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Ricevuto oggi — 21 Gennaio 2026

Si dimette il presidente Radev. Ora Mosca sogna sulle elezioni bulgare

21 Gennaio 2026 ore 03:44

   

Il presidente della Bulgaria, Rumen Radev, si è dimesso usando parole strane, quasi non fosse stato lui il capo dello stato finora. Ha definito il sistema politico bulgaro un modello di governo vizioso e ha detto che “la battaglia per il futuro della patria è davanti a noi… Possiamo farcela e ce la faremo”. Radev intende presentarsi alle elezioni legislative che ci saranno in primavera, non si sa se fonderà un nuovo partito, ma cosa intende quando parla di “battaglia della patria” è abbastanza certo. Radev è uno dei politici più euroscettici del paese, si è opposto all’ingresso della Bulgaria nella zona euro, è contrario agli aiuti all’Ucraina e al suo ingresso nell’Ue, è favorevole a un riavvicinamento a Mosca e non si sa se, nel corso della campagna elettorale, potrebbe cercare di unirsi con gli altri partiti che condividono le stesse battaglie.

 

Sofia è senza governo da dicembre, ha adottato l’euro dal primo gennaio senza un esecutivo e senza una nuova legge di bilancio. La Bulgaria è il paese più povero dell’Ue e c’è molta attenzione per il voto che si terrà fra qualche mese perché la sua politica sembra sempre in bilico. Radev è considerato un politico esperto, con un’agenda chiara. Le sue posizioni sono note e il proliferare di partiti vicini a Mosca potrebbe avere due effetti: o frammentare il voto nazionalista ed euroscettico, indebolendo formazioni finora più forti, come Rinascita, oppure, con Radev, nuovi voti ed elettori potrebbero essere attratti dalla novità. La Bulgaria è uno dei paesi in cui la propaganda del Cremlino ha lavorato con più forza, agendo contro il sostegno all’Ucraina e contro l’adesione all’euro. Non è però mai riuscita a portare alla vittoria i partiti filorussi, anzi gli elettori hanno sempre confermato il partito Gerb, nonostante la diffidenza per i suoi leader. Questa volta il paese andrà al voto dopo grandi proteste, la sfiducia nei confronti di Gerb e le accuse di corruzione potrebbero portare cambiamenti, ma la notizia della vittoria della propaganda russa potrebbe essere ancora una volta esagerata.

L’Arsenal sa solo vincere, Inter battuta 3-1 a San Siro

21 Gennaio 2026 ore 02:02

MILANO (ITALPRESS) – All’Inter non riesce l’impresa, che l’avrebbe avvicinata agli ottavi di finale di Champions. A San Siro, nella penultima giornata della prima fase, esulta solo l’Arsenal, che indirizza il match nella prima mezz’ora e lo chiude nel finale, vincendo 3-1 e conquistando il settimo successo in altrettanti incontri.
Si comincia con Chivu che sorprende scegliendo Acerbi, schierato al centro della difesa con Akanji nel ruolo di braccetto destro, e che scommette su Sucic. Panchina iniziale per Bisseck e Mkhitaryan, e anche l’Arsenal fa turnover: fuori inizialmente Gabriel, Ødegaard, Martinelli, Rice, Havertz e Gyòkeres. L’avvio è dominante per i Gunners, che schiacciano l’Inter col pressing fino alla prima costruzione di Yann Sommer e la mettono in crisi. L’Arsenal la sblocca al 10′, con un episodio fortunato: tiro-cross deviato di Timber, Luis Henrique tiene in gioco Gabriel Jesus che sigla l’1-0. L’Inter reagisce subito e, dopo soli otto minuti, la pareggia con Sucic, che trova un gran gol: tiro sotto l’incrocio dopo un batti e ribatti al limite dell’area.
I nerazzurri provano anche a trovare il vantaggio, ma sprecano con Thuram e si fanno nuovamente colpire dai Gunners, che siglano la 19a rete da calcio piazzato. Merito di Trossard, che fa da sponda per Gabriel Jesus mentre i compagni disturbano i difensori e Sommer: doppietta del brasiliano e 2-1 al 31′. Luis Henrique e Lautaro sprecano il possibile pari, mentre Raya salva su Dimarco. Si va dunque al riposo col vantaggio dell’Arsenal e, nella ripresa, l’Inter reclama un rigore su Lautaro (episodio dubbio) e attacca a testa bassa. L’ingresso in campo di Pio Esposito dà nuova linfa ai nerazzurri, che sfiorano il pari con l’ex Spezia e spingono con l’azzurro e Frattesi incursore, ma rischiano in contropiede. Il primo tentativo dell’Arsenal (con Saka) sbatte su Sommer, il secondo è vincente con tutta l’Inter in attacco su un corner. La ripartenza premia Viktor Gyòkeres, che approfitta di un rimpallo tra Saka e il difensore per colpire dal limite dell’area. Sommer battuto ed è 3-1 all’84’, con l’Inter che a questo punto non ha più energie per reagire e si arrende al ko. I nerazzurri perdono la terza gara consecutiva in Champions, seppur dopo aver lottato a testa alta per 70 minuti, e si fermano a quota 12 punti complicando il cammino verso gli ottavi. L’Inter è momentaneamente fuori dalla top-8 (nona) e, pur battendo il Borussia Dortmund nell’ultimo turno, i playoff potrebbero diventare una realtà per Chivu. L’Arsenal, invece, fa sette su sette e ipoteca il primo posto: Gunners a quota 21 punti e irraggiungibili per tutti.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS)

McTominay non basta, in Danimarca il Copenaghen ferma il Napoli sull’1-1

21 Gennaio 2026 ore 02:02

COPENAGHEN (DANIMARCA) (ITALPRESS) – Un’occasione persa che rischia di costare caro. Il Napoli in emergenza non riesce a battere un Copenaghen rimasto in 10 uomini al 35′. Al Parken Stadium finisce 1-1 un match che complica e non poco il cammino in Champions League degli uomini di Antonio Conte, che salgono a 8 punti in classifica con una sola lunghezza di vantaggio sulla zona eliminazione, in attesa delle partite di domani e dell’ultimo turno di mercoledì prossimo contro il Chelsea al ‘Maradonà. Non basta la rete di McTominay ad un Napoli che si presenta in Danimarca incerottato e con le fasce ridisegnate: Spinazzola trasloca a destra per far spazio a Gutierrez sul binario opposto. Ma la vera notizia è in attacco, dove Conte conferma dal primo minuto Antonio Vergara, al suo debutto assoluto da titolare in Champions League. La prima occasione da gol capita proprio sui piedi del prodotto del vivaio partenopeo: finta secca a liberare il tiro e conclusione rasoterra dal limite che accarezza il palo. Nel pre partita Conte era stato categorico: “Vergara gioca perchè merita più di altri, un giocatore può avere 18 anni o 35, è indifferente”.
I fatti danno ragione al tecnico azzurro perchè l’ingenuità che cambia il match la commette il giocatore più esperto in campo. Al 35′ Delaney entra in ritardo con la gamba alta su Lobotka, l’arbitro bosniaco Peljto estrae prima il giallo, poi cambia idea al Var espellendo il 34enne veterano della nazionale danese. Al Napoli bastano tre minuti per sfruttare la superiorità numerica. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo di Elmas, McTominay svetta più in alto di tutti realizzando il suo nono gol stagionale. Anche in 10 però il Copenaghen sa essere pericoloso. Al 61′ sugli sviluppi di un corner e di una torre di Hatzidiakos, Madsen ha la palla dell’1-1, ma la sua conclusione da pochi passi è debole e termina tra le braccia di Milinkovic-Savic. E’ un allarme che resta inascoltato nell’area napoletana e che fa da preludio al gol del pareggio. Al 69′ Buongiorno causa un rigore per un fallo commesso su Elyounoussi: dagli undici metri si presenta Jordan Larsson, figlio di Henrik, che si fa ipnotizzare dallo specialista Milinkovic ma gonfia la rete sulla ribattuta. Conte si gioca prima la carta Ambrosino, poi inserisce Lucca, vicino all’addio. L’ex Udinese spizza di testa all’84’ per il colpo a botta sicura di Olivera, ma è grande la risposta con la punta delle dita di Kotarski che nega il nuovo vantaggio al Napoli. Poi è lo stesso Lucca a sprecare la palla della vittoria al 90′ dopo un batti e ribatti in area. Al big match di domenica in campionato contro la Juventus il Napoli arriva con più dubbi che certezze. E con una Champions che rischia di scivolare via.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

Lo sport che allunga la vita? Il mix è la scelta migliore

21 Gennaio 2026 ore 00:30

(Adnkronos) –
Lo sport allunga la vita. Ma quale, in particolare? La corsa mattutina, l’appuntamento fisso con la partita di tennis fra amici, una tappa in piscina per una nuotata, la cura ‘intensiva’ del giardino, la camminata giornaliera più qualche rampa di scale a piedi ogni volta che è possibile. L’attività fisica può – e dovrebbe – essere parte della routine quotidiana di ognuno. 

E, con il passare degli anni, arriva immancabilmente il momento in cui ci si chiede quale sia lo sport più adatto per garantirsi una lunga vita. La risposta prova a darla la scienza con un nuovo studio pubblicato sulla rivista open access ‘Bmj Medicine’. 

 

Gli esperti hanno attinto ai dati di 2 ampi studi di coorte con ripetute valutazioni dell’attività fisica per oltre 30 anni: il Nurses’ Health Study (basato su 121.700 donne) e l’Health Professionals Follow-Up Study (51.529 uomini). I partecipanti di entrambi i gruppi hanno segnalato le proprie caratteristiche personali, la storia clinica e le informazioni sullo stile di vita al momento dell’arruolamento nel trial e successivamente ogni 2 anni, compilando questionari. 

In entrambi i gruppi, dal 1986 in poi, sono state registrate informazioni su camminata, jogging, corsa, ciclismo (inclusi attrezzi fissi), nuoto, canottaggio o ginnastica tipo calisthenics, tennis e squash/racquetball. Successivamente sono state aggiunte domande sull’allenamento coi pesi o sugli esercizi di resistenza; sugli esercizi a bassa intensità come yoga, stretching e tonificazione; sui lavori all’aperto di intensità moderata tipo manutenzione e giardinaggio; e sui lavori all’aperto di intensità elevata come scavare e tagliare l’erba. Ai partecipanti è stato anche chiesto quante rampe di scale salivano ogni giorno, supponendo 8 secondi di tempo impiegato per ogni rampa. 

L’analisi dei livelli totali di attività fisica si è basata su 111.467 partecipanti: 70.725 del Nurses’ Health Study e 40.742 dell’Health Professionals Follow-Up Study. L’analisi della varietà dell’attività fisica si è basata su 111.373 partecipanti: 70.725 donne e 40.648 uomini. I ricercatori hanno calcolato il punteggio Met (Metabolic Equivalent of Task) per ogni attività fisica moltiplicando il tempo medio (in ore/settimana) dedicato a ciascuna per il suo valore Met, un parametro che misura quanta energia in più viene bruciata durante un’attività rispetto quando si è a riposo. Il numero massimo di attività fisiche individuali è stato di 11 nello studio sulla salute delle infermiere e di 13 nello studio di follow-up degli operatori sanitari. Camminare è stata la tipologia di attività fisica ricreativa più frequente in entrambi i gruppi; gli uomini erano più propensi a fare jogging e correre rispetto alle donne. 

 

Secondo lo studio, non è un singolo tipo di sport l’elisir di lunga vita, ma il mix di diversi tipi di attività fisica che può essere la soluzione migliore, una ricetta ideale di longevità. La varietà, piuttosto che la quantità totale da sola, è collegata a un minor rischio di morte precoce, suggerisce la ricerca. Anche se, va detto, le associazioni non sono lineari, il che suggerisce un possibile effetto soglia ottimale.  

I risultati dello studio dimostrano che passare da un tipo di sport o movimento fisico all’altro, e mantenere costantemente questo mix, vince sulla scelta di fare sempre la stessa cosa ed è collegato a un minor rischio di morte indipendentemente dalla quantità totale, sebbene uno stile di vita attivo sia comunque importante di per sé, sottolineano i ricercatori. L’attività fisica viene comunemente associata a una migliore salute anche mentale e a un minor rischio di morte, ma le prove del potenziale impatto dei diversi tipi di movimento sono meno conclusive, spiegano gli autori. E non è chiaro se la varietà possa prevalere sulla quantità, aggiungono.  

 

I partecipanti con livelli di attività fisica totale più elevati avevano meno probabilità di presentare fattori di rischio per la salute, tra cui fumo, pressione alta e colesterolo alto. Erano anche più propensi a pesare meno (Bmi più basso), a mangiare sano, a essere più integrati socialmente e a praticare una gamma più ampia di attività fisica. 

Nel periodo di monitoraggio durato oltre 30 anni, sono morte 38.847 persone: 9.901 per malattie cardiovascolari, 10.719 per cancro e 3.159 per malattie respiratorie. L’attività fisica totale e la maggior parte delle singole tipologie di attività fisica, ad eccezione del nuoto, sono state associate a un minor rischio di morte per qualsiasi causa. Tuttavia, le associazioni non erano lineari e le associazioni per l’attività fisica totale si stabilizzavano dopo aver raggiunto le 20 ore Met settimanali, suggerendo che potrebbe esserci una soglia ottimale, analizzano i ricercatori. 

Camminare è stato associato al rischio di morte più basso, pari al 17%, per chi lo faceva di più rispetto a chi lo faceva di meno, mentre salire le scale è stato associato a un rischio inferiore del 10%. Le associazioni osservate per gli altri tipi di attività fisica (quantità minima contro massima) erano: tennis, squash o racquetball 15% di rischio inferiore; canottaggio o calisthenics 14% di rischio inferiore; allenamento con i pesi o esercizi di resistenza 13% di rischio inferiore; corsa 13% di rischio inferiore; jogging 11% di rischio inferiore; ciclismo 4% di rischio inferiore. 

Una maggiore varietà di attività fisica è stata associata a un minor rischio di morte. Praticare la più ampia gamma di attività fisica è stato associato a un rischio di morte per tutte le cause inferiore del 19% e a un rischio di morte per malattie cardiovascolari, cancro, malattie respiratorie e altre cause inferiore del 13-41%. Gli autori precisano che si tratta di uno studio osservazionale e, in quanto tale, non è possibile trarre conclusioni definitive su causa ed effetto (e c’è anche da considerare il limite dei dati che sono auto-riportati, non misurati oggettivamente). In ogni caso, concludono, “nel complesso questi dati supportano l’idea che l’impegno a lungo termine in più tipi di attività fisica può aiutare a prolungare la durata della vita”. 

cronaca

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Groenlandia, Trump arriva a Davos: “Scoprirete cosa farò”

21 Gennaio 2026 ore 00:27

(Adnkronos) –
“You’ll find out”. “Lo scoprirete”. Donald Trump sbarca a Davos per il World Economic Forum e promette novità sulla Groenlandia, il tema caldissimo del momento. Il presidente degli Stati Uniti arriva in Svizzera per ribadire che l’isola artica, territorio controllato dalla Danimarca, è un obiettivo imprescindibile per Washington. “E’ fondamentale per la sicurezza nazionale”, ripete, mostrando sicurezza sull’epilogo positivo della vicenda. 

“Abbiamo tanti meeting in programma sulla Groenlandia. Credo che le cose andranno bene. Succederà qualcosa e sarà positivo per tutti”, dice Trump in un’interminabile conferenza alla Casa Bianca convocata per celebrare i risultati ottenuti nel primo anno di mandato. Dettaglio trascurabile: gli abitanti della Groenlandia non ne vogliono sapere niente. “Non ho parlato con loro, quando lo farò sono sicuro che saranno entusiasti”. 

 

Per ora, in realtà, in Groenlandia sono arrabbiati e preoccupati. “E’ improbabile che la forza militare venga utilizzata ma non è neppure escluso. L’altra parte l’ha detto chiaramente”, dice il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, che non ritiene opportuno escludere un’azione militare americana. “E’ per questo che bisogna essere preparati ad ogni possibilità, ma evidenziamolo: la Groenlandia fa parte della Nato e se ci dovesse essere un’escalation, questo avrebbe conseguenze anche per il resto del mondo”. 

“Se qualcuno attacca il popolo della Groenlandia, ovviamente, reagiremo. Qualunque cosa accada”, dice il deputato Kuno Fencker alla Cnn. “Lotteremo per la nostra sovranità, lotteremo per il nostro diritto di essere ascoltati”. Fencker, che appartiene al partito di centro indipendentista Naleraq, è consapevole che la Groenlandia sia molto più debole rispetto agli Stati Uniti da un punto di vista militare. “Non abbiamo nemmeno un esercito”, dice, ribadendo che “la nostra legge stabilisce espressamente che dobbiamo negoziare con la Danimarca per quanto riguarda il futuro della Groenlandia”. 

 

La linea aggressiva degli Usa ha innescato nuove tensioni nei rapporti con l’Europa. “Io ho fatto per la Nato più di qualunque altro. Noi abbiamo speso una montagna di soldi e saremmo pronti ad andare in loro aiuto. Non so se loro ci aiuterebbero”, dice Trump sollevando dubbi sulla lealtà dei partner europei. “Io ho reso la Nato molto più forte, credo che l’Alleanza a volte venga sopravvalutata. Quando sono arrivato, i paesi non contribuivano con il 2% del Pil. Ora siamo arrivati al 5% e pagano, comprano tante armi da noi”, ribadisce per l’ennesima volta. Quindi, tra una risposta e l’altra, spazio all’ottimismo: “Credo troveremo una soluzione che renderà molto felice la Nato. E saremo molto felici anche noi”.  

Tra i ‘bersagli’ di Trump spicca Emmanuel Macron. Il presidente francese, nel suo intervento a Davos, colpisce in maniera chirurgica: ironizza sul numero di guerre che sarebbero state fermate negli ultimi mesi, con allusione al record sbandierato da Trump, stigmatizza le “idee folli” come quella relativa alla Groenlandia e esorta a tenersi alla larga da “un nuovo imperialismo o un nuovo colonialismo”. Trump replica spiegando che, in caso di riunione del G7 a Parigi, non risponderebbe all’invito: “Macron non sarà in carica ancora a lungo”. Colpito e affondato. 

Al di là degli annunci, il rapporto tra Stati Uniti e alleati sembra raffreddarsi, a giudicare dalle news diffuse dal Washington Post. Il Pentagono punta a ridurre la partecipazione americana in una serie di ‘advisory groups’ della Nato: la decisione riguarda per ora circa 200 elementi e ridimensionerà il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’attività di 30 centri di eccellenza utilizzati per addestramenti speciali di forze dell’alleanza. Il disimpegno non sarà immediato ma progressivo e, secondo il quotidiano, costituisce un ulteriore segnale dell’allontanamento degli Usa dall’anima europea dell’Alleanza. Nel 2025, il Pentagono ha annunciato che avrebbe ritirato truppe dalla Romania e che avrebbe tagliato programmi di sicurezza legati ai paesi baltici. 

 

Le fibrillazioni in ambito Nato si aggiungono alle tensioni commerciali. Trump ha varato dazi, in vigore dal primo febbraio, contro i paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia negli ultimi giorni. L’Ue potrebbe rispondere con un piano complessivo da 93 miliardi di euro tra tariffe e misure che colpirebbero le aziende americane. Il presidente degli Usa non sembra temere il rischio di una ‘trade war’: “Hanno un disperato bisogno di quell’accordo con noi. Hanno lottato duramente per ottenerlo”, dice facendo riferimento all’intesa che lo scorso anno ha regolato i rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico cancellando i dazi reciproci. 

“Sono fiducioso che i leader non faranno degenerare la situazione e che si arriverà a una situazione positiva per tutti”, dice il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, apripista americano a Davos, invitando alla calma sui rapporti commerciali. “Ciò che chiedo a tutti è di sedersi, fare un bel respiro e lasciare che le cose seguano il loro corso… La cosa peggiore che i Paesi possono fare è reagire con un’escalation contro gli Stati Uniti”, aggiunge, precisando che “quanto il presidente Trump minaccia sulla Groenlandia è molto diverso dagli altri accordi commerciali. Dico a tutti: rilassatevi, fate un respiro profondo, non reagite, il presidente sarà qui” mercoledì” e trasmetterà il suo messaggio”. 

 

internazionale/esteri

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Rottamazione quinquies al via, debiti e domanda adesione: cosa c’è da sapere

21 Gennaio 2026 ore 00:07

(Adnkronos) – Al via la rottamazione quinquies. L’Agenzia delle entrate riscossione annuncia che sono disponibili, sul proprio sito internet, le modalità e il servizio per presentare la domanda di adesione alla definizione agevolata delle cartelle. La richiesta, si legge in una nota, deve essere trasmessa in via telematica entro il prossimo 30 aprile. ”Per agevolare i contribuenti nella fase di adesione, è possibile individuare i debiti che possono essere ‘rottamati”’. 

L’Agenzia delle entrate riscossione spiega che la nuova misura agevolativa, rispetto alle precedenti, ”presenta un ambito applicativo riferito esclusivamente a determinati carichi affidati in riscossione (imposte dichiarate ma non versate, omesso versamento dei contributi Inps diversi da quelli richiesti a seguito di accertamento, sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada affidate dalle prefetture)”.  

Per chi presenterà la domanda direttamente dall’area riservata del sito, il servizio propone i soli debiti rottamabili. Inoltre l’Agenzia delle entrate riscossione ha messo a disposizione il servizio online che consente di chiedere il prospetto informativo con l’elenco dei carichi che possono essere rottamati e il corrispondente importo dovuto in misura agevolata. 

economia

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Meteo, allerta rossa oggi in Sardegna, Sicilia e Calabria

21 Gennaio 2026 ore 00:06

(Adnkronos) – Allerta rossa anche oggi, mercoledì 21 gennaio, in Sardegna, Sicilia e Calabria. La fase di maltempo, con pioggia e vento forte, prosegue sulle regioni del sud e sulle due isole maggiori in un quadro meteo che provoca emergenza. Il ciclone Harry non ha ancora allentato la presa e anche una parte della giornata di mercoledì sarà caratterizzata da mareggiate violente, in particolare lungo le coste ioniche. 

La Protezione Civile evidenzia che “una circolazione depressionaria centrata sulla Tunisia continua a determinare maltempo e a richiamare correnti umide sud-orientali sulle regioni meridionali italiane”. Le previsioni meteo fanno riferimento a “precipitazioni abbondanti e persistenti su Sicilia e Calabria, specie sui versanti orientali, e intensa ventilazione di Scirocco che raggiungerà intensità di burrasca forte e raffiche fino a tempesta, con forti ed estese mareggiate sulle coste esposte”. 

 

Il quadro meteo spinge diversi comuni ad adottare provvedimenti. In Sicilia, ccuole, ville comunali e cimiteri ancora chiusi a Messina, Catania, Enna, Siracusa e in numerosi comuni delle varie province. Scuole chiuse anche in molti comuni della Calabria nelle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia. In Sardegna provvedimento analogo adottato a Cagliari. 

 

In Sicilia tornerà verso la normalità la circolazione dei treni. Al termine delle verifiche tecniche della linea, riattivate alle 7.30 la Catania-Palermo, alle 13.15 la Caltanissetta-Agrigento e alle 14 la Siracusa-Caltanissetta. Riprende oggi, con alcune modifiche all’offerta, anche la circolazione sulla Messina-Catania-Siracusa, mentre resterà chiusa la Catania-Caltagirone. 

 

L’avviso della Protezione Civile prevede il persistere di venti di burrasca dai quadranti orientali, dopo ieri, con raffiche fino a tempesta su Sicilia e Calabria, con forti mareggiate sulle coste esposte. “Si prevede, inoltre, il persistere di precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale: sulla Sicilia, specie settori nord-orientali, e sulla Calabria, specie settori ionici, dove assumeranno carattere nevoso sopra i 1000-1200 metri”.  

Su queste basi, per la giornata di oggi 21 gennaio scatta quini “allerta rossa sul versante centro-meridionale della Sardegna, sul settore nord-orientale della Sicilia e sul settore ionico meridionale della Calabria. Valutata, inoltre, allerta arancione su alcuni settori di Sardegna, Sicilia e Calabria, gialla in Puglia, Basilicata e sui restanti territori di Sardegna, Sicilia e Calabria”. 

cronaca

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Vaccini, l’effetto giovinezza dell’anti-zoster: l’invecchiamento biologico rallenta

21 Gennaio 2026 ore 00:03

(Adnkronos) –
Più giovani dopo il vaccino. La vaccinazione contro l’Herpes zoster – il fuoco di Sant’Antonio – non solo protegge dalla malattia, ma può anche contribuire a un invecchiamento biologico più lento negli anziani. E’ la conclusione di uno studio della Usc (University of Southern California) Leonard Davis School of Gerontology, pubblicato su ‘Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences’ e sostenuto dal National Institute on Aging (Nia) dei National Institutes of Health (Nih).  

Utilizzando i dati dello U.S. Health and Retirement Study finanziato dal Nia, rappresentativo a livello nazionale, i ricercatori hanno cercato di capire come la vaccinazione anti-zoster abbia influenzato diversi aspetti dell’invecchiamento biologico in oltre 3.800 partecipanti che nel 2016 avevano dai 70 anni in su. “Coloro che hanno ricevuto il vaccino contro l’Herpes zoster – riportano gli scienziati – hanno mostrato in media un invecchiamento biologico più lento rispetto ai non vaccinati”. Un ‘effetto giovinezza’ che si manteneva anche tenendo conto di altre variabili sociodemografiche e sanitarie.  

 

L’Herpes zoster o fuoco di Sant’Antonio – spiegano gli autori – è un dolorosa eruzione cutanea vescicolare causata dalla riattivazione del virus della varicella (Varicella zoster); chiunque abbia avuto la varicella, quindi, è a rischio di contrarre l’Herpes zoster. Sebbene il fuoco di Sant’Antonio possa manifestarsi in giovane età, il pericolo è maggiore per gli over 50 e le persone immunodepresse. 

La vaccinazione, generalmente somministrata agli anziani, offre protezione dall’Herpes zoster e riduce il rischio di nevralgia posterpetica, un pesante dolore cronico che può conseguire all’infezione. Sebbene i vaccini siano progettati per proteggere dalle infezioni acute, recenti ricerche hanno evidenziato una possibile correlazione tra i vaccini per adulti (inclusi quelli per l’Herpes zoster e l’influenza) e una minore probabilità di demenza e altre malattie neurodegenerative, sottolinea Jung Ki Kim, professore associato di Gerontologia e primo autore del lavoro. “Questo studio – afferma – si aggiunge alle prove emergenti che i vaccini potrebbero svolgere un ruolo nel promuovere un invecchiamento sano modulando i sistemi biologici, oltre alla prevenzione delle infezioni”. 

A differenza dell’invecchiamento cronologico – chiariscono gli scienziati – l’invecchiamento biologico si riferisce al modo in cui il corpo e la funzionalità di organi e sistemi cambiano nel tempo. Due 65enni, coetanei per l’anagrafe, biologicamente possono apparire molto diversi: uno più giovane ‘dentro’, l’altro più vecchio della sua età.  

 

Nella nuova ricerca Kim e la coautrice Eileen Crimmins, docente all’Usc, che insegna Gerontologia all’Aarp (American Association of Retired Persons), hanno misurato 7 parametri dell’invecchiamento biologico: infiammazione, immunità innata (le difese generali dell’organismo contro le infezioni), immunità adattativa (le risposte a specifici agenti patogeni dopo l’esposizione o la vaccinazione), emodinamica cardiovascolare (flusso sanguigno), neurodegenerazione, invecchiamento epigenetico (cambiamenti nel modo in cui i geni vengono disattivati o attivati), invecchiamento trascrittomico (cambiamenti nel modo in cui i geni vengono trascritti in Rna e quindi tradotti in proteine). Il team ha anche messo insieme i dati ottenuti, ottenendo un punteggio complessivo (composito) di invecchiamento biologico. “In media – riferiscono i ricercatori – i vaccinati presentavano livelli di infiammazione significativamente più bassi, un invecchiamento epigenetico e trascrittomico più lento e punteggi di invecchiamento biologico composito più bassi”.  

 

I risultati, proseguono gli autori, forniscono maggiori informazioni sui possibili meccanismi alla base dell’interazione tra salute immunitaria e invecchiamento. Gli scienziati chiamano in causa l’infiammazione cronica di basso livello, un fattore noto che contribuisce a molte condizioni legate all’età, tra cui malattie cardiache, fragilità e declino cognitivo. Un fenomeno definito ‘inflammaging’, ricorda Kim. “Contribuendo a ridurre questa infiammazione di fondo, probabilmente prevenendo la riattivazione del virus che causa l’Herpes zoster, il vaccino può svolgere un ruolo nel supportare un invecchiamento più sano”, ragiona l’esperto. “Sebbene gli esatti meccanismi biologici restino da comprendere – precisa – il potenziale della vaccinazione nel ridurre l’infiammazione la rende un’aggiunta promettente a strategie più ampie volte a promuovere la resilienza e rallentare il declino correlato all’età”. 

I benefici potrebbero non essere transitori, bensì duraturi. Analizzando l’impatto del tempo trascorso dalla vaccinazione sui risultati osservati, Kim e Crimmins hanno rilevato che i partecipanti vaccinati 4 o più anni prima di regalare alla scienza un campione di sangue mostravano comunque un invecchiamento epigenetico, trascrittomico e biologico complessivo più lento, in media, rispetto ai partecipanti non vaccinati. 

“Questi risultati – commenta Crimmins – indicano che la vaccinazione influenza domini chiave legati al processo di invecchiamento. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per replicare ed estendere questi dati, soprattutto utilizzando disegni longitudinali e sperimentali, il nostro studio si aggiunge a un crescente corpus di lavori che suggerisce come i vaccini, oltre a prevenire malattie acute, potrebbero svolgere un ruolo nelle strategie di invecchiamento sano”. 

internazionale/esteri

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Groenlandia, accordo difficile con Usa senza indipendenza: i possibili scenari

21 Gennaio 2026 ore 00:02

(Adnkronos) – Gli Stati Uniti stanno valutando possibili scenari di cooperazione con la Groenlandia, tra cui un accordo di libera associazione (Cofa), simile a quelli già siglati con Micronesia, Isole Marshall e Palau nel Pacifico. Secondo esperti e diplomatici, citati dal Wall Street Journal, applicare lo stesso modello alla Groenlandia risulterebbe però più complesso, a causa del diverso contesto storico, politico e geopolitico dell’isola.  

Negli ultimi 40 anni, i ‘compact’ nel Pacifico hanno garantito miliardi di dollari di aiuti e vantaggi ai cittadini locali – tra cui la possibilità di vivere, lavorare e arruolarsi negli Stati Uniti – in cambio di controllo sulla difesa e accesso a basi militari strategiche, come radar e poligoni di prova. Questi accordi hanno sostenuto le economie locali e rafforzato la presenza americana in aree sensibili, ma non sono mancati problemi, legati alla gestione dei fondi, alla migrazione e ai servizi pubblici. 

La Groenlandia, con circa 57.000 abitanti, è meno popolosa della Micronesia e mantiene un forte legame con la Danimarca, alleata degli Stati Uniti e membro Nato, che gestisce difesa e finanziamenti. Un eventuale Cofa, discusso come alternativa a un’acquisizione diretta da parte americana, richiederebbe prima l’indipendenza dall’autorità danese, consentendo a Nuuk di negoziare autonomamente eventuali accordi con Washington. 

Anche se gli Stati Uniti possiedono già basi in Groenlandia (Thule/Pituffik), un accordo di libera associazione offrirebbe pagamenti diretti più generosi e diritti esclusivi di difesa. Molti esperti lo considerano però improbabile a causa dell’opposizione locale. Alan Tidwell, dell’Università di Georgetown, sottolinea che prima di discutere un accordo di libero associazionismo sarebbe opportuno affrontare la questione dell’indipendenza dell’isola, evitando pressioni coercitive e possibili tensioni nell’Artico e in Europa settentrionale. 

 

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Cina, pubblico esplora la vita artistica di Caravaggio grazie alla tecnologia VR

21 Gennaio 2026 ore 00:02

GUANGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Indossando un visore per la realtà virtuale, i visitatori possono viaggiare indietro nel tempo, nella Roma e nella Napoli a cavallo del XVII secolo, ed esplorare la vita e il percorso artistico straordinari del maestro della pittura italiana Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il 16 gennaio si è aperta la mostra “Dalla luce all’oscurità: vivere Caravaggio attraverso la realtà virtuale” presso la Biblioteca di Guangzhou, nella Cina meridionale.
Caravaggio, celebre pittore italiano attivo tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, sviluppò uno stile pittorico distintivo che influenzò profondamente la nascita della scuola barocca e ispirò generazioni di artisti in epoca successiva.
La mostra è stata organizzata congiuntamente dal Consolato generale della Repubblica italiana a Guangzhou e dalla Biblioteca di Guangzhou. Grazie alla tecnologia VR, i visitatori sono invitati a “entrare” direttamente nelle scene cariche di tensione drammatica dei dipinti di Caravaggio ripercorrendo le fonti di ispirazione delle sue opere.
Il film in realtà virtuale presentato alla mostra è un progetto cinematografico VR in 3D realizzato congiuntamente dalle società italiane Way Experience e Goldenart Production. Basandosi su materiali come libri e film, la pellicola seleziona tre scene rappresentative della vita di Caravaggio e le ricrea in modo vivido, combinando animazione e suono per consentire ai visitatori di sperimentare in prima persona lo stretto legame tra la sua arte e la sua vita.
Secondo Wu Cuihong, direttrice della Biblioteca di Guangzhou, oltre ai contenuti virtuali in VR, lo spazio espositivo ricostruisce anche scene chiave del film, creando un ambiente immersivo per i visitatori. Integrando le risorse bibliografiche della biblioteca, la storia di Caravaggio viene così inserita all’interno dello spazio espositivo.
“Dopo aver tolto il visore per la realtà virtuale, i visitatori possono entrare immediatamente in ambienti tangibili, come uno studio di pittura, una taverna o una strada, che corrispondono alle scene virtuali. Possono inoltre approfondire la conoscenza di Caravaggio e della sua epoca attraverso pannelli didascalici, libri cartacei e video documentari”, ha spiegato Wu.
Il Consolato generale della Repubblica italiana a Guangzhou e la Biblioteca di Guangzhou mantengono da tempo una partnership nel campo degli scambi culturali. Negli ultimi 12 anni hanno co-organizzato oltre 60 eventi – tra cui le mostre “Leonardo: Opera Omnia” e “L’arte di Raffaello: Opera Omnia” – presentando i tesori artistici e lo spirito umanista del Rinascimento e attirando numerosi appassionati d’arte.
“Spero sinceramente che questa mostra non rappresenti solo un’importante occasione per presentare il patrimonio artistico italiano, ma diventi anche un ulteriore solido pilastro per promuovere il dialogo e lo scambio interculturali tra l’Italia e la Cina meridionale”, ha dichiarato Valerio De Parolis, console generale d’Italia a Guangzhou.
– Foto Xinhua –
(ITALPRESS)

Ricevuto ieri — 20 Gennaio 2026

Spagna, nuovo incidente ferroviario vicino a Barcellona: almeno 15 feriti

20 Gennaio 2026 ore 22:50

(Adnkronos) – Sono almeno 15 le persone, rimaste ferite in Catalogna, dopo il crollo di un muro di contenimento su un treno locale della linea R4, tra Gelida e Sant Sadurní vicino a Barcellona. Il tutto ad appena due giorni dalla tragedia ferroviaria in Andalusia. Fonti ufficiali hanno escluso vittime e almeno tre membri del governo catalano sono in viaggio sul posto. La prima segnalazione dell’incidente è stata fatta ai servizi di emergenza alle 21.02. L’incidente è avvenuto al chilometro 64 della linea ferroviaria. Secondo le prime notizie, il treno R4 in viaggio tra Manresa e Sant Vicenç de Calders si è scontrato frontalmente con un muro di contenimento che apparentemente è crollato sui binari. 

 

Secondo la Protezione Civile, almeno 15 persone sono rimaste colpite dall’incidente di Gelida. Undici unità del Sistema di Emergenza Sanitaria e un’unità congiunta con i vigili del fuoco sono state inviate sul posto. Il servizio sulla linea R4 è stato sospeso. Le prime ipotesi sulla causa dell’incidente, secondo fonti ufficiali, indicano le forti piogge che hanno colpito la Catalogna negli ultimi giorni come causa della destabilizzazione del muro di contenimento. Problemi anche per un treno in servizio sulla linea R1 tra le stazioni di Blanes e Maçanet che è deragliato, senza tuttavia riportare feriti. L’incidente è stato causato dalla caduta di massi sui binari a causa della tempesta che ha colpito Girona martedì. Anche su quella linea il servizio è stato sospeso. 

 

internazionale/esteri

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

SuperEnalotto, numeri combinazione vincente oggi 20 gennaio

20 Gennaio 2026 ore 22:21

(Adnkronos) – Nessun 6 né 5+1 al concorso del SuperEnalotto di oggi. Il jackpot stimato per il prossimo concorso a disposizione dei 6 ammonta a 109.100.000 euro. 

 

La schedina minima nel concorso del SuperEnalotto prevede 1 colonna (1 combinazione di 6 numeri). La giocata massima invece comprende 27.132 colonne ed è attuabile con i sistemi a caratura, in cui sono disponibili singole quote per 5 euro, con la partecipazione di un numero elevato di giocatori che hanno diritto a una quota dell’eventuale vincita. In ciascuna schedina, ogni combinazione costa 1 euro. L’opzione per aggiungere il numero Superstar costa 0,50 centesimi. 

La schedina minima nel concorso del SuperEnalotto prevede 1 colonna (1 combinazione di 6 numeri). La giocata massima invece comprende 27.132 colonne ed è attuabile con i sistemi a caratura, in cui sono disponibili singole quote per 5 euro, con la partecipazione di un numero elevato di giocatori che hanno diritto a una quota dell’eventuale vincita. In ciascuna schedina, ogni combinazione costa 1 euro. L’opzione per aggiungere il numero Superstar costa 0,50 centesimi. 

 

Al SuperEnalotto si vince con punteggi da 2 a 6, passando anche per il 5+. L’entità dei premi è legata anche al jackpot complessivo. In linea di massima: 

– con 2 numeri indovinati, si vincono orientativamente 5 euro; 

– con 3 numeri indovinati, si vincono orientativamente 25 euro; 

– con 4 numeri indovinati, si vincono orientativamente 300 euro; 

– con 5 numeri indovinati, si vincono orientativamente 32mila euro; 

– con 5 numeri indovinati + 1 si vincono orientativamente 620mila euro. 

 

E’ possibile verificare eventuali vincite attraverso l’App del SuperEnalotto. Per controllare eventuali schedine giocate in passato e non verificate, è disponibile on line un archivio con i numeri e i premi delle ultime 30 estrazioni. 

 

Ecco la combinazione vincente: 8, 13, 25, 60, 72, 74, Numero Jolly 78, SuperStar 34.  

 

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

La legge del più forte. Quando lo Stato è il problema (sempre!)

20 Gennaio 2026 ore 21:00

L’azione strategica compiuta dalle forze statunitensi a Caracas, con il conseguente allontanamento del presidente del Venezuela e l’annunciata supervisione sulla politica e l’economia del paese nella fase di transizione, fino all’insediamento di un governo meno insensibile alle preoccupazioni USA (il tono è volutamente mantenuto più neutro possibile), ha monopolizzato dibattiti e discussioni sulla quasi totalità degli organi di informazione in queste settimane.

Come abitualmente accade in questi casi, si è evitato di approfondire gli aspetti più controversi della questione, limitandosi a un’analisi superficiale e strumentalmente funzionale agli obiettivi di marketing che sempre più l’informazione assume come unico standard della propria attività di scelta, esame e diffusione delle notizie.

L’estrema polarizzazione in due campi contrapposti che si limitano a lanciarsi vicendevolmente invettive, senza minimamente entrare nel merito della questione, risponde a questa logica di ricerca, accaparramento e crescita del consenso, che poco o niente ha a che fare con l’argomento trattato, ma che si riduce immancabilmente al piegare ogni fatto, per quanto globale e significativo, a esigenze locali e contingenti.

Ecco allora come, a seconda dello schieramento di appartenenza, “l’azione strategica” di cui sopra diventi o un’intollerabile aggressione che minaccia il diritto di autodeterminazione di uno stato sovrano, mettendo a repentaglio la sicurezza mondiale e infrangendo le più elementari regole del diritto internazionale, oppure un’iniziativa legittima di difesa nei confronti di un regime dittatoriale e criminale e contemporaneamente un decisivo passo avanti nella diffusione della democrazia nel mondo.

Pur senza voler entrare in questo tipo di discussione, non si può non far presente come la politica estera statunitense, ispirata dalla “dottrina Monroe”, dal “corollario Roosevelt” e dal “Manifest destiny”, sia sempre stata orientata verso l’egemonia sul continente americano e abbia sempre considerato propria prerogativa il diritto di interferire, spesso anche militarmente, con i governi dei paesi ritenuti strategici per gli interessi della propria economia. Nel corso della storia questa inclinazione si è manifestata con l’annessione diretta di territori (Messico, Porto Rico, Hawaii), con la creazione di stati fantoccio (Panama), con ingerenze per contrastare governi non graditi (Nicaragua, Guatemala, Cuba, Repubblica Dominicana), con il supporto dato a colpi di stato (Brasile, Uruguay, Bolivia, Cile). Forse per la prima volta nella storia un presidente USA ha ammesso candidamente, senza usare nessun tipo di diplomazia o schermatura ideologica, che il Venezuela è stato invaso per i suoi giacimenti petroliferi, con buona pace di chi, nel resto del mondo, si adopera nel trovare motivazioni più nobili ed elevate: non tutti i paesi sono degni di ricevere la democrazia, è utile esportarla solo là dove conviene!

