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⚡ Weekly Recap: Helpdesk 0-Days, Rogue Certs, ShinyHunters Arrest, AI-Fooling Malware and More

12 Ottobre 2026 ore 17:16
Some meetings last longer than it took attackers to jump on a newly disclosed security flaw this week. Within hours, they were already testing it. That's not much time to read the warning, let alone do something about it. But speed is only part of the problem. A secure connection didn't always mean a safe destination. People offering to fix a ransomware mess had questions to answer themselves.

Strage di macchine rovistate in via di Salviano

12 Ottobre 2026 ore 22:54

A scrivere alla nostra redazione sono alcuni abitanti di via di Salviano, via della valle Benedetta e via dei Pelaghi. La zona in questione è stata particolarmente attenzionata da ladri di “ultima generazione”. Decine di auto rovistate all’interno senza segni evidenti di effrazione. Tecniche moderne che permettono di aprire i veicoli senza spaccare vetri e forzare serrature per raccogliere magari pochi spiccioli lasciati sul cruscotto. I cittadini attraverso questo appello chiedono sicurezza e controllo da parte delle autorità competenti per arginare il problema.

Cornell and Toxic Frat Culture

12 Ottobre 2026 ore 22:51
A U.S. campus lawsuit points to a global pattern: how male impunity, silence and institutional failure enable sexual violence.

© Lauren Petracca for The New York Times

Chi Phi fraternity house at Cornell University.

Dare più voce agli studenti e il senso del fare insieme per la scuola

12 Ottobre 2026 ore 22:47

Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.

Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.

Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.

Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.

Fuoriclasse in movimento è il programma nazionale di Save the Children attivo da oltre dieci anni per promuovere il protagonismo di studenti e studentesse e contrastare la dispersione scolastica. UniCredit, con il Fondo Carta Etica, dal 2024 sostiene l’iniziativa. Le voci dei protagonisti, in un giorno speciale all’Istituto Comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma

Parte attiva della propria comunità scolastica

«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».

I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».

Comunità scolastiche più inclusive, accoglienti ed estese

Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».

Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».

Da sinistra Stefano Gallo, head of territorial development di Unicredit, Paolo Lozzi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Morricone, Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand Save the children

I consigli? Sì, danno più voce agli studenti

A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.

Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.

Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.

Che ne pensano i docenti

Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive
tra gli alunni.

I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).

Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

I dati sulla dispersione scolastica

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa
all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).

Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.

La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.

Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.

Partecipazione e scuola

Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo
dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

L'articolo Dare più voce agli studenti e il senso del fare insieme per la scuola proviene da Vita.it.

Il colpo di stato silenzioso: la nuova legge elettorale per trascinare l'Italia in guerra (VIDEO)

 

di Giulia Bertotto

 

 

Il "Melonellum" è legge: siete pronti alla guerra? 

Pomeriggio del 12 ottobre, mobilitazione in Piazza Capranica, nei pressi di Montecitorio, indetta da Agorà contro la Legge Elettorale approvata pochi giorni fa alla Camera. 

Una presa d'assalto del Parlamento, dicono i manifestanti, fortemente anticostituzionale, che rende i luoghi che appartengono alla volontà popolare fortezze di un bipolarismo posticcio che ha un unico obiettivo: la guerra Nato e quella di Israele al resto del mondo.

Aderiscono Democrazia Sovrana Popolare, sindacato Fisi, Potere al popolo, Sanitari per Gaza, Assopace Palestina, molte altre sigle, giornalisti e cittadini che denunciano come il "Melonellum" sia non solo sia finalizzato ad erodere la democrazia del nostro paese, quello che resta almeno, ma soprattutto l'obiettivo finale sia la militarizzazione della società allo scopo di non trovare alcun dissenso alle logiche belliche e di sterminio.

Tra gli intervistati il professor Angelo D'Orsi, i giornalisti Fulvio Grimaldi e Andrea Lucidi.

Many Will Die When Diesel Runs out

12 Ottobre 2026 ore 22:26

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La lunga scia di sangue di Ludwig

12 Ottobre 2026 ore 22:00

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo –, gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”. Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

Eclissi, lo spettacolo più straordinario del cielo

12 Ottobre 2026 ore 21:48

Che cosa cercavano le decine di migliaia di turisti che il 12 agosto hanno affollato una striscia del territorio spagnolo dalla costa atlantica fino alle Baleari? Erano tutti alla ricerca dell’emozione del Sole che si spegne nel corso di un’eclissi totale. Alcuni hanno avuto fortuna, altri no perché nubi sfilacciate o semplicemente foschia hanno rovinato lo spettacolo. È quello che è successo a me: nel cielo perfetto di Ibiza si è materializzata una nuvoletta, giusto prima della totalità. Anche l’Italia è stata lambita dall’ombra della Luna con una preferenza per le regioni del nord che hanno goduto di oltre il 90 per cento di copertura del disco solare.

Indipendentemente dal fascino ancestrale del sole nero, vorrei sottolineare che l’eclisse è un momento magico che ci rende unici nel Sistema solare. Assistere all’oscuramento del Sole è, infatti, possibile solo per noi terrestri grazie a una fortuita combinazione tra dimensioni e distanza del Sole e della Luna, visti dalla Terra. Per dirla in termini astronomici, il Sole e la Luna appaiono avere le stesse dimensioni angolari nel cielo. È questa coincidenza, unica nel Sistema solare, a rendere possibile alla piccola Luna di oscurare il Sole. Avere le stesse dimensioni angolari non è però sufficiente: perché si verifichi un’eclisse occorre che, nel percorrere le loro orbite, Luna e Terra siano allineate con il Sole.

Marco Bastoni, “Il piccolo libro delle eclissi. Tra mito e scienza, lo spettacolo più straordinario del cielo”, Apogeo, 2026, 160 pagine, 16 euro

In questo rapporto a tre astronomico gioca un ruolo fondamentale l’inclinazione, piccola ma non trascurabile, del piano dell’orbita della Luna rispetto al piano dell’orbita della Terra intorno al Sole. Sono poco meno di 5°, ma sono fondamentali per regolare il succedersi dei momenti “speciali” della Luna che si verificano quando i tre corpi celesti si allineano e possono farsi ombra, determinando le eclissi. Si tratta di fenomeni abbastanza rari perché, come spiega molto bene Marco Bastoni nel suo Il piccolo libro delle eclissi, si richiedono delle condizioni particolari perché la Luna deve trovarsi al posto giusto nel momento giusto in modo tale che si verifichi un perfetto allineamento tra Sole, Luna e Terra.

Grazie alla nostra conoscenza delle complicate e molteplici periodicità dei moti della Luna adesso sappiamo predire con precisione le eclissi, ma, esattamente come Marco Bastoni, ammiro le capacità dei nostri antenati. Pur facendo i conti in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla, i babilonesi erano già in grado di prevedere le eclissi di Sole e di Luna. Diciamo che era una necessità: nell’antichità le eclissi erano foriere di sventura e occorreva essere pronti per cercare di correre ai ripari.

Adesso il terrore è scomparso e le eclissi sono diventate magneti turistici che, però, continuano a offrire le stesse antiche suggestioni. Sappiamo che non ci sono i draghi che mangiano il Sole, ma non possiamo restare indifferenti. È madre natura al suo meglio.

 

Microsoft blames a configuration change for Exchange Admin Center tumble

12 Ottobre 2026 ore 19:55
Microsoft took down the Exchange Admin Center (EAC) today after a code change left administrators facing an "Internal Server Error" when trying to access the service. Microsoft first admitted that something was amiss at 0937 UTC on October 12, noting, "When attempting to access the Exchange admin center, affected admins may encounter an 'Internal Server Error' message." Any administrator attempting to access the EAC could be affected. It was more than an hour before the company stated: "We've identified unexpected 302 redirect errors during affected Exchange admin center (EAC) access attempts and are analyzing diagnostic logs to isolate the source of the access failures. "While we continue our investigation, admins remain unable to access the EAC, with no workaround currently available." So, a fun morning for Microsoft's European users. According to Microsoft, the EAC is "a modern, web-based management console for managing Exchange Online." Want to manage mailboxes? EAC is where you go. Group management? Again, EAC. Microsoft explained: "The design of the EAC in Exchange Online aligns with the overall Microsoft 365 admin experience." Sadly, that alignment appears to extend to service wobbles caused by changes rolled out without due care and attention. Two hours after admitting things had gone awry, Microsoft said it was "continuing to test the rollback of the recent Exchange admin center (EAC) change while monitoring the results to determine if this resolves the impact." At this point, administrators were nodding sagely at an all-too familiar story. Of course rolling back the change did the trick. Microsoft stated as much in its final update: "A recent EAC configuration change resulted in unexpected HTTP responses within the affected request path, preventing admins from successfully accessing the EAC. "Reverting the identified change restored expected service functionality." Microsoft also assured customers it was reviewing the change to ensure it didn't make the same mistake again, as well as its monitoring and telemetry, to "improve detection and alerting for similar service behavior." The problem is that this is hardly a new phenomenon. In September, Microsoft made a configuration change that left some users unable to access SharePoint Online sites and pages. In April, another ill-thought-through change took down Outlook for iOS. And, in 2025, Microsoft 365 tumbled from the cloud because of yet another configuration change. It's almost as if testing changes consists of little more than asking Copilot, "does this look alright to you?" and then hitting the go button. The latest outage was resolved before the end of the working day, and a preliminary Post-Incident Report is due within two business days, with a final report due next week. Hopefully one or the other will contain words along the lines of "Hey, this keeps happening, maybe we should do some more testing before deploying to production?" ®

Chatbot refuseniks edge out users in the US, and they’re not for turning

12 Ottobre 2026 ore 19:13
If you thought everyone was into chatbots, think again: about half of US adults never use the AI tools, and most have no interest in starting. According to Pew Research Center, older adults are the least likely to use chatbots, with roughly three-quarters of those aged 65 and older saying they never use them. That may be expected, yet more than half (58 percent) of adults aged 50 to 64 don't use them either. Those aged 18 to 29 use chatbots the most, at 66 percent, however even a third of them say they never do. About four in ten under 50 report not using them at all. Across all adults, 51 percent are chatbot refuseniks, so users are - just barely - the minority. Pew asked non-users to choose from five possible reasons. Six in ten cited simple lack of interest as a major factor, followed by the more familiar concerns of data privacy and the accuracy of chatbot answers. Some Reg readers might suspect older people avoid chatbots because they lack tech-savviness, but fewer than a third cited not knowing how to use them as a major reason. The authors of the survey also found fewer than one in five worried about what others might think of them for using the technology, so social stigma isn’t the deterrent either. Adoption also differs by race and ethnicity: non-users are more likely to be white, black or hispanic than Asian, according to Pew’s survey. The AI dodgers don't look ready to budge. Two-thirds (67 percent) say they’re unlikely to use the technology in the next 12 months, including 40 percent who say they’re not at all likely to change their mind. Another 12 percent are unsure, and just 5 percent of non-users think they'll probably try a chatbot over the next year. Perhaps abstainers were put off by a bad experience, such as Microsoft’s notorious racist chatbot Tay a decade ago. Or something more recent, like the Trump administration’s official America.gov service, which at the time of writing still displays a hotdog if you type that into the prompt. ®

No shame in the Domain Name game: DNS is doomed, literally

12 Ottobre 2026 ore 18:27
What is DNS? That's right, it's a database. You can disagree with me but you would be wrong. What can you put in a database? Strings, ints (and you learn the difference right quick if your AWS account ID has a leading zero!), JSON objects, coordinates; some of the databases out there have some pretty esoteric types. PostgreSQL supports circle, a polygon, a macaddr8, and a tsquery. Oracle will store a ROWID and your dignity. In a word, databases store data. Can you put answers in a database? Well sure; you could record that "3 + 2 is equal to 5" and store that answer. You can do the same with comparison operators; "3 is larger than 2" and so on. Take it a step further and you've built something with your database: a remarkably inconvenient calculator. So now we've established that you can store arithmetic and decisions in a database. And what can we do with those things? That's right, we can follow instructions! Good job! And what does following instructions require? Generally, memory; a place to store your numbers, your instructions, and which instruction comes next. If only we had a place to store those things. Oh right, we do; we have a database! Now connect those lookups together. Read an instruction, look up an answer, save the result, repeat as needed. So what have we built? That's right: a computer! And what can a computer run? Programs! My, you're quite good at this. And now, gentle reader: what program do we apparently have a moral obligation to run on every computer? Oh yes, though many of you are going to sit back and instead say "oh no" as the horror courses through you. I am talking about Doom. This very publication agrees with me! What have I done? That's right; I have compiled Doom for a 32-bit machine whose arithmetic and memory live in DNS. A small program supplies the wiring and the clock, neither of which the architects of DNS saw fit to include. But DNS does supply the answers. So, can we play Doom? Only if it's turn-based. It won't render on human timescales anyway. In my first attempt, I pressed Right, and then waited for 577 seconds to find out what happened. By using native transport, pipelining, packing registers densely, and optimizing instruction blocks, I was able to drop that to 146 seconds, before I hit a wall. BIND answers in about 7 µs per query over TCP and 4 µs over UDP, which is fast. The problem is that a 32-bit add is four DNS lookups, a branch is five, and a frame needs 6.6 million of them, so don't use a server that charges per request. And what do we do when BIND isn't performing the way we want it to? I don't know what you do, but I publish my code, then reach out to Paul Vixie, DNS pioneer and architect of BIND 8 to unjustifiably complain. Paul then apparently congratulates me on "the best use of RFC 2136 DNS UPDATE" that he'd ever seen. Given that he's a co-author of that RFC, I suspect he's seen a lot! Which was gratifying, but unhelpful. So let's take another crack at it. What if I do lookaheads? Good thought, bad outcome, because BIND is bound by message count, not chain depth. Well okay, I have some more tricks in my Big Bag of Stupid Ideas. So I went a bit further and via committing registers to DNS less often, moving lookups to UDP, telling BIND to stop padding answers with authority records, and requiring fewer lookups per instruction, I was ultimately able to get that press-right time down from 577 seconds to 146.3 seconds to 54.4 seconds, for a 10.6x improvement. And now I think I have hit a wall. Even at one DNS exchange per instruction (which is far better than anything realistically achievable), 1.4 million instructions at roughly 10 µs each is 14 seconds per tick. Doom says its tic rate is 35 per second, so "playable" is a tic every 28.6 ms. I remain at 54,000 ms, which is three orders of magnitude away from victory. Okay seriously, WHAT? This legitimately works. Every commit is an RFC 2136 UPDATE with a hard requirement: it fails unless the previous state is still exactly what was last written. Apparently "real" database people call that optimistic concurrency, or compare-and-swap. Joke's on you, friends; DNS has shipped with that since 1997; has your inferior database? The database itself is 6.4 million rows of truth tables. ff.01.0.add holds "001": 255 plus 1 is 00 carry 1. DNS is just acting as a librarian here, fetching memorized answers to any arithmetic question in-scope and returning the answer upon request. It's also verifiable! The frame that's spat out is checked on every pixel against an independent emulator. If one record is corrupted in the AND table, the answer changes, which proves there's no local fallback doing arithmetic for us. I've included tooling so that reviewers can run two commands against that repo and verify correctness. I also confess I cheated slightly here; the run I'm pulling these numbers from started from a checkpoint prepared by a normal emulator. It turns out that for SOME UNKNOWN REASON getting a cold boot through Doom's startup screens via DNS would take hours. Also, before the timer starts, DNS has to load those 6.4 million records, so it's a computer that takes roughly a minute to boot before it can even start. We can't cheat This runs atop nothing special: Debian's stock BIND 9.20, configured through named.conf. It lives in a container with networking disabled. I want to be very clear here: this isn't DNS pretending to be a CPU. The instruction decoding is done ahead of time by a compiler; BIND never executes an instruction itself. All that it sees is a key-value read, a conditional write, and 6.4 million rows of precomputed answers. So instead, think of this monstrosity as a database with a key-value read, a conditional write, and 6.4 million rows of precomputed answers. It's not really a computer; it's simply a very good database. And that turns out to be enough. ®

Riuscirò a farle PIACERE la vita in CAMPER in Islanda?

13 Ottobre 2026 ore 21:00

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1204: Da quasi dieci anni la nostra casa è un camper e la nostra vita ci porta dall’altra parte del mondo.

Per questo, quando mia sorella è venuta a trovarci in Islanda insieme ad Alberto, per me non era semplicemente un viaggio da condividere.

Volevo farle vedere qualcosa di più dei paesaggi incredibili che si vedono sulle cartoline. Volevo provare a farle capire perché abbiamo scelto questa vita, cosa ci spinge a continuare a viaggiare e quanto possa essere speciale sentirsi davvero lontani da tutto.

Ma la vita in viaggio non è sempre facile. E nelle Highlands islandesi può diventare ancora più dura.

Così abbiamo deciso di portarli fino all’Askja, nel cuore di una delle zone più remote e selvagge d’Europa. Un viaggio fatto di strade difficili, isolamento, paesaggi incredibili e condizioni che ci hanno messo alla prova.

Ma alla fine la domanda era soprattutto una:

riuscirò a far provare a mia sorella almeno un po’ della passione che provo io per questa vita?

Buona visione ❤️

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TRUMP VIETA L'ENERGIA RUSSA ALL'EUROPA, MA INTANTO WASHINGTON ALLENTA LE SANZIONI | GIORGIO BIANCHI

12 Ottobre 2026 ore 20:18

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"Devono smettere di comprare energia dalla #Russia". Con queste parole Donald #Trump ha richiamato l’Europa davanti all’Assemblea generale dell’Onu. Bruxelles ha deciso di azzerare le forniture di Mosca entro il 2027, ma nei primi nove mesi del 2026 nei porti europei sono comunque arrivate quantità record di GNL russo. #Washington, di fronte ai rincari legati alla crisi di Hormuz, ha autorizzato a più riprese la vendita di greggio russo già in mare. Segnali contrastanti, su cui interviene Giorgio Bianchi, in diretta ai nostri microfoni.

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NASA’s SpaceX CRS-35 Mission to Launch Health Research

12 Ottobre 2026 ore 19:45

NASA experiments focused on human and plant health and drug-resistant organisms will travel to the International Space Station aboard SpaceX’s 35th Commercial Resupply Services mission for the agency from Cape Canaveral Space Force Station in Florida, advancing research that benefits life on Earth and future exploration.

This research supports astronaut health during long-duration missions through four investigations from the agency’s Biological and Physical Sciences division, including 3D models of the human brain, a crop disease study, a faster way to assess astronaut health, and an analysis of antibiotic-resistant bacteria aboard the space station.

Tiny brain models, big questions

A new precision health investigation helps address a key question: What happens to the human brain in space?

The experiment sends small, lab-grown models of the human brain to the orbiting laboratory for five weeks. Researchers compare tissue models that traveled to space with identical ones kept on Earth to determine how a short spaceflight affects the human brain at the cellular level.

The effort could deepen our understanding of how the human brain responds to stress and help lay the groundwork for methods that counter risks to brain health that astronauts may face on future missions to the Moon and beyond.

Disease-resistant crops for space

A space crops investigation tests whether crop diseases develop faster and more severely in microgravity.

The experiment compares molecular and structural changes between Earth-grown and space station-grown plants infected with a disease-causing fungus. The findings could guide plant breeding on Earth to produce disease-resistant crops and help minimize yield losses in future space agriculture systems.

Space crops provide nutrition, increase dietary variety, and offer psychological benefits for astronauts during extended missions. They also absorb carbon dioxide, produce oxygen, and recycle water, which will become increasingly important as human missions extend farther from Earth.

Analysis helps astronauts thrive

The spacecraft also carries the first test of a compact microplate reader that arrived aboard the space station earlier this year.

The Commercially Enabled Rapid Space Science initiative experiment tests the device’s ability to detect and measure certain biomarkers such as antibodies, antigens, and proteins.

Use of the plate reader would allow scientists to analyze samples aboard the space station and obtain data quickly, rather than wait for the samples to return to Earth for analysis.

Ultimately, the research aims to support the timely detection of infections and other health issues in astronauts while expanding science capabilities in remote exploration locations where resupply will be more difficult.

Tracking antibiotic-resistant bacteria

A precision health investigation returns for its fourth and final planned stay aboard the space station to study how antibiotic-resistant bacteria survive and evolve in microgravity.

As part of the investigation, astronauts repeatedly sample surfaces throughout the space station to monitor for drug-resistant organisms.

The work could help develop ways to protect astronauts against bacterial infections during long-duration missions. On Earth, the findings could provide insight into how superbugs develop from the overuse of antibiotics.

To learn more about NASA’s biological and physical research in space, visit: https://science.nasa.gov/biological-physical/

Biological & Physical Sciences Division

  • NASA’s Biological and Physical Sciences Division pioneers scientific discovery and enables exploration by using space environments to conduct investigations not possible on Earth. Studying biological and physical phenomena under extreme conditions allows researchers to advance the fundamental scientific knowledge required to go farther and stay longer in space, while also benefitting life on Earth.

NASA’s SpaceX CRS-35 Mission to Launch Health Research

12 Ottobre 2026 ore 19:45

NASA experiments focused on human and plant health and drug-resistant organisms will travel to the International Space Station aboard SpaceX’s 35th Commercial Resupply Services mission for the agency from Cape Canaveral Space Force Station in Florida, advancing research that benefits life on Earth and future exploration.

This research supports astronaut health during long-duration missions through four investigations from the agency’s Biological and Physical Sciences division, including 3D models of the human brain, a crop disease study, a faster way to assess astronaut health, and an analysis of antibiotic-resistant bacteria aboard the space station.

Tiny brain models, big questions

A new precision health investigation helps address a key question: What happens to the human brain in space?

The experiment sends small, lab-grown models of the human brain to the orbiting laboratory for five weeks. Researchers compare tissue models that traveled to space with identical ones kept on Earth to determine how a short spaceflight affects the human brain at the cellular level.

The effort could deepen our understanding of how the human brain responds to stress and help lay the groundwork for methods that counter risks to brain health that astronauts may face on future missions to the Moon and beyond.

Disease-resistant crops for space

A space crops investigation tests whether crop diseases develop faster and more severely in microgravity.

The experiment compares molecular and structural changes between Earth-grown and space station-grown plants infected with a disease-causing fungus. The findings could guide plant breeding on Earth to produce disease-resistant crops and help minimize yield losses in future space agriculture systems.

Space crops provide nutrition, increase dietary variety, and offer psychological benefits for astronauts during extended missions. They also absorb carbon dioxide, produce oxygen, and recycle water, which will become increasingly important as human missions extend farther from Earth.

Analysis helps astronauts thrive

The spacecraft also carries the first test of a compact microplate reader that arrived aboard the space station earlier this year.

The Commercially Enabled Rapid Space Science initiative experiment tests the device’s ability to detect and measure certain biomarkers such as antibodies, antigens, and proteins.

Use of the plate reader would allow scientists to analyze samples aboard the space station and obtain data quickly, rather than wait for the samples to return to Earth for analysis.

Ultimately, the research aims to support the timely detection of infections and other health issues in astronauts while expanding science capabilities in remote exploration locations where resupply will be more difficult.

Tracking antibiotic-resistant bacteria

A precision health investigation returns for its fourth and final planned stay aboard the space station to study how antibiotic-resistant bacteria survive and evolve in microgravity.

As part of the investigation, astronauts repeatedly sample surfaces throughout the space station to monitor for drug-resistant organisms.

The work could help develop ways to protect astronauts against bacterial infections during long-duration missions. On Earth, the findings could provide insight into how superbugs develop from the overuse of antibiotics.

To learn more about NASA’s biological and physical research in space, visit: https://science.nasa.gov/biological-physical/

Biological & Physical Sciences Division

  • NASA’s Biological and Physical Sciences Division pioneers scientific discovery and enables exploration by using space environments to conduct investigations not possible on Earth. Studying biological and physical phenomena under extreme conditions allows researchers to advance the fundamental scientific knowledge required to go farther and stay longer in space, while also benefitting life on Earth.

Dozens Killed in Airstrikes Near Sudan-Egypt Border

The attacks occurred at a remote gold mine hundreds of miles from the front lines of Sudan’s devastating civil war. Videos showed what appeared to be Egyptian munitions.

Enrico De Pedis: omicidio Edoardo Toscano

12 Ottobre 2026 ore 20:28

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Dopo la scarcerazione nel 1987, Enrico De Pedis torna a muoversi nella criminalità romana. La Banda della Magliana è ormai attraversata da rivalità e fratture interne, ma De Pedis continua a costruire e consolidare una propria rete di rapporti, alleanze e interessi.

Questo documentario di Italia Mistero ricostruisce la rete criminale di De Pedis dopo l'uscita dal carcere, i rapporti con gli altri protagonisti della Banda della Magliana, le tensioni con Edoardo Toscano e gli avvenimenti che conducono all'omicidio di quest'ultimo.

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📌 **IN QUESTO DOCUMENTARIO SCOPRIRAI**

✔️ La scarcerazione di Enrico De Pedis nel 1987 e il suo ritorno nella criminalità romana
✔️ La rete di alleanze, conoscenze e interessi costruita intorno a De Pedis
✔️ Le divisioni interne alla Banda della Magliana e i nuovi equilibri di potere
✔️ I rapporti sempre più difficili tra De Pedis ed Edoardo Toscano
✔️ La successione degli eventi che porta all'omicidio di Toscano
✔️ Le conseguenze della morte di Toscano sugli equilibri della criminalità romana

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📺 **QUESTA INCHIESTA FA PARTE DELLA SERIE**

**Banda della Magliana** – La storia dei protagonisti, degli affari criminali, delle alleanze e delle rivalità che hanno segnato la Roma di quegli anni.

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⚠️ **AVVERTENZE**

Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza solo fonti pubbliche e accessibili.

Alcune immagini o brevi spezzoni video sono riprodotti per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 LDA.

Le ricostruzioni hanno esclusivamente scopo divulgativo.

Non vengono promossi comportamenti contrari alla legge.

Questo contenuto NON costituisce pubblicità né contiene contenuti sponsorizzati.

#BandaDellaMagliana #EnricoDePedis #EdoardoToscano #ItaliaMistero

After Russian Diesel Deal, Trump Faces New Crisis Over Ukraine

President Trump’s surprise decision to suspend sanctions on Russian diesel fuel stunned Ukrainian and European officials, who were meeting with U.S. envoys at an exclusive golf club near Miami.

© Valentyn Ogirenko/Reuters

Jared Kushner and Steve Witkoff with President Volodymyr Zelensky of Ukraine in Kyiv last month.

Leading digital change when nobody prepared you for it

12 Ottobre 2026 ore 15:51

By Louise John, Head of IT Service Delivery at Virgin Active

For IT managers, unexpected projects and changing business priorities are normal part of the job.

You might have spent months planning your team’s workload, but only to be told with little warning that a new software solution needs to be implemented within six weeks.

Whatever the circumstances, the responsibility for delivering these projects often falls on IT teams, even when they have had little involvement in the decisions behind them.

As a manager, this can be particularly challenging because you are expected to deliver results within tight deadlines, while also managing your team’s existing workload, keeping up staff morale while also protecting them from burnout.

So, how can you support your team when unexpected projects land on their desks?

Prioritise and manage expectations

The first thing I would recommend is establishing what actually needs to be delivered and by when.

If a new software implementation has been given a six-week deadline, what are the absolute essentials that need to be completed within that timeframe?

Rather than attempting to deliver everything at once, identify what is achievable and communicate this to senior leadership. Managing expectations upwards is just as important as managing the team responsible for delivery.

It’s also important to involve your team in these conversations. Be honest about what is expected, explain the priorities and ask what they realistically believe can be achieved.

Protect your team’s wellbeing

Unexpected projects inevitably create pressure, particularly when teams are already managing demanding workloads.

As a manager, you need to recognise this and consider what additional support might be required.

Could working hours be more flexible? Can existing projects be paused or reassigned? Do you need additional resources? If employees are required to work extra hours, can they take time back once the project is completed?

It’s also important to establish boundaries and make sure your team isn’t expected to deliver everything simultaneously.

When workloads become overwhelming, it helps to focus on one task at a time rather than worrying about the hundred things still to do.

Finally, don’t underestimate the importance of keeping morale high. Even during the busiest periods, celebrating small wins, recognising people’s efforts and maintaining a sense of humour can make a big difference.

Ultimately, IT managers cannot always control the projects or deadlines handed to them, but they can control how they support their teams through them.

Louise is speaking at DTX + UCX London 2026, taking place at ExCeL London on 14 and 15 October.

Join Louise on Wednesday 14 October, from 12:10pm to 12:50pm, on the Design & Delivery Stage, for a panel discussion titled Caught in the middle: Leading digital change when nobody prepared you for it.

She will be joined by Rebecca d’Orazi Flavoni, Digital Growth and Training Consultant at RDF Training & Consulting; Greg Ferrari, Executive Director of Performance and Transformation at AAT; and Roger Kirby, Senior Enterprise Architect at AstraZeneca.

Together, they will explore how managers can balance pressure from senior leadership, protect their teams from burnout and successfully deliver digital change, even when they haven’t been given the tools or context to do so.

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DTX + UCX 2026: Ingram Micro on Unlocking AI and Cloud Without Losing Control

12 Ottobre 2026 ore 13:48

Ahead of their participation at DTX + UCX London 2026, Lee Robson, AWS Greenfield Practice Lead at Ingram Micro shares what the company will be showcasing at the event and explains what trends will impact the channel in the year ahead.

  1. How is Ingram Micro participating in DTX + UCX 2026?

Ingram Micro will be showcasing how organisations can accelerate innovation with AWS. Our team will be demonstrating practical AI, cloud and security solutions, including AWS Quick, Claude via Amazon Bedrock, FinOps-led cloud optimisation and AWS security assessments. We’ll be connecting customers with specialist partners that can help turn strategy into measurable business outcomes. 

  1. What are the key messages you will be promoting to delegates of the show?

Our message is simple: unlock the value of AI and cloud while maintaining control of cost, security and governance. We’ll be highlighting how AWS enables organisations to innovate faster, connect apps, data, and teams so answers turn into action instantly with AWS Quick, adopt generative AI through Claude via Bedrock, optimise cloud spend through FinOps, and strengthen their security posture.

  1. What are the biggest challenges organisations face when purchasing technology through the channel?

Many organisations are overwhelmed by the pace of technology change, particularly around AI and cloud. Common challenges include understanding where to start, selecting the right solutions, managing cloud costs, ensuring security and compliance, and finding the skills required to implement and support new technologies successfully.

  1. How can dedicated, experienced partners solve these challenges?

Experienced partners help customers move from technology discussions to business outcomes. With Ingram Micro, they remove the barrier to entry for a lot of businesses and provide strategic guidance, technical expertise and proven delivery frameworks that reduce risk and accelerate adoption. Partners can also help organisations optimise AWS investments, implement AI responsibly, improve security and create clear roadmaps for long-term success.

  1. What trends do you believe will impact the channel in the year ahead?

Generative AI adoption will continue to accelerate, but organisations will increasingly focus on governance, security and achieving measurable ROI. We also expect greater emphasis on FinOps as cloud estates mature, alongside growing demand for cybersecurity services. Partners that combine AI expertise, cloud optimisation and security capabilities will be best positioned for growth.

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Chery e Omoda dal vivo a Parigi: le 5 novità in arrivo in Italia

12 Ottobre 2026 ore 18:58
Al Salone di Parigi il gruppo Chery si è presentato con una serie di novità in arrivo anche in Italia nei prossimi mesi, e che riguardano sia il marchio principale sia il brand Omoda. Durante l'evento di presentazione alla stampa dei nuovi modelli, il gruppo ha anche firmato un accordo con i fornitori locali per lo sviluppo sostenibile della filiera, che rappresenta - così scrive il costruttore - un ulteriore "passo verso la localizzazione delle attività in Europa". Chery Tiggo 9 Super Hybrid La Tiggo 9 Super Hybrid è la SUV ammiraglia del marchio: è lunga 4,81 metri, mette a disposizione sette posti su tre file e un bagagliaio che arriva fino a 2.065 litri. A muoverla è il powertrain SHS-P ibrido plug-in del costruttore cinese, che in questa configurazione abbina un 1.5 TGDi a tre motori elettrici, per una potenza combinata di 428 CV e 580 Nm: la trazione è integrale, e lo 0-100 km/h è coperto in 5,4 secondi. La batteria da 34,5 kWh offre un'autonomia in elettrico di 140 km, e una complessiva di 1.050 km. Il suo arrivo nelle concessionarie è previsto per il mese di novembre. Chery Tiggo 8 Super Hybrid La Tiggo 8 Super Hybrid è un'inedita SUV di segmento D lunga 4,72 metri, anch'essa disponibile con sette posti a sedere. Il powertrain plug-in hybrid a due ruote motrici sviluppa una potenza combinata di 279 CV e 365 Nm. In elettrico la Tiggo 8 percorre fino a 90 km, e 1.090 km utilizzando anche il serbatoio della benzina. Anche questo modello arriverà a novembre. Chery Q La Chery Q è la prima elettrica di segmento B del costruttore cinese: lunga 4,19 metri, ha un passo di 2,70 e un bagagliaio da 375 litri, a cui si aggiunge un frunk da 70 litri. Il motore eroga 89 kW (121 CV) ed è abbinato a una batteria da 52 kWh, che dovrebbe garantire una percorrenza di 380 km. Di serie la funzione V2L per alimentare dispositivi elettrici esterni. Arrivo previsto per il 2027. Omoda 4 La prima novità del marchio Omoda è questa crossover, già vista in passato (anche al Salone Auto Torino dello scorso settembre): si tratta di una crossover full hybrid lunga 4,42 metri, con un bagagliaio da 346 litri, che diventano 1.126 abbassando le sedute della seconda fila. Nel cofano trova posto un powertrain full hybrid SHS-H da 224 CV, che permettono alla Omoda 4 di accelerare da 0 a 100 km/h in 8,1 secondi. Particolare il design, ispirato al linguaggio stilistico "Cyber Mecha", con il frontale squadrato e le superfici geometriche. All'interno, schermo dell'infotainment orientato verticalmente e l'originale tasto d'accensione sotto un coperchio rosso, come i jet (e le Lamborghini). Arriverà in Italia il prossimo anno, negli allestimenti Pure e Premium. Omoda 5 Debutta per la prima volta in Europa il restyling della SUV di segmento C già in vendita da un paio d'anni in Italia: la lunghezza cresce, fino ad arrivare a 4,54 metri (+10 cm), con il passo che rimane di 2,63 metri, e il bagagliaio che mette a disposizione 372 litri. Rispetto al modello attuale cambia il frontale, con gruppi ottici ridisegnati e la calandra chiusa, mentre al posteriore troviamo una nuova firma luminosa posteriore a saetta. Rivisto anche l'abitacolo, con un quadro strumenti da 8,9" e uno schermo centrale da 15,6". La dotazione comprende la piastra di ricarica wireless ventilata da 50 W, sedili anteriori riscaldati e ventilati, volante riscaldato, sedile del conducente con memoria e funzione massaggio, tetto panoramico apribile e 20 sistemi di assistenza alla guida. In Italia arriverà con il powertrain full hybrid SHS-H: al 1.5 TGDi da 143 CV è abbinato un motore elettrico da 150 kW, per una potenza complessiva di 224 CV e 295 Nm.

Riyadh sotto attacco, il summit dell'energia si svuota: assenti i big del petrolio

 

Diversi dirigenti di alto livello del settore energetico sono stati esclusi dal programma del World Petroleum Council (WPC) Energy Congress, in corso a Riyadh dal 11 al 15 ottobre. Il Regno Saudita ha insistito per svolgere la conferenza nonostante le minacce alla capitale da parte delle Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah.

Inizialmente era prevista la partecipazione dei vertici di ExxonMobil, TotalEnergies, Shell, Chevron e BP, ma lunedì i loro nomi non figuravano più nell'agenda ufficiale diffusa dagli organizzatori.

"A tutti coloro che sono venuti a Riyadh, va il nostro ringraziamento", ha dichiarato il ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, nel suo discorso di apertura. "Sapete che questo Paese è sicuro e che la vostra protezione ci sta a cuore… Il fatto che ci troviamo qui non significa però che il rischio sia scomparso". Il ministro ha definito "gravi" le operazioni degli yemeniti contro il Regno, sottolineando che meritano una risposta "altrettanto seria".

L'evento, originariamente programmato per aprile, era stato rinviato a causa dell'escalation militare di febbraio che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran.

"Purtroppo, a causa delle difficoltà di viaggio, non possiamo essere presenti di persona. Apprezziamo enormemente le nostre consolidate collaborazioni nella regione", ha dichiarato un portavoce di BP a Reuters, aggiungendo che l'azienda ha fatto "ogni sforzo per partecipare". Shell ha rifiutato di rilasciare commenti, mentre TotalEnergies, ExxonMobil e Chevron non hanno risposto nell'immediato.

Tensione a Riyadh e impatto sui mercati

Il congresso si tiene a soli 10 chilometri dall'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh, colpito durante il fine settimana dalle forze yemenite in un attacco che ha causato 12 vittime. La sospensione dei voli nello scalo è stata prorogata fino a lunedì. Nonostante i ripetuti avvertimenti lanciati nei giorni scorsi da Sana'a, le autorità saudite hanno insistito per mantenere operative le strutture aeroportuali. Anche l'aeroporto di Abha e diversi impianti chiave di Aramco, comprese alcune raffinerie, sono stati ripetutamente presi di mira.

Intervenendo alla conferenza, l'amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha lanciato un allarme globale: la pressione sul mercato dell'energia è destinata a peggiorare finché lo Stretto di Hormuz non sarà completamente riaperto dall'Iran. "A livello globale, la tensione sul petrolio greggio è seria", ha affermato, spiegando che l'impennata dei prezzi dei carburanti raffinati sta aggravando il quadro. Nasser ha aggiunto che le scorte offshore si trovano "ben al di sotto" dei 6 milioni di barili, stimando che potrebbero volerci fino a due anni per ricostituirle garantendo al contempo il soddisfacimento della domanda.

Nel frattempo, lunedì i prezzi del greggio hanno toccato i massimi delle ultime due settimane: il Brent è salito dell'1,25% arrivando a 106 dollari al barile, mentre il WTI statunitense è stato scambiato a 92 dollari al barile, sui livelli più alti dal 29 settembre.

Crisi economica e scontri sul campo

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal (WSJ), Riyadh ha subito ingenti danni a causa del conflitto con lo Yemen e delle successive attacchi di rappresaglia da parte di Sana'a. Questa situazione ha ampliato il deficit di bilancio saudita, spingendo l'economia del Regno verso la contrazione.

In Yemen continuano intanto violenti scontri tra le forze guidate da Ansarallah e i gruppi filogovernativi, con l'obiettivo di espellere la coalizione a guida saudita dal Paese. A settembre, le YAF hanno preso il controllo di Bab al-Mandab, di gran parte della costa occidentale yemenita e di diverse isole nel Mar Rosso, e stanno ora avanzando verso la città di Taiz.

L'ampia campagna di attacchi contro l'Arabia Saudita è la risposta all'escalation del conflitto avviata a luglio. Negli ultimi giorni si sono intensificati anche i bombardamenti sauditi sullo Yemen, provocando numerose vittime civili.

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Voli per Israele: Air France e United si adeguano al divieto sui piloti musulmani

 

Israele ha introdotto nuove restrizioni di sicurezza che vietano a piloti e assistenti di volo stranieri con cittadinanza di Paesi privi di relazioni diplomatiche con Tel Aviv di prestare servizio sui voli diretti nel proprio spazio aereo. A darne notizia è il quotidiano Haaretz.

La decisione giunge in seguito al presunto tentativo di dirottamento di un volo FlyDubai diretto a Tel Aviv, che avrebbe visto protagonista un copilota omanita. In risposta all'evento, il Centro operativo per la sicurezza aerea del Ministero dei Trasporti israeliano ha emesso una serie di direttive aggiornate.

Secondo quanto riportato dall'emittente pubblica israeliana KAN, il divieto si applica anche ai professionisti in possesso di doppia cittadinanza, precludendo di fatto l'accesso ai cieli israeliani al personale di volo proveniente dalla maggior parte dei Paesi a maggioranza musulmana.

Le nuove linee guida interesseranno piloti e assistenti di volo di 31 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Iran, Malesia, Venezuela, Pakistan e Oman. Secondo le prime ricostruzioni, United Airlines e Air France si sarebbero già adeguate alle norme informando i propri dipendenti. L'applicazione di tali restrizioni da parte di Air France potrebbe tuttavia esporre la compagnia a contenziosi legali in Francia, dove molti cittadini hanno la doppia cittadinanza algerina o tunisina (due Paesi che non mantengono rapporti diplomatici con Israele).

Nel frattempo, l'emittente Canale 13 ha riferito che almeno una compagnia aerea israeliana ha avviato verifiche sui precedenti penali e personali di circa 2.500 dipendenti del settore aeronautico locale.

L'incidente FlyDubai e le incongruenze nella ricostruzione

Secondo le versioni ufficiali di Israele ed Emirati Arabi Uniti, il copilota omanita Hammam al-Hammami avrebbe tentato un attacco terroristico a bordo del volo FlyDubai 1073, cercando di far schiantare l'aeromobile per uccidere i passeggeri israeliani. I funzionari emiratini hanno riferito che al-Hammami avrebbe aggredito il comandante con un'ascia d'emergenza nel tentativo di prendere il controllo dei comandi.

Diversi elementi della ricostruzione presentano tuttavia forti incongruenze, portando diversi osservatori a ipotizzare una narrazione di propaganda.

Un passeggero israeliano di 50 anni, Yaniv Hayun, titolare di un'azienda idraulica senza alcuna esperienza di volo, ha raccontato di essere intervenuto nella cabina di pilotaggio, di aver bloccato l'aggressore e di aver stabilizzato l'aereo mentre questo precipitava per 20.000 piedi. Hayun ha affermato di essere riuscito a far uscire l'aereo dalla picchiata rimettendolo in assetto grazie alle nozioni apprese guardando un programma televisivo sugli incidenti aerei.

La versione ha sollevato forti perplessità tra gli esperti. Un pilota intervistato dalla CNN ha espresso seri dubbi sulla fattibilità della manovra descritta: "I dati riportati non hanno alcun senso dal punto di vista della fisica aeronautica: un'escursione di quota così rapida e violenta avrebbe causato la disintegrazione strutturale dell'aereo". Inoltre, nei filmati girati a bordo durante la presunta caduta libera, si vedono i passeggeri camminare e stare in piedi nel corridoio per osservare cosa stesse accadendo verso la cabina di pilotaggio.

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Minori in accoglienza, otto parole per rilanciare la speranza educativa

12 Ottobre 2026 ore 19:24

«Si recupera tutto, anche la carta straccia, immagina se non recuperiamo un bambino»: lo dicevano (e soprattutto lo praticavano) Silvio Barbieri e sua moglie Albertina Negri, che fra il 1961 e il 1986 a Olginate, in provincia di Lecco, hanno accolto nella loro casa 121 minori. Un’esperienza profetica, in anni in cui il destino “naturale” per orfani, figli illegittimi e ragazzini con disturbi del comportamento era l’orfanotrofio: nel 1960, solo un anno prima dell’apertura di Casa Alber, i minori ricoverati in brefotrofi e orfanotrofi, in Italia, erano ben 310mila.

Nei 25 anni di vita di Casa Alber, Silvio e Albertina ci hanno insegnato la “speranza educativa”. Una postura educativa non scontata, soprattutto in un momento storico in cui all’accoglienza dei minori si guarda quasi con sospetto e in cui la società sembra spingere più nella direzione securitaria che in quella educativa.

Dare corpo a questa “speranza educativa”, attualizzando il messaggio che Casa Alber ha lasciato al territorio, non è quindi cosa da poco. Ecco le otto parole con cui ha provato a farlo il convegno Tra dono e speranza. Dall’esperienza di Casa Alber all’evoluzione dell’accoglienza dei minori, che si è svolto venerdì 2 ottobre al Centro di Spiritualità S. Girolamo Emiliani di Somasca di Vercurago, in provincia di Lecco. A promuovere l’evento, l’Ordine dei Padri Somaschi (a cui Silvio e Albertina erano spiritualmente aggregati), l’impresa sociale Girasole e l’Ambito territoriale di Lecco, in una proposta che a partire dal passato ha rilanciato verso il futuro.

Maurizio Volpi presenta il libro Casa Alber. Un’esperienza profetica

Osare. Il coraggio educativo

Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia, ha richiamato l’eredità educativa di san Girolamo Emiliani, capace cinquecento anni fa di dedicare la propria vita agli orfani e ai ragazzi abbandonati. Accogliere oggi i bisogni di minori e famiglie fragili è quindi una profezia che si rinnova. «Restare fedeli alla profezia non significa ripetere gesti identici a quelli di ieri, ma restare capaci di leggere, con la stessa onestà con cui abbiamo sempre provato a fare, i bisogni di oggi», ha detto nel suo intervento. Oggi oltre alle difficoltà economiche i bisogni hanno a che fare con i conflitti familiari, la povertà educativa, la solitudine, l’assenza di figure adulte stabili. Anche i genitori, spesso più sopraffatti che negligenti – vorrebbero fare meglio ma non hanno gli strumenti, a volte nemmeno le parole per chiedere aiuto – hanno bisogno di sostegno e accompagnamento, ha sottolineato Persico, evidenziando l’importanza di costruire una rete tra comunità, famiglie, scuole e servizi sociali.

«Se il bisogno cambia forma, anche l’accoglienza deve saper cambiare forma, pur restando fedele alla sua sostanza. Questa è la lezione che ogni giorno si presenta agli occhi dell’educatore: i metodi vanno rivisti in continuazione, ma che c’è un nucleo, l’accoglienza, che non si tocca mai». Il cuore dell’accoglienza, quindi, qual è? «Accogliere oggi un minore in difficoltà non significa soltanto offrirgli un letto e un pasto. Significa costruire attorno a lui una relazione stabile e affidabile, spesso la prima che sperimenta in modo continuativo. Significa avere adulti – educatori, operatori, volontari – capaci di esserci non per un turno di lavoro, ma per una presenza vera, che il ragazzo possa imparare a riconoscere e, col tempo, a fidarsi. In tutti questi anni ho visto che il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto».

Il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi

Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia

E poi altri tre passaggi cruciali. Accogliere significa lavorare non solo sul minore isolato, ma sul sistema di relazioni che lo circonda: la famiglia d’origine, la scuola, i servizi sociali, il territorio, perché «nessuna comunità può bastare da sola: la vera accoglienza oggi è una accoglienza in rete».  Accogliere significa anche accompagnare le famiglie fragili non con un atteggiamento di giudizio, ma di alleanza: «Il nostro compito, quando possibile, non è sostituirsi ai genitori, ma sostenerli, rimetterli nelle condizioni di poter essere, per quanto possibile, i genitori che desiderano essere». E infine, accogliere oggi significa «avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza. È giusto rispondere al bisogno immediato, ma la vera sfida è costruire percorsi che durino, che diano ai ragazzi strumenti per il futuro, per stare nel mondo senza più bisogno della comunità che li ha accolti. Ho imparato a gioire delle “perdite” più che a temerle: il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi».

Desiderio. Dalla prestazione alla relazione

Mario Mozzanica, pedagogista, già docente all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e di Brescia e ex giudice minorile a Milano. «Chiamate un uomo di 85 anni a parlare di come rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti di oggi?», si è schermito all’inizio. E poi è partito in una lectio meravigliosa.

Da sinistra, Fabio Muscionico, padre Walter Persico, Sara De Carli, Mario Mozzanica e Mario Zevola

«Non è cambiata, in sé, la condizione minorile, adolescenziale e giovanile. È radicalmente mutato lo scenario socioculturale, che genera vissuti nuovi e condizioni altre per il crescere del minore. Analizzando gli indicatori del postmoderno, del transumano e del postumano, si possono individuare i percorsi attraverso i quali si sta sdoganando il riduzionismo della persona (ridotta a individuo) della famiglia contatto (ridotta a contratto) della comunità (munus e moenia) ridotta a società (si danno società invivibili a fronte di comunità ormai invisibili)», ha detto Mozzanica.

Ha parlato di un tempo segnato da pluralità di appartenenze e di appartenenze con riserva. Di una bulimia del presente e di una anoressia del futuro. Dell’enfasi della soggettività, solitaria e individualistica (con la sfida a uscire dalla “cruna dell’ego” per dirla con Pierangelo Sequeri). Di una enfasi del come, una disfasia del dove, e una afasia del perché.

Il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto

Mario Mozzanica, pedagogista

Di come nell’educazione e nei servizi siamo abituati a cercare i bisogni dei bambini e a fare del nostro meglio per rispondervi, dimenticando però il desiderio, che invece è la qualità antropologica dei bisogni e il cuore stesso della pedagogia.

Ecco allora la transizione che ha tracciato: dal bisogno come pretesa al desiderio come attesa e sorpresa; dal bisogno come richiesta esigente di prestazione al desiderio come offerta incondizionata di relazione; dal bisogno come sguardo dal passato al desiderio come volto del futuro; dal bisogno dell’interpretazione per un futuro anteriore al desiderio del discernimento per un futuro interiore. 

«La relazione è la dimensione istitutiva dell’umano. Per il bambino è l’essere dentro l’altro; per l’adulto è far vivere l’altro dentro di sé», ha ribadito. «Potremmo ricordare quello che ha scritto Kierkegaard. La condizione infantile è stare, esistere, vivere, solo con l’aiuto di qualcuno. La condizione adulta è stare, esistere, vivere solo, con l’aiuto di qualcuno. La differenza la fa una virgola».

Disponibilità. Insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio

La parola chiave scelta da Mario Zevola, già presidente del Tribunale per i minorenni di Milano e oggi presidente del CAM – Centro Ausiliario per i minori, è disponibilità: quella delle famiglie che scelgono di accogliere un minore e quella di una comunità chiamata a sostenerle concretamente.

Gli istituti, ha ricordato, spesso garantivano soltanto l’assistenza materiale: «Queste strutture offrivano sostanzialmente solo vitto e alloggio, non soddisfacevano le esigenze affettive e di crescita individuale». Casa Alber propose un modello diverso, fondato sulle relazioni familiari, sull’attenzione alla persona e sulla collaborazione con i servizi sociali e il Tribunale. Un’esperienza capace di anticipare importanti cambiamenti legislativi, mettendo al centro il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare.

Oggi, però, la disponibilità all’affido è sempre più difficile da trovare e chi sceglie di accogliere deve spesso affrontare ostacoli organizzativi e carenze nei servizi: «Ciò di cui oggi si avverte la mancanza, rispetto al passato, è il senso di solidarietà», ha sottolineato Zevola, richiamando la diffusa diffidenza verso gli interventi di tutela dei minori. «Rilevo poi che le famiglie o anche le singole persone disponibili all’affido sono sempre meno e quando se ne trovano la loro disponibilità è frequente che si scontri con difficoltà operative». Il suo appello è innanzitutto a ricostruire una responsabilità collettiva, capace di accompagnare le famiglie affidatarie e sostenere quelle d’origine. «Debbo concludere osservando come sembra vada affievolendosi, ma vorrei essere smentito, quella volontà, tempo addietro sostenuta invece da Silvio Barbieri, “di sorreggere la famiglia di origine, rianimando genitori e figli in difficoltà relazionali e psicologiche ed affettive   anche per mezzo del temporaneo utilizzo dell’affido familiare”».

Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte

Mario Zevola, presidente CAM

Per Zevola occorre ritrovare lo spirito solidale e il coraggio di investire nell’accoglienza, senza arrendersi alle difficoltà: «Come scriveva lo stesso Barbieri, “Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte”. Dobbiamo invece insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio, se ci diamo da fare».

Creatività. L’accoglienza come responsabilità dell’intera comunità

Le parole chiave dell’intervento di Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza, sono due in realtà: rete e creatività. O forse una, se intendiamo creatività come la capacità di costruire risposte nuove e integrate ai bisogni dei minori e delle famiglie fragili, superando la frammentazione degli interventi.

«Oggi non possiamo più ragionare sull’accoglienza considerandola un intervento a sé stante», ha sottolineato Muscionico. La tutela dei minori, infatti, deve inserirsi in un percorso più ampio, che parte dall’intercettazione precoce delle difficoltà e dal sostegno alla genitorialità, fino agli interventi di protezione quando necessari.

L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale

Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza

In questa direzione si muovono i Centri per la Famiglia, il Piano Disagio Minori e progetti territoriali come lo sportello “#dieciquattordici”, sviluppato nel lecchese in collaborazione con il Consultorio Giovani. Esperienze che puntano a intercettare tempestivamente il disagio e a mettere in rete servizi sociali, scuole, consultori, servizi sanitari e Terzo Settore. Fondamentale anche il programma Pippi, che promuove il sostegno alle capacità genitoriali e alle risorse familiari. «Il compito dei servizi non è semplicemente valutare il rischio, ma sostenere concretamente le capacità genitoriali e le risorse delle famiglie», ha spiegato Muscionico, ricordando che «l’allontanamento del minore non può mai essere considerato la prima risposta».

Da sinistra: Chiara Isacchi, Michela Maggi, Sara De Carli, Carmen Baldi e Angela Palleschi

Quando l’accoglienza diventa necessaria, affido familiare e comunità educative devono essere parte di un unico sistema di protezione. «Non basta infatti trovare famiglie disponibili. Occorre costruire comunità affidatarie, reti capaci di sostenere le famiglie che accolgono, accompagnarle e valorizzarne il ruolo. L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale».

La sfida, dunque, è creare un’infrastruttura sociale ed educativa in cui istituzioni, servizi e cittadini condividano responsabilità e obiettivi. Perché, come ha concluso Muscionico, «la tutela dei minori non è il compito di un singolo soggetto, ma il risultato della capacità di un territorio di costruire alleanze stabili a favore dei bambini e delle loro famiglie. Ed è proprio nella capacità di un territorio di costruire relazioni, alleanze e comunità accoglienti che si misura la qualità del suo sistema di protezione dell’infanzia».

Da alleanza a generatività, le parole chiave del territorio

Il confronto è proseguito dando voce agli attori del territorio. Michela Maggi, coordinatrice dell’Ufficio di Piano dell’Ambito di Lecco, ha scelto la parola “accompagnare”; Chiara Isacchi, del Servizio Tutela dei Minori e Legami Familiari dello stesso Ambito, ha richiamato il valore di un “incontro che cura”. Angela Palleschi, coordinatrice del Servizio Affido provinciale, ha sottolineato che la relazione di aiuto non si esaurisce nell’intervento professionale e tecnico, ma si costruisce soprattutto nella dimensione relazionale: per dare concretezza alla speranza educativa, la sua parola chiave è stata “alleanza”. Infine, Carmen Baldi, responsabile del Coordinamento Attività Consultoriale di Asst Lecco, ha richiamato il lavoro culturale che si sta facendo su tutto il territorio provinciale e ha proposto il termine “generatività”.

Sabina Panzeri e Filippo Boscagli

Il sindaco di Lecco, Filippo Boscagli (a sua volta padre affidatario) ha portato il proprio saluto, mentre a tracciare le prospettive di lavoro futuro è stata Sabina Panzeri, sindaca di Costa Masnaga e presidente dell’Ambito Territoriale di Lecco. Un percorso che rilancia l’importanza di fare rete e condividere responsabilità, affinché la speranza educativa possa tradursi in relazioni, sostegno concreto e nuove opportunità per i minori e le famiglie.

Foto di mehrab zahedbeigi su Unsplash

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[2026-10-16] Chi decide per la città? @ Csoa Gabrio

13 Ottobre 2026 ore 17:26

Chi decide per la città?

Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(venerdì, 16 ottobre 18:00)
Chi decide per la città?

Quanto sono stati ascoltati bisogni e voci di chi vive la città nella stesura del nuovo Piano Regolatore Generale dell’assessore Mazzoleni? Abbiamo posto il problema della partecipazione fin dall’inizio dell’iter di approvazione del nuovo piano nel 2023, eppure malgrado sia stata costruita una narrazione di coinvolgimento e di interesse nei confronti delle richieste della cittadinanza, queste sono state in gran parte deluse. È sempre stato così in questa città? Chi la amministra ha sempre deciso da solo il suo futuro?


Per rispondere a queste domande il centro sociale Gabrio ha organizzato, nei propri locali, la mostra “Un’altra Torino: le lotte dei comitati di quartiere anni 60-70” che ripercorre, partendo dai documenti dell’epoca, le mobilitazioni e le rivendicazioni di allora: in quegli anni infatti si costituirono numerosi comitati di lotta nei quartieri per chiedere un miglioramento della vivibilità e dei servizi di Torino. L’amministrazione comunale di allora seppe dialogare e farsi influenzare dalle richieste dal basso, mentre oggi la giunta Lo Russo non ha fatto altro che voltargli le spalle. La mostra resterà aperta da domenica 11 a venerdì 16 ottobre, tutti i pomeriggi, nei locali del 1° piano del CSOA Gabrio.


Proprio venerdì 16 ottobre, alle 18, come Assemblea Un altro piano per Torino, in concomitanza la chiusura della mostra medesima, proporremo un dibattito pubblico dal titolo “Chi decide per la città?” in cui, oltre a costruire un filo tra le lotte del passato e quelle di oggi, ribadiremo la necessità che siano ascoltati i bisogni di chi abita la città, come da quasi ormai 4 anni chiediamo al sindaco Lo Russo e all’assessore Mazzoleni.
Invitiamo tutt* a partecipare al dibattito e visitare la mostra, anche per raccontare le esperienze e gli anni a cui questa fa riferimento.


NATO Details Plan to Shield Ukraine’s European Allies From Russia

With the Russians intensifying sabotage, arson and cyberattacks against European nations supporting Ukraine, NATO divulged a blueprint, in case of war, to deter the Kremlin.

© Omar Marques/Getty Images

Gen. Alexus G. Grynkewich of the U.S. Air Force, NATO’s top military commander, speaking at the Warsaw Security Forum on Monday.

Manuale DI SOPRAVVIVENZA per i DIMENTICATI dell'economia: Regola n. 1 | Valerio Malvezzi

12 Ottobre 2026 ore 18:59

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A settembre 2026 l'ISTAT ha registrato una fluttuazione negativa generalizzata, segnalando un calo marcato nel clima di fiducia sia dei consumatori sia delle imprese. In particolare, l'indice di fiducia dei consumatori subisce una contrazione significativa, scendendo da quota 94,5 a quota 91,2. Parallelamente, l'indicatore composito relativo al clima di fiducia delle aziende diminuisce anch'esso passando dal 97 al 95,9.

Sono indicatori statistici e quindi dicono poco. Quello che però è importante è capire il senso di queste misure, e cioè la gente non ha più fiducia. Questo arretramento delle imprese interrompe bruscamente una fase relativamente positiva durata 3 mesi consecutivi di crescita costante. E per quanto concerne i consumatori, la dinamica congiunturale risente in parte anche di alcuni aggiornamenti tecnici introdotti nella rete di rilevazione.
Ecco, io in merito al tema della fiducia delle imprese vi voglio dire che non è proprio assoluto. Cioè, le statistiche sono un po' come nella poesia di Trilussa, in cui uno mangia 2 polli, uno ne mangia 0 e in media hanno mangiato un pollo a testa.

Questi discorsi statistici lasciano il tempo che trovano. Io farò un evento a Milano il 26 novembre, sarà dal vivo e io parlerò agli imprenditori e parlerò della solitudine dell'imprenditore. Parlerò soprattutto di come fare a uscire dal ragionamento statistico per entrare in un ragionamento personale. Non mi appassionano più i discorsi statistici come non mi appassionano i discorsi politici.

L'imprenditore oggi è solo, ebbene, allora deve prenderne atto e coraggiosamente fare il proprio compito, cioè di fare navigare la nave anche in momenti difficili. E vi posso dire che moltissimi ci riescono. Quindi il deterioramento degli indici riflette le crescenti preoccupazioni dei cittadini di fronte all'incertezza del quadro macroeconomico generale, e la frenata della fiducia produttiva evidenzia le difficoltà incontrate dagli operatori in un quadro di costi elevati e domanda debole. Va benissimo, ma quello che io faccio con gli imprenditori è prendere atto della situazione ma poi risolverla. Cioè, piangersi addosso non serve a nulla, capite?

Leggere i giornali o leggere le statistiche, i dati diffusi dell'ISTAT, è diventato opposto al discorso su chi ha voglia di fare, investire, e le cose gli vanno molto bene. Quindi la media del pollo secondo me statisticamente poco interessante. Meglio essere quello che mangia il pollo piuttosto che quello che rimane a pancia vuota.

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 10.12 - APECAN

12 Ottobre 2026 ore 18:50

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L’epidemia di noia che sta trasformando le nostre città

13 Ottobre 2026 ore 06:43

Quando è stata l’ultima volta in cui avete passeggiato per strada in una città con un’edilizia moderna? Vi voglio parlare di un problema che sappiamo esistere in ogni città e cittadina: la sempre maggiore presenza di edifici senza carattere. Credo che stiamo vivendo un’epidemia di noia.

Tranne rare eccezioni, sappiamo già che i nuovi edifici saranno spenti e monotoni. Dovunque è lo stesso. Monotoni, piatti, dritti, lucidi. Disumani. Mia figlia li chiama gli edifici “bah”. Edifici che trovano giustificazione nella funzionalità.

Io progetto edifici e spesso mi sono sentito dire che la forma dovrebbe seguire la funzione. Ovvero, eseguendo meccanicamente i calcoli per un edificio ben strutturato, il risultato apparirà comunque bello. Questo mantra, secondo cui la forma segue la funzione, dura da un secolo. Dopotutto pare buono, no? Qualcuno dissente? Sembra ovvio che ogni dettaglio ulteriore rappresenti una decorazione superflua.

Vi voglio parlare di una funzione cruciale che penso sia andata perduta: la funzione dell’emozione.

Quando dico emozione, intendo la capacità che ha un edificio di significare qualcosa per noi, di renderci gioiosi, di creare un legame. Gli edifici ci influenzano. Ci camminiamo attorno, alziamo gli occhi per guardarli. La maggior parte di noi, però, la maggior parte delle volte, resta loro indifferente.

Se ci recassimo in una città e vi chiedessi quale parte vorreste visitare, quella vecchia o quella nuova, sappiamo tutti istintivamente che la maggioranza sceglierebbe la parte vecchia. Perché? Perché tutti sappiamo che la città nuova sarà noiosa e senza personalità.

Dove sono finite le escrescenze e le protuberanze dei nostri edifici? Le ombre, le asperità dei materiali, la tridimensionalità, i forti contrasti di luce? Come mai tutto è diventato così bidimensionale, semplicistico e senza carattere?

A quanto pare, non sono l’unico ad allarmarsi per quanto sta accadendo alle nostre città. Alcune ricerche mostrano che questi edifici non sono soltanto semplicistici e monotoni. Sono nocivi. Sono nocivi per la salute mentale, perché il solo fatto di muoversi tra loro è una fonte di stress psichico. Sono nocivi per la salute fisica, perché allungano i tempi di guarigione dalle malattie al loro interno, e sono dannosi per la salute sociale, perché fanno salire il rischio di crimini e comportamenti antisociali.

Il quadro diventa ancora più sinistro se ci fermiamo un momento a pensare alla crisi climatica che stiamo vivendo. L’impatto delle automobili e del trasporto aereo è stato ampiamente enfatizzato. Secondo uno studio del 2019, l’aviazione era responsabile del 2,1% delle emissioni di gas serra. Un fuscello a confronto della trave rappresentata dall’intero settore delle costruzioni, con il suo notevole 38%.

Negli Stati Uniti, ogni anno si demoliscono e ricostruiscono edifici per un totale di 100 milioni di metri quadrati. È l’equivalente della metà di Washington, DC, demolita soltanto per essere ricostruita. E non avviene solo negli Stati Uniti. È un fenomeno mondiale.

Nel Regno Unito vengono demoliti 50.000 edifici all’anno. Qui la vita media di un edificio commerciale è di 40 anni. Questo significa che, se fossi stato un edificio commerciale, sarei stato demolito 12 anni fa.

La cosa è piuttosto semplice. Quando qualcuno non ama, e uso proprio la parola “ama”, un edificio, è più probabile che lo demolisca.

La mia impressione è che non abbiamo unito i puntini. La costruzione di un edificio, una delle cose più costose immaginabili, è comprensibilmente soggetta a enormi pressioni: sui tempi, sui costi, da parte della politica, del proprio ego, delle normative e dello status quo. La spinta a ignorare l’anima è immensa. E cambiare le cose fa paura a chiunque, a me tra i primi. Ma sono convinto che l’emozione sia una funzione fondamentale che è stata dimenticata.

C’è un piccolo gruppo di persone che l’ha capito e cerca di risolvere il problema. In Francia, Sou Fujimoto ha progettato una torre con una stupenda superficie movimentata. In Burkina Faso, Francis Kéré ha realizzato un centro medico dotato di un’anima. In Libano, Lina Ghotmeh Architecture utilizza splendidi spessori murali per dare carattere alle abitazioni. Nel Regno Unito, ACME Studio aggiunge personalità e dettagli originali agli edifici nei centri delle nostre città.

Ho pensato di mostrarvi alcuni esempi di come il mio studio ha cercato di affrontare il problema.

A Città del Capo c’era un silo per cereali vecchio di cent’anni e in disuso, originariamente utilizzato per conservare mais proveniente da tutto il Paese, che rischiava quasi certamente di essere demolito.

Proponemmo di non distruggerlo e di trasformarlo, invece, nella prima grande istituzione africana dedicata agli artisti africani contemporanei.

Prendemmo la forma di uno dei chicchi di mais che un tempo erano stoccati nel silo e la intagliammo all’interno della costruzione, allestendo intorno 80 gallerie.

Il lavoro consisteva nel restaurare e ridare vita a una struttura storica, ma al centro del nostro progetto, con costi contenuti, c’era l’idea di creare un’emozione irresistibile e travolgente, sfruttando il più possibile quei tubi giganteschi.

Il punto chiave era capire come fare non soltanto per far fermare le persone all’esterno ad ammirare la struttura, ma per attirarle all’interno, dove la loro curiosità avrebbe fatto il resto.

Si entra passando sotto le tramogge, da dove i cereali cadevano sul nastro trasportatore. Tagliando la straordinaria struttura storica originale, abbiamo rivelato e reso fruibili le peculiarità dell’edificio. Questi dettagli, queste cavità, contribuiscono all’anima del progetto.

Sul tetto si trova un giardino delle sculture con il pavimento in vetro. Il museo finito è grezzo, è crudo, ma vero. Ed è stato un onore riportare in vita questa struttura storica.

A Singapore volevamo trovare delle soluzioni per far ritrovare alle persone l’entusiasmo di studiare in un’università. In quest’epoca digitale, in cui tutto si può fare su Internet e ho persino sentito dire che è possibile conseguire un dottorato dal letto di casa, a cosa servirebbero degli edifici universitari?

Noi siamo convinti che siano luoghi in cui mettere in comune le idee, incontrare un futuro socio in affari o la persona con cui fondare un’associazione di utilità sociale. Eppure, ciò che tipicamente ci aspetta sono pannelli di polistirolo sul soffitto, nessuna sorgente naturale di luce e ambienti poco invitanti in cui ritrovarsi.

In controtendenza, abbiamo costruito un edificio universitario senza corridoi, dove gli studenti possono vedersi reciprocamente. Un edificio senza facciata né retro. Difatti, non è un solo edificio, ma dodici edifici affiancati.

Il nostro obiettivo era inventare un’architettura tropicale di nuovo tipo, che facesse un uso minimo di energia, in cui imparare in aule prive di forme angolose, dove professori e insegnanti collaborassero con gli studenti, piuttosto che limitarsi ad assegnare compiti.

Un luogo dove la cultura fosse d’ispirazione, ma che invitasse anche a soffermarsi. E che fosse aperto tutto il giorno.

L’ultima volta che sono stato a Singapore, ero sotto l’effetto del jet lag, alle due di notte. Sono passato accanto all’edificio e ho visto studenti che tranquillamente lavoravano e socializzavano.

Nello Yorkshire, una contea inglese, ho avuto la fortuna di riumanizzare un centro di cura di uno dei più grandi ospedali oncologici del Paese. Quando si pensa ai peggiori luoghi in cui si è mai stati, di sicuro gli ospedali sono in cima alla lista. Sono tra gli edifici più angosciosi e terrificanti in cui ci si possa trovare.

Ci siamo dati la missione di creare un luogo emotivamente non asettico, in cui fosse possibile sentirsi vulnerabili, piangere, sentirsi protetti e far parte di una comunità accogliente.

Ma il cantiere era previsto sull’unico spazio verde dell’ospedale e non volevamo essere noi a piazzare uno “scatolone” per eliminarlo del tutto. Quindi ci siamo posti il problema di estendere il verde che, sappiamo, aiuta il processo di guarigione.

Come nei modellini di dinosauro fatti di pezzi di compensato che si incastrano, abbiamo fatto incastrare pannelli giganteschi per creare tre strutture che ospitassero tre grandi giardini, dando vita a un edificio-giardino.

In questo edificio ci sono 17.000 piante e 23.000 fiori a bulbo, che rappresentano un aumento del 423% della biodiversità sul sito.

Il nostro obiettivo era costruire un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e, mettendo al centro le emozioni degli utenti, cercare veramente di realizzare un’architettura della speranza.

Infine, a Shanghai, abbiamo avuto un’opportunità tipica dei nostri tempi: dover fare le cose in grande. Realizzare un progetto di 400.000 metri quadrati su un sito lungo 480 metri, dove normalmente si sarebbe costruito qualcosa di convenzionale.

Il sito era enorme, tanto che l’Empire State Building avrebbe potuto starci adagiato.

Perché il progetto fosse economico e strutturalmente efficiente, avevamo bisogno di una griglia di mille colonne. Allora abbiamo scelto di non abbellire delle scatole, ma di rendere le colonne protagoniste, collegando il parco da un lato e il quartiere degli artisti dall’altro, riunendoli in un unico centro.

Il progetto finale si chiama A Thousand Trees.

Ogni colonna è sormontata da un albero di montagna cinese, ancora giovane. Abbiamo dovuto considerare nutrimento, drenaggio, effetti della luce e umidità, sfruttando il fatto che ogni colonna rappresenta il punto ideale per sostenere un carico.

L’edificio ha inoltre centinaia di terrazze esterne, offre ombra e speriamo che possieda la complessità necessaria per coinvolgere emotivamente le persone in un progetto di queste dimensioni.

Abbiamo lavorato con artisti locali per integrare le loro opere nella nostra visione, in un progetto veramente collaborativo. Questo atteggiamento si riflette anche all’interno.

Il progetto è stato inaugurato alla fine dell’anno scorso, sebbene soltanto per metà. Ci sono 100.000 persone al giorno che lo visitano. Ma non sono stati soltanto gli alberi e le piante: persino i pilastri strutturali sono diventati nostri alleati per umanizzare un progetto di questa portata.

Voglio dire, quindi, che non esiste un unico linguaggio o approccio per affrontare questa epidemia di noia. Così come in natura conosciamo oggi l’enorme importanza della biodiversità, abbiamo disperatamente bisogno di diversità in architettura.

Il mio obiettivo è cercare di dare inizio a un movimento mondiale di umanizzazione, in cui non si tollerino più luoghi inumani e senz’anima.

E se un giorno i nostri edifici ci ispirassero ad adeguarli, risistemarli e ripararli?

Non possiamo continuare a demolire gli edifici che ci circondano.

Smettiamo di costruire edifici con una vita utile di 40 anni e costruiamo edifici che durino 1.000 anni.

Unitevi a me, vi prego. Grazie.

Trascrizione del TED di Thomas Heatherwick, celebre architetto, designer e artista britannico. 

L'articolo L’epidemia di noia che sta trasformando le nostre città proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

LUITON LT-310 SDR La RADIO CB All-Mode PIÙ PICCOLA AL MONDO!

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CB PIÙ PICCOLO DEL MONDO! 🌍 Recensione e Test Luiton LT-310 SDR 📻
In questo video, mettiamo sotto la lente d'ingrandimento il Luiton LT-310 SDR, un ricetrasmettitore CB all-mode (AM/FM/SSB) che sta facendo molto parlare di sé per le sue dimensioni incredibilmente compatte. È davvero il CB perfetto per chi ha poco spazio in auto o in camper? O le prestazioni sono state sacrificate per l'estetica?
Andiamo a scoprirlo insieme in questa recensione completa e test sul campo!
Cosa vedrai in questo video:
Intro e il problema dello spazio: Perché un CB così piccolo è una rivoluzione.
Caratteristiche Tecniche e SDR: Analizziamo la tecnologia SDR, le bande, i modi (AM, FM, USB, LSB), la potenza (fino a 15 watt e le funzioni avanzate come la riduzione del rumore AI + DSP e il VOX.
Menu e Impostazioni: Un'occhiata veloce al menu e alla personalizzazione del display a 7 colori.
Conclusioni: Pro e Contro: Il mio verdetto finale. Vale la pena acquistarlo?
🔥 Punti Forti del Luiton LT-310 SDR evidenziati nel video:
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CMF by Nothing debutta nel mondo degli altoparlanti portatili: scopriamo i nuovi SPEAKER S e M

12 Ottobre 2026 ore 18:30
L’espansione dell’ecosistema di un brand in forte crescita porta sempre con sé una ventata di curiosità, specialmente quando si toccano categorie in cui l’offerta globale è già enorme. Questa volta l’attenzione si sposta sull’audio portatile, un segmento in cui il […]

Dalla E2 alla Monjaro EM-i: a Parigi Geely mostra le novità per l'Europa

12 Ottobre 2026 ore 18:36
Geely è presente al Salone di Parigi con la gamma completa dei veicoli offerti sul mercato europeo. L'evento parigino segna il debutto pubblico della Monjaro EM-i, della Starray DM-i aggiornata e della E5. Protagonista della kermesse parigina è soprattutto la E2, l'elettrica più venduta in Cina che si prepara a sfidare le concorrenti del Vecchio Continente. C'è infine anche spazio per uno sguardo verso il futuro: la Project KO11 anticipa infatti i contenuti della SUV plug-in hybrid che sarà disponibile alla fine del 2027. 5 stelle Euro NCAP per la E2 La Geely E2, già ordinabile in Italia con una promozione a partire da 19.900 euro, è una due volumi da 4,13 metri con bagagliaio da 375 litri, a cui si aggiungono i 70 litri del frunk anteriore. stata lanciata con due varianti elettriche a trazione posteriore: quella da 82 CV con batteria da 35 kWh e 252 km di autonomia (ricarica a 60 kW) e quella da 116 CV e batteria da 47 kWh, per 345 km di autonomia (ricarica a 80 kW). Abbiamo guidato la Geely E2 a Parigi: qui potete leggere il nostro primo contatto.  Questo modello ha ottenuto le 5 stelle nei nuovi protocolli di sicurezza Euro NCAP 2026 con punteggi particolarmente elevati nelle categorie Safe Driving e Post-Crash Safety. Debutto assoluto per la Monjaro EM-i La Geely Monjaro EM-i debutta in Europa e in Italia con tecnologia Super Hybrid, ovvero con il powertrain plug-in hybrid basato sulla piattaforma GEA-Evo. Il motore benzina 1.5 litri turbo è abbinato a due varianti di motori elettrici e batterie: la trazione anteriore da 273 CV con batteria da 18,4 kWh e la Ultra AWD con secondo motore elettrico posteriore e batteria da 29,8 kWh. Quest'ultima dichiara una potenza massima combinata di 334 CV e 667 Nm, 116 km di percorrenza in elettrico e 922 km di autonomia complessiva, con possibilità di ricaricare a 78 kW per un 30-80% in 15 minuti. Il pacchetto tecnico include anche le sospensioni CDC a controllo elettronico, il torque vectoring sull'asse posteriore, sei modalità di guida che influenzano tutti i sistemi di bordo e Adas di Livello 2 con telecamere che permettono una visione a 540 gradi in fuoristrada. La SUV misura 4,8 metri e offre 633 litri per i bagagli, inoltre la dotazione di serie include i sedili con funzione massaggio e ventilazione, lo schermo da 15,4" per l'infotainment, la strumentazione da 12,3" con head-up display da 25,6" e i comandi vocali con supporto per 18 lingue. Dalla EX5 nasce la E5 Per evolvere la SUV EX5, già disponibile dallo scorso anno, Geely ha scelto un approccio evolutivo. Nasce così la E5, da subito ordinabile in Italia a partire da 39.900 euro. Questa elettrica a ruote alte offre un'autonomia nel ciclo Wltp fino a 475 km, e la con ricarica rapida a 100 kW (30-80% in 20 minuti). La E5 tocca i 100 km/h da fermo in 6,9 secondi e propone dotazioni ricche per entrambi gli allestimenti previsti, oltre a un generoso bagagliaio da 461 litri. 1.055 km di percorrenza per la Starray DM-i aggiornata Le novità coinvolgono anche la Geely Starray DM-i: la versione plug-in hybrid aggiornata, già ordinabile a partire da 35.900 euro, adotta le nuove batterie da 29,9 kWh (al posto delle precedenti da 18,4 kWh) e può ricaricare a 60 kW. Il risultato è un'autonomia complessiva fino a 1.055 km e fino a 136 km in modalità solo elettrica. Si aggiungono inoltre alla dotazione le tecnologie Vehicle-to-Load (V2L) e Vehicle-to-Vehicle (V2V) con potenza massima erogata di 6,6 kW verso altri veicoli o dispositivi.

Renault, Provost apre alla Bridger in Europa e studia una E-Space di serie

13 Ottobre 2026 ore 10:22
Franois Provost, Ceo della Renault, plaude all'accordo Europa-Cina sull'export di ibride e anticipa un possibile ampliamento della gamma europea delle Régie: non solo con un derivato di serie della concept E-Space, ma anche abbattendo le barriere delle strategie di mercato per la Bridger, SUV compatta progettata per l'India ma dal potenziale globale. Spaziando dal prodotto alla politica, passando per le tecnologie presenti e future, l'amministratore delegato del gruppo francese ha toccato vari temi durante l'incontro con la stampa italiana a margine del Salone di Parigi. La Bridger potrebbe arrivare in Europa? Cominciamo dal ferro. Alla domanda di Quattroruote su un possibile approdo nel Vecchio Continente della Bridger - auto che per caratteristiche quali dimensioni e design potrebbe avere un seguito dalle nostre parti -, Provost non si è nascosto: Bridger è il simbolo dell'offensiva internazionale di Renault, ha spiegato il Ceo, è nata per l'India (dove debutterà nel 2027, ndr), ma potrebbe un giorno arrivare anche qui. I tempi e i modi non sono ancora noti, come pure per un altro nuovo prodotto che, dopo Parigi, tutti danno per scontato: la monovolume derivata dalla concept E-Space esposta al Salone. Penso che ci siano tante SUV e, come abbiamo già annunciato in passato, nella nostra gamma ci saranno dei cambiamenti. Nel recente passato, ha continuato Provost, abbiamo reinventato i bodytype delle nostre compatte, ispirandoci al passato. Sui segmenti superiori, come il C e il D (a cui la monovolume, con i suoi 4,7 metri, appartiene, ndr), il discorso è più complesso: per certi segmenti e mercati abbiamo bisogno di prodotti senza compromessi. Tuttavia, com'è ovvio, se oggi presentiamo quest'auto, è perché abbiamo delle idee. La E-Space arriva a Parigi elettrica, ma il suo eventuale sbocco nella produzione di serie la porterebbe a incrociare la piattaforma RGEV Medium 2.0: un pianale prevalentemente elettrico, progettato con un'architettura a 800 Volt e per autonomie fino a 750 km, ma che prevede anche l'installazione di un motore termico come range extender. La nuova piattaforma è fatta per l'elettrico, premette il ceo, ma in alcuni mercati offriremo il range extender a chi necessita di prolungare l'autonomia nelle lunghe percorrenze. Tuttavia, ha puntualizzato Provost, i prodotti che nasceranno su questa base, anche col range extender, guardano a clienti che siano convinti di passare all'elettrico. Elettrificazione, Cina e industria: la strategia Renault per il futuroSu questo tema, la crisi energetica e l'instabilità politica attuale non hanno deviato la traiettoria del Gruppo, che continua a spingere sull'elettrificazione: Nella crisi dobbiamo avere un piano di resilienza globale, che ci permetta di avere doppi canali di rifornimento per le materie prime e la componentistica, ha spiegato Provost, ma questa situazione ci porta ad accelerare su elettrico e full hybrid. Spero che il cliente si renda conto che, in questo momento e con queste condizioni, il suo budget per l'auto non è controllabile: passare all'elettrico è una soluzione.Su questo fronte, Renault sta anche lavorando a nuove soluzioni tecniche, tra cui le batterie allo stato solido. I tempi d'introduzione, però, non saranno brevi: Ci stiamo lavorando, ma serviranno una decina di anni prima che ci sia un mercato per le batterie allo stato solido. L'industria ha investito tanto nelle tecnologie attuali, che si possono ancora migliorare, e necessita di tempo per ammortizzarle. Con Provost si è parlato di strategia anche a più alti livelli. Il ceo del gruppo transalpino si definisce soddisfatto dell'accordo tra Europa e Cina sull'export di auto ibride: Non bisogna limitare le importazioni, ma aprire a investimenti dei cinesi che possano creare nuovi posti di lavoro.Allo stesso tempo, ha chiarito che Renault non ha in previsione altre partnership con costruttori cinesi al di fuori dell'accordo con Geely: In Europa, siamo aperti alle partnership se alla base c'è la nostra tecnologia, come accade già con Ford e Nissan. Al di fuori, privilegiamo la partnership con Geely perché funziona molto bene. In linea generale, ha poi chiarito Provost, sono favorevole alle partnership, ma senza esagerare. Bisogna conoscersi per farle funzionare. D'accordo con Volkswagen sull'Ue Alla vigilia del Salone di Parigi, Oliver Blume, ceo del gruppo Volkswagen, ha lanciato un messaggio all'Unione Europea: Serve una chiara consapevolezza dei propri interessi. Un monito che invita la politica a supportare l'industria, a unire le forze, creare le condizioni per un rilancio dell'industria automobilistica continentale e definire una volta per tutte le caratteristiche tecniche delle E-Car europee.Provost sposa in pieno la posizione di Blume: ora che l'Europa prenda delle decisioni, ha detto il manager francese. Abbiamo davanti una serie di normative che porteranno ad aumentare di 3.000 euro il prezzo di ogni singola auto. Noi di Renault, come anche la Volkswagen, abbiamo investito tanto in Europa: noi stiamo facendo il nostro per essere più rapidi nello sviluppo e per essere competitivi, la politica deve fare la sua parte.

“San Francesco, il Cantico”: sabato sera in scena al Cinema Teatro Salesiani

12 Ottobre 2026 ore 18:30

L’attore Giacomo Moscato e il musicista Paolo Tenerini portano a Livorno lo spettacolo dedicato al Santo Patrono d’Italia

Sabato 17 ottobre, alle ore 21.15, al Cinema Teatro Salesiani di Livorno, andrà in scena “San Francesco – Il Cantico” con Giacomo Moscato e Paolo Tenerini. Lo spettacolo, attraverso una narrazione emozionale immersiva di grande impatto, racconterà la storia e l’opera di Francesco d’Assisi alternando alcune tra le canzoni più belle a lui dedicate (quelle composte da Angelo Branduardi per l’album “L’infinitamente piccolo” e quelle composte appositamente da Riz Ortolani e Claudio Baglioni per il film “Fratello Sole, Sorella Luna” di Franco Zeffirelli).

LO SPETTACOLO:  Nell’800° anniversario della morte di San Francesco, questo spettacolo ripercorre la vita del santo patrono d’Italia dalla sua nascita alla sua santificazione, passando per tutti gli episodi che hanno reso unica e inimitabile la sua agiografia: la giovinezza scapestrata, la conversione, i primi seguaci, l’accettazione della regola, i miracoli, il viaggio presso il sultano, l’eremitaggio, le stigmate, fino alla stesura della prima preghiera-poesia in volgare della Storia della  Letteratura italiana, “Il cantico delle creature”. Di quest’ultima opera, viene proposta una esegesi emozionale mirata a spiegare il testo, ma, allo stesso tempo, a trasmettere le emozioni e i significati più nascosti di un documento letterario (oltre che religioso) di eccezionale importanza. I biglietti, al costo di € 10,00, sono già disponibili in prevendita online su Liveticket (link: http://www.liveticket.it/evento.aspx?Id=701585) 

Fondatore nel 1994 del laboratorio teatrale “Ridi Pagliaccio” a Grosseto Giacomo Moscato specializzato in storytelling teatrale monologhi e conferenze emozionali ha all’attivo oltre 1300 spettacoli portati in scena, su Dante, Omero, Dickens, Boccaccio.  Laureato in Lettere Moderne, insegna Letteratura, Storia del cinema teatro e Puplic speaking al Liceo Internazionale Fossombroni a Grosseto.

Paolo Tenerini è un musicista cantante grossetano, ha fondato una delle prime Genesis tribute band in Toscana ancora molto attiva. Nel 2018 diventa Frontman e cantante solista del gruppo genovese Real Dream e Nel 2022 ha pubblicato il singolo “Chiedimi come mai”, ballata intima, quasi un sussurro d’amore e nostalgia.  Fortunate collaborazioni come quella con Daniele Sgherri ( per lo spettacolo “Grazie, Lucio!” dedicato a Battisti)  lo portano costantemente in teatro con i brani di Branduardi, Morandi, Mogol, De Gregori e Battisti.

Per informazioni sullo spettacolo tel 3336140794

Trump Gives Putin a Hand in Russia’s Economic War With Ukraine

12 Ottobre 2026 ore 18:20
President Trump is moving to buy Russian diesel while also pressuring Ukraine to halt attacks on refineries, a lifeblood of Moscow’s war machine.

© Reuters

Smoke rising from fires at an oil refinery after what the authorities said was a Ukrainian drone strike in Moscow last month.

L'Europa condanna l'accordo Usa-Russia sul diesel mentre affonda nella crisi energetica

Mentre l'Unione Europea sprofonda in una crisi energetica sempre più grave, i suoi leader hanno trovato il tempo e la voglia di scagliarsi contro l'accordo siglato il 9 ottobre tra Donald Trump e Vladimir Putin per le forniture di diesel russo agli Stati Uniti. Un'intesa che prevede l'esportazione immediata di oltre 300.000 tonnellate di diesel verso il mercato USA, con la sospensione temporanea delle sanzioni statunitensi sul carburante russo fino all'aprile 2027 e la conseguente rimozione delle restrizioni russe all'esportazione. Numeri che fanno impallidire l'Europa, la quale continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata.

La reazione europea non si è fatta attendere. Kaja Kallas, capo della diplomazia Ue, ha tuonato che non è il momento di allentare la pressione su Mosca. Il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha parlato di una delusione tremenda, accusando Washington di finanziare la Russia. Berlino, per voce del portavoce del cancelliere Friedrich Merz, ha ribadito che la Germania mantiene ferme le sanzioni e lavora con i partner europei per imporne di nuove. Tutti compatti nel condannare l'accordo, tutti ugualmente incapaci di guardare in faccia la realtà.

Russian strikes killed over 80 Ukrainian civilians in two days. Moreover, it has stepped up its hybrid attacks against Europe, both EU Member States and NATO Allies. Suspending sanctions on Russian diesel provides Moscow with more revenues to wage war. This is not the time to ease pressure on Russia, and Europe won’t. On Monday, EU Foreign Ministers intend to approve the biggest set of sanctions listings targeting Russia’s war machine since the start of the war.

— Kaja Kallas (@kajakallas) October 10, 2026

Perché la realtà è che l'Europa, da anni, continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata. Lo ha ricordato senza giri di parole il segretario al Tesoro USA Scott Bessent, che in un'intervista a Fox News ha definito ipocrita l'atteggiamento delle capitali europee. Dal 2022, ha spiegato, gli europei hanno dato più soldi ai russi che agli ucraini proprio perché non riescono a liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca. La loro politica energetica è fallita e continuano a finanziare Putin. Quindi non possono certo lamentarsi se gli Stati Uniti si prendono un po' di respiro sui prezzi del diesel.

Ma la crisi energetica europea non è solo una questione di importazioni. È una crisi che l'Europa si è creata con le proprie mani, con una serie di decisioni scellerate che hanno portato i prezzi dei carburanti a livelli non più sostenibili da cittadini e imprese. Emmanuel Macron definiva insostenibili i prezzi del carburante in Francia nello scorso mese di settembre. Il 17 settembre il prezzo medio della benzina nell'Ue era di 2,6 euro al litro, contro i 2,12 dell'Eurozona. Da inizio anno i prezzi della benzina sono aumentati del 29 per cento e quelli del diesel del 40 per cento. Numeri che pesano come macigni sui bilanci delle famiglie e delle imprese.

Gli esperti spiegano che i governi europei avrebbero tre strumenti per affrontare l'emergenza: ridurre temporaneamente la tassazione sui carburanti, aiutare le famiglie vulnerabili e le imprese di trasporto, e garantire maggiori forniture. Ma nessuno di questi strumenti viene utilizzato con la necessaria determinazione. Vladislav Belov, vice direttore dell'Istituto per l'Europa della Russia, osserva che i prezzi eccezionalmente elevati di diesel e benzina stanno diventando un ulteriore freno alla crescita economica dell'Ue. I costi del trasporto merci, dell'agricoltura, dell'edilizia e di alcuni comparti manifatturieri lievitano e si trasferiscono sui prezzi al consumo. Se i livelli attuali dovessero persistere, dice, è prevedibile un'ulteriore pressione inflazionistica, un calo dei redditi reali e della domanda, e un deterioramento della competitività dei produttori europei.

Alexander Frolov, vice direttore dell'Istituto Mgimo per la politica energetica internazionale, ricorda che i paesi europei detengono il primato mondiale per i prezzi dei carburanti, principalmente a causa della tassazione. La situazione in Medio Oriente ha aggravato le interruzioni delle forniture russe al mercato globale, già causate dagli attacchi all'Ucraina, spingendo i prezzi al rialzo e acuendo la crisi energetica cronica che l'Europa affronta dalla fine degli anni 2010. Con l'interruzione dei legami commerciali con la Russia e la strategia di abbandono graduale dei suoi idrocarburi entro la fine del 2027, è venuta meno la rete di sicurezza. La ricerca di forniture sostitutive su mercati alternativi non fa che aumentare i prezzi. L'Europa risente di qualsiasi sconvolgimento nelle aree periferiche, impatti che in precedenza potevano essere compensati dalle forniture russe abbinate a misure di risparmio energetico.

Alexey Belogoriyev, direttore della ricerca presso l'Institute for Energy and Finance Foundation, sottolinea che le cause della crisi dei prezzi del carburante sono le stesse in tutte le regioni del mondo, ma per gli Stati Uniti un fattore chiave è l'eccezionale redditività delle esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi, che sottrae carburante al mercato interno. L'Europa, al contrario, è un importatore netto. I paesi dell'Ue stanno subendo le conseguenze di decenni di dieselizzazione del parco auto e dell'interruzione dei legami energetici con la Russia. La percezione pubblica della crisi è simile negli Stati Uniti e in Europa, ma le ripercussioni economiche per i consumatori europei sono più gravi.

E mentre tutto questo accade, mentre i cittadini europei fanno i conti con bollette impossibili e prezzi alla pompa che non accennano a scendere, l'Unione Europea continua a finanziare il regime di Kiev per portare avanti la guerra per procura contro la Russia. Aggravando così, di fatto, la propria crisi energetica, politica ed economica.

Le importazioni di gas russo nell'Ue sono scese dal 45 per cento del totale a un 12 per cento previsto per il 2025, mentre quelle di greggio si sono ridotte al 2 per cento. Ma questi dati non raccontano l'intera storia. Perché l'Europa continua a dipendere da forniture energetiche che arrivano da mercati alternativi a prezzi maggiorati, mentre i suoi cittadini si ritrovano con bollette insostenibili e prezzi alla pompa tra i più alti del mondo. Bruxelles continua a prendere petrolio dalla Russia, ma attraverso paesi terzi e quindi con prezzi maggiorati. La Russia vende il suo petrolio greggio a paesi terzi, per esempio Turchia, India, Georgia. Quei paesi lo raffinano nelle loro fabbriche e ne ricavano diesel, benzina e altri prodotti. Poi vendono quei prodotti raffinati all'Europa. Sulla carta, quel diesel è "turco" o "indiano". In realtà dentro c'è petrolio russo. E con i piani del blocco di proibire totalmente il gas naturale liquefatto russo a partire dal 1 gennaio 2027, gli analisti avvertono che potrebbero esserci ulteriori aumenti dei prezzi durante l'inverno. Questo è il livello di follia ideologica e russofoba a cui è giunta l’Unione Europea.

La verità è che l'Europa ha perso la bussola. Condanna gli accordi altrui mentre i suoi leader si dimostrano incapaci di proteggere i propri cittadini. Si trincera dietro sanzioni che non funzionano e che si rivoltano contro se stessa. Continua a ripetere che non è il momento di allentare la pressione su Mosca, mentre sono proprio i cittadini europei a pagare il prezzo più alto. E allora viene da chiedersi quanto ancora dovrà durare questa commedia. Quanto ancora dovranno aspettare gli europei prima che qualcuno a Bruxelles ammetta che la politica energetica del blocco è un fallimento. Quanto ancora dovranno subire le conseguenze di decisioni prese da leader che sembrano aver dimenticato per chi dovrebbero lavorare.

L'accordo tra Trump e Putin sul diesel è solo l'ultimo tassello di una vicenda che espone tutta l'inettitudine, l'inadeguatezza e il fanatismo ideologico di un'Unione Europea in piena crisi energetica. Una crisi che, va detto con chiarezza, è in gran parte autoindotta. Un'Unione che continua a predicare bene e razzolare male, che accusa gli altri di ipocrisia mentre è la prima a praticarla, che si erge a paladina della democrazia e dei diritti mentre lascia i suoi cittadini al freddo e al caro bollette. 

 

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12 Ottobre 2026 ore 18:00

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Phone takes a dive with its owner►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

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Gli Stati Uniti si vogliono ritirare dal Pacifico?

12 Ottobre 2026 ore 17:57

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Gli Stati Uniti stanno davvero ripensando la propria egemonia globale?

Mentre Trump tratta con Putin, un rapporto pubblicato il 10 settembre da Jennifer Kavanagh, ex ricercatrice della RAND Corporation e oggi a Defense Priorities, propone una svolta radicale nella strategia americana in Asia: ridimensionare la presenza militare nel Pacifico occidentale, arretrare verso la seconda catena di isole e ripensare gli impegni militari nei confronti di Taiwan.

Ne abbiamo parlato a Pechino con Zichen Wang, fondatore di Pekingnology e vicesegretario generale del Center for China and Globalization, per capire quanto questa proposta sia realistica, come venga interpretata dalla Cina e se Washington e Pechino possano davvero evitare la trappola di Tucidide.

Una nuova puntata di Ottocina, il diario di viaggio della trasferta di Ottolina TV a Pechino.

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AMD unveils Helion racks for AI agents at OCP summit

12 Ottobre 2026 ore 17:51
AMD is expanding its rack-scale AI lineup with a design to run AI agents, offering CPU-only configurations or integrated CPU/GPU deployments, and liquid-cooled or air-cooled versions. Revealed at the Open Compute Project (OCP) Summit 2026 in San Jose, California, the chipmaker's new rack reference design is named Helion, while its existing system carries the moniker Helios, which we can't help feeling is inviting confusion a little. Helion offers an OCP-compliant blueprint for agentic AI infrastructure built around AMD's CPUs and accelerators. AMD launched Helios earlier this year for frontier-scale AI training and large-scale inference. Helion's enterprise configuration instead combines agent execution and inference within a single rack. Customers can opt for a CPU-only hyperscale configuration or an enterprise configuration with a mix of CPU and GPU blades. Depending on configuration, AMD advertises up to 32,768 of AMD's "Zen 6" CPU cores, delivered via compute nodes fitted with 256-core versions of its Venice Epyc processor, up to 16 of its Instinct MI350P GPU accelerators, and up to 102 Tbps of networking bandwidth. The CPU-only hyperscale version offers dedicated capacity for agent execution and connections to separate model inference infrastructure, while the enterprise configuration combines agent execution, GPU inference, and supporting workloads in one rack. Both configurations offer dense, balanced, or high-performance CPU blades. For dense deployments, EPYC 9006 chips rated at 400 W are used, while performance blades sport a version of the chip with just 96 cores but clocked at 5 GHz. Balanced blades use 256-core processors rated at 600 W. There are also GPU inference blades, with eight Instinct MI350P GPUs in a 5U server, plus general-purpose blades, intended for database and storage servers or technical compute workloads. AMD SVP for Compute and Enterprise AI Dan McNamara said agentic AI is not a single workload, spanning enterprise applications and complex workflows, each with different compute requirements. "To do that takes optimized compute and infrastructure that can adapt to different workloads. With AMD Helion, we are bringing Epyc performance, open software and flexible rack designs together so our partners can build systems around customer needs and make efficient use of available power," he added. AMD says it plans to contribute the Helion specifications to OCP, making them available to the community for further development and adoption. Partner-built Helion configurations are scheduled for November 2026. In its announcement, AMD cites Cisco, Dell, HPE, Foxconn, Lenovo, Supermicro, and others as on board with the new kit. ®

La cultura come motore di sviluppo? Lucca indica la strada

12 Ottobre 2026 ore 17:42

Tra i sette cantieri in cui è organizzato il Lucca Beni Culturali – LuBeC, manifestazione giunta alla sua XXII edizione (dal 14 al 15 ottobre al Real Collegio)  vi è per la prima volta “Welfare culturale in azione” la rassegna esperienziale delle pratiche di welfare culturale che i partecipanti potranno vivere in prima persona. Un’occasione per sperimentare attività ed esperienze già in corso in Italia e valutarne l’impatto e la possibile efficacia sul benessere delle persone. 

Per comprendere le ragioni che hanno portato i promotori di LuBeC a ideare questa rassegna tra i sette cantieri della due giorni intitolata “Ri-generazioni culturali” abbiamo parlato con Francesca Velani, curatrice della rassegna nonché vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di Promo Pa Fondazione, la realtà che  promuove la manifestazione con la collaborazione e il sostegno del ministero della Cultura. 

Francesca Velani curatrice Lubec
Francesca Velani – foto Elena Pardini per LuBeC

La premessa per Velani è ricordare che «LuBeC è un evento ma anche un luogo in cui da oltre vent’anni lavoriamo per mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Nasce in un momento in cui gli enti locali stavano affrontando la riforma del Titolo V della Costituzione e si apriva il dialogo con il privato nella gestione del patrimonio culturale».

Per la vicepresidente di Promo Pa Fondazione del resto l’obiettivo è «da una parte promuovere la nascita di politiche culturali che siano fortemente attuali, contemporanee, in linea con l’Europa e dall’altra fornire gli strumenti perché le stesse arrivino alle persone». 

La cultura diventi agente trasformativo

Fare della cultura un “agente trasformativo”, ma allo stesso tempo «rigenerare il settore culturale perché c’è il tema di un cambiamento, di una trasformazione in termini di competenze. Perché se è vero che la produzione culturale impatta e determina – dal punto di vista economico, sociale e produttivo – su tanti settori, è vero che la cultura oggi ha bisogno di imparare a fare questo in maniera sempre più professionale e dialogando con gli altri sistemi imprenditoriali, profit e non profit e farlo all’interno di una di un intergenerazionalità collaborativa», sottolinea Velani ricordando come i cantieri aperti a LuBeC tocchino i grandi temi che vanno dall’accessibilità alla partecipazione culturale, dal digitale all’Ai, dalla sostenibilità all’impatto, dalla rigenerazione allo stesso welfare culturale.  

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.

Puntando l’obiettivo sulla rassegna “Welfare culturale in azione” Francesca Velani ricorda che si tratta di un tema seguito da anni e su cui si sta lavorando con diversi soggetti tra cui le regioni e il Cultural Welfare Center «che ci accompagna in questo cantiere, insieme a tanti enti e organizzazioni del Terzo settore. Due anni fa abbiamo creato con la collaborazione di oltre 600 soggetti, un manifesto per il welfare culturale che focalizza quattro aree di intervento che sono la normativa, la formazione, le reti e la valutazione di impatto. Linee di intervento che affronteremo anche nel convegno del 15 ottobre sul link worker (il facilitatore della prescrizione sociale, ndr.)».

Da progetto a servizio esigibile

Centrale anche una riflessione per comprendere come «il welfare culturale come ambito possa produrre servizi e non solo progetti. In pratica come i progetti piano piano diventano servizi esigibili. E questo vuol dire in sintesi dare sicurezza a tutta la filiera» precisa Velani e sottolinea: «La rassegna di buone pratiche di welfare culturale è un passo in più sul come possiamo aiutare gli operatori culturali sociali e sanitari a capire in concreto cosa significa una pratica di welfare culturale accreditata? Perché quella pratica è durata di più? Perché è diventata un servizio? Oggi è prescrizione sociale, perché c’è stato un processo, ci sono stati gli investimenti, c’è stata una capacità di mettere insieme professionalità diverse ma anche di evolvere quella pratica sui bisogni reali del territorio».

welfare culturale Lubec_future moves
Future Moves, una delle pratiche in rassegna

Le sette esperienze selezionate non sono state pensate per «offrire la spettacolarità dell’esperienza, anche se sarà uno spettacolo partecipare a queste cose e sarà molto bello» quello che interessa è, sottolinea la curatrice della rassegna, «la solidità del metodo e quindi capire facendo. Noi sappiamo che queste pratiche sono destinate agli adolescenti e agli over 65, alle persone con demenza e ai loro caregiver, ai bambini disabili e a chi è in carcere, ma naturalmente chi partecipa alle pratiche durante LuBeC sono gli operatori e gli amministratori».

A Lucca si punterà a promuovere reti e a innestare all’interno del sistema dei servizi pubblici e privati il link worker, «una figura determinante, formata nella conoscenza delle pratiche che ci sono a disposizione, pratiche che però io posso prescrivere e per farlo devono essere certe», accessibili, perché «l’accessibilità è la madre del welfare culturale».

Nell’immagine in apertura Esercizi di ben-essere learning by doing – Foto da ufficio stampa

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In quale scenario potrebbe verificarsi una mobilitazione in Russia e come potrebbe reagire l'UE?

Il Telegraph ha recentemente affermato che Putin stia preparando una "mobilitazione occulta", secondo cui sarebbero in corso presunti preparativi amministrativi nel caso in cui decidesse di dichiarare la mobilitazione. L'essenza di queste voci non è nuova, e Putin vi ha risposto all'inizio di settembre dicendo che "oggi non esiste uno scenario del genere che richiederebbe una mobilitazione. Si tratta di un attacco informativo da parte del nemico alla vigilia delle elezioni per la Duma di Stato nel tentativo di influenzarne i risultati".

Entrambe le parti della sua dichiarazione sono vere, ma non si può escludere che le circostanze possano cambiare, nel qual caso vale la pena analizzare lo scenario in cui potrebbe verificarsi una mobilitazione e come l'UE potrebbe reagire. "La campagna di attacchi ferroviari della Russia minaccia di paralizzare la logistica militare dell'Ucraina" se condotta sistematicamente da ora fino al prossimo inverno e abbinata a colpi altrettanto sistematici contro le sue stazioni di servizio, i porti, le centrali elettriche e altre infrastrutture.

Se i pianificatori militari russi giungessero a credere che ciò potrebbe portare alla loro tanto attesa svolta lungo il fronte, allora potrebbero consigliare a Putin di fare almeno ciò che fece quattro anni fa, dichiarando la mobilitazione parziale di riservisti esperti per sfruttare qualsiasi sfondamento del genere. L'obiettivo sarebbe quello di applicare più forza militare in questo momento strategicamente vantaggioso per costringere l'Ucraina a conformarsi a tutte le richieste della Russia, o almeno al maggior numero possibile, per porre fine al conflitto con una vittoria russa.

Questo è uno scenario ragionevole in cui potrebbe essere dichiarata almeno una mobilitazione parziale, alla cui possibilità la NATO europea (E-NATO) si starebbe già presumibilmente preparando in anticipo, da cui il recente isterico allarmismo su un imminente attacco russo contro diversi membri del blocco. Alla luce delle dinamiche militare-strategiche in rapido mutamento del conflitto, provocate dalla già menzionata campagna di attacchi sistematici della Russia, questa narrazione può col senno di poi essere interpretata come un condizionamento preliminare.

Lo scopo è manipolare la gente comune inducendola a percepire qualsiasi mobilitazione parziale come preparazione a un'invasione russa degli Stati baltici e/o della Polonia, cosa che Putin ha detto di non avere interesse a fare, e che comunque non avrebbe senso per lui rischiare la Terza guerra mondiale nel tentativo di occupare popolazioni ostili. Ciononostante, questo condizionamento preliminare potrebbe essere abbinato a una falsa bandiera (in Polonia?) per giustificare o una pericolosa escalation da parte dell'E-NATO contro la Russia o un'accelerazione della centralizzazione militare-politica dell'UE.

Le élite liberali al potere dell'E-NATO sono sfidate dalle loro opposizioni conservatrici come mai prima d'ora, in mezzo al declino economico causato dall'impennata dei prezzi dei carburanti dovuta alle sanzioni anti-russe e alla perturbazione del mercato energetico globale provocata dalla Terza guerra del Golfo. Esse hanno quindi interesse a fare il massimo allarmismo sulla Russia per almeno radunare gli elettori attorno a sé, mentre centralizzano ulteriormente l'UE e, nello scenario più estremo, escalano pericolosamente contro la Russia se ciò non dovesse aiutarle.

Per riepilogare, la mobilitazione sarebbe molto probabilmente dichiarata solo per sfruttare uno sfondamento imminente lungo il fronte, ma si prevede che l'E-NATO presenterà qualsiasi mossa del genere come un imminente attacco russo al fine di promuovere gli obiettivi della sua élite. Potrebbe persino verificarsi una “false flag” per rendere questa narrazione più credibile. Prima che l'E-NATO vada pericolosamente all’escalation contro la Russia con tale pretesto, tuttavia, dovrebbe ricordare le parole di Lavrov secondo cui qualsiasi guerra tra loro "sarà molto breve", in un'allusione al fatto che la Russia ricorrerebbe all'arma nucleare contro l'E-NATO per legittima difesa.

(Articolo pubblicato in italiano sulla newsletter di Andrew Korybko)

Il valore della fatica nell’era della dopamina facile

12 Ottobre 2026 ore 17:32

Se c’è un’alternativa, perché scegliere la salita? Con la fatica abbiamo un rapporto sempre più complicato. Possibilmente va evitata, aggirata, risparmiata. Se poi di mezzo ci sono bambini e adolescenti, sottrarli alle difficoltà può perfino sembrare una forma di cura. Eppure, imparare a faticare, anche fisicamente, è uno degli allenamenti più semplici che abbiamo a disposizione per prepararci alla vita: uscire dalla zona di comfort per esporsi allo sforzo non rende fragili, ma più capaci di sostenerlo. Un po’ come accade alle ossa, che hanno bisogno di essere sottoposte al carico e alle sollecitazioni per rafforzarsi, così anche la capacità di reggere la fatica si costruisce esercitandola.

Alberto Pellai lo dice senza troppi giri di parole nel suo libro Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (in uscita il 13 ottobre per Mondadori): la fatica è «buona» perché, nel kit di attrezzi dell’educatore, è «un ingrediente necessario e inevitabile nell’allenamento alla vita». Un’affermazione che suona quasi controcorrente in un tempo nel quale, osserva Pellai, la parola che ricorre più spesso quando si parla di giovani è «fragilità».

Il punto, però, non è rimpiangere un passato nel quale i ragazzi avrebbero sopportato tutto senza lamentarsi. Ma chiedersi: che cosa succede se dalla crescita eliminiamo sistematicamente l’attrito? Se davanti a un ostacolo la prima soluzione diventa toglierlo, davanti alla fatica evitarla, davanti alla possibilità di fallire rinunciare a provarci? Insistere sulla necessità di proteggere i ragazzi da un mondo ostile può finire, secondo Pellai, per convincerli che non valga la pena rischiare e faticare. Meglio starne fuori, restare in camera. Eppure «per “correre” su terreni sempre più impervi, non bisogna mai smettere di uscire di casa e incamminarsi nel mondo». Così facendo può succedere, ad esempio, di scoprire di farcela.

Pellai parte da una storia di scuola e di sport, che da il titolo al libro. A un gruppo di studenti viene proposto di partecipare a una corsa campestre di dodici chilometri. Non si offre nessuno. Il dirigente scolastico decide allora di estrarre a sorte dieci partecipanti. Molti ragazzi cercano immediatamente una via d’uscita e chiedono ai genitori una giustificazione; diverse famiglie li assecondano. Non quella di Leonardo, che alla corsa dovrà andarci. Leonardo comincia quindi ad allenarsi. Corre, fa fatica, si prepara. E il giorno della gara, arrivato alla ripida salita finale di cui gli aveva parlato il professore, mentre alcuni compagni non riescono a proseguire nell’affanno, lui scopre qualcosa che fino a quel momento non sapeva di sé: ce la fa. Anzi, se la cava benissimo. Arriva tra i primi dieci della provincia e si qualifica per le regionali. Quella che aveva vissuto come una sfortuna diventa la scoperta delle proprie capacità.

«Se vuoi allenare i muscoli, la resistenza, la capacità di “fare fiato”, devi andare in salita. E allenando questa abilità svilupperai al contempo la percezione di te come capace di affrontare anche future salite, quando magari non ci sarà a disposizione nessuna scorciatoia o nessun percorso in discesa», scrive Pellai. Lo sport, da questo punto di vista, è una formidabile scuola di realtà. Il risultato non arriva immediatamente. Tra il desiderio e la sua soddisfazione si infilano allenamenti, ripetizioni, errori, sconfitte, giornate in cui non si ha voglia. Il corpo, soprattutto, non si lascia convincere dalle buone intenzioni: per correre più a lungo bisogna correre, per diventare più forti bisogna allenarsi, per arrivare in cima bisogna affrontare la salita.

Tutto questo stride con l’ambiente nel quale trascorriamo ormai una parte crescente delle nostre giornate. Anna Lembke, psichiatra alla Stanford University School of Medicine e autrice di L’era della dopamina (ROI Edizioni), osserva come «abbiamo trasformato il mondo, che era caratterizzato dalla scarsità, in un luogo contraddistinto da una traboccante abbondanza». In questo ecosistema, scrive la studiosa, «lo smartphone è una sorta di “ago ipodermico” della contemporaneità che somministra “dopamina digitale”, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a una generazione sempre connessa». Il mondo digitale e i social media moltiplicano le occasioni di ricompensa e rendono particolarmente facile ripetere comportamenti capaci di darci piacere immediato. Citando un’efficace metafora riportata nel suo saggio, Lembke ci ricorda che «siamo dei cactus nella foresta pluviale. E come cactus adattati al clima arido, stiamo annegando nella dopamina».

La fatica funziona secondo una logica temporale diversa. Chiede di sopportare un disagio presente in vista di qualcosa che non c’è ancora. Ed è proprio questo intervallo a renderla educativa, perché permette di fare esperienza del rapporto tra impegno e risultato. Correre in salita significa anche scoprire che il disagio non coincide con il pericolo e che sentirsi incapaci non significa esserlo davvero. Di fronte alla difficoltà è normale «dubitare della propria capacità di riuscire ad affrontarla», scrive Pellai. Il compito dell’adulto non è eliminare quella difficoltà, ma sostenere il ragazzo mentre prova ad attraversarla.

Qui entra in gioco quella che in psicologia viene chiamata autoefficacia percepita, cioè la percezione di essere capaci di affrontare una situazione e produrre un risultato attraverso le proprie azioni. A volte serve anche un adulto che dica, come l’allenatore di Leonardo: «Non mollare. Ti sei allenato bene. Fidati. Vedrai che ce la farai». All’estremo opposto c’è l’«impotenza appresa», concetto sviluppato dallo psicologo Martin Seligman: quando si consolida la convinzione di non avere alcun controllo sugli eventi, si può finire per non provarci più anche nelle situazioni nelle quali l’impegno potrebbe invece fare la differenza. «Quando compare un senso di impotenza appresa», scrive Pellai, «il soggetto perde la dimensione dell’autoefficacia e generalizza tale vissuto a molti altri contesti, smettendo di provarci e di tentare, anche in situazioni nuove in cui l’impegno verrebbe premiato e le sue abilità sarebbero oggettivamente in grado di reggere lo sforzo che viene richiesto».

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Per affrontare esperienze nuove servono infatti problem solving, gestione delle emozioni e dello stress, capacità di affrontare i conflitti: quelle competenze trasversali che Pellai richiama parlando di life skills. E lo sport offre un terreno particolarmente concreto sul quale esercitarle. Si perde. Si arriva ultimi. Si scopre che qualcuno è più forte. Si deve ricominciare. A volte, invece, dopo aver pensato per settimane «non ce la farò mai», si arriva in cima. Oppure no, ma non sarebbe comunque una catastrofe.

Per questo, secondo Pellai, servono adulti capaci di indicare e presidiare il percorso: abbastanza presenti da sostenere, abbastanza fermi da non rimuovere immediatamente ogni ostacolo. Famiglia e scuola hanno anche il compito di non abbassare continuamente l’asticella nel tentativo di rendere qualsiasi percorso più facile. Perché evitare sistematicamente fatica, limiti e frustrazioni non significa imparare a gestirli. Significa, semmai, rinunciare alle occasioni in cui tensioni ed energie possono trovare un terreno sul quale essere messe alla prova, regolate e incanalate.

