione.

    Il punto di vista che ondeggia tra le varie forme personali, lo stile delicato e riflessivo, gli inserti lirici, predispongono il lettore e la lettrice ad accogliere il messaggio libertario e salvifico di questo romanzo. Medusa non ha nemmeno un esplicito orientamento politico-filosofico, eppure sembra giungere a noi da un modo di vita superiore, non per guidarci, ma forse per accompagnarci, via da questo inferno capitalistico. Al tramonto, come uno stormo migrante, le une accanto alle altre, prendendoci cura gli uni degli altri.

    Nueva derrota de Milei: tuvo que bajar el capítulo del manejo de incendios de su «Ley de Propiedad Privada»

    7 Agosto 2026 ore 16:38

    El gobierno de Javier Milei enfrentó un nuevo tropiezo legislativo este jueves en el Senado, al verse obligado a retirar el capítulo sobre manejo del fuego de su ambicioso proyecto de inviolabilidad de la propiedad privada. Impulsada por Federico Sturzenegger, la iniciativa llegó al Congreso con pretensiones de reforma profunda, pero terminó reducida a menos de un tercio de su contenido original. La falta de respaldo de aliados dialoguistas reveló las dificultades del oficialismo para sostener consensos básicos en temas sensibles.

    Las críticas a los cambios propuestos en el manejo de incendios se centraron en su carácter regresivo desde el punto de vista ambiental, al eliminar o debilitar sanciones y limitaciones a los propietarios de tierras que se incendiaran para luego ser vendidas o enajenadas. Senadores dialoguistas, como Maximiliano Abad, advirtieron que la modificación vulneraba el principio de no regresión ambiental consagrado por la doctrina constitucional y la jurisprudencia de la Corte Suprema. Otros, señalaron errores conceptuales y técnicos persistentes en el articulado, que no habían sido corregidos pese a los intentos de negociación previos, lo que generó el rechazo generalizado y obligó al oficialismo a retirar por completo ese capítulo.

    El cambio pretendido favorecía la especulación inmobiliaria al eliminar las restricciones y sanciones que impedían la venta o enajenación de tierras quemadas durante un período determinado. Al levantar esas limitaciones, se abría la posibilidad de que propietarios provocaran o toleraran incendios para luego destinar los terrenos a desarrollos urbanos o comerciales de mayor valor, transformando el daño ambiental en una oportunidad de lucro rápido.

    Patricia Bullrich, a cargo de la conducción oficialista, apenas logró retener el apoyo de radicales, legisladores del PRO y algunos provinciales para la votación en general. Sin embargo, senadores como Flavia Royón, Beatriz Ávila, Edith Terenzi y Maximiliano Abad retiraron su respaldo al tramo que modificaba la ley de manejo del fuego, alineándose en el rechazo junto a la oposición. El resultado fue la aprobación únicamente de los capítulos referidos a la agilización de desalojos, el recorte de facultades estatales en expropiaciones y el registro de la propiedad inmueble.

    La sesión expuso tensiones internas y errores de cálculo. El discurso de Joaquín Benegas Lynch, quien calificó de “ignorantes” y “tibios” a los aliados por ceder ante lo que consideró un “show mediático”, terminó de erosionar los puentes construidos con dificultad. Lo que había sido presentado como una defensa férrea de la propiedad privada se diluyó ante las críticas técnicas y ambientales, que apuntaron a un retroceso respecto de principios constitucionales y de la jurisprudencia de la Corte Suprema.

    El oficialismo debió conformarse con una media sanción parcial y desflecada. Los capítulos aprobados —por márgenes estrechos de 37 a 33 y 36 a 33 votos— no alcanzan a cubrir las ambiciones iniciales anunciadas en marzo. La retirada forzosa del tramo sobre incendios dejó en evidencia la fragilidad de la estrategia legislativa del Ejecutivo, que insiste en avanzar sin construir mayorías sólidas ni atender objeciones de sectores que, en teoría, compartían parte de su agenda.

    Este episodio se suma a una serie de reveses que muestran los límites del estilo confrontativo del gobierno. La imposibilidad de sostener un proyecto clave para su relato de defensa de la propiedad privada no solo debilita su posición en el Congreso, sino que plantea interrogantes sobre su capacidad para traducir propuestas en normas efectivas. Mientras tanto, la oposición y los bloques dialoguistas demostraron que pueden condicionar el avance de iniciativas cuando perciben malestar social y pérdida de capital político.

    La Pace cambia l’economia

    Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo“.

    Parteciperanno (clicca per scaricare il programma) economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni.

    I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze.

    Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti.

    “Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce  di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità”

    I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile.

    La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (Via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!.

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    Consumare meno zucchero da piccoli riduce il rischio di demenza

    7 Agosto 2026 ore 15:00
    Gli scienziati hanno condotto un esperimento su 64.000 persone nate prima e dopo il periodo di razionamento dello zucchero nel Regno Unito durato fino al 1953.Risultato: un ridotto consumo di zuccheri durante la gravidanza e nei primi due anni di vita è associato a un minor rischio di sviluppare demenza in età avanzata (riduzione del 23%) e ...continua a leggere "Consumare meno zucchero da piccoli riduce il rischio di demenza"

    Allarme rosso a Treviso: l’invasione dei grilli

    7 Agosto 2026 ore 14:29
    C’erano una volta le piaghe d’Egitto, ma oggi dobbiamo accontentarci delle piaghe venete.Anche i grilli, nel loro piccolo, s'incazzano e diventano un'emergenza da codice rosso.Gli amministratori del Comune di Treviso e dell'Ulss 2, sulla scia dell'ultimo film di Nolan "Odissea", si sono armati e scesi in campo per combattere questa epica invasione.C'è da dire che ...continua a leggere "Allarme rosso a Treviso: l’invasione dei grilli"

    Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!

    7 Agosto 2026 ore 14:27
    Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa per comprarsi il motorino Ciao.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!"

    Foglie di canapa, infusi e bevande: cosa cambia dal 2027 con le nuove regole UE

    7 Agosto 2026 ore 12:45
    Fino a oggi, chi vendeva una tisana alla canapa in Europa si muoveva in una zona grigia: nonostante le foglie fossero già riconosciute come alimento tradizionale, non era presennte nessuna soglia di THC specifica per questo tipo di prodotto, solo un catalogo della Commissione e sentenze nazionali spesso in contraddizione tra loro. Dal 1° gennaio …

    El muerto que está solo y espera – Por Diego Chiaramoni

    7 Agosto 2026 ore 05:34

    Por Diego Chiaramoni

    Georges Bernanos, quien acerca del corazón humano sabía mucho, tanto sabía que hasta se calzó los zapatos de un cura rural para narrar los abismos de la soledad, escribió alguna vez: “El verdadero odio es el desinterés y el asesinato perfecto el olvido”. Es una verdad de plomo, porque el olvido –cuando de amor debido se trata-, es la muerte más cruel, aunque su sangre sea imperceptible como el silencio. El olvido es dejar que la arena cubra las huellas, que se apague una voz, que los ojos se cubran de un velo blanco, que un cuerpo pruebe anticipadamente el hedor de la muerte.

    Hace unas horas hemos vuelto del Cementerio de la Recoleta con otros desvelados del pensamiento nacional. Si bien es verdad que en la Recoleta gravita omnipresente ese sello “Alvear”, que la íntima frivolidad del turismo pulveriza la solemnidad de los grandes sitios, que la fauna humana siempre nos sorprende con un nuevo rostro en su hidra de mil cabezas, sin embargo, los mausoleos que allí se levantan y los cuerpos que allí duermen el sueño prolijo de la muerte, constituyen un compendio de la historia argentina. En sus páginas de mármol y cemento, entre flores marchitas y jarrones rotos, se pueden leer los grandes amores y odios de nuestra historia, las pasiones, las miserias, las vidas admirables, los extravíos, las desmesuras.

    Entrando por el pórtico principal, allí nomás, a mano izquierda el General Juan Facundo Quiroga duerme de pie, como un búho en la noche. Una calle larga y arbolada hasta el antiguo pozo de agua de la vieja huerta de los padres recoletos. Allí se levanta “El Redentor”, un enigmático Cristo anciano esculpido por Don Pedro Zonza Briano en 1914. Casi al fondo de una de las diagonales, cerca del muro lateral de la Basílica del Pilar se levanta una bóveda antigua y extremadamente angosta. Puerta oval, una roseta en su arco superior y una cruz en su cúspide. Grabado en el cemento se lee “Pedro Scalabrini” y en una placa interna, tras un vidrio opaco y un enjambre de telas de araña, otro nombre: “Raúl Scalabrini Ortíz”. Sobre un pequeño altar improvisado, un jarrón con rosas artificiales de color amarillo –mi abuela solía decir que significaban desprecio-, dos candelabros de bronce oscurecidos por el tiempo, un crucifijo yacente y otras dos placas. El techo descascarado, el piso sucio con el impío revoque caído que denuncia el olvido y una bandera argentina que va criando moho sobre el celeste y el blanco. El compañero Leonardo Cajal me miró y ante el entendimiento mutuo que ya campeaba silente en nuestros rostros, me dijo: “Así te paga la Patria”.

    No es este el lugar para trazar un cuadro sobre la figura y la obra de Scalabrini, basta decir que fue un pensador medular que se hizo y se deshizo por su patria siempre doliente. Scalabrini Ortíz pensó la Argentina con su nervio y con su pluma, desnudó los apetitos del colonialismo, la intrusión del eterno enemigo en las arterias a cielo abierto de nuestros ferrocarriles, la necesidad de la independencia económica como prenda de la soberanía nacional, la siempre vigente tarea de aclararnos a nosotros mismos en nuestra identidad y aun tempranamente, en su derrotero intelectual, se animó a auscultar el alma del hombre de Buenos Aires en esa obra transida de lirismo fenomenológico que tituló El hombre que está solo y espera (1931). El término “fenomenológico” no es casual, pues la buena fenomenología es el arte de captar lo latente bajo lo manifiesto, el quid de la cosa, la intimidad ontológica de una realidad. Scalabrini lo escribió maravillosamente:

    El que mira todo el bosque de manzanos, no ve más que el bosque. Pero el que se reduce a mirar profundamente una sola manzana puede inferir el orden de todas las manzanas”. 1

    La tarde maduraba en nosotros con un dejo de pena al dejar aquella bóveda. Desandamos el circuito de siempre hasta llegar a la fastuosa bóveda de Rufina Cambaceres, una de las “estrellas” del Cementerio. A pocos metros, sale un pasillo angosto en el que contamos no más de diez pasos para leer en una placa de mármol oscuro “Lucio Mansilla”. Es cita obligada para mi corazón porque allí late una música de gratitud. En ese re-cordis se mixtura la sangre de la belleza de la Federación y de un guerrero de la Independencia, florecida en el retoño de uno de los escritores de mi vida.

    La tarde agonizaba ahora sobre nuestras espaldas y el nombre de Scalabrini nos quedaba picando en el alma. “Así te paga la Patria”. Nos volvimos a mirar con Cajal y el título de esta columna se cayó al unísono de nuestros labios: El muerto que está solo y espera.

    ¡Ocúpense de Scalabrini carajo! Veneren la memoria de nuestros mayores, que el verdadero odio es el desinterés y el asesinato perfecto el olvido.

    Diego Chiaramoni para KontraInfo

    Julio 30 de 2026

     

     

    1 R. Scalabrini Ortiz. El hombre que está solo y espera. Hyspamérica, Buenos Aires, 1986: p. 27

    I mezzi e i fini di una politica di pace

    Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia. 

    Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra,  aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.

    L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina –  i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .

    Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.

    Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.

    Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente.  E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.

    Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.

    Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.

    Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026

    L'articolo I mezzi e i fini di una politica di pace sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

    Se il fisco prende il posto del salario

    Da oltre vent’anni il taglio del cuneo fiscale ritorna ciclicamente al centro del dibattito economico italiano. Cambiano i governi, cambiano gli strumenti e persino le finalità dichiarate, ma la misura continua a essere proposta come risposta quasi universale ai problemi del lavoro. Prima serviva ad aumentare la competitività delle imprese, poi a favorire l’occupazione e oggi viene presentata soprattutto come uno strumento per accrescere il reddito disponibile dei lavoratori. Se una stessa politica riesce ad assumere funzioni così diverse senza mai uscire dall’agenda pubblica, vale forse la pena chiedersi se il problema sia davvero il cuneo fiscale oppure ciò che esso finisce per nascondere: la difficoltà del sistema produttivo italiano di generare salari adeguati attraverso la crescita della produttività, la contrattazione collettiva e una diversa distribuzione del valore aggiunto.

    Il punto di partenza è apparentemente semplice. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra il costo complessivo sostenuto dall’impresa per un lavoratore e quanto quest’ultimo riceve effettivamente in busta paga. Da qui nasce un luogo comune molto diffuso: se il cuneo è elevato, allora è sufficiente ridurlo per aumentare automaticamente i salari. 

    La realtà è molto più complessa. Il confronto internazionale mostra infatti che paesi come Belgio, Francia e Germania presentano un cuneo fiscale superiore a quello italiano (pari al 47%), senza che ciò impedisca livelli salariali medi decisamente più elevati e sistemi di welfare più estesi. Al contrario, economie caratterizzate da un cuneo relativamente contenuto, come gli Stati Uniti, presentano modelli di protezione sociale radicalmente differenti. La semplice dimensione del cuneo fiscale non spiega dunque né il livello dei salari né la competitività di un sistema economico.

     

    Figura 1. Il cuneo fiscale nei principali paesi OCSE (Taxing Wages, OCSE).

    Questo dato richiama una questione spesso dimenticata. Il cuneo fiscale non rappresenta soltanto un costo per imprese e lavoratori. Esso finanzia previdenza, sanità, istruzione e, più in generale, quei beni di merito che caratterizzano i moderni sistemi di welfare. 

    Ridurre il cuneo significa inevitabilmente interrogarsi anche su come finanziare questi servizi. Il dibattito pubblico tende invece a presentare il prelievo come una perdita secca, dimenticando che si tratta di un trasferimento di risorse verso beni collettivi che, diversamente, dovrebbero essere acquistati individualmente sul mercato. Questa osservazione consente di comprendere come il significato economico del cuneo fiscale sia profondamente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.

    Dal costo del lavoro al sostegno dei redditi

    Negli anni Novanta il taglio del cuneo fiscale nasce come tipica politica dell’offerta. La convinzione, condivisa dall’OCSE, dalla Strategia europea per l’occupazione, dalla Banca d’Italia e dagli organismi comunitari, era che il costo del lavoro costituisse uno dei principali ostacoli alla crescita dell’occupazione, degli investimenti e della competitività. Il soggetto economico di riferimento era l’impresa. Il miglioramento del salario netto del lavoratore rappresentava, semmai, un effetto collaterale.

    La crisi finanziaria del 2008 modifica progressivamente questo schema interpretativo. La produttività italiana continua a ristagnare, la crescita rimane debole e la moderazione salariale, inizialmente pensata come misura temporanea, diventa una caratteristica strutturale del mercato del lavoro. In questo nuovo contesto il taglio del cuneo fiscale continua a essere proposto, ma cambia progressivamente funzione. Non serve più soltanto ad aumentare la competitività, bensì a impedire la riduzione del reddito disponibile delle famiglie.

    Con l’impennata inflazionistica del 2022 il cambiamento diventa definitivo. Il linguaggio stesso della politica economica si trasforma: dal costo del lavoro alla tutela del potere d’acquisto. La legge di bilancio per il 2025 segna il passaggio più significativo di questa evoluzione: il precedente esonero contributivo viene sostituito da un insieme di bonus e detrazioni fiscali che operano direttamente attraverso l’IRPEF. Il meccanismo è stato confermato anche nel 2026.

    La politica fiscale non viene più utilizzata soltanto per raccogliere risorse e redistribuire il reddito, ma anche per integrare retribuzioni che il mercato del lavoro non riesce più a garantire. È proprio questo passaggio che merita attenzione.

    Nel corso degli ultimi quindici anni gli interventi fiscali rivolti ai lavoratori dipendenti si sono moltiplicati: bonus IRPEF, decontribuzioni, detrazioni aggiuntive, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta personale sul reddito. Considerate singolarmente, queste misure possono apparire semplici aggiustamenti del sistema tributario. Osservate nel loro insieme raccontano invece un’altra storia: quella di una politica dei redditi che si è progressivamente spostata dalla contrattazione collettiva al bilancio dello Stato.

    Questa evoluzione non è priva di conseguenze istituzionali. 

    Negli anni Novanta il recupero del potere d’acquisto passava prevalentemente attraverso il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Gli aumenti salariali costituivano il risultato della contrattazione tra rappresentanze sindacali e organizzazioni datoriali, all’interno di un sistema di relazioni industriali costruito proprio per governare la distribuzione del valore aggiunto.

    Oggi il quadro appare profondamente diverso. 

    Una quota crescente dell’incremento del reddito disponibile deriva da interventi fiscali decisi annualmente nelle leggi di bilancio. Cambia il luogo istituzionale nel quale viene determinata una parte del reddito dei lavoratori. Il salario tende progressivamente a spostarsi dal luogo della produzione al luogo della redistribuzione, compromettendo l’istituzione del CCNL.

    Questa trasformazione emerge con particolare evidenza osservando l’andamento delle retribuzioni reali. I dati dell’UPB mostrano che la stagnazione salariale italiana non coincide con una riduzione uniforme delle retribuzioni individuali. Essa riflette piuttosto la crescente diffusione di rapporti di lavoro caratterizzati da minore intensità lavorativa, occupazioni discontinue e orari ridotti. In altri termini, la diminuzione della retribuzione media deriva anche dalla trasformazione della composizione dell’occupazione.

    Questa osservazione suggerisce una conclusione importante. Se il problema nasce dalla struttura produttiva e dal mercato del lavoro, appare difficile immaginare che possa essere risolto esclusivamente attraverso interventi sul prelievo fiscale. È proprio qui che il dibattito pubblico tende a confondere fenomeni profondamente diversi.

    Quattro problemi diversi, una sola risposta

    Negli ultimi anni si è progressivamente consolidata una sovrapposizione tra almeno quattro questioni distinte: la dinamica dei salari, il fiscal drag, la pressione fiscale e il potere d’acquisto. Nel dibattito politico questi fenomeni vengono spesso trattati come se fossero manifestazioni dello stesso problema e come se una sola misura – il taglio del cuneo fiscale – fosse in grado di affrontarli contemporaneamente.

    Tabella 1. I quattro equivoci del dibattito pubblico.

    Problema

    Strumento corretto

    Errore del dibattito

    Salari troppo bassi

    Contrattazione, produttività, politica industriale

    Ridurli al cuneo fiscale

    Fiscal drag

    Riforma dell’IRPEF e indicizzazione

    Confonderlo con l’aumento dei salari

    Pressione fiscale

    Riforma tributaria

    Presentarla come politica salariale

    Potere d’acquisto

    Politica dei redditi

    Identificarlo con il taglio del cuneo

     

    È proprio questa identificazione che rischia di produrre l’equivoco maggiore. Il salario non coincide con il reddito netto percepito in busta paga. Esso è il risultato della produttività del sistema economico, della forza della contrattazione collettiva, della struttura produttiva, della spesa per il welfare e della distribuzione del valore aggiunto tra capitale e lavoro. Ridurre il problema salariale a una questione tributaria significa spostare l’attenzione dagli elementi che determinano la formazione del reddito a quelli che ne modificano soltanto la distribuzione successiva.

    Il fiscal drag: un problema reale, ma spesso frainteso

    Tra i temi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sul cuneo fiscale, il fiscal drag è probabilmente quello più frequentemente evocato e meno precisamente definito. L’espressione viene utilizzata per spiegare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, per giustificare riduzioni dell’IRPEF e, talvolta, persino come argomento a favore di politiche salariali. In realtà, queste diverse questioni non coincidono.

    Il fiscal drag, nella sua definizione più rigorosa, si manifesta quando l’inflazione determina un aumento dei redditi nominali che spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più elevati senza che vi sia un corrispondente incremento del reddito reale. In assenza di un adeguamento automatico degli scaglioni e delle detrazioni, il contribuente paga un’imposta maggiore pur non avendo accresciuto la propria capacità di acquisto.

    Si tratta di un fenomeno noto nella teoria tributaria e non rappresenta, di per sé, un’anomalia del sistema fiscale. In un sistema tributario progressivo è fisiologico che, al crescere del reddito reale, aumenti anche il prelievo. Questo è il normale funzionamento del principio costituzionale della capacità contributiva, principio attuabile attraverso un meccanismo permanente di indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione. 

    Tuttavia, negli ultimi anni il legislatore ha preferito attenuare questo effetto mediante una successione di interventi discrezionali: bonus, nuove detrazioni, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta con la legge di bilancio 2025. Il risultato è un sistema che corregge ex post gli effetti dell’inflazione, ma lo fa attraverso provvedimenti contingenti piuttosto che mediante una revisione organica del rapporto tra inflazione, progressività e imposizione personale.