Da una certa prospettiva appaiono figlie della stessa impostazione le analisi di chi sottolinea le future conseguenze di questa vicenda dal punto di vista degli equilibri geopolitici mondiali e di coloro che evidenziano la crisi drammatica del diritto internazionale e la necessità di ripristinare regole certe, che non consentano il ripetersi di “incidenti” del genere. I primi immaginano il mondo come una sorta di Risiko in cui le grandi potenze rivaleggiano per conquistare sempre maggiori zone di influenza, col rischio di scatenare conflitti mondiali distruttivi, ma anche con la possibilità di arrivare ad un equilibrio che permetta una sorta di stabilità più o meno sicura e duratura: una riformulazione della vecchia formula della pace e deterrenza armata dei tempi della guerra fredda, con buona pace di Groenlandia, Messico, Cuba, Colombia, Ucraina, Iran, Palestina, Taiwan ecc. I secondi auspicano un diritto internazionale certo e rispettato da tutte le nazioni, ma nel fare questo non solo dimenticano, per esempio, l’assoluta inutilità e inconsistenza delle numerose sanzioni comminate dall’ONU e teoricamente ancora in vigore, ma tralasciano anche una nozione elementare: per essere applicabile un ordinamento ha necessità di una capacità sanzionatoria, o per dirla con Weber di un ente che “possieda il monopolio della forza legittima”, sia cioè in grado di imporre la propria volontà. In questa prospettiva solo la creazione di un “super-stato” con un proprio esercito potrebbe garantire le condizioni necessarie all’esistenza di un diritto, a questo punto non più internazionale, cogente e applicabile. Possiamo definire entrambi i punti di vista “statocentrici”, nel senso che non sanno immaginare nessun tipo di politica o iniziativa globale che possa prescindere dall’idea di nazione e si affidano, nel cercare soluzioni alla crisi che stiamo vivendo, a quelle stesse entità che l’hanno causata e che in un certo qual modo prosperano grazie ad essa. Da sempre apparato burocratico e autoritario-poliziesco sono funzionali alla difesa e agli interessi della classe dominante; nel contempo lo stato ha progressivamente e inesorabilmente rinunciato a quelle funzioni di parziale, e apparente, riequilibratore nella distribuzione delle ricchezze e fornitore universale di servizi ritenuti essenziali: sanità, assistenza e istruzione. La cessione di queste prerogative al settore privato ha, tra le altre conseguenze, definitivamente trasformato i governi in giganteschi enti appaltatori che usano i soldi della collettività, quindi pubblici, per finanziare società private su cui non hanno nessun controllo. Anzi tali società impongono ai governi agenda, condotta, politiche e direzione di marcia, lasciando all’apparato statale i compiti di garantire la sicurezza interna, intesa come repressione contro movimenti potenzialmente destabilizzanti, o comunque critici e non allineati, e di fornire un gigantesco supporto propagandistico, occupando tutte le possibili fonti di informazione, cercando di non far emergere o presentare come faziose, puerili e pericolose le visioni alternative. La realtà non può essere diversa da quella che è, ogni tentativo di trasformarla e renderla più a misura d’uomo non solo è destinata a fallire, ma è un atto contro natura. In questa prospettiva la guerra, le politiche belliciste, il riarmo incondizionato, il sempre crescente dirottamento del flusso di risorse verso il settore militare sono aspetti indissolubilmente legati alla logica di predominio, prepotenza e aggressione incondizionata secondo la quale individui, gruppi, collettività e popoli (quest’ultimo termine inteso nel senso più generico possibile e non legato all’idea di nazione) sono all’occorrenza solo e soltanto consumatori, carne da cannone o serbatoio di manodopera a basso costo, sacrificabili alle esigenze del “progresso”.

Continuare a ragionare in termini di stato, nazione, confini, razze, eserciti, guerre invece che di individui, gruppi, collettività, popoli, umanità, non contrastare le politiche di aggressione economiche e militari delle nazioni, restare indifferenti alle insopportabili disuguaglianze, alle condizioni drammatiche in cui versa la maggioranza della popolazione mondiale, all’emergenza ambientale, conseguenze del neoliberismo e di una condotta ispirata esclusivamente dalla logica del profitto, è ormai improponibile.

È oggi più che mai necessario e indispensabile proporre un modello alternativo di sviluppo e di esistenza basato su presupposti che mettano in primo piano il benessere e lo sviluppo degli individui e delle comunità, la cooperazione e il mutuo appoggio, la sostenibilità e il rispetto delle diversità, a partire dai bisogni autentici e dalle volontà delle persone che, autonomamente e senza autorità, possano essere libere di decidere il proprio destino e concorrere in prima persona a realizzarlo.

È oggi altrettanto necessario e indispensabile un approccio anarchico, per la realizzazione di un’umanità proiettata al superamento delle logiche e delle dinamiche che stanno conducendo tutti noi verso l’annientamento e la distruzione; un approccio anarchico che sappia affrontare le sfide che la contemporaneità sta incessantemente lanciando e che sia in grado di elaborare strategie, senza rinunciare ai propri presupposti, per provare a vincerle. Continuare a sviluppare un pensiero critico anche elaborato senza che questo si distacchi dalla realtà concreta; saper contrapporre una controinformazione efficace in un mondo dominato dal pensiero unico, standardizzato e banalizzato; provare ad avvicinare sempre più individui alla prospettiva anarchica, in tutti gli ambiti, attraverso l’esempio; riappropriarsi di spazi pubblici autogestiti; contrastare ogni forma di autorità e gerarchia ovunque si manifesti; mantenere un’indole ribelle e sviluppare una visione globale che, partendo dalle realtà locali, sappia porsi come argine ai drammi mondiali che stiamo vivendo, rimangono alcuni dei presupposti indispensabili per un pensiero e una condotta anarchica che non voglia limitarsi ad essere una sterile testimonianza, una scelta di non complicità o un’utopia lontana, ma si ponga l’obiettivo reale di costruire un’alternativa possibile e non temporalmente indefinita.

Alessandro Fini

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Bilancio n. 2/2026

20 Gennaio 2026 ore 21:00

ENTRATE

PAGAMENTO COPIE

AREZZO G.Sacchetti €10,00; IMOLA GR. Studi sociali E. Malatesta €218,50

Totale €228,50

ABBONAMENTI

MILANO L.Cappellini (cartaceo+gadget) €65,00; ROMA A.Verde (pdf+gadget) €35,00; MADRID A.Gonzalez M. (cartaceo) €90,00; CASTELFORTE F.Battista (cartaceo+gadget) €65,00; IMOLA C.Mazzolani (pdf) €25,00; MURLO P.Brocchi (pdf) €25,00; MILANO P.Messina (cartaceo) €55,00; MILANO P.Messina (pdf) €25,00; \MONTEBELLUNA A.Pernechele (cartaceo+gadget) €65,00; slp F.Pozzo (cartaceo+gadget) €65,00; TORRI DI QUARTESOLO G.Zentile (pdf) €25,00; VERONA Bibioteca Domaschi (2 cartacei) €110,00; FIESOLE U.Casalini (cartaceo) €50,00; BERCETO D.Pieroni in ricordo del padre Silvio (cartaceo) €55,00; ROMA A.Caporossi (cartaceo) €55,00; ANCONA P.Masè (cartaceo+gadget) €65,00; slp S.Montanari (cartaceo) €55,00; S.PIETRO IN CARIA S.Bellotti (cartaceo+gadget) €65,00; VIGNOLE BARBERA G.Traverso (cartaceo+gadget) €65,00; BORGO POASIO G.Faiola (cartaceo) €55,00; BANARI S.Corda (cartaceo) €55,00; SORRENTO M.Caliri (pdf) €25,00; SIENA P.Navarrone (cartaceo+gadget) €65,00; MASSINO VISCONTI L.Verminetti (pdf) €25,00; EMPOLI P.Becherini (cartaceo+gadget) €65,00; SENIGALLIA C.Del Moro (cartaceo) €55,00; CASTEL S.GIOVANNI P.Zanelli (cartaceo) €55,00; VILLA CORTESE R.Ermini (cartaceo) €55,00; MILANO F.Piscopo (cartaceo) €55,00; RIETI M.Morbidelli (cartaceo+gadget) €65,00; ARIGNANO S.Pozzo (cartaceo+gadget) €65,00; MILANO P.Borsetta (pdf) €25,00; RIMINI G.Serafini (pdf) €25,00; ROMA N.DiFerdinando (cartaceo) €55,00; BOLOGNA D.Zanelli (pdf+gadget) €35,00; ROMA G.Falcone (sem) €40,00

Totale €1.880,00

ABBONAMENTI SOSTENITORI

ROMA G.Lustri €80,00; slp S.Vaccaro €80,00; VARESE M.Moreo €80,00; PROVAGLIO D’ISEO C.Carrera €80,00; ALASSIO A.Trifoglio €80,00; ROMANO D’EZZELINO G.Pasqualotto €80,00; FIRENZE S.Meli €80,00; FIRENZE M.Noferini €80,00; LANCIANO P.Tornambè €80,00; PALAGIANO V.Pastella €80,00; NAVELLI A.D’Innocenzo €80,00; MONOPOLI T.Fuso €80,00; ARZANO D.Derosa €80,00; MAGLIANO IN T. A.Meini €80,00; VARZO M.S.Tiboni €80,00

Totale €1.200,00

SOTTOSCRIZIONI

MILANO Rosaria e Antonio €240,00; IMOLA Ed. Bruno Alpini €51,50; slp S.Vaccaro €40,00; ROMA G.Lustri €20,00; CASTELFORTE F.Battista €35,00; MILANO P.Messina €20,00; PROVAGLIO D’ISEO C.Carrera €20,00; slp F.Pozzo €15,00; LANCIANO P.Tornambè €20,00; slp S.Montanari €45,00; MONOPOLI T.Fuso €20,00; LA SPEZIA C.Picariello €30,00

Totale €556,50

TOTALE ENTRATE €3.865,00

USCITE

Stampa n° 1 -€611,00; Spedizione n° 1 -€370,35; Spese gadget Rosaria e Antonio -€240,00

Spese gadget ed. Bruno Alpini -€51,50

TOTALE USCITE -€1.272,85

saldo n. 2 €2.592,15;

saldo precedente €7.585,57;

SALDO FINALE €10.177,72

IN CASSA AL 14/01/2026 €12.444,26

Da Pagare

Stampa n° 2 -€611,00; Spedizione n° 2 -€367,80

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I detriti di un drone sono caduti su un edificio di Beslan

20 Gennaio 2026 ore 21:14

di Eliseo Bertolasi

La città di Beslan, in Ossezia del Sud tristemente nota nel 2004 per l’attacco terroristico alla locale scuola n.1 che causò la morte di più di 300 persone, di cui 186 bambini, è tornata nei notiziari. 

Come riferito dal capo dell’Ossezia del Nord Sergej Menyajlo in un post su Telegram, il 18 gennaio, la città è stata colpita da un drone:

“A Beslan, i detriti di un drone sono caduti sul tetto di un edificio residenziale di cinque piani. Settanta persone sono state evacuate d’urgenza, una delle quali ha richiesto assistenza medica”.

Il tetto e le finestre dell’edificio sono stati danneggiati, ma non si è verificato alcun incendio. Un centro di pronto intervento antincendio è in costante allerta. Gli abitanti dell’edificio sono stati temporaneamente ospitati presso la scuola n. 6 e hanno ricevuto pasti caldi.

Il responsabile regionale ha invitato i residenti locali a mantenere la calma e ad affidarsi esclusivamente alle fonti d’informazione ufficiali:

“Non c’è alcun pericolo per la vita umana. Tutti hanno ricevuto cure mediche immediate”, si legge nella dichiarazione.

In seguito Menyajlo ha aggiornato il numero delle vittime: tre, due bambini e un adulto.

Il vice capo del governo dell’Ossezia del Nord Irbek Tomaev ha chiarito che i detriti del drone non hanno danneggiato le strutture portanti dell’edificio e che le riparazioni al tetto dell’edificio saranno effettuate a breve.

Rottami del drone

Secondo testimoni oculari, il drone stava volando molto basso, poi improvvisamente c’è stata l’esplosione.

Il Comitato investigativo russo ha annunciato che indagherà sull’attacco come crimine contro i civili nella Repubblica dell’Ossezia del Nord “Alania”:

“Gli investigatori del Comitato investigativo russo stabiliranno tutte le circostanze dell’incidente e le persone coinvolte nei crimini.”.

Il Ministero della Difesa russo ha riferito che nella notte del 18 gennaio, i sistemi di difesa aerea russi hanno abbattuto 63 droni ucraini, sei dei quali sorvolavano l’Ossezia del Nord. Gli aeroporti di Vladikavkaz, Grozny e Magas hanno dovuto imporre restrizioni temporanee agli arrivi e alle partenze degli aerei. Ora funzionano normalmente.

In base alle valutazioni dell’esperto militare e capitano di primo grado Vasilij Dandykin, attaccando l’Ossezia del Nord, Kiev cercherebbe di dimostrare le sue capacità di colpire a lungo raggio:

“Penso che serva a dimostrare che hanno la capacità di operare su lunghe distanze, nonostante gli insuccessi al fronte. Credo che questi droni siano tipo aereo. Non credo ce ne fossero molti”.

Drone Made in Gemany

Secondo Dandykin, la priorità delle Forze Armate ucraine sono gli attacchi alle regioni meridionali della Russia. Questi droni “sono arrivati, hanno virato sul Mar Nero e hanno raggiunto l’Ossezia”.

Uno sviluppo inquietante dell’attacco, in base a delle foto che subito dopo sono apparse sul web, è il coinvolgimento dell’Italia. Dalle foto dei rottami del drone, si apprende che lo stesso è di fabbricazione tedesca, ma possiede un componente interno di fabbricazione italiana. 

Componente Italiano del drone

Certamente il mainstram italiano non ne ha parlato, ma prontamente la notizia è stata ripresa da Ennio Bordato presidente dell’ODV “Aiutateci a Salvare i Bambini”. Bordato è particolarmente legato alla città di Beslan, subito dopo l’attacco terroristico del 2004 la sua organizzazione umanitaria intraprese un progetto pluriennale di aiuto ai bambini e alle famiglie colpite dalla tragedia. Ora davanti a questo recente evento increscioso non può non esprimere il suo totale sgomento:

 Nel suo comunicato stampa pubblicato sul sito dell’ODV “Aiutateci a Salvare i Bambini” si legge:

“Chi non ricorda l’immane tragedia dei bambini della Scuola n.1 della cittadina osseta, nel Caucaso russo.

Chi ancora al nome Beslan non si ferma per un istante e sente, dentro di sé, una tristezza infinita, un’angoscia esistenziale?

L’Italia intera, ufficiale e popolare, accorse in aiuto della popolazione nel settembre del 2004. La nostra Associazione, unica al mondo, lavorò con la gente di Beslan, con i suoi bambini, con i suoi insegnanti, gli psicologi in un progetto che durò cinque lunghi anni di aiuto e sostegno psicologico.

A Beslan ed in Russia l’Italia è ricordata per questo.

È quindi inaccettabile, insopportabile, intollerabile, inammissibile che il drone ucraino (made in Germany) abbia avuto il motore italiano.

Il drone che la mattina del 18 gennaio, alle 5:40 si è abbattuto su un’abitazione civile (non un obiettivo militare) della cittadina di Beslan ha causato 4 feriti, di cui 2 BAMBINI!

L’Italia ufficiale è responsabile di un’azione di guerra che, uguale a migliaia di altre che hanno ucciso, ferito, mutilato civili e bambini nel Donbass, ha avuto Beslan come obiettivo.

Ancora bambini di Beslan vittime del terrorismo occidentale. Perché bombardare abitazioni civili, peraltro lontane migliaia di chilometri dal fronte, non solo è un crimine di guerra, ma è terrorismo e chi arma i terroristi è complice! Politicamente, moralmente ed anche penalmente.

Nel 2004 furono i falsi “terroristi islamici” a compiere il massacro dei bambini; oggi tocca all’Ucraina fare da manodopera per lo stesso obiettivo, sempre lo stesso, colpire civili inermi. 

A questo punto è indispensabile porsi alcune domande: il motore è stato donato dal nostro Governo come aiuto militare all’Ucraina? È uno dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari ceduti in favore delle Autorità governative dell’Ucraina, come cita il Decreto del 31 dicembre scorso?

Sciaguratamente i dati relativi ai miliardi gettati nella guerra ai bambini ed ai civili ucraini e russi dal governo italiano sono secretati.

Per questo per noi, fino a prova contraria, la risposta è SI l’Italia ufficiale è corresponsabile di questo crimine.

Per questo seguiremo questa vicenda con particolare attenzione, il Governo italiano deve darne conto e rispondere alle domande”.

Fonti:

​​https://www.gazeta.ru/social/2026/01/18/22359025.shtml?utm_auth=false

Donald Trump sulla morte di Renee Good: “Orribile, mi sono sentito malissimo: l’Ice a volte fa degli errori”.

20 Gennaio 2026 ore 21:09

“L’Ice a volte fa degli errori. A volte sono troppo duri, ma hanno a che fare con gente difficile”, ha detto Donald Trump riguardo alle tattiche dell’agenzia federale anti immigrazione, l’Ice, durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, a un anno dall’inizio del secondo mandato. “Mi sono sentito malissimo” per l’uccisione di quella “giovane donna”, ha poi detto il presidente in riferimento alla morte di Renee Good, avvenuta la mattina del 7 gennaio a Minneapolis per mano di un agente dell’Ice. “E’ una tragedia. E’ una cosa orribile”, ha aggiunto, riferendo di avere poi scoperto che i genitori della Good, “in particolare il padre, sono dei fan di Trump”.

Tuttavia, la conferenza è iniziata proprio mostrando decine di foto segnaletiche di immigrati arrestati dall’Ice in Minnesota: “Assassini, stupratori, spacciatori di droga…”. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione della precedente amministrazione. “Volete vivere con loro? La maggior parte di loro sono assassini internazionali”. “Arrivano senza soldi, non hanno mai avuto soldi, non hanno neanche un Paese, non hanno neanche una cosa che assomigli a un Paese e arrivano qui e diventano ricchi”, ha aggiunto parlando degli immigrati di origine somala.

Trump si era già scagliato contro i dimostranti che domenica hanno partecipato in una chiesa di St Paul alla protesta contro le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement nelle Twin Cities. “Ho appena visto il video del raid nella chiesa in Minnesota da parte di agitatori e insurrezionisti, queste persone sono professionisti, sono addestrati a urlare, sbraitare e delirare”. “Sono sobillatori che devono essere gettati in prigione o fuori dal Paese”, ha concluso Trump, riferendosi al fatto che il vice ministro della Giustizia, Todd Blanche, suo ex avvocato personale, ha annunciato che i partecipanti alla protesta saranno indagati da Fbi e dipartimento per la Sicurezza Interna.

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Trump mostra in conferenza stampa i volti degli stranieri arrestati in Minnesota e insulta i somali: “Persone poco intelligenti”

20 Gennaio 2026 ore 20:48

Il presidente degli Usa Donald Trump ha iniziato la sua conferenza stampa nella briefing room della Casa Bianca, mostrando una dopo l’altra decine di foto segnaletiche di presunti criminali in Minnesota arrestati o ricercati. “Queste sono le persone che alcuni stanno cercando di difendere”, ha proseguito riferendosi alle autorità locali dem, dopo aver iniziato a parlare con 50 minuti di ritardo nel primo anniversario del suo secondo mandato. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione della precedente amministrazione. In un passaggio ha poi insultato la Somalia e la deputata dem Ilhan Omar, di origine somale. “La Somalia non è neppure un Paese, non hanno nulla che assomigli a un paese. E se lo è, è considerato il peggiore al mondo” ha detto, definendo gli immigrati somali “persone con un quoziente di intelligenza molto basso

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Il centrodestra litiga sulla scelta del nuovo presidente della Consob: slitta la nomina del sottosegretario leghista Federico Freni

20 Gennaio 2026 ore 20:06

Fatta, quasi fatta, slittata. O saltata definitivamente? Di certo la ratifica della nomina di Federico Freni come nuovo presidente della Consob oggi non c’è stata. Il motivo? Uno scontro tutto politico all’interno del centrodestra. La scelta del sottosegretario all’Economia e deputato della Lega, del resto, sembrava imminente o, meglio ancora, cosa fatta, come del resto annunciato dai giornali oggi in edicola. Alla fine però il consiglio dei ministri nel pomeriggio ha congelato tutto, rinviando la decisione almeno di una settimana. Attualmente il numero uno della Consob è Paolo Savona, il cui incarico alla guida della Commissione nazionale per le società e la Borsa, iniziato nel 2019 con il primo governo Conte (Lega-M5s), scadrà a inizio marzo. Il Cdm che ha sancito lo slittamento della nomina è durato appena 20 minuti, ma è stato tutt’altro che tranquillo. A un certo punto da alcune fonti di governo è filtrata la decisione di avviare la procedura di nomina di Freni a “componente” della Consob, ma poco dopo è emerso che la delibera sul tema è stata rinviata. Il motivo? Secondo fonti del centrodestra, anche per approfondimenti sul requisito di indipendenza del futuro presidente. In tutto ciò, Antonio Tajani e Forza Italia hanno rivendicato di aver bloccato la nomina di Freni a presidente, senza avere nulla in contrario a un suo incarico da consigliere. Sullo sfondo, tensioni politiche intuibili dalle dichiarazioni che hanno preceduto la riunione dei ministri.

I primi a sollevare obiezioni sono stati gli esponenti di Forza Italia, con l’irritazione di chi ha letto sui giornali di un’intesa di cui non era stato informato. Raffaele Nevi, ad esempio, ha spiegato che “la designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto” gli azzurri, meglio un tecnico “autorevole e riconosciuto dagli operatori”. Marco Osnato, invece, ha espresso la posizione di FdI: il sottosegretario all’Economia “ha tutte le caratteristiche” per guidare la Consob “ma allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef”. In mezzo è arrivato l’endorsement di Matteo Salvini: “Freni è stato un bravissimo sottosegretario all’Economia, può fare con altrettanta capacità altri ruoli”. E anche quello di Maurizio Lupi, leader di Nm: “Evitiamo veti pregiudiziali, soprattutto in un momento così delicato per l’economia italiana. Non sempre, peraltro, i ‘tecnicì si dimostrano migliori”.

Le riflessioni vanno avanti da settimane e da tempo era considerato in pole Freni, appassionato melomane e apprezzato da molti in Parlamento anche per le sue doti diplomatiche (gli è cara una frase, “soprattutto, non troppo zelo”, invito ad agire senza entusiasmi incontrollati, mutuato da una citazione di Talleyrand, ministro degli Esteri francese nel XIX secolo). Anche Giorgia Meloni, assicurano i suoi, lo stima. Ma, spiegano fonti parlamentari, è poco propensa a concessioni alla Lega, in una fase in cui – si sottolinea – pone paletti e piazza bandierine su vari fronti. Inoltre, in queste valutazioni, ci sono anche i dubbi sulla sostituzione di un presidente di area Lega come Savona (FdI provò a mettersi di traverso nel 2019 quando era all’opposizione, contestandolo anche l’anno scorso sulla sospensione dell’ops di Unicredit su Bpm). Nonché sull’ipotesi che il nuovo sottosegretario al Mef possa diventare Armando Siri, fedelissimo di Salvini. Senza contare che Freni (che difficilmente lascerebbe l’incarico per fare il semplice componente della Consob) alla Camera andrebbe sostituito con elezioni suppletive in un collegio uninominale di Roma (magari già nella tornata convocata per il 22-23 marzo, in caso di dimissioni a stretto giro, 45 giorni prima). Tutti questi nodi politici sono emersi nel consiglio dei ministri. FI ha ribadito la propria posizione, e fra gli alleati è emerso il sospetto che sia stato un modo per alzare la posta su altre caselle, ad esempio l’Antitrust. Nella discussione, hanno riferito fonti dell’esecutivo alle agenzie di stampa, c’è chi, pur senza preclusioni verso Freni, ha sollevato il tema della necessità di avere come presidente una figura indipendente, prospettando anche il rischio di rilievi sulla nomina da parte della Corte dei conti. Troppi se e troppi ma, insomma. Risultato: nomina congelata. Forse.

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Milano, 36enne ricoverato con gravi ustioni: “Un uomo mi ha buttato addosso benzina e mi ha dato fuoco”

20 Gennaio 2026 ore 19:46

Un uomo di 36 anni, originario dell’Eritrea, è stato ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano con gravi ustioni. Stando a quanto riportato da Milano Today, è stato soccorso in zona Porta Venezia, la mattina del 20 gennaio. La vittima non ha fissa dimora e ha raccontato di essere stato aggredito per strada da qualcuno che non conosce: ha riferito che gli ha tirato addosso della benzina e poi gli ha dato fuoco.

Le ferite più gravi riguardano la schiena e il polpaccio destro. Le autorità stanno indagando per ricostruire la dinamica dell’aggressione e individuare i responsabili. A Milano, oltre ai pericoli della vita di strada, le persone senza fissa dimora sono messe a dura prova dal freddo: in città, questo inverno ha già ucciso tre persone.

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Stop alle trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino alla fine della stagione per gli scontri in A1

20 Gennaio 2026 ore 19:45

Sospese le trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino al termine della stagione calcistica. La decisione del ministero dell’Interno arriva a due giorni dei gravi incidenti avvenuti domenica scorsa sulla A1. I gruppi organizzati delle due tifoserie si sono confrontati sull’autostrada A1, a pochi chilometri da Bologna. A Casalecchio di Reno 200 persone incappucciate con caschi e spranghe hanno trasformato la strada in un campo di battaglia. Un episodio che ha sollevato l’ennesimo allarme sulla crescente violenza del tifo organizzato, non solo negli stadi, ma anche in strada.

Cosa è successo

Gli scontri sono avvenuti poco dopo le 12:30 di domenica, mentre i tifosi della Fiorentina, diretti a Bologna per assistere alla partita contro il Bologna, e quelli della Roma, in viaggio verso Torino per il match con il Torino, in un’area di sosta sulla corsia d’emergenza dell’A1, all’altezza di Casalecchio di Reno. Le auto in transito, nel tentativo di evitare il conflitto, hanno rischiato di causare incidenti. Diverse vetture sono rimaste danneggiate. Le forze dell’ordine sono riuscite ad arrivare sul posto solo dopo che i tifosi avevano già smesso di affrontarsi e ripreso il viaggio verso le rispettive destinazioni. La Polizia di Bologna è attualmente al lavoro per identificare i responsabili degli scontri, esaminando le immagini delle videocamere di sorveglianza presenti sull’autostrada e nelle aree di sosta.

La rivalità

Gli scontri di domenica non sono un caso isolato. Le tifoserie di Roma e Fiorentina hanno una lunga e nota storia di rivalità, che ha portato negli anni a episodi di violenza anche fuori dai confini nazionali. Il provvedimento del Viminale prende atto di questa lunga scia di incidenti, sottolineando la necessità di intervenire in modo deciso per prevenire altri episodi simili. L’inasprirsi delle sanzioni ha come obiettivo quello di limitare il rischio che i tifosi, già protagonisti di numerosi episodi violenti, continuino a alimentare il caos fuori e dentro gli stadi.

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“OPERATION DAY 13”: IN ESCLUSIVA IL DOCUMENTARIO SULL’ASSALTO OCCIDENTALE ALL’IRAN – VIDEO

20 Gennaio 2026 ore 19:03

  Vi proponiamo QUI il documentario “OPERATION DAY 13” sottotitolato in lingua italiana pubblicato dal ministro degli Esteri iraniano che documenta l’iniziale natura pacifica delle proteste per la crisi economica in Iran e la successiva infiltrazione di terroristi e agenti stranieri, che hanno trasformato legittime manifestazioni di protesta in violente rivolte armate, nel tentativo di destabilizzare […]

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Il Tar dell'Emilia Romagna annulla il provvedimento di Bologna "Città 30"

20 Gennaio 2026 ore 17:24

Il Tar dell'Emilia-Romagna ha accolto il ricorso presentato dai tassisti, sostenuti anche da Fratelli d'Italia, e ha annullato il provvedimento con cui il comune di Bologna ha istituito due anni fa la "Città 30". In particolare, viene annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato portato a 30 chilometri orari, fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l'Amministrazione intenderà adottare. Il Tar ha disposto che il limite alla velocità debba essere stabilito strada per strada e non generalizzato, mentre il provvedimento Bologna "Città 30", simbolo della giunta guidata dal sindaco del Pd Matteo Lepore, si basava sul principio per cui in tutte le vie è stato imposto il limite di 30 chilometri all'ora a eccezione di quelle ad alto scorrimento, dove il limite era rimasto di 50.  

 

Dopo la sentenza, Lepore ha dichiarato che la decisione del Tar "pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere, ma conferma una cosa importante: la funzione pianificatoria del Comune sui limiti di velocità. La Città 30 quindi andrà avanti. Le vittime della strada e i loro familiari ce lo chiedono e noi siamo con loro, con l’obiettivo che abbiamo sempre avuto e rivendicato: salvare vite sulla strada, ridurre e prevenire gli incidenti e in questi due anni abbiamo dimostrato che è possibile". Il sindaco ha poi annunciato per domani una conferenza "per entrare nel merito delle nostre prossime iniziative, proprio perché a questo scenario eravamo preparati". E ha attaccato il centrodestra che, secondo il primo cittadino, "invece di collaborare sulla sicurezza stradale ha fatto di tutto per boicottare il nostro provvedimento. Ringraziamo le associazioni dei familiari delle vittime della strada, gli attivisti, le città che stanno adottando questa misura, i tanti parlamentari e le forze politiche che sono al nostro fianco in questa battaglia".

 

A esultare è proprio il centrodestra. In una nota il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che si era scontrato diverse volte con il sindaco del Pd, ha commentato positivamente la decisione del tribunale: "Il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili".

Secondo il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, con la sentenza il Tar ha rimarcato "l'illegittimità dell'azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici. Confermiamo tutta la disponibilità ad affrontare il tema della sicurezza stradale anche in ambito urbano in piena collaborazione con le Istituzioni interessate, come ho detto fin dal primo momento quando ancora ricoprivo l'incarico di vice ministro ai Trasporti". Però, ha rimarcato il deputato meloniano, "questo non può essere fatto con operazioni propagandistiche illegittime e fuorvianti che non hanno come obiettivo quello di risolvere, ma di fare demagogia a spese dei cittadini. Dispiace che i giudici amministrativi abbiano impiegato due anni per accogliere un ricorso la cui fondatezza era evidente"

 

Secondo il Comune, il provvedimento avrebbe dovuto rendere la città "più silenziosa e più spaziosa, avere strade sicure e curate, nuove aree verdi, piazze pedonali e piste ciclabili, attraversamenti tranquilli per le persone anziane e con disabilità, spazi protetti per i bambini davanti alle scuole, un traffico più fluido per tutti i mezzi". Secondo i dati del Comune di Bologna, i risultati sarebbero positivi, anche se in questo articolo spieghiamo alcuni problemi di metodo: nel primo anno la "Città 30" ha prodotto una diminuzione di circa il 13 per cento degli incidenti totali, una riduzione del 50 per cento dei morti, dell'11 per cento di persone ferite e del 10 per cento di incidenti con feriti.

 

Subito dopo l'entrata in vigore della norma, il movimento "Una Bologna che cambia" ha tenuto una manifestazione di protesta, mentre l'allora capogruppo in consiglio comunale Stefano Cavedagna, di Fratelli d'Italia, si era mosso per raccogliere le firme dei cittadini e indire un referendum in modo da sottoporre le modifiche alla viabilità al voto. Il risultato è stato infine ottenuto per vie legali grazie al ricorso dei tassisti e di Cavedagna, oggi europarlamentare a Strasburgo. 

 

Crans-Montana, il caso di Emanuele Galeppini: morto per asfissia, ma non si ancora dove

20 Gennaio 2026 ore 19:11

La famiglia, da giorni, chiedeva di sapere e capire. È stato confermato che Emanuele Galeppini, il sedicenne campione di golf genovese coinvolto nella tragedia di Capodanno a Crans-Montana, è morto per asfissia, causata dai fumi tossici sprigionati dall’incendio che ha devastato il bar Le Constellation. Nonostante inizialmente si fosse ipotizzato un decesso per schiacciamento o per ustioni, l’autopsia ha escluso entrambe queste ipotesi. Il corpo di Galeppini, infatti, non presentava segni di ustioni, ma solo alcune escoriazioni. I periti nominati dalla Procura di Roma, i medici legali Sabina Strano Rossi, Fabio di Giorgio e Antonio Oliva, hanno effettuato l’autopsia a Roma tra il 19 e il 20 gennaio, alla quale ha preso parte anche la consulente della famiglia, la dottoressa Francesca Fossati. Sono ancora in corso ulteriori analisi per determinare esattamente quali sostanze siano state respirate dal ragazzo e dai suoi coetanei durante l’incendio che ha ucciso 40 persone.

Nel frattempo resta l’incertezza sul luogo esatto del decesso. Non è chiaro se il ragazzo si trovasse all’interno o all’esterno del locale al momento dell’incendio. Gli esperti hanno richiesto ulteriori indagini e si sono dati 60 giorni per completare l’esame autoptico, che dovrebbe fornire risposte più precise.

“Queste sono le prime anticipazioni – ha dichiarato l’avvocato Alessandro Vaccaro, legale della famiglia Galeppini – che confermano la morte avvenuta non per le ustioni. Ma la vera domanda è dove Emanuele sia morto, e su questo dobbiamo ancora fare chiarezza”. I genitori del giovane, che da settimane chiedono spiegazioni su come sia morto il loro figlio, sono rimasti scossi anche dalla gestione delle informazioni. “Non siamo stati informati subito della morte di Emanuele”, hanno dichiarato, sottolineando che il giovane aveva ancora i suoi documenti e cellulare intatti in tasca quando il suo corpo è stato trovato. Le autorità svizzere, infatti, avevano richiesto il test del DNA per l’identificazione, lasciando l’illusione per due giorni che Emanuele potesse essere tra i feriti.

L’inchiesta di Roma

Sul piano giudiziario, l’inchiesta della Procura di Roma si sta ampliando. È stato aperto un fascicolo per omicidio colposo, lesioni gravi e incendio colposo, mentre le indagini svizzere proseguono tra le polemiche dei legali di parte civile per modalità e tempistiche. La famiglia Galeppini ha già annunciato che intende chiedere l’estensione delle accuse, e non si limiterà solo ai coniugi Moretti, attualmente sotto inchiesta, ma intende coinvolgere anche il Comune di Crans-Montana. “Vogliamo che sia riconosciuto il dolo eventuale come reato contestato”, ha aggiunto l’avvocato Vaccaro. L’inchiesta continua anche sul caso degli altri giovani italiani morti nell’incendio, tra cui Chiara Costanzo e Achille Barosi, entrambi sedicenni. Le autopsie sui loro corpi sono previste mercoledì a Milano, e si prevede che l’esame sarà complesso e approfondito, per chiarire le cause della morte e verificare la presenza di asfissia, schiacciamento o altre possibili cause.

L’inchiesta in Svizzera

L’inchiesta in Svizzera procede. I pm hanno chiesto una simulazione virtuale dell’incendio e di come si è propagato il fuoco nel seminterrato del locale. La procuratrice generale aggiunta Catherine Seppey, con due suoi colleghi, ha formalmente nominato due tecnici di fiducia dell’Istituto Forense di Zurigo per gli accertamenti che avverranno in collaborazione con gli uomini del Swiss Safety Center. Nel provvedimento con cui si designano gli esperti ci sono anche i quesiti per chiarire i motivi del terribile incendio che si è sviluppato in pochissimo tempo. Tra le varie domande poste ci sono quelle che riguardano l’aspetto del pannello acustico in schiuma sul soffitto del seminterrato dal punto di vista dell’infiammabilità, le uscite di sicurezza, la capienza del locale e se siano stati adottati sistemi antincendio. Inoltre si chiede di poter ricostruire virtualmente quanto accaduto, dalla prima scintilla al rogo.

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Primo trapianto combinato di rene e fegato da vivente, il padre ha donato per la figlia di 7 anni

20 Gennaio 2026 ore 18:43

Quello dei trapianti di organo è un settore della medicina che spesso è protagonista di operazioni di frontiera. Ed è un intervento straordinario ha permesso a una bambina di sette anni di ricevere un rene e una porzione di fegato dal papà, il primo cittadino serbo di 37 anni in Italia a donare simultaneamente due organi in vita. La piccola, che soffriva di una rara malattia genetica che colpisce fegato e reni, aveva bisogno di un trapianto urgente a causa della dialisi quotidiana a cui era costretta da quando aveva solo 4 anni. Oggi, grazie all’intervento riuscito, la piccola paziente sta bene e potrà finalmente condurre una vita normale, senza più i disagi della dialisi e con la possibilità di iniziare la scuola come ogni bambino della sua età.

Il trapianto combinato è stato effettuato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dal team di Chirurgia 3, specializzato in trapianti addominali, sotto la direzione del dottor Domenico Pinelli. La decisione di donare gli organi era stata presa dai genitori della bimba più di due anni fa, quando i medici avevano confermato che la bambina avrebbe dovuto iniziare la dialisi. Dopo una lunga preparazione e una valutazione approfondita dei rischi e benefici dell’intervento, la famiglia si è rivolta all’ospedale di Bergamo, che ha già trattato pazienti anche dall’estero. L’Italia del resto è tra i paesi al mondo con più trapianti di organi e donatori.

L’intervento è iniziato alle 9:30 del 18 dicembre 2025 e si è concluso 18 ore dopo, alle 3:37 del giorno successivo, con la partecipazione di sei chirurghi, sette anestesisti e venti infermieri. La complessità dell’operazione ha richiesto l’uso di due sale chirurgiche contigue per eseguire i trapianti in simultanea e con successo. “È una gioia vedere nostra figlia così, finalmente come tutti gli altri bambini: vivace, giocosa e senza i cateteri per la dialisi,” ha dichiarato il papà. “Prima si stancava facilmente, ora può correre, giocare e iniziare la scuola spensierata come i suoi coetanei.”

La piccola, che inizialmente arrivò a Bergamo con la sua famiglia su richiesta del ministero della Salute serbo, è ora monitorata e seguirà controlli regolari nei prossimi mesi. La scelta del padre, che ha rischiato per la vita della figlia, ha portato un cambiamento radicale per la bambina e per la sua famiglia. “Abbiamo pregato Dio e chiesto aiuto – ha detto l’uomo – ma è grazie ai medici che siamo riusciti a ottenere questo miracolo. Abbiamo fatto solo ciò che qualsiasi genitore farebbe per il proprio figlio.” A Padova proprio negli stessi giorni in cui a Bergamo si preparava l’intervento alla piccola, un donatore samaritano ha dato uno dei suoi reni a uno sconosciuto.

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Volo dell’Aeronautica militare trasporta neonato in pericolo di vita da Lamezia Terme a Napoli

Autorizzato dalla Presidenza del Consiglio su richiesta della Prefettura di Catanzaro il trasferimento del piccolo a bordo di un G650, atterrato a Capodichino intorno alle 16. Destinazione ospedale Santobono

Mary Wollstonecraft. Rivendicazione dei diritti della donna

20 Gennaio 2026 ore 18:00

Fino a quando sarà la ricchezza, e non la virtù, a rendere l’uomo rispettabile, si perseguiranno prima le ricchezze della virtù; e finché si carezzeranno i corpi di donne i cui sciocchi sorrisi infantili mostrano assenza d’intelletto, la mente rimarrà incolta”.

Questa citazione è estratta da A vindication of the rights of woman, un titolo che in diverse edizioni è stato tradotto in italiano Sui diritti delle donne. Credo invece che sia cruciale porre l’accento proprio su questa vindication: siamo di fronte a un’opera che non è soltanto un asettico trattato “sui diritti delle donne”, ma una vera e propria rivendicazione. Rivendicare significa prima di tutto riconoscere, per poi riaffermare e riappropriarsi di qualcosa – innanzitutto, dei diritti. Dal punto di vista illuminista dovrebbero essere di tutti, da quello protofemminista e “metailluminista” di Wollstonecraft di tutti e di tutte: solo quando lo saranno scopriremo – sentite la provocazione – se la donna sarà “compagna dell’uomo o sua schiava”; fino a quel momento ogni mancanza è una sottrazione, un furto, una limitazione dell’espressione e formazione dell’individuo che impedisce di scoprire le infinite possibilità percorribili dalle donne e da, oggi aggiungeremmo, tutti i “secondi sessi”.

Wollstonecraft ha in mente innanzitutto il diritto all’istruzione: la mancanza di un’educazione adeguata e ordinata è il fattore primario che “rende […] schiave le donne, atrofizzandone l’intelletto ed eccitandone i sensi”. Quella riservata alle sue contemporanee viene definita un’educazione disordinata, che con la sua precarietà impedisce di sviluppare capacità di generalizzazione e astrazione, incatenando le donne alla schiavitù dell’abitudine. Mi viene in mente la fine che farà l’ingenuo tacchino induttivista di Russell e Popper – tacchino che, ricevendo cibo ogni giorno alla stessa ora e basandosi su un ragionamento induttivo per enumerazione, si culla nella certezza del nutrimento, salvo poi venire ucciso alla vigilia di una festa in cui sarà proprio lui la portata principale.

Le donne vengono così mantenute in una condizione di “ignoranza camuffata da innocenza” – un inganno, che la sagace Wollstonecraft sottolinea a più riprese. Come sintetizzato nella citazione di apertura, finché l’ingenuità e la mansuetudine femminili saranno ben viste, queste attitudini – spacciate per “naturali” – non solo non verranno problematizzate, ma continueranno a risultare accettabili o perfino desiderabili anche dalle donne stesse.

L’ignoranza femminile è funzionale, naturalmente, al mantenimento delle donne in una posizione di sottomissione e dipendenza dagli uomini. Se Kant nel 1784 poteva rispondere alla domanda “Che cos’è l’illuminismo?” scrivendo che esso è “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, nella Vindication del 1792 viene affermato con forza che il mantenimento delle donne in uno stato di  minorità è imputabile a un’intera società che ha tutto l’interesse nell’impedire loro di emanciparsi – una società che vede, tra le altre, donne costrette a rendersi astute usando strategie di sopravvivenza che, quand’anche non umiliassero, comunque rafforzano lo status quo. Wollstonecraft pensa, per esempio, alla sessualità al servizio della gerarchia, alla bellezza ammaliatrice come illusorio ed effimero potere, alla frivolezza come occupazione a tempo pieno o quasi (per le borghesi però!). Che siate d’accordo o no, le sue argomentazioni sono ammirevoli per il loro rigore logico e per la modernità del loro contenuto. Ce lo dirà anche Naomi Wolf nel 1990: «Prima ancora delle incursioni del movimento femminista nel mercato del lavoro, sia gli uomini sia le donne si erano abituati al fatto che la bellezza fosse valutata come ricchezza [nel mercato del matrimonio]. Erano entrambi preparati alla clamorosa evoluzione che sarebbe seguita: mentre le donne richiedevano l’accesso al potere, la struttura del potere si serviva materialmente del mito della bellezza per minare l’avanzata delle donne». Il Mito della Bellezza come teorizzato da Wolf si rafforza e mostra tutta la sua violenza a partire dal secondo dopoguerra, ma se è stato così efficace come strumento di (bio)potere è soprattutto perché era già ben radicato: la sua microfisica coinvolge non solo il nostro corpo ma anche la nostra intimità, autostima, interiorità. Un’interiorità costruita in secoli di continui tentativi di inferiorizzazione coatta che – anche nel suo servirsi della trappola della bellezza – ha agito sulle donne come genere e come singole. In un passo che sarebbe interessante porre in dialogo con gli studi di Elena Gianini Belotti e Maria Montessori, l’autrice di A Vindication osserva infatti che “Sin dall’infanzia viene insegnato [alle bambine] che la bellezza è lo scettro della donna; la loro mente si modella sul corpo e, ciondolandosi nella gabbia dorata, cerca solo di venerare la propria prigione”.