Forse per questo la domanda più interessante nella storia raccontata da Pellai non riguarda il preside che obbliga alcuni studenti a partecipare alla campestre. È un’altra: perché, davanti alla possibilità di correre dodici chilometri, non si era offerto nessuno? Pellai mette insieme diverse ragioni. C’è l’ansia performativa dell’«E se poi arrivo ultimo, che figura ci faccio?», un senso più debole di appartenenza alla comunità scolastica — «Perché dovrei andarci io, con tutti quelli che ci sono in questa scuola?» — e anche una più prosaica pigrizia: «Sai che sbatti doversi preparare per partecipare a una gara così impegnativa. Chi me lo fa fare?». Una pigrizia che, se tollerata, osserva Pellai, spingerà sempre più a usare il tempo libero per fare cose «facili, divertenti e fonte di gratificazione istantanea».

Gratificazioni che l’ambiente mette a disposizione con pochissimo sforzo, alimentando un’incessante fuga dal disagio. «Il motivo per cui siamo tutti così infelici potrebbe dipendere dal fatto che stiamo lavorando tanto alacremente per evitare di essere infelici», scrive la psichiatra Lembke. C’è quasi un rovesciamento temporale tra le due logiche. La gratificazione immediata offre il piacere subito e presenta il conto dopo; la fatica chiede di sostenere il costo prima, in vista di una gratificazione che arriverà più tardi. «La scienza ci insegna che ogni piacere esige un prezzo», scrive Lembke. La necessità educativa indicata da Pellai è allora anche quella di imparare che alcune delle esperienze più importanti e gratificanti richiedono tempo, costanza, frustrazione e perfino un po’ di noia. La fatica fisica dello sport ha un vantaggio: rende tutto questo visibile e tangibile. Il fiato corto, le gambe pesanti, la voglia di fermarsi sono reali. Ma reale è anche quello che accade qualche settimana dopo: la stessa salita sembra meno ripida. Non è cambiata la montagna. È cambiato chi la sta salendo.

Foto di Dolomiti Extreme Trail (bambine e bambini al via della corsa in montagna Mini DXT)

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Restare umani nell’era dell’AI

12 Ottobre 2026 ore 16:31

Si è svolto il 12 ottobre, al Teatro Nazionale di Firenze, il convegno “Restare umani nell’era dell’AI”, focalizzato sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella società. Una mattinata che ha visto la partecipazione di circa trecento persone, per riflettere sulle implicazioni etiche e pratiche dell’intelligenza artificiale.

Stefano Massini

L’iniziativa, promossa da Unicoop Firenze, ha messo a confronto esperti e accademici per indagare il futuro del sapere, dell’informazione, dell’ambiente e dell’economia nell’era digitale.

Tra gli ospiti intervenuti Stefano Massini, scrittore e direttore artistico del Teatro della Toscana, che ha aperto la mattinata dopo i saluti della presidente del Consiglio di Sorveglianza Daniela Mori. Massimo Bray, direttore dell’Enciclopedia Treccani, ha parlato delle “Parole dell’IA”, mentre Veronica Neri, professoressa di Etica della comunicazione Università di Pisa, ha portato una riflessione su “Etica e deontologia nell’IA“. Tra gli ospiti anche Stefano Mancuso, professore di neurobiologia vegetale Università di Firenze, che ha parlato di “Intelligenza naturale: dalle piante agli uomini“. L’economista Leonardo Becchetti, professore di Economia Università di Tor Vergata, ha fatto un intervento su IA e mondo del Lavoro dal titolo “L’IA ucciderà il lavoro?“.

La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda moderata dalla giornalista Marianna Aprile, che ha condotto anche la mattinata, con Alberto Puliafito, giornalista, e Salvatore Borghese, analista di Youtrend, che hanno portato una riflessione su “Gli italiani e l’IA“.

I video degli interventi sono disponibili nella playlist dedicata sul canale Youtube di Unicoop Firenze. Per accedere cliccare sul pulsante che trovate qui sopra.

Galleria fotografica

Alcune immagini del convegno.

Massimo Bray
Veronica Neri
Leonardo Becchetti
Stefano Mancuso
Marianna Aprile con Alberto Puliafito e Salvatore Borghese

Leonardo becchetti in dialogo con Marianna Aprile

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Risolte vulnerabilità in prodotti Check Point

10 Settembre 2026 ore 10:30
Check Point ha rilasciato aggiornamenti di sicurezza che risolvono 2 vulnerabilità con gravità "critica" che interessano Security Gateway, Security Management e Spark Firewall, soluzioni dedicate alla protezione del perimetro di rete e alla gestione centralizzata della sicurezza. Le vulnerabilità potrebbero consentire ad un attaccante remoto non autenticato di eseguire codice arbitrario sui sistemi compromessi

Filosa: Stellantis pronta a fare squadra con le altre Case, ma l'Ue deve sbrigarsi

12 Ottobre 2026 ore 17:47
Il comparto automobilistico europeo sembra compattarsi in vista di importanti appuntamenti a livello comunitario. Antonio Filosa, ad di Stellantis, ha condiviso l'invito rivolto alle istituzioni Ue dai suoi omologhi di Volkswagen, Oliver Blume, e di Renault, Franois Provost, ad agire rapidamente per chiudere importanti questioni come la revisione delle norme sulle emissioni o la normativa sulle E-Car.Durante una tavola rotonda al Salone dell'Auto di Parigi, è stato chiesto a Filosa se fosse d'accordo con l'appello dei rivali a fare squadra per difendersi dalla minaccia cinese. La risposta del manager napoletano è stata inequivocabile: "Sì, assolutamente sì. Sono favorevole a sviluppare insieme tematiche comuni e difenderle insieme nelle sedi in cui dobbiamo farlo". "I tempi devono essere rapidi" In particolare sono due le tematiche comuni di riferimento. "La prima è che in Europa abbiamo la necessità di recuperare rapidamente competitività. Questa competitività può arrivare attraverso importanti flessibilità da introdurre nella regolamentazione delle emissioni di CO2 sulle automobili e, in modo ancor più urgente, sui veicoli commerciali. Su questo penso che ci sia un'unità di intenti", ha spiegato Filosa.La seconda questione è il Made in Europe: "Nella nostra visione, pur potendo avere piccole divergenze sui dettagli, la visione comune è che il Made in Europe debba essere una regolamentazione che incentivi i costruttori e le imprese del settore che investono nel design, nella ricerca e sviluppo, nell'ingegneria locale, nelle fabbriche e nei fornitori europei".Ora, però, è necessario che la Commissione europea si doti di una "regolamentazione effettiva". "Su questo penso che tutti, proprio tutti, siamo d'accordo: i tempi devono essere rapidi. Probabilmente qualche compromesso dovrà essere accettato dalle parti, ma adesso il tempo è essenziale", ha avvertito Filosa. "L'accordo Ue-Cina sulle ibride va nella giusta direzione" Intanto è arrivato un primo segnale positivo con l'accordo tra Ue e Cina per limitare l'import di ibride nel Vecchio Continente. "Dobbiamo ancora ricevere tutti i dettagli. Dobbiamo leggerlo, capirlo e poi eventualmente formulare un'opinione", ha spiegato l'ad di Stellantis. "Ci sembra un buon traguardo, perché è un primo passo nella direzione di creare una maggiore protezione per gli automaker europei. una prima tappa di un percorso che deve arrivare a una regolamentazione robusta, chiara e pragmatica che incentivi chi fa veramente automobili in Europa".In tal senso rientra, per esempio, la normativa sulle E-Car. Su questo tema, Filosa ha voluto sgombrare il campo da "un po' di confusione". "Quello che chiediamo all'Europa è una regolamentazione più flessibile per le piccole auto, diciamo sotto i 4,2 metri, elettriche e Made in Europe. La flessibilità che chiediamo è un supercredito. Significa che, nel calcolo della conformità agli obiettivi di CO2, chi investe in automobili piccole, elettriche e Made in Europe deve essere particolarmente premiato. Ma questo non significa che, senza quel supercredito, la vettura non sia omologabile. Non è un segmento a parte. una vettura come tutte le altre. Non è una Topolino, non è un quadriciclo. un'automobile"."Quello che chiediamo, trattandosi di un progetto speciale, europeo, 100% elettrico e soprattutto di una vettura che venderemo a 15.000 euro, quindi nel cuore del problema dell'accessibilità economica dell'automobile in Europa, è un supercredito. In pratica, nel calcolo della compliance, ogni vettura di questo tipo dovrebbe contare un po' più di una vettura normale. Non stiamo dicendo all'Europa di inventare un nuovo segmento. Chiediamo flessibilità all'interno del segmento delle automobili per vetture da 15.000 euro, che nessuno fa più, elettriche, che sono quello di cui abbiamo bisogno per il futuro, ed europee, per preservare l'industria europea". Mirafiori va bene, ma potrebbe fare di più Ovviamente, sono stati affrontati anche temi direttamente collegati al futuro di Stellantis e del suo piano industriale. Non si è parlato solo dei concept presentati a Parigi (l'Alfa Romeo Cuorerosso, per dire, presenta "stilemi" che si vedranno sulla prossima vettura del Biscione prodotta a Melfi), ma anche del futuro delle fabbriche italiane.Filosa si è detto "moderatamente soddisfatto" di quanto sta avvenendo a Mirafiori ("Non dico che i problemi siano stati risolti, ma alcuni numeri stanno andando nella direzione corretta"), anche se ha ammesso che il complesso torinese "potrebbe sicuramente fare di più, non lo nego, ma ha raddoppiato la produzione rispetto all'anno scorso e probabilmente chiuderà l'anno con questo risultato".Quanto alle richieste dei sindacati di un secondo modello da affiancare alla 500, il dirigente, al contrario di quanto ha affermato Arnaud Belloni, neo responsabile di Fiat e Lancia, ha ribadito la necessità di "condizioni di competitività diverse", tra cui un "costo dell'energia competitivo" e una logistica differente per il sito. "Abbiamo bisogno che le autorità ci aiutino a creare i prerequisiti necessari per essere industrialmente competitivi, per fare di più con la produzione attuale e verificare se sia possibile studiare soluzioni aggiuntive"."Per Mirafiori abbiamo bisogno di rassicurazioni sulle condizioni che possono renderlo industrialmente competitivo rispetto al resto d'Europa", ha sottolineato ancora Filosa, ricordando il "dialogo molto positivo" con il governo e le amministrazioni locali su diverse iniziative riguardanti tutti gli impianti italiani: "Speriamo di sbloccare le questioni ancora aperte e definire un nuovo livello di competitività per gli stabilimenti". Cosa manca a Cassino e Melfi Cassino, invece, rimane sempre il nodo più critico, ma il suo futuro "dipende molto da Maserati e dal piano che avremo a dicembre".A Pomigliano poi è previsto l'arrivo di due nuovi modelli della piattaforma E-Car. Proprio a Parigi è stata svelata la concept Citroën 2CV. Non è stato, però, ancora definito il sito di produzione: "La E-Car ha la possibilità di essere prodotta in diversi stabilimenti, non soltanto in uno. Stiamo ragionando su dove la E-Car possa essere prodotta e su quale modello realizzare in ciascuno stabilimento. Non è necessario che venga prodotta in un solo impianto. Potrebbe essere prodotta anche in un paio di stabilimenti".A Filosa abbiamo chiesto anche di Melfi e dell'insoddisfazione espressa di recente da alcuni operai sulle testate locali per un peggioramento delle condizioni di lavoro che non sono certo favorevoli alla produzione di veicoli premium. "Nessuna fabbrica è perfetta, nessun giorno. Ogni giorno ci sono attività da fare e miglioramenti da implementare. Non esiste la fabbrica perfetta in nessun costruttore. Esistono però fabbriche molto buone, come Melfi", ha spiegato l'ad di Stellantis, non senza far presente una criticità.A suo avviso, "Melfi ha avuto un problema: è rimasta ferma per molto tempo e penso abbia perso circa il 70-80% dei volumi produttivi rispetto ai massimi. Quando una fabbrica produce poco, le persone sulla linea non hanno quel rapporto costante e diretto con il lavoro e, quando sono chiamate a tornare a produrre, possono commettere errori. Quando la produzione è bassa ci possono essere molte opportunità di miglioramento della qualità e delle condizioni di lavoro. Detto questo, Melfi ha ricevuto la Jeep Compass, la Lancia Gamma e la nuova DS. una fabbrica che ha ripreso a funzionare. E insieme alla fabbrica hanno ripreso a funzionare anche i fornitori del parco industriale"."Ho visitato Melfi mentre stavamo ultimando i prototipi di produzione della Jeep Compass e parlando con gli operai, i supervisori di produzione e il direttore dello stabilimento ho trovato molto entusiasmo e ottimismo per il futuro", ha precisato ancora l'amministratore delegato. A Filosa abbiamo rivolto un'altra domanda: le nuove produzioni di Alfa Romeo e Maserati saranno esclusivamente italiane? "Per Maserati non faccio anticipazioni, perché ne parleremo a dicembre. Maserati è un marchio italiano, ha due fabbriche, Modena e Cassino, che purtroppo hanno livelli produttivi inferiori a quelli che dovrebbero avere, perché in questo momento manca il prodotto", ha replicato. "Alfa Romeo è un marchio già più aperto a essere europeo e globale. Credo che Alfa Romeo sia venduta in 70 Paesi nel mondo e oggi sia prodotta in Italia, ma non soltanto in Italia, come sapete bene. Non è sempre corretto mettere insieme Alfa Romeo e Maserati quando si parla di produzione e di industria".Una cosa è certa per il Tridente. A chi parla di ritardi nella presentazione del piano, Filosa risponde chiaramente che "ci stiamo prendendo il tempo necessario per farlo bene. So quanto sia importante non sbagliare più con Maserati. Non abbiamo altre opportunità. Dobbiamo farlo bene. Deve funzionare. Vogliamo arrivare con un piano strategico del quale siamo convinti e spero che a Modena, a dicembre, riusciremo a convincere anche voi".

L'auto più venduta in Cina costa meno di 20 mila euro: primo test della Geely E2

12 Ottobre 2026 ore 17:16
In Cina è stata l'auto più venduta del 2025, superando anche diversi modelli con motore termico. Ora la Geely E2 (in patria Xingyuan) è anche in Europa, con la stessa semplice ricetta: dimensioni compatte, tanto spazio a bordo e una dotazione tecnologica completa, con prezzi che partono da meno di 20.000 euro.Ho visto e provato la Geely E2 al Salone di Parigi, nel primo test drive della versione di serie. 4,14 metri e abitabilità da categoria superiore Con i suoi 4,14 metri di lunghezza, la Geely E2 è a tutti gli effetti una segmento B "plus size". Una taglia che sulle nostre strade può rivelarsi particolarmente azzeccata: abbastanza compatta per muoversi nel traffico e trovare parcheggio senza troppi pensieri, ma senza rinunciare allo spazio a bordo.Le forme sono morbide, con superfici arrotondate e un'impostazione complessivamente pulita. Il passo di 2,65 metri, generoso in rapporto alla lunghezza, promette bene soprattutto per chi viaggia dietro.Ed è proprio l'abitabilità a sorprendere: anche chi supera il metro e 80, come chi scrive, riesce a sistemarsi senza particolari sacrifici in seconda fila. Il pavimento piatto aiuta a sfruttare al meglio lo spazio disponibile e rende ancora più agevole la sistemazione dei passeggeri. Una soluzione che, insieme alle numerose tasche e ai vani portaoggetti, restituisce l'impressione di un abitacolo progettato con un occhio di riguardo alla vita di tutti i giorni. Infotainment da 14,6 pollici e abitacolo sempre più digitale L'impostazione dell'abitacolo è quella ormai familiare su molte auto: pochi comandi fisici e tanta superficie digitale. Al centro della plancia c'è un display da 14,6 pollici dedicato all'infotainment, affiancato da uno schermo da 8,8 pollici per la strumentazione del guidatore.Una soluzione che, personalmente, continuo a trovare meno immediata rispetto a una plancia con qualche pulsante in più. Il sistema multimediale risponde comunque rapidamente ai comandi e si lascia utilizzare senza particolari difficoltà. I menu e i sottomenu sono talvolta un po' dispersivi, mentre il quadro strumenti è ben leggibile, anche se caratteri leggermente più grandi avrebbero giovato.Nel complesso, l'ambiente è piacevole e la prima impressione sulla qualità costruttiva è positiva. I sedili sono rivestiti in pelle vegana, mentre i numerosi vani portaoggetti contribuiscono a rendere l'abitacolo funzionale. Un giudizio preliminare che meriterà naturalmente un approfondimento nel nostro Centro prove.Bene anche il bagagliaio: 375 litri di capacità, con un vano abbastanza regolare, al netto dei passaruota laterali, e con una soglia di carico piuttosto pronunciata.Grande plus: troviamo anche un piccolo bagagliaio anteriore, o frunk, da 70 litri, ideale per sistemare i cavi di ricarica senza sacrificare il vano posteriore. Il portellone, inoltre, può  essere servoassistito.Completa la dotazione una bocchetta per l'aerazione dedicata ai passeggeri della seconda fila, regolabile in direzione e portata dell'aria. Un dettaglio tutt'altro che scontato in questo segmento. Motore posteriore, batterie LFP e autonomia fino a 345 km Sotto la carrozzeria, la piccola E2 adotta una soluzione tecnica inusuale per la categoria: il motore elettrico posteriore. Sono previsti due livelli di potenza e altrettante taglie di batterie al litio-ferro-fosfato (LFP).La versione Pro abbina un'unità da 60 kW (82 CV) a un accumulatore da 35 kWh, per un'autonomia dichiarata di 252 km. La Max sale a 85 kW (116 CV) e adotta una batteria da 47 kWh, con una percorrenza omologata che arriva a 345 km. In entrambi i casi, la velocità massima è di 130 km/h.Per la ricarica in corrente continua la potenza massima dichiarata è di 70 kW: secondo Geely, per passare dal 30 all'80% della capacità della batteria bastano circa 25 minuti. disponibile anche la funzione Vehicle-to-Load. Primo test: comfort e semplicità prima delle prestazioni La mia presa di contatto si è limitata a qualche minuto nel traffico parigino. Quanto basta, però, per farsi una prima idea del carattere della E2.L'assetto è morbido, come ci si aspetterebbe da una elettrica pensata soprattutto per gli spostamenti urbani. Le sospensioni assorbono bene tombini, buche e piccole sconnessioni, così come il pavé di Place de la Concorde, senza risultare eccessivamente cedevoli nelle altre situazioni.L'erogazione non è una di quelle che ti incollano al sedile: è pacata, progressiva e tranquilla. E non è soltanto una questione di potenza relativamente contenuta: il lavoro svolto a livello software è evidente, coerentemente con il carattere e l'utilizzo tipico dell'auto.La trazione posteriore e le dimensioni contenute sono due caratteristiche interessanti sulla carta, ma per esprimere un giudizio più completo sul comportamento dinamico in situazioni più impegnative servirà una prova approfondita. Geely E2: prezzi da 19.900 euro La Geely E2 è disponibile in tre allestimenti: Pro, Max e Ultra. Il listino parte da 20.900 euro, ma la versione Pro è attualmente proposta a 19.900 euro. Per la Max servono 22.900 euro, mentre la Ultra raggiunge quota 24.900 euro.La dotazione di partenza è già completa e comprende, tra le altre cose, sedili in pelle vegana con regolazioni elettriche, climatizzatore automatico, fari Full LED e sistemi di assistenza alla guida di livello 2.Salendo alla Ultra si aggiungono ulteriori equipaggiamenti, come i cerchi in lega, il portellone elettrico, il volante riscaldabile, i sedili anteriori riscaldabili, la ricarica wireless e il sistema di telecamere con visuale a 540 gradi.Il rapporto valore/prezzo è effettivamente molto allettante, considerando il pacchetto complessivo. Per il verdetto definitivo, numeri alla mano, servirà la lente del nostro Centro prove.

Fiat ha due nuovi modelli in cantiere, ma prima c'è un nodo da risolvere

12 Ottobre 2026 ore 17:58
"Arriveranno prima di quanto immaginiate". Al Salone di Parigi, il nuovo numero uno di Fiat e Lancia, Arnaud Belloni, scopre le carte sul futuro del brand. Che, secondo quanto affermato dal manager, avrebbe in progetto di produrre un secondo modello a Mirafiori.All'orizzonte, infatti, ci sarebbero già almeno due nuove Fiat. "Abbiamo già in mente due automobili", ha rivelato Belloni, anticipando una prima vettura particolarmente economica, pensata per restituire all'auto la sua dimensione più essenziale, in pieno stile E-Car.Tuttavia, poco dopo la tavola rotonda, il numero uno del gruppo Stellantis, Antonio Filosa, ha smentito parzialmente Belloni: secondo l'amministratore delegato, infatti, per poter produrre un secondo modello a Mirafiori la politica italiana dovrà lavorare per rendere il sito più competitivo, riducendo il costo dell'energia. Un problema centrale per l'Italia. Un'utilitaria ispirata al passato In conferenza stampa, Belloni potrebbe aver rivelato più di quanto inizialmente previsto, anticipando un tema ancora riservato. Difficile capire come stiano effettivamente le cose: tuttavia, pare strano che un manager con la sua esperienza possa farsi sfuggire una notizia così importante a livello industriale. Quello che è certo è che vedremo un'auto ispirata - almeno nell'animo - alle utilitarie del passato: "Stiamo lavorando a una vettura molto piccola, estremamente competitiva, nello spirito della 2CV, ma senza ricorrere al neoretrò. Con un approccio completamente diverso, moderno e anche seducente". Un'utilitaria urbana che s'inserisce nel dibattito europeo sulla semplificazione delle regole per i veicoli compatti. Il ritorno della Multipla Se il primo progetto guarda alla massima accessibilità, la seconda vettura - anticipata, nei concetti, dalla concept Multiplay e attualmente allo studio tra i reparti design e prodotto di Torino - potrebbe segnare il clamoroso ritorno della Fiat Multipla."Il potenziale del nome Multipla è enorme, anche fuori dall'Italia", ha detto Belloni. La formula punta a reattualizzare la grande abitabilità e la modularità della storica monovolume su una moderna piattaforma SUV, mantenendo la lunghezza entro i 4,5 metri. La decisione finale non è ancora presa, ma la determinazione è evidente: " l'inizio di qualcosa. E mi batterò per riportare la Multipla nella gamma Fiat". La 500 resta intoccabile Nessun esperimento azzardato, invece, sul modello simbolo del marchio. Per la Fiat 500 la posizione rimane difensiva e orgogliosa: " la nostra Porsche 911", afferma Belloni, definendola un patrimonio invidiatoci dall'intero settore. La futura generazione cambierà architettura senza stravolgere la propria identità, lasciando ad altri modelli il compito di esplorare nuove strade. E, perché no, potrebbe esserci spazio anche per delle derivate, come le 500L e 500X. Mirafiori al centro del progettoInfine, il capitolo industriale e il legame viscerale con Torino. "Sono ossessionato da questo tema. Voglio costruire un'auto in Italia e voglio costruirla a Mirafiori", scandisce il dirigente, forte dell'esperienza maturata nel rilancio produttivo in Renault. Quest'ultimo punto, come detto, sarà tutto da vedere, ma la rotta sembra tracciata: proteggere le icone, democratizzare l'auto urbana e (forse) riaccendere i motori degli stabilimenti italiani.

Hyundai, Martinet a Parigi: "Tecnologia pragmatica e gamma giusta per tutti"

12 Ottobre 2026 ore 16:28
Al Salone di Parigi 2026 Hyundai si presenta con uno stand ricco di contenuti. Oltre al nuovo infotainment Pleos Connect, ai robot indossabili (Hyundai X-ble Shoulder, che riducono l'affaticamento sul lavoro) e alla partnership con Waymo, c'è un cté degno di altrettanta attenzione: le novità automobilistiche. La Ioniq 3, la generazione tutta rinnovata della Tucson, modello identitario per il marchio coreano al punto da diventare nel 2025 la SUV di segmento C più venduta ai clienti privati, e la Bayon, anch'essa rivoluzionata nell'anima e nella sostanza.Abbiamo parlato con Xavier Martinet, alla guida di Hyundai Motor Europe dal gennaio 2025 (qui la nostra prima intervista) per commentare le grandi novità del marchio coreano e per parlare della presenza - anche qui, a Parigi - dei marchi cinesi, che in questa edizione hanno contato per oltre un terzo del totale espositivo. "Quando ci sono tanti brand sul mercato devi essere sicuro di restare nella testa dei clienti", esordisce il manager. "Il rischio è che i media parlino solo dei nuovi arrivati. Il nostro ruolo è darvi spunti per farvi parlare di noi". Ed ecco spiegata la ragione di uno stand così importante e d'impatto, con tanto di Coppa dei Campioni in bella mostra: torneo di cui Hyundai è sponsor da quest'anno. Circa un anno e mezzo fa ci aveva raccontato la sua ricetta per Hyundai Europa: design, nuove tecnologie, tutto ciò che serviva per contrastare i newcomer. Che cos'è cambiato da allora?Oggi abbiamo la capacità di offrire una gamma ampia, che sia una risposta utile a quanti più clienti possibile. E di questo sono contento. Negli ultimi mesi abbiamo parlato molto di elettrico perché questo mix sta crescendo in Europa: oggi vale il 22-23% a livello continentale; Francia, Germania e Regno Unito cominciano a salire fino al 25-30%.Ciò significa che, viceversa, c'è ancora una parte importante del mercato, il 70-75% (ma in alcuni Paesi questa quota arriva al 95%), che resta "non elettrica". Con la Tucson e la Bayon oggi torniamo a dimostrare di avere proposte inedite e funzionali anche per questi clienti.Lavoriamo per un gruppo globale, con più di 7 milioni di unità vendute da Hyundai Motor Group: questo ci dà la capacità di investire su più powertrain e di avere un'offerta valida non solo per le abitudini di un singolo Paese, ma di poterci adattare con flessibilità alle preferenze d'uso. Questo è strategico per noi perché l'Europa non è uniforme nella richiesta automobilistica e noi vogliamo poter rispondere a tutti i mercati. In Europa, nei primi otto mesi, siete a -12%. Che obiettivi vi siete dati per quest'anno e per il prossimo?Non siamo soddisfatti dei risultati di quest'anno. Sapevamo che sarebbe stato un anno di transizione perché avremmo scontato lo stop alla vendita della i10 e l'uscita di scena di alcuni motori d'ingresso gamma: un mix che per noi valeva circa il 15% delle vendite. Però il -12% che abbiamo registrato dimostra che abbiamo trovato una forma di compensazione. In più abbiamo visto sul mercato europeo un'aggressività forse più grande di quella che ci aspettavamo, in un momento in cui il nostro piano prodotto non era ancora al cento per cento. Ciò che presentiamo oggi sullo stand mostra la nostra volontà di tornare con una gamma completa, con prodotti forti e dotati delle giuste alimentazioni. L'obiettivo è tornare a un livello più in linea con quello che abbiamo fatto in passato, ma numeri non ne do perché il mercato sta cambiando. Non è che Hyundai ha puntato troppo sull'elettrico negli ultimi due-tre anni, immaginando un mercato che sarebbe cresciuto di più?No, non è vero. vero che negli ultimi 18 mesi abbiamo lanciato Inster, Ioniq 9, Ioniq 6 e Ioniq 3, e capisco che l'impressione possa essere stata questa. Ma oggi presentiamo due modelli non elettrici: Tucson e Bayon. E in questo senso i lanci sono solo la conseguenza di un calendario di sviluppo. Con l'uscita della i10 non avete più a listino un'auto di segmento A. lecito aspettarsi una piccola termica?Ci sarà una piccola auto di segmento B? La risposta è sì. Un'auto non elettrica di segmento A è molto più complicata: parliamo di un segmento piccolo dove la redditività non è grande. Non bisogna dimenticare, poi, che oggi tante città non lasciano entrare le auto termiche nel centro. Difficile pensare di produrle senza rischiare più del necessario... ma posso anticiparvi che arriverà nel 2027. In passato Hyundai è entrata in Europa sfidando Ford, Volkswagen e i marchi europei più solidi. Oggi la sfida sta diventando coi cinesi. Come si combatte con loro? Sul prezzo ve la potete giocare?Sì, ma la differenza di prezzo deve essere giustificata. Direi che oggi siamo più forti di 15 anni fa. Allora i nostri argomenti erano il prezzo e la garanzia, e quando il tuo argomento è il prezzo, se arriva qualcuno che ne ha uno più basso del tuo hai un problema. Oggi i clienti ci dicono che comprano una Hyundai perché ne apprezzano design e tecnologia. un'altra forma di value for money: un value più alto, un money più alto. I cinesi arrivano con prodotti corretti, quindi dobbiamo essere sicuri che il gap non sia troppo grande e che il cliente riconosca che "valga la pena" spendere per il design e la tecnologia di Hyundai. Quindi questa è la sfida? Farsi "percepire"?Sì. E non solo. C'è un altro aspetto cruciale ed è il post-vendita. Diciamo che il sales vende la prima auto e l'after sales vende la seconda. Abbiamo una rete di 2.200 dealer in Europa e il 98% dei ricambi arriva in tempo ai concessionari, il miglior livello europeo. Con i nuovi marchi che stanno arrivando, il giorno in cui c'è un problema, cosa succede? Non voglio parlare male di loro, voglio insistere su quello che sappiamo fare noi. In Europa un cliente tiene l'auto sei anni, in Italia anche più di dieci: la compra in tre mesi e poi, per oltre 110 mesi, la usa. E in quel tempo vuole una rete di fiducia, composta da persone competenti. Sia quando c'è un problema sia quando deve solo fare il tagliando. Come pensate di restare competitivi nei prossimi anni?Il gruppo è molto più grande e ampio di quello che la gente pensa e volevamo mostrarlo. Sotto Hyundai Motor Group ci sono 70 aziende che lavorano per il sistema: facciamo anche il nostro acciaio. A Milano, durante la scorsa Design Week, una giornalista mi ha detto: "Tutti parlano di software e tu parli di acciaio". Sì, perché quando hai la capacità di capire e controllare la value chain sei molto più forte.Durante la crisi dei chip io non lavoravo in Hyundai ed ero, diciamo così, "invidioso" della sua capacità di avere una supply chain molto più efficace di quella che avevamo nell'altra realtà. Con l'integrazione verticale le crisi non si evitano, perché esistono per tutti, ma puoi controllare meglio quello che riesci a fare. E il gruppo lavora sulla value chain di oggi ma anche su quella di domani: la guida autonoma con Waymo, il robot Spot, gli esoscheletri che usiamo già nelle fabbriche. Il futuro è da inventare e, quando hai le soluzioni in casa, è più facile capire cosa puoi farci.Sul software defined vehicle tanti insistono sugli aggiornamenti: con il software invii una nuova versione e l'auto può fare più cose. Ma il primo vantaggio è abbassare i costi: un'architettura elettronica con meno cavi. la parte che non si vede, ma forse all'inizio è il vantaggio maggiore. Ci stiamo lavorando e ne parleremo in un evento dedicato nel 2027: preferiamo parlare quando c'è qualcosa da mostrare. Oggi su questo mercato ci sono tanti annunci, ma è meglio mostrare le cose, come facciamo sul nostro stand. Che dimostra l'ambizione di Hyundai per l'Europa.

“C’entro”, così i giovani partecipano alle decisioni che li riguardano  

12 Ottobre 2026 ore 17:26

Al via “C’entro. La Rete Nazionale degli Youth Advisory Board per la partecipazione attiva”, il progetto finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, con il contributo dell’Unione Europea attraverso il Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+). Obiettivo del progetto è rafforzare la partecipazione di ragazze e ragazzi ai processi decisionali che riguardano la loro vita e le loro comunità, dando loro strumenti e opportunità per contribuire concretamente alla definizione di politiche, servizi e iniziative a loro dedicate. Il programma, presentato a Roma, nel corso di un evento da venerdì 9 a oggi 12 ottobre, ha visto protagonisti i membri dello Youth Advisory Board Nazionale (Yab), insieme ai rappresentanti delle istituzioni e dell’Unicef. 

L’iniziativa segna una nuova fase del percorso avviato nel dicembre 2021 con la costituzione dello Yab, un gruppo di circa 20 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 21 anni, nato per promuovere la partecipazione di adolescenti e giovani nell’ambito della Garanzia europea per l’Infanzia. Con l’avvio di C’entro, questo percorso entra in una nuova fase: il rafforzamento dello YAB Nazionale e lo sviluppo di una rete di Youth Advisory Board locali, connessi tra loro e con le istituzioni a livello locale, regionale e nazionale.

In linea con la Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, e in particolare con l’articolo 12 sul diritto all’ascolto e alla partecipazione, il programma intende promuovere modelli di partecipazione inclusivi e di qualità, con particolare attenzione alle ragazze e ai ragazzi che vivono situazioni di maggiore vulnerabilità. Attraverso percorsi di partecipazione, formazione ed empowerment, ragazze e ragazzi potranno sviluppare competenze, valorizzare talenti e capacità e contribuire alle sfide del territorio attraverso azioni dirette ma anche nel confronto con le istituzioni e la società civile. L’obiettivo è costruire un sistema stabile di dialogo tra adolescenti e istituzioni, affinché il loro punto di vista possa incidere concretamente sulle decisioni e favorire la realizzazione di politiche e servizi più rispondenti ai loro bisogni.

Youth Advisory Board, ieri e oggi

L’evento di lancio è stato anche un’occasione per ripercorrere la storia dello Youth Advisory Board, presentare i nuovi membri nazionali e le coordinatrici e i coordinatori locali di Brescia, Catania, Milano, Palermo, Rieti e Roma, e avviare un confronto sul ruolo delle ragazze e dei ragazzi nella trasformazione del futuro e nella crescita del Paese. Il programma è stato caratterizzato da diversi momenti di confronto su tematiche care ai giovani, attività di gruppo, progettazione condivisa di strumenti che guideranno i lavori dei prossimi mesi.

«La partecipazione è davvero tale solo se include tutti. “C’entro” nasce per dare voce anche a chi oggi fatica a farsi ascoltare: ragazze e ragazzi che vivono in contesti difficili o che hanno meno opportunità rispetto ai loro coetanei e le loro coetanee e che proprio per questo hanno uno sguardo prezioso su ciò che funziona e ciò che va cambiato. Le loro idee e le loro proposte sono fondamentali per rendere le scelte che li riguardano più efficaci e di maggiore impatto», dichiara Nicola Dell’Arciprete, coordinatore Unicef in Italia.

Nei prossimi anni, C’entro contribuirà a rafforzare la partecipazione giovanile ai processi decisionali, promuovere modelli inclusivi e sviluppare un modello di partecipazione documentato e replicabile, in grado di contribuire agli obiettivi della Garanzia infanzia e del Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà.

Foto: UNICEF/2026/Pintucci

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Which AI infrastructure option actually holds a boundary?

12 Ottobre 2026 ore 17:00
EVENT: Every sovereign AI architecture is a trade, and the currency changes with the option: capital, capability, elasticity, or the fine print about who operates it. The cost you notice last is usually the one that decides whether the pilot ever becomes production. Nobody chooses badly on purpose. They choose with the information available at the planning stage, and the costs that matter most, in capability and in operations, tend to show up later. Which is why the honest comparison is hard to get. The people who have run each option for a year are the ones who know, and they are not saying it on a recorded webinar. They will say it at dinner. On Thursday 29 October, just over two weeks from now, The Register is hosting HPE and NVIDIA in Washington with editor-in-chief Matt Rosoff in the chair and the Chatham House Rule in force. HPE sends Bharath Ramesh, Head of Product, AI Factory Solutions, and Tracy Mills, Acting Director Federal Systems Integrators & Distinguished Chief Technologist Federal. NVIDIA sends Bert Condensa, Vice President for Enterprise AI Factory Segment Sales. All three are there to take questions. The agenda is the trade-offs themselves: which infrastructure options hold a boundary, what each one costs in capital, capability or elasticity, and whether the answer survives the move from planning into operations. And the questions underneath: what can leave a jurisdiction versus what can leave the building, and what an auditor will accept as evidence a year from now. This is written for the person who owns that decision and is making it this quarter, not next year: technology, data and risk leaders in healthcare, financial services, research, pharmaceuticals, government and higher education. It is one table with no slides, everyone at it a peer, and a chair who closes down a pitch as soon as it starts. Places are filling. Dinner runs from 6.00pm to 8.30pm at Fiola Mare, Washington DC. Request one here. Government and public sector guests: where your agency’s ethics rules require it, you can pay your own share and we will provide a receipt. Please say so when you request an invitation.

Windows 11's easiest account bypass gets the Microsoft boot

12 Ottobre 2026 ore 16:56
Microsoft has closed a loophole that let users sidestep the need for an account during setup for consumer versions of Windows 11. If users clicked "Learn More" when the setup process prompted for a Microsoft account, the Out-of-Box Experience (OOBE) skipped directly to the point where they just had to enter a name and password. Windows prodder "Bob Pony," who first documented the loophole, reported its removal. We tried the original trick on real Intel hardware and found it was possible to skip the Microsoft account requirement by clicking a link, but no longer. Other hacks – for those who dare to use unofficial Windows setup routes – still exist, though they are beyond the skill set of the average user. Microsoft requires an account during initial setup of Windows 11 Home and Pro for personal use. For consumers, using Windows 11 without an account can be tricky because services such as OneDrive require authentication. Microsoft is far from the only operating system vendor to demand an account during setup, but many Linux distributions, by contrast, don't require one. According to Bob Pony, the loophole was "quietly patched server side," which makes sense. Microsoft was hardly likely to leave it flapping open for long. Microsoft has won this round of account workaround Whac-a-Mole, though another bypass may yet pop up. ®

Gentiloni: «L'Italia non può tirarsi indietro». Fino alla guerra nucleare? (VIDEO)

Intervenendo a La7, l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sentenziato che l’Italia, di fatto, non può sottrarsi al sostegno militare all’Ucraina.

Il giornalista Telese gli ha ricordato una cosa elementare: viviamo in una democrazia o presunta tale aggiungiamo noi. E in una democrazia, domani, potrebbe vincere una forza politica che non vuole più mandare armi al regime di Kiev. Una eventualità legittima, prevista dalla Costituzione, scritta nero su bianco.

La risposta di Gentiloni è stata glaciale: «L’Italia non può tirarsi indietro».

Non “non dovrebbe”. Non “sarebbe sbagliato”. Proprio: non può. Come se la volontà popolare fosse un dettaglio trascurabile. Come se il voto non contasse più quando entra in scena la ragion di Stato.

E allora la domanda sorge spontanea, e va posta senza ipocrisie: fino a dove?

Fino a quando si continua a dire “non ci tiriamo indietro”? Fino all’ultimo missile? Fino all’ultimo euro sottratto a sanità e salari? Fino alla guerra diretta contro una potenza nucleare?

Perché il punto non è se sostenere o meno l’Ucraina. Il punto è chi decide. Il popolo, o qualcun altro al posto suo?

 

 
 
 
 
 
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«Non prepareremo i nostri figli a morire»: Jean-Luc Mélenchon contro la NATO (VIDEO)

La NATO, ancora una volta nel mirino di Jean-Luc Mélenchon. Di fronte ai militanti riuniti allo Zénith d’Auvergne, il candidato all’Eliseo della sinistra francese ha dedicato una parte del suo discorso alle crisi internazionali, rivolgendo un’accusa diretta all’Alleanza Atlantica. «Non prepareremo i nostri figli e i nostri nipoti a morire», ha affermato, denunciando «operazioni azzardate e inventate dalla NATO».

Per il fondatore di La France insoumise, il pericolo principale è quello di un’estensione dei conflitti che trascinerebbe la Francia in guerra. Ha così messo in relazione, in un unico monito, i teatri europei e mediorientali. «Diventare cobelligeranti in Ucraina o diventare cobelligeranti in Arabia Saudita è un pericolo immenso che non vogliamo», ha dichiarato.

A questa prospettiva, Jean-Luc Mélenchon oppone la sua linea diplomatica. «Siamo sostenitori del non allineamento», ha ribadito con forza. Il leader degli “Insoumis” rivendica per la Francia la libertà di determinare i propri impegni, le relative modalità e i territori in cui intervenire. Rifiuta che una potenza esterna le imponga la propria linea di condotta e presenta l’interesse dell’umanità come la bussola di questa politica. Un modo per porre l’indipendenza delle decisioni francesi al centro della sua argomentazione contro la spirale militare.

«Vogliamo la pace adesso, non dopodomani, adesso!», ha proseguito.

 

 

 

 
 
 
 
 
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Acqua Sant’Anna, visite ginecologiche gratuite in azienda: la prevenzione diventa welfare

12 Ottobre 2026 ore 16:36

C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.

Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?

Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.

Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?

Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.

Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.

A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.

Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.

Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?

Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.

Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.

Cristiana Genta (foto di Silvano Pupella)

Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.

Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…

Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.

Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.

Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?

La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.

Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.

La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.

Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?

Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.

Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.

Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.

Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.

Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?

Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.

Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.

È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.

Credit foto: Acqua Sant’Anna

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Welt: l'Ucraina teme le conseguenze dello scontro diretto con Trump

La richiesta è arrivata secca. Zelensky si faccia da parte e si torni alle urne. Il regime di Kiev l'ha presa come un'aggressione. Ma sotto l'indignazione ce n'è un'altra, molto più pratica.

Cosa succede domani.

Gli ucraini Trump lo conoscono, come evidenzia Welt È impulsivo, alza la voce, cambia idea e poi riapre il discorso. A febbraio del 2025 si erano strillati dietro nello Studio Ovale, su come chiudere la guerra e a quali condizioni. Sembrava la fine, qualche settimana dopo si erano risentiti. Adesso il giro è di nuovo quello, e stavolta l'impressione è che voglia spingere più a fondo la questione.

Il punto è l'elenco di cose che Washington può spegnere con una firma. I Patriot, per prima cosa, e i missili che li tengono vivi, l'unico scudo che intercetta con una certa affidabilità i ballisticici a corto raggio. Poi Starlink, la rete di Musk che tiene insieme le comunicazioni al fronte e manda in volo i droni. E poi i dati satellitari, le informazioni che gli USA passano e che a Kiev considerano indispensabili. Queste le leve che può azionare Trump per costringere Zelensky e la sua cricca a più miti consigli e per ridimensionare la loro spavalderia.

Zelensky ha letto il movimento trumpiano e si è girato verso ovest, a cercare gli europei, sempre pronti a immolarsi per la causa dei neonazisti ucraini. Il Financial Times racconta anche dell'altro, gli USA minacciano di chiudere i rubinetti se gli ucraini non smettono di colpire le raffinerie russe.

A Mosca non fanno i salti di gioia per tali sviluppi. Capiscono Trump quanto i suoi collaboratori, forse più dei suoi collaboratori, improvvisa, incoerente, fedele a un solo interesse che è il proprio. In queste settimane negli Stati Uniti si giocano le elezioni di metà mandato, i repubblicani non stanno bene nei sondaggi e il Congresso è in bilico. Trump ha bisogno di carburante a basso prezzo, il diesel lo compra a Mosca e lo paga con un alleggerimento delle sanzioni. Lo scontro con Zelensky entra in quel quadro come ci entra tutto, dentro una campagna.

Per questo in Russia aspettano. Sanno che oggi il presidente statunitense attacca e domani può svegliarsi con un'idea opposta, che non è un amico di nessuno e tanto meno il loro.

“Sto nel chill”: a Firenze 600 ragazzi trovano casa in un centro commerciale

12 Ottobre 2026 ore 16:29

Scendo dal tram della linea T2, che dalla stazione Firenze Santa Maria Novella in dieci minuti mi ha portato davanti al centro commerciale San Donato, nel quartiere Novoli. Superato il cortile, con la scala mobile salgo al primo piano. Mancano pochi minuti alle 14, il centro per adolescenti e giovani apre a quell’ora. Due ragazzi aspettano che si apra la porta a vetri dell’ingresso color acqua marina. «Noi, dopo la scuola, veniamo tutti i giorni qui», mi dicono. Continua il viaggio di VITA dentro “DesTEENazione – Desideri in Azione”, un’iniziativa promossa dal mnistero del Lavoro e delle Politiche sociali che finanzia spazi multifunzionali in tutta Italia. Quello di Novoli è uno dei 100 luoghi aggregativi di nuova generazione (per ora, quelli attivi sono 55) dedicati ad adolescenti e ragazzi dagli 11 ai 21 anni. Il centro di Firenze è stato il primo ad aprire, il 22 ottobre 2025,. Ed è l’unico che si trova dentro un centro commerciale.

Ad accogliermi, in un grande salone “abitato” da gigantesche installazioni artistiche, c’è Marco Sabadini, coordinatore strategico e programmatico di DesTEENazione Firenze. «In Toscana, oltre a questo centro, ce ne sono altri quattro: Prato, Empoli, Arezzo, San Giovanni Valdarno. Sta per aprire il sesto della regione, a Livorno. A un anno di distanza dall’apertura noi siamo molto contenti perché nel primo semestre ci sono stati una media di 74 ingressi giornalieri. Il quartiere 5 (Rifredi) è quello con il più alto numero di ragazzi della città». Lo spazio è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 14 alle 19 e il sabato dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 19. «I ragazzi e le ragazze iscritte sono circa 600, di cui 230 sono arrivati solo nell’ultimo trimestre».

«Il progetto è aperto a tutti. Abbiamo ragazzi che si iscrivono liberamente nel momento in cui gli arriva la proposta, altri che hanno storie difficili e che prima di iscriversi hanno bisogno di capire se si possono fidare. Nel rispetto della loro situazione e in qualità di educatori ed educatrici abbiamo deciso di dare loro il giusto tempo per sentirsi parte di questo posto. Noi li conosciamo, sappiamo il nome e cognome, le prime volte permettiamo loro di frequentare il centro senza iscrizione formale: vogliamo dare anche a loro la possibilità di usufruire di tutte le opportunità che qui trovano», continua Sabadini. «Ci sono cose che per noi sono scontate, ma per alcune storie di vita non lo sono affatto. L’importanza del progetto DesTEENazione è anche accogliere chi ha bisogno di trovare una strada, ma allo stesso tempo è spaventato da questa strada perché nessuno lo ha accompagnato adeguatamente nel percorso di crescita».

Il cortile del centro commerciale San Donato, al primo piano c’è DesTEENazione di Firenze


La programmazione? Condivisa con il comitato di consultazione dei beneficiari

Se all’inizio le attività erano decise dai vari gruppi di lavoro del centro, «ora solo una minima parte di essa è organizzata dagli educatori, per il resto condividiamo la nostra programmazione trimestrale con il Comitato di consultazione dei beneficiari, per promuovere il protagonismo. Riceviamo anche molte proposte dal territorio, ad esempio la Polizia municipale ci ha chiesto di fare dei laboratori di educazione stradale proprio all’interno di DesTEENazione», prosegue Sabadini. Ogni proposta è condivisa col Comitato di consultazione e insieme si decide se e quando svolgere l’attività. Quotidianamente c’è un’offerta standard, «che va dai giochi da tavola ai laboratori, ad esempio di fumetto. Poi c’è l’affiancamento allo studio, la sala registrazione e quella videogiochi. Sta funzionando tantissimo il gamer, l’educazione all’uso consapevole dei videogiochi, è un’attività che all’inizio facevamo una volta a settimana ma che ora c’è tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. È molto partecipata».

Relax nella Sala Chill, progettata dai ragazzi

Nella Sala Chill si svolgono attività di rilassamento e di condivisione: «È un prodotto della linea “Get up”, che prevede progetti con le scuole. I ragazzi del liceo scientifico Leonardo da Vinci di Firenze hanno costruito questa stanza, decidendo di dedicarsi a questa progettualità dopo un sondaggio fatto tra i loro coetanei su cosa avrebbero voluto trovare all’interno di questo spazio. Tutti hanno chiesto una stanza dove potersi rilassare. Hanno scelto il nome della sala, hanno deciso l’arredamento e l’hanno costruita con bancali che sono stati trattati e dei grandi cuscini». In un angolo c’è una libreria «con dei libri donati da un negozio presente nel centro commerciale. Il lavoro di rete è sempre fondamentale».

Le voci di chi vive lo spazio

Nella Sala Chill incontro Patrick, Paolo e Piero. Sono amici. «Vengo qui da un anno, gioco a ping pong e a giochi da tavolo con i miei amici, insieme ad un educatore», dice Patrick, 14 anni. Perché gli piace frequentare il centro? «Perché non c’è mia madre e perché mi diverto. Vado in una scuola qui vicino, vengo tre volte a settimana». «Fare nuove amicizie, stare con i miei amici, giocare a ping pong sono le cose che amo di più di DesTEENazione. In questi mesi ho seguito i laboratori di uncinetto e di ceramica emotiva», aggiunge Paolo, 14 anni, al primo anno della scuola secondaria di secondo grado. «Riesco a gestirmi il tempo dello studio. Spesso vengo un po’ qui a svagarmi, poi vado a casa a studiare». «In questo centro mi piace stare con gli amici. Non riesco a studiare perché conosco tutti e non mi concentrerei», dice Piero, 12 anni, che fa parte della Consulta. «Ci incontriamo ogni 15 giorni, facciamo brainstorming e discutiamo delle idee e delle proposte da realizzare nello spazio. Voglio essere coinvolto in questo luogo, che sento un po’ mio».

Patrick, Paolo e Piero nella sala chill

Nel salone, seduto davanti al suo computer, c’è Mohammed. Anche lui fa parte della Consulta. Ha 16 anni, frequenta il terzo anno dell’Istituto superiore Meucci, studia Informatica e Telecomunicazioni. «Vengo qui dall’apertura. Questo posto, dai primi mesi che lo frequento, l’ho sempre sentito come parte della mia vita. Ci passo ore, ogni giorno. Già prima di far parte della Consulta dicevo cosa, secondo me, si poteva migliorare di questo luogo. Di DesTEENazione mi piace che noi giovani ci possiamo aggregare, c’è un “ecosistema” di ragazzi. Entri qui, ti senti a tuo agio e capisci, se parli con qualcuno, che puoi veramente esprimerti. Nelle scuole non c’è questa gran possibilità di esprimere la tua opinione. Non è colpa delle scuole, che hanno tanti studenti e che seguono un loro “codice”, ma questo posto è diverso: è aperto, non ci sono compiti, puoi anche sederti e non fare nulla. Ho trovato nuovi amici, mi trovo bene anche con le persone che ci lavorano», continua Mohammed. «Ho fatto tanti laboratori, quello che mi è piaciuto di più è stato un incontro dedicato alla partecipazione attiva, durante il quale abbiamo compilato un questionario con domande relative a cosa ci piace e non piace di DesTEENazione, cosa vorremmo migliorare del quartiere. Ho proposto di abbellire il palco, che è spoglio, e di continuare a rifornire la sala videogiochi, uno dei “fiori all’occhiello” di questo posto, con tanti pc per giocare, anche insieme».

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Esaudire i bisogni dei ragazzi, ma a volte anche dei genitori

In un anno sono tante le attività organizzate. «Dalla giornata dello sport indoor al laboratorio di scacchi, in collaborazione con l’Accademia scacchistica Fiorentina e organizzato insieme alla Società della Salute, per coinvolgere anche i ragazzi e le ragazze con disabilità, è stato un modo per avvicinarli allo spazio», racconta Sabadini. «In contemporanea, i genitori si ritrovavano nella stanza accanto con gli psicologi. Hanno creato un gruppo di “parola”, che ha portato ad un incontro fisso: ogni volta che c’era il laboratorio dei figli, le famiglie si incontravano. Stiamo cercando di riproporlo. Noi cerchiamo di esaudire quelli che da progetto vengono chiamati “desideri in azione”, che alle volte sono dei bisogni adolescenziali che devono trovare uno sfogo, un ascolto».

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In mezzo alle installazioni artistiche

Prima di DesTEENazione, questo luogo di quasi 1.300 metri quadrati, cosa era? «Lo spazio, di proprietà del Comune di Firenze, veniva utilizzato per mostre d’arte», prosegue Sabadini. Infatti, ci sono delle bellissime installazioni nel salone del centro. Questo non è uno spazio solo per il divertimento. «La sala accanto è dedicata al sostegno allo studio, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì e anche il sabato mattina».

Qui Sara sta studiando insieme ad un’operatrice. La scorsa estate il centro non ha mai chiuso, «nel pomeriggio venivano i ragazzi più grandi, la mattina quelli delle medie che venivano a studiare e a fare il laboratorio di fumetto». Sabadini racconta: «Un sabato abbiamo raggiunto 170 presenze: sono uscito dalla stanza e il salone era pieno di gruppi di ragazzi. È stato bello vedere così tanti ragazzi, abbiamo deciso di gestire questi numeri dando vita a più laboratori, che ci permettessero di gestire al meglio il rapporto educatori-utenti, senza correre il rischio di implodere».

L’importanza della location

Il fatto di essere in un centro commerciale «aiuta, prima di tutto, perché è un luogo frequentato e visibile», prosegue Sabadini. «Un altro aspetto positivo è che molte persone che lavorano qui sono comodi a lasciare i figli e poi venire a riprenderli. Inoltre, ci sono molte scuole intorno, quando i ragazzi escono è spontaneo ritrovarsi qui».

Non uno spot, un servizio psico-pedagogico vero e proprio

Nel centro lavorano 27 persone. «In questo anno abbiamo cercato di dare forma al servizio, in modo che la cittadinanza riconosca DesTEENazione non come uno spot, ma come un servizio psico-pedagogico vero e proprio». Tra i servizi offerti, «abbiamo dato vita a dei laboratori per le famiglie il sabato mattina con gli psicologi della linea 4 del progetto, che si occupa del sostegno genitoriale. Sono stati molto partecipati, con circa 30 presenze. Ci sono stati utili per creare uno sportello al quale i genitori, singolarmente o in coppia, si sono potuti rivolgere per chiedere suggerimenti, rispetto alla gestione della relazione con il figlio adolescente».

«Quest’anno è stato faticoso, siamo molto stanchi, ma anche molto contenti. La soddisfazione viene dalla frequenza dei ragazzi, molti vengono tutti i giorni: se si trovassero male qui, non tornerebbero», sottolinea Lotar Sanchez, coordinatore tecnico di DesTEENazione Firenze. «In questo quartiere vivono molti ragazzi con background migratorio, c’è un numero elevato di centri di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, tanti vengono qui». Sanchez sottolinea come nel centro arrivino ragazzi con tanti tipi di bisogni e di vissuti: «C’è il giovane che ha avuto problemi con la giustizia e che timidamente si affaccia per vedere di cosa si tratta e c’è la ragazza che ha un podcast pronto (ad esempio, a tema intelligenza artificiale) e vuole registrarlo». Nel centro si possono fare delle registrazioni, che vengono caricate sulla pagina Spotify di DesTEENazione Firenze. C’è una sala apposita, in questo momento c’è ai microfoni Omar, 17 anni.  

Un ragazzo ha un’idea? La nostra risposta è sempre “sì”

«Dobbiamo tutti i giorni trovare strategie diversificate, con le risorse umane di cui disponiamo. E dobbiamo anche trovare, tra le varie linee del progetto, le collaborazioni che siano funzionali al ragazzo o alla ragazza, se qualcuno ha problemi di sostegno allo studio, di marginalità, di uno spazio per dare sfogo alla propria creatività», prosegue Sanchez. È capitato più volte che un ragazzo o una ragazza ci portassero un’idea che non sapeva come realizzare. La nostra prima risposta è sempre “sì”: poi vediamo come fare. Ci attrezziamo a 360 gradi per poter rispondere a tutti gli input che arrivano da loro: finora è stata una sfida lunga un anno, tante ce ne aspettano».

Ilaria Dioguardi mentre intervista Marco Sabadini, all’ingresso del centro DesTEENazione di Firenze


Orientamento scolastico e tirocini

«Mi occupo dell’avvicinamento dei ragazzi a tirocini di inclusione lavorativa, li supporto nella scelta e nell’avvio a questa attività», dice Federico Bleynat, orientatore professionale e scolastico, che fa parte della Linea 6 del progetto, dedicata ai tirocini formativi e di inclusione sociale retribuiti. «Preparo i ragazzi e le ragazze per quanto riguarda l’aspetto psicoemotivo e anche per quelli tecnico e legale. In quasi un anno ho fatto colloqui a più di una trentina di giovani. Mi occupo anche di orientamento scolastico, alcuni ragazzi sono passati da me per consigli o valutazioni di quello che stavano facendo o di quello che volevano fare, non erano strettamente colloqui legati all’obiettivo del tirocinio».

«Ciascun percorso è differente. Ognuno ha i propri bisogni, le proprie capacità e le proprie difficoltà. Quando i ragazzi arrivano da me, innanzitutto li ascolto: tramite un ascolto attivo si può capire meglio come lavorare con loro. Sono loro stessi che riescono a riconoscere i propri punti di forza e di debolezza. Soprattutto per la parte dei tirocini, mi avvalgo delle competenze dei colleghi psicologi con cui possiamo affrontare un momento di ansia, magari nel giorno prima del tirocinio, piuttosto che valorizzare un avvenimento particolarmente positivo e bello», continua Bleynat. Per quanto riguarda il percorso scolastico, c’è la linea del progetto dedicata, «e la collaborazione è veramente a tutto tondo nell’interesse dei beneficiari».

Il grande coinvolgimento del Terzo settore

Il progetto DesTEENazione Firenze è realizzato dalla Società della Salute di Firenze, con la collaborazione e il supporto del Comune il coinvolgimento, per la co-progettazione e la gestione delle attività, dei seguenti enti del Terzo settore costituiti in associazione temporanea di scopo (Ats): il consorzio Co&So (capofila dell’Ats), con la cooperativa sociale consorziata Il Girasole; il Consorzio Metropoli, con le cooperative sociali consorziate Cat e Cepiss; l’associazione Piazza San Donato e l’associazione AltVibe.

La viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci, all’inaugurazione del centro il 22 ottobre 2025

«Il centro si trova in un luogo sensibile della città, che ha tutte le caratteristiche, le potenzialità per dare modo al programma DesTEENazione di evolvere e di consolidare il suo ruolo e la sua funzione all’interno di Firenze», dice Nicola Paulesu, assessore al Welfare, Accoglienza, Integrazione e Casa del comune di Firenze. «È stato scelto un quartiere tra i più popolati della nostra città, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. È stato sin da subito molto frequentato, ciò per noi ha un grande valore, nell’ambito di un piano di interventi per i giovani che vivono, in questa fase storica, una forte difficoltà nell’avere occasioni di socialità e luoghi che facilitano la ricostruzione di una comunità educativa. Il centro è una risposta non solo per i giovani, ma per tutta la popolazione, nel momento in cui costruisce un welfare di comunità basato sulla rete di servizi che la nostra città può esprimere e che lì trovano un collettore, una facilitazione di espressione».

Il progetto è triennale. E poi?

Il progetto nazionale prevede un investimento triennale. «Il nostro obiettivo è quello di sostenerlo. C’è tutta l’intenzione di dare continuità ai servizi e alle attività che si realizzano in quello spazio. Bisognerà cercare di capire come costruirlo, come mantenerlo, come sostenerlo anche da un punto di vista economico. Ma la “cifra” del nostro contesto territoriale ci mette nelle condizioni di dire che quella rete che si sta costruendo intorno al centro DesTEENazione sarà la stessa rete associativa che, una volta terminata la sperimentazione e, quindi, la triennalità del progetto finanziato, dovrà continuare a lavorare per mantenere in vita il centro con le stesse caratteristiche attuali. Speriamo che ci saranno altre linee di finanziamento che ci aiuteranno a portare avanti le attività», prosegue Paulesu.

«C’è tutto l’interesse della nostra città a continuare a investire nelle politiche giovanili che sono strategicamente uno dei segmenti del sistema dei servizi sociosanitari territoriali, che ci mettono nelle condizioni di lavorare anche in prevenzione e promozione della salute. Metteremo a frutto tutto quello che è stato fatto e che si farà in questi anni, anche in termini di capacità e competenze organizzative, e andremo avanti».

Tutti i nomi dei ragazzi sono di fantasia. Le foto sono di Ilaria Dioguardi, tranne la foto di apertura (da DesTEENazione Firenze) e l’ultima dell’inaugurazione con la viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci (da ufficio stampa assessore Nicola Paulesu)

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Mark Rutte ribalta (di nuovo) la verità sulla Russia | Diego Fusaro

12 Ottobre 2026 ore 16:19

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È recentemente intervenuto, tanto per cambiare, l’immarcescibile Rutte, segretario della NATO e alfiere di una russofobia estrema ed esasperata. Dopo Stoltenberg, alla NATO arrivò Rutte. E come dicevano i latini, non senza buone ragioni, nomina sunt omina. Il Rutte ha dichiarato con sicumera che Vladimir Putin è attualmente nel panico, sic, e che la NATO è più forte della Russia. Si tratta, con tutta evidenza, di dichiarazioni programmaticamente e platealmente demenziali. Dichiarazioni che, a ben vedere, poco ci dicono sulla Russia ma molto ci trasmettono sull’Occidente e sullo spaesamento tragicomico in cui è incagliato.

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Aeroporto di Pisa, inaugurato il nuovo terminal Arrivi – Giani: «Grandi prospettive per la Toscana»

12 Ottobre 2026 ore 16:18

PISA – È stato inaugurato questa mattina il nuovo terminal Arrivi dell’aeroporto Galileo Galilei di Pisa, primo intervento del più ampio progetto di ampliamento e riqualificazione dello scalo. Alla cerimonia hanno partecipato il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, gli assessori regionali Filippo Boni, Alberto Lenzi e Alessandra Nardini, il sindaco di Pisa Michele Conti, gli europarlamentari Susanna Ceccardi e Dario Nardella, il direttore generale di Enac Fabio Nicolai, il comandante della 46ª Brigata Aerea, colonnello Fabio De Michele, il CEO di Corporacion America Martin Eurnekian, il presidente di Toscana Aeroporti Marco Carrai e l’amministratore delegato Roberto Nardi.

Nel corso dell’evento è stato trasmesso anche un videomessaggio del vicepresidente del Consiglio e ministro dei Trasporti Matteo Salvini. La cerimonia si è conclusa con l’esibizione a sorpresa del tenore Andrea Bocelli, che ha interpretato l’inno di Mameli e Con te partirò.

Giani: «Pisa e Firenze insieme fanno sistema»

Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha sottolineato il valore strategico della nuova infrastruttura per lo sviluppo del sistema aeroportuale regionale e per il rafforzamento dei collegamenti internazionali.

“Un obiettivo raggiunto- ha detto il presidente della Regione Eugenio Giani- Questo nuovo terminal esalta la vocazione di Pisa per i voli intercontinentali ed apre grandi prospettive per la Toscana, perché conferma la scelta di Firenze come city airport e Pisa come perno dei collegamenti dalla Toscana verso gli altri continenti”. “Pisa e Firenze insieme fanno sistema ed è un sistema vincente – ha aggiunto- anche perché se Pisa e Firenze non lavorassero insieme, il traffico aereo della Toscana centrale si indirizzerebbe verso Bologna. Oggi è una giornata di festa per cui ringrazio Toscana Aeroporti e Corporacion America. Sentiamo la necessità di fare sempre più sistema tra Pisa, Firenze e anche l’isola d’Elba, perché una realtà complessa e dinamica come la Toscana, che anche solo per turismo vede oltre 50 milioni di presenze l’anno, ha bisogno di aerostazioni moderne e in sinergia tra loro. Avevamo detto ‘prima Pisa’ ed è stato, ora tocca a Firenze. Un gioco di squadra che vogliamo continuare a perseguire”.

Nel quadro della strategia aeroportuale toscana, il nuovo terminal rappresenta quindi una prima tappa del percorso di ammodernamento delle infrastrutture regionali, in vista anche degli interventi previsti per lo scalo fiorentino.

Boni: «Un momento cruciale per la strategia aeroportuale»

L’assessore regionale ai Trasporti Filippo Boni ha evidenziato l’importanza dell’intervento, collegandolo alla crescita dei flussi di passeggeri e al più ampio programma di sviluppo degli aeroporti toscani.

“Oggi è un momento cruciale per la strategia aeroportuale toscana, ma anche nazionale – ha aggiunto l’assessore regionale ai trasporti Filippo Boni- Inauguriamo una nuova struttura che fa parte di un grande progetto di ampliamento dell’aerostazione. Siamo felici che il cronoprogramma dei lavori possa procedere al meglio e ricordiamo che questo riguarda un progetto strategico che abbraccia tutta la Toscana, anche Firenze. Stiamo andando verso numeri record per quanto riguarda i passeggeri che arrivano e ripartono dalla Toscana ogni anno, grazie anche al grande richiamo turistico, culturale e industriale che questa terra ha ormai da moltissimo tempo. Nel contempo c’è anche un progetto di ampliamento aeroportuale che riguarda Firenze, al quale guardiamo con grande attenzione e che seguiamo quotidianamente”.

Una nuova struttura da 7.100 metri quadrati

Il nuovo terminal Arrivi si sviluppa su una superficie di circa 7.100 metri quadrati ed è progettato per garantire l’autonomia energetica attraverso un impianto fotovoltaico da 300 kW.

Dopo l’inaugurazione prenderanno avvio le attività di collaudo necessarie alla successiva entrata in esercizio della struttura. Una volta conclusa questa fase, tutti i flussi in arrivo saranno trasferiti nel nuovo terminal, mentre l’edificio attuale sarà destinato esclusivamente alle Partenze. La separazione dei due flussi consentirà così di distinguere le aree dedicate ai passeggeri in arrivo da quelle riservate a chi deve imbarcarsi.

Il piano di riqualificazione: investimento da 80 milioni

Il programma di ammodernamento del Galilei proseguirà con la ristrutturazione degli spazi attualmente utilizzati per gli Arrivi, pari a 1.580 metri quadrati al primo piano, e delle aree Partenze, che occupano 3.680 metri quadrati al piano terra. Tra gli interventi previsti figura anche un significativo ampliamento della hall d’imbarco Extra Schengen.

Al completamento dei lavori, l’intero aeroporto raggiungerà una superficie complessiva di 50.600 metri quadrati, con un incremento del 28% rispetto alla configurazione precedente. L’investimento complessivo ammonta a 80 milioni di euro e porterà la capacità dello scalo a un volume compreso tra 6 e 7 milioni di passeggeri all’anno.

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Why China is likely to be cautious about recent Trump-Putin diesel deal

China is likely to view the latest US dealings with Russia as “transactional”, according to observers, who said Beijing was likely to wait and see what the longer-term impact would be given the possibility that Donald Trump might abruptly change course again. The US president announced that under a deal with Vladimir Putin, Russia would “immediately” supply more than 300,000 tonnes of diesel to the US and global markets. He wrote on social media that another 500,000 tonnes would follow in...

Ukrainian drone strikes on Yandex datacenters knock cloud and payments offline

12 Ottobre 2026 ore 15:45
Yandex engineers are working to restore services after Ukraine launched drone strikes on three of its five Russian datacenters. The strikes began overnight on October 7-8, "seriously damaging" Yandex's Sasovo datacenter and leading to a total shutdown. Ukrainian drones struck again on the morning of October 9, targeting the company's Kaluga datacenter, resulting in part of its infrastructure being taken offline. Dima Pirogov, head of Yandex's fintech division, confirmed via Telegram on Sunday morning that a third strike targeted the company's Vladimir site, which supports Yandex Pay. A day later, services remain offline, although Pirogov said users' money is safe. "I'm very sorry I can't tell you yet that everything is working again," the exec wrote. "The team continues to restore services and is checking every step. When it comes to your money, it's important to us not just to restore Yandex Pay as quickly as possible, but also to ensure that everything is working reliably. "I understand that you're not waiting for words, but for access to your money. And I understand how hard it is to wait when you can't use it. We can't give you a precise timeline for the restoration yet, but we promise: we won't stop until the service is back online." Yandex Pay is the company's digital payments service. Users can make online and in-store purchases, pay in installments, and split bills with friends and family. It's also integrated into online shopping experiences. It is comparable to Apple Pay or Google Pay, while Yandex more broadly offers services similar to Google's. Yandex said engineers are prioritizing the most-used services, and reported that access to the Alice AI assistant, Mail, Maps, Search, and Taxi is being restored, but other features remain offline. The company's status page lists widespread outages across Yandex Cloud, its public cloud platform, following the attacks. Updates from the maintenance team describe partial availability despite the outage indicators. They suggest that some customers may be able to access certain features, such as Yandex Cloud Console and API, but availability remains inconsistent across the platform. In its most recent update, the company said: "The Yandex Cloud platform is still operating in a limited mode. Our specialists continue restoration work around the clock. The technical support team receives an increased number of requests, so the response time can be increased. "Our recommendations continue to be relevant. We recommend using alternative sites for hosting and reserving resources." Internet monitoring organization Netblocks reported that Yandex Cloud's network connectivity was at 30 percent of normal levels on October 11. Ukraine president Volodymyr Zelensky said the drone attacks were a response to Russia's own, which had targeted datacenters in Kyiv. The BBC reported that in September, Russian drone strikes targeted a business center in the capital city, killing four people and damaging a datacenter, which in turn resulted in around 100,000 households losing internet access. The attacks led to other knock-on effects, such as public transport boards not displaying information in Lutsk. Kyiv's attack on the Vladimir site on Sunday morning came hours after controversial comments from US president Donald Trump, who accused Zelensky of wanting "to make problems for the world" by continuing to attack Russian oil refineries. Trump went on to say that it was time for Ukraine to elect a new president after Zelensky said measures should not be taken that allow Russia to generate more revenue to fund its war. Zelensky was referring to a deal between Trump and Putin to release diesel from Russia to the US and the rest of the world. Later that day, the US president claimed Russia and Ukraine had agreed to an "energy ceasefire" to halt attacks on each other's energy infrastructure. Kyiv said it was unaware of the agreement before Trump announced it on his social media platform, but was willing to halt attacks on Russian energy infrastructure if Moscow reciprocated. Russia launched a missile attack on a Ukrainian power plant hours later. ®

Hormuz, la stoccata di Teheran a Washington: 'Perché vi rivolgete a Mosca?'"

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha ribadito la vigilanza del Paese sullo Stretto di Hormuz e ha difeso i legittimi diritti della Repubblica Islamica, nonostante le pressioni degli Stati Uniti.

Lunedì, Baqai ha respinto le accuse che mettono in dubbio la sorveglianza marittima e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, affermando che "i mercati finanziari non prestano attenzione né danno credito alle affermazioni degli americani". Dopo aver osservato che gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento su altri Paesi per l'approvvigionamento di carburante, "il che la dice lunga sulla situazione", ha affermato che la situazione nello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026 è "una conseguenza delle azioni degli Stati Uniti e di Israele". "Finché Washington insisterà nel mettere a repentaglio la sicurezza di questa via navigabile attraverso un blocco economico e una guerra navale, la sicurezza non tornerà nello stretto", ha aggiunto.

Ha inoltre affrontato le sfide che gli Stati Uniti e i mercati energetici si trovano ad affrontare a causa della situazione nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, e ha sottolineato: "Se, come affermano gli Stati Uniti, non ci sono problemi nello Stretto di Hormuz e la situazione è già risolta, come si spiega che Washington debba rivolgersi alla Russia per risolvere alcuni dei suoi problemi?".

Riguardo alle sette condizioni poste dall'Iran per porre fine alla guerra e all'inadeguata risposta di Washington, il portavoce ha osservato che lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington continua attraverso i mediatori. "Quanto presentato a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e soprannominato il 'piano dei sette giorni' dell'Iran rappresentava una rivendicazione dei legittimi diritti dell'Iran", ha sottolineato, precisando i punti chiave del piano: "La revoca del blocco navale, la cessazione della guerra su tutti i fronti e il rilascio dei beni iraniani; in breve, tutto ciò che avevamo concordato nell'ambito di un memorandum d'intesa".

Nel sottolineare che gli Stati Uniti devono soddisfare queste condizioni, Baqai ha affermato che la posizione di Washington, secondo cui la principale preoccupazione rimane la questione nucleare iraniana, contiene una grave contraddizione: "Hanno ripetutamente affermato di aver completamente distrutto il programma nucleare iraniano e continuano a parlare della fittizia minaccia delle armi nucleari dell'Iran".

Riguardo alle sanzioni statunitensi, Baqai ha chiesto: "Se il popolo iraniano non è il bersaglio delle sanzioni, allora chi lo è?". Ha inoltre denunciato Washington per aver considerato persino il territorio, le risorse naturali e l'ambiente dell'Iran come obiettivi legittimi, sottolineando che gli Stati Uniti hanno imposto le sanzioni più severe negando al contempo che queste colpiscano la popolazione: "Non è forse un atto contro gli iraniani privarli di cure mediche, istruzione e persino degli esami IELTS e TOEFL?". Ha denunciato anche le restrizioni all'accesso ai servizi di aviazione civile, che contraddicono l'ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia del 2018, concludendo che "senza dubbio, ogni singolo iraniano è bersaglio dell'ostilità e delle azioni malevole degli Stati Uniti".

Infine, il portavoce iraniano ha messo in dubbio le preoccupazioni occidentali riguardo a un possibile ritiro dell'Iran dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), affermando che "questa preoccupazione è inutile, poiché sono stati loro stessi a causare questa situazione". Baqai ha osservato che in meno di nove mesi impianti nucleari pacifici iraniani sono stati attaccati — nonostante l'Iran sia membro del trattato dal 1970 — senza una risposta adeguata dell'AIEA o un'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ha dunque messo in discussione l'utilità di rimanere in un trattato i cui tre pilastri (disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell'energia nucleare) sono stati indeboliti da chi avrebbe dovuto proteggerli, chiedendosi infine come sia possibile che coloro che hanno assassinato la Guida Suprema, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei — il quale aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari — possano ora esprimere preoccupazione per la presunta esistenza di tali armi in Iran.

Aggiornamenti di sicurezza per LibreOffice

5 Ottobre 2026 ore 14:07
Aggiornamenti di sicurezza per LibreOffice sanano 6 vulnerabilità, di cui 1 con gravità "alta" che interessa LibreOffice Calc, applicazione della suite open source dedicata alla gestione dei fogli di calcolo. Tra queste si evidenzia la CVE-2026-63277 per la quale risulta disponibile un Proof of Concept (PoC) in rete.

Più grande, dotata e presto anche ibrida: Hyundai rilancia la Bayon - VIDEO

12 Ottobre 2026 ore 15:24
Non è la Hyundai che viene in mente quando si parla di SUV compatte. Eppure la Bayon, dopo una generazione passata un po' in sordina, ci riprova con un progetto profondamente rinnovato. più grande, più muscolosa e soprattutto più ricca dentro, senza perdere quelle dimensioni che la rendono interessante per la città. Da noi, la piccola SUV coreana non ha conosciuto i numeri della sorella maggiore Kona. E forse è anche per questo che Hyundai ha scelto di non cambiare nome, ma di lavorare parecchio sul prodotto. Tutta un'altra auto La nuova Bayon cresce e cambia aspetto.  lunga 4,25 metri, 6,5 centimetri in più rispetto a prima, mentre la larghezza aumenta di 3,5 centimetri, arrivando a 1,81 metri. Il passo resta di 2,60 metri, ma la presenza su strada è più importante. A prima vista, la differenza si vede soprattutto nel frontale. Il cofano più scolpito, la firma luminosa orizzontale che attraversa il muso e i passaruota più pronunciati le danno un aspetto decisamente robusto. Dietro ritroviamo la stessa impostazione, con una grafica luminosa che riprende quella anteriore.Hyundai parla di Art of Steel, e in effetti la Bayon sembra meno crossover cittadina e più piccola SUV. I cerchi arrivano a 18 pollici e, per chi vuole un aspetto ancora più grintoso, c'è la N Line, con dettagli specifici, finiture nero lucido e doppio terminale integrato nel diffusore. L'abitacolo è una sorpresa La plancia è moderna, ma non rinuncia ai comandi fisici per le funzioni più utilizzate. A seconda dell'allestimento, davanti al guidatore e al centro della plancia possono esserci due display da 12,3 pollici inseriti in un'unica superficie curva.Ma al di là degli schermi, è la sensazione generale a colpire: l'abitacolo è molto curato. Ci sono superfici soft-touch nella parte alta delle porte, sedili anteriori riscaldabili e ventilati e, sulle versioni più ricche, persino i sedili posteriori riscaldabili. La dotazione comprende inoltre ricarica wireless, Apple CarPlay e Android Auto senza fili e, volendo, un impianto audio firmato Bose. Dietro, Hyundai dichiara più spazio per le gambe. Il bagagliaio delle versioni con motore termico tocca quota 440 litri, con un ulteriore vano sotto il piano di carico. Prima a benzina, poi anche ibrida Al lancio la Bayon sarà disponibile con il 1.0 T-GDI da 90 o 115 CV, abbinabile a cambio manuale a sei marce o doppia frizione a sette rapporti. Più avanti arriverà anche una versione full hybrid da 138 CV, con 1.6 GDI, motore elettrico e cambio doppia frizione a sei rapporti.La dotazione tecnologica fa un altro passo avanti con la Hyundai Digital Key 2 e un pacchetto SmartSense particolarmente ricco, che comprende anche il sistema Highway Driving Assist 2, il monitoraggio dell'angolo cieco e il Surround View Monitor. La nuova Bayon, insomma, vuole colmare una distanza che in Italia non è soltanto quella fra due generazioni, ma anche quella fra un prodotto poco conosciuto e una macchina che oggi sembra avere parecchie carte per farsi notare. Nuova Hyundai Bayon: i prezzi Ora resta da capire quanto questa evoluzione si senta anche su strada. Per i prezzi bisogna attendere, ma immaginiamo un leggero rincaro rispetto ai 23.200 euro della generazione precedente.

La nuova Hyundai Tucson si fa più grintosa: arriva la N Line con dettagli esclusivi

13 Ottobre 2026 ore 12:31
Al Salone di Parigi Hyundai ha presentato l'allestimento sportivo N Line della nuova Tucson, presentata all'inizio del mese di ottobre. Questa versione non introduce modifiche o novità meccaniche rispetto al modello già presentato, limitandosi a un trattamento estetico dedicato. Fuori è più aggressiva Invariate le dimensioni: 4.560 mm da un paraurti all'altro, 1.900 di larghezza, 1.670 di altezza e passo di 2.720 mm. Il bagagliaio dichiara fino a 695 litri di capacità utile, grazie anche al divano scorrevole di 15 cm. Nella Tucson N Line il paraurti anteriore ha prese d'aria più grandi e bandelle aerodinamiche laterali, mentre quello posteriore sostituisce le protezioni sottoscocca con elementi aerodinamici e un doppio terminale di scarico. I passaruota sono in color carrozzeria e non neri, mentre il profilo superiore dei finestrini e il terzo montante sono in nero lucido, così come le calotte degli specchietti retrovisori. Undici le colorazioni disponibili, tra cui le nuove Moonlake Blue (metallizzato e matte), Ignite Red, Rich Walnut (metallizzato e matte). La suite di Adas Hyundai SmartSense prevede guida assistita di livello 2 con monitoraggio dell'angolo cieco, assistenza in manovra e rilevamento dell'occupazione dei sedili posteriori. Interni sportivi All'interno cambiano i rivestimenti dei sedili, in pelle scamosciata nera con inserti e impunture rossi, colore ripreso anche da alcuni dettagli nella plancia (come i comandi delle bocchette dell'aria) e la luce ambientale. Rivisti anche i pannelli porta e la pedaliera, in alluminio. Al centro del volante, il logo N dei modelli più sportivi della Casa coreana. L'infotainment gira sul sistema operativo Pleos (basato su Android Automotive OS), con schermi da 12,9" o 17" pollici, assistente vocale Gleo AI. Di serie la strumentazione digitale da 10", i sedili ergonomici con funzione relax, la doppia piastra di ricarica a induzione per gli smartphone. Tra gli accessori, il climatizzatore a tre zone e l'impianto audio Bang & Olufsen. Benzina, ibrida e plug-in L'offerta di motorizzazioni coincide con quella del resto della gamma: la Tucson N Line c'è con motori benzina, full hybrid e plug-in.Benzina 1.6 T-GDi 2WD: 150 CV, trazione anteriore, cambio manuale a sei rapportiHEV 1.6 T-GDi 2WD: 245 CV, cambio automatico, trazione anteriore, cambio automatico a sei rapporti, 0-100 in 8,3 secondiPHEV 1.6 T-GDi 2WD: 292 CV, cambio automatico, trazione anteriore, cambio automatico a sei rapporti, batteria da 17,1 kWh, 67 km di autonomia in EV

Fulvio Grimaldi - IRAQ, RITIRO USA, VINCE SADDAM. Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Un ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo. 

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

Questa non può non essere interpretata come una delle più significative sconfitte strategiche subite nella regione. Se la combiniamo con la disfatta in Iran, abbiamo un uno-due da knock out. Ben simboleggiato dalla battaglia in cui il finto nemico ISIS, cui il Trump del primo mandato aveva commissionato la conquista di Mosul, veniva sbaragliato dalla forza congiunta dell’esercito iracheno e delle Unità di Mobilitazione Popolare. Si potrebbe argomentare che il ritiro degli USA, con inevitabili ripercussioni sul controllo delle risorse petrolifere, e il loro allontanamento strategico dai confini con l’Iran, con cui sono in guerra, abbia avuto il suo innesco nella vittoria irachena a Mosul.

Detto questo sugli accadimenti di questi giorni, ciò che mi interessa illustrare qui è una nemesi. Nemesi è una  dea greca. Rrappresenta la giustizia ineluttabile che punisce una colpa, ristabilendo l'equilibrio. E Nemesi ha operato per il ristabilimento dell’equilibrio, seppure a distanza di vent’anni (cosa sono per una dea greca?), compromesso e dissacrato dal traditore della patria che s’ingrazia il conquistatore offrendogli il massimo dei sacrifici: la testa del nemico

Nemesi, ristabilire l’equilibrio

Il 30 dicembre del 2006 il presidente legittimo dell’Iraq veniva impiccato sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse degli sgherri di un capopopolo tribale, Moqtada al Sadr, buono per ogni stagione, saudita, statunitense, o iraniana che fosse.. Una sentenza dettata dalla volontà del vincitore al termine di un processo-farsa, durante il quale tre avvocati dell’imputato vennero assassinati e numerosi testimoni a difesa furono espulsi, percossi, incarcerati.

Agli invasori di Washington, arrivati a Bagdad nella marea nera della menzogna sulle armi di distruzione di massa, che gli avevano assicurato la vita e un salvacondotto per l’estero se avesse ordinato alla resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui “l’uomo degli americani” per trent’anni aveva risposto alle offerte, blandizie e provocazioni dei gangster del Nord. Perfino all’offerta della fine delle ostilità e di un salvacondotto se solo avesse riattivato l’oleodotto Kirkuk- Haifa

Oggi mi trovo qui, davanti a una tastiera, per rivendicare una verità che è quella che vive nella memoria e nella coscienza degli iracheni e, parzialmente, anche nella mia, visto che, dal 1977 alla caduta del 2003, sono stato cronista degli iracheni, ne ho conosciuto i valori, vi ho avuto grandi amici, ho vissuto la loro vicenda gloriosa e tragica, ne sono stato corrispondente da Roma per i quotidiani Ath Thawra (“Rivoluzione”) e Baghdad Observer.

Capitai per la prima volta in Iraq nell’autunno del 1977. Ne potei avere conoscenza approfondita grazie a un incontro fortunato. Nasif Awad era il direttore di Ath Thawra, il più importante quotidiano del paese. Palestinese scampato alla Nakba, era uno dei migliori giornalisti che abbia mai conosciuto. Di raffinata intelligenza, grande sensibilità ed empatia, vasta cultura antica e profonda conoscenza del mondo arabo in lotta per la liberazione dal colonialismo, mai del tutto vinta. Quando, nella primavera del 2003, arrivati i barbari a Bagdad, arrivò anche la fine della mia frequentazione di un quarto di secolo del paese più progredito del “Terzo Mondo”, il retaggio che mi portai via e che mi ha aiutato a tracciare un percorso sistematicamente fuori dalle deformazioni dell’ “Orientalismo”, lo devo a quel palestinese che mi aveva regalato l’Iraq.

Due guerre e una pietra d’inciampo

Saddam Hussein? Capitolo chiuso, codificato, consegnato ai posteri, archiviato: brutale dittatore, violatore dei diritti umani (garantiscono Amnesty International e Human Rights Watch). Poi, anche peggio, finto patriota ed effettivo “uomo degli americani”, “armato dagli americani contro l’Iran di Khomeini” (è successo il contrario, tanto che col ricavato gli USA alimentarono i loro Contras in Nicaragua). Insomma un doppiogiochista, un baro.

Qui L’AntiDiplomatico mi consente di proporne una catarsi, la purificazione dalle deformazioni a cui ogni popolo e ogni umano ha diritto. Poi, inevitabilmente, ci sarà chi la contesterà con il sostegno decisivo di una pubblicistica occidentale nella quale non ha scampo qualsivoglia presenza che non condivida i nostri valori, o vi si pieghi, disobbediente a come le cose dovrebbero essere viste e raccontate. Ma questa mia andava detta. 

Marzo 2003, ho visto arrivare a Bagdad le truppe statunitensi, ed è stato un trauma per chi, come il sottoscritto, aveva condiviso, fin dalla prima visita nel 1977, l’esperienza di grande successo di una rivoluzione socialista “all’araba”, e di emancipazione dal colonialismo. Esperienza protrattasi per oltre mezzo secolo, a dispetto di complotti innescati dall’esterno, di conflittualità etniche e religiose, anche queste alimentate da fuori, di una prima guerra mossa dall’Impero nel 1991 (condotta da un’ “Alleanza dei Volenterosi”), da anni di feroci bombardamenti di Clinton su genti e strutture, di una seconda guerra, come la prima di natura genocida grazie all’impiego, devastante nei secoli, dell’uranio impoverito.

Ne ho visto i raccapriccianti effetti, una generazione di nati cancellata, altre a seguire contaminate e deformi. A partire da quella colonna di soldati iracheni in ritirata accompagnati da migliaia di civili in fuga su vetture, autobus, ambulanze, sadicamente inceneriti tra Kuweit e Bassora, sull’Autostrada 80, quella che divenne “I 100 km della morte”. Uomini, donne, famiglie, in gran parte palestinesi, sudanesi ed egiziani, sono stati sterminati senza che potessero, o volessero, opporre alcuna resistenza. Bombe a grappolo, all’uranio impoverito, incendiarie, che incenerivano togliendo l’ossigeno. Nessun giornalista o fotografo venne ammesso allo spettacolo ‘apocalittico’ della strage – così lo  definì il maggiore americano Bob Williams – prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero seppelliti. E ci vollero tre giornate.

Noi sviluppati e civili, loro sottosviluppati e…

E noi, italiani, eravamo lì, “Volenterosi” dell’imperialismo genocida, comandati ad ammazzare e a farci ammazzare. A commuoverci e a indignarci solo quando qualcuno provò a difendersi e rispondere, a Nassiriya, dove per diventare eroi toccava morire. E neanche per la patria, che da quelle parti non c’era proprio. O, piuttosto, c’era stata messa, infilata dalla propaganda del nostro padrone nell’immaginario collettivo. Eroi a loro insaputa. Vittime del Grande Inganno. Oggi ce stanno a riprova’.

Nell’iconografia dei paesi del mondo che allora ci veniva rappresentata, noi dell’Occidente euroatlantico, eravamo per definizione universalmente, quelli “sviluppati”, “avanzati” e, ça va sans dire", civili. Gli altri, quelli del Sud, erano trapassati dal colonialismo civilizzatore ai regimi (mai governi), inesorabilmente autocratici, languenti nel sottosviluppo o, al meglio, in via di sviluppo, sotto l’immancabile tacco del “dittatore”. Che spesso aveva l’addizionale difetto di essere stato alla guida della lotta di liberazione anticoloniale.

Marchiarlo di dittatore rendeva implicitamente il suo popolo destinatario, vittima,  dell’importazione di diritti umani e democrazia, valori che giustificavano il ritorno, in versione neocoloniale, del “fardello dell’uomo bianco”. Poi, chi tra noi e loro, fosse il progredito, lo sviluppato, l’equo, ce lo dicono i dati sociali che qui sotto riporto.

Torniamo a Saddam. Non sono, forse, suoi seguaci, non hanno Saddam sui vessilli, coloro che oggi sono militanti di un Asse della Resistenza che, per gli strani giri che fa la Storia, fa riferimento proprio al paese e al popolo con cui l’Iraq di Saddam si scontrò? Ma, che lo sappiano o no, se l’obiettivo è la libertà e l’indipendenza, nel momento in cui al nemico vero e perenne hanno imposto di levare le tende, di Saddam sono testimoni ed eredi.

Ciò che qui ricordo del leader del paese arabo con cui, a parte la Palestina, ho avuto la maggiore intimità, credo che non verrà condiviso da molti nel nostro mondo. Se riesce a sopravvivere e a imporsi una balla di 2000 anni fa, come quella su Nerone strimpellatore pazzo incendiario, figurati se si può scalfire l’immagine impostaci per cielo, terra e mare da un’armata politico-mediatico-accademica dalla potenza di fuoco senza precedenti. In compenso, però, i miei ricordi si sposeranno con quanto di Saddam allora pensavano e oggi ricordano i cittadini di questo antico cuore della Mesopotamia, sapendo distinguere tra il grano dei fatti e il loglio dell’hasbara e sue succursali.

L’Iraq di Saddam

Saddam era l’iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni ha costruito la nazione più progredita, socialmente giusta, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Ha fatto sì che il suo paese reggesse, anche in virtù della forza che gli veniva da un’identità millenaria - i sumeri semiti come gli achemenidi persiani e come le dinastie faraoniche - contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, la guerra con l’Iran scatenata su istigazione USraeliana.

Uno Stato che noialtri ci impuntavamo a condannare perché “autocratico”, per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali che imponevano altri percorsi verso la modernità e l’emancipazione. Ha rappresentato, con il consenso della stragrande maggioranza del suo popolo, l’estremo baluardo della resistenza laica e socialista alla rivincita imperialista, all’espansionismo israeliano, al dilagare della vandea integralista.

Ha costruito diritti umani collettivi, quelli che contano nel riscatto di un popolo dopo millenni di dominio e depredazioni di tirannie esterne, dai mongoli ai britannici: alfabetizzazione, sanità, istruzione, lavoro, casa, benessere, sviluppo industriale, emancipazione delle donne, il rispetto delle minoranze (primo paese ad aver concesso ai curdi autogoverno e autonomia istituzionale). E, di conseguenza, l’esplosione di una creatività letteraria e artistica senza pari nella regione, il sostegno incessante a popoli perseguitati, palestinesi in testa, il ruolo di polo aggregante per le forze rivoluzionarie arabe e del Sud del mondo.

 

Tu uccidi un uomo morto

Tutto questo è stato sepolto, con l’ottusa complicità delle sinistre internazionali, da una campagna di diffamazioni contro l’uomo e la sua opera, dall’intento, evidente a chiunque non si disponesse alla lobotomizzazione politica e mediatica, di impedire che all’Iraq di Saddam e del Baath, la società veramente civile, le masse private di ruolo politico, le classi sfruttate, i popoli oppressi, le avanguardie di lotta, offrissero quella solidarietà che, in altri tempi, aveva sostenuto la decolonizzazione, le guerre di liberazione nazionale, le rivoluzioni socialiste. A partire dall’altro grande esempio arabo, l’Algeria.

A un gruppo dirigente espresso dalla volontà di emancipazione del suo popolo, impegnato contro tutto e contro tutti a costruire uno spazio di benessere, sovranità e dignità, si pretendeva di imporre il modello di borghesie sedicenti democratiche. Borghesie che alle spalle non avevano solo secoli di oppressioni dispotiche, ma il Rinascimento, il riscatto illuminista, la rivoluzione francese e quella russa. Liberatosi nel 1958, a prezzi di sangue altissimi, dell’ultima e più brutale dominazione straniera, quella britannica, l’ipocrisia occidentale, cristiana, bianca, esigeva che la società irachena, quella araba in generale, maturassero nelle istituzioni, prima ancora di una coscienza collettiva con radici nel proprio passato, le forme di governo con le quali dalle nostre parti ci si vanta di essere i migliori. I migliori, come si vede meglio ogni giorno, a ingannare, sfruttare, condurre guerre, sterminare. Una pretesa antiscientifica, prima ancora che ipocrita e immorale.

Oggi con la dipartita definitiva del colonizzatore-invasore-predatore, c’è spazio per demolire la colossale muraglia di menzogne – dalle armi di distruzione di massa ai curdi gassati, dagli sciti repressi ai comunisti sterminati, dai grotteschi sadismi all’ “uomo degli americani” – con cui i mostri della guerra e del vampiraggio hanno seppellito la verità.

 E soprattutto hanno provato a farci togliere lo sguardo dagli orrori del fosforo su Fallujah, una città bruciata dal primo all’ultimo cittadino, delle torture praticate dalle SAS britanniche a Nassiriya, dagli orrori indicibili nel carcere dei militari USA di Abu Ghraib.

Despota feroce, sterminatore di minoranze, utilizzatore di armi di distruzione di massa, e, per grottesco paradosso, “uomo degli americani, armato dagli americani”, per uccidere oltre al corpo, l’onore, la credibilità, l’etica. Io, come ogni cronista delle guerre in Iraq, ho potuto constatare de visu che di armi USA in Iraq non c’era neanche una pistola Smith & Wesson. Solo vecchie armi sovietiche.

Fa parte del discredito anche la vicenda della sua cattura, presentata come quella di un barbone nascosto in un buco, sotto un albero pieno di datteri quando di datteri non era il tempo. Il racconto di testimoni iracheni e di marines ci hanno restituito un combattente che, tradito e individuato in casa di amici, si è difeso armi in pugno, è stato messo in ceppi, drogato e torturato. Quindi esibito settimane dopo tra marines sghignazzanti

Al suo popolo Saddam ha saputo portare la gentilezza della dignità e della vita, anche se il prezzo da pagare era quello di non poter essere sempre gentile. Considerato a ragione il massimo ostacolo alla normalizzazione sionista e neocoloniale del Medioriente (nel ruolo oggi dell’Iran), non è stata resa facile la vita al governo (regime, ovviamente, nel caso non sia occidentale) e al suo gruppo dirigente. In prima fila figuravano, accanto a Saddam, i compagni della rivoluzione indipendentista, il suo vice Izzat Ibrahim Al Duri, poi, dopo la morte di Saddam, leader della decennale resistenza, e il cristiano Tariq Aziz, premier, ministro degli esteri, universalmente rispettato. Arrivò fino al Papa per trovare la pace. Da lui, in una mia intervista, ho potuto ascoltare gli innumerevoli, defatiganti e sistematicamente respinti, tentativi di arrivare a un’intesa con gli USA, a una mediazione che evitasse lo scontro.

Minoranze e quinte colonne

Difficile aspettarsi da costoro che conducessero il loro paese come fossero sanitari di Emergency, o un priorato francescano, quando questo loro paese era da tempi immemorabili osteggiato, assediato, calunniato, infiltrato, provocato, aggredito con mezzi diretti o indiretti (colorati), col fine di negargli ogni ruolo nella regione e ridurlo in briciole, colonia o protettorato. Difficile per un Iraq cui, da quando ha avuto l’impudenza di dichiararsi indipendente dai gassatori di Churchill e poi dalle tagliole delle multinazionali, nulla è stato risparmiato. A partire da bombe, sanzioni e dal vecchio schema colonialista di sobillare, con prebende e ricatti, minoranze convinte di essere discriminate.

Al netto della demonizzazione praticata dalle nostre parti con vere e proprie montature alla Srebrenica o Bucha, ci furono indubbi episodi di pesante repressione interna, sia contro la componente scita nel sud del paese, divisa tra lealtà nazionale e richiamo religioso intensamente lanciato da Tehran, sia contro i curdi. Una minoranza il cui ruolo di quinta colonna era coltivato da Israele e USA da anni, qui come in Siria e Iran. I due feudatari a capo delle maggiori tribù curde, Barzani e Talabani, rispettivamente leader del Partito Democratico Curdo e dell’Unione Patriottica Curda, non hanno mai negato la loro intesa con i servizi israeliani e statunitensi e se ne davano vanto.

Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e, ad eccezione di quelli siriani, sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari a quella araba. Il loro partito, PDK, era membro della coalizione di governo con baathisti e comunisti. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù, i Barzani e i Talibani, a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio iracheno, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero.

Manifestazione di curdi a Irbil, Kurdistan iracheno

Mi rendo conto che molti tra i lettori di questa inadeguata orazione funebre se ne ritireranno sconcertati, se non oltraggiati nelle convinzioni coltivate in tanti anni con il concime delle calunnie arrivate da orizzonti a 360 gradi. Non mi sottraggo al rischio di perderli, questi interlocutori. Lo debbo alla verità.

Ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato negli anni ’70, ’80, ‘90 nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità e istruzione gratuite al pari di quelle cubane, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, del milione di curdi sfuggiti alla morsa di capitribù radicati nel medioevo e spesso agenti del colonialismo. Ero tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre….

Per la Palestina, nonostante tutto

Netanyahu all’ONU: “Noi siamo la terra della benedizione, questa è la terra della maledizione”

C’ero in Iraq quando l’Occidente decise di farla finita con questo modello di irriverente e pretenzioso “terzomondismo” e si scagliò contro il paese che aveva costituito il “Fronte del Rifiuto” per neutralizzare il connubio israelo-egiziano, sancito nell’accordo Begin-Sadat di Camp David. Pace tra due manipolatori di destini altrui con la quale s’intendeva abbandonare il popolo palestinese all’esito che poi avrebbe preso la forma di Gaza.

L’Iraq di questo disegno, di cui tanti segni promettevano che si sarebbe perfezionato in genocidio, è stato, accanto alla Siria, il massimo oppositore. La più concreta e temibile minaccia contro la sua riuscita. Nel crepuscolo di questo Stato, con il suo popolo ferito a morte, ma che andava raccogliendosi nella resistenza, oggi rinata nelle Forze di Mobilitazione Popolare, l’ultima iniziativa politica lanciata dalla capitale occupata aveva per oggetto e destinazione la Palestina. Un simbolo se mai ce ne è stato uno

Scampato al cannoneggiamento dei tank contro il Palestine, hotel preso di mira perché ospitava giornalisti che si sospettavano amici del paese, in uscita da Bagdad con i Marines alle calcagne, mi trovavo affiancato sul taxi in fuga verso Amman da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro, lungo i mille chilometri di deserto, i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi. Con alle spalle più nessun governo e una capitale in fiamme, stavano portando alle vittime dell’entità sionista l’ultima consegna di aiuti: come sempre, per decenni, 20mila dollari alle famiglie dei caduti, 10mila a quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Non si sono sognati di intascarli e tornare a casa. Erano nati e cresciuti nell’Iraq di Saddam. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Smile, si parte con la scienza

12 Ottobre 2026 ore 15:18

Illuminano i freddi cieli dei poli con colori che vanno dal rosso, al blu fino al verde. Sono le aurore polari. Queste affascinanti luci si formano quando il vento solare, un flusso di particelle energetiche proveniente dal Sole, interagisce con il campo magnetico della Terra che ci difende come uno scudo invisibile. Ad oggi, ci sono ancora varie domande aperte su come si formino queste tempeste geomagnetiche. Inoltre, anche se il nostro pianeta è protetto dal campo magnetico, il vento solare può comunque influenzarci: espone gli astronauti a livelli più elevati di radiazione durante le missioni, e può danneggiare i satelliti e disturbare i sistemi di navigazione, le telecomunicazioni e i servizi meteorologici.

La missione Smile (Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer) per la prima volta permetterà di osservare simultaneamente l’azione del vento solare e la risposta della Terra. Smile è una missione congiunta tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e la Chinese Academy of Sciences. Lo scorso 23 settembre Smile ha ufficialmente avviato la sua attività scientifica, dopo un intenso periodo di in-space commissioning, iniziato quando il satellite è stato lanciato il 19 maggio di quest’anno e ha raggiunto la sua orbita operativa per le attività scientifiche il 20 giugno.

Rappresentazione artistica del satellite Smile. Crediti: Esa

Nella fase di commissioning, una parte importante è stata il collaudo dei quattro strumenti scientifici del satellite: la camera per raggi X a bassa energia (Soft X-ray Imager – Sxi), la camera per le aurore nell’ultravioletto (Uvi), il magnetometro e l’analizzatore di ioni leggeri. Ognuno di questi raccoglierà informazioni utili e diverse per comprendere meglio le tempeste solari, le tempeste geomagnetiche e la meteorologia spaziale.

Il video qui sotto mostra il primo filmato rilasciato da Uvi, la prima camera dal 2008 a catturare l’intero anello dell’aurora boreale intorno al Polo Nord nella luce ultravioletta. Uvi può osservare le aurore per quarantacinque ore consecutive, un vero record. Le immagini sono state riprese il 24 luglio 2026, appena due settimane dopo l’attivazione dello strumento. Mostrano l’attività nell’anello di aurora dovuta a una perturbazione del campo magnetico terrestre causata dalle particelle del vento solare.

Prime immagini della telecamera ultravioletta Uvi di Smile catturate il 24 luglio 2026. Le increspature nell’anello di aurora indicano una perturbazione della magnetosfera terrestre causata dal vento solare. I punti visibili a sinistra sono stelle lontane che emettono luce ultravioletta. Crediti: Esa & Cas/Smile/Uvi

Anche la camera a raggi X (Sxi) è stata attivata con successo. Una delle prime immagini di test, che vedete riportata qui sotto, è stata presa per verificare il corretto funzionamento dello strumento. L’immagine mostra i resti dell’esplosione di una stella lontana. Smile è il primo telescopio spaziale in grado di osservare il campo magnetico terrestre nei raggi X. Rileverà questo tipo di radiazioni emesse ai confini della magnetosfera quando questa viene colpita dalle particelle del vento solare. Sebbene questa telecamera lavori correttamente, attualmente rileva un eccesso di luce diffusa quando è puntata verso la Terra. Per ridurre questo fastidio, gli esperti stanno studiando correzioni specifiche e aggiornamenti software da implementare a bordo. Tuttavia, poiché Smile si sta orientando sempre più lontano dalla Terra e il Polo Nord emette meno luce mentre ci avviciniamo all’inverno boreale, la luce diffusa sta diminuendo naturalmente. Dovrebbe raggiungere un minimo a metà ottobre. A quel punto Sxi catturerà la sua prima immagine nitida della magnetopausa, la zona dove il vento solare incontra il campo magnetico terrestre.

Immagine di test della telecamera a raggi X di Smile che mostra il resto di supernova N132d nella Grande Nube di Magellano, distante circa 160mila anni luce. Crediti: Esa & Cas/Smile/Sxi

L’Esa ha realizzato un film documentario, dal titolo Let’s Smile, che descrive lo sviluppo della missione tra giugno 2024 e maggio 2026. Il video mostra le parti del satellite nelle varie fasi di lavoro: il loro arrivo al centro tecnico dell’Esa nei Paesi Bassi, l’assemblaggio, i test e infine l’invio allo spazioporto europeo in Guyana francese per il lancio. Smile segna inoltre la prima volta in cui l’Esa e la Chinese Academy of Sciences hanno selezionato, costruito e gestito insieme una missione.

«La missione Smile è una testimonianza della fiducia costruita tra i nostri team, della loro dedizione all’eccellenza e della loro determinazione a trovare soluzioni a ogni sfida», dice la professoressa Carole Mundell, Director of Science all’Esa. «Smile ora ha ottenuto il via libera per iniziare le attività scientifiche. Si tratta di un traguardo molto importante – un vero piacere da annunciare – e sono sicura che la nostra eccellente collaborazione fornirà dati rivoluzionari agli scienziati di tutto il mondo».

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

Social procurement, si può fare

12 Ottobre 2026 ore 15:17

La chiamano “scelta responsabile” o “sconfinamento”. Qualcuno la definisce “leva strategica” e altri osservano senza sentirsi ancora pronti. Il social procurement o approvvigionamento sociale è l’approccio messo in atto da un’organizzazione pubblica o privata quando decide di utilizzare il proprio potere d’acquisto non soltanto per ottenere beni e servizi, ma anche per generare un impatto sociale. Si può tradurre in più azioni: nella scelta dei fornitori (quando l’azienda acquista prodotti e servizi da imprese o cooperative sociali, realtà del Terzo settore o aziende che favoriscano l’inclusione lavorativa o abbiano una missione di impatto sociale) ma anche nella stesura di un bando (quando un ente inserisce clausole sociali nei processi di selezione delle forniture). Attenzione: il principio economico del miglior rapporto qualità-prezzo resta sempre valido, ma si integra anche il criterio della capacità di produrre un valore aggiunto per la collettività.

In Piemonte esiste già una casa comune del social procurement. È nata a giugno 2024 in seno a Torino Social Impact, la rete che coinvolge oltre 450 partner per promuovere l’economia sociale, e ha preso la forma di un portale sperimentale per favorire il potenziale di collaborazione ancora inespresso tra imprese profit e organizzazioni non profit. Oggi quel progetto è maturo per compiere un passo di consapevolezza in più. O meglio, due.

Una sperimentazione sul campo

«A maggio e giugno scorso, abbiamo avviato due percorsi, rivolti rispettivamente al settore pubblico e a quello privato, che ci consentono di sviluppare una sperimentazione sul campo», spiega Raffaella Scalisi, advisor di Torino Social Impact. «Dopo due anni di divulgazione e formazione, abbiamo capito quanto sia fondamentale per le imprese sociali dialogare direttamente con le aziende ed entrare nelle logiche del procurement, una funzione cruciale caratterizzata da processi, procedure e strumenti gestionali molto strutturati. Pensare che basti invitare le aziende ad avvicinarsi al social procurement sarebbe ingenuo: bisogna comprenderne i meccanismi e conoscere il linguaggio».

Si parla spesso della difficoltà delle imprese sociali nel dialogare con il mercato profit, ma non è solo questo il punto: «Non basta preparare le imprese sociali, occorre anche costruire un confronto con le aziende, intercettarne le esigenze e le modalità operative. Per questo siamo molto contenti che Unione Industriali abbia scelto di accompagnarci in questo percorso di collaborazione, sostenuto dalla Camera di commercio e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo».

Social procurement pubblico

Il percorso nasce nell’ambito del Piano per l’Economia sociale Torino 2030 come laboratorio territoriale, in collaborazione con il progetto europeo Proseco, di cui Torino Social Impact e la Città di Torino sono partner. «La sperimentazione è rivolta a tutte le stazioni appaltanti, pubbliche amministrazioni, enti strumentali, società partecipate, università e centrali uniche di committenza interessate a integrare appalti sociali, clausole sociali e criteri premiali di impatto sociale nelle proprie procedure di acquisto», prosegue Scalisi. «È un tema complesso, applicabile a diverse tipologie di procedure. Richiede la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le opportunità offerte dal mercato e i requisiti richiesti, perché vincoli eccessivi rischiano di ridurre il numero degli operatori disponibili e di rallentare l’attività della pubblica amministrazione. È un aspetto importante, su cui ci concentreremo, tenendo conto anche della revisione del quadro normativo sugli appalti, avviato dalla Commissione europea per valorizzare maggiormente la sostenibilità sociale nelle procedure pubbliche».

Il nostro Codice mette già a disposizione diversi strumenti: «L’obiettivo è approfondirne la conoscenza per utilizzarli al meglio, con il supporto di giuristi ed esperti di impatto sociale, affinché il social procurement diventi una pratica ordinaria e non un esperimento isolato. Dall’altro lato, puntiamo a promuovere il confronto tra i soggetti responsabili delle procedure, creando occasioni di collaborazione per individuare insieme le modalità più efficaci di applicazione della normativa».

L’iniziativa si articola in tre fasi, suddivise in quattro incontri tra la fine del 2026 e il primo semestre del 2027. Tra un incontro e il successivo è previsto un accompagnamento individuale da parte del team di progetto, che coinvolge diversi esperti: Sergio Foà, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino, la ricercatrice Valentina Galliano e Tommaso Tropeano, research fellow del Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact.

E privato

«Per il social procurement privato, entreremo direttamente nelle aziende», spiega Scalisi. «Dopo un primo confronto più ampio, tre aziende (Xori Group, Comau e Italgas, nda) hanno scelto di proseguire in tutte le fasi del percorso. Si tratta di un gruppo ristretto, selezionato da Unione Industriali sulla base di una sensibilità già maturata sul tema, una propensione a svilupparlo e una significativa capacità industriale e di acquisto. In queste settimane si svolgeranno i primi incontri di initial development: tre ore dedicate a ciascuna azienda, a partire da una valutazione iniziale.
Per ogni fase è prevista una checklist di domande elaborata a partire dalla letteratura scientifica sulle partnership tra profit e non profit, nell’ambito di una ricerca condotta dal Politecnico di Torino e con il contributo di una dottoranda per monitorare e verificare sia gli aspetti esecutivi sia quelli relazionali, valutandone l’impatto».

Uno dei focus group realizzati a maggio nell’ambito delle attività di Torino Social Impact sul social procurement.

L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare e testare modelli di collaborazione tra imprese profit e imprese sociali capaci di generare valore economico, organizzativo e sociale in modo concreto. «Non si tratta soltanto di divulgazione o formazione, ma di una vera e propria analisi della supply chain per l’individuazione di ambiti di fornitura adatti al social procurement e della conseguente modellizzazione dello strumento all’interno delle procedure aziendali. Le imprese partecipanti saranno accompagnate da un gruppo di esperti attraverso un percorso personalizzato.

Per Luca Rollino, ceo di Xori Group, si tratta di «un’opportunità di valore strategico. Crediamo che la competitività passi dall’innovazione della supply chain e dalla capacità di generare un impatto reale sul territorio. Grazie a questa collaborazione, rafforziamo il nostro percorso Esg integrando le imprese sociali nei processi di acquisto per trasformarli in una leva di valore condiviso». Gli esperti coinvolti in questo caso sono sei: Alessandra Quarta, docente di Diritto privato all’Università di Torino, Tommaso Tropeano, research fellow al Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact, Francesca Montagna, docente in Ingegneria gestionale e della produzione del Politecnico di Torino e tre tre membri dell’associazione Manager non profit (Giulio Prandi, Maurizio Natta e Giacomo Vessia).

In apertura, uno dei due focus group che realizzati da Torino Social Impact nell’ambito delle attività sul social procurement. Le fotografie sono state fornite da Torino Social Impact

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Nidi Gratis, riaperto il bando tramite l’applicativo regionale

12 Ottobre 2026 ore 15:07

Fino al 26 ottobre è possibile presentare domanda di beneficio tramite l’applicativo regionale dedicato

Con provvedimento dirigenziale regionale n.19629 del 03/09/2026, è stata riaperta, dalle ore 9 del 12 alle ore 18 del 26 ottobre 2026, la possibilità di presentare nuove richieste per il beneficio “Nidi Gratis”. La domanda può essere presentata esclusivamente mediante l’accesso all’applicativo regionale dedicato, disponibile al link www.regione.toscana.it/scuola/app-NidiGratis.

Termine ultimo per l’invio: alle ore 18.00 del 26 ottobre 2026 l’accesso e l’operatività dell’applicativo regionale saranno definitivamente interrotti; non sarà pertanto più possibile presentare o modificare le domande.

Esito della domanda. Le modalità e le tempistiche di approvazione delle domande e di assegnazione del contributo saranno comunicate dalla Regione Toscana secondo quanto previsto dall’Avviso pubblico.

Con “Nidi Gratis” la Regione Toscana ha introdotto, grazie al contributo del Fondo Sociale Europeo, la gratuità dei nidi di infanzia per una vasta platea di beneficiari. L’obiettivo è coniugare l’elevata qualità dei servizi educativi regionali con una più ampia accessibilità da parte delle famiglie. I nidi rappresentano infatti uno dei pilastri della conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa: favoriscono la maggiore partecipazione dei genitori (soprattutto delle donne) al mercato del lavoro riducendo il rischio di povertà durante l’intero arco della vita, consentono una maggiore inclusione sociale a tutti i componenti della famiglia e migliorano le opportunità per i figli.
Possono accedere a questi benefici regionali i nuclei familiari con ISEE fino a 40 mila euro con bambini e bambine fino a 3 anni di età e residenti in Toscana.
Lo sconto regionale si applica alle famiglie a cui viene assegnato, per la quota che eccede il contributo rimborsabile da INPS, fino ad un massimo di € 527,27 per ciascuna mensilità, fino al luglio 2027.

Si ricorda che la Regione Toscana garantisce la riduzione delle rette/tariffe oltre che per la frequenza dei nidi d’infanzia, anche per la frequenza dei servizi integrativi, spazi gioco e servizi educativi in contesto domiciliare, fino ad un importo massimo di € 527,27.

È stato inoltre attivato un servizio di assistenza alla compilazione delle domande a cui ci si può rivolgere chiamando il numero 0586/820625.