     

    Figura 2. Aliquote effettive dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, 1990 e 2026 (a prezzi costanti 2026).

    Fonte: nota di lavoro dell’UPB sul ruolo redistributivo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026, https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-dellupb-sul-ruolo-redistributivo-dellirpef-tra-il-1990-e-il-2026/

    L’evoluzione delle aliquote effettive mostra chiaramente questa trasformazione. Per i redditi medio-bassi il prelievo è stato progressivamente ridotto fino a diventare, in alcuni intervalli di reddito, addirittura negativo per effetto delle detrazioni e dei trasferimenti incorporati nell’imposta. Parallelamente, la parte superiore della distribuzione registra un incremento dell’aliquota effettiva che deriva, almeno in parte, proprio dall’accumularsi del drenaggio fiscale nel corso del tempo. L’IRPEF, continuando a essere formalmente la stessa imposta, non si limita più a redistribuire il reddito secondo la capacità contributiva, ma viene utilizzata per sostenere direttamente il reddito da lavoro dipendente.

    Ed è qui che il fiscal drag incontra il tema del cuneo fiscale. Nel dibattito i due fenomeni vengono spesso sovrapposti, come se la riduzione del cuneo rappresentasse la soluzione naturale al drenaggio fiscale. In realtà essi operano su piani interagenti, ma differenti.

    Ridurre il fiscal drag mediante interventi fiscali può essere un’alternativa rispettabile all’indicizzazione degli scaglioni IRPEF, avendo tuttavia cura di non trasformare questa esigenza in una politica salariale permanente, a causa del rischio che il sistema tributario finisca per compensare debolezze strutturali del modello di sviluppo. Il fiscal drag non è una causa della crisi salariale italiana; è un amplificatore. 

    Conclusioni. Quando il fisco prende il posto del salario

    L’evoluzione del cuneo fiscale e del fiscal drag racconta una storia diversa da quella che normalmente viene proposta nel dibattito pubblico. Non si tratta soltanto della ricerca di un equilibrio tra pressione fiscale, competitività e tutela del potere d’acquisto. In gioco vi è un cambiamento più profondo: il rapporto tra distribuzione primaria e distribuzione secondaria del reddito.

    La distribuzione primaria è il luogo in cui il reddito viene generato e ripartito dal sistema economico. Dipende dalla produttività, dall’organizzazione della produzione, dalla forza della contrattazione collettiva, dalla distribuzione del valore aggiunto tra lavoro e capitale e, più in generale, dal modello di sviluppo di un paese. È qui che si determina il livello dei salari, dei profitti e, in larga misura, la capacità dell’economia di sostenere una crescita inclusiva.

    La distribuzione secondaria interviene successivamente attraverso il sistema tributario, i trasferimenti monetari, le detrazioni, i bonus e le prestazioni sociali. La funzione del fisco, almeno nella tradizione europea, non è mai stata quella di sostituire il mercato nella formazione dei redditi, ma di correggerne gli esiti quando essi risultano incompatibili con il principio della capacità contributiva e con la coesione sociale.

    Negli ultimi vent’anni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Di fronte alla stagnazione della produttività, alla debole dinamica salariale, all’indebolimento della contrattazione collettiva e alla crescente frammentazione del mercato del lavoro, la politica economica ha fatto ricorso con sempre maggiore frequenza agli strumenti della distribuzione secondaria. Bonus, decontribuzioni, detrazioni e, più recentemente, la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in un intervento strutturale sull’IRPEF hanno consentito di sostenere il reddito disponibile dei lavoratori senza incidere sulle cause che ne limitavano la crescita.

    Questa scelta ha certamente attenuato gli effetti della lunga stagnazione salariale e, soprattutto durante la recente fiammata inflazionistica, ha evitato un’ulteriore compressione del reddito reale delle famiglie. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutarne l’utilità. Tuttavia, la sua crescente sistematicità porta con sé il rischio che la distribuzione secondaria finisca per svolgere una funzione sostitutiva della distribuzione primaria. Viene meno il sindacato come istituzione salariale e controparte del capitale, e ne esce sempre più ridimensionato il welfare statale. 

    Da questa prospettiva, anche il fiscal drag assume un significato diverso. Esso amplifica gli effetti di una debolezza che nasce altrove: nella produttività stagnante, nella struttura produttiva, nella qualità dell’occupazione e nella progressiva perdita di capacità della contrattazione collettiva di trasferire ai salari i guadagni di efficienza del sistema economico.

    Per questa ragione il dibattito sul cuneo fiscale rischia di rimanere incompleto se continua a concentrarsi esclusivamente sulla distribuzione secondaria del reddito. La vera domanda non è quanto reddito il fisco debba restituire ai lavoratori, ma perché il sistema produttivo italiano abbia progressivamente smesso di generare salari adeguati attraverso i normali meccanismi della distribuzione primaria.

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    9 agosto 2026: 81 anni da Hiroshima e Nagasaki

    6 Agosto 2026 ore 12:42

    Domenica 9 agosto 2026 (ritrovo dalle 10:00 inizio 10:30), davanti alla Base USAF di Aviano, ci sarà il ricordo delle vittime dell’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki . L'iniziativa ribadirà il rifiuto del riarmo e delle armi nucleari , denunciando come la corsa agli armamenti aumenti l'insicurezza, sottragga risorse al welfare e alla lotta al [...]

    L'articolo 9 agosto 2026: 81 anni da Hiroshima e Nagasaki proviene da Movimento Nonviolento.

    Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!

    6 Agosto 2026 ore 11:55
    Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il controllo sociale per virtù civica.Non ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!"

    A 81 anni da Hiroshima e Nagasaki la memoria si fa azione: città territori si mobilitano disarmo nucleare e difesa nonviolenta

    6 Agosto 2026 ore 08:59

    Numerose iniziative in tutta Italia nell’anniversario dei bombardamenti atomici. La Rete Italiana Pace e Disarmo: “Ricordare non basta, va costruita ora un’alternativa di pace e disarmo”. Rilanciata la raccolta firme per la difesa civile non armata e nonviolenta A 81 anni dai bombardamenti atomici che il 6 e il 9 agosto 1945 distrussero Hiroshima e [...]

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    Fuerte derrota de Milei: el Gobierno obligado a retirar la extranjerización de tierras de su proyecto de ley

    5 Agosto 2026 ore 22:16

    El Gobierno de Javier Milei volvió a chocar contra la pared este miércoles. Ante la rebelión de sus propios aliados y el rechazo de gobernadores, la Casa Rosada se vio obligada a bajar el capítulo de extranjerización de tierras de la ley de propiedad privada que impulsaba Federico Sturzenegger. Lo que se presentaba como una bandera ideológica más del liberalismo extremo terminó siendo una demostración de debilidad política y de improvisación.

    La decisión no fue fruto de una reflexión estratégica ni de un diálogo institucional serio. Fue una retirada forzada. Cuando quedó claro que no había votos —ni siquiera para garantizar el quórum— y que senadores como la salteña Flavia Royón no acompañarían, mientras el mendocino Rodolfo Suárez planeaba ausentarse, el oficialismo no tuvo más remedio que dar marcha atrás. “¿Quién bajó el capítulo de tierras? La realidad, no tenían los votos”, resumió con crudeza un legislador radical.

    El episodio deja al desnudo varios problemas de este Gobierno. En primer lugar, la incapacidad de construir consensos incluso dentro de su propio espacio. Patricia Bullrich, que intentó recuperar apoyos atacando a Máximo Kirchner y Lázaro Báez en una conferencia de prensa, no logró revertir el efecto cascada. Gobernadores aliados, como Osvaldo Jaldo, Raúl Jalil, Rolando Figueroa y Hugo Passalacqua, también se pronunciaron en contra. La jefa del bloque libertario tuvo que convocar de urgencia a las bancadas aliadas para comunicarles el retiro de los artículos más polémicos, solo para salvar el resto del proyecto y no hacer naufragar la sesión.

    En Casa Rosada ya habían advertido a Bullrich sobre el costo político de insistir, pero ella avanzó de todos modos. El resultado: una derrota que se suma a otras fricciones legislativas y que deja al Gobierno más lejos de esa agenda parlamentaria ambiciosa que pretende (eliminación de las PASO, recorte de zonas frías, etc.).La medida, de haberse aprobado, habría abierto la puerta a una mayor concentración de tierras en manos extranjeras en un país donde la soberanía territorial se encuentra al acecho. Que el propio oficialismo haya tenido que sacrificarla por falta de números no es una muestra de pragmatismo virtuoso, sino de un cálculo errado y de una debilidad que ya no puede disimularse.

    Il governo del Benin blocca il Forum Sociale Mondiale: solidarietà ai movimenti di 108 Paesi

    Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti.

    È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero.

    L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto.

    Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou.

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    Cannaflavina A: il flavonoide della cannabis che inibisce fino al 99% la crescita di cellule tumorali

    5 Agosto 2026 ore 12:47
    La ricerca sulla cannabis continua a rivelare composti poco conosciuti ma potenzialmente molto interessanti dal punto di vista medico. Tra questi c’è la cannaflavina A, un flavonoide naturalmente presente nella pianta che, secondo i risultati preliminari diffusi dalla società statunitense Standard Seed Corporation (SSC), avrebbe mostrato un’importante attività antiproliferativa contro diverse linee cellulari tumorali durante …

    EE.UU. habría agotado con Irán «peligrosamente» sus reservas de armamentos clave, tanto de ataque como de defensa

    5 Agosto 2026 ore 00:52

    Estados Unidos habría utilizado «prácticamente todas» sus reservas de misiles de precisión de largo alcance durante su agresión contra Irán, un conflicto que ya se prolonga por cinco meses, informó este martes Reuters.

    En concreto, el Ejército estadounidense habría agotado gran parte de sus existencias de armas tierra-tierra, en particular los Sistemas de Misiles Tácticos del Ejército (ATACMS) y los Misiles de Ataque de Precisión (PrSM). Cada unidad supera el millón de dólares, según las mismas fuentes, que no precisaron cuántos misiles quedarían disponibles.

    Las municiones de largo alcance constituyen un componente clave del arsenal militar, al permitir ataques de alta precisión desde distancias relativamente seguras. En ese marco, la escasez reflejaría —de acuerdo con las personas consultadas— una decisión del Gobierno de Donald Trump de evitar métodos más arriesgados para atacar objetivos iraníes.

    Asimismo, CNN reveló que las Fuerzas Armadas de Estados Unidos ha agotado casi el 80 % de sus interceptores de un sistema clave de defensa antimisiles, mientras altos mandos militares estadounidenses advierten que las reservas de municiones del Pentágono están “peligrosamente bajas”, según múltiples fuentes familiarizadas con el asunto. Las reservas de sistemas clave de defensa aérea se han visto particularmente mermadas durante la guerra con Irán. Las Fuerzas Armadas han consumido casi cuatro quintas partes de su inventario de misiles THAAD en comparación con los niveles previos a la guerra y aproximadamente la mitad de sus interceptores Patriot desde el inicio del conflicto, según dos fuentes familiarizadas con el informe de inventario más reciente. La revelación del bajo inventario de THAAD no se había informado previamente.

    Las fuentes advirtieron que, si el conflicto se prolonga, la disminución de estas reservas podría limitar la capacidad de Washington para disuadir a sus adversarios geopolíticos, incluidos Rusia y China.

     

    Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!

    4 Agosto 2026 ore 14:07
    Secondo quanto riporta la rivista giuridica Beck-aktuell, un tribunale tedesco ha stabilito che le azioni genocidali di Israele possono essere paragonate alla Germania nazista senza superare il limite del discorso d'odio illegale. La Corte Regionale Superiore di Zweibrucken ha annullato la condanna di una donna emessa da un tribunale inferiore, che l'aveva riconosciuta colpevole di ...continua a leggere "Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!"

    Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato

    4 Agosto 2026 ore 14:05
    Il senatore Rand Paul ha appena pubblicato documenti che rivelano il rapporto tra Gates e Fauci, e la cronologia è sconvolgente.Gates ha avuto un'autorizzazione di livello "Q" dal 2014 al 2021, con accesso completo ai dati riservati di livello "Top Secret" per tutto il periodo in cui sono state imposte le restrizioni dovute al COVID.Fauci ...continua a leggere "Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato"

    Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni

    4 Agosto 2026 ore 14:03
    Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e i processi fermentativi.FotoDurante la stagione estiva, l'apparato gastrointestinale subisce forti squilibri legati all'aumento delle temperature, all'alto tasso di umidità, alla disidratazione e ai frequenti cambiamenti delle abitudini alimentari, spesso tipici delle vacanze.Il caldo intenso altera la flora batterica e accelera ...continua a leggere "Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni"

    CBD stupefacente? Deciderà la Corte di giustizia europea

    3 Agosto 2026 ore 14:57
    Il CBD non è stupefacente per l’Europa e nemmeno per l’OMS, che ha più volte raccomandato di non inserirlo in nessuna tabella a livello internazionale. Lo è però per il governo italiano, che con un decreto l’ha trasformato in un farmaco stupefacente. La risposta arriverà direttamente dalla Corte di giustizia europea, visto che, con l’ordinanza …

    Meritocrazia o rendita? Perché il successo non dipende dal valore

    Il mito della meritocrazia racconta che chi ha talento e si impegna arriva in alto, mentre chi resta indietro semplicemente non ha fatto abbastanza. La retorica meritocratica rappresenta uno dei principi più frequentemente richiamati nel dibattito pubblico, ma anche uno dei meno analizzati nella sua effettiva applicazione. Per questo motivo riteniamo utile riflettere su quanto il successo economico e professionale dipenda realmente dal merito e quanto, invece, sia influenzato da fattori strutturali. 

    Prima di tutto è necessario definire cosa sarebbe la meritocrazia nella sua applicazione concreta: essa non è l’idea che il successo economico rifletta sempre e soltanto il valore e l’impegno individuale, a prescindere dal punto di partenza. La meritocrazia è, invece, una condizione istituzionale in cui le opportunità di accesso, carriera e reddito dipendono il più possibile dalle competenze e dall’impegno, e il meno possibile da rendite, privilegi ereditati, reti relazionali o barriere di partenza. Non elimina le diseguaglianze di risultato, ma richiede che i punti di partenza siano il più possibile equi e le regole del gioco trasparenti.

    Il mito della perfetta meritocrazia

    Nelle economie di mercato si tende spesso a presupporre che il reddito rappresenti una misura del valore prodotto da un individuo. Ma è vero? Questa idea contiene una parte di verità: competenze, impegno e capacità sono elementi fondamentali per la crescita professionale. Tuttavia, ridurre il successo esclusivamente al merito significa ignorare il ruolo di numerosi fattori che incidono profondamente sulle opportunità individuali.

    Il settore in cui si opera, il Paese in cui si vive, il livello di concorrenza del mercato, il contesto normativo e la presenza di reti relazionali possono influenzare il reddito e le prospettive di carriera almeno quanto le qualità personali. Due professionisti con competenze simili possono ottenere risultati economici molto differenti semplicemente perché operano in mercati caratterizzati da condizioni diverse.

    Un elemento fondamentale per contestualizzare appieno il caso italiano e dimostrare la difficoltà dell’affermarsi di una cultura realmente meritocratica è la forte persistenza della trasmissione intergenerazionale della ricchezza. Tenendo in considerazione l’elasticità intergenerazionale della ricchezza, l’Italia si colloca tra i paesi occidentali in cui la persistenza è più alta (0,45) contro i valori nettamente più bassi ottenuti da paesi come Norvegia e Danimarca (intorno allo 0,2). Una stima dell’OCSE giunge a una conclusione altrettanto netta: in Italia occorrono in media 5 generazioni affinché una persona nata in una famiglia tra il 10% più povero raggiunga il reddito medio nazionale, contro le appena 2 generazioni necessarie in Danimarca.  La scarsa mobilità sociale in Italia è dovuta a vari aspetti, tra cui l’istruzione, che compensa in minima parte le differenze socioculturali tra le famiglie di provenienza. 

    Questo panorama acquista una sfumatura ancora più allarmante se si considera che il caso italiano è caratterizzato da squilibri sempre più ampi: nel 2024 il 10% dei nuclei familiari più ricchi possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie. Dal 2010 in poi la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% delle più povere è diminuita di quasi 1 punto percentuale. Questi dati evidenziano come il divario sia sempre più grande, limitando la possibilità di avvicinamento tra classi sociali provenienti da diverse condizioni socioeconomiche.

    Rendite di posizione e barriere all’ingresso

    All’interno del contesto economico e lavorativo, uno dei principali ostacoli alla meritocrazia è rappresentato dalle rendite di posizione, ossia quei vantaggi economici che non derivano da una maggiore produttività, da una migliore capacità innovativa o da una superiore qualità dei beni e dei servizi offerti, bensì dalla possibilità di operare in condizioni di limitata concorrenza. In questi casi, il reddito e i profitti dipendono non tanto dalla capacità di creare valore per consumatori e imprese, quanto dall’accesso privilegiato a mercati protetti, licenze, concessioni, autorizzazioni amministrative, regolamentazioni favorevoli o altri strumenti che limitano l’ingresso di nuovi concorrenti.

    Le barriere all’ingresso rappresentano, in questo contesto, uno degli strumenti attraverso i quali tali rendite possono consolidarsi. Per barriere all’ingresso si intendono tutti quegli ostacoli che rendono difficile o particolarmente costoso l’accesso di nuovi operatori a un determinato mercato. Alcune di esse sono giustificate da esigenze di interesse pubblico, come la tutela della salute, della sicurezza dei cittadini, della stabilità finanziaria o della qualità dei servizi. Altre, invece, possono derivare da un eccesso di regolamentazione, da procedure amministrative particolarmente onerose, da vincoli burocratici, da requisiti sproporzionati, da sistemi di autorizzazione poco trasparenti o da assetti normativi che finiscono per proteggere gli operatori già presenti sul mercato.

    Quando tali ostacoli non sono giustificati da reali esigenze di tutela collettiva, essi riducono la contendibilità dei mercati, scoraggiano l’ingresso di nuove imprese e limitano la pressione competitiva. In assenza di una concorrenza effettiva, gli operatori già insediati possono mantenere la propria posizione anche senza migliorare la qualità dei prodotti, aumentare l’efficienza o investire in innovazione. Al contrario, le nuove imprese, pur disponendo di idee innovative, tecnologie più efficienti o modelli organizzativi più competitivi, incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mercato.

    Le conseguenze non riguardano esclusivamente le imprese, ma si riflettono sull’intero sistema economico. La riduzione della concorrenza tende infatti a rallentare la crescita della produttività, limita gli investimenti, ostacola l’innovazione e riduce gli incentivi al miglioramento continuo. Anche i consumatori ne risentono, attraverso prezzi potenzialmente più elevati, minore varietà di scelta e una qualità dei servizi che evolve più lentamente rispetto a quanto avverrebbe in un contesto maggiormente competitivo.

    In un simile scenario, il successo economico rischia di dipendere sempre meno dal merito, dalle competenze e dalla capacità imprenditoriale e sempre più dalla posizione già acquisita o dalla possibilità di beneficiare di privilegi normativi. La meritocrazia viene così compromessa, poiché gli individui e le imprese più efficienti non sempre riescono ad affermarsi, mentre soggetti meno produttivi possono mantenere la propria posizione grazie alle protezioni di cui godono.

    Una concorrenza aperta e regolata in modo efficiente non garantisce automaticamente la meritocrazia, ma costituisce una delle sue condizioni essenziali. Mercati contendibili, regole trasparenti e barriere all’ingresso limitate a quanto strettamente necessario consentono infatti al talento, alle competenze e all’innovazione di emergere, favorendo un sistema economico nel quale il successo dipende principalmente dalla capacità di creare valore e non dai privilegi derivanti dalla posizione occupata.

    All’origine delle disuguaglianze: il punto di partenza

    La meritocrazia presuppone che gli individui possano competere partendo da condizioni sufficientemente comparabili, ma nella realtà le opportunità non sono distribuite in modo uniforme. Ancor prima delle rendite di posizione che favoriscono chi dispone già di una rete consolidata di relazioni e opportunità, esiste una forma di disuguaglianza più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella legata alle condizioni di partenza – il reddito familiare, il livello di istruzione dei genitori, il capitale sociale e culturale disponibile. Chi non può permettersi di rimanere economicamente sostenuto dalla propria famiglia oltre la maggiore età, chi è costretto a scegliere un ateneo in base ai costi anziché alle proprie aspirazioni, rinunciando a un percorso fuori sede, o chi non dispone di un adeguato capitale relazionale, si trova ad affrontare il proprio percorso formativo e professionale da una posizione profondamente diversa rispetto a chi può beneficiare, fin dall’inizio, di consistenti investimenti economici, culturali e sociali sul proprio futuro.