Ma, tornando alla citazione di apertura, a ben vedere essa tocca anche un altro tema: il rapporto tra ricchezza e virtù. Non si tratta di una forzatura argomentativa. Per approfondire e comprendere meglio la posizione di Wollstonecraft, propongo la lettura di un altro e più lungo passo.

Dal rispetto tributato alla proprietà derivano, come da una fonte avvelenata, la maggior parte dei mali e dei vizi che rendono questo mondo una scena cupa per le menti contemplative. […] Una classe sociale fa pressione sull’altra, perché tutte mirano a procurarsi rispetto sulla base della proprietà, e la proprietà, una volta ottenuta, procura quel rispetto che si dovrebbe soltanto ai talenti e alle virtù. Gli uomini trascurano i doveri e tuttavia sono trattati da semidei. […] Ci deve essere maggiore uguaglianza nella società, altrimenti la moralità non guadagnerà mai terreno e la moralità virtuosa non avrà solidità neanche se impiantata sulla roccia; finché una metà dell’umanità resterà incatenata alla sua base, la virtù sarà sempre minacciata dall’ignoranza e dall’orgoglio. È vano aspettarsi la virtù dalle donne finché esse non saranno, in qualche misura, indipendenti dagli uomini; è vano aspettarsi quella forza dell’affetto naturale che le renderebbe buone mogli e madri. Finché saranno assolutamente dipendenti dai mariti, useranno l’astuzia, saranno meschine ed egoiste. […] Il rispetto tributato alla ricchezza e al fascino personale è […] una vera tempesta polare che fa appassire i teneri fiori dell’affetto e della virtù”.

Al di là della severità del giudizio sulle sue con-generi: che fare, quindi? Ridistribuire la proprietà privata, cercare l’emancipazione dall’uomo? Oppure abolirla, la proprietà privata, e cercare di liberarsi insieme? Forse queste domande vanno oltre la teorizzazione di Wollstonecraft, che comunque lega strettamente l’emancipazione delle donne all’indipendenza dagli uomini e dalla proprietà (maschile?): emerge dai suoi scritti l’idea che finché ci sarà la proprietà ereditaria persisteranno vincoli sociali, culturali ed economici che non potranno mai rendere la donna davvero libera. E neanche l’uomo.

Wollstonecraft infatti non dimentica la stratificazione di classe che pervade e in-forma l’intera società e parlando della questione della rappresentanza politica afferma: “credo davvero che le donne debbano avere dei rappresentanti invece di essere governate arbitrariamente senza alcuna voce di capitolo nelle delibere del governo. Ma giacché l’intero sistema di rappresentanza in questo paese è solo una comoda occasione di dispotismo, le donne non dovrebbero lamentarsi del fatto che sono rappresentate nella stessa misura in cui lo è la numerosa classe di operai, lavoratori accaniti che pagano per il sostentamento dei membri della famiglia reale quando riescono a stento a saziare con il pane la bocca dei figli. Come vengono rappresentati coloro il cui stesso sudore serve a mantenere la splendida scuderia di un erede diretto, o fa da ornamento al cocchio di qualche favorita che rivolge sguardi sprezzanti alla miseria?”.

Insomma, vogliamo essere libere davvero? Allora liberə tuttə!

Mary Wollstonecraft è nata a Londra nel 1759 e morta il 10 settembre del 1797 quando sua figlia Mary, la futura celeberrima Mary Godwin Shelley autrice di Frankenstein, aveva solo una decina di giorni. Nel 1790 ha pubblicato A Vindication of the rights of Men, nel 1792 A Vindication of the rights of Woman. Nel 1797 stava scrivendo Mary, or the wrongs of woman. Nonostante le riflessioni sulla proprietà, A Vindication è considerato il manifesto del femminismo americano e inglese di stampo liberale. L’opera venne aspramente criticata dai conservatori, probabilmente appartenenti loro stessi a quella schiera di “uomini che, ansiosi di rendere le donne amanti seducenti piuttosto che mogli fedeli e madri razionali, hanno guardato a loro come femmine e non come esseri umani”.

Noi oggi andiamo oltre e vogliamo essere – prima ancora che amanti, mogli o madri – semplicemente noi stesse. Libere e insieme.

Serena Arrighi

Gruppo Germinal Carrara

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Ritrovato senza vita il 26enne scomparso in provincia di Rovigo: il corpo sul fondo del fiume Adigetto

20 Gennaio 2026 ore 18:29

I Vigili del fuoco di Rovigo hanno ritrovato il cadavere del 26enne scomparso lunedì sera ad Adria, in provincia di Rovigo. Il giovane era andato a pescare in località Passetto e aveva parcheggiato la sua auto vicino alla chiesa della frazione.

Di lui non si erano più avute notizie: le operazioni di ricerca erano scattate intorno alle 2 di notte e i carabinieri avevano trovato l’attrezzatura da pesca sotto un ponte nei pressi del fiume Adigetto. Mezz’ora dopo erano intervenuti anche i sommozzatori del nucleo di Venezia, affiancati dai vigili del fuoco del Comune.

Il ritrovamento del corpo è avvenuto intorno alle 16 grazie all’impiego dell’ecoscandaglio, strumento nautico a ultrasuoni: il corpo del ragazzo era sul fondo del canale, a pochi passi dalla sponda del fiume verso Cavarzere. A recuperare la salma ci hanno pensato i sommozzatori del nucleo regionale dei Vigili del Fuoco. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, la Polizia di Stato e la Polizia locale.

Foto d’archivio

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Diego Baroni scomparso da Verona, si indaga per sottrazione di minore

20 Gennaio 2026 ore 18:12

La procura di Verona ha aperto un fascicolo per sottrazione di minore in relazione al caso della scomparsa del 14enne di San Giovanni Lupatoto, Diego Baroni, scomparso da casa il 12 gennaio scorso. Per il momento, come riferito dal Corriere del Veneto, non c’è iscritto alcun nome nel registro degli indagati e la procura ha affidato a un perito informatico le indagini sul pc del ragazzino nel quale potrebbero essere raccolti elementi utili della sua attività sui social, in particolare quella su TikTok.

Di Baroni, 14 anni e studente di un istituto tecnico nel capoluogo di provincia, non si hanno notizie da otto giorni. Il cellulare del 14enne la sera stessa del giorno della sua scomparsa è stato localizzato a Milano, dove si pensa che il ragazzino si trovi presso alcuni nuovi amici, ignoti anche alla madre che ha negato che il figlio avesse precedenti conoscenze nel capoluogo lombardo. L’ipotesi è che si tratti di un allontanamento volontario ma che in qualche modo, al momento, al 14enne sia impedito, o forse solo consigliato, di evitare di farsi localizzare tramite il tracciamento del suo cellulare.

L’ipotesi degli investigatori è che Baroni si trovi a Milano perché il cellulare del ragazzo ha agganciato due celle di un’antenna nel centro della città lombarda e vista la testimonianza fatta da una sua conoscente a cui aveva riferito in stazione di star prendendo il treno in quella direzione, la mattina della scomparsa. Si indaga sui suoi contatti in rete e in particolare due richieste d’amicizia accettate dal ragazzo su TikTok nei giorni scorsi. A rivelarlo dei compagni della squadra di basket in cui giocava. Gli investigatori hanno però qualche dubbio che possa essere stato proprio lui a confermarle, e per questo hanno sequestrato il computer.

Ieri sera, intanto, il vescovo Domenico Pompili, il sindaco di San Giovanni Lupatoto Attilio Gastaldello e il presidente della provincia Flavio Massimo Pasini hanno guidato la camminata silenziosa di un km che si è conclusa nella chiesa di Pozzo (frazione dove vive la famiglia Baroni). Presenti 25 sindaci di altri comuni e 2000 persone. Qui le parole del cittadino e del vescovo hanno espresso la preoccupazione della comunità e della famiglia del giovane, con il primo cittadino che ha affermato: “Mai visto una piazza così gremita. Il silenzio riempie un vuoto soprattutto quando è espressione della voce unica di una comunità che si è unita con la famiglia di Diego”.

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Gedi in trattativa esclusiva con il Gruppo Sae per vendere La Stampa: chi è il potenziale acquirente

20 Gennaio 2026 ore 17:41

Gedi tratta la vendita de La Stampa al gruppo Sae, già in affari con il ramo editoriale dell’impero di John Elkann. La società ha informato della trattativa in esclusiva, che riguarda anche gli asset collegati e le rotative, sia il direttore che il Comitato di redazione del quotidiano torinese. Dopo mesi di indiscrezioni che avevano accostato diversi imprenditori interessati al quotidiano storicamente legato agli Agnelli, sulla scena piomba quindi il gruppo Sae che ha già nel suo portafoglio diverse testate, arrivate proprio da una precedente vendita da parte di Gedi.

Sae gestisce infatti Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio, La Nuova Ferrara e La Provincia Pavese, tutte tramite la controllata SAE Communication srl. Tutte le testate rappresentavano il ramo dei locali di Gedi che li aveva venduti in blocco al gruppo con radici sarde tra il 2020 e il 2024.

Secondo fonti vicine a Gedi, tra i vantaggi della proposta Sae c’è il network locale del gruppo che permetterebbe a La Stampa di portare la dimensione nazionale in un sistema informativo molto forte nei territori. Nell’acquisizione Sae vorrebbe inoltre coinvolgere soggetti istituzionali locali che, secondo Gedi, darebbero una “prospettiva di lungo termine a un progetto industriale solido”. Chi sono questi soggetti istituzionali? Secondo agenzie di stampa, il gruppo di Alberto Leonardis nelle scorse settimane ha proposto a Fondazione Crt e a Fondazione Compagnia di San Paolo di far parte della cordata. Al momento, emerge da fonti finanziarie, le fondazioni non avrebbero però sottoscritto alcun impegno a investire e i colloqui sarebbero fermi a qualche presentazione. Lo scenario potrebbe cambiare nei prossimi giorni, dopo l’accelerazione impressa da Gedi.

Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Alberto Barachini, l’apertura di una trattativa in esclusiva “rappresenta una iniziativa strategica orientata a promuovere l’identità di un giornale ancorato al territorio” e la scelta di privilegiare l’offerta del Gruppo Sae “appare connessa ad una proposta da parte del potenziale acquirente di puntare a un piano di sviluppo concreto e ambizioso”. Proprio riguardo al futuro, Barchini chiede che Sae “si impegni a tutelare gli asset e dia garanzie occupazionali”.

Le esperienze pregresse non fanno ben sperare. Basti ricordare il caso de Il Tirreno: da cinque anni, cioè dal cambio di proprietà, il giornale vive tra cassa integrazione, prepensionamenti, stati di crisi, tagli ai costi e chiusura o ridimensionamento di redazioni locali. I giornalisti rivendicano di aver garantito la sopravvivenza del quotidiano attraverso sacrifici economici e carichi di lavoro crescenti, senza che a questi sia mai corrisposto un vero piano di rilancio. “Chiediamo da tempo un progetto editoriale e industriale che dia una prospettiva al giornale”, spiegava il Cdr a Ilfattoquotidiano.it nelle scorse settimane.

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“Sì, non è stato facile…”: poi Brignone blocca l’intervista e scoppia in lacrime davanti all’ex compagna di nazionale – Video

20 Gennaio 2026 ore 17:32

“Sì, non è stato facile…”. Con la voce rotta dall’emozione, Federica Brignone è riuscita a pronunciare soltanto queste parole all’inizio della sua intervista a Eurosport dopo l’ottimo sesto posto nel gigante di Kronplatz, al ritorno in gara in Coppa del Mondo a distanza di 292 giorni dall’infortunio dello scorso aprile. Poi si è commossa, è scoppiata in lacrime e ha lasciato spazio alle emozioni, senza trattenerle. Lacrime che racchiudono un lungo periodo di sacrifici fatti dopo la rottura del piatto tibiale, del perone e del legamento crociato anteriore ad aprile 2025.

E Brignone si è lasciata andare soprattutto perché dall’altra parte della telecamera, a intervistarla, c’era Francesca Marsaglia – ex sciatrice, compagna di nazionale e coetanea di Brignone – oggi commentatrice di Eurosport. Un’intervista tra giornalista e atleta si è trasformata in una chiacchierata tra amiche, con Brignone che si è sfogata piangendo e “colpevolizzando” – ovviamente in maniera scherzosa – l’ex collega: “Io volevo farvi aspettare dopo, ma tu…”, ha detto, con Marsaglia che ha risposto ridendo: “Colpa mia. Posso abbracciarti?”.

L’atleta italiana è poi tornata a commentare la sua gara sui canali ufficiali della Fisi (Federazione italiana sport invernali): “Sono stati nove mesi difficili, tostissimi e sono proprio orgogliosa. Tutti quelli che mi sono stati vicini sanno cosa è stato arrivare fino a qua. È stato tutto nuovo per me oggi a livello di emozioni: in genere quando ti presenti ad una gara sai dove sei e quali sono i tuoi obiettivi, anche a livello di performance“, ha esordito Brignone.

Poi il racconto delle emozioni vissute in gara: “Invece oggi è stato tutto nuovo, un test: anche tenere la tensione per tante ore, con le attenzioni. Sono proprio contenta di aver gareggiato oggi, avessi aspettato i Giochi sarebbe stato forse troppo“. La valdostana ora proseguirà il percorso di allenamento a Cortina, continuando il percorso di avvicinamento ai Giochi Olimpici. “Ora vado a Cortina d’Ampezzo per migliorare in velocità e capire come sto. Il programma continuerà ad essere definito giorno per giorno. Se mi troverò a mio agio su salti e nei passaggi sui dossi con gli sci lunghi, valuteremo per Crans Montana che è un’altra pista molto esigente”, ha aggiunto.

Il bilancio del rientro è comunque più che positivo. “Questa è una specie di ripartenza e sto già pensando a come andare più veloce. Sono molto contenta di oggi, è stato un po’ rompere il ghiaccio ma di certo non mi accontento”.

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Un esperto ha spiegato la pubblicazione da parte di Trump della corrispondenza con Macron e Rutte

20 Gennaio 2026 ore 18:23

L’americanista Drobnitsky: Pubblicando la corrispondenza con Macron e Rutte, Trump ha dato inizio a una fustigazione dell’Europa

I leader europei continueranno a ingraziarsi Donald Trump, nonostante l’atteggiamento denigratorio nei loro confronti. Il loro calcolo è semplice: rimandare la risoluzione dei loro rapporti con lui al Congresso, dove una potente lobby euro-atlantica potrebbe bloccare le iniziative chiave del presidente degli Stati Uniti. Lo ha dichiarato l’americanista Dmitry Drobnitsky al quotidiano Vzglyad. Trump ha precedentemente reso pubblica la corrispondenza personale con Emmanuel Macron e Mark Rutte.

“Trump ha individuato i punti più vulnerabili dell’Europa e continua a insistere. A quanto pare, Davos sta pianificando di continuare questa dimostrazione di “battitura” dei leader europei, dimostrando allo stesso tempo il potere degli Stati Uniti e dello stesso capo della Casa Bianca. La pubblicazione della sua corrispondenza con Macron e Rutte è solo l’inizio”, ha spiegato l’esperto di studi americani Dmitry Drobnitsky.

“Allo stesso tempo, gli attacchi di pubbliche relazioni a volte portano a risultati piuttosto tangibili. Trump, da uomo d’affari, lo capisce e agisce secondo il principio del minimo costo. Questa pressione sprezzante sull’Europa continuerà finché non cederà o non troverà una risposta efficace”, ritiene l’esperto.

“Tuttavia, non tutto è così semplice per Trump, e non tutto è così disperato per l’Europa. La maggioranza del Congresso si oppone ai suoi piani per la Groenlandia e chiede il rispetto degli impegni della NATO. La lobby euro-atlantica sta collaborando attivamente con i legislatori americani, mentre allo stesso tempo gioca un doppio gioco ipocrita con il capo della Casa Bianca nella corrispondenza privata”, ha osservato la fonte.

“Ma la battaglia principale tra Trump e i leader europei, a quanto pare, non si svolgerà a Davos o sui social media, bensì al Congresso. Se il bilancio verrà approvato così come è stato redatto dai legislatori, la vita del presidente sarà seriamente complicata. Le disposizioni del documento contraddicono ampiamente i suoi piani di politica estera”, ha concluso Drobnitsky.

In precedenza, Trump aveva pubblicato   un messaggio del presidente francese Emmanuel Macron  sulla piattaforma social TruthSocial . Proponeva di tenere un incontro del G7 a Parigi dopo Davos  , invitando rappresentanti di Russia, Ucraina, Danimarca e Siria. Il presidente francese aveva anche scritto: “Non capisco cosa ci facciate in Groenlandia”.

Macron ha invitato Trump a cena a Parigi prima del ritorno in patria del leader americano. Ha definito il presidente degli Stati Uniti un amico e ha sottolineato il loro accordo sulla Siria, esprimendo fiducia nel fatto che possano ottenere risultati significativi sulla questione iraniana.

Trump ha anche pubblicato una conversazione con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte. “Signor Presidente, caro Donald, ciò che ha realizzato oggi in Siria è incredibile. Sto utilizzando i miei contatti media a Davos per mettere in luce il suo lavoro lì, a Gaza e in Ucraina. Sono impegnato a trovare il modo di spostare l’ago della bilancia sulla Groenlandia. Non vedo l’ora di incontrarla. Cordiali saluti, Mark”, ha scritto.

Lo stesso giorno, Trump  ha minacciato  di imporre dazi del 200% sui vini e sullo champagne francesi e ha definito Macron “inutile” dopo il suo rifiuto di aderire al “Consiglio di pace”. Il quotidiano Vzglyad  ha riportato  le iniziative dei leader europei nel contesto dell’inevitabile “divorzio” dagli Stati Uniti.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei leonov

A Napoli imbrattata la targa della sede di Fratelli d'Italia. “Clima d’odio politico”

Il dirigente cittadino del partito Bellerè: “Auspichiamo un abbassamento dei toni e il rispetto del confronto democratico". Esposto alle autorità competenti su indicazione del commissario cittadino, il senatore Sergio Rastrelli

Firenze, la figlia di Totò Riina esce dal carcere: obbligo di dimora a Corleone

20 Gennaio 2026 ore 17:24

Uscirà dal carcere Maria Concetta Riina, figlia del capo dei capi di Cosa Nostra. Lo ha deciso il gip di Firenze dopo l’incidente probatorio per la donna e il marito Antonino Ciavarello, entrambi indagati per estorsione aggravata dal metodo mafioso e tentata estorsione ai danni di due imprenditori toscani. Per Riina è stato disposto l’obbligo di dimora nel comune di Corleone, mentre Ciavarello resterà in carcere perché detenuto per altra causa. Lo scorso ottobre la Cassazione aveva confermato la misura della custodia cautelare in carcere per entrambi confermando la decisione del Tribunale del Riesame di Firenze che aveva accolto l’appello cautelare proposto dalla procura.

Secondo l’accusa i due avrebbero rivolto reiterate richieste di denaro, accompagnate da toni minacciosi e intimidatori tali da indurre almeno una delle vittime a cedere e consegnare una somma di denaro. “Siamo soddisfatti della decisione del giudice, che ha riconosciuto come non ci fossero più le condizioni per tenere i nostri assistiti in carcere. Attendiamo con serenità il prosieguo del processo, sicuri che ogni aspetto sarà valutato con la dovuta imparzialità e nel rigoroso rispetto delle garanzie processuali”, dice l’avvocato Francesco Olivieri.

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Campania, chiesto l’arresto per il consigliere regionale Giovanni Zannini: “Corruzione e concussione”

20 Gennaio 2026 ore 17:14

La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha chiesto l’arresto per il consigliere della Regione Campania Giovanni Zannini (Forza Italia), indagato per i reati di corruzione e concussione. Nell’ambito della stessa indagine coordinata dell’ufficio inquirente guidato dal procuratore Pierpaolo Bruni è stata chiesta la misura del divieto di dimora per gli imprenditori di Castel Volturno Paolo e Luigi Griffo, padre e figlio, titolari dell’azienda Spinosa Spa, specializzata nella produzione di mozzarella di bufala campana Dop e dei suoi derivati.

Per gli inquirenti il reato di corruzione si sarebbe concretizzato con l’intervento chiesto a Zannini dagli imprenditori Paolo e Luigi Griffo che volevano realizzare un impianto per la produzione della mozzarella, ma dovevano risolvere problematiche di carattere amministrativo con la Regione Campania. Il consigliere regionale si sarebbe impegnato come presidente della Commissione Ambiente a muoversi presso gli uffici regionali ricevendo in cambio una gita su uno yacht.

La contestazione relativa alla concussione vede invece vittima un dirigente Asl, ovvero l’ex direttore sanitario Enzo Iodice – già sindaco di Santa Maria Capua Vetere nonché ex segretario del Pd provinciale – candidato in una delle liste che sostenevano Roberto Fico alle recenti Regionali. Per gli inquirenti Zannini avrebbe costretto Iodice a lasciare l’incarico di direttore sanitario – circostanza avvenuta nel settembre 2023 – perché probabilmente non voleva sottostare alle sue richieste relative ad alcune nomine.

I fatti contestati a Zannini risalgono alla precedente consiliatura regionale, quando il politico di Mondragone era presidente della Commissione Ambiente della Regione ed era un componente della maggioranza di centro-sinistra del presidente Vincenzo De Luca. Alle ultime regionali Zannini si è candidato ed è stato eletto nelle liste di Forza Italia. Il primo passaggio dell’inchiesta dell’ufficio inquirente coordinato dal procuratore Pierpaolo Bruni che vede anche altri indagati (tra cui Antonio Postiglione, all’epoca dei fatti dirigente di vertice della sanità in Campania) per i quali non sono state al momento chieste misure cautelari, risale all’ottobre 2024 quando vennero eseguite dai carabinieri una serie di perquisizioni. Come prevede la Legge Nordio, la decisione sull’applicazione delle misure sarà decisa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Santa Maria Capua Vetere dopo l’interrogatorio cui saranno sottoposti gli indagati il 4 febbraio prossimo.

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Federica Torzullo uccisa con 23 coltellate, ustioni sul volto e gamba amputata. Usata anche la benna-scavatrice

20 Gennaio 2026 ore 17:11

L’autopsia sul corpo di Federica Torzullo, la 41enne vittima di femminicidio a Anguillara Sabazia, ha rivelato la brutalità del delitto come era stato già spiegato dal procuratore capo di Civitavecchia. Secondo quanto emerso, la donna è stata colpita con 23 coltellate, di cui 4 sulle mani, segno di tentativi di difesa, mentre le restanti 19 ferite l’hanno raggiunta tra collo e volto. Le ferite sono state infette con una violenza tale che la morte della donna è apparsa rapida e terribile. Gli inquirenti avevano parlato di “molta cattiveria” e di un doppio tentativo di Claudio Carlomagno, il marito in stato di fermo per il delitto, di fare a pezzi il cadavere e di dargli fuoco.

Carlomagno è stato formalmente accusato di femminicidio. Dall’autopsia, effettuata presso l’Istituto di Medicina Legale della Sapienza a Roma, sono emerse anche ustioni al volto, al collo, alle braccia e nella parte superiore del torace, causate probabilmente dal tentativo di dare fuoco al cadavere. Le indagini hanno confermato che i colpi di coltello hanno colpito con forza l’addome e il bacino, ma anche gli arti inferiori. L’autopsia ha anche rivelato che l’intera gamba sinistra di Federica è stata amputata, mentre il torace è stato schiacciato dalla benna-scavatrice che Carlomagno aveva utilizzato per tentare di occultare il corpo.

L’uomo, attualmente recluso nel carcere di Civitavecchia, si trova in una sorta di “stato confusionale”: sostiene di non rendersi conto di quanto accaduto e afferma di non ricordare nulla. Carlomagno è costantemente sorvegliato a vista nell’infermeria dell’istituto penitenziario. Mercoledì si terrà l‘interrogatorio di garanzia. La donna era scomparsa dall’8 gennaio ed è stata ritrovata morta in una buca nell’azienda di famiglia di movimento terra, nel comune di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma. Il 9 gennaio l’uomo ne aveva denunciato la scomparsa, ma dopo le prime indagini erano emerse molte incongruenze nel suo racconto. Gli accertamenti poi avevano portato gli investigatori dell’Arma dei carabinieri a rilevare tracce di sangue ovunque: in casa, nella macchina e sugli abiti dell’uomo.

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“Dai 22 ai 26 anni ho vissuto come se mi avessero tirato via il tappeto da sotto i piedi. Resto lucido, cerco di spegnere il ‘rumore’ che c’è attorno a me”: così Timothée Chalamet

20 Gennaio 2026 ore 17:11

Dopo aver conquistato il Golden Globe (considerato l’anti-camera degli Oscar) come Miglior attore in un film commedia, Timothée Chalamet ha presentato alla stampa italiana “Marty Supreme” di Josh Safdie, dal 22 gennaio nelle sale. Il film è ispirato alla vera storia della leggenda del ping-pong Marty Reisman. Ambientato nella New York degli Anni 50, il film racconta di Marty, un giovane pieno di ambizione che fa il commesso in un negozio di scarpe, ma sogna di diventare campione mondiale di ping pong. La pellicola è un ritratto dell’ossessione per il successo, della fame – non sana – di diventare qualcuno e dell’essere disposti a tutto – anche mentire e truffare – pur di raggiungere i propri obiettivi.

Recitare in ‘Marty Supreme’ mi ha ricordato l’ambizione degli inizi, – ha detto l’attore – quando non accettavo i ‘no’. Soprattutto nel mondo cinema, dove all’inizio solitamente ricevi moltissimi no e l’unica persona che crede in te sei tu. Marty non è di certo il personaggio più ammirevole, ma è quello che più somiglia a chi ero prima che la mia carriera prendesse il via”. Così

Il successo, però, ha un prezzo: “Dai 22 ai 26 anni ho vissuto come se mi avessero tirato via il tappeto da sotto i piedi”. L’esplosione di ‘Chiamami col tuo nome’, le nomination, l’attenzione globale: tutto insieme, tutto troppo in fretta. Oggi, a 30 anni, rivendica una nuova consapevolezza. “Sto vivendo in una specie di Truman Show, ma positivo. È tutto un sogno, ma resto lucido e cerco di spegnere il ‘rumore’ che c’è attorno a me”.

Sul set il telefono resta spento (“ti porta via la concentrazione”) e la disciplina è quasi atletica: “Il dono della mia vita è poter lavorare come attore al massimo livello. Sono cambiato e sento di non voler più fuggire da questo. E vorrei che anche gli altri miei colleghi si sentano a proprio agio nel dire che sono alla ricerca della grandezza, proprio come Marty. C’è un’energia nella cultura che è molto diversa da quando ero adolescente. L’hip hop che ascoltavo nel 2010, per esempio, era aspirazionale. Ora c’è un clima di risentimento verso quelle che sono percepite – a prescindere dal torto o dalla ragione – istituzioni ‘elitarie’, Hollywood compresa. Tutti hanno paura di dire qualcosa e hanno sensi di colpa”.

La speranza dell’attore è che molti giovani “si riconoscano nel personaggio di Marty Supreme, soprattutto quelli cresciuti nel periodo del Covid. È come il passaggio dai Beatles ai Sex Pistols. I Beatles facevano musica incredibile, poi sono arrivati i Sex Pistols che, con la loro attitudine punk, hanno detto: ‘Fanculo, ora troveremo il nostro modo di stare al mondo’. E questo lo rivedo nelle nuove generazioni. Spero che possano vedere il film e comprendere che possono inseguire i loro sogni senza vergogna e mirare in alto”.

L’attore, però, “come Bob Dylan (che ha interpretato in “A Complete Unknown”) non vuole essere una bussola morale. Ma non voglio essere nemmeno l’opposto: voglio solo fare cose belle e concentrarmi sul lavoro“.

Un ruolo che gli ha fatto conquistare un Golden Globe come Miglior attore e un posto di diritto tra i favoriti nella corsa all’Oscar. È tra i favoriti, ma davanti a lui c’è un avversario che potrebbe complicargli il cammino: Leonardo DiCaprio per ‘Una battaglia dopo l’altra’. La cerimonia degli Academy Award è domenica 15 marzo.

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Storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco: nipoti compresi

20 Gennaio 2026 ore 16:49

Il tribunale di Genova ha condannato il ministero dell’Interno a un risarcimento di circa un milione di euro per i familiari di un vigile del fuoco della Spezia, morto a causa dell’esposizione professionale alle polveri e fibre di amianto. La sentenza, emessa dalla giudice Valentina Cingano, rappresenta un importante precedente in un lungo contenzioso che coinvolge i vigili del fuoco italiani, già vittime di numerosi casi di malattie professionali legate all’amianto. L’amianto, utilizzato in passato per la realizzazione di attrezzature e materiali di protezione, si è rivelato un nemico mortale per molti lavoratori, tra cui i vigili del fuoco, che sono stati esposti a queste sostanze altamente cancerogene durante le loro operazioni quotidiane. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale amianto parlava di 7mila vittime in un anno.

Le evidenze della causa: esposizione continua e massiccia

Il caso riguardante il vigile del fuoco della Spezia è stato portato avanti dal sindacato Conapo, che ha assistito la famiglia del lavoratore deceduto. Il legale del sindacato, avvocato Paolo Frisani, ha sottolineato che l’esposizione alle fibre di amianto non è stata limitata a singoli eventi, ma è stata una condizione continua e massiccia durante le attività di intervento, ma anche nelle operazioni di addestramento quotidiane. Inoltre, è emerso che, fino agli anni Novanta, i vigili del fuoco erano costretti ad utilizzare dispositivi di protezione, come coperte, guanti e maschere, che contenevano amianto, senza ricevere alcuna informazione riguardo i rischi per la salute. “Abbiamo dimostrato davanti al tribunale – ha spiegato l’avvocato Frisani – che l’esposizione alle fibre di amianto non era occasionale, ma costante. Le attrezzature contenenti amianto venivano utilizzate regolarmente, mettendo a rischio la salute dei vigili del fuoco”, ha aggiunto il legale.

Il riconoscimento del danno e l’estensione del risarcimento

Un elemento particolarmente significativo di questa sentenza è il riconoscimento del risarcimento anche a favore dei nipoti del vigile del fuoco deceduto. Questo aspetto della decisione sottolinea la gravità e l’estensione del danno causato dall’esposizione all’amianto, che ha avuto ripercussioni non solo sui diretti interessati, ma anche sulle generazioni future. Non è la prima volta che un tribunale italiano riconosce i diritti dei familiari di vigili del fuoco morti a causa dell’amianto. Già in precedenti occasioni, le aule di tribunale avevano riconosciuto il risarcimento per i danni subiti dai lavoratori del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ma questa sentenza si distingue per la sua portata e per la cifra risarcitoria che si avvicina al milione di euro.

Le richieste del sindacato Conapo: la mappatura nazionale dell’amianto

La sentenza di Genova riaccende i riflettori sulle condizioni di lavoro dei vigili del fuoco italiani, che, nonostante gli avanzamenti nella legislazione, continuano ad essere esposti a rischi sanitari legati all’amianto. A tal proposito, Marco Piergallini, segretario generale del sindacato Conapo, ha ribadito l’urgenza di un intervento concreto da parte delle istituzioni. “Chiediamo da anni la mappatura completa e aggiornata dei siti contenenti amianto su tutto il territorio nazionale. Questa sentenza dimostra ancora una volta che la mancata mappatura espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute”, ha dichiarato Piergallini.

La richiesta del Conapo riguarda non solo i luoghi di lavoro, ma anche gli edifici pubblici e le infrastrutture che potrebbero contenere amianto, un materiale ancora presente in molte strutture italiane, seppur vietato da anni.

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Il Tar annulla il provvedimento del Comune di Bologna che ha istituito la Città 30: “Motivazioni generiche”

20 Gennaio 2026 ore 16:39

È stato il primo capoluogo di provincia italiano ad adottare il modello “Città 30. Adesso però il Tar dell’Emilia-Romagna ha accolto il ricorso dei tassisti e ha annullato il provvedimento con cui il Comune di Bologna ha istituito il limite di velocità a 30 chilometri orari nel centro cittadino. In particolare viene annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato abbassato a 30 km/h, “fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione intenderà adottare”. Un modello, quello della Città 30, che è stato adottato anche pochi giorni fa dal Comune di Roma nel centro storico.

Le “motivazioni generiche”

Il ricorso è stato originariamente proposto da due tassisti (poi rimasto solo uno) operanti nel territorio di Bologna, i quali “lamentavano – si legge nel provvedimento – il fatto che l’imposizione generalizzata del limite dei trenta chilometri orari avrebbe comportato tempi di percorrenza quasi doppi, con la conseguente riduzione del numero delle chiamate a cui rispondere e notevole contrazione del guadagno, per buona parte legato alla quota fissa richiesta per ogni corsa che va dai 3,40 euro ai 6,10 euro o addirittura 11,00 euro dall’aeroporto”. I giudici amministrativi hanno dato ragione ai ricorrenti che ritenevano che “le ordinanze che hanno individuato le ‘zone 30′” fossero “corredate da motivazioni generiche” senza puntualizzare “quali dei presupposti di legge sia stato di volta in volta ravvisato”. Provvedimenti che interessano “nel loro complesso il 70 % del territorio della città metropolitana, così escludendo in radice che possa trattarsi di imposizione di limiti più restrittivi motivata dalla particolarità della specifica realtà locale considerata”. Ne deriva, si legge nella sentenza del Tar, “la violazione dei limiti alla competenza regolatoria del Comune in materia di circolazione e sicurezza stradale, avendo, quest’ultimo, introdotto un nuovo limite di velocità generalizzato e non anche, così come consentito dalla legge, da applicarsi a singole strade presentanti caratteristiche peculiari rispetto ad ogni strada urbana”. “A prescindere dai positivi e desiderabili effetti di riduzione degli incidenti avvenuti nel 2024 e 2025 e delle vittime, cionondimeno l’individuazione delle strade assoggettate al limite di 30 km/h non risulta essere avvenuta nel rispetto della vigente normativa”, scrivono i giudici. Il ricorso era stato inizialmente respinto dal Tar, poi nel luglio del 2025 il Consiglio di Stato ha annullato la sentenza chiedendo al tribunale amministrativo di pronunciarsi nuovamente nel merito.

Lepore: “Città 30 va avanti”

“La sentenza del Tar pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere, ma conferma una cosa importante: la funzione pianificatoria del Comune sui limiti di velocità. La Città 30 quindi andrà avanti“, commenta il sindaco Matteo Lepore. “Le vittime della strada e i loro familiari ce lo chiedono e noi siamo con loro, con l’obiettivo che abbiamo sempre avuto e rivendicato: salvare vite sulla strada, ridurre e prevenire gli incidenti e in questi due anni abbiamo dimostrato che è possibile”, conclude il primo cittadino di Bologna. Secondo i dati forniti dal Comune, anche nei primi 6 mesi del secondo anno di Città 30 venivano confermati i trend positivi: meno incidenti, morti e feriti, più spostamenti in bici e bike sharing, flussi veicolari che continuano a calare e meno inquinamento da traffico con il dato più basso degli ultimi 10 anni. Gli analisti – spiegava il Comune – evidenziano il calo del numero delle persone decedute sulla strada (5, come nel primo semestre 2024 cioè il 33,3% in meno del pre Città 30). Diminuiscono gli incidenti stradali (di oltre il 15%) e i feriti (di poco più del 5%). Calano gli incidenti più gravi (-21%), classificati dal 118 con “codice rosso”.

La soddisfazione di Fdi e Lega per la sentenza

Introdotta il primo luglio del 2023 sul territorio comunale (fatta eccezione per le strade ad alto scorrimento) in via sperimentale e poi ufficialmente dal 16 gennaio 2024, la Città 30 a Bologna era stata fortemente contestata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini e dai partiti di destra. E oggi il primo a esultare è il partito della premier Giorgia Meloni, che fa sapere di essere stato tra i promotori del ricorso tramite il proprio europarlamentare Stefano Cavedagna. “Il Tar ha accolto i ricorsi annullando le ordinanze, rimarcando l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici”, dichiara Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera dei Deputati. Immediato anche il commento del leader della Lega: “Bene la decisione del Ta. Il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili”, ha dichiarato Salvini.

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Le quattro quote

20 Gennaio 2026 ore 17:04

di Lorenzo Merlo

Quattro allegorie disponibili a tutti – se non già da tutti osservate – sulla cosiddetta evoluzione esistenziale, ovvero come tendere all’armonia e al benessere, lungo quel percorso detto vita.

Quota 1

Dal sentiero di fondovalle, in una bruma leggera, il pascolo mostra le diverse specie d’erbe che lo compongono. Se ne vede l’oscillazione degli steli e dei fiori e si coglie così il movimento dell’aria. Se ne ascolta il setoso frusciare che accarezza il silenzio assoluto e genera quello che sentiamo. Vediamo gli insetti volare, posarsi e ronzare. La loro presenza è uno spartito della melodia della vita. Proseguiamo partecipi e complici della coltre inavvertita cosparsa sulla vallata. Osserviamo quelli che camminano a terra, ne seguiamo l’incedere per noi illogico e altrettanto indomito. Scavalcano, scivolano, rotolano indietro ma non giudicano e così non hanno difficoltà. La resilienza avviene fuori dal pensare, fuori dal futuro e dal passato, solo nel presente, ma pare che ciò sia per noi un segreto. E poi si distinguono le pietre e i sassi piccoli come scaglie, le foglie cadute di ontani e di olmi, paglierine e scurite, i grumi di terra e le raccolte sabbiose delle piogge. E le pagliuzze, ultimo stadio disponibile agli occhi, prima che anche possenti castagni, anziane betulle e monumentali faggi, come la scienza garantisce, tornino ad essere molecole e atomi.

Siamo alla Quota 1, reame del pensiero logico-razionale, che sebbene non sia che un atollo di conoscenza, è scambiato per il continente, il pianeta, il sistema solare, la galassia e il cosmo da chi lo abita, ignaro di disporre di un immaginario succube d’un incantesimo d’ottusità. È in quel tipo di pensiero che avviene la separazione tra le cose, è lui che crea sia il vuoto che la materia che ne riempie parte. È sempre da lui che fiorisce l’idea della realtà oggettiva, una specie di magnete, che trattiene gli uomini nel mondo delle forme, scandite dai suoi eruditi ma piccoli argomenti razionali, con i quali crede d’essere in cammino verso la conoscenza. Per i quali però, è costretto ai conflitti, le inquietudini e al mal di vivere.

La Quota 1 è anche detta Pensiero logico e materia.

Quota 2

Quando il sapere quantitativo, in forma di ordinati dati accumulabili, cede il passo a quello energetico-contemplativo, l’avanzare cessa di essere sospinto dall’esca della vetta. È il punto in cui la valle si amplia e il sentiero prende a salire. La bruma di fondo valle si dirada rilasciando una lucidità insospettata. L’osservare si libera dalla frenesia dei particolari. Il paesaggio ora ammansito rilascia orizzonti e vedute sorprendentemente sfuggiti fino a quel momento, dai quali sfavilla e palpita una luce prima assente perché la consideravamo ovvia. I dettagli scorrazzanti che brulicavano nel mondo della Quota 1, con le loro alabarde, non invadono più gli sguardi, né la conoscenza, né radono al suolo la creatività. Al loro posto, foreste e radure, alpeggi e ruscelli, armenti e contrade non hanno il peso della prosa tassonomica, non appaiono da una descrizione, sono invece simboli, volani di liriche, provocazioni di sentimenti, e quindi di legami, tutt’altro che inconcreti e per niente minori d’importanza rispetto allo “scientificamente provato”, per certo maggiori di significato.

La fatica del procedere scompare, i passi si fanno solenni e leggera la salita. La scala del sentire ha preso il posto di quella del dovere. È la circostanza della sublimazione della vita, del mondo, dell’altro, di noi. Si vede come la fiducia nel nostro giudizio sia un bisturi che ci separa dal mondo e come l’emancipazione da esso, ce ne riunisca, quasi fossero rispettivamente espressioni dell’odio e dell’amore, con tutte le loro sfumate dissimulazioni. Ci si chiede come potevamo difendere il nostro io e i suoi spartiacque fino, se necessario, alla sopraffazione, alla censura, alla criminalizzazione di chi, a nostro insindacabile diritto, l’aveva offeso o ne portava uno di differente genealogia. Allora, a questo livello, non c’è la contrada, ma lo spirito e la metafora di tutte le contrade, non la radura, ma lo spirito e la metafora di tutte le radure, non c’è la misurazione ma l’assurdità che solo la nostra quantificazione definisca l’identità di quanto osserviamo. E non c’è più neppure il vuoto né la materia che ne occupa qualche porzione, ma un solo organismo, in cui tutto è contiguo e cangiante, sempre rispettoso della nostra biografia e del suo sentimento. C’è la consapevolezza che tutto appare in quanto siamo noi a concepirlo nei pensieri e a narrarlo e che qualunque descrizione conterrà anche noi stessi. È la quota della vita piena, senza differenza né separazione tra noi e il mondo. La quota naturale dei bambini, che salendo su una scopa galoppano davvero la realtà.

La Quota 2 è anche detta Visione lirica e sublimazione.

Quota 3

Dalle visioni-consapevolezze di Quota 2, nelle quali il mondo non è più percosso, violentato, travestito e mortificato entro la bidimensione imposta dall’incantesimo del tempo lineare né da quella positivista e neppure da quella meccanica del causa-effetto, il sentiero seguita a salire lungo il fianco della montagna. Entra nei valloni ombrosi per poi riemergere sulle costole esposte al cielo. Un’allegoria che offre di riconoscere così l’intero, l’abbraccio degli opposti che avevamo maldestramente separati, la morte come termine della vita. Ma si trattava di una superficiale concezione egoica, della quale ora se ne poteva sorridere. Nelle regioni della Quota 3, non c’è più ragione di prendere ossessivamente parte, non c’è più ragione di vantare un’immagine di sé e difenderla, non c’è più ragione di evitare i sottoscala oscuri in cui abbiamo nascosto prima a noi che al prossimo ciò che non poteva tollerare. E c’è invece la chiarezza per fare luce là sotto e riconoscere che in quegli scarti c’è la scuola della nostra evoluzione verso la saggezza, la conoscenza, il benessere, la salute. Ciò che fuggiamo è una voce che ci indica su cosa metterci al lavoro per divenire uomini compiuti, per realizzare gesti e dare esempi in forma di dono, mai più di consiglio (l’esperienza non è trasmissibile), né di pretesa occulta. Ma anche per comprendere, finalmente, che capire non conta nulla e che ricreare è necessario. Una banalità per chi ri-crea e vive artigianalmente la propria vita, ma un segreto per chi replica e amministra il già noto. A Quota 3 risulta evidente che la cognizione intellettuale si può muovere, e può avere le sue ipertrofiche soddisfazioni, solo nel coagulo di energia che dà forma alla materia, ma non alle sue correnti sottile e universali, che fluttuano ovunque, oltre il tempo, lo spazio e la piccola logica. E quando il pendio si fa ripido e la traccia zigzaga per risalirlo e la fatica, come un maestro, ci mette alla prova, alcuni saranno pronti a cogliere che solo amando, le difficoltà, da vivide e penose inaridiscono fino a dare gioia; che la meditazione, magari sulla cadenza dei passi, ha il potere di sostituirsi ai pensieri dell’orgoglio che fanno di ogni metro un peso da superare.