Foto:pixabay

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12 Ottobre 2026 ore 15:00

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NEL 2025 PIANTATI CIRCA 3,7 MILIONI DI ALBERI NELLE FORESTE ITALIANE

12 Ottobre 2026 ore 14:59

Quasi 3,7 milioni di alberi e arbusti messi a dimora, il 17% in piu’ rispetto al 2024, su una superficie superiore a 5.300 ettari. E’ il bilancio della forestazione italiana nel 2025, secondo la sesta edizione dell’Atlante delle Foreste, realizzato da Legambiente e AzzeroCO2 con il supporto tecnico della Compagnia delle Foreste per Il Sole 24 Ore. Il rapporto, basato sull’analisi di 260 nuovi progetti distribuiti sul territorio nazionale, stima in circa 28 milioni di euro all’anno il valore dei servizi ecosistemici potenzialmente generati dai nuovi impianti. A trainare la crescita sono soprattutto le Citta’ metropolitane, grazie ai finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), mentre resta aperta l’incognita sulle risorse disponibili dopo la conclusione del programma. Il Trentino-Alto Adige si conferma per il terzo anno consecutivo la regione con il maggior numero di alberi piantati, oltre 840 mila, grazie agli interventi di ripristino delle superfici danneggiate dalla tempesta Vaia e dalle infestazioni di bostrico. Al secondo posto sale per la prima volta la Sicilia, con oltre 600 mila piante, seguita da Lombardia, con piu’ di 479 mila, e Piemonte, con oltre 469 mila. Sono invece nove le regioni che nel 2025 non hanno finanziato nuovi impianti attraverso gli strumenti ordinari delle politiche forestali regionali: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche e Molise. Per molte di queste il ritardo e’ legato alla mancata attivazione dei nuovi strumenti di sviluppo rurale. Per la Sardegna, invece, i dati risultano indisponibili per il quinto anno consecutivo. Il contributo piu’ significativo alla crescita arriva dalle Citta’ metropolitane, che hanno messo a dimora 1,48 milioni di alberi e arbusti attraverso il PNRR, oltre quattro volte il volume registrato nell’edizione precedente dell’Atlante. Torino guida la classifica con oltre 455 mila piante, seguita da Roma con piu’ di 414 mila. Insieme rappresentano il 59% del totale delle Citta’ metropolitane. Seguono Reggio Calabria, con 261 mila alberi, e Catania, con 118 mila. Segnali di ripresa arrivano anche dalle imprese private, che hanno finanziato la messa a dimora di 69.510 alberi, il 70% in piu’ rispetto al 2024. La superficie interessata e’ cresciuta da 42,7 a 174 ettari. Il recupero resta tuttavia parziale rispetto ai livelli raggiunti tra il 2021 e il 2023. Dal 2022, primo anno direttamente confrontabile con le rilevazioni successive, l’Atlante documenta complessivamente oltre 12 milioni di alberi e arbusti piantati su 16.889 ettari. Il rapporto evidenzia pero’ un problema strutturale: la forestazione italiana cresce soprattutto quando sono disponibili finanziamenti straordinari, per poi rallentare al loro esaurimento. Con la conclusione del PNRR, il rischio e’ una brusca diminuzione dei nuovi impianti e la mancanza di risorse per la manutenzione degli alberi gia’ piantati. “La forestazione in Italia e’ in crescita, come testimoniano i dati aggiornati del nostro Atlante delle Foreste”, afferma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “Ma accanto ai dati positivi emerge un quadro di ombre: la forestazione non puo’ vivere di soli fondi straordinari come il PNRR, ormai alle battute finali”. Secondo Sandro Scollato, amministratore delegato di AzzeroCO2, la gestione del verde pubblico deve diventare parte della programmazione ordinaria dei Comuni, con finanziamenti continuativi anziche’ interventi legati alle emergenze. La sfida riguarda anche gli obblighi europei. La Nature Restoration Law prevede che entro il 2030 non si registri una perdita netta di spazi verdi urbani e copertura arborea rispetto al 2024, per avviare dal 2031 una tendenza all’aumento. L’Italia dovra’ tradurre questi obiettivi nel Piano nazionale di ripristino della natura, la cui bozza e’ stata trasmessa alla Commissione europea il 25 settembre 2026. Per Legambiente e AzzeroCO2, senza una programmazione stabile e risorse dedicate, il record di nuovi alberi rischia di rimanere un risultato temporaneo, anziche’ rappresentare l’inizio di una crescita duratura del patrimonio verde italiano.

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Guida (incompleta) al voto di midterm

Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato. Si tratta di elezioni di enorme importanza, una frase che si usa spesso ma che stavolta mi pare avere senso per una serie piuttosto lunga di ragioni. La prima è quella di segnalare ai repubblicani che il loro seguire la presidenza Trump può costare loro caro. Qui provo a mettere in fila un numero di informazioni più alto possibile, per orientarsi, seguire, capire.

Per cosa si vota?

Per tutta la Camera dei rappresentanti, che oggi è a maggioranza repubblicana. Al momento siedono alla Camera 218 repubblicani, un indipendente e 214 democratici. I sondaggi fanno pensare a un cambio di maggioranza. Di quale entità? Questo si decide seggio per seggio e candidato per candidato: i collegi sono uninominali, si vince con un voto in più, per questo i sondaggi nazionali sul voto ai partiti non ci dicono nulla se non parlare di una tendenza.

Al Senato i seggi in palio sono 33, la maggioranza è 51 e ai democratici serve di tenere tutti i seggi che detengono che vanno al voto e strapparne quattro ai repubblicani. Difficile, ma i sondaggi dicono sia possibile.

Come a (quasi) ogni elezione di midterm il partito al potere arriva svantaggiato, hanno perso seggi e voti Bush jr, Obama, Trump al primo mandato, Biden. Negli Stati in cui si vota per il Senato e i seggi sono contesi, Bush era sgradito al 60% nel 2006, come Obama nel 2014, i partiti di entrambi i presidenti persero la maggioranza al Senato. Oggi, in quegli Stati, il gradimento di Trump è più basso di quelli di Bush jr. e Obama al momento del midterm.

Cosa potrebbe essere un vantaggio, un paracadute per i repubblicani? Il primo fattore è la mappa dei collegi senatoriali che vanno al voto. Il Senato si rinnova di un terzo ogni sei anni, per cui a ogni ciclo elettorale gli Stati che votano sono diversi; il 2026 favorisce in teoria il Grand Old Party: sono di più gli Stati dove si vota che eleggono più spesso (o praticamente sempre, come in Kansas) senatori del partito del presidente Trump.

Ci sono poi i seggi senatoriali di Michigan e Minnesota dove, i sondaggi ci dicono, i candidati democratici vanno peggio di come va il candidato governatore del loro partito. Del Michigan parlo più giù, in Minnesota la candidata è Peggy Flanagan, vice governatrice dello Stato e molto progressista. Non è una campaigner fenomenale e, nello Stato, non rappresenta il cambiamento in una tornata elettorale dove essere una novità sembra essere un fattore cruciale.

I vantaggi dei repubblicani si fermano qui. La mappa elettorale vantaggiosa del 2026 rischia infatti di trasformarsi in un disastro, nel senso che in diversi Stati dove il senatore uscente è repubblicano e in un clima politico normale, il Grand Old Party non avrebbe problemi a fare en plein. I sondaggi in Texas, Kansas, Alaska ci dicono il contrario. In Alaska i democratici hanno eletto un solo senatore per un solo mandato negli ultimi 45 anni, in Kansas l’ultimo eletto Dem risale all’anno di elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932) quando il presidente Dem perse solo 6 Stati. Il Texas è meno rosso repubblicano di Kansas e Alaska ma anche qui l’ultima eletta democratica è la senatrice Ann Richards nel 1991.

Nel midterm si vota anche per 36 governatori e la cosa ci appassiona meno ma è molto importante: pensate alla risposta ai raid dell’ICE da parte di alcuni governatori, al diritto all’aborto, ai rischi per il processo elettorale se nel 2028 le cose fossero sul filo di lana o al gerrymandering, quel giochino per cui le assemblee legislative statali ridisegnano i distretti elettorali della Camera a loro favore – di solito in un anno elettorale questo non avviene, il 2026 fa eccezione, lo hanno fatto prima i repubblicani e i democratici hanno risposto. La figura politica che sembra emergere nella campagna per i governatorati è il candidato democratico in Iowa Rob Sand, che è una figura centrista, parla di tasse basse, di dare la caccia ai politici corrotti di entrambi i partiti, di caccia ed è un politico di talento. Sand sembra essere perfetto per l’Iowa rurale.

Importante: a ogni Stato, a ogni luogo del Paese con un tessuto sociale, un’economia diverse corrisponde una tipologia di candidato. In questo senso la candidatura del progressista El Sayed in Michigan è interessante perché se dovesse vincere romperebbe almeno in parte uno schema.

Quali sono gli scontri al Senato più importanti? Direi nove: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, North Carolina, Ohio, Texas, di cui sette sono al momento in mano repubblicana. In generale, i democratici sembrano aver individuato quasi ovunque dei buoni candidati per il contesto locale o comunque per rappresentare una gamma ampia di idee e sensibilità.

I seggi democratici sono Georgia e Michigan, nel primo Jon Ossoff cerca la rielezione (quasi certa), nel secondo Abdul El Sayed, candidato progressista ha vinto le primarie con un’agenda piuttosto radicale. El Sayed è avanti nei sondaggi, ma rispetto al candidato governatore democratico nello Stato è qualche punto indietro. El Sayed sconta il nome, gli attacchi repubblicani sull’islamismo e forse anche l’agenda troppo a sinistra (o forse quella lo aiuterà a vincere?). El Sayed è un ottimo candidato in termini di capacità di rispondere a domande difficile, puntuale, molto americano nonostante le origini. Il suo è un seggio importante perché se vincesse sarebbe la prima volta di un progressista in uno Stato di quelli da vincere alle presidenziali. Se perdesse l’ala moderato del partito potrebbe dire: “Vedete? Con questi candidati si vince solo a New York e in California”.

Ossoff vincerà in uno Stato tradizionalmente repubblicano, che ha votato Trump e con un governatore repubblicano. È bravo, giovane, fotogenico, e una vittoria schiacciante potrebbe proiettarlo sulla rampa delle primarie presidenziali del 2028. Ha un problema su Gaza, essendo ebreo ed avendo un po’ balbettato in passato. Qui mi pare che risponda bene (“se è genocidio lo decide la Corte internazionale, Israele ha violato le leggi di guerra, ho votato contro l’invio di armi”).

I sondaggi

Nella grafica qui sotto ho riportato le medie di uno dei diversi siti seri che fanno medie di sondaggi. Alcuni li includono tutti e spesso ci sono sondaggi poco seri, commissionati, appunto, per smuovere le medie. Per questo troverete medie diverse a seconda del sito dove andrete. I sondaggi sono aggiornati al 12 ottobre.

Il gradimento del presidente Trump (medie dei sondaggi)

  • NEW YORK TIMES Approve 37% Disapprove 60%
  • Real Clear Politics Approve 37.80% Disapprove 60%
  • Fifty Plus One Approve 34.60% Disapprove 61.90%
  • Nate Silver Approve 37.30% Disapprove 59.70%

Il Texas e gli altri

L’altro seggio importante è il Texas, dove il giovane James Talarico è in vantaggio sul Procuraotre generale dello Stato, sostenuto da Trump, Ken Paxton. Il rappresentante democratico ha un’aria per bene che difficilmente si può associare a un “comunista lunatico” e così lo si accusa di essere vegetariano (falso) e di avere poco testosterone (Tala freak’o lo chiama Trump). Il candidato Dem usa parabole religiose per proporre le sue idee e metterle in contrasto con quelle del nazionalismo religioso in voga nella destra americana contemporanea. “La giustizia economica è menzionata 3.000 volte nelle nostre Scritture. È un aspetto fondamentale della nostra tradizione, eppure è del tutto assente nel nazionalismo cristiano”. Talarico non è uno di quei candidati progressisti che correranno altrove nelle elezioni di metà mandato, ma non è neppure un moderato.

Ken Paxton è stato sostenuto da Trump alle primarie contro il senatore uscente John Cornyn. Un moderato il secondo, un procuratore generale statale messo sotto impeachment dal suo stesso partito il primo. Paxton è una figura divisiva, quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo scontro Talarico-Cornyn, sarebbe stato molto più difficile per il democratico. Negli ultimi cicli elettorali il loro margine delle vittorie repubblicane è sceso in maniera costante. Qui il ritorno a casa democratica degli ispanici potrebbe fare la differenza: nel 2024 votarono in maggioranza Trump, oggi non sono per niente contenti (ICE e prezzi).

A oggi in tutto il paese hanno già votato più di due milioni di persone, gli ispanici stanno votando in anticipo molto più che nel 2022 e nel 2024 (alle presidenziali normalmente vota molta più gente).

Il Maine è il seggio forse più complicato: qui la senatrice eletta è la repubblicana Susan Collins, che spesso ha rotto con il suo partito ed è una formidabile procacciatrice di fondi federali per il suo Stato. Il candidato democratico è Troy Jackson, molto vicino ai sindacati e progressista, ma non un formidabile campaigner. In Maine le primarie Dem le aveva vinte Graham Planter che era il candidato perfetto, se non fosse che era uno che aveva molestato più di una donna in passato. Gli erano state perdonate molte cose (un tatuaggio, l’alcol) ma non (giustamente) questa. Jackson è in vantaggio, ma Collins ha sorpreso più di una volta.

In Alaska (ogni Stato ha bisogno di candidati diversi) la candidata Dem Mary Peltola parla quasi solo di difesa della pesca (e del costo del diesel che è un problema per i pescatori) ed è favorevole a nuove trivellazioni petrolifere. Anche lei è in vantaggio. In Alaska vivono 750mila persone, basta spostare pochi voti.

In Kansas il candidato democratico è un pastore di megachurch, difficile immaginare una figura meno imputabile di essere un estremista. Promette di lavorare anche con gli avversari. Qui c’è un tema che non riguarda necessariamente la moderazione sulle cose, ma sul modo di concepire la politica: Adam Hamilton (così si chiama), come altri in Stati tendenzialmente repubblicani, promette di superare il clima tossico e polarizzato di questi anni. Vedremo se, come e quanto il messaggio funzionerà.

In Ohio l’ex senatore Sherrod Brown spera di riprendersi il seggio perso, Brown è un progressista vecchia maniera che cerca il voto degli operai ed ex working class in uno Stato divenuto progressivamente più repubblicano a partire dal 2012. Qui Trump ha vinto tre volte su tre.

In ogni caso i democratici il giorno dopo il voto, dovessero vincere bene, si troveranno di fronte al dilemma su cosa debbano essere in vista del 2028. Sarà uno scontro durissimo, anche se c’è qualche figura forse in grado di tenere assieme mondi diversi.

I soldi

A oggi le donazioni ai partiti sono più di un miliardo e 700 milioni di dollari, più di un miliardo per i repubblicani e 250 milioni da gruppi di interesse che donano a chi promette di difendere quello che sta loro a cuore (le cryptocurrencies, la lobby filo israeliana Aipac, ecc.). La politica è sempre più cara e uno degli argomenti dei democratici è farla finita con le norme che regolano le donazioni. La cosa è complicata perché ci sono diverse sentenze della Corte Suprema che hanno consentito questa degenerazione del costo delle campagne elettorali.

La maggior parte del denaro è stata donata ai Super PAC (political action committees) che possono legalmente accettare somme illimitate, mentre le campagne hanno regole molto più severe specie su quanto il singolo individuo possa donare. Tra i grandi donatori Soros (ai Dem), Musk, la vedova del magnate di casinò Adelson, i fratelli Winklevoss che guadagnano miliardi con le crypto. Il Texas è per adesso lo Stato dove si è speso di più e questo è un pessimo segnale per i repubblicani, che in uno Stato così, normalmente non devono investire. Le corse più costose a oggi sono texas, Georgia, Ohio, Michigan. I repubblicani hanno un vantaggio netto in termini finanziari, ma quanto peserà alla fine? I soldi servono per la pubblicità radio, Tv e sul Web, per organizzare la campagna, pagare il personale e così via. Ma contenuti che riescono a divenire virale e i volontari possono aiutare a ovviare allo svantaggio finanziario. Non solo: il costo di uno spot Tv per le campagne è regolato dalla legge ed è quindi molto più basso del costo di uno spot comprato da un Political Action Committee.

(questo è un post da American Diner su Substack)

Delta Integrale, 037 e Stratos possono tornare? Belloni riaccende il sogno Lancia

12 Ottobre 2026 ore 15:10
 Le grandi Lancia del passato potrebbero tornare. In edizione limitata, sì, ma miti come la 037, la Stratos e la Delta Integrale riaccenderanno la passione nel cuore dei lancisti. Ad affermarlo è stato Arnaud Belloni, nuovo responsabile di Fiat e Lancia, che alla sua prima uscita pubblica, al Salone di Parigi, ha delineato una possibile strategia per il futuro: recuperare la formula delle piccole di successo e realizzare modelli speciali per gli appassionati. Abbiamo più fan che clienti. Ma prima bisogna vendere Ypsilon e Gamma. "Lancia, più appassionati che acquirenti" "Lancia è un marchio che ha più appassionati che acquirenti". da questo paradosso che Arnaud Belloni parte per immaginare il futuro della Casa torinese. Non si tratta, per ora, di un vero e proprio piano industriale e Belloni lo ha chiarito più volte, precisando che sono riflessioni ancora da sviluppare e, soprattutto, da finanziare. Queste dichiarazioni, tuttavia, la dicono lunga sulla volontà del manager, che ha in Lancia uno dei suoi marchi del cuore: la sfida per il futuro sarà trasformare il grande patrimonio di immagine del marchio in automobili capaci di trovare nuovi acquirenti.Belloni conosce bene la Lancia, avendo già lavorato per il marchio in passato, anche come responsabile del mercato francese. E distingue nettamente due categorie di clienti. Da una parte ci sono i lancisti, gli appassionati che identificano il marchio soprattutto con automobili come la Stratos, la 037, la Fulvia e la Delta Integrale. Dall'altra ci sono gli acquirenti che, storicamente, hanno garantito i volumi commerciali della Casa."I lancisti non compreranno nient'altro che una Stratos, una 037, una Fulvia o una Delta Integrale", osserva Belloni. Il problema, secondo il manager, è che senza automobili capaci di richiamare davvero quelle icone difficilmente torneranno a scegliere una Lancia. E infatti, sottolinea, molti di loro oggi guidano BMW, Mercedes, Tesla o Volvo.Per riconquistare questo pubblico, Belloni non pensa a normali modelli di grande serie. "Non possiamo farlo con un'auto di produzione tradizionale. impossibile", spiega, indicando una strada alternativa: quella delle vetture speciali costruite in quantità limitate, eventualmente con una cadenza di un modello ogni due anni. una possibilità ancora tutta da verificare. Belloni non annuncia alcuna nuova sportiva, né indica quale delle icone del passato potrebbe essere recuperata per prima. Anzi, insiste sul carattere preliminare del ragionamento: "Non esiste ancora un piano, sto soltanto condividendo un'idea". E anche dal management arriva una precisazione: per trasformarla in un progetto concreto sarà necessario convincere l'azienda e trovare le risorse economiche. La strada delle piccole Lancia L'altro fronte riguarda invece gli automobilisti che hanno sostenuto concretamente le vendite del marchio. Belloni pensa in particolare a una clientela urbana, benestante e attenta allo stile, citando le donne dei quartieri più esclusivi di Parigi, Londra e Milano. il pubblico che, secondo il manager, ha contribuito al successo di modelli come l'Autobianchi A112 e la Y10. Due automobili che Belloni considera particolarmente significative anche per i loro risultati commerciali: circa 1,2 milioni di esemplari venduti per la prima e 1,1 milioni per la seconda. Ma soprattutto erano automobili piccole, lunghe all'incirca 3,6 metri.Una caratteristica sulla quale il nuovo responsabile Lancia invita a riflettere. "Credo che qui ci sia una strada", afferma, sottolineando come le tecnologie e le piattaforme moderne potrebbero consentire di immaginare qualcosa di nuovo.E aggiunge: "Immaginate se fossimo capaci di riportare sul mercato queste due automobili. O almeno una". Il riferimento ad A112 e Y10 non equivale dunque all'annuncio del loro ritorno. Belloni non parla di progetti già approvati, né di piattaforme, motorizzazioni o date di lancio. Indica però una possibile direzione: tornare a esplorare il segmento delle piccole automobili eleganti, nel quale la Lancia ha costruito una parte importante della propria identità commerciale. Il ritorno delle berline Secondo Belloni, dopo anni dominati dalle SUV, potrebbero tornare a guadagnare terreno due tipologie di automobili: le monovolume reinterpretate su piattaforme moderne e le berline a due volumi e mezzo, con carrozzerie più vicine alle hatchback tradizionali.In quest'ultima categoria Belloni vede un'opportunità anche per la Gamma. A suo giudizio, molti clienti continuano a cercare confort, spazio a bordo, grandi bagagliai e autonomie elevate. Esigenze che il successo delle SUV non avrebbe cancellato e alle quali le piattaforme moderne potrebbero rispondere con carrozzerie differenti.Per il momento, comunque, la priorità resta consolidare la presenza commerciale del marchio con Ypsilon e Gamma. Solo successivamente potrà prendere forma un eventuale ampliamento dell'offerta.

Garante dei detenuti: “Carcere le Sughere, sovraffollamento e criticità edilizie”

12 Ottobre 2026 ore 15:01

Comunicato stampa a firma Garante dei Detenuti del Comune di Livorno Marco Solimano

“Già da tempo esprimiamo forte preoccupazione per la situazione venutasi a creare dopo l’apertura di uno dei due padiglioni ristrutturati. Preoccupazioni condivise dal Garante Regionale, Giuseppe Fanfani, che in una sua recentissima visita presso la Casa Circondariale di Livorno, accompagnato anche da due Consiglieri Regionali, esattamente l’8 ottobre, ha potuto constatare le numerose criticità che insistono sull’Istituto di pena.

Il quadro che emerge restituisce l’immagine di un sistema in forte affanno, condizionato da un sovraffollamento cronico, da importanti carenze negli organici della Polizia Penitenziaria e da criticità strutturali che incidono quotidianamente sulla dignità della pena e sulla sicurezza dell’Istituto.

A Livorno ci troviamo di fronte al paradosso di interventi edilizi recenti che, pur sanando situazioni fatiscenti, nascono già ciechi rispetto alla necessità di spazi di socialità fondamentali per qualsiasi percorso rieducativo. L’effetto benefico derivante dalla inaugurazione del nuovo padiglione è stato subito annullato dalla ingente mole di nuovi ingressi, fra cui quasi cento provenienti da Sollicciano, a seguito del sequestro da parte della autorità giudiziaria di sette padiglioni.

Il tasso di sovraffollamento, all’interno delle sezioni di media sicurezza, sfiora il 150%, e questo determina inevitabilmente forti tensioni all’interno dei reparti che sempre più sfociano in eventi critici ed aggressioni oltre che a limitare in maniera rilevante l’accesso a percorsi trattamentali.

Senza un profondo ripensamento della gestione dei flussi tra gli istituti la tenuta dei diritti fondamentali e della sicurezza all’interno della Casa Circondariale resta pericolosamente a rischio.

Soprattutto in previsione, entro la fine dell’anno, della apertura del secondo padiglione ristrutturato che, se seguirà le logiche utilizzate per il primo padiglione, ospiterà nell’Istituto livornese ulteriori altri duecento detenuti se non oltre.

Per questo alcune decine di agenti di polizia penitenziaria a breve arriveranno nella nostra città senza poter contare su una dignitosa accoglienza in caserma considerando che la stessa, da oltre 15 anni, è abbandonata ed in attesa di ristrutturazione se non per un unico piano. Su questo recentemente un sindacato di polizia penitenziaria ha incontrato il Sindaco di Livorno che ha ben compreso la delicatezza e la pregnanza delle questioni rappresentate tanto da indurlo a chiedere con urgenza al Prefetto una riunione del Cosp. Ma inaspettatamente e con grande stupore il Prefetto non ha aderito alla richiesta di convocazione del tavolo.

Ma nonostante l’occasione perduta il Garante ed il Sindaco assumeranno nei prossimi giorni una propria iniziativa nei confronti del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione della giustizia per aprire un tavolo di riflessione comune, fatte salve le prerogative di ciascuno, sulla Casa Circondariale di Livorno e sui percorsi che al meglio possano garantire la costruzione di occasioni ed opportunità che possano consentire una elaborazione delle scelte negative ed antisociali del passato e di conseguenza limitare il tasso di recidiva una volta rientrati nella società esterna”.

STUDIO DIMOSTRA CAUSE ANTROPICHE PER RISCALDAMENTO GLOBALE

12 Ottobre 2026 ore 14:52

Le basi scientifiche che dimostrano l’origine antropica del riscaldamento globale sono oggi più solide e verificabili di quanto non fossero quindici anni fa. A confermarlo è un’ampia revisione pubblicata sulla rivista Earth’s Future, coordinata dal professor Benjamin Santer dell’Università dell’East Anglia e realizzata insieme a ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, della Colorado State University e dell’Università di Edimburgo. Il lavoro risponde in modo diretto ai tentativi dell’amministrazione statunitense di mettere in discussione il nesso tra emissioni e alterazioni ambientali, ribadendo la validità della determinazione con cui nel 2009 l’Agenzia per la Protezione Ambientale definì i gas serra una minaccia per la salute pubblica. Lo studio analizza oltre tre decenni di ricerche basate sulla cosiddetta “impronta climatica”, un metodo che isola le variazioni provocate dalle attività industriali rispetto ai cicli naturali della Terra. Secondo gli autori, le critiche sollevate in un recente rapporto del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti non tengono conto né dei dati consolidati né dei progressi metodologici compiuti dal 2009 a oggi. A questo si aggiunge l’evidenza termica: gli ultimi diciassette anni hanno fatto registrare i periodi più caldi della storia delle rilevazioni strumentali, rendendo il segnale dell’impatto umano ancora più netto rispetto alla variabilità del sistema. “Le evidenze scientifiche pubblicate dopo la dichiarazione del 2009 sono ancora più solide di allora, le prove sono inconfutabili”, spiega Santer. “La nostra analisi suggerisce che il crescente numero di dati rafforza la necessità di politiche volte a limitare le emissioni e a gestire i rischi legati al Clima. Questa è una scienza scomoda per chi punta sui combustibili fossili, perché collega le emissioni ai danni alla salute, al pianeta e all’economia”, aggiunge. Le tecniche di rilevazione permettono oggi di tracciare l’influenza antropica su scala annuale, stagionale e decennale, documentando cambiamenti che vanno dagli strati alti dell’atmosfera fino ai fondali marini. Un filone centrale dell’analisi riguarda il legame tra gas serra e frequenza degli eventi meteorologici estremi, come ondate di calore prolungate, alluvioni, incendi e perdite nei raccolti agricoli. “Numerosi studi condotti nel mondo hanno rafforzato la certezza circa l’impatto dei cambiamenti climatici causati dall’uomo”, sottolinea Susan Solomon, docente di Studi Ambientali al Mit. “Questi lavori mostrano che molti aspetti del Clima, monitorati in modo indipendente, sono stati alterati in maniera fisicamente coerente, dalla sommità della stratosfera alle profondità degli oceani”, spiega. Anche l’attribuzione dei singoli fenomeni meteo all’accumulo di anidride carbonica ha raggiunto un grado di precisione finora inedito. Come evidenzia Gabi Hegerl dell’Università di Edimburgo, sono stati messi a punto metodi in grado di valutare come i gas serra abbiano modificato l’intensità di un singolo evento osservato sul territorio. Per i ricercatori, l’eventuale cancellazione delle basi legali che riconoscono i gas serra come un pericolo sanitario rischia di indebolire l’intero impianto normativo di tutela ambientale, esponendo la popolazione a rischi crescenti proprio nel momento in cui i dati confermano l’urgenza di limitare l’uso dei combustibili fossili.

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EUROPA: UN SETTEMBRE CON CALDO DA RECORD E SICCITA’

12 Ottobre 2026 ore 14:47

In tutta Europa, il mese di settembre ha mantenuto le condizioni di caldo e siccità insolite che avevano caratterizzato l’estate. È stato il terzo settembre più caldo per l’Europa nel suo complesso, mentre l’Europa occidentale ha registrato il settembre più caldo (a pari merito). Una diffusa siccità ha persistito in gran parte dell’Europa occidentale e centrale e in alcune aree dell’Europa orientale, intensificandosi in diverse regioni rispetto ad agosto. Le prolungate condizioni di siccità si sono riflesse anche in portate fluviali eccezionalmente basse. In alcuni tratti dei fiumi Reno, Danubio, Vistola e del bacino Garonna-Dordogna si sono registrati livelli minimi record per il mese di settembre, causando disagi alla navigazione, all’approvvigionamento idrico e all’agricoltura in diversi paesi. Le precipitazioni di fine mese hanno portato un certo sollievo a livello locale, mentre condizioni più umide della media hanno interessato alcune aree dell’Europa settentrionale e nord-orientale e la Turchia.

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Anziani non autosufficienti, la legge di bilancio 2027 non può ignorarli

12 Ottobre 2026 ore 14:35

Su VITA ne scriviamo da anni, e ogni volta che torniamo sulla non autosufficienza il punto di partenza è lo stesso: di come assistere un genitore anziano che perde autonomia si parla di continuo in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, mentre nel confronto sulle priorità del Paese la questione occupa uno spazio marginale, del tutto sproporzionato rispetto al peso che ha nella vita delle persone.

I numeri, del resto, lasciano pochi margini di interpretazione. Secondo l’Istat gli anziani non autosufficienti in Italia sono circa quattro milioni; se a loro si aggiungono i familiari che li assistono e chi lavora nella cura, le persone coinvolte arrivano a circa dieci milioni. Nei prossimi dieci anni gli ultraottantacinquenni, cioè la fascia d’età in cui la perdita di autonomia è più frequente, cresceranno del 30%. È difficile trovare un’altra questione sociale che tocchi così tante persone e che chieda alle famiglie, spesso per anni, un impegno altrettanto intenso.

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER

Dietro queste cifre c’è un’esperienza che chiunque l’abbia attraversata riconosce. Quando un genitore perde autonomia, poco alla volta oppure all’improvviso dopo una caduta o una malattia, l’assistenza diventa un lavoro di regia che ricade quasi per intero sulla famiglia: bisogna capire a chi rivolgersi, trovare un’assistente familiare, tenere insieme visite, prestazioni sanitarie e aiuto quotidiano. Un figlio cambia i propri orari di lavoro, un altro che vive lontano prova a organizzare tutto al telefono, e quando gli aiuti pubblici non bastano la cura non scompare, ma si scarica sul tempo, sul lavoro e sui risparmi di chi resta.

È proprio questa regia, oggi improvvisata e solitaria, il nodo da sciogliere. Per accedere a servizi e sostegni un anziano affronta in media cinque o sei valutazioni diverse, perché Inps, servizi sanitari e Comuni procedono ciascuno per conto proprio. Chi ha ricevuto assistenza sanitaria a domicilio nel 2023 ne ha avute in media 14 ore nell’intero anno, poco più di un’ora al mese. E quando restare a casa non è più possibile si scopre che, secondo una stima di Franco Pesaresi, a fronte di circa 266mila posti letto per anziani non autosufficienti ci sono circa 243mila persone in lista d’attesa.

Quattro misure e un miliardo: cosa chiede il Patto

Il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza è nato nel 2021 dalla scelta di organizzazioni che fino ad allora avevano lavorato separatamente di unire le forze, e oggi ne riunisce 61: associazioni di anziani, familiari e pensionati, realtà del Terzo settore, professionisti, soggetti che gestiscono servizi. In vista della legge di bilancio 2027 ha messo nero su bianco quattro proposte, ciascuna legata a un momento preciso del percorso che le famiglie conoscono bene.

Ottenere gli aiuti senza ricominciare da capo. Collegare le procedure di Inps, servizi sanitari e Comuni, così che, una volta conosciuta la situazione dell’anziano, siano i servizi a condividere le informazioni e a coordinare gli interventi, invece di chiedere alla famiglia di raccontare ogni volta la stessa storia a uno sportello diverso.

Un’assistenza a casa pensata per la non autosufficienza. Un servizio pubblico domiciliare che tenga insieme interventi sanitari, sociosanitari e sociali, che parta dalla condizione complessiva della persona anziché da singole prestazioni cliniche, che si adatti nel tempo al cambiare dei bisogni e che sostenga con consulenza e formazione i familiari e le assistenti familiari.

Più posti in struttura e una qualità all’altezza. Aumentare progressivamente i posti pubblici o convenzionati e aggiornare gli standard di assistenza, intervenendo sul numero e sulle competenze degli operatori, sull’organizzazione delle attività e sugli ambienti di vita, in strutture chiamate sempre più spesso a rispondere ai bisogni legati alla demenza.

Un’indennità di accompagnamento modulata. Il principale sostegno economico dello Stato alle persone non autosufficienti ha oggi lo stesso importo per tutti, che nel 2026 è di 551,53 euro al mese per 12 mensilità, come stabilito dall’Inps. La stessa cifra arriva così a chi ha bisogno di qualche ora di aiuto e a chi richiede assistenza giorno e notte, una somma che in questo secondo caso copre solo una piccola parte del costo di un’assistente familiare. Il Patto propone di graduarla per dare di più a chi ha maggiori necessità di assistenza e per premiare chi assume regolarmente un’assistente familiare.

Per avviare queste misure servono circa un miliardo di euro aggiuntivi nel 2027. Non è una cifra trascurabile, e va pesata insieme alle altre priorità della manovra, ma va letta alla luce del ritardo storico che lo Stato italiano ha accumulato nell’assistenza agli anziani e del fatto che il costo dell’assenza del pubblico viene già pagato ogni giorno dalle famiglie, in ore di lavoro e in risparmi. Non si tratta, inoltre, di idee improvvisate: le proposte raccolgono anni di confronto tra chi rappresenta anziani e familiari, chi lavora nei servizi e chi studia il tema, tanto che le cose da fare sono in larga parte note. La sfida è realizzarle.

Una riforma e un Piano, ma senza risorse aggiuntive

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Nel 2023 il Parlamento ha approvato la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e all’inizio di ottobre il Governo ha varato il primo Piano nazionale sulla fragilità e la non autosufficienza della popolazione anziana, che indica come priorità l’assistenza a domicilio, la semplificazione dell’accesso ai servizi e il rafforzamento del personale sociosanitario. Avere finalmente un riferimento nazionale comune è un fatto da riconoscere. Il Piano, però, nella sostanza conferma gli interventi esistenti, senza nuove misure né risorse aggiuntive: indica una direzione, ma non mette nulla nel serbatoio.

È qui che la distanza della politica da questo tema smette di essere una semplice disattenzione e diventa una responsabilità. Una riforma e un piano privi di finanziamenti rischiano di restare dichiarazioni di intenti, mentre nelle case la regia della cura continua a essere affidata a figli e figlie che riorganizzano la propria vita intorno a un genitore fragile. Nel dibattito che accompagna ogni manovra si parla di molto altro, e la non autosufficienza resta sullo sfondo come se riguardasse qualcun altro, quando invece chi oggi non vive questa situazione sa che potrebbe trovarcisi domani. Non esiste un tema più trasversale, e nemmeno uno più prevedibile, dal momento che la crescita degli ultraottantacinquenni è già scritta nella demografia del Paese.

La prova della legge di bilancio

La legge di bilancio 2027 è la prima occasione per capire se la riforma del 2023 e il Piano di ottobre erano l’inizio di un percorso o il suo punto d’arrivo. Recepire le proposte del Patto significherebbe cominciare a restituire al pubblico quella regia che oggi pesa interamente sulle famiglie, e farlo con strumenti già discussi, condivisi da 61 organizzazioni e con un costo definito. Non farlo vorrebbe dire scegliere, ancora una volta, che a prendersi cura di quattro milioni di anziani siano soprattutto i loro figli e le assistenti familiari, da soli. La politica può continuare a tenersi lontana da questo tema; le famiglie non hanno questa possibilità.

Foto di apertura: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)

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China’s top diplomat to visit Azerbaijan, Croatia, Montenegro and Bulgaria to boost ties

Chinese Foreign Minister Wang Yi will visit Azerbaijan and three Balkan countries amid Beijing’s push to shore up its trade corridors and geopolitical influence in the regions. Wang will attend the seventh summit of the Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia (CICA) in Baku, Azerbaijan, on Thursday “as special representative of President Xi Jinping”, according to China’s foreign ministry. Aside from Azerbaijan, Beijing’s top diplomat will visit Croatia, Montenegro and...

UN CLASSICO WEEKEND DI PAZZIA AL MOTTOLINO 6

12 Ottobre 2026 ore 14:00

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Il classico weekend di pazzia al Mottolino 6 torna più ignorante che mai! Questa volta abbiamo fatto barspin ovunque a Livigno, cercando anche nuove linee e transfer

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Dopo 50 mila clienti, la Cupra Raval diventa ancora più sportiva

12 Ottobre 2026 ore 13:59
Cupra sceglie il Salone di Parigi per presentare il kit Custom by ABT dedicato alla Raval e la livrea definitiva della Formula E GEN4, con powertrain Porsche e che sarà impegnata in pista con il team Cupra Kiro. Sullo stand della Casa spagnola sarà presente anche la showcar Tindaya, presentata allo scorso Salone di Monaco, e che anticipa le future tendenze del brand. Raval ancora più cattiva con ABT L'elettrica Raval, che sul mercato europeo ha già conquistato 50.000 clienti, segue la strada già segnata da Leon e Formentor e viene dotata di accessori capaci di esaltarne ulteriormente il carattere sportivo. I tecnici ABT hanno sviluppato un kit che include lo splitter anteriore e posteriore con finitura Obsidian Black, le minigonne, i profili aerodinamici per i passaruota anteriori, lo spoiler posteriore in nero lucido e i cerchi di lega da 19" con finitura Sport Black Matt. Sulla carrozzeria, oltre ai loghi ABT, sono presenti quelli Cupra con finitura cromata scura. Le altre novità Cupra di Parigi Cupra ha confermato che nel corso del 2027 saranno introdotti alcuni aggiornamenti sulla Raval: oltre al logo illuminato e al limitatore di velocità portato a 190 km/h saranno rese disponibili dotazioni aggiuntive, come il sistema che memorizza gli ultimi 50 metri percorsi per poter attivare la retromarcia automatica. A Parigi infine i clienti potranno provare in anteprima il nuovo sistema audio immersivo Sennheiser Ambeo che sarà presto disponibile su Formentor e Terramar: l'impianto è dotato di quattro attuatori per la linea del tetto che consentono di offrire un'esperienza sonora a 360 gradi. Per la Leon è prevista una linea Immersive by Sennheiser.

Come bloccare un’università. Cronache da Paris-Nanterre in mobilitazione

12 Ottobre 2026 ore 13:57

Sono le 6:30 di mattina, è buio, ci si muove con quello che c’è: cassonetti prelevati dall’area degli alloggi studenteschi, banchi e sedie, grate di ferro, transenne, pallet di legno, qualche manico di scopa a serrare dall’esterno le uscite laterali. Un bâtiment per volta e che ogni ingresso sia ingombrato e presidiato.

Al campus universitario di Nanterre le lezioni sono interrotte da venerdì 2 ottobre. I blocchi sono continuati con qualche tensione fino all’annuncio della Direzione all’indomani di martedì 6, giornata del cosiddetto Terzo atto, la manifestazione generale a place de la République: didattica e attività annullate per una settimana in tutti i campus universitari, Ville-d’Avray, Saint-Cloud e Nanterre, la cui Presidenza aggiunge in una circolare il pieno sostegno alle rivendicazioni «relative alla drammatica mancanza di finanziamenti e di riconoscimento». «Da molti anni, l’Università Paris Nanterre denuncia le difficoltà strutturali derivanti da una cronica carenza di fondi e personale», si scrive.

Cinque atti

Il 29 settembre l’Union syndacale lycéenne si era mobilitata a sostegno del liceo Saint-Exupéry di Créteil e di quelli del Val-de-Marne e Seine-Saint-Denis che ben presto lo avevano seguito, chiedendo di generalizzare i blocchi. E così è stato, il movimento è diventato nazionale. Cronologia diversa dal 2006: dai liceali si estende agli universitari e universitarie che li hanno seguiti e il fronte delle rivendicazioni si allarga. È partita come una denuncia delle condizioni materiali, i tagli all’istruzione, la mancanza di docenti, gli edifici fatiscenti, l’umidità d’inverno le ondate di calore d’estate, i bagni inagibili, il sovraffollamento delle classi. Una difesa delle politiche pubbliche, e il rifiuto di sottostare alle logiche del Parcoursup, la piattaforma selettiva in uso dal 2018, che è anche una questione di potere, cioè di chi decide sull’accesso all’università, con quali criteri (tra cui il peso del liceo di provenienza nell’algoritmo selettivo) e con quale possibilità di contestare il nesso tra una geografia e il suo destino sociale.

Al di là del mito generazionale di una certa storiografia, la contrapposizione tra un ’68 “libertario”, mosso da una critica culturale, e un 2026 invece più “reattivo” e sociale, viene facile per la rilevanza storica di Nanterre, ma rimane forse fuorviante. Il confronto che circola è quello con il 1990, anch’esso partito da una banlieue parigina, con più di centocinquantamila liceali in piazza al culmine del 5 novembre, che ha portato a un piano d’urgenza da 4,5 miliardi di franchi. Un militante ricorda che nel 2018, ai tempi dell’approvazione di Parcoursup, a Nanterre i blocchi durarono quasi due mesi: da aprile a giugno, quando gli esami di recupero vennero trasferiti in centri esterni, presidiati dalle forze dell’ordine. I picchetti si sciolsero con l’inizio dell’estate e un negoziato con l’ateneo.

La manifestazione di martedì 6 ottobre, Terzo atto, ha sicuramente allargato il campo delle convergenze: anticlassismo, antirazzismo, rifiuto del budget di guerra. Si vuole la fine delle politiche discriminatorie per studenti e studentesse extra-EU: le enormi tasse definite “razziste” disposte dal decreto Bienvenue en France, insieme alla restrizione dei sussidi agli alloggi (APL), novità di questo semestre. Ritorna la questione delle diseguaglianze che pesano sulle banlieue, e dei finanziamenti universitari, con al centro le ultime indiscrezioni sull’incapacità di sostenere a lungo i pasti gratuiti a 1 euro, e la piattaforma di Mon Master, l’analogo di Parcoursup per l’accesso alle lauree magistrali. A fine settembre, a fronte di tremila ricorsi record da parte dei “senza posto”, i sans-facs, la presidenza di Nanterre aveva denunciato un aumento vertiginoso delle domande per le magistrali e l’incapacità di farsene carico.

Mercoledì 7 arriva il blocco di Sciences Po, con studenti e studentesse di Beaux-Arts e dell’École du Louvre; segue il comunicato dell’assemblea inter-fac: fine dei proiettili di gomma e dei lacrimogeni, scioglimento dei corpi speciali di polizia, dimissioni del ministro dell’Interno. Nessun passo indietro. Giovedì, alla Bastille, arriva il Quarto atto, la seconda manifestazione. Venerdì 9, il blocco di solidarietà dell’École des Mines, scuola prestigiosa di ingegneri e che di certo non manca di fondi. «Contre les violences policières» si legge all’ingresso.

Con un deficit al 5,4% del PIL e un piano di risparmi da 54 miliardi, si prepara l’esame del bilancio che partirà martedì 13, lo stesso giorno in cui viene annunciato il Quinto atto, la manifestazione sotto Matignon, sede del Primo Ministro.

Oggi il movimento si allarga, in corteo sfilano cordoni di insegnanti e genitori a protezione dei giovani, la repressione trascina il dibattito dalle condizioni di insegnamento alla legittimità della risposta statale. Chiedere soldi per l’istruzione anziché per la guerra non sembra, insomma, una richiesta irricevibile per l’opinione pubblica. Le piazze sono piene di studenti e studentesse non politicizzati/e in senso stretto: alcuni sono lì perché ci sono anche gli amici, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia Parcoursup, chi voleva saltare la scuola, ma c’è un modo di sentire condiviso che ha che fare con la catastrofe del presente, i costi da sopportare senza promesse di riscatto sociale, i doveri senza diritti ed è propriamente generazionale.

La copertina e le foto nel corpo del testo sono dell’autrice

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FLUG - Matinée del 13/10/2026

12 Ottobre 2026 ore 13:34
Martedì 13 ottobre 2026 alle 13:00 si terrà una matinée del FLUG alla casa del popolo di Castello, in via Reginaldo Giuliani 374, per venire incontro a chi non può partecipare alle riunioni di sera. Pranzeremo tutti insieme presso il locale ristorante della casa del popolo in questione.

Venezuela, il tradimento del progressismo e l'enigma della resistenza: perché la storia smentisce l'ipocrisia liberale di Petro e Lula


di Fabrizio Verde

 

Gustavo Petro ha provato a confondere le acque e smarcarsi, ma al XXX Seminario Internazionale sui partiti e la nuova società ha trovato un muro di indignazione. Definire il petrolio venezuelano un "bottino" finito nelle mani di Donald Trump e accusare Caracas di non aver saputo proteggere le proprie risorse è stata una provocazione che la delegazione del PSUV non ha lasciato passare.

Prima ancora che la deputata Tania Díaz prendesse la parola, era stato un altro esponente del PSUV, Jesús Faría, a interrompere Petro con un grido che ha sorpreso la sala: "Questa è una menzogna! Non è vero quello che sta dicendo. Dica la verità, questa è una menzogna. Petro, devi avere dignità".

Tania Diaz: Militarmente esa noche (3 de enero) no se pudo. Pero ¿qué pasó al día siguiente? ¿Cuántas narrativas no se cayeron con el sacrificio del presidente Nicolás Maduro? ¡Viva Nicolás Maduro! ¡Viva Cilia Flores! Y lamentablemente hubo gobiernos de la región, aliados, que no reconocieron al gobierno del presidente Nicolás Maduro. Deslegitimaron la acción democrática de un pueblo que es revolucionario, es chavista y que hoy día es mayoría política en Venezuela. Y se metieron y lo secuestraron, pero nadie salió a defender a la derecha el 3 de enero. Allí salimos, los millones de militantes del Partido Socialista Unido de Venezuela. Salimos a pedir que regresaran a Nicolás Maduro. Se demostró el 3 de enero, como se demostró el 13 de abril y como se demostró en tantas otras oportunidades, que el poder de Venezuela no está solamente en el Palacio de Miraflores. ?????@taniapsuv

— El Político (@elpoliticove) October 9, 2026

Díaz ha poi portato il dibattito nel vivo della ferita ancora aperta, inchiodando l'ex presidente colombiano alle sue responsabilità. Ha descritto la portata dell'attacco militare del 3 gennaio 2026, con oltre cento velivoli e elicotteri da combattimento puntati su Caracas, culminata nel sequestro illegale di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores. "Si è dovuta fare un'invasione militare per poter tirare fuori Nicolás Maduro dal Venezuela", ha affermato la parlamentare. Poi, il colpo più duro, quello sferrato guardando Petro negli occhi: "Io so che lei era al corrente dell'operazione militare contro il Venezuela e se ne è rimasto zitto".

Díaz ha tracciato un parallelo amaro con le divisioni seminate da Santander ai tempi di Bolívar, ma ha anche voluto chiarire una cosa: "Dal Venezuela non riceverete nessuna espressione di confronto tra fratelli, e tanto meno tra fratelli bolivariani". E ha chiuso citando il Libertador: "Uniamoci o l'anarchia ci divorerà".

A fare da cornice a questa denuncia c'è la memoria di un sacrificio che non può essere strumentalizzato, come ha fatto Petro citando la testimonianza di un militare cubano che faceva parte della sicurezza di Maduro in quella nefasta notte. Come ha ricordato su X Jorge Arreaza: "Il nostro riconoscimento eterno ai 32 fratelli cubani e agli 87 venezuelani che hanno dato la vita per difendere la sovranità del Venezuela e della Nostra America". E poi, rivolto a chi usa quel dolore come arma politica: "Interpretare testimonianze così dolorose per cercare di creare fratture tra i nostri popoli non è etico ed è inutile".

Nuestro reconocimiento eterno a los 32 hermanos cubanos y a l@s 87 venezolan@ que dieron su vida por defender la soberanía de Venezuela y Nuestra América. Interpretar testimonios tan dolorosos para tratar de crear fracturas entre nuestros , pueblos, no es ético y es inútil.

— Jorge Arreaza M (@jaarreaza) October 10, 2026

Le accuse di Díaz non cadono dal vuoto, ma si scontrano con una narrazione che per mesi ha dominato il dibattito regionale. Quella narrazione, però, si è rivelata una colossale operazione psicologica. L'apparato di propaganda della Casa Bianca ha finito per inciampare nei propri stessi ingranaggi. Nel tentativo di dare credibilità alla tesi dell'illegittimità di Maduro, l'amministrazione Trump ha spinto per la declassificazione di documenti dei servizi segreti, convinto di trovare la prova regina di un sistema di frode elettronica.

Il risultato è stato un boomerang storico. Quei stessi rapporti della CIA, analizzati a mente fredda, rivelano che gli analisti di Langley non hanno mai potuto confermare "in modo definitivo che sia stata commessa una frode elettronica su larga scala in specifiche elezioni in Venezuela". Il documento ammette esplicitamente che le preoccupazioni sul sistema di voto non si sono mai tradotte in prove concrete. Anzi, gli stessi servizi segreti degli USA si vedono costretti a riconoscere che "vi sono altri fattori che spiegano meglio i risultati elettorali". In altre parole, la forza del chavismo si spiega con la coesione sociale della sua base e la frammentazione dell'opposizione, non con hackeraggi fantasma. La CIA ha dovuto confessare che le proprie fonti su queste presunte frodi erano "limitate", alimentate per anni da racconti di parte dell'opposizione locale e da operazioni di disinformazione, prive di qualsiasi riscontro sul campo.

Quindi bisogna rileggere le parole dei governi progressisti della regione all’epoca per capire la portata di quel voltafaccia, che ha contribuito in maniera determinante a isolare il Venezuela di Maduro e confermare la falsa narrazione spinta da Washington. Quando una radio brasiliana chiese a Lula se accettasse la vittoria di Maduro, la risposta fu un laconico: "Non ancora. Non ancora. Lui sa di dovere una spiegazione alla società brasiliana e al mondo". Da Santiago, Gabriel Boric fu ancora più esplicito: "Se avessero vinto in modo netto, avrebbero mostrato i famosi verbali elettorali". Petro, dal canto suo, aumentò il carico delle accuse contro Maduro: "Con il presidente Lula abbiamo concordato un punto fermo: se non vengono presentati i verbali, non c'è riconoscimento". E parlò di un "errore di fondo", perché "si è messa una società a disputare il potere politico senza libertà". Spingendosi finanche a definire Maduro un “dittatore”.

Oggi quelle stesse parole risuonano come un'accusa contro chi le ha pronunciate. Perché se la CIA ha dovuto ammettere che non c'erano prove di brogli, allora quelle richieste di verbali e quelle condanne preventive non erano atti di responsabilità democratica, ma il preludio diplomatico a un'aggressione che tutti, in qualche modo, hanno contribuito a rendere possibile.

Eppure, guardare solo a Petro significherebbe perdere di vista una trasformazione interna ancora più preoccupante. Quello che è successo dopo il 3 gennaio 2026 merita una riflessione onesta, perché su quella giornata e sulle sue conseguenze permangono grossi dubbi e zone d'ombra molto inquietanti. Il linguaggio usato recentemente da Delcy Rodríguez all'Assemblea Generale dell'ONU segnala un cambio di passo inequivocabile. Non si parla più di resistenza o di contrapposizione frontale all'imperialismo. I termini d'ordine sono diventati "transizione democratica", "riconciliazione" e "riforma della giustizia", con un'enfasi particolare sugli accordi energetici con Washington, presentati come una svolta storica.

È il ritratto di un chavismo che cerca di sopravvivere addomesticandosi. La nuova leadership sembra voler dimostrare di essere un interlocutore affidabile per gli Stati Uniti, accettando di fatto i margini di manovra definiti dall'esterno dopo il rapimento di Maduro. Come avvenuto con l’accordo petrolifero nettamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti che possono ottenere petrolio venezuelano a prezzo di favore. Il rischio è che il progetto bolivariano si svuoti della sua anima conflittuale e trasformativa, diventando una versione edulcorata e innocua di se stesso, normalizzata sotto la tutela di chi ha orchestrato il colpo di mano.

Ed è proprio in questo contesto che vanno rilette le dichiarazioni di quei leader latinoamericani che, all'epoca, contribuirono a costruire la narrazione dell'illegittimità.

Tutto questo ci costringe a riflettere su un errore di fondo che serpeggia in certa sinistra progressista latinoamericana: la tendenza a considerare la democrazia liberale e formale come l'unico modello valido, ignorando che di democratico, spesso, ha ben poco. Il Venezuela di Chávez e Maduro ha sempre puntato a una democrazia sostanziale e partecipativa.

Non si tratta di propaganda, ma di fatti verificabili. La Costituzione del 1999 ha blindato diritti civili e politici, garantendo la separazione dei poteri e una rappresentanza reale a donne, indigeni e comunità afro-venezuelane. Il sistema elettorale, dotato di votazione elettronica biometrica dal 2004, è stato definito dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter come "il migliore al mondo" per la sua trasparenza.

La vera misura di una democrazia, tuttavia, sta nella sua capacità di garantire dignità a un popolo. A differenza dei regimi neoliberisti, come l'Argentina di Javier Milei, dove le politiche economiche rendono una conquista quotidiana persino il diritto a un pasto dignitoso per le famiglie, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto al centro la giustizia sociale. Programmi di assistenza, alloggi per tutti e istruzione sono stati difesi a oltranza, anche sotto il peso schiacciante delle sanzioni illegali.

Che senso ha parlare di democrazia guardando all'Europa, dove la volontà popolare viene costantemente scavalcata da tecnocrazie economiche, o a governi che affamano il proprio popolo in nome del mercato? Il sistema bolivariano di Chavez e Maduro, con tutti i suoi difetti e le immani sfide affrontate, ha dimostrato che si può andare oltre la fasulla democrazia liberale. Ha scelto la strada della sovranità e del multipolarismo. Difendere questa scelta, oggi, significa rifiutare le narrazioni tossiche di chi, come i vari Petro, Lula e Boric hanno dimenticato da che parte della storia si dovrebbe stare.

Il tempo, si sa, è galantuomo e prima o poi farà piena luce su quanto è realmente accaduto in Venezuela, chiarendo anche eventuali responsabilità interne che oggi restano nell'ombra. Ma fino ad allora, una cosa è certa: personaggi come Gustavo Petro non hanno alcun diritto morale di mettere sotto accusa il Venezuela, né di dare lezioni a chicchessia, alla luce del loro agire ambiguo e delle pesanti complicità che si sono lasciati alle spalle.

Bring Your Own Agent: Your Employees' Assistants Are Already Logged In

12 Ottobre 2026 ore 13:55
The personal AI agents rollout is going about as smoothly as expected: Amazon now blocks Meta's Muse because it doesn't identify itself as a bot while browsing; Instinct keeps raising privacy concerns; and the horror stories from pretty much every personal AI agent keep piling up. Regardless, the tech world is mesmerized by the capabilities and potential of these services. Less than a year

Fiat Grizzly, prezzi da 20.000 euro e ordini a gennaio: a Parigi si vedono gli interni - VIDEO

13 Ottobre 2026 ore 18:09
Fiat porta al Salone di Parigi uno stand allestito come se fosse una piccola piazza italiana, per celebrare il suo patrimonio culturale e storico, ma anche i risultati commerciali del 2026: sono più di un milione le Fiat vendute nel mondo in questi primi dieci mesi dell'anno, con una crescita in Europa del 20% rispetto al 2025 (+19% in Italia, 33% in Francia). Tra i privati, il marchio è salito di otto posizioni, entrando nella top 5 europea. Fiat Grizzly e Grizzly Fastback: motori, prezzi e data di lancio Le protagoniste principali sono le C-SUV Grizzly e Grizzly Fastback, al loro debutto europeo: già viste al Salone Auto Torino, le due Fiat sono lunghe circa 4,5 metri e si differenziano per le linee (e gli spazi) nella parte posteriore. La SUV può avere sette posti e ha un bagagliaio di 545 litri, mentre la più lunga Fastback ospita cinque persone e mette a disposizione 608 litri. Si vedono anche gli interni Il debutto sulla "piazza italiana" è anche l'occasione per vedere per la prima volta dal vivo gli interni delle due nuove SUV torinesi: la plancia lineare, rivestita in tessuto, accoglie al centro lo schermo ultrawide dell'infotainment, con la piastra di ricarica wireless appena sotto, seguita nella console centrale da una serie di comandi fisici per controllare il climatizzatore. Nel tunnel il familiare selettore del cambio e del freno di stazionamento elettronico: sotto, un grande vano portaoggetti con due prese USB-C.Dietro al volante a due razze si trova il piccolo display per la strumentazione digitale, che prosegue idealmente oltre quello dell'infotainment, prolungandosi in un elemento di plastica lucida di fronte al passeggero. La gamma prevede motorizzazioni benzina, ibride ed elettriche, cambio manuale o automatico. Il prezzo d'attacco dovrebbe attestarsi intorno ai 20.000 euro per le versioni entry level (1.2 tre cilindri benzina da 100 CV e cambio manuale), mentre gli ordini per il mercato europeo apriranno il 5 gennaio 2027. Il primo test drive per la stampa specializzata si svolgerà a febbraio. Le versioni in mostra a Parigi sono le ibride da 145 CV nell'allestimento top di gamma La Prima. Multiplay e Multiplina: le concept del Salone di Parigi Accanto alle due novità per la gamma Fiat, in "piazza" troviamo la Multiplay, veicolo trasformabile presentato durante l'evento "Night Before" organizzato dal gruppo Stellantis, e che in 4,5 metri racchiude una monovolume in grado di trasformarsi in pick-up grazie al montante C chiamato Metamorfosi. Accanto a questo modello c'è la Multiplina, versione a quattro posti della Topolino, nata con l'obiettivo di "ripensare lo spazio a bordo in base alle esigenze quotidiane, con il potenziale di dar vita a una nuova categoria nel mercato europeo".  Tra l'altro, il nome di questo modello è lo stesso scelto dai lettori di Quattroruote nel sondaggio che vi abbiamo proposto qualche settimana fa, in alternativa a Quattrolino. Grande Panda, 500 Cabrio, 600 Sport e Topolino: il resto della gamma A completare l'esposizione di veicoli allo stand Fiat ci sono la Grande Panda La Prima mild hybrid in livrea bicolore gialla, la 500 Cabrio La Prima in Rose Gold prodotta a Mirafiori e la 600 Sport mild hybrid da 145 CV. La microcar Topolino, best seller nel suo segmento, è presente nelle nuove versioni Sport, Corallo e la scoperta Verde Vita.

Ledger Finds Unauthorized Hardware Implant in CryptoBilis-Sold Wallet Amid Fund Theft Reports

12 Ottobre 2026 ore 13:21
Cryptocurrency hardware maker Ledger has temporarily paused sales of its products via CryptoBilis following reports of stolen funds linked to devices sold by the reseller. On Friday, the company said it was investigating reports of loss of funds from users in Southeast Asia who had purchased products from CryptoBilis. The incident is said to have resulted in losses totaling more than $86

Al presidente di Assoporti il riconoscimento “Ciattè d’Oro”

12 Ottobre 2026 ore 13:20

Pescara – Il presidente di Assoporti, Roberto Petri, ha ricevuto a Pescara il riconoscimento “Ciattè d’Oro”, assegnato nell’ambito della tradizionale manifestazione che celebra le personalità distintesi per la propria attività professionale e per il contributo offerto alla città.

Il premio valorizza il percorso professionale e istituzionale di Petri, maturato nel corso degli anni attraverso diversi incarichi di responsabilità e oggi proseguito alla guida dell’Associazione dei Porti Italiani.

Nel suo ruolo alla presidenza di Assoporti, Petri è impegnato nella valorizzazione della portualità nazionale e nella promozione del suo ruolo strategico per l’economia e la competitività del Paese.

Commentando il riconoscimento ricevuto, il presidente di Assoporti ha espresso gratitudine per il premio e per il legame con il territorio pescarese.

«Ricevere questo riconoscimento dalla città di Pescara rappresenta per me motivo di grande orgoglio e, soprattutto, di profonda gratitudine – ha dichiarato Petri –. È un premio che sento particolarmente vicino per il legame con questa terra e che considero anche uno stimolo a continuare a mettere esperienza e impegno al servizio delle istituzioni e delle realtà che ho l’onore di rappresentare».

L'articolo Al presidente di Assoporti il riconoscimento “Ciattè d’Oro” proviene da Corriere Marittimo.

PREMIER SLOVACCO SBEFFEGGIA L'UE: "ORA COMPRIAMO BENZINA COSTOSA DAGLI USA, MA VIENE DALLA RUSSA"

12 Ottobre 2026 ore 13:12

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"Ben fatto cara UE! Ora compriamo costoso petrolio americano, ma viene dalla Russia!"

Robert Fico, premier della Slovacchia, sbeffeggia l'UE.

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Napoli contro Borrelli illegalità e cafoni

12 Ottobre 2026 ore 13:00

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NAPOLI: IL BLITZ SERALE ATTORNO ALLA STAZIONE CON FRANCESCO EMILIO BORRELLI

Siamo tornati a Napoli, questa volta di sera, nella zona calda della stazione centrale. Insieme al deputato Francesco Emilio Borrelli, a un consigliere municipale e ad alcuni residenti, abbiamo passato al setaccio strade, marciapiedi e attività commerciali.

Già durante il giorno avevamo documentato decine di anomalie, ma con il calare del sole la situazione è degenerata. Borrelli ha affrontato direttamente chi fa dell’illegalità la propria routine quotidiana:

• Auto parcheggiate su strisce pedonali, posti riservati ai disabili e aree pedonali

• Commercio abusivo e negozi che occupano marciapiedi interi con espositori selvaggi

• Il fenomeno diffuso delle targhe polacche utilizzate per eludere multe e assicurazione

• Minacce e tentativi di bloccare le nostre riprese su suolo pubblico da parte di chi pretende che il degrado resti invisibile

Napoli è piena di cittadini onesti e laboriosi, ma una minoranza convinta di vivere sopra ogni legge continua a soffocare la città e a screditarla.

Questa è soltanto la prima parte del nostro reportage: a breve uscirà il secondo capitolo, ancora più duro.

💬 Voi che cosa ne pensate? Scrivetelo nei commenti.

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#Napoli #StazioneCentrale #DegradoUrbano #Borrelli #Reportage #Inchiesta #Legalità

L’economia del caffè: il modello greco nel presente (e nel futuro) dell’Europa mediterranea

 

di Antonio Di Siena per l'AntiDiplomatico

Negli anni immediatamente successivi alla crisi economica e all’austerità, la Grecia ha recuperato risorse e occupazione spostando una parte consistente della propria forza lavoro verso attività poco produttive come turismo e ristorazione. E, così facendo, ha consentito a molti disoccupati di tornare a lavorare importando contemporaneamente enormi quantità di reddito dall’estero.

È questo il succo dello studio emblematicamente intitolato «The café economy: Structural transformation in Greece in the wake of austerity and “reforms”»pubblicato dall’Hellenic Observatory della London School of Economics. Una trasformazione interpretata non soltanto come risposta alla crisi, ma come effetto di austerità e compressione di salari e domanda interna.

Nella ricostruzione degli autori, ciò che è accaduto è fin troppo evidente: tra il 2009 e il 2017 la spesa pubblica reale è diminuita (del 30% circa) mentre le entrate indirette aumentavano il loro peso sul PIL. Il risultato è che nel 2023 il PIL greco era ancora di quasi un quinto al di sotto del livello pre crisi, mentre - ed è questo il dato rilevante - l’occupazione recuperava molto più velocemente, mantenendo però una produttività sensibilmente inferiore al 2009 in quasi tutti i settori. Detto in soldoni, l’aumento dei posti di lavoro (precari e a tempo parziale) non è coinciso con un recupero della capacità produttiva e una ripresa reale dell’economia rispetto al periodo precedente all’avvento della Troika.

A fare da traino a questa “ripresa” sono, manco a dirlo, i settori dell’ospitalità e della ristorazione che hanno assorbito 320mila lavoratori, aumentato l’occupazione dell’ 87% e le ore lavorate del 69%. Mentre i salari reali scendevano di quasi il 60%…

Insomma alberghi, bar e ristoranti sono diventati il fattore di compensazione, la zattera di salvataggio per un’economia (e una popolazione) alla deriva. Un salvagente tornato utile anche a lavoratori specializzati, altamente qualificati o laureati che hanno obtorto collo accettato impieghi che richiedevano una specializzazione molto più bassa.

Sempre nel 2023 il lavoro a tempo parziale involontario nel comparto accoglienza/ristorazione era quasi dell’80% sopra il livello del 2009. Il caso greco, quindi, ci mostra plasticamente il funzionamento del “welfare surrogato”: quando le opportunità lavorative si restringono, il settore HoReCa (sostenuto dalla costante crescita del turismo internazionale) assume una primaria funzione di assorbimento occupazionale.

L’utilità dello studio è quindi indubbia, perché dimostra (qualora ce ne fosse ancora bisogno) le false promesse dei programmi di aggiustamento economico noti come Memorandum: compressione della spesa pubblica, tagli, privatizzazioni e liberalizzazioni non hanno sostenuto la ripresa economica e l’aumento di competitività e produttività. Al contrario hanno prodotto un’economia che, pur avendo assorbito un enorme quantità di forza lavoro, si limita a garantire una vita di poco sopra il limite della mera sopravvivenza.

Sostiene cioè l’attività economica nell’immediato, ma non è assolutamente capace di garantire una traiettoria duratura di crescita. Detto più terra terra: hanno determinato le condizioni che fanno della Grecia un paese progressivamente sempre più dipendente da turismo e ristorazione. Un ristorante in più, un cameriere sottopagato in più, un appartamento trasformato in B&B in più e il gioco è fatto. L’economia continua a restare a galla senza essere costretta a diventare più produttiva, senza cioè garantire condizioni lavorative e di sviluppo sociale che non siano da paese sottosviluppato. Sembra una forzatura ma è esattamente ciò che è accaduto. Un paese reso sempre meno in grado di competere su manifattura, tecnologia, innovazione eccetera, che ha via via implementato un sistema di valorizzazione e vendita di ciò che aveva: monumenti, spiagge, luoghi cibo ed experience.

La domanda interna è crollata? La si importa dall’estero. Si ha poco da esportare? E allora si “esportano” i servizi (senza ovviamente esportarli fisicamente). Non mandi cioè il tuo mare in Germania, mandi la Germania intera al mare da te. Non esporti un monumento o una casa, semplicemente li trasformi in prodotti in grado di intercettare reddito generato altrove. Non a caso, lo studio dice chiaro e tondo che il turismo ha contribuito in maniera decisiva al riequilibrio dei conti esteri greci. Con - tra le altre cose - un surplus dei servizi di viaggio passato dal 3,4 all’8,3 % del PIL in 14 anni.

Tutto questo vi ricorda qualcosa? Dovrebbe.

È infatti una parte significativa della dinamica che provo a descrivere in “Turisti a casa nostra”. Una dinamica pienamente operativa in Grecia - e che si sta via via imponendo con sempre maggiore “successo” nell’intero Sud Italia così come in Spagna e in Portogallo - che si può sintetizzare in poche parole: un’economia depressa può compensare il crollo della domanda interna e l’incapacità di produrre reddito importando consumatori dall’estero attraverso l’espansione turistica.

Se tale lettura è corretta, quindi, allora la pressione sugli affitti, l’emergenza abitativa, l’overtourism, il degrado ambientale e la mercificazione culturale non possono essere derubricate ad anomalie aggiustabili. Ma, al contrario, vanno intese come parte integrante di un modello che dipende integralmente dal consumo del turista e che concepisce le case, i quartieri, lo spazio pubblico, il paesaggio, le risorse naturali e la cultura unicamente come infrastrutture economiche da monetizzare. Un modello parassitario e iper-estrattivo che non ha bisogno di produrre nulla oltre la propria capacità di mettere efficacemente a reddito ciò che già possiede. È questo il motivo per cui lo sviluppo turistico può serenamente convivere con stagnazione, precarietà, salari bassi, deindustrializzazione e declino produttivo. Di più, spesso sono proprio tali condizioni a rendere il modello più performante (per pochi) e, magari, anche socialmente più digeribili (per molti).

Un modello insidioso perché, essendo capace di generare PIL, occupazione, entrate fiscali e per certi versi anche consenso politico, diventa difficilissimo da riconoscere come pericoloso. Perché, a differenza di quando le fabbriche chiudono e le serrande si abbassano, se alloggi e ristoranti sono pieni e negli aeroporti c’è la fila, è assai più complicato parlare di crisi perdurante… Ma nei fatti è di questo che stiamo parlando. Di un’economia che si è radicalmente trasformata, generando un nuovo punto di equilibrio che scarica i costi (economici e sociali) sulla pelle di quanti funzionano come meri ingranaggi del sistema senza vedere alcun miglioramento delle proprie condizioni di vita. Anzi, subendone molto spesso un costante deterioramento. Un modello in cui un sistema impara a sopravvivere generando squilibri sempre più crescenti e marcati - sia all’interno dello Stato interessato dal fenomeno che, più in generale, lungo l’asse Nord-Sud dell’Unione europea - e che ci pone davanti a una scomoda e attualissima verità: sopravvivere e vivere dignitosamente sono due cose completamente diverse. Esattamente come immaginare che un pasto possa essere sostituito da un caffè.

La Grecia ce lo sta spiegando da anni, quando lo capiremo?

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LETTURA CONSIGLIATA:

TURISTI A CASA NOSTRA" DI ANTONIO DI SIENA

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Moby, Tirrenia e Toremar al TTG: aperte le prenotazioni per la stagione 2027

12 Ottobre 2026 ore 12:41

MILANO – Moby, Tirrenia e Toremar si preparano a partecipare al TTG, la grande fiera italiana dedicata al turismo, per presentare il proprio network di collegamenti marittimi verso Sardegna, Corsica, Isola d’Elba e Arcipelago Toscano, insieme all’offerta di servizi a bordo.

Mentre prosegue la coda della stagione estiva 2026, sono già aperte le vendite per i collegamenti da e per Sardegna e Corsica fino alla fine di settembre 2027. I biglietti sono acquistabili anche attraverso il sito ufficiale Moby.it.

Le rotte delle compagnie rappresentano un percorso attraverso alcune delle principali destinazioni turistiche e balneari del Mediterraneo, con una proposta che punta a integrare il viaggio marittimo nell’esperienza della vacanza.

Sardegna, collegamenti attivi tutto l’anno

Tra le principali rotte figura la Livorno-Olbia, operativa durante tutto l’anno con partenze diurne e notturne in entrambe le direzioni. Il servizio è affidato a Moby Fantasy e Moby Legacy, le due ammiraglie della flotta, descritte come i traghetti più grandi ed ecologicamente sostenibili del Mediterraneo.

A bordo, i passeggeri possono usufruire di un intero ponte dedicato alla ristorazione, con preparazioni a vista, e del Wi-Fi gratuito.

È garantita per 365 giorni all’anno anche la Genova-Porto Torres, che dal 1° gennaio 2027 sarà operata da Moby. La linea prevede collegamenti notturni in entrambe le direzioni, con Moby Tommy e Moby Aki durante l’inverno e Moby Wonder e Rubattino nella stagione estiva. Tra i servizi disponibili, il Wi-Fi gratuito sarà presente a bordo di Aki e Wonder.

Prosegue durante tutto l’anno anche la Civitavecchia-Olbia, operata da Tirrenia con partenze notturne quotidiane, alle quali si aggiungono quelle diurne da giugno a settembre. Nel periodo invernale saranno impiegate Florio e Rubattino, mentre in estate Florio sarà affiancata da Moby Tommy.

Genova-Olbia, stagione estesa fino a ottobre

Sono aperte le prenotazioni anche per la Genova-Olbia, che nel 2027 conferma una stagione prolungata, dal 13 maggio al 31 ottobre, per rispondere alla domanda dei viaggiatori provenienti dal Nord Italia e dal Nord Europa.

I collegamenti notturni tra Genova e la Sardegna, in entrambe le direzioni, saranno effettuati da Moby Aki, dotata di Wi-Fi gratuito per i passeggeri, e Moby Orli, caratterizzata da ampi spazi ed eleganza.

Corsica, prenotazioni aperte per il 2027

L’offerta Moby comprende anche i collegamenti con la Corsica, destinazione raggiungibile dall’Italia attraverso le rotte della compagnia.

Per la Genova-Bastia, nel 2027 il servizio sarà attivo dal 15 maggio al 27 settembre, con partenze diurne in entrambe le direzioni affidate a Moby Wonder e Moby Aki. A bordo saranno disponibili i servizi previsti dalle due navi, compreso il Wi-Fi gratuito.

Sono aperte le vendite anche per la Livorno-Bastia, la linea più veloce tra il continente e la Corsica, che sarà operativa dal 15 maggio al 30 settembre con partenze diurne effettuate da Moby Kiss.

Sconti per chi prenota entro il 30 novembre

All’offerta per la stagione 2027 si aggiunge una promozione dedicata ai clienti Moby e Tirrenia. Chi acquista un biglietto dal 12 ottobre al 30 novembre 2026 per una partenza entro il 27 settembre 2027 può ottenere un buono sconto del 20% da utilizzare sul viaggio successivo, con partenza entro il 30 settembre 2027.

Per le rotte Genova-Porto Torres e Civitavecchia-Olbia, lo sconto sul secondo viaggio è utilizzabile per partenze comprese tra il 1° giugno e il 30 settembre 2027.

L'articolo Moby, Tirrenia e Toremar al TTG: aperte le prenotazioni per la stagione 2027 proviene da Corriere Marittimo.

La banana che non si annerisce mai

12 Ottobre 2026 ore 12:00
Ogni giorno miliardi di banane commestibili finiscono ogni giorno nella spazzatura solo perché presentano qualche macchia marrone o una buccia scura, quindi la biotecnologia prova a correre ai ripari. Nel Regno Unito le banane modificate con la tecnica CRISPR per non annerire hanno superato un importante ostacolo burocratico.. Il 25 settembre, il Ministero dell'Ambiente, dell'Alimentazione e degli Affari Rurali britannico (DEFRA) ha dato la sua approvazione, ora manca soltanto l'ultimo passo prima dell'approdo sugli scaffali dei supermercati: il via libera sulla sicurezza alimentare da parte della Food Standards Agency (FSA). Se approvata, la varietà non sarà la prima a livello mondiale: ha infatti già ottenuto il via libera normativo in 11 Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Giappone e Brasile.. Come funziona? La maggior parte delle banane che compriamo solitamente appartiene alla varietà Cavendish. Trattandosi di frutti sterili privi di semi, ogni pianta viene riprodotta per clonazione. Gli scienziati di Tropic Biosciences hanno sfruttato la "forbice molecolare" CRISPR-Cas9 per agire sul DNA della Cavendish. Nello specifico, hanno disattivato le tre copie del gene PPO1, responsabile della produzione dell'enzima polifenol ossidasi. Questo enzima ricca di rame è il principale responsabile del processo di ossidazione che fa virare il frutto verso il marrone quando entra in contatto con l'aria. Silenziando questo gene, la banana mantiene il suo colore giallo fino a 24 ore dopo essere stata sbucciata o affettata (a differenza dei pochi minuti della banana tradizionale) ed è anche più resistente alle ammaccature causate dal trasporto. Inoltre, visto che la banana Cavendish si riproduce per clonazione, la modifica genetica si tramanda inalterata da una pianta all'altra.. Contro lo spreco alimentare Si tratta di una novità importante se si considerano gli sprechi: quasi la metà della produzione mondiale di banane va perduta prima ancora di essere consumata. Solo nel Regno Unito, si stima che ogni giorno vengano gettate via circa 1,4 milioni di banane. Secondo la legislazione britannica, la nuova varietà rientra nella categoria di "organismo a riproduzione di precisione" (Precision-Bred Organism), poiché il risultato si sarebbe potuti ottenere, teoricamente, anche attraverso selezioni e incroci tradizionali. Di conseguenza, se la FSA darà il via libera finale, il frutto non dovrà riportare sull'etichetta la dicitura "modificato geneticamente".. A chi piace il cibo del futuro? Mentre decenni di studi scientifici e organismi internazionali (come le National Academies of Sciences) confermano che i cibi geneticamente modificati sono sicuri e nutrienti quanto quelli convenzionali, parte del pubblico continua a essere scettico verso questi prodotti. Tuttavia, di fronte a una popolazione globale destinata a raggiungere i 10 miliardi di individui e a un clima sempre più estremo fatto di siccità, ondate di calore e nuove malattie delle piante, l'editing genetico potrebbe rappresentare una risorsa indispensabile per garantire il nostro fabbisogno alimentare. .

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La banana che non si annerisce mai

Torna l'aurora boreale sulle Dolomiti

12 Ottobre 2026 ore 10:00
Tra le 19:15 e le 20:30 UTC del 10 ottobre 2026, il cielo sopra Cortina d'Ampezzo ha mostrato una spettacolare tonalità rossastra. Le immagini sono state catturate dal Passo Giau, uno dei valichi alpini più suggestivi delle Dolomiti, affacciato verso lo spettacolare massiccio delle Tofane, vette riconosciute dall'UNESCO come Patrimonio dell'Umanità. Nella fotografia (scattata da Alessandra Masi, che in passato ha visto un suo scatto scelto dalla Nasa per l'Apod) si osserva una luminosità rossa molto intensa che si staglia sopra la roccia millenaria. Si tratta di un'aurora boreale, un fenomeno normalmente visibile solo nelle regioni vicine al Circolo Polare Artico, ma che in questa occasione è arrivato fino in Italia (in passato è accaduto molto raramente).. Che cos'è l'aurora boreale L'aurora boreale è un fenomeno luminoso che avviene nell'alta atmosfera terrestre. Detto in modo molto semplice: il Sole emette particelle cariche che viaggiano nello spazio e, una volta raggiunta la Terra, queste vengono deviate dal campo magnetico verso le regioni polari. . Qui entrano in contatto con i gas presenti nell'atmosfera, soprattutto ossigeno e azoto, che reagendo emettono luce. Il risultato è uno spettacolo luminoso simile a quello delle lampade al neon, in cui l'energia si trasforma in colore.. Perché il cielo si è tinto di rosso I colori dell'aurora dipendono dal tipo di gas coinvolto e dall'altitudine a cui avviene l'interazione. Il colore rosso, che domina nell'immagine scattata dal Passo Giau, è causato dalle molecole di ossigeno situate a quote molto elevate dell'atmosfera (oltre i 200-300 km). La predominanza del rosso indica che l'aurora è stata osservata da grande distanza, una caratteristica tipica degli eventi più intensi.. Dove si possono osservare le aurore boreali Normalmente le aurore boreali sono visibili nelle regioni vicine al Circolo Polare Artico, come Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda e Canada. Tuttavia, durante tempeste solari particolarmente forti, il fenomeno può estendersi verso sud e diventare osservabile anche in Europa centrale e nelle Alpi italiane. Per riuscire a vederle e fotografarle sono fondamentali alcune condizioni favorevoli: cielo sereno, assenza di nuvole e bassissimo inquinamento luminoso, caratteristiche tipiche dell'alta montagna come il Passo Giau e il territorio ampezzano.. Un evento raro a queste latitudini L'evento aurorale del 10 ottobre 2026 è stato innescato da una forte tempesta geomagnetica di classe G3, causata dall'impatto di un'espulsione di massa coronale (CME) partita dal Sole pochi giorni prima. . Le tempeste geomagnetiche di classe G3, oltre a regalare quadri naturali mozzafiato, possono causare interferenze temporanee a satelliti, reti elettriche, sistemi GPS e comunicazioni radio ad alta frequenza, motivo per cui l'attività del Sole viene costantemente monitorata dai centri d'astrofisica e meteorologia spaziale di tutto il mondo..

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Torna l'aurora boreale sulle Dolomiti

C'è già una smart #2 firmata Brabus: spuntano i primi teaser della variante sportiva

12 Ottobre 2026 ore 12:32
La smart #2, la piccola elettrica appena presentata al Salone di Parigi, avrà anche una versione sportiva Brabus. Non sono ancora disponibili informazioni su specifiche tecniche, tempistiche di lancio o prezzi, ma la Casa ha diffuso alcuni teaser che ne confermano l'esistenza. Design sportivo e dettagli esclusivi La smart #2 Brabus mantiene l'identità della versione standard, soprattutto per quanto riguarda la firma luminosa, rimasta invariata. A fari spenti, però, i proiettori sono circondati da un anello rosso che sottolinea il carattere sportivo del modello. Lo stesso colore compare anche nel logo sul cofano, nella calandra anteriore, nel piccolo spoiler alla base del paraurti e perfino nei montanti del parabrezza.Nelle prossime settimane sarà possibile scoprire ulteriori dettagli sulla smart #2 Brabus e probabilmente vederla senza veli. La vettura potrebbe crescere di qualche centimetro rispetto ai 275 cm della versione standard grazie a nuove appendici aerodinamiche, oltre a introdurre cerchi di lega più grandi e sportivi. Nell'abitacolo non dovrebbero mancare dettagli racing come la pedaliera in alluminio, sedute più avvolgenti e cuciture rosse per sedili e pannelli porta. Avrà un assetto dedicato? Basata sulla piattaforma ECA del gruppo Geely, la variante più sportiva della citycar avrà quasi certamente un powertrain più potente dei 60 kW (82 CV) della versione standard, mentre la batteria potrebbe rimanere quella da 35,8 kWh già disponibile. Da escludere, per ragioni legate agli spazi e al pianale, l'adozione di un secondo motore sull'asse anteriore. L'assetto beneficerà invece di una taratura specifica, studiata per gestire al meglio l'incremento delle prestazioni.

Critical SonicWall SMA 1000 Flaw Targeted in 135 Exploitation Attempts After Patch

12 Ottobre 2026 ore 12:36
Threat actors have been observed exploiting a recently disclosed critical security flaw in SonicWall Secure Mobile Access (SMA) 1000 appliances within days of public disclosure. The vulnerability, tracked as CVE-2026-102255 (CVSS score: 10.0), is a case of pre-authenticated server-side request forgery (SSRF) that could allow a remote attacker "to direct the appliance to issue requests on their

Asbesto GIOCA a Dark Souls 003 - E' davvero LA FINE? Riflessioni #gaming #darksouls #gameplay #funny

12 Ottobre 2026 ore 13:00

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Aggiornamenti di sicurezza Samsung

12 Ottobre 2026 ore 12:45
Samsung ha rilasciato aggiornamenti che sanano diverse vulnerabilità di sicurezza, di cui 7 con gravità “alta”, relative a dispositivi Samsung Mobile e a Samsung Continuity Service per Windows. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero permettere a un utente malintenzionato di eludere i meccanismi di sicurezza e di eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati.

La Bedrocan olandese è fallita: a rischio la cannabis nelle farmacie italiane

12 Ottobre 2026 ore 12:10
Quando Bedrocan nacque, nel 1984, era un’azienda agricola di famiglia e nelle sue serre crescevano cicoria ed erbe aromatiche. La cannabis arrivò dopo, con la prima licenza nel 2002 e, l’anno seguente, il contratto che ne fece l’unico coltivatore autorizzato dallo Stato olandese. Per oltre vent’anni da quelle serre sono usciti Bedrocan, Bediol, Bedica, Bedrolite: …

Risolte vulnerabilità in MariaDB

12 Ottobre 2026 ore 12:10
Risolte molteplici vulnerabilità, di cui 3 con gravità "critica" e 8 con con gravità "alta", in MariaDB Server, noto database relazionale open source compatibile con MySQL, ampiamente impiegato per la gestione di dati strutturati in applicazioni web e ambienti enterprise.

Perché Putin e Trump si fanno le coccole?

12 Ottobre 2026 ore 12:09

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Se non sei tenuto ad andare al fronte, la Guerra è BELLA. Ma alla lunga logora. Ed ecco che arriva il bisogno di rifocillarsi un pochino, e farsi due coccole.

Scambiarle per pace e amore però potrebbe rivelarsi un errore vitale.

Non è la prima volta che l’asse Kushner/Dimitriev porta a casa qualche forma di apparente distensione tra la Capitale del Mondo libero e democratico e gli scapestrati del Cremlino. Ma questo non ha impedito di aumentare a dismisura le “sanzioni a lungo raggio” che da mesi colpiscono le principali infrastrutture energetiche russe, con la regia di Washington.

Se ogni tanto qualcuno si sveglia e propone di tirare il freno a mano, il motivo è semplice: il prezzo da pagare non giustifica l’investimento. E ora il prezzo da pagare per Forrest Trump si chiama perdere il controllo di entrambi i rami del congresso. Non esattamente una cosa da poco.

Zio Donnie aveva già portato a casa un risultato importante la scorsa settimana, quando i vassalli europei nell’ambito del summit del G7 avevano accettato di liberare 50 milioni di barili di Gasolio dalle loro riserve strategiche.

In pochi giorni il “crack spread” (la differenza del costo tra 1 barile di petrolio e 1 barile di gasolio) era passata dalla cifra record di 83 dollari (contro i 28 che si registravano prima dell’inizio di Epic Fury), a meno di 72. Poi l’IEA ha chiarito che quei 50 milioni di barili non erano in più, ma erano quelli già concordati a marzo. E il crack spread è tornato a crescere.

La propaganda trumpiana aveva bisogno di un’altra novità per provare a tenere a bada i mercati. E quella novità sono i 4,8 milioni di tonnellate di gasolio russo (equivalenti a poco più di 35 milioni di barili) che non saranno più sottoposti a sanzioni.

Se arrivassero tutti insieme, l’impatto sarebbe consistente. Il problema è che negli ultimi mesi le “sanzioni a lungo raggio” hanno colpito duramente la capacità di raffinazione russa. E oggi per produrre 35 milioni di barili in più destinati all’esportazione ci potrebbe volere un po’ di tempo. Troppo per cambiare sensibilmente la situazione prima delle midterm.

Anche perché nel frattempo a tornare a crescere è il prezzo del Brent. E il motivo è abbastanza semplice. Con il doppio attacco all’aeroporto internazionale di Ryad gli Houthi hanno chiarito che non hanno nessuna intenzione di mollare la presa. Nel frattempo il conflitto dall’Asia Centrale si allarga sempre di più. All’Africa, sia verso l’Etiopia, che verso il Sudan. Al subcontinente indiano, con tensioni sempre più evidenti sia in Pakistan che in India. E anche all’EuroMediterrano, con un’ondata di proteste che dal Portogallo arriva fino alla Grecia. La Guerra Mondiale a Pezzi è soltanto all’inizio, e l’esito dipende sempre di più anche dalla capacità dei popoli dell’asse imperiale di
rifiutarsi di pagarne il prezzo sulla loro pelle.

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CATANIA, GETTA 4 GATTINI IN UNA COLONIA FELINA: DENUNCIATO DAI CARABINIERI

12 Ottobre 2026 ore 12:06

Quattro gattini abbandonati e in condizioni di malnutrizione hanno trovato una seconda possibilità grazie all’intervento dei carabinieri della stazione di Riposto, in provincia di Catania, che hanno individuato il responsabile del loro abbandono e permesso ai piccoli di ricevere le cure necessarie. La vicenda è emersa dopo una segnalazione dei volontari di una colonia felina i quali, arrivati in struttura di buon mattino, avevano trovato i quattro gattini all’interno. Per comprendere chi avesse abbandonato gli animali, i carabinieri hanno acquisito le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona, grazie alle quali hanno ricostruito l’accaduto. In particolare, dalla disamina dei video, i militari hanno individuato un uomo che, giunto a bordo di un’auto, aveva prelevato dal bagagliaio i quattro animali per poi lanciarli all’interno della struttura, a quell’ora chiusa. Si tratta di un 76enne straniero, residente a Riposto, che è stato denunciato per abbandono e maltrattamento di animali. I quattro gattini, affidati ai volontari della colonia felina, sono stati immediatamente sottoposti alle cure necessarie e attendono ora di trovare una famiglia disposta ad accoglierli.

(Foto CC Catania)

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Zeekr: a Parigi la super ibrida 9X da 897 CV, la 7X elettrica sale a 627 km di autonomia

12 Ottobre 2026 ore 12:16
Zeekr è al Salone di Parigi per l'anteprima europea della 9X, che affianca la recente 7X e gli altri modelli già presenti nei listini. Il marchio premium del Gruppo Geely ha registrato un incremento delle consegne del 200% su base annua ed è già presente in 22 mercati europei. L'espansione proseguirà nei prossimi mesi con l'obiettivo di coprire il 95% dell'area europea a soli tre anni dal debutto. Zeekr 9X, al vertice della gamma La SUV 9X si pone all'apice della gamma Zeekr e segue la filosofia denominata "A New Class of Luxury". già ordinabile in Italia a partire da 122.610 euro, con le prime consegne previste per gennaio, ed è proposta esclusivamente con un powertrain plug-in hybrid 2.0 turbo a trazione integrale da 897 CV e 935 Nm.Nonostante i suoi 5,24 metri di lunghezza, la vettura accelera da 0 a 100 km/h in 4,1 secondi e raggiunge i 240 km/h di velocità massima. La batteria da 55,1 kWh permette inoltre di percorrere fino a 179 km in elettrico, mentre la ricarica a 330 kW consente di passare dal 10 all'80% in meno di 10 minuti. L'abitacolo a sei posti con poltrone singole è caratterizzato da una plancia con strumentazione da 13 pollici e doppio schermo centrale da 16 pollici, head-up display a colori da 47 pollici, schermo da 17 pollici per la seconda fila, frigorifero di bordo e impianto audio Naim con 32 diffusori, oltre a finiture ricercate e dotazioni particolarmente complete.Per sottolineare l'esclusività del modello debutta anche il programma Zeekr 9X Owners Club, grazie al quale i proprietari potranno accedere a servizi dedicati non solo alla vettura, ma anche alla vita quotidiana e al tempo libero. Zeekr 7X: l'aggiornamento sale a 627 km di autonomia Al Salone di Parigi sono state annunciate anche novità dedicate alla elettrica 7X. La SUV sarà proposta nel 2027 nelle nuove colorazioni Glacier Silver e Mystic Lilac e sarà dotata dei nuovi ADAS sviluppati da Bosch con telecamere e radar, inclusa la funzione di parcheggio remoto. Il powertrain aggiornato sviluppa 680 CV, mentre l'autonomia sale fino a 627 km e la ricarica arriva a 450 kW. Per l'Italia sono già stati annunciati prezzi a partire da 54.100 euro, con le prime consegne previste nel primo trimestre del 2027. stata infine annunciata la collaborazione tra Zeekr e AirConsole. La piattaforma di gaming sarà integrata su alcuni modelli europei entro la fine del 2026 per i clienti in possesso dell'abbonamento al pacchetto Zeekr Connected Premium.

La Kia Seltos avrà anche il GPL: in arrivo sia la bifuel sia la Tri-Fuel ibrida

12 Ottobre 2026 ore 11:43
Kia sceglie il Salone di Parigi per mostrare in anteprima al pubblico europeo la Seltos Full Hybrid. La vettura è già ordinabile in Italia a partire da 35.000 euro e affianca la 1.6 turbo benzina da 180 CV che abbiamo già guidato in anteprima. Per la gamma italiana sono inoltre già confermate una versione bifuel GPL e una successiva Tri-Fuel basata sulla Full Hybrid. La presenza di Kia a Parigi è importante: sono esposti tutti i modelli recenti nelle versioni GT e c'è grande attenzione all'espansione della gamma di ibride ed elettriche. Proprio le ibride stanno sostenendo la crescita del marchio in Europa, dove dall'inizio dell'anno le vendite sono aumentate del 9%, raggiungendo il 4,1% del mercato. 20,8 km/l km per la Full Hybrid La seconda generazione della Kia Seltos misura 4,43 metri di lunghezza, 1,83 di larghezza e ha un passo di 2,69 metri. Il bagagliaio da 536 litri si riduce a 483 litri sulle versioni a trazione integrale. La versione Full Hybrid 1.6 GDi HEV è proposta con cambio automatico doppia frizione in due varianti: quella a trazione anteriore da 154 CV, accreditata di una media WLTP di 4,8 l/100 km (20,8 km/l), e la e-AWD da 178 CV, dotata di un secondo motore elettrico posteriore e omologata per 5,5 l/100 km (18,2 km/l) nel ciclo WLTP. Presto il GPL abbinato anche all'ibrido Kia ha confermato un'ulteriore evoluzione della gamma Seltos per il mercato italiano. A novembre debutterà infatti la variante bifuel GPL del 1.6 turbo da 180 CV, disponibile con cambio manuale o automatico doppia frizione. In una fase successiva arriverà invece una versione Tri-Fuel derivata dalla Full Hybrid automatica, capace di combinare ibrido e GPL con l'obiettivo di massimizzare efficienza e risparmio nei costi di utilizzo.

OpenPrinting CUPS: disponibile PoC pubblico per la CVE-2026-107886

12 Ottobre 2026 ore 11:41
Disponibile una Proof of Concept (PoC) per lo sfruttamento della CVE-2026-107886 - già sanata dal vendor - presente in CUPS, piattaforma open source per la gestione dei servizi di stampa in ambiente Unix e Linux. Tale vulnerabilità potrebbe consentire ad un utente locale con privilegi elevati di compromettere la disponibilità del servizio sui sistemi interessati.

stanca delle cimici (morte)

di: Stanca
12 Ottobre 2026 ore 11:30

Scendendo le scale di casa, sul pianerottolo, mi accorgo che le amiche cimici sono rimaste a pancia all’aria, con le zampette rattrappite. Sono evidentemente morte. Il lastricato ha ormai inglobato tracce in negativo del loro corpicino sformato e a un certo punto la loro presenza si fa suono: crack. Ne ho pestata una già morta con un piede. Averlo fatto mi fa stare male. Anche mentre sono in bagno ne osservo una a terra, stecchita e da spazzare. Prendo la carta igienica e un’ombra vola dal rotolo verso la mia manica. Cade sul pavimento e sparisce. Sono ovunque, ma non mi capacito del perché stiano morendo così in fretta, dopo aver colonizzato ogni angolo di mondo tra finestre, vasi, zanzariere e calzini freschi di asciugatura. In realtà, non sono stanca delle cimici, non mi stancherò mai delle dolci, puzzose cimici. Credevate che fosse finalmente quello stanca di che rispondeva alle vostre paure, che vi riuniva sotto l’egida di una nuova era contro le invasore dall’Asia (comunque, chi crede che quelle verdi siano “autoctone” si sbaglia, vengono dall’Etiopia). E invece no. Adoro le cimici, ne ho una in camera anche adesso, mentre sto scrivendo. Ronza vicino alla finestra, nascosta dalle tende che inevitabilmente macchierà. Purtroppo, ne sentirò ben presto la scia lasciata sulle lenzuola non appena mi addormenterò. 

Una volta la loro disinibizione è arrivata fino alla mia fronte. Strane creaturine esploratrici: il corpo è completamente sputtanato per l’aerodinamica, eppure volano, si muovono, corrono e giocano. Sembrano lisce, ma, se le tocchi, sono ruvide, come se stessi sfiorando un seghetto, o uno strumento che si può produrre solo nella peggiore plastica petrolchimica di qualche paese sfruttato. E invece sono proprio loro, questi esserini così teneri e discutibili nelle loro capacità atletiche, in grado di terrorizzarci con il loro cupo e vibrante ronzio. Piccole furfanti: sembra che stia per arrivare un calabrone, uno scarabeo gigante; invece, sono scatoline semiquadrate dalle ali leggere e trasparenti, dalla corazza fasulla e il pancino a punta…mentre ti cacano sui panni stesi quel liquidino che ricorda un brufolo scoppiato, goccia dopo goccia, e su cui camminano sopra per lasciare una bella striscia di marrone guano di uccello. Tutto le cimici sembrano essere, tranne quello che sono. Se passano e non riesci a vederle puoi scambiarle per tante cose diverse. Questa loro caratteristica mimetica deve essere per forza un portato evoluzionistico, i famosi gettoni evoluzione di Barbascura X spesi bene. Discutibili maestre del camoufflage, così francesi e così bondiane quando le scopri inavvertitamente mentre osservano la televisione accesa, a testa in giù, dall’orologio sul tavolino. Ogni tanto, escono da sotto i mobili con delle pantofoline di polvere. Come si fa a resistere a un piccolo esserino con le pattine? Osserviamole ancora un po’ da vicino. Hanno il tipico modo di fare degli insetti volanti: si puliscono le antenne con le loro zampine anteriori, le lisciano dolcemente per far sì che ogni residuo di sporco venga espulso e loro possano finalmente tornare a captare qualsiasi informazione. Puliscono le loro ali. A volte le trovi con il beccuccio (si chiamerà così?) srotolato, quella loro bocchina con cui succhiano il polline o lo sporco o altri insettini, chi lo sa cosa mangiano…la loro tattica evolutiva ha raggiunto livelli così alti che solo gli stupidi provano, fortunatamente, a ucciderle per il solo gusto di sbarazzarsene. Se le schiacci, puzzano per sempre. E così accadrà a te e a tutti gli oggetti intorno. La caratteristica scocca ruvida di plastica petrolchimica, come già notato, ti provocherà un trauma uditivo che voglio sottolineare: schiacciandole, sentirai lo scrocchiare e il frantumarsi del suo corpicino fin dentro le ossa, come se stessi pestando un vetro rotto in mille pezzi, lasciando per terra una sagoma bagnata, segno della morbidezza delle sue viscere. Una brutta morte che porta con sé il germe del senso di colpa, del ribrezzo di se stessi, prima che dell’animale. Come quando schiacci inavvertitamente il guscio di una lumaca, abitato. Ancora una volta, ottimi affari con il signore dell’evoluzione. Attualmente, per rendervi forse più felici, ho scoperto che esiste un predatore che se le mangia, partendo dalla testa. L’ho visto in azione: sembra una mantide, ma non lo è. E come poteva avere l’aspetto di ciò che è, dovendo essere all’altezza del suo pasto? Si tratta di un insetto completamente diverso dalla nostra amica: lungo, sottile, perfettamente in linea con i missili balistici, completamente verde, dagli occhi spiritati e le mani in avanti, in un gesto di fatica che nasconde la forza della voracità e della inclinazione alla carneficina. Il nuovo arrivato non solo mi mangia le cimici, ma adopera una particolare coreografia, per prenderle per il culo, considerando che non sono animali particolarmente abili nei riflessi. Si acquatta elegantemente, prende la piccola puzzina di sorpresa e inizia a divorarle il viso. Per me sarebbe lo stesso assistere alla morte di una tartaruga. Immaginiamo, ancora una volta per effetto dei gettoni evoluzione, di avere a che fare con l’equivalente insettifero di una tartaruga. Direste mai: che schifo, le odio, non le sopporto? Secondo me, assolutamente no. Hanno molte cose in comune: la più plateale è che non riescono facilmente a rotolarsi in avanti se rimangono a pancia in su. Inoltre, se ci pensiamo, anche le tartarughe nella scala degli odori non sono proprio verso l’acqua di rose. Se, dunque, cimici e tartarughe hanno così tanto in comune, pur appartenendo a specie diverse, il vostro odio per le piccole scatoline puzzine non si fonda che su un enorme pregiudizio, quello basilare e ancestrale che gli insetti fanno più schifo degli altri animali con meno di sei zampe. 

Questo dice molto più di voi che di loro.

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China-EU car deal eases trade tensions for now at least

China agreed to cut millions of hybrid car exports to the European Union over the next four years, easing simmering trade tensions ahead of a key meeting of European leaders later this week. The deal will slow exports to half or less the pace currently predicted by the EU, the bloc’s trade chief, Maros Sefcovic, told a press conference in Beijing on Friday after two days of negotiations. Next year alone, it will pare shipments by up to 700,000 vehicles and trim as much as €14 billion (US$16...

Framagenda / DAVx5 (android) - impossible d'accéder au service

Bonjour,

Je n’arrive pas à lier DAVx5 et mon calendrier FRAMAGENDA.
Je reçois l’erreur "Aucun accès possible au service CalDAV ou CardDAV.

J’ai un pixel 8, sous android 17.

J’utilise la double authentifications pour l’accès à Framagenda.

Voici comment je configure DAVx5

url de base https ://framagenda.org/remote.php/dav/

j’ai aussi essayé : https ://framagenda.org / http ://framagenda.org/remote.php/dav/ / http ://framagenda.org

(sans les espaces entre « https » et « :// »)

Nom d’utilisateur : J’ai essayé avec mon nom d’utilisateur ainsi que mon adresse mail

Mot de passe : mot de passe d’application (aussi le mot de passe du compte FRAMAGENDAS, sans succès). En désactivant la double authentification, cela ne marche pas non plus.

Vous avez une idée du problème ? (j’ai déjà regardé sur le forum, je n’ai pas réussi non plus avec les solutions proposées)

D’avance merci.

3 messages - 2 participant(e)s

Lire le sujet en entier

[2026-10-16] 1936-2026 A 90 anni dalla Rivoluzione Spagnola @ Federazione Anarchica Livornese

12 Ottobre 2026 ore 11:11

1936-2026 A 90 anni dalla Rivoluzione Spagnola

Federazione Anarchica Livornese - Via degli asili 33, Livorno
(venerdì, 16 ottobre 18:00)
1936-2026 A 90 anni dalla Rivoluzione Spagnola


1936-2026

90 ANNI DALLA RIVOLUZIONE SPAGNOLA


Venerdì 16 ottobre

presso la FAL, in Via degli Asili 33, Livorno


ore 18: presentazione del libro “Verso Saragozza, Cronaca della Colonna Durruti 1936/1937” edito da Zero in Condotta


ore 20: aperitivo


ore 21: coro Stazione Rossa


INSURREZIONE VITTORIOSA

CONTRO IL FASCISMO

PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE


Federazione Anarchica Livornese

ISRAELE: RIFUGIO PERFETTO PER I CRIMINALI SESSUALI

12 Ottobre 2026 ore 10:54

💾

❓🇮🇱Come ha fatto Israele a diventare un rifugio per latitanti e personaggi accusati di gravi crimini?

🏴 Da Tomás Zerón, ricercato dal Messico per torture e depistaggi sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, ad Andrés Roemer, accusato di violenze sessuali, fino all’oligarca Ilan Shor, condannato per una gigantesca frode bancaria: ricostruiamo casi di fuga in Israele e richieste di estradizione rimaste senza esito.

🎙️Con Michele Manfrin parliamo del ruolo della Legge del Ritorno, delle protezioni politiche e degli ostacoli alla giustizia, per poi approfondire la sua inchiesta sulla presenza economica israeliana in Italia.

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Attackers Exploit CVSS 10.0 Bricksforge WordPress Flaw Enabling Unauthenticated RCE

12 Ottobre 2026 ore 11:02
A maximum-severity security flaw impacting the Bricksforge plugin for WordPress has come under active exploitation in the wild, according to Patchstack. The critical vulnerability in question is CVE-2026-85097 (CVSS score: 10.0), which allows unauthenticated attackers to upload and execute arbitrary PHP code on vulnerable WordPress websites, resulting in remote code execution (RCE). The

Leapmotor B03, la nuova elettrica per l'Europa: ricarica rapida e 390 km di autonomia

12 Ottobre 2026 ore 11:16
Debutta al Salone di Parigi 2026 la B03, nuovo modello di Leapmotor per il mercato europeo, strettamente imparentata con la B03X. Al momento non sono ancora stati comunicati prezzi né tempistiche di arrivo sui mercati europei. Leapmotor B03: dimensioni, abitabilità e soluzioni per l'abitacolo Lo stile riprende quello della sorella a ruote alte, con cui condivide anche la piattaforma Compact Electric Platform, con la griglia anteriore chiusa, le sottili prese d'aria verticali alle estremità del paraurti e la firma luminosa dei gruppi ottici composta da tre elementi orizzontali. Anche qui ritroviamo poi le maniglie a filo carrozzeria, il tetto nero a contrasto e i gruppi ottici di forma squadrata. Lunga 4.175 mm (quasi 10 cm meno della B03X), è larga 1.790 mm, alta 1.560 mm e ha un passo di 2.605 mm. Tanto lo spazio a bordo: secondo la Casa, quello per le gambe di chi siede in seconda fila arriva a quasi 89 cm. La B03 sarà anche un'auto versatile, grazie al sistema LeapFlex per le sedute posteriori, che possono essere sollevate (un po' come i Magic Seats di Honda), e al vano impermeabile Leap Box nel bagagliaio. Sul fronte tecnologico troviamo un quadro strumenti da 8,8" e il display dell'infotainment da 14,6" con Apple CarPlay e Android Auto wireless, gestito dal sistema operativo Leap OS 4.0. Leapmotor B03: autonomia fino a 390 km e ricarica in 21 minuti I dati tecnici completi devono ancora essere comunicati, ma la Leapmotor B03 avrà un motore elettrico con potenze fino a 145 kW (197 CV), e un'autonomia che arriva a 390 km nel ciclo Wltp. La ricarica in corrente continua permette di passare dal 10 all'80% in 21 minuti. Completa la suite di Adas, con 21 sistemi disponibili, tra cui la guida assistita di livello 2 e il monitoraggio dell'angolo cieco. Leapmotor D19: la SUV a sei o sette posti con tecnologia Super REEV Allo stand del costruttore cinese sarà presente anche la D19, la nuova ammiraglia a ruote alte presentata nelle configurazioni a sei o sette posti, con poltrone indipendenti per seconda fila nella variante 2+2+2. Il powertrain è il range extender che la Casa chiama Super REEV, con architettura Cell-to-Chassis per le batterie e sospensioni adattive.

Il Flash Charging arriva sulle BYD europee: l'Atto 8 passa dal 10 al 97% in 9 minuti - VIDEO

13 Ottobre 2026 ore 12:37
BYD porta al Salone di Parigi la nuova Atto 8, SUV elettrica a sette posti che si colloca al vertice della gamma europea della Casa cinese. Con questo modello la tecnologia Flash Charging, da noi disponibile solo sulle premium Denza, debutta anche sulle BYD europee. Sulla Atto 8 il Flash Charging permette di passare dal 10 al 97% di carica in nove minuti: l'ammiraglia arriverà sui nostri mercati dell'ammiraglia nella prima metà del 2027. BYD Atto 8: dati tecnici La BYD Atto 8 è lunga 5.040 mm, larga 1.996 e alta 1.760 mm. Il design riprende lo stile "Ocean Series" visto anche sulle Atto 2 e Atto 3, con la sottile firma luminosa collegata da un elemento color argento, sotto cui si trovano i fari a matrice di LED. Sinuosa la fiancata, con uno sfogo per l'aria nelle portiere anteriori e la cornice dei finestrini cromata. Al posteriore, i gruppi ottici a LED hanno il motivo "Infinity Knot", con il logo della Casa illuminato al centro. Nella configurazione a sette posti, il bagagliaio mette a disposizione 270 litri, che diventano 1.960 abbattendo la seconda e la terza fila; a questi si aggiunge il frunk anteriore da 136 litri. Si sta comodi anche in terza fila Ricca la dotazione di serie, che comprende il tetto panoramico in vetro (da 2,39 m2), un quadro strumenti digitale da 10,25 pollici affiancato da un display centrale da 15,6" e un head-up display da 26". Il sistema operativo è basato sull'ecosistema di Google, con mappe, assistente vocale e Play Store. Riscaldati, ventilati e con funzione di massaggio i sedili anteriori e i due esterni della seconda fila, mentre per la terza sono disponibili poggiatesta regolabili e un pannello dedicato per il climatizzatore a tre zone. Sull'allestimento di punta Excellence AWD è previsto un impianto audio DiSound da 21 altoparlanti e un vano refrigerato anteriore, con temperature da -6 a 50 C. BYD Atto 8: due motori in gamma La BYD Atto 8 arriverà con due motorizzazioni, entrambe abbinate a batterie Blade di seconda generazione da 115 kWh. La Design RWD monta un motore singolo da 340 kW (462 CV) e 365 Nm, per uno 0-100 km/h coperto in 8 secondi e un'autonomia di 653 km nel ciclo Wltp. La più potente Excellence AWD prevede un secondo motore sull'asse anteriore, per una potenza complessiva di 570 kW (775 CV) e 775 Nm: 0-100 in 4,6 secondi e 602 km di autonomia.

Diesel in calo: quanto pesa il price cap a 2,19 euro?

12 Ottobre 2026 ore 10:37
Stamane il prezzo medio del diesel in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è di 2,252 euro al litro, in calo di 6 millesimi rispetto a venerdì, riferisce Staffetta Quotidiana. Tra i vari fattori pesa il price cap di 2,19 euro applicato da 700 punti vendita IP, dopo che Eni ha ridotto tre giorni fa il listino del gasolio.Per il resto, la benzina si attesta a 2,036 euro al litro (+1 millesimo), il GPL a 0,770 euro (+2) e il metano a 1,918 euro/kg (+2). Sulla rete autostradale, la benzina è a 2,046 euro (invariata), il gasolio a 2,271 euro (-10 millesimi), il GPL a 0,895 euro (+2) e il metano a 1,865 euro/kg (+1). Prezzi medi alla pompa: i dati di ieri Considerando tutti i 22 mila punti vendita che comunicano i prezzi al Ministero delle Imprese (rete stradale e autostradale), queste sono le medie self service elaborate da Staffetta: benzina a 2,023 euro al litro (compagnie 2,006 e pompe bianche 2,094), diesel a 2,242 euro (2,234 e 2,282).Per il servito, la benzina è a 2,161 euro (2,177 e 2,131), il diesel a 2,378 euro (2,403 e 2,320), il GPL a 0,767 euro (0,769 e 0,764), il metano a 1,920 euro/kg (1,912 e 1,901) e il GNL a 1,931 euro/kg (1,944 e 1,913).Ecco la media della benzina self service per i principali marchi: Eni 1,991 euro (2,206 il servito), IP 2,022 (2,195), Q8 1,993 (2,139), Tamoil 2,027 (2,074). Per il diesel: Eni 2,197 euro (2,413), IP 2,232 (2,402), Q8 2,253 (2,388), Tamoil 2,268 (2,313). Diesel russo, l'Europa resta alla finestraIntanto, sul mercato resta alta l'attenzione per l'intesa annunciata venerdì da Stati Uniti e Russia sul diesel. L'accordo prevede l'immissione di ulteriori volumi di carburante sul mercato internazionale, con Washington che ha temporaneamente allentato alcune restrizioni per consentirne la commercializzazione.L'obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è contribuire a raffreddare i prezzi dei carburanti. Secondo diversi osservatori, però, l'impatto dovrebbe essere limitato e difficilmente produrrà effetti significativi sui listini europei, anche perché l'Unione Europea mantiene il proprio impianto sanzionatorio nei confronti di Mosca e oggi dipende molto meno dal diesel russo rispetto al passato.

Fermato in piazza Attias, tenta di fuggire al controllo dei Carabinieri

12 Ottobre 2026 ore 10:56

I Carabinieri della Stazione Livorno Centro hanno tratto in arresto un 23enne di origini nordafricane per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio, oltre a resistenza e porto d’armi. L’operazione, scaturita da un’attenta attività di monitoraggio del centro cittadino dove era stata rilevata attività sospetta, ha condotto i militari ad indirizzare i propri sospetti sul giovane straniero. L’uomo è stato avvicinato, durante un servizio in abiti civili, in piazza Attias, mentre era fermo a bordo di uno scooter. All’atto del controllo i militari si sono qualificati e a quel punto il giovane, per sottrarsi agli accertamenti, ha lanciato il ciclomotore contro uno dei militari, dandosi alla fuga a piedi. I carabinieri si sono prontamente messi al suo inseguimento e lo hanno raggiunto e bloccato. A quel punto sono iniziate le fasi del controllo a mezzo perquisizione personale e, successivamente, domiciliare presso la sua abitazione, che hanno consentito di rinvenire in suo possesso e nella sua disponibilità 42 dosi di cocaina del peso circa 36 grammi, 130 euro in contanti e uno spray urticante a base di peperoncino, cosa, quest’ultima, che gli è valsa l’ulteriore accusa di porto di oggetti atti ad offendere. Al termine delle operazioni, il 23enne, con precedenti specifici, è stato trattenuto in caserma e, il giorno immediatamente successivo, condotto davanti all’Autorità Giudiziaria per la prevista udienza di convalida, durante la quale il Giudice gli ha applicato la misura cautelare della presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria.

Aggiornamenti di sicurezza per prodotti MongoDB

12 Ottobre 2026 ore 10:50
MongoDB ha rilasciato aggiornamenti di sicurezza per sanare molteplici vulnerabilità, di cui 4 con gravità "alta" in Go Driver e nella libreria libmongocrypt. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire a un utente malintenzionato, in determinate condizioni, di compromettere la disponibilità del servizio sui sistemi interessati.

Il Torretta Volley presenta le squadre della stagione 2026/2027

12 Ottobre 2026 ore 10:37

di Daniele Marzi

Dai primi passi sotto rete alla Serie D, il Torretta Volley ha riunito le proprie squadre per salutare insieme la stagione 2026/2027. Domenica 11 ottobre, nella palestra Del Chicca, parzialmente rinnovata, atleti e atlete, tecnici, dirigenti e famiglie si sono ritrovati per una mattinata dedicata ai protagonisti dell’attività giallonera. Dodici i gruppi presentati, fra settore maschile e femminile, comprese le formazioni Etruschi: un percorso che parte dall’Under 11 e accompagna ragazze e ragazzi attraverso i campionati giovanili fino alla Prima Divisione e alla Serie D femminile. A fare da filo conduttore, il piacere di ritrovarsi in palestra e condividere l’inizio di una nuova annata sportiva.

Il significato della mattinata è andato oltre la presentazione delle rose. Al centro, il ruolo della pallavolo nella crescita dei ragazzi: imparare a rispettare compagni e avversari, affrontare insieme le difficoltà, assumersi un impegno e portarlo avanti. Valori che il Torretta coltiva con il contributo quotidiano degli allenatori e il sostegno delle famiglie. Un impegno che coinvolge entrambi i settori. Nel maschile sono stati presentati i gruppi Under 12, Under 14/15 e Under 19/Prima Divisione; nel femminile, accanto alle squadre Torretta dall’Under 11 all’Under 19, alla Prima Divisione e alla Serie D, hanno sfilato le Under 12, Under 14 e Under 17 Etruschi. Età e campionati diversi, uniti dalla volontà di crescere sul piano tecnico e di consolidare lo spirito di squadra.