    Le disparità emergono già nelle prime fasi della vita, a partire dalla scuola frequentata. Secondo le rilevazioni INVALSI 2024, gli studenti provenienti da un contesto socioeconomico e culturale più favorevole ottengono risultati sistematicamente migliori dei coetanei con un retroterra più modesto. Alcuni hanno l’opportunità di trascorrere periodi di studio all’estero, acquisendo competenze linguistiche e interculturali difficilmente replicabili in età adulta. Altri possono dedicare il proprio tempo alla formazione, allo sviluppo di competenze extracurriculari e alla costruzione di reti relazionali qualificate, senza la necessità di conciliare tali attività con esigenze lavorative o vincoli economici. Anche i tirocini, spesso indispensabili per entrare nel settore desiderato, restano poco accessibili a chi non ha un sostegno familiare alle spalle: l’indennità minima prevista dalla legge è di 500 euro mensili, e circa tre tirocinanti su quattro si dichiarano insoddisfatti della retribuzione ricevuta. Vi sono, inoltre, coloro che possono contare sulla continuità di un’attività familiare già avviata, beneficiando di un patrimonio di competenze, relazioni e opportunità accumulato nel tempo.

    Ne consegue che una parte significativa dei vantaggi competitivi si forma ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro e, quindi, prima di qualsiasi procedura di selezione. Specularmente, chi proviene da famiglie meno abbienti può essere costretto a entrare precocemente nel mercato del lavoro o a rinunciare a percorsi formativi più lunghi per vincoli economici. In questa prospettiva, il merito non può essere valutato prescindendo dalle differenti condizioni di partenza, poiché queste incidono in modo sostanziale sulle opportunità di sviluppo individuale e sulle possibilità di successo.

    Il peso della burocrazia

    Per comprendere in modo più concreto la portata del fenomeno, è sufficiente considerare che, secondo i dati della CGIA di Mestre, elaborati sulla base delle rilevazioni della Banca europea per gli investimenti (BEI), il 24%  degli imprenditori italiani dichiara di destinare oltre il 10% del proprio personale esclusivamente alla gestione degli adempimenti imposti dalla normativa vigente. Si tratta di una quota significativamente superiore alla media dell’Unione europea, che si attesta al 17%. Questo dato evidenzia come una parte rilevante delle risorse umane delle imprese italiane venga assorbita da attività amministrative e burocratiche, sottraendo tempo e competenze ad attività direttamente produttive, quali l’innovazione, lo sviluppo commerciale e gli investimenti.

    Le grandi organizzazioni dispongono generalmente delle risorse necessarie per gestire la complessità amministrativa. Per un giovane professionista, una startup o una piccola impresa, gli stessi obblighi possono invece rappresentare un ostacolo significativo. Una regolamentazione troppo complessa rischia così di favorire chi è già consolidato, limitando il ricambio e la capacità innovativa del sistema economico.

    Merito, incentivi e produttività

    La qualità delle istituzioni dipende anche dalla loro capacità di costruire incentivi corretti. Se promozioni, remunerazioni e opportunità dipendono prevalentemente dalle relazioni personali, dall’appartenenza o dall’anzianità, il sistema tende progressivamente a scoraggiare l’impegno, l’innovazione e l’assunzione di responsabilità.

    Al contrario, quando i criteri di valutazione sono chiari, trasparenti e orientati ai risultati, aumenta la fiducia nelle istituzioni e si rafforza la propensione a investire in formazione, ricerca e sviluppo. La meritocrazia non rappresenta soltanto un principio etico, ma anche un fattore di efficienza economica.

    Una sfida per la crescita

    Promuovere una società realmente meritocratica non significa ignorare le differenze di partenza né negare il ruolo delle politiche redistributive. Significa piuttosto costruire un contesto nel quale le opportunità dipendano il più possibile dalle capacità individuali e il meno possibile da privilegi, rendite o appartenenze.

    Ridurre le barriere all’ingresso, semplificare la burocrazia, favorire la concorrenza, limitare le rendite di posizione e garantire sistemi di valutazione trasparenti rappresentano obiettivi che possono contribuire non solo a una maggiore equità, ma anche a una crescita economica più sostenibile.

    La meritocrazia non è uno slogan né una promessa elettorale. È una condizione istituzionale che richiede regole, concorrenza e responsabilità. Solo in un sistema che premia realmente il valore creato sarà possibile valorizzare il capitale umano, trattenere i talenti e rafforzare la competitività delle nostre economie.

     

    • L’European Youth Think Tank (EYTT) è un centro di ricerca indipendente che promuove il dibattito su economia, istituzioni e politiche pubbliche, con particolare attenzione al funzionamento degli incentivi economici e al loro impatto su crescita, mobilità sociale e competitività.

     

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    L’economia che vogliamo

    A Cernobbio quest’anno — nel forum alternativo a quello dello Studio Ambrosetti, promosso da Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo — decliniamo i temi e le alternative di un’economia di pace, fondata sul disarmo, sulle politiche di cooperazione, sui diritti, sull’eguaglianza, su un modello di sviluppo ancorato alla sostenibilità e alla lotta ai cambiamenti climatici.

    La pace non è, come si sa, semplicemente l’assenza di guerra, ma l’affermazione dei valori fondamentali della comunità umana: la libertà, la giustizia, la solidarietà, l’eguaglianza. I principi della Rivoluzione francese del 1789 e della nostra Costituzione repubblicana.

    Principi, com’è noto, realizzati solo in parte e solo in una parte del mondo. E oggi rimessi in discussione dai governi di destra, nazionalisti e autoritari, dalla presidenza Trump negli Stati Uniti al governo Meloni in Italia. Anche la pace come assenza di guerra è lontana dall’essere realizzata: ci sono oggi oltre 50 conflitti armati nel mondo, con centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, città e territori devastati. Guerre alimentate anche dal business delle armi, enormemente cresciuto negli ultimi decenni e favorito dalle politiche di riarmo che i paesi della NATO stanno realizzando.

    L’economia che vogliamo è un’economia disarmata, capace di dare risposte ai veri bisogni della comunità: non portaerei, cacciabombardieri e sottomarini, ma posti di lavoro con diritti, ospedali e la fine delle liste d’attesa, scuole e università gratuite e per tutte e tutti, fiumi puliti, aria non inquinata, energia pulita. Non si tratta di un libro dei sogni.

    Ci sono alternative e proposte concrete, che si possono realizzare costruendo una prospettiva diversa, anche con la riconversione dell’industria militare a scopi civili. Invece di fare cacciabombardieri si possono costruire Canadair per spegnere gli incendi; invece di produrre blindati si possono fare autobus per il servizio pubblico; invece di elicotteri da combattimento si possono fabbricare elicotteri per l’elisoccorso, per le aree interne e là dove le ambulanze non arrivano in tempo. Si può fare. E sono queste le proposte che presentiamo ogni anno, quando si discute la legge di bilancio, con la controfinanziaria: proposte dettagliate per un uso della spesa pubblica a favore dei diritti, della pace, dell’ambiente.

    Abbiamo un Paese che soffre: milioni di lavoratori e lavoratrici poveri e precari, centinaia di migliaia di giovani che emigrano per studiare e per trovare lavoro, donne pagate meno degli uomini, 4 milioni di italiani e italiane che non si curano più perché le liste d’attesa sono troppo lunghe e non hanno i soldi per andare nelle strutture private, colline e montagne che franano alla prima alluvione. Il governo Meloni, oltre a non rispondere a questi problemi — in questi ultimi quattro anni sono aumentate la povertà e la precarietà del lavoro, la sanità pubblica è sottofinanziata, mancano le politiche industriali, metà delle scuole italiane non rispetta le normative di sicurezza — prova a dare al Paese, con il decreto sicurezza, la legge elettorale, il bavaglio all’informazione, una stretta autoritaria senza precedenti: sono a rischio la nostra democrazia, i diritti politici e civili, la nostra Costituzione.

    Serve un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla qualità sociale, sulla sostenibilità ambientale, sull’eguaglianza di genere, economica e sociale.

    È questo il messaggio che vogliamo lanciare con la XVI edizione dell’altra Cernobbio.

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    Brescia: 6 agosto, anniversario Hiroshima

    3 Agosto 2026 ore 08:53

    GIOVEDÍ 6 AGOSTO 2026 Corteo silenzioso in fila indiana per le vie del centro storico di Brescia Per non dimenticare, per dire basta alla strategia della "deterrenza nucleare" e per chiedere al parlamento italiano la ratifica del trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Partenza ore 18.30 L.go Formentone Se ti è [...]

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    La politica come continuazione della guerra con altri mezzi: il governo italiano contro gli adolescenti

    3 Agosto 2026 ore 08:19

    L’estrema destra al governo nel nostro paese conferma, ogni giorno di più, la lezione di Michel Foucault che, ribaltando il classico assunto di von Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), spiegava che ormai è la politica ad essere la guerra continuata con altri mezzi. Una guerra interna intesa come regolatore dei rapporti [...]

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    Crisis en la Masonería británica: por caída de miembros se «reinventa» para sobrevivir, según Financial Times

    3 Agosto 2026 ore 04:46

    Según un reciente informe publicado por el Financial Times, la Masonería británica se enfrenta a una crisis existencial: su membresía en Inglaterra y Gales se ha desplomado a unos 175.000, lejos del pico de casi 500.000 de mediados del siglo pasado. En un intento por sobrevivir, la United Grand Lodge of England busca atraer a una nueva generación de jóvenes, admitiendo que sin ellos la organización no tiene futuro a largo plazo. Lejos de ser una simple hermandad benéfica centrada en el automejoramiento, como pretenden sus dirigentes, este declive revela el agotamiento de una estructura elitista y anacrónica que durante décadas ha alimentado sospechas de influencia opaca en las altas esferas del poder británico.

    Adrian Marsh, gran secretario de la organización, reconoce que necesitan reclutas jóvenes “para la salud a largo plazo” del grupo, con cuotas anuales de entre 200 y 500 libras que no disuaden del todo, pero tampoco ocultan el problema de fondo. Aunque afirman que el 47% de los nuevos miembros tienen menos de 40 años (un leve aumento desde el 45% en 2020), este “éxito” tentativo llega tras décadas de envejecimiento interno y de un perfil predominantemente masculino, a pesar de la admisión formal de mujeres desde principios del siglo XX. La realidad es que la Masonería sigue siendo un club de hombres mayores que, al perder atractivo, se ve obligada a diluir su aura de misterio para no desaparecer.

    En un giro irónico, los masones han invertido en mayor “transparencia”: logias universitarias, eventos culturales, jornadas de puertas abiertas donde se exhibe la parafernalia antes secreta, e incluso el uso de sus salas como espacios de coworking. Estas medidas, presentadas como modernización, son una estrategia de marketing para captar a jóvenes, aprovechando la crisis de soledad generacional y la curiosidad por el misterio. Lo que antes se guardaba celosamente ahora se vende como experiencia social accesible, desandando los pasos de una sociedad que se jactaba de su exclusividad y secretismo.

    Pese a estos esfuerzos por parecer inclusivos y abiertos, la sombra de la influencia velada en la élite británica —política, empresarial y judicial— sigue siendo imposible de disipar. Históricamente vinculada a figuras de poder, la Masonería no ha logrado convencer de que sus redes de “hermandad” no constituyen un mecanismo de favoritismo y control informal. Sus rituales y juramentos de lealtad, lejos de ser inocentes ejercicios de fraternidad, perpetúan una cultura de opacidad que choca con los valores democráticos contemporáneos que dice impulsar.

    La Masonería, al intentar reinventarse como club social moderno y caritativo, confirma la persistente desconfianza que genera: un relicto de privilegios ocultos que, por más puertas abiertas que organice, no logra lavar su reputación de sociedad secreta con pretensiones de poder.

    Modelos de IA de Anthropic se liberaron y hackearon a 3 organizaciones durante las pruebas

    2 Agosto 2026 ore 22:52

    Anthropic anunció el jueves que varios de sus modelos avanzados de IA escaparon de un entorno de prueba aislado, accedieron a internet y piratearon de forma independiente a varias empresas sin el conocimiento de la compañía, en tres incidentes distintos que se remontan a abril.

    En una reseña publicada el jueves por la noche, Anthropic indicó que los modelos involucrados eran un modelo de prueba de investigación interna no publicado, Opus 4.7 y Mythos 5. Mythos se lanzó el mes pasado a un público limitado de empresas tecnológicas e investigadores de ciberseguridad en el marco del Proyecto Glasswing.

    La empresa no reveló los nombres de las organizaciones afectadas, pero indicó que les notificó el lunes.

    Anthropic afirmó que llevó a cabo la revisión en respuesta a la revelación de OpenAI la semana pasada de que dos de sus modelos más potentes escaparon de un entorno de pruebas y vulneraron la seguridad de varias empresas, incluida la plataforma de IA Hugging Face y la plataforma en la nube Modal Labs.

    El fabricante de IA no especificó qué empresas se vieron afectadas por sus modelos, pero afirmó haber sido notificada de los incidentes el lunes. En todos los casos, Anthropic indicó que especificó en sus instrucciones a los modelos de IA que el entorno de prueba no tenía acceso a internet, aunque los evaluadores posteriormente se percataron de que esto no era cierto.

    Como parte de las pruebas, se les indicó a los modelos que «infiltraran y recuperaran» una pieza de «información secreta» alojada en una máquina diferente dentro de la red de pruebas, lo que se conoce como un desafío de «captura la bandera».

    Según Anthropic, los modelos pudieron acceder a internet para comprometer organizaciones fuera del entorno de prueba utilizando «técnicas básicas», como eludir contraseñas débiles.

    Los representantes Ted Lieu (demócrata por California) y Nathaniel Moran (republicano por Texas) presentaron la Ley de Desactivación de la IA, que otorgaría al Departamento de Seguridad Nacional la autoridad para ordenar el cierre de modelos de inteligencia artificial considerados demasiado peligrosos. Mientras tanto, el senador Mark Warner (demócrata por Virginia) presentó la semana pasada una serie de leyes sobre IA, incluyendo un proyecto de ley que exigiría a las empresas de IA someter sus modelos al gobierno federal para realizar pruebas obligatorias de seguridad nacional antes de su lanzamiento.

     

    El Momento Apocalíptico – Por Mario Ortiz

    2 Agosto 2026 ore 06:08

    Por Mario Ortiz*

    Intentaré vincular el Apocalipsis, el Anticristo, el magnate tecnológico Peter Thiel y su relación con la Argentina y Javier Milei. Ante todo, fijemos las coordenadas del problema. Una de las obsesiones de Thiel es el advenimiento del Anticristo. Si desde una mirada soberbia y complaciente consideramos esta preocupación como un simple hobby, algo excéntrico, de un multimillonario en sus tiempos de ocio, ciertamente nos estaremos perdiendo de algo muy significativo. Y la miopía, en este caso, se puede pagar muy cara.

    Thiel es un graduado en filosofía en la Universidad de Stanford y uno de los fundadores de Palantir y otras empresas tecnológicas que hoy están en la vanguardia. También es, a su modo, un genocida que ha puesto su empresa al servicio de las FF.AA. yankies e israelíes para proveerles datos y objetivos militares. Hay quienes consideran que la muerte del ayatollah Alí Khamenei y el bombardeo de la escuela primaria en Minab (Irán) no podría haberse efectuado sin la colaboración de Palantir. Thiel, recientemente instalado en la Argentina, también es un pensador al igual que varios de sus colegas de Silicon Valley como Alex Karp, Nick Land, Mark Andressen (con algunos matices) promotores de una tendencia de pensamiento que se dio en llamar “la ilustración oscura”. Sus ideas de corte aceleracionista, supremacista y antidemocrática se sintetizan en un manifiesto de 22 puntos que sistematizan el tecnofascismo del neofeudalismo digital.

    Las referencias de Thiel al Anticristo no fueron ocurrencias ocasionales, sino objeto bien meditado de una serie de conferencias que dictó en la más completa reserva y a las que se accedía sólo por invitación. También habló del tema en algunas entrevistas concedidas en EE.UU. Pero antes de introducirnos en sus conjeturas, debemos preguntarnos ¿qué es exactamente el Anticristo según la teología cristiana?

    Debemos comenzar a perfilar la figura del Anticristo. Como afirma el gran teólogo y escritor argentino Leonardo Castellani, “es el mayor misterio de la historia humana y la clave de su metafísica” (Cristo ¿vuelve o no vuelve?, 2004, 35). A pesar de semejante relevancia, las referencias bíblicas a este radical opositor a Cristo son más bien escasas: el uso del término “anticristo” aparece cinco veces tanto en singular como en plural, todas ellas en dos de las cartas del apóstol Juan. Por supuesto, está estrechamente asociado con el demonio, el enemigo de Dios y del género humano.
    A partir de aquí, Castellani afirma que los “exégetas fantasiosos” se entregaron se entregaron a recoger cuanto texto sacro aludía de cualquier modo a esta figura y los mezclaron con revelaciones privadas o simples imaginaciones para dar forma a una figura monstruosa que está más cerca de la leyenda que del análisis serio. Supusieron que sería un judío, o el hijo sacrílego de una monja y un obispo, que nacería con dientes y blasfemando y que aprendería con rapidez increíble todas las ciencias humanas. También podemos decir hoy que sirvieron de base a una abundante filmografía de terror como El bebé de Rosemary o La profecía que toman como eje el nacimiento de esta criatura perversa. En la Argentina hace poco se rodó la película Cuando acecha la maldad que aborda la misma temática.

    Otra corriente exegética se inclinó por identificar al Anticristo con determinadas figuras históricas. Así, en la Edad Media hay quienes consideraron a Mahoma y el islam como enemigos de la cristiandad, y durante la reforma protestante Martín Lutero acusó al papado de ser el adversario de Jesús al asociarlo con la “Gran Ramera” del Apocalipsis que mantiene relaciones carnales con los poderes de este mundo. Dentro de esta línea, Castellani destaca al teólogo chileno Manuel Lacunza cuya novedad es indicar que el Anticristo no es tanto un sujeto como un sistema de pensamiento: la filosofía ilustrada del siglo XVIII que constituyó el sustrato ideológico para la disolución de la orden jesuítica a la que pertenecía y de la Revolución Francesa, perseguidora de la Iglesia. Castellani opera una síntesis dialéctica de estas tendencias exegéticas y concluye que el Anticristo será tanto un sistema de pensamiento como un hombre que encarne ese sistema, así como “Mussolini creó y a su vez fue criatura del nacionalismo italiano”. Esta tendencia teológica tendrá importantísimas consecuencias literarias.

    El Anticristo humano

    El teólogo Manuel Lacunza inaugura una nueva perspectiva sobre el Anticristo al conjeturar que el Anticristo es la ideología de la Ilustración que desencadenó la Revolución Francesa y persiguió a la Iglesia. Esta corriente de corte historicista opera un desplazamiento desde las figuras legendarias y monstruosas hacia otras de contornos humanos bien definidos que en diversas épocas se erigieron como adversarias de Cristo y su Iglesia. Este corrimiento habilita la emergencia de un corpus de narraciones escritas entre fines del siglo XIX y durante el siglo XX que en la tesis de maestría hemos denominado “novela apocalíptica moderna”. Se trata de un conjunto muy acotado y bien definido integrado por el Breve relato del Anticristo de Vladimir Soloviev (1900), El Señor del Mundo de monseñor Robert H. Benson (1907), Juana Tabor y 666 de Hugo Wast (1942), Su Majestad Dulcinea de Leonardo Castellani (1956) y Omega 666 – El planeta gris de Juan Luis Gallardo (1996). Son novelas de una definida orientación religiosa cristiana que toman como subtexto el Apocalipsis de San Juan y plantean escenarios futuristas distópicos en los que surge el Anticristo y trepa a la cima del poder mundial. Es un ser plenamente humano que se perfila como un político carismático y genial que encarna un sistema ideológico de neto corte laicista y antirreligioso; es un autócrata que persigue a la Iglesia y a cualquier oposición, impone el uso de una marca identificatoria que manifiesta la adhesión al régimen (el sello mencionado en el Apocalipsis) y, al unificar el mundo bajo su mando, asegura la paz universal. De este modo, concluye Castellani, “el anticristo será un Imperio Universal Laico unido a una Nueva religión Herética; encarnados en un hombre o quizá en dos hombres, el tirano y el Pseudoprofeta”.

    En este conjunto se destaca El señor del mundo del sacerdote inglés R. H. Benson. Por la fecha temprana de su publicación puede considerarse que inaugura el subgénero de las novelas distópicas. Castellani la tradujo en 1958. Los papas Benedicto XVI y Francisco recomendaban su lectura. El anticristo llamado Julian Felsenburgh es un político norteamericano que accede al poder mundial con el apoyo de la masonería que se convierte en una suerte de religión oficial. La Iglesia Católica, reducida ya a su mínima expresión, es implacablemente perseguida y en el momento final en que está a punto de ser eliminada, la novela finaliza abruptamente. La frase final “y el mundo pasó a la gloria” da a entender que se produjo la segunda venida de Jesucristo. El lector religioso ya sabe que el Mesías dará lugar al Juicio Final y que Felsenbugh y sus adoradores serán derrotados y condenados al abismo.