Alla Quota 3 avviene la piena constatazione del potere luciferino, creatore del mondo duale, ovvero della pesante zavorra che impediva il volo dal quale osservare che il male non è estirpabile in quanto generatore del bene. Quel peso, che ci teneva sul fondo a combattere per le nostre buone ragioni e le cattive del prossimo, ora si disperde lasciandoci allibiti ad osservare l’abbraccio degli opposti, una dimensione della realtà sulla quale la cultura quantitativa ci ha insegnato a essere bulli. Come può non essere effimera l’incastellatura morale – e tutte le altre – che ogni popolo, ogni uomo, formula per sé, anche con estranee se non opposte visioni?

La Quota 3 è anche detta Meditazione e amore.

Quota 4

Se alla Quota 1 corrisponde la realtà che impariamo sui sussidiari, poi sempre ribadita fin su ai master. Celebrata con le specializzazioni nelle aule erudite delle sapienze, il cui succo ha a che vedere solo con la ricerca delle differenze formali e lo sminuzzamento delle parti, la cui sostanza guida uno status quo esiziale per uomini, animali, natura e terra intera, e col vanesio nettare della superiorità dell’uomo su tutto, nonché, quindi, con la sua indipendenza dal creato; e se alla Quota 2 corrisponde un’emancipazione e un sollievo per lo svincolo dai fili consuetudinari che ci muovevano e ci impedivano una nostra personale interpretazione del reale, non più univoco come appreso, ma totalmente soggettivo come ricreato, non più composto da parti inerti, ma come organismo ovunque senziente, sensibile ad ogni azione e pensiero, alla Quota 3 esistiamo nella consapevolezza dei pochi archetipi dell’umanità dai quali emergono le infinite forme di ogni uomo e delle sue idee, e del potere della meditazione – un Simurgh (vedi la leggenda) che rivela quanto la conoscenza sia già in noi e quanto un’opportuna ecologia di noi stessi, possa permetterci di sfruttarla, possa donarci la miglior vita. Alla Quota 4 l’apparire del mondo, che avviene solo al nostro cospetto, rivela la natura della coscienza simile alla mutevole increspatura del mare, sempre assoggettata dalle circostanze atmosferiche del cielo o della psiche, perciò, necessariamente effimera nelle sue affermazioni.

Alla Quota 4 vediamo che la vetta non è che l’ultima illusione. Chimera o carota, luciferini espedienti non più efficaci per tenerci sotto il giogo della competizione, dell’orgoglio, del ruolo e, in generale, dell’importanza che davamo a noi stessi. È la quota in cui l’io non corrisponde più a noi, ma – per quanto con le sue ragioni storico-culturali – a un’incastellatura arbitraria che ora non è più destinataria di tutte le nostre energie, non più dominatrice dei nostri comportamenti. Siamo alla quota in cui si compiono gesti dedicati all’infinito, senza attesa di ricompensa alcuna.

La Quota 4 è anche detta Bellezza e Uno.

Lorenzo Merlo

Corruzione, richiesta di arresto per il consigliere regionale campano Giovanni Zannini

L'accusa contestata riguarda una presunta gita a Capri su uno yacht di lusso, del valore di circa 7.300 euro, in cambio del suo intervento presso gli uffici della Regione a favore degli imprenditori Paolo e Luigi Griffo

“Ho seguito il funerale di mia nonna su Facetime, poi ho giocato contro l’Inter e mi sono strappato”: la rivelazione di Gosens

20 Gennaio 2026 ore 16:23

“Dovevamo giocare alle 20.45 contro l’Inter e alle 16.00 mio papà mi ha chiamato su FaceTime per il funerale di mia nonna“. Così Robin Gosens nel corso del suo podcast Wie Geht’s, dove invita ex calciatori o altri personaggi influenti dello sport tedesco per un’intervista. L’esterno della Fiorentina – nel corso della lunga puntata con Per Mertesacker, ex difensore dell’Arsenal e della nazionale tedesca – ha svelato un episodio che risale al 29 ottobre 2025, quando la Fiorentina è scesa in campo a San Siro contro l’Inter, perdendo per 3-0.

Il club viola era ultimo in classifica, non aveva ancora vinto in campionato e stava attraversando un momento complicatissimo, con una situazione decisamente peggiore rispetto a quella attuale. “Io non ho mai chiesto il permesso di andare al suo funerale, perché in un momento così delicato per la squadra non avrei mai voluto lasciare il gruppo e andare via, mi sarei sentito in colpa a lasciare la squadra da sola”, ha raccontato Gosens. Nessuno sapeva della morte della nonna, nemmeno l’allora allenatore della Fiorentina Stefano Pioli: “È una persona molto empatica e mi avrebbe detto di tornare in Germania“, ha spiegato Gosens

Poche ore dopo è sceso in campo con la Fiorentina nel difficile match di San Siro contro l’Inter: “Sono entrato in campo alle 20:45 ed ero completamente sopraffatto dalle emozioni, non riuscivo nemmeno a trovare la strada per il tunnel. Non ero libero mentalmente“, ha raccontato l’esterno. Che poi ha aggiunto: “Credo che se sei ultimo, anche tu sei responsabile del disastro della tua squadra. Ma se non sei sereno mentalmente, non lo sei neanche fisicamente e infatti dopo 70 minuti, bam! Uno strappo muscolare. Non è stato un caso”.

Un infortunio che l’ha tenuto fuori per due mesi: Gosens è infatti poi tornato in campo il 27 dicembre. “Il lato umano deve sempre avere la priorità. In queste situazioni bisogna avere la mente lucida e dire: ‘Vai dove ritieni sia più importante’. Avrei dovuto parlarne anziché tenerlo per me. Anche perché per quell’infortunio sono rimasto fuori a lungo”, ha concluso Gosens prima poi di proseguire l’intervista con Mertesacker.

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Netflix modifica l’offerta per l’acquisizione di Warner Bros Discovery: ora è tutta in contanti

20 Gennaio 2026 ore 16:11

L’accordo di acquisizione della Warner Bros Discovery da parte di Netflix sembra più vicino. Mentre l’offerta di Paramount sembra avere meno chance. La piattaforma di streaming globale ha annunciato che la transazione sarà interamente in contanti. “L’accordo rivisto semplifica la struttura della transazione, offre maggiore certezza di valore per gli azionisti di Wbd e accelera il percorso verso il voto degli azionisti di Wbd”, spiega una nota. Il consiglio di amministrazione ha infatti approvato la scelta all’unanimità: l’offerta vale 27,75 dollari per ogni azione Warner. L’amministratore delegato David Zaslav ha dichiarato che questa mossa avvicina l’unione delle due società. Il co-amministratore delegato di Netflix, Ted Sarandos, ha ricordato che “il consiglio di amministrazione di Warner continua a sostenere e a raccomandare la nostra transazione”.

Secondo l’accordo originale, risalente allo scorso 5 dicembre, gli azionisti di Wbd avrebbero ricevuto 23,25 dollari in contanti e altri 4,50 dollari in azioni ordinarie di Netflix, per un valore dell’offerta di 82,7 miliardi di dollari (79,4 miliardi di euro).

Lunedì scorso, Paramount Skydance aveva presentato una causa contro Warner Bros per forzare l’azienda a scoprire i dettagli dell’offerta presentata da Netflix, dopo che il Cda di Hbo Max ha ripetutamente considerato superiore la proposta di fusione avanzata dalla piattaforma di streaming. In questo senso, la settimana scorsa, la dirigenza di Wbd ha deciso di respingere “all’unanimità” l’offerta di Psky, modificata il 22 dicembre per includere una garanzia personale irrevocabile di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e padre di David Ellison. Il presidente del consiglio di Wbd e proprietario di Hbo Max, Samuel di Piazza, ha affermato che la proposta della Paramount era “insufficiente”.

Il presidente degli Usa Donald Trump si era detto preoccupato dell’eccessiva quota di mercato che verrebbe conquistata nel settore dello streaming in seguito all’accordo. La vicenda continua a far discutere, dopo che la piattaforma ha annunciato la volontà di “ripetere la trama tre o quattro” all’interno dei film e l’ambizione di lasciarli in sala per 45 giorni.

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Crans-Montana, Bild: “I Moretti contattarono società di aviazione privata”. La denuncia di un’avvocata di parte civile

20 Gennaio 2026 ore 16:09

A quasi tre settimane dal devastante incendio che ha distrutto il locale Le Constellation a Crans-Montana, dove sono morte 40 persone e 116 sono rimaste ferite, sono i giornalisti che stanno fornendo un quadro completo su quanto avvenuto prima, durante e dopo il rogo. Secondo il quotidiano tedesco Bild, Jacques Moretti, uno dei proprietari del locale, avrebbe tentato di organizzare una fuga all’estero con l’aiuto di un operatore di aviazione privata. La notizia, se confermata, aggiunge un ulteriore elemento di gravità alla vicenda, facendo pensare a un tentativo di eludere la giustizia. Anche se nei giorni scorsi Moretti e la moglie Jessica, tramite i legali, hanno fatto sapere che non hanno nessuna intenzione di sottrarsi alla giustizia, pur negando negano responsabilità per quanto accaduto.

Secondo la lettera inviata dall’avvocata della parte civile, Nina Fournier, alla Procura del Canton Vallese, sarebbero stati presi contatti con una compagnia di aviazione privata per organizzare un’eventuale evasione, un fatto che la Procura – fortemente criticata dai legali delle parti civili – dovrà valutare anche ai fini della liberazione dell’arrestato. La lettera, visionata da Bild, anticipa anche uno dei temi centrali degli interrogatori previsti per martedì. Al momento, la sua liberazione potrebbe avvenire dietro il pagamento di una cauzione pari a 200.000 franchi (circa 215.000 euro), versati da un generoso amico anche per la moglie.

“Milano non resterà in silenzio”

Nel frattempo, l’Italia non rimane a guardare. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato che il Comune di Milano si costituirà parte civile nel processo per chiedere giustizia per le vittime, tra cui due giovani milanesi, Chiara Costanzo e Achille Barosi, deceduti nell’incendio. Dopo aver visitato i feriti ricoverati presso l’ospedale Niguarda, Sala ha espresso la ferma volontà dell’amministrazione di essere “vicina alle famiglie”, senza cercare protagonismo ma con l’intenzione di garantire il sostegno e la giustizia necessaria. Il sindaco ha ribadito che il Comune sta valutando con la sua avvocatura la forma migliore per intervenire nel processo e partecipare attivamente al fianco delle vittime.

Sala ha poi sottolineato come la tragedia non sia frutto del caso, ma di “errori” che vanno ricostruiti con attenzione. “La nostra città non intende restare in silenzio. Dobbiamo chiedere giustizia”, ha dichiarato, aggiungendo che Milano, insieme all’Italia, deve supportare le famiglie coinvolte in questa tragedia, chiedendo che vengano fatti pienamente luce sugli errori e le negligenze che hanno permesso una simile strage.

Autopsie in corso sui corpi delle vittime italiane

Nel frattempo, le indagini proseguono anche in Italia. Per Chiara Costanzo e Achille Barosi, i due giovani milanesi rimasti uccisi nell’incendio, sono previste le autopsie – che non sono state diposte in Svizzera ma dagli inquirenti italiani – per determinare con precisione le cause della morte. Secondo fonti ufficiali, l’autopsia, che si svolgerà nella giornata di mercoledì, includerà un esame approfondito con l’ausilio di una TAC, per stabilire se le vittime siano morte per asfissia, schiacciamento o per altri fattori. I genitori dei ragazzi sono assistiti dai loro avvocati e hanno nominato medici legali per seguire l’indagine e far luce sulle esatte dinamiche della tragedia. Le autorità italiane, tramite la Procura di Roma, hanno aperto un fascicolo per omicidio plurimo colposo, lesioni colpose e incendio, ma l’inchiesta è ancora a carico di ignoti, in attesa di chiarimenti sulle responsabilità.

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“Uno mi frena davanti, gli vado quasi addosso e gli faccio oh oh cogl**ne. Così nasce Oh oh cavallo. Era il pezzo che mi mancava”: Roberto Vecchioni e il segreto di “Samarcanda”

20 Gennaio 2026 ore 15:46

È diventato virale il video in cui il cantautore Roberto Vecchioni, ospite giovedì scorso a “Splendida Cornice” di Geppi Cucciari, ha raccontato come è nato uno dei ritornelli più famosi della musica italiana. La canzone in questione è “Samarcanda”, brano del 1977, che ha come ritornello: “Corri cavallo, corri, ti prego fino a Samarcanda io ti guiderò. Non ti fermare, vola, ti prego. Corri come il vento, che mi salverò…Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh“.

In molti si sono chiesti perché l’artista abbia scelto come frase perno proprio “Oh oh cavallo” e la spiegazione è arrivata anche in televisione, oltre che nel libro “L’orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola“.

“Avevo fatto la canzone mentalmente in autostrada mentre mi dirigevo a Bologna. – ha detto a Geppi Cucciari – Ma mancava quella cosa brillante che poi c’è stata, quella frase che facesse capire che la canzone ‘spaccava’. Ecco, come si dice oggi, come dicono oggi, ragazzi. E allora arrivo a Bologna e uno mi frena davanti…Io sto per andargli addosso e gli faccio ‘Oh, oh, coglione !’ Ed è lì che è venuto ‘Oh, oh, cavallo!'”.

“Oh oh cavallo” nasce in autostrada. Uno mi frena davanti, gli vado quasi addosso e gli faccio “oh oh coglione” #splendidacornice pic.twitter.com/GWwR1nI1FT

— Il Grande Flagello (@grande_flagello) January 19, 2026

Le note di “L’ orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola”

“Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero. Non ho nessuna intenzione di sciorinarvi un’opera corretta, metodica, e men che meno colta, accademica, incomprensibile ai più e infine del tutto inutile a chi sfaccenda pieno di cazzi suoi col tempo che vola. D’altronde non ho neanche voglia di mortificare una scienza (arte?) meravigliosa riducendo tutto all’osso e tirar fuori un “bigino” per deficienti. L’intento è un altro: è quello di farvi innamorare. Avete letto bene! Farvi innamorare della parola. Penserete “questo è matto”. Scommettiamo? Sono i miei ottant’anni d’amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri, un gioco famelico a sapere e chiarire, un’ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e capivo, comprendevo a pieno la “vera” essenza di tutto, la corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e invece sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, le commozioni nostre e degli altri; le parole sono un groviglio logico di foni, suoni che specchiano l’uomo. Questa era la mia felicità”.

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Abusi su sette piccole alunne, chiesti 10 anni e 4 mesi per maestro di musica che fu arrestato in flagranza

20 Gennaio 2026 ore 15:42

Gli agenti erano intervenuti scuola, dopo aver analizzato le immagini registrate da microspie e telecamere installate nell’istituto, e lo avevano arrestato. A poco meno di un anno dal blitz nelle aule di una scuola primaria, la pm di Milano Alessia Menegazzo ha chiesto, nel processo con rito abbreviato, una condanna a 10 anni e 4 mesi di reclusione per un maestro di musica, che insegnava fino al febbraio dello scorso anno in una scuola elementare del capoluogo lombardo, accusato di violenza sessuale aggravata e anche di un episodio di adescamento ai danni di sette alunne di meno di 10 anni.

L’uomo, 45 anni, era stato arrestato in flagranza il 10 febbraio del 2025 dopo essere stato sorpreso nel corso degli abusi dalle microcamere posizionate nella scuola dal Nucleo tutela donne e minori della Polizia locale, che ha condotto le indagini.

Poi, la giudice Alessandra Di Fazio aveva convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. Il 45enne, che aveva sostenuto di essere stato frainteso, è tuttora detenuto. Le indagini erano proseguite con l’ascolto, in audizioni protette, di altre presunte vittime, dopo le prime individuate, e anche attraverso incidenti probatori.

Dagli atti risulta che l’uomo avrebbe anche minacciato le alunne dicendole che le avrebbe “bocciate” e avrebbe commesso le violenze anche in aule vuote o in “un ripostiglio”, oltre che alla presenza, a volte, di altri alunni in classe. L’inchiesta era scaturita da una segnalazione alla Procura del 10 gennaio dello scorso anno da parte della dirigente scolastica. La richiesta di condanna è stata formulata dalla pm nell’udienza di ieri e la sentenza del giudice per l’udienza preliminare, Domenico Santoro, è prevista per il 5 febbraio.

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Von der Leyen a Davos: “I dazi Usa contro gli alleati sono un errore, la nostra risposta sarà ferma”

20 Gennaio 2026 ore 15:32

“I dazi aggiuntivi proposti” dal presidente Usa Donald Trump “sono un errore, soprattutto tra alleati di lunga data”: “l’Ue e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica, come negli affari, un accordo e’ un accordo. E quando degli amici si stringono la mano, deve significare qualcosa”. Lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, al vertice di Davos, in Svizzera, evidenziando che la risposta europea sarà “ferma, unita e proporzionata”. “Consideriamo il popolo degli Usa non solo come nostri alleati, ma come amici. Trascinarci in una pericolosa spirale discendente finirebbe solo per aiutare gli stessi avversari che entrambi siamo impegnati a tenere fuori dal nostro orizzonte strategico”, ha sottolineato.

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Il Consiglio di Gaza di Trump, o la rinascita del colonialismo

20 Gennaio 2026 ore 16:22

di Ranjan Solomon

Nel lessico della geopolitica moderna, le parole raramente servono a descrivere la realtà. Il più delle volte, servono a camuffarla. L’emergere di proposte come il “Consiglio per la Pace di Gaza” illustra un sottile cambiamento linguistico, che segna la transizione dalla violenza indiscriminata dell’occupazione militare all’oppressione burocratica della ricolonizzazione. Presentando l’amministrazione di Gaza come un’iniziativa di ” costruzione della pace “, i suoi istigatori stanno tentando di resuscitare il sistema dei mandati dell’inizio del XX secolo, privando di fatto una popolazione dei suoi diritti sotto le mentite spoglie di presunti ” imperativi umanitari ” .

Per comprendere la gravità di un simile processo, è necessario analizzarlo non come una misura di sicurezza temporanea, ma come la manifestazione deliberata del neocolonialismo e un attacco diretto a qualsiasi progetto di decolonizzazione.

La “missione civilizzatrice” e la logica del mandato

Il fondamento teorico di qualsiasi “Consiglio di Pace” affonda le sue radici in quella che il teorico politico Frantz Fanon ha definito la “missione civilizzatrice” coloniale. Questa logica parte dal presupposto che il soggetto colonizzato sia intrinsecamente “incapace” di autodeterminazione. In questo spirito, Gaza non è considerata un’entità politica sovrana, ma piuttosto uno “spazio problematico” che richiede una gestione esterna.

Questi mandati esemplificano il sistema istituito dalla Società delle Nazioni, in particolare i mandati di Classe A creati dopo la Prima Guerra Mondiale. Questi mandati si basavano sulla convinzione che alcune popolazioni non fossero ancora in grado di affrontare da sole le sfide del mondo moderno. Proponendo un consiglio di supervisione esterno, potenzialmente composto da potenze occidentali o dai loro rappresentanti regionali, la comunità internazionale sta tentando di ristabilire un sistema di amministrazione fiduciaria. Questa regressione fondamentale sostituisce il diritto legale all’autodeterminazione con un’esistenza “supervisionata” e condizionata, in cui la “pace” è definita come l’assenza di resistenza all’ordine dominante.

Neocolonialismo e “gestione” di Gaza

Mentre l’imperialismo del XIX secolo mirava all’estrazione diretta delle risorse, il neocolonialismo si basa sul controllo delle infrastrutture, dei confini e della legittimità politica. Un “Consiglio di Pace di Gaza” fungerebbe da apparato neocoloniale definitivo.

Internazionalizzando l’amministrazione di Gaza, la potenza occupante e i suoi alleati possono esternalizzare le ripercussioni morali e logistiche del controllo, creando così un ” baluardo di legittimità ” . Se il consiglio è composto da diverse nazioni, la responsabilità specifica del colonizzatore scompare in una nebulosa ” responsabilità internazionale “. Achille Mbembe descrive questo processo come necropolitica: l’esercizio della sovranità da parte del potere di dettare chi può vivere e chi deve morire, ora gestito da un comitato edulcorato di ” esperti ” e ” operatori di pace ” .

Il consiglio diventa quindi un meccanismo che consente:

  • depoliticizzare la lotta: riduce una lotta fondamentale per la liberazione nazionale a una serie di ” sfide tecniche ” (come la gestione dei rifiuti, l’approvvigionamento calorico, la logistica di confine)
  • frammentare l’identità: trattando Gaza come un’unità amministrativa separata dal resto dei territori palestinesi, si rafforza la strategia coloniale del “divide et impera” , ostacolando così la creazione di uno stato palestinese unificato.

Fondamenti razziali del quadro di “pace”

È impossibile discutere di ricolonizzazione senza affrontare il razzismo che la alimenta. Il “Consiglio di Pace” si basa, infatti, su una gerarchia di sovranità razzializzata. Questo principio deriva dalla premessa che la vita dei palestinesi può essere “governata” solo attraverso un intervento esterno coercitivo.

Questa visione è coerente con l’Orientalismo di Edward Said, in cui “l’Oriente” è ritratto come uno spazio perennemente caotico e irrazionale, che richiede l’intervento di un ” Occidente razionale ” per ripristinare e mantenere l’ordine. Rifiutare ai palestinesi di portare avanti la propria ricostruzione o gestire i propri confini è una dichiarazione di sospetto razziale. Suggerisce che alla popolazione indigena non possano essere forniti gli strumenti della modernità – aeroporti, porti o forze di polizia permanenti – perché la sua ” natura ” è intrinsecamente minacciosa. Questa razzializzazione giustifica la natura ” permanentemente temporanea ” dell’occupazione, dove i criteri per ” prepararsi all’indipendenza ” sono in continua evoluzione.

Accampamenti Profughi Gaza

La lotta per la decolonizzazione

Di fronte a questa deriva neo-imperialista, il concetto di decolonialità offre un’alternativa radicale. La decolonialità non si limita alla “decolonizzazione” (il ritiro delle truppe). Questo concetto mira a smantellare la “colonialità del potere ” , ovvero le strutture di pensiero e di governo sottostanti che perpetuano le gerarchie imperiali.

Un approccio decoloniale alla questione di Gaza rifiuterebbe qualsiasi consiglio, comitato o mandato che non provenga dalla volontà organica del popolo palestinese. Sostiene che:

  • La sovranità è inalienabile. Non può essere “acquisita” dimostrando la propria buona condotta a un consiglio composto da ex padroni coloniali.
  • Il risarcimento ha la precedenza sulla gestione: invece di un “Consiglio di pace” incaricato di gestire la povertà, un quadro decoloniale esige riparazioni per decenni di distruzione sistematica dell’economia e delle infrastrutture di Gaza.
  • Liberazione epistemica: il mondo deve smettere di considerare Gaza dal punto di vista delle “minacce alla sicurezza” e cominciare a considerarla dal punto di vista dei “diritti umani e della liberazione nazionale”.

Il pericolo della ricolonizzazione “umanitaria”

L’aspetto più insidioso del “Consiglio per la Pace di Gaza” risiede nel suo aspetto umanitario. Concentrandosi sulla distribuzione di aiuti e sulla ricostruzione di ospedali, cerca di ottenere il “consenso” della popolazione fornendole beni di prima necessità.

Tuttavia, come sottolinea il politologo Giorgio Agamben, quando gli esseri umani sono ridotti a ” nuda vita ”  cioè a una mera esistenza biologica priva di diritti politici – sono particolarmente vulnerabili. Un consiglio che nutre una popolazione negandole il diritto di voto, di muoversi liberamente o di esprimere le proprie opinioni sul proprio futuro non è un’organizzazione umanitaria, ma un’amministrazione repressiva. Trasforma la Striscia di Gaza in una recinzione controllata, una “città imprenditoriale” ad alta tecnologia dove la società non è altro che un consorzio di potenze globali.

Rifiutare il ripristino imperiale

Questa proposta per un “Consiglio di Pace di Gaza” sarà una prova decisiva per il XXI secolo. Permetteremo un ritorno all’era del “mandato”, in cui le nazioni potenti si spartiscono i diritti delle nazioni “più deboli” in lussuose sale riunioni? O difenderemo i principi duramente conquistati nel dopoguerra, che affermano il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli?

Accettare la ricolonizzazione di Gaza significa accettare un mondo in cui i potenti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono il loro destino, mentre un “Consiglio di Pace” redige i verbali delle sue deliberazioni. La lotta per Gaza incarna il primo fronte della lotta globale per la decolonizzazione. Esige che smettiamo di “gestire” gli oppressi e che ci confrontiamo con i sistemi di oppressione. Qualsiasi soluzione diversa dalla piena sovranità non può essere definita pace, ma, nella migliore delle ipotesi, è il consenso dei colonizzati.

Fonte: Juan Cole 

Traduzione: Gerard Trousson

Castellammare di Stabia, sindaco e studenti visitano il cantiere del Campo Giancarlo Siani

Vicinanza: "Molto più di un impianto sportivo, è l'ennesimo simbolo di riscatto e di attenzione che questa amministrazione dedica ai giovani della città. Investiamo sul futuro del quartiere Cmi"

“Portò la madre in un bosco e la uccise per intascare la pensione”, 62enne condannato all’ergastolo

20 Gennaio 2026 ore 15:25

C’è chi in un passato recente, per intascare la pensione, si è travestito dalla madre o chi l’ha tenuta murata in armadio. Ma la storia che arriva dal Piemonte è molto più drammatica perché l’anziana in questo caso, secondo l’accusa, era stata portata in un bosco e fatta fuori. Oggi la Corte d’assise di Novara ha inflitto l’ergastolo a Stefano Emilio Garini, il 62enne di Milano accusato dell’omicidio della madre, Liliana Anagni, trovata morta e abbandonata in un bosco vicino al Ticino nel 2022. Garini, agente immobiliare con precedenti, era accusato anche di distruzione di cadavere. Omicidio premeditato, truffa, auto-riciclaggio e falso, con l’aggravante del vincolo familiare, i reati contestati all’uomo. I giudici hanno però escluso l’aggravante della premeditazione.

Il ritrovamento dei resti di Liliana Anagni risale al 10 ottobre 2022, quando un cercatore di funghi aveva trovato ossa umane in un’area isolata del Parco del Ticino, tra il ponte che collega il Piemonte e la Lombardia. Le ossa, tra cui vertebre, un frammento di mandibola e un femore, erano state successivamente identificate grazie a una protesi dentale rinvenuta su una vertebra, che aveva permesso di risalire alla vittima. Il cranio non è mai stato trovato.

Secondo le ricostruzioni delle indagini, la sera del 18 maggio 2022 Liliana, all’epoca 89enne, era viva fino alle 20, quando Garini l’ha portata in carrozzina per una passeggiata nei boschi di San Martino di Trecate, un luogo impervio. Dopo quel momento, nessuno l’ha più vista. Garini, in seguito, avrebbe cercato di mascherare il crimine e ottenere vantaggi economici, approfittando della pensione e dell’indennità di accompagnamento della madre. Inoltre, è stato condannato per aver truffato lo Stato e il Comune di Milano, ottenendo indebitamente circa 27.300 euro, che gli sono stati confiscati. Le accuse più gravi, però, sono quelle di omicidio e distruzione di cadavere, che hanno portato al fine pena mai. La motivazione del delitto risiederebbe nel desiderio di Garini di intascare il denaro della madre, senza considerare le drammatiche conseguenze del suo gesto.

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Impressionante mareggiata a Linosa, il video delle persone in fuga dalla costa

20 Gennaio 2026 ore 15:23

Il video mostra l’impressionante mareggiata che in queste ore – martedì 20 gennaio – stanno colpendo Linosa, delle isole Pelagie. Diversi i danni segnalati, compresi quelle alle barche. Intanto resta massima l’allerta in tutta la Sicilia: il ciclone Harry ha investito prevalentemente il versante orientale e nelle province di Messina, Catania e Siracusa sale a circa 200 il numero delle persone evacuate dalle proprie abitazioni. Il sistema di Protezione civile regionale continua il monitoraggio costante del territorio, colpito da precipitazioni intense, raffiche di vento di burrasca e mareggiate d’intensità eccezionale.

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“Nessuno ci riuscirebbe, sta facendo qualcosa di incredibile. So quello che ha passato”: Sinner elogia Federica Brignone

20 Gennaio 2026 ore 15:21

“Quello che ha fatto e che sta facendo, a prescindere dal risultato, è qualcosa di incredibile. Le auguro solo il meglio perché so quello che ha passato, quanto ha speso in palestra”. Talento riconosce talento. Così Jannik Sinner su Federica Brignone nella conferenza stampa post vittoria contro Hugo Gaston al primo turno degli Australian Open. Parole che sembrano quasi premonitrici se pensiamo a quanto fatto poche ore dopo dalla sciatrice, sesta nel gigante di Plan de Corones, nella sua prima gara ufficiale a 292 giorni dal terribile infortunio dello scorso aprile in cui si era rotta il perone, il piatto tibiale e il crociato anteriore.

L’azzurro ha parlato di tutti gli sforzi che Brignone ha fatto e sta facendo – con un rientro da record – per provare a esserci alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: “A prescindere da quello che succederà, ha fatto una roba che probabilmente nessuno riuscirebbe a fare. Ci sono questi fenomeni come lei, come Sofia Goggia. Hanno qualcosa in più”. I due si erano incontrati lo scorso maggio al Foro Italico, durante gli Internazionali d’Italia, quando Brignone era ancora sulle stampelle: “Sono una tifosa di Jannik da sempre, è un’ispirazione, ammiro la sua straordinaria forza mentale”, aveva dichiarato la sciatrice azzurra.

“Lo sci e il tennis sono sport totalmente diversi perché sulle piste se ti fai male durante la stagione, sei fuori tutto l’anno, è davvero pericoloso come sport – ha poi concluso Sinner sull’argomento -. Mentre noi tennisti magari in due o tre mesi con un infortunio ce la possiamo cavare e non succede nulla”. Sinner ha parlato di Federica Brignone, ma anche delle sue sensazioni dopo il ritorno in campo in gare ufficiali in questo 2026.

L’altoatesino ha vinto per 6-2, 6-1 e ritiro contro Gaston in una partita in cui – a prescindere dai problemi fisici dell’avversario – ha dominato, mostrando ancora miglioramenti al servizio e sicurezza nei colpi da fondo. Dopo aver espresso dispiacere per l’infortunio a Gaston già nell’intervista in campo, Sinner l’ha poi ribadito anche in conferenza stampa prima di parlare del match. “È davvero speciale iniziare la stagione in una partita serale qui, in uno Slam, con lo stadio gremito – ha aggiunto –. Ho avuto la sensazione che Gaston avesse iniziato molto bene, con ottimi colpi. Perciò ho cercato di capire un po’ il suo gioco. Ci eravamo già affrontati un paio di anni fa, ma le cose sono cambiate un po’. Poi ho provato ad aumentare il mio livello e ha funzionato molto bene“, ha esordito l’azzurro.

Sinner ha poi parlato dell’esibizione a Seul con Alcaraz (“ci tornerò, non c’ero mai stato e le persone sono state molto gentili con me“), prima di tornare sul match e sul servizio, colpo che sta migliorando con il passare dei mesi: “Abbiamo modificato un po’ il movimento e il ritmo: prima era un po’ troppo veloce all’inizio, mentre ora è un po’ più lento. E il lancio di solito era un po’ troppo avanti o a destra. Adesso invece è un po’ più indietro e sopra la testa”. L’azzurro ha poi ammesso: “A volte mi perdo ancora, non mi sento molto sicuro con questo colpo. Ma allo stesso tempo ci stiamo lavorando“.

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Tragedia a Vibo Valentia: bambina di 2 anni muore soffocata da un wurstel

20 Gennaio 2026 ore 15:19

Una bimba di due anni è morta dopo essere rimasta soffocata, con ogni probabilità dall’ingestione di un wurstel. L’episodio è successo nella tarda mattinata di oggi, 20 gennaio, a Vibo Valentia. La piccola ha ingerito l’alimento che è andato ad ostruire le vie respiratorie. Non riuscendo a superare la crisi, i genitori l’hanno immediatamente trasportata al pronto soccorso dell’ospedale di Vibo dove la bimba è arrivata in arresto cardiaco. I medici hanno provato in tutti i modi a rianimarla per circa un’ora ma purtroppo senza successo. Sull’accaduto è attesa nelle prossime ore l’apertura di una indagine.

Foto d’archivio

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“Offriamo fino a 2.200 euro di stipendio con vitto e alloggio, ma molti candidati spariscono dopo il primo colloquio. I giovani pretendono di fare il minimo indispensabile”: lo sfogo dello chef Alfieri

20 Gennaio 2026 ore 15:19

E’ sempre la stessa storia: chi ha un ristorante o un locale, fatica a trovare personale di cucina e sala. A denunciare la criticità, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è ora Andrea Alfieri, executive chef dell’Hotel Majestic (4 stelle superior). Alfieri, rientrato nella località trentina lo scorso giugno dopo le esperienze a Courmayeur e Milano, ha affidato ai social un appello dettagliato per completare la propria brigata, offrendo contratti commisurati all’esperienza, vitto e alloggio.

Secondo lo chef, la difficoltà nel reperire dipendenti è un fenomeno strutturale in peggioramento: “Non è il primo anno che ho questo problema. Già a Milano facevo fatica, e ogni anno è sempre peggio”, ha dichiarato al quotidiano. Alfieri individua la causa principale in un mutamento generazionale dell’approccio al lavoro: “I ragazzi oggi non hanno più voglia di fare sacrifici. Questo lavoro richiede impegno durante le festività, ma oggi molti pretendono di fare il minimo indispensabile”.

L’intervista analizza nel dettaglio l’aspetto economico, che Alfieri definisce “secondario” rispetto al problema della disponibilità: “Un commis, che è il più giovane della brigata, prende sui 1.600-1.700 euro, mentre un capo partita viaggia dai 1.900 ai 2.200 euro per 8 ore giornaliere con il riposo settimanale”, precisa. Oltre allo stipendio, la struttura mette a disposizione del personale tre diverse sistemazioni in condomini definiti confortevoli, con camere doppie dotate di servizi: “Cerchiamo di far stare il personale nelle migliori condizioni possibili”, ha ribadito lo chef che lamenta poi il comportamento dei candidati. Molti infatti sparirebbero dopo il colloquio, attratti da offerte economicamente superiori presso altre strutture: “Purtroppo alcuni dopo il colloquio spariscono. Succedeva anche a Milano, perché sono molto ricercati: si presentano a una decina di colloqui e poi scelgono chi offre un po’ di più. Dobbiamo far quadrare i conti con i prezzi delle materie prime andati alle stelle e il costo del personale altissimo. Un’azienda deve essere sostenibile economicamente, non solo nel piatto”.

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Israele demolisce la sede dell’Unrwa a Gerusalemme, Onu: “Attacco senza precedenti”. Tel Aviv: “Nessuna immunità”

20 Gennaio 2026 ore 14:56

Le ruspe israeliane hanno iniziato questa mattina i lavori di demolizione della sede dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistere i rifugiati palestinesi, a Gerusalemme est. “Si tratta di un attacco senza precedenti, che costituisce una grave violazione del diritto internazionale e dei privilegi e immunità delle Nazioni Unite” ha dichiarato all’Afp Roland Frierich, direttore dell’Unrwa in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Sulla stessa linea il portavoce dell’agenzia, Jonathan Fowler, secondo cui “come tutti gli Stati membri dell’Onu, Israele è tenuto a proteggere e rispettare l’inviolabilità dei locali delle Nazioni Unite“. L’Unrwa ha ribadito che le strutture colpite rientrano nelle sedi ufficiali dell’organizzazione e ha chiesto il rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale. “Il complesso non gode di alcuna immunità e il suo sequestro da parte delle autorità israeliane è stato effettuato in conformità con il diritto israeliano e internazionale”, ha replicato il ministero degli Esteri israeliano.

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Clima di guerra. Stiamo freschi – il taccuino della crisi climatica

20 Gennaio 2026 ore 14:00

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte”, un effetto depressivo sulle attività economiche. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere possibile una riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi, anzi, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dal settore militare, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), a partire dall’Accordo di Parigi (COP21), gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC) e, dalla COP26 di Glasgow, è partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, richiesta che rimane un auspicio, visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

Se le forze armate del mondo fossero un paese, questa percentuale costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

Nel rapporto presentato alla COP30 Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂(e) equivalente, con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre  avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂(e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

Il piano “ReArm Europe/Readiness 2030” prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato fino a 298 miliardi di dollari.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie: una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli e così via; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi e attrezzature belliche, compresi carrarmati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Secondo uno studio pubblicato su Nature,  se le forze armate degli Stati Uniti fossero una nazione, sarebbero il 54° produttore di emissioni a livello globale, con più di 40 milioni di t CO₂(e). Molte di meno, ma pur sempre indicative, sono le emissioni delle forze armate britanniche, che nel 2018 ammontavano a circa 2,7 milioni di tonnellate di CO2e.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2e (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti ad un tempo, cosiddetto, di “pace”.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci Paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita; ad eccezione dell’Indonesia, gli altri sono classificati tra i primi venti Stati in termini di spesa militare. Qualche esempio concreto può offrire un termine di paragone: ad esempio, il consumo di carburante durante la guerra in Iraq potrebbe aver rilasciato più di 250 milioni di tonnellate di CO2(e) tra il 2003 e il 2011, pari a 3/4 delle emissioni italiane di CO2 corrispondenti all’anno 2021.

Un recente studio del Ministero della Protezione Ambientale e delle Risorse naturali dell’Ucraina valuta pari a 120 milioni di tonnellate di CO2(e) le emissioni prodotte direttamente dal conflitto nei suoi primi 12 mesi, quanto quelle del Belgio nello stesso periodo (si tratta dell’impronta di carbonio di un solo anno di guerra). Uno studio del Guardian ha rilevato che il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di CO2(e). Questa cifra sarebbe superiore alle emissioni annuali di gas serra del 2023 di Costa Rica ed Estonia combinate.

Un calcolo complessivo, quindi, non si può limitare alla somma delle componenti di “funzionamento” e di quelle “incorporate”, ma deve conteggiare anche quelle emissioni che derivano indirettamente dalle guerre. Ad esempio, la necessità di allestire un campo profughi, oltre a comportare cambiamenti di uso del suolo, sicuramente richiede il rifornimento di cibo, acqua e riparo ai civili colpiti dai conflitti, con un utilizzo di carburante particolarmente elevato, sia per la logistica sia per alimentare i generatori che forniscono elettricità. Tutto questo senza considerare che gli stessi sfollati, con i loro spostamenti transfrontalieri, contribuiscono all’aumento delle emissioni. In questo senso, possiamo sostenere che anche il settore umanitario determina un’evidente impronta di carbonio.

L’uso di armi esplosive in aree popolate crea livelli di distruzione enormi, con un forte impatto sul riscaldamento globale, perché comporta ulteriori emissioni di CO2 conseguenti alla movimentazione dei detriti, alla bonifica delle aree contaminate e alla ricostruzione degli insediamenti. Banalmente, anche la gestione dei rifiuti solidi viene alterata. I rifiuti lasciati per strada originano la proliferazione di discariche informali, con emissioni elevate e combustione dei rifiuti all’aperto.

In ambienti naturali le attività belliche possono innescare incendi boschivi che non aumentano le emissioni solo nel contingente contesto di guerra, ma proiettano il loro effetto anche nei decenni seguenti, in relazione al tempo necessario alla crescita di nuovi alberi in grado di svolgere la fissazione del carbonio analoga al periodo precedente. Nel conflitto russo-ucraino, le conseguenze degli incendi di boschi causati dai missili e dai droni kamikaze, nei primi 12 mesi di guerra, sono stimate pari a quasi 18 milioni di tonnellate di CO2(e).

Inevitabilmente, durante i conflitti i danni alla rete di distribuzione ed una manutenzione meno puntuale fanno aumentare le fughe di gas metano, un aspetto che può essere significativo, poiché il metano ha un potenziale di riscaldamento globale 28 volte superiore a quello della CO2. Se poi consideriamo gli atti di sabotaggio come quelli che hanno interessato i gasdotti Nord Stream 1 e 2, con il rilascio in atmosfera di ben 14,6 milioni di tonnellate di CO2e, le conseguenze sono ancor più evidenti.

Non meno significative, tra le emissioni indirettamente imputabili al conflitto, quelle causate dal fatto che gli aerei di linea dei paesi del blocco NATO, non potendo più sorvolare la Russia, sono costretti a rotte molto più lunghe nei collegamenti Europa-Estremo Oriente, con il risultato di 12 milioni di tonnellate di CO2 emessa in più. Analogamente, l’interruzione dell’approvvigionamento attraverso i gasdotti a favore del trasporto del gas liquefatto, attraverso le navi cisterna e su distanze molto più lunghe, incrementa ulteriormente le emissioni.

Probabilmente, l’elenco delle conseguenze potrebbe proseguire prendendo in considerazione altri casi specifici, ma credo ci siano già sufficienti elementi per dimostrare che militarismo, riarmo e guerra giochino un ruolo nefasto anche in relazione alla crisi climatica.

MarTa

QualEnergia Settembre-Ottobre 2023

https://ceobs.org/wp-content/uploads/2022/11/SGR

CEOBS_Estimating_Global_MIlitary_GHG_Emissions.pdf

https://geobites.org/how-much-is-war-fuelling-the-climate-crisis/

https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/

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La preside di Caivano vince in tv, il sindaco di Bacoli: quando finirà Sud raccontato come inferno?

Josi della Ragione: “Che bello quando l'Italia non guarderà al Meridione come un luogo da salvare”. “Diteci quando non vi dovremo più chiedere grazie per l'elemosina, per l'attenzione che ci riservate”

Le élite europee stanno ostacolando i piani di pace di Trump in Ucraina – Lavrov

20 Gennaio 2026 ore 12:33

Mosca , 20 gennaio 2026, 14:04 — Regnum News Agency. Un gruppo di élite europee respinge categoricamente le idee del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la risoluzione del conflitto in Ucraina. Lo ha dichiarato martedì 20 gennaio il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov .

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato dell’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale e globale dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte.

La conversazione tra Donald Trump e il segretario generale della NATO Mark Rutte è avvenuta telefonicamente,  riporta la TASS .

Trump, intervenendo a Truth Social, ha sottolineato l’ottimo dialogo e ha affrontato la situazione in Groenlandia, sottolineando che la Groenlandia è di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale e globale.

Non si torna indietro, e su questo tutti sono d’accordo!” ha scritto Trump.