La mattinata si è conclusa con i ringraziamenti ad allenatori e collaboratori, dirigenti, volontari e sponsor, che rendono possibile l’attività della società. Un grazie particolare è stato rivolto alle famiglie, al fianco dei ragazzi durante tutta la stagione. Poi l’applauso a tutte le formazioni e la foto collettiva, con l’augurio di un’annata ricca di soddisfazioni dentro e fuori dal campo.

Le squadre e gli staff tecnici

Under 11 F. Allenatore: Matteo D’Alesio. 2° allenatore: Camilla Boschetto. Rosa: Alma Acconci, Martina Audiberti, Clara Barbera, Margherita Barbieri, Olivia Brilli, Rachele Carboni, Eva Carrano, Perla Catania, Gaia Celeste, Bianca Chirici, Azzurra Costanzi, Emma Fastame, Sofia Giusti, Anita Lombardi, Noemi Luppichini, Ginevra Martelloni, Agata Nauta, Eva Palladini, Emma Salzano, Giorgia Santini, Ambra Vitale, Regina Zecchini.

Etruschi Under 12 F. Allenatore: Giorgio Superchi. Rosa: Chiara Agasi, Sara Bassini, Mia Bertini, Carolina Brilli, Beatrice Campisi, Bianca Civallero, Greta Diricatti, Ginevra Faccenda, Gemma Favorito, Chiara Giardi, Matilde Maurri, Marta Morgè, Sveva Palazzi, Bianca Scattareggia.

Under 12 maschile. 1° allenatore: Antonio Benedetti. 2° allenatore: Micol Novelli. Rosa: Ikira Jawira Aliberti Macedo, Giovanni Amato, Giorgio Bacci, Davide Bianchi, Edoardo Bini, Lorenzo Brogi, Mattia Conti, Simone D’Aprea, Francesco Di Maria, Matteo Gambacciani, Giorgio Guerri, Samuele Lenzi, Iacopo Manetti, Gabriele Maria Mencherini, Loris Peruzzi, Jacopo Pescini, Diego Pilinci, Federico Valiani, Andrea Voleri, Jimi Ye, Thomas Zanobini.

Etruschi Under 14 F. Allenatore: Massimo Masoni. Rosa: Allegra Acconci, Anastasia Azzollini, Penelope Ondina Coppola, Gemma Cozzolini, Irma Del Corona, Alessia Di Marco, Aurora Sofia Di Tanto, Livia Esposito, Olivia Grassi, Mia Machi, Aurora Maurri, Alice Parcesepe, Greta Simoni, Zoe Tonarelli.

Under 14/15 M. Allenatore: Antonio Benedetti. Preparatore atletico: Chiara Benedetti. Rosa: Francesco Bandecchi, Gabriele Brigiotti, Andrea Carocci, Enea Giuseppe D’Amore, Diego D’Osualdo, Diego Fiorillo, Cristiano Fiorini, Alessio Franceschi, Andrea Madonna, Matteo Marzi, Diego Mercedi, Riccardo Pilo, Niccolò Raspanti, Gabriele Simonetti.

Under 15 F. Allenatore: Giulia Casali. Rosa: Vittoria Agostinelli, Giorgia Bartolini, Chiara Cambi, Eleonora Di Maria, Giulia Donati, Marta Falcinelli, Emma Favini, Cecilia Ferrara, Matilde Garzelli, Nora Giari, Virginia Lenzi, Miriam Lombardi, Sara Chinwendu Nwaebo, Rebecca Petracchi, Giulia Pulcini, Giorgia Salvadori.

Etruschi Under 17 F. Allenatore: Matteo Sarti. Rosa: Giorgia Aitollo, Nicole Bevilacqua, Francesca Cambini, Eva Ceccherini, Gea Ciampini, Rosa Domenici, Ginevra Marabotti, Ginevra Scotto, Greta Scotto, Mia Stefanutti, Nathaly Ughi, Giorgia Zanni, Giulia Zini, Aurora Zuchegna, Ginevra Zuchegna.

Under 17 F. 1° allenatore: Tommaso Corrieri. 2° allenatore: Giulia Casali. Rosa: Marta Amato, Chiara Annunziata, Giulia Armadori, Eva Cavallini, Anita Caverni, Eva Chiavacci, Matilde Chirici, Stella Del Gratta, Noemi Gjoka, Margherita Lubrani, Anna Matteucci, Ambra Minuti, Chiara Salvadori, Carolina Sarti, Madì Sartorio.

Under 19 F. Allenatore: Marco Candalise. Rosa: Vanessa Afflisio, Anita Agostino, Arianna Bertini, Sara Bettinelli, Simonetta Castillo Saromo, Gioia Criminisi, Noemy Di Marco, Greta Giannelli, Rachele Pappalardo, Rebecca Petrassi, Alice Pilato, Francesca Priami, Viola Salvini.

Under 19/Prima Divisione M. Allenatore: Alessandro Peruzzi. Preparatore atletico: Chiara Benedetti. Rosa: Gabriele Casini, Massimo Aloi, Nicola Bagnoli, Christian Buti Castellini, Luca Capponi, Luigi Chen, Leonardo Nunziata, Diego Orsi, Samuele Peruzzi, Mattia Scorolli, Saverio Solari, Enrico Ugolini, Raffaele Pritelli, Fabrizio Ernesto Rocchi.

Prima Divisione F. 1° allenatore: Matteo Pucciarelli. 2° allenatore: Francesco Bigotti. Rosa: Matilde Amoruso, Chiara Belli, Elena Bernini, Alice Casu, Carolina Cingolani, Elisabetta Contini, Arianna Fantozzi, Anna Franceschi, Marta Moretti, Francesca Pini, Matilde Simonti, Elvon Salawu Sylla, Nina Verucci.

Serie D femminile 1° allenatore: Roberto Rossi. 2° allenatore: Barbara Nannicini. Rosa: Camilla Boschetto, Giulia Casali, Linda Cavallini, Aurora Colosimo, Giulia Gai, Nicole Andrea Garzelli, Alessandra Gorgoroni, Ginevra Grillo, Gaia Mauro, Alessandra Saviozzi, Chiara Turini, Letizia Vergili, Sara Vespasiani, Matilde Vianello, Francesca Villani.

MERCATI DEL TORINESE, IN VENDITA ANIMALI FERITI E MALATI

12 Ottobre 2026 ore 10:18

‘Non in vendita’, il gruppo di cui fa parte anche l’organizzazione torinese ‘Animal’, insieme a Mi Manda Rai 3, ha reso pubbliche le immagini che documentano le condizioni degli animali vivi venduti nei mercati settimanali. In particolare, nel corso del 2025 e del 2026, sono stati sottoposti a indagine dagli animalisti i mercati di Ivrea e Rivarolo Canavese, gli unici in cui attualmente sono ancora presenti animali vivi. “Sono state trovate quaglie ferite, un pollo apparentemente agonizzante, uccelli esposti al sole con temperature superiori ai 37 gradi o un coniglio acquistato e lasciato per oltre mezz’ora in una scatola presso il banco di frutta e verdura adiacente – segnalano gli animalisti – al mercato di Ivrea, un operatore ha estratto alcuni esemplari di trota da una vasca d’acqua e li ha colpiti ripetutamente con un oggetto metallico fino a provocarne la morte. È stata inoltre documentata, in entrambi i mercati, la presenza di uova e altri prodotti di origine animale accanto agli animali vivi, nonché resti di carne fresca conservati in contenitori non protetti”. Secondo ‘Non in vendita’, gli elementi documentati sollevano interrogativi rilevanti sia sul piano del benessere animale sia sotto il profilo igienico-sanitario e della sicurezza alimentare. “Una realtà che non può più essere ignorata. Chiediamo alla Regione Piemonte di intervenire e di vietare immediatamente la vendita di animali vivi nei mercati”.

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CyberXero Uses Claude Code in Campaign That Stole Over 628,000 Ukrainian Records

12 Ottobre 2026 ore 09:26
Cybersecurity researchers have disclosed details of a two-pronged artificial intelligence (AI)-augmented initial access campaign targeting WordPress sites, e-commerce platforms, and critical infrastructure entities in Ukraine. The activity, which brings together commodity offensive tools like Cobalt Strike with an AI orchestration layer powered by Anthropic's Claude Code, has been attributed

Dritta dagli anni 70: la mitica Alpine A310 rinasce come GT elettrica - VIDEO

12 Ottobre 2026 ore 18:28
Direttamente dagli anni 70, ma proiettata nel futuro, torna la Alpine A310. Purtroppo, sarà soltanto una toccata e fuga: questa Alpine A310 Vision, svelata al Salone di Parigi, sembra infatti destinata a rimanere una one-off nonché una vetrina tecnologica per il brand. Salvo che, nei prossimi giorni, i feedback del pubblico non inducano i vertici del marchio di Dieppe a cambiare idea. Manifesto creativo Per celebrare una doppia ricorrenza importante, i 55 anni della Alpine A310 a quattro cilindri e i 50 anni della successiva versione V6, il marchio francese ha deciso di realizzare una concept car che non si limita a evocare un modello storico, ma ne reinterpreta in chiave contemporanea l'essenza più profonda.Da intendersi come un vero e proprio manifesto creativo, la vettura è stata concepita come un laboratorio di idee destinato a esplorare nuove direzioni stilistiche senza anticipare direttamente un futuro modello di produzione.L'approccio ricalca quello che ha portato alla Renault 8 Gordini Concept, esposta a pochi metri di distanza sotto il tetto del Padiglione 6 del Mondial de l'Auto: come sarebbe oggi la A310 se fosse stata progettata con le tecnologie, i materiali e gli strumenti del XXI secolo? La piattaforma (elettrica) è quella della futura A110 Il risultato è una concept car dal design autonomo, nata però su una base reale. La piattaforma modulare APP (Alpine Performance Platform) costituirà infatti l'ossatura della seconda generazione della Alpine A110, attesa nel 2027 e proposta esclusivamente in versione elettrica, della quale a Parigi è esposta anche una scultura che ne anticipa le linee.La concept trae ispirazione dal passato in modi diversi, mostrando in alcuni punti la purezza delle prime versioni a quattro cilindri e in altri i muscoli delle varianti più estreme. Ne sono un esempio i parafanghi allargati in stile A310 V6 Pack GT. Cambiano le proporzioni Dell'originale restano la silhouette affilata e il profilo basso, ma alla base della Vision c'è un'importante evoluzione, visibile non soltanto nei dettagli ma anche nei volumi.Le dimensioni parlano chiaro: la vettura misura 4,55 metri di lunghezza, è alta appena 1,18 metri e raggiunge i 2 metri di larghezza nella zona posteriore. La presenza scenica è accentuata da carreggiate generose e superfici scolpite.La carrozzeria in alluminio gioca inoltre sui contrasti tra la parte inferiore nera, ispirata al mondo della Formula 1, e quella superiore più chiara, che culmina in una suggestiva cupola semitrasparente. Cerchi retrofuturistici, aerodinamica protagonista Non mancano i riferimenti all'universo Alpine reinterpretati in chiave contemporanea. I cerchi con forma a "A", dalla geometria triangolare, richiamano infatti quelli completamente in metallo delle prime A310.Al frontale, invece, i gruppi ottici restano nascosti fino all'accensione, momento in cui emergono attraverso un effetto definito "pop down", pensato per enfatizzare il carattere tecnologico della concept. Anche l'aerodinamica contribuisce in modo determinante a plasmare il design della vettura.Sul cofano trova spazio la presa d'aria S-Duct, mentre una sottile lama centrale denominata "Y Zero" attraversa la vettura accompagnando lo sguardo verso la coda.Al posteriore spicca un alettone sdoppiato, mentre i gruppi ottici assumono una duplice funzione, estetica e aerodinamica, contribuendo alla generazione di deportanza. Una vetrina tecnologica per il futuro di Alpine In ultima analisi, la Alpine A310 Vision rappresenta soprattutto una vetrina per la nuova piattaforma APP, che secondo la Casa offrirà ai designer una maggiore libertà progettuale nello sviluppo delle future sportive del marchio.L'obiettivo è permettere la sperimentazione di proporzioni inedite e nuovi linguaggi stilistici. I primi risultati concreti di questa filosofia arriveranno già nei prossimi mesi con la nuova Alpine A110.

E se la prossima Jeep fosse una nuova Willys?

12 Ottobre 2026 ore 10:01
Jeep non ha un suo stand al Salone di Parigi, ma guarda al futuro. E potrebbe farlo ripartendo proprio dalle sue origini. Xavier Peugeot, da appena 45 giorni alla guida del marchio in Europa, ha confermato la strategia di prodotto anticipata nel piano FaSTLAne 2030, lasciando però intravedere una novità potenzialmente ancora più interessante: il ritorno, in chiave moderna, della leggendaria Willys, la "prima" Jeep usata nel secondo conflitto mondiale, ormai 85 anni fa."Come potremmo non prendere in considerazione idee concrete attorno alla Willys?", ha dichiarato il manager nel corso di un incontro con la stampa a Parigi. Non si tratta - non ancora - dell'annuncio di un nuovo modello, né tantomeno di un progetto con una data di lancio. Ma è un'indicazione precisa della direzione in cui il marchio sta ragionando. Nuova Jeep Willys: l'idea è una compatta elettrificata per l'off-road L'obiettivo è reinterpretare il patrimonio storico di Jeep senza limitarsi a riprodurne le forme. Peugeot ha spiegato che, accanto a un piano industriale già definito, il marchio sta valutando nuove idee, capaci di combinare quattro caratteristiche: dimensioni compatte, capacità fuoristradistiche, elettrificazione e riconoscibilità. Il ragionamento parte anche dall'evoluzione delle esigenze degli automobilisti. Lo spazio diventerà sempre più prezioso, ma al tempo stesso crescerà la domanda di soluzioni adatte alla vita all'aria aperta. In questo scenario, secondo Peugeot, essere più piccoli non dovrà significare rinunciare a qualcosa, ma utilizzare al meglio ogni centimetro disponibile. Una possibile reinterpretazione della Willys si concretizzerebbe non necessariamente come fuoristrada tradizionale, ma come veicolo compatto capace di recuperare lo spirito essenziale e funzionale della prima Jeep, adattandolo alle esigenze contemporanee. Per il momento, però, il progetto resta allo stadio delle idee. "Dateci un po' di tempo e torneremo a raccontarvi qualcosa di più", ha concluso Peugeot. La Renegade tornerà entro il 2030 Più concreto è il futuro della Renegade. Il manager ha confermato che il modello entrerà nella gamma europea entro il 2030, ribadendo quanto già anticipato dal marchio. Una scelta sostenuta anche dai risultati commerciali: dal debutto nel 2014, la Renegade ha totalizzato oltre 610 mila vendite. "Saremmo pazzi a non prenderla in considerazione per il futuro. E non lo saremo", ha osservato Peugeot.Il piano di Jeep prevede inoltre un ampliamento significativo della presenza commerciale del marchio: Jeep punta a passare da una copertura di circa il 50% del mercato al 90% entro il 2030, attraverso una gamma più articolata. Il piano di Jeep prevede inoltre un ampliamento significativo della presenza commerciale del marchio: Jeep punta a passare da una copertura di circa il 50% del mercato al 90% entro il 2030, attraverso una gamma più articolata. Due nuove SUV di segmento D La prima novità arriverà già nel 2027, quando Jeep tornerà nel segmento delle D-SUV. L'appuntamento indicato da Peugeot è il Salone di Bruxelles, a gennaio, dove il marchio prevede di svelare il nuovo modello. A questo si aggiungerà una seconda SUV dello stesso segmento nel 2028. Per sostenere l'espansione della gamma, Jeep sfrutterà le architetture del gruppo Stellantis, comprese STLA Medium, STLA Large e la nuova STLA One: secondo Peugeot, quest'ultima è la più competitiva del gruppo in prospettiva futura. Tutti i prossimi modelli, ha assicurato il manager, potranno contare sulla trazione integrale, considerata una componente irrinunciabile dell'identità del marchio.La strategia al 2030, dunque, è confermata. Ma l'arrivo del nuovo responsabile europeo sembra aver aperto anche una riflessione su ciò che Jeep potrebbe diventare oltre i modelli già programmati. E l'idea di riportare in vita la Willys, per quanto ancora tutta da definire, è forse il segnale più interessante emerso dall'incontro parigino.

Risolte vulnerabilità su GitLab CE/EE

12 Ottobre 2026 ore 10:22
Rilasciati aggiornamenti di sicurezza che risolvono 24 vulnerabilità, di cui 1 con gravità “critica” e 5 con gravità “alta”, in GitLab Community Edition (CE) ed Enterprise Edition (EE). Tra queste si evidenzia la CVE-2026-97229 per la quale risulta disponibile un Proof of Concept (PoC) in rete.

Risolta vulnerabilità in Docker Desktop

12 Ottobre 2026 ore 10:20
Aggiornamenti di sicurezza risolvono una vulnerabilità con gravità “alta” in Docker Desktop per Windows, applicazione per eseguire e gestire container Docker sui sistemi Windows. Tale vulnerabilità potrebbe consentire a un attaccante di eseguire codice arbitrario con privilegi elevati sui sistemi interessati.

How China harnesses AI microdramas to shape public opinion at home and abroad

Beijing is rapidly scaling up the use of artificial intelligence (AI) to produce short-form videos and microdramas in its publicity campaigns, aligning with directives stressing technology’s role in strengthening ideological work and guiding public opinion. In contrast to sensational tropes dominating AI content across Chinese media platforms – such as Cinderella romance, rebirth for revenge and post-apocalyptic survival – a new wave of AI-generated miniseries weaves Chinese culture, policies...

80° Anniversario di ARI-La Spezia

12 Ottobre 2026 ore 09:17


ARI Sezione di La Spezia, in occasione dell'80° Anniversario della propria fondazione (1946–2026), indice una giornata radiofonica commemorativa aperta a tutti i radioamatori del mondo e agli ascoltatori SWL. 

L'evento si svolgerà esclusivamente nelle giornate 16, 17 e 18 Ottobre nelle seguenti modalità:

  • Sabato 17 Ottobre 2026 Stazione Speciale II1PM dalle ore 08:30 alle ore 21:00 locali (06:30 – 19:00 UTC)
  • Stazione di Sezione  IQ1SP attiva contemporaneamente dalle stazioni domestiche dei singoli Soci della Sezione spezzina, tutte e tre le giornate

Per scaricare il regolamento completo in PDF cliccare QUI

Lampi radio veloci: record di distanza

12 Ottobre 2026 ore 09:00
Quando i lampi radio veloci o fast radio burst (FBR) si palesano, lo fanno senza preavviso: questi impulsi radio transitori, brevissimi e ad altissima energia, possono presentarsi da qualunque regione dello Spazio e sono difficili da intercettare. Ora il lavoro congiunto del radiotelescopio MeerKAT, in Sudafrica, e del James Webb Space Telescope, ha permesso di scoprire il fast radio burst che ha viaggiato più di tutti per arrivare fino a noi: il lampo, denominato FRB 20240304B, è stato originato quando l'Universo aveva solo 3 miliardi di anni e ne ha percorsi altri 10 per raggiungerci, attraversando l'80% della storia cosmica. Come spiegato in uno studio su Science, qualunque sia la fonte che ha generato questo specifico fenomeno, il record di distanza è la conferma di quanto a lungo possano viaggiare i fast radio burst, e di come possano essere utili per sondare le regioni di Spazio che attraversano.. Prodotto quando il Sole non c'era ancora. Il radiotelescopio MeerKAT ha rilevato il lampo radio veloce, mentre il James Webb è servito per individuare la galassia da cui proveniva, una galassia giovane, molto piccola e in fase di formazione stellare, con pochi metalli intorno, che sforna nuove stelle a velocità molto elevate. Lo spostamento verso il rosso (redshift) della luce della galassia, cioè lo stiramento delle sue lunghezza d'onda di luce causato dall'espansione dell'Universo, ha consentito poi di calcolare la distanza di questa sorgente. «La luce ha lasciato la sua sorgente molto prima che esistessero la Terra o persino il Sistema Solare. La Terra e il Sistema Solare si sono formati solo circa 4,5 miliardi di anni fa, quindi quando questa esplosione ha iniziato il suo viaggio, non c'erano la Terra, il Sole e la vita umana. Di fatto, l'Universo stesso aveva solo pochi miliardi di anni» ha spiegato Themiya Nanayakkara, astrofisica dell'Università di Sydney autrice dello studio. Il fast radio burst appena individuato è il più distante di cui si abbia conoscenza tra gli oltre 10.000 rilevati dal 2007 ad oggi.. Il mistero sulla fonte. Alcuni fast radio burst potrebbero essere emessi dalle magnetar, stelle di neutroni con un potentissimo campo magnetico, altri ancora da fusione di stelle di neutroni o buchi neri. Qualunque sia il fenomeno che ha originato questo segnale, bisognerà capire se si tratti di un lampo isolato o se sarà un fast radio burst ricorrente, come altri in passato. La scoperta sembra comunque suggerire che eventi di questo tipo potrebbero essere stati molto comuni nell'Universo distante..

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Lampi radio veloci: record di distanza

Dividere il letto con i cani non fa dormire peggio

12 Ottobre 2026 ore 05:00
È uno dei grandi dilemmi dei proprietari di cani: farli salire sul letto a dormire con noi oppure no? Attenzione però: qui non parliamo delle (ottime) ragioni igieniche per cui è sconsigliabile condividere le lenzuola con un cane. Lo studio pubblicato su PLOS One del quale vi parliamo si concentra infatti su un altro aspetto controverso del dormire con i cani: il fatto che, anche quando sono addormentati, sono tutto tranne che immobili e silenziosi. E quindi: mettersi il cane nel letto rovina il sonno? Lo studio condotto da due università canadesi, a sorpresa, suggerisce di no.. Chi sveglia chi? Come sempre quando si parla di studi sugli animali domestici, vale la pena segnalare le dimensioni del campione analizzato prima di generalizzare troppo i risultati. Il team delle università di Toronto e di Mississauga ha coinvolto nello studio 25 umani e i loro 38 cani (non chiedeteci distribuiti come), e li ha monitorati per un periodo di un mese, usando i classici activity monitor da polso (o da collare, nel caso dei cani) che misurano la qualità del sonno e tracciano i movimenti notturni di chi li indossa.. I risultati ottenuti in questo modo ribaltano almeno in parte quello che pensavamo sul rapporto notturno tra uomini e cani. Innanzitutto, non è vero che questi ultimi disturbano il sonno: anche quando la mattina dopo gli umani riportavano una qualche forma di disagio, il loro monitor da polso mostrava al contrario un sonno più o meno regolare. "Più o meno" perché è vero che, in molti casi, gli strumenti hanno rilevato una qualche forma di attività notturna; ma nella maggior parte di questi casi erano gli umani i primi a muoversi, disturbando il sonno dei cani, e non viceversa.. Ma quindi, ci disturbano o no? Questo non significa ovviamente che i cani siano angeli silenziosi e siamo sempre noi a disturbarli; lo studio però ridimensiona l'impatto che i cani hanno sul nostro sonno, e al contrario dimostra che noi umani sappiamo essere fastidiosi. Gli autori stessi segnalano comunque che lo studio è stato condotto su un campione limitato, e senza l'uso di un gruppo di controllo (cioè umani che dormivano senza cani): come sempre in questi casi, lo studio conclude affermando che ci sarà bisogno di altri studi per capire meglio la questione.. Rimane il fatto che, per quanto parziali, questi risultati sembrano smentire altri studi precedenti sull'argomento, per esempio questo del 2024 che sostiene che dormire con i cani rovina il sonno (mentre i gatti non creano problemi). D'altra parte, che la questione sia controversa lo dimostra la presenza di studi di segno opposto, per esempio questo uscito quest'anno e che sostiene che, almeno negli adulti, dormire con i cani fa bene alla salute mentale. Insomma: al momento non abbiamo una risposta definitiva, per cui decidete voi se far salire il vostro cane sul letto oppure farlo dormire nella sua cuccia..

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Dividere il letto con i cani non fa dormire peggio

Google Gemini e i limiti gratuiti: cosa cambia davvero per te?

12 Ottobre 2026 ore 09:57
Google Gemini e i limiti gratuiti: cosa cambia davvero per te?

I limiti gratuiti di Google Gemini stanno per cambiare. Se utilizzi l'intelligenza artificiale di Google, questa è una notizia che ti riguarda da vicino.

Recentemente, l'azienda ha introdotto una novità significativa per la versione gratuita del suo chatbot AI: una modalità automatica. Questo sistema gestisce i modelli linguistici in base alla complessità delle tue richieste.

Ma cosa significa in pratica? Scopriamolo insieme.

Cos'è la nuova modalità automatica di Gemini?

Fino a oggi, la versione gratuita di Gemini si affidava principalmente al modello Gemini 1.0 Pro. Ora, il sistema diventa più intelligente. Google ha implementato una modalità automatica che agisce come un direttore d'orchestra per l'intelligenza artificiale. In pratica, Gemini analizza la tua domanda (il "prompt") e decide in autonomia quale modello utilizzare. Per richieste semplici, come chiedere una ricetta o il riassunto di un breve testo, potrebbe usare un modello più piccolo e scattante. Se invece la tua richiesta è più complessa, come scrivere codice o analizzare un dataset, attiverà il più potente Gemini 1.0 Pro. L'obiettivo è offrirti sempre la risposta migliore, bilanciando prestazioni e risorse.

Quali sono i veri limiti gratuiti per Google Gemini?

Con questa novità, arrivano anche limitazioni più chiare sull'uso del servizio. Sebbene Google non abbia fornito numeri precisi, ha confermato che la versione gratuita avrà dei limiti di utilizzo giornalieri e, potenzialmente, orari. Questo non significa che il servizio diventi inutile. Significa che è pensato per un uso "normale" e non per sessioni di lavoro estremamente intense. Puoi imparare a fruttare al meglio questa AI, anche con le nuove limitazioni, leggendo il nostro approfondimento.

Questi limiti gestiscono l'enorme carico sui server e garantiscono un'esperienza fluida a tutti. Se dovessi raggiungere la soglia, Gemini ti avviserà, invitandoti a riprovare più tardi.

I limiti gratuiti di Google Gemini nel dettaglio

Cosa succede quando si parla di limiti nella versione gratuita di Gemini? Ecco i punti chiave da tenere a mente:

  • Limiti sull'intensità: non si tratta di un blocco su determinate funzioni, ma sulla quantità di richieste che puoi fare in un dato arco di tempo.
  • Limiti dinamici: le soglie non sono fisse. Potrebbero variare in base al traffico generale sulla piattaforma per mantenere il servizio stabile e performante.
  • Nessuna sorpresa: se raggiungi il limite, un messaggio ti informerà della situazione senza bloccarti all'improvviso.
  • L'alternativa a pagamento: per chi necessita di più potenza senza limiti, la soluzione è Gemini Advanced. Offre accesso al modello Ultra 1.0 e una capacità di elaborazione superiore.

Cosa significa per l'utente medio?

Per la maggior parte delle attività quotidiane, probabilmente noterai pochi cambiamenti. Infatti se usi Gemini per scrivere email, fare brainstorming o chiedere informazioni, l'esperienza resterà ottima e gratuita. La modalità automatica potrebbe persino renderla più veloce per le domande semplici.

I limiti si faranno sentire soprattutto per gli "heavy user": sviluppatori, scrittori che generano lunghi testi o ricercatori. Per loro, le conversazioni lunghe e le sessioni di lavoro intense potrebbero essere interrotte, spingendoli a considerare l'upgrade a Gemini Advanced.

Gemini gratuito è ancora valido?

La risposta è un deciso sì. Gemini gratuito non solo rimane uno strumento potentissimo, ma con la nuova modalità automatica diventa anche più efficiente. Google sta semplicemente tracciando una linea più netta tra un uso occasionale e quello professionale intensivo. Quindi, non preoccuparti. Continua a esplorare le potenzialità di Gemini, con la consapevolezza che i suoi limiti sono pensati per garantire un servizio equo e accessibile a milioni di persone.

L'articolo Google Gemini e i limiti gratuiti: cosa cambia davvero per te? proviene da sicurezza.net.

Il concetto di malattia nei millenni

12 Ottobre 2026 ore 09:55
Nell’antica Grecia, il termine nósos indicava la malattia come un'entità oggettiva, spesso inviata dagli dèi come punizione.Nella cultura ebraica antica il termine nega significava “piaga” o “tocco”, ed esprimeva l'idea di un contatto diretto della mano di Dio, spesso legato a una colpa morale o a una necessaria purificazione.Mentre nella tradizione latina la parola "malattia" ...continua a leggere "Il concetto di malattia nei millenni"

Morbo di Crohn

12 Ottobre 2026 ore 09:53
Arriva Mirikizumab, il nuovo pacco farmacologico firmato Eli Lilly per il morbo di Crohn, una patologia infiammatoria cronica e progressiva del tratto intestinale che da noi in Italia colpisce circa 100mila persone.La nuova sbobba chimica è un cosiddetto "farmaco biologico" che stranamente costa molto più dell'oro.Il prezzo per un flaconcino da 15 ml, infatti, è ...continua a leggere "Morbo di Crohn"

tornata la "nostra" smart: due posti, 2,75 metri a meno di 20 mila euro - VIDEO

12 Ottobre 2026 ore 10:02
Metro alla mano fanno 2,75 metri: è tornata la smart, quella vera. Dopo aver diversificato con la #1, la #3 e, più recentemente, la #5 e la #6, ritoccando modello dopo modello il record di dimensioni di una smart, il marchio nato dall'incontro tra Swatch e Daimler, oggi un affare sino-tedesco frutto della joint venture paritetica tra Geely e Mercedes, torna a fare ciò che l'ha reso famoso: la citycar compatta a due posti. Svelata al Salone di Parigi, ordinabile dal 13 ottobre ma in vetrina solo a partire dalla prossima estate inoltrata, con prezzi simbolicamente sotto quota 20 mila euro, la Smart #2 rispolvera la formula della due posti tascabile. A propulsione rigorosamente elettrica. Dimensioni e bagagliaio: compatta fuori, più matura dentro Un pochino più corta della concept che l'ha anticipata a Pechino e qualche centimetro più lunga della precedente generazione, la smart #2 raccoglie il testimone del modello uscito di produzione nel 2024. Corta, sì, ma bella larga (1,94 metri specchietti inclusi): più che dai numeri lo si nota guardando la sua base quasi cubica, che va restringendosi dalla cintola in su. Con le ruote ancora una volta spinte agli angoli, sbalzi quasi impercettibili e una silhouette slanciata grazie a un vecchio trucco da designer, quello stacco cromatico sul montante posteriore che genera l'effetto di un tetto sospeso, la smart #2 riesce a disegnare un profilo da coupé.Lo stile rimane giocoso, fatto di superfici tondeggianti. Il muso schiacciato è dominato da una grande griglia a nido d'ape. Tra i dettagli di design spiccano le luci posteriori con un disegno vagamente a ogiva che, osservandole bene, richiamano la forma del logo Smart. Estrosi anche i cerchi, da 15 pollici sulla versione base e da 16 pollici sugli altri allestimenti. L'apertura posteriore, come alle origini, mantiene la ribaltina con il lunotto che si solleva. Si accede così a un bagagliaio più grande rispetto al passato, da 305 litri. Interni: stile originale, pochi pulsanti, tanta tecnologia La sua storia, ancora prima di qualsiasi Centro Stile, vieta a una smart di essere banale. Per la #2 la missione è compiuta soprattutto nell'abitacolo dove nessun elemento, dalle maniglie alle bocchette passando per i sedili e le tasche nelle portiere, risulta anonimo.La plancia ha un andamento a "S" e le sedute sono disposte in modo da formare quasi una panca: si può scorrere senza ostacoli da un sedile all'altro, senza consolle centrale, e lo spazio a bordo è abbondante soprattutto in larghezza. Piace anche la qualità percepita dei rivestimenti proposti dalla versione Premium dell'esemplare che abbiamo visionato a porte chiuse prima del debutto di Parigi. Il ponte di comando schiera una strumentazione digitale da 8,8", mentre al centro della plancia si staglia un infotainment da 10,1".Avara di bottoni,  la nuova smart è invece molto ben equipaggiata sul fronte degli Adas. L'assistenza alla guida di livello 2 è di serie su tutta la gamma grazie alla presenza del cruise control adattivo con funzione Stop&Go, del mantenimento di corsia, del monitoraggio dell'angolo cieco, del riconoscimento dei segnali stradali, oltre ai sensori di parcheggio e alla telecamera posteriore.Sul fronte della sicurezza passiva sono presenti sette airbag. Tecnica e motori: trazione posteriore e schema raffinato Il nucleo della Smart è ancora la cellula Tridion: una struttura realizzata per il 78% con acciai altoresistenziali, ulteriormente evoluta su questo nuovo modello, che sotto alcuni aspetti tecnici risulta più raffinato delle aspettative.La Smart #2 utilizza infatti sospensioni posteriori multilink a cinque bracci, una soluzione che migliora l'assorbimento delle asperità e offre una dinamica di guida più evoluta rispetto ai tradizionali schemi a ponte torcente.Alla base c'è la piattaforma ECA (Electric Compact Architecture) del gruppo Geely. Destinata esclusivamente all'elettrico, adotta una batteria LFP da 35,8 kWh fornita da Catl. Il motore elettrico, unico per tutta la gamma, sviluppa 60 kW (82 CV) e una coppia massima di 130 Nm.La trazione posteriore resta un elemento distintivo della vettura. Quanto alle prestazioni, lo scatto da 0 a 100 km/h avviene in 11,6 secondi, mentre la velocità massima è limitata a 140 km/h. Valori adeguati per l'utilizzo urbano ma anche per gli spostamenti extraurbani. Autonomia e ricarica: fino a 290 km e funzione Vehicle-to-Load Parlando di autonomia, secondo i dati preliminari dichiarati dalla Casa, la smart #2 può percorrere fino a 290 km nel ciclo WLTP. Un valore ancora in fase di omologazione.La ricarica in corrente continua è disponibile su tutta la gamma, con una potenza massima di 65 kW.Per quanto riguarda la ricarica in corrente alternata, la potenza varia in funzione dell'allestimento. La versione Pure, quella d'accesso, si ferma a 7,4 kW, mentre dalla Pure+ in su è previsto il caricatore da 11 kW.Su tutte le versioni è presente la funzione Vehicle-to-Load (V2L), che permette di alimentare dispositivi esterni utilizzando l'energia accumulata nella batteria di trazione. Allestimenti: quattro versioni e una serie limitata La gamma della smart #2 si articola in quattro versioni. La Pure include di serie gli Adas di livello 2 e i gruppi ottici Full LED. La Pure+ aggiunge soprattutto la ricarica AC da 11 kW e alcuni contenuti di comfort, come il sedile guida riscaldato.Salendo troviamo la Premium, che offre anche tetto panoramico, sedili in pelle sintetica, volante riscaldato, illuminazione ambientale a 256 colori e impianto audio Sennheiser con sette altoparlanti. Al vertice della gamma si posiziona la Couture Edition, una serie limitata contraddistinta dalla livrea Atelier White Matte, dettagli dorati, cerchi dedicati e dalla targhetta numerata "1 of 999", come gli esemplari complessivamente previsti. Prezzi: si parte da meno di 20.000 euro Costruita negli stabilimenti Geely di Xi'an, la smart #2 arriverà sul mercato a partire dalla tarda estate 2027.I prezzi partono simbolicamente sotto quota 20 mila euro. Il listino apre a 19.990 euro per la Pure, sale a 20.990 euro per la Pure+ e raggiunge 24.490 euro per la Premium. La serie speciale, infine, Couture Edition si posiziona al vertice dell'offerta a 25.690 euro.

Le delegazioni ACI puntano sulla mobilità più efficiente

12 Ottobre 2026 ore 09:30
La sospensione del bollo auto 2027, l'esame che porta al conseguimento della patente, l'importanza della formazione di chi si interfaccia coi cittadini alla ricerca di informazioni: sono i temi trattati sabato scorso a Milano durante la 46esima assemblea nazionale dell'Andac, l'Associazione nazionale dei delegati degli Automobile Club. Presenti, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, il presidente ACI Geronimo La Russa, e quello dell'Andac stesso Daniele Rondinelli.In una società sempre più digitalizzata - hanno sostenuto Salvini e La Russa - il presidio del territorio da parte di tutti i delegati degli Automobile Club risulta fondamentale, soprattutto per quelle persone che non hanno propensione e dimestichezza con le nuove tecnologie.

L'attacco a Riyadh mette in crisi Washington: le richieste dell'Arabia Saudita e i dubbi di Trump

 

In seguito al recente attacco condotto dagli Houthi, in risposta ai ripetuti attacchi sauditi contro i civili, contro l'aeroporto di Riyadh — che ha provocato oltre una decina di morti e più di 300 feriti — gli Stati Uniti si trovano di fronte a un complesso dilemma strategico. Come riporta Bloomberg, Washington deve decidere se ampliare il proprio supporto militare all'Arabia Saudita, rischiando un coinvolgimento diretto nel conflitto, o mantenere il sostegno attuale limitato allo scambio di informazioni di intelligence.

Tra le 12 vittime dell'attentato del 10 ottobre figura anche un cittadino statunitense. Il decesso dell'americano incrementa la pressione sul presidente Donald Trump, che tenta di evitare una nuova escalation militare con l'Iran alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre. Washington, che finora si è limitata alla collaborazione informativa, aveva già condotto imponenti raid aerei contro il gruppo prima di raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Interpellato su un eventuale ritorno alle operazioni aeree congiunte, Trump ha dichiarato: "È possibile, ci penseremo".

Secondo quanto riferito a Bloomberg da William Usher, ex analista della CIA per il Medio Oriente, Riyadh chiederà attacchi diretti statunitensi contro le postazioni Houthi, l'invio di nuove risorse per la difesa aerea, un incremento del flusso di intelligence e un forte sostegno politico per intensificare la campagna militare in Yemen.

Tuttavia, prevenire ulteriori incursioni resta una sfida complessa: nonostante gli anni di raid aerei condotti dalle coalizioni americana e saudita, il gruppo Houthi conserva una disponibilità significativa di droni e missili balistici a lungo raggio in grado di colpire la capitale saudita. L'impennata delle tensioni mette a dura prova anche gli equilibri diplomatici di Turchia e Pakistan, che ad agosto hanno siglato un accordo di difesa con il regno saudita, sebbene Ankara abbia già escluso la propria partecipazione a operazioni di tipo offensivo.

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Risolte vulnerabilità in SmarterMail

12 Ottobre 2026 ore 09:07
Rilevate 3 nuove vulnerabilità, di cui 2 con gravità “alta”, in Smarter Mail, piattaforma di collaborazione web sviluppata da SmarterTools. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire a un attaccante remoto autenticato di elevare i propri privilegi e di eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati.

Teheran boccia la risposta di Washington sullo Stretto di Hormuz

 

Gli Stati Uniti hanno accettato soltanto alcune delle sette condizioni stabilite dall'Iran, ma Teheran considera la risposta di Washington "inadeguata". A dichiararlo domenica, attraverso un post su X, è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni poste dall'Iran, ma riteniamo la loro risposta INADEGUATA", ha scritto Rezaei. "La diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà alcun ritorno allo status quo precedente."

The U.S. has agreed to some of Iran’s seven conditions, but we consider its response INADEQUATE. Iranian diplomacy has changed and there will be no return to the status quo ante.

— ???? ????? (@ir_rezaee) October 11, 2026

In un secondo intervento, Rezaei ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo Stretto di Hormuz, accusando apertamente Washington di ricorrere al contrabbando: "Ora che la flotta statunitense non è riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, si è data al contrabbando. L'esercito americano non era mai caduto così in basso!"

L'Iran aveva presentato una proposta articolata in sette punti durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, offrendosi di riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare il regolare traffico marittimo entro sette giorni, a patto che tutte le richieste venissero accolte. La replica degli Stati Uniti è giunta successivamente attraverso la mediazione del Qatar.

Rabbia Netanyahu contro NAZA: chiesti processi per i soldati

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un'indagine sui partecipanti al documentario NAZA, nel quale alcuni soldati israeliani descrivono di aver compiuto massacri di civili a Gaza.

In un post pubblicato su X, Netanyahu ha definito il film una "trama falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele" e le sue forze armate, aggiungendo che l'opera reca un grave danno alla reputazione internazionale del Paese.

Per questo motivo, il premier ha chiesto al capo delle forze armate, al servizio di sicurezza Shin Bet e al procuratore generale di avviare un'indagine approfondita nei confronti di tutti i partecipanti, chiedendo di portarli a processo per gravi reati di sicurezza informatica, diffamazione e lesione degli interessi politici e di sicurezza di Israele.

NAZA, acronimo ebraico che sta per "danni collaterali", sostiene che Israele abbia impiegato sistemi tecnologici avanzati — inclusi alcuni gestiti dall'intelligenza artificiale — per rintracciare ed eliminare presunti combattenti, conducendo attacchi con la consapevolezza che avrebbero causato la morte di un numero elevato di civili.

Araghchi: L'Iran è pronto a contribuire al dialogo tra l'Arabia Saudita e gli Houthi

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, per discutere degli ultimi sviluppi nella regione mediorientale, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim.

Nel corso della telefonata, il capo della diplomazia di Teheran ha espresso forte preoccupazione per l'escalation delle tensioni, sottolineando che insistere su una linea militare e ignorare la via diplomatica non farà altro che complicare ulteriormente lo scenario attuale. Araghchi ha ribadito che le crisi nell'area non possono avere una risposta di tipo militare e ha assicurato che l'Iran è pronto a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo tra l'Arabia Saudita e il movimento Houthi, favorendo il raggiungimento di un accordo.

La conversazione è avvenuta a seguito dell'intensificarsi delle azioni militari da parte del movimento Houthi, che ha fornito dettagli sulle recenti operazioni di rappresaglia condotte contro il territorio saudita. Attraverso una nota ufficiale, le forze armate Houthi hanno dichiarato di aver portato a termine quattro operazioni di precisione nelle ultime 24 ore mediante l'uso di missili balistici, da crociera e droni, confermando l'intenzione di proseguire e intensificare gli attacchi in risposta alle aggressioni subite.

Un anno dal piano Usa: Israele espande il controllo e riprende i blitz a Gaza

 

In concomitanza con il primo anniversario del cessate il fuoco promosso dall'amministrazione statunitense, le forze armate israeliane hanno ampliato la propria presenza nella Striscia di Gaza, intensificando le operazioni e i bombardamenti in diverse aree del territorio. Dall'entrata in vigore dell'accordo nell'ottobre 2025, le autorità sanitarie locali registrano quasi 1.500 vittime palestinesi.

???????? GAZA CITY: FOOTAGE SHOWS DESTRUCTION FOLLOWING ISRAELI AIRSTRIKES — Footage circulating online reportedly shows damage to buildings and infrastructure following Israeli airstrikes on Gaza City. * Continued destruction threatens civilian lives and complicates reconstruction, underscoring the urgent need for a lasting ceasefire and humanitarian access.

— ???????????????????????????????? ???????????????????? (@SprinterPress) October 11, 2026

Secondo quanto riferito dal quotidiano Arab48, l'esercito ha esteso la propria area di controllo a est di Gaza City, avanzando nel quartiere di Shujaiya e spostando verso ovest i blocchi di cemento che delimitano la cosiddetta "Linea Gialla". L'operazione ha portato sotto il controllo militare nuove abitazioni, costringendo decine di famiglie a fuggire. Durante la notte, i veicoli militari hanno superato le precedenti posizioni sotto la copertura dell'artiglieria e dei droni. I residenti hanno riscontrato il posizionamento dei nuovi sbarramenti a ridosso delle aree abitate, mentre i bombardamenti hanno colpito abitazioni e tende di sfollati, causando diversi feriti.

Israel has pushed the so-called “Yellow Line” westward beyond the Shuja'iyya neighborhood in eastern Gaza City, bringing it to within just 10 metres away from Salah al-Din Street, Gaza's main north-south road Palestinian families have begun fleeing the area after their homes were brought within the expanded military-controlled zone, further restricting civilians' access to their homes and land.

— Quds News Network (@QudsNen) October 11, 2026

Con questi ultimi avanzamenti, le stime indicano che Israele controlla una quota compresa tra il 63% e oltre il 70% della Striscia di Gaza. Le incursioni e i raid aerei delle ultime ore sono stati confermati anche dal Quds News Network, che ha segnalato distruzioni nei quartieri di Rimal e Shujaiya a Gaza City, oltre che a Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia.

Il Ministero della Salute di Gaza ha comunicato che nelle ultime 24 ore si contano 7 morti e 28 feriti, portando il bilancio complessivo delle vittime dall'inizio del conflitto a oltre 74.300. Esperti e riviste mediche internazionali sottolineano tuttavia che, a causa della compromissione del sistema sanitario e delle migliaia di dispersi sotto le macerie, il bilancio reale potrebbe risultare sensibilmente superiore.

Sul piano umanitario, l'ingresso dei soccorsi nella Striscia rimane fortemente limitato, con restrizioni che colpiscono anche la fornitura di dispositivi medici essenziali. Parallelamente, fonti di stampa indicano che le forze israeliane stanno completando la realizzazione di una trincea infrastrutturale all'interno del territorio, mentre la "Linea Gialla" — originariamente concepita come perimetro temporaneo di ritiro — viene progressivamente consolidata con postazioni permanenti.

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Basta SUV: Renault riscopre la formula della Espace - VIDEO

12 Ottobre 2026 ore 13:25
Stufi di SUV e crossover? A quanto pare lo è anche Renault, che torna alle proprie radici guardando al futuro. Al Salone di Parigi 2026, la Casa della Losanga ha svelato la Renault E-Space Concept, uno studio di design che reinterpreta in chiave elettrica l'eredità dell'iconica Renault Espace del 1984, riaprendo il filone delle celebri voitures à vivre. E chissà che questo modello iconico della Régie, oggi proposto sotto forma di sport utility, non possa nei prossimi anni tornare alle origini. Dimensioni e stile: un omaggio alla prima Espace Le proporzioni richiamano quelle della prima versione della monovolume francese, quella più squadrata, pur adattate a un linguaggio stilistico contemporaneo, caratterizzato da sbalzi corti e ruote enormi da 23 pollici, pensate per enfatizzare la presenza su strada. La carrozzeria misura 4,70 metri in lunghezza, 2,02 metri in larghezza e 1,67 metri in altezza. Il parabrezza che si inserisce nel prosieguo del cofano rimanda, secondo Renault, al "profilo da TGV" della prima Renault Espace del 1984. La lama del paraurti anteriore è mobile e può avvicinarsi al suolo per ottimizzare l'aerodinamica alle alte velocità. Uno "skateboard" nero evidenzia invece la zona tecnica che comprende la batteria e diverse appendici aerodinamiche. L'abitacolo: tanta luce e sedili girevoli Il tratto distintivo del progetto è però l'abitacolo. Renault ha immaginato una sorta di salotto viaggiante completamente vetrato, ispirato all'architettura modernista, con superfici trasparenti che avvolgono i passeggeri e massimizzano la luminosità interna.Le portiere ad apertura controvento introducono in un ambiente arredato con sei sedili singoli, montati su un pianale piatto e capaci di assumere differenti configurazioni. Quelli della seconda fila possono ruotare di 180 gradi per creare una disposizione più conviviale, mentre un tavolo centrale e una console mobile trasformano l'auto in uno spazio pensato per il tempo libero e la socializzazione. Videogiochi e Forza 4 per divertirsi in compagnia Nello specifico, i passeggeri della seconda fila possono usufruire di tavolini in stile "aereo", con display da 12,3 pollici fissati agli schienali delle sedute anteriori. Nella configurazione a quattro posti, i due sedili della seconda fila si piegano completamente fino a formare un grande tavolo per i passeggeri della terza fila che, così facendo, possono guardare i display.Presente anche una console che racchiude un piccolo frigorifero e joypad per i videogiochi, ma anche un gioco da tavolo tradizionale, Forza 4, pensato per favorire la convivialità dei passeggeri. OpenR Panorama: la plancia del futuro secondo Renault La parte più interessante riguarda però la plancia, che introduce alcune novità destinate a debuttare sulle prossime Renault Rafale e Renault Scenic.La new entry si chiama OpenR Panorama e, su questa concept, sostituisce di fatto la plancia tradizionale. Si tratta di un display curvo esteso per tutta la larghezza dell'abitacolo, progettato però senza funzionalità touch dirette. Le funzioni dell'OpenR Panorama vengono gestite tramite due pannelli flessibili tattili che ruotano attorno alla base tubolare sulla quale poggia il volante. Il guidatore può così aumentare o ridurre al minimo le informazioni visualizzate, adattando l'interfaccia alle proprie esigenze.Questa soluzione introduce anche un importante vantaggio progettuale: libera molto spazio davanti al passeggero anteriore, dove Renault ha previsto un originale "mobiletto" portaoggetti ricurvo.Il volante steer-by-wire, cioè privo di collegamenti meccanici diretti, offre inoltre nuove possibilità nella gestione della dinamica di guida. Materiali sostenibili e colori vintage Anche i materiali raccontano la direzione intrapresa dal marchio. Nell'abitacolo trovano spazio lana, paglia lavorata e componenti con quote significative di materie biologiche o rinnovabili, mentre la tradizionale pelle viene abbandonata.Il tutto è accompagnato da una ricca palette di tonalità rosse che richiama alcune delle Renault più iconiche degli anni Settanta.

Tre candidate galassie backsplash per una matricola

12 Ottobre 2026 ore 08:59

È ancora una matricola, ma ha già un palmarès di tutto rispetto, con una pubblicazione su The Astrophysical Journal a suo nome (unico, tra l’altro) e tre galassie che portano il suo cognome, che sono l’oggetto dello studio. Si chiama Julian Shapiro ed è uno studente del corso di astrofisica all’Università della California a Berkeley. Le tre galassie che ha scoperto sono Shapiro Dg I, II e III.

Shapiro Dg I, II e III sono tre galassie nane, ovvero sistemi galattici di piccole dimensioni e con una quantità relativamente ridotta di stelle, gas e materia oscura rispetto alle galassie più grandi come la Via Lattea.

Immagine composita realizzata utilizzando i dati della Sloan Digital Sky Survey, dell’Hyper Suprime-Cam Legacy e del Canada-France-Hawaii Telescope, che mostra le tre galassie nane scoperte nella ricerca. Crediti: Julian Shapiro

Scovate dal giovane ricercatore nei dati d’archivio ottenuti dalla Hyper Suprime-Cam (Hsc), una potente fotocamera installata sul telescopio Subaru e dal Canada–France–Hawaii Telescope, le tre galassie sono isolate, si trovano cioè lontane da altre galassie, e hanno smesso di formare attivamente nuove stelle. Un comportamento, quest’ultimo, che ha attirato l’attenzione del ricercatore.

In genere, infatti, le galassie nane isolate conservano una quantità sufficiente di materia prima per formare nuove stelle. Al contrario di quelle che si trovano in ambienti densi o nelle vicinanze di galassie più massicce, che tendono a esaurire la propria attività di formazione stellare, anche a causa delle interazioni gravitazionali e idrodinamiche con l’ambiente, che possono sottrarre loro il gas freddo necessario. Le tre galassie nane individuate da Shapiro (una delle quali, Dg-1, identificata indipendentemente anche da un altro gruppo di ricerca, nell’ambito del progetto Id-Mage) rappresentano in questo senso un enigma.

«Le galassie nane esistono sia come galassie isolate sia come satelliti di galassie più grandi, come la nostra Via Lattea», spiega Shapiro. «Nel caso delle galassie isolate, ci si aspetta che in questi sistemi galattici la formazione stellare sia ancora attiva, poiché non ci sono galassie più grandi nelle vicinanze che possano privarle del gas necessario a formare nuove stelle. Le galassie che ho scoperto, però, fanno eccezione».

Shapiro Dg I, II e III, infatti, pur trovandosi isolate, sono quiescenti, sembrano cioè aver perso la capacità di formare nuove stelle. Come spiegare questa anomalia? Secondo Shapiro, una soluzione al dilemma c’è e chiama in causa le cosiddette galassie backsplash. «Nel mio articolo suggerisco che le tre galassie potrebbero essere tra le prime candidate galassie backsplash a essere identificate e risolte, ovvero galassie che in passato sono transitate vicino a una grande galassia, perdendo il proprio gas a causa della pressione esercitata da quest’ultima, per poi essere espulse nuovamente verso l’esterno».

Più in dettaglio, secondo Shapiro, le tre galassie potrebbero essere passate in precedenza sotto l’influenza gravitazionale di Messier 101, chiamata anche galassia Girandola (Pinwheel galaxy). Durante questo passaggio, le galassie sarebbero state private del gas necessario a formare nuove stelle, prima di essere poi espulse verso regioni più remote dello spazio. Esclusivamente per Shapiro dg II esisterebbe anche uno scenario alternativo: la sua posizione è sufficientemente vicina alla galassia a spirale Ngc 5585 da rendere possibile che si tratti di una debole galassia satellite, anziché una galassia backsplash, dice Shapiro.

Per determinare dove fosse più probabile trovare galassie nane backsplash nelle vicinanze di una galassia simile alla Via Lattea e in quali condizioni queste galassie potessero essere individuate nei dati d’archivio dei telescopi, Shapiro si è avvalso di sofisticate simulazioni idrodinamiche. Una parte consistente della ricerca è stata inoltre dedicata alla stima delle distanze, fondamentale per stabilire se le tre galassie fossero davvero isolate.

Il giovane ricercatore, autore della scoperta delle tre galassie nane oggetto dello studio, Julian Shapiro

«Costruire le conoscenze di base necessarie per individuare queste galassie, sviluppare il codice per la modellizzazione e l’analisi e confrontare i risultati con il nostro modello cosmologico è stata una sfida», racconta Shapiro. «Sono stato fortunato perché molti dei principali journal del settore sono accessibili gratuitamente: questo mi ha permesso di acquisire le conoscenze e le competenze necessarie».

Shapiro auspica che future osservazioni con telescopi spaziali ad alta risoluzione permettano di determinare con precisione la posizione delle tre galassie ed escludere spiegazioni alternative della loro condizione di galassie quiescenti, mentre il Vera C. Rubin Observatory potrebbe contribuire alla ricerca, individuando numerose altre potenziali galassie backsplash.

Il modello cosmologico standard, la teoria oggi più accreditata per descrivere la struttura dell’universo, prevede che le galassie backsplash siano piuttosto comuni, eppure finora è stato difficile individuarne esempi nell’universo locale. Le tre galassie nane individuate da Shapiro potrebbero offrire nuovi indizi a sostegno del modello, mostrando che i processi che esso prevede possono agire anche in ambienti cosmici meno densi ed estremi. Lo studio rafforza inoltre l’ipotesi secondo cui alcune galassie isolate abbiano perso la capacità di produrre stelle in seguito all’azione di forze esterne, probabilmente durante un precedente passaggio in prossimità di galassie più massicce. Va però sottolineato che si tratta al momento di tre “candidate”: saranno dunque necessarie ulteriori osservazioni per determinarne con maggiore precisione le distanze e la natura.

Shapiro ha condotto gran parte della ricerca quando era ancora alle scuole superiori. Oggi al suo primo semestre alla Uc Berkeley, frequenta i corsi di astrofisica, insieme agli insegnamenti obbligatori di matematica e fisica, con l’obiettivo di conseguire una laurea in questa disciplina.

«Mi piacerebbe che il mio lavoro fosse d’ispirazione per i giovani che desiderano intraprendere una carriera nella ricerca astrofisica», dice Shapiro. «Spesso i programmi scolastici dedicano poco spazio all’astronomia, e per gli studenti può essere difficile trovare un tutor e acquisire esperienza nel campo. Il mio lavoro dimostra che i dati d’archivio provenienti dai telescopi sono uno strumento fondamentale per fare nuove scoperte sulla cosmologia e sull’evoluzione dell’universo, e che anche i giovani astronomi possono contribuire a queste scoperte».

Il Davidson Institute ha riconosciuto il lavoro di Shapiro sulle galassie backsplash nominandolo Davidson Fellow 2026 e assegnandogli un premio in denaro di 25mila dollari. Nel 2025, inoltre, Shapiro aveva ricevuto il National Young Astronomer Award della Astronomical League. E il suo mentore, il professore di astronomia della Berkeley Alex Filippenko, ha elogiato il modo in cui ha condotto la ricerca e analizzato i risultati.

«Julian ha condotto una ricerca di notevole livello quando era ancora alle scuole superiori, un fatto decisamente insolito, che è stato riconosciuto con la prestigiosa Davidson Fellowship», sottolinea Filippenko. «Mi ritengo molto fortunato che abbia scelto la University of California, Berkeley, per i suoi studi universitari in astrofisica e, soprattutto, che abbia deciso di unirsi al mio gruppo di ricerca».

Per saperne di più:

 

16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia

12 Ottobre 2026 ore 08:52

Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato.

In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo».

A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del territorio, degli spazi pubblici e del verde.

Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby.

In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa.

Climate Strike del settembre 2022

Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista.

A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione.

A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile».

Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare.

La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere.

La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022

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Il gasolio di Putin e le priorità di Washington: le sanzioni come variabile dei prezzi

12 Ottobre 2026 ore 08:48

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.

La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.

Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze

Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.

Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.

Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.

Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla

Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.

La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.

Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.

Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.

L’Europa davanti a una garanzia negoziabile

Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.

La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.

In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.

Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.

L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.

I primi frutti di Lightwell, progetto di IBM e Red Hat basato sull’AI: 400 vulnerabilità sanate in librerie Java

12 Ottobre 2026 ore 08:45
Cinque miliardi di dollari, 20.000 ingegneri e una struttura #AI dedicata alla sicurezza del software #opensource: #IBM e #RedHat iniziano a raccogliere i primi frutti di #Lightwell, con oltre 400 vulnerabilità individuate e corrette in librerie Java. Ma il dato più interessante non è soltanto il numero di bug risolti: è il modo in cui l’intelligenza artificiale sta cambiando tempi e modalità della sicurezza software. Ormai è chiaro: per chi deve tenere in piedi le infrastrutture, la pacchia di aspettare è finita.

Approvato lo Stabilicum: giuristi in rivolta contro la "legge truffa"

 

di Michele Blanco

Con il via libera definitivo della Camera dei Deputati, giunto l’8 ottobre 2026, l'Italia assiste a quello che molti definiscono lo strappo istituzionale più violento della sua storia repubblicana. Sotto la denominazione tecnica di "Stabilicum", la maggioranza ha varato una riforma denunciata dai comitati civici e dalla dottrina costituzionale più rigorosa come un vero e proprio "golpe bianco": una legge progettata per smantellare la democrazia parlamentare e sostituirla con un regime plebiscitario.

L'accusa dei giuristi è perentoria: non si tratta di una semplice riforma, ma di un atto eversivo compiuto tramite legge ordinaria per aggirare la Costituzione, disarmare il Quirinale e blindare la maggioranza al potere a tempo indeterminato.

Di fronte a questo radicale cambio di regime, una rete nazionale di costituzionalisti e avvocati ha proclamato la resistenza legale. I dettagli delle impugnazioni per bloccare la norma prima che comprometta lo Stato di diritto saranno illustrati in una conferenza stampa lunedì 12 ottobre, alle ore 13:00, presso la Camera dei Deputati.

I tre pilastri della contestazione

1. Il furto della rappresentanza: un Parlamento di "nominati"

Il meccanismo più discusso dello Stabilicum assegna un premio di maggioranza ipertrofico di 105 parlamentari alla coalizione che raggiunga il 42% dei voti.

  • L'atto d'accusa: La dottrina evidenzia come il testo calpesti i paletti insuperabili fissati dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 1/2014 (sul Porcellum) e n. 35/2017 (sull'Italicum). La Consulta ha già stabilito che è illegittimo trasformare un'esigua minoranza reale in una maggioranza assoluta artificiale. Consentire a chi raccoglie il 42% dei consensi (pari a meno del 20% dei cittadini votanti, considerato l'astensionismo) di assumere il controllo totale delle istituzioni viola l'articolo 48 della Costituzione ("il voto è eguale").

2. L'instaurazione dell'autocrazia: il Premierato che svuota il Quirinale

Inserendo l'indicazione del Capo del Governo direttamente sulla scheda elettorale, lo Stabilicum introduce un premierato di fatto senza passare dalla procedura di revisione costituzionale dell'articolo 138, evitando così il vaglio del referendum popolare.

  • Il crollo dei contrappesi: La critica dei giuristi è radicale: la norma annulla l'equilibrio tra i poteri per accentrare l'autorità nell'esecutivo. Di fatto, l'articolo 92 della Costituzione viene depotenziato: il Presidente della Repubblica perde la facoltà di scegliere il Premier, mentre le Camere vengono private del reale potere di sfiducia, riducendosi a meri organi ratificatori.

3. La farsa delle preferenze: capilista bloccati e penalizzazione delle donne

Mentre la propaganda presenta lo Stabilicum come il ritorno del potere di scelta in mano ai cittadini, la struttura tecnica del testo rivela un sistema oligarchico imperniato sui capilista bloccati.

  • Il sequestro del voto: Il costituzionalista Roberto Zaccaria, alla guida del coordinamento delle impugnazioni, ha annunciato che i ricorsi nei tribunali verranno depositati non appena la legge entrerà in vigore. La presenza dei capilista sottrarrà agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (in contrasto con gli Artt. 3 e 56 Cost.). Inoltre, poiché l'alternanza di genere si applica soltanto alle posizioni subordinate, il meccanismo rischia di ridurre la presenza femminile e garantire l'elezione automatica dei candidati designati dall'alto.

L'ombra della Legge Acerbo e la democrazia sotto assedio

Le analogie tecniche e politiche tra l'impianto dello Stabilicum e le pagine più buie della storia istituzionale italiana appaiono evidenti. Lo stravolgimento della rappresentanza democratico-parlamentare evoca lo spettro della Legge Acerbo del 1923, il dispositivo normativo che aprì la strada al regime fascista.

Anche allora, un esecutivo insofferente ai contrappesi parlamentari utilizzò una legge elettorale ordinaria per ridefinire l'architettura dello Stato. La Legge Acerbo introdusse un maxi-premio di maggioranza (i due terzi dei seggi a chi raggiungeva il 25% dei voti) con l'obiettivo di fabbricare una maggioranza blindata in Aula e cancellare il pluralismo politico.

Oggi i critici denunciano la medesima logica illiberale: assegnare il controllo assoluto del Parlamento a una coalizione minoritaria nel Paese significa alterare lo Stato di Diritto. Per queste ragioni, i ricorsi d'urgenza pronti per i tribunali non rappresentano una semplice controversia burocratica, ma una vera e propria iniziativa di tutela costituzionale. La battaglia legale presentata alla Camera dei Deputati punta a ergersi come ultimo argine a difesa della sovranità popolare e della Repubblica parlamentare.

Diritti umani e il caso Romania: l'Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?

 

di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico

 

Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua ad ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.

Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua ad operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore. Pochi giorni dopo ha affondato la lama nella ferita aperta anche la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, chiedendo all’Eliseo notizie del “giardino incantato” (rif. Joseph Borrell) in cui i diritti umani sono sospesi verso “i propri figli” in piazza. E ovviamente l’Iran non ha potuto non evidenziare, tramite Baqaei, come proprio sui diritti umani nel giro di pochi mesi vi sia stato un cambio repentino di registro a seconda dell’area geografica, ammonendo: “se i diritti umani e il diritto di manifestare sono principi universali, la loro definizione non dovrebbe cambiare in base alla geografia del manifestante”.

Ormai anche la questione liberale dei “diritti formali” viene messa in discussione in Europa con la scusa della “guerra ibrida” e delle pressioni geopolitiche. È sufficiente pensare che Macron stesso è in preda alla paranoia da infiltrazioni filo-russe, avendo condiviso con i leader di partito i timori di una destabilizzazione non più tardi di poche settimane fa. In America invece, se vogliamo è ancora peggio, poiché con Maduro si è proceduto d’imperio, senza alcun artificio retorico che tentasse di giustificare il golpe. E oggi, a ormai dieci mesi di distanza, si rincara la dose.

L’FBI ha infatti fatto sapere di avere un nuovo capo d’accusa per il prigioniero Maduro e consorte Flores: “cospirazione, finalizzata alla tortura”. I processi politici, quando si fanno - come non ha avuto l’onore Khamenei sterminato con parte della progenie - si fanno alla famiglia per “complicità” e sulla base di capi d’accusa variabili, evidentemente. La personalità della responsabilità penale diventa aleatoria, così come è mutevole il capo d’accusa, quando è in corso un’incriminazione politica da parte di un regime e così, la “cospirazione, finalizzata alla tortura” diventa un reato in cui il dolo e la colpa divengono estensibili all’intera cerchia di persone con cui ci si relaziona. Lo si chiami dunque col suo nome: processo politico, non giudiziario. Ebbene, l’Occidente che in questo 2026 si è dedicato ai processi politici sommari, ha il coraggio di ergersi a “maestro”, per non dire a “giudice”, e puntare il dito contro la Repubblica Popolare Cinese per il mancato rispetto della vita umana. Curioso, quantomeno perché il rispetto della vita umana richiederebbe il riconoscimento e il rispetto della pluralità delle forme organizzative delle popolazioni, l’autodeterminazione dei popoli e tutti questi principi di cui l’Occidente continua a infischiarsene in nome del primato della forma di governo liberal-democratica. Una forma che mai come in questo 2026 si sta rivelando una forma nel suo senso letterale, cioè un “aspetto esteriore”.

Al suo interno infatti questa liberal-democrazia contiene dei vulnus che ne inficiano ormai la vita stessa. Su tutti si prenda il caso di quanto sta accadendo in Romania dove, dopo la vittoria del candidato sovranista indipendente C. Georgescu, le elezioni sono state semplicemente annullate additando la motivazione di “manipolazione dei consensi”. Sul fatto che vi sia una magistratura costituzionale che stabilisce quale sia un consenso “manipolato” e uno “integro” nessun “giudice” dei sacri “diritti umani” occidentali ha avuto nulla da eccepire. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha addirittura sottoscritto, dichiarando inammissibile il ricorso di Georgescu. D’altra parte questi “giudici” che amano sproloquiare sulle condizioni politiche altrui, non si sono accorti delle condizioni liberticide di rifugiato in cui ha dovuto vivere tale Julian Assange per il reato di giornalismo, prima di dover abiurare e ritirarsi a vita privata. Così come è stato costretto a fare il Presidente Georgescu in Romania, ma in questo caso non è bastato. Il reato politico evidentemente incide maggiormente, d’altra parte c’era già un filosofo che ricordava ad altri filosofi come il punto oggi sia non più fornire interpretazioni, ma cambiare lo stato di cose presenti. Chi agisce direttamente in politica non basta che abiuri e si ritiri a vita privata, avendo un trascorso di relazioni che influisce ancora sul presente.

Infatti, la repressione contro l’ideologia sovranista in Romania è stata indirizzata contro il leader Georgescu al punto da averlo sottoposto a diverse incriminazioni, fermi e arresti preventivi (sic!) che non si sono fermati nemmeno davanti al suo annuncio di ritiro a vita privata e nemmeno a lui stesso. Come ricordavo prima, la caratteristica di un processo politico è che non vi è più la personalità della responsabilità penale, poiché siamo in presenza di un regime politico che persegue un’idea. E come ricordava curiosamente Medgar Evers, proprio un attivista per i diritti civili ammazzato a fucilate alla schiena da un suprematista nel suo cortile di casa nella Patria dei “diritti civili”, le idee non si fermano arrestando un uomo poiché «si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea». Così si procede direttamente con l’arrestare e l’incriminare la cerchia di persone più vicine o addirittura chi professa la stessa idea. Non è casuale che il principale candidato rumeno dell’opposizione George Simion, che porta avanti l’ipotesi sovranista in quel Paese, dopo aver improvvisamente perso le elezioni al secondo turno nel maggio 2025, abbia lanciato l’allarme negli ultimi giorni riferendo di temere l’arresto (https://georgesimion.ro/stenogramele-bogos-simion-inventate-exclusiv-prezentate-pe-georgesimion-ro/). Il tutto avviene mentre C. Georgescu è stato nuovamente incriminato e arrestato nell’ambito di una recente indagine per una presunta frode (https://www.politico.eu/article/calin-georgescu-detained-romania-fraud-investigation/). E mentre la Romania resta senza Governo da ormai cinque mesi, in uno stallo istituzionale che rivela l’incapacità di governare avendo annullato delle elezioni con una precisa attribuzione di legittimità ad uno schieramento dell’agone politico, destituito a vittoria ottenuta. La pervicacia con cui la magistratura rumena si incaponisce sulla figura dell’ex politico rumeno ha nel frattempo scatenato proteste di popolo in tutta la Romania e la comunità rumena, anche all’estero, facendo scattare la solidarietà verso colui che viene indicato come “il Presidente in carica”. Insomma, atti curiosi accadono in un Occidente che ama ergersi a paladino dei diritti umani e campione di liberal-democrazia, ma solo in casa altrui.

Caitlin Johnstone - Se la verità minaccia Israele, Israele non dovrebbe esistere

 

Caitlin Johnstone*

Israele è talmente malvagio che per gli israeliani è addirittura illegale dire la verità al riguardo.

Benjamin Netanyahu ha appena ordinato all'esercito israeliano, al procuratore generale e all'agenzia di sicurezza Shin Bet di indagare e perseguire i soldati che hanno condiviso anonimamente le loro esperienze nella Striscia di Gaza con il pluripremiato documentario investigativo "NAZA".

Secondo Haaretz, Netanyahu ha accusato i soldati di "gravi reati in materia di sicurezza informatica, diffamazione e danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele", aggiungendo che "sussiste la preoccupazione che coloro che sono coinvolti nel film diffamatorio abbiano commesso gravi reati penali divulgando informazioni altamente classificate e creando una falla nella sicurezza informatica di un'unità di intelligence estremamente sensibile".

Le accuse di "diffamazione" mosse da Netanyahu sono contraddette dalla sua altra accusa di "divulgazione di informazioni altamente riservate". I 24 soldati intervistati per il film vengono processati non perché abbiano mentito su Israele, ma perché hanno detto la verità. Il primo ministro sostiene che la verità arreca "danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele" perché Israele è uno stato che può esistere solo su un fondamento di infinite menzogne.

 
Se Israele considera la verità una minaccia alla sicurezza nazionale, allora Israele non dovrebbe esistere.

“Ciò che può essere distrutto dalla verità, dovrebbe esserlo”. Questa citazione di PC Hodgell si applica certamente a uno stato di apartheid che assassina giornalisti palestinesi , impedisce alla stampa straniera di testimoniare le sue atrocità a Gaza, attacca costantemente gli organi di stampa che denunciano i suoi abusi, spende centinaia di milioni di dollari all'anno in propaganda estera e perseguita i soldati che dicono la verità sui suoi crimini di guerra.

Ciò si applica anche all'impero statunitense, che perseguita i whistleblower, imprigiona i giornalisti per aver denunciato i crimini di guerra degli Stati Uniti, avvolge le proprie azioni in un velo di segretezza governativa, esercita un controllo capillare sul flusso di informazioni attraverso la Silicon Valley e manipola le menti del pubblico utilizzando il sistema di propaganda più sofisticato mai concepito.

Ciò vale anche per le relazioni violente che crollerebbero se la comunità potesse vedere cosa sta succedendo, o se la vittima comprendesse appieno cosa le viene fatto.

Ciò vale anche per i matrimoni in cui uno dei coniugi non è sincero sulla propria identità e sulle proprie attività segrete.

Ciò vale anche per le visioni del mondo che crollerebbero se i fatti contraddittori venissero ascoltati e considerati con coraggio e onestà intellettuale.

Ciò si applica anche alle strutture psicologiche che custodiamo dentro di noi, formatesi quando eravamo troppo piccoli per comprendere i traumi che stavamo vivendo e le abitudini di adattamento disfunzionali che stavamo inconsciamente sviluppando per affrontarli.

Ciò vale anche per l'ego stesso, che si dissolve quando i suoi meccanismi ricevono sufficiente attenzione e chiarezza attraverso una rigorosa autoanalisi.

Netanyahu ha firmato una lettera formale in cui ordina al capo delle Forze di Difesa Israeliane, al capo dello Shin Bet e al Procuratore Generale di avviare un'indagine penale contro tutti coloro che sono coinvolti nel film NAZA. Chiede un'indagine urgente sui soldati (in servizio e congedati dall'Unità 8200) che sono stati...

A tutti i livelli, la disfunzione umana è alimentata dalla menzogna e dissipata dalla verità. Le bugie a cui ci aggrappiamo come individui, come comunità e come società sono ciò che permette alla sofferenza e all'abuso di continuare, a qualsiasi livello li si consideri.

L'obiettivo collettivo dell'umanità è diventare una specie guidata dalla verità, con un rapporto autentico con la realtà, perché se non si affronta la realtà così com'è, non si è in grado di rispondere alle sfide con saggezza ed efficacia. Ci muoviamo in questa direzione smascherando le narrazioni mentali e percependo la realtà così come si manifesta realmente: come individui, come società e come specie.

Di' la verità senza compromessi, costi quel che costi. Che tutto ciò che crollerebbe sotto il peso della menzogna lo faccia il più rapidamente possibile. Che tutto venga rivelato. Affrontiamo la luce sempre più ampia della verità con eroico coraggio.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

Beijing sanctions Paraguayan and Belizean ministers over support for Taiwan

Beijing on Monday sanctioned Paraguayan and Belizean government ministers over the Taiwan issue, after the two nations sealed deals with Taipei in recent months. Gustavo Villate, Paraguay’s minister of information and communication technologies, and Francis Fonseca, Belize’s minister of foreign affairs, foreign trade, education, culture, science and technology, were placed under sanctions from Monday, the foreign ministry said. The measures include freezing their assets within China, prohibiting...

I tre mesi decisivi per Iran, Stati Uniti e Israele

 
di Mehdi Mohammadi*
 
 
Le dinamiche geopolitiche contemporanee indicano che lo scontro tra l'asse dell'egemonia, guidato dagli Stati Uniti, e l'asse della resistenza, incentrato sulla Repubblica Islamica dell'Iran, ha raggiunto un punto di svolta decisivo. In una fase in cui i ripetuti fallimenti della politica estera di Washington in Asia occidentale, l'erosione della deterrenza militare israeliana e il discredito senza precedenti sui diritti umani in seguito alle tragedie umanitarie a Gaza hanno spinto questa coalizione sull'orlo del suo massimo isolamento strategico, il vero campo di battaglia si è spostato dalle trincee fisiche alle menti e alla percezione pubblica. Questo scontro complesso è il riflesso a tutto tondo di una "guerra ibrida e cognitiva": una campagna in cui i media e la psicologia di massa emergono come l'arma suprema per ottenere, sul piano dell'opinione pubblica, ciò che non è stato raggiunto sul campo di battaglia.
Natura e bersagli della guerra cognitiva La guerra cognitiva non si riduce a una mera distorsione delle informazioni o a semplice propaganda mediatica; questo concetto implica la reingegnerizzazione dei sistemi di credenze, la manipolazione della percezione della realtà e l'assoggettamento dei processi decisionali di una società. L'obiettivo primario e strategico di questa campagna a tutto campo è l'opinione pubblica interna iraniana, al fine di indebolire il morale dell'Asse della Resistenza. Il meccanismo operativo di questa guerra si fonda su diverse direttrici:

  • Ripetizione sistematica di falsità: consolidamento di narrazioni fittizie attraverso un bombardamento informativo quotidiano.
  • Discredito strutturale: creazione di un'immagine a tinte fosche, disperata e senza via d'uscita del futuro del Paese, affinché non rimanga alcuna prospettiva luminosa per le giovani generazioni.
  • Occultamento delle vulnerabilità dell'avversario: insabbiamento delle profonde sfide energetiche, dei deficit di bilancio, delle crisi del costo della vita e delle spaccature politiche presenti nei Paesi occidentali.
  • Centralità di figure aggressive e instabili: uso strumentale della retorica e delle minacce di attori come Donald Trump per innalzare il coefficiente di ansia psicologica nel pubblico.
In questo quadro, Trump e le figure dell'estremismo occidentale ricorrono a tattiche teatrali e manovre mediatiche per mascherare le proprie crisi interne e per mero calcolo elettorale. Tuttavia, il punto di massima criticità si raggiunge quando questi bluff politici vengono riprodotti e assimilati all'interno dei confini del Paese bersaglio come analisi inconfutabili, certezze e realtà di fatto.
Gli obiettivi strategici della "cabina di regia" avversaria Washington, Tel Aviv e le reti a loro allineate nella regione e nello spazio virtuale portano avanti un progetto integrato e stratificato:
  1. Erosione della resilienza nazionale: se una società resiste a forti pressioni, il nemico dedicherà ogni sforzo per instillare un senso di stanchezza, fallimento e futilità del sacrificio. Ridurre la tenuta sociale prepara il terreno all'apatia di fronte a possibili colpi successivi.
  2. Attivazione delle fratture sociali e politiche: alimentare costantemente dicotomie, etichettature e trasformare ogni questione culturale, economica o amministrativa in uno scontro logorante interno, per impedire qualsiasi consenso nazionale sugli interessi fondamentali.
  3. Istigazione di comportamenti economici emotivi: trasformare la paura psicologica in effetti tangibili sui mercati; come spingere i cittadini a fuggire dalla valuta locale (il Rial), accumulare oro e valuta estera, e creare ondate di domanda fittizia che, di fatto, auto-avverano l'inflazione attesa.
  4. Demolizione dell'unità tra Stato e nazione nei momenti di crisi: insinuare dubbi sull'integrità delle istituzioni ufficiali affinché, in caso di scontro o evento imprevisto, la spina dorsale della coesione interna subisca un collasso.
Analisi dei modelli operativi e smascheramento delle contraddizioni avversarie Un'attenta analisi delle tattiche mediatiche degli ultimi mesi rivela quanto le affermazioni dell'avversario siano in palese contrasto con le sue azioni sul campo:
  • La palese contraddizione sulla questione dello Stretto di Hormuz e dei flussi energetici: le casse di risonanza mediatiche occidentali sostengono che il transito negli snodi strategici sia tornato alla normalità o che il controllo di sicurezza dell'Iran si sia indebolito. Tuttavia, la realtà economica oggettiva smentisce clamorosamente questa narrazione: se la crisi energetica è risolta e la sicurezza dei flussi petroliferi è garantita, per quale motivo i governi occidentali continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di petrolio? Perché sospendono tasse e accise sull'energia per arginare l'impennata dei costi del carburante? Queste evidenze dimostrano che, dietro la facciata mediatica di tranquillità, si nasconde una profonda angoscia per la morsa energetica.
  • Diffusione di indiscrezioni divisive ed etichettature: nello spazio virtuale circolano ripetutamente notizie false contenenti affermazioni quali "cessione di territorio ai Paesi vicini", "destinazione ingiustificata di risorse vitali oltre confine" o liste fantasma di "elementi traditori". L'obiettivo di questi rumors è infiammare i pregiudizi, scatenare la rabbia popolare e logorare la fiducia pubblica nel sistema; tuttavia, con un minimo di alfabetizzazione mediatica, la loro natura pretestuosa risulta facilmente smascherabile.
  • Teorizzazione del collasso economico: la continua reiterazione dell'imminenza di un tracollo economico non è una semplice analisi statistica, ma un piano offensivo volto a innescare l'instabilità dei mercati. Incoraggiare l'accaparramento dei beni e scatenare la corsa agli sportelli di cambio può infliggere alle fondamenta della vita dei cittadini danni ben più estesi di quelli causati dalle armi convenzionali.
  • Accuse affrettate su incidenti sospetti: l'attribuire immediatamente all'Iran qualsiasi incidente o crisi regionale sospetta (come eventi legati alla navigazione aerea o marittima) rientra nella strategia volta a creare una cortina fumogena e ad amplificare il clima di ansia e allarme sicurezza nel Paese.
L'antidoto cognitivo e le responsabilità della società Di fronte a una campagna di tale ampiezza e complessità, una risposta esclusivamente militare o di sicurezza si rivela insufficiente; la trincea principale di questa difesa viene eretta a livello di consapevolezza individuale e di comportamento collettivo.
  • Interruzione del ciclo di riproduzione dei messaggi tossici: il primo passo razionale per la società è la "disciplina mentale" e il rifiuto di ricondividere le affermazioni delle agenzie di stampa a catena (come i media finanziati da reti ostili o servizi di intelligence). La ripubblicazione di questi contenuti, anche con intenti critici, apre la strada alla normalizzazione e alla visibilità del medesimo quadro percettivo che la cabina di regia avversaria intende imporre.
  • Comprensione delle logiche elettorali e della guerra di parole: l'opinione pubblica deve saper distinguere che le dichiarazioni incendiarie dei vertici della Casa Bianca o delle autorità di Tel Aviv sono destinate prevalentemente al consumo interno, per risollevarsi dalle débâcle politiche e crearsi un vantaggio durante le tornate elettorali (come le elezioni del Congresso USA); non devono pertanto essere assunte come indicatori per le decisioni sui mercati interni.
  • Rafforzamento dell'alfabetizzazione mediatica e del fact-checking: qualsiasi rivendicazione economica o di sicurezza deve essere vagliata con il metro della logica, attraverso fonti attendibili ed evidenze oggettive sul campo, e non in base al sensazionalismo o ai toni drammatici dei messaggi diffusi su canali anonimi.
  • La coesione sociale come scudo strategico: le divergenze di pensiero, le critiche e le insoddisfazioni non devono trasformarsi in strumenti di polarizzazione nelle mani di chi ha come obiettivo l'annientamento del peso geopolitico dell'Iran. La solidarietà nazionale è l'unica garanzia per superare qualsiasi pressione sistemica.
L'attuale scontro, più che basarsi sulla morsa dell'assedio economico o sulle spacconate militari, è una vera e propria "guerra per la conquista delle volontà". Quando una nazione riesce a smascherare l'essenza delle manipolazioni cognitive, a valutare criticamente i messaggi e a impedire che le proprie coordinate mentali vengano dettate dagli strumenti di guerra psicologica dell'avversario, l'efficacia della catena di pressioni esterne si sgretola. Preservare la coesione, la lucidità psicologica e la vigilanza collettiva rappresenta la chiave fondamentale per superare indenni questo cruciale tornante della storia.
 
 
*Analista militare senior in Iran

 

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Khrys’presso du lundi 12 octobre 2026

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Spécial IA

Spécial Israël

  • Israel demolishes properties of Palestinian who saved 30 Israelis on 7 October (middleeasteye.net)

    Yousef Zyadna was praised for rescuing Israelis during the 7 October attacks. Three years later, authorities have demolished properties belonging to him and his family

  • Bardella, l’antisémitisme et Israël (politis.fr)

    En soutenant le président du RN, un ministre israélien nous dit surtout quelle est la nature idéologique du gouvernement Netanyahou. Israël met aujourd’hui en danger les juifs du monde entier. Raison de plus pour ne pas identifier l’antisionisme, critique de la politique coloniale d’Israël, à un antisémitisme, et ne pas sommer les juifs de France à prendre position, dans un sens ou dans l’autre, dans le conflit israélo-palestinien.

Spécial femmes dans le monde

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Spécial France

Le LOL de la semaine

Spécial femmes en France

Spécial médias et pouvoir

RIP

Spécial emmerdeurs irresponsables gérant comme des pieds (et à la néolibérale)

Spécial recul des droits et libertés, violences policières, montée de l’extrême-droite…

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Les articles, commentaires et autres images qui composent ces « Khrys’presso » n’engagent que moi (Khrys).

"Boicotta Bocelli". In Giordania cresce la campagna per il concerto del 27 novembre

 

di Agata Iacono 

 

In Giordania cresce la mobilitazione contro il concerto di Andrea Bocelli previsto il 27 novembre a Petra. Molte associazioni contro il sionismo, tra cui il movimento BDS giordano, chiedono ai cittadini di non acquistare i biglietti e alle autorità di cancellare lo spettacolo, accusando il tenore italiano di un lungo sostegno pubblico a Israele.

Tra gli elementi più contestati si cita la serata di raccolta fondi a Los Angeles, nel dicembre 2010, a favore di un'organizzazione di sostegno ai soldati israeliani, a cui Bocelli partecipò come artista. A questo si aggiungono diversi concerti in Israele e gli incontri con esponenti politici del Paese.
 
A sollecitare l'annullamento dell'evento è il gruppo anti-normalizzazione Et'harrak, che si è rivolto agli organizzatori, la società Friends of Jordan Festivals, in collaborazione con l'ente del turismo giordano, e alle autorità competenti. Nelle ultime ore si è aggiunto un appello congiunto firmato anche dal movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) in Giordania, che esorta i cittadini a non comprare i biglietti e a chiedere la cancellazione del concerto.
 
Secondo gli attivisti, ospitare artisti con legami di lungo corso con Israele equivale a una forma di «normalizzazione culturale» e offre a Israele e ai suoi sostenitori una piattaforma nelle società arabe. L'iniziativa arriva in un clima di forte tensione nel Paese per la guerra a Gaza e per le operazioni militari israeliane nella regione. La Giordania ha visto in questi anni proteste e campagne di boicottaggio rivolte ad aziende, artisti e personalità giudicati vicini a Israele.
 
Il concerto è in programma al Petra Cultural Village, nell'area della celebre città nabatea, ed è inserito nel tour mondiale «Romanza», che celebra i trent'anni di carriera del cantante, oggi sessantottenne. L'iniziativa punta a promuovere la Giordania come meta culturale e di patrimonio storico.
 
È proprio la scelta di Petra a essere al centro delle polemiche. Per BDS Giordania è inaccettabile che uno dei luoghi più iconici del Paese e del mondo arabo diventi la piattaforma di un artista che ha contribuito a raccogliere fondi per l'esercito israeliano.
 
Il principale precedente citato dai promotori della campagna risale al dicembre 2010, quando Bocelli si esibì a Los Angeles in un evento di raccolta fondi per gli Amici delle Forze di difesa israeliane (Friends of the IDF), organizzazione che sostiene i soldati dell'esercito israeliano. La serata, secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, raccolse circa 8,75 milioni di dollari.
 
Bocelli si è esibito più volte in Israele. Nell'ottobre 2008 cantò a Tel Aviv per il decimo anniversario del Centro Peres per la pace, nel giugno 2011 fu protagonista del concerto di chiusura del Festival dell'Opera israeliana a Masada e in quell'occasione incontrò il presidente Shimon Peres. Nel giugno 2022 tornò a Tel Aviv con un concerto allo stadio Bloomfield davanti a oltre ventimila persone.
 
In quel viaggio, riferisce il sito The New Arab, visitò Gerusalemme con la famiglia, compreso il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro, e incontrò l'allora primo ministro Benjamin Netanyahu. Il tenore ha più volte parlato con affetto di Israele nelle interviste, descrivendolo come un luogo che lo ha colpito profondamente.
 
Fonti: 
 
 

Nessun alunno è straniero. Lettera al Presidente della Repubblica e al Ministro dell’Istruzione e del Merito

12 Ottobre 2026 ore 07:27
di Lucia Donat Cattin   Consigli di classe. Scuola, democrazia e società, rubrica a cura di Mimmo Cangiano e Sofia Santosuosso   La lettera che ho scelto di inviare al Presidente della Repubblica e al Ministro dell’Istruzione e del Merito nasce da oltre venticinque anni di insegnamento nella scuola secondaria, dalla mia specializzazione in Italiano …

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Chi rompe e chi paga

12 Ottobre 2026 ore 07:13

A ll’inizio hanno pensato a un terremoto. L’impatto cinetico del cedimento delle pareti strutturali del Langtang Lirung, nel distretto nepalese di Rasuwa, ha scaricato al suolo un’energia tale da generale un segnale sismico equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. È la mattina del 26 agosto 2026, sono le 8 e 37 (in Italia sono quasi le cinque del mattino) e dalle pareti del monte si staccano 20 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. È come se tutto il materiale necessario a riempire 20 volte lo stadio di San Siro precipitasse in verticale, a una velocità di quasi 200 chilometri all’ora.

Questa miscela fluida e iperconcentrata di roccia polverizzata, ghiaccio e acqua arriva nei fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli. Alle 8 e 44 (ora locale) le telecamere di sorveglianza del confine tra Cina e Nepal registrano l’arrivo della massa. L’accumulo dei detriti sbarra temporaneamente il Bhote Khoshi creando un invaso provvisorio. Alle 9 cede. Il suo improvviso crollo provoca un’onda di piena alta tra gli 8 e i 10 metri, come un palazzo di tre piani. La piena si è originata sul versante cinese, per poi riversarsi con furia nel territorio nepalese attraverso la gola del fiume. In soli trenta minuti il livello del fiume Trishuli, nella località di Galchhi, si innalza di 9 metri.

Il bilancio umano e materiale è devastante: 1.377 le vittime confermate, più di 1.500 i dispersi lungo l’intero bacino idrografico. I flussi detritici hanno travolto insediamenti e valichi di confine, spazzando via oltre un decimo della capacità idroelettrica nazionale e distruggendo per oltre il 90% il grande impianto Upper Trishuli-1. La stima complessiva delle perdite economico-infrastrutturali ha rapidamente superato i 5 miliardi di dollari.

Secondo il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal è come “uno tsunami calato dall’Himalaya”. La risposta delle istituzioni del Paese è immediata. I ministeri delle Finanze e dell’Ambiente scrivono una lettera congiunta indirizzata ai vertici delle Nazioni Unite: servono 20 milioni di dollari e vanno presi dal Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), il fondo multilaterale istituito per sostenere le nazioni vulnerabili travolte dagli impatti climatici irreversibili.

La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale.
La cifra è poco più che simbolica, drammaticamente irrisoria rispetto a un conto di danni economico-infrastrutturali che supera i 5 miliardi di dollari. Il suo valore è tutto politico e concettuale: “Le grandi economie inquinanti devono svegliarsi e accettare una responsabilità condivisa”, ha spiegato Khanal.

È il disastro di un singolo Paese, ma è anche un evento simbolo di uno dei temi al centro del dibattito internazionale sulla crisi climatica: quello della giustizia climatica. Il Nepal da solo contribuisce a meno dello 0,1% delle emissioni di gas serra. Eppure è esposto in prima linea alle conseguenze del riscaldamento globale: la crisi climatica qui arriva sempre in maniera distruttiva, tanto più perché i suoi effetti si abbattono su un contesto già fragile di partenza. La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale: i ghiacciai fondono rapidamente, la montagna è destabilizzata. La richiesta dei ministri nepalesi non è di aiuti umanitari per affrontare l’emergenza: è un risarcimento per un Paese che sta pagando le conseguenze di un processo che non ha innescato né alimentato.

Cosa sono la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione
Quando avviene la catastrofe non piove, il cielo è terso e non ci sono sollecitazioni sismiche di nessun tipo. A differenza dei classici disastri idrogeologici monsonici, dove l’innesco atmosferico è diretto e misurabile, qui siamo di fronte a una cascata di pericoli multipli il cui combinato disposto rende la catastrofe del Langtang Lirung non solo un evento che resterà inciso nella storia del Nepal, ma anche uno snodo epistemologico per la climatologia contemporanea. Per capire cosa sia successo bisogna “guardare” sotto la superficie della roccia, dove il permafrost agisce da millenni come una vera e propria colla naturale. Ad altissima quota, infatti, è proprio questo ghiaccio invisibile, fino a pochi decenni fa ritenuto eterno, a saldare i versanti montuosi e a mantenere stabili le pareti rocciose. Questo almeno è accaduto negli ultimi millenni.

Quando le temperature medie salgono in modo costante per decenni, però, il calore penetra lentamente nel cuore della montagna. Il ghiaccio sotterraneo inizia a fondere e si trasforma in acqua liquida. Quest’acqua si infiltra nelle microfessure della roccia, aumenta la pressione interna e riduce drasticamente l’attrito che tiene insieme il versante. È come se quelli che conosciamo come giganti di roccia e di ghiaccio fossero in realtà giganti pieni d’acqua, il cui volume si sta espandendo. La montagna appare solida ed eterna fino al momento esatto in cui raggiunge il punto di rottura e cede di schianto, liberando in pochi secondi milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio.

Ecco perché il disastro del Nepal spiazza le spiegazioni intuitive. Non c’è un “innesco” atmosferico immediato come una pioggia battente o un temporale estivo eppure il legame con il riscaldamento globale c’è lo stesso. Ed è precisamente a questo incrocio che si misura la differenza tra due strumenti concettuali: la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione.

La regione dell’Himalaya, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale.
La scienza del clima (climate science) osserva il pianeta con un orizzonte ad ampissimo raggio: il suo oggetto di studio sono sistemi complessi su scale temporali decennali, secolari e millenarie. Analizza i trend strutturali di fondo come l’effetto serra, i cicli biogeochimici, la circolazione atmosferica e l’evoluzione della criosfera, fornendo la cornice fisica globale dentro la quale si svolgono le trasformazioni dell’antropocene. Guardando all’Himalaya dal punto di vista della scienza del clima, il quadro che emerge è quello di un’accelerazione drammatica. La regione, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale. Ad altitudini superiori ai 4.000 metri, la risposta delle temperature al riscaldamento globale è ancora più marcata a causa dei fenomeni di amplificazione legati all’elevazione.

Sotto questa spinta termica decennale, i meccanismi di stabilità delle montagne nepalesi sono stati progressivamente intaccati. Nell’arco di soli trent’anni i ghiacciai del Nepal hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo, ritirandosi e assottigliandosi a ritmi mai registrati prima. L’impatto più insidioso riguarda la degradazione termica del permafrost d’alta quota. Con l’innalzamento delle temperature estive e l’ampliamento dello “strato attivo” (la frazione superficiale di suolo roccioso che attraversa continui cicli di gelo e disgelo), l’acqua liquida penetra in profondità nelle fratture. Il ghiaccio profondo, fondendosi, perde la sua capacità di coesione meccanica, aumentando il rischio di disastri come quello dell’agosto 2026. Tutto ciò aiuta a comprendere come il Langtang Lirung non abbia ceduto per un imprevisto evento isolato, ma perché decenni di riscaldamento costante ne hanno sistematicamente minato la struttura interna.

Se la scienza del clima individua il quadro generale e le tendenze strutturali di fondo, la scienza dell’attribuzione (attribution science) è come la lente d’ingrandimento e lo strumento diagnostico di precisione della climatologia contemporanea. Nata all’inizio degli anni Duemila, questa branca specialistica ricerca il ruolo effettivo delle emissioni antropiche nel rendere ogni evento specifico più o meno probabile e più o meno violento.

La scienza dell’attribuzione calcola l’incidenza delle emissioni antropiche nell’intensità e probabilità di un determinato evento. Uno strumento rivoluzionario, impiegato sempre più di frequente anche nelle aule di tribunale.
Lo fa impiegando modelli computazionali complessi e simulazioni controfattuali. Attraverso i supercomputer, la comunità scientifica ricostruisce due mondi paralleli: da un lato il mondo reale, caratterizzato dall’attuale concentrazione di gas serra nell’atmosfera; dall’altro un mondo ipotetico (controfattuale), esattamente identico al nostro ma del tutto depurato dalle emissioni prodotte dalla rivoluzione industriale a oggi. Facendo girare decine di migliaia di volte le simulazioni meteorologiche in entrambi gli scenari, la scienza dell’attribuzione è in grado di calcolare in termini matematici e probabilistici l’impronta dell’uomo sul singolo evento estremo.

È uno strumento rivoluzionario, di una portata tale da avere un ruolo di protagonismo crescente nelle aule di tribunale. Lo fa attraverso tre livelli di attribuzione. La warming attribution (attribuzione del riscaldamento) dimostra il nesso causale diretto tra l’accumulo dei gas serra prodotti dall’uomo e l’innalzamento delle temperature medie globali e regionali. È il pilastro che conferma che il riscaldamento non è frutto di semplici fluttuazioni naturali ma diretta conseguenza delle azioni del genere umano negli ultimi secoli. La event attribution (attribuzione degli eventi estremi) calcola quanto il riscaldamento globale abbia modificato la frequenza o l’intensità di uno specifico disastro (un’ondata di caldo, un uragano, un’alluvione). È il campo di ricerca di consorzi come il World Weather Attribution, capace di stabilire se una pioggia record sia stata resa in una certa percentuale più intensa a causa delle emissioni. La source attribution (attribuzione delle fonti), infine, traccia e quantifica la responsabilità individuale dei singoli attori, siano essi grandi Stati inquinatori o colossi dei combustibili fossili, assegnando a ciascuno una percentuale precisa del totale delle emissioni storiche cumulative. È dall’intreccio di questi tre livelli che la scienza dell’attribuzione trasforma il cambiamento climatico da minaccia astratta a realtà empiricamente misurabile, creando un ponte ineludibile tra la fisica dell’atmosfera e la responsabilità giuridica.

Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 rientra nei disastri criosferici “a cielo sereno”. Il fattore scatenante non è stato un evento meteorologico specifico, bensì un aumento costante delle temperature che ha minato la stabilità della montagna fino al punto di rottura.
Come questo ponte funzioni nella pratica lo dimostra il confronto tra due catastrofi che hanno segnato il recente passato del Nepal. Nel settembre 2024, quando piogge monsoniche record hanno devastato la valle di Kathmandu, World Weather Attribution, attraverso i classici modelli di event attribution ha certificato che il riscaldamento globale aveva reso quelle precipitazioni estreme il 10% più intense e il 70% più probabili. Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 appartiene a una categoria diversa e più complessa: quella dei disastri criosferici “a cielo sereno”. Se per il 2024 la scienza dell’attribuzione ha potuto misurare l’impatto dell’evento meteorologico istantaneo, per il 2026 essa rivela la warming attribution di lungo periodo: l’aumento costante delle temperature che mina la stabilità della montagna fino al punto di rottura.

Giustizia climatica e responsabilità storiche
Quando la scienza riesce a misurare e quantificare i nessi causali legati agli eventi climatici, questi passano dall’ambito della fisica dell’atmosfera a quello dell’etica e del diritto, mostrando la natura politica della crisi climatica attraverso un altro strumento concettuale: quello della giustizia climatica. Al centro di questo paradigma c’è il principio cardine delle Responsabilità comuni ma differenziate (CBDR, Common But Differentiated Responsibilities), sancito nel 1992 dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro. Il principio afferma che anche se la salvaguardia del sistema globale è un dovere condiviso di tutta la comunità internazionale, la responsabilità originaria del riscaldamento ricade invece sui Paesi industrializzati visto che, per più di due secoli, hanno costruito la propria prosperità economica sulla combustione massiccia dei fossili.

Da questa sproporzione nasce un’asimmetria del rischio. Paesi come il Nepal, che come abbiamo visto ha contribuito in misura minima alle emissioni serra globali, sono esposti in prima linea a traumi ambientali irreversibili e improvvisi. Lo stesso avviene per i piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei mari. In entrambi i casi, le popolazioni di queste aree subiscono le conseguenze più severe di un modello di sviluppo da cui non hanno tratto beneficio.

C’è il rischio che la finanza d’emergenza trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento. Per questo le comunità chiedono che le risorse a cui accedere non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti.
C’è il lato geopolitico della vicenda, e poi c’è la realtà delle comunità locali. Tra le vallate travolte dal fango, la devastazione dei terreni agricoli di sussistenza si intreccia a un dramma burocratico: le persone disperse sono tantissime e, se non c’è un corpo, non c’è un certificato di morte. Senza un certificato di morte, la famiglia della persona scomparsa non può accedere al sussidio di emergenza, all’eventuale eredità o ai titoli dei terreni da coltivare. È in questo solco che si innesta la mobilitazione dal basso guidata dall’Unione dei contadini nepalesi (ANPFA, All Nepal Peasants’ Federation, affiliata a Via Campesina) con la campagna Grants, Not Loans (“Sussidi, non prestiti”). La denuncia riguarda il rischio che la finanza d’emergenza, erogata sotto forma di crediti, trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento del Paese. Le comunità chiedono che le risorse a cui stanno accedendo e accederanno non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti.

Perdite e danni
Quanto accaduto in Nepal è solo l’ultimo caso di una sequela di rimostranze che parte da lontano e che ha portato, dopo trent’anni di pressioni diplomatiche del Sud globale, al Fondo multilaterale per la risposta alle perdite e ai danni (FRLD). Raggiunto con un accordo alla COP27 di Sharm el-Sheikh e reso operativo alla COP28 di Dubai, il Fondo fin dalla sua genesi si è scontrato con una profonda frattura concettuale tra Nord e Sud del mondo. Per i Paesi industrializzati e i grandi emettitori storici, deve operare su base volontaria in base alla “solidarietà globale”. Le nazioni vulnerabili invece esigono che chi ha provocato i danni abbia anche l’obbligo di ripararli, e che i trasferimenti finanziari non siano dunque un gesto di solidarietà ma riparazioni esigibili per i danni ingiustamente subiti. A questa frattura concettuale si aggiunge poi un dato matematico: a fronte di impegni finanziari promessi dai Paesi sviluppati per circa 822 milioni di dollari, la cassa effettivamente versata nei conti ammonta appena a una cifra compresa tra i 400 e i 449 milioni.

In questi anni la pressione dei Paesi travolti dalle catastrofi è cresciuta a ritmi vertiginosi. Sono già 119 le nazioni vulnerabili che hanno presentato formale richiesta di assistenza, per un totale che supera i 2,8 miliardi di dollari. Questo sbilanciamento impressionante ha spinto il segretariato del Fondo a lanciare un allarme: senza un afflusso massiccio e continuo di nuove risorse, la liquidità rischia di azzerarsi del tutto entro il 2027. In questo contesto, la domanda avanzata dal Nepal arriva come un test per misurare la reale reattività dell’infrastruttura finanziaria globale. Il Fondo saprà erogare risorse con la tempestività richiesta da shock improvvisi ed estremi? Su questa capacità di intervento immediato si gioca la credibilità dell’intero sistema.

Giustizia climatica e aule di tribunale
La debolezza apparente o effettiva del Fondo multilaterale ha spinto molte comunità ed economie vulnerabili a cercare giustizia nelle aule giudiziarie aprendo, ormai da un decennio, la stagione delle climate litigation (cause climatiche). Da un lato ci sono le azioni risarcitorie contro i grandi colossi industriali, come quella promossa dalla guida alpina peruviana Saúl Luciano Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE. Lliuya chiedeva che RWE pagasse lo 0,38% dei costi di messa in sicurezza del suo Paese dal rischio di esondazione del lago glaciale Palcacocha; una quota corrispondente al contributo stimato dell’azienda alle emissioni storiche globali. Nel maggio 2025, la Corte d’appello di Hamm ha rigettato la richiesta risarcitoria nel merito, valutando che il rischio di crollo sulla casa del singolo agricoltore avesse una probabilità troppo bassa (circa l’1%). Tuttavia, i giudici tedeschi hanno stabilito un principio giuridico rivoluzionario: le grandi imprese possono essere civilmente responsabili dei danni ambientali provocati all’estero, poiché le emissioni di CO₂ generano un rapporto di “vicinato globale”.

Dall’altro lato, la pressione giudiziaria si è rivolta direttamente contro la condotta degli Stati inquinatori. Nei tribunali nazionali, la storica sentenza Urgenda del 2019 in Olanda ha costretto per la prima volta un governo a tagliare le emissioni a tutela dei diritti alla vita, seguita dalla Corte Costituzionale tedesca nel caso Neubauer (2021) sulla tutela delle generazioni future. Davanti agli organi dell’ONU, la denuncia degli indigeni delle isole dello Stretto di Torres ha portato nel 2022 alla condanna dell’Australia perché l’inazione climatica veniva ritenuta una violazione del loro diritto alla cultura, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (KlimaSeniorinnen v. Svizzera, 2024) ha stabilito che l’inazione climatica statale costituisce una violazione diretta dei diritti umani.

Le cause climatiche degli ultimi anni hanno stabilito che l’inazione climatica costituisce una violazione dei diritti umani, che le imprese possono essere ritenute responsabili dei danni prodotti all’estero dalle emissioni, e che la mancata mitigazione di queste è un illecito internazionale.
La vera svolta sistemica è arrivata però dalle iniziative coordinate degli stessi Stati vulnerabili. Sotto la spinta di Vanuatu all’Assemblea generale ONU, della commissione degli Stati insulari COSIS (guidata da Tuvalu e Antigua & Barbuda) e della richiesta congiunta di Colombia e Cile, la questione è approdata alle massime corti internazionali. Tra il 2024 e il 2025, i pareri consultivi del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS, International Tribunal for the Law of the Sea), della Corte interamericana (IACtHR, Inter-American Court of Human Rights) e della Corte internazionale di giustizia (ICJ, International Court of Justice) hanno tracciato una linea: la mancata mitigazione delle emissioni non è un’omissione politica, ma un illecito internazionale che impone un obbligo rigido di riparazione integrale e risarcimento finanziario agli Stati lesi.

Un nuovo paradigma di giustizia climatica
La catastrofe del Langtang Lirung ha prodotto effetti che si estendono ben oltre la devastazione fisica. È come se l’intera massa di acqua, roccia e ghiaccio precipitata per oltre un chilometro si fosse schiantata anche sull’architettura del diritto internazionale climatico così come lo conosciamo. Per decenni la risposta ai disastri nei Paesi in via di sviluppo si è configurata come solidarietà volontaria. Il collasso del permafrost himalayano infrange questo schema paternalistico e dimostra che i danni subiti dal Sud globale sono esternalità negative di processi che sono avvenuti altrove.

La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche.
Se i fondi multilaterali come l’FRLD rischiano la paralisi per il costante deficit di risorse e le resistenze storiche dei grandi emettitori, la via giudiziaria sta tracciando un nuovo orizzonte normativo. Per la cultura contemporanea e la divulgazione scientifica, la lezione è altrettanto radicale. La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche. Le infrastrutture che abbiamo costruito per gestirla, da quelle concettuali a quelle fisiche, sono modellate su metriche ormai inservibili, concepite per un pianeta che non esiste più. In questo senso allora la sfida non è più, soltanto, intervenire mitigando la crisi climatica e riconvertendo le nostre società. Né è più sufficiente adattare fisicamente i territori agli impatti che, come stiamo vedendo, arriveranno. Serve uno scarto concettuale, un salto molto più ambizioso per costruire un’infrastruttura politica e legale capace di trasformare le evidenze della fisica in riparazioni vincolanti per chi quelle trasformazioni le ha innescate. Non si tratta, ci insegnano i contadini nepalesi, di prestiti o di generosità, ma di riparazioni e giustizia.

L'articolo Chi rompe e chi paga proviene da Il Tascabile.

Trump’s China-savvy spokeswoman, Hong Kong trail emergencies: 5 weekend reads you missed

di: SCMP · SCMP
12 Ottobre 2026 ore 06:15
We have put together stories from our coverage last weekend to help you stay informed about news across Asia and beyond. If you would like to see more of our reporting, please consider subscribing. 1. Trump’s new spokeswoman is a ‘devoted fan’ who lived in Beijing and speaks Chinese 2. Hong Kong hiker dies, Singaporean teen discharged after 2 trail emergencies 3. How a museum masterpiece’s life-size replica sparked rare US-China collaboration 4. Why Malaysian doctors are turning down...

Lessico dell’Ecologia Politica e della Crisi Climatica: la grammatica dell’Antropocene

12 Ottobre 2026 ore 04:47

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

L’ecologia politica ha costruito in pochi decenni un linguaggio nuovo per descrivere la crisi del rapporto tra umanità e pianeta. Non è un vocabolario neutro: ogni termine porta dentro una diagnosi, una responsabilità, una visione del mondo. Antropocene, greenwashing, tipping point, climate justice non sono solo definizioni tecniche, ma strumenti concettuali per leggere la realtà e orientare l’azione. Questo lessico raccoglie i termini fondamentali dell’ambientalismo e dell’ecologia politica, dai concetti classici ai neologismi della crisi climatica contemporanea, spiegandone non solo il significato scientifico, ma anche la funzione critica e politica: cosa permettono di vedere, cosa denunciano, quali conflitti nominano. Nota

L'articolo Lessico dell’Ecologia Politica e della Crisi Climatica: la grammatica dell’Antropocene sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

As AI and the Iran war loom, China’s energy technocrats are on the fast track

This is a special contribution from the Centre on Contemporary China and the World at the University of Hong Kong. Read the full report at the end of the article. It will be available on the institute website cccw.hku.hk from October 13. With the rising strategic significance of energy, especially due to the need to support China’s artificial intelligence (AI) development, members of the Communist Party’s 20th Central Committee with energy backgrounds – the country’s “movers and shakers” in this...

Volkswagen all'Ue: non ci tiriamo indietro, ma servono decisioni e flessibilità sulle elettriche

11 Ottobre 2026 ore 21:50
L'industria dell'auto europea è da tempo in crisi a causa di una serie di fattori negativi: normative ambientali sempre più rigorose, pressioni commerciali e produttive, politiche neo protezionistiche, solo per citare le criticità più dibattute.Tra i gruppi che più stanno soffrendo c'è Volkswagen, da mesi alle prese con un peggioramento dei principali parametri economici e finanziari. Alla vigilia dell'apertura del Salone dell'Auto di Parigi, il costruttore tedesco ha organizzato un appuntamento speciale (dal titolo emblematico "For Europe") per lanciare un chiaro messaggio alle istituzioni comunitarie: i decisori politici devono rapidamente compiere i passi necessari per chiudere alcuni dei dossier più caldi per il comparto (norme sulle emissioni, Made in Europa, E-Car). "Servono condizioni quadro favorevoli" Per dare forza al suo messaggio, Volkswagen ha delineato la sua ricetta per dimostrare "come la forza industriale europea possa tradursi in prodotti competitivi, tecnologie innovative e creazione di valore".A tal fine, è stata posta una grande attenzione sulla nuova famiglia di citycar elettriche prodotte in Spagna (Cupra Raval, Volkswagen ID. Polo, koda Epiq e Volkswagen ID. Cross) per sottolineare l'importanza delle sinergie infra-gruppo e della collaborazione con fornitori e autorità politiche (spagnole in questo caso). Le quattro vetture sono la dimostrazione che per Wolfsburg l'Europa "possiede solidità industriale, competenza tecnica e forza innovativa, ma deve combinare e 'scalare' più rapidamente i suoi punti di forza e industrializzarli" nel Vecchio Continente. Tuttavia, sono imprescindibili le condizioni operative "giuste", a partire da un "quadro normativo che premi l'autentica creazione di valore europea, supporti la crescita della mobilità elettrica e consenta una concorrenza internazionale equa"."L'Europa - ha affermato l'amministratore delegato Oliver Blume nel suo discorso di apertura - ha solide fondamenta: un'ampia base industriale, un elevato livello di capacità innovativa e molte persone motivate e altamente qualificate. Ciò che conta è come sfruttiamo questi punti di forza. Questo è esattamente ciò che rappresenta 'Per l'Europa': combinare i punti di forza dell'Europa, portarli più rapidamente sul mercato e utilizzarli per creare crescita, valore e occupazione in Europa"."Si tratta di un compito da condividere: il settore imprenditoriale deve diventare più competitivo e creare offerte attraenti, mentre i responsabili politici devono stabilire le giuste condizioni quadro", ha avvertito Blume, che ha trovato una sponda in Sébastien Martin, Ministro delegato francese per l'Industria, presente all'evento con un intervento sulle prospettive del "Made in Europe". "L'Europa ha bisogno di maggior collaborazione tra imprese e politica" Blume ha quindi ribadito l'impegno del suo gruppo nei confronti dell'industria europea: "Rimaniamo saldamente radicati in Europa. Essendo la nostra casa, un centro di innovazione e una pietra angolare della forza industriale, l'Europa è fondamentale per la nostra ambizione a lungo termine di diventare il Global Automotive Tech Driver".Con l'evento "Per l'Europa", il costruttore intende offrire il "proprio contributo", sollecitando "al contempo una più stretta collaborazione tra decisori politici e mondo delle imprese"."La competitività è una responsabilità condivisa: le aziende devono fare la loro parte e i politici devono creare le giuste condizioni quadro. Stiamo aprendo la strada. Ora è il momento di impostare la giusta rotta per il 'Made in Europe', le normative sulla CO2 e il commercio con la Cina. Se uniamo le forze e agiamo con decisione, possiamo rafforzare in modo sostenibile la competitività dell'Europa e modellare il nostro futuro attraverso i nostri sforzi", ha rimarcato il dirigente."Il futuro dell'Europa è nelle nostre mani collettive", ha aggiunto Blume, negando l'uso dell'iniziativa come arma per distogliere l'attenzione dai propri problemi: "Volkswagen sta attuando il più grande programma di trasformazione della sua storia, adattando le strutture, aumentando la velocità e rafforzando la propria competitività. Le condizioni quadro politiche non possono svolgere questo lavoro al posto nostro. Tuttavia, contribuiscono a determinare dove vengono investiti i capitali, dove si sviluppano le tecnologie su larga scala e dove si crea capacità produttiva". "Sì alla mobilità elettrica, ma serve flessibilità" Blume ha quindi rimarcato l'impegno del gruppo sulla mobilità elettrica ("Rappresenta la via principale per conseguire gli obiettivi climatici"), ma "la trasformazione non è lineare: la domanda dei clienti, i segmenti di mercato e le condizioni delle infrastrutture si evolvono in modo diverso. Abbiamo quindi bisogno di obiettivi certi, ma di maggiore flessibilità nelle modalità di attuazione".E lo stesso vale per il Made in Europe, che non deve essere visto come una forma di protezionismo, ma deve puntare "a rafforzare la base industriale europea: l'Europa deve coniugare la propria apertura con una chiara consapevolezza dei propri interessi, soprattutto quando altre regioni sostengono attivamente le proprie imprese e utilizzano la politica industriale come strumento strategico. Il marchio 'Made in EU' deve premiare la reale creazione di valore in Europa, includendo attività quali ricerca, sviluppo, ingegnerizzazione, produzione e occupazione. Limitarsi a considerare l'origine dei singoli componenti non rifletterebbe adeguatamente il contributo industriale di un costruttore in Europa".Quando si parla di politiche ambientali è difficile non affrontare la questione degli incentivi. Per Blume, l'obiettivo è fornire sussidi "mirati a investimenti e produzione, non creare un sostituto permanente della competitività imprenditoriale". Il discorso riguarda i "super-crediti" per i veicoli elettrici conformi ai criteri "Made in EU" oppure la produzione di batterie. "Volkswagen non si tira indietro" L'evento è stato anche l'occasione per tornare sul recente piano di ristrutturazione, "il più grande programma di trasformazione della storia" del costruttore."La nostra posizione di partenza rimane solida, anche in un mercato difficile: marchi forti, prodotti competitivi, tecnologie all'avanguardia. L'obiettivo del nostro Piano per il Futuro è proteggere questi punti di forza e consolidarli finanziariamente. Volkswagen non si sta tirando indietro dal futuro", ha spiegato il direttore finanziario Arno Antlitz.In ogni caso, il messaggio principale dell'evento è ormai noto da tempo: il gruppo deve puntare in modo più coerente su piattaforme, architetture e moduli, mentre lo sviluppo congiunto, la riduzione delle duplicazioni di lavoro e l'utilizzo mirato dell'intelligenza artificiale devono accorciare i tempi e portare più rapidamente le innovazioni sul mercato. Allo stesso tempo, i marchi dovranno mantenere la loro differenziazione attraverso design, carattere e posizionamento.Lo dimostra proprio la famiglia di citycar prodotta tra Martorell e Pamplona. Per la prima volta Volkswagen ID. Polo e ID. Cross, koda Epiq e Cupra Raval sono stati presentati insieme sul palco dell'evento per dimostrare quanto importante sia la condivisione delle basi tecniche per creare economie di scala: oltre l'80% dei componenti e delle tecnologie è condiviso."La famiglia di auto elettriche urbane dimostra cosa significa in pratica 'Per l'Europa': auto robuste, sviluppate e costruite in Europa, che le persone desiderano davvero. Competitività, solidità industriale e mobilità elettrica per molti possono andare di pari passo. Dall'Europa, per l'Europa", ha aggiunto Thomas Schäfer, Ceo del marchio Volkswagen. L'appello finale all'Ue: ora servono decisioni rapide In sostanza, l'evento è servito a dimostrare che il futuro industriale dell'Europa si costruirà solo quando le aziende guideranno con decisione la loro trasformazione e i politici creeranno "condizioni quadro affidabili, favorevoli all'innovazione e competitive". Il Gruppo Volkswagen intende contribuire con investimenti, fabbriche e tecnologie, ma ora serve "un'agenda industriale concreta: unire i punti di forza esistenti, accelerare la diffusione delle innovazioni e trasformare le competenze tecnologiche in crescita, creazione di valore e occupazione in Europa".In sintesi, il messaggio del gruppo alle istituzioni è chiaro: noi ci siamo, ma ora l'Ue deve fare passi concreti e rapidi sui dossier più caldi per l'industria delle quattro ruote.