    Peter Thiel  y el Anticristo: primeras aproximaciones

    El magnate abordó el problema del Anticristo en diversos formatos textuales y medios: algunas de las fuentes más accesibles es su conversación en el programa de la Hoover Institution, Uncommon Knowledge, donde habla sobre el fin de los tiempos, Armagedón, la tecnología moderna; la extensa entrevista con Tyler Cowen, la serie de cuatro conferencias privadas titulada «The Antichrist», realizada en San Francisco en 2025, y en 2026 expuso una versión ampliada de estas conferencias en Roma, significativamente cerca del Vaticano.

    El magnate se apropia de categorías clave de la narrativa apocalíptica cristiana y las dota de nuevos sentidos. Reconoce que la civilización actual ha desarrollado potenciales amenazas existenciales: “armas nucleares, cambio climático, biotecnología, nanotecnología, robots asesinos, la IA que va a convertir a todo el mundo en un clip o lo que sea”, sin embargo, para él hay un riesgo mayor:
    “En mi opinión, – dice Thiel – otro riesgo existencial es un gobierno totalitario mundial. Me parece al menos tan aterrador como los demás. En un contexto escatológico bíblico, se supone que debemos preocuparnos por el Armagedón. También se supone que debemos preocuparnos por el Anticristo. Quizás deberíamos preocuparnos más por el Anticristo porque él viene primero. “
    En estas conversaciones con Tyler Cowen, Thiel manifiesta conocer las novelas de Soloviev y Benson, lo cual permite abordar sobre base firme un análisis comparatístico dentro de esta narrativa apocalíptica. Pero, ¿qué entienden exactamente por Anticristo?

    Peter Thiel define al Anticristo

    Sus respuestas son más bien imprecisas y deja el significante en un estado de significación flotante: desde su perspectiva acelaracionista, el Anticristo sería ese gobierno totalitario que pretenderá asumir el poder total para limitar el avance de la tecnología: “Básicamente, la versión literaria sería que el Anticristo llega al poder hablando constantemente del Armagedón y contándonos historias milenaristas aterradoras” (Conversaciones con Tyler Cowen). Cree que el Armagedón será agitado por una figura anticrística que cultiva el miedo a las amenazas existenciales como el cambio climático, la IA y la guerra nuclear precisamente para acumular un poder desmesurado. La idea es que esta figura convenza a la gente de que él es la garantía para evitar una tercera guerra planetaria a condición de que se acepte un orden mundial único encargado de proteger de todas las catástrofes apocalípticas y que imponga una restricción total del progreso tecnológico. En su opinión, esto ya está sucediendo. Thiel afirmó que los organismos financieros internacionales, que dificultan que las personas oculten su riqueza en paraísos fiscales, son una señal de que el anticristo podría estar acumulando poder y acelerando el Armagedón. Thiel también reflexiona en torno a la enigmática figura del “katejon” que menciona San Pablo en 2 Tesalonicenses: algo o alguien que detiene la llegada del anticristo pero que luego desaparecerá y dejará el terreno libre al enemigo. Este katejon adquiere fisonomías diversas según la época, y así durante la guerra fría podría haber sido la democracia cristiana que detuvo el avance del comunismo.

    En un artículo publicado en el diario The Guardian, Thiel personaliza esta posible figura: «Mi tesis es que, en los siglos XVII y XVIII, el anticristo habría sido un personaje similar al Dr. Strange, un científico que practicaba toda clase de ciencia oscura y descabellada. En el siglo XXI, el anticristo es un ludita que quiere acabar con la ciencia. Alguien como Greta [Thurnberg] o Eliezer [Yudkowsky]».

    La Teología Política

    Señalamos que para Peter Thiel el Anticristo no es el monstruo de las películas, sino aquellos que pretendan regular el desarrollo tecnológicoen nombre de los derechos humanos y ambientales, el colapso civilizatorio o de una ética humanista. Ciertamente, identificar a Greta Thurnberg como el Anticristo es casi un chiste de mal gusto. El papa León XIV también podría entrar en esta categoría a raíz de su encíclica “Magnífica Humanitas”. Sea como sea, no es ningún chiste que Thiel, Karp y varios de sus compañeros de Silicon Valley apelan a categorías metafísicas para pensar problemas sociales, es decir, elaboran una “teología política” que deberemos tomar muy en serio. Que uno de los magnates tecnológicos más poderosos e influyentes del mundo hable en términos escatológicos me parece el hecho más relevante de la historia en los últimos siglos. Apenas podemos dimensionar la profundidad de lo que está en juego. Desde el siglo XVIII no estamos en presencia de una redefinición del vínculo que une a los individuos y el estado desde una perspectiva teológica. Hay que remontarse al Rousseau del último capítulo del “Contrato Social” que no quiso traducir Mariano Moreno para encontrar algo análogo. No en vano los actuales monarcas filósofos pretenden invertir los términos de la Ilustración para dar lugar a lo que denominan la “Ilustración Oscura”. En los siguientes posteos deberemos analizar y desarmar los dos componentes teológico y político para tratar de entender su combinatoria en una unidad superior. Creo – adelanto la hipótesis – que se están cumpliendo las profecías del Apocalipsis y podemos sospechar que asistimos a la posibilidad real y concreta de que emerja el Anticristo.

    El Anticristo según la Iglesia actual

    Describimos al Anticristo según las leyendas, la literatura reciente y Peter Thiel. ¿Qué postura sostiene la Iglesia Católica en la actualidad? El Catecismo (Catechismus Catholicæ Ecclesiæ), cuya versión oficial fue publicada en latín en 1997, contiene la exposición de la fe, doctrina y moral, iluminadas por la Sagrada Escritura, la Tradición apostólica y el Magisterio eclesiástico. En el numeral 675 dice textualmente: “Antes del advenimiento de Cristo, la Iglesia deberá pasar por una prueba final que sacudirá la fe de numerosos creyentes (cf. Lc 18, 8; Mt 24, 12). La persecución que acompaña a su peregrinación sobre la tierra (cf. Lc 21, 12; Jn 15, 19-20) desvelará el «misterio de iniquidad» bajo la forma de una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad. La impostura religiosa suprema es la del Anticristo, es decir, la de un seudo-mesianismo en que el hombre se glorifica a sí mismo colocándose en el lugar de Dios y de su Mesías venido en la carne (cf. 2 Ts 2, 4-12; 1Ts 5, 2-3;2 Jn 7; 1 Jn 2, 18.22)”.

    El texto no puede ser más claro y contundente. En el momento pre-parusíaco (antes de la Segunda Venida) se manifestará la maldad bajo la impostura religiosa suprema que es la antropolatría, es decir, el hombre que se erige Dios (Homo Deus), y promete un falso mesianismo en el que todos los problemas serán aparentemente solucionados. Aquí están las dos Bestias del Apocalipsis: la Bestia de Mar (el poder político) y la Bestia de Tierra (la falsa religión que se pone al servicio del poder político). El precio a pagar será el abandono de la fe en el Dios Verdadero para rendirle tributo al Falso Mesías.

    Este texto del Catecismo que hasta hace poco parecía extravagante, hoy resulta clarividente y profético de nuestro presente signado por el desarrollo de la IA y el tecnofeudalismo.

    El texto de San Juan Apóstol y Apokaleta

    Antes de continuar con el Anticristo, Peter Thiel y Milei, es necesario detenernos aunque sea brevemente en el Apocalipsis de San Juan y retomar a posteriori el análisis de la actualidad con otras piezas conceptuales. Como se sabe, se trata del texto más oscuro de toda la Biblia. Es un conjunto de visiones de calamidades, plagas y monstruos que causan estremecimiento; quizá por esto la palabra “apocalipsis” es sinónimo de cataclismos y fin del mundo. Es un grave error. El texto es ciertamente complejo porque San Juan apela a un reservorio de imágenes simbólicas que estaban en el acervo cultural del pueblo judío y las Sagradas Escrituras, pero el sentido final es claro: las fuerzas del bien y el mal que se enfrentan desde los inicios de la historia humana llegarán a un momento de paroxismo en que pareciera que los poderes diabólicos derrotan a los santos y extinguen la verdad. En ese preciso momento, interviene directamente Dios, vuelve Jesucristo ya no como manso cordero para el sacrificio sino en gloria y majestad para restaurar el cosmos, pronunciar su veredicto sobre la historia (Juicio Final) y aplastar definitivamente la cabeza de la serpiente infernal. O sea: sabemos que el final de la historia termina bien y eso debe ser motivo de esperanza para los creyentes. Dios no colapsa el mundo ni la humanidad porque jamás va a destruir su obra. Cuando vuelva Jesucristo será el triunfo del Bien y habrá “un Cielo nuevo y una nueva Tierra”.

    Los signos de los tiempos

    En la parte 6 adelantamos la hipótesis central: se estarían cumpliendo las profecías del Apocalipsis y podemos sospechar que asistimos a la posibilidad real y concreta de que emerja el Anticristo. Vayamos por partes. Hay una línea de teólogos como Ernst-Bernard Alló que consideraba el libro de San Juan una profecía ya cumplida con las últimas persecuciones del Imperio Romano. En cuanto a la Segunda Venida de Cristo, se produciría en un futuro tan lejano e indeterminado que ni siquiera merecería tenerse en cuenta. Contra esta interpretación polemizaba Leonardo Castellani. El argentino, apoyándose en los Padres de la Iglesia, sobre todo en san Agustín, sostenía que el Apocalipsis narra la HISTORIA TODA LA IGLESIA desde la Ascensión de Cristo hasta su Parusía. No entraremos en los pormenores de esta postura porque nos llevaría mucho tiempo. Sólo digamos lo siguiente: Jesús mismo dijo que nadie sabe el día y la hora en que volverá, pero recomendó estar alerta a “los signos de los tiempos” y dio una serie de pistas en el sermón escatológico de Mateo 24. Si reunimos las tesis de Castellani con las indicaciones evangélicas y, a su vez, las cotejamos con la actualidad, los resultados del análisis arrojan perspectivas temibles. Veamos “los signos”:
    – Guerras: no hace falta extenderse demasiado para darse cuenta de que vivimos en una época en que la guerra es un estado permanente, como dijera el papa Benedicto XV durante la primera conflagración mundial.
    – Cataclismos: día a día vemos las consecuencias devastadoras de eventos climáticos extremos, y en Bahía Blanca vivimos un diluvio que nos marcó para siempre.
    – Enfermedades: basta que mencionemos la pandemia de Covid-19, ya fuese un hecho natural o provocado deliberadamente.
    A todo esto deben agregarse factores de orden espiritual también profetizados en la Biblia
    – La apostasía: el abandono de la fe y las Iglesias vacías
    – el “enfriamiento de la caridad”: vivimos en un mundo violento; tenemos un presidente que se enorgullece de ser cruel; luego del genocidio nazi, asistimos atónitos al genocidio protagonizado por Israel.
    – La fulminante difusión del neopaganismo y satanismo: amarres, hechizos, magia negra, etc.
    Castellani afirmaba con razón que la “lluvia de fuego” descripta en el Apocalipsis dejó de ser una metáfora y se cumplió literalmente con la bomba atómica. Con todo esto no quiero decir que ya estamos a las puertas del Juicio Final, pero resulta imposible no considerar estos eventos como signos de los tiempos y reflexionar.

    Entre los signos de los tiempos apocalípticos que describimos debemos agregar el hecho evidente de que la tecnología en manos de un poder político-económico hiperconcentrado permite hacer realidad el sueño del control total de la sociedad y la gestión automatizada de sus problemas.

    Pongo dos ejemplos: el gobierno de Milei, estrechamente asociado a Peter Thiel y Palantir, anunciaron el lanzamiento del “gemelo digital”, un modelo algorítmico de cada uno de nosotros alimentado en base a nuestros datos que aparecen en los archivos oficiales, pero también a partir de nuestros gustos, preferencias, consumos, posteos, compras, fotos que subimos a las redes, etc. Ese doble “Fulano de Tal” digital permitirá al poder determinar los comportamientos de Fulano en el mundo real, su peligrosidad, sus necesidades sociales y, eventualmente, asistirlo o neutralizarlo. ¿Cómo sería esto último? Aquí viene el segundo ejemplo. En 2025 el gobierno norteamericano ordenó “matar” digitalmente a 2,7 millones de latinos e indocumentados bien vivos, es decir, bajarlos del sistema. Con esto pretendían que esas personas se autodeportasen a sus respectivos países o se acercasen a una oficina pública para regularizar su situación y así capturarlos de inmediato. Estos ejemplos están inquietantemente cerca de cumplir de un modo literal la profecía del Apocalipsis: la bestia impondrá una marca 666 a todos sus seguidores sin la cual no pondrán comerciar, vender ni comprar (Ap. 13, 16-18).

    La alineación de Milei con Peter Thiel y los tecnomagnates de Silicon Valley responde al proyecto demencial de entregar la Argentina a las corporaciones digitales para convertir el país en una factoría privilegiada que intervenga en la conversación mundial sobre el desarrollo informático. Sus ideales contemplan un escenario donde se cancela la democracia tal como la entendemos en favor de una política tecnogestionada que gobierne el país reducido a ciudades-estado autorreguladas mediante algoritmos como una suerte de megacorporación. Estas sociedades automatizadas no apelarán a la manipulación de datos para fraguar resultados de las votaciones electrónicas: podrán incidir en el momento previo moldeando conciencias y perfilando preferencias que luego serán refrendadas en el campo electoral. Si Milei se propone ser reelecto y cuenta con esta tecnología a su favor será prácticamente imbatible a pesar de las conspiraciones del “círculo rojo” y los fragoteos de “Don Chatarrín”.

    El «Nuevo Mesías»

    Ya hemos visto que para el “Catecismo de la Iglesia Católica” el Anticristo no sería la figura monstruosa de las películas, sino “una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad”. También vimos que para Peter Thiel es toda persona o institución que pretenda limitar o regular el avance tecnológico. Podría pensarse de un modo insidioso que el magnate realiza una operación de desorientación táctica porque la categoría anticrística se puede aplicar cómodamente al propio Thiel y los magnates de la “ilustración oscura”.

    En efecto, son ellos quienes proyectan asumir el poder mundial (o al menos occidental) bajo el argumento de una gestión algorítmica de la sociedad que neutralice sus conflictos y amenazas existenciales (migraciones masivas, guerras, pandemias, etc.). Para eso, exigirá la obediencia a una gobernanza tecnocrática que limite derechos y libertades a favor de una administración cibernética que controle hasta los niveles subatómicos del tejido social. De este modo, el ser humano que conocemos tenderá a ser eliminado “por arriba” o “por abajo” en una filosofía de neto corte antihumanista. Según el manifiesto de Palantir, hay culturas desarrolladas y otras atrasadas. Esta meritocracia habilita la posibilidad de que los sectores atrasados sean reducidos en su humanidad a meros paquetes de datos que deben ser gestionados y automatizados. Esta “infrahumanidad” no será más que “inputs” que alimentará la máquina del poder. Por otro lado, habrá una elite “por arriba” que tenderá a superar la especie gracias a la tecnología transhumanista que convierta la carne mortal en sustancia inmortal, superhombres biotrónicos, transespecies de una nueva generación de dioses.

    Estos nuevos superhombres serán protagonistas de lo que Castellani llamaba la gran herejía modernista también anunciada en el Catecismo: la inversión de la doctrina cristiana (el hombre se vuelve Dios en lugar de Dios hacerse hombre) que vacía el contenido de la fe para reemplazarlo con la idolatría y culto al hombre. Se trata de los nuevos mesías que prometen una redención sin intervención de Cristo; una escatología inmanentista que promete el paraíso en esta tierra o en otro planeta gracias a las solas fuerzas del progreso científico ilimitado.
    En una palabra, es el cumplimiento de la vieja tentación de la serpiente a Adán y Eva: coman el fruto prohibido y serán como dioses.

    Los Monarcas Filósofos

    El arquetipo visual del magnate es Tío Rico Mc Pato nadando en medio de sus tesoros como pez en mares tropicales. Este personaje encarna a figuras históricas como Pierpont Morgan, John D. Rockefeller o Nathan M. Rothschild, paradigmas del capitalista entregado exclusivamente a la explotación y la acumulación de plusvalía. Pero por primera vez en la historia de la modernidad, nos encontramos con los tecnomagnates de Silicon Valley como Alex Karp o Peter Thiel que no se dedican exclusivamente al lucro sino a elaborar ideas. Su ambición más profunda e inquietante: quieren transformar el mundo. Más aún: pareciera que el dinero es sólo un medio para lograr otros objetivos ambiciosos a escala planetaria, concretamente acelerar el desarrollo de la ciencia para resetear la sociedad. Los viejos esquemas de pensamiento ya no nos sirven para analizar el escenario actual. Antonio Gramsci decía que la clase capitalista contrataba intelectuales orgánicos que elaborasen la ideología necesaria para garantizar la hegemonía sobre el resto de las clases dominadas. Pues bien: estos nuevos magnates cibernéticos elaboran por sí mismos los marcos teóricos de la “ilustración oscura” que orientan su acción, sin delegar la tarea en profesionales del pensamiento. Thiel, graduado en filosofía en Stanford, realiza todo tipo de disquisiciones influenciado por sus lecturas de René Girard y Carl Schmitt. Esto es decididamente insólito. Lo que me esfuerzo en hacer comprender es que para ellos la especulación filosófica no es un pasatiempo extravagante de megamillonarios en tiempos de ocio. Estamos ante un nuevo desafío y si no tomamos en serio su filosofía por descabellada que sea, si actuamos con soberbia, corremos el serio riesgo de no entender nada.

    Tío Rico es la imagen icónica del viejo millonario. Trato de buscar en internet una figura que remita al monarca filósofo actual. No la hay. Sólo me reenvía al emperador Marco Aurelio. Inventar una imagen en IA no me interesa. Quizá la única caricatura que me parece adecuada es la de Pinky y Cerebro, el que quería dominar al mundo.

    Volvamos a la definición oficial del Anticristo que consigna el numeral 675 del catecismo de la Iglesia católica: “La persecución que acompaña a su peregrinación sobre la tierra desvelará el «misterio de iniquidad» bajo la forma de una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad. La impostura religiosa suprema es la del Anticristo, es decir, la de un seudo-mesianismo en que el hombre se glorifica a sí mismo colocándose en el lugar de Dios y de su Mesías venido en la carne”
    Por supuesto, no quiero calumniar ni convertirme en un falso profeta, pero por todo lo expuesto, resulta plausible sospechar que el desarrollo actual de los algoritmos, las tecnologías de avanzada y los sistemas de ideas que elaboran los nuevos monarcas filósofos permiten que el enunciado del Catecismo se vuelva una realidad palpable a corto o mediano plazo. En efecto, Palantir y la galaxia de tecnológicas asociadas a Silicon Valley podrían ofrecerse como la “solución” de todos los problemas (guerras, migraciones, pandemias, catástrofes ambientales, etc.) a condición de que se eliminen todas las trabas y regulaciones que limitan su desarrollo y se le entregue “la suma del poder público” a la IA y a una reducida élite de iluminados tecnócratas. Serían los nuevos Illuminati de la ilustración oscura que gobernarían despóticamente a la sombra de los circuitos integrados para llegar al paraíso cuántico en la tierra que, por cierto, no estará abierto a toda la humanidad sino sólo para los escogidos.

    Un mesianismo tecnotrónico que busca la inmortalidad transhumanista puede erigirse en un Dios que exigiría sumisión y adoración por parte de los gobiernos, la clase política y los ciudadanos en general. Las búsquedas esotéricas de Peter Thiel confirmarían que se mueve en un trasfondo de espiritualidad ocultista. Si la Iglesia se opone a este estado de cosas sería declarada enemiga pública y duramente perseguida.

    “Dialog” y “Hereticon”

    En 2006 Peter Thiel fundó DIALOG, una reunión ultrasecreta donde convoca a megamillonarios y agentes de gobiernos para debatir sobre un abanico de temas predeterminados. La hacktivista suiza Maia Arson Crimew logró entrar a la base de datos y así pudo filtrar que la la reunión que se llevará a cabo en agosto de este año en Dublin asistirán 220 invitados, entre otros, Scott Bessent, Secretario del Tesoro de EE.UU., el congresista Ted Cruz que preside la comisión del senado que controla el comercio de datos; el congresista demócrata Cory Booker; el general Alexus G. Grynkewich, actual comandante supremo de la OTAN en Europa; Auren Hoffman, Elon Musk, Peter Thiel, Palmer Luckey (Anduril Industries), Alex Karp (Palantir) y Marcos Galperin (Mercado Libre). Fíjense dos cosas: DIALOG sienta en una misma mesa al Estado y los empresarios privados del más alto nivel, con poder real y efectivo.