Trump ha anche annunciato la sua disponibilità a tenere incontri sulla Groenlandia a Davos, a margine del Forum Economico Mondiale. Ha affermato che le discussioni sulla questione proseguiranno con la partecipazione di diverse parti

. Quindi l’idea di Trump, che abbiamo discusso e sostenuto ad Anchorage, è categoricamente respinta da questo gruppo d’élite europeo. Non vogliono alcun risultato definitivo. E [il leader del regime di Kiev Volodymyr ] Zelensky ne sta parlando”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri russo durante una conferenza stampa di sintesi delle attività diplomatiche russe nel 2025.

Secondo Reuters, i ministri degli Esteri dell’UE, riuniti a Bruxelles nel novembre 2025, hanno dichiarato che non avrebbero accettato un’iniziativa di pace guidata dagli Stati Uniti in Ucraina se ciò avesse richiesto concessioni significative da parte di Kiev. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che un accordo di pace non dovrebbe rappresentare una capitolazione dell’Ucraina.

A fine novembre, Lavrov ha osservato che l’Europa aveva preso le distanze dai negoziati per risolvere il conflitto in Ucraina. Ha inoltre accusato gli europei di aver minato tutti i precedenti accordi per risolvere la crisi.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

Sul Mercosur torna l'asse giallo-verde. Lega e M5s al fianco degli agricoltori a Strasburgo

20 Gennaio 2026 ore 12:13

Riecco l'asse giallo-verde, ricompattato al fianco degli agricoltori. Migliaia di agricoltori si sono dati appuntamento oggi in piazza a Strasburgo, davanti al Parlamento europeo, per protestare contro l'accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, in discussione in Aula. Secondo la Fdsea, l'associazione degli agricoltori francesi, dalla sola regione del Basso Reno sono in arrivo 10 mila manifestanti e oltre 750 trattori. Tra circolazione bloccata e interruzioni parziali del trasporto pubblico, due diversi cortei sono attesi in direzione del quartiere europeo, mentre i rinforzi di polizia sono arrivati in città da diverse prefetture francesi. Un déjà vu di quanto successo a Bruxelles a dicembre, quando migliaia di manifestanti hanno bloccato le strade e lanciato fuochi d'artificio in segno di protesta contro l'accordo, costringendo la polizia a rispondere con gas lacrimogeni e idranti.

 

Al fianco dei trattori, anche gli europarlamentari del Movimento cinque stelle. "Noi siamo dalla parte degli agricoltori italiani, le cui produzioni rischiano di essere travolte da quelle sudamericane che hanno costi e standard di produzione al ribasso, senza nessuna forma di reciprocità", si legge in un comunitato trasmesso ieri. Una delegazione di pentastellati sfilerà per le vie di Strasburgo contro un accordo "che sacrifica la nostra sovranità alimentare". Mercoledì, L'europarlamento deciderà se chiedere il parere della Corte di giustizia dell’Ue sulla compatibilità degli accordi Ue-Mercosur con i Trattati dell’Unione. Il M5s ha già confermato che voterà a favore. 

  

La Lega si inserisce nello stesso binario, nonostante il governo di cui fa parte abbia già detto sì all'accordo. "Siamo coerenti, abbiamo sempre detto no al Mercosur perché non rispetta le condizioni di reciprocità che vengono richieste dal sistema produttivo agricolo italiano", ha dichiarato ad Affaritaliani il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, ex ministro leghista delle Politiche agricole. "Tutte le associazioni di categoria agricole hanno bocciato questo accordo perché avrà come conseguenza l’invasione di prodotti dal Sud America. Prodotti che vengono allevati coltivati e pescati senza rispettare quegli standard di qualità che l’Europa impone agli agricoltori europei", ha concluso Centinaio. La corrispondenza di amorosi sensi tra pentastellati e leghisti si rinsalda sul Mercosur. Giovedì, inoltre, con grande probabilità l'asse dovrebbe replicarsi in occasione della mozione di sfiducia a von der Leyen. La quarta nel giro di pochi mesi.

   

Come abbiamo spiegato qui, i promotori della richiesta di un parere alla Cgue indicano tre nodi: architettura giuridica, principio di precauzione e "rebalancing mechanism" nel capitolo delle dispute, secondo cui un paese del Mercosur potrebbe appellarsi nel caso in cui ritenga ingiusta l'applicazione del meccanismo di salvaguardia. Se la mozione per chiedere un'opinione alla Corte passasse, l’effetto sarebbe un duro colpo per la Commissione: un parere può richiedere 18-24 mesi e, in quel periodo, il Parlamento non può dare il consenso all’iTA (l'Interim Trade Agreement, ossia il cuore commerciale del pacchetto). Se poi la Corte individuasse un’incompatibilità, l’accordo dovrebbe essere modificato

 

Germania in crisi nera, dopo i fannulloni greci ed italiani ora tocca ai tedeschi. Il Cancelliere Merz: “Dovete lavorare di più per avere lo stesso stipendio”

20 Gennaio 2026 ore 12:03

  Di Frank Blenz, nachdenkseiten.de   Chi scrive i discorsi del Cancelliere federale tedesco deve aver pensato a qualcosa di intelligente quando ha formulato le righe del suo intervento di Capodanno in occasione dell’incontro con la Camera di Commercio e Industria a Halle-Dessau: parole forti, affermazioni chiare, espressione di un senso di appartenenza, come “rimboccarsi […]

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Rilancio a perdere. Ucraina: ancora un prestito per il massacro

20 Gennaio 2026 ore 12:00

Altri novanta miliardi di euro per l’Ucraina dall’Unione Europea. Questo in soldoni la proposta di legge presentata dalla Commissione il 14 gennaio. Il progetto prevede di raccogliere sul mercato i 90 miliardi che serviranno a coprire il contributo europeo all’Ucraina nel biennio 2026-2027.

La proposta di legge dovrà essere approvata all’unanimità dai governi degli stati membri e successivamente dal parlamento europeo. L’intenzione della Commissione è mettere a garanzia del prestito il bilancio europeo. I costi dell’operazione saranno sostenuti solo da 24 stati sui 27 membri dell’Unione, perché i governi di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno deciso di non assumersi gli oneri del prestito, pur dando il loro beneplacito all’uso del bilancio comunitario per l’aiuto finanziario a Kiev. Si tratta della cosiddetta cooperazione rafforzata, che forse sarebbe più preciso definire cooperazione indebolita, perché è uno strumento che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di dare vita ad una collaborazione specifica, perseguendo obiettivi comuni quando un’azione unanime dell’Unione è bloccata, operando in settori non di competenza esclusiva UE e rispettando principi come l’apertura a tutti e il non pregiudicare gli altri Stati.

L’Ucraina potrebbe beneficiare di una prima parte di finanziamento già ad aprile 2026. Il prestito sarà condizionato al rispetto dello stato di diritto e alla lotta alla corruzione, mentre i finanziamenti dovranno essere usati dal governo di Kiev prioritariamente per acquisti di beni e servizi prodotti nell’Unione Europea: in particolare 60 miliardi sono destinati a scopi militari, mentre 30 miliardi sono destinati al sostegno finanziario. Il testo della proposta contiene già una scappatoia per i governanti ucraini, perché sostiene che l’Ucraina è uno stato in guerra, la cui capacità di difendere il proprio territorio potrebbe dipendere dalla rapida disponibilità di una certa merce.

La proposta di legge è stata presentata in una conferenza stampa tenuta dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e dal Commissario agli affari economici Valdis Dombrovskis. Il Commissario ha affermato che il prestito salvaguarderà la stabilità finanziaria dell’Ucraina e rafforzerà la sua capacità di continuare la guerra; ha affermato inoltre che il prestito non ha scadenza, quindi non è previsto un piano di rimborso che impegni l’Ucraina a restituire i fondi ottenuti. Dombrovskis ha inoltre affermato che gli interessi sul prestito dovrebbero ammontare a tre miliardi di euro l’anno, cifra che è pari all’1,44% del prodotto interno dell’Ucraina nel 2025: una cifra enorme, se si pensa che già oggi lo stato ucraino sopravvive grazie ai finanziamenti degli alleati. È comprensibile che in questo contesto gli organi di informazione non siano chiari su chi pagherà effettivamente gli interessi sul debito ucraino.

Non sono stati dati numeri sul costo del ricorso dell’Unione Europea al mercato finanziario per coprire questo prestito. Non solo, la risposta del mercato finanziario e le conseguenze internazionali sono i principali punti interrogativi dell’iniziativa a sostegno della guerra in Ucraina.

I mercati finanziari hanno registrato, in questa fase, la contrarietà ad un’offerta troppo alta di titoli di stato, riducendone il valore e chiedendo maggiori interessi sul capitale, mentre obbligazioni e azioni del settore militare vanno benissimo. L’esempio tedesco aiuta a capire il meccanismo. Nei primi mesi del 2025 il cancelliere incaricato Merz ha annunciato l’emissione di bond governativi legati a riarmo e infrastrutture, in conseguenza di questo annuncio si raggiunge la più alta differenza tra valore di mercato e valore nominale dei Bund dal 1990 e il peggior aumento degli interessi sui Bund dal 1997. Tutto questo nonostante che il cancelliere fosse stato nel board europeo di Black Rock, uno dei principali fornitori di servizi di gestione degli investimenti al mondo, con una storica preferenza per i bund tedeschi tanto da gestire un ETF (fondo di investimento che si lega a un indice azionario) proprio sui titoli di stato emessi da Berlino.

Due motivi spiegano la pessima performance dei titoli di stato tedeschi: innanzi tutto, come già detto, i mercati finanziari prevedono un’offerta complessiva di bond troppo alta, il valore dei capitali si abbassa, gli interessi salgono; in secondo luogo hedge fund, asset manager, banche, mercati offshore hanno alimentato la tendenza scommettendo contro i Bund tedeschi, nonostante il patrocinio di Merz da parte di Black Rock, in una classica dinamica di predazione da guerra finanziaria. L’ulteriore operazione dell’Unione Europea potrebbe provocare reazioni da parte degli altri grandi debitori, Stati Uniti in primis, che sostengono la loro politica imperiale con continue emissioni di titoli di stato, e non solo da parte dei meccanismi di mercato.

Il ricorso al mercato è già stato rodato attraverso gli strumenti introdotti dalla Commissione Europea per fronteggiare gli effetti economici e sociali dell’emergenza pandemica: il NextGenEU e il SURE (Support to Mitigate Unemployment Risks in an Emergency). Una differenza significativa tra gli strumenti adottati nell’emergenza pandemica e l’emissione di bond a carico dell’Unione Europea per finanziare la guerra in Ucraina è legata al fatto che i primi erano interventi finalizzati a sostenere l’economia europea e la capacità d’acquisto delle fasce più deboli della società. Il ritorno era garantito dal beneficio che ne ricavavano le imprese e i consumatori e dall’immediato effetto sulla congiuntura. Per quanto invece riguarda il prestito all’Ucraina, il ritorno è aleatorio e il beneficio per l’economia europea è sostanzialmente affidato alla buona volontà del governo di Kiev.

Un’altra importante differenza rispetto al periodo pandemico inoltre riguarda il diverso sentiment che vivono i mercati finanziari. Con NextGenEu arrivava sui mercati un’emissione di bond di cui la finanza aveva bisogno. Oggi invece, come dimostra la vicenda dei Bund tedeschi nati sotto gli auspici di BlackRock, domina la previsione di instabilità. Quindi il problema non è se l’emissione di bond è nazionale o mutualizzata, ma è proprio l’emissione di bond in larghe quantità che rischia di alimentare guerre finanziarie, oltre ad alimentare la guerra sul campo in Ucraina.

Per capire la dimensione di questa potenziale guerra finanziaria basta pensare che, nel 2024, 437 miliardi dei capitali europei accumulati sono stati investiti negli Stati Uniti, una cifra pari al 40% del deficit del bilancio federale. Ogni nuova emissione di bond, soprattutto se di grosse dimensioni, come quelle previste per il prestito all’Ucraina e per il finanziamento del ReArm EU (150 miliardi per ora), sono viste come il fumo negli occhi da chi vuole perseguire una politica imperiale e cerca di rastrellare a tal fine ogni risorsa disponibile. Le nuove emissioni dell’Unione Europea sono un pericolo per l’amministrazione USA, sia perché distolgono parte dei capitali europei diretti oltre oceano, sia perché provocano un aumento della domanda di denaro, la quale a sua volta non può che ripercuotersi sui tassi d’interesse spingendoli ad aumentare, in un momento in cui Trump usa tutti i mezzi, legali o meno, per costringere la Federal Reserve ad abbassare i tassi. L’aumento dei tassi d’interesse, accompagnato dall’aumento della massa monetaria generato dalle nuove emissioni, infine, non potrebbe non avere effetti sull’inflazione, provocando in poco tempo un aumento dei prezzi al consumo.

Queste considerazioni negative non sono sicuramente ignote ai reggitori della Commissione Europea. Allora perché si sono imbarcati in un’operazione tanto rischiosa? Fin dall’inizio della guerra in Ucraina la Commissione Europea e la quasi totalità degli stati membri dell’Unione si sono schierati a fianco dell’Ucraina contro la Russia. All’indomani dell’aggressione russa nel febbraio 2022 i governi europei hanno sostenuto il governo Zelensky con l’invio di armi e di finanziamenti. Secondo l’Ukraine support group dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, l’Unione Europea e gli stati membri hanno autorizzato finanziamenti all’Ucraina per oltre 216 miliardi di euro fino al dicembre 2025. I governi europei non hanno alcuna speranza di rivedere a breve questi soldi. Nel progetto di legge relativo al finanziamento di 90 miliardi, secondo le fonti di informazione, si legge: “L’Unione europea si riserva il diritto di usare gli attivi russi congelati per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell’Unione europea e del diritto internazionale”.

Come ha dimostrato la conferenza dei governi europei che ha avviato il percorso del prestito all’Ucraina, si tratta di una strada impercorribile. I problemi non nascono solo dalla violazione del diritto internazionale o dalle possibili rappresaglie russe, ma da ostacoli economici ben precisi.

I fondi russi congelati in Europa ammontano a circa 200 miliardi di euro; di questi, 185 sono detenuti dalla società belga Euroclear, che si occupa di “compensare” le operazioni finanziarie. In questo senso questa può essere considerata un “notaio”, un’infrastruttura essenziale del mercato finanziario e che agisce sulla base della fiducia degli operatori.

La società nasce come branca della banca Morgan, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso; dal 2000 Euroclear è diventata una società indipendente, separata da JPMorgan Chase, e dal 2018 ha spostato la sede da Londra a Bruxelles a causa dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Euroclear dichiara di gestire un patrimonio di 41 mila miliardi di euro (pari a quasi la metà del prodotto interno lordo mondiale) e di compiere ogni anno transazioni per oltre mille miliardi di dollari. Si capisce l’importanza che questa società riveste per il Belgio, se si pensa che il prodotto interno lordo del paese è 600 miliardi di euro. Una confisca, sotto qualsiasi forma, degli asset russi minerebbe la fiducia dei grandi investitori in Euroclear, aprendo la strada al fallimento della società e alla disoccupazione per i circa 4.400 dipendenti belgi.

L’appoggio all’Ucraina si è rivelato una trappola per l’Unione Europea e per i governi degli stati membri. Una pace che non preveda riparazioni adeguate da parte della Russia costringerebbe queste istituzioni a spiegare ai propri cittadini perché, contro la volontà degli elettori, si è alimentata una guerra che ha provocato centinaia di migliaia di morti e distruzioni incalcolabili, gettando al vento oltre duecento miliardi.

Le istituzioni europee e i singoli stati si trovano nella condizione del giocatore di poker costretto a fare puntate sempre più alte nella speranza di vincere un piatto che lo ripaghi delle perdite subite. Gli altri giocatori al tavolo, Trump, Putin, Zelensky, hanno tutto l’interesse al suo fallimento.

Policarpo

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Nota di accreditamento stampa – Forum Imprenditoriale Italia-Germania (Grand Hotel Parco dei Principi, 23 gennaio 2026)

NOTA DI ACCREDITAMENTO STAMPA
FORUM IMPRENDITORIALE ITALIA-GERMANIA
Roma – Grand Hotel Parco dei Principi
23 gennaio 2026

 

A margine del Vertice intergovernativo tra Italia e Germania in programma a Roma il prossimo 23 gennaio, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con ICE Agenzia, organizza a Roma, al Grand Hotel Parco dei Principi, il Forum imprenditoriale Italia – Germania.

Il Forum si aprirà alle ore 9.30 con l’intervento istituzionale del Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso,  e della Ministra federale per gli Affari Economici e l’Energia della Germania, Katherina Reiche.

Seguiranno dalle ore 10.15 sessioni tematiche (chiuse alla stampa) sui settori di industria avanzata (automotive, siderurgia, farmaceutica), infrastrutture e connettività, energia e difesa, sicurezza e aerospazio, cui seguirà un networking lunch tra imprese per favorire incontri B2B.

Gli interventi di apertura, dalle 9.30 alle 10.30, e la sessione conclusiva, dalle 15.30 alle ore 16.00 saranno aperti alla stampa e saranno trasmessi in diretta streaming sul canale Youtube della Farnesina.

I giornalisti e i cine-foto-operatori interessati a seguire le sessioni aperte alla stampa, sono pregati di accreditarsi entro e non oltre le ore 12.00 di giovedì 22 gennaio, registrandosi attraverso il link https://portaleaccreditamento.esteri.it e allegando la documentazione richiesta.

Chi è si è già registrato al Portale online e ha già ricevuto conferma dal sistema di accettazione della propria registrazione, potrà accedere al proprio profilo e selezionare la partecipazione all’evento.

Per qualunque chiarimento in merito, si prega di rivolgersi all’Unita per la Comunicazione, tel. 06/3691.3432 – 8210 – 8573 –3078 (accreditamentostampa@esteri.it).

Il 23 gennaio non sarà possibile accettare nuove richieste di accreditamento, ma solo eventuali sostituzioni.

I giornalisti e i cine-foto-operatori accreditati potranno ritirare il badge presso il Grand Hotel Parco dei Principi in Via G. Frescobaldi n.5, nelle seguenti modalità:

  • dalle ore 8.15 alle ore 09.15                    per seguire gli interventi di apertura
  • dalle ore 14.15 alle ore 15.15                  per seguire la sessione plenaria

  

 

La comunicazione dei dati personali sopra indicati equivale ad autorizzarne l’utilizzo ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 e del GDPR (Regolamento UE 2016/679) da parte dell’Unità per la Comunicazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, titolare del trattamento, per fini strettamente professionali e/o legati allo svolgimento dell’evento in oggetto.

 

Olimpiadi invernali: l’importante è speculare

20 Gennaio 2026 ore 09:00

I XXV Giochi olimpici invernali stanno per aprire i battenti. La festa inaugurale si terrà il 6 febbraio allo stadio pubblico di San Siro (recentemente venduto al solo scopo di essere demolito) e quella conclusiva si terrà quattordici giorni più tardi all’Arena di Verona, con biglietti disponibili a partire da 950 euro/persona.

Se la primavera della candidatura olimpica era stata caratterizzata dal miraggio dei Giochi più sostenibili di sempre e a costo zero, e la sua estate da una governance commissariale non esattamente democratica e trasparente, è dall’autunno dello scorso anno che dobbiamo riannodare i fili della vicenda per comprendere la portata del mega-evento. Il terzo rapporto della campagna Open Olympics, pubblicato in dicembre, ci offre una fotografia schietta dello stato dell’arte.

L’autunno della proposta olimpica è stato segnato dall’incedere dei ritardi, che hanno posticipato l’apertura di alcune opere stradali all’autunno 2033, ed altre opere essenziali legate alle location di gara alla fine del 2027. La Fondazione Milano Cortina stima in 1,7 MLD la spesa necessaria alla realizzazione dei giochi. A questa cifra vanno sommati 3,5 MLD di opere in pancia a Simico SpA e, nella sola Regione Lombardia, altri 3,8 MLD di opere ulteriori al perimetro della principale stazione appaltante (e in tanti casi soggetto attuatore) messa in campo dal governo. A questa somma andrebbero aggiunte singole iniziative promosse in altre province, dai Comuni, da RFI, e almeno cinque in quota ANAS. La cifra totale? Al momento non è nota una stima credibile e informata, fatto che di per sé invita a dubitare di qualunque ipotesi sui possibili moltiplicatori economici e turistici dell’investimento. Del solo perimetro Simico (3,5 MLD di cui sopra) sappiamo qualcosa in più: per cominciare, sappiamo di extra-costi per oltre 150 MLN negli ultimi 300 giorni del 2025, ma, cosa ben più significativa, sappiamo che i due terzi delle opere non sono essenziali ai fini dell’evento, che 28 di queste stazionano in fase di progettazione, e che queste opere non essenziali cubano l’87% della spesa complessiva. Non si tratta di sola malagestione. Nonostante la governance commissariale e la gestione “agile” delle valutazioni d’impatto ambientale e strategico, il binomio fretta-ritardo è la dimostrazione plastica che le Olimpiadi si propongono come il volano adeguato ad inaugurare cantieri infrastrutturali, non come l’evento che ne rendeva indispensabile la tempestiva conclusione.

Nel frattempo i costi delle paralimpiadi sono cresciuti del 359% e il DL Sport ha sottratto 43 MLN di euro al Fondo per le vittime di mafia e usura, mentre veniva decurtato di oltre il 50% il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità. Non esiste una stima del consumo complessivo di suolo né dell’impronta di C02 delle singole opere, né gli importi e i codici identificativi di gara (CIG) dei subappalti. Almeno due accessi civici relativi agli extra costi dei Giochi sono stati negati, per uno dei due dinieghi il Tar della Lombardia ha condannato il Comune di Milano.

Si potrebbe andare avanti così, approfondendo ogni singola faccia della geometria complessa del grande evento, rischiando di non trovare parole adeguate e rispettose per denunciare che due operai hanno perso la vita in questi stessi cantieri.

Il prossimo 6, 7 e 8 febbraio a Milano sarà nuovamente tempo di Utopiadi: una tre giorni di critica radicale a questi Giochi, promossa dal Comitato Insostenibili Olimpiadi e dai movimenti sociali della città. Una tre giorni per restituire protagonismo alle vertenze per l’abitare, lo sport popolare, l’attraversamento dolce dell’ambiente montano, a fronte della sbornia collettiva per l’ennesimo grande evento con cui Milano e Cortina si propongono come mete turistiche globali alla faccia della sbandierata accessibilità e inclusione, ma anche sulla pelle di ecosistemi fragili e diritti sindacali. Se il lavoro sarà protagonista del venerdì e lo sport di base emergerà nella domenica, la giornata di sabato 7 febbraio sarà caratterizzata, tra le altre proposte, da un grande corteo popolare di opposizione alle nocività ambientali e finanziarie del modello olimpico, su cui sia realtà dell’area metropolitana che delle aree interne (che hanno visto in presa diretta drenare risorse per alimentare il carrozzone della kermesse e della betoniera) stanno lavorando incessantemente. Va segnalato anche un film documentario dal titolo Il grande gioco, che sta contribuendo significativamente al tam tam di controinformazione e produzione di un immaginario irriducibile all’idea di competizione, eccellenza, sciovinismo che da sempre caratterizza questo tipo di appuntamenti. Utopiadi significa anche porsi in continuità con la lunga tradizione delle alternative alle olimpiadi di stato, tradizione che nasce negli anni ‘20 del Novecento e che vede nell’Olimpiada popular catalana del 1936 il momento più significativo non solo dal punto di vista militante. L’Associazione Proletaria Escursionisti sta convocando uno spezzone dedicato alle terre alte, con particolare riferimento all’area valtellinese e alla vicenda dei 500 larici abbattuti per realizzare una nuova, costosissima, inutile pista da bob in sostituzione della storica pista cortinese, dell’esangue impianto di Cesana torinese, o dell’offerta di Innsbruck di accogliere le competizioni a 150 chilometri di distanza dal versante incriminato.

Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina passeranno con la nuova primavera, la loro eredità (quella che i proponenti definiscono legacy) sarà invece ben più duratura e più di ogni altro riferimento numerico o episodico chiarisce la posta in gioco attuale. Tutto quanto brevemente illustrato in questo aggiornamento configura un dispositivo di governo del territorio predatorio, che cattura attenzione e risorse da destinare a politiche pubbliche universali per immolarle sull’altare dell’attrattività, dell’internazionalizzazione, della produzione di esperienze esclusive e memorabili. Parliamo di orizzonti indesiderabili e del tutto incompatibili con la cornice di crisi climatica e di aumento della forbice sociale tra chi detiene soldi e potere e chi invece ambisce a confermare il costo d’affitto di una casa che appuntamenti come quello olimpico, in un contesto deregolamentato, puntano a far esplodere con assoluta noncuranza delle conseguenze sociali. Su questo, non sul perimetro temporale e spaziale dei Giochi, non sul medagliere, si gioca la partita del futuro della città e del Paese, che a queste iniziative disinvolte si ispira.

Per maggiori informazioni rinvio alle inchieste di Altreconomia, al sito cio2026.org e ape-alveare.it 

Alberto (abo) Di Monte

bibliotecaria.noblogs.org

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Parole svuotate, cervelli spenti: il dibattito politico ridotto a rumore morale

20 Gennaio 2026 ore 08:03

  Di Zela Santi, kulturjam.it   Dittatore, terrorista, democrazia, campista: parole consumate fino a perdere senso. Nel dibattito pubblico non spiegano più la realtà, ma servono a evitare il pensiero critico. La propaganda moderna governa svuotando il linguaggio.   Quando le parole muoiono: come il dibattito politico ha smesso di pensare   C’è un momento, […]

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Trump ha affermato che sulla questione della Groenlandia “non si può tornare indietro”.

20 Gennaio 2026 ore 08:04

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato dell’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale e globale dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte.

La conversazione tra Donald Trump e il segretario generale della NATO Mark Rutte è avvenuta telefonicamente,  riporta la TASS .

Trump, intervenendo a Truth Social, ha sottolineato l’ottimo dialogo e ha affrontato la situazione in Groenlandia, sottolineando che la Groenlandia è di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale e globale.

Non si torna indietro, e su questo tutti sono d’accordo!” ha scritto Trump.

Trump ha anche annunciato la sua disponibilità a tenere incontri sulla Groenlandia a Davos, a margine del Forum Economico Mondiale. Ha affermato che le discussioni sulla questione proseguiranno con la partecipazione di diverse parti.

Il rifiuto dell’Europa di acquistare gas russo ha portato alla perdita della Groenlandia

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato una nuova guerra commerciale contro otto paesi europei. Nel frattempo, nell’UE sono emerse preoccupazioni sul fatto che Washington possa interrompere le forniture di GNL, da cui gli europei sono diventati fortemente dipendenti, dopo il 2022. Trump, a quanto pare, è pronto a combattere per la Groenlandia fino alla fine. Trump ha minacciato di imporre dazi del 10 percento sulle merci provenienti da otto paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia) a partire dal 1° febbraio se non si raggiungerà un accordo sull’acquisto della Groenlandia, riporta Axios.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

Le SDF chiedono la piena mobilitazione mentre i combattimenti si intensificano nel nord della Siria

20 Gennaio 2026 ore 07:34

Le SDF affermano che gli attacchi si sono intensificati dal 6 gennaio, accusando le forze sostenute dalla Turchia di escalation e invitando i giovani curdi a mobilitarsi in difesa della Siria settentrionale.

Le Forze democratiche siriane (SDF) hanno dichiarato lunedì che le loro zone sono state oggetto di attacchi intensificati dal 6 gennaio, accusando “la Turchia e i gruppi influenzati dall’ISIS di cercare di spezzare la volontà delle comunità locali”.

In una dichiarazione rivolta alla sua comunità, il Comando generale delle SDF ha affermato che i suoi combattenti continuano a fronteggiare gli assalti “brutali e barbari” , sottolineando che le sue forze stanno combattendo “con grande coraggio e sacrificio” e portando avanti la loro lotta “con onore”.

Nella dichiarazione si accusa la Turchia e i gruppi armati alleati di aver intensificato le loro operazioni nel tentativo di sconfiggere la resistenza nel nord della Siria, avvertendo che gli attacchi stanno aumentando in portata e intensità.

Facendo un parallelo con la battaglia di Kobani (Ayn al-Arab) del 2014, le SDF hanno affermato che, proprio come l’ISIS è stato sconfitto lì, anche gli attuali attacchi falliranno.

Ha dichiarato che le città che si estendono da Derik ad al-Hasakah, compresa Kobani, diventeranno luoghi di resistenza contro “una nuova generazione di forze influenzate dall’ISIS guidate dallo Stato turco ”.

الأكراد يتسلحون في كافة مناطقهم استعدادا للتصدي لقوات الجولاني https://t.co/QYDNrulNGP pic.twitter.com/g6URFfdlWW

— Ali. ABk (@Bk_Hanasa) January 19, 2026

Appello ai giovani curdi in patria e all’estero

La leadership delle SDF ha invitato i giovani curdi di Rojava, del Kurdistan settentrionale, meridionale e orientale, nonché dell’Europa, a unirsi e a unirsi alla resistenza , esortandoli a rifiutare i confini imposti e l’occupazione.

“Oggi è un giorno d’onore”, si legge nella dichiarazione, aggiungendo che si tratta anche di un momento di “responsabilità storica”, affermando che la volontà popolare resta più forte degli attacchi militari o dell’occupazione.

La dichiarazione è stata rilasciata dal Comando generale delle SDF nel contesto delle crescenti tensioni e dei rinnovati scontri nel nord della Siria, in seguito al fallimento degli accordi di cessate il fuoco e alla crescente incertezza sulla sicurezza nei centri di detenzione in cui sono detenuti i prigionieri dello Stato islamico.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Luciano Lago

La nuova Gaza secondo gli anglo(sionisti)americani. Il “Comitato per la pace” di Trump e Blair fra tecnocrazia e affari

20 Gennaio 2026 ore 07:03

Rt.com   Il presidente Donald Trump ha svelato la struttura dirigenziale di un comitato di alto livello che supervisionerà la ricostruzione e la governance di Gaza, nominandosi presidente e designando una controversa rosa di diplomatici, finanzieri e alleati politici. In una dichiarazione rilasciata venerdì scorso dalla Casa Bianca, l’amministrazione ha confermato la formazione del cosiddetto […]

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Le forze armate russe ampliarono la loro base offensiva a Zaporizhia, liberando Pavlovka.

20 Gennaio 2026 ore 07:20

Mosca , 20 gennaio 2026, 08:55 — Regnum News Agency. La liberazione di Pavlivka, nella regione di Zaporižžja, ha permesso alle Forze Armate russe di penetrare nelle retrovie delle Forze Armate ucraine (UAF) vicino a Orekhovo e di espandere la loro base per un’offensiva sulla città di Zaporižžja. Lo ha riferito il 20 gennaio Igor Černij, deputato della Duma regionale di Kherson .

Il parlamentare ha sottolineato che la liberazione del villaggio di Pavlovka nella regione è di grande importanza strategica.

“In primo luogo, si tratta dell’espansione della testa di ponte Stepnogorsk-Kamenskoye-Pavlovka, seguita dal superamento delle alture e dal raggiungimento di Malokaterynivka, Kushugum, Balabyne e più avanti fino a Zaporizhzhia. In secondo luogo, si tratta di un accesso praticamente alla zona retrostante di Orekhovo, dove sono previsti gravi combattimenti”, ha detto alla TASS.

Il 19 gennaio, le truppe russe hanno liberato Novopavlovka, nella Repubblica Popolare di Donetsk (DPR), e Pavlovka, nella regione di Zaporižžja. In precedenza, il 17 gennaio, le truppe russe avevano liberato i villaggi di Privolye, nella DPR, e Pryluky, nella regione di Zaporižžja. Il 16 gennaio, le Forze Armate russe hanno liberato anche il villaggio di Zhovtneve (Oktyabrskoye), nella regione di Zaporižžja. Inoltre, il villaggio di Zakotne, nella DPR, è passato sotto il controllo di unità del Gruppo di Forze Meridionali .

Il 15 gennaio, il generale dell’esercito Valery Gerasimov (nella foto), capo di stato maggiore delle forze armate russe e primo viceministro della Difesa, ha annunciato che le truppe russe stanno avanzando praticamente in tutte le direzioni lungo il fronte nella zona di operazioni speciali. Ad esempio, le forze armate russe stanno completando la liberazione dell’insediamento urbano di Kupyansk-Uzlovaya nella regione di Kharkiv.

Nel frattempo, il gruppo di forze “Ovest” continua a eliminare le unità delle forze armate ucraine accerchiate sulla riva orientale del fiume Oskol in direzione di Kupyansk.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

Tutte le noti

Se nel Consiglio per la Pace a Gaza entrano Putin e Lukashenka il piano perde credibilità

20 Gennaio 2026 ore 06:00

Gli annunci sovrastano la praticità di un piano che, fino a questo momento, ha mostrato di essere abbastanza efficace nella prima delle tre fasi che lo compongono e quasi infattibile, per mancanza di volontà, nella seconda. Con il piano di Donald Trump è stato possibile il ritorno degli ostaggi vivi tenuti prigionieri per due anni nella Striscia di Gaza, il rientro di quasi tutti gli ostaggi morti, un cessate il fuoco rotto da attacchi dei terroristi di Hamas e dalle risposte di Israele. Trump ha annunciato che la seconda fase sta iniziando, anche se affinché inizi sul serio Hamas deve essere disarmato e il gruppo non ha alcuna intenzione di cedere le armi e vuole mantenere il potere nella parte di Striscia di Gaza sotto il suo controllo.

 

Uno degli annunci più attesi riguarda i membri del Consiglio della pace che sarà proprio Trump a presiedere. I nomi stanno iniziando a uscire, l’annuncio ufficiale dovrebbe essere fatto al Forum di Davos. Oltre ai leader delle nazioni mediorientali, di alcuni paesi europei – tra i quali l’Italia, la Francia e la Germania – ieri il Cremlino ha fatto sapere che Vladimir Putin ha ricevuto da parte di Trump l’invito a entrare nel Consiglio. Anche dalla Bielorussia hanno fatto sapere, mostrando il documento, che il dittatore Aljaksandr Lukashenka è stato invitato con una lettere firmata dal presidente americano. Putin ha ormai perso gran parte delle sue leve in medio oriente, è un leader guerrafondaio, che finora ha rifiutato ogni offerta di pace. Lukashenka è il suo sgherro, dipendente dal capo del Cremlino, prende ordini senza avere nessuna capacità negoziale per il suo paese figuriamoci se può contare qualcosa in medio oriente o anche soltanto avere denaro per investire nel futuro di Gaza. Se la volontà della Casa Bianca è fare del Consiglio della pace un’entità con il consenso più vasto possibile, invitare leader come Putin e come Lukashenka fa perdere qualsiasi valore e credibilità all’iniziativa e fa venire il dubbio che oltre agli annunci, ci sia poco di concreto: sicuramente non sarà il Cremlino a disarmare Hamas.

Ricevuto prima di ieri

Impero del Caos, Saccheggio e Attacco nel Panico di Essere Sfrattati dall’Eurasia

19 Gennaio 2026 ore 21:42

di Pepe Escobar

Teheran non si piegherà mai ai diktat. L’ossessione neo-Caligola per il cambio di regime – di fatto rispecchiata dall’ossessione del Natostan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire.

L’intero pianeta è in qualche modo sconvolto dall’ultima truffa del neo-Caligola: poiché non ha ricevuto il suo Nobel per la “pace” dalla Norvegia, parte della sua megalomane e narcisista vendetta consiste nel sottrarre la Groenlandia alla Danimarca (nel linguaggio imperiale, a chi importa? Questi scandinavi sono tutti uguali, comunque).

Come diceva lo stesso neo-Caligola: “Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo totale e completo della Groenlandia”.

Ciò sigilla l’Impero del Caos, completamente trasformato nell’Impero del Saccheggio e ora nell’Impero degli Attacchi Permanenti.

Diversi euro chihuahua hanno osato inviare un piccolo gruppo di conducenti di slitte trainate da cani per difendere la Groenlandia dal neo-Caligola. Invano. Sono stati immediatamente colpiti dai dazi. L’attacco rimarrà in vigore fino all'”acquisto completo e totale” della Groenlandia.

Gli europei-chihuahua, seguendo il Sud del mondo, potrebbero essersi finalmente svegliati e aver compreso il nuovo paradigma: la geopolitica dell’attacco USA..

Neo-Caligola non ottenne un cambio di regime a Caracas, e il suo miraggio petrolifero fu smentito persino dai colossi energetici statunitensi. Non ottenne un cambio di regime a Teheran, nonostante il lavoro a tempo pieno di CIA, Mossad e varie ONG.

Quindi il Piano C è la Groenlandia, essenziale per gli scopi dello spazio vitale imperiale, come garanzia per il debito impagabile di 38 trilioni di dollari, in aumento.

Tale fatto non implica in alcun modo abbandonare l’ossessione per l’Iran. La portaerei USS Abraham Lincoln si sta spostando in una posizione nel Mare di Oman/Golfo Persico da cui potrebbe colpire l’Iran entro la fine della settimana. Tutti gli scenari di attacco rimangono validi.

Supponendo che si scateni l’inferno, questa potrebbe trasformarsi in una replica ancora più umiliante della guerra dei 12 giorni del giugno dell’anno scorso, che il culto della morte nell’Asia occidentale ha impiegato ben 14 mesi per pianificare.

La guerra di 12 giorni non solo fallì come operazione di cambio di regime, ma generò un esempio di rappresaglia iraniana così feroce che Tel Aviv non si è ancora ripresa. Teheran ha ribadito più volte che lo stesso destino attende le forze neo-Caligola in Iran e nel Golfo in caso di nuovi attacchi.

Perché l’ossessione per il cambio di regime persiste

Per quanto riguarda l’operazione di cambio di regime in Iran, altrettanto miseramente fallita nelle ultime settimane, ha visto in prima linea il patetico principe pagliaccio Reza Pahlavi, al sicuro nel Maryland, ampiamente pubblicizzato dai media statunitensi come una “figura politica unificatrice” in grado di rivalutare la “catastrofe vissuta del governo clericale”.

Neo-Caligola era troppo impegnato per preoccuparsi di queste sottigliezze ideologiche. Ciò che voleva era accelerare i procedimenti – e cos’altro? – applicando la logica dell’Impero degli attacchi permanenti: bombardando l’Iran.

La propaganda diversiva, prevedibilmente, è degenerata. Il culto della morte nell’Asia occidentale potrebbe aver chiesto a Mosca di dire a Teheran che non avrebbero attaccato se l’Iran non avesse attaccato per primo. Come se Teheran – e Mosca – potessero fidarsi di qualsiasi cosa provenisse da Tel Aviv.

I sostenitori del Golfo – Arabia Saudita, Qatar e Oman – potrebbero aver chiesto al neo-Caligola di non colpire, perché ciò avrebbe incendiato l’intero Golfo e generato un “grave contraccolpo”.

La vera questione – ancora una volta – era TACO. Semplicemente non esisteva uno scenario di attacco statunitense simulato che avrebbe consentito un cambio di regime fulmineo, l’unico risultato accettabile. Quindi, torniamo alla conquista della Groenlandia.

Sono bastati pochi giorni per smascherare la massiccia campagna di propaganda in corso nel NATOstan sulle “vittime di massa” tra i manifestanti iraniani.

Le cifre – false – provenivano dal Centro per i diritti umani in Iran, con sede a New York, e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) di Washington, infestato dalla CIA, e da altre varie entità di disinformazione.

L’elenco delle ragioni per un urgente cambio di regime in Iran resta tuttavia fuori scala, e comprende, tra gli altri, questi quattro elementi chiave:

  1. Teheran deve abbandonare l’Asse della Resistenza nell’Asia occidentale che sostiene la Palestina.
  2. Poiché l’Iran si trova al crocevia privilegiato dei corridoi di connettività commerciale ed energetica in Eurasia, sia i suoi collegamenti con il
    Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) sia le Nuove Vie della Seta (BRI) cinesi devono essere interrotti. Ciò significa far saltare dall’interno la cooperazione organica intra-BRICS tra Russia, Iran, India e Cina.
  3. Poiché oltre il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano è diretto alla Cina – e il pagamento avviene in yuan – ciò rappresenta una seria minaccia per il petrodollaro: l’anatema definitivo. È qui che, secondo i termini dell’Impero degli Scioperi Permanenti, l’Iran si allinea al Venezuela. O la nostra via – quella del petrodollaro – o l’autostrada.
  4. La resistenza del sogno infinito di un Iran sotto il remix dello Scià, completo di una polizia segreta SAVAK in stile Scià; stretti legami con il Mossad per tenere a freno quei barbari arabi; e una rete tentacolare di centri di sorveglianza gestiti dalla CIA che prendono di mira sia la Russia che la Cina.

Come contrastare una “guerra per il cambio di regime”

Teheran non si lascia spaventare dalle sanzioni, dato che ne ha subite più di 6.000 in quattro decenni, concepite per strangolare completamente la sua economia e persino portare le esportazioni di petrolio, per usare la terminologia imperiale, “a zero”.

Anche sotto la massima pressione, l’Iran è stato in grado di costruire la base industriale più estesa dell’Asia occidentale; ha investito senza sosta nell’autosufficienza e in equipaggiamenti militari all’avanguardia; è entrato a far parte della SCO nel 2023 e dei BRICS nel 2024; e, a tutti gli effetti, ha sviluppato un’economia basata sulla conoscenza nel Sud del mondo.

Tsunami di inchiostro – digitale – sono stati spesi per spiegare perché la Cina non abbia finora aiutato adeguatamente l’Iran a contrastare la massima pressione imperialista, ad esempio sostenendo Teheran contro gli attacchi speculativi sul rial. Ciò non sarebbe costato quasi nulla a Pechino, in confronto al suo livello di riserve estere.

L’attacco speculativo al rial è stato probabilmente il fattore scatenante delle proteste in tutto l’Iran. È fondamentale ricordare che i salari da fame hanno contribuito in modo determinante al collasso della Siria.

Spetta a Pechino rispondere diplomaticamente a questa scomoda domanda. Lo spirito dei BRICS Plus – chiamiamoli Bandung 1955 Plus – potrebbe non sopravvivere quando tutti sappiamo che questa guerra mondiale è essenzialmente una questione di risorse e finanziamenti, che devono essere mobilitati e impiegati in modo appropriato.

E questo ci porta alla questione se la leadership cinese valga la pena di rimanere una sorta di versione più grande della Germania: embrionale egocentrica; piena di paura; e fondamentalmente egoista in termini economici e finanziari. L’alternativa – auspicabile – è che la Cina crei linee di credito di dimensioni adeguate all’interno dei BRICS per una serie di nazioni amiche.

Qualunque cosa accada, è chiaro che l’Impero degli Attacchi Permanenti non solo rimarrà “attivamente ostile” a un mondo multipolare e multinodale; l’ostilità sarà marinata in un fango tossico di rabbia e vendetta e subordinata alla paura suprema e panico: la lenta ma inesorabile espulsione dell’Impero dall’Eurasia.