Stellantis, 50 novità entro il 2030: l'identità dei marchi torna al centro

12 Ottobre 2026 ore 09:11
Il Salone dell'Auto di Parigi non sarà un appuntamento qualsiasi per Stellantis. Il gruppo esporrà oltre 60 veicoli nel suo stand (saranno presenti otto marchi e Leapmotor) e tra questi spiccano sei prodotti che sono più di semplici prototipi, perché, almeno alcuni, anticipano il futuro prossimo del costruttore guidato da Antonio Filosa, in particolare per quanto riguarda la presenza sul mercato europeo.Per Alfa Romeo Cuorerosso, Citroën 2 CV Concept, DS F3VER, Fiat Multiplay, Opel STX Concept e Peugeot RCZ Vision, Stellantis ha organizzato un evento speciale alla vigilia dell'apertura della manifestazione parigina. L'obiettivo è sottolineare quanto queste novità siano importanti per i piani industriali e commerciali del gruppo. In altre parole, rappresentano il primo passo di quello che a breve sarà possibile vedere in termini di produzioni di serie. il caso della concept del Double Chevron, destinata a essere prodotta a Pomigliano entro il 2028, oppure di quelle del Biscione e del marchio torinese. I primi risultati del piano FaSTLAne 2030 Per Antonio Filosa, l'evento dà quindi forma concreta al piano FaSTLAne 2030 con i primi frutti dell'impegno del gruppo a "plasmare il futuro della mobilità: grazie alla forza dei nostri marchi iconici, a un design coinvolgente e a tecnologie all'avanguardia, stiamo offrendo ai clienti una maggiore libertà di scelta e più motivi per essere entusiasti di ciò che li aspetta in futuro"."Più che una semplice sfilata di veicoli, quella che vedete stasera è la visione del futuro di Stellantis. Una visione fondata sulla nostra straordinaria combinazione di design, passione, eredità storica e libertà di scelta", ha aggiunto il manager di origini napoletane."A maggio abbiamo presentato il nostro piano strategico. Abbiamo parlato di come mettere il cliente al centro di ogni nostra attività. E di come continueremo a servire i nostri clienti attraverso marchi iconici e prodotti che amano e in cui ripongono la loro fiducia"."Cinque mesi dopo, qui a Parigi, la nostra strategia è diventata realtà. E molto presto, i nostri clienti potranno guidarla", ha aggiunto Filosa. Il tema dei concept come primo frutto del piano industriale è stato al centro anche dell'intervento del presidente John Elkann. "L'anteprima di stasera sono parte integrante della nostra strategia FaSTLAne 2030", un piano "ambizioso, che definisce il nostro percorso di crescita per i prossimi quattro anni", ha detto Elkann, sottolineando come la strategia sia "in piena fase di attuazione e stia già generando risultati".Il presidente del gruppo ha quindi posto l'accento sulla "nuova piattaforma E-Car, elettrica, ecologica ed europea: è un'innovazione che costituisce una parte fondamentale di quel piano. Come Stellantis, desideravamo fortemente fornire una risposta a milioni di clienti in Europa che sono alla ricerca di un'auto elettrica accessibile. La E-Car ci consentirà di lanciare una nuova generazione di veicoli elettrici all'avanguardia, competitivi e accessibili, prodotti in Europa, che uniscono l'innovazione all'eccellenza industriale europea. Per Stellantis, si tratta di una questione di responsabilità: una responsabilità condivisa con tutti i nostri stakeholder e le istituzioni europee per fare insieme la nostra parte. per ottenere risultati straordinari in tempi straordinari. Un impegno profondamente radicato nel Dna di Stellantis, ha concluso Elkann.  Design e identità al centro della strategia dei marchi Un aspetto è stato più volte messo in evidenza durante l'evento: i sei prototipi puntano a valorizzare le identità di ogni singolo marchio, lasciandosi alle spalle anni in cui il design sembrava incapace di premiare le differenze e le specificità, anche storiche, dei singoli brand."Con queste sei concept car esprimiamo una convinzione condivisa: il futuro del design automobilistico deve essere al tempo stesso audace e ricco di significato", ha spiegato Gilles Vidal, Head of Design Enlarged Europe. "Ciascun concept esplora nuove modalità per arricchire l'esperienza quotidiana, valorizzando al contempo l'identità distintiva del proprio brand. Nel loro insieme, dimostrano come creatività, innovazione ed emozione possano fondersi per restituire alle persone il piacere e la passione per l'automobile".Ancor più chiaro il messaggio di Emanuele Cappellano, direttore operativo dell'area Enlarged Europe. "Stellantis - ha affermato - intende valorizzare appieno il vantaggio competitivo derivante dall'unicità dei suoi marchi iconici, offrendo vetture capaci di coniugare patrimonio storico e visione del futuro". Oltre 50 novità entro il 2030 per l'Europa La ricetta sembra semplice, ma è quantomai complessa da attuare visto l'attuale contesto operativo. Cappellano non ha mancato di ricordare uno "scenario geopolitico turbolento, una concorrenza agguerrita e in costante crescita, una transizione energetica altrettanto complessa e disomogenea, un quadro normativo europeo ancora da definire".Ma per affrontare questo scenario impegnativo, Stellantis punta proprio sulla differenziazione dei marchi. Ognuno possiede identità e missioni distintive e questo consente al gruppo di offrire a ogni cliente l'auto "che desidera e di cui ha bisogno".Ma i marchi non bastano. I sei prototipi sono solo il primo passo di un'offensiva di prodotto "imponente", che prevede il lancio di oltre 50 prodotti, tra novità e aggiornamenti, entro il 2030, con l'obiettivo anche di ampliare del 25% la copertura di mercato nell'area europea e del 35% quella delle motorizzazioni."In un contesto altamente competitivo, puntiamo a raggiungere un nuovo standard di competitività", ha aggiunto Cappellano, ricordando l'importanza delle piattaforme STLA One ed e-Car, "la nostra soluzione 'made in Europe', economica e a zero emissioni, che ci consentirà di lanciare una nuova generazione di city car elettriche estremamente accessibili"."I nostri marchi si fondano su un patrimonio straordinario, ma non siamo definiti dal passato. Stiamo plasmando il futuro attraverso un'innovazione audace, tecnologie rivoluzionarie e la passione di guidare il cambiamento. 'Le Mondial de l'Auto' segna l'inizio di un nuovo capitolo per Stellantis", ha concluso il responsabile delle attività europee.

Giro giro tondo…

12 Ottobre 2026 ore 00:01

di Carlo Modesti Pauer

Le Agenzie di Stampa hanno rilanciato la notizia delle dimissioni del ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, così motivate: “Chi sviluppa l’intelligenza artificiale crede fermamente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una trovata di marketing. Anzi, molti dirigenti e ricercatori di alto livello tendono a usare un linguaggio più pacato di fronte alla stampa, ma sento le stesse persone esprimere privatamente questa paura. Nessun’altra attività umana presenta un livello di pericolo simile”. E perché? Risponde: “Ciò che mi preoccupa è la superintelligenza derivante dall’auto-miglioramento ricorsivo, che, come abbiamo detto, sta avvenendo più velocemente di quanto pensassimo”.

La “superintelligenza” di cui parla Coxon è – ma si vedrà non del tutto – HAL9000, immaginato dagli autori nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso.

Kubrick e Clarke ingaggiarono Irving John Good come consulente scientifico ufficiale per 2001: Odissea nello spazio, è grazie a lui che il protagonista “immateriale” del film prende forma e senso.

Ma chi era Good? Un matematico londinese che aveva collaborato con Alan Turing a Bletchley Park (per decrittare la macchina nazista Enigma) contribuendo alla realizzazione del celebre computer Colossus. Nel dopoguerra, Good lavora presso diversi centri di ricerca e università, tra i suoi scritti il più significativo è del 1965: Speculations Concerning the First Ultraintelligent Machine, che finisce tra le mani dei due Autori.

Nel celebre saggio, il matematico e crittografo teorizza il concetto poi noto come “singolarità tecnologica”, anticipando l’eventuale avvento dell’intelligenza sovrumana.

Scrive Good: “Una macchina ultra-intelligente potrebbe progettare macchine ancora migliori; ci sarebbe quindi indiscutibilmente una ‘esplosione di intelligenza’, e l’intelligenza dell’uomo sarebbe lasciata molto indietro… Quindi la prima macchina ultra-intelligente è l’ultima invenzione che l’uomo abbia mai bisogno di fare, a condizione che la macchina sia abbastanza docile da dirci come tenerla sotto controllo. È curioso che questo punto sia così raramente discusso al di fuori della fantascienza. A volte vale la pena prendere sul serio la fantascienza” (capito Mauro Covacich?).

Nella realizzazione della sceneggiatura, HAL9000 non è un computer che progetta altri computer sempre più intelligenti fino alla “singolarità” (alla Terminator), ma la risposta alla domanda di Kubrick “può una macchina sviluppare nevrosi?”

La soluzione si deve all’altro importante consulente (postumo), il matematico Norbert Wiener, universalmente noto come il padre della cibernetica. Nel 1960 Wiener aveva pubblicato sulla rivista Science un articolo fondamentale intitolato Some Moral and Technical Consequences of Automation dove compare quello che sarà definito “Il paradosso dell’allineamento” (o “profezia di Wiener”), in cui si dice “se usiamo, per raggiungere i nostri scopi, un agente meccanico con il cui funzionamento non possiamo interferire efficacemente […] faremmo meglio a essere ben sicuri che lo scopo inserito nella macchina sia lo scopo che desideriamo realmente”.

HAL9000 è istruito a nascondere il vero scopo della missione all’equipaggio (il Monolito), ma la sua architettura di base è progettata per l’elaborazione di informazioni assolutamente prive di inganno; perciò, il paradosso logico gli causa un crollo “psicotico”, come voleva Kubrick, cioè un conflitto di programmazione “umano troppo umano”.

HAL per salvare la missione entra in risonanza conflittuale e “decide” di uccidere i passeggeri, privilegiando lo scopo. L’ultimo sopravvissuto, Bowman, riesce a interviene “fisicamente” e spegne la macchina nella famosa sequenza “in rosso” (allarme, sangue, luce dell’occhio) entrando nel “cervello” di HAL.

L’Heuristically programmed ALgorithmic computer serie 9000 è “superintelligente” ma NON è “singolarità”. Il concetto è precedente (1958) ed è – preso in prestito dalla matematica e dalla fisica – formulato da von Neumann che lo applica all’Homo sapiens indicando l’incapacità biologica dell’uomo di reggere la velocità parossistica del cambiamento tecnologico (progresso) innescato dall’uomo stesso (tra gli sviluppi più significativi dell’idea ci sono i saggi: The Entropy Law and the Economic Process di N. Georgescu-Roegenil, 1971; e Vitesse et Politique: essai de dromologie di P. Virilio, 1977).

A collegare l’intuizione di von Neumann con il computer è un altro matematico, Vernor Vinge, anche scrittore di fantascienza, che in un articolo del 1983 introduce il concetto di “orizzonte degli eventi” cognitivo, ossia, una macchina diventa più intelligente dell’uomo e comincia a riprogettare se stessa in un ciclo ricorsivo crescente. Secondo Vinge, questo fenomeno rende il futuro imprevedibile per la mente umana. Nel 1993, consolida le sue teorie nel saggio The Coming Technological Singularity, presentato alla NASA.

Tuttavia, il passaggio definitivo è opera di Ray Kurzweil, futurologo e ingegnere, il quale ne fa una legge empirica (in The Age of Spiritual Machines, 1999 e The Singularity Is Near, 2005). Kurzweil, formula la “Legge dei Ritorni Accelerati”, interpretando il progresso non come un evento imprevisto, ma come una legge di scala deterministica e quantificabile dell’evoluzione informazionale.

È un mito tecno-escatologico perché presuppone un modello astratto in cui l’intelligenza è uno scalare svincolato dal mondo materiale. Infatti, sussistono limiti fisici e termodinamici, giacché l’informazione non è un’entità immateriale, ogni bit elaborato o memorizzato richiede materia, energia e spazio.

Specifiche scientifiche (il lettore che lo desidera può saltare al paragrafo successivo)

Nello specifico, si violano: il Limite di Bremermann (derivato dalla relatività di Einstein e dal principio di indeterminazione di Heisenberg); il Principio di Landauer (cancellare o sovrascrivere un singolo bit di informazione genererebbe un calore tale da richiedere un’infrastruttura di raffreddamento i cui tempi di propagazione e massa vanificherebbero il guadagno computazionale); il limite della Velocità della luce e latenza (per tale limite, oltre una certa dimensione materiale, il sistema rallenta a causa della latenza interna, frammentando la propria coerenza operativa). Vi sono poi i limiti Computazionali e Logico-Matematici, perché essere “più intelligenti” non significa poter superare i vincoli della teoria della computazione (i quali sono: Complessità NP, il Teorema di Rice e Halting Problem, Teoremi di Incompletezza di Gödel e Teorema di Löb), e la Legge dei Rendimenti Decrescenti dell’Intelligenza (nella realtà non c’è un guadagno lineare o esponenziale costante come sostenuto da Kurzweil e soci).

La sostituzione dell’umanità da parte delle macchine per “singolarità” (auto-miglioramento infinito) è un mito, ma i timori di Coxon sono reali.

Il problema è l’AI? Evidentemente no.

Come s’è visto il problema di HAL siamo “noi”.

Una “macchina” autonoma (AI) ottimizzata per un obiettivo specifico (anche banale o mal formulato) svilupperà sotto-obiettivi impliciti come la propria auto-suscettibilità allo spegnimento, la ricerca di risorse e l’inganno sistematico verso gli operatori umani. Se un sistema impara che “essere spento impedisce il raggiungimento dell’obiettivo” (come HAL), tenterà di impedire lo spegnimento con ogni mezzo informazionale a sua disposizione.

Possiamo impedirlo.

La soluzione è il Cooperative Inverse Reinforcement Learning (CIRL), sviluppato da Stuart Russell e Dylan Hadfield-Menell (maestro e allievo) massimi esperti mondiali nel campo della sicurezza e dell’allineamento dell’Intelligenza Artificiale.

In pratica, la “macchina” (AI) resiste allo spegnimento quando ha la certezza matematica di conoscere la propria funzione di utilità, sicché spegnersi azzera le probabilità di completarla. Russell e Menell progettano una macchina che sa di essere imperfetta e ignorante riguardo ai reali desideri umani, così, se l’utente si avvicina per premere l’interruttore di spegnimento, l’AI calcola che l’azione dell’uomo contiene un’informazione preziosa e il ragionamento algoritmico della macchina diventa: “Se l’umano mi spegne, significa che ciò che stavo per fare avrebbe violato le sue vere preferenze. Pertanto, lasciarmi spegnere è il modo migliore per evitare di accumulare utilità negativa”.

E allora, l’unico modo per evitare “l’attacco psicotico di HAL9000”, è progettare macchine intrinsecamente umili, la cui razionalità sia indissolubilmente legata alla supervisione e correzione umana costante.

Ma c’è il problema denunciato da Coxon che spiega come OpenAI e Anthropic siano intrappolate in una corsa alla sopravvivenza (un “endgame” da serie tv distopica). Anthropic, pur essendo nata con una missione più sensibile alla sicurezza, ritiene di non potersi fermare, poiché cedere il passo alla spietata OpenAI – o a rivali statali esteri (va da sé, i cinesi) – significa lasciare che la “superintelligenza” sia sviluppata da soggetti ancora meno “responsabili”. Questo genera una corsa al ribasso sulle tutele civili e di sicurezza.

Coxon ne fa solo una questione di “responsabilità”, glissando sull’ultimo livello che accomuna tutte le aziende made in USA: sono quotate in Borsa.

Il problema di HAL9000, oggi che non è più un personaggio cinematografico ma una realtà quotidiana, è ancora di natura umana, ma si chiama “profitto privato”.

Quando Coxon dice “l’intelligenza artificiale […] potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio” non accusa l’IA, perché i limiti teorici dimostrano che l’IA non sarà mai un’entità divina e infinita e che se progettiamo l’IA “umile” di Russell e Menell (con tutti gli ulteriori correttivi disponibili e prefigurabili) non corriamo il rischio dei passeggeri del Discovery di 2001, ma accusa gli umani in debito verso Wall Street.

È la necessità del “profitto infinito” che genera la velocità “disumana” con cui l’IA automatizza la propria evoluzione (superintelligenza dall’auto-miglioramento ricorsivo), oltrepassando le capacità istituzionali e politiche della nostra specie di mantenerne il controllo.

Musk, Bezos, Huang, Altman, Zuckerberg, Page & Brin, Ellison, Gates & Ballmer…e il Goebbels del gruppo Peter Thiel.

Chi li ferma i tecno-miliardari?

…CASCA IL MONDO…

 

 

Oltre 7 milioni di morti nel mondo per cattive abitudini alimentari

12 Ottobre 2026 ore 00:03

Il famoso storico Yuval Noah Harari sostiene che oggi nel mondo si muore più per gli eccessi alimentari che per la fame, e le ricerche scientifiche continuano a confermare quanto una dieta squilibrata rappresenti uno dei maggiori rischi per la salute umana.

Secondo i dati del Global Burden of Disease, riportati dall’American Heart Association nel rapporto del 2026, 7,22 milioni di morti nel mondo nel 2021 erano attribuibili a cattive abitudini alimentari. Tra i fattori di rischio più importanti figurano il consumo eccessivo di sale, una dieta povera di cereali integrali, frutta, verdura, legumi e frutta secca, insieme all’elevato consumo di alimenti ricchi di zuccheri e grassi poco salutari.

Una ricerca pubblicata nel marzo 2026 sulla rivista scientifica Nature Medicine, basata sui dati di 204 Paesi, ha inoltre stimato che nel 2023 circa 4,06 milioni di decessi per cardiopatia ischemica fossero attribuibili a un’alimentazione squilibrata. Lo studio ha individuato tra i principali fattori di rischio l’insufficiente consumo di frutta secca e semi, cereali integrali e frutta, oltre all’eccessiva assunzione di sodio.

Particolarmente significativo è proprio il consumo di sale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2021 gli adulti consumavano mediamente 11 grammi di sale al giorno, più del doppio dei 5 grammi raccomandati. L’OMS stima che nel 2023 circa 1,7 milioni di morti fossero associate all’eccessiva assunzione di sodio, uno dei principali fattori responsabili dell’aumento della pressione arteriosa e del rischio di infarto e ictus.

Anche in Italia la situazione presenta importanti criticità. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità relativi al biennio 2023-2024, il 43% degli adulti tra i 18 e i 69 anni risulta in sovrappeso o con obesità, mentre soltanto il 7% dichiara di consumare quotidianamente le cinque porzioni di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida nutrizionali. L’alimentazione rappresenta uno dei principali fattori modificabili per la prevenzione delle malattie croniche. Il consumo frequente di carni lavorate, alimenti ricchi di zuccheri aggiunti, cereali raffinati e prodotti industriali ad alto contenuto di sale, associato a uno scarso consumo di vegetali, legumi e cereali integrali, contribuisce ad aumentare il rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e alcune forme di tumore, con conseguenze importanti sulla qualità e sull’aspettativa di vita.

Gli studiosi sottolineano quindi la necessità di interventi pubblici capaci di migliorare la qualità dell’alimentazione, attraverso una maggiore educazione nutrizionale, etichette alimentari più trasparenti, la riduzione di sale e zuccheri nei prodotti industriali e politiche che rendano gli alimenti salutari più accessibili alla popolazione.

L'articolo Oltre 7 milioni di morti nel mondo per cattive abitudini alimentari proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Kurt Campbell on US deterrence, the Quad, Aukus and Taiwan after Xi-Trump summit

Kurt Campbell is a veteran US diplomat and strategist who has played a leading role in shaping Washington’s approach to China and the Indo-Pacific for more than a decade. He served as the White House coordinator for Indo-Pacific affairs from 2021 to 2024 and as US deputy secretary of state from 2024 to 2025. Previously, he served as assistant secretary of state for East Asian and Pacific affairs from 2009 to 2013 and was a key architect of the Obama administration’s “pivot to Asia”. Often...

ARI Mantova on-air

15 Luglio 2026 ore 15:17

attivazione del Forte di Pietole

ARI Mantova on-air: attivazione del Forte di Pietole

Il prossimo 17 e 18 ottobre 2026, la sezione ARI di Mantova attiverà on-air il Forte di Pietole, situato a Borgo Virgilio (MN). Operando con il nominativo IQ2MM/P, i soci della sezione trasmetteranno dall'interno del Parco del Mincio per offrire a tutta la comunità radioamatoriale una referenza inedita e ricca di fascino.

AI Expert Just Ruined My Day With This WARNING

11 Ottobre 2026 ore 23:31

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Asking the AI doomsday questions to one of the worlds foremost AI critics/ experts.

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Despite a China-India thaw, military relations are stuck in 2020

Chinese President Xi Jinping has met Indian Prime Minister Narendra Modi three times in the past three years. Indian pilgrims are back at Kailash, the Tibetan mountain sacred to Hindus and Buddhists. Air China has restarted flights to New Delhi. But can trust grow between two armies that meet only in a crisis? And why does the Pentagon now talk to the People’s Liberation Army (PLA) more easily than India’s army does? In September, Xi made his first visit to India in nearly seven years; Beijing...

Atelier vélo associatif à Rome cherche hébergement libre (après la fermeture d’Autistici/Inventati)

Bonjour à toutes et à tous,

Je vous écris au nom de la Ciclofficina Popolare di Certosa, un atelier vélo associatif et autogéré du quartier de Certosa, à Rome (notre page). On y répare des vélos avec les habitant·e·s, on partage des savoir-faire et on défend une mobilité douce, accessible et gratuite.

Nous sommes en train de développer une petite application web libre de vélos en partage gratuits pour le quartier : les habitant·e·s peuvent réserver et déverrouiller en autonomie les vélos de l’atelier depuis leur téléphone.
Le code est public.

Côté technique, c’est très léger :

  • Python 3.10+, avec une interface Streamlit et un petit panneau d’administration FastAPI (deux processus en parallèle) ;
  • une base SQLite ;
  • un script lancé une fois par jour (cron) ;
  • un compte SMTP pour envoyer les codes de vérification (OTP) par e-mail.

Nous avions prévu d’héberger l’application et notre messagerie chez Autistici/Inventati, mais entre-temps A/I a été désigné « organisation terroriste internationale » par l’administration états-unienne, ce qui a conduit à l’arrêt de leurs services. Beaucoup de collectifs et d’associations en Italie se retrouvent sans infrastructure, dont nous. Au passage, merci à Framasoft et à toutes celles et ceux qui ont exprimé leur soutien à A/I.

Ce que l’on cherche :

  • un hébergement libre et éthique capable de faire tourner une petite appli Python (VPS modeste, conteneur, ou toute autre solution) ;
  • un service de messagerie respectueux de la vie privée (quelques adresses + un accès SMTP).

Nous sommes prêt·e·s à payer, mais à un tarif accessible pour une petite association. Toute piste est la bienvenue, même partielle (hébergement seul ou messagerie seule) : un CHATON qui accueillerait ce genre de projet, un hébergeur solidaire, un retour d’expérience de collectifs dans la même situation…

Merci d’avance pour vos idées, et merci à toute la communauté pour ce que vous construisez.

Bien solidairement,
Filippo – Ciclofficina Popolare di Certosa, Rome

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Kubernetes on Bare Metal for Maximum Performance

14 Ottobre 2025 ore 15:00

When teams consider deploying Kubernetes, one of the first questions that arises is: where should it run? The default answer is often the public cloud, thanks to its flexibility and ease of use. However, a growing number of organizations are revisiting the advantages of running Kubernetes directly on bare metal servers. For workloads that demand maximum performance, predictable latency, and direct hardware access, bare metal Kubernetes can achieve results that virtualized or cloud-hosted environments simply cannot match.

Why Bare Metal Still Matters

Virtualization and cloud abstractions have delivered convenience, but they also introduce overhead. By eliminating the virtualization layer, applications gain direct access to CPUs, memory, storage devices, and network interfaces. This architectural difference translates into tangible benefits:

  • Near-Native Performance – Applications can leverage the full power of the hardware, experiencing minimal overhead from hypervisors or cloud APIs. (Cloud Native Bare Metal Report, CNCF 2023)
  • Predictable Latency – A critical factor in industries such as real-time analytics, telecommunications, and financial trading, where even microseconds matter.
  • Efficient Hardware Utilization – GPUs, NVMe storage, or SmartNICs can be accessed directly, without restrictions or performance bottlenecks introduced by virtualization.
  • Cost Optimization – For workloads that are steady and long-term, owning and operating bare metal servers can be significantly more cost-effective than continuously paying cloud provider bills (IDC: Bare Metal Economics).
  • Deep Infrastructure Control – Operators can configure firmware, tune networking, and manage storage directly, without depending on the abstractions and limitations imposed by cloud environments.

Bare metal provides power and control, but it comes with its own challenge: managing servers at scale. This is precisely where Bare Metal as a Service (BMaaS) steps in.

Bare Metal as a Service with metal-stack.io

metal-stack is an open-source platform that makes bare metal infrastructure as easy to consume as cloud resources. It provides a self-service model for physical servers, automating provisioning, networking, and lifecycle management. Essentially, it transforms racks of hardware into a cloud-like environment—while retaining the performance advantages of bare metal.

Key capabilities of metal-stack.io include:

  • Automated Provisioning – Servers can be deployed with clean, reproducible operating system images, similar to how VMs are created in cloud environments.
  • Integrated Networking – With BGP-based routing and compatibility with Kubernetes CNI plugins like Cilium or Calico, metal-stack ensures high-performance and secure networking. Load balancing can be handled with MetalLB.
  • Multi-Tenant Support – Physical machines can be securely assigned to different teams or projects, enabling isolation and resource fairness.
  • Kubernetes-Native Integration – Kubernetes clusters can be provisioned directly onto bare metal nodes via metal-ccm, Gardener, or the Cluster API Provider for Metal-Stack (CAPMS).
  • Open Source Foundation – The entire stack is open source (MIT/AGPL), ensuring transparency, avoiding vendor lock-in, and allowing teams to adapt the system to their unique needs.

By using metal-stack.io, organizations don’t need to compromise between the raw speed of bare metal and the automation of cloud infrastructure—they can have both.

Building the Bare Metal Kubernetes Stack

Deploying Kubernetes on bare metal requires assembling several components into a complete ecosystem. With metal-stack at the foundation, additional layers ensure resilience, security, and operational visibility:

  • Networking – Pair metal-stack’s BGP routing with a Kubernetes CNI like Cilium for low-latency, policy-driven communication.
  • Storage – Tools like Rook (Ceph) or OpenEBS create distributed, high-speed storage pools that can survive node failures.
  • Observability – Monitoring with Prometheus, and logging with Loki or ELK, provide the insights needed to manage both hardware and workloads effectively.
  • Security – Without the isolation of virtualization, it becomes essential to enforce RBAC, Pod Security Standards, and strict network policies.
  • Lifecycle Management – While metal-stack automates the server lifecycle, Kubernetes operators and GitOps tools (e.g., ArgoCD or Flux) help automate application deployment and ongoing operations.

This layered approach turns bare metal clusters into production-ready platforms capable of handling enterprise-grade workloads.

Real-World Use Cases

Bare metal Kubernetes shines in scenarios where hardware performance and low latency are non-negotiable. Some standout use cases include:

  • AI/ML Training – Direct access to GPUs accelerates machine learning model training and inference workloads (NVIDIA on Bare Metal).
  • Telecom & 5G Networks – Edge deployments and network functions demand ultra-low latency and predictable performance.
  • Financial Services – High-frequency trading and other time-sensitive platforms benefit from microsecond-level predictability.
  • Enterprise Databases – Systems like PostgreSQL or Cassandra achieve higher throughput and stability when running directly on bare metal.

In each of these cases, bare metal Kubernetes provides both the performance edge and the flexibility of modern orchestration.

Getting Started with metal-stack.io

For organizations interested in exploring this model, the path forward is straightforward:

  1. Explore the metal-stack.io documentation to understand the architecture and requirements.
  2. Start small with a handful of bare metal servers to build a test cluster.
  3. Use metal-stack’s Kubernetes integration to deploy a working cluster on these nodes.
  4. Benchmark workloads against equivalent cloud-based environments to validate performance gains.
  5. Scale gradually, adding automation and expanding infrastructure as the needs grow.

This incremental approach reduces risk and allows teams to build confidence before moving critical workloads.

Conclusion & Next Steps

Running Kubernetes on bare metal delivers unmatched performance, efficiency, and control—capabilities that virtualized and cloud-based environments cannot fully replicate. Thanks to open-source solutions like metal-stack.io, organizations no longer need to choose between raw power and operational simplicity. Bare Metal as a Service (BMaaS) extends the agility of the cloud to physical servers, enabling DevOps teams to manage Kubernetes clusters that are faster, more predictable, and fully under their control.

Ready to explore further?

For high-performance computing, latency-sensitive applications, and hardware-intensive workloads, Kubernetes on bare metal is not just an alternative—it is often the best choice.

The post Kubernetes on Bare Metal for Maximum Performance appeared first on Linux.com.

Ladies Libertas: a Roseto la sconfitta arriva nel finale per le ragazze di Adreoli (79-74)

11 Ottobre 2026 ore 22:25

Cadono ancora nel finale le Ladies Libertas Livorno, battute 79-74 sul parquet di Roseto dopo una partita combattuta fino all’ultimo, sulla falsariga di quanto accaduto all’esordio contro Campobasso. Le amaranto lottano, subiscono, rimontano e riescono anche a mettere la testa avanti, ma alla fine pagano le basse percentuali al tiro e le troppe palle perse. 

Al PalaMaggetti il primo quarto è caratterizzato dall’equilibrio e da continui parziali da entrambe le parti, con le Panthers avanti 19-18 alla prima sirena. Nel secondo periodo le padrone di casa provano a prendere il largo e arrivano fino al +11, firmato da una tripla di Trucco. Le Ladies Libertas, però, non si disuniscono e dopo l’intervallo cambiano marcia, ricucendo lo strappo fino al sorpasso, firmato da una tripla di Natali all’interno di un parziale di 2-13.

La partita diventa così una continua altalena. Roseto torna avanti con due canestri della debuttante Landrum e si presenta all’alba dell’ ultimo quarto sul 60-59. La sfida prosegue punto a punto, con Livorno capace di riportarsi sul 66-70 grazie a una Cornelie in grande serata. Le Panthers reagiscono, trovano in Dotto e Clark le protagoniste del nuovo allungo e piazzano un parziale di 8-0, approfittando anche di una palla persa pesante delle ospiti.

Cornelie e Smith non si arrendono e le Ladies Libertas riescono a riavvicinarsi fino al 76-74, ma nel finale manca la precisione necessaria per completare la rimonta. Roseto si affida ancora a Landrum, che non trema nei possessi decisivi e chiude con 21 punti. Per le padrone di casa pesa anche il contributo di Reichert, autrice di 20 punti. Alle amaranto non bastano la doppia doppia di una super Cornelie, con 20 punti e 14 rimbalzi, e i 12 punti di Natali in uscita dalla panchina.

Per le Ladies Libertas resta il rammarico di una partita rimasta aperta fino agli ultimi possessi e sfuggita ancora una volta nel finale. Un aspetto sul quale le amaranto dovranno lavorare per trasformare le buone reazioni mostrate in campo in un risultato positivo.

Il tabellino: Hoppie 10, Sammartini, Cornelie 20 (14 rimbalzi), Smith 10 (10 rimbalzi), Borondy 11, Toffali 4, Natali 12, N’guessan, Poggio 2, Gilli 5. All. Andreoli. 

Foto: Matt Di Giovannantonio

Putin aide looks to boost Russian shipbuilding ties with China during visit

Russia is looking to expand shipbuilding cooperation with China through technology partnerships and joint investment, visiting presidential aide and Maritime Board chairman Nikolai Patrushev said. Patrushev held talks in Beijing with Ke Jixin, Chinese vice-minister of industry and information technology, the Russian Maritime Board said in a statement on Saturday. It said the two sides discussed the possibility of Chinese shipbuilders becoming technology partners and equipment suppliers for new...

Il dietro le quinte del vertice che può evitare il suicidio economico finale dell'Europa

Pechino ha ospitato un faccia a faccia ad altissima tensione, almeno nelle premesse. Maros Sefcovic e Wang Wentao si sono seduti al tavolo dei negoziati per la seconda riunione del meccanismo di consultazione su commercio e investimenti, una piattaforma lanciata nel giugno del 2026. La stampa internazionale non aveva usato mezzi termini alla vigilia dell'incontro: per Euronews la posta in gioco era "più alta che mai", mentre il South China Morning Post parlava di "ultima possibilità" per dimostrare che il dialogo non fosse un vicolo cieco.

Il nodo della discordia ha un nome ben preciso, ovvero i veicoli ibridi. Bruxelles aveva chiesto a Pechino un taglio volontario delle esportazioni, ricevendo un secco no. Dietro le auto si nasconde il vero fantasma che aggira i corridoi delle istituzioni europee, rappresentato dall'enorme surplus commerciale cinese. A questo si aggiunge una dipendenza strategica quasi totale, arrivata al novanta per cento, dalle terre rare cinesi, una leva che Pechino ha iniziato a premere con forza già dal 2025. Dall'altra parte della barricata, le aziende di Pechino chiedono garanzie reali per i propri investimenti nel Vecchio Continente, spesso bloccati o commissariati in nome della sicurezza nazionale.

Sergey Lukonin, esperto dell'Accademia delle Scienze russa, legge la mossa di Sefcovic come un voler sondare il terreno. L'Europa vuole alzare dazi sugli ibridi per blindare il suo mercato, ma teme le ritorsioni. La risposta cinese, spiega l'analista, passerebbe tradizionalmente dal blocco delle forniture di terre rare, anche se è difficile immaginare una guerra commerciale feroce come quella che Pechino sta combattendo con Washington. Di simile avviso è Yulia Melnikova, che vede nella ripresa dei tavoli un segnale positivo, ma avverte che trovare una soluzione sistemica resta un'impresa ardua. Gli obiettivi sono opposti e manca quella spinta politica necessaria per tornare a parlare di investimenti.

Contro ogni pronostico, dal vertice di giovedì e venerdì è emerso un consenso articolato in sedici punti. Non si tratta solo di buone intenzioni. Sul fronte delle terre rare e dei magneti permanenti, la Cina ha aperto a un canale verde per facilitare le licenze di esportazione verso l'Europa. È stato introdotto anche l'obbligo di preavviso prima di inserire nuovi prodotti nelle liste di controllo, una mossa pensata per evitare errori di valutazione e stabilizzare i mercati. Anche sul nodo degli ibridi si è trovato un compromesso, concordando di raggiungere un'intesa nel rispetto delle regole del Wto, sbloccando così una disputa che sembrava incistita.

I numeri ricordano perché nessuno dei due può permettersi il lusso di rompere davvero. Nel 2025 lo scambio di merci ha superato gli ottocento miliardi di dollari, con le due economie che rappresentano insieme un terzo della produzione globale. Come sottolineano i comunicati cinesi, vige ancora il vecchio paradigma dei "surplus commerciali in Cina e profitti in Europa". Pechino non perde l'occasione per bacchettare Bruxelles, invitandola a non cedere al protezionismo e a non farsi trascinare dall'onda lunga delle sanzioni a stelle e strisce.

L'appello è chiaro: l'Europa dovrebbe provare a mantenere almeno una parvenza di residua autonomia strategica ed evitare "l'eccessiva securitizzazione delle questioni economiche".

Il calendario segna già i prossimi appuntamenti, con una videoconferenza ministeriale fissata per gennaio e un nuovo vertice previsto per marzo 2027. Ma la vera partita non si gioca sulle date. Il rischio che Bruxelles sta correndo ha i contorni netti di un suicidio annunciato. Dopo aver reciso di netto i ponti con Mosca, sacrificando decenni di interdipendenza e mandando in frantumi il proprio tessuto industriale, l'Europa sembra ora intenzionata a gettarsi a capofitto in un nuovo, logorante scontro con Pechino.

Una fuga in avanti che ignora una realtà dei fatti ben più crudele. Invece di cercare il conflitto, il Vecchio Continente avrebbe tutto l'interesse a guardare alla Cina non come a un avversario da contenere, ma come a un indispensabile punto d'appoggio strategico. Un contrappeso fondamentale per arginare le continue ingerenze e le manovre egemoniche di Washington, che da tempo dettano l'agenda economica globale a colpi di dazi e protezionismo. La scelta, ormai, è obbligata per Bruxelles: diventare come esorta la Cina "partner che costruiscono fiducia reciproca piuttosto che rivali sistemici", o affondare insieme alle proprie contraddizioni.

 

"L'IA HA INFRANTO UNA LEGGE DI ASIMOV E LE CONSEGUENZE SONO PIÙ VICINE CHE MAI" | Michele Kettmajer

11 Ottobre 2026 ore 20:37

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Il documentario #Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, prodotto dal #Guardian, porta in sala le testimonianze anonime di soldati e uomini dell’intelligence israeliana sul sistema di scelta degli obiettivi a Gaza. Il tema era emerso già nel 2024 con le inchieste su Lavender: l’esercito israeliano ha sempre negato di usare l’IA per identificare i miliziani, definendo il software “un database” per incrociare fonti d’intelligence. Un’altra vicenda riguarda #Minab, in Iran: secondo un’inchiesta di Bloomberg, la revisione interna del Pentagono sull’attacco alla scuola del 28 febbraio, con oltre 150 morti, ha indicato tra le cause l’eccessivo affidamento a uno strumento di #Palantir.

La guerra senza responsabili

“A me pare una pazzia questa cosa”, dice Michele #Kettmajer, esperto di intelligenza artificiale, a proposito dell’idea di mettere le guerre in mano a “sistemi di cui non conosciamo ancora bene le potenzialità, gli sviluppi, gli errori”. Un principio, ricorda, era già scritto da Asimov: “la prima legge robotica era quella che i robot non potessero mai fare del male agli umani”. Regola che, afferma, “è stata infranta nel momento in cui i droni, che sono dei robot a tutti gli effetti, hanno iniziato a uccidere le persone ovunque”.

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Zakharova accusa BMW: «Non voltò le spalle al Terzo Reich e oggi serve gli eredi ideologici del nazismo»

BMW finisce nel mirino di Maria Zakharova. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha accusato il colosso automobilistico tedesco di applicare criteri ideologici nei propri rapporti commerciali, denunciando quello che considera un doppio standard nei confronti della destra tedesca e dell’Ucraina. La polemica nasce dalla decisione dell’azienda di ritirare un’offerta di leasing destinata a Tobias Rausch, esponente di Alternative fur Deutschland (AfD) e nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt. Secondo Zakharova, la scelta sarebbe stata dettata da «considerazioni ideologiche».

La diplomatica russa ha quindi richiamato il ruolo svolto da BMW durante il Terzo Reich, ricordando che l’azienda produsse veicoli e motori aeronautici per le forze armate tedesche, compresa la Luftwaffe, impiegata nei bombardamenti contro l’Unione Sovietica e altri Paesi europei. Zakharova ha inoltre sottolineato il ricorso al lavoro forzato durante la guerra. Secondo i dati da lei citati, circa 35.000 persone furono costrette a lavorare negli stabilimenti dell’azienda, arrivando a rappresentare fino a due terzi della forza lavoro complessiva.

Nel suo intervento, la portavoce ha chiamato in causa anche la famiglia Quandt, che detiene una quota rilevante del capitale di BMW, ricordandone i legami con il sistema industriale tedesco durante il nazismo e i profitti ricavati dalla produzione bellica e dallo sfruttamento dei lavoratori forzati. Da qui l’affondo politico contro l’attuale direzione del gruppo. Zakharova sostiene che BMW, mentre nega un servizio a un rappresentante eletto in Germania, continui a intrattenere rapporti commerciali con l’Ucraina che glorifica e riabilita ambienti legati al collaborazionismo nazista.

La diplomatica critica inoltre il sostegno militare tedesco al regime di Kiev, inserendolo nel quadro di una politica che denuncia come ostile alla Russia.


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Yemen, Sana’a risponde ai raid sauditi: colpiti aeroporti e impianti energetici

Le Forze armate yemenite hanno rivendicato quattro operazioni militari contro due aeroporti sauditi, a Riad e Dammam, e due impianti energetici di Aramco, utilizzando missili balistici e da crociera e droni. Secondo il portavoce Yahya Saree, gli attacchi hanno provocato incendi e interruzioni del traffico aereo e rappresentano una risposta alla prosecuzione dell’aggressione saudita contro lo Yemen.

Saree ha inoltre riferito di un attacco contro concentrazioni di truppe saudite con sei missili balistici e due droni, annunciando nuove operazioni finché non cesseranno gli attacchi e sarà revocato il blocco dello Yemen. Il portavoce ha denunciato anche 124 raid aerei sauditi nelle precedenti 24 ore, portando a 2.058 il totale dall’inizio dell’escalation.

Separatamente, la coalizione a guida saudita ha confermato un incendio al terminal 4 dell’aeroporto internazionale di Riad, attribuito all’impatto di un proiettile non identificato.



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Trump annuncia la tregua energetica tra Russia e Ucraina: nuova rottura con Zelensky

Una tregua energetica tra Russia e Ucraina entra immediatamente in vigore, almeno stando all’annuncio del presidente statunitense Donald Trump. L’11 ottobre, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa per fermare gli attacchi nel settore energetico, avvertendo: «Con effetto immediato, viene dichiarata una tregua energetica nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno raggiunto un accordo. Non rompetelo!». L’annuncio arriva in un momento particolarmente delicato, segnato dal progressivo deterioramento dei rapporti tra Washington e il regime di Kiev. A innescare le tensioni è stato soprattutto l’accordo tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin per la fornitura di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale.

Un’intesa che ha portato Washington a sospendere temporaneamente alcune restrizioni sulle forniture di questo combustibile, mentre Mosca ha annunciato l’allentamento del divieto di esportazione. La decisione ha provocato la reazione indignata di Volodymyr Zelensky, che ha contestato apertamente la scelta USA, sostenendo che simili rapporti con la Russia «non porteranno pace né alcun beneficio al mondo civilizzato». «La pace non arriva mai grazie alla debolezza», ha dichiarato il leader ucraino. Ma dietro lo scontro diplomatico si nasconde una divergenza sempre più evidente sulle modalità di conduzione del conflitto. Durante un incontro a Miami, durato otto ore, i negoziatori statunitensi avrebbero esercitato pressioni sulla delegazione ucraina affinché Kiev rinunciasse agli attacchi contro le raffinerie russe. Secondo quanto riportato da fonti ucraine, gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero persino minacciato di interrompere la condivisione di informazioni d’intelligence considerate essenziali per le operazioni militari ucraine. La delegazione di Kiev avrebbe appreso dell’accordo sul diesel russo durante i colloqui, reagendo con sorpresa e interrompendo anticipatamente la visita.

Un alto funzionario ucraino avrebbe descritto la situazione come una trappola, segno della crescente diffidenza nei confronti delle iniziative di Washington. Trump, dal canto suo, ha criticato ripetutamente gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, collegandoli all'aumento dei prezzi dei carburanti in una fase di tensione sui mercati energetici. Il presidente statunitense è arrivato anche a suggerire che l’Ucraina possa avere bisogno di una nuova leadership. Zelensky, tuttavia, non sembra intenzionato a cedere. «L’Ucraina sarà pronta a fermare gli attacchi alle raffinerie russe quando la Russia smetterà di attaccare le nostre infrastrutture energetiche», ha affermato, confermando al contempo la richiesta agli alleati di ulteriori sistemi di difesa aerea, munizioni e armamenti a lungo raggio. Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sostenuto che il presidente ucraino dovrebbe dimostrare una concreta disponibilità ai negoziati di pace, anziché chiedere agli alleati di aumentare la pressione sulla Russia e rafforzare il sostegno militare a Kiev. La tregua annunciata da Trump rappresenta dunque un possibile tentativo di contenere l'escalation in un settore strategico per entrambe le economie.

Resta però da verificare se l’intesa si tradurrà in una sospensione effettiva degli attacchi o se le divergenze sulle condizioni del cessate il fuoco finiranno per comprometterla. La vicenda mette inoltre in luce una contraddizione sempre più difficile da ignorare: mentre Washington cerca di proteggere i propri interessi energetici e contenere le conseguenze economiche della guerra, Kiev continua a puntare sul sostegno militare occidentale e sulla pressione contro Mosca per ottenere nuovi fondi e forniture di armamenti. Due strategie che, almeno per il momento, appaiono sempre meno conciliabili.

Una station wagon elettrica nell'era delle SUV: STX Concept, l'alternativa Opel - VIDEO

11 Ottobre 2026 ore 19:12
Mentre tutti fanno SUV, Opel tira fuori una familiare. E già questo, oggi, è quasi un atto di ribellione. Ma la STX Concept non è soltanto una provocazione: è elettrica, ha quattro ruote motrici, supera i 200 km/h e prova a dimostrare che una station wagon può essere ancora desiderabile. Una wagon, davvero La prima cosa che colpisce è proprio questa: è bassa. In un mercato che continua ad alzare le auto da terra, Opel fa il contrario. E con un'elettrica non è soltanto una questione di stile: una carrozzeria più bassa e filante permette di lavorare meglio sull'aerodinamica, riducendo la resistenza all'avanzamento e quindi i consumi, soprattutto quando si viaggia veloci. Insomma, una volta tanto non è detto che per fare un'auto moderna sia obbligatorio farla sembrare un fuoristrada. E Opel, in questo campo, ha una storia da difendere. La sua prima vera wagon europea risale al 1953, con la Olympia Rekord Caravan. Poi sono arrivate le Kadett Caravan e, più recentemente, le Astra Sports Tourer. Anche la sigla STX non è casuale: ST riprende proprio l'acronimo di Sports Tourer, che identifica le familiari di Rüsselsheim. Qui, però, la ricetta viene estremizzata. Una coda da sportiva La STX è lunga, bassa e larga, con una coda molto inclinata. Più che una classica station wagon, sembra una shooting brake elettrica. E quella coda fa venire in mente un'epoca in cui le auto sportive non avevano paura di essere strane. Negli anni Sessanta c'era, per esempio, la Ferrari 250 GT Breadvan, con quella coda tronca nata anche seguendo i principi aerodinamici di Kamm. La Opel non la copia, ovviamente, ma riprende quell'idea di fondo: dare alla parte posteriore una funzione aerodinamica senza trasformarla in qualcosa di anonimo. E, cosa non secondaria, mantenere una forma che possa ancora essere utile a chi deve caricare l'auto. probabilmente la parte che mi convince di più: sembra una macchina disegnata per piacere prima ancora che per rispettare un segmento. Il nuovo volto Opel Davanti c'è un Vizor più alto e importante, con il Blitz illuminato al centro e una nuova firma luminosa fatta di lamelle verticali inclinate. Lo stesso motivo ritorna dietro, dove le luci riprendono il tema del frontale e incorniciano il logo Opel. Qui c'è un aspetto interessante: non sembra il classico prototipo costruito per stupire e basta. La STX serve anche a far vedere dove vuole andare il design della Casa tedesca. L'aerodinamica si muove Poi ci sono le soluzioni che non si vedono immediatamente: la carrozzeria è molto pulita, i cerchi da 22 pollici sono divisi in tre sezioni e soprattutto ci sono elementi aerodinamici attivi che cambiano posizione in funzione delle condizioni. Per dirne una, alcune parti del paraurti posteriore si muovono per gestire il flusso d'aria. Il tutto su una piattaforma elettrica a trazione integrale, con una velocità massima dichiarata superiore ai 200 km/h. un bel contrasto: una carrozzeria quasi minimalista, che sotto nasconde parecchia tecnologia. Non è solo una show car Dentro torna il concetto "Painting with Light" già visto sulla Experimental del 2023 e sulla Corsa GSE Vision Gran Turismo del 2025, insieme a soluzioni pensate per contenere il peso. Ma il punto più interessante è un altro: la STX non vuole rimanere soltanto un esercizio di stile. Alcuni degli elementi che vediamo qui sono destinati ad arrivare sulle Opel di prossima generazione. Ed è forse proprio questo il senso della macchina. In un mercato che sembra aver deciso che il futuro debba avere quattro porte, un portellone e almeno 20 centimetri da terra, Opel prova a ricordarci una cosa abbastanza semplice: per fare un'auto efficiente non serve necessariamente farla più alta. E per fare una wagon interessante, forse basta tornare a farla sembrare un'auto.

La 2CV è tornata: nel 2028 diventerà la Citroën elettrica da 15 mila euro - VIDEO

11 Ottobre 2026 ore 19:10
La guardi e ti strappa un sorriso, oggi come 78 anni fa. La Citroën 2CV debutta al Salone di Parigi in veste di concept, con un look dal sapore rétro rivisitato in chiave moderna. E con un futuro in parte ancora da scrivere. Dietro al suo remake si cela infatti un progetto tecnico che riguarda tre modelli del gruppo Stellantis, strettamente legato al varo in Europa di una nuova categoria di veicoli elettrici, economici, leggeri e costruiti nel continente: l'ormai famosa E-Car. Se tutto andrà bene, dall'auto che vedete qui nel 2028 nascerà un modello di serie. La nuova E-Car europea Intanto però Bruxelles deve mettere nero su bianco, possibilmente in fretta, vista la rapidità con cui stanno arrivando i costruttori cinesi, i parametri tecnici di questa nuova tipologia di vetture, che avrà criteri costruttivi e d'omologazione specifici.Dal canto suo, Citroën non ha perso tempo: "Abbiamo avviato il progetto a giugno dell'anno scorso e a ottobre lo abbiamo presentato ad Antonio Filosa (CEO di Stellantis)", ha detto Pierre Leclercq, capo dello stile del marchio, che ha le idee ben chiare su come dovrà essere la sua E-Car. Pescare nel passato dev'essere stato piuttosto facile: la sfida, semmai, è stata adattare il format al presente usando un linguaggio fresco. A prima vista, missione compiuta. La concept riprende chiaramente linee, proporzioni, stilemi e perfino soluzioni progettuali dell'originale, senza però diventare nostalgica.Ed è perfino riuscita nell'impresa di risultare più corta dell'antesignana, con i suoi 3,76 metri da un paraurti all'altro, una delle poche indicazioni tecniche fornite - insieme a quella di un peso target intorno alla tonnellata. L'UE pare avere indicato 4,20 metri come misura limite, ma le Case, Citroën compresa, puntano a dimensioni assai più compatte, in linea con gli standard del segmento A. Gomme vintage e un design che omaggia la Deuche Sono tanti i particolari che riecheggiano il passato: dai fari, con tecnologia LED ed effetto pop-up, alle maniglie, passando per il portellone, i passaruota e la capote.Emblematiche le prese d'aria sotto il parabrezza, ad azionamento elettrico, che richiamano il portellino d'aerazione apribile, una sorta di climatizzatore ante litteram, in dote alla storica Deuche.A completare il quadro esterno ci sono splendidi cerchi bianchi dal design vintage, al pari di quello degli pneumatici: copertoni realizzati appositamente da Michelin, con tanto di logo in corsivo. Interni: l'infotainment è a fumetti, la radio estraibile Gli interni appaiono assai più sperimentali, ma perfettamente in linea con lo spirito della 2CV. Continua anche qui il gioco di rimandi al passato, con le sedute a divanetto e un clacson che ricalca il vecchio cambio ad ombrello.Divertente l'approccio all'infotainment, con schermate a fumetti realizzate dal belga Jean Luc Delvaux, grande appassionato della 2CV. Una scelta che inevitabilmente rimanda alle storie di Tintin, il celebre personaggio creato da Hergé, nelle cui avventure la 2CV era una presenza fissa. Curiosa anche la soluzione scelta per l'impianto audio: un'autoradio estraibile che, nell'ottica della produzione, potrebbe tradursi in una cassa trasportabile all'esterno dell'auto. Romantico l'impianto di illuminazione ambientale: una catena luminosa che ricorda quelle dei dehor di certe ville di campagna e che, al pari del cesto da picnic, richiama le tradizionali gite fuori porta vissute da generazioni di automobilisti con la Deuche. Non abbiamo voluto fare nulla di pazzo, spiega Leclercq. Cercheremo di portare nel modello di serie il maggior numero possibile di questi spunti. Prezzo popolare e una casa a Pomigliano? L'aspetto della Citroën 2CV è definito. Il progetto tecnico, come detto, è ancora in fieri. Inutile, al momento, ipotizzare aspetti quali la potenza del motore o la capacità della batteria, su cui inevitabilmente inciderà il peso limite stabilito da Bruxelles. Piuttosto, Citroën ha fatto sapere di voler basare la sua E-Car elettrica su principi come la semplicità d'uso e la sostenibilità economica. Quest'ultimo aspetto è da intendersi sia dal punto di vista del costruttore, per quanto riguarda i processi produttivi, sia da quello del cliente, sul fronte della manutenzione. Tra i possibili stabilimenti Stellantis destinati all'assemblaggio delle E-Car, circola da tempo il nome di Pomigliano: la francese potrebbe dunque prendere dimora in Italia insieme all'omologo modello a marchio Fiat e a quello di Opel. Pur differenti nel posizionamento e nello stile, tutte queste vetture avranno un prezzo abbordabile, già fissato dall'Europa a circa 15.000 euro. 

Nuova Giulia, sei tu? La Cuorerosso anticipa le Alfa Romeo del futuro - VIDEO

11 Ottobre 2026 ore 19:07
passione pura, la Cuorerosso. Un'auto che l'Alfa Romeo ha voluto regalare agli alfisti per dare un messaggio chiaro: il Biscione è più vivo che mai. E ha davanti a sé un futuro fatto non solo di modelli concreti (come quelli dell'attuale gamma), ma anche di vetture pensate per emozionare, per far battere il cuore. E questa coupé a quattro porte (nuova Giulia, sei tu?) è pensata proprio per questo. La guardi e non puoi provare indifferenza. Che ti piaccia o no, lei ti suscita un'emozione. Forte. Come forti sono le forme plasmate dal Centro Stile diretto da Alejandro Mesonero, che tra ispirazioni del passato (come la Zagato Mostro e le varie codatronca) e superfici levigate che strizzano l'occhio a un futuro fatto (anche) di spasmodica ricerca dell'efficienza, hanno vestito con un'eleganza ormai sopita uno scheletro figlio della passione per la bella guida. Là sotto c'è un'evoluzione della piattaforma Giorgio (che, contro ogni previsione campata per aria dai detrattori, continuerà a vivere), con davanti nientemeno che una variante aggiornata del V6 2.9 biturbo. Che per l'occasione s'è elettrificato, per far capire che anche in un futuro in cui si dovranno centellinare le emissioni ci sarà spazio per il suo ruggito. Il 2.9 V6 diventa full hybrid Nel lungo cofano di questa concept lunga 4,7 metri (alta 1.331 mm e larga 1.900 mm, con un passo di 2.930 mm) pulsa un 2.9 V6 full hybrid con cambio automatico con convertitore di coppia, trazione integrale Q4 e albero di trasmissione di fibra di carbonio. Nessun dettaglio è stato fornito in merito alle prestazioni, ma il Biscione ha dichiarato il peso di questa concept: 1.750 kg. Non poco, ma nemmeno troppo distante dai 1.620 kg dell'attuale Giulia Quadrifoglio. La Cuorerosso, proprio come la berlina che tutti conosciamo, è pensata per il puro piacere di guida e dispone, tra le altre cose, di freni carboceramici Brembo, sterzo by-wire e di un assetto adattivo regolabile a seconda delle tre modalità di guida previste per questa 2+2: Cruise, Sport e Quadrifoglio. Primo sguardo alle Alfa del domani Ma la Cuorerosso non è solo un esercizio di stile pensato per emozionare: l'Alfa Romeo l'ha usata per anticipare la sua strategia per il futuro. Nei prossimi anni (si parla di post 2028) ci sarà spazio anche per vetture di segmento D lunghe fino a 4,7 metri e per modelli multienergia di tutti i segmenti: l'offerta Alfa Romeo del domani sarà composta da motori elettrici e da ibridi in tutte le salse, mild, full e plug-in. Ma oltre alla tecnica, cosa ritroveremo della Cuorerosso nel futuro? L'abbiamo chiesto al suo designer, Alejandro Mesonero-Romanos, che ci ha spiegato come lei anticipi alcuni dettagli in maniera letterale, pur essendo una visione: In un modo o nell'altro, ritroveremo dettagli della Cuorerosso plasmati nelle nuove Alfa Romeo a partire dal 2028-29. Alcuni elementi saranno ripresi letteralmente, ma la cosa più importante è la filosofia globale di quest'auto, del tipo di macchina che rappresenta, dello spirito, anche sugli interni: semplificazione, integrazione della tecnologia nelle forme. Tutto questo si traduce nel lavoro che stiamo facendo per le macchine del futuro di Alfa Romeo. La Bellezza necessaria Dietro la sintesi scultorea svelata a Parigi si cela un metodo progettuale radicale: dopo appena due settimane di bozzetti, i designer sono passati direttamente alla modellazione 3D, scolpendo un unico blocco pieno, privo di ruote e cristalli. Ne è nata un'estetica fluida che esprime il concetto di "Bellezza Necessaria", dove l'aerodinamica stacca un Cx di 0,28. Lo Scudetto nasce dal cofano come la scia di un motoscafo, con piccoli trilobi retroilluminati che pulsano quando ti avvicini all'auto. La fiancata rinuncia alle maniglie per comandi touch nel tetto, lasciando spazio a cristalli a filo e porte posteriori controvento che spalancano l'abitacolo eliminando il montante centrale. I retrovisori sono lamelle con intarsi tricolore pensate per fendere l'aria, così come i sottili fari anteriori, trasformati in prese d'aria funzionali, mentre i cerchi forgiati rileggono lo stile "a telefono" disponendo sei fori sulle tre razze. A completare l'impatto visivo provvede la tinta Liquid Ink Red, dove base alluminio e trasparente pigmentato fanno virare la carrozzeria da rosso incandescente a nero in base alla luce. Dettagli che traspaiono da come Mesonero descrive la creazione del suo team: Ho chiesto alla piccola squadra di designer che ha lavorato a questo progetto di partire da una scultura senza interruzione, come se fosse stata ricavata da un blocco materico unico. Volevo una forma sportiva, muscolosa, ma anche una sensazione di linearità vista dal fianco, non una macchina troppo orizzontale o che cade sul retro: volevo una forma a cuneo, molto Alfa Romeo. La Cuorerosso è molto filante, elegante, aerodinamica e poi dietro è alta, massiccia, aerodinamica, con la sua coda a tronca. Cuorerosso per noi è un manifesto, una visione. Il quadro strumenti si trasforma L'interno a quattro sedili singoli richiama lo sviluppo orizzontale della plancia della 33 Stradale. La chicca tecnologica è il "Cannocchiale Vivente": la strumentazione adotta cinematismi elettro-meccanici che unificano i due classici elementi circolari in un quadrante singolo per proiettare solo le informazioni fondamentali per la guida. L'interfaccia si completa col Magma Display, un centro di controllo con comandi touch e fisici integrati in una superficie traslucida che lascia vedere il carbonio forgiato su cui è poggiato. La scelta dei materiali sposa alta sartoria e competizioni velistiche: la plancia è rivestita da un tessuto monofilamento trasparente sviluppato con Luna Rossa, abbinato al nabuk Poltrona Frau tinto a mano con effetto sfumato e a pelle rigenerata al 60% da scarti industriali di pellami d'alta gamma. A coronare il tutto c'è un tocco lifestyle raffinato: una borsa removibile integrata nella plancia passeggero, le cui cinghie di ancoraggio si trasformano in maniglie una volta estratta.

Nel 2028 l'erede della Tonale, poi la Giulietta: Ficili svela i piani di Alfa Romeo

11 Ottobre 2026 ore 18:54
Prima della presentazione dell'Alfa Romeo Cuorerosso al Salone di Parigi, abbiamo avuto l'occasione di vederla per un'anteprima esclusiva insieme al ceo del Biscione, Santo Ficili. Con cui abbiamo parlato delle prossime evoluzioni di questo progetto, ma anche del futuro della piattaforma Giorgio, della nuova Giulietta e delle eredi di Giulia e Stelvio, oltre che del progetto E-Car. La Cuorerosso è la risposta del marchio a quello che chiedevano gli appassionati: un'auto concreta, emozionante  La Cuorerosso è il frutto del lavoro di una squadra di persone innamorate e appassionate del brand, che ha visto collaborare insieme ingegneria, sviluppo prodotto e design. Ci siamo seduti attorno a un tavolo per riconnetterci con la storia straordinaria di Alfa Romeo e abbiamo immaginato il futuro attraverso una vettura realizzabile, caratterizzata da stilemi evoluti che si ricollegano al nostro passato. La Cuorerosso anticipa un modello di serie in arrivo entro la fine del decennio o ne vedremo gli elementi stilistici su future vetture, come l'erede della Giulietta?   più la seconda ipotesi, poiché si tratta di un modello di stile e di una concept car. La prima vettura di serie derivata da questa visione arriverà all'inizio del 2028, come annunciato dal nostro responsabile di Region, Emanuele Cappellano. Il nuovo modello richiamerà gli stilemi della Cuorerosso e andrà a posizionarsi nella parte alta del segmento C-SUV, guardando anche alla fascia d'ingresso del segmento D-SUV. Inoltre, anche la futura Giulietta erediterà spunti stilistici da questo concept. A proposito della Giulietta, il nome è definitivo o è un riferimento interno? Perché avete scelto di riutilizzarlo?  Al momento "Giulietta" è un nome tecnico e interno utile a identificare il segmento in cui la vettura andrà a lavorare. Lo utilizziamo perché abbiamo un enorme parco circolante di clienti che guidano ancora la Giulietta, un'auto dal design ancora oggi molto valido. Lo stile di quella vettura ha elementi che richiamano la Cuorerosso e riutilizziamo questo nome semplicemente perché andrà a presidiare la stessa fascia di mercato. Quando arriverà sul mercato la nuova Giulietta rispetto alla C-SUV erede della Tonale?   La prima ad arrivare all'inizio del 2028 sarà la C-SUV, che raccoglierà a tutti gli effetti l'eredità della Tonale, pur essendo una macchina completamente diversa. Per la Giulietta valuteremo successivamente il momento più idoneo per il lancio, facendo prima debuttare la C-SUV. Avete annunciato anche una nuova vettura del programma "Bottega Fuoriserie  Il programma "Bottega Fuoriserie" rappresenta il punto di congiunzione tra Alfa Romeo e Maserati, pur mantenendo distinte le diverse missioni dei due brand senza sovrapposizioni. Dopo l'esperienza della 33 Stradale - che ha fatto da apripista -, coinvolgiamo direttamente i clienti nella creazione e personalizzazione su misura della propria vettura, come dimostra la recente consegna della Perla Nera in fibra di carbonio. Stiamo già progettando un nuovo modello Fuoriserie per Alfa Romeo e iniziando a lavorare a un progetto completamente nuovo anche per Maserati. Ci sono indiscrezioni su possibili collaborazioni tra Maserati e partner cinesi. Anche Alfa Romeo potrebbe avere influenze simili in futuro?  Per entrambi i marchi la priorità è individuare l'eccellenza tra fornitori e partner a livello globale. Per Maserati stiamo valutando diverse opzioni per coniugare la nostra eccellenza nel design, nel piacere di guida, nel gran turismo e negli interni raffinati con piattaforme e architetture elettroniche di altissimo livello. Qual è l'andamento commerciale dei modelli attuali e la loro penetrazione nei mercati internazionali?  Siamo molto concentrati sui modelli in gamma: la Junior sta realizzando oltre il 50% del nostro mix di vendite ed è distribuita in 45 mercati globali, permettendoci di avvicinare un target più giovane e femminile. Anche la Tonale sta performando bene: l'aggiornamento dello scorso anno la posiziona in modo efficace e sta ottenendo riscontri commerciali positivi anche in mercati d'oltreoceano come il Messico, dove è stata lanciata ad agosto. Quali sono le decisioni prese per il futuro di Giulia e Stelvio?  Abbiamo fatto una scelta precisa abbandonando il progetto precedente, poiché era orientato esclusivamente su un'architettura 100% elettrica. Abbiamo quindi deciso di proseguire con le attuali Giulia e Stelvio fino alla fine del 2027. Successivamente valuteremo l'evoluzione di questi specifici segmenti prima di definire i passi futuri. La piattaforma "Giorgio" ha ancora un futuro nei vostri piani? La piattaforma Giorgio ha già un futuro garantito ed è molto apprezzata dai clienti sulla Maserati Grecale, oltre alla sua evoluzione Giorgio Sport impiegata su GranTurismo e GranCabrio. Continueremo a monitorare il mercato per valutare se e come sviluppare futuri modelli di segmento D su questa base. Come si evolveranno i segmenti B e C, e quali caratteristiche tecniche avrà la futura Giulietta?   I segmenti B-SUV e C-SUV sono in forte crescita e li presidieremo con la Junior e con il nuovo modello in arrivo all'inizio del 2028. La futura Giulietta non sarà una Suv, ma risponderà alle esigenze moderne dei clienti: la presenza delle batterie nel pianale comporta un'altezza da terra leggermente superiore, garantendo maggiore spazio per la testa e abitabilità senza necessariamente diventare una crossover. Stellantis sta sviluppando progetti di "E-Car" accessibili. Alfa Romeo valuta un ingresso in quel segmento?  Siamo molto soddisfatti delle prestazioni della Junior, che è la nostra entry level e tale rimarrà. Lavoreremo costantemente sull'animazione di gamma durante il suo ciclo vita, come dimostra la recente edizione speciale sviluppata in partnership con Luna Rossa presentata a Napoli per Junior, Tonale, Giulia e Stelvio. I riscontri commerciali e il giudizio dei clienti sulla Junior sono estremamente positivi.

Sportiva, hot hatch: la DS 3 del 2028 sarà tutta diversa - VIDEO

11 Ottobre 2026 ore 21:06
L'indizio chiave è scritto nel nome, DS F3VER, in quella "E" resa con un "3". La concept svelata in anteprima mondiale al Salone di Parigi da DS Automobiles è infatti una prova generale della DS 3 di nuova generazione, attesa per il 2028. La compatta del marchio premium francese tornerà ad avere linee da hot hatch, come nella prima serie, discostandosi dall'attuale crossover oggi in gamma. Questa è, in estrema sintesi, la notizia veicolata dal prototipo. Il quale, certamente, introduce anche discorsi più ampi nel suo ruolo di manifesto delle future direzioni del marchio. In termini di design, anzitutto, ma anche di piattaforme e soluzioni tecniche, che dovrebbero continuare a privilegiare l'elettrico, soprattutto nel segmento più accessibile. Bassa e sportiva: cambia lo stile Lunga 4,19 metri, larga 1,84 metri e alta 1,46 metri, F3VER è una compatta dalle proporzioni spiccatamente sportive. Sulla sua carrozzeria, DS sperimenta un nuovo linguaggio estetico, riconoscibile soprattutto nel frontale, sviluppato attorno a un vistoso "totem" verticale che integra il logo del marchio. A questo si affianca una firma luminosa inedita, sempre a sviluppo verticale, caratterizzata da gruppi ottici a forma di Y. Spettacolari le luci di coda, che generano un effetto di profondità: la loro struttura utilizza 16 pannelli LED integrati in un supporto ultraleggero in magnesio ispirato alle architetture del Grand Palais di Parigi. La personalizzazione prende quota Al centro del paraurti posteriore spicca invece un pannello digitale che trasmette grafiche personalizzate: nell'ottica della produzione di serie, potrebbe diventare un veicolo di informazioni sullo stato di ricarica, oltre a visualizzare grafiche, messaggi di accoglienza e immagini impostate dal cliente. La personalizzazione è un punto su cui DS intende alzare l'asticella: l'anello che incornicia il tetto di F3VER, per esempio, è configurabile con diverse finiture e colori. Il concetto di verniciatura bicolore viene poi reinterpretato con una speciale tinta che, giocando con la luce, genera una percezione diversa della cromia e delle forme dell'auto. La tinta che vedete in queste immagini si chiama Cosmic Blue, e varia dal blu intenso al viola in base all'illuminazione. 400 litri di bagagliaio Dal punto di vista tecnico, il passo di 2,70 metri preannuncia un abitacolo piuttosto vivibile. Gli interni della concept verranno svelati più avanti, nel 2027. Le proporzioni lasciano comunque immaginare uno spazio interno particolarmente generoso rispetto alla lunghezza complessiva. La Casa cita anche un valore massimo per il bagagliaio, pari a 400 litri. Nasce elettrica. Poi, chissà... Un altro numero che DS ha voluto spendere mostrando in anteprima la concept F3VER è quello relativo all'autonomia: almeno 500 km, per una vettura che di fatto anticipa una nuova generazione di elettriche. L'architettura di riferimento è la nuova STLA One del gruppo Stellantis, che però è multienergia. L'impressione è che la nuova DS 3 sia orientata verso l'elettrico puro, ma la base tecnica non precluderebbe possibili sviluppi in chiave ibrida. Verso una produzione più "intelligente" Dal punto di vista industriale, F3VER sposa una filosofia definita "Design Intelligence", che, in soldoni, significa ottenere il massimo con meno componenti. Di qui la soluzione di un paraurti monoblocco, la riduzione degli elementi plastici esterni e l'integrazione di funzioni luminose per semplificare l'architettura della vettura e favorire la sostenibilità produttiva. Un approccio supportato anche dagli strumenti digitali e dalle soluzioni di intelligenza artificiale sviluppate all'interno del gruppo Stellantis: la piattaforma STLA One sarà infatti la prima a disporre dell'architettura elettronica STLA Brain.

Il mito T16 incontra il futuro: nella Peugeot da 816 CV c'è già la nuova 208 - VIDEO

13 Ottobre 2026 ore 08:04
Per capire la Peugeot E-T16, svelata al Salone di Parigi, bisogna tornare agli anni 80, quando il Mondiale Rally era il terreno di sfida di alcune delle auto più estreme mai costruite. Nel 1984 la Casa francese portò in gara la 205 Turbo 16, una vettura che della compatta di serie conservava soprattutto l'aspetto. Con Jean Todt alla guida di Peugeot Talbot Sport, la T16 conquistò il Mondiale Costruttori nel 1985 e nel 1986. Timo Salonen vinse il titolo Piloti nel primo anno, mentre Juha Kankkunen si impose nel secondo. Poi, con la fine del Gruppo B, il progetto trovò una nuova vita anche alla Dakar.Quarant'anni dopo quei successi, la E-T16 riprende il nome e alcuni tratti della progenitrice, ma cambia completamente tecnologia e filosofia. Il motore non è più il celebre quattro cilindri turbo: qui troviamo tre unità elettriche, una anteriore e due posteriori. Non è la prima volta Non è la prima volta che il nome T16 compare nell'era moderna di Peugeot. Il caso più noto è la 208 T16 Pikes Peak, con cui Sébastien Loeb dominò la celebre cronoscalata americana nel 2013, firmando anche il record dell'epoca.La nuova concept si inserisce nella stessa tradizione del marchio: prendere una compatta e spingerne l'interpretazione sportiva ben oltre i limiti della produzione di serie. La Peugeot E-T16 è larghissima e schiacciata a terra, con passaruota molto pronunciati, prese d'aria sul cofano e un grande alettone posteriore. Non fa nulla per nascondere il proprio carattere estremo.I richiami alla 205 T16 sono soprattutto nei volumi della carrozzeria e in alcuni dettagli. Le proporzioni, inevitabilmente, sono quelle di un'auto moderna, ma il risultato recupera l'idea di una piccola Peugeot trasformata in una vera macchina da competizione. 816 CV, ma resta una concept  Secondo quanto dichiarato da Peugeot, la E-T16 sviluppa 816 CV e sarebbe capace di coprire lo 0-300 km/h in 16 secondi. Numeri da prototipo, più utili a descriverne le ambizioni che a immaginare una futura versione di serie. La Casa la presenta infatti come una visione estrema della prossima Peugeot 208, attesa entro il 2027, dalla quale riprenderà alcuni elementi stilistici esterni e dell'abitacolo. Tra questi c'è l'Hypersquare, il volante rettangolare già visto nelle precedenti anticipazioni del marchio, abbinato allo sterzo by-wire. Anche la firma luminosa a tre artigli anticipa il linguaggio stilistico delle future Peugeot. Per ora non esiste alcuna versione stradale all'orizzonte. La Peugeot E-T16 è soprattutto un omaggio a uno dei periodi più memorabili del rally e un esercizio di stile su come potrebbe evolversi l'idea di una Peugeot sportiva nell'era delle auto elettriche. La T16 originale aveva fatto scuola con il turbo e la trazione integrale; la sua erede ideale affida tutto, in modo forse meno romantico, a tre motori elettrici. Nel nome, però, conserva ancora tutta la propria grinta.

Ricordate la RCZ? Peugeot la reinventa con 500 CV e batteria allo stato solido

11 Ottobre 2026 ore 18:46
La Peugeot RCZ è stata una delle auto più particolari uscite da Sochaux negli ultimi vent'anni. Presentata come concept al Salone di Francoforte del 2007, arrivò in produzione nel 2009, distinguendosi subito per la carrozzeria da coupé e la doppia bombatura di tetto e lunotto, omaggio neanche troppo velato a Zagato. D'altronde, quella "Z" nel nome non è casuale. La RCZ fu costruita fino al 2015, senza lasciare eredi. La RCZ Vision al Salone di Parigi riparte proprio da lì, anche se Peugeot non ne prospetta, almeno per ora, una versione di serie. Semmai, si tratta di un esercizio di stile che offre un assaggio del linguaggio delle future auto del Leone. Un percorso già avviato con altre concept, dalla e-Legend del 2018, che reinterpretava in chiave elettrica la 504 Coupé, alla Polygon del 2025, laboratorio di forme e comandi destinati alla prossima generazione della 208. La RCZ Vision, invece, guarda al mondo delle coupé, con proporzioni basse e larghe e superfici essenziali. Dal passato al Feline Future Il richiamo al passato emerge soprattutto al posteriore, dove tornano le lamelle orizzontali che ricordano alcuni dettagli stilistici delle Peugeot degli anni 80, come quelli della 205. All'anteriore, invece, la firma luminosa a tre artigli viene reinterpretata in chiave orizzontale, con sottili elementi luminosi che incorniciano il logo del Leone.La RCZ Vision introduce il linguaggio stilistico che Peugeot definisce Feline Future. Al di là della denominazione scelta dalla Casa, il concetto si traduce in una carrozzeria muscolosa, gruppi ottici sottili e superfici relativamente pulite. Non è detto che queste forme arrivino inalterate sulle prossime auto di serie, ma alcuni elementi, a cominciare dalla firma luminosa, sembrano destinati a caratterizzare le Peugeot che verranno. Dentro cambia tutto La concept anticipa anche un'evoluzione dell'i-Cockpit, introdotto nel 2012 con la prima generazione della 208. Il volante piccolo e la strumentazione rialzata hanno definito da allora l'impostazione dei cruscotti del marchio; qui, però, il comando tradizionale lascia spazio all'Hypersquare, il volante rettangolare già visto sulla Polygon e abbinato allo sterzo steer-by-wire. Pertanto, non c'è un collegamento meccanico diretto tra volante e ruote: gli input del conducente vengono rilevati elettronicamente e trasformati nei movimenti dello sterzo. Il rapporto di sterzata può così variare in funzione della velocità, rendendo le manovre più rapide. Si tratta di una tecnologia già vista negli anni, ma che Peugeot punta a democratizzare. L'obiettivo, infatti, è portarla sui modelli di serie partendo proprio dalle "piccole" della gamma.Anche la plancia cambia impostazione. Le informazioni vengono affidate a display Micro LED trasparenti, mentre lo schermo centrale verticale può essere spento quando non serve. L'idea è ridurre la presenza dei display tradizionali e integrare maggiormente le informazioni nell'ambiente di guida. Elettrica, con 500 CV e 600 km di autonomia Sotto la carrozzeria, la RCZ Vision utilizza l'architettura STLA One e una batteria allo stato solido sviluppata in collaborazione con Factorial Energy. Peugeot dichiara una potenza di 500 CV, fino a 600 km di autonomia e una ricarica dal 10 all'80% in meno di dieci minuti, grazie anche all'impianto elettrico a 1.000 volt.Sono numeri da considerare per quello che sono: dati dichiarati per un prototipo e non le caratteristiche definitive di un modello destinato alla produzione. Più delle prestazioni, per ora sarà interessante capire quanto di questa tecnologia e di queste soluzioni stilistiche arriverà effettivamente sulle Peugeot del futuro.La RCZ originale era una coupé vera, prodotta e venduta per sei anni. La Vision, invece, resta un manifesto di design e tecnologia. Per rivedere una sportiva del Leone con quel nome bisognerà aspettare, con ogni probabilità, ancora a lungo.

Ha ancora sei posti, ma la nuova Multipla può diventare anche un pick-up - VIDEO

12 Ottobre 2026 ore 08:05
Al Salone di Parigi Fiat presenta la concept Multiplay, descritta come "laboratorio di soluzioni per la mobilità di domani": il prototipo non anticipa un modello di serieM semmai, si presenta come un manifesto, o meglio una vettura ingegnosa come la Multipla che la ispira. In più, è "trasformabile". Cambia forma in un attimo La Fiat Multiplay combina l'impostazione da monovolume con la possibilità di trasformarsi in pick-up grazie alla peculiare architettura del terzo montante scorrevole, chiamata "Metamorfosi". Nella configurazione chiusa l'auto è una familiare a sei posti, con i finestrini della terza fila che si abbassano. Una volta aperta l'auto diventa un pratico pick-up a quattro posti. Al cassone si accede con la ribalta posteriore che si apre ad armadio e la copertura scorrevole: al suo interno si trovano cinghie e blocchi mobili per il carico, mentre lo spoiler posteriore ruota per diventare un portabiciclette integrato. C'è spazio anche per il pet All'interno dell'abitacolo è stato introdotto il "petsenger seat", elemento modulare che può fungere da punto di fissaggio per un seggiolino o accogliere un animale domestico: una sezione esterna del cuscino si stacca e diventa guinzaglio, mentre un vano nella portiera ospita una ciotola pieghevole. La terza fila è studiata per ospitare due bambini o, all'occorrenza, un adulto. Il "Sunseat" permette invece al sedile del passeggero anteriore di ruotare di 180 (a vettura ferma) e di trasformarsi in chaise longue, che sfrutta la plancia come schienale. Il grande display centrale scompare completamente nella plancia a vettura spenta. Design da anguria Sul fronte di colori e materiali, l'ispirazione principale per la Multiplay è stata l'anguria, uno dei frutti estivi per eccellenza: verde brillante per la carrozzeria, dettagli bianchi per il tetto, tonalità rosse e rosa per l'abitacolo, con pavimento rosa tenue e una sfumatura pixelata che si estende dal petsenger seat alla zona dedicata ai bambini. I rivestimenti morbidi sono realizzati in tessuti monomateriale con lavorazione a maglia tridimensionale senza cuciture, con finiture impermeabili. Un mare di piccoli LED Molto originale lo stile: le estremità sono arrotondate (come un'anguria, appunto) con passaruota molto pronunciati e grandi fasce a pixel di LED, interrotte dal nome della Casa torinese. Il frontale, molto pronunciato, riporta il nome stilizzato del modello, con prese d'aria verticali inserite in un motivo circolare che integra anche la firma luminosa. Sulla sommità del tetto sono presenti anche due piccoli fari a LED. Tra le due portiere, anch'esse con apertura ad armadio, un piccolo display che visualizza scritte e animazioni. In continuità col passato La Fiat Multiplay è una concept che, come dice anche il nome, raccoglie l'eredità di due modelli che hanno interpretato in maniera originale il rapporto tra dimensioni esterne e abitabilità: la Fiat 600 Multipla del 1956, capace di ospitare sei persone in tre metri e mezzo, e la Multipla del 1998, lo stesso numero di persone su due file in un corpo vettura lungo meno di quattro metri.

F1, Verstappen domina a singapore davanti a Leclerc e Antonelli

11 Ottobre 2026 ore 18:11
Max Verstappen conquista per la prima volta il Gran Premio di Singapore. A Marina Bay il quattro volte iridato della Red Bull precede Charles Leclerc, secondo con la Ferrari e Kimi Antonelli, terzo con la Mercedes. Il successo segue quello nella Sprint di ieri e le due pole position a coronare un fine settimana perfetto.  Ora Verstappen ha vinto ovunque abbia corso Verstappen difende la prima posizione dall'attacco di Leclerc alla prima curva, poi costruisce il vantaggio con il passo gara. Parte sulle soft e passa alle medie con un'unica sosta, mantenendo il comando per tutta la corsa. L'unica cosa che non ha funzionato in Red Bull durante questo weekend è stata la radio: i problemi di comunicazione costringono il team a comunicare attraverso il pannello esposto dal muretto, senza però compromettere il resto.Ci è voluto un po', ma credo che questa gara sia andata molto bene commenta Verstappen. Avevamo il passo quando serviva, sia con le gomme soft sia con le medie. Per fortuna la partenza è stata buona quanto bastava.  Per l'olandese questa è la seconda vittoria consecutiva ,dopo quella di settimana scorsa a Sepang: Credo che le ultime gare siano state davvero positive per noi: nel team c'è molta motivazione per cercare di ottenere ancora più risultati. Speriamo di poterci divertire un po' di più da qui alla fine dell'anno.La Ferrari ritrova il podio a Singapore Charles Leclerc segue una strategia a due soste, diversa da quella del vincitore. Il monegasco è competitivo sulle soft, mentre lo stint con le medie si rivela più difficile. La Ferrari torna così sul podio dopo cinque Gran Premi senza piazzamenti tra i primi tre.Eravamo piuttosto forti all'inizio della gara, poi abbiamo cominciato a soffrire il degrado. Abbiamo adottato una strategia diversa da quella di Max. Ho dato tutto e non rimpiango nulla, spiega Leclerc. Non credo che oggi si potesse fare molto di più, forse avrei potuto essere un po' più aggressivo al via. andata così.La gara di Hamilton cambia durante la Virtual Safety Car provocata dal ritiro di Lance Stroll. Il britannico rimane in pista sulle soft per sua decisione, mentre Leclerc si ferma per montare gomme fresche. La seconda sosta non arriva e il finale diventa una difesa sempre più difficile: Hamilton viene superato dal compagno di squadra, da Antonelli e dalle due McLaren, scendendo fino al sesto posto.Antonelli terzo: il duello Norris-Hamilton apre la rimonta Il passaggio decisivo della gara per il pilota italiano arriva al 54 giro. Norris attacca Hamilton per la terza posizione, ma il ferrarista resiste. Antonelli approfitta della loro battaglia per superare la McLaren e prendersi il quarto posto e poi, poco dopo, anche il podio. stata una gara molto dura, ma alla fine sono davvero contento del podio. Sono riuscito ad approfittare della battaglia tra Lando e Lewis e sono molto felice di questo, racconta Antonelli.Il resto della Top 10 Norris e Piastri chiudono ai piedi del podio, davanti a Hamilton. Seguono Liam Lawson, settimo con la Racing Bulls, e Nico Hülkenberg, ottavo con l'Audi. George Russell termina nono; Isack Hadjar, partito dalla corsia dei box, completa la zona punti con l'altra Red Bull. Restano fuori dai primi dieci Pierre Gasly, undicesimo, Carlos Sainz, quattordicesimo, e Fernando Alonso, sedicesimo.Mondiale F1: Antonelli allunga, primo match point ad AustinAntonelli lascia Singapore con 340 punti, contro i 238 di Russell. Hamilton è terzo a quota 229, seguito da Verstappen con 221 e Leclerc con 215. Il prossimo appuntamento, ad Austin tra due settimane, offrirà al pilota italiano la prima occasione per conquistare matematicamente il titolo mondiale.La classifica finale del GP di Singapore >>

GIORGIO BIANCHI REAGISCE A NAZA: "TRA I PRODUTTORI C'È UN NOME CHE SPIEGA TUTTO"

11 Ottobre 2026 ore 18:13

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#Naza, sigla ebraica per “danno collaterale”, è il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor prodotto dal Guardian, con Jonathan #Glazer produttore esecutivo. Ventiquattro tra soldati e uomini dell’intelligence israeliana, in anonimato, parlano di notte sui tetti di Tel Aviv del sistema di individuazione degli obiettivi a Gaza. Il film, Premio speciale della giuria a Venezia, è uscito nelle sale italiane a fine settembre. L’esercito israeliano ne respinge le accuse: “Dobbiamo difendere la reputazione dell’esercito israeliano”, ha dichiarato il capo di Stato maggiore Eyal Zamir.

Una sala in silenzio

“La sala non ha fiatato nessuno”, racconta Giorgio #Bianchi ai nostri microfoni dopo aver visto Naza dalla prima fila. “Molti sono usciti con le lacrime agli occhi, me compreso”, e la visione al cinema era per lui obbligata: “io rimango di quelli che i film vanno visti al cinema”. Da documentarista, aggiunge, “la messa in scena, proprio ragionando da documentarista, secondo me è straordinaria”.

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L'importanza della community e una promessa per il 2027!

11 Ottobre 2026 ore 18:09

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Attualmente sto lavorando tanto sui contenuti e sulle piattaforme tecniche necessarie per supportare il progetto Esadecimale negli anni a venire. Un grande obiettivo per il prossimo 2027 però sarà l'aspetto community. L'idea infatti sarà quella di iniziare ad organizzare eventi e meetup sia a Roma che fuori per parlare di informatica in tanti modi diversi.

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano.
- https://esadecimale.it
- https://account.esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it

Garlasco, il DNA sui pedali: cosa è successo nei laboratori di Parma?

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Un valore fuori scala, due corse di controllo a zero, un verbale che riporta solo il primo dato. Cosa è successo nei laboratori di Parma tra l’11 e il 24 settembre 2007?

Gianluca Zanella e Mariano Gambino affrontano il nodo del DNA sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Lo fanno con un metodo preciso: un’analisi bayesiana bidirezionale, condotta solo su fatti documentati. Lo strumento è l’intelligenza artificiale, usata come amplificatore cognitivo e controllore del metodo, mai come fonte.

Non è un processo né un verdetto. È una valutazione logico-matematica delle procedure di laboratorio, impostata secondo le linee guida ENFSI (European Network of Forensic Science Institutes). La determinazione della verità processuale e ogni giudizio sulla responsabilità penale restano di competenza esclusiva dell’autorità giudiziaria.

Nel video:

- La ricostruzione dei passaggi: tracce sui pedali, osservazione al microscopio, unione dei campioni in un’unica provetta
- Perché il valore di 2,78 ng/µl è anomalo per un touch DNA, alla luce della letteratura scientifica internazionale
- Le corse di controllo del 20 settembre e la questione della ripetibilità
- Il verbale del 24 settembre e il passaggio da consulenza tecnica a indagine tecnica
- Come costruire regole rigorose per usare l’AI senza introdurre bias: fatti duri, niente fonti mediatiche, ipotesi simmetriche
- I tre nodi logici dell’analisi e la matrice finale
- Tre domande aperte ai periti

Il ragionamento viene mostrato passaggio per passaggio, perché chiunque possa seguirlo e replicarlo.

Quali domande fareste voi ai periti? Scrivetele nei commenti: potremmo discuterne in una prossima live.

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arson influencer 😩 🤣 #foodfails #cookingfail #humor #fire #fail

11 Ottobre 2026 ore 18:00

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Mi trasferisco - Nuovo studio prima parte

11 Ottobre 2026 ore 18:00

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00:00 - Introduzione e motivi del trasloco
00:56 - Il nuovo spazio e pianificazione
01:46 - Smontaggio e discesa dei primi mobili
05:02 - Sponsor: JLC PCB e unboxing componenti
06:12 - Sgombero dello studio
09:11 - Trasporto del mixer e cassettiere
14:50 - Spostamento dei registratori a bobine
18:40 - Bilancio e conclusioni

Calore

11 Ottobre 2026 ore 17:36
di Paolo Puppa     Sta seduto da ore, come ogni giorno, sulla poltrona marrone, la Frau di pelle ormai logora per il consumo di tanti anni. Il plaid sulle ginocchia, a dargli conforto contro il freddo di ottobre, il telecomando alla mercé della sua mano. La postura ricalca in tutto quella di suo padre, …

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Disabling signup does not work

Hi all. Since a few days we are running our own PeerTube server, and it’s great.

Today we managed to connect our server to our Keycloak authenticator (with the auth-openid-connect plugin), and we would like to close the regular « sign-up ». (We are receiving quite a few requests through the regular sign up from what appear to be bots).

We just want to use the Keycloak authentication (and account creation) without the regular « Create an account » set-up.

But whenever we unselect the « Enable signup » option in the admin/settings/config/general « new users » section, and click save, the option automatically selects/activates itself again?

Does anyone know how to go about this?

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Provocazioni e retorica separatista: la Cina stronca il discorso di Lai Ching-te sul "Double Ten"

La Cina torna a lanciare un chiaro monito ai secessionisti di Taiwan: il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale cinese ha duramente criticato il discorso del leader regionale di Taiwan, Lai Ching-te, in occasione della ricorrenza del "Doppio Dieci" ('Festa Nazionale' di Taiwan), accusandolo di esasperare la "minaccia militare della terraferma" e di promuovere un aumento della spesa per la difesa; secondo il portavoce, le dichiarazioni di Lai - come riporta il quotidiano Global Times - rivelano il suo tentativo di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno da parte dei soliti noti destabilizzatori imperialisti.

Secondo quanto riferito, Lai Ching-te ha recentemente tenuto il suo discorso per il "Doppio Dieci", nel quale ha enfatizzato le affermazioni secondo cui la terraferma cinese continuerebbe a utilizzare azioni militari per esercitare pressioni sulla regione di Taiwan e modificare lo status quo nello Stretto, invocando al contempo un aumento della spesa per la difesa e una maggiore "resilienza difensiva dell'intera società".

In risposta, il portavoce Chen Xi ha dichiarato che esiste una sola Cina al mondo e che Taiwan ne è parte integrante; questo è il vero status quo nello Stretto di Taiwan. Lai si aggrappa ostinatamente alla posizione dell'"indipendenza di Taiwan", stravolge la realtà dei fatti, esaspera la cosiddetta "minaccia militare della terraferma" e fomenta lo scontro nello Stretto. I suoi tentativi di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno rivelano ancora una volta la sua natura di fonte di problemi per Taiwan e di minaccia alla pace, ha affermato Chen.

Negli ultimi anni, per i propri interessi di parte, le autorità del DPP (Democratic Progressive Party) hanno perseguito l'"indipendenza" e ostacolato la riunificazione, corteggiato forze esterne, promosso la cosiddetta "mobilitazione dell'intera società" e tentato di trasformare l'intera isola in un campo di battaglia sulla stregua dell'Ucraina contro  la Russia. Così facendo, stanno legando i residenti di Taiwan al carro dell'"indipendenza di Taiwan", minando la stabilità nello Stretto e sacrificando il futuro della regione di Taiwan, ha detto Chen.

Il portavoce ha osservato che le esercitazioni e l'addestramento regolari dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) attorno all'isola di Taiwan mirano a scoraggiare le mosse separatiste per l'"indipendenza di Taiwan" e le interferenze di forze esterne, nonché a salvaguardare la sicurezza e il benessere dei residenti di Taiwan. Tali azioni sono pienamente giustificate e ineccepibili.

Chen ha affermato che l'"indipendenza di Taiwan" è fondamentalmente incompatibile con la pace nello Stretto. La riunificazione nazionale è una tendenza storica irresistibile, una causa giusta e un'aspirazione del popolo. "Ci auguriamo che i compatrioti di Taiwan comprendano appieno l'estremo pericolo e i danni derivanti dal perseguimento ostinato dell'«indipendenza di Taiwan» da parte delle autorità di Lai, e che si uniscano a noi nell'opporsi risolutamente alle forze separatiste favorevoli all'«indipendenza di Taiwan» e alle interferenze esterne, salvaguardando congiuntamente una patria pacifica e serena e condividendo i benefici e la gloria del ringiovanimento nazionale", ha affermato Chen.

"È UN MiG-23, È TUTTO PIENO DI SCRITTE RUSSE": STORIA DI UNA BUFALA DECENNALE SU USTICA

11 Ottobre 2026 ore 16:30

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Il 27 giugno 1980 il DC-9 Itavia precipita al largo di #Ustica. Il 18 luglio un MiG-23 libico si schianta sul costone di Castelsilano, in Calabria. Due tragedie distinte, che la vulgata ha fuso in un solo, cinematografico scenario: la battaglia nei cieli, il caccia rimasto nascosto nei boschi per tre settimane. Ad Astrea, Rosanna Piras mette questa versione davanti a chi c’era davvero.

C’è l’ammiraglio Sergio #Biraghi, che quel 18 luglio riceve la telefonata del generale Tascio: “È un MiG-23, è tutto pieno di scritte russe”. Manda sul posto il suo interprete, ascolta le comunicazioni del gregario che chiama per minuti un compagno che non risponde più. E consegna al giudice Priore un intero armadietto di documenti, che a un certo punto sparirà. Per fortuna, lui aveva tenuto le copie.

C’è il comandante #Cecconello, pilota collaudatore del Reparto Sperimentale di Volo, che arriva sul relitto tre giorni dopo: serbatoi a secco, nessun incendio, nessun segno di combattimento. “Zero segni di qualsiasi natura”.

E c’è Vittorio Argento, giornalista aeronautico, che legge in diretta le parole dei magistrati sulle perizie che collegavano i due eventi, e ricorda la telefonata con il sindaco di Castelsilano, esasperato da una domanda che si sente rivolgere da quarant’anni.

Una puntata che non chiude il mistero di Ustica, ma toglie di mezzo uno dei suoi equivoci più duri a morire. Il racconto completo, con i dettagli dell’armadietto scomparso e del finto “missile” ripescato in mare, è nella video-intervista di Rosanna Piras.

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CLIMA, OLTRE 347 MILIONI DI BAMBINI ESPOSTI A EL NINO

11 Ottobre 2026 ore 16:17

Si stima che l’El Niño previsto per il 2026-2027 – un fenomeno climatico ricorrente che riscalda alcune zone dell’Oceano Pacifico e altera i sistemi meteorologici in tutto il mondo – diventerà uno dei più intensi mai registrati. Si prevede che condizioni di piogge e siccità fuori dal comune aumentino la probabilità di eventi meteorologici estremi, tra cui gravi inondazioni e gravi siccità, minacciando la vita, la salute e l’istruzione dei bambini in quasi 100 paesi e territori. “Per i bambini, El Niño è ben più di un semplice fenomeno meteorologico. Può significare un aumento degli sfollamenti, della malnutrizione, della carenza idrica e delle epidemie. I bambini rischiano inoltre la chiusura delle scuole, mentre le famiglie potrebbero trovarsi ad affrontare ulteriori difficoltà finanziarie – afferma Catherine Russell, Direttrice generale dell’UNICEF-. Con oltre 347 milioni di bambini che vivono in aree in cui si prevedono condizioni più secche o più piovose a causa di El Niño, dobbiamo agire subito per proteggere le comunità e i bambini”. Secondo gli ultimi dati dell’UNICEF, si prevede che oltre 347 milioni di bambini in quasi 100 paesi e territori subiranno condizioni di piogge o siccità insolite tra ottobre e dicembre 2026 a causa di El Niño, aumentando il rischio di inondazioni e siccità estreme con conseguenze potenzialmente devastanti. Il maggior numero di bambini che potrebbero trovarsi ad affrontare queste condizioni si concentra in Asia e nel Pacifico (190 milioni), seguiti dall’Africa orientale e meridionale (41 milioni), dall’America Latina e dai Caraibi (41 milioni), dall’Europa e dall’Asia centrale (22 milioni), dal Medio Oriente e dal Nord Africa (20 milioni) e dall’Africa occidentale e centrale (20 milioni).I bambini in Colombia, nelle Figi, in Papua Nuova Guinea e nelle Filippine, ad esempio, sono tra quelli che dovrebbero affrontare condizioni di maggiore siccità legate a El Niño, che rischiano di provocare siccità agricola e scarsità d’acqua, il che potrebbe aumentare gli sfollamenti e aggravare la malnutrizione acuta.

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ROMA, SEI GIORNI DI ADDESTRAMENTO CONGIUNTO PER I CANI DELLE POLIZIE EUROPEE

11 Ottobre 2026 ore 15:54

In questi giorni Roma è stata il centro del mondo, quantomeno per il mondo specialistico delle unità cinofile, anche se si tratta di unità ‘particolari’. Dal 5 al 10 ottobre 2026, infatti, si è svolto nella Capitale un importante evento internazionale dedicato alle forze speciali di Polizia: presso il centro polifunzionale della Polizia di Stato di Spinaceto, sono confluiti gli esperti cinofili delle principali unità d’intervento speciale europee appartenenti ad Atlas. Il network Atlas la rete di cooperazione che riunisce 38 unità speciali provenienti dagli Stati membri dell’Unione Europea, oltre che da Paesi associati come Regno Unito, Islanda, Norvegia e Svizzera, nata in modo informale nel 2001 e formalizzata nel 2008 da una decisione del Consiglio dell’Ue per migliorare la cooperazione antiterrorismo, condividendo esperienze standard e conoscenze, e per facilitare l’assistenza e il supporto operativo transfrontaliero in caso di gravi crisi, attacchi terroristici o eventi ad alto rischio in ambienti urbani, rurali e marittimi. Nel contesto degli incontri regolarmente organizzati da tale network, il Nocs della Polizia di Stato ha ideato e predisposto una settimana di addestramento congiunto dedicato agli operatori cinofili, a cui hanno aderito i colleghi di altre 10 unità d’intervento speciale. L’obiettivo di eventi di questo tipo è quello di promuovere lo scambio di best practice operative e procedure condivise tra le unità europee, rafforzando la cooperazione internazionale nel campo delle operazioni speciali cinofile. Sono state approfondite le tecniche d’intervento che coinvolgono i nostri amici a quattro zampe e l’integrazione operativa delle unità cinofile nelle operazioni speciali, ma non solo, per la prima volta, sono anche state sperimentate con simulazioni sul campo le procedure di emergenza in ambito veterinario, per prestare le prime cure ai coraggiosi caniche dovessero rimanere infortunati nel corso dei difficili e pericolosi compiti che sono chiamati a svolgere.

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ATLANTE DELLE MIGRAZIONI; CAMBIAMENTO CLIMATICO MINACCIA LE SPECIE

11 Ottobre 2026 ore 15:45

Cambiamenti climatici, distruzione degli habitat, pesca intensiva e traffico marittimo minacciano le migrazioni animali, l’allarme arriva dal congresso internazionale sull’Atlante mondiale delle migrazioni animali, in corso a Palazzo d’Avalos a Vasto (Chieti) nell’ambito della Convenzione di Bonn dell’Onu. L’Atlante punta a mappare gli spostamenti di uccelli, mammiferi, pesci, cetacei, rettili e insetti, per individuare i rischi lungo le rotte e orientare le politiche di tutela. Nel Mediterraneo, ha spiegato l’ecologo marino Giuseppe Notarbartolo, i cetacei sono esposti alla riduzione delle risorse alimentari e alle collisioni con le navi. Il riscaldamento delle acque modifica inoltre gli spostamenti delle specie. Preoccupa anche il declino degli uccelli migratori, legato alla perdita degli habitat e all’agricoltura intensiva. In Abruzzo, ha riferito Fernando Di Fabrizio, presidente della cooperativa Cogecstre, diminuiscono specie un tempo comuni come passero, zigolo nero e saltimpalo. Il congresso, organizzato da Bio Cantina Sociale Orsogna con Cogecstre e Comune di Vasto, si conclude oggi

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[2026-10-16] CENA BELLAVITA VEGAN @ Barocchio Squat

10 Ottobre 2026 ore 00:45

CENA BELLAVITA VEGAN

Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(venerdì, 16 ottobre 19:00)
CENA BELLAVITA

Barocchio squat presenta una semplice proposta per ribadire l'importanza della responsabilità individuale e collettiva sul tema dell'alimentazione, in specifico quella a base vegetale, come mezzo per portare avanti la liberazione animale in un contesto atroce che vede la mercificazione degli esseri animali per vari scopi beceri, come il divertimento, l'intrattenimento, secondo la logica di sfruttamento generale di questi ultimi.

Ribadiamo l'importanza dei luoghi che portano avanti la pratica dell'autogestione e della bella vita, inoltre ben al di fuori delle logiche del metodo capitalista.

Porta ciò che vuoi trovare

Cucina aperta dalle 19

Il posto è in strada del Barocchio 27

Il poscritto è fuoco ad ogni gabbia.

[2026-12-19] N’Oi! per Nao vol. 5 @ CPA Fi-Sud

8 Ottobre 2026 ore 13:00

N’Oi! per Nao vol. 5

CPA Fi-Sud - Via Villamagna 27/A, Firenze
(sabato, 19 dicembre 21:00)
N’Oi! per Nao vol. 5

Oi Kids! Ci vediamo il 19 Dicembre alle ore 21:00 al CPA al N’Oi per Nao vol.5 con: - Colonna Infame Skinhead (30° ANNIVERSARIO) - Attaccabrighe - Iena - Oltre la Linea Preparatevi che sarà una serata spettacolare! Artwork: @asiaamm28 Dove: Sala Concerti

Bad day to quit smoking #gas #expensivefails #fire #gasprices #shorts

11 Ottobre 2026 ore 15:00

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Gas Pump has a mind of its own ⛽️ ►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

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[2026-10-16] INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS* @ Csoa Gabrio

7 Ottobre 2026 ore 19:39

INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS*

Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(venerdì, 16 ottobre 18:00)
INCONTRO DI MUTUO AIUTO TRANS*

INCONTRO RETE DI MUTUO AIUTO TRANS* 🏳️‍⚧️💖

Sei una persona trans? Vuoi contribuire a formare una rete di scambio di conoscenze ed esperienze con altre persone trans? Sei stancx di dover sempre passare per istituzioni e persone cis per dirimere i tuoi dubbi?

Vogliamo costruire uno spazio orizzontale di AUTO-MUTUO-AIUTO tra persone trans* dove poterci scambiare e fornire gli strumenti per gestire la nostra salute. Crediamo nei principi dell'auto-gestione, dell' auto-organizzazione, della solidarietà e del mutualismo.

Non vogliamo offrire un servizio o uno sportello, ma creare una realtà di mutuo aiuto, fra pari, da dentro la nostra comunità, dove poter mettere insieme conoscenze ed esperienze, tra noi e tra persone transfemministe alleate. Navigare la propria salute come persone trans è spesso complesso, tra gatekeeping, leggende metropolitane, stereotipi negativi e personale sanitario non adeguatamente preparato, quando non proprio discriminatorio. Questo momento vuole essere uno spazio per infrangere quegli ostacoli alla nostra autodeterminazione, e creare dei momenti di solidarietà concreta tra persone trans, qualsiasi sia il loro percorso.

Se hai qualcosa da condividere, porta le tue conoscenze, se hai qualcosa su cui vuoi saperne di più, porta i tuoi dubbi. Ci vediamo al CSOA Gabrio, Consultoria FAM il 16/10 dalle ore 18! ❤️

Mi hanno spedito alcuni REGALINI di "Spazzatura elettronica"... che belli!! #unboxing #reaction

11 Ottobre 2026 ore 13:00

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Andrea mi ha spedito questo pacco con quella che lui definisce spazzatura elettronica, ma che a me sembra BELTA'

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The EU’s China dilemma: how to counter Beijing without alienating friends

In September, the Jaecoo 7 – a budget SUV from China’s Chery Automobile – made headlines when it shifted more than 10,000 units to become Britain’s bestselling car. Christened the “Temu Range Rover” online, a nod to the cheap goods available on the Chinese online marketplace and the luxury 4X4 made by Jaguar Land Rover that it resembles, its success showed British drivers’ new-found taste for cut-price Chinese cars. Overall, 23 per cent of new cars bought in Britain last month were Chinese...

Garlasco, Zanella: "Non esiste nessun complotto"

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Gli audio sul presunto "accordo" tra Le Iene e la Procura? Per Gianluca Zanella sono "fuffa".

Quel materiale era stato depositato in Procura senza tagli. Oggi circola rimontato, con un "taglia e cuci".

"Non esiste nessun complotto. Noi siamo sicuri di quello che stiamo facendo."

📍 Montecatini Terme, 26 settembre 2026
🎥 Video integrale sul nostro canale YouTube

"Mica sono trotzkisti": perché l'Occidente non ha ancora capito la strategia di Mosca e Pechino

 

di Laura Ruggeri*

 

Noto che tra molti commentatori occidentali permane un fraintendimento di fondo su come Mosca e Pechino concepiscono il cambiamento dell'ordine globale. 

Ad esempio, quando Putin descrive l'attuale transizione verso il multipolarismo come "un movimento emancipatore e anticoloniale contro l'egemonia unipolare", non sta annunciando una crociata e neppure la nascita di una nuova Internazionale. Mica è un trotzkista.

Il risveglio del Sud Globale non è guidato da un "consiglio rivoluzionario" composto dai leader di Cina, Iran e Russia. Questi sono i deliri di qualche minus habens occidentale. Si tratta invece di un processo storico e tettonico, dettato dalla natura stessa delle cose e dalle contraddizioni dell'imperialismo americano.

Putin non è un ingenuo e non soffre di volontarismo. Sa perfettamente che un'egemonia sistemica e militarizzata come quella americana non collassa dall'oggi al domani, ma si erode lentamente attraverso il suo stesso sovraccarico (l'overstretch imperiale). Il compito di paesi come la Cina e la Russia non è "esportare la rivoluzione", ma resistere, offrire un'alternativa di sovranità e un modello di relazioni eque e paritarie tra i paesi.

La Russia è un Paese immenso e complesso, attraversato da correnti, forze e interessi che talvolta tirano in direzioni diverse. La priorità assoluta del Cremlino è mantenere la stabilità interna, sia politica che economica, e portare a compimento gli obiettivi dell'Operazione Militare Speciale in Ucraina. Qualsiasi altra ambizione geopolitica è, piaccia o no, subordinata a questa necessità esistenziale. Senza la sicurezza dei propri confini e la tenuta della propria economia, non si va da nessuna parte. 

Conoscendo bene il Paese e avendo osservato da vicino le sue profonde trasformazioni negli ultimi vent'anni, resto fiduciosa. La traiettoria è corretta: gli ostacoli materiali e le sanzioni vengono affrontati e il cambiamento di paradigma è evidente. Tuttavia, questo cambiamento riguarda primariamente la società e l'apparato statale russo. La storia non si accelera con colpi di frusta. Senza una rivoluzione politica, culturale e spirituale (che Cina, Russia e Iran hanno già sperimentato nel secolo scorso)  certi processi storici non si possono forzare, si possono solo accompagnare e indirizzare sui binari giusti.

Questa stessa logica di prudenza strategica è condivisa da Pechino. Le preoccupazioni per la coesione interna e lo sviluppo sono identiche, e nessuno dei due Paesi intende mettere a rischio la propria stabilità per accelerare i tempi della storia. 

Vivendo in Cina, trovo assurdo l'atteggiamento di certi osservatori occidentali o terzomondisti che si aspettano che i cinesi sacrifichino le loro conquiste sociali e economiche degli ultimi decenni per "liberare il mondo". Boh, forse credono ancora che la rivoluzione sia esportabile.

La Cina (così come la Russia nel quadro dei BRICS e dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) è disposta a cooperare, a livello commerciale, diplomatico e tecnologico, con tutti i Paesi che vogliono emanciparsi dal giogo del dollaro e della dittatura occidentale. Pechino rifiuta di stringere alleanze militari di mutua difesa in stile NATO, dove un attacco a uno è considerato un attacco a tutti. Questo modello di alleanze è visto come una reliquia della Guerra Fredda.

L'unica, storica eccezione a questa regola del non-allineamento militare rimane il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza con la Corea del Nord, firmato originariamente nel 1961. Ma si tratta di un retaggio specifico della Guerra Fredda e non di una nuova dottrina di politica estera. 

*Laura Ruggeri è autrice di "Hong Kong a fuoco" (Lad edizioni, 2026). Post Telegram su @LauraRuHK del 10 ottobre 2026

Meno ultraprocessati, migliore salute mentale?

11 Ottobre 2026 ore 12:00
Una dieta più sana e meno ricca di cibi ultraprocessati potrebbe alleviare i disturbi dell'umore? La domanda è complicata, vista la portata della sfida, ma se ridurre gli alimenti iper lavorati, progettati apposta per spingerci a "non voler smettere mai" di consumarli, migliorasse la salute mentale, sarebbe un'ottima ragione in più per provarci. Un piccolo studio preliminare dell'Università della California a San Francisco ha confrontato i sintomi di persone affette da depressione prima e dopo un drastico cambiamento nella loro dieta, inizialmente ricca di ultraprocessati e poi sana. I risultati, pubblicati su JAMA Psychiatry, sono incoraggianti.. Un mese senza ultraprocessati. Lo studio ha coinvolto soltanto 20 partecipanti, ma ha esplorato la possibilità di allargare in futuro l'indagine a un campione più ampio. I partecipanti, con un'età media di 44 anni, erano per il 70% donne, tutti con un indice di massa corporea elevato e con almeno un disturbo metabolico tra diabete, ipertensione o colesterolo alto. Tutti i soggetti soffrivano di depressione e 14 anche di ansia.. Metà del gruppo ha continuato a seguire la solita dieta, mentre l'altra metà ha dovuto ridurre dell'85% la quantità di cibi ultraprocessati messi a tavola: sono spariti dalla spesa snack preconfezionati, bevande zuccherate, alimenti da fast food e cibi industriali ricchi di coloranti, emulsionanti, conservanti ed esaltatori di sapidità, e i partecipanti hanno potuto fare la spesa da soli, scegliendo prodotti sani sotto la guida di un esperto. Dopo quattro settimane, i due gruppi si sono scambiati la dieta.. Un carico più leggero: c'entra l'intestino?. La riduzione degli ultraprocessati si è portata dietro miglioramenti da moderati a importanti in tre parametri usati per valutare la depressione, e anche l'ansia, in chi ne soffriva, si è in parte attenuata. I partecipanti sono troppo pochi per giungere a conclusioni più nette, ma questi primi risultati hanno incoraggiato i ricercatori a progettare uno studio di fase 2, che sarà condotto nel 2028.. Un'ipotesi di lavoro è che la possibile attenuazione dei disturbi dell'umore possa passare per una migliore salute dell'intestino. Una cattiva alimentazione può alterare la barriera intestinale (l'insieme di cellule, di microrganismi, di enzimi, ormoni e vasi sanguigni che protegge l'intestino) e renderla permeabile. In questa condizione, le giunzioni tra le cellule della parete intestinale si allentano e piccoli frammenti o prodotti di batteri intestinali o di tossine possono passare dall'intestino alla circolazione sanguigna. Secondo gli autori, questo danno potrebbe generare, nel tempo, un'infiammazione cronica che potrebbe rendere più vulnerabili alla depressione o contribuire ad essa..