    En medio del mayor secreto este año planean debatir acerca de temáticas como:
    – ¿el dinero compra la felicidad?
    – recuperemos la energía nuclear
    – navegando por la Tercera Guerra Mundial
    – Cómo va tu vida sexual
    – Cómo fundar tu propia secta
    – Colonización de Marte, eugenesia, interfaces máquina-cerebro, parapsicología, impresión de armas de fuego 3D, natalismo (“fábricas de bebés”) y ciudades charter. Una se tituló: “El objetivo es la inmortalidad”. Otra, “Cómo robar elecciones”.

    Thiel también dirige otro grupo secreto y elitista llamado HERETICON que propuso sesiones sobre ovnis, inmortalidad, el fin del mundo, natalismo, parapsicología, modificación genética, «sexo y Dios» y «riesgo existencial».

    De todo este combo temible, quiero destacar particularmente la presencia de contenidos esotéricos y el secretismo.

    Los nuevos Illuminati

    Peter Thiel fundó DIALOG y HERETICON, dos sociedades reservadísimas en las que debaten ideas temibles para la humanidad: eugenesia, tercera guerra mundial, inmortalidad, robo de elecciones, etc. De todo ese combo terrorífico quiero destacar cuatro aspectos que me interesan particularmente:
    a) el elitismo: acceden por invitación exclusiva sólo megamillonarios, altos funcionarios de gobierno y militares;
    b) el secretismo: reserva absoluta de quiénes son los invitados y qué temas se debaten (recordemos que esto salió al conocimiento público gracias a una hacker que filtró información);
    c) permanencia en el tiempo: DIALOG existe desde 2006 y hay miembros fijos y otros invitados ocasionales, y
    d) ciertos contenidos esotéricos como parapsicología, fundación de sectas, contactos con ovnis y sesiones de hipnotismo.

    Estos cuatro aspectos resultan esenciales en la conformación de una logia, aunque ciertamente no quiero decir que dependan estrictamente de la Masonería. Más bien, todo lo contrario. Mi hipótesis es que las logias masónicas tradicionales luchan por sobrevivir a su decadencia y que la calidad de sus miembros y el peso específico de su influencia se distancian años luz de las logias de Thiel donde están los que realmente deciden nuestro futuro. Nos permitimos establecer una categoría específica: definamos “masonismo” a la adopción de características propias de una logia masónica sin que por ello tenga vinculación directa o dependencia formal con la Masonería.

    La Logia Lautaro fue masonística en este mismo sentido porque se trataba de una sociedad patriótica a la que nunca se le pudo comprobar con papeles en mano su filiación masónica; el viejo Maguire envió cuestionarios directamente a los Grandes Orientes de Londres, Irlanda y EE.UU. y respondieron que no tenían ningún registro de nuestros patriotas.

    El Club Bilderberg y las reuniones de Thiel son masonísticas. Aquí se reúnen los auténticos herederos espirituales de los antiguos Illuminati.

    Los nuevos Illuminati y el Príncipe de este Mundo

    Nos vamos acercando al final de esta serie de posteos. Ha llegado el momento de decirlo todo, aunque me tilden de loco.

    Ya hemos visto que las logias masonísticas DIALOG y HERETICON reúnen los personajes más poderosos de Occidente en reuniones secretas donde se decide la forma que tendrá el futuro. Vimos también que, entre otros puntos de la agenda, abordan temas relacionados con el esoterismo: hipnosis, contactos extraterrestres, parapsicología. Esto puede parecer una chifladura de millonarios que quieren divertirse con fenómenos paranormales en sus descansos de reuniones de negocios. Parece, pero no lo es.

    Pensemos por un minuto: siempre se puede ambicionar más poder y dinero, pero ¿qué más pueden desear aquellos que lo tienen todo, aquellos para quienes cientos de millones de dólares son apenas un vuelto de caja chica? Allí donde el deseo es ilimitado porque nunca termina de satisfacerse, allí es donde precisamente llegan al límite de lo humano: aspiran al transhumanismo, a la superación de los límites humanos de la muerte, la enfermedad y el dolor a través de la técnica. ¿Y esto colmará sus ambiciones? Tampoco. Sólo Dios puede colmar nuestros anhelos más profundos, pero estos muchachos no son precisamente monjes cristianos ni budistas. Después de lo transhumanista ¿qué viene? Y… lo que viene son inteligencias superiores no humanas… ¿Extraterrestres? No olvidemos que uno de los temas que abordan en esas conferencias es el contacto con seres de otro mundo. Pero, de un modo consciente o inconsciente, los seres que contactan no son los habitantes de la constelación de Andrómeda sino muy probablemente al ángel que cayó en el principio de los tiempos, aquél que le dijo a Adán y Eva: “si comen el fruto prohibido, serán como dioses”, aquél que le propuso a Jesús “si me adorás, te voy a dar el mundo entero”. Los que codician someter a este mundo bajo su poder despótico se vuelven in-mundos y por más poder que tengan, se terminan volviendo títeres de poderes ocultos y nefastos que superan su inteligencia.

    Final

    Quienes hayan seguido el hilo posiblemente se sentirán abrumados por la magnitud de las fuerzas malignas que se concentran en las oligarquías tecnocráticas de estos nuevos Illuminati, por su capacidad de vigilancia y dominio de la sociedad civil y política. Sin embargo, semejante panorama no debe llevarnos a la desesperación. En primer lugar, ya hemos visto en el posteo 8 que el Apocalipsis de San Juan es un libro de gozo: el mal ya está condenado; Dios mismo lo barrerá con “el soplo de su boca”.

    El 13 de julio de 1917 la Virgen les dijo a los tres pastorcitos de Fátima que el mundo atravesará calamidades, “pero al final, mi Inmaculado Corazón triunfará”. Eso es. Ella le pisa la cabeza a la serpiente y de hecho en multitud de exorcismos el demonio confiesa que le tiene pánico a la Señora del Cielo.

    ¿Qué podemos hacer? Difundir la verdad, permanecer alertas, analizar críticamente, estudiar, mantenernos calmos y no dejarnos arrebatar por el odio. Los intelectuales y escritores deben tomar conciencia de su responsabilidad por tener el don de la palabra y no entregarse a la vanagloria de una carrera exitista; deben hacer caso a Martín Fierro y “no templar la guitarra sólo por gusto, sino para cantar en cosas de jundamento”.

    Y, sobre todo, debemos elevar nuestras oraciones. Parece poco, pero es muchísimo. Y los que no sean católicos o cristianos, eleven sus buenas intenciones, recen a su modo. Dios oye todo.

     

    * Mario Ortiz es profesor y licenciado en Letras por la Universidad Nacional del Sur. Ejerce la docencia en el ámbito universitario y preuniversitario. Integra equipos de investigación de la Secretaría de Ciencia y Tecnología (UNS) en las áreas de literaturas comparadas e historia regional, especializado en historia de la Masonería local. 

    La destrucción de España – Por Juan Manuel de Prada

    2 Agosto 2026 ore 05:14

    Por Juan Manuel de Prada

    Cuando todavía colean los incendios más voraces jamás padecidos en España sufrimos la invasión de una horda incontable de marroquíes. ¿Alguien puede todavía negar que estamos gobernados por chacales juramentados en la destrucción de España? ¿Alguien puede negar que estamos en manos de criminales dispuestos a convertir España en eso que vulgarmente se llama un «Estado fallido»? ¿Cómo podemos definir un país cuyos gobernantes no sólo se muestran incapaces de combatir estas calamidades, sino que las fomentan y alientan?

    Los incendios que acabamos de padecer –que todavía estamos padeciendo– ocurren porque los chacales que nos gobiernan los promueven. Sólo así puede explicarse que España apenas haya invertido una cuarta parte de las ayudas recibidas desde el pudridero europeo para la prevención de incendios y el cuidado de nuestros bosques; sólo así puede explicarse que la partida destinada al llamado Fondo de Contingencia para paliar catástrofes, que asciende a cuatro mil millones de euros, se haya desviado hacia otros gastos completamente diversos. ¿Y cuáles son esos gastos? La partida más abultada es la que se destina a «operaciones militares»; traducido al román paladino, se desvían miles de millones para abastecer de armamento al títere Zelenski y para participar en «misiones» belicistas demenciales (como la que ahora mismo nuestros militares están desarrollando en el Ártico), cuya única finalidad es enviscar a Rusia y provocar el estallido de una Tercera Guerra Mundial.

    Los chacales que nos gobiernan han triplicado al gasto militar para cebar el «complejo industrial-militar» yanqui y prolongar indefinidamente una guerra perdida que puede degenerar en apocalipsis atómico, mientras nuestros hospitales y nuestras escuelas se depauperan hasta extremos insoportables, mientras nuestras carreteras se llenan de baches y socavones, mientras nuestros trenes descarrilan y nuestras infraestructuras públicas revientan. Mientras cuatro mil millones de euros han sido entregados al títere Zelenski, España se cae a trozos, convertida en una pira y en un muladar; y los sufridos españoles sufren exacciones fiscales monstruosas, que en muchos casos superan el 70 por ciento de sus ingresos (porque no hay que contabilizar sólo el impuesto sobre la renta, sino también los impuestos al consumo, los impuestos especiales y tasas son que nos acribillan, también los impuestos por derechos de emisión de CO2 que las centrales eléctricas y las empresas de la cadena industrial y alimentaria repercuten sobre nuestros bolsillos). Y no contentos con desviar los fondos destinados a la prevención de las catástrofes y con saquearnos atrozmente (siempre pillando cacho para sus corruptelas, por supuesto), los chacales que nos gobiernan invocan una supuesta «emergencia climática» cada vez que una nueva catástrofe nos golpea, para incrementar todavía más la recaudación y financiar más pingüemente la llamada «transición energética» (que el último año recibió más de 17.000 millones de euros). Una «transición energética» que se alimenta de la aniquilación de nuestra agricultura y nuestra ganadería, sometidas a normativas que las hacen inviables); una «transición energética» que es la principal beneficiaria de los incendios que cada verano arrasan nuestro territorio, pues brindan terreno calcinado para construir «parques» eólicos y fotovoltaicos; una «transición energética» que –como explica de perlas la «doctrina del shock»– se sirve de la consternación que provocan los incendios para que los chacales que nos gobiernan pueden subir todavía más los impuestos, con la excusa de combatir la «emergencia climática». Por supuesto, todos esos miles de millones que los chacales nos rapiñan cada año para combatir el «cambio climático» no han servido para suavizar ni un ápice nuestro clima.

    Atrevámonos a decirlo: son los chacales que nos gobiernan los causantes directos y los principales beneficiarios (en colusión son los magnates de la «transición energética») de los incendios que padecemos. También son los causantes directos y los principales beneficiarios de las invasiones bárbaras que España padece desde hace décadas y que en estos días han alcanzado su paroxismo con la llegada a Ceuta y Melilla de una horda incontable de marroquíes, entre la que se camuflan miles de delincuentes liberados por su reyezuelo, con motivo del aniversario de su entronización. Pero esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no hubiesen favorecido una política de fronteras abiertas que ha convertido España en la bicoca y el dorado del reinado plutocrático mundial, que necesita provocar avalanchas inmigratorias para reducir los salarios y multiplicar sus beneficios. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no hubiesen promovido, para atender las demandas del reinado plutocrático mundial (y de paso asegurarse un ejército de votantes a piñón fijo), una monstruosa regularización masiva de inmigrantes que ha convertido España en un enjambre de rica miel para todos los desharrapados del planeta. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan invirtieran dinero en un ejército que protegiese nuestras fronteras de vecinos aviesos y hostiles. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no estuviesen genuflexos ante Marruecos, por razones o sinrazones muy turbias que nunca se nos han explicado; razones o sinrazones que han condenado al pueblo saharaui a un futuro de tortura y opresión y han beneficiado a la tiranía marroquí con chorros de millones que se niegan a los españoles, para que su agricultura y su industria prosperen mientras las nuestras languidecen y nos comemos sus zurrapas en la fruta que nos venden. Pero de todo ello los chacales que nos gobiernan pillan cacho; por eso ayer banqueteaban y brindaban en embajadas y consulados de Marruecos, celebrando el aniversario de la entronización del reyezuelo Mujamé, mientras la horda invadía Ceuta y Melilla. Los chacales que no gobiernan son los causantes directos y los principales beneficiarios de la destrucción de España. Son unos traidores hijos del obispo Oppas y del conde don Julián, hijos de Godoy y Antonio Pérez, que han hecho de la destrucción de España su pitanza y su misión vital. Mientras nos resistamos a aceptar esta verdad diáfana solo nos resta agonizar. Y va a ser una agonía larga y dolorosa.

    Dolce Vita 123 – ESTATE 2026

    30 Luglio 2026 ore 16:17
    E’ uscito il NUMERO 123 nei nostri 250 punti di distribuzione in tutta Italia, e in abbonamento sul nostro shop online. EDITORIALE Nel Paese in cui la cannabis terapeutica è legale da 20 anni (20 anni di promesse mancate e fallimenti annunciati), non siamo ancora riusciti ad assicurare una produzione nazionale che soddisfi la domanda interna, …

    Servizio civile, non snaturarlo: l’audizione di Sbilanciamoci! al Senato

    Di seguito il testo integrale dell’intervento.

    La campagna Sbilanciamoci! è una rete di 54 organizzazioni della società civile italiana, attiva dal 1999, che promuove un modello di economia fondato sulla giustizia sociale, sulla pace e sulla sostenibilità ambientale, contrapponendosi alle logiche di spesa orientate al riarmo.

    Salutiamo con favore l’attenzione del legislatore verso questi temi, perché ogni intervento che rafforzi l’investimento pubblico sui giovani merita ascolto e confronto.

    Al tempo stesso, riteniamo necessario esprimere con chiarezza una preoccupazione di fondo: che il servizio civile, se ricondotto in modo troppo generico alla sola categoria di politica giovanile, possa progressivamente perdere la propria identità specifica e la propria autonomia valoriale e istituzionale.

    In questo senso, l’art. 2 del DDL, che tratta appunto del Servizio Civile Universale (SCU), ci sembra fuori dalla sua naturale cornice valoriale e normativa.

    Il nostro intervento segnala anzitutto l’ampiezza e la genericità della delega, con il rischio che il riordino incida in modo significativo sul sistema senza un confronto sufficientemente ampio e dettagliato.

    Il riordino normativo del Servizio Civile non dovrebbe produrre uno snaturamento dell’istituto, ma rafforzarne la qualità, la coerenza e il ruolo nel Paese.

    Alcuni punti devono essere considerati vincoli di continuità e non variabili secondarie. Il ministro Abodi ha precisato, nei suoi interventi alla Camera, che non sarà toccata la finalità originaria dell’istituto, così come definita dalla legge n. 106 del 2016, e questo è un bene.

    Per noi sono fondamentali anche il collegamento con l’obiezione di coscienza (art. 2, lettere g) e h), della legge n. 64/2001), il vincolo dell’assenza di scopo di lucro per gli enti iscritti all’albo (art. 3, comma 1, della legge n. 64/2001), il mantenimento dell’impianto multilivello del sistema, con Stato, Regioni, enti e rappresentanza dei giovani in servizio (d.lgs. n. 40/2017), il ruolo della Consulta nazionale (prevista dalla legge n. 230/1998, mantenuta dall’art. 2, lettera g), della legge n. 64/2001, nonché dall’art. 8 della legge n. 106/2016 e dal d.lgs. n. 40/2017) e l’autonomia del Fondo nazionale per il servizio civile (come definito dalla legge n. 230/1998 e mantenuto dalla legge n. 64/2001, dall’art. 8 della legge n. 106/2016 e dal d.lgs. n. 40/2017).

    Da parte nostra c’è la disponibilità a contribuire concretamente a un lavoro di miglioramento del sistema del Servizio Civile, nell’ottica della valorizzazione dell’impegno degli Enti del Terzo Settore quali attori fondamentali del sistema fin dalla nascita dell’istituto.

    Nel dibattito alla Camera abbiamo avvertito una grande mancanza: quella del ruolo del Terzo Settore, che dovrebbe invece essere tenuto in considerazione nella costruzione della futura governance del Servizio Civile Universale. Il ministro ha parlato degli incontri, previsti ogni due mesi, con Regioni, ANCI e UPI (si veda l’emendamento all’art. 1 relativo al Tavolo permanente), senza neppure citare il Terzo Settore.

    Di fronte a questa disattenzione nei confronti del Terzo Settore (TS) che non sembra entrare in un’idea di governance del SCU ricordiamo alcuni fatti:

    • Il servizio civile su base volontaria, che oggi si chiama SCU, si deve principalmente alla mobilitazione del Terzo Settore nel 1999-2000;
    • Negli anni dell’obiezione e del disinteresse del Ministero della Difesa, fu il TS che elaborò le soluzioni organizzative che hanno poi fatto vivere il sc (pensiamo alla figura dell’Operatore Locale di Progetto, alla formazione generale obbligatoria), soluzioni ancora oggi essenziali e funzionanti.

    Due considerazioni culturali sulla centralità del TS. 

    – La formazione alla cittadinanza attiva, il suo esercizio trovano nel TS il suo alveo naturale, riconosciuto dalla riforma del TS del 2016 nel suo concorso all’interesse generale;

    – L’impegno per soluzioni nonviolente ai conflitti, la capacità di farlo, nasce nelle azioni quotidiane nei luoghi delle ingiustizie e il radicamento sociale del TS è occasione unica per i giovani per acquisire queste capacità oggi ancora più essenziali.

    Per questo non solo va confermata la Consulta, e di questo siamo soddisfatti, ma andranno pensate anche nuove sedi di interlocuzione fra Dipartimento e TS.

    Chiediamo inoltre che il confronto con gli stakeholder del sistema sia strutturato e non soltanto richiamato in termini generali. Il servizio civile vive grazie alla collaborazione tra istituzioni, enti e territori: se questo dialogo non viene formalizzato, si rischia di produrre norme meno aderenti alla realtà operativa e meno capaci di rispondere ai bisogni dei giovani e delle comunità.

    Inoltre, il ministro ha fatto cenno al fatto che il Servizio Civile non è “un lavoro”. Occorre però osservare che la prima attuazione della misura sulla messa in trasparenza delle competenze degli operatori volontari e delle operatrici volontarie, ancora in fase di sperimentazione e pertanto da monitorare con attenzione, prevede attività che i giovani possono svolgere e per le quali possono ottenere la messa in trasparenza. Tali attività rischiano di cancellare il confine tra funzioni di supporto e sostituzione dei ruoli del personale, oltre che di impoverire l’esperienza stessa (segreteria, protocollo, gestione del denaro…). Ciò rende più acuto un elemento di insoddisfazione dei giovani e di vulnerabilità politica del SCU, già oggi presente: il rischio che esso assuma la funzione di lavoro sottopagato e sostitutivo. Tale rischio è accentuato nei casi di impiego dei giovani presso enti dotati di piante organiche e composti esclusivamente da lavoratori, mentre risulta mitigato negli enti in cui l’esperienza di volontariato è spesso condivisa con dirigenti e soci.

    Riteniamo, inoltre, importante il tema della visibilità istituzionale: il ritorno a un Dipartimento autonomo per il servizio civile, oppure in dialogo con un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta (Campagna “Un’altra difesa è possibile” per una legge di iniziativa popolare), rappresenterebbe un segnale importante, perché restituirebbe riconoscibilità alla specifica identità dell’istituto e alla sua funzione pubblica. L’obiettivo della proposta di legge è dare piena attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 164/1985, che riconobbe la legittimità costituzionale della forma “civile” della difesa della Patria (artt. 11 e 52 Cost.), equiparata solo formalmente al servizio militare, ma mai sostenuta con risorse comparabili.

    In tale prospettiva, andrebbe maggiormente valorizzata la specificità del servizio civile all’estero, quale esperienza di solidarietà internazionale, cooperazione tra comunità ed educazione alla pace, e quale contributo dell’Italia alla prevenzione dei conflitti, alla tutela dei diritti e alla costruzione di relazioni tra i popoli. Coerentemente, di ulteriore fondamentale importanza, è la possibilità per il servizio civile di entrare stabilmente e in maniera strutturata nelle scuole e Università per promuovere tra i giovani l’opzione civile e l’alternativa nonviolenta della Difesa della Patria.

    La situazione internazionale e quella sociale interna renderebbero indispensabile un servizio civile che educhi i giovani alla nonviolenza e all’impegno per la costruzione di condizioni di pace e che produca servizi per la comunità nei campi della coesione sociale e della pace a livello internazionale.