Ecco il segnale del rappresentante speciale della Casa Bianca Witkoff, il Bismarck immobiliare, che enuncia i diktat imperiali all’Iran:

  1. Smettere di arricchire l’uranio. Fuori questione,
  2. Ridurre gli arsenali missilistici. Fuori questione.
  3. Ridurre di circa 2000 kg il materiale nucleare arricchito (3,67-60%). Questa percentuale potrebbe essere negoziata.
  4. Basta sostenere i “rappresentanti regionali” – come l’Asse della Resistenza. Fuori questione.

Teheran non si piegherà mai ai diktat. Ma anche se lo facesse, la ricompensa imperiale promessa non sarebbe la revoca delle sanzioni (il Congresso degli Stati Uniti non lo farà mai) e un “ritorno nella comunità internazionale”. L’Iran fa già parte della comunità internazionale, all’ONU e all’interno dei BRICS, della SCO e dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), tra le altre istituzioni.

Quindi l’ossessione neo-Caligola per il cambio di regime – di fatto rispecchiata dall’ossessione del Natostan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire. Ecco il consigliere strategico del Presidente del Parlamento iraniano, Mahdi Mohammadi: “Sappiamo che ci troviamo di fronte a una guerra di cambio di regime in cui l’unico modo per ottenere la vittoria è rendere credibile la minaccia che, durante la guerra di 12 giorni, sebbene fosse pronta, non ha avuto l’opportunità di essere realizzata: una guerra di logoramento geograficamente estesa, focalizzata sui mercati energetici del Golfo Persico, sulla base di una potenza di fuoco missilistica in costante aumento, della durata di almeno diversi mesi

Fonte: https://www.unz.com/pescobar/empire-of-chaos-plunder-and-strikes-in-panic-of-being-evicted-from-eurasia/

Traduzione: Luciano Lago

Ma quali diritti umanitari in Venezuela e Iran? I cambi regime servono a salvare il petrodollaro

19 Gennaio 2026 ore 19:03

  Riceviamo e pubblichiamo.   Di Glauco Benigni   Premesso che è molto difficile difendere a tutto tondo sia il Governo di Maduro che quello degli Aiatollah di Teheran … i motivi per cui gli USA stanno rimuovendo il primo e stanno progettando in queste ore di ri-attaccare e rimuovere il secondo, sono molteplici e […]

L'articolo Ma quali diritti umanitari in Venezuela e Iran? I cambi regime servono a salvare il petrodollaro proviene da Come Don Chisciotte.

Testimonianza di un combattente cubano che ha difeso il presidente Maduro

19 Gennaio 2026 ore 18:54

di Ignacio Ramonet

Al momento dell’attacco, Yohandris Varona Torres prestava servizio da due mesi e sei giorni come membro della sicurezza personale in Venezuela, l’esperienza più intensa che avesse mai vissuto in ventitré anni di servizio militare, la sua prima missione internazionalista.

Ma quel sabato, 3 gennaio, fu fatale. A mezzanotte, assunse il suo posto per un turno di guardia di sei ore. Tutto era tranquillo, ma Yohandri sa che il pericolo più grande è la fiducia.

Erano quasi le due del mattino quando vide il primo elicottero del commando statunitense atterrare a Caracas per rapire il presidente Nicolás Maduro.

Ebbe appena il tempo di uscire dalla garitta, ripararsi a pochi metri di distanza e iniziare a sparare. Fu questa decisione, o forse un colpo di fortuna, a salvargli la vita. Come se avessero seguito una strategia meticolosamente pianificata, gli aggressori puntarono il fuoco contro la garitta dove si trovava solo pochi secondi prima.

” La loro potenza di fuoco era di gran lunga superiore alla nostra. Avevamo solo armi leggere. Un altro aspetto che giocava a loro favore era che sembravano sapere dove si trovava ogni cosa. Sparavano ai posti di guardia e agli avamposti, ai dormitori dove eravamo noi cubani, e riuscirono a uccidere per primi i leader .”

Delta Forces USA sul Venezuela

Nonostante i suoi ventitré anni di esperienza nella sicurezza personale, questo primo sottufficiale non aveva mai sperimentato nulla di simile. Ma l’addestramento ricevuto gli permise di sapere cosa fare e, quella notte, svuotò un caricatore dopo l’altro contro il nemico.

” Dovevamo sparare e sparare. Difenderci e uccidere “, aggiunge. ” Combattevamo contro aerei ed elicotteri che ci mitragliavano. Anche se il nostro armamento era di gran lunga inferiore, non smettevamo di combattere, continuavamo ad affrontarli. Avevo ricevuto addestramento, sapevo come combattere, ma loro erano superiori a noi. In quel momento, il mio unico pensiero era combattere “.

” Nonostante il loro vantaggio in termini di potenza di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quanto ammettano. Abbiamo combattuto duramente. Abbiamo continuato a sparare finché non siamo rimasti quasi tutti a terra, uccisi o feriti .”

Non è stata una lotta facile o veloce, come inizialmente Trump e i suoi compari cercarono di far credere. Con il passare dei giorni, divenne chiaro che solo la morte e la mancanza di munizioni avrebbero potuto estinguere la resistenza cubana. Yohandri ricorda tutto con terribile chiarezza. I suoi occhi sembrano rivedere le immagini una per una. Piange. Piange di rabbia.

Non potrà mai dimenticare questo scontro, ha detto, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti del gruppo hanno dovuto trasportare i corpi dei loro compagni uccisi.

” Li abbiamo trasportati in un edificio che era stato danneggiato, ma che ci ha permesso di proteggerli. È stato molto difficile, perché si trattava di uomini che conoscevamo, con i quali avevamo vissuto solo poche ore prima. Li abbiamo trasportati tutti, senza lasciare indietro nessuno .”

” Quando le bombe cominciano a cadere, l’unica cosa a cui pensi è combattere. Noi eravamo lì per quello, ed è quello che abbiamo fatto. Tutto ciò che mi resta è il dolore di non poterle fermare. E quel dolore – disse, battendosi il petto – devo liberarmi vendicandomi del nemico .”

fonte: Ignacio Ramonet 

Traduzione: Gerard Trousson

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Emerge il Piano di USA e Israele per lo smembramento dell’Iran

19 Gennaio 2026 ore 18:39

di Luciano Lago

Chiunque abbia analizzato la storia e la situazione geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia Occidentale sa bene che il progetto originario di Israele è sempre stato quello dell’espansione dei territori occupati dallo stato sionista  e della balcanizazzione dei paesi arabi vicini. Il progetto della Grande Israele era diretto alla supremazia militare di Israele sul mondo arabo circostante, indebolito dalle sue rivalità etniche e religiose, opportunamente alimentate.

 Anche le guerre americane condotte nella regione, in particolare quella dell’Iraq e della Siria, hanno sempre avuto una ispirazione di Tel Aviv e il sostegno della potente lobby operante a Washington.

Ultimamente Il Wall Street Journal  (  WSJ ), di proprietà del novantenne australiano Rupert Murdoch, ha esteso questo progetto al più temuto ed ostile paese della regione: l’Iran. Non a caso è comparso sul suo giornale un inquietante articolo che fa leva sulla balcanizzazione dell’Iran come prospettiva di fondo da perseguire nell’interesse di Israele e dell’occidente.

 “Un Iran fratturato potrebbe non essere così male (sic)”, con il sottotitolo “I suoi confini sono artificiali e la separazione frustrerebbe gli interessi di Russia, Cina e altri” , scrive l’analista   Melik Kaylan (MK),  che  incautamente prospetta una soluzione geopoltica  per la crisi iraniana che sembrerebbe appositamente studiata dall’intelligence sionista.

L’analisi fatta dal ML, che risulta essere un giornalista e analista geopolitico ben introdotto nei principali media del sistema . Lo stesso Kaylan è coautore di due libri sulla nuova Guerra Fredda e sull’Asse Russia-Cina. Ha scritto da zone di guerra per, tra gli altri, per Newsweek, Politico, Forbes.com e il Wall Street Journal, dove ha trattato anche di cultura nelle aree di conflitto.

Nella sua analisi sull’Iran Kaylan interpreta in modo osceno il ruolo dell’araldo di Netanyahu in un articolo in stile propagandistico che prospetta la soluzione di un Iran balcanizzato e frammentato in ottemperanza ai desiderata di Israele, se pur eventualmente adornato con la bandiera monarchica dei Pahlavi.

Netanyahu vuole lo smembramento dell’Iran

Il WSJ  si guarda bene dall’informare che il  MK è un soggetto che, nel suo percorso professionale, è stato indottrinato all’Università di Cambridge, famosa per essere un centro di reclutamento di spie.

Non deve sorprendere che la “balcanizzazione dell’Iran” sia la soluzione progettata dalla lobby sionista per risolvere il problema della sicurezza di Israele e che questa venga suggerita e prospettata dagli autorevoli organi mediatici che fanno capo alla stessa lobby. Era accaduto nello stesso modo per il il piano della “grande Israele” che oggi viene riconosciuto e rivendicato dagli esponenti del governo israeliano nel giustificare le occupazioni di territori dalla Cisgiordania alla Siria, al Libano e che adesso si spinge fino al Somaliland.

La secessione delle regioni iraniane dove sono presenti minoranze etniche come gli azeri, i curdi, turkmeni, arabi e beluci è il sogno di Netanyahu e soci che si sono dedicati con molta determinazione a trovare sistemi di sobillazione interna della  popolazione iraniana. Essenziale il ruolo delle cellule del Mossad che si sono infiltrate nei disordini accaduti ultimamente in Iran per gettare benzina sul fuoco della protesta e utilizzare armi per uccidere polizia, forze di sicurezza e incendiare edifici pubblici, autobus e veicoli dei viglili del fuoco.

Chiunque abbia studiato la composizione etnico geografica dell’Iran sa bene quanto sia vulnerabile tale realtà del paese ,  che presenta sette instabili confini terrestri: l’Iraq a ovest, quattro a nord-ovest (Turchia, Azerbaigian, Armenia e Turkmenistan), l’Afghanistan a est e il Pakistan a sud-est, oltre al Mar Caspio, che condivide con Russia e Kazakistan, e all’infuocato Golfo Persico, sede di sei petro-monarchie arabe: Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman.

Sembra improbabile che la Russia possa assistere inerte ad una decomposizione dell’Iran, fatta nell’interesse di Israele e dell’occidente, per disarmare e rendere inoffensivo un partner strategico di Mosca e Pechino che, tra l’altro, con la Russia condivide la posizione sul Mar Caspio.

Disponibile da subito per il nuovo Iran balcanizzato, il figlio dello Scià, il fantoccio degli USA, il quale  ha già annunciato, come primo provvedimento,  il riconoscimento ufficiale di Israele, paese genocida.

Le centrali di destabilizzazione occidentali sfrutterebbero a proprio vantaggio le conseguenze della secessione curda, che danneggerebbe la Turchia; la secessione degli azeri, che avvantaggerebbe l’Azerbaijan e, non si può ignorare la più pericolosa di tutte, quella dei Beluci, che danneggerebbe il Pakistan, l’unico paese islamico dotato di 170 bombe nucleari, alleato oggi della Turchia e dell’Arabia Saudita.

Le conseguenze di un attacco all’Iran e di un cambio di regime sarebbero incalcolabili ed avrebbero un enorme impatto sui corridoi di trasporto terrestri aperti dalla Cina e dalla Russia e sulle rotte commerciali e sugli oleodotti che collegano l’Asia centrale con l’Occidente. Senza parlare dei grandi investimenti fatti dalla Cina in Iran nelle infrastrutture petrolifere e portuali che certamente non si rassegnerebbe a perdere per effetto di un colpo di mano degli USA e Israele. Si tratta quindi di una battaglia geopolitica e strategica che coivolge gli equilibri di un mondo multipolare che confliggono con gli interessi delle grandi superpotenze emergenti.

Per quanto siano propensi i propagandisti delle centrali globaliste USA e Israele a dipingere come un “interesse per la pace”, la prospettiva di un Iran balcanizzato e frammentato, questo sarebbe al contrario il detonatore di un conflitto mondiale che avrebbe effetti nefasti in tutto il mondo.

Crosetto contro la linea Macron: "I contro dazi Ue sono la peggiore risposta alle minacce di Trump"

19 Gennaio 2026 ore 16:58

"I contro dazi Ue verso gli Usa? E' il modo peggiore per rispondere. Innescare una gara a chi fa più male all'altro, tra alleati, non può che portare a disastri". A dirlo, commentando su X un post del senatore leghista Claudio Borghi, è il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. E' la prima volta, nelle ultime settimane, che Crosetto accontenta la Lega, bocciando l'iniziativa europea. Il partito di Matteo Salvini è contrarissimo a qualunque forma di conflitto con Donald Trump. Nelle scorse ore il presidente americano ha minacciato un nuovo pacchetto di dazi contro Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi bassi, Germania e Regno unito, e cioè i paesi europei (ad eccezione di quest'ultimo) che hanno inviato contingenti militari in Groenlandia dopo le minacce arrivate dalla Casa Bianca.

 

La Ue si è detta pronta a rispondere con un pacchetto da 93 di miliardi di contro dazi verso gli Stati Uniti, attualmente sospesi fino al prossimo 6 febbraio. E' a questo che Crosetto si dice contrario sottolineando come "non è il momento di fare i tifosi ultras di squadre diverse. Né di vedere chi ha più o meno orgoglio o chi è più duro. Serve ragionare su ogni cosa ricordandoci che siamo alleati da 76 anni". Eppure quella dei controdazi è solo una delle misure messe sul tavolo dalla Ue e dai suoi leader per rispondere a Trump. Come arma di dissuasione l'Unione può anche minacciara la non ratifica da parte del Parlamento europeo dell'accordo raggiunto proprio con Trump a fine luglio che azzera i dazi europei sui prodotti made in Usa (e che ha anche portato anche alla sospensione dei famosi 93 miliardi di controdazi). Ma in Europa c'è chi chiede di fare ancora di più. Come il presidente francese Emmanuel Macron che ha invitato la Commissione e i suoi colleghi capi di stato e di governo che siedono al Consiglio ad attivare, qualora Trump intendesse davvero imporre nuovi dazi contro i paesi che sono intervenuti in Groenlandia, il cosiddetto strumento anticoercizione europeo, un meccanismo Ue nato proprio per rispondere a chi (all'epoca della sua istituzione si pensava alla Cina), in modo aggressivo, utilizza il commercio come arma di pressione geopolitica. Lo strumento non prevede solo dazi, ma anche limitazioni all'accesso degli appalti pubblici Ue, restizioni sugli investimenti e misure sulla proprietà intellettuale che colpirebbero in questo caso le big tech americane.

 

Tutti questi argomenti saranno discussi giovedì, giorno per il quale il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ha annunciato un Consiglio straordinario proprio allo scopo di capire come gestire, in maniera unitaria, i rapporti euro-atlantici dopo le dichiarazioni sempre più minacciose di Trump. Prima di quel giorno però il segretario della Nato, l'olandese Mark Rutte, ma probabilmente anche i leader europei incontreranno Trump nel corso dell'economic forum di Davos, in Svizzera. Sarà quella l'occasione per capire se ci sono ancora i margini per un accordo con gli Usa che passi non dalla cessione della Groenalndia agli Stati Uniti, come preteso da Trump e negato dagli europei, ma da un coinvolgimento maggiore dell'Alleanza atlantica sull'isola dell'Artico di cui si è innamorato il presidente americano.

Biocombustibili e transizione verde dei trasporti, il Rinascimento potrebbe insegnarci qualcosa

19 Gennaio 2026 ore 15:41

Il 13 Gennaio 2026, su iniziativa dell’onorevole Dario Nardella e con il supporto di Fuels Europe ed Ebb, si è tenuto al Parlamento europeo un importante meeting sul tema dei biocombustibili sostenibili, a cui ho avuto il piacere di partecipare come chair della Biofuture Platform. L’incontro ha visto la partecipazione della Commissione Europea dg Rtd, di aziende del settore, dell’accademia, di associazioni e di organizzazioni internazionali. Si è fatto il punto sullo stato del settore, sulle politiche relative, e su quanto è necessario per poter raggiungere gli obiettivi europei del Green deal.

Ma dove siamo, realmente, nel percorso verso la de-fossilizzazione dei trasporti e l’impiego di biocombustibili sostenibili, assieme alla elettrificazione ed alle altre soluzioni per il settore? Proviamo a riprendere il filo dagli ultimi passaggi Bruxellesi. Il 5 Novembre 2025 si è chiuso un importante accordo al Consiglio europeo relativamente alla legge Clima. L’accordo ha mantenuto l’obiettivo della riduzione del 90% delle emissioni serra al 2040 rispetto ai livelli del 1990. Tra gli elementi di particolare rilievo, riportiamo l’apertura ai combustibili rinnovabili, la possibilità di utilizzare sino al 5% di crediti di carbonio internazionali di elevata qualità, ed il ruolo di rimozioni di carbonio permanenti e domestiche nel sistema Eu Ets, oltre ad altri rilevanti elementi. Il Parlamento Ue ha adottato sostanzialmente lo stesso testo pochi giorni dopo.

In parallelo a questo importante passaggio, la Commissione europea, dg Clima, ha predisposto e quindi presentato (16/12/2025) la proposta di revisione della cosiddetta CO2 Regulation, regolamento che riguarda i costruttori di veicoli ed in generale il trasporto stradale. In tale proposta la Commissione abbassa dal 100% al 90% l’obiettivo di riduzione delle emissioni da cars e vans al 2035 rispetto al 2021, mantenendo quindi l’ambizione a livelli estremamente elevati. Ed è previsto solo un limitatissimo uso di combustibili rinnovabili ed efuel (tecnicamente, Rfnbo: Renewable Fuels Of Non Biological Origin), pari al 3% (con ulteriori vincoli sottostanti).

Si consente infine ai costruttori di veicoli di coprire un ulteriore 7% (CO₂ credit) realizzando i mezzi attraverso l’impiego di acciaio verde EU-made, misura da comprendere meglio nei suoi aspetti operativi, in quanto sostanzialmente diversa dal rimanente 93% (impiego di elettricità e combustibili alternativi). Non è infatti ancora del tutto chiaro come questo 7% debba essere conteggiato nel bilancio di emissioni. essendo relativo alla costruzione del veicolo mentre il restante 93% è riferito all’impiego di combustibili sostenibili. Si tratta quantomeno di una formulazione complessa e di una scelta regolatoria di compensazione che tuttavia solleva interrogativi tecnici rilevanti anche per gli esperti del settore.

Preso atto di questo, è però inevitabile chiedersi: perché i fuel credits derivanti da biocombustibili sostenibili ed e‑fuels sono limitati a un massimo del 3% del target di riferimento 2021, nel momento in cui la legge clima riconosce il ruolo dei biocombustibili sostenibili e degli e-fuels (assieme ad elettrico, idrogeno, ammoniaca) nel percorso verso la decarbonizzazione? Quale è la ratio tecnica che ha portato una quota così contenuta assegnata ai combustibili rinnovabili, a fronte del riconoscimento del loro ruolo nella legislazione climatica europea?

Non è certo la disponibilità di biomassa a determinare questa limitazione, come illustrato nell’incontro al Parlamento Europeo. La Commissione, nel corso del citato incontro al Parlamento Europeo, ha infatti presentato i risultati di due recenti studi di scenario e di analisi tecno-economica e sociale, condotti da partenariati di cui il Politecnico di Torino è stato il coordinatore scientifico. I risultati di questi lavori sono nella sostanza congruenti con altre analisi similari condotte in precedenza da Ec Jrc ed Imperial College, e convergono nel mostrare chiaramente come di biomassa sostenibile (secondo la definizione della RED) ve ne sia a sufficienza, almeno per gli obiettivi Europei. Anzi, i biocombustibili sostenibili rappresentano piuttosto un serbatoio di “riserva” nel caso alcune delle

altre misure previste dovessero realizzarsi più lentamente del previsto, consentendo di compensare eventuali carenze. Gli studi concludono come ila domanda di biocombustibili sostenibili debba crescere di circa 2.5 volte al 2030 rispetto al 2021 seguendo gli obiettivi e le direttive Eu, crescendo da 16.5 Mtoe al 2021 sino a 42.8 Mtoe al 2030.

La stessa Iea ha recentemente presentato un rilevante studio, dal titolo Delivering Sustainable Fuels, che mostra come l’attuazione delle politiche esistenti (non di nuove politiche, cioè, ma di quelle su cui sé già in essere un accordo) comporterà un aumento di 4 volte del volume di combustibili sostenibili al 2035 rispetto al 2024. E per la parte biocombustibili sostenibili la Iea ha stimato all’incirca lo stesso fattore 2.5-3 precedentemente rilevato dalla Commissione.

Questo report Iea ha quindi coagulato l’azione di alcuni Paesi nel “Belém 4x Pledge”. Su iniziativa di Brasile, Italia, Giappone ed India, 27 Paesi si sono impegnati a realizzare le proprie politiche e quindi il fattore 4x, con la IEA che dovrà procedere nel monitoraggio del Pledge. Il Pledge ha avuto il supporto della Clean Energy Ministerial (CEM) Biofuture Platform (presieduta dal nostro Paese attraverso il Mase). Andranno adesso sviluppate le relative Roadmaps.

Analogamente, non sono certo le prestazioni in termini di riduzione di gas serra, a giustificare il cap del 3% della CO2 regulation. È infatti documentato e certificato come le filiere, anche quelle convenzionali, siano sempre più performanti in termini di capacità di riduzione di gas serra. Se ne ha evidenza persino nel citato documento IEA e nella ricerca dove anche il nostro Paese è all’avanguardia. Sono ormai industrialmente possibili e realizzate filiere addirittura Carbon Negative, dove grazie alla fotosintesi, che cattura naturalmente la CO2, ed alla nostra capacità tecnologica di “imbrigliare” e fissare questo Carbonio in forme quali il biocarburanti od altre, si ottengono rimozioni permanenti (come a breve sarà certificato dalla Carbon Removal and Carbon Farming di DG Clima). Questa capacità di rimozione avviene per vie che combinano soluzioni naturali con innovazione tecnologica, e che sono pronte per essere impiegate (o che sono già impiegate) a piena scala. Da subito, oggi. E promuovere filiere secondo criteri di premialità rispetto alla capacità di ridurre le emissioni serra, od addirittura in grado di essere negative, dovrebbe essere un elemento su cui tutti gli attori si trovano evidentemente d’accordo.

La messa in scena della NATO in Groenlandia e l’espansionismo artico

19 Gennaio 2026 ore 16:32

di  Drago Bosnic

La minaccia dell’amministrazione Trump di “prendere la Groenlandia” (in realtà, di invadere la Danimarca, membro della NATO) è stata un vero shock, soprattutto per coloro che si rifiutano di riconoscere che il potere politico occidentale sta lentamente declinando, diventando una mera ombra di se stesso. Diversi eserciti UE/NATO lo hanno dimostrato, dimostrando la loro incapacità di sopravvivere senza il supporto americano. Eppure, il 15 gennaio, diversi stati europei membri della NATO hanno inviato truppe in Groenlandia, apparentemente “a sostegno della Danimarca”. Numerosi  media hanno riferito che un aereo da trasporto militare C-130 danese, di fabbricazione americana, è atterrato durante la notte a Nuuk, la capitale groenlandese, con a bordo soldati danesi e francesi.

Un altro C-130 danese è poi atterrato a Kangerlussuaq, nella Groenlandia occidentale. Secondo le informazioni disponibili, entrambi i velivoli volavano senza transponder. Un’unità tedesca di 13 uomini si è unita a loro a Nuuk, mentre Regno Unito, Canada, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia si sono impegnati a schierare truppe. I media mainstream riportano che ” sebbene tutti questi paesi siano membri della NATO, l’operazione viene coordinata direttamente da Copenaghen e non attraverso i canali ufficiali della NATO, il che sottolinea la delicatezza politica di questa iniziativa ” . Il quotidiano tedesco Bild afferma che il motivo principale è che gli stati nordici membri della NATO (inclusa la Groenlandia) sono sotto il comando del quartier generale della NATO a Norfolk, negli Stati Uniti.

In altre parole, per difendersi dal Pentagono, i paesi partecipanti dovrebbero coordinarsi con… il Pentagono. Se qualcuno ce l’avesse detto solo pochi giorni fa, avremmo pensato che fossero impazziti. Eppure, eccoci qui: l’UE e la NATO stanno inviando truppe per ” combattere ” l’esercito statunitense. Anche Berlino avrebbe ” pianificato di agire senza il coinvolgimento degli Stati Uniti “, mentre il Ministero della Difesa tedesco e la Cancelleria federale stanno guidando l’operazione. La Bild ha anche osservato che ” i primi soldati sono stati schierati solo dopo che i negoziati tra funzionari danesi e groenlandesi e gli Stati Uniti si sono bloccati mercoledì alla Casa Bianca, nonostante gli accordi per istituire una task force congiunta ” .

Forse l’aspetto più assurdo di tutta questa vicenda è che le forze armate statunitensi operano liberamente in Groenlandia da oltre 80 anni. Pertanto, la sola idea che l’UE/NATO possa ” difendere ” la Groenlandia da Washington è semplicemente ridicola. La Groenlandia è un territorio strategico cruciale, sotto l’effettivo controllo dell’Aeronautica Militare e della Forza Spaziale degli Stati Uniti. È al centro della strategia americana, un punto che la Danimarca ha sempre riconosciuto e sostenuto. Infatti, Copenaghen è stata spesso tra i pochi stati membri della NATO a opporsi direttamente a qualsiasi aggressione o invasione americana. Ciò rende la situazione attuale ancora più peculiare, dimostrando che anche l’obbedienza cieca è insufficiente.

Trump: la Groenlandia deve essere nostra

Inoltre, se  Washington desiderasse le terre rare per contrastare il predominio cinese in questo settore, avrebbe potuto semplicemente concludere un accordo con la Danimarca. Qualsiasi cambiamento nello status politico della Groenlandia sarebbe essenzialmente simbolico, poiché nessuno ha mai messo in discussione la presenza americana lì. In altre parole, quest’isola ricca di risorse potrebbe rimanere un territorio danese autonomo, mentre le aziende americane godrebbero di un accesso praticamente illimitato alle terre rare. In effetti, la storia fornisce prove empiriche che ciò è già accaduto, quando gli Stati Uniti e la Danimarca hanno sfrattato con la forza gli indigeni Inuit dalla Groenlandia nordoccidentale per fondare la base aerea di Thule (ora ribattezzata Centro Spaziale di Pituffik).

È interessante notare che il presidente francese Emmanuel Macron si è impegnato a inviare ” rinforzi terrestri, aerei e marittimi nei prossimi giorni “, mentre il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha dichiarato che ” resta chiaro che il presidente vuole conquistare la Groenlandia “. Eppure, nonostante questa retorica aggressiva, vale la pena sottolineare alcuni sviluppi interessanti. Infatti, mentre i media sono in delirio, non sembra che stia accadendo nulla di veramente rivoluzionario. Il miglior esempio è la valutazione ufficiale dell’intelligence danese per il 2025 , che ” evidenzia la minaccia russa e cinese a lungo termine nelle acque artiche “. Chiaramente, l’idea che Mosca e Pechino “minaccino” la Groenlandia è semplicemente assurda.

Ciò dimostra solo quanto gli stati membri dell’UE e della NATO siano disposti a compiacere gli Stati Uniti. Inoltre, le dichiarazioni dei leader americani sembrano piuttosto strane. L’ amministrazione Trump, in particolare, insiste sul fatto che la Groenlandia e le sue acque siano ” gradualmente influenzate e annesse da Russia e Cina “. Basta una semplice occhiata a una mappa del mondo per rendere queste affermazioni assolutamente ridicole, soprattutto per quanto riguarda Pechino, che si trova letteralmente dall’altra parte del pianeta. Persino la Russia, la nazione artica più potente, non è esattamente vicina alla Groenlandia. Ma anche se lo fosse, il Cremlino non ha mai messo in discussione lo status della Groenlandia, a differenza degli Stati Uniti, come abbiamo visto negli ultimi mesi.

Inoltre, quando i funzionari statunitensi parlano ripetutamente di “acque minacciate” intorno a quest’isola ricca di risorse, ciò potrebbe rivelare le loro vere intenzioni. Infatti, è in corso una corsa per estendere le attuali Zone Economiche Esclusive (ZEE) attraverso il meccanismo della Piattaforma Continentale Estesa (ECS). Nell’ambito delle ZEE, i paesi hanno il diritto di rivendicare qualsiasi territorio fino a 370 km dalle loro coste. L’ECS, tuttavia, estende questa zona a 650 km sulla base di criteri geologici, un processo ufficialmente supervisionato dalle Nazioni Unite, autorizzando così lo sfruttamento delle risorse dei fondali marini. Il Mar Cinese Meridionale (SCS) differisce dalla Zona Economica Esclusiva (ZEE) principalmente perché copre i fondali marini e non le risorse nella colonna d’acqua (come i pesci), il che significa che è progettato principalmente per l’estrazione di risorse.

In pratica, ciò significa che gli Stati Uniti ritengono di essere rimasti indietro nella corsa all’Artico, poiché i loro diritti di ZEE e MCM sono limitati “solo” all’Alaska. Sebbene ciò dovrebbe essere più che sufficiente, data la vastità dell’area, nulla sembra mai soddisfare l’insaziabile desiderio di espansione di Washington. Le stime variano considerevolmente, ma tutte concordano sul fatto che l’Artico detenga una quantità di risorse senza precedenti (petrolio, gas naturale, terre rare, ecc.). Garantire l’accesso e il controllo di queste risorse è possibile solo attraverso le ZEE e l’MCM. Per l’amministrazione Trump, questa opzione è concepibile solo se gli Stati Uniti annettono la Groenlandia, poiché Washington considera la Danimarca troppo debole per rivendicare territori contesi.

Corridoio artico, scioglimento ghiacci

Fare di Russia e Cina dei capri espiatori è una tattica comune della politica occidentale quando si tratta di giustificare la propria retorica e le proprie azioni aggressive. Tuttavia, un conflitto percepito tra alleati della NATO distoglierebbe l’attenzione e consentirebbe una maggiore militarizzazione senza prendere di mira ufficialmente Mosca e Pechino. Pertanto, è del tutto possibile che il cosiddetto “conflitto” in Groenlandia tra Stati Uniti e UE/NATO non sia altro che un’elaborata (seppur graduale) manovra per rafforzare la posizione strategica dell’Occidente nella corsa all’Artico. Molte aree della regione sono contese, in particolare intorno al Polo Nord, dove le rivendicazioni sulla ZEE/Mar Cinese Meridionale si sovrappongono , portando a una maggiore militarizzazione.

FonteVT Foreign Policy 

Traduzione: Luciano Lago

Bettini si rimangia la parola sul referendum: “Il voto non è sulla riforma Nordio, ma contro Meloni”

19 Gennaio 2026 ore 15:42

Goffredo Bettini cambia rotta sul referendum sulla giustizia. "Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd". Questa mattina, rispondendo alle critiche che gli ha rivolto Paolo Mieli su Radio24, Bettini ha spiegato: "Molti sanno che sono figlio di un avvocato penalista repubblicano. Sono un garantista e considero sempre l’imputato in una posizione di debolezza di fronte alla forza dello stato. Mi sono espresso più volte a favore della separazione delle carriere. La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni".

Secondo Bettini – che benché non guidi una corrente è un pezzo da 90 dei dem – il confronto sul referendum si è trasformato in "una polemica astiosa, non veritiera, aggressiva e destabilizzante". Per questo motivo, dice, aveva scelto di non esprimersi pubblicamente fino a oggi. Tuttavia, ribadisce che il suo voto sarà coerente con la difesa del Pd e delle forze democratiche: "Con loro, in un clima diverso, ci sarà occasione di affrontare i problemi della giustizia, dalla lunghezza dei processi alla condizione delle carceri". Insomma, Bettini voterà no, non tanto perché contrario alla riforma Nordio in sé ma in quanto contrario al governo Meloni, alla politicizzazione del referendum e all’uso strumentale della questione da parte dei sostenitori del Sì, giudicati "contro la sinistra e il Pd"

Questa posizione segna un evidente retrofront rispetto al passato. Lo scorso settembre, al Congresso delle Camere Penali a Catania, Bettini aveva chiaramente espresso il suo favore alla separazione delle carriere, sottolineando il valore del garantismo e l’importanza di tutelare l’imputato di fronte allo stato. Interventi successivi lo collocavano tra i sostenitori del Sì alla riforma, insieme ad altre personalità della sinistra del Pd, come Cesare Salvi e Claudio Petruccioli, pure specificando che la riforma andava ancorata a un piano complessivo di riforme anche per il sistema delle carceri. 

Intanto, la segretaria del Pd, Elly Schlein, mantiene una posizione di cautela, ribadendo che il no al referendum non è un voto contro il governo e sottolineando che la riforma "non risolve i problemi endemici della giustizia, come la lunghezza dei processi, e quindi non va incontro ai cittadini e alle imprese".

I sovranisti europei fanno fronte comune contro i dazi di Trump. La Lega è l'unica a esultare

19 Gennaio 2026 ore 14:00

Paradosso sovranista: l'estrema destra europea fa fronte comune contro i dazi minacciati da Donald Trump. La Lega invece gongola. Nelle scorse ore il presidente americano ha annunciato strette commerciali per i paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La quota annunciata è del 10 per cento, ma potrebbe salire al 25 per cento fino alla conclusione di un accordo per l'acquisto dell'isola. A rischiare sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. La minaccia di nuovi dazi ha spinto alcuni esponenti della destra (finora molto vicina al tycoon) a esporsi pubblicamente contro la mossa della Casa Bianca. "Le minacce pronunciate da Donald Trump contro la sovranità di uno stato, a maggior ragione europeo, non sono accettabili", ha scritto su X Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National ed eurodeputato del gruppo Patrioti per l'Europa. "Il ricatto commerciale è altrettanto intollerabile", ha proseguito il politico francese, invitando l'Unione europea a sospendere l'accordo concluso lo scorso luglio, che aveva fissato un dazio statunitense del 15 per cento per la maggior parte dei beni dell'Ue. 

 

                           

Dello stesso avviso anche Alice Weidel, leader di Afd. Dopo aver bollato il ritiro delle truppe tedesche nell'artico come una "palese ammissione che il governo tedesco ha completamente perso la direzione della sua politica estera", la politica tedesca ha evidenziato la necessità di porre il dialogo come obiettivo principale "per evitare una guerra commerciale e trovare una soluzione". Dall'Inghilterra, anche Nigel Farage, numero uno di Reform Uk e fra i più strenui promotori della Brexit, si è detto molto preoccupato e inquieto sulle strette commerciali trumpiane, giudicando "sbagliati, negativi e molto, molto dannosi" i nuovi dazi minacciati. "Parlerò con l'amministrazione statunitense mercoledì, quando sarò a Davos. Dirò che questo non è il modo in cui si tratta il proprio migliore amico", ha annunciato in un'intervista. Per poi rimarcare su X: "Non sempre siamo d'accordo con il governo degli Stati Uniti e in questo caso certamente non lo siamo. Questi dazi ci danneggeranno".

C'è chi invece non si sente affatto minacciato dalle ennesime misure ritorsive di Trump, anzi. Il Carroccio parla degli stati europei oggetto dei nuovi dazi come i "deboli d’Europa", dal cui "bellicismo" l'Italia ha fatto bene a chiamarsi fuori. "Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti", si legge in un post pubblicato dal profilo ufficiale del partito

 

          

A fare più clamore è stato il senatore leghista Claudio Borghi, che nella sua quotidiana fiumana di tweet si è detto pronto a "festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania". Attirando così le critiche del ministro della Difesa, Guido Crosetto: "Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali – ha scritto rivolgendosi direttamente al senatore leghista – Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso. In un mondo polverizzato dove si torna alla logica 'ognuno per sé e Dio per tutti' od a quella della potenza militare e delle risorse naturali noi non siamo un vaso di ferro". Un piccolo scontro istituzionale, e una più grande frattura fra i sovranisti europei. Che mai come prima scoprono quanto fare fronte comune sia essenziale. 

L’imprevedibilità di Donald Trump come strumento di potere. L’analisi di Teti

19 Gennaio 2026 ore 11:35

Nel lessico della politica internazionale, l’imprevedibilità è tradizionalmente considerata un fattore di instabilità, un elemento che riduce la fiducia tra gli attori e aumenta il rischio di errore di calcolo. Nel trumpismo, invece, l’imprevedibilità viene elevata a vero e proprio asset strategico. In altri termini, Donald Trump ha trasformato l’assenza di linearità, la rottura delle consuetudini diplomatiche e una comunicazione volutamente spiazzante in una leva geopolitica sistematica, utilizzata per ridefinire rapporti di forza, rinegoziare alleanze storiche e forzare compromessi che, in condizioni di normalità, sarebbero difficilmente ottenibili.

Va evidenziato che questo approccio non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in una visione del mondo marcatamente transazionale, in cui la politica internazionale non è governata da regole condivise e istituzioni multilaterali, ma da rapporti di forza, scambi asimmetrici e negoziazioni continue. Sulla base di questo schema, la prevedibilità non va vista come una virtù, bensì come una debolezza, poiché consente all’altro di prepararsi, di costruire coalizioni e di neutralizzare l’iniziativa.

Dall’ordine liberale alla diplomazia dello shock

Per oltre settant’anni, la politica estera statunitense si è fondata su un equilibrio tra potenza militare, leadership normativa e prevedibilità strategica. Anche nei momenti di massima tensione della Guerra fredda, Washington ha sempre cercato di rendere chiare le proprie linee rosse, nella convinzione che la deterrenza funzionasse meglio se l’avversario fosse in grado di anticipare le conseguenze delle proprie azioni.

Dopo decenni, Trump decide di rompere consapevolmente questo schema con un approccio dichiaratamente transazionale e anti-sistemico: ogni dossier è potenzialmente rinegoziabile, ogni alleato è anche una controparte, ogni impegno può essere rimesso in discussione se non produce un ritorno immediato per gli Stati Uniti.

Ed è esattamente in questo contest che l’imprevedibilità diventa una forma di potere negoziale. In altri termini assume la connotazione di diplomazia dello shock, che utilizza dichiarazioni improvvise, ultimatum, minacce tariffarie o militari come strumenti per alterare l’equilibrio psicologico del negoziato. Lo shock non è quindi fine a sé stesso, ma serve a creare un momento di discontinuità in cui l’altro è costretto a reagire spesso in condizioni di svantaggio.

L’incertezza come deterrenza psicologica

Uno degli elementi più discussi dell’approccio trumpiano è il ricorso a una postura che richiama la cosiddetta “madman theory”, ovvero l’idea che un leader possa trarre vantaggio dal sembrare imprevedibile, persino irrazionale, agli occhi dei propri interlocutori. Sostanzialmente, la forza non risiede tanto nell’atto compiuto, quanto nella percezione che quell’atto possa avvenire in qualsiasi momento. Sul piano della deterrenza, l’incertezza aumenta il costo del rischio per la controparte.

Se non è chiaro quale sia la soglia di reazione degli Stati Uniti, l’avversario tende a muoversi con maggiore cautela o a concedere qualcosa pur di ridurre l’esposizione. Questo vale non solo per i rivali strategici, ma anche per gli alleati. Trump ha dimostrato di comprendere molto bene la dimensione psicologica della politica internazionale, al punto tale che le sue dichiarazioni, spesso giudicate eccessive o scomposte, hanno una funzione performativa: creano un clima di instabilità controllata che sposta l’iniziativa strategica verso Washington. Al tal proposito, uno degli aspetti più controversi dell’imprevedibilità trumpiana è il suo utilizzo nei confronti degli alleati.

La Nato rappresenta il caso più emblematico. Le ripetute dichiarazioni sulla possibilità di ridimensionare l’impegno americano, o sulla condizionalità della difesa collettiva al rispetto degli obblighi di spesa, hanno messo in discussione uno dei pilastri dell’ordine euro-atlantico. L’obiettivo non è mai stato realmente quello di smantellare l’Alleanza, ma di rinegoziarne i termini. Infatti l’incertezza sull’affidabilità americana ha funzionato come una leva per spingere gli alleati europei ad aumentare la spesa militare e a farsi carico di una quota maggiore della propria sicurezza. Il paradosso è evidente: nel breve periodo, questa strategia ha rafforzato la posizione negoziale di Washington; nel lungo periodo, ha accelerato il dibattito sull’autonomia strategica europea, alimentando dinamiche che potrebbero ridurre l’influenza americana nel continente.

Commercio, dazi e coercizione economica e politica

Sul piano economico, l’imprevedibilità si traduce invece in una sistematica politicizzazione del commercio. Trump ha utilizzato i dazi non solo come strumento di protezione dell’industria nazionale, ma come vera e propria arma geopolitica, e ciò lo si evince dal fatto che le minacce tariffarie, spesso annunciate e poi sospese o rimodulate, hanno creato un clima di incertezza che ha spinto i governi e le imprese a negoziazioni in condizione di forte pressione psicologica. Il valore di queste misure non è solo economico ma soprattutto simbolico e strategico. Trasmettere l’idea che l’accesso al mercato americano non sia un diritto acquisito, ma una concessione revocabile, permette di porre il commercio in una dimensione poltica, utilizzando un linguaggio finalizzato ad ottenere allineamenti su dossier che vanno ben oltre l’economia.

Anche nei teatri di crisi l’imprevedibilità trumpiana si manifesta come una rapida oscillazione tra escalation e apertura diplomatica, una strategia che mira a disorientare l’avversario e a rompere le routine negoziali consolidate. Il caso nordcoreano, con il passaggio dalla minaccia militare al vertice diretto con Kim Jong-un, è spesso citato come esempio paradigmatico. Questa oscillazione consente a Trump di occupare il centro della scena e di presentarsi come l’unico attore in grado di sbloccare situazioni di stallo. Tuttavia, la mancanza di un follow-up strutturato limita spesso la sostenibilità dei risultati ottenuti.

Dal punto di vista strategico, l’imprevedibilità offre a Trump una serie di vantaggi concreti, come ad esempio l’incremento della leva negoziale, e soprattutto la riduzione della capacità di pianificazione dell’avversario, che consente di ottenere concessioni rapide e rafforza la narrativa interna di una leadership forte e non convenzionale. In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla reazione immediata, l’imprevedibilità diventa anche uno strumento di dominanza informativa, capace di dettare l’agenda e di marginalizzare voci alternative.

I costi sistemici e i rischi di lungo periodo

Purtuttavia, va sottolineato che l’incertezza, se spinta oltre una certa soglia, impone un costo poiché diventa rumore strategico. L’erosione della fiducia alleata, l’aumento del rischio di errori di calcolo e l’incentivo all’autonomia strategica di partner chiave sono effetti collaterali difficilmente reversibili.