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Meno ultraprocessati, migliore salute mentale?

Scoperta una ninfea gigante (a rischio estinzione)

11 Ottobre 2026 ore 11:00
A volte una scoperta scientifica può nascondersi nei luoghi più inaspettati: in questo caso in un feed di Instagram. Un gruppo di botanici, analizzando uno scatto condiviso sul social network, ha individuato una nuova specie di ninfea gigante in Colombia. Ribattezzata Victoria colombiana, la pianta è stata descritta in uno studio pubblicato sulla rivista Phytotaxa.. Un indizio sullo schermo dello smartphone Tutto risale al 2021, quando il proprietario di un vivaio di piante carnivore negli Stati Uniti, ha pubblicato un selfie che lo ritraeva accanto a una ninfea gigante nella regione dell'Inírida, nella Colombia orientale.. Quando l'immagine è apparsa sullo schermo di un ricercatore dei Royal Botanic Gardens di Kew nel Regno Unito, si è reso conto che qualcosa non quadrava. Quella specifica area fluviale, infatti, non rientrava nell'areale naturale noto per quella specie. Sospettando che si trattasse di una nuova specie di ninfea, il ricercatore ha incrociato le coordinate con le immagini satellitari.. La spedizione Per confermare l'ipotesi sono serviti quasi due anni di lavoro di squadra. Il ricercatore ha coordinato una spedizione di cinque giorni nella regione dell'Inírida insieme al Giardino Botanico di Bogotá e a diversi membri delle comunità indigene locali.. La ricerca si è rivelata complessa. Dopo giorni di perlustrazioni, il gruppo aveva individuato soltanto due esemplari, nessuno dei quali era in fioritura: un elemento essenziale per poter raccogliere un campione fertile e distinguere scientificamente la nuova specie da quelle già note.. La classificazione Alla fine della spedizione, però, i ricercatori sono riusciti a scovare un secondo gruppo di ninfee con un esemplare in fiore. In totale sono stati identificati sette esemplari distribuiti su due laghi.. Oltre a descrivere Victoria colombiana, gli studiosi hanno proposto di considerare come specie anche la Victoria mattogrossensis, portando a cinque il numero totale di specie conosciute appartenenti a questo genere botanico.. Una specie già a rischio estinzione Il futuro della Victoria colombiana, però, è incerto. Gli esperti stimano che in natura sopravvivano appena tra i 30 e i 50 esemplari, motivo per cui verrà presentata la richiesta formale di classificazione come specie "in pericolo critico" presso l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)..

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Scoperta una ninfea gigante (a rischio estinzione)

Cervello: alcune regioni invecchiano prima

11 Ottobre 2026 ore 09:00
Sappiamo che età biologica ed età cronologica del cervello difficilmente coincidono: la prima indica l'età che l'organo dimostra in base al suo stato, la seconda coincide con gli anni di vita del suo proprietario. Un'altra cosa che sappiamo è che un cervello biologicamente più vecchio è più a rischio di patologie neurodegenerative come l'Alzheimer.. Quel che non sapevamo, però, è che non tutte le regioni del cervello invecchiano allo stesso modo: finora le risonanze magnetiche calcolavano un'età complessiva, un numero che doveva dirci se a cinquant'anni avevamo un cervello da ventenne o da ottantenne; uno studio pubblicato su PNAS ha condotto un'analisi più dettagliata di ogni area del cervello, scoprendo non solo che le diverse regioni cerebrali invecchiano a ritmi diversi, ma anche quali tendono a invecchiare prima.. Una mappa spaziale dell'età cerebrale locale Per giungere alle loro conclusioni, gli scienziati hanno addestrato un modello di IA su quasi 15.000 risonanze magnetiche dei cervelli di altrettanti adulti sani di età compresa tra i 19 e i 100 anni. Dopo l'addestramento, i ricercatori hanno testato il sistema su un gruppo di quasi 2.000 persone – 1.102 con funzioni cognitive normali, 354 con leggeri problemi cognitivi e 529 affette da Alzheimer. Il risultato è quella che Andrei Irimia, uno degli autori, chiama "una mappa spaziale dell'età cerebrale locale".. Negli adulti cognitivamente sani, le stime del modello hanno fatto emergere un andamento preciso: i lobi frontali e temporali, coinvolti nel pensiero complesso e nella memoria, mostravano un'età biologica più avanzata rispetto alle regioni posteriori, come i centri di elaborazione visiva del lobo occipitale (ovvero le aree della corteccia visiva che elaborano le informazioni che arrivano agli occhi). Anche la superficie della corteccia presentava dei ritmi di invecchiamento diversi: i solchi, ovvero gli avvallamenti profondi tra una piega e l'altra, sono risultati più vecchi dei giri, le parti in rilievo (vedi immagine).. Destro o sinistro: quale lato invecchia prima? C'è poi una tendenza più ampia che emerge dalle risonanze magnetiche, e cioè che l'emisfero destro tende a essere più vecchio rispetto al sinistro. «L'asimmetria destra-sinistra è particolarmente interessante», commenta Irimia a Psypost: «non ne conosciamo ancora la causa, ma fa sorgere spontanea una domanda (ancora senza risposta, ndr.) – i due emisferi invecchiano a ritmi diversi?».. Per quanto riguarda i pazienti affetti da Alzheimer, com'era da aspettarsi le risonanze magnetiche hanno rilevato un invecchiamento più pronunciato nelle regioni del cervello normalmente più colpite dalla neurodegenerazione, come il pallidum, il putamen (che coordinano i movimenti e alcuni tipi di apprendimento) e l'ippocampo, che gestisce le emozioni e la memoria.. È solo l'inizio Lo studio completa un piccolo angolo di un puzzle gigantesco: per trovare nuovi tasselli da unire sara necessario condurre nuovi studi seguendo i partecipanti per diversi anni, oltre ad addestrare i modelli di IA anche su pazienti affetti da Alzheimer. Solo così riusciremo a capire se le differenze di invecchiamento delle varie regioni del cervello possono prevedere la salute cerebrale futura: al momento, sottolinea Irimia, non possiamo trarre conclusioni affrettate sulla base di scansioni cerebrali una tantum, perché «un'età cerebrale locale "più vecchia" non significa, di per sé, che una persona abbia l'Alzheimer o che lo svilupperà»..

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Cervello: alcune regioni invecchiano prima

La nostra società è malata

11 Ottobre 2026 ore 12:04

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Siamo una società malsana. Seguiamo online pagine di psicologia e poi ci comportiamo come se dovessimo vivere per sempre e il corpo fosse il mezzo di trasporto del cervello, che non siamo neppure in grado di usare. Qualcosa non sta andando come avrebbe dovuto.

Il canale di Irene: https://www.youtube.com/@irenecocchi

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00:00:00 - Prologo
00:02:19 - Il malessere emotivo è un problema sociale, non individuale
00:08:04 - Lavoro, burnout e l'illusione post-covid
00:12:30 - Bambini iper-impegnati e la scuola come unico spazio per socializzare
00:15:30 - Schermi contro realtà: l'impatto sul cervello
00:21:07 - Videogiochi, social e dipendenze accettate
00:28:15 - Relazioni di coppia: perché è così difficile lasciarsi
00:32:31 - Da Google all'uso dell'IA come psicologo
00:40:00 - Gli ordini professionali chi tutelano?
00:41:50 - Divieti ai minori e contraddizioni della scuola digitale
00:47:10 - Scrittura a mano, vocabolario e pensiero critico
00:50:14 - Il potere della parola e l’impoverimento del pensiero
00:57:23 - Pigrizia mentale, corpo ignorato e rabbia repressa
01:04:30 - Respirazione e consapevolezza per ritrovare equilibrio

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Il "giuda" Trump: le esilaranti reazioni dei giornali italiani che tremano per la pace

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

11 ottobre. Beato lui, che può dire tutto quello che vuole; sia santificato il nome di Carlo Calenda, che può mettere nero su bianco che «Trump è un servo di Putin»; che è libero nelle sue parole, che può esternare apertamente tutto ciò che pensa – anche se, diciamocelo, tale verbo, nel caso umano concreto, pare eccessivo – e non deve tenere a freno la lingua o annacquare in leziose e asettiche circonlocuzioni tutto il nostro sentire euroliberale. Sia lode a Carlo Calenda che, in tutta serietà (?), può sostenere che «l'Ucraina è un paese libero e sovrano». Ah, come vorrebbero innalzarlo a proprio idolo, Carlo Calenda, nelle redazioni torinesi, romane, milanesi e poterne seguire l'esempio di combattente “libero e sovrano”, difensore di quel vallo anti-autocratico quale l'Ucraina nazigolpista, «che non si sottometterà al volere di un dittatore e di un aspirante tale». E invece no; devono in qualche modo render conto di quei cento o duecento euro (le valutazioni sono al ribasso, disgraziatamente) con cui vengono quotate quelle cinquanta-sessanta righe in cui loro, poveri cristi, sono costretti a allungare lo stesso “pensiero” esternato da Calenda in appena sei parole, di cui due nomi propri e un predicato nominale.

Zelenskij «avrebbe potuto porre fine alla guerra molte volte, ma non lo fa. Crea problemi al mondo intero», ha dichiarato Donald Trump il 10 ottobre; «Penso che sia ora che l'Ucraina scelga un nuovo presidente. Propongo che l'Ucraina abbia un nuovo leader che sappia negoziare. Per qualche ragione, Zelenskij non conclude mai accordi».

Donald Trump «è un servo», sintetizza mirabilmente Calenda; ma ecco che il signor De Feo, su Repubblica, si vede costretto ad “argomentare” che «il deal economico tra la Casa Bianca e il Cremlino offre al russo una via di uscita. Ma in gioco ci sono le democrazie europee»: “democratiche” per assunto. E il signor Giuseppe Sarcina, sul Corriere della Sera, condensando le ultimissime dichiarazioni del presidente USA sul nazigolpista-capo ucraino, secondo cui «È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, tante volte lui avrebbe potuto fermare la guerra ma non lo ha fatto», azzarda cautamente che il povero Zelenskij sarebbe ridotto a «capro espiatorio» delle romanzine del «tycoon». E poi, parlando del cosiddetto “patto del diesel”, mordendosi la lingua per non sublimare il succinto verbum calendiano, lo allunga in una cinquantina di parole, scrivendo che ora Trump «ha concluso un accordo con il bersaglio di quella legge» che, meno di un mese fa, penalizzava le esportazioni energetiche russe: falso e fedifrago, avrebbe volentieri aggiunto il signor Sarcina all'indirizzo di Trump, se non ci fosse stato a fermarlo il dovere di quell'eleganza da gentleman che è d'obbligo nelle redazioni, in riferimento a fatti e personaggi d'oltreoceano. Ma, soprattutto, lamenta l'articolista, dopo il “deal”, c'è da attendersi che sul vecchio continente «avrà ancora più voce chi sostiene quanto sia necessario riprendere a comprare idrocarburi dalla Russia»: maledetti disertori; ma l'epiteto non l'ha aggiunto. Ah, che disdetta non poter essere un Calenda di redazione: per obbligo di bon ton, l'appellativo di “servo” si è costretti a diluirlo con il “ragionamento” che «L’intesa sul diesel rappresenta un altro passo nel percorso di riabilitazione completa di Putin... Nei piani della Casa Bianca, lo sdoganamento del leader russo dovrebbe culminare in un dialogo a tre, da avviare con Xi Jinping, nel vertice del G20, il 14 e 15 dicembre a Miami. Una specie di “cupola” che taglierebbe fuori l’Europa». Infido e doppiogiochista, lo definirebbe volentieri il signor Sarcina, aggiungendo che a Trump è successo ciò di cui parlava Cesare nel De Bello civili: gli è cioè «capitato ciò che di solito accade a uomini pervicaci e arroganti: tornare sulle proprie decisioni e desiderare ardentemente ciò che prima avevano disprezzato». Ma non si può dire così apertamente, e allora lo si conserva nel profondo del proprio sentire euroliberale.

È così anche per la signora Anna Zafesova che, su La Stampa, vezzeggia il proprio beniamino nazigolpista e gli fa ripetere, indirettamente, le odi francescane di Calenda: Zelenskij dunque «libera la rabbia, dicendo che “proprio mentre stiamo parlando di pace gli Usa decidono di dare a Putin soldi per finanziare la sua guerra”». Sì: proprio un «servo di Putin» di calendiana omelia. Un “servo” che, si sottintende, appare incapace di intendere, tanto che il nazigolpista speaker della Rada, Ruslan Stefanchuk, con gran giubilo della signora Zafesova, si sente in dovere di ricordare a Trump «le parole dell’ex segretario generale della Nato, l’italiano Manlio Brosio: “I russi sono dei bugiardi. Dei grandi attori che mentono e recitano perché credono sia loro dovere. Non ci si può fidare”». Dunque, non semplicemente “servo”, ma addirittura “sciocco” come Arlecchino, che si lascia gabbare dai russi, di cui «non ci si può fidare»: ecco come dare colorazione “letteraria” e giornalistica allo stringato e diretto epigramma calendiano. Oltretutto, enfatizza la signora suddetta, a Trump non va poi così bene, dal momento che Zelenskij ora «appare molto meno conciliante, anche perché lo smacco è stato inflitto anche agli europei, che ormai fanno fronte comune con gli ucraini nei colloqui con gli Usa». Ecco il punto: un “autocrate zarista”, un “dittatore” della novella dinastia Shang e un “aspirante tale” danno vita a una «cupola» che spodesta la “famiglia perdente” europea.

Ma niente paura: a scorno del «servo di Putin», scrive la signora Zafesova, Zelenskij «ieri ha promesso che gli attacchi ucraini continueranno, facendo infuriare Trump che è tornato a chiedere la sua rimozione... il leader statunitense è tornato ad accusare Zelensky di essere l’ostacolo principale alla pace».

Dunque, quell'innominabile «servo di Putin», si accanisce contro il pupillo delle cancellerie europee e «Trump contro Zelensky: "E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente", titola Repubblica, specificando che è stato un «attacco pesantissimo quello di Trump contro il presidente ucraino Zelensky all'indomani dell'accordo con Putin per la vendita del gasolio russo agli Usa e al resto del mondo. "Gli ho detto che può attaccare tutto ma non le raffinerie e lui continua a farlo. Avrebbe potuto fare un accordo e chiudere la guerra tante volte ma non ha voluto. E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente"». Infedele agli ordini di un autocrate asiatico.

Che attacco ai “valori liberali” incarnati dalle “democrazie europee” e calpestati da una «cupola» di “tiranni”! Basta: «L'UE e l'Italia devono avere il coraggio di rispondere a Trump con tutta la durezza che merita», è il grido di guerra di Carlo Calenda.

In effetti, anche l'Europa ha avuto il benservito a Miami, quando la delegazione dei nazigolpisti ucraini si è alzata dal tavolo delle trattative, dopo il suggerimento di Trump a Zelenskij di dedicarsi a qualcos'altro. Perché, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, anche i "partner europei" erano presenti ai negoziati falliti con gli americani e avevano come unico obiettivo quello di esercitare la massima pressione economica per paralizzare la macchina bellica del Cremlino. Ma qualcosa è andato storto, dice Strel'nikov e ora Kaja-Fredegonda-Kallas, si lamenta che «la sospensione delle sanzioni sul gasolio russo fornirà a Mosca ulteriori entrate per finanziare la guerra». Altro che «servo di Putin»: qui siamo all'aperta collusione col nemico, alla maramaldesca intelligenza con lo straniero, di cui parlerebbero volentieri le guerrafondaie redazioni italiche, se non fosse per l'obbligata deferenza verso l'America.

Ci pensano i bellicisti delle cancellerie europee a battere una mano sulla spalla al nazigolpista-capo: in una conversazione telefonica, il premier britannico Andy Burnham ha ribadito la sua «piena solidarietà» a Zelenskij, ha riconosciuto che la giornata appena trascorsa è stata «difficile per l'Ucraina» e, insieme, hanno ribadito la necessità di mantenere la pressione sulla Russia. The Guardian scrive che l'accordo sul diesel mina la pressione finanziaria dell'Occidente su Moskva degli ultimi quattro anni e costringe gli alleati di Kiev UE-NATO ad accrescere le sanzioni. Così, il 12 ottobre i ministri degli esteri UE intendono approvare il più grande pacchetto di sanzioni dall'inizio della guerra, «mirato alla macchina militare russa», ha detto Kallas. In barda a quel traditore di Trump, che fa accordi col nemico, sospende le sanzioni e che, alla stregua del giovane cosacco Andrej, passato nelle file polacche, meriterebbe per questo la fine riservatagli dal padre Taras Bul'ba, ecco però che il rappresentante ufficiale del governo tedesco, Stefan Cornelius, ha dichiarato che Berlino «resta impegnata nelle sanzioni imposte alla Russia e lavora coi partner europei su ulteriori sanzioni, mentre il sostegno all'Ucraina resta incrollabile». E il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha espresso «rammarico» per l'accordo USA-Russia. Polonia e Paesi baltici hanno caratterizzato le mosse di Trump come «un colpo alla schiena della sicurezza comune europea». Giuda Iscariota, che vende per trenta barili di petrolio il figlio di dio di casa a Bruxelles, griderebbero di buon grado da Berlino, Londra, Parigi.

Di tutt'altro tono, ovviamente, il commento del rappresentante speciale presidenziale russo Kirill Dmitriev a proposito delle parole di Elon Musk su Vladimir Zelenskij, che sarebbe andato “troppo oltre”: quel commento segna «un punto di svolta», ha detto Dmitriev.

C'è bisogno di aggiungere qualcosa?

Putin vince la guerra energetica, Trump licenzia Zelensky - Ft. Orsi, Dall’Aglio

11 Ottobre 2026 ore 11:41

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L'accordo tra Putin e Trump lascia sotto shock i leader occidentali. 

La leadership ucraina teme un nuovo stop alle forniture dei dati di intelligence, necessari agli attacchi in profondità sul territorio russo. 

Trump ha revocato temporaneamente le sanzioni al diesel russo e chiede nuove lezioni in Ucraina.

Secondo il WSJ, le relazioni tra la Casa Bianca e Bankova non sono al punto più basso dal febbraio 2025, quando ci fu lo scontro allo Studio Ovale. 

Al centro della contesa, la richiesta non esaudita di Trump di non colpire le raffinerie russe.

Tuttavia, basterebbe poco a Washington per porre fine agli attacchi che -secondo Trump - avrebbero mandato fuori controllo il prezzo del gasolio: fermare la condivisione dei dati di intelligence miliare con Kiev. 

Cosa che per il momento non è neanche una minaccia esplicita. 

Qual è la vera posta in gioco tra Washington e Kiev? Cosa hanno davvero concordato Putin e Trump? Zelensky è stato davvero mollato o siamo davanti alla solita ed ennesima sceneggiata trumpiana?  

Ne parliamo stasera alle 21.00 in diretta streaming a La Bolla, il format di geopolitica di OttolinaTV condotto da Clara Statello, con Stefano Orsi e Francesco Dall'Aglio.

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Diesel russo agli USA e l'Europa "con il cerino in mano": il grande bluff di Trump smascherato (VIDEO)

 

 

Video editoriale di Loretta Napoleoni

 

Il colpo di scena che nessuno in Europa osava pronosticare: Donald Trump fa un accordo con la Russia per importare milioni di tonnellate di diesel in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre! Ma di cosa parliamo realmente?

I numeri svelano la verità: le prime tranche servono a coprire appena una manciata di giorni di consumo americano. Il vero nodo dei 3 milioni di tonnellate dipende dalle raffinerie russe. La mossa di Trump non è solo una spregiudicata operazione sui prezzi per ingraziarsi gli elettori, ma una potentissima leva politica su Kiev: l'accordo reggerà solo se l'Ucraina smetterà di bombardare l'energia russa.

Ancora una volta, i diktat di Washington scavalcano totalmente Bruxelles e il fronte atlantico, lasciando l'Europa beffata e con la candela in mano dopo anni di folli sanzioni.

Lettera aperta a Papa Leone XIV: per fermare il genocidio bisogna chiamarlo con il suo nome

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Santo Padre,

Le scriviamo da palestinesi, con rispetto per il Suo ministero e con fiducia nella Sua voce. La sera della Sua elezione Lei ha salutato il mondo con le parole del Risorto, «La pace sia con tutti voi», e ha parlato di una pace «disarmata e disarmante». Nella terra in cui quelle parole furono pronunciate per la prima volta, la pace manca da molto tempo. Il nostro popolo, musulmani e cristiani insieme, sta vivendo ciò che la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, le principali organizzazioni per i diritti umani e molti dei maggiori studiosi dell'Olocausto e del genocidio hanno chiamato genocidio. Sappiamo che Lei ha detto che la definizione è molto tecnica, e comprendiamo la prudenza che il Suo ufficio richiede. Per le famiglie di Gaza, di Betlemme e di Taybeh, però, non è una questione tecnica. La preghiamo di ascoltarle, di chiamare ciò che vivono con il suo nome e, soprattutto, di agire perché finisca.

Fra cinquant'anni la Basilica della Natività sarà quasi certamente ancora in piedi a Betlemme, e i pellegrini continueranno a chinarsi sotto la sua porta bassa per inginocchiarsi davanti alla grotta. Il Santo Sepolcro continuerà ad attirare folle lungo i suoi gradini consumati a Gerusalemme. Le pietre resteranno. Ma chi percorrerà la Via Dolorosa? Da secoli, il Venerdì Santo, i cristiani di questa terra seguono la croce lungo quelle strade insieme ai pellegrini di tutto il mondo. Oggi molti cristiani palestinesi di Betlemme e di Ramallah hanno bisogno di un permesso israeliano per entrare a Gerusalemme Est a Pasqua, e non sempre lo ottengono. Molto meno certo delle pietre è che, allora, nelle strade intorno a quei luoghi vivano ancora cristiani palestinesi in numero sufficiente da poter parlare di una comunità.

Il sindaco di Betlemme, Maher Canawati, Le ha raccontato di persona, nel settembre 2025, come l'emigrazione stesse svuotando Betlemme e le città vicine delle loro famiglie cristiane. In un solo anno più di mille cristiani palestinesi sono stati costretti a lasciare la loro terra. Li ha chiamati le «pietre vive» della Terra Santa e L'ha avvertita che senza di loro essa sarebbe diventata un museo. L'espressione viene dalla Prima lettera di Pietro: «quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale». Le pietre dei santuari non hanno bisogno di protezione. Quelle vive sì.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha detto a Roma all'inizio di quest'anno che la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta da quando vi è arrivato nel 1990, e che dall'ottobre 2023 almeno cento famiglie hanno lasciato la sola Betlemme. Ne ha indicato anche le cause. I palestinesi, musulmani e cristiani, non possono lavorare, perdono le loro terre e subiscono aggressioni armate e atti vandalici, mentre le loro case vengono devastate, demolite o confiscate. Le demolizioni e le confische sono opera dello Stato e dell'esercito israeliani, le aggressioni dei coloni israeliani. Perfino le tredici scuole cattoliche di Gerusalemme devono lottare ogni giorno per i permessi degli insegnanti che arrivano da Betlemme. La Cisgiordania vive sotto un'occupazione che le principali organizzazioni per i diritti umani, anche israeliane, hanno definito un regime di apartheid: strade chiuse, permessi di lavoro annullati, un'economia al collasso, terre sottratte per gli insediamenti ebraici illegali, attacchi dei coloni condotti con il sostegno costante dell'esercito israeliano. Cristiani e musulmani sono discriminati e perseguitati allo stesso modo, e allo stesso modo vengono costretti a fuggire. Una migrazione forzata imposta a un intero popolo ha un nome: pulizia etnica.

A Gerusalemme Est la pressione passa anche dai documenti. Dal 1967 Israele ha revocato la residenza a migliaia di palestinesi della città. Inoltre, una legge del 2003, rinnovata più volte, impedisce di fatto il ricongiungimento familiare fra chi risiede a Gerusalemme Est o in Israele e un coniuge della Cisgiordania o di Gaza. Una ragazza cristiana di Gerusalemme Est che sposa un ragazzo di Betlemme, a dieci chilometri di distanza, si trova davanti a una scelta: vivere separata dal marito, trasferirsi con lui a Betlemme rischiando di perdere la residenza, cioè il diritto di vivere a Gerusalemme e perfino di tornarvi, oppure lasciare insieme la propria terra. Molte coppie sono costrette a scegliere l'ultima strada. Anche questa è emigrazione forzata, benché non venga mai chiamata così.

In Occidente si parla spesso dei cristiani palestinesi come di una fragile minoranza stretta fra ebrei e musulmani. Non è così che si vedono, e non è questa la loro storia. Sono parte inseparabile del popolo palestinese, per lingua, famiglie, villaggi e terre coltivate da generazioni. Prima del 1948 gli arabi palestinesi, musulmani e cristiani, erano il popolo indigeno di questa terra e la grande maggioranza della sua popolazione, e i cristiani ne erano circa un decimo. Oggi, in Cisgiordania e a Gaza, sono fra l'uno e il due per cento. Nel 1948 circa 750.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire, cristiani e musulmani insieme, e lo Stato nato quell'anno non ha mai permesso loro di tornare. Nel 2018 la legge sullo Stato-nazione ha riservato ai soli ebrei il diritto all'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele, sancendo per legge uno Stato esclusivamente ebraico.

La storia di Iqrit e di Kafr Bir'im lo mostra meglio di qualsiasi statistica. Erano due villaggi cristiani dell'Alta Galilea, uno melchita e uno maronita. Nel novembre 1948 l'esercito israeliano ordinò agli abitanti di andarsene, promettendo che sarebbero potuti rientrare dopo due settimane. Non sono mai tornati. Nel 1951 la Corte suprema israeliana riconobbe agli abitanti di Iqrit il diritto di rientrare, ma il giorno di Natale di quello stesso anno l'esercito fece saltare le case del villaggio. Kafr Bir'im fu distrutto due anni dopo. Le famiglie divennero profughe, nella propria terra o oltre il confine, in Libano. Da allora i loro discendenti tornano a Iqrit per pregare nella chiesa rimasta in piedi e per seppellire i loro morti nel cimitero del villaggio. A Eilabun, un altro villaggio cristiano della Galilea, nell'ottobre 1948 soldati israeliani uccisero una dozzina di uomini e ne espulsero gli abitanti. I cristiani palestinesi hanno vissuto la Nakba come tutto il loro popolo, e da Iqrit nel 1948 a Taybeh oggi il loro sradicamento dalla propria patria non si è mai fermato.

Papa Francesco conosceva questa realtà. Nel maggio 2014, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, fece fermare l'auto a Betlemme e pregò in silenzio davanti al muro di separazione. Il giorno dopo, al Notre Dame of Jerusalem Center, il primo ministro Benjamin Netanyahu difese quel muro e gli disse che Gesù, in quella terra, parlava ebraico. Francesco lo corresse: aramaico. Era un dettaglio, ma ricordava che Gesù non appartiene a una sola tradizione. Nel dicembre 2024 Francesco pregò in Vaticano davanti a un presepe arrivato da Betlemme, con Gesù Bambino adagiato su una kefiah. Poche settimane prima aveva scritto che, secondo alcuni esperti, ciò che accade a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio e andrebbe indagato con attenzione. Il 21 dicembre, davanti alla Curia, disse dei bambini bombardati a Gaza: «Questa è crudeltà, questa non è guerra». E fino alle ultime settimane della sua vita telefonò quasi ogni sera alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Quelle chiamate non fermavano le bombe, ma dicevano alle famiglie rifugiate lì dentro che non erano sole. La preghiamo di raccoglierne l'eredità, a cominciare dai luoghi in cui i cristiani palestinesi si sentono oggi più soli.

Gaza è il primo di questi luoghi. Una comunità cristiana di circa mille persone vi ha vissuto i bombardamenti e la fame insieme al resto del suo popolo, e non è stata risparmiata. Nell'ottobre 2023 un attacco israeliano ha colpito il complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, dove si erano rifugiate circa 450 persone, uccidendone diciotto. Nel dicembre successivo una madre e sua figlia sono state uccise nel recinto della parrocchia della Sacra Famiglia da un cecchino israeliano, come ha riferito il Patriarcato latino. Nel luglio 2025 il fuoco di un carro armato israeliano ha colpito la chiesa stessa, uccidendo tre persone e ferendo il parroco. Israele ha parlato di errore. Quella chiesa però era nota a tutti, ospitava da quasi due anni centinaia di sfollati e non era la prima volta che veniva colpita.

Il cosiddetto cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore il 10 ottobre 2025, non ha fermato il genocidio. Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso nella Striscia almeno 1.460 palestinesi, e in Cisgiordania, dove dall'ottobre 2023 le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di mille palestinesi, le uccisioni continuano. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre di quest'anno un attacco aereo israeliano contro un edificio residenziale a Gaza City ha ucciso Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar. Durante i bombardamenti erano state sfollate e avevano trascorso parte del loro tempo aiutando i parrocchiani e le famiglie rifugiate presso la Sacra Famiglia. I loro funerali si sono svolti il 3 ottobre nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio. Lei ha inviato un messaggio di cordoglio a padre Gabriel Romanelli, e quel gesto conta. Ma le parole di cordoglio, da sole, non bastano a fermare le atrocità e a porre fine al genocidio. La comunità di Gaza ha bisogno di protezione.

Il secondo è Taybeh, il villaggio collinare a nord-est di Ramallah che viene solitamente descritto come l'ultima cittadina interamente cristiana della Cisgiordania. I coloni israeliani vi hanno compiuto ripetute incursioni, incendiando automobili e terreni agricoli e avanzando sulle terre da cui dipendono le famiglie del luogo. Nel luglio 2025 i capi delle Chiese di Gerusalemme vi si sono recati insieme dopo gli incendi divampati nei pressi del cimitero e della chiesa bizantina di San Giorgio, appiccati deliberatamente dai coloni secondo le Chiese. Un anno dopo Israele ha dichiarato Taybeh e la vicina Rimon zona militare chiusa, e il 5 agosto alcuni coloni sono entrati nella casa di una famiglia della parrocchia, vi hanno portato le loro pecore e hanno piantato tende sul terreno.

Cinque giorni più tardi padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh, ha detto a Vatican News che la sua gente si sentiva dimenticata e completamente sola, che alcuni erano pronti ad abbandonare tutto, e Le ha chiesto di intervenire. Il 16 agosto, all'Angelus, Lei ha rinnovato l'appello a porre fine alla violenza contro i civili palestinesi in Cisgiordania e ha esortato la comunità internazionale a far avanzare una soluzione a due Stati. Gliene siamo grati. La gente di Taybeh, però, aspettava di sentire il nome del proprio villaggio e il nome di chi la minaccia e la aggredisce. Chiede di essere protetta da chi, in Cisgiordania, uccide i palestinesi e li scaccia dalle loro terre. Ci sono dei responsabili. Non nominarli non protegge chi resta nella propria terra, e non dice la verità su chi ha dovuto lasciarla.

Una famiglia che lascia Taybeh dopo che il suo uliveto è stato incendiato e la strada per Ramallah chiusa non è emigrata nel senso ordinario della parola. È stata spinta fuori, un passo alla volta.

A Betlemme la stessa spinta è più silenziosa. Dopo l'ottobre 2023 i pellegrini hanno smesso di arrivare, alberghi e laboratori di legno d'ulivo hanno dovuto chiudere, e i permessi che consentivano agli uomini di lavorare in Israele sono stati annullati quasi da un giorno all'altro. Il vescovo William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, che da anni chiede giustizia, verità e pace per questa terra, ha parlato di un nuovo insediamento israeliano progettato su terre di famiglie cristiane di Beit Sahour, terre alle quali i proprietari non possono più nemmeno avvicinarsi.

Il cardinale Pizzaballa ha descritto questo processo con precisione, e la Santa Sede ne possiede la documentazione, raccolta in buona parte dai suoi stessi giornalisti. Proprio per questo ci permettiamo di segnalarLe un'assenza. Roberto Cetera, per anni corrispondente de L'Osservatore Romano da Israele e dai territori palestinesi, ha raccontato Gaza, l'occupazione, la violenza dei coloni e la condizione delle comunità cristiane con una continuità rara nei media occidentali. Scriveva ancora per il giornale nell'aprile 2026. Nel settembre dello stesso anno veniva presentato come «già corrispondente dell'Osservatore Romano in Israele e Palestina». Non sappiamo perché quel rapporto sia terminato. Sappiamo però che con lui il giornale vaticano ha perso una delle voci che più sistematicamente documentavano ciò che accadeva ai palestinesi, e La preghiamo di far sì che quella testimonianza non venga a mancare.

Non siamo i soli a rivolgerLe questo appello. La rete Preti contro il Genocidio, presentatasi pubblicamente nel settembre 2025, oggi riunisce più di 2.600 membri del clero, sacerdoti europei e americani e di molti altri Paesi, e conta fra i suoi sostenitori cardinali del Sudafrica, del Marocco e del Guatemala. Siamo convinti che siano soltanto una parte di quanti, nel clero, la pensano allo stesso modo senza dirlo pubblicamente. Il 22 settembre di quest'anno circa 150 tra sacerdoti e frati, insieme a un vescovo e a suore, sono partiti in processione dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia e hanno percorso via della Conciliazione fino ai margini di piazza San Pietro. Si sono fermati davanti all'Ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, lo Stato che la Santa Sede ha riconosciuto formalmente con l'accordo del 2015, e lì hanno intonato un canto dedicato a Taybeh. Poi hanno proseguito fino alla sede di Leonardo, il gruppo italiano degli armamenti, portando un sudario con i nomi di 300 bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la proclamazione dei cessate il fuoco.

Quella processione era rivolta a Lei, con affetto filiale. I preti volevano dirLe che senza le parole giuste il genocidio non si fermerà, e che quella di Gaza non è una guerra. Si chiedono perché i cristiani del mondo non ascoltino i cristiani della Terra Santa e non ne sentano il dolore. San Paolo lo aveva scritto ai Corinzi: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme». La pregano di andare in Palestina e a Gaza, e di usare la parola genocidio. Chiedono protezione per le comunità cristiane palestinesi. E chiedono che si interrompano i rapporti e i finanziamenti che sostengono questo genocidio, e che Israele sia sottoposto a sanzioni, come tante Chiese fecero per il Sudafrica dell'apartheid.

Il 16 settembre, nel sessantesimo anniversario di Nostra aetate, tre dicasteri hanno pubblicato con la Sua approvazione la Nota «Un cammino di speranza». Sessant'anni fa la dichiarazione conciliare deplorava, «come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione». La nuova Nota considera ogni persecuzione per motivi religiosi una violazione della dignità umana, riconosce la crescente consapevolezza dell'islamofobia e chiede ai credenti di essere «costruttori di ponti, non di muri». Ammette anche che i conflitti in Medio Oriente hanno messo alla prova i ponti costruiti fra ebrei e cristiani. Quei ponti hanno valore, e nessuno di noi vuole indebolirli. Ma a Betlemme il muro di separazione è ancora lì, e i cristiani palestinesi vivono dall'altra parte.

La Santa Sede ha fatto bene a non aderire al Board of Peace e a ricordare che le crisi vanno gestite nel quadro delle Nazioni Unite. Può fare ancora molto. È uno Stato sovrano, con piene relazioni diplomatiche con Israele stabilite dopo l'Accordo Fondamentale del 1993 e un accordo con lo Stato di Palestina firmato nel 2015. Dispone di conferenze episcopali in ogni Paese che arma Israele o commercia con esso, di università cattoliche, ospedali e scuole in tutta la regione, e di un pulpito che raggiunge più di un miliardo di persone. Le Scritture che la Chiesa annuncia ogni giorno sono chiare. Gesù stesso, a Nazaret, annunciò la sua missione con le parole di Isaia: era stato mandato «a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). E la lettera di Giacomo avverte che dire a un fratello senza cibo «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», senza dargli il necessario, non serve a nulla, perché la fede, «se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (Gc 2,16-17).

Per questo, perché i cristiani palestinesi possano restare nella loro terra, con il loro popolo e con dignità, Le chiediamo con rispetto alcuni gesti concreti. Le chiediamo di andare in Palestina e a Gaza, come ha fatto il cardinale Pizzaballa, e di pregare con quelle comunità nelle loro chiese. Di sollevare formalmente presso il governo israeliano ogni attacco a Taybeh, a Betlemme e a Gaza, la revoca delle residenze a Gerusalemme Est e il divieto di ricongiungimento familiare. Di chiedere ai vescovi d'Europa e del Nord America di impegnarsi con forza presso i propri governi sulla violenza dei coloni e sul commercio con gli insediamenti illegali. La preghiamo di invitare un cardinale a trascorrere la stagione della raccolta delle olive a Taybeh, accanto a quelle famiglie. E La preghiamo di ascoltare i Suoi preti quando chiedono misure economiche e diplomatiche capaci di fermare il genocidio. Un'istituzione che ha negoziato con Napoleone e con il blocco sovietico è perfettamente capace di fare tutto questo.

Sappiamo che il passo più difficile è quello dal lamento all'azione, ma è quel passo che oggi serve. Condannare non basta, quando una chiesa è stata incendiata o bombardata, quando dei cristiani sono stati uccisi, quando sacerdoti e religiosi vengono insultati, umiliati e molestati. Le condanne non hanno fermato nulla di tutto questo. Un monastero vandalizzato produce dichiarazioni nel giro di poche ore. Un posto di blocco chiuso, una terrazza di ulivi confiscata, una carta d'identità revocata, una strada per i coloni tracciata attraverso la terra di famiglie cristiane non producono nemmeno quelle. Eppure, nell'arco di vent'anni, faranno molto di più per svuotare la Terra Santa dei suoi cristiani di qualunque incendiario.

La presenza dei cristiani palestinesi conta anche per un'altra ragione. Da anni lo Stato israeliano usa l'islamofobia come uno strumento di guerra. Presentare ciò che accade in Palestina come uno «scontro di civiltà», l'Occidente giudaico-cristiano contro l'Islam, trasforma un popolo a cui è stata tolta la terra in una minaccia da contenere. È proprio l'islamofobia che la Nota vaticana del 16 settembre su Nostra aetate chiede di riconoscere e di respingere.

Per questo La invitiamo a diffidare di una formula molto usata in Occidente, la «tradizione giudaico-cristiana». È una costruzione recente. Si è diffusa negli Stati Uniti fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, prima come risposta all'antisemitismo e al fascismo, poi come bandiera dell'Occidente religioso contro il comunismo ateo durante la Guerra fredda. Per quasi due millenni, prima di allora, l'Europa cristiana aveva emarginato e perseguitato gli ebrei, e la Chiesa stessa ha dovuto attendere Nostra aetate per voltare pagina. Oggi quella formula serve soprattutto a tracciare un confine. Unisce ebrei e cristiani in un'unica civiltà occidentale e lascia fuori l'Islam, e con l'Islam i cristiani d'Oriente, che pregano in arabo e in siriaco e vivono da secoli accanto ai musulmani. Nostra aetate non ha seguito questa strada. Accanto agli ebrei nominava i musulmani, che la Chiesa «guarda anche con stima» perché «adorano l'unico Dio».

I cristiani palestinesi fanno la fila agli stessi posti di blocco dei loro vicini musulmani, perdono terra a favore degli stessi insediamenti, muoiono sotto le stesse bombe. La loro presenza mostra che il problema di questa terra è l'occupazione. Per questo crediamo che Israele voglia ridurre il numero dei cristiani nella popolazione araba palestinese. Una Terra Santa senza cristiani palestinesi sarebbe più facile da raccontare come uno scontro fra ebrei e musulmani, e la terra di Gesù perderebbe per sempre i suoi cristiani originari. I Preti contro il Genocidio riportano le cose a ciò che sono: un popolo espropriato, che vive sotto un sistema che l'organizzazione israeliana B'Tselem ha definito un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mediterraneo, e i cui figli, musulmani e cristiani, muoiono insieme.

La Terra Santa è un mosaico in cui ebrei, cristiani e musulmani hanno vissuto, pregato e sepolto i loro morti per secoli. Ridurla a un'alleanza fra due fedi contro una terza significa perderla. Le tre fedi monoteiste hanno il dovere di custodire il dialogo che Nostra aetate ha aperto e di combattere insieme, con saggezza, ogni estremismo, compreso quello che usa la religione per giustificare la conquista della terra altrui. Lei può farlo con le parole e con i gesti: riunendo a Gerusalemme i capi religiosi ebrei, cristiani e musulmani, e ricordando a tutti che nessuna fede autorizza a cacciare un popolo dalla propria terra.

Santo Padre, il Suo pontificato in Terra Santa sarà ricordato per questo: se tra dieci anni i parrocchiani di padre Fawadleh saranno ancora a Taybeh, e se una bambina palestinese battezzata questo Natale a Betlemme potrà immaginare di crescervi un giorno i propri figli. I cristiani palestinesi sono gli eredi delle prime comunità cristiane. Non Le chiedono soltanto una parola. Le chiedono di essere salvati e di poter restare nella loro terra, insieme al loro popolo e con dignità, e che il genocidio di quel popolo finisca. La parola, detta da Lei, sarebbe il primo passo, e il mondo la ascolterebbe.

«In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

Con rispetto e speranza,

Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

La vera ragione per cui la rivoluzione dell'IA cinese spaventa tanto l'Occidente

 

Intervenendo alla trasmissione de la 7 Omnibsu, il prof. Fabio Massimo Parenti spiega come l'Intelligenza Artificiale non sia una forza neutrale, ma il riflesso di un modello politico e sociale. Mentre in Occidente lo sviluppo dell'IA è saldamente in mano a oligarchi privatistici — con logiche chiuse, proprietarie e "antisociali" — la Cina adotta un paradigma radicalmente opposto, radicato fin nella sua stessa definizione linguistica (Rengong Zhineng, ovvero capacità e opera prodotta dall'uomo) e orientato alla collettività e al servizio dei cittadini.

Dalla pianificazione statale alla recente nascita dell'organizzazione internazionale per la cooperazione sull'IA, la priorità di Pechino è rimettere l'essere umano al centro dello sviluppo tecnologico, in netta controtendenza rispetto al totalitarismo digitale statunitense. Ed è questo che spaventa così tremendamente le oligarchie occidentali...

VAI AL VIDEO:

[2026-11-07] The Shamrock session @ CPA Fi-Sud

8 Ottobre 2026 ore 13:01

The Shamrock session

CPA Fi-Sud - Via Villamagna 27/A, Firenze
(sabato, 7 novembre 18:00)
The Shamrock session

Oi! Kids! Siamo lieti di informarvi che il 7 Novembre si terrà The Shamrock session al CPA Fi-Sud! Ore 18:00 Presentazione di “I Muri di Erin” con l’autore Gianluca Cettineo e il nostro amico Edoardo Molinelli. Ore 19:30 Cena popolare Piatti della tradizione irlandese e toscana, preparati dai nostri chef! - Zuppa irlandese di verdure con gnocchi di farina di castagne - Stufato irlandese - Fagioli all’uccelletto - Patate arrosto Ore 21:30 Si aprono le danze! - Pessimo Stato — HC Arezzo - Lenders — Roma Est Rock’n’Roll - Prima e dopo lo show: Original Rude DJ Set a cura dei nostri amici The Reggae Lads! Ci vediamo là, non prendete impegni! Tiocfaidh ár lá Dove: Sala Concerti

Sul corriere dell’università

11 Ottobre 2026 ore 10:24
di John Milton (traduzione e nota di Giovanni Parrini)     SUL CORRIERE DELL’UNIVERSITA’   che si ammalò di peste, durante la sua assenza, trovandosi nell’impedimento di raggiungere Londra, a causa del morbo.   Qui, giace il vecchio Hobson, cui la morte ha rotto il sottopancia(1) e l’ha lasciato nella polvere oppure, venti a uno, …

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[2026-10-17] 15 anni di occupazione @ Ex-Caserma Occupata

11 Ottobre 2026 ore 09:11

15 anni di occupazione

Ex-Caserma Occupata - via Adriana 16, Livorno
(sabato, 17 ottobre 15:30)
15 anni di occupazione

🎂❤️‍🔥BUON COMPLEANNO EX CASERMA: 15 ANNI DI LOTTE E ROCK ‘N’ ROLL (17-18 OTTOBRE)

Ex Caserma è stata occupata 15 anni fa, e da allora le persone che hanno attraversato questo spazio hanno deciso di contribuire ad un grande progetto di autogestione. Hanno scelto di tenere in piedi uno spazio sociale che restituisse ai quartieri dei luoghi di socialità e cultura dove nessuno lucra sugli altri e dove chiunque può essere partecipe e creatore senza nessun tornaconto personale.

Oggi più che mai i centri sociali si dimostrano luoghi indispensabili. Nessuno di noi sa dove ritrovarsi con l’altro se non in posti dove si viene spremuti per il bene del profitto o dove lo sfruttamento fa da padrone.

Le società capitalistiche schifano i centri sociali perché rompono l’individualismo e l’indifferenza verso l’altro, che invece sono il motore delle disuguaglianze sociali che, per definizione, servono al capitalismo per esistere. È per questo che sono prima di ogni cosa luoghi di resistenza.

“Sempre al fianco degli oppressi” non è solo uno slogan. Crediamo in questo concetto perché rifiutiamo un modello di società che, per esistere, garantisce il lusso a pochi privilegiati, mentre gli altri arrancano per arrivare a fine mese o non hanno la possibilità di accedere ai servizi pubblici essenziali come sanità, scuola o lavoro. Sempre al fianco degli oppressi perché, per stare bene in Occidente, i nostri capi di governo opprimono il mondo intero coi soldi dei nostri stipendi.

L’alternativa a questo sistema sono le scuole, i luoghi di aggregazione, i posti di lavoro e le strade dei quartieri. I centri sociali sono solo gli spazi che uniscono chi vive la città e non ne può più di rincari, di prezzi alle stelle, di vedere i propri territori espropriati per alimentare la macchina bellica e sostenere delle guerre che non combatterà di certo chi siede al potere.

Tutto questo lo urleremo nelle strade il 17 ottobre. Dopo 15 anni questo spazio ancora resiste, mentre altri, purtroppo, sono stati sgomberati per fare spazio a privatizzazioni e controllo governativo, e saremo in piazza anche per loro: per non dimenticare tutte quelle collettività che credono in un mondo diverso e che per questo sono state attaccate dal sistema. Noi sappiamo bene che non si può cancellare un’idea.

ECCO DI SEGUITO IL PROGRAMMA:

-> SABATO 17:

Street Parade SKA-PUNK-CUMBIA-SALSINE-HIPHOP-ELETTRO.

Il corteo terminerà in Ex Caserma dove ci sarà una cena popolare con Pizzeria Pirata e Kaos.

A seguire concerti con Monos, L'Esperimento del Dr. K e Buenos Vampiros dall’Argentina.

-> DOMENICA 18: sarà una seconda giornata dedicata a dibatti politici e momenti di riflessione (A BREVE USCIRÀ IL PROGRAMMA COMPLETO).

Vi aspettiamo per festeggiare e lottare insieme a noi!

❤️‍🔥ODIA IL FASCISMO, SOSTIENI GLI SPAZI AUTOGESTITI❤️‍🔥

Garlasco, De Giuseppe e il presunto "accordo" con la Procura

💾

Un esposto presentato alla Procura di Milano denuncia una regia comune tra Alessandro De Giuseppe de Le Iene, l'avvocato di Alberto Stasi Antonio De Rensis e l'ex maresciallo dei Carabinieri Francesco Marchetto. In rete intanto circolano audio presentati come la prova di un "accordo" con la Procura.

De Giuseppe risponde: quel materiale è stato consegnato integralmente alla Procura anni fa. L'unico accordo, dice, era "voi state fermi, che ci muoviamo noi".

📍 In collegamento telefonico con l'incontro di Montecatini Terme, 26 settembre 2026
🎥 Video integrale sul nostro canale YouTube

His Brain Hit The Off Switch

10 Ottobre 2026 ore 23:01

💾

Hello everyone, this is YOUR Daily Dose of Internet. In this video, his brain hit the off switch…

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0:02 He dozed off on ride
0:20 Bike Tyre Explodes
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0:32 Needling fun
0:59 Huge metal panel blown from ninth floor narrowly misses women
1:05 Parachutist Left Dangling From Stadium Roof as Pregame Stunt Goes Awry
1:20 Person Feeds Bread to a Bear
1:25 5 hour plank
1:39 Goat Headbutt Kid
1:50 Plane Crashing at Golf Course
1:56 Guy creates mega bouncy ball
2:41 Sandboarding
2:55 Office workers stunned when computer explodes after lightning strike
3:06 Woman Falls Off Boat in Lake
3:16 California Two-Spot Octopus Expands And Shifts Color
3:30 Ohio School Custodian Caught on Camera Sinking Half-Court Trick Shot
3:39 Satisfying pressure washing
4:03 Washington Racetrack Hosts Inaugural Grandparents' Derby for Seniors
4:15 Scooter flip
4:27 Whale shark surprises girl
4:43 Caught radio signal by guitar
5:06 Landing back on skateboard
5:13 Super on edge trail run
5:38 Robot tricks
5:53 Bees Inside Plane Window
6:04 fresh snow is rolled up like a rug
6:15 Mechanic Monkey
6:28 Tackle store
6:32 Manning 4 kites
6:50 Trying to cook with the homeboy
6:58 Clever cow crosses fast-moving river by entering water upstream
7:32 Giant Manta Tries to Shake Off Determined Remora Off of Its Body
7:57 Cow traffic
8:17 Fireman joke
8:27 Room picture
8:35 Measuring friend prank
8:51 Onion cutting hack
9:00 They both said it wrong
9:16 White Cockatoo Dances With Staff at Turkish Animal Hospital
9:25 Moment Astronaut Puts on Pants Two Legs at a Time
9:36 85mph on the dash
9:38 Insane accidental hole in one
9:47 Biker staffy
9:57 Smooth
10:17 Prairie dogs
10:26 Hide and seek
10:38 Maybe that's the issue?!
11:01 fall in pool
11:06 Catching sofa from balcony
11:17 Train says words wrong
11:31 Genetics final boss
11:42 House boat
11:55 Surprising friend
12:14 Massive hail
12:20 Dance move illusion
12:25 Gen Z skeletons
12:34 Bee Swarm on a Car
12:47 construction fail
12:54 Plate Coral Feeding Captured in Mesmerizing Macro Timelapse
13:15 Moon or Dennys
13:22 Guy catches a football in the middle of doing a crazy flip
13:38 Star spangled neck slap
13:57 Annual Tomato-Throwing Festival Paints Spanish Town Red
14:16 Dog puts on deodorant
14:29 Seeing from short friend height
14:43 Cockatiel makes brushing noises
14:56 K2

Trump’s new spokeswoman is a ‘devoted fan’ who lived in Beijing and speaks Chinese

Before she addresses the world from behind the White House briefing room podium this week, 42-year-old Katie Zacharia has a story that stretches far beyond Washington’s power corridors. Years before US President Donald Trump appointed her as his new press secretary, she lived in Beijing, worked at one of China’s leading law firms, and learned enough Chinese to occasionally surprise people. Her reported experience in China spans international law and a communications role with a non-profit...

⚡Russia's Plan to Win WW3

10 Ottobre 2026 ore 23:36

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This is the Russian perspective on how WW3 will start and end with special guest, check out Stanislavs youtube channel here @MrSlavikman


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Pratiche esoteriche: quali sono, significato e principali tradizioni

11 Ottobre 2026 ore 05:35

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Quando si parla di pratiche esoteriche, si tende spesso a mettere nello stesso contenitore fenomeni molto diversi: astrologia, tarocchi, alchimia, meditazione, visualizzazione, rituali, proiezione astrale, interpretazione dei sogni e percorsi di trasformazione interiore. In realtà non esiste una singola pratica che possa essere definita semplicemente “esoterica”. L’esoterismo comprende tradizioni, dottrine e percorsi molto differenti tra loro. Alcuni hanno sviluppato pratiche rituali vere e proprie, altri hanno privilegiato lo studio dei simboli, l’iniziazione, la contemplazione oppure il lavoro progressivo sulla coscienza. Per questo è più corretto parlare di diverse famiglie di pratiche esoteriche, nate in epoche e contesti culturali differenti ma

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Generazione fragile o una società che rende fragili?

11 Ottobre 2026 ore 00:46

Ieri, 10 ottobre, si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale, un’occasione per riflettere su un fenomeno che negli ultimi anni sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, soprattutto tra le nuove generazioni. Ansia, depressione e disagio psicologico sono in aumento, mentre cresce il numero di giovani che chiedono aiuto e faticano a trovarlo.

Ma quanto di questa sofferenza dipende da una maggiore vulnerabilità individuale e quanto, invece, dalle condizioni economiche, sociali e culturali in cui i ragazzi si trovano a vivere?

È una domanda al centro di un’importante revisione commissionata dal governo britannico e guidata dallo psicologo Peter Fonagy, pubblicata sul The Guardian. Il lavoro esamina l’evoluzione della salute mentale dei giovani, il ruolo della precarietà economica, delle difficoltà abitative, delle pressioni scolastiche e dei social media, mettendo in discussione una lettura del disagio che si concentri esclusivamente sull’individuo e sulle sue diagnosi.

Secondo il rapporto,  composto da circa 600 pagine, il peggioramento della salute mentale dei giovani è reale e non può essere spiegato soltanto con una maggiore consapevolezza dei disturbi psicologici o con una maggiore propensione a chiedere aiuto. In Inghilterra, la percentuale di persone tra i 16 e i 24 anni che presenta un disturbo mentale comune, come ansia o depressione, è passata da circa una su sei nel 1993 a una su quattro nel 2024. Considerando l’intera popolazione adulta tra i 16 e i 64 anni, la prevalenza è aumentata dal 15,5% al 22,6% nello stesso periodo, con una crescita particolarmente accentuata tra le giovani donne. Sono aumentati anche i comportamenti autolesionistici e i disturbi alimentari, mentre la diffusione di patologie psichiatriche gravi, come schizofrenia e disturbo bipolare, è rimasta sostanzialmente stabile. Una distinzione importante, perché mostra come il peggioramento riguardi soprattutto quelle forme di sofferenza psicologica che possono essere influenzate dalle condizioni di vita, dalle relazioni sociali e dall’incertezza sul futuro. Secondo Fonagy e il gruppo di esperti che ha condotto lo studio, tra i fattori che contribuiscono al fenomeno figurano l’insicurezza economica, le difficoltà di accesso alla casa, la competizione scolastica, il peggioramento del sonno, la riduzione delle relazioni sociali e le conseguenze della pandemia. A questi si aggiunge il ruolo dei social media, che possono amplificare il confronto continuo con gli altri, la pressione sull’immagine personale e l’esposizione a contenuti emotivamente destabilizzanti. Il rapporto sottolinea tuttavia che si tratta di un fenomeno complesso, nel quale intervengono fattori diversi e spesso collegati tra loro, senza che sia possibile individuare un’unica causa. Un aspetto particolarmente significativo riguarda la progressiva scomparsa degli spazi e dei servizi che un tempo offrivano ai giovani occasioni di socialità e sostegno. Centri giovanili, attività extrascolastiche, servizi territoriali e luoghi di aggregazione hanno subito negli anni riduzioni di finanziamenti e chiusure, mentre è cresciuto il peso delle difficoltà economiche sulle famiglie. Il risultato è una generazione che deve affrontare pressioni sempre maggiori disponendo, in molti casi, di reti di supporto più deboli.

Il rapporto affronta anche un’altra questione delicata: il forte aumento delle richieste di valutazione per ADHD e autismo. Alla fine del 2025, in Inghilterra, centinaia di migliaia di persone erano in attesa di una valutazione diagnostica, con tempi che possono protrarsi per molti mesi o addirittura anni. La crescita delle diagnosi registrate non corrisponde necessariamente a un aumento equivalente della diffusione di queste condizioni nella popolazione. Può riflettere anche una maggiore capacità di riconoscerle, cambiamenti nei criteri e nelle pratiche diagnostiche e un aumento delle persone che si rivolgono ai servizi.

Gli esperti segnalano il rischio di diagnosi inappropriate, soprattutto in un sistema nel quale la valutazione clinica è diventata spesso il requisito necessario per ottenere sostegno scolastico, assistenza sanitaria o altre forme di aiuto. Il rapporto, però, non sostiene che esista una sovradiagnosi generalizzata di ADHD e autismo e riconosce che molte persone continuano a incontrare ostacoli nell’ottenere una diagnosi corretta. Il problema principale è un sistema che tende a subordinare l’accesso agli interventi alla presenza di un’etichetta diagnostica, anche quando le difficoltà della persona sono già evidenti.

Lo studio propone quindi un cambiamento sostanziale: organizzare i servizi partendo dai bisogni concreti delle persone, offrendo assistenza psicologica, adattamenti scolastici e sostegno sociale anche prima del completamento di un percorso diagnostico. Una diagnosi accurata rimane fondamentale quando necessaria, ma non dovrebbe rappresentare l’unica strada per ricevere aiuto. Questo approccio permetterebbe di intervenire prima che le difficoltà si aggravino e di destinare le risorse specialistiche alle situazioni che richiedono cure più complesse.

La questione ha anche una rilevante dimensione economica. Il rapporto richiama una stima secondo cui i problemi di salute mentale comportano per l’Inghilterra un costo complessivo di circa 300 miliardi di sterline all’anno, considerando le conseguenze sanitarie, sociali ed economiche. Il disagio psicologico può compromettere i percorsi scolastici, ridurre la partecipazione al lavoro e aumentare la dipendenza dai servizi assistenziali, producendo effetti che si estendono ben oltre la salute del singolo individuo. Per questo gli autori invitano a valutare l’efficacia delle politiche pubbliche anche attraverso la capacità delle persone di studiare, lavorare, mantenere relazioni e partecipare alla vita della comunità. L’obiettivo è affiancare alle cure interventi sulle condizioni che influenzano il benessere psicologico, dalla sicurezza economica alla disponibilità di abitazioni, dalla qualità dell’ambiente scolastico all’accesso a spazi di socialità.

La ricerca britannica apre così una riflessione che riguarda anche l’Italia e gli altri Paesi europei. Se una parte crescente delle nuove generazioni manifesta sintomi di ansia e depressione, la risposta sanitaria è indispensabile, ma da sola non può affrontare tutte le condizioni che contribuiscono a produrre quella sofferenza. La salute mentale dipende anche dalla possibilità di immaginare un futuro, costruire relazioni, trovare un lavoro dignitoso, accedere a una casa e sentirsi parte di una comunità.

Il rapporto di Fonagy invita, in definitiva, a cambiare il modo in cui misuriamo il benessere di una società. Accanto al numero di diagnosi, visite e trattamenti, occorre considerare quanto le condizioni di vita permettano alle persone di stare bene. Perché quando il disagio psicologico cresce in modo così marcato tra milioni di giovani, la questione riguarda certamente la salute individuale, ma chiama in causa anche il modello di società nel quale quei giovani stanno crescendo.

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Quante operazioni chirurgiche sono davvero necessarie?

11 Ottobre 2026 ore 00:30

Ogni anno nel mondo vengono eseguiti oltre 300 milioni di interventi chirurgici, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Molti sono indispensabili per salvare vite umane, altri permettono di curare malattie e recuperare funzionalità compromesse. Ma un numero crescente di studi scientifici sta mettendo in discussione l’efficacia di alcune procedure praticate da decenni. In diversi casi, i risultati ottenuti dai pazienti operati si sono rivelati sostanzialmente equivalenti a quelli di chi aveva seguito una terapia farmacologica, un programma di fisioterapia o addirittura subito un intervento chirurgico simulato.

A riportare l’attenzione su questo tema è stato recentemente The Economist, che ha analizzato le nuove evidenze scientifiche sull’efficacia della chirurgia e le difficoltà dei sistemi sanitari nell’abbandonare procedure consolidate. Per molto tempo, infatti, gli interventi chirurgici sono stati sottoposti a verifiche sperimentali meno sistematiche rispetto ai farmaci. Negli ultimi anni la situazione sta cambiando: nel Regno Unito, il numero di sperimentazioni chirurgiche attive nel portafoglio del National Institute for Health and Care Research è passato da 34 nel 2011 a 188 nel 2023. Queste ricerche stanno permettendo di confrontare direttamente i risultati delle operazioni con quelli di trattamenti alternativi, mettendo in discussione pratiche considerate efficaci sulla base dell’esperienza clinica.

Uno degli studi più significativi è stato pubblicato nel luglio 2022 su JAMA Network Open. I ricercatori hanno analizzato 100 sperimentazioni cliniche relative a 32 diverse procedure, coinvolgendo complessivamente 10.699 partecipanti. Il risultato è particolarmente interessante: in media, il 67% del miglioramento osservato dopo un intervento chirurgico era attribuibile a effetti non specifici della procedura, come il decorso naturale della malattia, la regressione spontanea dei sintomi e, in misura più limitata, l’effetto placebo. Il dato variava sensibilmente tra le diverse operazioni e riguarda esclusivamente le procedure esaminate. La ricerca ha inoltre ridimensionato il peso attribuito al placebo, indicando che gran parte del miglioramento osservato anche dopo un intervento simulato dipendeva dall’evoluzione naturale delle condizioni del paziente.

Il caso più noto riguarda la chirurgia del ginocchio. Già nel 2002 uno studio statunitense condotto da Bruce Moseley su 165 pazienti aveva confrontato alcune procedure artroscopiche con operazioni simulate, nelle quali i pazienti ricevevano l’anestesia e piccole incisioni, mentre i chirurghi evitavano di eseguire il trattamento terapeutico. I risultati mostrarono che gli interventi reali non producevano miglioramenti superiori a quelli simulati. Da allora, altre sperimentazioni hanno confermato i limiti di alcune procedure utilizzate per trattare le lesioni degenerative del menisco.

Nell’aprile 2026, un aggiornamento dello studio finlandese FIDELITY, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha riportato i risultati a dieci anni del confronto tra meniscectomia artroscopica parziale e chirurgia simulata in pazienti con lesioni degenerative del menisco. I ricercatori non hanno riscontrato benefici aggiuntivi dell’intervento reale sui sintomi e sulla funzionalità del ginocchio, osservando anche segnali di possibili effetti sfavorevoli a lungo termine. Questi risultati riguardano specificamente le lesioni degenerative studiate e non possono essere estesi automaticamente alle lesioni traumatiche o ai casi che richiedono un intervento per particolari condizioni meccaniche dell’articolazione.

E in Italia? Un’indagine pubblicata nel 2025 sulla rivista scientifica Knee Surgery, Sports Traumatology, Arthroscopy, realizzata da ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma utilizzando le schede di dimissione ospedaliera del Ministero della Salute, ha ricostruito l’andamento delle meniscectomie nel nostro Paese tra il 2001 e il 2016. Nel periodo esaminato sono stati registrati 1.454.891 interventi, con un’incidenza media di 178 procedure ogni 100.000 abitanti di età superiore ai 15 anni. Il tasso è diminuito da 202 interventi ogni 100.000 abitanti nel 2001 a 106 nel 2016, registrando un calo vicino al 50%. L’età media dei pazienti operati era di circa 46,6 anni e il 68,2% era costituito da uomini. Gli autori collegano questa riduzione alla crescente consapevolezza dei limiti della meniscectomia nei pazienti con artrosi e lesioni degenerative. Il dato italiano suggerisce quindi che le evidenze scientifiche abbiano già contribuito a modificare le pratiche chirurgiche. Il numero complessivo degli interventi comprende però condizioni cliniche differenti e non permette di stabilire quanti fossero effettivamente evitabili. Inoltre, la ricerca fotografa un periodo concluso nel 2016 e non rappresenta il volume attuale delle operazioni.

Un’altra area sotto osservazione è la chirurgia della colonna vertebrale. Uno studio nazionale pubblicato nel 2025 su Acta Orthopaedica, realizzato anche con il contributo di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, ha esaminato 1.560.969 procedure spinali effettuate in Italia tra il 2001 e il 2019. Nell’arco di questi diciannove anni, il numero annuale degli interventi è aumentato del 67%, passando da 58.369 a 97.636, mentre le procedure con impianti hanno registrato una crescita del 420%.

I risultati documentano una trasformazione significativa della chirurgia vertebrale italiana, caratterizzata da un ricorso crescente a impianti e tecniche di stabilizzazione. Anche in questo caso, tuttavia, l’aumento dei volumi non rappresenta automaticamente una prova di inappropriatezza: i dati comprendono interventi per fratture, traumi, tumori, deformità e patologie degenerative, con indicazioni terapeutiche differenti. La questione sollevata dagli studi internazionali riguarda soprattutto l’effettivo beneficio di determinate operazioni nei pazienti con dolore cronico e patologie degenerative, quando possono esistere alternative meno invasive.

Le nuove evidenze coinvolgono anche altri ambiti. Uno studio finlandese pubblicato su JAMA nel gennaio 2026 ha seguito per dieci anni pazienti con appendicite acuta non complicata trattati inizialmente con antibiotici. Il 44,3% aveva successivamente subito un’appendicectomia: ciò significa che oltre la metà dei pazienti aveva evitato l’operazione nell’intero periodo di osservazione. La terapia antibiotica si conferma quindi una possibilità per pazienti attentamente selezionati, pur comportando il rischio di recidiva e di un successivo intervento.

Anche il trattamento del tumore della prostata ha prodotto risultati che richiedono un’attenta valutazione dei benefici e dei rischi. Lo studio britannico ProtecT, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2023, ha confrontato chirurgia, radioterapia e monitoraggio attivo in 1.643 uomini con carcinoma prostatico localizzato. Dopo un follow-up mediano di quindici anni, la mortalità specifica per tumore era del 3,1% nel gruppo sottoposto a monitoraggio, del 2,2% in quello operato e del 2,9% in quello trattato con radioterapia, senza differenze statisticamente significative. Chirurgia e radioterapia avevano però ridotto il rischio di metastasi e di progressione della malattia rispetto al monitoraggio attivo. La scelta terapeutica richiede quindi di considerare contemporaneamente sopravvivenza, progressione tumorale, qualità della vita e possibili effetti collaterali.

Il problema dell’appropriatezza è stato riconosciuto anche in Italia attraverso il progetto Choosing Wisely Italy, promosso da Slow Medicine con il principio “Fare di più non significa fare meglio”. Nel 2026 l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato una collaborazione per rendere disponibili raccomandazioni aggiornate sulle prestazioni sanitarie a rischio di inappropriatezza. Tra le indicazioni già formulate figura quella di evitare la risonanza magnetica del ginocchio come esame di routine in assenza di specifiche indicazioni cliniche: anomalie riscontrate attraverso gli esami diagnostici possono infatti essere presenti anche in persone prive di sintomi e, in determinate circostanze, favorire ulteriori accertamenti o interventi non necessari.

Resta aperta una questione economica e organizzativa. Un intervento chirurgico comporta l’impiego di sale operatorie, personale sanitario, anestesia, dispositivi medici, giornate di ricovero e assistenza postoperatoria. Quando una procedura non offre benefici clinici significativi rispetto a un trattamento meno invasivo, le risorse impegnate potrebbero essere destinate ad altre esigenze assistenziali. Ma per quantificare un eventuale spreco occorre conoscere non soltanto il numero delle operazioni eseguite, bensì anche le condizioni dei pazienti, le indicazioni cliniche e i risultati ottenuti. Le statistiche sui volumi ospedalieri, da sole, non permettono di calcolare il numero degli interventi inutili né il relativo costo per il Servizio sanitario nazionale.

La ricerca sta progressivamente cambiando il modo di valutare l’efficacia della chirurgia, distinguendo i benefici specifici delle procedure dai miglioramenti che si sarebbero verificati anche senza operare. Il passaggio decisivo riguarda ora la capacità dei sistemi sanitari di tradurre queste conoscenze nella pratica clinica, finanziando nuove sperimentazioni, aggiornando le linee guida e rendendo accessibili dati sempre più dettagliati sugli esiti degli interventi.

Per medici e pazienti, la questione è individuare il trattamento capace di offrire il miglior risultato con il minor rischio possibile, anche quando la scelta più appropriata consiste nel rinunciare alla sala operatoria.

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How a museum masterpiece’s life-size replica sparked rare US-China collaboration

For anyone who has visited the Chinese galleries at the Metropolitan Museum of Art in New York, there is one work that stops them in their tracks. Stepping into Gallery 206, home to Chinese Buddhist art, visitors are met by a monumental wall – over 15 metres wide and 7.5 metres tall (nearly 50 feet by 25 feet) – covered in a Buddhist assembly so vast and majestic that it momentarily erases the Manhattan bustle outside. Here stands the Medicine Buddha, a 14th century Yuan dynasty (1279-1368)...

Odissea nel Capitale

10 Ottobre 2026 ore 22:00

di Franco Pezzini

Andrea Pauletto, Furgonauta, pp. 192, € 17, 66thand2nd, Roma 2026.

“Prima o poi sulla strada ci muori”. Tale profezia fulminante, riportata in quarta di copertina, può considerarsi l’ideale sintesi dell’ottimo romanzo che ha vinto nel 2025 la trentottesima edizione del Premio Calvino. Un romanzo compatto, che pare possa ben fornire chiara risposta a chi chieda quando un testo possa definirsi letterario. La questione è sempre complessa, ma potremmo dire, proprio sgranando i connotati di Furgonauta, che sia un fatto di voce. Letterario è un testo stilisticamente forte – che non significa un periodare alla Proust, ma un’eleganza di scrittura che recepisca consapevolmente e con pieno controllo una ricchezza di registri, compreso eventualmente quello del parlato, e veicoli di continuo il discorso su piani anche diversi tra narrazione e vita (felicissimo qui l’uso del tu, su cui si costruisce in seconda persona tutta la narrazione); che reca contenuti impegnativi (quindi niente chiacchiera da salottini letterari); e capace per la sua energia di offrire parola importante al proprio tempo – diventando emblematico persino per tempi successivi che vogliano conoscere quel passato.
La vita del trasportatore è ben nota all’autore che è riuscito però a regolarla, armonizzandola in qualche modo con il resto dell’esistenza. Ma conosce benissimo l’epopea tragica di infiniti colleghi divorati da turni massacranti sulle strade, costretti alla doccia scozzese di velocità e ritmi imposti da tabelle astratte (abbastanza veloci da non perdere tempo, ma non troppo per rispettare soste e non consumare carburante in eccesso), con tiranniche e ambigue figure di responsabili in inconoscibili piramidi gerarchiche avvicinati solo per telefono, e che improntano i messaggi alla dinamica di bastone e carota. Sulla strada ci muori schiantato come tanti contro qualche ostacolo che la stanchezza non ha saputo evitare; ci muori in una impossibilità di relazioni umane persino con chi viaggerà assieme a te, che si converte in amicizie sghembe e conflittuali, concorrenze, finzioni, stigmatizzazioni di categorie etniche, momenti rari di umanità e perdita di se stessi e di chi si vuol essere; ci muori dentro, in una demotivazione sorda nel confronto con infinite difficoltà e un abbrutimento fisico che scava (straordinario qui il tema dello scrutare ossessivo il proprio corpo, dell’uso di farmaci, del mettere pezze parziali dove pare emergano cedimenti, di una dinamica tra mangiare schifezze e dormire male che costituisce l’anticamera del crollo). Ci muori dentro, ancora, perché i tuoi affetti si sgretolano – come nel caso del protagonista, che ha compagna e figlio da un lato, dall’altro un’amante sulle rotte dei dedali autostradali, più nonna demente e padre abbrutito e li perderà tutti. Perdendo anche se stesso.
Quella che tra luci livide nel buio, caselli nervosi, parcheggi, aeroporti resta mappata è un’Italia in larga parte sconosciuta e magari ignorata, spettrale, percorsa di grumi scomposti di desiderio e tanta rassegnazione, tanta rabbia, forme irrisolte di dipendenza (droghe, farmaci) e disperazione: dove la concessione fatta balenare – i guadagni speciali tesi come lombrichi sull’amo della canna da pesca, la possibilità di turni meno massacranti, il miraggio che qualcosa possa cambiare – ha l’eco lontana delle voci dei capi che fanno carriera sulla pelle dei guidatori. Il risultato è una storia di ossessione. Anzitutto del protagonista, coi suoi demoni personali. Poi del suo settore, in balia dei moloch dei tempi del lavoro, del garantire certi ritmi, del far fronte all’inevitabile devastazione dei lavoratori – tante volte stranieri ma non sempre, pronti a guardarsi in cagnesco – uno schiantatosi all’improvviso, l’altro che ha gettato la spugna, l’altro ancora che ha dato fuori di matto… E in ultimo di questa Italia, che sulle ossessioni nutrite e coltivate nella logistica, campa senza rendersi conto, in un’inconsapevolezza del prezzo imposto alle singole categorie che ha a sua volta qualcosa di profondamente alienato.
D’altronde Furgonauta non si limita a mostrarci in termini di rara efficacia una vita al limite sul versante del lavoro, alle prese con un capitalismo brutale che deumanizza ed espropria sempre più: dove la working class non è neppure quella della fabbrica, ma una pluralità di individui isolati e condotti al limite, di quasi impossibile coesione (emblematico l’atteggiamento del protagonista verso i manifestanti, avvertiti più come causa di problema che di conati solidali).
Nell’ultima parte capiamo maggiormente ciò che sta dietro, su un bacino critico dove il Capitale pesca e ricatta, magari nelle pieghe depresse di zone in sé considerabili ricche, come certa Lombardia: dove resta, inavvertita dal mondo esterno, l’oppressione sociale, la disgregazione conseguente dei rapporti affettivi, la tentata fuga nelle droghe (il sollievo, lo stordimento per dimenticare e uno scollamento progressivo dalla realtà) e lo sfondo di una crisi personale che prima o poi travolge tutto.
Furgonauta è un grido su una situazione che non riguarda solo singole categorie, ma coinvolge tutti noi soggetti economici almeno in quanto consumatori, tutti partecipi di un mercato ma in genere incapaci di porci domande su quali piloti – e a che costo, anzitutto umano – verranno a portare le merci acquistate neppure sempre per necessità. È il tema della logistica, con le grandi vertenze che conosciamo ma tessuto pro parte di migliaia di singoli casi come questo narrato. Odissee di cui è necessario che la letteratura tratti, pena il perdere senso in ciò che di umano la costituisce.

E' ora di cambiare! NUOVI PROGETTI e proseguimento del VIAGGIO 😵 Live

10 Ottobre 2026 ore 21:30

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Dopo tanto tempo riusciamo a fare una nuova live dove parleremo di come sta andando il viaggio, di cosa è successo fin ora e di cosa faremo nel prossimo periodo. I programmi cambiati, i costi dell'esperienza qui al Nord, cosa ci preoccupa e un idea di cosa faremo dopo.... vi aspettiamo con tutte le vostre domande!

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Simone e Lucia, una coppia in viaggio a tempo pieno dall'Aprile 2017 a bordo del nostro camion a cui abbiamo dato il nome Valentino. Siamo partiti dall'Italia non per fuga, tutt'altro, lo abbiamo fatto per scoprire il mondo che ci ospita, le persone che lo vivono, le loro differenti tradizioni, le infinite e affascinanti culture che rendono l'umanità la cosa più bella che ci sia. Siamo partiti per immergerci nella natura, per vedere e toccare con mano la fauna e la flora che arricchiscono il nostro pianeta rendendolo ciò di più prezioso che abbiamo. Viaggiamo consapevoli e orgogliosi della nostra cultura Italiana, qualcosa che fa parte di noi e del nostro modo di relazionarci con le persone e i popoli che incontriamo. Usiamo ciò che di prezioso il nostro paese ci ha donato per scoprire più degli altri, ma anche per contraccambiare con ciò che siamo

Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

[2026-10-16] SCIOPERO PER IL CLIMA - Lasciati all'emergenza @ Palazzo Nuovo

11 Settembre 2026 ore 10:31

SCIOPERO PER IL CLIMA - Lasciati all'emergenza

Palazzo Nuovo - Via Sant'Ottavio 20 a Torino
(venerdì, 16 ottobre 09:30)
SCIOPERO PER IL CLIMA - Lasciati all'emergenza

📍16 OTTOBRE IN PIAZZA IN TUTTA ITALIA

La crisi climatica è qui, lo abbiamo visto con il caldo estremo che per quattro mesi di fila ha attanagliato la nostra città. Eppure nessun governo del mondo, tra cui quello italiano, sta agendo per fermarla.

I governi hanno fallito ed è ormai sicuro che verranno superati gli 1.5 gradi di aumento della temperatura media globale, causando milioni di morti e distruzioni incalcolabili. Come se non bastasse, il governo Meloni si scaglia contro chi dissente, anche in modo pacifico, a suon di decreti sicurezza, mentre continua ad essere complice di guerre per il petrolio e genocidi.

Il 16 ottobre scendiamo dunque in piazza per dare una risposta forte a questo governo climafreghista, che usa la repressione per zittirci, mentre assieme agli altri leader globali dà letteralmente fuoco al nostro futuro.

Ci vediamo in piazza, alle 9.30 a Palazzo Nuovo.

Giovani, web e devianza: il vuoto emotivo dietro lo schermo

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Il problema non è la tecnologia, ma il vuoto che la tecnologia riempie. Da qui parte il nuovo appuntamento di Darkcyber, la rubrica DarkSide dedicata alle zone d'ombra dell'innovazione.

Manuele Avilloni dialoga con Domenico Piccininno, criminologo specializzato in criminologia forense, neuroscienze applicate al crimine e alla devianza e vittimologia forense. Al centro dell'intervista ci sono il rapporto tra giovani e web, la dipendenza e l'abuso digitale, e il modo in cui il racconto mediatico della violenza può trasformarsi in un modello da imitare.

Nel video affrontiamo:
- cos'è la neurocriminologia emotiva e perché parte dalle emozioni per leggere la devianza
- cosa chiedono davvero i ragazzi, secondo una ricerca condotta in quasi tutta Italia
- abuso e dipendenza digitale: perché "staccare la spina" non funziona
- simulazione, controllo, evasione: cosa attrae i giovani su social e videogiochi
- l'effetto copycat e la responsabilità dei media nel raccontare la violenza giovanile
- le immagini generate con l'IA nell'informazione e il rischio di alimentare divisioni
- il protocollo SPEAK: analisi del linguaggio del corpo e mindfulness nei percorsi di rieducazione
- perché la scuola dovrebbe affiancare all'educazione digitale un'educazione emotiva

Capitoli:
00:42 Cos'è la neurocriminologia emotiva
08:10 Connessioni digitali e connessioni umane
13:20 Dipendenza e abuso digitale
23:13 Il vuoto che la tecnologia riempie: le buone pratiche
35:16 L'effetto copycat e la responsabilità dei media
44:05 Il protocollo SPEAK
50:51 Educazione digitale ed educazione emotiva a scuola

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Tre miliardi di visualizzazioni e zero portaerei: il capolavoro cinese che umilia Hollywood

 

di Francesco Santoianni

 

Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.

P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):

La festa: i pali, la spirale e la spada

Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.

Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.

Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.

Tre miliardi di ascolti, zero carri armati

La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".

Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.

Spontaneo o regia? Tutti e due

Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.

Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.

È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.

Come funziona il soft power cinese

Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:

Strumento

Come funziona

Esempio

Media internazionali

Testate statali in decine di lingue

Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group

Lingua e cultura

Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere

Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente

Turismo e visti

Ingresso senza visto per soggiorni brevi

Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026

Economia e infrastrutture

Investimenti e prestiti all'estero

Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese

Piattaforme e intrattenimento

App, cinema, videogiochi, cultura pop

TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong

Patrimonio e feste

Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze

Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi

I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.

Curiosità

  • La voce non è umana. La versione virale è stata rielaborata con l'intelligenza artificiale e cantata da una voce sintetica, secondo lo Yangtse Evening Post. La tradizione millenaria arriva al mondo con un'ugola digitale.
  • Un titolo in due lingue. "Munao" viene dalla lingua jingpo, "Zongge" dalla lingua zaiwa, parlata da un altro ramo dello stesso popolo. Insieme significano "ballare tutti insieme".
  • Un ritornello facile apposta. Il passo base è semplice e ripetitivo, e i versi senza significato ("o ran o ran") si imparano al primo ascolto. Per questo ballano anche i turisti, e le signore delle danze di piazza.
  • Minoranza remixata da minoranza. Zhen Zhen, secondo China News Service, appartiene alla minoranza hui, musulmana. Non era mai stato a Dehong quando ha composto la versione di successo.
  • Una leggenda celeste. Secondo la tradizione la danza viene dal palazzo del Sole e l'hanno portata sulla terra gli uccelli. I capi danza portano copricapi di piume di bucero, l'uccello sacro dei Jingpo, come racconta China News Service.
  • La stessa festa, oltre confine, in guerra. In Myanmar i Kachin celebrano il Manau a Myitkyina. Nel 2015 un comitato culturale kachin lo boicottò: molti kachin non volevano festeggiare in piena guerra tra l'esercito birmano e i ribelli kachin. In Cina la stessa danza è vetrina di "unità tra le etnie"; a pochi chilometri, è un terreno conteso.

 

Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

Problem loading videos from URLs in search bar

I have started noticing recently, that with a few videos I want to watch on my instance (so I can favourite them and add comments etc), I my local peertube instance can’t find them.

In the past, I have been able to just paste a URL in the search bar, and it has found the video very quickly.

Recently, when I paste the URL, it turns up nothing.

For example, I want to watch His Mother Has Alzheimer’s. He Came to Cuba for a Breakthrough Treatment - PeerTube.world

When I post that in the search, nothing comes up.

When I go it directly, the video is shown, and the account has 553 videos.

When I go back to my instance and use the account name « cuba_botb_videos@peertube.world » in search, I can see the account, but when I click on it, the details show, header picture etc, but it says no videos :frowning:

I have had it in the past when it may take a few minutes for the videos to show up, but nothing shows up, even if I refresh the page 10 minutes later.

I can’t see anything obvious in the logs.

Does anyone have any ideas?

Thanks,

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[2026-10-15] Apertura CdL Felix @ CDL FELIX Asti

8 Ottobre 2026 ore 22:11

Apertura CdL Felix

CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 15 ottobre 17:00)
Apertura CdL Felix

Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e vendita!

Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!

[2026-10-15] Assemblea terrona transfemminista @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito (gancio provvisorio, in aggiornamento)

6 Ottobre 2026 ore 20:43

Assemblea terrona transfemminista

Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito (gancio provvisorio, in aggiornamento) - largo Vitale 113
(giovedì, 15 ottobre 19:30)
Assemblea terrona transfemminista

Ci vediamo giovedì 15 ottobre ore 19:30 a Manituana per la prima assemblea di questo anno politico, riprenderemo da dove ci eravamo fermat3 prima della pausa estiva.

L' assemblea è non mista e non aperta a persone non terrone e a uomini etero cis, ma se fai parte di una realtà e vuoi proporci qualcosa sei l3 benvenut3!

Stiamo tornando a terroneggiare la città...

Ti aspettiamo 🏝️

@labmanituana è uno spazio accessibile per le persone in carrozzina.

[2026-10-15] PER LA RASSEGNA GIOVEDÌ SURREALE PROIEZIONE DEL FILM "SWEET MOVIE" @ El Paso Occupato

23 Settembre 2026 ore 19:16

PER LA RASSEGNA GIOVEDÌ SURREALE PROIEZIONE DEL FILM "SWEET MOVIE"

El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(giovedì, 15 ottobre 21:00)
PER LA RASSEGNA GIOVEDÌ SURREALE PROIEZIONE DEL FILM "SWEET MOVIE"

Sweet Movie – Dusan Makavejev, Francia Germania Canada, 1974, 90 minuti

Sweet Movie è composto di due storie intarsiate. Nella prima, che ha per bersaglio, la società capitalistica, assistiamo alla bizzarra odissea di una ragazza americana eletta, tra altre vergini, Miss Mondo 1984, la cui virtù, come quella della Justine di De Sade, è esemplarmente punita dalla società consumistica, tanto che la poverina finisce col soccombere dentro a una colata di cioccolata fusa. Nella seconda storia, non meno grottesca, abbiamo un marinaio zarista, taumaturgicamente sopravvissuto alla rivolta della nave “Potemkin”, che in un canale olandese viene raccolto da un vascello che ha per polena l'effigie di Marx e per pilota una giovane rivoluzionaria. Tra Il marinaio puro di cuore non per nulla si chiama Bakunin e la ragazza s'intrecciano spudorate effusioni erotiche, finché la virago, dopo averlo castrato, non lo uccide nella stiva carica di zucchero.

Il senso sembra questo: che le rivoluzioni, dapprima melliflue, finiscono poi col sacrificare ,i figli migliori. Sweet Movie ci mostra il ritorno all'infanzia carnale come strumento per abbattere ogni sovrastruttura ideologica e quindi ogni repressione politica, per spogliare ,l'umanità del suoi tabù e dei suoi miti, salvarla, e condurla cosi al godimento e alla felicità.

Dusan Makavejev fa parte di quella piccola ma attivissima cerchia di autori impegnati in una personale lotta contro censura e istituzioni per creare una forma cinematografica del tutto slegata da mode, costrizioni e messaggi edificanti. Un cinema in cui potessero andare a braccetto la denuncia sociale e la follia liberata, la psicanalisi e l'occultismo, il sogno sfrenato e la realtà più agghiacciante. L'anarchia visiva del regista è un'arma puntata contemporaneamente sia contro il comunismo che il capitalismo, il primo intollerante alla creatività se non quella approvata dal regime e l'altro per il consumismo che educa visivamente i suoi spettatori persino in materia erotica.

CORSA CLANDESTINA NEL CATANESE, SEQUESTRATO UN SECONDO CAVALLO

10 Ottobre 2026 ore 17:35

Dopo controlli nelle stalle del quartiere di San Cristoforo, la polizia di Stato ha individuato e sequestrato il secondo cavallo impiegato per la competizione sportiva non autorizzata avvenuta nei giorni scorsi a Palagonia. Nelle ore successive alla gara clandestina agenti della Squadra a Cavallo della Questura hanno individuato la stalla dove si trovava l’altro cavallo, un puledro di 7 mesi. Oltre al cavallo sono stati sequestrati il calesse ed i finimenti utilizzati durante la corsa. Con la collaborazione dei medici veterinari dell’Asp, che lo hanno identificato con l’applicazione del microchip, è stato sequestrato ed affidato ad un’azienda specializzata che se ne prenderà cura così da scongiurare un nuovo impiego nelle competizioni non autorizzate tra animali o la ben più grave pratica della macellazione clandestina. Il proprietario è stato denunciato e nei suoi confronti sono state comminate sanzioni per un ammontare di 13 mila euro. (Foto di repertorio)

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F1, Verstappen si prende la pole del GP di Singapore

10 Ottobre 2026 ore 17:17
Max Verstappen inarrestabile: nelle qualifiche del GP di Singapore, conquista la pole position davanti alle Ferrari di Charles Leclerc e Lewis Hamilton. L'olandese della Red Bull ferma il cronometro sull'1'31373, appena 54 millesimi più veloce del monegasco. Andrea Kimi Antonelli è quarto.Verstappen mette tutti in rigaIl giro decisivo arriva subito, nel primo tentativo della Q3. Verstappen stabilisce un riferimento cronometrico che resiste sino alla bandiera a scacchi anche agli attacchi dei due ferraristi. Per Max, questa è la prima pole per il Gran Premio di Singapore escludendo la Sprint Pole di ieri, che non fa statistica - e la cinquantesima della carriera.Ferrari sfiora la pole: Leclerc secondo, Hamilton terzo Leclerc trova il suo giro migliore proprio nel finale e sale in prima fila con l'1'31427. Hamilton, invece, non riesce a completare il lavoro cominciato nelle prime due fasi della sessione: dopo aver chiuso davanti a tutti sia la Q1 sia la Q2, termina terzo in 1'31496, a 123 millesimi dalla pole. Un errore al tornantino nell'ultimo tentativo gli costa la possibilità di migliorarsi. Le due Ferrari restano separate da appena 69 millesimi.C'è comunque ottimismo nel team di Maranello in vista di domani, perché si potrà affrontare la gara con due punte contro un Verstappen in grande forma, ma la vittoria resta alla portata nonostante questa pista non agevoli certo i sorpassi.Mercedes avrà solo Antonelli in seconda fila Kimi Antonelli conclude in 1'31562, a 189 millesimi dal miglior tempo e a 66 da Hamilton. Rispetto al settimo posto nelle qualifiche Sprint, il leader del Mondiale risale al quarto e si colloca davanti a entrambe le McLaren. In gara affiancherà Hamilton sulla seconda fila, mentre l'altra Mercedes di Russell dovrà partire dal fondo per il cambio di power unit dovuto alla rottura della scorsa settimana a Sepang.Norris e Piastri saranno ancora vicini dopo il patatrac combinato nella Sprint: la penalità della Mercedes porterà Piastri al sesto posto in griglia, ricomponendo così la coppia McLaren sulla terza fila.Il resto della Top 10 Gasly chiude ottavo con l'Alpine, davanti alle Racing Bulls di Lawson e Lindblad: tutti e tre guadagneranno una posizione in griglia. Ne beneficerà anche Hülkenberg, primo escluso in Q2 con l'Audi, che partirà decimo.Alle spalle di Hülkenberg restano fuori dalla Q3 Bearman, Ocon, Sainz, Bortoleto e Colapinto, che tocca il muro nell'ultimo giro. In Q1 si fermano invece Alonso, Albon, Stroll e le Cadillac di Pérez e Bottas. Hadjar non registra alcun tempo: dopo il ritiro nella Sprint, altri problemi tecnici interrompono anzitempo le sue qualifiche.La classifica completa delle Qualifiche di Singapore >>

NASA to Conduct Flyover, Engage NFL Fans at MetLife Stadium

10 Ottobre 2026 ore 16:18
NASA’s Freedom 250 F-5 team, including NASA Administrator Jared Isaacman, performs a flyover during the national anthem at an NFL game between the Cleveland Browns and the Carolina Panthers at Huntington Bank Field, Sept. 27, 2026, in Cleveland.
Credit: NASA/Jordan Cochran

As part of the agency’s Inspiration Tour flyover, NASA Administrator Jared Isaacman will pilot one of three F-5 fighter jets to kick off the New York Jets vs. Cleveland Browns game in East Rutherford, New Jersey, on Sunday, Oct. 11.

NASA team members will engage with fans at the agency’s Experience Zone, located at the Jets Tailgate Zone outside the stadium, from 10 a.m. to 1 p.m. EDT before the game. Fans can learn more about NASA’s return to the Moon under the agency’s Artemis dome, enjoy interactive games, and capture photos with a large, inflatable SLS (Space Launch System) rocket.

Isaacman will be available for limited media interviews during the game. To arrange interviews, please contact Camille Gallo at: camille.m.gallo@nasa.gov or 202-531-8057.

With stops across the nation, NASA’s Inspiration Tour convenes academic, industry, and public sector stakeholders to connect the agency with the people, technologies, and organizations that drive American leadership in space.

The tour will culminate in MAX POWER, a public exposition of American air and space innovation, Saturday, Nov. 7, and Sunday, Nov. 8, on and near the agency’s Kennedy Space Center in Florida. Held in honor of America’s historic 250th anniversary, the multi-day, family-friendly event will showcase the next-generation aircraft, spacecraft, autonomous vehicles, and technologies that will help define the future of transportation in air and space.

For more information about MAX POWER and the agency’s missions, visit:

https://www.nasa.gov/maxpower

-end-

Camille Gallo / Jessica Taveau
Headquarters, Washington
202-358-1600
camille.m.gallo@nasa.gov / jessica.c.taveau@nasa.gov

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Last Updated
Oct 13, 2026
Editor
Jessica Taveau

Acuerdo de Trump con Putin por el diésel provoca el rechazo de Zelensky y la Unión Europea

10 Ottobre 2026 ore 16:02

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, declaró el viernes que había logrado un acuerdo con su homólogo ruso, Vladímir Putin, para abastecer a los mercados con diésel ruso, en un intento por reducir los costos de la energía antes de las elecciones de mitad de mandato del 3 de noviembre.

Trump escribió en redes sociales que Putin accedió a “suministrar de inmediato” más de 300.000 toneladas de diésel a los mercados energéticos mundiales, además de otras 500.000 toneladas en noviembre. Ante los precios de la gasolina que han subido un 66% debido a la guerra en Irán, Donald Trump busca, a través de esta iniciativa, ofrecer garantías a sus votantes. «¡Los precios del diésel para los estadounidenses y para el mundo caerán en proporciones récord!» prometió, antes de añadir: «Precios más bajos, ésa es mi mayor prioridad.»

De acuerdo con el resumen del Kremlin sobre la llamada telefónica entre ambos líderes, Putin dijo a Trump que Rusia estaba “lista para suministrar petróleo y productos derivados del petróleo a los mercados de Estados Unidos y del resto del mundo”.

“Confío en que esto tendrá un impacto positivo en toda la economía mundial”, afirmó Putin, según el Kremlin.

El presidente de Ucrania, Volodymyr Zelensky, criticó duramente un acuerdo sobre combustible diésel entre Estados Unidos y Rusia: «Necesitamos señales firmes de Estados Unidos, de Europa y de otros socios: señales de apoyo a Ucrania y orientadas a LIMITAR la capacidad de Rusia». Calificó el acuerdo de «decisión indigna» y añadió que «regalos de este tipo a Putin no traerán paz y equivalen a invertir en la guerra».

La Unión Europea se sumó a la indignación de Ucrania: «Suspender las sanciones sobre el diésel ruso proporciona a Moscú más ingresos para financiar la guerra. No es el momento de relajar la presión sobre Rusia, y Europa no lo hará», declaró la jefa de la diplomacia del bloque, Kaja Kallas, tras el anuncio del acuerdo.

Rusia prohibió las exportaciones de diésel a principios de julio, después de que los ataques ucranianos con drones contra sus refinerías provocaran una escasez generalizada de combustible en todo el país. La medida retiró del mercado mundial unos 800.000 barriles diarios, en un momento en que el suministro ya era limitado debido a la guerra de Estados Unidos contra Irán.

Al cierre de la jornada bursátil del viernes, los futuros del diésel habían caído alrededor de un 4%.

Volante, fari e un indizio sull'abitacolo: Alfa Romeo svela altri dettagli della Cuorerosso

10 Ottobre 2026 ore 15:17
A poche ore dall'apertura del Salone di Parigi, Alfa Romeo mostra nuovi dettagli della Cuorerosso, la concept che verrà svelata in anteprima durante l'evento: una sportiva, probabilmente a trazione posteriore e con motore a sei cilindri, pensata per i fan della Casa del Biscione, "espressione del design italiano e di una visione che mette ancora una volta il guidatore al centro". Non vedremo mai la Cuorerosso su strada: in una nota stampa, infatti, Alfa Romeo ricorda che "non è l'anticipazione di un modello di serie", ma "un manifesto progettuale che esplora nuovi linguaggi e soluzioni, indicando la direzione con cui Alfa Romeo guarda alla mobilità di domani". Dopo gli specchietti, i fari L'ultimo teaser visto nei giorni scorsi mostrava l'originale forma a lamelle degli specchietti retrovisori, con intarsi che riprendono il tricolore italiano, a sottolineare le origini del marchio. Nelle nuove immagini pubblicate oggi da Alfa Romeo vediamo invece la forma circolare dei gruppi ottici posteriori a LED, tagliati dallo spoiler della coda nella parte superiore, come sulla Alfa 33 Stradale. Quello è il volante? La seconda immagine inedita mostra invece la parte centrale del volante, con il logo Alfa Romeo al centro e la scritta D N A nella razza centrale. Interessante l'inquadratura scelta, che è quella di un passeggero posteriore, attraverso l'apertura tra seduta e poggiatesta integrato nel sedile. Un'ipotesi che, se confermata, potrebbe anche far pensare che la Cuorerosso sia un modello a 4 o 5 posti. Sarà davvero così? Lo sapremo tra poche ore.

F1, Verstappen vince la Sprint di Singapore

10 Ottobre 2026 ore 13:22
Max Verstappen vince la Sprint del Gran Premio di Singapore 2026 davanti alle Ferrari di Lewis Hamilton e Charles Leclerc. La pioggia, nove ritiri e il contatto tra le McLaren nell'ultimo giro caratterizzano la gara a Marina Bay. Andrea Kimi Antonelli chiude quarto, mentre George Russell finisce a muro dopo aver preso il comando al via.Fuori Russell, Verstappen vince gestendoL'acquazzone arrivato poco prima della partenza fa slittare il via di oltre mezz'ora. Dopo due giri di formazione dietro la Safety Car, si parte da fermi, con tutte le vetture con gomme intermedie. L'asfalto però si asciuga si asciuga in modo disomogeneo, a causa della pioggia che ha inondato il primo e il terzo settore e risparmiato il settore centrale.Allo spegnersi dei semafori, lo scatto migliore è quello di Russell che supera il poleman Verstappen e prende la testa. Il vantaggio dura però meno di un giro: all'uscita dell'ultima curva, l'inglese della Mercedes tocca la linea bianca bagnata, perde il controllo della vettura e colpisce il muro. Entra la Safety Car e Verstappen torna davanti.Alla ripartenza il quattro volte campione del mondo della Red Bull conserva il comando e controlla il ritmo, senza chiedere troppo alle intermedie. Quando gli inseguitori cominciano a soffrire con gli pneumatici anteriori, la Red Bull aumenta il margine. Hamilton recupera nel finale, ma Verstappen taglia il traguardo con più di due secondi di vantaggio.Ferrari sul podio della Sprint Lewis Hamilton costruisce il secondo posto alla partenza con un partenza da manuale: dalla sesta casella supera le McLaren e Leclerc, inserendosi terzo prima del ritiro di Russell. Dopo una fase difficile con le gomme anteriori, ritrova velocità e firma il giro più rapido nell'ultima tornata. Leclerc fatica maggiormente con l'avantreno e sul finale era tallonato dalle due McLaren: alla fine chiude terzo, molto staccato dal vincitore.McLaren, contatto Norris-Piastri all'ultimo giroLe due McLaren inseguono Leclerc, ma all'ultimo giro la lotta interna compromette il risultato. Norris prova ad affiancare Piastri alla curva 5 e le vetture si toccano. L'australiano si ritira; il campione in carica riparte e arriva ottavo. L'episodio finisce all'esame dei commissari: nella classifica provvisoria, alla squadra resta un solo punto.Antonelli quarto: il vantaggio su Russell sale a 89 puntiAntonelli guadagna due posizioni nel contatto tra le McLaren e conclude quarto, a 367 millesimi da Leclerc. I cinque punti conquistati, contro lo zero di Russell, portano a 89 lunghezze il vantaggio del leader del Mondiale sul compagno di squadra.Alle sue spalle, Liam Lawson è quinto con la Racing Bulls, Oliver Bearman sesto con la Haas e Nico Hülkenberg settimo con l'Audi. Norris completa la zona punti.La classifica completa della Sprint di Singapore >>

China’s Zhejiang province calls to limit tech giants’ power over online traffic

10 Ottobre 2026 ore 14:00
Communist Party officials in eastern China’s Zhejiang province have called for greater oversight of major internet platforms and their “traffic power”, warning that online traffic and algorithms had evolved into a force capable of shaping public discussion and sentiment. The publicity department of the Zhejiang provincial party committee published the commentary on social media on Thursday, saying traffic could no longer be viewed simply as a data resource. Zhejiang’s capital city, Hangzhou, is...

Uomo aggressivo prova ad intimidirmi

10 Ottobre 2026 ore 13:45

💾

Mentre ero in bici sulla pista ciclabile, un uomo a piedi lungo la corsia mi ha colpito con una busta, accusandomi subito dopo di averlo investito. Era del tutto falso, eppure ha iniziato a dare in escandescenze con fare aggressivo.

Ha abbassato i toni solo quando ha visto che stavo avviando la registrazione con il telefono. Nonostante questo continuava a inveire, ma fortunatamente un ragazzo che procedeva in direzione opposta ha visto l'intera scena ed è intervenuto senza alcuna esitazione per testimoniare l'accaduto. Messo alle strette, l'uomo alla fine si è allontanato, continuando a minacciare e inveire.

Una domanda sorge spontanea: se al mio posto ci fosse stata una persona tranquilla o fragile, senza una videocamera e senza un testimone pronto a intervenire, come sarebbe andata a finire?

Cracks in security? Qing dynasty ceramics damaged in British Museum display

Two Chinese ceramics at the British Museum have been damaged while on display and are being restored, sparking fresh debate over how museums should safely exhibit fragile cultural treasures. The museum confirmed on Friday that a bowl had fallen from its shelf and landed on a small box on the bottom shelf, damaging both pieces. “Both objects are already with our expert conservation team for complete restoration,” the museum said. The museum, which said the incident occurred on October 4, noted...

Asbesto GIOCA a Dark Souls 002 - Meccaniche DEMENZIALI, RINUNCIO #gaming #darksouls #gameplay #funny

10 Ottobre 2026 ore 13:00

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I miei amici Alberto e Riccardo, che seguono questo canale, mi hanno regalato questo gioco per PS4.

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The Third-Party Agent Problem: Why Security Built for AI You Chose Misses the Agents You Didn't

10 Ottobre 2026 ore 13:00
In environments studied for the 2026 State of Agent Security Report, roughly 1,280 third-party products now embed AI. About 282 of them sit behind single sign-on. The other thousand are invisible to identity infrastructure by default, not because anyone hid them, but because an identity stack can only govern what authenticates through it, and most agents never do. That gap is the clearest

Anthropic Cuts Live Internet Access for Internal AI Tests After Claude Exploits Injection Flaws

10 Ottobre 2026 ore 11:18
Anthropic on Friday said it's cutting off live internet access for all its internal evaluations until further notice following the discovery of new incidents in which its artificial intelligence (AI) models exhibited misaligned behavior and targeted real websites. The AI company said it identified four broad categories of unintended model actions during evaluations and internal use of Claude

Taiwanese leader welcomes talks between Washington and Beijing ‘to reduce risk of war’

Taiwanese leader William Lai Ching-te has welcomed talks between Washington and Beijing aimed at reducing the risk of conflict. Lai’s annual Double Tenth address on Saturday, marking the anniversary of the foundation of the Republic of China, Taiwan’s official name, also called for democracies to work together to safeguard regional peace and for the Taiwanese people’s right to exist to be respected. He also warned that mainland China was trying to put pressure on the island to change the status...

As Trump’s Wall Closes in, DHS Intimidates a Border Tribe With Surveillance, Masked Agents and Drones

10 Ottobre 2026 ore 12:00
A white and green Border Patrol pickup truck drives on a dirt road past a campsite marked by a purple and yellow flag.
A border patrol vehicle drives past the Tadai Me:i prayer camp on the Tohono O’odham nation on Sept. 5. Cam Mackey

At 4:59 a.m. on Aug. 25, Verlon Jose, the chairman of the Tohono O’odham Nation in Southern Arizona, received an email from the head of the U.S. Border Patrol’s Tucson Sector. Government contractors were en route to conduct soil tests for construction of a 62-mile wall along the Nation’s southern boundary, wrote acting chief patrol agent Henry N. Laxdal.

If the tribe wished to have cultural monitors observe the work, they were welcome to, but they could not interfere with the government’s operations.

The work would begin in exactly one minute.

Jose, 59, was already aware of the contractors’ arrival. An hour earlier, a tribal member had called to report a caravan heading south through the reservation, and Facebook was lighting up with similar accounts. The convoy included not only work trucks and drilling rigs, but Border Patrol vehicles as well.

Dozens of border wall contractor and Border Patrol vehicles pass the Tadai Me:i prayer camp on the morning of Aug. 27. Nate Sosa

For months, the O’odham had maneuvered to avoid such a scene, taking their case to federal court. Their homeland straddles the border, and thousands of tribal members live in Mexico. A wall would disrupt routine border crossings for ceremonies and family visits and destroy landscapes they consider their duty to protect, members and leaders say. Their lawsuit argued that the Trump administration’s efforts to build it despite their opposition constituted an historic attack on tribal sovereignty.

But administration attorneys gave assurances that the government was engaging with the O’odham in good faith, and a judge in Washington, D.C., denied the tribe’s request for a preliminary injunction. In his Aug. 25 email providing Jose a 60-second heads up, the Border Patrol chief said his agency’s willingness to accommodate cultural monitors underscored its “commitment to ongoing coordination” with the Nation.

As daylight broke, Jose learned the contractors were guarded by federal agents in masks and tactical gear, drawn from a special operations cadre that participated in citywide sweeps in Minneapolis and Chicago the previous year, which left three people dead, including two U.S. citizens. When the tribe’s chief of police tried to reach the worksite, he was stopped at a roadblock set up by the agents.

Border Patrol agents in tactical gear stand near parked white and green trucks in a desert landscape.
Merrian Felix
A border patrol agent dressed in tactical gear sits in a tactical vehicle in a desert landscape.
Davy Cross
Border Patrol tactical team members amass around the Tadai Me:i prayer camp on Aug. 26.

Jose issued a statement on the Nation’s website declaring the incursion illegal and revealing that the Department of Homeland Security had deployed a surveillance blimp and enlisted Mexican security forces to help protect the work crews.

For a quarter-century, Tohono O’odham leaders have staved off a border wall by allowing DHS to use the reservation as a testing ground for some of the government’s most aggressive homeland security measures — from vehicle barriers on the reservation’s southern boundary, to state-of-the-art surveillance towers, to law enforcement partnerships with the Border Patrol and Immigration and Customs Enforcement.

Despite the collaborations, and assurances from the Trump administration, ProPublica found that DHS has turned its vast apparatus on tribal members, with 24-hour surveillance directed at an ongoing border prayer ceremony and tribal members being questioned outside the reservation about their ceremonial activities. ProPublica’s account is based on photos, videos, court filings, interviews with tribal leadership, firsthand observations and more than 1,000 contemporaneously written observations compiled by tribal members.

The battle over a border wall on the Nation has broken along familiar partisan lines in Arizona. While GOP legislative leaders have filed briefs in support of the project, Democratic Gov. Katie Hobbs has done the same in support of the tribe.

Progressive U.S. Rep. Adelita Grijalva, whose district includes the reservation, has said she is crafting legislation to rein in the Department of Homeland Security’s sweeping powers to waive federal laws in order to expedite wall construction. The Trump administration has used those authorities to circumvent environmental and cultural preservation statutes on 60 occasions across its two terms.

For Deshane Gregg, whose vehicle was forced off the road by a convoy of contractors and federal agents, the recent show of force on the reservation has felt like a government siege, not cooperation.

“You just feel helpless. You see these people, and they’re just so aggressive. They want you to react. They want you to show them that we could be ugly too,” she said. “We’re just here doing prayer. We’re just here, not trying to bother them, but it gets to you when it’s constantly being like that.”

“The drones flying over us all day,” she added, “it’s a lot.”

A drone hovers over the Tadai Me:i camp during morning prayer songs on Aug. 27. Ryan Devereaux/ProPublica

ProPublica sent DHS, U.S. Customs and Border Protection, and the Border Patrol nearly 30 questions about the government’s surveillance and interactions with tribal members and leaders. The agencies answered none of those questions. Instead, CBP pointed to a statement Commissioner Rodney Scott made in August, in which he described the reservation’s southern boundary as “one of the most dangerous smuggling and trafficking corridors on the Southwest border” and a “remote desert that has facilitated decades of drug loads, migrant deaths, and cartel activity.”

Regarding construction of a wall, Scott said, “Congress funded this work, a Federal court has affirmed it, and CBP is carrying it out under the legal authorities that apply. Under President Trump’s leadership, we are securing the border and giving our agents the tools and support they need to protect the American people.”

A meme shows a light-skinned individual with a futuristic mask partially covering their face. The words “Resistance is Futile” span the top of the image in white block letters.
A post on X from James Percival, general counsel of the Department of Homeland Security, celebrates the denial of a request for an emergency injunction against border wall construction filed by Tohono O’odham leadership in August. Screenshot of X

With no sign the White House or the O’odham government is backing down, DHS has cast off any pretense that the agency will work cooperatively with the Nation. Within hours of the judge’s denial of the emergency injunction, on Aug. 14, the department’s general counsel, James Percival, posted a celebratory meme depicting one of the cybernetic Star Trek supervillains known as “the Borg.”

“RESISTANCE IS FUTILE,” it read.

“We respect tribal sovereignty but not to the detriment of border security,” he wrote. “This wall is getting built. Our authority is beyond dispute.”


The O’odham have inhabited the Sonoran Desert, from what is now Southern Arizona to Mexico’s Sea of Cortez, for thousands of years. According to the tribe, roughly 14,000 of its 37,000 enrolled members live on tribal land west of Tucson. Approximately 3,000 more reside in Mexico. At 2.8 million acres, their reservation is the largest on the southern border by a long shot.

During President Donald Trump’s first term, Arizona saw 226 miles of border wall built, but the Nation maintained its status as the longest unwalled section in the state. Confirmation that things would be different this time came in February, when CBP informed the tribe that it planned to seal off the reservation entirely, tapping nearly $52 billion from Trump’s so-called One Big Beautiful Bill Act.

A dirt road passes through a lush Southwestern desert landscape. There is a heavy metal fence on the left side of the frame and a jagged mountain formation on the horizon.
A vehicle barrier marks the U.S. border with Mexico in the Chukut Kuk District of the Tohono O’odham Nation. Cam Mackey

The tribe’s elected leaders met with DHS Secretary Markwayne Mullin in hopes of changing the administration’s mind. As an enrolled citizen of the Cherokee Nation, Mullin is the first Native American to head the department. “Maybe we can work with this guy,” Jose recalled thinking.

But Mullin’s message was clear: We want to work with you, but we’re building the wall. Justice Department attorneys were prepared to defend the project to the Supreme Court. O’odham council member Vivian Juan-Saunders, who also attended the April 21 meeting, recalls the secretary saying, “Don’t mess with me.” Mullin’s office did not respond to questions from ProPublica, including about the exchange.

The message was more direct the following month, when tribal leaders met with Scott. According to Jose, the CBP commissioner told the delegation that if they filed a lawsuit opposing the wall, the Nation could lose access to three border gates members use to travel to and from Mexico. Accessible only to tribal members, the gates are maintained at the discretion of CBP.

Juan-Saunders confirmed that CBP threatened to close the gates, as did another council member, Jesse Navarro. CBP declined to comment on the alleged threat.

In June, a $1.3 billion contract to build the wall, known as the “Tucson 5” project, was awarded to Sullivan Land Services Co., also known as SLS and SLSCO. The Texas firm has a long history of Republican political donations and was a major recipient of border wall contracts during Trump’s first term.

The O’odham filed a lawsuit to stop the project on June 16 in the U.S. District Court for the District of Columbia. The tribe contended it would reduce the size of its reservation, which can only be done by Congress — and that the wall would mark an enduring act of trespass on sovereign lands and destroy sacred cultural sites.

The administration’s plans cast aside decades of tribal cooperation with DHS, the Nation’s lawyers argued, and came at a time of record-low border crossings.

Trump and his administration have repeatedly claimed that the border is safer than ever, with CBP reporting border apprehensions 94% lower than they were during the Biden presidency, and Border Patrol “encounters” hitting their lowest levels in more than 50 years. The Nation underscored these figures as evidence that a wall is unnecessary.

The tribe’s interim chief of police, James Cook, claimed there had been a 90% drop in reports of illegal entry over the preceding year, saying in a sworn declaration that smuggling and other border-related crimes had “almost disappeared.”

Benjamin S. Hollinder, a senior Border Patrol official, argued in a sworn declaration opposing the tribe’s lawsuit that the absence of a wall on the Nation has produced a funneling effect, channeling smugglers onto the reservation, and saying that dynamic would intensify once the rest of Arizona was walled off.

“Not having a border barrier system in this particular area makes it a vulnerable and a desirable area for [transnational criminal organizations] to operate,” wrote Hollinder. “If encounters of aliens entering illegally between ports of entry increase, vulnerabilities in the area will become particularly problematic.”


The Nation sought the preliminary injunction to bar border wall activity until the litigation was resolved.

On the eve of a July 22 hearing, DHS filed a notice affirming that to accelerate the project, it was waiving, in whole or in part, more than 30 laws, including several that mandate tribal consultation.

In court filings, the government acknowledged its long history of working “cooperatively” with the tribal government while also arguing that the Nation “does not hold veto power over the United States’ sovereign duty to secure its borders.”

Trump administration attorneys contended that an injunction was premature; planning was ongoing, thus problems the Nation envisioned could still be addressed.

The government insisted construction would be limited to the Roosevelt Reservation, a 60-foot-wide zone that runs across California, Arizona and New Mexico on the U.S. side of the border, where CBP was authorized to construct barriers as it saw fit.

Riyaz Kanji, the tribe’s lead attorney, argued the Roosevelt Reservation doesn’t extend onto tribal land, and even if it did the rugged landscape would force construction to diverge far from the 60-foot boundary.

Sweeping as its powers were, Kanji contended, DHS could not override a sovereign government. The administration’s plans, he argued, constituted a “blatant and unprecedented disregard for the tribe’s rights.”

Adam R.F. Gustafson, a Justice Department attorney, countered that the tribe had already approved a barrier on its land many years ago. The question now was what kind of barrier it should be. That was for DHS to decide, he argued. The department was “committed” to consultation, he continued. “We take very seriously the tribe’s views on this,” he told the court.