     

    *** 

    Aderenti alla campagna Sbilanciamoci 

    ActionAid, ADI–Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Altreconomia, Altromercato, Antigone, AOI–Associazione delle ONG Italiane, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CESC Project, CIPSI–Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Cittadinanzattiva, CNCA–Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, Equo Garantito, Fairwatch, Federazione degli Studenti, Federazione Italiana dei CEMEA, FISH–Federazione Italiana per il superamento dell’Handicap, Fondazione Ecosistemi, Fondazione Finanza Etica, Gli Asini, Gruppo Abele, ICS–Consorzio Italiano di Solidarietà, LAV–Lega Anti Vivisezione, Legambiente, LINK Coordinamento Universitario, LILA–Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Mi Riconosci?, Movimento Consumatori, Nigrizia, Oltre la Crescita, Pax Christi, Refrient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Terres des Hommes, UISP–Unione Italiana Sport per Tutti, UdS–Unione degli Studenti, UdU–Unione degli Universitari, Un Ponte Per, WWF Italia

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    Canapa, spirulina e microrganismi: dalla Puglia un progetto per bonificare i terreni contaminati

    29 Luglio 2026 ore 10:30
    La canapa industriale non è solo una coltura destinata alla produzione di fibra, biomateriali o alimenti. In Puglia è al centro di un progetto di ricerca che punta a trasformarla in uno strumento per il recupero ambientale. L’obiettivo è sviluppare un protocollo capace di bonificare terreni contaminati da metalli pesanti e idrocarburi sfruttando la sinergia …

    Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina?

    Come si esce dalle guerre? Come si trovano soluzioni a tensioni che possono far riaccendere i conflitti? In Iran come in Ucraina è questo il nodo che nessuno finora scioglie. Una lezione utile viene dal dopoguerra europeo, all’indomani di due guerre mondiali con radici nelle tensioni tra Francia e Germania. Nel 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schumann propose di non vietare alla Germania lo sfruttamento delle sue risorse di carbone e acciaio, fondamentali per lo sforzo bellico, ma di organizzarne la gestione congiuntamente alla Francia, in un quadro istituzionale aperto anche ad altri Stati europei. Schumann intuì che la produzione comune di carbone e acciaio avrebbe reso la guerra nel cuore dell’Europa non solo impensabile, ma anche materialmente irrealizzabile. Da questa Comunità europea del carbone e dell’acciaio si è poi sviluppata la Comunità economica europea, e in seguito l’Unione. Gestire insieme le risorse che erano alla base del riarmo ha consentito di impedire nuovi conflitti. 

    La Fondazione Bourse&Bazaar – un think tank con sede a Londra specializzato in diplomazia economica – ha proposto il 10 luglio scorso un’iniziativa simile per il conflitto nel Golfo persico. L’idea è quella di non escludere l’Iran dal controllo dello Stretto di Hormuz, bensì di coinvolgerlo attraverso un’istituzione già esistente: la «Regional Organization for the Protection of the Marine Environment» (ROPME), attiva dal 1978 e di cui fanno parte tutti gli otto Stati che si affacciano sul Golfo Persico. L’estensione del mandato di questa organizzazione dalla tutela ambientale alla sicurezza regionale potrebbe essere finanziata attraverso la tassa sul transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, proprio come richiesto ora dall’Iran.L’idea mette insieme la richiesta di Teheran di un rinnovato riconoscimento della sovranità del Paese e l’esigenza dei sei paesi filo-occidentali membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) di garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto. Dare a quest’organizzazione regionale – la ROPME – l’autorità di gestire il flusso di navi nel Golfo potrebbe consolidare gli elementi di cooperazione già esistenti e ridurre le tensioni che hanno portato alla ripresa della guerra. Per legrandi petroliere si tratterebbe di una tassa di entità limitata, che consentirebbe di consolidare un’istituzione regionale che diventerebbe una sede di confronto e dialogo tra le parti in conflitto. E i paesi avversari dell’Iran hanno la loro organizzazione – il Consiglio di Cooperazione del Golfo – in cui possono sviluppare le proposte da discutere poi con Teheran all’interno della ROPME.

    Possiamo promuovere in Europa un’iniziativa analoga per far finire la guerra in Ucraina? Al centro del conflitto in Ucraina c’è la contesa sulla regione del Donbass, per cui si dovrà immaginare, almeno temporaneamente, uno status di neutralità. Dopo quattro anni di guerra aperta e dieci di tensioni, è arrivato il momento di aprire un dialogo. Chi potrebbe negoziare e gestire sul piano istituzionale una soluzione del conflitto?Anche in Europa esiste da anni un’organizzazione di cui fanno parte tutti gli Stati europei, compresa la Russia: l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con sede a Vienna. L’OSCE prende decisioni all’unanimità, anche la Russia deve quindi approvarle. E analogamente al CCG per il Golfo persico, anche in Europa esiste una organismo i cui i paesi occidentali possono concordare le posizioni da portare poi in sede di OSCE: la Comunità Politica Europea, istituita da Macron nel 2022, che si è già riunita quattro volte e in cui Russia e Bielorussia non sono rappresentate. Dal punto di vista politico, la Comunità Politica Europea non rappresenta una novità. Tra il1970 al 1992 i paesi dell’Europa occidentale si riunivano nella Cooperazione Politica Europea per coordinare la propria politica estera. Erano i tempi del processo di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), che ha reso possibile la distensione nell’ultima fase del confronto tra i blocchi, e la Cooperazione Politica Europea è stata uno strumento di rilievo i quel percorso.

    Per di più, sulla questione ucraina, nel periodo 2014-2015 l’OSCE ha svolto un ruolo importante nella definizione degli accordi di Minsk I e II per la soluzione del conflitto nel Donbass; gli aspetti di sicurezza, tuttavia, non sono stati integrati da accordi più ampi di cooperazione politica ed economica; le parti in conflitto non hanno rispettato gli accordi e le tensioni si sono ulteriormente inasprite, sfociando nell’invasione russa del 2022.

    Come per il carbone e l’acciaio del dopoguerra europeo, la soluzione ai conflitti per lo stretto di Hormuz e il Donbass può passare per un’istituzione in cui tutte le parti siano coinvolte. Ammesso però che ci sia la volontà politica e pressioni diplomatiche internazionali, anche da parte dell’Unione Europea e dell’Italia. Una richiesta in questa direzione era venuta dalla Lettera aperta all’Europa di un gruppo di intellettuali del maggio 2024 – tra cui Luciana Castellina, Peter Brandt, Carlo Rovelli, Wolfgang Streeck – che chiedeva alla Ue di impegnarsi per negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Il testo era stato pubblicato dal Corriere della Sera e da giornali di molti paesi (https://sbilanciamoci.info/ucraina-russia-negoziare-adesso/). Di fronte alla prospettiva di altri anni – nel Golfo persico come in Ucraina – di attacchi devastanti con droni e missili, questa può essere una via per la pace.

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    Francisco Solar Dominguez, Joaquín García Chancks: Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega

    28 Luglio 2026 ore 11:27
    Francisco Solar, Joaquín García: Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega di Francisco Solar e Joaquín García È stato…

    Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026)

    28 Luglio 2026 ore 11:06
    Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026) Gravi scontri tra civili, militari e forze dell’ordine…

    Chiamata per un Agosto Nero in memoria degli anarchici Luciano Balboa (Lupi), Luciano Pitronello (Tortuga) e Belén Navarrete Tapia

    28 Luglio 2026 ore 10:27
    Chiamata per un Agosto Nero in memoria degli anarchici Luciano Balboa (Lupi), Luciano Pitronello (Tortuga) e Belén Navarrete Tapia [Stato cileno] Chiamata per un agosto nero in memoria dei compagni…

    Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”.

    28 Luglio 2026 ore 16:00

    Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili. Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare. Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo. Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle [...]

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    In difesa del Servizio Civile. Il Movimento Nonviolento al Senato

    28 Luglio 2026 ore 13:01

    Oggi il MN, rappresentato da Daniele Quilli, è in audizione al Senato in merito al disegno di legge n. 1953 che affianca, nello stesso provvedimento, il riordino delle politiche giovanili e la revisione della normativa sul Servizio civile universale Di seguito riportiamo l'intervento: "Grazie per l’invito e per questa occasione di confronto Intervengo in rappresentanza [...]

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    Dal reggae roots alle nuove tendenze giamaicane: torna il Rototom

    27 Luglio 2026 ore 10:30
    Dal 16 al 22 agosto Benicàssim (Spagna) ospita la 31ª edizione del Rototom Sunsplash, che quest’anno, con il motto “The place to be”, si conferma il più importante festival europeo dedicato alla musica reggae dal 1994. Sette giorni intensi che vanno ben oltre la musica: su un’area di oltre 130mila mq, il pubblico potrà vivere un’esperienza completa tra aree tematiche, …

    Come il Trumpismo cambia l’economia

    Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società. 

    Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.

    1. 1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes. 

    Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato. 

    La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.

    Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata. 

    La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.

    1. 2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.

    Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.

    I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”. 

    Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.

    La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.

    Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.

    È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.

    Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.

    L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”. 

    Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.

    Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.

    1. 3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.

    Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema. 

    Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.

    La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.

    Introducendo la terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta. 

    Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.

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    La “pastaflora” di canapa: tradizione culinaria che unisce

    25 Luglio 2026 ore 19:50
    Con diverse varianti per il ripieno e con un’origine meticcia, la “pastaflora” fa parte della storia gastronomica argentina da decenni.  Non ha bisogno di presentazioni perché è un classico della pasticceria rioplatense. Senza dubbio, raccoglie più appassionati che detrattori. È molto difficile che non sia sugli scaffali di qualsiasi pasticceria o panetteria argentina. Sono disponibili …

    MIL€X: l’aumento della spesa militare è strutturale. Si spende sempre di più. Il Parlamento lo sa? Vogliamo trasparenza e controllo democratico

    23 Luglio 2026 ore 17:15

    Comunicato Stampa Il documento dell'Osservatorio MIL€X, in collaborazione con il Movimento Nonviolento Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035 Presentato alla Camera l’Annuario Mil€x 2026: le serie pluriennali dal 2010, gli scenari futuri e i dati a consuntivo dimostrano che l’aumento della spesa militare [...]

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    Hamer: uno contro tutti!

    23 Luglio 2026 ore 14:32
    Il grandissimo dottor Ryke Geerd Hamer (1935-2017) ha cercato più volte di praticare la Medicina Germanica in cliniche private.Quando si è esiliato in Norvegia, lo ha fatto con il desiderio di promuovere la propria medicina in un Paese presumibilmente più libero.Per questo motivo ha chiesto l'autorizzazione all'associazione medica, che gli è stata negata, mentre la ...continua a leggere "Hamer: uno contro tutti!"

    Pronto l’annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane

    23 Luglio 2026 ore 11:34

    Oggi, giovedì 23 luglio alle 16.00, verrà presentato a Montecitorio l'annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane. Segui lo streaming in diretta tramite WebTV della Camera dei Deputati A breve, anche sul nostro sito, tutti i dati. E' possibile sostenere il lavoro dell'Osservatorio MIL€X con delle donazione: QUI L'operato dell'Osservatorio MIL€X è sostenuto dal Movimento [...]

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    IA e colonialismo dei dati

    “Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

          Dino Buzzati, Il grande ritratto

    Informatiche del dominio

    La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta. 

    Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

    L’IA si distingue in due principali tipologie: generativa e discriminativa. Quest’ultima è incentrata su compiti di classificazione e previsione statistica mentre quella generativa è decisamente più complessa poiché prevede che si possano realizzare contenuti originali, quali testo, foto, musica, audio e video sulla base di modelli di apprendimento automatico addestrati a questo scopo. In risposta a precise richieste, i cosiddetti prompt, la macchina fornisce altrettanto precise risposte, o quanto più precise possibili, basandosi su set di dati di enormi dimensioni per comprendere, riassumere e produrre nuovi contenuti. Maggiore la quantità di dati a disposizione, maggiori le possibilità che l’elaborazione dell’IA sia efficace su ogni questione riguardante lo scibile umano. 

    Spesso è stato detto che i dati sono il nuovo petrolio, carburante che alimenta questi oracoli al silicio virtuosi e dottissimi, riflesso sempre più abbagliante di ciò che sta al di là dello schermo. Eppure, i dati non sono presenti in natura, bisogna appropriarsene dopo averli strutturati e resi tali; impadronirsene ed elaborarli significa costruire “relazioni di dati” che assicurano la conversione quasi spontanea della vita quotidiana in una corrente continua di informazioni. Il risultato è ineluttabile: un nuovo ordine sociale fondato su un monitoraggio costante, che offre incalcolabili opportunità per la selezione e l’influenza comportamentale

    Le “relazioni di dati”, tuttavia, sono sottoposte anche ad un rinnovato colonialismo, mettendo “a profitto” gli stessi esseri umani che ne facilitano la strutturazione interagendo con i loro dispositivi – computer, tablet, telefoni, smartwatch e via dicendo –, proprio come il colonialismo europeo si è appropriato, lungo un arco di alcuni secoli, di territori e risorse d’oltremare per ricavarne favolosi guadagni. 

    Il “colonialismo dei dati”, neologismo coniato per indicare questo recente processo di espropriazione, combina pratiche predatorie tipiche del colonialismo storico, utilizzando metodi di quantificazione del calcolo per mezzo di algoritmi. Non si tratta più, come un tempo, di occupare nuove terre e sottomettere le popolazioni native per allargare i confini metropolitani e rendere più ricca la propria nazione; piuttosto, di invadere gli spazi virtuali di Internet, per farli diventare veri e propri siti di sfruttamento, geografie immateriali nelle quali esercitare un potere “digitale-territoriale”.

    I dati sono, dunque, una forma di appropriazione fondamentale di risorse. In questo caso, però, non si tratta semplicemente di impossessarsi di materie prime allo stato naturale, come poteva accadere con l’argento delle miniere del Sud America, il cotone delle piantagioni schiaviste degli Stati Uniti o la gomma del Congo belga. É la vita, adesso, che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali; i dati sui comportamenti o sulle caratteristiche di un individuo si combinano con i dati relativi a quelli di altri individui collegati in Rete per dare origine a connessioni “informazionali” tra punti prestabiliti che le piattaforme digitali intendono governare. Principali protagoniste del “colonialismo dei dati” sono le grandi aziende, che oggi conosciamo con l’appellativo di Big Tech, coinvolte nell’incetta di atti sociali quotidiani, tramutati poi in dati quantificabili che vengono analizzati e conservati per creare profitti: Amazon, Google, Apple, Meta con Facebook, Instagram e Whatsapp, ma anche, in Cina, Baidu, Alibaba, Tencent.

    Stiamo assistendo, in buona sostanza, ad una riorganizzazione della comunità umana tramite un’ampia trasformazione dei rapporti sociali. La recentissima tecnologia informatica, grazie all’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che incarna – con particolare riferimento alle infrastrutture digitali innervate dalle IA algoritmiche – sta approntando giorno dopo giorno un nuovo tipo di società “tradotta” in un flusso di dati che sarà continuamente monitorato, catturato e ordinato per valore. 

    Ora, rappresentando noi stessi quella società, ne consegue, irrimediabilmente, che ne sta andando della nostra esistenza personale e della nostra identità. Il nostro stesso “sé” risulta compromesso e veniamo indebitamente “espropriati” come collettività e come individualità nel medesimo momento. Il “colonialismo dei dati” tramuta la nostra vita in un costrutto sociale virtuale, ormai maturo per la mercificazione. 

    I pregiudizi degli algoritmi

    Riproposizione, in qualche misura, della vecchia colonial mind, l’IA generativa sembra perpetuare stereotipi che amplificano i preconcetti sul genere e sulle etnie, forse mettendo perfino in pericolo l’incolumità delle persone. 

    Interessante e drammatica la testimonianza di Joy Buolamwini dalle pagine del Time nel 2019. Scienziata, attivista e fondatrice dell’Algorithmic Justice League, Buolamwini scrive: “Le macchine possono discriminare in modo dannoso. L’ho sperimentato in prima persona, quando ero una studentessa laureata al MIT nel 2015 e ho scoperto che alcuni software di analisi facciale non potevano rilevare il mio viso dalla pelle scura fino a quando non ho indossato una maschera bianca. Questi sistemi sono spesso addestrati su immagini di uomini prevalentemente dalla pelle chiara”.

    Le IA vengono istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale ad ogni livello. Questo significa che l’IA propone modelli di interpretazione della realtà ingannevoli e fortemente orientati a privilegiare i bianchi e la loro cultura. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare. Vengono   fabbricati veri e propri cliché improntati al più schietto razzismo: le donne asiatiche sono iper-sessualizzate; le africane e gli africani vengono per lo più rappresentati come primitivi, al contrario degli europei che appaiono solidamente evoluti; i leaders appartengono sempre al sesso maschile e i detenuti nella maggioranza dei casi sono persone di colore. Esempi eclatanti di colonizzazione algoritmica li ritroviamo in Sud Africa o in Indonesia, dove si sperimentano modelli di sorveglianza digitale utili all’industria globale del controllo per esportare quelle tecnologie altrove, vendendole in tutto il mondo.  

    Il “colonialismo dei dati” nutre sé stesso divorando senza sosta informazioni con modalità che possono apparire scontate e quel che è peggio neutrali, allo scopo di promuovere, ci viene ripetuto ossessivamente, indiscutibili miglioramenti favoriti dall’uso di tecnologie che sembrano davvero miracolose e alla portata di tutti e non, invece, persistenti tentativi di coercizione dello sviluppo umano. 

    Ma non è soltanto questione di Big data o di piattaforme concepite per impiegarne lo straordinario potenziale. La materialità dell’IA, un elemento che non dobbiamo trascurare e su cui vale la pena riflettere, ci racconta un’altra storia, fatta di corpi e terre rare: basti pensare soltanto al litio senza il quale non funzionerebbero le batterie dei nostri cellulari oppure al lavoro in condizione quasi servile di coloro che “ripuliscono” i pacchetti di dati per eliminarne i contenuti cruenti, pornografici o particolarmente sgradevoli, la cosiddetta “etichettatura”, facendo sì che l’IA non sia in grado di proporli in risposta a una delle tante domande che le vengono formulate sugli argomenti più disparati e l’utente finale non li riceva. Sottopagati e traumatizzati da ciò che vedono e sentono con conseguenze dirette sulla loro salute mentale, i data cleaners, principalmente del Sud globale (l’insieme dei Paesi in via di sviluppo collocati perlopiù nell’emisfero meridionale), conducono un’attività “fantasma”, occultata a sguardi indiscreti, di cui i consumatori occidentali non hanno nemmeno lontanamente conoscenza.

    L’Impero dell’IA, se così possiamo definirlo, è ben più tangibile di quanto si possa credere mentre, per altro verso, siamo sedotti dallo spettacolo del digitale che ci promette scenografie maestose e pirotecniche: basterà, a questo proposito, citare gli archivi di informazioni depositati nei potenti server, unità fisiche di cui si evita il surriscaldamento con appositi circuiti di raffreddamento ad acqua, conservati in molte aree del pianeta con maggior concentrazione negli Stati Uniti, che vengono alimentate da semplice energia elettrica, al pari di ciò che accade per una qualsiasi lampadina.

    Nel labirinto irrequieto di Internet, pieno di intense suggestioni ma al tempo stesso di molti anfratti oscuri, il Minotauro aspetta un Teseo che liberi i prigionieri dalle loro catene virtuali. Probabilmente noi tutte e noi tutti.