Per l’Europa, il problema non è tanto Trump come individuo, quanto la possibilità che l’imprevedibilità diventi una costante strutturale della politica americana. In questo scenario, la stabilità dell’ordine internazionale risulta ulteriormente compromessa. L’imprevedibilità di Donald Trump non è caos puro, ma una diplomazia transazionale a shock. In un sistema internazionale già frammentato, questa strategia accelera la transizione verso un ordine basato su rapporti di forza negoziati caso per caso. Per l’Europa e per l’Italia, comprendere questa dinamica può significare prepararsi a governare l’instabilità come nuova normalità.

 

“Una commissione segreta dell’ONU” vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori

19 Gennaio 2026 ore 08:03

Di Ingrid de Groot, deanderekrant.nl – Paesi Bassi   «Una commissione segreta delle Nazioni Unite sta per cambiare il significato dei diritti dei bambini: “senza alcuna votazione, senza dibattito e senza consultare i genitori“, avverte il movimento di cittadini attivi CitizenGo che ha promosso una petizione per “proteggere la vita, la famiglia e la libertà”, […]

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Le forze siriane conquistano importanti giacimenti di petrolio e gas nella Siria orientale

19 Gennaio 2026 ore 07:45

Le forze del Ministero della Difesa siriano sequestrano il giacimento petrolifero di al-Omar e il giacimento di gas di Conoco alle SDF nella Siria orientale, spingendo le SDF a chiedere una mobilitazione generale.

Le forze del Ministero della Difesa siriano hanno sequestrato il giacimento petrolifero di Omar, il più grande della Siria, e il giacimento di gas di Conoco nella parte orientale del Paese, hanno riferito domenica a Reuters tre fonti di sicurezza.

Entrambi i campi erano sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi e ospitavano basi e forze militari statunitensi.

Successivamente, la Syrian Petroleum Company (SPC) ha confermato che l’esercito siriano aveva preso il controllo dei giacimenti , situati sulla riva orientale dell’Eufrate. La SPC ha anche affermato che l’esercito ha preso il controllo dei giacimenti di al-Tanak, al-Jafra, al-Izba e di Tayyana, Jido, Malih e Azraq. Le SDF controllavano la maggior parte delle riserve di petrolio e gas della Siria, stimate in 2,5 miliardi di barili di petrolio e 240 miliardi di metri cubi di gas, e generavano centinaia di milioni di dollari di entrate all’anno.  

La presa del potere segue giorni di scontri tra le forze governative e le SDF. I ritiri delle forze curde si sono verificati nel nord-est di Aleppo, così come a Deir Hafer , Maskana e Tabqa.

Suriye Ordusu El Ömer ve Koniko petrol sahalarını YPG/PKK'dan ele geçirildipic.twitter.com/gMUSvbZElC

— Bartu Eken (@bartueken7) January 18, 2026

Le SDF chiedono una mobilitazione generale

Nel frattempo, l’Amministrazione autonoma guidata dalle SDF ha invitato la popolazione a rimanere in stato di massima allerta e a schierarsi al fianco delle proprie forze militari, avvertendo che gli ultimi sviluppi segnano quella che ha descritto come una “fase cruciale”.

In una dichiarazione, l’amministrazione ha affermato che l’obiettivo degli attacchi era “colpire la fratellanza costruita con il sangue dei nostri giovani uomini e donne e seminare discordia”, aggiungendo che la popolazione ora si trova di fronte a una scelta netta: “o resistiamo e viviamo con dignità, oppure siamo sottoposti a ogni forma di oppressione e umiliazione”.

La dichiarazione esorta i giovani uomini e donne ad armarsi e a prepararsi ad affrontare qualsiasi potenziale attacco nella regione di Jazira e a Kobani e invita la popolazione a rispondere all’appello generale alla mobilitazione e a schierarsi al fianco delle SDF e delle Unità di protezione delle donne.

Gli Stati Uniti chiedono la cessazione delle ostilità

In una dichiarazione rilasciata il 17 gennaio , il comandante del CENTCOM statunitense, ammiraglio Brad Cooper, ha invitato le forze governative siriane a cessare le azioni offensive tra Aleppo e al-Tabqa, sottolineando la necessità di coordinamento con gli Stati Uniti e i partner della coalizione nella lotta contro l’ISIS.

“Esortiamo le forze governative siriane a cessare qualsiasi azione offensiva nelle aree tra Aleppo e al-Tabqa”, ha affermato Cooper, aggiungendo: “Una Siria in pace con se stessa e con i suoi vicini è essenziale per la pace e la stabilità in tutta la regione”.

Alti funzionari statunitensi hanno avvertito che le sanzioni drastiche previste dal Caesar Syria “Civilian Protection Act” potrebbero essere reimposte a Damasco se il governo siriano ad interim procedesse con un’offensiva militare più ampia contro le forze curde, tra cui le Forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti, in un contesto di crescente preoccupazione a Washington per una possibile escalation nella Siria settentrionale e nordorientale, ha riportato il Wall Street Journal .

I funzionari americani affermano che una simile campagna rischierebbe di fratturare due partner chiave, allineati con gli Stati Uniti e coinvolti nella lotta all’ISIS , aprendo al contempo la porta a una rinnovata instabilità in vaste aree del Paese. Le SDF svolgono attualmente un ruolo centrale nel proteggere i centri di detenzione in cui sono rinchiusi migliaia di prigionieri dell’ISIS.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Fadi Haddad

L’Europa è spinta verso la guerra e la crisi economica, afferma il politico Van Haag

19 Gennaio 2026 ore 07:28

Secondo il fondatore del partito conservatore di destra olandese BVNL ed ex membro del parlamento, Wibren van Hag, l’Unione Europea è stata recentemente spinta attivamente verso la crisi economica e la guerra.

“L’Europa sta attualmente commettendo un suicidio collettivo: economico, finanziario e militare. Sono più preoccupati del materiale di cui sono fatti i tappi delle bottiglie o del genere di ognuno, che di creare un’economia sana e una società liberale”, afferma l’esperto, citato da RIA Novosti.

Van Haag ha anche criticato i commenti di Bruxelles sulla preparazione a una possibile guerra con la Russia. Questo lo ha fatto sentire “come il protagonista di un libro di George Orwell”. “L’UE è governata da codardi e deboli, siamo guidati e governati da persone incapaci di leadership, e penso che questa sia una situazione molto grave. Questa situazione esiste nella maggior parte dei paesi dell’UE, ad eccezione di paesi come Slovacchia, Polonia e Ungheria”, ha affermato il politico.

L’ex parlamentare ha aggiunto che l’Europa sta attualmente andando nella direzione sbagliata. Van Hag consiglia di “concentrarsi sui governi locali, sulla riduzione delle tasse, sulla restituzione del potere al popolo, sul ripristino delle tradizioni e dei vecchi valori e sull’abolizione di tasse inutili come le imposte di successione”.

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

“Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa

19 Gennaio 2026 ore 07:03

provitaefamiglia.it   «I bimbi sono tranquilli, capiscono l’italiano. Faremo lezione quattro volte a settimana». Sono parole rassicuranti, quelle di Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, la maestra che seguirà i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, tutti ormai – lo sappiamo – divenuti famosi come la “Famiglia nel bosco”. Quella di avere una docente che li […]

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L’ordine mondiale basato sulle regole è ormai un ricordo del passato.

18 Gennaio 2026 ore 21:16

di Pranay Kumar Shome

La diffusa convinzione nella stabilità di un ordine mondiale basato su regole è stata seriamente scossa dalle recenti azioni degli Stati Uniti.

L’idealismo, una delle più importanti e antiche scuole di pensiero in politica internazionale, postula che gli esseri umani siano altruisti e razionali, alla ricerca del proprio benessere e di quello altrui. In questo contesto, il diritto e le norme internazionali svolgono un ruolo cruciale nel limitare le ambizioni extraterritoriali degli Stati.

Questa tradizione risale a Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, e si basa sulla sua teoria della ” pace perpetua “. Da allora, questa corrente di pensiero si è evoluta notevolmente. Uno dei suoi principali contributi è il concetto di un ordine mondiale basato su regole; si tratta dell’idea che il diritto e le norme internazionali impongano sanzioni agli Stati che perseguono politiche estere aggressive, in particolare quelle che minacciano l’esistenza di altri Stati, garantendo così il mantenimento della pace e della stabilità. Tuttavia, questa idea è stata gravemente compromessa dalle recenti azioni degli Stati Uniti contro il Venezuela. Il 3 gennaio, le forze statunitensi hanno condotto un raid su Caracas , la capitale del Venezuela, rapendo il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, prima di riportarli negli Stati Uniti. Questa “straordinaria operazione militare”, soprannominata ” Operazione Absolute Resolve “, ha scioccato i sostenitori di un ordine mondiale basato su regole.

In questo contesto, è fondamentale comprendere le implicazioni delle azioni degli Stati Uniti.

Il ritorno della legge della giungla

Nel suo libro ” L’origine delle specie “, il biologo britannico Charles Darwin propose la teoria dell’evoluzione. Delineò l’idea che, per sopravvivere, le specie, siano esse vegetali o animali, debbano sviluppare caratteristiche anatomiche specializzate che consentano loro di prosperare in un ambiente naturale ostile. Questa idea divenne nota come “legge della giungla”, ovvero che solo i più adatti sopravvivono. Questa modalità di sopravvivenza si basa sulla competizione e sull’eliminazione reciproca delle specie nella lotta per il predominio.

Questa idea può quindi essere estrapolata al contesto delle azioni americane in Venezuela. Nonostante la superiorità morale rivendicata dai leader, dalle istituzioni e dalle forze armate americane in merito al rispetto del diritto internazionale, le azioni degli Stati Uniti hanno chiaramente comportato un cambio di regime.

Sostenitori governo Venezuela

Purtroppo, queste azioni rientrano in una più ampia tendenza americana per quanto riguarda le sue attività nell’emisfero occidentale. Dall’inizio del XX secolo, i governi americani che si sono succeduti sono intervenuti più di quaranta volte negli affari interni degli stati latinoamericani, sia per orchestrare un cambio di regime, sia per garantire l’esistenza di un regime in grado di conformarsi alla politica americana.

Politica delle risorse a scapito della stabilità interna

Le risorse minerarie hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità. Carbone, petrolio e gas naturale sono stati al centro delle lotte di potere globali in passato, e oggi sono le terre rare a dominare il dibattito. Ora, la politica petrolifera è tornata, più aggressiva che mai. L’amministrazione statunitense ha chiarito che il suo intervento in Venezuela mira a dominare il mercato petrolifero globale. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo , pari a 300 miliardi di tonnellate, pari a un quinto delle riserve globali. Annunciando la sua intenzione di governare il Venezuela, l’amministrazione Trump ha chiarito che avrebbe sfruttato le riserve petrolifere venezuelane, se ne sarebbe appropriata e le avrebbe vendute su scala globale.

Ma la domanda più importante è questa: che dire della stabilità interna di questi paesi? La storia è piena di esempi di come, con il pretesto di promuovere la democrazia attraverso l’interventismo liberale, l’America abbia finito per distruggere il futuro di intere nazioni: Iraq, Afghanistan, Libia e Siria , per citarne solo alcune. Oggi, questi paesi sono coinvolti in guerre civili o alle prese con terrorismo e conflitti settari. Paradossalmente, un tale intervento è stato impossibile quando si è trattato di rispondere a vere e proprie crisi umanitarie come quelle in Sudan e Yemen, principalmente perché questi paesi non solo sono insignificanti in termini di contributo alle risorse globali, ma anche a causa della dimensione razziale dei problemi umanitari. Pertanto, la stabilità interna e gli interessi legittimi delle popolazioni diventano preoccupazioni secondarie per l’America e i suoi alleati occidentali quando si tratta di sfruttare altri paesi.

Lezioni per i paesi del sud

Henry Kissinger, rinomato diplomatico e intellettuale, dichiarò: ” Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è mortale “. Le azioni americane, di grande attualità, contengono importanti insegnamenti per i paesi del Sud del mondo:

In primo luogo , le sfere di influenza stanno riacquistando importanza. La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti 2025 ha ripreso la Dottrina Monroe , sottolineando che gli Stati Uniti danno priorità al loro primato nell’emisfero occidentale e faranno tutto il possibile per mantenerlo. Di conseguenza, potenze come Cina, India e altre devono insistere sulla necessità di creare un accordo globale alternativo che garantisca la stabilità e la sovranità dei paesi del Sud del mondo.

In secondo luogo , la reazione sostanzialmente tiepida degli ambienti europei alle azioni americane riflette il fatto che l’Europa, attraverso il suo silenzio, approva tacitamente queste azioni audaci. Ciò invia un chiaro segnale ai paesi del Sud del mondo: non possono contare sul sostegno dell’opinione pubblica europea in caso di un incidente simile. Pertanto, l’autonomia diventa una necessità per la sopravvivenza.

Appare quindi chiaro che il palese intervento americano in Venezuela avrà conseguenze ampiamente negative, di cui il mondo potrebbe rendersi conto presto.

Fonte: New Eastern Outlook

Traduzione: Luciano Lago

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Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media

18 Gennaio 2026 ore 19:03

    Di Anastasia Mironova, rt.com   Maleducazione, pubblicità e pedofilia. Questo è solo un breve elenco dei motivi per cui i bambini non dovrebbero usare i social media. L’elenco completo occuperebbe quasi un’intera pagina. Ho capito che le persone più sagge della Terra vivono dove vagano canguri, koala e wombat. L’Australia ha vietato ai […]

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Dove marciano gli imperi, si organizzano i popoli del mondo

18 Gennaio 2026 ore 18:17

Il momento storico che stiamo vivendo non ammette né neutralità né esitazioni.

Comunicato del movimento Masar Badil

Mentre l’imperialismo americano intensifica la sua offensiva contro i popoli del mondo, intensificando guerre, blocchi, colpi di stato e processi di colonizzazione economica, la Palestina rimane in prima linea nello scontro globale, affrontando l’occupazione sionista come l’espressione più avanzata del progetto coloniale contemporaneo.


Allo stesso tempo, gli attacchi permanenti contro Libano, Siria, Yemen e Iraq dimostrano che l’aggressione imperialista e sionista si estende a tutta la regione araba , costituendo una guerra aperta contro i popoli che rifiutano di sottomettersi. Il Venezuela, sottoposto a un assedio imperiale per decenni, conferma che il dominio non si limita a territori specifici, ma costituisce un’architettura internazionale di saccheggio, repressione e controllo politico .

L’America Latina e il Brasile stanno attraversando una fase delicata, segnata dall’avanzata dell’estrema destra, dalla militarizzazione della politica e da elezioni decisive sotto una permanente interferenza imperialista. È in questo contesto che il Masar Badil, il Movimento Palestinese per la Via Rivoluzionaria Alternativa, invita i popoli, le organizzazioni e le forze popolari a riunirsi a San Paolo, non per un’attività passeggera , ma per la costruzione di una risposta storica, rivoluzionaria e organizzata .

Terra, lotta e internazionalismo

L’apertura al pubblico della Conferenza, in commemorazione della Giornata della Terra , celebrata il 30 marzo e anticipata a sabato 28 marzo , nelle strade, di fronte al Centro politico culturale palestinese al-Janiah , non è un gesto simbolico casuale: la terra è al centro della disputa , dalla Palestina occupata ai territori saccheggiati dell’America Latina.

La festa politica e culturale di questa giornata afferma davanti alle masse che:

La Palestina non è in vendita e l’America Latina non è adatta alla colonizzazione . I nostri popoli non accetteranno la normalizzazione del dominio imperiale né l’esportazione, da parte del sionismo, di tecnologie di guerra, sorveglianza e repressione nei nostri paesi.

Il 30 e 31 marzo , ad al-Janiah, le giornate di dibattito e organizzazione tra movimenti e organizzazioni provenienti da Brasile e America Latina daranno forma concreta alla ricostruzione del campo rivoluzionario. Il 31 marzo , terremo un’attività di presentazione pubblica della linea politica di Masar Badil :

  • Liberazione della Palestina dal fiume al mare
  • Liberazione di tutti i prigionieri palestinesi
  • Garanzia completa del diritto di reso
  • Confronto diretto con l’imperialismo
  • L’organizzazione internazionale dei popoli oppressi come via strategica verso la liberazione

Movimento dei lavoratori senza terra in Brasile

Il nostro compito storico

Questo appello nasce dalla convinzione che coloro che combattono per la Palestina combattono per il Venezuela , che coloro che si scontrano con il sionismo si scontrano con l’imperialismo e che la sconfitta della lobby sionista costituisce un passo fondamentale per la liberazione dei nostri popoli dal dominio imperiale.

Riaffermiamo il nostro sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, alla resistenza libanese e alla resistenza yemenita, nonché alla resistenza di tutti i popoli liberi che affrontano l’oppressione.

Non c’è emancipazione possibile senza smantellare le strutture del capitalismo coloniale che sostengono lo sfruttamento, la miseria e la guerra. In tempi di offensiva reazionaria e di ricolonizzazione, il nostro compito storico è ricostruire un fronte internazionale di resistenza , riallacciare i fili della lotta tra Palestina e America Latina ed erigere un progetto rivoluzionario commisurato alla crisi del sistema.

IL FUTURO NON SARÀ CONCESSO DA ELEZIONI MEDIATE DAGLI INTERESSI DELL’IMPERIALISMO, NE’ DA PATTI CON GLI OPPRESSORI. SARÀ CONQUISTATO CON L’AUTO-ORGANIZZAZIONE, CON LA COSCIENZA E ATTRAVERSO LA LOTTA DEI POPOLI DEL MONDO.

*Fonte dell’immagine in evidenza 


Fonte: Global Research

Traduzione: Luciano Lago


Il mondo che stanno preparando

18 Gennaio 2026 ore 17:12

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Israele teme di non riuscire a difendersi dall’Iran

18 Gennaio 2026 ore 17:28

di  Joe Lauria
Benjamin Netanyahu ha chiamato Donald Trump per esortarlo a non bombardare l’Iran perché, secondo alcune fonti, Israele si sente vulnerabile a un contrattacco iraniano.
Israele teme che i suoi sistemi di difesa aerea, indeboliti dagli iraniani durante il conflitto durato dodici giorni lo scorso giugno, non siano stati sufficientemente ripristinati per resistere a una potente risposta da parte di Teheran, qualora le dichiarazioni pubbliche incendiarie di Donald Trump lo spingessero a bombardare l’Iran.
Per questo motivo, mercoledì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha contattato Trump chiedendogli di abbandonare qualsiasi offensiva finché Israele non sarà pronto.
Il media israeliano Ynet Global ha riportato :
” Secondo la CNN, i funzionari israeliani hanno avvertito che i sistemi di difesa aerea sono stati ampiamente utilizzati durante il conflitto diretto con l’Iran dell’anno scorso e che non credono che il regime iraniano crollerà rapidamente senza una prolungata campagna militare .”
La CNN ha scritto venerdì:
” Dietro le quinte… alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti hanno compiuto sforzi urgenti per evitare un intervento militare. Trump, ansioso di evitare azioni dalle conseguenze incerte che avrebbero potuto mettere in pericolo le truppe americane, è sembrato aperto a queste argomentazioni, secondo diversi funzionari statunitensi.”
Mercoledì pomeriggio, Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha incoraggiato a rimandare qualsiasi attacco pianificato, secondo una fonte vicina alla questione.
Gli israeliani non credevano che il regime sarebbe caduto rapidamente senza una campagna prolungata e lo stato del sistema di difesa missilistica del paese, ampiamente utilizzato nel conflitto iraniano-israeliano dell’anno precedente, era motivo di preoccupazione, secondo un’altra fonte a conoscenza della questione.
Questo messaggio ha avuto un peso particolare per il presidente, visti i precedenti appelli di Netanyahu alla partecipazione all’azione militare israeliana contro l’Iran. Il New York Times è stato il primo a rivelare questa conversazione .
Giovedì il New York Times ha pubblicato un articolo piuttosto curioso, intitolato ” Israele e i paesi arabi chiedono a Trump di astenersi dall’attaccare l’Iran “, con il seguente sottotitolo:
” Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente di rinviare qualsiasi attacco pianificato. I funzionari israeliani e arabi temono ritorsioni da parte dell’Iran .”
L’articolo inizia citando un alto funzionario statunitense che afferma che Netanyahu ” ha chiesto al presidente Trump di rinviare qualsiasi piano per un attacco militare statunitense contro l’Iran ” .
Tuttavia, l’articolo non spiega perché Netanyahu, che di solito sostiene un attacco americano, avrebbe preso questa decisione, né giustifica il sottotitolo che afferma che Israele teme una rappresaglia iraniana. Sarebbe stato esplosivo per il Times rivelare che Israele non è preparato a un contrattacco iraniano dopo i danni subiti nella guerra di giugno.
L’articolo non fornisce ulteriori dettagli e passa ad altri argomenti senza menzionare nuovamente l’appello di Israele a fermare l’attacco. Sembrava quasi che il Times avesse paura di ammettere il motivo per cui Israele aveva chiesto a Trump di ritirarsi: perché, nell’attuale stato di impreparazione, il Paese è terrorizzato dall’Iran.
Cercando di fare un brutto scherzo
Ynet Global ha riferito che il presidente degli Stati Uniti pensava di poterlo sorprendere:
” Trump voleva portare a termine un attacco potente e rapido, preferibilmente un’azione singola o a brevissimo termine, con l’obiettivo principale di un risultato chiaro: il crollo del regime iraniano.
Tuttavia, i suoi consiglieri e i generali del Pentagono non potevano garantire la rapidità di un’operazione del genere. Un’operazione rapida e decisa avrebbe richiesto una preparazione considerevole, come nel caso del Venezuela, una preparazione che avrebbe richiesto settimane.
In ogni caso, i generali e i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale hanno fatto notare a Trump che anche un attacco contro l’Iran non porterebbe necessariamente al crollo del regime .
Questa notizia deve aver deluso Trump quando si è reso conto che il rovesciamento del governo iraniano non sarebbe avvenuto in un pomeriggio e che l’Iran avrebbe reagito.
” Quello che era certo era che un attacco del genere avrebbe innescato una rappresaglia. Le basi americane in tutto il Medio Oriente sarebbero state attaccate, Israele sarebbe stato costretto a fronteggiare il fuoco di missili e droni , e anche le industrie energetiche di altri alleati degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero potuto essere colpite. Ciò avrebbe portato a un aumento dei prezzi globali del petrolio e del costo dei prodotti petroliferi, anche negli Stati Uniti .”
Il Times of Israel ha confermato questa informazione:
” Gli esperti hanno avvertito che Israele potrebbe ritrovarsi meno equipaggiato a difendersi dalla minaccia dei missili balistici iraniani rispetto a quanto non lo fosse durante i dodici giorni di scontri di giugno, durante i quali Israele ha preso di mira la leadership militare, il programma nucleare e la produzione di missili della Repubblica islamica .”
Le scorte degli intercettori sono esaurite
Solo cinque giorni dopo l’inizio di questa guerra durata dodici giorni, il Wall Street Journal riportò che le scorte israeliane di missili intercettori Arrow stavano per esaurirsi, ” sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio iraniani se il conflitto non fosse stato risolto rapidamente ” .

Bat Yam, Tel Aviv, colpita da missili iraniani
La guerra finì sette giorni dopo. Senza di essa, Israele avrebbe potuto esaurire tutte le sue scorte.
Gli Stati Uniti intervennero in aiuto di Israele, ma dovettero schierare 150 intercettori THAAD, pari al 25% delle loro scorte totali, per supportare il Paese. Ci sarebbe voluto più di un anno per rifornire quelle scorte, riportò il Wall Street Journal il 24 luglio 2025, un mese dopo la fine della guerra. In quell’articolo, il quotidiano spiegava:
” Sebbene Israele disponga di un sofisticato sistema di difesa multistrato, che include sistemi come Arrow, David’s Sling e Iron Dome, alla fine del conflitto il Paese era a corto di intercettori e di risorse. Se l’Iran avesse sparato qualche salva di missili in più, Israele avrebbe potuto esaurire le sue scorte di munizioni avanzate Arrow 3 “, ha affermato un funzionario statunitense.
Nonostante i danni ingenti subiti dai suoi sistemi di difesa aerea in seguito agli attacchi aerei israeliani, l’Iran si è chiesto se continuare la guerra, poiché ciò avrebbe messo Israele in una posizione difficile.
Secondo questo rapporto del WSJ , l’Iran avrebbe potuto distruggere i principali intercettori di difesa aerea israeliani se avesse lanciato un’ulteriore salva di missili. L’Iran potrebbe non esserne a conoscenza all’epoca e aver accettato il cessate il fuoco imposto da Trump su richiesta di Israele.
A sette mesi dalla guerra, Israele sembra ancora incapace di ricostituire la sua insufficiente scorta di intercettori per contrastare i missili balistici iraniani in caso di un conflitto prolungato. Non ci sono indicazioni su quando Israele sarà pronto.
I danni causati dall’Iran
Durante la guerra, l’Iran ha lanciato 550 missili balistici e più di 1.000 droni contro Israele. Tel Aviv afferma di averne intercettato l’86%.
Nonostante i notevoli sforzi compiuti dalle autorità israeliane per sopprimere le informazioni provenienti dalle zone bombardate, tra cui l’arresto di gruppi di giornalisti, l’entità della distruzione subita da Israele a causa dei pochi colpi che hanno raggiunto la loro destinazione è considerevole.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che il rinomato sistema di difesa aerea israeliano non è riuscito a fermare completamente l’assalto delle munizioni iraniane. ” L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per circa 33.000 edifici danneggiati ” , ha aggiunto.
Il giornale riportava:
A Tel Aviv , 480 edifici sono stati danneggiati, molti gravemente, in cinque siti distinti. A Ramat Gan, 237 edifici sono stati danneggiati in tre siti, di cui circa dieci gravemente colpiti. In un altro sobborgo di Tel Aviv, Bat Yam, 78 edifici sono stati danneggiati da un singolo impatto; 22 dovranno essere demoliti.

Palazzi a Tel Aviv colpiti

L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per quasi 33.000 strutture danneggiate. Sono stati inoltre aperti 4.450 casi per la perdita di beni e attrezzature e altri 4.119 per veicoli danneggiati .
Gli attacchi iraniani hanno ucciso 29 civili israeliani e, secondo una mappa pubblicata da Haaretz , hanno danneggiato gravemente 96 edifici. A titolo di confronto, durante la Guerra del Golfo del 1991, l’Iraq ha lanciato 42 missili Scud su Tel Aviv e Haifa, uccidendo due israeliani e danneggiando 4.100 edifici, 28 dei quali sono stati distrutti. L’articolo di Haaretz riguardava solo edifici civili. L’Iran ha anche colpito diverse basi militari israeliane, tra cui Kirya e Camp Moshe Dayan a Tel Aviv, così come la raffineria di petrolio BAZAN a Haifa, causando danni significativi, e l’Istituto Weizmann di Scienze a Rehovot , distruggendo due edifici.

È un trucco?
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’aggressione contro l’Iran lo scorso giugno, entrambi i paesi hanno finto che l’attacco non fosse imminente. Gli Stati Uniti hanno cullato l’Iran in un falso senso di sicurezza, facendogli credere di essere impegnato nei negoziati per un accordo nucleare. Trump ha menzionato una scadenza di “due settimane” per raggiungere un accordo, sotto minaccia di conseguenze.
Ma lui colpì prima della fine di quella quindicina.

Si è trattato di uno stratagemma deliberato per nascondere i preparativi americani per un attacco. Questo stratagemma è stato rivelato dal New York Times in un articolo intitolato ” Cambiamento di rotta e disinformazione: come Trump ha deciso di colpire l’Iran ” .
Mentre il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln prosegue il suo viaggio verso il Golfo Persico, si moltiplicano le speculazioni su una nuova manovra organizzata tra israeliani e americani.
Venerdì, il direttore del Mossad David Barnea è arrivato a Washington per i colloqui del fine settimana. Se Trump decidesse di colpire, sfiderebbe gli stati arabi del Golfo e l’Egitto, che lo implorano di non incendiare la regione.
Ma è più probabile che stia ascoltando il Primo Ministro israeliano. E quando Trump e Netanyahu complottano, tutto può succedere.

Fonte: Notizie del Consorzio 

Traduzione: Luciano Lago
 
 
 


Così l’Italia rafforza il suo ruolo nel cuore dell’Asia orientale

18 Gennaio 2026 ore 17:42

La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.

Tokyo, il partenariato “speciale” e una visione condivisa

A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.

Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.

Seul, un equilibrio diverso e il peso della Cina

A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.

Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.

L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.

Economia reale, tecnologie critiche, difesa

La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.

La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.

Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta

Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.

Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.

Difesa, GCAP e nuove sinergie industriali

Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.

La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.

In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.

Una partnership che funziona perché pragmatica

Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.

Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.

Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.

La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.

Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.

Il Patronage di Odessa come snodo della strategia italiana in Ucraina

18 Gennaio 2026 ore 14:52

Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.

Definire la strategia italiana in Ucraina

La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.

A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.

Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.

Lo schiaffo diplomatico di Lugano

Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.

La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.

Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.

Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.

Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.

L’attacco alla cattedrale ortodossa di Odessa

Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.

Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.

Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.

Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.

L’Ucraina riscopre l’Italia

Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.

L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.

Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.

Perché Odessa?

La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.

Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:

Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.

Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.

Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.

Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.

Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.

La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC2025)

L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.

Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.

Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.

Gli interessi stranieri a Odessa

Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:

Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.

Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).

Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.

Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).

Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).

Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.

Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.

Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.

Il luogo ideale per gli investimenti italiani

La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.

In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.

QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP

18 Gennaio 2026 ore 12:03

  Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org   In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e […]

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Le dichiarazioni di Merz sul dialogo con la Russia hanno allarmato i politici occidentali – media

18 Gennaio 2026 ore 11:32

Pechino , 18 gennaio 2026, 12:37 — Regnum News Agency. Le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz sul suo desiderio di ripristinare il dialogo con la Russia hanno allarmato i politici europei, secondo la pubblicazione cinese Sohu 

Il 15 gennaio, Merz ha definito la Russia un Paese europeo con cui è necessario ritrovare un equilibrio . Ha affermato che il raggiungimento di un dialogo sostenibile con la Russia porterebbe libertà, pace e fiducia nel futuro alla Germania e a tutta l’Europa.

Secondo quanto riportato dai media, la dichiarazione pacifica di Merz ha causato disordini negli ambienti politici europei, poiché solo pochi mesi fa il politico tedesco aveva caldeggiato lo scontro con la Russia e la creazione di un esercito potente.

Secondo l’autore dell’articolo, il cambio di posizione del cancelliere è dettato da pressioni esterne e interne derivanti dai problemi economici e sociali della Germania. Quando prezzi dell’energia, deficit di bilancio, malcontento pubblico e minaccia nucleare si intrecciano, per quanto duri possano essere gli slogan, devono cedere il passo all’istinto di autoconservazione, osserva inoltre l’articolo.

Oltre a Merz, anche altri leader dell’UE hanno espresso interesse al dialogo con la Russia. Il 9 gennaio, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha dichiarato che era giunto il momento di parlare con la Russia dell’Ucraina . E il 6 gennaio, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che avrebbe voluto parlare con il leader russo nelle prossime settimane .

Il 16 gennaio, il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov ha osservato che per stabilire la pace in Ucraina è necessario un dialogo non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i leader europei. Le recenti dichiarazioni dei leader dell’UE avevano escluso negoziati con la Russia, ma ora sono stati compiuti progressi su questo tema, ha aggiunto.

Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, ha sottolineato che i leader europei si sono autoesclusi dai colloqui di pace sull’Ucraina. Il capo dello Stato ha sottolineato che questi politici si sono illusi di poter infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” e hanno quindi reciso ogni legame con Mosca.

Nota: ll cambiamento di posizione della Germania è clamoroso. Un ritorno al realismo constatando la reale situazione dell’Europa totalmente ininfluente, in crisi economica e con la Germania che si trova in aperta recessione industriale per aver acconsentito alla chiusura delle sue fonti energetiche provenienti dalla Russia. Inoltre si è aperta una chiara frattura con gli Stati Uniti per la questione Groenlandia che mette in discussione anche la Nato e gli attuali equilibri. Troppo tardi per ripensare alle scelte fatte ma un modo per far riflettere tutti coloro che sostenevano la necessità di una sconfitta strategica della Russia ed acconsentivano ad inviare soldi ed armi che sono finiti nel buco nero dell’Ucraina. Scelte dettate dai burocrati di Bruxelles e fatte pagare a tutti i cittadini europei.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione e nota: Luciano Lago

L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

18 Gennaio 2026 ore 07:32

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

Altre truppe ucraine si arrendono a Zaporozhye mentre l’esercito russo avanza verso Haichur (Video)

18 Gennaio 2026 ore 07:07

Il 17 gennaio, l’esercito russo estese il suo controllo lungo il fiume Haichur, mantenendo al contempo la pressione sulle forze di Kiev nei pressi della città chiave di Huliaipole, nella provincia di Zaporozhye.

Priluky, sulla riva occidentale dell’Haichur, è stata catturata dal Gruppo di forze Vostoke [Est], secondo il Ministero della Difesa russo, che ha dichiarato in una nota che l’attacco all’insediamento è stato guidato dal 394° reggimento fucilieri motorizzati della 127a divisione fucilieri motorizzati.

Il ministero ha aggiunto che le forze di Kiev hanno perso “un gran numero” di truppe e di equipaggiamenti nel tentativo di mantenere il controllo dell’insediamento.

“La liberazione di Priluki ha portato all’espansione della testa di ponte sulla riva occidentale del fiume Gaičur e ha creato le condizioni per un’ulteriore avanzata nella regione di Zaporizhia”, si legge nella dichiarazione.

Priluky si trova a nord di Zhovtnevoye, nota anche come Olenokostiantynivka, conquistata dal Gruppo di Forze Vostok solo il giorno prima. Questo dimostra che le operazioni militari russe in direzione di Zaporozhye stanno nuovamente accelerando.

Ora, quasi tutti i territori su entrambe le rive dell’Haichur, da Huliapipole a nord fino a Bratske, sono sotto il controllo del Gruppo di Forze Vostok. Questa linea è lunga più di 25 chilometri.

Vale la pena notare che il Gruppo di Forze Vostok ha esteso il suo controllo negli ultimi giorni a ovest di Huliaipole. Scontri intensi sono in corso a Staroukrainka e Zaliznychne. Entrambi gli insediamenti saranno probabilmente sgomberati dalle truppe russe entro pochi giorni.

Di fatto, le difese ucraine a ovest della città stanno per crollare. Molti soldati ucraini si sono arresi al Gruppo di Forze Vostok negli ultimi giorni.

Un video apparso di recente online mostra almeno sei soldati e ufficiali della 108ª Brigata di Difesa Territoriale ucraina arrendersi nei pressi di Huliapipole. Secondo quanto riferito, questa unità in particolare ha subito gravi perdite da quando è stata portata in questa direzione.

Con la linea Haichur-Huliaipole quasi completamente protetta, il Gruppo di forze Vostok inizierà presto ad avanzare verso ovest, verso la città chiave di Orikhiv, un nodo difensivo chiave di Zaporozhye.

L’Ucraina potrebbe perdere la città prima della fine dell’anno se non vi verranno inviati ulteriori rinforzi e se non verranno modificate le attuali tattiche delle sue forze. Kiev sembra incapace di soddisfare il primo requisito e non disposta a soddisfare il secondo. L’esercito russo ne trarrà vantaggio.

L’esercito russo avanza lungo la strada per Slovyansk mentre le difese ucraine crollano

Fonte: South Front Press (video)

Traduzione: Luciano Lago

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L’Occidente è nel caos

17 Gennaio 2026 ore 20:49

DI Mohammed Amer

Mentre Washington cerca sinceramente di risolvere questa crisi, i leader delle principali potenze europee stanno orientandosi verso il prolungamento della guerra.

Tuttavia, la prova più eclatante della spaccatura all’interno di quello che siamo abituati a chiamare Occidente è stata la questione della Groenlandia. Il presidente Trump ha chiaramente dichiarato il suo desiderio di annettere l’isola più grande del mondo, attualmente colonia del Regno di Danimarca. Le capitali europee non sapevano come rispondere alla nuova “iniziativa” del presidente statunitense, essendo abituate a fare pieno affidamento su Washington e a seguirne da vicino la politica. Lo shock provocato dalle richieste della Casa Bianca è stato così profondo che non sono riuscite a formulare una posizione coerente. Era impossibile sia evitare di irritare Trump sia affermare una parvenza di indipendenza politica. Per gli europei, l’idea di un’occupazione militare della Groenlandia non suonava come una minaccia vuota, ma piuttosto come una visione del mondo retrograda ora sostenuta dalla potenza americana. Come scrive il Washington Post , “Il potere prevale sul processo, la leva sulla legge, la lealtà subordinata all’utilità”, e ora gli Stati Uniti sono i “garanti della sicurezza europea, che stanno minando la sicurezza europea”.

Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale

Di recente, il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha dichiarato che l’occupazione militare della Groenlandia da parte degli Stati Uniti significherebbe la fine del blocco NATO.

Un quotidiano turco (Türkiye è membro della NATO) ha osservato che Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale.

Il Jerusalem Post ha concluso l’8 gennaio che stiamo assistendo al crollo dell’Europa occidentale in tempo reale. Gli europei sono rimasti particolarmente spaventati dalla tesi avanzata dal consigliere più vicino a Trump, il vice capo di gabinetto, Stephen Miller , secondo cui viviamo in un mondo reale governato dalla forza, dal potere, che a sua volta è governato dall’autorità. Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi.

Le ambizioni imperiali di Trump

Gli europei sono rimasti sbalorditi dalla schietta dichiarazione di Trump in un’intervista al New York Times dell’8 gennaio, in cui ha affermato di non essere un dittatore ma di poter fare ciò che vuole come Presidente degli Stati Uniti. “Non ho bisogno del diritto internazionale; sono vincolato solo dalla mia moralità”.

Gli europei sono rimasti scontenti anche dalle dichiarazioni della deputata statunitense Anna Paulina Luna, che ha sottolineato che se la piattaforma di social media X (di proprietà di Elon Musk) venisse vietata nel Regno Unito, il Congresso potrebbe prendere in considerazione l’imposizione di sanzioni contro il Primo Ministro britannico Keir Starmer e il suo Paese. Vale la pena notare che lo stesso Trump ha intentato una causa contro la BBC, accusandola di mentire e distorcere i fatti, e ha ripetutamente affermato che Londra non è più una città sicura.

La stampa americana ha sottolineato in vari modi che il governo di Keir Starmer si è trovato in una posizione difficile dopo che i proprietari di oltre mille pub hanno affisso adesivi con la scritta “No ai parlamentari laburisti” sui loro locali per protestare contro l’aumento delle tasse sugli immobili commerciali, che aumenterebbe le tasse del 76% in tre anni. In particolare, l’ex ministro delle finanze britannico Nadhim Zahawi è recentemente passato dal Partito Conservatore al partito radicale di destra di Nigel Farage, “Reform UK”, affermando che il Paese è in crisi e ha bisogno di Farage come primo ministro per risolvere la situazione.

Ancora una volta doppi standard

La posizione senza principi degli stati europei è stata chiaramente evidenziata dal loro rifiuto di condannare la cattura del presidente venezuelano Maduro da parte degli americani. Alcuni hanno addirittura criticato il presidente venezuelano solo per non offendere il leader americano. Secondo alcuni analisti, tali posizioni dei paesi europei aggravano ulteriormente la crisi che questi governi stanno affrontando in importanti segmenti dell’opinione pubblica, una crisi derivante dall’approccio ipocrita alla guerra di Israele a Gaza dall’ottobre 2023. I doppi standard in questo caso sono evidenti.

Questa settimana, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato in un simposio che la perdita dei valori condivisi della NATO ha indebolito l’ordine globale. Questo impedisce al mondo di trasformarsi in un covo di ladri, dove i più spregiudicati prendono tutto ciò che vogliono e regioni o interi paesi vengono trattati come proprietà di poche grandi potenze.

Truppe Nato per la Groenlandia

Trump minaccia apertamente gli stati sovrani

Il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “La Groenlandia è solo l’inizio. Trump ha messo gli occhi sull’Europa” , sottolineando che il surreale tentativo di Trump di conquistare la Groenlandia è in linea con la sua generale ostilità verso l’Europa. Ai suoi occhi, il Vecchio Continente è una caricatura della destra, un insieme di nazioni senza radici in declino irreversibile che amano le frontiere aperte, odiano la libertà di parola e sono troppo avare per pagare la propria difesa.

Forse l’unico leader che ha tentato in qualche modo di tenere a freno Trump è stato Papa Leone XIV, il quale ha affermato che la sovranità del Venezuela deve essere garantita insieme allo stato di diritto sancito dalla sua Costituzione. Ha criticato il rafforzamento militare statunitense nei Caraibi, ha ripetutamente espresso rammarico per il trattamento riservato dalle autorità americane agli immigrati e ha invitato il clero americano a parlare apertamente su questo tema.

La reazione del mondo occidentale alle recenti azioni di Trump è, per usare un eufemismo, moderata. In risposta all’imposizione di dazi doganali significativi sugli scambi commerciali con altri Paesi, praticamente nessuno, tranne Cina e Canada, ha adottato misure di ritorsione. Molti Paesi si sono addirittura messi in coda per firmare accordi con gli Stati Uniti, spesso mettendosi in una posizione di svantaggio. La stragrande maggioranza degli Stati si è rifiutata di commentare il ritiro di Washington dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’UNESCO e dall’Accordo di Parigi sul Clima, lo smantellamento dell’USAID e il drastico taglio dei finanziamenti alle Nazioni Unite. L’Occidente è indebolito, disorientato e incapace di elaborare soluzioni comuni.

Bloomberg ritiene che la maggior parte delle azioni dell’amministrazione Trump (accordi discutibili sulle criptovalute, nomine di persone non qualificate a posizioni elevate, deportazioni incostituzionali, dispiegamento della Guardia Nazionale in diverse città, rovesciamento del capo di uno stato latinoamericano) siano tentativi di espandere il potere esecutivo e “passi verso una presidenza imperiale”. Il 13 gennaio, la principale rivista statunitense di politica estera, Foreign Affairs, ha pubblicato un articolo di due eminenti politologi, W. A. ​​Hathaway e S. Shapiro, che sottolinea come Trump, nell’ultimo anno, abbia attaccato e smantellato l’infrastruttura legale dell’ordine esistente. Impone sanzioni a giudici e avvocati che lavorano presso la Corte penale internazionale, erige barriere commerciali, viola gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio, si ritira dalle norme sul libero scambio, non paga le quote ONU e si ritira o viola innumerevoli trattati. Minaccia apertamente stati e territori sovrani: oggi il Venezuela, domani Colombia, Cuba, Groenlandia e Messico.

Un mondo in cui chi detiene il potere non sente più il bisogno di giustificarsi non è semplicemente ingiusto; è barbaro. Uccidere, rubare e distruggere sono ben lontani da qualsiasi pretesa di giustizia. In un mondo del genere, non esiste un ordine legale. Esiste solo la forza, governata dai capricci di un solo uomo.