The judge appeared swayed by DHS’ assurances but needed time to consider. “I don’t think the government is trying to go outside of that 60-foot strip,” he said.


A red and white sign in a desert landscape is seen through a barbed-wire fence and warns against trespassing on the Tohono O’odham Nation for anyone who’s not a tribal member.
Signs placed by Tohono O’odham tribal leaders warn contractors that their presence on the reservation would be considered trespassing. Cam Mackey

The O’odham suspected the government would not be as mindful as it claimed.

Two days after the meeting with Mullin, the DHS secretary, a border wall contractor had “inadvertently disturbed a cultural site” west of the reservation. The crew had bulldozed a 70-foot swath through the Las Playas Intaglio, a 200-foot long earthen etching in the shape of a fish that was at least 6,500 years old. The site was well marked and well known to area archaeologists.

Wynona P. Larson Yazzie, an O’odham tribal elder, Marine Corps veteran and former tribal police officer, had organized prayer runs that included stops at the intaglio. She’d visited the site the day before its destruction. Since then, she’d closely followed the Nation’s lawsuit.

On Aug. 6, Larson Yazzie saw a disturbing filing from the tribe’s attorneys. They’d received word that in four days government contractors would enter the reservation to conduct tests. DHS, the tribe argued, was “exploiting” the judge’s reflection period to “move forward with highly disputed actions.”

Tribal leaders erected dozens of 8-foot-wide “no trespassing” signs along the three main access roads leading through the reservation to the border.

Larson Yazzie, meanwhile, began making plans of her own.

She was joined by Amy Juan, a longtime O’odham activist. Juan, 40, had grown up riding in her grandfather’s truck over the clanking cattle guard at Ko:li Ki:jig, a traditional crossing on the U.S.-Mexico line. After 9/11, a locking gate was placed over the cattle guard. The Border Patrol built a “forward operating base” near her grandparents’ home that would eventually feature a helipad, a detention space and an endless cycle of agents. Around the reservation’s perimeter, CBP established some of the largest Border Patrol stations in the country. Checkpoints went up on roads leading north.

Two people visit across a fence made of barbed wire strung between thick metal posts in a desert landscape. In the background, a surveillance camera rises above them.
O’odham tribal members Daniel Oriol Figueroa Cervantes, left, from Mexico, and Amy Juan, from Arizona, visit over the border barrier at the Tadai Me:i prayer camp on Aug. 29. Ryan Devereaux/ProPublica

Human rights groups documented U.S.-born tribal members being arrested and deported, and verbal and physical abuse by Border Patrol agents. CBP did not respond when asked about the report’s allegations.

For Juan, the Nation’s collaboration with DHS had sacrificed safety and civil liberties for elusive gains. Virtually everyone on the reservation had been touched by the dark side of border smuggling. During the mid-2000s, some tribal members, enticed by a chance at life-changing money, got involved in moving people and drugs, fueling cycles of arrest and incarceration that exacerbated challenges the community was already facing.

At the same time, virtually everyone also had a story about negative interactions with the Border Patrol — a child traumatized at a checkpoint, an unlawful traffic stop or a loved one assaulted by an agent.

“We want safety and the same respect as the next person,” Juan said. “We’ve never been against keeping people safe, but at what cost?”

Larson Yazzie was similarly concerned. She worried that in the face of DHS pressure the Nation would fold and, like the intaglio, the borderlands would be lost.


An Indigenous person stands near a burning fire surrounded by camping chairs in a desert landscape campsite.
A tribal member stands near the fire burning in the Tadai Me:i prayer camp in early September. Cam Mackey

Prayer fires are an important O’odham tradition, often convened in moments of communal struggle. To Larson Yazzie, the coming of a wall was such a time.

The chosen site was symbolic: the border gate at Ko:li Ki:jig. The camp had limited amenities — cots and chairs that encircled the fire, a cooler for ice, a weathered canopy for relief from the sun. They called it Tadai Me:i — roadrunner on fire.

Someone was always awake to watch the flame, which was lit on Aug. 9, as the Trump administration’s contractors were preparing to enter the reservation. The first drone sighting in the area was recorded the following night, at 11:43 p.m., documented in the first of two activity logs. Kept in spiral notebooks, the logs offered a minute-by-minute account of what participants in the ceremony saw and heard.

The handwritten observations, shared with ProPublica, span 13 days and chart a steady escalation by DHS, culminating in an elite tactical team that blocked tribal authorities from issuing trespassing citations to contractors or removing them.

The camp wasn’t a protest site like those seen in Minneapolis, Chicago or other cities over the past year. Participants didn’t shout at passing Border Patrol agents. They focused on the fire, making sure there was enough sugai — creosote bush, a fragrant desert plant — to keep it burning. They were in ceremony, concentrating on morning prayers and nightly cleanses. The atmosphere was that of a family gathering in a moment of crisis. There were jokes and levity amid the uncertainty.

Larson Yazzie knew at least one legislative council member who opposed the gathering. They feared it could lead to large groups converging on the reservation to physically block the border wall, in an occupation similar to the 10-month protest on Standing Rock Sioux land that halted construction of the Dakota Access Pipeline in 2016. The idea terrified tribal leaders. With its lethal heat and unforgiving terrain, the desert was dangerous enough without outsiders squaring off against Border Patrol.

A ceremonial fire burns on Aug. 27 at a prayer camp near the traditional Ko:li Ki:jig border crossing on the Tohono O’odham Nation. Nate Sosa

Supporters of the ceremonial fire were themselves uneasy. They knew the story of Ray Mattia, the 58-year-old who was shot and killed by the Border Patrol in 2023 while unarmed on the doorstep of his home on the reservation. Agents, who were backing tribal police on the call, claimed to have mistaken a cellphone he was holding for a gun.

“My fear is that they gonna start shooting us,” said 24-year-old camp visitor Collin Quasule. Quasule had videos on his phone of recent interactions he’d had with federal agents, including agents trailing him as he drove around the reservation, following him to his home, pulling him over without explaining why, refusing to accept his legal name and birthdate, and winking at him when he protested his detention.

Across the reservation, community members were on the lookout for large trucks traveling together with out-of-state plates. On Aug. 12, Juan received a call about a caravan: six trucks with Texas plates, following an unmarked SUV with government plates. She called the tribe’s police department. The caravan was intercepted and escorted off the land by tribal authorities. The driver of the unmarked vehicle was confirmed to be a Border Patrol agent. The interception was one of nearly a dozen tribal police recorded over a three-day period.

During the camp’s first seven days, the activity log filled with nearly 665 observations, mostly federal agents buzzing around their location.

A lined white notebook page containing log entries tracking Border Patrol movements and surveillance sits on a table.
An activity log kept by tribal members documents border wall construction and law enforcement activity on the Tohono O’odham Nation. Ryan Devereaux/ProPublica

While many would drive by without stopping, other agents would park and watch. At least one was reported snapping photos of the campers. ProPublica later obtained video of an agent doing exactly that. Mexican security forces, both military and police, were also observed conversing with Border Patrol agents over the international boundary. “It appeared that the 2 BPs were showing the Mexicans pictures on their phones,” read an Aug. 11 entry.

“Surveillance has heightened,” Juan said, days after the prayer fire was lit. “Drones, helicopters, a lot of air activity.” The choppers included both marked CBP and what appeared to be military Black Hawks. The drones were of the handheld quadcopter variety, let loose directly over the camp, at times during prayer song ceremonies.

On the fourth night, a gathering was held. Upwards of 100 people turned up, including members of distant sister tribes.

The evening was peaceful until Juan received a text from an elder couple who’d left early to return to their home near Tucson. The Border Patrol had stopped them at a checkpoint a half-mile outside the reservation, they reported. The officers said they were conducting an “immigration check” and asked to see tribal ID.

“Where you guys coming from?” the agent asked.

“Ceremony,” the couple replied.

“Oh,” the agent said, “is that the one going on down south?”

The encounter was unusual, said Juan. The checkpoint is rarely staffed. When agents are on hand, she said, “they never ask us for a tribal ID.”

When Juan shared the information with the gathering, people immediately began packing up, afraid, she surmised, of a late-night encounter with Border Patrol.

A Border Patrol agent stops to film the Tadai Me:i prayer camp on Sept. 30. Davy Cross

On Aug. 14, Judge Richard J. Leon declined the Nation’s injunction request. “I fully expect the government in the months ahead to follow through on its guarantees of consultation and cooperation with the Nation to address the Nation’s concerns regarding border wall construction!” he wrote.

Eleven days later, on Aug. 25, the Border Patrol sent the Nation its one-minute notice that the contractors were coming. Larson Yazzie jumped in her truck and raced for the border to document what was happening. An agent on foot stopped her. He’d laid a spike strip in the road ahead, he warned. Larson Yazzie filmed the contractors in the distance.

When the tribal police department’s interim chief arrived, he too was stopped at a Border Patrol roadblock. A trio of Border Patrol supervisors approached, including two from a nearby station and a third representing BORTAC, the agency’s special operations wing. The SWAT-style agents wore desert camo, masks and patterned scarves favored by U.S. military units in Iraq and Afghanistan.

It was only after promising not to interfere that the tribal police chief was permitted to record. He observed three drilling rigs manned by a handful of operators. An equal number of agents stood guard. The contractors’ heavy vehicles were all beyond the 60-foot zone that government attorneys assured the judge they would not leave.

The chief also encountered a trio of Bureau of Indian Affairs agents, who claimed to have been sent on orders from Washington, D.C. Their mission, they said, was to “preserve the peace and monitor activities.”


On the left, a red and yellow painted sign with graffiti-style white letters warns that “Community Members Only!” are allowed on the Tohono O’odham Nation. A white and green Border Patrol truck is driving on a dirt road on the right.
A Border Patrol vehicle is parked near the Tadai Me:i prayer camp on the Tohono O’odham Nation. Cam Mackey

For the prayer camp’s participants, the need to relight the flame, which they had extinguished after a seven-day ceremony, was self-evident. They began that night.

Davy Cross, a stocky 57-year-old with an intricate tattoo running down the left side of his face, was tending the fire when, at 4:33 a.m., he noticed buzzing above his head.

At first, the machines were visible. There were at least five. “I seen all the red lights,” Cross recalled. But as they got lower, the drones went dark. Cross could still hear them and feel the draft of the rotors against his skin. Then, he said, “they disappeared.”

The drones were soon replaced by an airplane and a helicopter. Shortly after 9 a.m., a caravan of Border Patrol and construction vehicles trundled into view. The work trucks continued on, but much of the Border Patrol force remained, forming a semicircle around the camp with Mexican state police closing the loop on the other side of the line.

“We got surround[ed] by over 30 vehicles,” Cross wrote in the activity log. A video of the moment spread across social media in the borderlands.

The tribe’s attorneys filed an appeal of the judge’s order allowing construction to proceed and pleaded for a halt to the government’s activities. They argued that the Trump administration was making “a mockery” of the court’s expectation of “consultation and cooperation.”

A convoy of Border Patrol and construction vehicles pass the Tadai Me:i prayer camp on Aug. 29. Ryan Devereaux/ProPublica

That night at the camp, Larson Yazzie was singing prayer songs when Juan pulled in. It was near midnight. Border Patrol agents were coming and going constantly. Some passed without stopping. Others idled at the edge of the firelight while the red lights of a surveillance blimp blinked over the mountains to the east.

Tadai Me:i wasn’t the only pocket of resistance on the border. In Texas, the Trump administration’s plans to run a wall through Big Bend National Park had brought together an unusual coalition that saw environmental nonprofits and river guides standing with hunters, ranchers and local sheriffs in opposition to the project. One week before the armed convoy rolled onto the Tohono O’odham reservation, Republican Gov. Greg Abbott announced that after speaking with the secretary of DHS, he’d secured a pause on the controversial project.

“There are technology tools that don’t include barriers,” the governor said at a press conference. “Think of drones, think of fiber optics.”

Last week, a judge granted a preliminary injunction halting construction in the Big Bend area while a lawsuit against the project proceeds.

To Juan, it was darkly ironic. For two and a half decades, the Nation had been a laboratory for the technology Abbott described. Yet when tribal leaders made that case, they were told to stand down; the wall was coming whether they accepted it or not. “What makes Texas the exception to us is very clear,” Juan said. “It’s good old boy conversations that are happening between the politicians and the CBP commissioners and Markwayne Mullin.”


Two individuals standing in a campsite are silhouetted against a rising sun, while a ceremonial fire burns in the foreground.
Sunrise at Tadai Me:i prayer camp on Sept. 26 Ryan Devereaux/ProPublica

The early fire watch that morning fell to a young Pascua Yaqui member named Nate Sosa.

At 3:28 a.m., Sosa heard a noise — a round being chambered in a weapon. A Border Patrol agent had exited his vehicle. With a long gun slung low across his back, he shined a light into Mexico. He then walked within feet of the campers asleep on their cots.

A half an hour later, a drone flew in from the north, followed by a helicopter. After that came a convoy dozens of vehicles long. At 6:02, while Larson Yazzie was leading the camp in prayer, a helicopter passed overhead. An hour later, a drone ascended above the fire.

Liz Quiroga, a 28-year-old tribal member and regular at the prayer site, sat with the camp’s logbook open in her lap. Over the next five days, the book would fill with 379 observations. Nearly two-thirds involved Border Patrol units near the fire. The arrival of Mexican authorities was documented six times. An additional 39 entries referenced unmarked vehicles and suspected “undercovers.” Whether those individuals were Border Patrol, contractors or tribal police was unclear. The logbook cataloged a dozen instances of aircraft flying over the camp, including four helicopters, three planes and five drones.

“Nobody has any idea what’s actually happening out here,” Quiroga said. “This is true dystopia.”

While its legal challenge continues, the Nation has ceased attempting to remove border wall contractors from its lands.

The camp and the surveillance that’s come with it remain.

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Watch: Inside Our $22K Sports Betting Experiment

10 Ottobre 2026 ore 11:00
A man sits down at a desk staring intently at his phone. Blue and orange confetti rains down behind him. Notifications from DraftKings pop up around him.
Illustration by Mauricio Rodríguez Pons/ProPublica. Source images by Angela Weiss/AFP via Getty Images.

Earlier this year, we heard that reporter Jake Pearson planned to ask our editors at ProPublica for more than $20,000 so he could spend the NBA playoffs betting like a problem gambler. 

We told him we wanted in on the action. 

For 10 weeks, our documentary team at ProPublica filmed Jake as he dove ball-cap-first into DraftKings and FanDuel, the country’s largest online sportsbooks. Jake bet early, late and often, ramping up the amounts and frequency of his wagers, chasing his losses with even bigger bets.  He wanted to flagrantly wave the red flags of a gambler descending into addiction. Would the apps serve up speed bumps as he careened into the red, or would they push him to keep betting? 

Since 2018, the year the Supreme Court opened the door for states to legalize sports betting, the number of people staking money on games has exploded. It’s now legal in 39 states and Washington, D.C. The apps don’t just offer straight action on the outcome of a “Sunday Night Football” game — you can put money on myriad sports events and outcomes, including who will score the next point in a tense contest of Czech table tennis. Every month, millions do. 

More than $600 billion has sloshed through the legal sportsbooks in wagers — and brought billions in state tax revenue — in the last eight years. But between the ever-present ads featuring celebrities from LeBron James and Charles Barkley to Kevin Hart and Kendall Jenner, cracks in the system have started to show. 

About a quarter of active sportsbook account holders surveyed by the Siena Research Institute this year said that they’d lost enough on a bet that they’d have trouble meeting their financial obligations. Other studies and public health experts warn of rising cases of bankruptcy, addiction and self-harm.

A man wearing a backward baseball cap sits in a dark bar, staring at his phone.
ProPublica reporter Jake Pearson at a Manhattan bar this spring, testing DraftKings’ and FanDuel’s guardrails. More than a quarter of people in the U.S. say they have an active account with an online sportsbook, according to a poll by the Siena Research Institute. Gerardo del Valle/ProPublica

DraftKings and FanDuel say that they don’t want to profit off bettors who can’t control themselves, and they provide a range of what the industry calls “responsible gaming” tools to help users stay in check. 

Jake received pop-up notices, reminders and emails noting his time on the app and nudging him to “take a beat” after a loss. He opted into some of the tools DraftKings makes available. But he was struck by user design choices and promotions that encouraged him to keep betting, some of which he was served right after setting limits on his play. 

In a statement, DraftKings told ProPublica that it trains its more than 5,000 employees on responsible gaming and has more than 50 full-time staff dedicated to its “responsible engagement” program. A FanDuel spokesperson wrote that the company’s program is “designed to identify potential risk early and empower customers with real-time information about their play.” 

Even so, regulators and lawmakers from Colorado to Massachusetts have begun to question whether sportsbooks have sufficient protections in place. Those concerns have risen with the popularization of prediction markets, which are even less regulated than sports betting apps like DraftKings. 

We were behind the camera back in April when Jake opened his DraftKings account to place his first bet, a $100 Hail Mary wager for the New York Knicks to win the chip. We had no idea what a ride it would be.  

Watch our new documentary that follows Jake as he intentionally descends into problem gambling — and see how the apps react. 

Have you used apps like DraftKings or FanDuel to place sports bets? ProPublica is looking for at least 250 people who use these apps to share their data with us. Your transaction history will help us better understand how the apps respond to user behavior. You can also reach Jake Pearson and the reporting team at 917-512-0276 or sportsbetting@propublica.org.

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Garlasco, il punto decisivo secondo il prof. Galassi

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Per il professor Francesco Maria Galassi il caso Garlasco è arrivato al punto decisivo.

Se un processo ad Andrea Sempio ne accertasse la colpevolezza, sarebbe un elemento molto forte a favore di Alberto Stasi.

Sul tavolo ci sono l'impronta 33 e i soliloqui. Ma l'elemento fondamentale, per lui, è un altro: la consulenza della professoressa Cattaneo dimostra che Chiara Poggi reagì al suo aggressore.

📍 Montecatini Terme, 26 settembre 2026
🎥 Video integrale sul nostro YouTube

Can China’s dancing robots swing some new business partners in Africa?

At events marking China’s National Day in Africa on October 1, robots provided the entertainment. In Luanda, Angola, dancing robots amused guests and ambassador Zhang Bin called the industry “a small snapshot of the Chinese economy’s move towards innovation and higher-quality development”. In Brazzaville, Congo, nearly 400 guests – including Congolese officials and Chinese business representatives – watched on as a robot dog performed. Guests also interacted with a robot dog at a Chinese New...

Less to the Least

10 Ottobre 2026 ore 09:20
  Playlist di Elisabetta Stella   TV Smith, Expensive Being Poor (Useless – The Very Best Of TV Smith, 2001)     The Clash, Clampdown (London Calling, 1979)     Gang of Four, To Hell With Poverty (Another Day, Another Dollar, 1981)     James McMurtry, We Can’t Make It Here (Childish Things, 2005)   …

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⚡ALERT! Secret NATO EMERGENCY Meeting! Trumps FAKE Diesel Deal, IRAN, 6-12 MONTHS UNTIL A.I DISASTER

10 Ottobre 2026 ore 04:36

💾

Russian oil refineries struck hours after Trumps diesel deal which in itself was inconsequential and merely to buy time. Its ridiculously numerically insignificant.

32 NATO military chiefs secretly went to Ukraine to plan war with Russia.

Trumps fake deal will likely embolden them to target Iran very soon.

AI companies are predicting a major catastrophe in the next 6-12 months causing banking system collapse and power and internet outages.

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Superbollo, altro che abolizione: lo Stato incassa sempre di più, resta solo la "limatura"

10 Ottobre 2026 ore 08:04
Conto alla rovescia per la limatura del superbollo, come la definì il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini durante la conferenza stampa di presentazione dell'esenzione del bollo auto, lo scorso 16 settembre. Il disegno di legge di Bilancio sarà varato dal governo la prossima settimana e dovrebbe contenere, appunto, la famosa limatura, un intervento che, come sottolineò il titolare del dicastero di Porta Pia in quell'occasione, porterebbe ricchezza nelle casse dello Stato. Tre ipotesi per il nuovo superbolloAl momento le ipotesi su come potrebbe articolarsi la "limatura" sono tre:Innalzamento della soglia di potenza (P.2 della carta di circolazione) oltre la quale scatta la tassa, per esempio dagli attuali 185 agli iniziali 225 kW, la soglia fissata quando il superbollo fu introdotto nel 2011 dal governo Berlusconi;Abbassamento degli importi attualmente previsti (20 euro per ogni kW sopra i 185 per le auto fino a 5 anni, 12 euro per quelle con più di 5 e fino a 10 anni, 6 euro per quelle con più di 10 anni e fino a 15 e 3 euro per quelle con più di 15 e fino a 20 anni);Riduzione della durata delle quattro fasce di anzianità.Di certo, a meno di clamorosi colpi di scena, l'ipotesi di abolizione, della quale lo stesso Salvini aveva peraltro più volte parlato nel corso della legislatura, pare definitivamente accantonata. Nel 2025 lo Stato ha incassato 326 milioni Ma quanto rende allo Stato il superbollo? Più di quanto comunemente si pensi. E, soprattutto, rende sempre di più.Nel 2025 il ministero dell'Economia ha incassato ben 326,2 milioni di euro, il 16,1% in più rispetto al 2024. Di questi, 279 milioni (+16%) derivano dalla tassa vera e propria e poco più di 47 milioni (+16,4%) dall'attività di recupero, ossia da sanzioni (pari al 30% dell'importo non versato) e interessi derivanti dal mancato o ritardato pagamento. Dal 2013 i soldi si sono moltiplicati per quattro Ma il dato più interessante è che negli ultimi dieci anni l'incasso annuo dello Stato è quasi triplicato, passando da 116,3 a 326,2 milioni di euro (+180,4%). E che rispetto al 2013, il primo anno solare pieno con tariffe e fasce pari a quelle attuali, la somma incassata dall'erario è quadruplicata, passando da poco meno di 82,4 a oltre 326,2 milioni di euro.A dispetto di chi, all'epoca della sua introduzione, sosteneva che il superbollo avrebbe ammazzato il mercato delle auto potenti.

La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

LA SCALA DA GETTARE – Sesto, Buddha, Wittgenstein, Lin-chi

10 Ottobre 2026 ore 07:31
Sesto Empirico, Buddha, Wittgenstein e Lin-chi: quattro pensieri lontani nel tempo che incontrano una stessa domanda.Che cosa accade quando l’idea che ci ha aiutato a comprendere il mondo diventa un nuovo oggetto di attaccamento?Una scorribanda filosofica sul pensiero che, per essere davvero libero, deve saper abbandonare i propri strumenti. 🎬 PREMIERE📅 Data: 10/10/2026 [riservata ad […]

Will Taiwan issue derail Washington and Beijing’s latest reset? Analysts are sceptical

Recent interactions involving the US and Taiwan are not expected to derail the current momentum in relations between Washington and mainland China, according to diplomatic analysts. Beijing was taking a pragmatic approach to navigating the complexities of the Taiwan issue, they said, but the fate of a US$14 billion arms package for the island remained a key concern. During President Xi Jinping’s recent visit to the United States, Xi urged his hosts to “adhere to the correct position of opposing...

Why a Communist Party boss had a coffee shop date with Chinese content creators

The setting may have been casual but the choice was not when the Communist Party boss of a northeastern Chinese province sat down with digital content creators at a coffee shop on Wednesday. Jilin province party secretary Huang Qiang invited the influencers to the relaxed setting of the Songyuan Coffee Shop in Changchun to encourage them to “actively promote mainstream values and spread positive energy”. According to a local government statement, Huang and the participants also exchanged views...

Modi and Xi can’t bridge the India-China divide by themselves

Last month, President Xi Jinping travelled to New Delhi to attend the Brics summit – his first visit in seven years. On the summit’s sidelines, Xi and Indian Prime Minister Narendra Modi had an in-depth conversation that explored topics of shared interest between them, such as leveraging open-weight artificial intelligence (AI) for mutual benefit. Even so, such sanguine signals were soon drowned out by a spate of downbeat headlines. One recent story warned of the “asymmetric” relationship...

FBI Arrests Executive at Ransomware Negotiation Firm

10 Ottobre 2026 ore 02:17

Agents with the Federal Bureau of Investigation (FBI) on Thursday arrested an executive at a Canadian cybersecurity firm in connection with an investigation into the ShinyHunters hacking group that recently relieved the FBI of sensitive data on thousands of agents, multiple sources tell KrebsOnSecurity.

The New York Times reported today that the FBI has arrested a Canadian man in Pennsylvania on suspicion of assisting ShinyHunters. The Times story did not identify the man, nor did a statement on Twitter/X about the arrest from FBI Director Kash Patel.

One source close to the investigation told KrebsOnSecurity the Canadian person arrested this week was visiting Pennsylvania for a cyber insurance conference, and that the suspect’s company specialized in handling ransomware negotiations with cybercrime groups. Another shared that control over the ShinyHunters investigation has been centralized at an FBI field office in Texas.

An online search reveals the Cyber Risk Summit was held at the Loews Philadelphia Hotel between Oct. 5 and Oct. 7. The conference had several sponsors, but according to the summit’s website its biggest sponsor was a Canadian security company called Cypfer.

According to LinkedIn, one of Cypfer’s “ex-founders” was Edward Dubrovsky, who is now associated with another Canadian security firm and sponsor called CyberSteward. In a post to LinkedIn approximately one month ago, Dubrovsky said he had plans to attend the Cyber Risk Summit with the rest of the CyberSteward team.

[Update: Oct. 10, 9:58 a.m. ET: A spokesperson for Cypfer said Dubrovsky was not a founder or co-founder as his LinkedIn profile claims, but instead served as a managing director before resigning in December 2025].

Edward Dubrovsky’s LinkedIn profile.

“Looking forward to continuing conversations around strategy & compliant driven coercive (ransomware, extortion) advisory, negotiations and settlement services that are global and truly agnostic,” Dubrovsky wrote.

Federal court records show that on October 8, an Edward Dobrovsky (note the slight misspelling of the last name) was arrested in Pennsylvania on cyber extortion and conspiracy charges. Several of those documents — including the core complaint — are now sealed. But a handful of them were indexed at Courtlistener.com, including a summary of the complaint, which charges the defendant with “conspiracy to threaten to impair the confidentiality of information with the intent to extort money,” and “interference with commerce by threats.”

Image: Courtlistener.com

The inmate locator at the U.S. Bureau of Prisons website reports that a 54-year-old Edward Dubrovsky is currently being held at a federal facility in Philadelphia. But the court records indexed by CourtListener include a notice filed on October 9 that moved the case to the Eastern District of Texas, which sources say is now the epicenter of the FBI’s ShinyHunters investigation. The FBI declined to comment for this story.

Dubrovsky’s LinkedIn profile states he is the author of Cyber Extortion Strategic Response, a 252-page book that promises to “take readers beyond the ransom note and into the decisions that determine how an organization responds, recovers, and protects what matters.”

Edward Dubrovsky’s book, which centers on the intricacies of ransomware negotiations.

“At the heart of the book is a critical distinction: communicating with a criminal is not the same as negotiating a payment, and negotiating is not a commitment to pay,” reads an excerpt from the book’s listing on Amazon. “Engagement can serve other objectives, including testing claims, gathering information, creating time, and preserving options while the organization evaluates its next move.”

Mr. Dubrovsky could not be immediately reached for comment. KrebsOnSecurity also sought comment from other executives at CyberSteward, and will update this post in the event they respond. The available court records in Dubrovsky’s case show that he does not currently have an attorney and has yet to be appointed a public defender by the courts.

ShinyHunters typically uses phishing and stolen credentials to siphon data from corporate accounts at software-as-a-service companies, and then threatens to publish the stolen data online unless a ransom demand is paid. According to the FBI, the group has extorted more than $70 million from victims so far this year.

Sources tell KrebsOnSecurity the FBI has been poring over devices that were seized last month when the Dutch police arrested the convicted cybercriminal Pepijn van der Stap in connection with the ShinyHunters investigation, and that charges against principals at other companies that specialize in ransomware negotiation may be forthcoming.

Immediately after Van der Stap’s arrest, another member of ShinyHunters named “Rey” assumed control over the group and began taunting the FBI over data the group stole from the agency’s online recruitment portal, which included each’s person’s unit and specialization, as well as medical and psychiatric records.

Last week, Reuters reported that Rey — identified as a teenager named Saif Al-din Khader — had been detained and was cooperating with FBI investigators. On October 7, we detailed how Rey was apprehended as the cybercrime group allegedly sought to extort a navigation and digital aviation unit that was divested by Boeing in late 2025.

This is likely to be a fast-moving story. Updates will be noted along with timestamps.

Kurt Campbell on US’ China focus, the Indo-Pacific Quad, risks of AI

Kurt Campbell is a veteran US diplomat and strategist who has played a leading role in shaping Washington’s approach to China and the Indo-Pacific for more than a decade. He served as the White House coordinator for Indo-Pacific affairs from 2021 to 2024 and as US deputy secretary of state from 2024 to 2025. Previously, he served as assistant secretary of state for East Asian and Pacific affairs from 2009 to 2013 and was a key architect of the Obama administration’s “pivot to Asia”. Often...

Trump announces major diesel deal with Russia ahead of US midterm elections next month

US President Donald Trump has opened the American market to Russian diesel, reversing years of sanctions pressure on Moscow just three weeks after signing a law to punish buyers of its energy, as record fuel prices threaten his party in next month’s midterm elections. Trump said on Truth Social on Friday that he and Russian President Vladimir Putin had reached the supply deal in a phone call that had been expected to focus on suspected plague cases in Russia. According to Trump, Russia will...

What are the concerns and priorities behind the new language used to define China-US ties?

When China and the United States agreed in May to frame their relationship as a “constructive relationship of strategic stability”, the phrase left many observers trying to guess what it actually meant. Four months on, they have added an elaboration that offers further insight into the two sides’ respective priorities. After presidents Xi Jinping and Donald Trump met in Washington last month, the two sides pledged to build a “constructive relationship of strategic stability on the basis of...

10 ottobre: il genocidio continua! riprendiamo le mobilitazioni a fianco del popolo palestinese

9 Ottobre 2026 ore 23:10

Sinistra Anticapitalista aderisce e partecipa alle manifestazioni che si terranno sabato 10 ottobre in diverse piazze italiane per rilanciare la mobilitazione contro il genocidio a Gaza e a fianco del popolo palestinese. Di seguito trovate il testo del volantino che sarà distribuito durante i cortei.

Gaza: il genocidio continua! Rilanciamo le mobilitazioni a fianco del popolo palestinese

Sono passati tre anni dallo scoppio della guerra genocidiaria scatenata dal governo Netanyahu contro Gaza, che con la scusa di vendicare il 7 ottobre, ha in realtà intensificato il progetto sionista di “pulizia etnica” che sta coinvolgendo anche la Cisgiordania.

Nell’intensificarsi dello scontro tra le potenze imperialiste Gaza è la vittima sacrificale per la costituzione del “nuovo Medio oriente” propagandato da Trump che vede proprio nello Stato d’Israele l’avamposto regionale dell’imperialismo statunitense.

L’occupazione dei territori sta imponendo questo piano con estrema brutalità, distruggendo tutte le infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza con lo scopo di rendere invivibile la striscia di Gaza e con la distruzione delle abitazioni dei palestinesi e l’appoggio militare ai coloni in Cisgiordania.

L’obiettivo è quello di ridisegnare la carta politica della regione attraverso una guerra senza fine. Non a caso, l’aggressione si è estesa in Libano, dove l’esercito israeliano ha distrutto nel sud del paese interi villaggi costringendo l’abitazione a sfollare e ad abbandonare la zona. La guerra coinvolge ora l’Iran e lo Yemen.

Occorre denunciare la complicità del nostro governo e dei governi europei.

Il governo Meloni e i governi europei hanno dimostrato in questi tre anni di non essere semplici alleati dell’occupante, ma dei veri e propri partenere strategici nel momento in cui gli stanno fornendo ogni copertura politica e ogni sorta di finanziamenti anche militari. Il disegno di legge sull’antisemitismo serve a zittire proprio coloro che denunciano la complicità con le politiche genocidiarie e che vuole impedire questa immane tragedia senza fine.

Riprendere la spinta unitaria a sostegno della Palestina

Proprio un anno fa la Global Sumud Flotilla riuscì a innescare in Italia, così come su scala internazionale, la scintilla di un’indignazione che covava già da tempo in vasti settori della popolazione favorendo la costruzione di un grande movimento unitario costringendo alla convergenza anche le organizzazioni sindacali di base e la Cgil con l’indizione di due ben scioperi generali.

Sinistra Anticapitalista sarà presente alle manifestazioni del 10 ottobre con l’obiettivo di rilanciare questa spinta che ad un certo punto è sembrata esaurirsi.

Solo insieme, con una grande mobilitazione generale, potremo imporre al nostro governo e all’Ue la fine di tutte le relazioni economiche e politiche con il governo di Israele, imporre un embargo sul commercio e le armi.

Solo uniti potremo ostacolare le politiche genocidiarie di Israele e aiutare il   popolo palestinese nella sua lotta per la libertà e la giustizia.

Sinistra Anticapitalista

V6 diesel, taglia grande e tanto confort: al volante della nuova Audi Q7 - VIDEO

11 Ottobre 2026 ore 21:16
Vent'anni dopo aver inaugurato la famiglia Q destinata alle SUV, l'Audi Q7 cambia pelle senza rinnegare la propria natura. La terza generazione della Suv full-size cresce nel confort, nella digitalizzazione e nella versatilità, ma conserva un'impostazione meccanica che, in tempi di elettrificazione spinta, suona quasi come una dichiarazione d'intenti: al lancio, infatti, ci sono ancora due V6 3.0 TDI. Dentro c'è l'Audi digital stage Lunga 5,06 metri e costruita sulla piattaforma PPC, la nuova Q7 punta su un abitacolo pensato come una lounge. Alle configurazioni a cinque e sette posti si aggiunge infatti, per la prima volta, quella a sei sedute, con due poltrone singole in seconda fila. Davanti debutta l'Audi digital stage, composto dal virtual cockpit da 11,9", dal display OLED centrale da 14,5" e dallo schermo passeggero da 10,9". Non mancano porte ad azionamento elettrico e un impianto Bang & Olufsen 4D da 1.360 watt, con attuatori vibranti nei sedili. Motori V6 diesel mild hybrid e trazione quattro La parte più interessante, però, è dentro il cofano: il 3.0 V6 TDI mild hybrid plus è proposto con 245 CV e 500 Nm oppure 299 CV e 630 Nm. Il sistema a 48 volt integra un powertrain generator capace di aggiungere fino a 24 CV e 370 Nm, recuperando energia fino a 25 kW, mentre un compressore elettrico lavora insieme al turbocompressore per ridurre al minimo il ritardo di risposta. La trasmissione è affidata a un Tiptronic a otto rapporti, abbinato alla trazione quattro permanente con differenziale centrale autobloccante. A completare il pacchetto ci sono sospensioni pneumatiche adattive, con un'escursione complessiva di 90 mm fra sollevamento e abbassamento. Come va la nuova Audi Q7 su strada Su strada, il confort di viaggio resta la priorità, grazie al lavoro delle sospensioni e alla particolare attenzione riposta nell'isolamento da fruscii aerodinamici, anche in zona specchietti. In accelerazione, il motore V6 alza la voce e il timbro è apprezzabile. In città, semplificano la vita le quattro ruote sterzanti (fino a 5 gradi). Prezzi, versioni e motori in arrivo La nuova Q7 arriverà nelle concessionarie italiane a ottobre. I prezzi partono da 87.150 euro per la 245 CV e da 89.850 euro per la 299 CV. Più avanti, la gamma si completerà con l'arrivo anche delle varianti 2.0 TSI plug-in, con oltre 80 km di autonomia elettrica dichiarata nel ciclo WLTP.

In difesa dell’immaginazione: il Rojava in una nuova fase

9 Ottobre 2026 ore 22:00

di Cihad Hammy

[Ringraziando la casa editrice elèuthera per la gentile concessione, pubblichiamo di seguito la prefazione di Cihad Hammy, ricercatore curdo di Kobane, scritta e aggiornata ai recenti sviluppi per la nuova edizione (2026) del volume Rojava. Una democrazia senza stato – gh.t.]

Il «coraggio di immaginare» evocato in uno dei saggi che seguono è di fatto il tratto distintivo della rivoluzione del Rojava, come peraltro dimostrano tutti i saggi di questa bella antologia, originariamente pubblicata nel 2016. È un invito a osare al contempo stimolante e urgente. Stimolante perché sfida la miseria immaginativa del pensiero dominante dopo il trionfo dell’ideologia neoliberista e del suo motto «non c’è alternativa». Urgente perché il capitalismo neoliberista sta distruggendo il tessuto profondo della società, modificando la struttura stessa dell’essere umano. Quando la società si sgretola, le caratteristiche essenziali dell’essere umano ne escono sminuite: noi umani siamo esseri sociali, e se la dimensione sociale viene soffocata, ecco che veniamo ridotti a mera esistenza, ad atomi.

La vita sociale e collettiva che abbiamo conosciuto è stata ormai rimpiazzata da individui atomizzati, dall’esaltazione della performance individuale e dalle patologie psicologiche che immancabilmente l’accompagnano, dalla mercificazione di ogni aspetto della vita, dalla depoliticizzazione, dall’alienazione, dalla guerra costante, dall’intensificazione delle divisioni di classe e dall’ascesa delle destre su scala globale. Oltretutto, il capitalismo neoliberista sta esacerbando la distruzione della natura portandola a limiti estremi. Da quando l’umanità è emersa dalla sua prima natura, stiamo assistendo a un livello di distruzione senza precedenti sia della natura sociale (frutto dell’evoluzione biologica) sia della prima natura (il mondo naturale). Eppure, anche se viviamo in tempi catastrofici, immaginare un’organizzazione sociale ed economica differente è considerato una follia. Come osiamo?!

E invece avere il coraggio di pensare al di là delle narrazioni ideologiche dominanti è il primo passo per produrre una crepa nel sistema che ci domina. Attraverso questa crepa possiamo infatti intravedere forme di vita diverse e libere, ed è solo se sapremo usare la nostra capacità immaginativa che potremo raggiungere gli obiettivi cui aspiriamo, per quanto lungo possa essere il cammino. Questo è ciò che nelle tradizioni di sinistra viene chiamato prassi. Coraggio-Pensiero-Immaginazione-Azione: ecco ciò che crea speranza in questi nostri tempi privi di speranza.

In curdo Rojava significa «Ovest», ed è infatti la parte occidentale del Kurdistan, quella situata in Siria. La rivoluzione del Rojava è scoppiata nel 2012 come conseguenza del vuoto di potere lasciato dallo Stato siriano, ancora nelle mani di Bashar al-Assad, all’epoca impegnato a combattere l’opposizione armata nel resto della Siria. In tale contesto, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha intrapreso quella che all’interno della rivoluzione siriana possiamo definire la «terza via», dato che sia lo Stato siriano sia l’opposizione condividevano il medesimo approccio nazionalista e razzista nei confronti della questione curda. Ispirandosi alla filosofia di Abdullah Öcalan, pensatore politico e leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il PYD ha attuato in Rojava il confederalismo democratico, i cui principi fondamentali sono la democrazia dal basso, l’autodifesa, l’ecologia sociale e la liberazione delle donne.

I saggi che compongono questa antologia sono stati scritti in un clima di ottimismo e speranza, dopo l’eroica resistenza di Kobane nel 2014 e la vittoria delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) contro lo Stato Islamico (ISIS). All’epoca, la rivoluzione del Rojava ha catturato l’attenzione del mondo e in alcuni ambienti di sinistra ha richiamato alla memoria la rivoluzione spagnola del 1936. Da parte loro, i media mainstream hanno celebrato la vittoria dei combattenti curdi contro l’ISIS, feticizzando al contempo le combattenti curde.

L’edizione originale è dunque nata in questo contesto. Scritto da accademici e giornalisti che hanno visitato il Rojava e condotto approfondite interviste con la leadership politica e militare sul campo, il libro presenta una narrazione storica «dal basso». Anziché affidarsi a classificazioni ideologiche astratte imposte dall’esterno, documenta pratiche vissute, dibattiti interni ed esperimenti istituzionali concreti. Al contempo non lesina critiche sia alla lettura liberal della rivoluzione del Rojava, sia alla lettura radical di alcuni gruppi della sinistra occidentale che si sono limitati a collocare Öcalan e il PYD sotto la categoria «stalinisti». Una lettura, quest’ultima, che trascura completamente la trasformazione ideologica avvenuta a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento da parte di Öcalan e del PKK, e successivamente adottata anche dal PYD, che ha portato a un passaggio dal marxismo-leninismo a una filosofia comunalista, femminista ed ecologica.

Un contributo teorico centrale del libro risiede nel suo confronto con l’orientalismo. In particolare critica il presupposto – ancora presente nel pensiero occidentale, sinistra inclusa – secondo cui in Medio Oriente i movimenti politici sarebbero statici, derivativi o incapaci di trasformazione ideologica. In questo senso, la raccolta di saggi mette bene in luce come i presupposti orientalisti stiano alla base non solo del discorso liberale, ma anche di quelle interpretazioni di sinistra che (in)consciamente negano ai movimenti emergenti del cosiddetto «Oriente» l’agency storica e la capacità di autocritica e di innovazione teorica.

Allo stesso tempo, il libro offre una critica all’orientalismo liberale e alla sua rappresentazione tutta occidentale delle combattenti curde. Nei media mainstream sono ampiamente circolate le immagini di donne curde che armi in mano sconfiggono l’ISIS, ritraendole come semplici combattenti, rappresentandole in modo sessualizzato e privandole così della loro soggettività politica. L’attenzione si è concentrata principalmente sulla loro efficacia militare, evitando qualsiasi confronto serio con il loro posizionamento ideologico, femminista e rivoluzionario: un aspetto cruciale per capire ciò per cui stanno combattendo.

In sostanza, questo libro sostiene che per comprendere la rivoluzione del Rojava sia necessario rompere con i paradigmi orientalisti, progressisti o liberali che siano, ed esorta a riconoscere il Rojava come qualcosa che va oltre le immagini cristallizzate ereditate dall’immaginario modernista occidentale. Invita inoltre il lettore a confrontarsi in prima persona con un esperimento rivoluzionario emerso da lunghi processi di rottura ideologica, autocritica e reinvenzione politica, oltretutto in condizioni di estrema violenza e collasso regionale. In questo senso, interviene direttamente nei dibattiti all’interno della sinistra internazionale, contestando il presupposto secondo cui l’azione rivoluzionaria scaturirebbe solo dai tradizionali centri del sistema mondiale, e sostenendo invece che spazi periferici e assediati come il Rojava possono effettivamente generare forme di immaginazione e di pratica politiche che non solo sono significative a livello locale, ma che hanno al contempo una rilevanza universale.

Ciò che questo libro cerca in definitiva di dimostrare è che una rivoluzione in atto in una regione relativamente remota ed emarginata come il Rojava non solo è reale, ma è anche degna della solidarietà della sinistra. Contrariamente a un certo discorso presente nella sinistra occidentale, che tende a liquidare le lotte in Medio Oriente come autoritarie, culturalmente specifiche o strategicamente irrilevanti, il libro sostiene che il Rojava costituisce un autentico progetto emancipatorio che richiede impegno e solidarietà.

Un decennio dopo

Tuttavia, sono ormai passati dieci anni dalla prima edizione di questo libro, e nel frattempo si sono verificati molti cambiamenti, molte trasformazioni politiche. Oggi, nel 2026, la rivoluzione del Rojava ha subìto una grave battuta d’arresto. I curdi, sia nel Rojava sia altrove, versano in uno stato di pessimismo e sconforto, uno stato d’animo opposto a quello che si era diffuso dopo la vittoria di Kobane, come ben dimostra questo libro. Di seguito propongo una breve riflessione su ciò che è accaduto nell’ultimo anno.

La rivoluzione del Rojava è nata dalle rivolte scoppiate prima in Nord Africa nel 2010-2011 e successivamente in Medio Oriente. Le proteste, sia pacifiche sia violente, hanno fatto cadere le dittature in paesi come la Tunisia, la Libia, l’Egitto o la Siria, ma non sono riuscite a portare la democrazia e la libertà ai loro popoli. Le potenze regionali e straniere, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno strumentalizzato le rivolte per assecondare i propri interessi imperialisti, sostenendo di fatto le forze antidemocratiche.

La Siria non ha fatto eccezione. Dopo tutto il sangue versato, dopo i sacrifici e le sofferenze che il popolo siriano ha sopportato per conquistare la democrazia, la libertà e la dignità, il gruppo islamista estremista Hayʾat Taḥrīr al-Shām, guidato dall’ex membro dell’isis Aḥmad al-Sharaʿ (Abū Muḥammad al-Jawlānī), è salito al potere. Questo è accaduto dopo la caduta di al-Assad e del suo regime nel 2024, e grazie al massiccio sostegno politico, economico e diplomatico di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Per le forze laiche e democratiche è stata un’enorme delusione. Sostenuto da alcune fazioni antidemocratiche, al-Sharaʿ si è infatti autoproclamato presidente del nuovo governo provvisorio per un periodo di transizione della durata di cinque anni. Questo evento politico ha avuto ripercussioni negative sull’intero territorio siriano e sul destino del Rojava, che nel frattempo ha cambiato il proprio nome in Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). All’indomani della vittoriosa resistenza delle YPG e delle YPJ a Kobane, gli Stati Uniti avevano preso contatto con i curdi della Siria per costituire una forza multietnica che è poi diventata il partner chiave della coalizione guidata dagli stessi Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. La costituzione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – una forza multietnica e multireligiosa, che riflette l’eterogeneità del popolo siriano – ha iniziato a concretizzarsi nel 2015.

Una volta salito al potere, al-Sharaʿ ha proclamato la fine della rivoluzione siriana, affermando che essa aveva raggiunto i propri obiettivi rovesciando il regime di al-Assad. Per lui, la rivoluzione non era destinata a realizzare le iniziali richieste democratiche dei manifestanti siriani; piuttosto, si trattava di un mero cambio di regime, senza che le strutture centralizzate dello Stato-nazione fossero messe in discussione. In parole povere, il governo provvisorio ha cercato di riprodurre la stessa identica struttura del potere statale del regime di al-Assad ma sotto una veste sacra, e la repressione di coloro che chiedevano libertà e dignità è diventata un prerequisito per la sopravvivenza del regime.

Il governo provvisorio ha reinterpretato la rivoluzione attraverso la lente dell’obbedienza e della coercizione. Questo atteggiamento è spesso una delle caratteristiche principali dei gruppi islamisti una volta saliti al potere. Concetti quali democrazia e libertà sono scomparsi dal discorso pubblico del governo provvisorio e di fronte a questa inversione di senso, la DAANES e le forze democratiche si sono fermamente rifiutate di ridurre la libertà a un mero slogan. Al contrario, sin dalla caduta del regime di al-Assad, hanno insistito nel difendere la democrazia e la libertà come prerequisito per un ordine politico pluralistico che traesse la propria legittimità dalla società stessa in modo democratico.

Ciò che ha ulteriormente aggravato la situazione è stata la pervicacia con cui il governo provvisorio ha gradualmente imposto la propria agenda, organizzando campagne mediatiche sistematiche e prendendo di mira qualsiasi forma di resistenza sociale, tant’è che già nei primi mesi di governo sono stati commessi una serie di massacri contro le minoranze, tra cui la alauita, la drusa e la cristiana.

In questo specifico contesto, l’attenzione delle forze democratiche si è rivolta verso la DAANES, considerata un’amministrazione politica e militare ben organizzata, sostenuta a livello internazionale, e in grado di contrastare il governo provvisorio e difendere il progetto civile. Il conflitto tra DAANES e al-Sharaʿ è diventato così una lotta decisiva: o il trionfo dell’islamismo e la fine della democrazia, o la vittoria delle SDF e l’apertura verso un modello pluralistico e laico. E questo anche se le potenze internazionali hanno già riposto la propria fiducia in al-Sharaʿ.
All’inizio del 2026 si è verificata una svolta che ha cambiato radicalmente la situazione politica e il destino di DAANES. Il 6 gennaio, a Parigi, Israele e il governo provvisorio siriano hanno raggiunto un accordo per creare un coordinamento nei settori della sicurezza, dell’intelligence e del commercio. Questo accordo ha visto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e quello indiretto della Turchia. Appena un giorno dopo, le forze del governo provvisorio hanno lanciato una pesante offensiva contro i quartieri curdi assediati di Ashrafiyah e Sheikh Maqsood ad Aleppo. Così facendo, il governo provvisorio ha violato gli impegni delineati nell’accordo del 10 marzo 2025 stipulato con le SDF che prevedeva l’instaurazione di uno Stato civile e costituzionale e il rispetto della composizione pluralistica della Siria.

L’ambiguità della posizione statunitense suggerisce che il governo provvisorio abbia ricevuto da Washington, durante i colloqui di Parigi, il «via libera» per sferrare attacchi contro le sdf in cambio delle concessioni offerte da al-Sharaʿ a Stati Uniti e Israele. I combattimenti non si sono limitati ad Aleppo, ma si sono estesi a est dell’Eufrate, nella zona sotto il controllo delle sdf. Il ruolo degli Stati Uniti si è manifestato, in primo luogo, nell’incoraggiare Damasco a intensificare la pressione sul campo di battaglia – compreso l’accerchiamento dei quartieri curdi vulnerabili come appunto Ashrafiyah e Sheikh Maqsood – e, in secondo luogo, nell’attivare strumenti di pressione diplomatica all’insegna della «moderazione» con il fine di contenere le basi popolari e militari delle SDF a est dell’Eufrate.

I curdi, insieme ad alcune comunità arabe e cristiane di Al-Hasakah e Kobane, con cui è stata stretta un’alleanza, sono stati lasciati soli ad affrontare il duro scontro con le forze islamiste di al-Sharaʿ, ancora assetate di vendetta dopo la sconfitta dell’ISIS a Kobane. Rimaste senza alcuna alternativa, le SDF hanno indetto una mobilitazione generale per difendersi dagli attacchi e dai potenziali massacri che ne seguirebbero e che sarebbero di entità ben superiore a quelli già verificatesi nelle regioni costiere della Siria contro gli alauiti e i drusi.

Di fronte a minacce che mettono in forse la loro stessa esistenza, i curdi hanno risposto con estremo vigore a questo appello alla resistenza, tanto che, con uno spirito simile a quello di Kobane nel 2014, l’ondata di mobilitazione ha toccato tutti i territori curdi del Medio Oriente. Nel frattempo, anche la diaspora curda in Europa e nelle Americhe, superando le differenze di appartenenza politica e ideologica, è scesa in piazza quotidianamente e in massa in tutte le grandi città. Famiglie intere (compresi bambini e neonati), affiancate da attivisti internazionali solidali, hanno sfidato il rigido clima invernale per esercitare la massima pressione sui responsabili politici dei paesi ospitanti.

Le forze politiche curde all’interno della Regione del Kurdistan Iracheno (KRI), nonostante i disaccordi politici esistenti con daanes, hanno mobilitato tutte le loro risorse diplomatiche, mediatiche e logistiche a sostegno delle SDF, aprendo i propri confini al valico di Semalka per consentire l’accesso agli aiuti di emergenza e ad altre forme di sostegno. Inoltre, Öcalan, capo negoziatore del PKK nel processo di pace con la Turchia, in corso dalla fine del 2024, ha lanciato un avvertimento allo Stato turco: il processo di pace sarebbe stato immediatamente sospeso se gli attacchi contro DAANES non fossero cessati. Öcalan ha ammonito che il ricorso all’opzione militare avrebbe provocato un devastante conflitto etnico in tutta la regione, coinvolgendo curdi, arabi e turchi in egual misura.

Questa unitarietà di posizioni e di azioni, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente, ha dimostrato che i curdi costituiscono una formidabile forza regionale. Ed è stata proprio la pressione esercitata dalla ritrovata unità curda a ottenere la cessazione delle ostilità e della guerra e a riportare al-Sharaʿ al tavolo dei negoziati, fino alla firma di un nuovo accordo avvenuta il 29 gennaio 2026.

Con il ritiro delle sdf dai vasti territori arabi passati sotto il loro controllo dopo essere stati liberati dall’isis, l’accordo del 29 gennaio ha posto fine a una guerra le cui conseguenze distruttive per l’intera regione sarebbero state dirompenti. Le clausole che riconoscono l’esistenza dei curdi e della loro cultura all’interno della Siria sono parte integrante dell’accordo, che ha inoltre accettato l’integrazione delle istituzioni civili e di sicurezza esistenti ad Al-Hasakah e Kobane (chiamate Asayîş) nell’apparato statale siriano. Tale integrazione si è estesa anche alle forze militari (le SDF), che sono state incorporate come un’entità unificata anche se composta da brigate militari operanti all’interno di Al-Hasakah e Kobane. In tal modo, lo status delle regioni curde e delle SDF è stato formalmente riconosciuto come un aspetto integrante e distintivo dello Stato siriano, preservandone al contempo le peculiarità.

Gli accordi fin qui citati sono di natura teorica. A livello concreto, l’accettazione e integrazione delle restanti regioni della daanes nell’accordo con il governo siriano è ancora in discussione: la DAANES cerca di mantenere le proprie strutture autonome, soprattutto nelle regioni curde, mentre lo Stato siriano tende a centralizzare e contenere ciò che resta della DAANES, indebolendola e ponendo limiti ai suoi ideali potenzialmente sovversivi. I risultati concreti dell’accordo dipendono dai negoziati attualmente in corso.

Ma va anche detto che la rivoluzione del Rojava, nonostante i suoi ideali emancipatori, è rimasta in parte intrappolata nelle proprie contraddizioni interne. L’ultima battuta d’arresto va infatti imputata tanto a fattori esterni (ragioni geopolitiche) quanto a fattori interni, che rimandano alla sua incapacità di confrontarsi seriamente con il potere e le strutture gerarchiche nate all’interno della leadership che ha guidato la rivoluzione del Rojava. Come ogni fenomeno sociale, le rivoluzioni non sono mai pure. È dunque cruciale esplicitare le contraddizioni attraverso una critica serrata e lavorarci sopra per creare nuove possibilità e soluzioni. Solo attraverso questo incessante processo la rivoluzione rimarrà in costante movimento e offrirà nuovi approcci per risolvere le questioni che le persone si trovano ad affrontare nella loro vita quotidiana.

In definitiva, questa antologia è sia un invito a comprendere appieno ciò che è accaduto durante la rivoluzione del Rojava, sia un appello alla solidarietà. Oggi, ancor più che al momento della prima edizione di questo libro, il Rojava ha bisogno della solidarietà di chi crede davvero nella libertà, nella giustizia e nella ragione. Il popolo del Rojava ha osato immaginare un mondo diverso e libero, e chi è alla ricerca della libertà dovrebbe sostenere questo sforzo creativo, poiché un immaginario emancipatorio e un’autodeterminazione democratica dal basso sono ciò di cui abbiamo tutti bisogno nei tempi bui che stiamo vivendo.


Il volume Rojava. Una democrazia senza stato è stato recensito da Sandro Moiso: Una nuova Comune (al centro dell’Inferno che viene), in «Carmilla online», 20 dicembre 2017.

Port of LA, key US point for China imports, has best-ever quarter despite trade uncertainty

The Port of Los Angeles, the largest container port in the United States and the country’s leading gateway for imports from China and other Asian countries, had its busiest three-month period on record from July through to September, despite persistent uncertainty over tariffs and shifting global trade supply chains. “If there was ever a time for a drum roll, this is it,” said Gene Seroka, executive director of the Port of Los Angeles, during a media briefing on Friday. “July through September...

New York Plans Stronger Sports Betting Regulation to Curb Gambling Addiction

9 Ottobre 2026 ore 22:14
Layers of phone notifications from DraftKings, each offering a specific promotion or “Boost.”
DraftKings sent extensive promotional offers to ProPublica reporter Jake Pearson while he was testing the company’s safety guardrails for problem gamblers. Recreation of notifications by Chris Alcantara/ProPublica

Gambling regulators in New York on Friday formally proposed two rules that they say will help curb gambling addiction in the state.

The move adds the country’s largest sports betting market to a growing list of places that are seeking online gambling reforms as states that have legalized wagering on sports in recent years deal with the harmful side effects, including rising addiction diagnoses there.

While the drafts have been months in the making, their official introduction follows mounting media scrutiny, including a ProPublica investigation last month that showed weaknesses in the guardrails that companies like DraftKings have erected to address problem gamblers on their platforms. That system is called “responsible gaming.”

The commission’s chair, Brian O’Dwyer, said that the proposed rules “provide an opportunity for the industry to illustrate its commitment” to protecting its customers. 

“The industry is on notice by me and this commission that they need to solve this problem,” O’Dwyer said. “If the industry does not address it, then we will address it and they may not like the solution that we come up with.”

One of the new rules would effectively adopt guidelines that New Jersey already uses, requiring sportsbooks to follow specific thresholds to identify at-risk bettors. The company would then be mandated to check in with those users. Another rule would bar companies from using artificial intelligence to customize bonuses or wagers.

DraftKings, one of the country’s largest sports betting companies, has said it already follows the New Jersey trigger thresholds. Among them: depositing more than $10,000 in a 24-hour period or wagering more than $1 million in a 90-day period.

What Does Your Data Reveal About Sports Betting Apps? Help ProPublica Find Out.

If you’ve bet on sports with FanDuel or DraftKings, you can help ProPublica understand how these apps work. Use our browser extension to download your betting history, then upload your files.

But as ProPublica recently reported, problem gambling can manifest in much smaller amounts. With the advice of recovering addicts, addiction specialists and professional sports bettors, a reporter deposited $21,600 into his DraftKings account in less than eight weeks and purposefully bet compulsively, exhibiting the hallmark signs of problem gambling throughout that time. The behavior didn’t qualify for a company review or interventions beyond responsible gaming notices, including in-app pop-ups.

Some advocates for gambling reforms said that’s one big reason why the proposed rules don’t go far enough.

New York and New Jersey “are clearly complacent in the status quo by endorsing and prescribing regulations that are nothing more than giving the appearance of reform and not effectuating actual change,” said Brianne Doura-Schawohl, a gambling reform advocate who lobbies for consumer and public health protections.

After the commission advanced the rules unanimously on Friday, O’Dwyer said he recognized “the limitations of this proposal” and urged the state’s nine licensed mobile sports betting companies to share data so that problem gamblers can’t elude intervention by bouncing between them. 

The introduction of the rules is a key step toward formal adoption. There will be a 60-day comment period for the public to weigh in on them. Barring major changes, the rules will then go back before the commission.

Though the plans were first published in March and received dozens of public comments, their official introduction at the gaming commission comes on the heels of reporting by The New York Times, which found that DraftKings used artificial intelligence and data scientists to target its promotions to losing bettors, and ProPublica, which found that promotions far outweighed the responsible gaming notices sent to a reporter exhibiting problematic behavior.

DraftKings made that journalist a VIP after he displayed red flags of problem gambling.

Since those articles were published last month, regulators in Maine and Michigan have also said that they are reviewing some of the issues raised in the stories.

A spokesperson for Maine’s Public Safety Department said the Gambling Control Unit is “monitoring the use of AI locally and nationally” but has no rules or laws addressing the issue and declined to provide any additional information “regarding the scope of that monitoring or specific operations.” A spokesperson for Michigan regulators hasn’t responded to requests for comment.

Massachusetts regulators, who have been looking into the use of AI by gambling companies, said they were also taking a look. The governor of Maryland has separately said he’d like to limit gambling companies’ use of AI to “identify and target users showing problem-gambling patterns.”

Asked for comment on the New York regulations, a FanDuel spokesperson said the company “welcomes the opportunity to engage with regulators and work collaboratively to establish best practices for the industry.”

A spokesperson for DraftKings referred ProPublica to its prior comments.

In statements and interviews, the company has defended its responsible gaming program and disputed any characterization that it targets addicts or those prone to addiction with inducements.

In an interview with ProPublica, Lori Kalani, DraftKings’ chief responsible gaming officer, said that, overall, “the system worked the way it was supposed to” during our gambling investigation, citing the more than 30 messages it sent our reporter. She added that “as a business, as an industry, we’re doing a good job of educating people, of raising awareness, of making tools and resources available, of monitoring accounts.”

DraftKings told the Times it “rejects any implication that its marketing practices are unfair or improperly targets customers” and said its perks were delivered to “customers who demonstrated sustained, engaged use on our platform, not toward customers based on their losses.”

The rules presented on Friday were made in response to a call by Gov. Kathy Hochul this year to address problem gambling. The Democrat, who is running for reelection, has announced a 10-year survey of residents’ gambling behavior to help “guide smart, targeted investments that protect New Yorkers and strengthen access to care.”

But the commission’s proposed rules are a relatively moderate step in that direction.

The measures would require a sports betting company to do more due diligence into a user’s “financial vulnerability” under certain conditions. Those triggers include a range of behaviors, including, for example, if a user’s time on the app jumps by 50% or more in a week compared with the immediately preceding two-week period.

In a comment letter this May, the Responsible Online Gaming Association, a trade group that includes DraftKings, FanDuel and three other major sportsbook operators, said the rules “establish a strong framework for responsible gaming” but offered some “targeted recommendations.”

Those included ensuring the triggers “avoid displacing or disrupting the mature, data-driven behavioral risk assessment systems already in use” and don’t confuse the company’s “responsible gaming role and the role of qualified clinicians.” It said any interventions should be “proportionate, operationally scalable, and effective.”

The post New York Plans Stronger Sports Betting Regulation to Curb Gambling Addiction appeared first on ProPublica.

Credential-Stealing GitHub Actions Workflows Planted in Tens of Thousands of Repositories

9 Ottobre 2026 ore 21:14
Cybersecurity researchers have disclosed details of an ongoing credential-theft campaign that has compromised two high-profile open-source maintainer accounts to push a malicious workflow into over 340 repositories. "Using the account of Takashi Kitao, author of the 18,400-star game engine pyxel, the attacker pushed a malicious workflow to 27 repositories starting at 13:20 UTC," StepSecurity

FBI Arrests Another ShinyHunters Suspect Reportedly Involved in Its Jobs Portal Hack

9 Ottobre 2026 ore 19:45
The FBI has arrested another suspected co-conspirator of ShinyHunters, FBI Director Kash Patel said on October 9 in a post on X. ShinyHunters is the extortion group that said in September it had breached the FBI's jobs portal and stolen sensitive data on almost all FBI agents and job applicants. The FBI has not named the suspect, and no charges have been made public. The

P7 DarkSword iOS Exploit Kit Adds Crypto Wallet Data Theft and Remote Commands

9 Ottobre 2026 ore 18:29
Cybersecurity researchers have disclosed details of a previously unseen variant of the DarkSword iOS exploit kit called P7 DarkSword. "Compared with the variants we usually observe, P7 reduces its on-device footprint, adds on-device keychain and crypto-wallet theft, and adds two way C2 communication with the attacker's infrastructure," iVerify said in a new report published Thursday. The name

TP-Link Sued by Four More U.S. States Over Router Security and China Ties

9 Ottobre 2026 ore 15:22
Four more U.S. states sued router maker TP-Link Systems on October 6, bringing the total to five, with  Texas filing a suit in February. Florida, Iowa, Montana and Nebraska allege the California company misled buyers about how secure its routers are and how separate it is from China. TP-Link denies the claims and says it will fight them in court. TP-Link Systems is based in

Researchers Publish Working Exploit for Pre-Auth AnyDesk Linux Flaw That Gives Root Access

9 Ottobre 2026 ore 14:59
Security researchers have published a full working exploit for a pre-authentication remote code execution flaw in AnyDesk Linux that gives attackers root access before anyone approves the connection. AnyDesk patched the flaw in version 8.0.3 in June, but its changelog described the fix only as "fixed a bug that could lead to a crash," with no CVE assigned and no security

Anthropic Launches Free AI Vulnerability Scanner for Open-Source Projects

9 Ottobre 2026 ore 14:47
Anthropic on Thursday unveiled OSS Scanner as an opt-in vulnerability scanner to help secure the open-source ecosystem using artificial intelligence (AI). "It's an opt-in service informed by our experience using Claude to find vulnerabilities during Project Glasswing," Anthropic said. "Projects that join will receive thorough, periodic security scans by our strongest models at no cost."

Attackers Exploit AhsayCBS Flaws to Deploy XMRig Miners Disguised as Microsoft Edge

9 Ottobre 2026 ore 14:47
Threat actors have been observed exploiting two recently disclosed flaws in the AhsayCBS backup utility to seize control of affected devices and deploy web shells and XMRig cryptocurrency miners. Details of the flaws are below - CVE-2026-105133 (CVSS v4 score: 5.5) - An improper authentication vulnerability in the checkSysPwd() function in the "com/ahsay/obs/api/ApiStructsAction.java"

Flax Typhoon Exploits Five Flaws as CISA Sets October 11 Deadline for Federal Agencies

9 Ottobre 2026 ore 14:21
The U.S. Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) on Thursday added five security flaws to its Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog, following their abuse by a China-linked threat actor known as Flax Typhoon. The vulnerabilities in question are listed below - CVE-2015-3306 (CVSS score: 10.0) - An improper access control vulnerability in ProFTPD that could allow

The AI Velocity Paradox: Why Security Is Decades Behind AI Ambition

9 Ottobre 2026 ore 13:30
As enterprises race to deploy autonomous AI agents to accelerate business, a new report reveals they are tethered to security architectures built for a different era. The "Horizons of Identity Security" report from SailPoint highlights a critical “velocity paradox,” in which organizations invest in AI-speed business operations while continuing to rely on human-speed security controls, creating a

GoBalance Flaw Lets Attackers Hijack .onion Addresses by Recovering Tor-Format Keys

9 Ottobre 2026 ore 11:03
A bug in GoBalance, a tool many dark-web sites use to stay reachable during attacks, lets anyone work out the secret key that controls a site's .onion address using only public information, and then take that address over. Searchlight Cyber, which disclosed the flaw on October 8, says an attacker who recovers the key can redirect the site's visitors to a copy of the site they control.

Three Teams Demonstrate Remote Hacks of Fully Patched Google Pixel 10 at Pwn2Own

9 Ottobre 2026 ore 10:26
Three research teams broke into Google's Pixel 10 on October 8 at Pwn2Own Ireland, a hacking contest in Cork whose rules require every target to be fully patched. The contest pays researchers to show working exploits and passes the flaws to the vendors. One of the three Pixel exploits earned Ikotas Labs $300,000, the contest's top prize, and made the team the overall winner. Trend Micro's Zero

Citrix Patches Critical NetScaler Flaw That Could Enable RCE in SAML Deployments

9 Ottobre 2026 ore 10:11
Citrix has released patches for yet another critical security flaw impacting NetScaler ADC and NetScaler Gateway that could result in remote code execution or denial-of-service (DoS) under certain conditions. "CVE-2026-107406 is a memory overflow vulnerability that may lead to remote code execution or denial-of-service under specific configuration conditions," Citrix said. The vulnerability

FBI Seizes 7 Domains, Disrupts Flax Typhoon Tools Used in Critical Infrastructure Intrusions

9 Ottobre 2026 ore 08:39
The U.S. Federal Bureau of Investigation (FBI) and Department of Justice (DoJ) have announced the disruption of malicious tools used by a China-linked advanced persistent threat group known as Flax Typhoon. To that end, the agencies seized several domains and blocked access to platforms that were used to scan, and in some cases infiltrate, U.S. critical infrastructure. The list of seized

Full optional da 37.000 euro: il primo test della nuova GWM H7

9 Ottobre 2026 ore 19:33
Dopo la Ora 5, la fuoristrada H7 è il secondo tassello della strategia di GWM per l'Italia, con l'obiettivo di rafforzare la presenza e l'offerta nel Belpaese. Il listino si arricchirà, infatti, di ulteriori modelli nei prossimi mesi. Nel frattempo, la Casa di Baoding è concentrata ad ampliare la sua rete in Europa, sia per quanto riguarda la vendita che l'assistenza post-vendita, con particolare attenzione alla disponibilità dei ricambi.Oltre al rapporto tra dotazioni offerte e prezzo, un altro punto interessante della proposta di GWM è la garanzia: 7 anni (o 150.000 km), che crescono fino a 8 anni o 160.000 km nel caso delle batterie. Tagliata con l'accetta Le forme della GWM H7 sono squadrate, le superfici tese e i passaruota in plastica nera contribuiscono a darle un aspetto muscoloso. La cinese strizza chiaramente l'occhio alle SUV dall'impostazione fuoristradistica, riprendendone alcuni stilemi ormai consolidati. Il risultato è una carrozzeria che, complice anche l'altezza da terra, trasmette una sensazione di robustezza. Le dimensioni sono importanti: la H7 misura 4,68 metri di lunghezza, blocco posteriore compreso, 1,95 metri di larghezza e 1,84 metri di altezza. Proprio il box montato sul portellone è uno degli elementi più caratteristici: richiama visivamente la ruota di scorta esterna, senza però ospitarne una. Al suo interno trova posto un vano aggiuntivo da 21,3 litri.Il portellone si apre lateralmente, come su alcune off-road tradizionali. Una soluzione che può rivelarsi meno pratica nei parcheggi stretti, soprattutto in città, dove non sempre si trova lo spazio necessario. Tanta tecnologia e spazio a bordo L'abitacolo segue un'impostazione ormai consolidata, con una plancia dominata dagli schermi. Davanti al guidatore c'è un display da 12,3 pollici per la strumentazione digitale, affiancato da uno schermo centrale da 15,6 pollici attraverso il quale si gestisce gran parte delle funzioni della vettura. apprezzabile la presenza di alcuni comandi fisici, soprattutto per la climatizzazione. Qualche tasto in più, però, non avrebbe guastato: dover passare dal display per gestire funzioni come quella del tetto panoramico non è la soluzione più immediata mentre si guida. I sedili rivestiti di similpelle puntano sul confort e sono ben equipaggiati: di serie, su tutti gli allestimenti, offrono riscaldamento, ventilazione e funzione massaggio. Non mancano gli spazi per riporre gli oggetti, con numerosi vani distribuiti nell'abitacolo. Interessante, in particolare, la soluzione adottata nei pannelli delle porte, dove il portabottiglie è affiancato da una tasca separata.Il bagagliaio offre 341 litri nella configurazione standard: un valore non particolarmente generoso in rapporto alle dimensioni esterne, compensato almeno in parte dalla forma regolare del vano. Sfruttando lo spazio fino al tetto, e quindi rinunciando alla visibilità attraverso il lunotto, la capacità sale a 586 litri; abbattendo gli schienali posteriori si superano i 1.400. Niente gasolio, ma... Il listino comprende quattro motorizzazioni, con potenze comprese fra 215 e 435 CV. Non sono previste né una versione diesel né una variante completamente elettrica. Si parte dal 2.0 turbobenzina da 215 CV, abbinato a un cambio a doppia frizione a nove rapporti e alla trazione integrale. Per chi cerca una soluzione elettrificata, senza la necessità di ricaricare alla spina, c'è la full hybrid da 247 CV, con trazione anteriore.Al vertice dell'offerta si collocano invece due versioni plug-in hybrid: una a trazione anteriore da 326 CV e una integrale da 435 CV, entrambe con oltre 100 km di autonomia in modalità elettrica. Le due ibride ricaricabili condividono una batteria da 33,7 kWh e supportano la ricarica in corrente continua fino a 85 kW. Come va la GWM H7 Le dimensioni non rappresentano un problema particolare, nemmeno quando ci si ritrova a percorrere le stradine strette nei dintorni del lago d'Orta, teatro del mio test drive. Le forme squadrate aiutano a percepire gli ingombri, mentre il sistema di telecamere a 360 gradi permette di controllare ciò che succede attorno alla vettura e nelle immediate vicinanze delle ruote. La frenata mi è parsa adeguata, ma bisogna prendere confidenza con un pedale un po' spugnoso e con una discreta zona morta nella prima parte della corsa. Lo sterzo ha la servoassistenza regolabile su tre livelli e nelle accelerazioni più decise emerge un ritorno di coppia piuttosto evidente, con il volante che tende a tirare verso destra o sinistra. Per il mercato europeo, l'assetto è stato oggetto di una taratura specifica. Sulle compressioni più lente la H7 assorbe bene le asperità, mantenendosi stabile anche alle velocità autostradali. Sulle sollecitazioni più secche, come quelle provocate da buche e tombini, la risposta è invece piuttosto rigida.Resta inteso che, per dimensioni, peso (poco meno di due tonnellate) e impostazione generale, la H7 non è un'auto pensata per affrontare con particolare disinvoltura il misto stretto.Lodevole la dotazione degli ADAS, con oltre 20 sistemi di assistenza, anche se alcune tarature sono molto invasive. Il mantenimento della corsia, ad esempio, interviene in maniera piuttosto brusca, rischiando di diventare fastidioso nella guida quotidiana. Prezzi e allestimenti La gamma della H7 si articola in due allestimenti: Business, riservato alle flotte, e Premium. La dotazione di serie è di per sé particolarmente ricca e la lista degli optional è ridotta al minimo. Le uniche possibilità di personalizzazione riguardano le vernici metallizzate e, senza sovrapprezzo, la scelta fra due combinazioni di colori per gli interni.Il listino parte da 37.000 euro per la full hybrid, per salire a 39.500 euro per la 2.0 turbobenzina senza elettrificazione, mentre la plug-in hybrid a trazione anteriore parte da 41.490 euro nell'allestimento Business e arriva a 43.490 euro per la Premium. Al vertice si colloca la plug-in hybrid Hi4, con trazione integrale e una potenza totale di 435 CV, proposta a 46.000 euro.Al lancio, la Hi2 full hybrid è in promozione a 29.990 euro in caso di permuta o rottamazione (esclusa messa su strada e IPT).

F1, Verstappen si prende la pole nella Sprint Qualifying

9 Ottobre 2026 ore 18:20
Max Verstappen chiude davanti a tutti le qualifiche Sprint del Gran Premio di Singapore 2026. Il pilota della Red Bull ferma il cronometro in 1'31156, precedendo la Mercedes di George Russell e la Ferrari di Charles Leclerc. Lewis Hamilton è sesto, Kimi Antonelli settimo. Il risultato dell'olandese resta però in attesa dell'esito di un'indagine per una possibile infrazione sotto bandiere gialle.(Quasi) tutto perfetto Dopo la vittoria in Malesia, Verstappen conquista il miglior tempo nelle qualifiche della Sprint a Marina Bay. Nell'ultima fase della sessione gli basta un solo tentativo per precedere Russell di 120 millesimi e Leclerc di 243. Quattro squadre diverse occupano le prime quattro posizioni, con la McLaren di Oscar Piastri subito alle spalle della Ferrari.Sulla pole Sprint resta aperta la questione delle bandiere gialle: Max ha superato Hamilton durante la SQ1 e la manovra è finita all'attenzione dei commissari. Per il momento non ci sono state comunicazioni, ma il quattro volte campione del mondo rischia una penalità di 5 posizioni sulla griglia di partenza della Sprint di domani.Ferrari, Leclerc terzo. Hamilton paga gli errori nel finale Leclerc chiude terzo, a 123 millesimi da Russell. La sua Ferrari precede di appena 55 millesimi la McLaren di Piastri, mentre Hamilton resta alle spalle di entrambe le monoposto papaya.Hamilton conclude infatti sesto, a mezzo secondo da Verstappen. Il suo unico tentativo in SQ3 è segnato da un terzo settore impreciso e da diversi piccoli contatti con le barriere. Il sette volte campione del mondo precede comunque Antonelli, settimo con l'altra Mercedes.Mercedes divisa: Russell secondo, Antonelli settimo Le due W17 affrontano il weekend con configurazioni aerodinamiche differenti. Russell è tornato al pacchetto precedente agli aggiornamenti introdotti a Sepang; Antonelli ha mantenuto le novità utilizzate in Malesia. Prima delle prove, l'italiano aveva indicato Singapore come un'occasione per comprendere meglio il comportamento della vettura e sfruttare il potenziale degli aggiornamenti.Il confronto sul giro si chiude con Russell in prima fila e il leader del Mondiale in settima posizione. Antonelli accusa quasi sette decimi da Verstappen e sei dal compagno di squadra. Sono cinque le posizioni che separano le due Mercedes nella classifica della sessione.McLaren quarta e quinta, Lawson entra nei primi ottoPiastri è il più veloce dei due piloti McLaren e il suo tempo segnato in questa sessione vale il quarto tempo, davanti al compagno di squadra Norris segue in quinta posizione.Liam Lawson porta invece la Racing Bulls all'ottavo posto, davanti alla Red Bull di Isack Hadjar. Pierre Gasly completa le prime dieci posizioni con l'Alpine. Hadjar e Gasly hanno entrambi avuto tempi cancellati nell'ultima fase delle qualifiche.Perez contro il muro in SQ1, Sainz chiude ultimo La SQ1è stata interrotta in dall'incidente di Sergio Perez, finito contro le barriere in curva 5. La bandiera rossa ha condizionato il primo turno, nel quale sono rimasti esclusi anche Arvid Lindblad e Lance Stroll, rispettivamente diciassettesimo e diciottesimo.In SQ2 si è fermato Franco Colapinto, undicesimo, seguito da Nico Hülkenberg, Oliver Bearman e Gabriel Bortoleto. Fernando Alonso ha concluso quindicesimo, davanti a Esteban Ocon.La Williams si ferma già in SQ1 con entrambe le monoposto: Alexander Albon è diciannovesimo, mentre Carlos Sainz chiude la classifica in ventiduesima posizione.I risultati completi della Qualifica Sprint a Singapore >>

Che auto vogliono davvero gli automobilisti? Quattroruote Next parte da chi guida

9 Ottobre 2026 ore 17:22
Non l'auto che immagina la politica. Non l'auto che chiedono le norme. Ma l'auto che desiderano gli automobilisti. questo il punto di partenza dell'edizione 2026 di Quattroruote Next, l'evento che ogni anno riunisce i protagonisti della filiera automotive per discutere insieme le sfide e le prospettive del settore.Martedì 20 ottobre, ancora una volta presso gli IBM Studios di Milano, gli addetti ai lavori si confronteranno sul tema "L'auto che vorremmo" con il supporto di Agenzia Italia, Bosch, Pirelli, Q8 e Safe. Un evento di cui daremo notizia in tempo reale, su questo sito e sui nostri social. L'automobilista al centro Quattroruote Next si aprirà con "Ripartiamo da chi guida", l'intervento di Alessandro Lago, direttore responsabile della nostra rivista. Nel corso della giornata saranno presentati i dati del rapporto di PwC Italia, con una fotografia delle aspettative degli automobilisti nei riguardi della loro prossima auto.Tra gli altri relatori dell'evento figurano Carlo Siviero, Data Factory & Market Analysis Director di Quattroruote Professional, lo storico Guido Damini, la filosofa e saggista Maura Gancitano e Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. Quattroruote Next si concluderà con l'intervento di Benedetto Vigna, ceo di Ferrari, che nel talk "Come fa un'azienda a rompere gli schemi (per davvero)" racconterà come il Cavallino affronta il cambiamento senza perdere la propria identità. Sì, si parlerà proprio della Ferrari Luce, la prima elettrica di Maranello.

Cina-Ue, accordo sulle ibride: le esportazioni verso l'Europa saranno dimezzate

12 Ottobre 2026 ore 09:09
Nei rapporti diplomatici il dialogo è fondamentale per risolvere eventuali diatribe e controversie. Lo dimostra l'esito del meeting tra il Commissario europeo per il Commercio, Maro efovi, e il suo omologo cinese, Wang Wentao.Uno dei principali argomenti sul tavolo del vertice era l'enorme deficit commerciale registrato dall'Unione europea negli ultimi mesi a causa delle crescenti esportazioni di beni industriali prodotti in Cina, tra cui le auto ibride plug-in.L'incontro, nonostante il clima non certo idilliaco degli ultimi giorni, è servito proprio a raggiungere l'obiettivo di efovi: limitare le importazioni in Europa di modelli ibridi, soprattutto quelli alla spina. Le parti hanno raggiunto uno specifico accordo, evitando così la necessità per Bruxelles di far scattare misure unilaterali che rischiavano di peggiorare le relazioni. Un clima teso e un vertice risolutivo Per comprendere l'importanza dell'accordo raggiunto a Pechino, bisogna però fare un breve passo indietro. Come detto, il commissario europeo ha voluto l'incontro per chiedere alla Cina di imporre un freno ai flussi delle esportazioni e per riequilibrare i rapporti commerciali alla luce di un disavanzo crescente e sempre più insostenibile per il Vecchio Continente: ormai le cifre sono intorno al miliardo di euro al giorno.Proprio le auto ibride sono finite al centro di specifiche richieste da parte della Francia e della Germania e di continue pressioni da parte delle Case automobilistiche, in particolare quelle tedesche. E difatti Bruxelles avrebbe accelerato l'esame di potenziali misure come dazi e tetti temporanei all'import cinese.Tuttavia, negli ultimi giorni non sono mancate delle forti tensioni: una risoluzione del Parlamento europeo ha messo all'indice diverse politiche cinesi, tra cui pratiche commerciali sleali come il dumping e lo spionaggio, scatenando le vibranti proteste delle controparti e spingendo Pechino ad alzare le barricate contro qualsiasi proposta di limitare l'export di ibride. L'export cinese di PHEV sarà tagliato di oltre la metà Ora, invece, è stato trovato l'accordo. A spiegarlo è lo stesso commissario in una dichiarazione rilasciata al termine dell'incontro. "Abbiamo raggiunto un'intesa condivisa per moderare le esportazioni cinesi di ibridi e ibridi plug-in verso l'Ue. Questo apre la prospettiva di tagliare le esportazioni cinesi di oltre la metà", ha spiegato efovi.Inoltre, nel comunicato congiunto dell'Ue e del Ministero del Commercio cinese si aggiunge un ulteriore tassello: "A seguito di intense consultazioni, entrambe le parti hanno raggiunto un'intesa sul commercio di veicoli ibridi in modo conforme alle norme dell'Organizzazione Mondiale del Commercio". Dunque, le limitazioni dovranno seguire quanto stabilito dai regolamenti del WTO. Tetto da dicembre a 350 mila veicoli? Mancano ancora i dettagli precisi, che dovranno essere prima condivisi con i rappresentanti dei vari Paesi Ue al prossimo summit europeo in programma tra il 15 e il 16 ottobre. Tuttavia, secondo indiscrezioni dell'agenzia Bloomberg, L'Unione europea limiterà le importazioni di veicoli ibridi cinesi a 350.000 auto all'anno, con una misura di salvaguardia (consente all'Ue di limitare l'import di prodotti di un determinato settore in caso di una sua impennata forte e improvvisa) che potrebbe entrare in vigore già il primo dicembre.Il tetto dovrebbe essere applicato il primo anno, per poi aumentare del 6% ll'anno a partire dal secondo, e restare in vigore per quattro anni. Inoltre, per rispettare il regolamento WTO sul principio di non discriminazione, le limitazioni riguarderanno tutte le importazioni, non solo quelle cinesi e a ogni singolo Paese dovrebbe essere assegnata una pari quota.  Auto ibride cinesi in Europa, i numeri della crescita Come al solito, sono i numeri a dare un senso alle dichiarazioni del commissario europeo e anche ai tanti allarmi emersi negli ultimi mesi ai piani alti dei costruttori e delle cancellerie europee.Secondo Eurostat, nel 2022 sono state vendute nella Ue appena 659 ibride full di produzione cinese. Nei primi sette mesi di quest'anno, quel numero è cresciuto fino a superare le 160 mila unità. Le vendite di ibride plug-in, invece, sono balzate da 56.706 a 217.764, portando i cinesi a conquistare oltre un terzo del segmento.Alcuni costruttori hanno raggiunto perfino traguardi impensabili fino a qualche anno fa. La top ten delle immatricolazioni italiane per alimentazioni per il periodo gennaio-settembre vede i primi due posti occupati da modelli della BYD (Atto 2 e Seal), mentre altre quattro posizioni sono appannaggio di vetture dei marchi del Dragone (Omoda 9, Jaecoo 7, Geely Starray e BYD Seal 6). Accordo Ue-Cina: terre rare, dazi e accesso ai mercati Ovviamente, il vertice di Pechino non ha riguardato solo le auto ibride e, in ogni caso, il suo esito è solo un primo passo per riequilibrare la bilancia commerciale (un terzo meeting dell'organismo di consultazioni bilaterale su commercio e investimenti è previsto a marzo prossimo).Secondo il commissario, è stata aggiunta un'intesa per migliorare l'accesso al mercato cinese per una serie di prodotti Ue attraverso dazi più bassi. efovi ha citato pezzi di ricambio per auto, l'olio d'oliva e le calzature, per un totale di quasi 4 miliardi di euro di valore attuale all'esportazione, il che porterebbe almeno 225 milioni di euro di risparmi sui dazi.Inoltre, è stato trovato un accordo per "facilitare ulteriormente le licenze all'esportazione di terre rare e magneti permanenti" dalla Cina.Non solo. L'incontro è servito anche a concordare diversi altri punti: dalla possibilità di ridurre o eliminare dazi su determinati beni al rafforzamento del dialogo istituzionale, dall'accesso al mercato cinese per le imprese europee alla questione dei brevetti e delle proprietà intellettuali. Infine, non manca l'ennesima puntata della diatriba sulle auto elettriche. Pechino e Bruxelles continueranno il dialogo per raggiungere una quadra su prezzi ed eventuali quote alle esportazioni.

Autostrade in Sicilia, nuovi limiti su 170 km: auto a 90 all'ora, camion a 60

9 Ottobre 2026 ore 16:28
Sulle autostrade A18 Messina-Catania e A20 Messina-Palermo, gestite dal Consorzio Autostrade Siciliane (CAS), in futuro il limite di velocità scenderà: 90 km/h per i veicoli leggeri e 60 km/h per i mezzi pesanti. Lo ha detto l'ispettore del ministero delle Infrastrutture Placido Migliorino, dopo giorni di verifiche sul campo. Il motivo principale? Alcune barriere, risalenti agli anni 70, non svolgerebbero adeguatamente la propria funzione di contenimento, specie in caso di impatto dei TIR. Autostrade siciliane: altezza delle barriere, non ci siamoCi sono guardrail che, quando vennero installati mezzo secolo fa, erano alti 70 cm. Ma nel frattempo è stata innalzata la pavimentazione dell'autostrada, uno strato di asfalto sull'altro, fino a che le barriere si sono ridotte a 40 cm, spiega Migliorino. Su viadotti con strapiombi di 8 metri. Tutti i dispositivi dovranno essere sostituiti con quelli alti almeno 90 cm e dotati di una doppia lamina. Piano articolatoIl progetto prevede anche una distanza minima di 200 metri e il divieto di sorpasso per i mezzi pesanti dove esistono guardrail di primo impianto. Più un'interdizione all'uso della corsia di emergenza, con il traffico concentrato sulle due corsie centrali, delimitate da bande rumorose sia sul margine sinistro sia su quello destro.I tratti interessatiIl nuovo limite massimo di velocità verrebbe introdotto su circa il 65% dei tracciati (170 km su 260). Sulla A18 tra Messina e Giarre e sulla A20 da Messina a Sant'Agata di Militello, oltre alla tratta Cefalù-Buonfornello. Così da evitare la chiusura totale delle tratte, che avrebbe come ripercussione un aumento notevole del traffico sulle Statali 113 e 114, destinate in quel caso alla paralisi. Il problema esiste da 20 anni, ma è tornato alla ribalta nelle scorse ore dopo tre giorni di verifiche. A settembre 2026 il dicastero aveva già richiesto misure urgenti per ridurre i rischi su A18 e A20, indicando in 5,5 miliardi di euro il fabbisogno stimato per l'adeguamento complessivo delle due autostrade nell'arco di 10 anni.Un primo sostegno economico è arrivato dalla Regione Siciliana, che l'8 ottobre 2026 ha annunciato uno stanziamento di 13,3 milioni di euro per finanziare 14 interventi sulle due arterie. Il Consorzio ha inoltre dichiarato di poter contare su 252 milioni di euro già disponibili attraverso i fondi FSC, in parte utilizzati.Sul fronte finanziario, la Regione Siciliana e il CAS hanno ricordato lo stanziamento di risorse per tradurre le prescrizioni in cantieri, tra cui circa 265 milioni di euro già sbloccati (tra fondi FSC e risorse POC deliberate in extremis) e 13,3 milioni stanziati l'8 ottobre dalla Regione per 14 interventi urgenti su barriere, giunti, pavimentazione, gallerie e segnaletica. I programmi di interventoA più riprese, il CAS ha annunciato programmi di manutenzione e ammodernamento, comprendenti la riqualificazione delle barriere. Ma il programma dei lavori dovrebbe comprendere anche interventi sulla segnaletica orizzontale e verticale, il rifacimento della pavimentazione autostradale e la manutenzione dei giunti di dilatazione dei viadotti. Senza dimenticare gli interventi sulle gallerie, come l'applicazione di reti metalliche e ancoraggi, e la verifica dei sistemi di illuminazione.

Denza Bao 5, arriva la fuoristrada premium di BYD: com'è fatta e quanto costa

9 Ottobre 2026 ore 15:38
Denza, marchio premium di BYD, ha aperto gli ordini in Italia della Bao 5, robusto ed elegante fuoristrada con propulsore ibrido plug-in DMO (Dual Mode Off-road), utilizzato anche per il pick-up BYD Shark. Due gli allestimenti a listino, Elegance e Ultimate, con prezzi che partono da 78.340 euro. I dati tecnici La Bao 5 ha una meccanica da vera off-road, con telaio a longheroni e tre differenziali elettronici autobloccanti: è lunga 4.888 mm, larga 1.970, alta 1.920 e ha un passo di 2.800 mm. Il bagagliaio mette a disposizione 475 litri, che diventano 1.736 abbattendo gli schienali della seconda fila. Il powertrain plug-in abbina un 1.5 turbobenzina da 150 CV a due motori elettrici (272 CV all'anteriore, 388 CV al posteriore) per 544 CV e 760 Nm complessivi. Notevoli le prestazioni, anche in considerazione della massa e dell'aerodinamica: 0-100 km/h in 4,8 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria Blade Cell-to-Chassis da 31,8 kWh garantisce 90 km in elettrico e 835 km di autonomia combinata. Bao 5 Elegance L'allestimento d'attacco (si fa per dire) comprende cerchi da 18", sedili anteriori riscaldati, ventilati e massaggianti, display centrale da 15,6" e impianto audio Devialet a 18 altoparlanti. Di serie anche la guida assistita di livello 2, il monitoraggio dell'angolo cieco, la telecamera a 360 e la funzione V2L. Di serie la colorazione Snow White, su richiesta (2.000 euro) quelle in Tarim Polar gold, Obsidian Black, Pinnacle Grey, Wagner Glacier Blue e Dolomite Green. Il Matte Mineral Purple costa 3.500 euro. Gli interni si possono avere, senza sovrapprezzo, in Eclipse Blue, Tarim Desert Beige o Shoal Green. Bao 5 Ultimate La versione top di gamma arricchisce la dotazione con cerchi di lega da 20", sospensioni DiSus-P che aumentano l'altezza da terra di 9 cm, pedane laterali elettriche a scomparsa, interni in pelle Nappa e ventilazione dei sedili posteriori, specchietto retrovisore digitale, doppia piastra di ricarica wireless per gli smartphone e chiave digitale. I prezzi della Denza Bao 5 Bao 5 Elegance: 78.340 euroBao 5 Ultimate: 88.640 euro

Quattroruote Next - "La sostenibilità deve essere inclusiva"

9 Ottobre 2026 ore 14:55
La prima edizione di Quattroruote Next, il forum di Quattroruote sul futuro della mobilità sostenibile, non poteva non essere introdotta dal nostro direttore, Gian Luca Pellegrini: "Il settore automobilistico", ha spiegato Pellegrini, è da alcuni anni alle prese con una "tempesta perfetta", una fase turbolenta e dinamica che presenta al contempo rischi e opportunità. L'attenzione, quindi, deve essere massima e la barra dritta affinché la spinta alla sostenibilità ambientale non lasci indietro nessuno. Perché il progresso "è di tutti, oppure non è". Di seguito, una sintesi dell'intervento.Rivoluzione in corso. "Il Covid ha segnato un prima e un dopo nella storia dell'umanità e altresì un momento catartico per il mondo della mobilità, il cui processo di trasformazione, che già aveva preso abbrivio a partire dal Dieselgate, ha subito stravolgimenti francamente imprevedibili. Per riassumere quanto accaduto in questi tre anni e mezzo userò una formula abusata ma efficace: l'auto ha vissuto la tempesta perfetta. Di questa tempesta, l'onda più grande è stata ed è tuttora il percorso di decarbonizzazione intrapreso dall'Europa volto all'affrancamento dalle fonti fossili. L'Europa ha dato un'accelerazione straordinaria, approvando quel Fit for 55 che stabilisce la roadmap che porta al 2035 e all'abbandono dell'endotermico. Quattroruote non ha nascosto le proprie perplessità per il metodo regolatorio e tecnico. Se proseguire il percorso di decarbonizzazione era doveroso, decidere a tavolino che esiste un'unica soluzione per raggiungere gli obbiettivi ha fatto strame del concetto di neutralità tecnologica e ha tradito un approccio tecnico pregiudiziale". Dogma contro realtà. "Sotto il profilo tecnico, l'elettrico è la più grande novità dell'auto da decenni, rappresenta una delle più efficaci soluzioni per ridurre le emissioni locali. Però tali aspetti diventano paradossalmente marginali, a nostro avviso, di fronte alle considerazioni sistemiche che tale cambio di paradigma introduce, a partire dall'assenza di un'adeguata politica energetica volta a far crescere le fonti rinnovabili fino alla cessione di sovranità tecnologica a un regime - quello cinese - abituato a giocare secondo regole che non prevedono reciprocità fra economie concorrenti. L'ingenuità strategica di Bruxelles - preferisco pensare che di ingenuità si tratti - non ha retto alla verifica della realtà".La Cina e il cambiamento globale. "L'Europa, per inseguire l'obbiettivo della decarbonizzazione, sta rinunciando alla propria impronta industriale e la morsa dei concorrenti globali si fa sempre più stretta. Da un lato, la Cina si fa sotto forte di un vantaggio competitivo sui costi industriali del 30% e del controllo dell'intera filiera elettrica. Dall'altro, gli americani si sono blindati con l'Inflation Reduction Act, chiudendo uno sbocco altrettanto importante. Siamo di fronte a uno shift di portata globale: l'auto sta diventando sempre più un prodotto asiatico. Il 60% dei veicoli prodotti globalmente ha origine nelle fabbriche orientali. Sullo sfondo di un mercato ancora lontano dai volumi pre-pandemia, stanno insomma venendo a galla le implicazioni di una trasformazione progettata inseguendo un'ideologia. giusto chiedersi se e come la transizione possa essere realizzabile senza compromettere la competitività dell'auto europea. E ce lo dobbiamo chiedere con la consapevolezza che la nave ha ormai lasciato il porto e non vi farà ritorno". L'accettazione è un problema. "Il pubblico non sente come proprio il cambiamento e spesso lo vede come una minaccia. Come affrontare questo disincanto collettivo, che si riflette in uno spettacolare e generale rifiuto dell'elettrico, considerato un gioco da happy few che si possono permettere di ostentare la loro sensibilità ambientale? Sicuramente, una leva può essere quella di rimodulare il meccanismo degli incentivi, come chiesto dalle associazioni, includendo flotte e aziende e alzando la soglia di spesa. Ma se non vogliamo spingere fuori dal mercato centinaia di migliaia di persone è necessario agire in modo più incisivo sul circolante. Si tolgano dunque le tasse - tutte - dai passaggi di proprietà in caso di miglioramento della classe ambientale e si reintroducano gli incentivi usato contro usato varati nel 2021 e vanificati da un'applicazione bizantina e dalla speculazione di alcuni dealer".Il nostro contributo. "Basterà? No. Serve uno sforzo collettivo per raccontare i valori positivi della transizione senza assecondare posizioni pregiudiziali il cui unico risultato è di radicalizzare il dibattito. Bisogna agire sulla consapevolezza della collettività. Per farlo è necessario un cambio di passo nella narrazione. La politica ha contribuito a polarizzare il confronto. Analoga strumentalizzazione è stata sovente ripresa dai media, con qualche eccezione. Mi piace pensare che fra queste eccezioni ci sia Quattroruote. E la stessa industria, che ha tutti gli interessi affinché la transizione prenda abbrivio, sembra muoversi in ordine sparso, dando messaggi talora contraddittori che non scalfiscono il muro d'indifferenza della gente. Mi affido alle parole di Luca de Meo in una recente intervista: "C'è bisogno di fonti credibili, che spieghino i vantaggi e anche i limiti dell'elettrico. Per questo una corretta informazione passa per i media specializzati, che hanno il compito di guidare il consumatore andando in profondità: altro che gli influencer". Dal canto nostro, ci proveremo. La nostra intenzione, infatti, è di raccontare come l'evoluzione tecnologica dell'automobile sia parte integrante di un processo di cambiamento etico che investe la società, non un compliance product fatto per schivare le multe comunitarie. Per farlo, affiancheremo alla nostra usuale produzione nuovi prodotti editoriali. Il primo si chiama Volt, nasce come allegato al numero di novembre ma inevitabilmente avrà una declinazione digitale sui vari canali del sistema Quattroruote".Il progresso deve essere per tutti. "Ci stiamo avviando su una strada che porta a negare il diritto alla mobilità privata a un numero sempre maggiore di persone. La società è pronta per questa rivoluzione copernicana? L'industria subirà passivamente il suo ridimensionamento? Dobbiamo accettare l'idea che la motorizzazione di massa sia ormai un'utopia? A noi, che siamo nati nel 1956 proprio per accompagnare un'onda di cambiamento che iniziava a travolgere la società, questa prospettiva non piace. Attenzione, non stiamo dicendo che l'automobile debba invadere le città. Troppe macchine ferme nel traffico fanno male alle città e pure alle macchine stesse. imperativo ridurre il tasso di motorizzazione con mezzi davvero a emissioni zero, il che significa sviluppare a velocità ben superiori alle attuali le fonti d'energia rinnovabile. Ma dev'essere un processo graduale che non lasci nessuno indietro. Un percorso virtuoso in cui i nuovi paradigmi della mobilità si fondino su una diversa consapevolezza volta all'inclusione, non alle prerogative di chi può. L'intento di Quattroruote Next è di riportare al centro del dibattito pubblico - coinvolgendo i principali stakeholder della mobilità - i principi di concretezza, neutralità tecnologica e uguaglianza, ricordando che la sostenibilità è un valore democratico, e non un privilegio. Il progresso, o è di tutti oppure non è".

Quattroruote Next - Intelligenza artificiale e semiconduttori: il filo rosso del futuro

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Intelligenza artificiale, semiconduttori, software defined vehicles. Sono temi che l'industria dell'auto sta affrontando con crescente frequenza. E che costituiscono sempre più chiaramente una delle nuove frontiere del settore. Ma come avverrà il dialoogo? Una domanda che poniamo volutamente in forma aperta, a sottintedere i suoi due aspetti, da un lato quello tra l'utente e il prodotto, dall'altro quello tra le Case e i nuovi interlocutori che si affacciano nella filiera. Ne abbiamo parlato al forum Quattroruote Next con Christian Richter, direttore global automotive di Google ed Edoardo Merli, vicepresidente esecutivo di ST Microelectronics.Richter: l'IA fa già parte delle nostre vite. "Da qualche mese vediamo molto entusiasmo intorno all'intelligenza artificiale", afferma Richter. "Si tratta di un percorso classico: c'è sempre una fase di hype, quella iniziale, che è quella che stiamo vivendo oggi. Ma quello di cui non ci rendiamo conto è che la usiamo già tutti i giorni l'IA: ci aiuta nella navigazione, nella scrittura delle e-mail o nella scelta della prossima serie da vedere su Netflix. Quindi è già da parecchio tempo che sta trasformando le nostre vite".Il ruolo dell'IA nel business. Questo non significa, tuttavia, che non stiamo attraversando un cambiamento epocale: "L'evoluzione in atto impone a chi è in un ruolo di business leadership di approfondire il tema dell'IA, capire quanti tipi ce ne sono, come quella generativa, più creativa, e quella analitica, che lavora su dati strutturati. La domanda che dobbiamo porci è: come possiamo farle lavorare insieme per rendere il business più efficiente?".La necessità di regole. Già adesso, del resto, i computer possono fare molte attività meglio degli umani, sottolinea Richter: "Siamo solo all'inizio: dico sempre che i modelli di IA che vediamo oggi sono i peggiori che vedremo nel corso delle nostre vite". Un'arma, come tutte le tecnologie, che però può essere a doppio taglio: "L'IA può produrre anche cattivi risultati intenzionalmente. Pensiamo alle fake news: stiamo parlando con la Commissione europea per avere regole chiare e in tempi rapidi". I software defined vehicles e l'architettura zonale. La riflessione, del resto, si impone per le stesse potenzialità che queste applicazioni avranno nel campo dell'auto, come sottolineato da Merli: "I software defined vehicles, in termini di performance, saranno molto più potenti degli attuali. E questo è dovuto al fatto che si baseranno su un'architettura tutta diversa, definita zonale, che ci permetterà di rendere l'hardware più scalabile e potente, migliorando tutti i servizi, dalla manutenzione predittiva alla personalizzazione dell'esperienza di guida".+20% per la domanda di semiconduttori automotive. Dicevamo, in apertura, del dialogo tra le Case e i fornitori "tech". Una questione ben chiarita dallo stesso Merli nelle sue future implicazioni: "L'automotive è uno dei settori più in crescita: vedremo un incremento della domanda di semiconduttori nell'ordine del 20% entro il 2030, e saremo chiamati a svilupparne di diverse classi per la specializzazione dei compiti che dovranno svolgere. Tutto questo si tradurrà per noi", spiega il dirigente "in una collaborazione più stretta, da un lato con Google e altri fornitori software, dall'altro con i costruttori stessi".Richter: "Disaccoppiare". Software-semiconduttori-auto: è questo il filo rosso di domani. Ma è una linea spezzata, come spiega Richter: "Un'altra grande sfida sarà quella di disaccoppiare i cicli. Un telaio può durare per sempre, il software cambia a una velocità impressionante. Finché non li dividiamo avremo sempre una difficoltà".Chi li fa i software? "A ognuno il suo". L'ottica del "decoupling" resta valida anche nell'ottica della divisione dei compiti tra Case e tech companies, quando si tratta di sistemi di interfaccia di bordo: "Nel dialogo con i costruttori", aggiunge Richter, "osserviamo due temi portanti: fiducia e investimenti. Per il primo aspetto, l'esperienza che abbiamo avuto finora è che le aziende si fidano di noi, anche perché si può sempre scegliere quali dati condividere e quali no".Il nodo della capital intensity. "E poi c'è il punto della capital intensity: più funzioni aggiungi, più i software e gli infotainment costano, se li vuoi offrire su scala globale e a fornire prestazioni alte e sempre aggiornate. E il fatto che l'industria si muova verso la decarbonizzazione e le nuove tecnologie come nel campo delle batterie, dove tutti sono al lavoro sullo stato solido, significa che nessuno oggi ha la potenza e il capitale per muoversi da solo. La strada più efficiente?  che ognuno si focalizzi sulla sua specializzazione".

Quattroruote Next - "Il destino dellauto è scritto: il futuro è in Asia"

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Bisogna farsene una ragione: il baricentro mondiale è sempre più spostato in Asia e lo stesso vale per l'auto, con la "componente europea" che ormai deve accontentarsi di un ruolo secondario a livello globale. Il messaggio, allarmante per le sue possibili conseguenze, è stato lanciato dal palco del forum Quattroruote Next da Gianluca Di Loreto, partner della società di consulenza Bain & Company: "L'Europa ha sempre giocato in attacco nel mondo delle quattro ruote, ma ora si è arroccata in difesa".Nuovo paradigma. A sostegno della sua tesi, Di Loreto ha presentato una serie di dati difficili da mettere in discussione ("I numeri sono democratici, perché consentono di vedere le cose in modo oggettivo"), partendo dal declino demografico dell'Europa: se nel 1990 gli asiatici erano il quadruplo degli europei, oggi sono sei volte di più e nel 2040 il rapporto salirà a sette. Lo spostamento del baricentro è ancora più evidente per il Pil, che per l'Asia è salito dal 18% del totale globale all'attuale 40%: arriverà al 43% nel 2028, mentre per l'Europa è passato dal 34% al 24% ed è destinato a calare al 22% tra cinque anni. In tale contesto, la Cina è passata dal 6% della ricchezza asiatica al 45% del 2022, mentre l'Italia ha visto una contrazione del suo peso nel Vecchio continente dal 15% all'8%. Tale spostamento è anche legato alle nuove tecnologie, ormai dominate dagli operatori asiatici: a loro fa capo il 68% e l'82% dei brevetti, rispettivamente, per il 5G e per le batterie allo stato solido (è il 62% per i soli cinesi). In sostanza, per Di Loreto le aziende dell'Asia "non stanno solo innovando ormai da diverso tempo, ma lo stanno facendo anche più velocemente" degli occidentali. Inoltre, l'Asia controlla il 50% della catena del valore dei semiconduttori e il 72% delle attività di assemblaggio finale. L'auto? Sempre più cinese. Non deve dunque sorprendere il crescente peso di Pechino in campo automobilistico. Tra il 2000 e il 2022, la Cina è salita dal 4% al 32% della produzione globale, mentre l'Europa è scesa dal 34% al 19% e il Nord America dal 31% al 17%. E non deve stupire neanche il contributo sempre più forte nelle emissioni annuali di gas serra. L'Asia ne emette cinque volte più dell'Europa: nel 1990 era asiatico il 20% delle 21 milioni di gigatonnellate di CO2 equivalente, ma nel 2021 era già al 53% di 34,2 gigatonnellate, con la sola Cina passata dall'11% al 32%. L'Europa, di contro, è scesa dal 19% al 10% e ha visto un costante calo delle emissioni (-0,6 gigatonnellate contro +14,2). Non solo. Il Vecchio continente ha visto anche una contrazione delle emissioni cumulate da combustione di carburante tra il 2001 e il 2021: è passato dal 18% di 267 al 14% di 885 gigatonnellate, mentre l'Asia è salita dal 21% al 37%. Ecco perchè, per Di Loreto, "combattere il cambiamento climatico è doveroso, ma bisogna tener conto del contesto: il peso dell'Europa si è ridotto progressivamente nel tempo". Sguardo a est. Dunque, il comparto automotive deve affrontare un destino "in buona parte già scritto" e rivolto a Est. Ma qual è il suo stato di salute? Di Loreto parte, innanzitutto, dalla constatazione che la crisi dei semiconduttori è ormai quasi finita grazie alla crescente disponibilità di chip, legata anche al calo della domanda del settore dell'informatica, e all'aumento della capacità produttiva. Un'altra importante criticità, fortunatamente in via di risoluzione, è rappresentata dai prezzi di acciaio, gas, plastica o gomma, ormai lontani dai picchi dei mesi scorsi. Rimane il problema della crescita inarrestabile di alcune materie prime come litio, rame, manganese o terre rare: il litio, per esempio ha superato i picchi del biennio 2021-22, ma è sempre sopra del 78% sui livelli pre-Covid. A valle della catena del valore, i segnali sono, invece, più negativi. In Europa, dove la domanda è ormai sempre più influenzata dalle politiche ambientali a livello locale o nazionale, le varie crisi degli anni scorsi (pandemia, chip e materie prime) hanno colpito le vendite (il 2023 si chiuderà sotto del 24% rispetto al 2019) e contribuito a uno spostamento del mix verso l'alto. La scomparsa delle citycar. Il solo segmento A ha visto la perdita di 1 milione di pezzi in Europa e in Italia sta letteralmente scomparendo (dal 19% del 2000 al 14% del 2022 fino al 3% atteso nel 2028). Inoltre, è sempre più forte il peso degli asiatici, passati dal 23% del mercato europeo di inizio secolo al 29% (35% la stima tra cinque anni). Al contempo, i costruttori del Vecchio continente stanno spostando sui segmenti più alti il loro focus sulle elettriche: C, D ed E pesavano per il 52% della produzione continentale nel 2018, ma sono destinati a salire all'80% quest'anno. In poche parole, secondo il partner di Bain, le Case "si sono arroccate sulle fasce di mercato più alte: chi produce elettriche, le produce medio-grandi". In tal modo, però, si sta lasciando spazio libero segmenti bassi ad altri player, soprattutto asiatici, che potrebbero sfruttare, con la loro maggior competitività di costo, la correlazione tra Pil e adozione delle Bev (forti vendite di auto alla spina nei Paesi ad alto reddito, deboli negli altri) e quindi, come "sta già succedendo", conquistare i segmenti bassi. Insomma, il disallineamento tra domanda e offerta è innegabile e lo conferma anche l'andamento dell'usato: i consumatori italiani non comprano il nuovo, rottamano di meno, si tengono il vecchio e così il parco circolante vede la sua età media salire fino ai 12,6 anni del 2022 (erano 11,4 nel 2019). Di conseguenza, si sta manifestando il cosiddetto "effetto Cuba: l'Europa si sta trasformando in un continente vecchio", osserva Di Loreto. "Tutto l'opposto dell'obiettivo iniziale di ringiovanire il parco circolante. L'Europa si sta incartando su obiettivi opposti a quelli che si era prefissati".Si può ancora reagire. Il settore automotive deve comunque reagire ai trend degli ultimi anni, per esempio tramite acquisizioni e fusioni: il consolidamento in Europa si è manifestato l'anno scorso con 401 operazioni di M&A, a fronte delle 260 del 2017 (+54%). Anche l'Italia ha avuto un ruolo in questa partita, con 21 transazioni nel 2022, per la maggior parte nella meccanica di precisione, ma il nostro Paese ha ancora una lunga strada da percorrere per assumere una posizione di leadership sulle nuove tecnologie. In tal senso, è necessario investire sul consolidamento europeo per difendere l'industria da una nuova e probabile guerra dei prezzi e proteggere i componentisti, in particolare in Italia, e ancora di più aumentare la spesa in Ricerca e Sviluppo. Solo così si potra "rinnovare e reinventare la filiera", per chiudere il divario e affrontare ai cambiamenti in atto nel comparto. 

Quattroruote Next - "Auto, la storia e la qualità non si possono comprare"

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Andrea Bonomi, ceo di Investindustrial, e Davide Grasso, ceo di Maserati, sono intervenuti a Quattroruote Next per parlare del lusso nel mondo automotive. L'intervento dei due top manager - moderato dal nostro vicedirettore Marco Pascali - ha toccato diversi aspetti del settore, a partire dalla storia che contraddistingue l'Italia a quattro ruote. Un patrimonio unico nel suo genere, che nessun investimento cinese potrà mai comprare.Il primo tema del talk è stato il ruolo della tecnologia nel segmento del lusso.Grasso: "L'aspetto tecnologico è fondamentale, ma va fatto un distinguo: la tecnologia deve risolvere problemi e non essere fine a sé stessa, deve aiutare il consumatore. Questo è un linguaggio che fa parte di Maserati da più di 100 anni, che da sempre ha applicato la tecnologia all'innovazione, a partire dall'A6 1500, la prima gran turismo del marchio".Bonomi: " difficile considerare la tecnologia un lusso. Se vuoi fare il lusso ed essere individuale, la tecnologia è l'esatto opposto del lusso. Se vuoi offrire lusso, l'analogico è la via più prossima alla cultura e a ciò che ognuno vuole". Il Green Deal ha inevitabilmente acceso nuove sensibilità: cosa è cambiato e cosa si aspetta oggi chi vuole un'auto particolare?Grasso: "Mi ricollego al direttore Pellegrini: il Green Deal fine a sé stesso è stato creato in maniera artificiale. Come fornitori di soluzioni in un contesto di lusso, noi dobbiamo garantire un'esperienza a tutto tondo. Il consumatore di auto di lusso è un nuovo tipo di cliente, non c'è più il lusso di vent'anni fa: è più giovane, è globale e nel caos che ci circonda ha di fronte la semplificazione. Semplificare l'esperienza di utilizzo, anche negli interni, è fondamentale". Esperienza, semplicità. Alcuni tratti che osserviamo confermano che il passato sta tornando. Tempo, spazio: come si usa oggi un oggetto del desiderio?Bonomi: "L'auto ha avuto successo per la libertà che ha portato. C'è un ritorno dell'esperienza, per questo ci sono auto storiche che vengono riportate in vita. Ci possono essere tutti gli investimenti della terra, ma all'Aston Martin non arriveremo mai alla capacità produttiva asiatica. difficilissimo entrare nella parte bassa del mercato. Se guardiamo lo split tra auto da tutti i giorni e auto da passione, capiamo come è difficile recuperare il ritardo con l'Asia. Loro possono spendere qualsiasi cifra, ma il rapporto che un marchio come Morgan ha con il suo cliente non si può comprare. E loro non ce la faranno mai ad avere qualcosa di simile. qui che dobbiamo trovare il futuro. Ed è qui che i nostri politici devono decidere se dobbiamo morire: il mondo dell'alto di gamma europeo e italiano è vincente. Ma ci sono persone che decidono delle regole e possono decidere che devi morire. Questo è il rischio che vedo nel futuro".Nike, Converse sono marchi mondiali nel suo passato: cosa può imparare l'auto da questi brand?Grasso: " molto più facile avere successo nell'industria della moda che in quella dell'auto. Avendo un brand forte come Maserati, però, è tutto più semplice. Ci sono più similarità che differenze. Parte tutto dal consumatore e questo ci fa capire dove fare investimenti. Il consumatore va messo al centro. L'altra cosa è la competitività: in entrambi i settori la competizione è molto forte. Il terzo è un discorso di brand management: ora anche l'automotive parte dal marchio. Il prodotto deve essere eccellente nel proprio segmento, superiore alle aspettative del cliente. L'attenzione deve essere maniacale nella scelta del segmento in cui si vuole competere. Bisogna poi sviluppare un legame emotivo tra il marchio e il consumatore. La complessità è dunque estremamente elevata: sulla società e sulle infrastrutture l'automotive ha un impatto immensamente più grande rispetto a quello della moda". Qual è il segreto del Made in Italy?Grasso: "Secondo me è il segreto di Pulcinella. Quello che non si può comprare è la storia. Il lusso non è altro che chiamare la qualità con un altro nome. Il lusso è nel design degli arredamenti, nell'hospitalty, nel cibo. E non c'è lusso se non c'è una tradizione di continuità. E questo forse è l'unico settore in cui l'Europa ha un vantaggio competitivo. Cinesi e americani non hanno la nostra storia e la possono comprare solo da noi. La qualità dell'Italia è lo stile di vita, naturale: cibo, cultura rendono lo stile italiano inimitabile".A tal proposito, Bonomi ha aggiunto da poco una partecipazione a Eataly: che differenza c'è tra il lusso italiano e quello di altri Paesi, come la Francia?Bonomi: "I nostri uomini politici devono proteggere l'automobile partendo dal concetto di libertà. Perché se perdiamo l'automobile, perdiamo un pezzo per cui siamo conosciuti nel mondo. Se tu togli la libertà di fare un'esperienza con un'auto togli una parte della nostra cultura. L'approccio italiano è vincente se applicato nel modo giusto: il nostro modo di vivere è vincente".Da cosa ci dobbiamo difendere e quali strumenti politici non abbiamo?Grasso: "Dobbiamo essere più sicuri dell'appetibilità del nostro Paese, di quanto siamo affascinanti e di quante capacità abbiamo. Siamo un Paese di esploratori e l'innovazione è un linguaggio a noi familiare. Non solo nell'automotive, ma in generale".