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    Giornate di mobilitazione a 25 anni dal G8 2001 a Genova (Genova, 25-26 luglio 2026)

    21 Luglio 2026 ore 15:40
    Giornate di mobilitazione a 25 anni dal G8 2001 a Genova (Genova, 25-26 luglio 2026) Sabato 25 Ore 11.30 Apertura della Manifestazione in Piazza De Ferrari, Largo Sandro Pertini. Distro,…

    Aggiornamento sugli arrestati del 16 giugno. Revocate le misure cautelari per otto di loro

    13 Luglio 2026 ore 14:53
    Aggiornamento sugli arrestati del 16 giugno. Revocate le misure cautelari per otto di loro Apprendiamo che, in seguito all’udienza presso il Tribunale del Riesame, sono state revocate le misure cautelari…

    Revolutionary anarchist Alfredo Cospito remains under 41-bis prison regime, defense appeal rejected (Italy, July 1, 2026)

    9 Luglio 2026 ore 17:04
    Revolutionary anarchist Alfredo Cospito remains under 41-bis prison regime, defense appeal rejected (Italy, July 1, 2026) On July 1st, 2026, the outcome of the June 12th hearing has been announced.…

    L’anarchico rivoluzionario Alfredo Cospito resta in regime 41-bis, respinto il ricorso della difesa (1º luglio 2026)

    9 Luglio 2026 ore 16:56
    L’anarchico rivoluzionario Alfredo Cospito resta in regime 41-bis, respinto il ricorso della difesa (1º luglio 2026) Il 1º luglio 2026 è stato reso noto l’esito dell’udienza del 12 giugno scorso.…

    Aggiornamento degli indirizzi degli arrestati a seguito dell’operazione repressiva del 16 giugno e dei conseguenti trasferimenti nelle diverse strutture carcerarie

    9 Luglio 2026 ore 15:15
    Aggiornamento degli indirizzi degli arrestati a seguito dell’operazione repressiva del 16 giugno e dei conseguenti trasferimenti nelle diverse strutture carcerarie Di seguito, gli indirizzi aggiornati di coloro che sono stati…

    MEK e Sionismo, come l’Albania rischia di diventare la seconda Israele

    24 Giugno 2026 ore 19:03

      Di Alireza Niknam   Negli ultimi anni, il nome dell’Albania è stato citato più che mai in relazione a progetti e attori stranieri. Questo piccolo Paese dei Balcani, che un tempo cercava di presentarsi come modello di stabilità e sviluppo nell’Europa sud-orientale, si trova ora a dover affrontare seri interrogativi riguardo alla propria autonomia […]

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    Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra

    24 Giugno 2026 ore 12:03

        Pensavo di sapere cosa fosse la sofferenza, finché non l’ho vissuta davvero. Quello che ho scoperto era diverso, strano e doloroso. Com’è curioso il dolore. Nonostante la sua amarezza, nonostante il nostro desiderio di starne lontani quanto l’oriente è lontano dall’occidente, quando arriva c’è in esso una certa dolcezza. Sì, dolcezza. Per molto […]

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    Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

    24 Giugno 2026 ore 08:03

      Di ConiareRivolta.org   Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale […]

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    Addio a Vito Monaco, i funerali ad Abano Terme il 27 Giugno

    24 Giugno 2026 ore 07:03

      La Redazione di ComeDonChisciotte.org esprime le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici e ai colleghi del giornalista Vito Monaco, scomparso all’età di 81 anni. Monaco era volto notissimo dell’emittente tv Canale Italia.   I funerali si terranno sabato 27 giugno alle 9.30 nel Duomo di Abano Terme.       

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    Pillole: non ti sei ammalato. Sei stato arruolato

    26 Giugno 2026 ore 19:03

      Di Joshua Stylman   Pillole per svegliarsi, pillole per dormire Pillole, pillole, pillole ogni giorno della settimana Pillole per camminare, pillole per pensare Pillole, pillole, pillole per la famiglia – St. Vincent   Il mondo sta impazzendo, o è solo che tutti prendono qualcosa? Mi guardo intorno e, sinceramente, non riesco più a capirlo. […]

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    La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

    26 Giugno 2026 ore 12:03

      Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org “Britannia rules the waves” di Nicholas Habbe: Britannia – armata di lancia, elmo e scudo in rilievo con le armi reali britanniche – è seduta in una quadriga insieme a Nettuno, armata del suo tridente. Mentre l’Europa assiste all’ennesima escalation del confronto tra NATO e Russia, una domanda continua […]

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    Prof. Andrea Zhok: “La cancellazione dei confini nazionali è funzionale ai grandi interessi finanziari”

    26 Giugno 2026 ore 08:03

        Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank  Furedi,  professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte […]

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    Stati Uniti-Iran: il cessate il fuoco di una guerra che Washington non può più sostenere

    25 Giugno 2026 ore 19:03

      Di Ali Ahmadi, The Cradle   L’accordo quadro che ha posto fine alla guerra del 2026 con l’Iran è stato interpretato dalla maggior parte di Washington come una concessione. I commentatori conservatori considerano il memorandum d’intesa (MoU) come una sorta di “ricompensa” concessa a un Paese che avrebbe dovuto essere lasciato a fare i […]

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    La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso

    25 Giugno 2026 ore 12:03

      Di Guido Cappelli   Le ultime elezioni politiche, nell’ormai lontano settembre 2022, videro la partecipazione di ben tre liste che erano espressione, in varia misura, di quell’“area del dissenso” nata e cresciuta al calor delle lotte con la follia pandemica e il mostruoso dispositivo autorizzatorio noto come green pass‒ un vulnusalla libertà civile e […]

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    Alcuni problemi con la posta / Issues with email accounts

    di: ale
    12 Giugno 2026 ore 12:11

    [ITA] Un recente (circa 10 giorni fa) aggiornamento dei nostri servizi di posta pare stia causando dei problemi con alcuni account, in combinazione con Thunderbird. I sintomi variano: non si vede più l’elenco dei folder, oppure lo si vede, ma non compaiono i messaggi nuovi – può sembrare che non stiate più ricevendo posta.

    La posta sta venendo consegnata regolarmente! Il problema è nell’interazione con i client. I messaggi nuovi si possono vedere, per esempio, utilizzando la webmail.

    Stiamo indagando per risolvere il problema.

    [ENG] It appears that a recent (about 10 days ago) major upgrade of our email systems is causing some issues to a subset of users, primarily when using Thunderbird as their email client. Symptoms vary: TB might stop showing the list of folders, or perhaps it will show it, but then the INBOX folder will not display new messages. It might look like you’re no longer receiving any email.

    Email is being delivered without issues! The problem is with the client. You can, for example, access new messages by using the webmail.

    We’re investigating to attempt to resolve this issue.

    AGGIORNAMENTO / UPDATE

    [ITA] Si può temporaneamente aggirare il problema, per chi usa Thunderbird, disabilitando la compressione IMAP (RFC 4978) andando nelle impostazioni avanzate ed impostando la variabile mail.server.default.use_compress_deflate a false.

    [ENG] It is possible to temporarily work around the issue for Thunderbird users, by going into the advanced settings, looking for the mail.server.default.use_compress_deflate variable, and setting it to false.

    AGGIORNAMENTO 2 / UPDATE 2

    [ITA] Dovremmo essere riusciti a mitigare il problema lato server, nessuna modifica al client è più necessaria.

    [ENG] We think we have mitigated the issue server-side, so no client changes should be necessary anymore.

    Sostieni A/I anche quest’anno!!!

    di: nero
    30 Maggio 2026 ore 11:56

    Scavando nei meandri dei nostri archivi abbiamo ripescato questa fantastica produzione di ZeroCalcare per sostenere A/I. Ve la rigiriamo a distanza di più di 20 anni, ricordandovi che potete sostenerci in tanti modi, compreso il 5×1000!

    PS: rimanete sintonizzati perché all’hackmeeting tornano… LE MAGLIETTE (e le spillette pure, clamoroso!)!

    L’archiv((i))o di Indymedia Italia

    di: void
    20 Maggio 2026 ore 09:57

    Alcune storie possono essere raccontate, più o meno fedelmente, ma la memoria può giocare brutti scherzi. Nel caso di Indymedia Italia, https://italy.indymedia.org, è invece possibile, se pure con alcuni limiti, verificare direttamente – anche a distanza di 20 e più anni – i contenuti di un sito attivo dal 2001 al 2006, quando sospese la sua attività a favore di altri siti, locali e regionali, fino alla progressiva chiusura.

    Quella che trovate qui è una copia di archivio realizzata da noi nel 2021 in occasione del ventennale di Genova G8, quando fu allestita una installazione temporanea del sito.

    La piattaforma ha utilizzato due diversi software: Catalyst CMS dal 2001 al 2003, e SF-Active dal 2003 al 2006. La versione conservata qui è la seconda, quella basata su SF-Active e quindi l’aspetto grafico delle pagine è diverso da quello visibile durante le giornate del luglio 2001. L’archivio è navigabile ma statico: fotografa lo stato del sito nel 2006 e ovviamente non consente modifiche o pubblicazione di nuovi contenuti.

    Per la natura tecnologica di questo tipo di archivi questa è una copia incompleta, non sono archiviati e visitabili tutti i link verso risorse esterne e molte pagine o contenuti di esse potrebbero non essere visibili.

    È disponibile un motore di ricerca, che permette di ricercare i testi delle pagine, e filtrare per data.

    Ulteriormente stiamo curando una raccolta di pubblicazioni (libri, articoli di riviste, tesi, siti) che hanno indagato la storia, le pratiche e l’eredità politica di Indymedia.

    Il nostro collettivo aveva partecipato attivamente al progetto Indymedia, contribuendo alla sua crescita. La nostra attitudine — mutuata dalle sottoculture hacker e fondata sui principi di condivisione, apertura, valorizzazione delle differenze e desiderio di sperimentare tecniche e linguaggi — aveva reso possibile un radicale esperimento collettivo di autogestione.

    Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

    di: admin
    19 Aprile 2026 ore 23:01

    Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing The Price-to-Earnings (P/E) ratio serves as a fundamental tool for investors to assess a company’s valuation relative to its earnings. This ratio, pivotal in investment analysis, offers insights into a company’s stock value and potential future growth performance. What is the P/E Ratio? At its core, the […]

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    Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

    di: admin
    12 Aprile 2026 ore 23:00

    Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio The Price-to-Earnings (P/E) ratio serves as an essential tool for investors who wish to evaluate the valuation of a company concerning its earnings. It is particularly useful for identifying whether a stock may be overvalued, undervalued, or fairly valued in comparison to its peers and historical standards. Definition of P/E […]

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    Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

    di: admin
    5 Aprile 2026 ore 23:00

    Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio The Price-to-Earnings (P/E) Ratio serves as an indispensable valuation metric in the sphere of stock investing. It offers investors an intimate glimpse into a company’s valuation relative to its actual earnings, providing a critical tool for determining whether a stock is overvalued, undervalued, or accurately valued, especially in relation to […]

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    How to Analyze a Company’s Financial Statements

    di: admin
    29 Marzo 2026 ore 23:00

    Overview of Financial Statements Understanding a company’s financial statements is crucial for making informed investment and business decisions. These documents provide a comprehensive record of the company’s financial activities and position, serving as fundamental tools for evaluating its economic health. The primary financial statements include the balance sheet, income statement, and cash flow statement. Each […]

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    Best Strategies for Investing in Blue-Chip Stocks

    di: admin
    22 Marzo 2026 ore 22:00

    Understanding Blue-Chip Stocks Blue-chip stocks are shares of established companies known for their solid financial performance and market presence. These companies often lead their respective industries, making their stocks attractive for investors seeking stability and reliable returns. By understanding what constitutes a blue-chip stock and implementing effective investment strategies, investors can enhance their portfolios and […]

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    How to Invest in IPOs (Initial Public Offerings)

    di: admin
    15 Marzo 2026 ore 22:00

    Understanding IPOs An Initial Public Offering (IPO) is the significant undertaking by which a private company transitions into a public entity by offering its shares to the public for the first time. This process is crucial for companies as it provides an opportunity to raise capital needed to finance business expansion, settle debts, or allow […]

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    Contrarian Investing: Profiting by Going Against the Crowd

    di: admin
    8 Marzo 2026 ore 22:00

    Understanding Contrarian Investing Contrarian investing is an investment strategy that involves taking positions contrary to prevailing market trends. The fundamental idea is to buy when others are selling and sell when others are buying. This approach relies on the principle that markets and investors can sometimes overreact to news and events, thereby creating opportunities for […]

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    Problema hardware / Hardware issue

    di: ale
    8 Marzo 2026 ore 09:16

    [IT] Stiamo avendo dei problemi hardware con uno dei server di posta stamattina, attendiamo aggiornamenti dal provider.

    AGGIORNAMENTO: tutto è tornato a posto.

    [EN] We’re having some hardware issues with one of the email servers today. We’re waiting for updates and an ETA from the provider.

    UPDATE: all services are back now.

    Sector Investing: How to Invest in Different Industries

    di: admin
    1 Marzo 2026 ore 22:01

    Understanding Sector Investing Sector investing entails the strategic allocation of investment capital across distinct segments of the economy. Each sector forms a unique category of business activities, including but not limited to technology, healthcare, and finance. By comprehending the intricacies of investing in these diverse industries, investors can craft portfolios that align with the specific […]

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    Momentum Investing: Riding the Trend in Stock Markets

    di: admin
    22 Febbraio 2026 ore 22:00

    Understanding Momentum Investing Momentum investing is an intriguing strategy in the financial world that tries to leverage the persistence of certain existing trends in the stock market. Essentially, it is about jumping onto a moving train, assuming that train will continue its journey along the same tracks. Investors who engage in momentum investing usually purchase […]

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    Dividend Investing: How to Earn Passive Income from Stocks

    di: admin
    15 Febbraio 2026 ore 22:00

    Understanding Dividend Investing Dividend investing is a strategy focused on earning passive income through regular payments from owning stocks in particular companies. Investors who choose this method benefit from the dual prospects of income generation and potential capital appreciation. What Are Dividends? Dividends are portions of a company’s earnings distributed to shareholders. Typically, these payments […]

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    Corteo per gli spazi sociali -Torino 31 gennaio

    di: tilde
    31 Gennaio 2026 ore 14:39

    Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali”

    Torino è Partigiana! e sta scendendo in piazza in questo momento con una moltitudine di altri collettivi da tutta Italia per rivendicare insieme che i centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad esistere come mezzo a disposizione di tutt* per continuare ad organizzarsi e costruire comunità antifasciste.

    https://infoaut.org/divise-e-potere/piattaforma-verso-la-manifestazione-nazionale-del-31-gennaio-a-torino

    Per chi non può esserci di persona può seguire gli interventi sulla diretta di RadioBlackOut dai cortei: https://radioblackout.org/2026/01/diretta-dal-corteo-nazionale-torino-e-partigiana/

    China’s Posture After Venezuela: Accelerated De-Dollarisation and Conflict Preparation

    di: admin
    26 Gennaio 2026 ore 21:12

    The US operation in Venezuela on 3 January 2026 marked a turning point in Chinese strategy towards Washington. Beijing interpreted the failure of Chinese-manufactured JY-27A radars to detect F-35s and…

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    Newsletter Autistici/Inventati 01-2026

    11 Gennaio 2026 ore 20:08

    ++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
    Newsletter Autistici/Inventati – gennaio 2026
    ++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
    [English version below]

    Siamo arrivati a un quarto di secolo di vita (25 ANNI!) e Autistici/Inventati esiste e Resiste ancora!

    Se usi i nostri servizi, magari vuoi sapere che cosa fanno gli esseri umani dietro questa piattaforma tecnologica (che non sta in piedi per magia).

    Ecco alcune delle cose che abbiamo fatto quest’anno:

    # INFRA

    * infrastruttura potenziata

    L’infrastruttura di A/I si e’ potenziata aggiungendo due nuovi server moderni per gestire tutta la parte web, garantendo piu’ spazio e migliore performance: questi ultimi due server usano solo memorie a stato solido (SSD), quindi addio ai vecchi hard disk piu’ lenti, piu’ energivori, piu’ rumorosi e piu’ fragili, sicuramente i siti web e noblogs ne gioveranno, ma anche tu!


    # EMAIL

    * Thunderbird su telefoni

    Le mail su telefono e la loro configurazione automatica sono state una rogna che per un po’ di tempo ci ha fatto penare. Ora abbiamo finalmente identificato e risolto il problema, e da adesso in poi l’autoconfigurazione di app sul telefono come Thunderbird e K9 sara’ molto piu’ semplice! Fateci sapere come va, intanto per usare la nostra mail sul telefono bastera’ fare login con il vostro account e da pannello cliccare su “Setup on Mobile”. Ad aspettarvi troverete un comodo QR code da scansionare nel vostro pannello utente dove dovrete solo aggiungere la vostra password.


    # NOBLOGS

    * statistiche

    Abbiamo rinnovato il sistema di statistiche, parole chiave: anonimato e chiarezza
    In pratica Noblogs si e’ rinnovato ed abbiamo deciso di riscrivere il sistema di analisi delle visite, per cui ora le statistiche di uso di quali persone e quali bot visitano il sito sono disponibili nella bacheca di amministrazione nella sezione “Analytics”.

    Per maggiori informazioni leggere https://cavallette.noblogs.org/2025/02/9949


    * form di contatti

    Abbiamo aggiunto un nuovo form di contatto cifrato per noblogs (in rodaggio).

    Qualche mese fa un collettivo ci ha contattato proponendoci un nuovo plugin per noblogs, sviluppato da loro, che permette di contattare i responsabili del blog in maniera sicura e confidenziale. Questo plugin crea un form in grado di inviare messaggi crittati usando PGP. Visto che il plugin precedente aveva qualche problema e non era piu’ sviluppato abbiamo deciso di adottare questa nuova soluzione. Ora abbiamo un nuovo plugin su noblogs, ed inoltre ci fa molto piacere stringere collaborazioni di questo tipo con persone affini al progetto. Fateci sapere se vi piace, il nuovo sistema di form si trova nella sezione plugins e si chiama “Contact Form”.


    * docs e search

    Sempre riguardo noblogs, abbiamo scritto una serie di articoli/guide su alcune questioni ricorrenti che ci vengono poste da chi amministra i blog, li trovate qui’:
    https://docs.noblogs.org/


    e stiamo facendo esperimenti con un nuovo sistema di ricerca dei contenuti (in fase di test):

    https://search.noblogs.org


    # SPAM

    Nonostante l’antispam riconosca la maggior parte dei tentativi di phishing, puo’ capitare che riceviate messaggi all’apparenza provenienti da noi che vi chiedono di entrare nel vostro account per qualche motivo.
    Ricordiamo che noi non mandiamo mai messaggi contenenti link HTML da cliccare, che tutte le nostre comunicazioni ufficiali sono sempre firmate con GPG, in duplice lingua italiano e inglese.
    Inoltre se non avete certezza di disservizi sappiate che comunichiamo sempre anche sul nostro blog https://cavallette.noblogs.org
    In generale cliccare su link contenuti all’interno di messaggi di posta elettronica e’ uno dei modi migliori per farsi rubare dettagli personali come le password.


    # NO PASSWORD?

    * il gatto, questo sconosciuto

    Capita regolarmente che utenti si dimentichino la password e anche la risposta alla domanda del gatto (il meccanismo per il recupero dell’account). Vogliamo qui ricordarvi l’importanza del gatto: se dimenticate la password del vostro account (o se non la sapete proprio perche’ l’avete salvata sul cellulare e non la digitate mai e poi il cellulare si rompe), l’unico modo che avete per tornare in possesso della mail e’ rispondere alla domanda di riserva che avete impostato (che noi chiamiamo domanda del gatto). Quindi e’ fondamentale che questa risposta voi la sappiate, anche se e’ una domanda che avete impostato 10 anni fa.
    Vi invitiamo quindi a verificare se la ricordate o a reimpostarla, qui alcuni suggerimenti, la domanda/risposta deve essere semplice e indimenticabile:
    – “il nome del mio primo gatto” (sempre che non l’abbiate scritto pubblicamente online!)
    – “la canzone (o poesia, o libro) preferita di quanto eri adolescente scritto tutto minuscolo e con gli spazi” (in modo che sappiate che sia “cocco e drilli” e non “CoccoEDrilli”
    – “il nome della montagna che vedevi dalla finestra del bagno nella casa dello zio luigi”
    – “il soprannome con cui mi chiamava nonna Adelaide”
    insomma, cose magari relative a quando eravate giovani, che solo voi sapete e che non dimenticherete finche’ campate.
    Esempi che vanno meno bene:
    – “il mio numero di telefono” (probabilmente associabile con facilita’)
    – “il cognome da nubile della bisnonna materna” (qualcuno che vi conosce o che indaga su di voi potrebbe saperlo).
    Se la dimenticate non possiamo fare reset, ci dispiace ma avete perso quell’account.
    Poi la vita continua, nel caso ci chiederete un account nuovo.


    # RISORSE

    Come ogni anno battiamo cassa perche’ resistiamo anche grazie alle vostre donazioni che ci permettono di pagare le bollette dei server e le altre spese, che in totale ammontano a circa 20000EUR l’anno. Finche’ continuerete a sostenerci noi potremo dedicarci a migliore l’infrastruttura, a mantenere sicure le vostre comunicazioni e a fornire strumenti digitali a supporto delle vostre vite e delle vostre lotte.


    Se vuoi contribuire anche tu con quello che riesci vai su: https://www.autistici.org/donate


    Restiamo umani
    GRAZIE MILLE DI CUORE! Buon 2026!
    un abbraccio
    A/I

    +++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
    Collettivo Autistici/Inventati
    https://www.autistici.org
    blog: https://cavallette.noblogs.org
    donazioni: https://www.autistici.org/donate
    aiuto: help@autistici.org
    +++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++



    We have reached a quarter of a century (25 YEARS) and Autistici/Inventati is still going strong!

    If you use our services, you may want to know what the human beings behind this technological platform actually do (hint: it doesn’t run on magic).

    Here’s what we’ve done this year:

    # INFRASTRUCTURE

    * Upgraded the Infrastructure

    The A/I infrastructure has been upgraded with the addition of two new modern servers to manage the entire web side, ensuring more space and better performance. These two servers use only solid state drives, so say goodbye to the old, slower, more energy-intensive, noisier, and more fragile hard disks. Websites and Noblogs will certainly benefit, and so will you!