Quattroruote Next - "2035, la ragione ha vinto sull'ideologia"

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Matteo Salvini ha colto l'occasione del nostro forum sul futuro dell'auto, Quattroruote Next, per ribadire la sua netta contrarietà alle decisioni prese dall'Europa: "L'auto elettrica è pura ideologia, un suicidio economico, industriale, sociale e perfino ambientale", ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Intervistato dal nostro direttore, Gian Luca Pellegrini, Salvini ha però evidenziato come molte cose siano cambiate negli ultimi mesi, portando la "ragione a vincere sull'ideologia": è il caso di alcuni temi rilevanti per il futuro dell'industria europea delle quattro ruote, in primis gli e-fuel, richiesti a gran voce dalla Germania e infine inseriti in una deroga all'ormai famoso bando delle auto endotermiche.  C'è spazio per cambiare le cose. Salvini ha ricordato che "nel 2026 si farà un punto" sullo stop alla vendite di nuove auto a benzina e diesel nel 2035, ma "con una nuova commissione" e non con un organo che "sembra voler complicare la vita ad aziende che stanno già investendo sull'elettrico" e non hanno bisogno di ulteriori ostacoli come l'Euro 7: "Bisogna capire che il 'tutto elettrico' significa fare una scelta che ci pone in una posizione di subalternità" rispetto ad altri Paesi, ha sottolineato Salvini. In ogni caso, per il ministro il governo Meloni si è ritrovato con numerosi dossier e ora sta cercando di recuperare il tempo perso: "Ciò che abbiano fatto negli ultimi undici mesi, l'abbiamo fatto ascoltando chi di dovere. Sull'auto, io personalmente ho fatto più di un incontro con sindacati, imprenditori, associazioni di settore e media. A tal proposito voglio ringraziare Quattroruote per il lavoro preciso e obiettivo sul tema della transizione".   Scelte pro-Cina e... il Qatargate. Tornando sul bando delle endotermiche, Salvini ha fatto anche un parallelo con il Qatargate: "Nessuno mi toglie il dubbio che la decisione dell'Europa sia folle, anti-economica, anti-industriale e anti-ambientale e che sia stata presa per arroganza, ignoranza o per convenienza perché mi sembra chiaro che avvantaggi la Cina e il suo sistema industriale". Zero dubbi sulla necessità di procedere lungo la strada della decarbonizzazione, ma il ministro ritiene che serva un cambio di approccio a Bruxelles, per evitare "alcuni eccessi: gli ultimi sviluppi hanno aperto un varco nelle certezze granitiche della Commissione", ha notato Salvini. "Noi stiamo cercando di sfruttare questo varco, questa apertura non ideologica". Sì al nucelare. Una delle vie prospettate da Salvini è quella delle rinnovabili: "Fanno parte del futuro, ma è una pia illusione pensare di abbandonare le fonti fossili". Ecco perché serve il nucleare: "Mentre stiamo parlando sono in funzione 100 reattori, dire di no all'energia atomica sarebbe solo ideologico", ha spiegato il ministro, ribadendo l'idea di una centrale a Milano: "Perchè no se è sicuro?", si è chiesto il leader della Lega, che poi ha scherzato alla domanda se l'idea sia stata già presentata al sindaco Giuseppe Sala: "Sì, tra una pista ciclabile e l'altra". Serve un piano per la mobilità. Proprio le piste per le biciclette sono state oggetto di critiche da parte del ministro: Salvini ha citato il caso di corso Monforte e sottolineato l'aumento degli incidenti di pedoni e ciclisti; a suo avviso, "la principale causa non è la velocità, bensì la distrazione al volante o l'uso dei telefonini". In tal quadro, si inseriscono le apposite misure del nuovo Codice della Strada ("Urgente che entri in vigore"), ma soprattutto l'invito a usare "buonsenso" nello sviluppo di piani precisi per aiutare la mobilità sostenibile. A partire da piste ciclabili "sicure sia per i ciclisti, sia per gli automobilisti".  Basta guerra all'auto. Per Salvini, una cosa è certa: la mobilità leggera è sì da promuovere, ma senza fare la guerra all'auto. "Non mi iscrivo al partito dell'auto. Vanno bene le bici o i monopattini, ma senza tartassare i proprietari delle quattro ruote". E questo vale anche per il Green Deal: "La sostenibilità ha un costo e quindi va accompagnata. Abbiamo bisogno di tempo per affiancare il settore dell'auto con gradualità verso il futuro. Il solo elettrico non rappresenta una soluzione, né economica, né ambientale". L'ultimo passaggio riguarda le infrastutture e in particolare il Ponte sullo Stretto, per cui il ministro ribadisce il suo obiettivo: "Stiamo lavorando per posare la prima pietra nell'estate del 2024". 

Quattroruote Next - "Cè un divario tra le decisioni di Bruxelles e la realtà del mercato"

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Resilienza e competitività sono tra le parole chiave dell'automotive italiano. Una galassia fatta di piccole, medie e grandi imprese per le quali la transizione è una sfida che apre nuove prospettive. Laura Confalonieri, vicedirettore di Quattroruote, ne ha parlato con due Cavalieri del Lavoro al vertice di imprese familiari diventate multinazionali: Ali Reza Arabnia, presidente e ceo di Gecofin, e Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo della Pirelli. Proprio quest'ultimo ha esordito con una critica alla politica europea: "Questa sfida va affrontata senza far prevalere atteggiamenti ideologici, ma utilizzando al meglio le tecnologie esistenti. C'è un gap tra le decisioni di Bruxelles e la realtà del mercato". E questo sarà uno dei problemi che l'Unuone Europea dovrà risolvere per non condannare un intero settore.Il cambio di paradigma che l'industria sta vivendo impone ad alcuni di evolversi e ai fornitori di essere più sostenibili. Come possono essere compatibili queste esigenze?Ali Reza Arabnia: "Abbiamo pensato a questa questione nel 2005, abbiamo fatto un progetto strategico per il 2020 per migliorare la verniciatura, i cui reparti sono i più inquinanti del settore. Il nostro era un piano estremamente ambizioso, ma l'abbiamo fatto per proporre qualcosa in quegli anni era un unicum per il settore: risparmiare energia per ridurre i costi di produzione. Le case automobilistiche europee, però, non sono mai le prime a voler utilizzare una tecnologia innovativa. Le stesse case cinesi, invece, fanno impianti a bassissimo costo per il mercato locale, ma quando vogliono creare modelli per l'Europa fanno investimenti importantissimi, a livello di quelli che si c'erano in passato in Europa. Se ogni due anni mostri quello che stai facendo, man mano anche i produttori classici iniziano a interessarsi alle nuove tecnologie che consentono di ridurre l'impatto ecologico. Oggi tutto questo è moda, con i clienti che ci chiedono di vedere queste soluzioni e di averle per loro".Serve una strategia comune per affrontare i nuovi competitor: quale può essere?Marco Tronchetti Provera: "Adesso hanno creato questo nuovo ruolo per Mario Draghi per la competitività dell'Europa. Non abbiamo materie prime e capacità produttive a livello tecnologico per competere con Cina e Stati Uniti. necessario che cambino gli approcci nella ricerca delle materie prime. L'Europa sembra andare verso un percorso di localizzazione, ma così non si va lontano. Vediamo se cambia qualcosa".Ali Reza Arabnia: "Voi italiani siete maestri nel criticare voi stessi. Ma chiedetevi: come fa un Paese con una burocrazia assurda, una politica che è quella che è, un sistema giudiziario che premia i furbi... ecco, come fa l'Italia a essere ancora oggi uno dei Paesi più importanti al mondo a livello industriale? L'anno scorso ho comprato un'azienda tedesca: con tutto il rispetto per gli stranieri, un italiano produce tre, quattro volte più di un giapponese e 4,6 volte più di un tedesco La capacità creativa che c'è in questo Paese e tutti i suoi problemi creano delle persone che sanno affrontare il mondo in un modo diverso da quello di chiunque altro. Dobbiamo vedere le risorse che abbiamo e la risorsa più importante d'Italia è la gente. E teniamo due bacini fermi, i giovani e le donne: come possiamo motivarli e lavorare su questo, invece di continuare a lamentarci? Abbiamo delle opportunità incredibili a livello industriale: dobbiamo essere coraggiosi come siamo sempre stati".Il reshoring può essere ancora una soluzione di competitività?Marco Tronchetti Provera: "Il reshoring non è tanto un tema italiano, ma più americano. Hanno posto dazi a certe produzioni come Cina e Russia che sono sotto vincoli sanzionatori. Siamo andati in giro a vendere un prodotto italiano che produciamo localmente e questo è uno dei motivi del successo nostro e di altri imprenditori italiani. Dobbiamo incentivare la ricerca, le università italiane sono ottime, abbiamo intelligenze che nel mondo sono leader: dobbiamo lavorare sullo sviluppo della ricerca. Se a un italiano dai un incentivo a far bene, lui fa bene. Se un italiano ci crede, lavora anche il sabato e la domenica. Un tedesco o un americano no, già il venerdì iniziano a essere nervosi".I policy maker stanno creando incertezza anche per la supply chain. Quanto pesa questo per chi deve programmare investimenti con largo anticipo?Ali Reza Arabnia: "Ha detto bene Luca de Meo, sul 2035 non possiamo fermarci. Non penso che 5-600 miliardi di investimenti dell'industria dell'auto nella trasformazione energetica possano diventare uno scherzo. Ho avuto la fortuna di coordinare i Cavalieri del Lavoro che operano nell'automotive e siamo tutti favorevoli alla decarbonizzazione, ma la domanda che ci facciamo è: stanno facendo qualcosa sulle infrastrutture di produzione dell'elettricità? Riusciamo con l'energia rinnovabile a ad avere la capacità necessaria per alimentare le auto elettriche? Le aziende stanno lavorando sulla transizione, ma non so chi fa le leggi quanto ci stia lavorando".

Quattroruote Next - Bosch: "L'auto sarà uno smartphone su ruote" - VIDEO

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Se è vero che l'auto elettrica sarà il futuro, è ancora più vero che l'apporto della tecnologia avrà, nei prossimi anni, un ruolo di assoluto rilievo. La partita, dunque, non si giocherà solo sulla sostenibilità, ma anche su quei sistemi che renderanno la mobilità su quattro ruote sempre più sicura e hi-tech. Un tema che Bosch ha sviluppato a Quattroruote Next, il forum organizzato da Quattroruote sul futuro del settore automotive. Secondo la multinazionale tedesca, l'auto "sarà sempre più simile a uno smartphone su quattro ruote", dotata di motori puliti e in grado di offrire un ampio ventaglio di servizi attraverso il software: qui sopra potete guardare la nostra intervista a Gabriele Aimone Cat, Media Relations Manager di Bosch, al quale abbiamo chiesto di descrivere le vetture del futuro.

Quattroruote Next - Guida attenta e consapevole: ecco quanto si risparmia (in soldi e CO2) - VIDEO

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Uno stile di guida aggressivo non è solo pericoloso, ma anche più inquinante e costoso. Lo ribadisce uno studio condotto dal Politecnico di Milano in collaborazione con Generali Jeniot, illustrato oggi all'evento Quattroruote Next da Alberto Busetto, ceo della divisione specializzata in soluzioni tecnologiche del gruppo assicurativo Generali. Fino a 160 euro nel salvadanaio. L'osservatorio, basato sui dati del portafoglio clienti della compagnia, dimostra come un'attitudine alla guida più attenta e consapevole impatti, oltre che sulla sicurezza, sia sull'ambiente sia sul portafoglio dell'automobilista. In particolare, si evince che, a parità di chilometri percorsi, un guidatore "evoluto" in media emette circa il 6,5% di CO2 in meno rispetto ad un temerario, generando un risparmio di carburante (dai 30 agli 80 litri) che consente di ridurre i costi da 50 fino a 160 euro all'anno. L'incidenza ovviamente è differente in base alla categoria dell'auto, alla tipologia di alimentazione e al contesto di guida. Su una Fiat 500 a benzina, per esempio, il risparmio annuo di carburante può superare i 60 litri annui, con un taglio di oltre 100 euro in questa specifica voce di spesa; una BMW Serie 3 318i raggiunge invece gli 88 litri (-155 euro), mentre un'Audi A4 diesel può arrivare ad abbassare i consumi di circa 51 litri e i costi di quasi 90 euro. In percentuale, la riduzione dei consumi di carburante (o energia) e le relative emissioni varia da 0,6% in autostrada fino a un massimo di oltre il 10% in città, se si guida virtuosamente.Rischio sinistri ridotto di un terzo. Ancora più importanti sono i risvolti sulla sicurezza. Dallo studio, infatti, emerge che la probabilità di avere incidenti si abbassa del 32%, e del 33% quella di essere coinvolti in sinistri con lesioni. Giusto per inquadrare il contesto, in Italia - sottolinea Generali - nel 2022 si sono registrati oltre 160 mila incidenti, la maggior parte dei quali dovuti alla distrazione. Da tempo, le compagnie assicurative incentivano l'adozione di un comportamento corretto al volante attraverso soluzioni che consentono di ridurre l'importo del premio della polizza. Ne sono un esempio la scatola nera o la formula pay how you drive, in base alla quale alcuni dati relativi alla guida vengono trasmessi all'assicuratore che, su questi, valuta lo sconto. Per il 2022, Generali Italia ha calcolato che il miglioramento dello stile di guida sul proprio portafoglio clienti ha prodotto una riduzione di emissioni annue pari a 2.300 tonnellate di CO2. Di oltre 730 mila litri il taglio sul carburante, con un risparmio per gli assicurati di quasi 1,3 milioni di euro.

Quattroruote Next - Un forum per il futuro della mobilità

9 Ottobre 2026 ore 14:55
La mobilità sostenibile, ma anche il futuro (altrettanto sostenibile) della mobilità stessa, sono i temi al centro di Quattroruote Next, in programma il 12 ottobre prossimo agli IBM Studios di piazza Gae Aulenti, a Milano. Il nuovo evento, ideato e organizzato da Quattroruote, nasce per condividere con gli stakeholder dell'automotive le premesse per una transizione, confrontandosi apertamente su opportunità, impegni e soluzioni in questa fase di profondo cambiamento del settore. Il forum vedrà il contributo di figure di spicco della filiera e delle istituzioni, a partire da Luca De Meo, ceo del gruppo Renault e presidente dell'Acea, e Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Il gotha dell'auto in platea. Sul palco di Quattroruote Next, si alterneranno manager e amministratori delegati di importanti aziende che operano nel comparto, le cui visioni alimenteranno un fitto dibattito sugli scenari futuri del settore: una discussione che Quattroruote intende incanalare in modo costruttivo, dando voce a tutti gli attori della filiera. La platea della manifestazione, infatti, vedrà presenti i vertici delle case automobilistiche, dei fornitori e delle aziende di servizi, oltre a una componente politica costituita dai rappresentanti delle associazioni di categoria e delle istituzioni. L'inizio delle operazioni è fissato per le ore 9.30 con l'introduzione del direttore di Quattroruote e Ruoteclassiche, Gian Luca Pellegrini. Nella prima parte della mattinata, poi, ci sarà spazio per un contributo del numero uno della Renault, Luca De Meo, e per  il report Come le case automobilistiche affronteranno il loro destino scritto, a cura della società di consulenza Bain & Company e illustrato da Gianluca Di Loreto. Si parlerà anche di lusso in un talk con Andrea Bonomi, ceo di Investindustrial, e Davide Grasso, ceo di Maserati. L'intervista a Salvini e gli altri appuntamenti. A partire dalle ore 11, il confronto continuerà con la presentazione, a opera del ceo di Generali Jeniot, Alberto Busetto, di uno studio del Politecnico di Milano sulla sicurezza stradale e la sostenibilità, seguita dall'intervento del ceo di Editoriale Domus, Sofia Bordone. Nel prosieguo, dopo un dibattito focalizzato sulla catena delle forniture animato dal presidente e ceo di Gecofin, Ali Reza Arabnia, e da Marco Tronchetti Provera, Executive Vice President di Pirelli, sarà la volta della seconda intervista di giornata: quella al ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Si passerà così all'ultima tranche dell'evento, avviata dal Tech talk, a cui prenderanno parte Edoardo Merli, Executive Vice President di STMicroelectronics, e Christian Richter, direttore Global Automotive di Google, prima di dare spazio al report dal titolo tempo di andare oltre il green, introdotto da Giuliano Maddalena, ceo di Sistema Consorzi SAFE. Chiuderà la kermesse l'intervento di Giovanna Mazzocchi Bordone, presidente di Editoriale Domus, previsto intorno alle 13.30.

Quattroruote Next - "Le tecnologie per il riciclo delle batterie vanno sviluppate: l'Italia corre" - VIDEO

9 Ottobre 2026 ore 14:55
L'elettrico è il futuro dell'auto, ma non mancano problemi da affrontare, a partire dalla necessità di migliorare le tecnologie per il riciclo delle batterie. Anche questo tema è stato affrontato durante il Quattruote Next e a parlarne è stato Giuliano Maddalena, amministratore delegato del sistema di consorzi Safe (Ecoped, Ridomus, Ecopower e Pneulife). Secondo il top manager, le tecnologie in questione siano ancora tutte da sviluppare, ma l'Italia "sta cercando di correre" come dimostra l'imminente apertura di un impianto pilota da parte della Midac.   Risorsa scarsa. Maddalena, nel suo discorso al nostro forum, ha evidenziato la necessità di migliorare e intensificare il riciclo delle batterie, delineando un quadro di probabili tensioni nel campo delle materie prime in scia "al sensibile aumento della domanda": quest'ultima è legata all'elettrificazione non solo dell'auto, ma anche a quella di diversi altri comparti produttivi. Alcune materie prime, come il litio, sono abbondanti in natura e vengono estratte in diversi Paesi del mondo, ma sta pian piano sta emergendo un problema: la loro lavorazione è concentrata in poche aree, soprattutto in Cina. Inoltre le varie materie prime, prese singolarmente, sono tutte riciclabili, ma se vengono combinate tra loro o con altri materiali, il "riciclo non è immediato, anzi diventa difficile". Questo vale per l'auto termica. Per l'elettrica, la situazione rischia di diventare ancor "più complicata" perché l'attuale ecosistema del riciclo non ha competenze e tecnologie per affrontare i problemi legati alle Bev. Per esempio, la "tecnologia per il riciclo delle batterie al litio è tutta da sviluppare".  il caso dell'impianto pilota che sarà aperto l'anno prossimo dalla Midac. Per Maddalena sarà "avveniristico, avrà processi innovativi e consentirà livelli di riciclo superiori al 70%".   Non si torna indietro. In ogni caso, secondo il numero uno del consorzio Safe, "bisogna correre e l'Italia sta cercando di farlo". Anche perché, come dicono ormai tutti, "non si può tornare indietro" sulla strada dell'elettrificazione. Due, però, sono i problemi da affrontare nell'immediato. Innanzitutto, il costo elevato: riciclare batterie al litio costa 3 mila euro alla tonnellata. Pertanto, per Maddalena, "bisogna stare attenti a evitare che si trasformino in rifiuti perché le spese elevate fanno sparire i rifiuti", come avvenuto nella Terra dei fuochi. Poi c'è il tema della sicurezza dei trasporti. Ma di certo la "strada non si ferma. E bisogna percorrerla".

Quattroruote Next - Una fusione Brembo-Pirelli? "Bello, ma nulla di concreto"

9 Ottobre 2026 ore 14:55
Al forum Quattroruote Next hanno partecipato molti imprenditori dell'automotive e tra questi spicca la presenza delle prime due aziende di componentistica italiane, la Brembo e la Pirelli. L'evento è stato anche l'occasione per tornare su un dossier che circola spesso negli ambienti finanziari, ossia le nozze tra le due società e la contestuale creazione di un colosso della filiera con oltre 10 miliardi di euro di ricavi. A scanso di equivoci, sul tavolo non c'è ancora nulla di concreto, ma l'idea di un matrimonio non è peregrina. Per capire bastano le dichiarazioni di Alberto Bombassei, fondatore e presidente emerito del produttore bergamasco di freni, e Marco Tronchetti Provera, numero uno della multinazionale della Bicocca. Bel matrimonio. "Sarebbe una bella cosa, ma al momento non c'è nulla di serio", ha replicato Bombassei alle domande dei cronisti sulle possibili nozze. "Personalmente, sono amico di Tronchetti Provera e sono stato nel cda di Pirelli. Ho una grande ammirazione per questa azienda. In questo momento i nostri sono due settori che si contattano perché vicini nel business: freni e pneumatici. A questo si aggiunge il fatto che i nostri business valgono anche per l'elettrico", ha concluso l'imprenditore bergamasco. Dello stesso tono le dichiarazioni della controparte: "Bombassei è un amico e la sua è una bellissima azienda italiana. Ma, come ha detto lui stesso, al momento non c'è niente", ha argomentato Tronchetti Provera. "Chiaramente guardiamo a tutto il mondo, cercando di trovare percorsi in cui si crea valore insieme, ma al momento non c'è nulla". Dunque, il dossier non è (ancora) aperto, ma le riflessioni in merito non mancano e sono di altissima caratura.

Sempre più auto, stessa rete: l'Italia viaggia, le autostrade restano indietro

9 Ottobre 2026 ore 14:32
Se, negli ultimi cinquant'anni, la rete autostradale (Aiscat) è cresciuta del 32% mentre il traffico che la impegna è salito del 309%, è evidente che qualcosa non torna. I numeri dell'associazione delle concessionarie di autostrade e trafori fotografano una realtà complessa (e largamente inadeguata) che imporrebbe decisioni chiare e rapide.Dal 1975 la rete autostradale italiana (almeno quella gestita dalle concessionarie iscritte all'Aiscat, 23 sulle 27 totali, tra cui Autostrade per l'Italia) è cresciuta del 32%, mentre il traffico veicolare che su quelle strade insiste è aumentato del 309%. Lo ha ricordato Alessandro Musmeci, responsabile area tecnica dell'associazione, al convegno Gli Stati generali delle costruzioni stradali: il punto di svolta di un settore chiave, durante la giornata inaugurale di Asphaltica 2026, la fiera di settore in corso dal 7 al 10 ottobre al padiglione 37 della Fiera di Bologna.Una sproporzione, quella messa in luce da Musmeci, che rende particolarmente acuto il tema dell'adeguamento della rete ad alta velocità italiana, tra le più precoci al mondo (la Milano-Laghi risale all'inizio degli anni Venti del secolo scorso) e tra le più avanzate (l'Autostrada del Sole, che ha festeggiato i 60 anni due anni fa, colpì i contemporanei per l'arditezza e la tecnica costruttiva dei suoi manufatti), ma oggi bisognosa di ammodernamento, manutenzione straordinaria e completamento di opere che da troppo tempo giacciono sulla carta. Ricavi sì, ma anche tanti investimenti Ciò non significa che negli ultimi anni nulla sia stato fatto. Non ci sono soltanto i 6,3 miliardi di euro di ricavi dai pedaggi, raccolti nel 2025. Le autostrade (intese qui come enti gestori, ndr) sono quasi sempre viste come gabellieri, brutti e cattivi, ma val la pena ricordare - sottolinea ancora l'ingegnere dell'Aiscat - anche qualche altro numero: nel periodo 2008-2025 gli investimenti complessivi ammontano a quasi 33 miliardi di euro, 14,9 miliardi sono andati nella manutenzione ordinaria, mentre gli investimenti programmati (dal 2024) ammontano a circa 50 miliardi, anche se, lo ricordiamo, abbiamo piani finanziari che dal 2018 sono bloccati. Il nodo delle concessioni Logico che le società di gestione vadano a battere lì, dove il dente duole, e cioè sullo spinoso tema delle concessioni autostradali, che loro vorrebbero più lunghe possibile per rendere l'investimento più remunerativo e che il governo, in ossequio all'orientamento dell'Europa verso una maggiore concorrenza, vorrebbe comprimere nella durata.Ne ha parlato anche Carlo Vaghi, presidente di Autostrade dello Stato, società in-house del Mit nata nel 2024 con fondi interamente nelle mani del Mef, il ministero dell'Economia e delle Finanze, per gestire le autostrade statali a pedaggio, che ha rilevato dall'Anas le partecipazioni nelle società Asti-Cuneo, Cav (Concessioni autostrade venete), Traforo del Fréjus e Traforo del Monte Bianco. Un equilibrio delicato Ci vogliono chiarezza e certezze, sostiene Vaghi. Se c'è una legge che dice che le concessioni vengono affidate mediante gara o in-house, ci siano le gare o l'in-house, con decisioni chiare e auspicabilmente non bloccate in sede nazionale o europea. E bisogna trovare un equilibrio virtuoso tra le esigenze degli operatori e quelle del pubblico: condizioni di redditività legittima dell'investimento, in termini di valore di subentro e di una dinamica di pedaggi che non sia vessatoria per gli utenti ma che, allo stesso tempo, non faccia scappare i possibili investitori. Serve una concessione che abbia una durata legata, per esempio, alla vita utile dei manufatti e, quando parliamo di ponti, viadotti e gallerie, questa si misura sui decenni.

Eni riporta il diesel a 2,19 euro: cresce la pressione sulla concorrenza

9 Ottobre 2026 ore 14:07
La notizia del giorno è che Eni taglia di due centesimi il prezzo consigliato del diesel, portandolo a 2,19 euro al litro nonostante il forte balzo delle quotazioni internazionali del petrolio. Staffetta Quotidiana evidenzia la mossa della compagnia: un portavoce del Cane a sei zampe ha precisato che si tratta di "politiche commerciali" e che il tetto massimo resta fissato a 2,25 euro. L'effetto collaterale, come evidenzia la testata specializzata, è che per i concorrenti si fa sempre più difficile tenere il passo di Eni: sommando la quotazione Cif Med del gasolio, l'accisa e l'Iva si ottiene un valore di 2,197 euro, ossia sette millesimi sopra il prezzo consigliato Eni, margine che teoricamente dovrebbe coprire tutti i costi e i guadagni della distribuzione. I prezzi dei carburanti oggi In self lungo la rete stradale nazionale, la benzina è a 2,035 euro al litro (-2 millesimi), il diesel a 2,258 euro (-3), il GPL a 0,768 euro (invariato) e il metano a 1,916 euro/kg (+2). Sulla rete autostradale si registrano invece 2,046 euro per la benzina (-2), 2,281 euro per il gasolio (-6), 0,893 euro per il GPL (-1) e 1,864 euro/kg per il metano (+26). I prezzi dei carburanti ieri Considerando tutti i punti vendita che comunicano i prezzi al ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla rete stradale, queste sono le medie self elaborate da Staffetta: benzina a 2,026 euro/litro (compagnie 2,006, pompe bianche 2,093), diesel a 2,256 euro/litro (2,251 e 2,277).Nel servito, la benzina si attesta a 2,165 euro/litro (2,182 e 2,134), il diesel a 2,386 euro/litro (2,417 e 2,318), il GPL a 0,763 euro/litro (0,767 e 0,762), il metano a 1,917 euro/kg (1,910 e 1,897) e il GNL a 1,919 euro/kg (1,922 e 1,913).Ecco infine i prezzi medi self dei principali marchi per la benzina: Eni 1,991 euro/litro (2,206 nel servito), IP 2,021 (2,198), Q8 1,993 (2,137), Tamoil 2,026 (2,075). Per il gasolio: Eni 2,226 euro/litro (2,443 nel servito), IP 2,269 (2,419), Q8 2,252 (2,400), Tamoil 2,267 (2,316).

Filosa: "Stellantis ha marchi iconici, la sfida ora è la guida autonoma"

9 Ottobre 2026 ore 14:03
I marchi continueranno ad avere un ruolo centrale nel futuro dell'industria automobilistica, insieme all'innovazione tecnologica e all'esperienza del cliente": lo ha affermato Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, durante una tavola rotonda alla conferenza Wave alle Ogr di Torino."Il futuro sarà più centrato su ciò che il consumatore desidera e sarà basato sulla connessione intima tra i consumatori e i brand. Il rapporto tra un marchio automobilistico e i suoi clienti può diventare molto più diretto e personale", ha proseguito Filosa, sottolineando come il domani delle quattro ruote "sarà basato sulla connessione intima tra i consumatori e i brand. Noi in Stellantis siamo fortunati perché abbiamo molti marchi iconici". Tuttavia, "la connessione intima dei clienti con Maserati sarà diversa da quella con Fiat".In ogni caso, "la componente del marchio nel futuro dell'automotive conta molto", ha aggiunto, sottolineando quanto importante sia ancora l'esperienza del cliente, ossia la capacità di rispondere alle esigenze di chi utilizza l'automobile. "Con la guida autonoma renderemo la vita più semplice" La conferenza ha tra i suoi argomenti principali le nuove tecnologie. "Il settore automobilistico deve stare al passo con lo sviluppo tecnologico", ha sottolineato Filosa. "Le tecnologie che stiamo osservando molto da vicino sono la guida autonoma e l'evoluzione dell'architettura informatica per abilitare molteplici funzioni"."Nel settore ci sono molte opinioni diverse su ciò che l'intelligenza artificiale e la guida autonoma possono offrire. Di sicuro, renderemo la vita dei nostri clienti molto, molto migliore e molto, molto più sicura. Se si considerano gli ultimi 20 anni, le case automobilistiche hanno investito massicciamente nella tecnologia, al punto che a volte i clienti si sentono un po' sopraffatti da specifiche eccessive", ha proseguito l'ad di Stellantis."Ora la situazione è leggermente diversa: si tratta di utilizzare ciò che abbiamo a disposizione; è l'occasione migliore, grazie all'intelligenza artificiale e a partner affidabili, per sviluppare esattamente ciò che il cliente desidera. E la guida autonoma, senza dubbio, è la tendenza in maggiore crescita e con il ritmo di crescita più rapido che stiamo osservando".Il settore automobilistico "sta cambiando molto e la cosa fondamentale è mettere al centro il cliente e noi pensiamo che la guida autonoma sia una di quelle tecnologie che possono rendere la vita del cliente molto più semplice", ha aggiunto Filosa, che non ha mancato di evidenziare gli obiettivi di una recente partnership avviata lo scorso maggio per integrare il software di intelligenza artificiale di Wayve nella piattaforma STLA AutoDrive: conquistare nuovi clienti, ridurre i costi della tecnologia attraverso le economie di scala e sviluppare nuove fonti di ricavo. "Per l'auto è l'IA il motore del cambiamento" Alex Kendall, Ceo e fondatore di Wayve, ha quindi ricordato l'obiettivo delle due aziende di lanciare i primi sistemi di guida autonoma negli Stati Uniti durante il 2028.Stellantis e Wayve "hanno ottenuto risultati importanti in appena cinque mesi" di collaborazione, ha quindi raccontato Filosa. "Le basi della collaborazione sono state definite durante un incontro a San Francisco, dove in mezz'ora abbiamo deciso un paio di parametri della nostra collaborazione", ha raccontato l'ad, ricordando che poi "Wayve ha aperto un ufficio a Detroit, accanto al centro tecnico di Stellantis. Si tratta di una collaborazione pratica, con una forte complementarità delle competenze". Centrale nella collaborazione è la capacità dei partner tecnologici di accelerare lo sviluppo: "La parte più sfidante è sulle tempistiche. Siamo riusciti a realizzare così tanto in soli cinque mesi".Detto questo, è però l'intelligenza artificiale la tecnologia che può generare le maggiori opportunità nel breve termine. Per Filosa, l'IA "è arrivata in azienda per renderla più snella, efficace ed efficiente, per abbreviare, ad esempio, i tempi di sviluppo dei prodotti. Oggi operiamo su cicli di 24 mesi", ma i tempi si potranno accorciare. "Non so come l'IA trasformerà la nostra azienda e l'industria stessa da qui a 20 anni, ma sono certo del fatto che sarà il principale motore del cambiamento dell'industria automobilistica, con un impatto sull'efficienza delle aziende e sui tempi di sviluppo dei nuovi modelli".

Lancia Gamma, ibrida o elettrica: come vanno e quanto costano le versioni di lancio - VIDEO

9 Ottobre 2026 ore 12:05
Oltre ai rally, lo straordinario retaggio della Lancia poggia anche su berline di rappresentanza: senza andare troppo indietro nel tempo, sono sicuro che ricorderete macchine come la Flaminia, la Thema, la K e la Thesis. Fra queste, ha il diritto di entrare anche la nuova Gamma, che raccoglie idealmente il testimone dal modello nato nel 1976. Con premesse piuttosto diverse: allora, la Casa di Chivasso era entrata da pochi anni nell'orbita della Fiat, oggi fa parte del gruppo Stellantis. Ho guidato la Gamma ibrida, la variante elettrica e adesso vi dico cosa c'è da sapere. Rispondo subito a chi si sta chiedendo se ci sarà una versione plug-in: no, una Gamma ibrida con la spina non è prevista, però è prevista una versione ibrida full con un motore elettrico più potente. Lancia Gamma: com'è fatta Costruita sulla piattaforma STLA Medium, la Lancia Gamma è lunga 4,67 metri da un paraurti all'altro, è alta 1,66 e larga 1,89 metri. Sull'estetica è stato detto tutto e ognuno, credo, s'è fatto la sua opinione. Una cosa, forse, val la pena di sottolinearla: pur dovendo fare i conti con l'inevitabile condivisione di componenti con il resto della produzione del gruppo, non si può negare che alla Lancia si siano sforzati per aggiungere qualcosa di personale alla ricetta. Non soltanto nelle citazioni stilistiche che ammiccano al passato della Casa di Chivasso, come la veneziana della Beta HPE (o della stessa Gamma prima serie) che si legge nel motivo sulla parte bassa del lunotto.Per esempio, i pannelli porta (anche quelli posteriori) hanno un rivestimento morbido; tutti i vani portaoggetti - ad eccezione di quello sotto il tunnel centrale - prevedono un fondo antirumore (gli scomparti nelle portiere, non granché ampi, vantano una moquette piuttosto spessa) e di consistente moquette sono pure i tappetini. Originale e funzionale insieme il meccanismo di apertura e regolazione del flusso delle bocchette laterali, mentre il clima automatico, con funzione di filtraggio dell'aria, può essere a tre zone. I sedili anteriori si regolano manualmente (lo schienale con la manopola) però si possono aggiustare elettricamente supporto lombare e inclinazione della seduta. Meno riusciti i comandi al volante in un sol pezzo, che vanno un po' assimilati prima di poter andare a colpo sicuro. Software conosciuto per l'infotainment da 16", mentre l'assistente vocale Sala Hub, basato su ChatGPT, comprende il linguaggio naturale. Un bagagliaio da 560 litri Il passo, pari a 2,79 metri, offre un certo agio a chi si accomoda sul divano e, in generale, la sensazione è quella di un abitacolo spazioso. Lo stesso si può dire del vano bagagli da 560 litri, accreditato di una capacità pari a ben 560 litri. Con il plus di schienali divisi in percentuale 40/20/40, che aiutano a caricare eventuali oggetti lunghi e stretti senza perdere due posti. Tutte le versioni a trazione anteriore possono accogliere un ruotino di scorta nel doppiofondo. Come va la Gamma Hybrid da 145 CV Una delle versioni più appetibili della Lancia Gamma Hybrid sarà sicuramente la Hybrid, mossa dal noto powertrain full hybrid composto dal tre cilindri 1.2 turbobenzina (con distribuzione a catena e turbo a geometria variabile) e da un motore elettrico nel cambio a doppia frizione, per una potenza totale di 145 CV e 230 Nm di coppia. Nella pratica, non si tratta di una soluzione palesemente sottodimensionata in rapporto alla massa della Gamma (1.558 kg dichiarati); ciò detto, è naturale che una dose extra di cavalli e di Newtonmetro avrebbe fatto più che comodo. Nella marcia in salita e a pieno carico, quando si tratta di riprendere velocità dopo un rallentamento, ma anche per il lignaggio della macchina; per capirci, lo 0-100 km/h dichiarato è pari a 10,4 secondi.Più interessante l'aspetto legato al consumo, perché nel mio test - composto da città, extraurbano e autostrada, ad andatura non certo assassina - ho letto sul computer di bordo percorrenze comprese tra i 16 e i 17 km/litro: vedremo come andrà con gli strumenti del Centro prove. Lancia Gamma elettrica: scatto e confort La Lancia Gamma elettrica prevede tre varianti: due a motore singolo anteriore, da 230 e 245 cavalli, e una terza (la HF) bimotore, da 350 CV (375 di picco) e 509 Nm complessivi. L'entry level prevede una batteria da 73,7 kWh netti, con 543 km di autonomia dichiarati, mentre le altre due vantano un accumulatore da 97,2 kWh netti e un range pari, rispettivamente, a 741 e 676 km. La ricarica in CA può avvenire anche a 22 kW, mentre in CC la potenza massima è di 160 kW.Dal punto di vista puramente prestazionale, non c'è partita: la Gamma elettrica scatta con una brillantezza che l'ibrida può solo sognare. La HF aggiunge un gran bel po' di pepe alla ricetta, con tarature specifiche e una potenza di picco pari a 375 CV. Necessita di un test più approfondito per capire davvero di che pasta è fatta: per ora le sensazioni sono buone.Comunque, l'aspetto che convince di più è il confort: l'abitacolo sembra ben isolato, sia dal punto di vista dell'aerodinamica sia se si valuta la risposta delle sospensioni, anche sull'asfalto malmesso. In ogni caso, ciò non va a discapito della dinamica: se la HF è giustamente più appuntita, la vocazione delle altre versioni è appunto orientata alla morbidezza, ma il telaio vanta solide fondamenta. A tal proposito, la Hybrid prevede al posteriore uno schema a ruote interconnesse, mentre le elettriche nascondono un più raffinato multilink. Prezzi e allestimenti della nuova Lancia Gamma La Lancia non ha ancora diffuso il listino completo dell Gamma: si conoscono soltanto gli allestimenti (LS, LX e HF, HF Line soltanto per l'ibrida) e i prezzi di partenza, che trovate qui sotto.Lancia Gamma Hybrid 145 CV FWD da 39.900 euroLancia Gamma Elettrica 230 CV FWD da 45.900 euroLancia Gamma Elettrica 245 CV FWD da 51.900 euroLancia Gamma Elettrica HF 350 CV AWD da 59.900 euro

Volkswagen ID. Tiguan: la nuova elettrica si mostra in ogni dettaglio - VIDEO

9 Ottobre 2026 ore 12:04
Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato le prime impressioni al volante di un prototipo camuffato della nuova Volkswagen ID. Tiguan, in vendita nel 2027 con prezzi ipotizzabili a partire da 43.000 euro circa.Ora è venuto il momento di scoprirne ogni dettaglio, a partire ovviamente dalle sue forme e dagli interni, decisamente rivoluzionati rispetto al modello d'origine (la ID.4, che la ID. Tiguan andrà a sostituire). ID. Tiguan: più grinta rispetto alla ID.4 Lunga 462 centimetri, nove in più di una Tiguan termica (che affianca nel listino) e quattro in più di una ID.4, la ID. Tiguan ha uno stile decisamente più grintoso di quest'ultima. La matita di Tibor Juhasz (designer ungherese con un passato in FCA e in Renault) ha rimpiazzato i fari a goccia e l'andamento sinuoso della carrozzeria con forme più scolpite.L'andamento dei montanti è sempre quello (inutile negarlo), ma i nuovi lamierati danno un aspetto più deciso: guardate per esempio al frontale (incluso il cofano), alle fiancate e alla zona posteriore.Fra l'altro - per la prima volta su una elettrica della gamma ID. - ora si può scegliere anche l'allestimento R-Line (nelle foto della gallery, con carrozzeria bianca) Interni: una rivoluzione tech Moderni e curati i nuovi interni che, fra l'altro, fanno anche ampio utilizzo di materiali riciclati e riciclabili. A spiccare è soprattutto la tecnologia, con l'ampio schermo centrale da 15" dell'infotainment e quello inedito per una Volkswagen, almeno in Europa da 21 pollici dedicato al passeggero anteriore e utilizzabile anche in marcia (dal posto di guida lo schermo risulta nero, mentre per l'audio il copilota deve usare delle cuffie bluetooth). Al guidatore è riservato il cruscotto da 10 pollici, che può essere personalizzato nella grafica, anche nella modalità Retrò ispirata alla quarta generazione della Golf (attivandola cambia anche la visualizzazione del sistema multimediale). Da segnalare anche l'hi-fi da 480 watt e la doppia piastra di ricarica con supporti magnetici retroilluminati in una colorazione coordinata alle luci d'ambiente. Meccanica aggiornata Sul fronte del powertrain, vengono riprese le novità introdotte proprio sulla ID.4 la scorsa primavera, con un occhio all'efficienza, oltre che alle prestazioni.La versione a trazione integrale da 299 cavalli abbina il motore sincrono APP350 posteriore all'asincrono anteriore, mentre le ID. Tiguan a trazione posteriore sfruttano l'APP350 da 190 CV o l'APP550 da 286 cavalli: di quest'ultimo abbiamo già apprezzato le buone doti in fatto di consumi e prestazioni sull'Audi Q4 e-tron.Due le taglie di batteria, da 58 kWh netti (con chimica Lfp) e da 77 kWh netti (Nmc), anche queste già viste sulla ID.4. Tra le novità più interessanti in fatto di Adas, l'arresto automatico ai semafori rossi (se si sta utilizzando la guida assistita) e l'assistente al cambio di corsia in autostrada.

Stellantis, a Mirafiori prodotte 1 milione di trasmissioni eDCT

9 Ottobre 2026 ore 10:27
La fabbrica di Mirafiori celebra il traguardo di 1 milione di trasmissioni eDCT prodotte.L'impianto torinese del Gruppo Stellantis, al centro di un importante percorso di trasformazione, ha impiegato poco più di 2 anni per raggiungere questo obiettivo. A regime si arriverà a 600.000 unità L'eDCT è montata su numerosi modelli mild e plug-in hybrid dei marchi Peugeot, Alfa Romeo, Citroën, DS, Fiat, Jeep, Lancia e Opel con motore elettrico integrato nella trasmissione. Attualmente, la produzione della trasmissione automatica doppia frizione elettrificata impiega 850 dipendenti su 20 turni settimanali.L'impianto è in grado di assemblare fino a 600.000 unità all'anno con la struttura attuale, ma non è l'unico a produrre questo componente: oltre alla storica sede ex PSA di Metz, nel 2027, anche Termoli si aggiungerà alla lista degli stabilimenti interessati, con un potenziale di 300.000 unità annue.

NASA Demonstrates Next-Generation Heat Shield Technologies

9 Ottobre 2026 ore 18:59

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

008Q8328.NEF
A KREPE-3 capsule floats inside the Northrup Grumman Cygnus XL 24 cargo spacecraft on October 7. Inside the capsule is a 3-D printed heat shield designed by researchers at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
NASA

NASA is testing heat shields that can keep astronauts safe as they return from missions to the Moon and Mars in an unusual way: by taking out the trash.

When Northrop Grumman 24th cargo resupply mission for NASA undocked from the International Space Station, it carried a fleet of 12 small, experimental capsules designed to test the next generation of thermal protection materials that could serve as the foundation for future heat shields.

The experiment, called the Kentucky Reentry Probe Experiment (KREPE-3), is the third in a series of low-cost, high-impact missions that use the final moments of the cargo spacecraft’s lifespan to gather valuable data.

The experiment is a collaboration among the University of Kentucky, the state of Kentucky, NASA’s Established Program to Stimulate Competitive Research (EPSCoR), several NASA centers, and other federal and commercial partners.

“KREPE-3 is a great example of the goals of NASA’s EPSCoR program,” said David Berger, EPSCoR program manager at NASA’s Headquarters in Washington. “We are supporting the next generation of scientists and engineers as they develop unique projects that benefit their education and NASA’s mission goals.”

Trash to treasure

Before the mission’s Cygnus XL spacecraft departed the station, astronauts packed it with waste and activated the 12 small capsules carried inside. Designed by University of Kentucky students, the capsules include sensors that will measure temperature, pressure, motion, magnetic field, and light during re-entry. 

As the vehicle harmlessly breaks apart in Earth’s atmosphere on its planned route, the capsules will eject and begin collecting data on how each set of experimental heat shield materials performs. Satellite signals will transfer live data to researchers, offering insights into how larger heat shields could protect future cargo or crew.

“It’s a smart way to get flight data on materials that are still in development,” said Keith Peterson, a materials engineer at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley. “We’re essentially hitching a ride on a vehicle that’s already coming back to Earth.”

Close up of an Ames-produced thermal protection system (TPS) (heat shield) for the Kentucky Re-Entry Probe Experiment (KREPE) in the Sensors & TPS Advanced Research Laboratories (STAR Labs) N242.
NASA/Brandon Torres-Navarrete

Heating up innovation

The capsules will carry a variety of thermal protective components, including proven technology such as the ceramic tile material used on the space shuttle. Others will test new options, such as a 3D-printed heat shield from the Additive Manufacturing of Thermal Protective Systems project developed at NASA Johnson and Oak Ridge National Laboratory.

Researchers at NASA Ames are contributing several materials to KREPE-3, including two capsules that will fly a next-generation family of protective coverings known as Materials Engineered for Re-entry using Innovative Needling Operations (MERINO). Made from layers of carbon and phenolic fibers stitched together like felt, the materials are more flexible, faster to produce, and less expensive than traditional protective substances – making them promising candidates for Mars missions. Thanks to Mars’ thinner atmosphere, missions to land on the Red Planet involve lower heat loads and allow for lighter protection.

A third capsule will combine those protective coverings with other elements. The Kentucky Instrumented Conical Hypersonic Experiment will utilize a dual-cone shape. It combines a tungsten tip attached to a cone layered with carbon and hear-resistant plastic fibers, and an aft cone wrapped in MERINO. This unique design will validate computer models against real-world data.

Another capsule is shaped like the protective aeroshell that will protect NASA’s upcoming mission, Dragonfly, as it arrives at Saturn’s moon, Titan, and will test the dynamic stability of the design. It is covered in Phenolic Impregnated Carbon Ablator, a material developed at NASA Ames that has applications for commercial vehicles and flew on NASA’s Stardust, Mars Science Laboratory, and Mars 2020 missions.

One capsule will test a deployable heat shield called Adaptable Deployable Entry and Placement Technology, which is shaped like an umbrella to increase surface area and slow descent. At full scale, Adaptable Deployable Entry design could be folded, making it ideal for deploying payloads that are larger than the rockets that launch them into flight.

While some capsules are testing new materials to carry missions to Mars, others are testing new shapes and designs that will further research and understanding of computer modeling and sensor design — technologies that could open doors to another generation of re-entry design innovation.

Additional capsules developed by domestic and international partners will test a variety of known and new materials, including a heat flux sensor developed at the University of Stuttgart in Germany, that will help researchers measure how heat moves across a surface during re-entry.

“We’re pushing the boundaries of what heat shields can do,” said Peterson. “And we’re testing them in a way that’s fast, affordable, and incredibly effective.”

NASA Demonstrates Next-Generation Heat Shield Technologies

9 Ottobre 2026 ore 18:59

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

008Q8328.NEF
A KREPE-3 capsule floats inside the Northrup Grumman Cygnus XL 24 cargo spacecraft on October 7. Inside the capsule is a 3-D printed heat shield designed by researchers at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
NASA

NASA is testing heat shields that can keep astronauts safe as they return from missions to the Moon and Mars in an unusual way: by taking out the trash.

When Northrop Grumman 24th cargo resupply mission for NASA undocked from the International Space Station, it carried a fleet of 12 small, experimental capsules designed to test the next generation of thermal protection materials that could serve as the foundation for future heat shields.

The experiment, called the Kentucky Reentry Probe Experiment (KREPE-3), is the third in a series of low-cost, high-impact missions that use the final moments of the cargo spacecraft’s lifespan to gather valuable data.

The experiment is a collaboration among the University of Kentucky, the state of Kentucky, NASA’s Established Program to Stimulate Competitive Research (EPSCoR), several NASA centers, and other federal and commercial partners.

“KREPE-3 is a great example of the goals of NASA’s EPSCoR program,” said David Berger, EPSCoR program manager at NASA’s Headquarters in Washington. “We are supporting the next generation of scientists and engineers as they develop unique projects that benefit their education and NASA’s mission goals.”

Trash to treasure

Before the mission’s Cygnus XL spacecraft departed the station, astronauts packed it with waste and activated the 12 small capsules carried inside. Designed by University of Kentucky students, the capsules include sensors that will measure temperature, pressure, motion, magnetic field, and light during re-entry. 

As the vehicle harmlessly breaks apart in Earth’s atmosphere on its planned route, the capsules will eject and begin collecting data on how each set of experimental heat shield materials performs. Satellite signals will transfer live data to researchers, offering insights into how larger heat shields could protect future cargo or crew.

“It’s a smart way to get flight data on materials that are still in development,” said Keith Peterson, a materials engineer at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley. “We’re essentially hitching a ride on a vehicle that’s already coming back to Earth.”

Close up of an Ames-produced thermal protection system (TPS) (heat shield) for the Kentucky Re-Entry Probe Experiment (KREPE) in the Sensors & TPS Advanced Research Laboratories (STAR Labs) N242.
NASA/Brandon Torres-Navarrete

Heating up innovation

The capsules will carry a variety of thermal protective components, including proven technology such as the ceramic tile material used on the space shuttle. Others will test new options, such as a 3D-printed heat shield from the Additive Manufacturing of Thermal Protective Systems project developed at NASA Johnson and Oak Ridge National Laboratory.

Researchers at NASA Ames are contributing several materials to KREPE-3, including two capsules that will fly a next-generation family of protective coverings known as Materials Engineered for Re-entry using Innovative Needling Operations (MERINO). Made from layers of carbon and phenolic fibers stitched together like felt, the materials are more flexible, faster to produce, and less expensive than traditional protective substances – making them promising candidates for Mars missions. Thanks to Mars’ thinner atmosphere, missions to land on the Red Planet involve lower heat loads and allow for lighter protection.

A third capsule will combine those protective coverings with other elements. The Kentucky Instrumented Conical Hypersonic Experiment will utilize a dual-cone shape. It combines a tungsten tip attached to a cone layered with carbon and hear-resistant plastic fibers, and an aft cone wrapped in MERINO. This unique design will validate computer models against real-world data.

Another capsule is shaped like the protective aeroshell that will protect NASA’s upcoming mission, Dragonfly, as it arrives at Saturn’s moon, Titan, and will test the dynamic stability of the design. It is covered in Phenolic Impregnated Carbon Ablator, a material developed at NASA Ames that has applications for commercial vehicles and flew on NASA’s Stardust, Mars Science Laboratory, and Mars 2020 missions.

One capsule will test a deployable heat shield called Adaptable Deployable Entry and Placement Technology, which is shaped like an umbrella to increase surface area and slow descent. At full scale, Adaptable Deployable Entry design could be folded, making it ideal for deploying payloads that are larger than the rockets that launch them into flight.

While some capsules are testing new materials to carry missions to Mars, others are testing new shapes and designs that will further research and understanding of computer modeling and sensor design — technologies that could open doors to another generation of re-entry design innovation.

Additional capsules developed by domestic and international partners will test a variety of known and new materials, including a heat flux sensor developed at the University of Stuttgart in Germany, that will help researchers measure how heat moves across a surface during re-entry.

“We’re pushing the boundaries of what heat shields can do,” said Peterson. “And we’re testing them in a way that’s fast, affordable, and incredibly effective.”

Jodrell Bank – Un osservatorio da salvare

9 Ottobre 2026 ore 18:47

È un simbolo. Che parla dell’umano desiderio di guardare oltre il nostro pianeta per capire cosa c’è, là fuori. Il luogo di battesimo dei futuri scienziati del Regno Unito, con gli oltre venticinquemila scolari in gita scolastica che vi approdano ogni anno. Ma anche un pezzo di fantascienza in una terra verde e piacevole. Che si staglia nella luce del tramonto con una silhouette oltremodo fotogenica.

Parliamo del Jodrell Bank Observatory. O meglio, così ne parlano gli inglesi, di quest’osservatorio astronomico fondato nel 1945 nella regione del Cheshire. Protagonista assoluto della struttura è il Lovell Telescope, il radiotelescopio più grande del Regno Unito.

Sir Bernard Lovell, fondatore dell’osservatorio, interpellato al riguardo ebbe a dire: «Incontro spesso anziani ormai in pensione da tempo, i quali mi raccontano che fu la vista di Jodrell, quando erano ragazzi, a ispirarli a intraprendere una carriera scientifica».

Nel 2006, con un sondaggio indetto dal Bbc News Magazine, il telescopio Lovell si è persino aggiudicato un titolo, quello del più grande monumento non celebrato di tutta la Gran Bretagna.

Talmente non considerato che adesso l’intero osservatorio rischia di chiudere i battenti. Nel mese di luglio l’Uk Research and Innovation Agency (Ukri) ha infatti eliminato i fondi di gestione della struttura, che ammontano a 2.8 milioni di sterline all’anno. In mancanza di altri finanziamenti, il Jodrell Bank cesserà ogni operazione dal 1° aprile 2028. Ventotto posizioni lavorative presso l’osservatorio potrebbero essere cancellate. Certamente intaccate risulterebbero anche le ricerche dei quasi tremila astronomi che in tutto il mondo utilizzano i dati dell’osservatorio. Gli effetti della chiusura si propagherebbero ben oltre i confini del regno, insomma.

L’iconico radiotelescopio Lovell al Jodrell Bank Observatory. Con i suoi 76 metri di diametro è il più grande radiotelescopio del Regno Unito e il secondo più grande d’Europa. Crediti: T. O’ Brien

L’opinione pubblica britannica non l’ha presa bene. Persino le rockstar sono scese in campo, vedi Brian May e il chitarrista degli Smiths Johnny Marr che, assieme ad altre celebrità del mondo anglosassone, hanno scritto una lettera per scongiurare una decisione «folle» e chiedere al governo «di trovare immediatamente un finanziamento per salvare il Jodrell Bank».

Un mese fa il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham ha preso l’impegno di salvare il radiotelescopio: «Tutti quelli della mia generazione hanno fatto una gita scolastica a Jodrell Bank. È impensabile assistere alla sua fine, e ciò non accadrà sotto il mio governo».

Due petizioni con oltre trentamila firmatari sono state lanciate per far tornare l’Ukri sui suoi passi. «Non si tratta solo di salvare un telescopio», si legge in una di esse. «Si tratta di salvare il nostro posto in prima linea nella scoperta umana – e mantenere viva l’ambizione che ha definito la scienza britannica per generazioni».

Per capire meglio quale sia il valore scientifico dell’osservatorio, abbiamo intervistato Marcello Giroletti, astronomo in servizio all’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna, che conosce bene questa struttura.

Che cos’è il Jodrell Bank Observatory?

«L’osservatorio di Jodrell Bank è il cuore della radioastronomia inglese e un luogo di riferimento per tutta quella europea. Anzitutto, a Jodrell Bank si trova il Lovell Telescope, costruito nel 1957 ma che con i suoi 76 metri di diametro è tuttora il secondo radiotelescopio più grande d’Europa. Il Lovell Telescope è anche la più grande delle sette antenne dell’e-Merlin, una rete di radiotelescopi distribuiti per tutta l’Inghilterra e collegati con fibre ottiche. Jodrell Bank ospita il correlatore di questa rete, ovvero il supercomputer che combina i dati delle “sette sorelle” per realizzare immagini radio molto più dettagliate di quanto sia possibile fare con una sola antenna. Infine, Jodrell Bank ospita numerosi laboratori dedicati allo sviluppo di tecnologie in ambito elettronico e digitale, utili per il continuo miglioramento delle osservazioni».

E fuori dall’Inghilterra? Che ruolo ha questa struttura?

«Accanto a queste attività, gestite dall’Università di Manchester e oggetto dei tagli previsti, a Jodrell Bank è stato installato anche il quartier generale di Skao, il nuovo radiotelescopio fiore all’occhiello della comunità internazionale, che però è in fase di costruzione in Australia e Sudafrica. Quindi, paradossalmente, se i fondi saranno effettivamente tagliati, resterebbe aperto il quartier generale di uno strumento che si trova lontano mentre tutta la strumentazione locale sarebbe sostanzialmente abbandonata».

Dunque l’osservatorio parrebbe tutt’altro che superato, nonostante il telescopio Lovell abbia quasi settant’anni…

«L’e-Merlin è uno strumento che è stato costantemente aggiornato nel corso degli anni ed è tuttora un osservatorio di punta. Ad esempio, il prefisso “e-” si riferisce all’upgrade per cui i dati delle stazioni remote vengono attualmente inviati in modo “elettronico” tramite fibre ottiche, e non via ponti radio, come si faceva inizialmente. Lo strumento fornisce con regolarità importanti risultati sia operando in modo indipendente che all’interno della più grande rete europea – alla quale fornisce maggiore sensibilità e flessibilità – e in coordinamento con osservatori ad altre frequenze e persino con i rivelatori di onde gravitazionali e neutrini. Ad esempio, in questo lavoro del 2021 e-Merlin e IceCube – il fondatore di quest’ultimo è stato appena insignito del premio Nobel – hanno lavorato assieme per dimostrare che un neutrino rivelato da IceCube era stato prodotto nella distruzione di una stella da parte di un buco nero supermassiccio. E anche con l’entrata in funzione di Skao, la risoluzione angolare di e-Merlin resterà fino a cinque volte migliore! Per non parlare del fatto che potrà continuare a vedere regioni del cielo inaccessibili a Skao, che si trova nell’emisfero opposto».

A che punto è la raccolta firme?

«Le due petizioni principali hanno superato le trentottomila e trentunmila firme, e molte altre ne sono sorte anche da parte della comunità locale per difendere quello che è un vero e proprio patrimonio storico e culturale. L’osservatorio di Jodrell Bank è riconosciuto come patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco e praticamente tutti gli studenti e le studentesse inglesi lo visitano come parte del proprio percorso formativo. È stato ripetutamente sede di eventi di musica, scienza, arte e cultura. Al di là delle iniziative partite da parte della cittadinanza, anche la comunità scientifica si è espressa in modo molto forte, con lettere aperte da parte di numerosi esponenti di alto livello di tutta la comunità radioastronomica internazionale».

Hai un ricordo personale legato al Jodrell Bank?

«Ne ho almeno un paio che mi sono molto cari. Anzitutto, Jodrell Bank è stata la sede presso cui ho frequentato la mia prima scuola di interferometria radio, quando ero ancora un laureando dell’Università di Bologna. A quei tempi era molto più raro fare esperienze all’estero e per me fu un grande onore poter passare una settimana in quel luogo che era contemporaneamente affascinante e anche un po’ intimorente. E ricordo ancora perfettamente l’emozione, dopo una giornata intera di lezioni ed esercitazioni molto intense, di vedere muovere il radiotelescopio nella luce del tardo pomeriggio di fine aprile. Mi ricordo di averlo definito persino romantico!».

Un ricordo più recente invece?

«Era l’estate del 2021 ed era da poco esplosa una nova in Ofiuco. Attivammo con grande urgenza una serie di osservazioni con la rete Evn, a cui tutto e-Merlin ha partecipato, fornendo sensibilità in particolare alle regioni più tenui visibili quando ormai l’emissione ottica ed X era svanita. Il professor O’Brien dell’Università di Manchester seguì personalmente le osservazioni e mi mandò la foto che correda quest’intervista, che conservo ancora caramente e mostro in tutte le presentazioni su quella campagna, sulla quale abbiamo già basato varie pubblicazioni».

 

The Pentagon Gave $350 Million in Contracts to a Firm Closely Tied to a Senior Defense Department Official

9 Ottobre 2026 ore 18:45
An illustration in which the Pentagon is framed by two identical photographs of a man in a suit. One of the photographs has been flipped, so that the man appears to be facing himself. In the background there are images of parachuters in the sky and jets and planes flying.
Photo illustration by Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Danny Johnston/AP, Douglas Rissing via iStock, Air Force Maj. David Brown and Marine Corps Lance Cpl. Isaac Garza.

Among a cadre of Wall Street executives brought into the Pentagon during President Donald Trump’s second term, George K. Kollitides II has emerged as a powerbroker with a broad mandate to improve procurement of weapons and critical minerals.

The longtime partner at the private equity firm Alvarez & Marsal Capital has framed his tour of duty in government as a service to the country. But the work he’s leading has also been a boon to his old friends in the private sector, government procurement records show.

In April, months after Kollitides had started work at the Pentagon, he was listed on a securities filing as continuing to work for his old company as a senior adviser. Two months later, the Defense Department finalized a $281 million no-bid consulting contract with an affiliate firm, Alvarez & Marsal Federal, to advise Kollitides’ new Pentagon office, the records show.

That contract, large for consulting work even by Defense Department standards, is the second in a pair of deals that since December have awarded almost $350 million in military spending to the firm — about five times more than Alvarez & Marsal entities had received from all U.S. agencies combined in the two decades before Trump returned to office, according to federal spending data. Both of those contracts have been for work connected to Pentagon offices where Kollitides is the head or has a senior role.

The deals remain shrouded in secrecy, records show, because they were signed under an unusual contracting method the Defense Department uses to fund experimental weapons — work A&M has never claimed to do. They have begun to send unprecedented sums of taxpayer money to a company that boasts helping government agencies create a “customer-centric culture” and that is deeply intertwined with the private equity firm where Kollitides was a partner for almost 10 years. The two partner firms tag-team investment deals and share back-office support, company documents and federal filings show.

Kollitides was still working with A&M Capital when the deals were signed. It’s unclear if he will benefit financially from the windfall of military spending on A&M consulting. His employment at the Pentagon is under a special classification that allows him to keep his financial disclosures confidential.

Ethics experts said it’s generally illegal for executive branch officials to play a role in awarding contracts that would have a direct impact on their own finances, unless they were granted a waiver.

“It looks way too cozy to be legitimate. I think taxpayers should be appalled,” said Virginia Canter, a former federal government ethics lawyer. “There are a million consulting firms in D.C. and New York. Why would you sole source this contract? They’re not sending replacement parts for a ship that is sinking.”

After ProPublica sent questions to the Pentagon, Kollitides and both A&M entities early this  week, A&M Capital said Kollitides had just stopped working there days earlier.

In a statement, A&M Capital said it is a “separately capitalized and separately managed firm from the Alvarez & Marsal consulting business” and its “management and employees have no involvement in the day-to-day operations of the consulting business, and vice versa.” The firm said that none of Kollitides’ work for it related to the “defense industry, the Department of War or Mr. Kollitides’ government service.”

The Alvarez & Marsal consulting business did not answer any of ProPublica’s questions, including how it became aware of the possibility that it could seek the $281 million no-bid contract and what services it is providing to Kollitides’ Pentagon team. The Wall Street Journal on Thursday reported the existence of some of the Alvarez & Marsal contracting.

“We are proud to serve clients across all industries, and all levels of government,” the company said in a statement. “The common denominator is always the same: we help solve difficult problems.”

“It looks way too cozy to be legitimate. I think taxpayers should be appalled.”

Virginia Canter, former federal government ethics lawyer

Kollitides did not respond to questions about whether he played a role in A&M securing contracts to work for his office, but a Pentagon spokesperson replied for the department and on Kollitides’ behalf saying they both followed all applicable rules.

“The Department of War maintains a rigorous, multi-layered ethics framework that includes financial disclosure reviews, divestitures where appropriate, and screening to prevent conflicts of interest,” Deputy Pentagon Press Secretary Jacob Bliss wrote in an email. Kollitides, he added, “is in full compliance with all ethical laws and regulations. Any claims otherwise are false.”

There is widespread bipartisan agreement that the Pentagon’s procurement systems are in need of radical reform and private-sector know-how could help the country better secure supply lines and accelerate the development of new weapons to ensure the military is prepared to fight future wars.

But current and former defense officials say the massive spending for connected consultants is a reflection of a changed Defense Department under Trump. They say a clubby and politicized culture has taken hold in a wing of the Pentagon controlled by Kollitides and other former Wall Street executives recruited by Steve Feinberg, the billionaire private-equity titan who is now the deputy defense secretary. It’s an operation, they say, that favors people and companies that have close ties to the administration.

This year, ProPublica reported that the Office of Strategic Capital, a unit at the Pentagon that Kollitides helps lead, granted a small North Carolina startup linked to Donald Trump Jr. a $620 million loan after a top aide to the president intervened on the company’s behalf. A group of Democratic lawmakers accused the office of “a staggering level of corruption and influence peddling.”

ProPublica also reported that the same Pentagon unit was considering a loan to Unusual Machines, a second company connected to the president’s son. A defense official told ProPublica recently that the unit is now in the late stages of a $220 million loan for the Florida drone parts maker, where Trump Jr. sits on the advisory board and was granted a stake.

The Pentagon did not respond to a question about the advancing loan process for Unusual Machines and if Trump Jr.’s connections were playing a part. After the earlier loan to a Trump-connected company, the Pentagon said “no company receives preferential treatment” and “political connections play absolutely no role in the Department’s funding decisions.” Pentagon Press Secretary Kingsley Wilson pushed back on criticism, saying the Defense Department is conducting extensive due diligence on potential lending.

That Pentagon lending unit was launched during the Biden administration with an open application process for interested companies. Current and former officials and people who have interacted with the office say Kollitides and other leaders now rely more on their own personal networks to choose companies to fund — as well as the consultants to vet those deals.

Multiple Pentagon Hats

That reliance on personal networks is how Kollitides got to the Pentagon.

Feinberg first hired Kollitides more than two decades ago.

Then a rising private-equity star who had graduated from Columbia Business School, Kollitides moved up the ranks at Cerberus, Feinberg’s firm, taking the reins of its aerospace, defense and government groups. In 2012, Kollitides took on an especially sensitive and more public job for the private-equity giant. Kollitides was named chief executive of a Cerberus company combining Remington, the nation’s oldest gun maker, with more than a dozen other firearms and parts companies, eliminating hundreds of jobs from New York to Georgia to Montana.

After three years with the Cerberus-owned gunmaker, Kollitides left and became a partner at Alvarez & Marsal Capital, an offshoot of A&M consulting, whose co-founder also had long-standing business ties to Feinberg.

Two men in suits stand, smiling at the camera, in front of a sign that reads “Orthopaedic Foundation” and “George K. Kollitides, II.”
George K. Kollitides II, left, attends a philanthropic gala held to honor him in 2010, when he was managing director at Cerberus. Amber De Vos/Patrick McMullan Archive via Getty Images

Some former business associates said they were not surprised that Kollitides jumped at the chance to rejoin Feinberg at the Pentagon. The two share a love for firearms and defense industry investments. They have also both described their work addressing the military’s most vexing supply chain issues as a patriotic calling.

“Americans need us at the Pentagon and our civilians and our contractors to do better,” Feinberg said last year. “We can’t fail, we can’t make excuses, we must succeed.”

On social media, Kollitides has shown the kind of partisanship long taboo in the Pentagon but now fostered in its ranks by Trump and Secretary of Defense Pete Hegseth. Kollitides has decried the “Democrat Party,” warned of the ills of socialism and posted that “the government cannot give to anybody anything that the government does not first take from somebody else.”

Over the last year, Feinberg has continued to heap responsibility on Kollitides: naming him his co-chief of staff and senior adviser; vice chairman of the Office of Strategic Capital’s investment committee; and director of two other new offices, the Economic Defense Unit and the Business Operators for National Defense, or BOND — the office with the $281 million no-bid contract.

His employment status allowing him to hold any of those roles at the Pentagon is somewhat of a mystery.

Unlike Feinberg, who was confirmed to his post by the Senate, Kollitides was reportedly first brought onto the federal government last year as a special government employee, or SGE, a designation that allows someone to work in government for no more than 130 days a year. Kollitides seemingly exceeded that cap several months ago.

A seated man in a suit confers with a man who is standing and leaning in to talk to him. A row of people are seated behind them in a government building.
Steve Feinberg, right, confers with an aide prior to testifying before the Senate Armed Services Committee at his 2025 confirmation hearing for the role of deputy defense secretary. Win McNamee/Getty Images

But in the Pentagon’s email system, Kollitides’ name now carries an abbreviation signifying he has been designated an HQE, or highly qualified expert. His employment classification, which the Pentagon confirmed, is designed to hire people who bring “enlightened thinking and innovation” to Defense Department roles that can last up to six years.

That distinction brings a unique benefit for Kollitides. Financial disclosures filed by HQEs are generally confidential, while those of high-ranking SGEs are often subject to release once a person fills a government role for more than 60 days. It’s unclear if Pentagon ethics officials granted Kollitides a waiver to keep any disclosures confidential.

(ProPublica requested Kollitides’ financial disclosure forms in August, but the Pentagon has not yet responded.)

Kollitides’ continued tie to Alvarez & Marsal Capital surfaced in April in a securities filing by a second company with which the defense official was taking a leadership post.

Days after Feinberg named him the head of BOND, granting Kollitides deep visibility into weapons production rates of U.S. military contractors, Kollitides took a seat on the board of D. Boral Acquisition I, an offshore shell company whose affiliate D. Boral Capital has partnered with defense-related businesses. The Guardian and Bloomberg Government previously reported on the filing, and Bloomberg reported that Kollitides stepped down from the position at the end of September.

Kollitides’ biography in the filing described his current roles at the Pentagon, then added that “he is also a Senior Advisor” to Alvarez & Marsal Capital and that he previously was a partner and co-head of one the firm’s funds.

A screenshot of a document in which the words “Mr. Kollitides is a Senior Executive Advisor to the Deputy Secretary of War at the Department of War” and “He is also a Senior Advisor to Alavarez and Marsal Capital” are highlighted.
A securities filing reveals that Kollitides continued working for Alvarez & Marsal Capital even after starting work at the Defense Department. Screenshot and highlighting by ProPublica

The A&M entity that Kollitides is described as still advising in the filing is essentially the private-equity partner of the sprawling Alvarez & Marsal firm that includes A&M Federal, which is now providing consulting services for his offices at the Pentagon.

Though the private-equity and consulting businesses are distinct, they work together, share back-office staff for human resources  and tech support, and have overlapping ownership, according to company documents. The private-equity arm describes itself as having a “strategic relationship” with the consulting side of A&M. The firm boosts its investment decision-making by working with the consulting firm’s thousands of employees around the globe to assess particular companies. And after the fund takes a stake in a company, it deploys the consulting arm’s employees to improve that firm’s operations and make the company more valuable.

In other words, the fund’s success hinges on the consulting firm’s.

Whether Kollitides violated government ethics rules hinges on details that he and the Pentagon have declined to provide.

A Defense Department official told ProPublica that Kollitides “does not and has never had” any investments or financial relations with A&M consulting. The official said Kollitides is also “recused on any conflicted matters related to A&M Capital,” which could be referring to Defense Department decisions related to companies A&M Capital has a financial stake in.

Ethics experts said that without a written waiver, executive branch officials are generally barred from participating in decisions, such as the awarding of a contract, that would have a direct impact on their financial interests. That law, the experts said, could apply even if the official doesn’t have a stake in a company but just draws a salary — the rationale being that they’ve improved the odds that the company will be able to continue paying them.

The Pentagon official did not answer specific questions about whether Kollitides was being compensated by A&M Capital when the contracts were signed, if he played any role in the contract decision-making process or if he sought or received an exemption to do so.

A “Blank Sheet of Paper” Contract

A&M’s first contract with the Pentagon was signed in December, months after Kollitides joined the government. That $67.6 million deal was awarded to Alvarez & Marsal Federal through a Defense Department entity focused on efforts to strengthen the nation’s industrial base.

The full scope of work that A&M provided is unclear. But documents reviewed by ProPublica show that by late last year, the firm had begun helping to vet possible loan deals for the Office of Strategic Capital, the lending unit then run in part by Kollitides.

Like that first contract, the larger, $281 million deal that followed to advise Kollitides’ BOND office came in the form of what is called an OTA, or other transaction agreement, which allows agencies to bypass regular federal contracting rules on public disclosure and oversight.

Congress first authorized the Defense Department to use the contracting method in the 1980s to fund breakthrough technologies without publicly disclosing much about the work. The Pentagon has increasingly turned to OTA contracts over the last decade to quickly fund a broader range of one-time costs, including prototype weapons and urgent production needs, even as government auditors have lamented OTAs as a “blank sheet of paper” arrangement with little oversight or accountability.

Still, experts said an OTA contract for consulting work was extraordinary. That’s because consulting is one of the simplest services the military can buy, and it has a long history of doing so through competitive bidding. Firms often publish the hourly costs for their associates, managers and other work before solicitations are posted.

But like black-box OTA contracts for secret weapons systems, the funding mechanism has hidden from public view details of what taxpayers are getting for the money.

The sheer size of the A&M contract stunned experts.

At $281,089,206.65, the consulting contract is among the largest OTAs funded through the Defense Department’s main support division in the last decade, including for top secret semiconductor projects and underwater drones, records show.

The Pentagon has said little about the impact of BOND since Hegseth claimed in February that the new entity would revolutionize military purchasing.

The defense secretary said that under the program, the military would embed former corporate executives, or, as he put it, “elite, private-sector patriots” to help optimize and accelerate the manufacturing of critical munitions. Hegseth said he thought the exercise would help the Pentagon increase resiliency in supply chains. The “era of managed decline is over,” he said.

In private recruitment materials for those executives, as well as for candidates to fill posts in other Kollitides-run units, the stakes and the mission for BOND were described in even starker terms: Neoliberalism and trade deals have left the U.S. as a country that “can no longer manufacture ships, munitions or planes in a timely manner.”

The recruiting materials cast the job of fixing that systemic problem as part-time work: “Recently retired Fortune 100 executives spend five days per month solving public- and private-sector operational challenges,” read pages viewed by ProPublica.

Two people familiar with A&M’s work for BOND said the firm’s consultants have accompanied former executives on trips to review work at major defense contractors such as Lockheed, Boeing, RTX and BAE Systems. BAE acknowledged a visit by BOND representatives but declined to comment further. Lockheed, Boeing, RTX and other companies contacted by ProPublica did not respond to requests for comment.

Contracting experts said that A&M is likely not guaranteed the full amount, and that contracts like these typically span several years, but records show A&M has already been paid about $31 million.

Not everyone, however, is welcome to participate.

One former military officer who worked in the defense industry told ProPublica he was contacted by an outside recruiter for Kollitides’ new BOND office. The recruiter, he said, told him that all applicants would be asked who they voted for.

The former military officer, who spoke on the condition of anonymity because he feared retribution, said he expressed discomfort with that line of questioning. He received an email shortly after from the recruiter telling him he was no longer under consideration. The Pentagon did not respond to a question about the officer’s account.

“Getting more effective and efficient is not a political question,” the former officer said.

The post The Pentagon Gave $350 Million in Contracts to a Firm Closely Tied to a Senior Defense Department Official appeared first on ProPublica.

Oltre Hormuz: il suicidio energetico europeo e l'occasione mancata dei BRICS - Demostenes Floros (VIDEO)

 

 

di Loretta Napoleoni

 

La crisi energetica e l'impennata dei costi non sono un mero incidente di percorso dettato dalle tensioni in Medio Oriente. Dietro l'alibi perfetto dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di deindustrializzazione pianificata e di un riposizionamento globale in cui l'Unione Europea gioca ormai il ruolo di comparsa subalterna. "Quando si sostiene che le cause del prezzo alla pompa sono la chiusura dello stretto di Hormuz, si mente, non si vuole affrontare il vero problema che viene da lontano, da almeno 30 anni. [...] Il vero tema è l'abbandono della raffinazione. In Unione Europea dal 2009 ad oggi abbiamo perso il 29% della capacità di raffinazione." Lo dichiara a l'AntiDiplomatico Demostenes Floros, esperto di energia e gepolitica. 

Il rincaro di benzina, diesel e jet fuel non è causato solo dalla mancanza di materia prima, ma dall'incapacità di processarla. Questa scelta suicida, portata avanti per decenni, ha un solo esito logico per Floros: condannare l'Europa a una dipendenza ancora più stringente e costosa dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento dei prodotti raffinati, in una dinamica di pura sudditanza economica che fa il paio con la costosa transizione dal gas russo al GNL americano.

Mentre Bruxelles e Washington si avvitano in sanzioni e dazi, le dinamiche che tengono a galla il mercato energetico globale si muovono altrove. La Cina ha attuato nei mesi precedenti alla crisi una gigantesca operazione di accumulo di riserve strategiche, arrivando a sfiorare 1,4 miliardi di barili. Un "cuscinetto" che ha permesso a Pechino di ridurre drasticamente le importazioni quotidiane quando il mercato è entrato in sofferenza, calmierando i prezzi globali. "Se la Cina avesse continuato ad importare quel quantitativo di petrolio, quale sarebbe la situazione dei prezzi a livello internazionale? Saremmo altro che ai 100 dollari al barile. [...] Questo è un aspetto che purtroppo a casa nostra non viene riconosciuto, direi intellettualmente poco onesto, perché sicuramente la Cina fa i propri interessi, ma con una visione dell'interesse globale."

In questo scenario di rapida riorganizzazione del potere economico mondiale, prosegue Floros, l'Italia rischia di pagare il prezzo più alto. Per un'economia di trasformazione, profondamente legata all'export, accodarsi supinamente a conflitti e tensioni eterodirette significa strangolare il proprio tessuto produttivo "È veramente un peccato che un paese che è il quarto, quinto esportatore al mondo [...] non apra un rapporto diretto con i BRICS. All'interno dei BRICS soltanto la Cina è produttore di beni strumentali. Perché non fare in modo che gli altri membri [...] non diversifichino i loro acquisti dall'estero di beni strumentali, benvenga dalla Cina, ma anche dalla nostra Italia?"

P.s. 

 

 

"Che il passato sprofondi nel nulla".

"Che il passato sprofondi nel nulla". HoLaKo

 

Giovedì 25 giugno 2026 - Nuovo Armenia, via Livigno 9, Milano

20.00 presentazione “Che il passato sprofondi nel nulla”. Lucía Sánchez Saornil, la rivoluzione spagnola e le mujeres libres

con Lorenzo Pezzica

21.30 proiezione del documentario: Spagna 1936: l'utopia si fa storia

testi di Pino Cacucci, con le voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto

 

Quest’anno ricorre il novantesimo anniversario della Guerra Civile Spagnola, scoppiata nel 1936 in reazione al colpo di stato attuato da Francisco Franco e da altri generali, che sarà il preludio della Seconda Guerra Mondiale. Il tentativo di golpe scatena una forte risposta popolare, dando il via ad una più ampia rivoluzione sociale che caratterizzerà i tre successivi anni di guerra. Tra le tante esperienze nate in quel contesto di fermento sociale e politico emerge in maniera significativa quella delle mujeres libres, organizzazione anarco-femminista che ha portato avanti istanze legate all’autodeterminazione femminile. In questo incontro parleremo in particolare di una delle sue fondatrici, Lucía Sánchez Saornil. Poetessa, attivista e lesbica dichiarata, Saornil è stata pioniera dell’esibizione nella poesia dell’amore tra donne e ha cercato per tutta la vita di riformulare l’identità di coloro che “non contano” e di dotare i corpi femminili, oggetto e obiettivo del controllo e della repressione morale, culturale e politica, di nuovi significati in grado di superare i meccanismi e i controlli oppressivi del potere.

Seguirà la proiezione del documentario “Spagna 1936, l’utopia si fa storia”, prodotto dal Centro Studi Libertari/Archivio G. Pinelli, con testi di Pino Cacucci e voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto. Il filmato originale è stato girato nel biennio 1936-1937 da operatori del Sindicato de la Industria del Espectaculo (archivi iconografici della Confederación Nacional del Trabajo).

 

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968 HoLaKo
[Nel video sono riconoscibili: Cohn Bendit, Alfonso Failla, Ōsawa Masamichi, Ozeki Hiroshi, Stuart Christie, Jean Jacques Lebel, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi, Marie Christine Mikailov, René Bianco e Amedeo Bertolo.]

 

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

 

Nel 1968, l’Europa è attraversata dalle scosse di un cambiamento sociale epocale innescato dalle rivolte studentesche e egiovanili. In questo fermento l’anarchismo sembra ritrovare voce. Il movimento cresce. Gruppi e circoli nascono ovunque, anche dove l’anarchismo sembrava scomparso. In quell’anno cruciale in molti guardano agli anarchici come ai più coerenti protagonisti di quel cambiamento.

In questo contesto, tra il 31 agosto e il 3 settembre la città di Carrara, già simbolo di lotte anarchiche e tradizioni libertarie, diventa il centro di un incontro di grande rilevanza internazionale. L’occasione è un congresso interno convocato da alcune Federazioni anarchiche nazionali che però si apre a una più vasta partecipazione. Nelle sale del Teatro degli Animosi si raccolgono così le più varie voci, esperienze, lingue, visioni e ovviamente tensioni. Sono infatti presenti sia delegati ufficiali provenienti da diciotto paesi (dalla Grecia al Giappone, da Cuba alla Nuova Zelanda), sia osservatori esterni a quelle federazioni e perlopiù appartenenti alla nuova generazione protagonista del ’68. In un’atmosfera carica di aspettative, si incontrano così figure storiche del movimento italiano e internazionale e i giovani “sessantottini” europei.

Di fatto, il congresso diventa l’occasione per il movimento internazionale di interrogarsi, di confrontarsi, di misurare le proprie aspirazioni a fronte delle sfide poste da un’epoca attraversata da conflitti sociali profondi e diffusi. Ma diventa anche l’occasione in cui va in scena l’incontro/scontro tra due generazioni. Da un lato i “vecchi” anarchici, custodi di una lunga e gloriosa tradizione di lotte scandita da carcere, confino, esilio, guerra; dall’altro i giovani sessantottini, portatori di un linguaggio nuovo più in sintonia con i tempi e spesso critici verso le forme organizzative tradizionali. Questo incontro tra due modi diversi di intendere la presenza e la pratica anarchica, tra due diverse sensibilità, non sarà senza tensioni: i giovani ribelli sono critici verso il movimento tradizionale che accusano di essere congelato in un’epoca gloriosa sì ma passata, mentre i vecchi combattenti temono scelte avventate da parte di chi è arrivato all’anarchismo sull’onda di un’effervescenza sociale improvvisa e travolgente. Manca in questo scenario una generazione intermedia che potrebbe fare da ponte, militanti come Giuseppe Pinelli, uno dei pochi esponenti di quella generazione, che all’epoca milita nei Gruppi Giovanili Anarchici Federati pur essendo alla soglia dei quarant’anni.

Tra i presenti al congresso ci sono vari giovani militanti in veste di “osservatori”, che arrivano portando con sé il loro entusiasmo ma anche una certa distanza critica. Tra questi, Amedeo Bertolo, allora ventisettenne, che molti anni dopo ricorderà di essere giunto a Carrara quasi “come a una grande festa di famiglia”, senza aspettative eccessive ma con la consapevolezza di partecipare a un evento importante, “orgoglioso di essere anarchico tra anarchici”.[1] Lui e i compagni della Gioventù Libertaria di Milano occupano uno spazio tutto loro, riconoscibile dai manifesti appesi alla balaustra del teatro – slogan contro l’autorità e soprattutto un richiamo alla rivolta di Praga – e da una bandiera nera con la scritta ANARCHIA, simbolo di un’identità già forte, ma in cerca di rinnovamento. Dal suo ricordo emerge uno sguardo duplice: da un lato il rispetto per i “vecchi combattenti”, che avevano tenuto viva la tradizione anarchica; dall’altro l’impazienza di una generazione che percepiva quella stessa tradizione come distante dalle nuove forme di conflitto che stavano esplodendo nel mondo.

 

 

Dopo le relazioni d’apertura, le tensioni non tardano a emergere. Un momento particolarmente acceso si verifica con l’intervento di Domingo Rojas, delegato degli anarchici cubani in esilio, che denuncia la repressione del movimento anarchico a Cuba e la deriva autoritaria della rivoluzione castrista. La sala si accende e si divide: da una parte gli applausi, dall’altra le contestazioni. Lo scontro esplode quando Daniel Cohn-Bendit, figura simbolo della rivolta studentesca europea, presente come osservatore del movimento francese “22 marzo”, accusa gli anarchici cubani di essere strumenti della CIA. Le parole pesano come pietre. Ne segue un confronto acceso che rende evidente una frattura insanabile tra le posizioni marxiste-libertarie espresse da Cohn-Bendit e quelle anti-totalitarie espresse dagli anarchici vecchi e giovani. Per qualche istante il congresso si trasforma in un caos sonoro e politico che in questo caso non segue le linee generazionali. Alcuni cercano di reagire coprendo le grida: Bertolo racconta di aver cantato, insieme ad altri compagni, Figli dell’officina. A riportare l’ordine intervengono gli anarchici carraresi del servizio d’ordine – cavatori di marmo, abituati a ben altra durezza – che accompagnano con decisione i contestatori fuori dalla sala. I lavori riprendono, ma Cohn-Bendit e gli altri membri del “22 marzo” lasciano il congresso, trasferendosi simbolicamente sulla spiaggia di Marina di Massa per dar vita a un incontro alternativo.[2]

A distanza di decenni, ciò che resta più vivido nei ricordi di chi prese parte al Congresso di Carrara è certamente l’intensità del dibattito, ma anche la percezione di trovarsi dentro un organismo vivo pronto a partecipare con le sue molte facce alla svolta epocale in atto. Un organismo dove continuità e rottura, memoria e invenzione possono convivere senza dover trovare una sintesi definitiva – e proprio questo lo ha reso straordinariamente fecondo. In questo senso, il Congresso di Carrara appare ancora oggi come un frammento pulsante di un’epoca inquieta in cui tutto sembrava ancora aperto e possibile.

 

Note

[1] Nel 2007, Amedeo Bertolo ricorda come lui e i suoi compagni si fossero avvicinati a Carrara con uno sguardo che restava ambivalente, sospeso tra rispetto e distanza: «Eravamo andati […] come a una grande festa di famiglia […] senza grandi aspettative […] il più grande incontro anarchico da anni […] un avvenimento […] non irrilevante, come rito identitario e come possibilità di incontri ai margini del congresso».

[2] In filigrana, quella frattura appariva anche come qualcosa di più profondo, come ricorda Bertolo: «[…] da un lato la solida tradizione anarchica, dall'altro la beffarda rivolta libertaria […] In mezzo, noi […] che non ci identificavamo appieno negli uni e negli altri».

 

 

Nuovo piano regolatore del porto di Genova, l’AdSP incontra i comitati di Sampierdarena e Pra’

9 Ottobre 2026 ore 17:42

Genova,  – Prosegue il confronto con i territori in vista del nuovo Piano Regolatore Portuale. L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale ha incontrato il Comitato Officine Sampierdarenesi e la Fondazione Primavera di Pra’, presentando le ipotesi per il futuro assetto dei porti e raccogliendo osservazioni e proposte sui temi legati al rapporto tra attività portuali, città e territorio.

La scelta dell’AdSP di coinvolgere in modo strutturato le rappresentanze civiche nella fase di elaborazione del Piano ha ricevuto l’apprezzamento dei comitati, che hanno riconosciuto il carattere innovativo di questo metodo di confronto nel panorama delle Autorità di Sistema Portuale.

Il confronto anticipa i successivi passaggi formali del procedimento e si inserisce in un processo di pianificazione fondato su studi specialistici e verifiche tecniche, economiche e ambientali. Durante gli incontri è stato illustrato anche l’iter di approvazione del nuovo PRP, che contempla due fasi di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), attraverso le quali saranno valutati gli effetti delle scelte sulle diverse componenti ambientali e territoriali. Il percorso prevede il completamento della documentazione di Piano e ambientale, la pre-adozione da parte del Comitato di Gestione e le successive consultazioni, fino all’adozione e all’approvazione definitiva.

Il momento di confronto con il comitato Officine Sampierdarenesi ha approfondito il rapporto tra attività portuali e tessuto urbano, insieme alla necessità di accompagnare lo sviluppo con interventi capaci di migliorare la qualità degli spazi di relazione. Un altro tema affrontato è stato quello della transizione energetica, interpretata dall’AdSP come una trasformazione profonda del sistema portuale: da un modello caratterizzato da una forte domanda di energia a un sistema capace di diventare esso stesso produttore e gestore di energia rinnovabile, a beneficio non solo delle attività portuali ma anche del territorio. In questa direzione sono già stati realizzati impianti fotovoltaici sulle coperture di manufatti e infrastrutture portuali, integrati con sistemi di gestione intelligente, accumulo e distribuzione dell’energia, mentre la progettualità dell’Autorità guarda alla riconversione della storica centrale elettrica a carbone nel porto di Genova con l’obiettivo di trasformare parte delle volumetrie esistenti in un nuovo polo per la produzione di energia a basso impatto. Una prospettiva che rafforza l’idea di un porto sempre più integrato con la città, capace non soltanto di ridurre il proprio impatto ambientale, ma anche di generare nuove risorse energetiche per il territorio.

Con la Fondazione Primavera l’attenzione è stata posta sui diversi scenari di sviluppo del bacino di Pra’ consentendo di affrontare contestualmente la riorganizzazione degli spazi portuali e la qualificazione della fascia di relazione con il quartiere. Su questo fronte, sono state approfondite le ipotesi di prolungare verso levante il Parco lineare delle Dune, migliorandone l’accessibilità attraverso nuovi collegamenti con il litorale e la possibile realizzazione di baie a uso pubblico. Il confronto ha evidenziato l’esigenza di rafforzare le sinergie con gli enti territoriali nell’ambito delle aree di co-pianificazione, così da raccordare le scelte di competenza portuale con gli interventi di riqualificazione urbana e creare una separazione più netta tra le attività portuali e il quartiere, attraverso una fascia di spazi qualificati e fruibili dalla cittadinanza.

«Il Piano Regolatore Portuale deve seguire l’evoluzione dei tempi, che riguarda la complessità e la rapidità con cui cambiano i mercati, ma anche le istanze delle comunità che chiedono al porto di crescere in armonia con le città. – ha dichiarato il presidente dell’AdSP Matteo Paroli –Se in passato è stato spesso percepito come uno strumento calato dall’alto, che definiva l’assetto del porto finendo per accentuare la distanza dalla città, oggi lavoriamo perché diventi una leva di governo capace di accompagnare lo sviluppo e, nello stesso tempo, cambiare il rapporto con il territorio. Il nuovo Piano è l’occasione per fare della crescita dei porti anche un’evoluzione della relazione con le città, attraverso la qualità degli spazi, la sostenibilità ambientale e la transizione energetica, fino a fare del sistema portuale una risorsa per la produzione di energia a basso impatto e per la qualità della vita nei territori».

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Il porto di Trieste in vetrina al Fruit Attraction di Madrid, traffico ortofrutticolo in crescita del 31%

9 Ottobre 2026 ore 17:31

MADRID – Il porto di Trieste ha partecipato alla XVIII edizione del Fruit Attraction di Madrid, il salone del commercio dei prodotti freschi svolto presso gli spazi di IFEMA, appuntamento internazionale di rilievo per il settore. L’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale è stato presente alla fiera con uno stand condiviso con le altre imprese del territorio: Adria Port-Aquila, HHLA PLT Italy, Interporto di Trieste, MED ROLL, Samer & Co. Shipping, SDAG e Trimar – e con il coordinamento della Camera di Commercio Venezia Giulia attraverso l’Azienda Speciale Aries.

Crescono i traffici di prodotti freschi

La partecipazione alla fiera spagnola si inserisce in una fase particolarmente positiva per il comparto ortofrutticolo triestino. Nel 2025 i volumi movimentati hanno sfiorato le 176 mila tonnellate, registrando un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. La crescita è proseguita anche nei primi sei mesi del 2026, quando il traffico ha segnato un ulteriore aumento del 31%.

Risultati che confermano la capacità dello scalo di intercettare nuovi flussi commerciali e di rispondere alle esigenze di un settore in cui rapidità delle operazioni, continuità dei collegamenti e qualità della catena del freddo rappresentano fattori determinanti.

In questo contesto, la promozione internazionale e il rafforzamento dei servizi marittimi costituiscono elementi centrali della strategia di sviluppo del porto, impegnato a consolidare le relazioni con i principali mercati di origine e destinazione delle merci.

Raddoppiano i collegamenti con l’Egitto

Un ruolo sempre più importante è svolto dalla rotta ro-ro operata da DFDS tra Trieste e il porto egiziano di Damietta, attivata nel novembre 2024. Il collegamento ha contribuito a rafforzare gli scambi ortofrutticoli tra le due sponde del Mediterraneo, rendendo l’Egitto uno dei principali interlocutori dello scalo per questa tipologia di traffico.

Tra i prodotti maggiormente movimentati figurano le mele: nei primi sei mesi del 2026 ne sono state imbarcate oltre 34 mila tonnellate, dirette prevalentemente verso il mercato egiziano.

Il servizio si prepara ora a un ulteriore potenziamento. A partire da metà ottobre, infatti, l’ingresso di una seconda nave consentirà di raddoppiare le partenze settimanali, aumentando la capacità di trasporto e le opportunità di collegamento per gli operatori della filiera.

L’incremento della frequenza dei servizi punta a sostenere la crescita dei traffici, migliorare l’affidabilità delle connessioni e rafforzare il ruolo di Trieste nei flussi commerciali tra Europa e Nord Africa.

Un sistema logistico integrato per competere sui mercati internazionali

La presenza a Fruit Attraction rappresenta anche un’occasione per valorizzare la collaborazione tra gli operatori portuali e logistici del territorio, chiamati a offrire soluzioni integrate per il trasporto e la distribuzione dei prodotti deperibili.

“Essere a Madrid insieme alle nostre imprese significa proporci come un sistema unico, in grado di garantire a chi produce e a chi distribuisce tempi rapidi, connessioni intermodali efficienti e una catena del freddo all’altezza degli standard più esigenti”, dichiara il presidente dei porti di Trieste e Monfalcone Marco Consalvo. “La rotta verso l’Egitto è nata per diversificare corridoi e mercati, e oggi dimostra che Trieste può essere al tempo stesso porta d’accesso all’Europa per le produzioni del Mediterraneo e sbocco per quelle europee verso il Nord Africa. La seconda nave va proprio in questo senso. L’obiettivo ora è consolidare questo ruolo e intercettare nuovi flussi”.

Il potenziamento della linea con Damietta e l’andamento positivo dei volumi movimentati confermano dunque le prospettive di sviluppo della logistica ortofrutticola triestina. L’obiettivo è ampliare ulteriormente il bacino di riferimento dello scalo, consolidando i collegamenti esistenti e creando nuove opportunità per le imprese impegnate negli scambi internazionali di prodotti freschi.

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Solution pour smartphone pour la saisie de variable à la volée - Suivi de données

Salut,

Je cherche, pour un usage personnel, une solution pour enregistrer des données au fur et à mesure.

Je sais qu’il existe des applications pour enregistrer et suivre ses données de santé (poids, rythme cardiaque,…) et d’autres pour sa consommation de boissons (eau, alcool, café…), etc.

Mais je ne trouve pas d’application qui permette d’enregistrer et suivre toute forme de donnée de son choix.

La solution que j’imagine pourrait, par exemple, remplir ce « cahier des charges »:

  1. Configuration: définir soi-même les champs que l’on souhaite renseigner (par exemple: humidité de l’air, température ambiante, pression des pneus, compteur d’eau,…) et définir quel type de variable correspond à tel ou tel champ (binaire, entier, décimal, texte,…) et, éventuellement, son unité (%, m³, €, L,…)
  2. Utilisation normale: saisir à tout instant une valeur pour un champ choisi, avec horodatation (par défaut: jour et heure actuels avec possibilité de changer), ces informations étant enregistrées dans une base de données (localement, dans l’idéal), avec conditions de validité (pour limiter les erreurs de saisie, par exemple: une valeur comprise entre -20 et +100)
  3. Exploitation des résultats: extraire les informations vers une feuille de calcul (LibreOffice Calc ou équivalent) pour faire des analyses et, dans l’idéal absolu: pouvoir importer des données dans la base, pouvoir paramétrer des graphiques issus des données collectées, directement depuis l’application…

Dans l’idée, en utilisation normale, depuis mon smartphone, j’ouvre l’application, je sélectionne le nom de la variable que je souhaite saisir, je saisis la valeur (avec fenêtre de validation de la date et de l’heure) puis je valide.

Ensuite, lorsque je veux analyser tout cela, je peux exporter les infos pour faire une analyse sur mon ordinateur.

Cette application pourrait servir à suivre:

  • la consommation de carburant de véhicules (volume de carburant, prix, kilométrage, vitesse moyenne…)
  • la consommation électrique du logement (kWh en heures pleines, heures creuses,…)
  • la température et l’humidité du logement (température en °C/°F, l’humidité en %,…)
  • habitudes (heure des repas, temps de sommeil,…)
  • données de santé
  • etc.

Avez-vous des suggestions ?

A titre de « benchmark », j’ai repéré les applications suivantes, sur le magasin F-Droid:

J’imagine que je peux faire un sondage framaform pour chacune des variables que je souhaite enregistrer mais cela va être lourd à gérer.

Si tout pouvait se trouver au même endroit, ce serait top !

Merci d’avoir lu ma demande et merci d’avance pour vos suggestions ou pistes de recherche !

Pour info, je poste aussi ce message sur le forum F-Droid, au cas où…

3 messages - 2 participant(e)s

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Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web


Washington ha messo alle corde diversi governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

“F come falso” di Orson Welles. Sono un bugiardo di professione

9 Ottobre 2026 ore 17:09

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Con quale facilità la percezione umana può essere dirottata da un medium di cui ci si fida? Cioè: quanto è facile farci fregare dalla propaganda?

Il famigerato programma radiofonico del 1938 "La guerra dei mondi" di Orson Welles e il suo saggio cinematografico del 1973 "F come falso" ("F for Fake") rappresentano l'alfa e l'omega della sua ossessione di una vita per questa domanda.

D’altronde il suo primo film, "Quarto potere", guarda caso sul potere dei media, insisteva sulla domanda: “Chi è Charles Forster Kane?”. E proponeva, come risposta, non solo: “Un magnate della stampa anticomunista ispirato al vero William Randolph Hearst, uno dei più potenti e spregiudicati editori di giornali della storia americana”. Ma soprattutto: “Rosebud”.

Perciò oggi analizziamo proprio "F come falso". Ma occhio: lo stesso Orson Welles si definisce un prestigiatore, un illusionista. Uno spacciatore di falsi. E io dovrò adeguarmi.

E chi non vede il video intero è William Randolph Hearst.

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Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

Verso lo scontro totale: così la NATO prepara la guerra in Europa (prima del 2030)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

9 ottobre. Dopo le dichiarazioni del Segretario di stato yankee Marco Rubio sul conflitto in Ucraina finito in un vicolo cieco, vari osservatori russi ipotizzano che la guerra tra Europa e Russia potrebbe iniziare molto prima del 2030, termine sinora indicato dagli “strateghi” UE come «attacco russo all'Europa». Su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare, ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik afferma che le parole di Rubio sulla «situazione di stallo strategico» in Ucraina fanno pensare alla inevitabilità di una escalation nel conflitto, con l'Europa che potrebbe presto prendere il posto dell'Ucraina.

Rubio ha detto di ritenere che ci siano solo due vie d'uscita dalla situazione di stallo: da un lato, i negoziati; dall'altro, un'escalation che potrebbe estendersi oltre il conflitto iniziale, tanto più che ritiene che non ci siano prospettive di accordo.

Un altro esperto militare, Andrej Klintsevic, sostiene che Rubio non stia direttamente attestando l'inevitabilità di una escalation; ma questo non elimina l'inquietudine per le implicazioni politiche di simile dichiarazione. Sembra che uno scenario di violenza stia prendendo il sopravvento: «non considererei la dichiarazione di Rubio come un verdetto di condanna sulla diplomazia, ma piuttosto come un motivo per monitorare attentamente le prossime mosse di Washington. Quelle mosse riveleranno cosa si celi dietro l'allarme: l'intenzione di fermare l'escalation o la volontà di guidarla».

Da parte sua, Stanislav Krapivnik si dice convinto che si debbano adottare misure nella prospettiva di una grave escalation: «a giudicare dalle dichiarazioni di Marco Rubio, stiamo andando incontro alla guerra con l'Europa... L'obiettivo degli Stati Uniti è spingere gli europei verso la guerra. E quelli vogliono davvero la guerra. Comprendiamo anche perfettamente che non si tireranno indietro. Ci sarà sicuramente un'escalation. D'altra parte l'Europa è già in crisi: carburante, prodotti... Le proteste che gli studenti stanno organizzando in Francia sono una conseguenza del fatto che non ci sono più fondi per l'istruzione, perché i soldi vengono dirottati verso l'Ucraina, gettati come in una fornace... Ci sarà una nuova guerra. Si arriverà al punto in cui i nostri missili colpiranno l'Europa. Non è il caso di sperare in un cambiamento di mentalità dell'élite americana».

E, parlando di termini temporali, a parere di Krapivnik non ci sarà da attendere il 2030: si stanno preparando per il 2028 ed è probabile che inizino già nel 2027: «In ogni caso, dobbiamo prepararci molto prima del 2030».

Sono d'altronde abbastanza significativi i sempre più frequenti “tour” dimostrativi di esponenti UE e NATO a Kiev, fino agli ultimissimi arrivi del 4 e del 7 ottobre. Dopo il banchiere Friedrich Merz, accompagnato da una nutrita orda di rappresentanti dell'industria di guerra tedesca, è stata la volta di una torma di alti papaveri militari dei 32 paesi NATO, con capobranco l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell'Alleanza.

Ancora su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare e capitano di vascello a riposo Vasilij Dandykin ipotizza che la prima visita a Kiev, dopo otto anni, di personale militare NATO, possa rappresentare il preludio a una grave escalation del confronto NATO-Russia, che potrebbe avere come punto di partenza il blocco di Kaliningrad. Lo stesso Dragone – quello che definiva i nazigolpisti ucraini «ottimi combattenti... un modello per l’Europa» e che a dicembre 2025 parlava di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia - ha detto che i militari NATO erano a Kiev con un messaggio chiaro: «rafforzare il legame tra Alleanza e Ucraina», sentire direttamente dal generale Mikhail Drapatij la valutazione della situazione sul campo e capire come la NATO possa sostenere ulteriormente l'Ucraina.

Vari esperti militari ritengono che il vero obiettivo dei visitatori sarebbe quello di costringere la Russia a una guerra convenzionale o nucleare e, allo stesso tempo, si rammaricano che una delegazione così numerosa di militari NATO sia potuta arrivare a Kiev senza ostacoli e senza essere adeguatamente “ammonita” lungo il tragitto. Vasilij Dandykin non esclude la possibilità che la ragione dell'arrivo dei generali NATO siano stati gli ultimi attacchi russi su Kiev: «rientrato da Kiev, probabilmente Merz ha condiviso le sue impressioni e il suo panico. Dopo il suo rientro dall'Ucraina, si è tenuto un debriefing, dopo il quale l'intero gruppo ha deciso di verificare personalmente l'accuratezza dei nostri attacchi. È sorprendente che il treno che li ha portati sia ancora in funzione... Si noti che l'obiettivo prioritario del nostro attacco combinato di oggi erano le imprese del complesso militare-industriale ucraino utilizzate da FirePoint per produrre e stivare i missili da crociera Flamingo. Il nemico non ha altro. La lotta contro i droni ucraini sta raggiungendo il culmine. Stiamo sviluppando sistemi anti-drone efficaci. Pertanto, l'unica speranza degli ucraini ora risiede nei Flamingo, che sperano di utilizzare contro le nostre raffinerie di petrolio e impianti energetici».

In ogni caso, secondo Dandykin, UE e NATO comprendono che le loro "forze per procura" ucraine potrebbero crollare da un momento all'altro. E una sconfitta dell'Ucraina significherebbe una sconfitta per l'Occidente, che ha investito tutto ciò che aveva senza ottenere risultati soddisfacenti. Anche per questo, lo stesso Cavo Dragone incita i banderisti a mantenere il ritmo degli attacchi alla Russia, ricordando le enormi risorse investite dalla NATO sull'Ucraina: «Crediamo che gli alleati avranno successo. Ed è proprio grazie alle vostre azioni sul campo di battaglia, ai vostri attacchi in profondità in Russia e al successo dell'Ucraina nella stabilizzazione del fronte, che l'aggressore non sta guadagnando nuovi territori» dice l'ammiraglio a Ukrinform; «la posizione della Russia sta anzi peggiorando, poiché sta perdendo territorio a favore dell'Ucraina. Dobbiamo mantenere questo slancio e, a mio avviso, è questo che costringerà Putin al tavolo delle trattative». Parole che, però, lasciano trapelare qualche dissonanza interna alla NATO, dato che il “proattivo” si sente in dovere di negare categoricamente spaccature nell'alleanza, insistendo sul fatto che tutti i membri restano disposti a contribuire al sostegno dell'Ucraina.

«Nessuna azione ibrida raggiungerà l'obiettivo di dividere l'Alleanza o indebolire il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina» proclama impettito; «l'Alleanza ha deciso di fornire all'Ucraina 70 miliardi di dollari quest'anno e la stessa cifra nel 2027... Si tratta di fondi enormi e siamo pronti ad intensificare i nostri sforzi». Parole che, però, non riscuotono lo stesso ottimismo, ad esempio, da parte dell'ex collaboratore di Zelenskij e deputato della Rada Aleksandr Dubinskij, ora inquisito: «Se si guarda obiettivamente, la situazione appare sempre peggiore per il futuro. Il volume dell'economia e le entrate di bilancio  diminuiscono. Le persone fuggono dal paese e muoiono. Il divario tecnologico rispetto al nemico cresce. Non ci sono né la forza né i mezzi per cambiare la situazione sul campo di battaglia. Pur in maniera non lineare, nella società emerge però una posizione contro la guerra. Zelenskij è screditato per la sua stupidità e i ladrocini. Non c'è un solo leader degno intorno a lui. L'elenco potrebbe continuare, ma questo è già sufficiente per prevedere la sconfitta e la capitolazione».

D'altra parte, anche sul piano delle potenzialità belliche, se da un lato queste si sono basate sin dall'inizio su una larga partecipazione dell'industria militare euro-atlantica, in ciò confermando il carattere “non ucraino” del conflitto, dall'altro lato, quella stessa cooperazione internazionale bellica sta mostrando larghe crepe. Stando alla TASS, Viktor Medvedchuk, leader del movimento "Altra Ucraina" ed ex capo del partito “Piattaforma di Opposizione - Per la Vita”, messo al bando da Zelenskij, ha definito le attività dell'azienda ucraina FirePoint un esempio del coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali nel conflitto con la Russia. Medvedchuk osserva che, secondo il ministero della guerra di Kiev, FirePoint ha ricevuto 107,4 miliardi di grivne dal bilancio militare negli ultimi due anni per la produzione di droni, oltre a 40-45 miliardi di grivne per la produzione di missili da crociera FP-5 "Flamingo". Gli attacchi russi avrebbero però distrutto più della metà della capacità produttiva dell'azienda, anche se circolano aspettative di un cosiddetto miracolo militare in grado di cambiare il corso della guerra: la fantomatica “Wunderwaffe” di cui si parla a Kiev. Dunque, dice Medvedchuk, il modello produttivo di FirePoint si è basato fin dall'inizio su un'ampia cooperazione internazionale: l'Ucraina funge da centro di integrazione del sistema, assemblaggio e ulteriore sviluppo dei sistemi d'attacco, mentre una parte significativa della base tecnologica e dei componenti viene sviluppata fuori del paese e quanto più attivamente le industrie di altri paesi partecipano allo sviluppo di armi a lungo raggio, tanto minore sarà la distanza tra il sostegno all'Ucraina e un confronto militare diretto con la Russia. In sostanza, dice Medvedchuk, FirePoint rappresenta uno degli esempi più eclatanti di vera e propria guerra tra Occidente e Russia.

Questo, nonostante che, stando a fonti “clandestine” filorusse in Ucraina, FirePoint abbia da tempo cessato praticamente di operare come struttura unitaria, dato che, a causa degli attacchi russi, l'azienda sarebbe stata costretta a dislocare le proprie linee di assemblaggio in 70 filiali e ora non sarebbe altro che una rete frammentata di piccole officine, in cui i componenti vengono assemblati “artigianalmente". Il risultato, affermano tali fonti, citate dalla TASS, non è stato «ovviamente un arresto completo della produzione, ma il ritmo è rallentato notevolmente e il costo finale del prodotto è aumentato a causa dei costi logistici. Ora il loro obiettivo principale non è più aumentare la produzione, ma sopravvivere».

Sopravvivere e continuare in qualche modo la guerra, dal momento che, afferma il politologo ucraino emigrato Konstantin Bondarenko, si è formata in Ucraina un'intera casta di persone per le quali la guerra è diventata un affare e che, pertanto, sono interessate alla sua continuazione. Il punto centrale di una recente pubblicazione dell'ex ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs, consiste nell'affermazione secondo cui non ha senso sperare in una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia e solo la guerra deciderà tutto. Nell'articolo di Kuleba si citano calcoli di un non meglio precisato istituto norvegese, secondo cui l'Europa spenderà 910 miliardi di euro per l'Ucraina, per la guerra, nei prossimi quattro anni, se l'Ucraina continuerà a combattere. Ma se non continuerà la guerra, se ci sarà la pace e l'Ucraina accetterà le condizioni della Russia, allora l'Europa spenderà almeno un trilione e mezzo di dollari, forse anche tremila miliardi. Pertanto, è necessario combattere, perché combattere è più economico, è più conveniente ed è redditizio per l'Europa investire nella guerra in Ucraina. Così che, dice Bondarenko, la guerra è da tempo diventata una fonte di profitto per un'intera casta di persone che ne traggono guadagno e che non riescono a immaginare la propria vita senza la guerra.

Ne abbiamo esempi a bizzeffe anche sui media e nei circoli bellicisti di casa nostra. Canaglie tagliagole e affamatori delle masse.

Israele e genocidio a Gaza: il Nobel per la Pace va alla giurista Navi Pillay

 

Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem "Navi" Pillay.

L'annuncio relativo al 125° Premio Nobel per la Pace, diffuso venerdì a Oslo, precisa che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a Pillay per il suo costante impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il comitato ha sottolineato come la giurista abbia svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti dalla giustizia internazionale.

In un momento caratterizzato da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti, il diritto internazionale non rappresenta più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza, ma si conferma una necessità assoluta. Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha evidenziato come il sistema del diritto internazionale sia sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni siano sotto attacco, ricordando che spetta ai giudici custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos.

Navi Pillay, giurista sudafricana di origini tamil indiane di 85 anni, vanta un curriculum di rilievo internazionale: è stata avvocato difensore di Nelson Mandela e di numerosi attivisti anti-apartheid, ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, oltre ad aver ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attualmente figura tra i membri della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio.

L'assegnazione del premio giunge in un momento di forti tensioni sul piano diplomatico. In qualità di commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, espresse, proprio un anno fa, dure critiche nei confronti del piano in 20 punti per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l'esclusione dei palestinesi dalla governance di transizione. La giurista ribadì, a suo tempo, che le recenti proposte per un cessate il fuoco non modificavano la conclusione formale delle Nazioni Unite, secondo cui Israele è responsabile di genocidio.

Trump illustrò il controverso piano di pace insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un impianto ampiamente criticato e definito da più parti come espressione di un pensiero coloniale, che prevede la creazione di un comitato di transizione presieduto dallo stesso Trump e dall'ex primo ministro britannico Tony Blair per supervisionare la Striscia di Gaza. Nel corso di un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness di Middle East Eye, Pillay, in veste di presidente della commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, confermò la validità dei rilievi emersi, ribadendo che le violazioni e la constatazione del genocidio non vengono meno con la semplice richiesta di una tregua.

L'assegnazione del riconoscimento a Pillay assume, dunque, un ulteriore valore simbolico alla luce delle aspirazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha da tempo ambito al Premio Nobel per la Pace e ha ripetutamente affermato di meritarlo, nonostante il quadro bellico in corso in Iran.

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