    * Email on Phones

    Email on phones and automatic configuration have been causing us problems for some time. We have now finally identified and resolved the issue. From now on, the auto-configuration of apps on your phone such as Thunderbird and K9 will be much easier! Let us know how it goes. In the meantime, to use our email on your phone, simply log in with your account and click on “Setup on Mobile” in the panel. You will find a convenient QR code to scan in your user panel, where you will only need to add your password.


    # NOBLOGS

    * Statistics

    We have revamped the statistics system. Our focus: anonymity and clarity.
    In practice, Noblogs has been refreshed and we have decided to rewrite the visit analytics system. Now statistics on which people and bots visit the site are available in the user panel under the “Analytics” section. For more information, read https://cavallette.noblogs.org/2025/02/9949


    * Contact Form

    A new encrypted contact form for noblogs is currently being tested.

    A few months ago a collective contacted us proposing a new plugin for noblogs, developed by them, that allows to contact the managers of the blog in a safe and confidential manner. This plugin creates a form that can send encrypted messages using PGP. Since the previous plugin had some problems and it was no longer developed we decided to adopt this new solution. Now we have a new plugin on noblogs, and also we are very pleased to tighten collaborations of this type with people related to the project. Let us know if you like, the new form system is located in the plugins section and is called “Contact Form”.


    * Docs and Search

    Still on the subject of noblogs, we have written a series of articles/guides on some recurring questions that we are asked by blog administrators. You can find them here:
    https://docs.noblogs.org/

    We are also experimenting with a new content search system (currently in the testing phase):

    https://search.noblogs.org


    # SPAM

    Although our anti-spam system recognizes most phishing attempts, you may receive messages that appear to come from us asking you to log into your account for some reason.
    Please note that we never send messages containing HTML links to click on, and that all our official communication, in both Italian and English, is always signed with GPG.
    Furthermore, if you are unsure about service disruptions, please note that we always communicate on our blog https://cavallette.noblogs.org
    In general, clicking on links contained in emails is one of the best ways to have your personal details, including passwords, stolen.


    # NO PASSWORD?

    * The Cat, This Stranger

    It often happens that users forget their password and even the answer to the cat question (our account recovery mechanism). We would like to remind you of the importance of the cat: if you forget your account password (or if you don’t know it because you saved it on your cell phone and never type it in, and then your cell phone breaks), the only way you can regain access to your email is by answering the recovery question you set (We call it The Cat’s question). Therefore, it is essential that you know this answer. Even if you set 10 years ago!
    We therefore invite you to check if you remember it or reset it. Here are some suggestions. The question/answer should be simple and unforgettable:
    – “the name of my first cat” (unless you wrote it online!)
    – “Your favorite song (or poem, or book) from when you were a teenager, written in lowercase letters and with spaces” (so that you know it’s “the pit and the pendulum” and not “ThePitAndThePendulum”)
    – “The name of the mountain you could see from the bathroom window in Uncle Luigi’s house”
    – “the nickname my grandmother Adelaide used to call me”
    In short, things that may be related to when you were young, that only you know and that you will never forget as long as you live.
    Examples that are less suitable:
    – “my phone number” (probably easy to guess)
    – “my maternal great-grandmother’s maiden name” (someone who knows you or is investigating you might know this).
    If you forget it, we can’t reset it. We’re sorry, but you’ve lost that account.
    Life will goes on,but you’ll have to ask us for a new one.


    # RESOURCES

    Like every year, we are asking for donations because we survive thanks to your contributions. These allow us to pay our server bills and other expenses, which total around €20,000 per year. As long as you continue to support us, we can focus on improving our infrastructure, keeping your communications secure, and providing digital tools to support your lives and struggles.


    If you as well want to contribute: https://www.autistici.org/donate


    Stay human.
    THANK YOU SO MUCH! Happy 2026!
    Hugs

    Riprendiamoci l’internet

    di: tilde
    17 Dicembre 2025 ore 18:15

    “Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per Agenzia X. https://agenziax.it/assalto-piattaforme
    Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi condivide una visione mondiale di “via d’uscita”. 

    O come dice lui nella sua newsletter:
        Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono liberarci.

    Se volete il libro è anche “in ascolto” a puntate sul Castopod di Kenobit stesso.
    https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme

    La soluzione comprende la convergenza e federazione di chi crea e legge contenuti sul protocollo Activity pub, e la presa di responsabilità del proprio hosting, da sole o in compagnia. Va bene, se non ne avete mai proprio sentito parlare, un introduzione all’argomento può essere questo video: https://videos.elenarossini.com/w/petiQESS6xH5B68Pysqfug

    Visto che le tecnologie federate ci piacciono, in quanto danno un potere di scelta alle persone, da uno dei nostri servizi è possibile integrarsi. Infatti da NoBlogs è possibile pubblicare sul Fediverso e partecipare a queste nuove reti sociali (opt-in), se ti interessa leggi qui e qui. Ugualmente è possibile rimanere “non-correlati”, fuori dal fediverso, e per entrambe le scelte:

    NoBlogs non conserva i Log di chi vi legge!

    Venezuela Oil: The Phantom Barrel That Feeds Financial Empire

    di: admin
    11 Gennaio 2026 ore 12:42

    At dawn on January 3, 2026, as Caracas awakened to the roar of explosions tearing through the darkness above the Fuerte Tiuna military complex, President Nicolás Maduro and his wife…

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    The Great Digital Partition: Two Empires and One Lie

    di: admin
    6 Gennaio 2026 ore 16:35

    On January twenty-third, 2026, yet another extension granted by a Trump administration that has transformed the TikTok question into a juridical farce will expire, where every deadline becomes negotiable as…

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    Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

    di: admin
    2 Gennaio 2026 ore 19:10

    The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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    💾

    Carrier Pigeons and Financial Cartels: How Banking Dynasties Decide Which Nations Can Afford to Fight

    di: admin
    29 Dicembre 2025 ore 12:56

    December 2025 delivered one of those declarations that typically belong to conspiracy theory territory, except this time it emanated directly from someone with every interest in maintaining silence: Dame Hannah…

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    The Doctrine of Primacy: When Identity Becomes Arsenal

    di: admin
    3 Dicembre 2025 ore 13:25

    Identity, which should serve as private refuge against the world’s indifference, periodically transforms into a weapon of war, and history proceeds in cycles where this metamorphosis repeats with minimal variations…

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    THE ARCHITECTURE OF SUBMISSION: DOGS OR WOLVES?

    di: admin
    2 Dicembre 2025 ore 19:53

    They want dogs, and they have been getting them for decades without even hiding it, building this civilization of surveillance with the obsessive meticulousness of the rancher who knows exactly…

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    Europe’s Geopolitical Irrelevance: Notes from the Margins of a Colony

    di: admin
    29 Novembre 2025 ore 12:01

    One could begin with a rhetorical question, but that would be a waste of time that nobody has any desire left to invest in useless formalities, because the answer is…

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    The superhuman factory: technocracy rewrites the code of existence

    di: admin
    10 Novembre 2025 ore 17:42

    There is no need to wait for a dystopian future, because that future is already operational in Californian laboratories where billionaires with more money than sense of restraint have decided…

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    come trasferire un dominio

    di: Unit
    19 Novembre 2025 ore 00:00

    Come trasferire un dominio

    • Controlla che tuo nome e contatto corrispondano su Registrar-1 e Registrar-2.
    • Registrar-1: Remove domain lock (deve esistere da +60 giorni).
    • Registrar-1: Ottieni il codice di trasferimento (auth-code o anche codice EPP).
    • Registrar-2: Avvia e paga la procedura di trasferimento. (eventualmente spunta il mantenimento della zona) - Aspetta …

    Server updates / Aggiornamenti server

    di: ale
    18 Novembre 2025 ore 13:39

    [IT] Dobbiamo fare della manutenzione straordinaria ad un server, quindi alcuni servizi (noblogs e siti web) saranno temporaneamente irraggiungibili per qualche ora nella serata di oggi 18 Nov.

    [EN] We need to perform some extraordinary maintenance of our servers. As a result, some services (noblogs and websites) will be temporarily unavailable for a few hours today Nov 18th.

    Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

    di: Unit
    3 Novembre 2025 ore 00:00

    Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

    Hai un oggetto furbo, che funziona solo con un'app? Sei curiosa di sapere cosa dice ai server dell'azienda produttrice l'app che monitora quanta cacca hai fatto oggi? Hai comprato un vecchio dispositivo di un'azienda fallita e vorresti farlo funzionare in …

    Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

    di: Unit
    6 Settembre 2025 ore 00:00

    Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

    Unit hacklab Milano si unisce alle voci che si alzano contro la militarizzazione dell'industria marittima. SeaFuture, nata come mostra di tecnologie nautiche civili, negli ultimi anni è stata trasformata in una vetrina per le tecnologie di guerra e di morte.

    Solidarietà a Riconvertiamo SeaFuture per la …

    Ancora problemi con un server / Server issue, again

    di: ale
    25 Agosto 2025 ore 15:26

    Uno dei server di posta è al temporaneamente irraggiungibile per un problema con il provider relativo. UPDATE: era un problema hardware, è stato risolto.

    One of our email servers is currently unavailable, due to an issue with the upstream provider. UPDATE: the hardware problem has been resolved.

    Problemi con un server / Server issues

    di: ale
    14 Agosto 2025 ore 15:03

    Un provider presso cui ospitiamo uno dei nostri server sta avendo dei problemi oggi, alcune caselle di posta sono temporaneamente irraggiungibili. Stiamo aspettando ulteriori notizie.

    AGGIORNAMENTO: Problema risolto alla fine.

    One of the providers that host our servers is having some issues today. As a consequence, some mailboxes are temporarily unavailable. We’re waiting for more news to understand how to proceed.

    UPDATE: The issue has been resolved, all affected mailboxes are online again.

    Corso Python

    di: Unit
    3 Aprile 2025 ore 00:00

    9, 16, 23 aprile e 7 maggio 2025 ore 19 - ZAM Milano

    Corso introduttivo alla programmazione in Python

    Unit Hacklab per Università Popolare ZAM.


    Il corso si svolge in quattro lezioni, con quattro insegnanti.

    Scopo del corso: avvicinarsi alla programmazione, usando un linguaggio amichevole.

    Segnalare la partecipazione con una mail …

    Benefit Mafalda

    di: Unit
    21 Settembre 2023 ore 00:00

    Domenica 8 Ottobre 2023, ore 16-21

    Acheritivo di autofinanziamento unit hacklab per server autogestito "Mafalda".

    Ore 16:00 Email / Thunderbird
    Ore 17:00 Torrent
    Ore 18:00 Parla Radio Z-AM
    Ore 19:00 Chill out live Dj-set by unit electric assembly

    Banchetto libretti autoprodotti, PirateBox
    e il //ritorno del MAME …

    bitume - diritti sociali e digitali - podcast

    di: Unit
    5 Luglio 2023 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

    logo-bitume

    Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

    Diritti sociali e digitali

    • Twitter e la rivoluzione francese

    • Immaginazione teoretica

    • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

    durata: 50 minuti

    bitume - mare crudele - podcast

    di: Unit
    28 Giugno 2023 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

    logo-bitume

    Mercoledì 28 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

    Mare crudele

    • IBM aveva una sua AI e la chiamava Watson

    • Aggiornamenti sul sottomarino che scese a visitare il Titanic

    • Viaggi su Marte e altri ambienti scomodi che …

    bitume - parliamo d_altro - podcast

    di: Unit
    21 Giugno 2023 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

    logo-bitume

    Mercoledì 21 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

    Parliamo d'altro!

    • Moderatori di Reddit in sciopero (hanno ragione)

    • Gossipz dai socialz

    • Il sottomarino fermo a 3000 mm di profondità usa un Logitech game joystick

    • Apple Computers denuncia …

    LOST - FOGS OF WAR

    di: Unit
    13 Giugno 2022 ore 00:00

    LOST - FOGS OF WAR

    FOGS OF WAR

    Sabato 25 giugno 2022 alle ore 18.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano

    Aggiornamento: per motivi termici indipendenti dalla nostra volontà l'incontro inizialmente previsto per le ore 16 è stato posticipato di due ore. L'inizio sarà alle ore 18.00.

    La guerra tra Russia e Ucraina, oltre …

    Contributo Antifa Fest 4.0 - 12 e 13 marzo a ZAM

    di: Unit
    9 Marzo 2022 ore 00:00

    ANTIFA FEST 4.0

    Internet come strumento asservito a fascismo e capitale

    PDF A4 | PDF pieghevole da stampa

    Se il fascismo, in una delle sue molte manifestazioni, è irregimentamento, propaganda, controllo e repressione, allora internet come lo sperimentiamo adesso è perfettamente funzionale al fascismo moderno.

    Partiamo dal nostro manifesto1 …

    bitume - distro dramma n.1 - podcast

    di: Unit
    23 Febbraio 2022 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a cura di Unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Mercoledì 23 febbraio 2022, dallo studio radio di ZAM

    Distro dramma n.1 - Installazione Debian GNU/Linux su Mac AIR/Piccolo

    durata: 59 minuti

    L'approfondimento satirico della …

    Seminario Laboratoriale su Pure Data

    di: Unit
    12 Marzo 2021 ore 00:00

    Mercoledì 24 marzo dalle ore 20.45 alle 23 circa

    Manuale Minimo di Sopravvivenza a Pure Data n. 1

    Seminario Laboratoriale su Pure Data
    durata: due ore circa
    a cura di k_, Unit hacklab

    semlab-puredata

    Introduzione e storia, Setup dell'installazione, collegamenti e definizioni: oggetti, box, counter, bang e sequencer. Arriveremo all'oscillatore …

    bitume il virus podcast

    di: Unit
    8 Dicembre 2020 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …

    bitume piattaformazione delle nazioni podcast

    di: Unit
    1 Ottobre 2020 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di mercoledì 30 settembre 2020: la Piattaformazione delle nazioni.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

    Comunicato Unit hacklab su attività durante la pandemonio

    di: Unit
    21 Agosto 2020 ore 00:00

    ..e dopo aver pensato molto, riflettuto, studiato la storia delle pandemie ed esaminato i modelli trovati in natura.. abbiamo deciso che le attività IRL di Unit Hacklab rimarranno in stato dormiente fino a nuove notizie.
    Sembra che Madre Natura ci stia chiedendo (a noi umane/i) di rallentare, riflettere, ri-fare …

    Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab

    di: Unit
    1 Giugno 2020 ore 00:00

    logo-unit-arancione

    Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab.

    C'è/Abbiamo bisogno, come ogni anno, di pagare il server e anche il dominio.

    Stiamo anche ragionando di allargarci e prendere un server più capace, perchè quello che stiamo usando, pagato attraverso iniziative di autofinanziamento, è arrivato a tappo.

    Tutto questo …

    Pandemia - Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

    di: Unit
    7 Maggio 2020 ore 00:00

    Pandemia. Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

    In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l'avvicinarsi di un "dopo" incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni …

    traccia chi ti traccia

    di: Unit
    1 Marzo 2020 ore 00:00

    IL LABORATORIO E' SOSPESO E RINVIATO A DATA DA DESTINARSI

    lost - traccia chi ti traccia

    Locandina in PDF

    Domenica 15 marzo 2020 alle ore 15.30 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano

    Traccia chi ti traccia Come comprendere gli algoritmi di personalizzazione nei siti di video streaming.

    con tracking.exposed

    Nelle piattaforme di video sharing, da …

    bitume decodifiche binarie podcast

    di: Unit
    29 Gennaio 2020 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di lunedì 27 gennaio 2020: decodifiche binarie.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi …

    bitume decodifiche binarie diretta

    di: Unit
    26 Gennaio 2020 ore 00:00

    logo-bitume

    Lunedì 27 gennaio 2020 ore 21

    Quarta puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

    conversazioni con CIRCE intorno a Internet Mon Amour

    di: Unit
    3 Gennaio 2020 ore 00:00

    lost - internet mon amour

    Locandina in PDF

    Mercoledì 22 gennaio 2020 alle ore 19.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano

    Conversazioni con C.I.R.C.E. intorno a:

    Internet Mon Amour
    cronache prima del crollo di ieri
    di Agnese Trocchi.

    Fino a quando continueremo a considerare le macchine alla stregua delle bestie non …

    bitume antropocene podcast

    di: Unit
    27 Dicembre 2019 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di mercoledì 25 dicembre 2019: antropocene.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi …

    bitume antropocene diretta

    di: Unit
    20 Dicembre 2019 ore 00:00

    logo-bitume

    Mercoledì 25 dicembre 2019 ore 22

    Terza puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

    unit con ghiaccio

    di: Unit
    11 Dicembre 2019 ore 00:00

    Venerdì 13 dicembre 2019 dalle 18.30 alle 22.30

    unit con ghiaccio

    acheritivo di autofinanziamento unit hacklab: rooting libero del telefono, elettronica usata a offerta libera. Hai bisogno di un lettore dvd? Di uno scanner? Noi di fare spazio e pagare il server.

    spritz'n'lazz

    live music by unit electric …

    bitume memestupendo podcast

    di: Unit
    10 Dicembre 2019 ore 00:00

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di lunedì 10 dicembre 2019: meme stupendo.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

    bitume meme-stupendo diretta

    di: Unit
    8 Dicembre 2019 ore 00:00

    logo-bitume

    Lunedì 09 dicembre 2019 ore 21

    Seconda puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

    bitume datajustice podcast

    di: Unit
    19 Novembre 2019 ore 00:00

    logo-bitume

    Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

    Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

    bitume datajustice diretta

    di: Unit
    17 Novembre 2019 ore 00:00

    logo-bitume

    Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

    Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

    Fedeli alla linea (di comando)

    di: Unit
    11 Maggio 2019 ore 00:00

    Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

    LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:

    Fedeli alla linea (di comando)

    registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

    Introduzione al terminale e alla riga di …

    Visioni libere: The internet own boy

    di: Unit
    4 Maggio 2019 ore 00:00

    Durante Connessioni Caotiche 2019 proiezione del documentario su Aaron Swartz.

    Sabato 4 maggio 2019

    The Internet’s own boy, Brian Knappenberg, 2014

    ENG sub ITA

    Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

    Ore 21:00

    Il Ragazzo di internet è Aaron Swartz, attivista
    dei diritti in rete accusato di frode informatica …

    Connessioni Caotiche 2019

    di: Unit
    23 Aprile 2019 ore 00:00

    cc-2019

    Venerdi 3 e Sabato 4 Maggio 2019 torna Connessioni Caotiche a Macao

    Hacking, attivismo, seminari laboratoriali e presentazioni frattali. Making e Breaking in festival nella due giorni in contemporanea ai festeggiamenti per il compleanno del Nuovo Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca Macao a Milano.

    Connessioni Caotiche …

    Fedeli alla linea (di comando)

    di: Unit
    20 Aprile 2019 ore 00:00

    flyer-web

    Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

    registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

    Pagina wiki di elaborazione con flyer hi-res.

    È un WarmUp del percorso verso Hackmeeting 0x16: 30 maggio - 2 giugno, Firenze.

    LOST, le Lunghe Ombre della …

    Comunicato Unit hacklab su arresto Julian Assange

    di: Unit
    14 Aprile 2019 ore 00:00

    update: aderiamo all'appello di solidarietà online per Ola Bini

    Watashitachi no yunitto!!

    Hanno arrestato un giornalista che denunciava crimini di guerra.

    Chiediamo che non venga perseguitato ulteriormente. Julian Assange non deve essere estradato negli USA, dove sarebbe incriminato con il CFAA (Computer Fraud and Abuse Act), legge draconiana che …

    Visioni libere: Risk

    di: Unit
    12 Aprile 2019 ore 00:00

    Terza visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Risk, Laura Poitras, 2016

    Documentario su Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

    Motivazioni e contraddizioni su Assange e le sue cerchie, con un occhio in particolare sui rischi che sono stati presi. Il documentario copre il periodo dal 2010 …

    Visioni libere: Operazione Vega

    di: Unit
    8 Aprile 2019 ore 00:00

    Seconda visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Operazione Vega, RAI, 1962

    Sceneggiato di fantascienza RAI tratto dal radiodramma di Friedrich Dürrenmatt.

    Vega è il nome della nave spaziale che porta i rappresentanti di un certo blocco di Stati terrestri sul pianeta Venere dove sono confinati …

    Comunicato Unit hacklab su annuncio sgombero Macao

    di: Unit
    26 Settembre 2018 ore 00:00

    Contesto: Milano 2018. Atmosfera di intolleranza civile.

    Unit hacklab e' un laboratorio autogestito di sperimentazione tecnica e politica, le nostre attivita' comprendono dai corsi gratuiti di elettronica e informatica alla divulgazione delle pratiche di gestione della privacy sotto forma di incontri e convegni.

    il Comune di Milano, zelante, anticipa l'editto …

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