Il mondo odierno è sempre più stanco dei conflitti creati artificialmente, il cui obiettivo principale è mantenere le tensioni internazionali. Più che mai, ha bisogno di un’azione collettiva e congiunta per affrontare la vasta gamma di problemi globali che minacciano l’intera umanità, come il cambiamento climatico, i disastri naturali, la disuguaglianza, la crisi idrica e così via.

Mohammed Amer, pubblicista sirianoSegui i nuovi

Fonte: https://journal-neo.su/2026/01/17/the-west-is-in-disarray/

Traduzione: Fadi Haddad

Tajani in Libia per l’avvio del Progetto di Sviluppo nel porto di Misurata

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione oggi a Misurata (Libia), su delega del Presidente del Consiglio, per la posa della prima pietra del terminal container della “Misurata Free Zone” con il Primo Ministro e Ministro Affari Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. A Italia e Qatar fanno riferimento le società coinvolte nel progetto di ampliamento del porto e gestione dei terminal container: la MSC e l’Al Maha Qatari Company.

Secondo alcune stime, gli investimenti per lo sviluppo del porto della Zona franca di Misurata, nel nord-ovest della Libia, potrebbero raggiungere 2,7 miliardi di dollari in tre anni, rendendolo uno dei più importanti progetti di espansione delle infrastrutture portuali del Nord Africa.

A Misurata il Ministro Tajani ha anche in programma un incontro bilaterale con il Primo Ministro libico Abdulhameed Mohamed Dabaiba per discutere di relazioni economiche tra Italia e Libia e opportunità offerte dalla Free Zone, migrazione e lotta al traffico di esseri umani. Al centro anche il processo di riconciliazione nazionale e il sostegno agli sforzi ONU per la stabilità e l’unità del Paese.

Le relazioni economico-commerciali tra Italia e Libia sono in crescita, trainate dal comparto energetico. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto 9,5 miliardi di euro (+3,7%), con esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%. Nel 2025, l’Italia e’ stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. L’Italia esporta verso la Libia principalmente derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane dalla Libia sono concentrate su petrolio greggio (91,6%) e gas naturale (5,4%), evidenziando la centralità del settore energetico negli scambi bilaterali.

Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

16 Gennaio 2026 ore 11:00

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

16 Gennaio 2026 ore 09:00

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

15 Gennaio 2026 ore 19:00

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

15 Gennaio 2026 ore 17:00

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

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Reminder: Nota di accreditamento stampa – Conferenza di presentazione del Documento Strategico sull’Artico (Villa Madama, 16 gennaio 2026)

REMINDER: NOTA DI ACCREDITAMENTO STAMPA

Conferenza di presentazione del Documento Strategico sull’Artico

(Villa Madama, 16 gennaio 2026)

 

Venerdì 16 gennaio 2026, dalle ore 11.30, si terrà a Villa Madama la Conferenza di presentazione della Politica Artica Italiana, un Documento Strategico che delinea gli obiettivi per il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione, con particolare riferimento al dialogo politico, ai temi di sicurezza, alla ricerca scientifica e allo sviluppo economico.

Interverranno alla Conferenza il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, il Presidente del CNR, Andrea Lenzi, e il Presidente di ENEA, Francesca Mariotti.

I giornalisti e i cine-foto-operatori interessati a seguire la Conferenza potranno richiedere l’accreditamento entro le ore 17:00 di giovedì 15 gennaio, registrandosi attraverso il link https://portaleaccreditamento.esteri.it e allegando la documentazione richiesta.

Chi è si è già registrato al Portale online e ha già ricevuto conferma dal sistema di accettazione della propria registrazione, potrà accedere al proprio profilo e selezionare la partecipazione all’evento.

Per qualunque chiarimento in merito, si prega di rivolgersi all’Unità per la comunicazione – Segreteria Generale, tel. 06/3691.3432 – 8210 – 8573 –3078 (accreditamentostampa@esteri.it).

I badge di accreditamento dovranno essere ritirati personalmente presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ingresso centrale, lato sinistro, dalle ore 10.30 entro le ore 11.00.

Non essendo possibile raggiungere Villa Madama con mezzi propri, una volta accreditati, i giornalisti saranno accompagnati a Villa Madama con un servizio di navette dalla Farnesina (andata e ritorno), operativo fino al termine dell’evento.

 

La comunicazione dei dati personali sopra indicati equivale ad autorizzarne l’utilizzo ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 e del GDPR (Regolamento UE 2016/679) da parte della Unità per la comunicazione della Segreteria Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, titolare del trattamento, per fini strettamente professionali e/o legati allo svolgimento dell’evento in oggetto.

 

Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

15 Gennaio 2026 ore 15:00

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

15 Gennaio 2026 ore 13:00

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

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Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

15 Gennaio 2026 ore 11:00

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

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I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

15 Gennaio 2026 ore 08:00

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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Oltre le macerie

15 Gennaio 2026 ore 06:00

Eccoci di nuovo qui. Riprendiamo le pubblicazioni dopo le consuete settimane di pausa, ma per le lotte non c’è stata sosta nella crescente stretta autoritaria e militarista. Multe, denunce, sgomberi. Questi sono i regali che si sono scambiati governo e padroni insieme a magistrati e partiti d’opposizione. Le multe da 2500 a 20000 euro che hanno colpito le organizzazioni sindacali che hanno convocato lo sciopero generale del 3 ottobre, giudicato illegittimo dalla Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero. Le centinaia di denunce e decreti penali di condanna recapitati da Nord a Sud per la partecipazione al movimento dello scorso autunno in solidarietà alla Global Sumud Flottilla, in particolare per i blocchi nei porti, nelle stazioni ferroviarie e sulle strade. L’operazione repressiva che a partire da Genova ha colpito singoli e associazioni palestinesi con l’accusa di terrorismo, chiaramente orientata a indebolire e criminalizzare le organizzazioni palestinesi in Italia. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino e l’annuncio di un attacco repressivo generalizzato contro gli spazi sociali: i media ufficiali hanno parlato di una lista di 200 spazi da sgomberare, mentre Salvini ha annunciato sgomberi a Torino, Milano, Roma e… Livorno.

Provvedimenti repressivi che colpiscono contesti differenti, che hanno i propri limiti e contraddizioni, ma che in modo diverso costituiscono un problema per chi detiene il potere. L’ampia varietà di soggetti colpiti e la diversità dei provvedimenti mostra come l’attacco repressivo sia generalizzato e ponga importanti precedenti che minacciano anche altre situazioni di lotta. Viene colpito lo strumento dello sciopero, verrà condotto a processo per la prima volta un ampio movimento forse applicando le nuove più gravi pene previste per blocchi stradali e ferroviari, vengono colpite strutture di tipo associativo, e – questa non è una novità – si colpiscono le infrastrutture di movimento con la minaccia di chiusura di moltissimi spazi sociali.

È chiaro il significato di questo attacco repressivo. Mentre le tensioni internazionali continuano a crescere, il governo italiano vuol far capire che è disposto anche ad una più vasta repressione per andare avanti sulla strada della guerra per la nuova spartizione del mondo in questa fase di crisi e ridefinizione degli equilibri imperialisti a livello globale. Basti pensare all’attacco statunitense in Nigeria e in Venezuela, come anche alla rapida militarizzazione dell’Europa, che non solo continua ad alimentare la guerra in Ucraina, ma si prepara sempre più alla guerra con la stretta sulla leva in tanti paesi, e con la riorganizzazione di produzione e servizi pubblici in funzione del clima di guerra. La risposta in grado di ribaltare il gioco e di fermare la corsa dei governi verso la guerra e la devastazione sociale dobbiamo costruirla giorno dopo giorno, a partite dalle reti di solidarietà e dall’internazionalismo. Vediamo che all’interno degli stessi USA si riaccende la tensione sociale e politica con la mobilitazione contro l’ICE e l’assassinio di Renee Good da parte degli agenti a Minneapolis. Così come abbiamo visto crescere rapidamente la sollevazione popolare in Iran.

Queste otto pagine ovviamente non bastano per affrontare quanto è successo nel corso delle poche settimane di pausa delle pubblicazioni. Ma grazie ai contributi di diversx compagnx abbiamo cercato di offrire spunti di discussione e strumenti di lotta che possano aiutare ad orientarci in questo momento. Non tanto per provare a indovinare quale sarà la prossima mossa dei padroni del mondo, ma per proseguire insieme sulla strada della liberazione sociale.

La redazione

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Il mondo dell’astronomia saluta Mario Rigutti

14 Gennaio 2026 ore 17:20

È scomparso lo scorso 12 gennaio 2026 a Firenze, all’età di 99 anni, Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte.

Mario Rigutti, 29 giugno 1979. Crediti: Inaf Capodimonte

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta del secolo scorso, il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomaprsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come professore ordinario di astronomia all’Università Federico II e direttore degli osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, Pietro Schipani «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Nella sua attività di ricerca, Mario Rigutti si è occupato degli strati esterni del Sole – fotosfera, cromosfera e corona – e dei fenomeni legati all’attività solare, come brillamenti e protuberanze. Tra il 1968 e il 1972 è stato membro della European Solar Research Organization e fino al 1973 chairman del Gruppo di lavoro per le eclissi totali di Sole dell’Unione astronomica internazionale. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche e instancabile divulgatore, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’universo.

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte (Napoli), eseguito da Mario Rigutti nel 1992. Crediti: Inaf Capodimonte

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo. Socio di numerose società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli nel 1991 e della Società astronomica italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese. La comunità astronomica italiana perde un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

 

Chiara Ferragni assolta dall'accusa di truffa aggravata: "Grazie agli avvocati e ai miei follower"

14 Gennaio 2026 ore 15:41

Chiara Ferragni è stata assolta nel processo con rito abbreviato che la vede imputata a Milano per truffa aggravata in relazione alle operazioni commerciali "Pandoro Balocco Pink Christmas" (Natale 2022) e "Uova di Pasqua Chiara Ferragni – sosteniamo i Bambini delle Fate" (Pasqua 2021 e 2022)".

"Siamo tutti commossi. Ringrazio i miei avvocati e i miei follower che, per due anni, mi hanno sostenuta fino a qui", ha detto l'influencer subito dopo l'assoluzione. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Ilio Mannucci Pacini che ha dichiarato il "non luogo a procedere per accettazione di remissione di querele". L'esito è legato al mancato riconoscimento da parte del tribunale dell'aggravante. Il reato di truffa aggravata è infatti procedibile d'ufficio, mentre per quella semplice serve una querela (che però è stata ritirata in un secondo momento dall'associazione dei consumatori Codacons dopo l'accordo extragiudiziale sui risarcimenti con Ferragni). Il reato di truffa, dal punto di vista tecnico, è così stato dichiarato estinto e Ferragni è stata prosciolta con sentenza di non doversi procedere da parte del giudice. 

Si chiude così il cosiddetto "Pandorogate", per lo meno a livello processuale. La procura di Milano, con l'aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli, aveva chiesto per Ferragni una condanna a un anno e otto mesi. Secondo l'accusa, l'imprenditrice digitale avrebbe ottenuto, tramite le due campagne commerciali tra il 2020 e il 2021, un presunto ingiusto profitto per circa 2,2 milioni di euro. L'imprenditrice della moda, assistita dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, si è sempre dichiarata innocente ed ha già effettuato risarcimenti e donazioni per 3,4 milioni di euro. Sono stati assolti sempre con la formula del "non luogo a procedere" anche il suo ex braccio destro, Fabio Damato, e Francesco Cannillo, presidente del cda di Cerealitalia. Per loro i pm avevano chiesto rispettivamente la condanna di un anno e otto mesi e di un anno. 

  

Per approfondire

Lo sciopero eterno (e senza senso) dei taxi

14 Gennaio 2026 ore 06:02

 

Ieri c’è stato l’ennesimo sciopero dei taxi. Non protestano contro una riforma: chiedono più privilegi. A dispetto di innumerevoli tentativi di revisione, la legge che disciplina al settore risale al 1992: appena un anno dopo l’introduzione del protocollo http (la preistoria di internet), contemporaneamente al lancio del Nokia 1011 (il primo telefono cellulare Gsm disponibile in commercio) e quindici anni prima del primo iPhone. Nel frattempo è cambiato tutto, ma la legislazione sulle autopubbliche no. Infatti, i tassisti si oppongono a qualunque tentativo di aggiornarla. A parole, il loro nemico numero uno sono ancora le piattaforme (e in particolare Uber, che in Italia – diversamente dalla maggior parte degli altri paesi – consente solo di prenotare auto con conducente professionista, sia esso un tassista o un ncc). Lo stesso Loreno Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi d'Italia e del consorzio itTaxi, ha spiegato al Foglio che gli intermediari online non sono il nemico ma un’opportunità. La realtà è che i tassisti odiano le piattaforme perché temono che aprano le porte alla concorrenza degli ncc. Recentemente, la Corte costituzionale ha accolto il ricorso del governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, contro l’obbligo per gli ncc di sostare almeno venti minuti tra una corsa e l’altra e quello di utilizzare una app del ministero per registrare i servizi. In ballo, dunque, non c’è la minaccia della liberalizzazione: c’è semmai la pretesa di forzare una legge obsoleta, contro il diritto e contro la storia, per renderla ancora più impermeabile al tempo che passa. I tassisti, che hanno cacciato da Piazza Colonna il segretario dei Radicali Matteo Halissey e il giornalista Ivan Grieco, hanno ottenuto una convocazione dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale però difficilmente potrà accoglierne le richieste. Nessuna delle forze dell’attuale maggioranza, men che meno la Lega, è mai stata ostile ai tassisti. Avendoli abituati a vincere semplicemente alzando la voce (e occasionalmente menando le mani) oggi il centrodestra raccoglie ciò che ha seminato: non la gratitudine dei tassisti ma la loro prepotenza.

La meravigliosa sinistra per il “sì” al referendum sulla giustizia

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

La sinistra che dice sì al referendum sulla giustizia è una specie di album di famiglia del progressismo liberale e garantista, che è stata la versione più interessante dell’evoluzione della sinistra post-comunista. L’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, ha espresso questo senso di continuità affermando che quella di Nordio “è una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a ‘legge e ordine’”, ma che esprime principi che “invece appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra”. Il fatto stesso che sia una personalità che ha ottenuto la massima rappresentanza della sinistra nell’organo che vigila sull’osservanza della Carta costituzionale a pronunciarsi in questo modo rende evidente la strumentalità delle accuse rivolte alla legge Nordio di manipolare i principi costituzionali. Si tratta peraltro di argomenti già ampiamente illustrati da Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e leader del movimento Libertà Eguale, che da 25 anni sostiene la separazione delle carriere. Il punto di partenza di tutti è la riforma di Giuliano Vassalli, che trasforma il processo da inquisitorio in accusatorio, richiedendo la reciproca indipendenza di accusatori e giudicanti.

 

La sinistra per il sì aspira a ricoprire un ruolo simile a quello che a suo tempo fu esercitato dalla piccola ma storicamente decisiva pattuglia dei “cattolici per il no” all’abrogazione della legge sul divorzio. La sinistra per il sì, peraltro, non si presenta come una rottura: rivendica anzi la coerenza con la tradizione della sinistra italiana, persino con le sue proposte recenti contenute nel programma elettorale del Pd del 2022, che voleva togliere al Csm dominato dalle correnti la giurisdizione sui magistrati. Non si tratta di una rivincita dei sconfitti o del preannuncio di nuove scissioni: la sinistra per il sì resta a sinistra e voterà a sinistra alle elezioni, ma non vuole una sinistra accodata all’asse tra Conte e Landini. Su questo troverà spazio e consenso nella sinistra riformista anche dopo il referendum sulla giustizia.

Come con Israele, anche sull’Iran Merz ha il coraggio di dire quello che altri non osano

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

Non è né popolare né sciolto come Angela Merkel, la cancelliera venuta dall’est, ma non passa neppure per un leader algido e ingessato come Olaf Scholz da Amburgo. Ogni leader tedesco ha i propri pregi e il renano Friedrich Merz, fra i suoi, conta il parlar chiaro. A volte anche troppo, come quando lo scorso ottobre ha creato un putiferio in patria affermando che il suo governo sta facendo molto in tema di migrazione “ma naturalmente abbiamo sempre questo problema nel paesaggio urbano e per questo lavoriamo a rimpatri su larga scala”. Ieri il cancelliere della Cdu si è espresso su un tema che gli riesce meglio: la politica internazionale. Da Bangalore, la Silicon Valley dell’India, dove è in visita, Merz ha parlato della leadership iraniana senza usare perifrasi: “Presumo che stiamo assistendo agli ultimi giorni e alle ultime settimane di questo regime”. Un’uscita che ha colpito per la schiettezza e i media tedeschi si sono domandati se il cancelliere abbia parlato così perché al corrente di qualcosa che i Herr e le Frau Müller ignorano. Ma il suo ragionamento attiene al meccanicismo. D’altronde, ha osservato, “se un regime resta al potere solo con la violenza, allora è di fatto alla fine”. Fra l’auspicio e la profezia, il cancelliere tedesco dimostra coerenza a se stesso – solo lunedì aveva condannato con forza la violenza “sproporzionata” e “brutale” delle forze di sicurezza iraniane a danno dei manifestanti – e al quadro di riferimento atlantico che ha instradato la sua intera carriera politica. Non è un caso che un imprevedibile Donald Trump sempre pronto a maltrattare ospiti e alleati lo abbia accolto da vero amico alla Casa Bianca. Lontano anni luce dagli sbandamenti ora terzomondisti ora sedicenti anticolonialisti o anti-islamofobi di troppi leader europei affetti da tafazzismo incurabile, Merz è lo stesso cancelliere che mesi fa disse ad alta voce quello che nessuno osava dire: combattendo contro il jihadismo “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”.

La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

12 Gennaio 2026 ore 20:20

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

Collirio contro gli occhi rossi: perché potrebbe non essere una buona idea

12 Gennaio 2026 ore 12:00
Qualche goccia di collirio per togliere l’arrossamento degli occhi dopo aver fumato: un gesto automatico per moltissimi consumatori di cannabis. Ma dietro quelle gocce apparentemente innocue si nasconde un meccanismo farmacologico preciso che, in caso di abuso o uso prolungato, è tutt’altro che privo di rischi. Gli occhi rossi non sono un difetto da cancellare: …

Coltivare per l’estratto: tecniche di crescita ottimizzate per la produzione di resina

9 Gennaio 2026 ore 15:10
Genesi 1:11-12 (CEI) Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno frutto secondo la loro specie, il cui seme è in essi, sulla terra». E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme secondo la loro specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il …

Tanti auguri di buone feste da ISTORECO Livorno

19 Dicembre 2025 ore 20:50

Si comunica che l’Istituto resterà chiuso al pubblico dal 23 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026.

Le attività e i servizi riprenderanno regolarmente da mercoledì 7 gennaio, secondo le consuete modalità.

Cogliamo l’occasione per augurare a tutte e tutti serene festività e un anno migliore per tutti.

Una slitta speciale arriva a Milano grazie a Vespa

16 Dicembre 2025 ore 11:51

Una slitta di Babbo Natale dal design inedito, ispirata all’inconfondibile stile Vespa, fa il suo ingresso nel centro di Milano tra suggestioni natalizie, creatività e l’occasione perfetta per uno scatto da condividere.

Questa originale reinterpretazione della slitta più amata di sempre diventa il punto focale per un selfie di Natale fuori dal comune. L’atmosfera delle feste, le luci curate nei minimi dettagli e la cornice esclusiva di Vespa The Empty Space danno vita a un set ideale per catturare un momento speciale e inviare un augurio natalizio in modo originale.

Lo spirito del Natale incontra l’anima Vespa nel cuore della città. All’interno di Vespa The Empty Space, il nuovo concept store inaugurato di recente in via Broletto 13, a pochi passi dal Duomo, prende forma una creazione davvero unica: la slitta di Babbo Natale rivisitata secondo il celebre linguaggio stilistico Vespa.

A trainarla sono cinque Vespa Primavera nella vivace colorazione Red, mentre la slitta richiama le linee iconiche dello scooter simbolo del Made in Italy. Lo scudo frontale, le finiture raffinate e la pedana ridisegnata con inserti in gomma nera trasformano l’elemento tradizionale natalizio in un vero e proprio oggetto di design, immediatamente riconducibile al mondo Vespa.

Un’installazione esclusiva, capace di fondere tradizione e innovazione, che evoca la magia e la fantasia della notte di Natale, quella che continua ad alimentare i sogni di grandi e piccoli. I visitatori di Vespa The Empty Space possono ammirarla da vicino e renderla protagonista di un selfie natalizio davvero speciale.

Tra addobbi festivi e un’illuminazione pensata per esaltare ogni particolare, l’esperienza è pronta per essere vissuta e condivisa sui social, portando con sé un messaggio di buon Natale fatto di stile, emozione e inconfondibile spirito Vespa.

Fonte Foto Account ufficiale Vespa

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Mariah Carey accende San Siro: musica e sport si incontrano nel cammino verso Milano-Cortina 2026

16 Dicembre 2025 ore 11:08

Lo stadio di San Siro si prepara a ospitare un appuntamento dal forte valore simbolico, capace di fondere il linguaggio della musica pop con quello dei grandi eventi sportivi. Protagonista della serata sarà Mariah Carey, scelta per inaugurare uno dei momenti chiave che accompagneranno Milano verso i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026.

La partecipazione della star internazionale trasformerà il Meazza in una scenografia spettacolare, dove intrattenimento e sport si intrecciano per raccontare lo spirito olimpico attraverso note e performance. Un evento pensato come celebrazione, in grado di parlare a un pubblico eterogeneo e di andare oltre i confini del mondo sportivo.

L’iniziativa si inserisce in un progetto più ampio volto a valorizzare i luoghi iconici della città e a costruire una narrazione moderna dei Giochi, mescolando cultura pop, spettacolo e identità metropolitana. In questo contesto, San Siro si conferma crocevia di esperienze e simboli, non solo sportivi.

L’ufficialità è arrivata con una nota della Fondazione Milano Cortina 2026: sarà proprio Mariah Carey, voce simbolo del pop mondiale e artista da milioni di copie vendute, a guidare la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali.

La cerimonia è stata concepita come un equilibrio tra richiamo internazionale e racconto artistico, destinato non solo ad aprire le competizioni, ma anche a rappresentare un saluto carico di significato allo stadio Giuseppe Meazza, avviato verso una profonda fase di rinnovamento. Lo show si svilupperà attraverso una narrazione visiva che unirà talento creativo italiano e presenze internazionali, anticipando valori e messaggi universali dell’Olimpiade.

Milano-Cortina 2026 segna il ritorno delle Olimpiadi invernali in Italia a vent’anni dall’ultima edizione: l’apertura si svolgerà a Milano, mentre la cerimonia di chiusura, prevista per il 22 febbraio, avrà luogo nello scenario suggestivo dell’Arena di Verona.

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Milano celebra il Natale a ritmo anni Novanta: sabato 20 dicembre torna “We Love The 90s”

15 Dicembre 2025 ore 09:28

Il Natale 2025 a Milano si tinge di nostalgia e ritmo dance. Sabato 20 dicembre, Info Milano presenta uno degli appuntamenti più attesi della stagione: “We Love The 90s – Natale a 90”, un Christmas Party interamente dedicato alla musica che ha segnato un’epoca.

L’evento andrà in scena al Farinami Garden, in via Nino Bixio 1 a Sesto San Giovanni, nell’area Bicocca / Fulvio Testi, con apertura porte fissata alle 22:30. E non si tratta di un semplice dettaglio organizzativo: già a quell’ora il locale entra subito nel vivo della serata, con pista pronta e atmosfera carica fin dai primi minuti.

Il format We Love The 90s, da anni punto di riferimento per gli amanti della dance anni Novanta, propone una vera e propria esperienza immersiva: un viaggio nel tempo fatto di hit indimenticabili, animazione a tema, scenografie natalizie, allestimenti speciali e gadget pensati per rendere la notte ancora più coinvolgente.

SCARICA QUI IL TUO INGRESSO OMAGGIO ALLA FESTA :
https://www.infomilano.news/eventi/welovethe90snatale/

La festa, che torna una volta al mese ed è tra le più seguite dal pubblico, è pensata per chi non resiste alla voglia di cantare e ballare sulle note che hanno fatto la storia delle discoteche. Protagonisti della serata saranno il Resident DJ Madras, il DJ set e concerto musicale dalle 23:00 alle 3:00, l’animazione delle WL90s Girls e uno speciale allestimento Christmas.

L’ingresso è gratuito su accredito, valido dalle 22:30 alle 00:30. Partecipare è semplice: dopo aver compilato il form di accredito, è obbligatorio inviare un messaggio WhatsApp al +39 339 8868889 indicando:

Sabato 20 Dicembre 2025

Farinami Garden

We Love The 90s

Nome e cognome

Numero dei partecipanti

Orario di arrivo

Recapito telefonico

Un appuntamento dedicato ai veri appassionati della dance anni ’90, dove la musica diventa protagonista assoluta e il Natale si festeggia con energia, ricordi e tanta voglia di divertirsi.

Info e prenotazioni: 339 8868889
Email: info@welovethe90s.it

#wl90s #Milano #Anni90 #ChristmasParty

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Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

12 Dicembre 2025 ore 11:46

 

Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

Il 12 dicembre 2025 si è svolta l’assemblea di ISTORECO Livorno, un momento centrale per la vita dell’Istituto e occasione di confronto sul presente e sul futuro. L’incontro ha sancito l’approvazione del nuovo Direttivo, composto da 17 rappresentanti di enti locali, associazioni antifasciste e realtà culturali e civiche del territorio. Claudio Massimo Seriacopi è stato confermato Presidente, mentre Lilia Benini ricoprirà il ruolo di Vicepresidente.

La data scelta ha richiamato simbolicamente l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottolineando l’impegno dell’Istituto per la memoria, la democrazia e il dialogo internazionale.

Le novità principali

  • Ingresso nel Direttivo di ANED – Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti – e Arci Livorno.
  • Ammissione di nuovi soci, tra cui giovani ricercatori e figure attive nella vita culturale e civile della città e della provincia.
  • Nomina del nuovo Comitato Scientifico, ampliato e composto da docenti universitari, storici e personalità del territorio: Catia Sonetti, Enrico Mannari, Mario Tredici, Angelo Gaudio, Federico Creatini, Ilaria Pavan, Maurizio Bettini, Daniele Menozzi e Marco Manfredi. L’obiettivo di rafforzare la ricerca storica e la programmazione culturale.

Le sedi

ISTORECO ha annunciato due importanti aggiornamenti:

  • Prosegue l’allestimento della biblioteca di via Galilei, destinata a diventare un punto di riferimento per la consultazione e la ricerca storica nella provincia.
  • All’inizio del 2026 è prevista l’assegnazione definitiva della nuova sede presso la Torre dell’Orologio a Porta a Mare. In quell’occasione verranno presentate ulteriori novità sull’organigramma, tra cui il passaggio della direzione scientifica da Catia Sonetti a Giovanni Brunetti.

Ringraziamenti e auspici

L’Istituto ha espresso un sentito ringraziamento alle istituzioni, associazioni e realtà presenti – dai Comuni alla Cgil Livorno, da So.Crem Livorno ad Anpi Provinciale, Anppia Federazione Livorno e ai singoli soci – per il loro contributo al percorso condiviso sul calendario civile, sulla didattica della memoria e sulla ricerca storica.

Con l’augurio di buon lavoro a tutte e tutti, ISTORECO guarda al 2026 come a un anno di pace, collaborazione e rinnovato impegno civile

Online il nuovo sito InfoMilanoCapodanno.com: tutte le proposte per festeggiare l’ultimo dell’anno a Milano

11 Dicembre 2025 ore 12:09

È ufficialmente online www.infomilanocapodanno.com, il portale dedicato a chi vuole vivere un Capodanno su misura nel cuore di Milano.

Il nostro sito completamente rinnovato, pensato per aiutare ogni persona a trovare l’esperienza perfetta per celebrare il 31 dicembre.

Che siate alla ricerca di una serata elegante, di una festa in discoteca, di una cena gourmet, di un evento per famiglie o di un party alternativo, su InfoMilanoCapodanno.com troverete soluzioni personalizzate per ogni stile e per ogni gusto.

Navigazione semplice, informazioni aggiornate e un’ampia selezione di proposte rendono il sito il punto di riferimento ideale per organizzare il proprio Capodanno in città.

Il nuovo portale è ora online: scopri la tua serata perfetta e prenota il tuo Capodanno a Milano con noi

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Capodanno ai Magazzini Generali: il grande evento in una delle icone della nightlife milanese

10 Dicembre 2025 ore 17:06

Nel cuore della zona Porta Romana Milano, precisamente in Via Pietrasanta 16, si trova uno dei templi più riconosciuti della scena clubbing cittadina: i Magazzini Generali, da anni punto fisso per chi ama musica, spettacolo e serate indimenticabili.

Per comprare il tuo Ticket Online >
https://www.ticketnation.it/lkp/dd59t1b0f/capodanno-2026-magazzini-generali-p

Per Info scrivere su WhatsApp
https://wa.me/+393398868889

Un grande spazio moderno dal carattere industriale
Questa storica struttura milanese, facilmente raggiungibile con tutti i mezzi di superficie, mantiene ancora oggi il fascino delle sue origini. Nata da vecchi capannoni dei primi anni 2000, un tempo dedicati alle attività artigianali e al deposito merci della ferrovia, è stata trasformata nel 1995 in uno dei poli più vivaci per concerti ed eventi dal vivo.
Il suo palco maestoso, il lungo bancone bar e l’ampia pista la rendono perfetta per ospitare performance musicali e DJ set di altissimo livello. Numerosi artisti nazionali e internazionali hanno calcato questo spazio, contribuendo a renderlo un simbolo della musica live in città.

Oggi i Magazzini Generali sono un punto di riferimento sia per concerti che per serate clubbing a tutto ritmo. Con una capienza di circa 1000 ospiti, rappresentano anche la soluzione ideale per eventi aziendali o privati grazie ai servizi integrati, come Wi-Fi ad alta velocità, stampante e un’impostazione tecnologica pensata per stimolare un’esperienza multisensoriale.


Un Capodanno all’insegna dell’energia: “Dubai Night Experience”

Per salutare l’arrivo del 2026, i Magazzini Generali presentano un super evento: DUBAI NIGHT EXPERIENCE, un party immersivo ispirato all’eleganza e allo sfarzo della città degli Emirati.

Dalle 20:30 aprirà la CENA A BUFFET, disponibile anche nella versione VIP, con servizio dedicato.

BUFFET APERTO DALLE 20:30 ALLE 23:00

Dopo la mezzanotte, il countdown lascerà spazio alle danze: musica top, scenografie scintillanti e un viaggio spettacolare tra palme dorate, luci del deserto e skyline futuristici.
Due sale, due atmosfere:

Main Room: Commerciale / House / Reggaeton

Second Room: Hip Hop / Urban Dubai Vibes

Una festa che promette emozioni fino all’alba, perfetta per chi vuole vivere il Capodanno in grande stile.

Dress Code: Dubai Luxury Edition — Oro, bianco, nero e glitter per un look elegante e brillante.


TARIFFE CAPODANNO 2026 – MAGAZZINI GENERALI MILANO

CENA A BUFFET + SERATA: €50 a persona — include 2 drink

CENA A BUFFET VIP + SERATA: €80 a persona — include 2 drink + 1 bottiglia di spumante ogni 5 persone + servizio camerieri + tavolo d’appoggio fino alle 00:30 in area balconata riservata (prive consolle su richiesta)

INGRESSO SERALE: €30 dalle 23:30 — include 1 drink

TAVOLO PRIVÉ PISTA: €250 per 5 persone

TAVOLO PRIVÉ BALCONATA: €300 per 5 persone

TAVOLO PRIVÉ CONSOLLE: €640 per 8 persone


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Una Suite Natalizia nel cuore di Brera: merende, pranzi e cene di Natale firmati Coca-Cola

10 Dicembre 2025 ore 12:27

Il Natale arriva a Milano con un’iniziativa unica dedicata a famiglie, bambini e realtà aziendali: “Una Suite per Babbo Natale”, all’interno della Suite Brera, l’elegante sala del Bar Brera in via Brera 23.

Dal 1° dicembre al 6 gennaio, questo spazio si trasforma in un accogliente rifugio natalizio, dove vivere merende, pranzi e cene immersi in un’atmosfera calda e scenografica realizzata in collaborazione con Coca-Cola, il marchio per eccellenza delle festività.


Un angolo di magia nel quartiere più suggestivo di Milano

Brera, da sempre una delle zone più affascinanti della città, diventa il palcoscenico di una nuova esperienza natalizia.
La Suite Brera si vestirà come un piccolo universo incantato, ricreando l’atmosfera della casa di Babbo Natale grazie a:

luci che scintillano in ogni dettaglio

decorazioni esclusive a tema Coca-Cola

elementi scenografici che rimandano al villaggio di Santa Claus

profumo di dolci, cioccolata calda e panettone appena affettato

Un luogo perfetto per famiglie, gruppi di amici o piccoli team aziendali che vogliono vivere il Natale in modo autentico, nel cuore della città ma lontano dalla frenesia.


La Merenda con Babbo Natale: il momento più atteso

Ogni giorno, dalle 16:00 alle 18:00, la Suite accoglie la Merenda con Babbo Natale, un appuntamento pensato per stupire i più piccoli e regalare attimi di dolcezza anche agli adulti.

Durante la merenda:

i bambini possono incontrare Babbo Natale

consegnargli la letterina dei desideri

scattare foto ricordo in un ambiente caldo e fiabesco

gustare una vera merenda natalizia con panettone artigianale e cioccolata calda

Tariffe di partecipazione:

25€ per gli adulti

15€ per i bambini

La partecipazione richiede prenotazione obbligatoria tramite il link dedicato (posti limitati).


La magia Coca-Cola prende vita

Coca-Cola, simbolo delle festività in tutto il mondo, firma l’allestimento della Christmas Suite con:

oggetti iconici e decorazioni esclusive

tonalità rosse, dettagli luminosi e richiami alle celebri campagne natalizie

spazi pensati per creare contenuti e scattare foto da condividere sui social

Un ambiente che sembra uscito da una favola di Natale, perfetto per vivere momenti speciali insieme a grandi e piccini.


Pranzi e cene natalizie per aziende e famiglie

La Suite per Babbo Natale non è dedicata solo alla merenda:
lo spazio può essere riservato anche per pranzi e cene di Natale, un’idea ideale per aziende, team, clienti o famiglie che desiderano festeggiare in un contesto intimo, curato ed elegante.

Al fine di gestire in modo ottimale l’organizzazione, per i lunch o le cene aziendali è necessario mandare un’e-mail a comunicazione@barbrera.com per tutti i dettagli e le informazioni operative.

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Capodanno 2026 al Circle Milano, in Via Stendhal 36: nel cuore pulsante della zona Tortona, storica icona della moda cittadina.

9 Dicembre 2025 ore 12:57

Una location moderna e di carattere!

Il Circle si presenta come uno spazio versatile e contemporaneo.

L’ambiente, ricavato da un ex capannone industriale oggi sotto la gestione Diesel, combina design moderno, atmosfera dinamica e un tocco di eleganza urbana.

L’ampiezza degli spazi, le luci morbide e il grande bancone centrale in stile American bar creano un colpo d’occhio scenografico.
A dominare la sala, un enorme lampadario che cambia tonalità in continuo movimento, rendendo l’atmosfera ancora più suggestiva.

A completare il mood del locale ci sono i drappi bordeaux e le opere dai colori vivaci che decorano le pareti, donando allo spazio un’aria accogliente e conviviale, perfetta per occasioni speciali.

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MENU CENONE

ANTIPASTO
Muffin salato ai funghi con fondente di parmigiano al profumo di tartufo

BIS DI PRIMI
Risotto mantecato alla crema di zucca e la sua polpa con dischetto di cotechino arrostito
Pasta fresca con bocconcini di spada, olive taggiasche e pomodorini alla menta

SECONDO
Arrosto di reale vitello al Pinot Grigio con la sua salsa e patate arrostite al rosmarino

DESSERT
Panettone e Pandoro serviti con creme dello chef

– 

INGRESSO DOPOCENA 40€

Entrando dopo la Mezzanotte
1 drink

TAVOLI 600€

2 bottiglie
Max 10 persone


Capodanno 2026 nel cuore della Tortona District

Per la notte del 31 dicembre, il Circle Milano propone un evento pensato per chi desidera divertirsi senza rinunciare alla qualità.

Chi vuole vivere l’intera esperienza può iniziare la serata con un cenone servito a menù fisso, composto da piatti gustosi che uniscono tradizione e creatività, pensati per soddisfare ogni tipo di palato, anche quello più raffinato.

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CIRCLE MILANO
Via Stendhal 36 – Milano

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Capodanno 2026 al Farinami Garden: dinner show, apericena e festa fino a notte fonda

9 Dicembre 2025 ore 12:44

Il Farinami Garden accoglie il nuovo anno con un evento scintillante tra giochi di luce, atmosfere dorate e vibrazioni da disco party.


Una proposta completa che combina dinner show, apericena a buffet e after party con musica e brindisi fino a tarda notte.

A pochi minuti da Milano, il locale è perfetto per chi cerca un Capodanno informale ma curato nei dettagli: cena di pesce servita con un menù strutturato, apericena abbondante per chi preferisce un’opzione più leggera e formula dopocena con ingresso disponibile prima o dopo la mezzanotte.

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MENU CENONE

Antipasti
•⁠  ⁠Polpo, patate e olive taggiasche
•⁠  ⁠Cocktail di gamberi
•⁠  ⁠Insalata di mare
•⁠  ⁠Coda di gamberone in panko su crema di zola e riduzione di aceto balsamico
Primi
•  Lasagnetta di zucchine e gamberetti
•⁠  ⁠Risotto ai frutti di mare
Secondo
•⁠  ⁠Trancio di salmone al forno con indivia brasata in salsa teriyaki e ratatouille di verdure
Dolce
•⁠  ⁠Panettone e pandoro con crema dello chef

Cotechino e lenticchie
1 bottiglia di vino ogni 4 px
Acqua illimitata
1 flute di bollicine per il brindisi

Il dinner show prevede un percorso di mare composto da antipasti, primi piatti, un secondo a base di salmone, dessert e il tradizionale cotechino con lenticchie, il tutto accompagnato da acqua, vino e un flute di bollicine per il momento del brindisi.

L’Apericena Buffet offre un’ampia selezione di proposte al buffet con drink incluso e calice di spumante, mentre le formule After Dinner consentono di partecipare esclusivamente alla festa e al brindisi di mezzanotte.

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FARINAMI GARDEN
Via Nino Bixio 1
Sesto San Giovanni – Milano

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Capodanno Pineta Milano: cena di gala, apericena e festa no-stop

9 Dicembre 2025 ore 12:30

Pineta Milano si prepara ad accogliere il 2026 con un evento ricco di gusto, musica e atmosfera. Per la notte del 31 dicembre 2025 il locale propone un programma completo, pensato per soddisfare diverse esigenze: da chi vuole vivere il classico cenone a chi preferisce arrivare più tardi e dedicarsi direttamente alla serata danzante.

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CENONE DI GALA – 160 €

La cena di fine anno prevede un menu raffinato, studiato per esaltare sapori ricercati e presentazioni curate.

Antipasti

Insalatina di mare con polpo, gamberi, cozze e vongole, accompagnata da pomodorini e olive taggiasche.

Prosciutto crudo San Daniele servito con burratina di Andria.

Primi

Risotto allo Champagne.

Lasagnetta con astice e crostacei.

Intermezzo

Sorbetto al limone di Amalfi.

Secondo

Guancia di manzo brasata con purè e ombrina in crosta di patate al tartufo.

Dessert

Panettone artigianale con crema chantilly.

Il pacchetto comprende acqua, caffè e una bottiglia di vino ogni tre persone, per un’esperienza elegante e conviviale perfetta per celebrare l’arrivo del nuovo anno.


APERICENA A BUFFET – 50 €

Per chi desidera un’opzione più smart e informale, è disponibile l’apericena che include:

1 drink

1 calice di spumante

Accesso al buffet dedicato

Una formula leggera ma festosa, ideale per iniziare la serata e proseguire poi con il party.


Dopocena: formule di ingresso

Chi vuole partecipare solo alla festa può scegliere tra due modalità:

Ingresso prima della mezzanotte – 50 €

1 drink

1 flute di spumante

Ingresso dopo la mezzanotte – 40 €

1 drink incluso

Una doppia proposta pensata per chi desidera vivere il countdown alla Pineta o unirsi ai festeggiamenti a serata già iniziata.


Tavoli e aree riservate

Per gruppi e clienti che cercano un’esperienza più esclusiva sono disponibili tavoli in diverse zone del locale, con prezzi variabili in base alla posizione:

Privé VIP interno: 1.500 € (10 persone)

Terrazza: 1.200 € (10 persone)

Dom Pérignon Area: 1.000 € (12 persone)

Palchetto rialzato: 900 € (12 persone)

Pista interna/esterna: 600 € (12 persone)

Laterali esterni: 300 € (6 persone)

Ogni area garantisce un punto privilegiato per vivere la serata con servizio dedicato e comfort esclusivi.


Prenotazione obbligatoria

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PINETA MILANO
Via Messina 38 – Milano

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Palazzo Lombardia è una fantastica pista di pattinaggio per Natale

9 Dicembre 2025 ore 08:41

A partire da domenica 23 novembre 2025, la grande piazza coperta del Palazzo Lombardia a Milano accoglie la pista di pattinaggio su ghiaccio più estesa della città. Con i suoi circa 600 metri quadrati, l’impianto indoor diventa un punto di riferimento per famiglie, amanti degli sport invernali e visitatori che desiderano vivere un’atmosfera festiva.

Per tutto il periodo natalizio la pista resterà aperta fino al 18 gennaio 2026, proponendo numerose iniziative tra musica, proiezioni, spettacoli dal vivo e sessioni introduttive di hockey.

L’apertura ufficiale è stata giovedì 27 novembre alle ore 18:00, alla presenza del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Chi non dispone di pattini può noleggiarli direttamente sul posto: il costo è di 10 € per un’ora o 15 € per due ore. Per chi porta i propri pattini, l’accesso è di 8 € per un’ora oppure 10 € per due ore. Sono previste tariffe agevolate per i bambini sotto il metro e trenta, e sono disponibili supporti per aiutare i principianti. Il servizio guardaroba, particolarmente utile nelle giornate fredde, ha un costo simbolico di 1 €.

Lo scorso anno la pista aveva attirato oltre 40.000 persone, e l’obiettivo per questa edizione è di superare tale traguardo.

Oltre al pattinaggio, l’area coperta di Palazzo Lombardia propone diverse attività: proiezioni cinematografiche il giovedì sera, esibizioni live ogni venerdì e appuntamenti sportivi dedicati alle associazioni il mercoledì.

Tra le attrazioni da non perdere c’è anche il Belvedere al 39° piano, da cui si può ammirare una spettacolare vista su Milano. Durante il periodo natalizio sarà accessibile al pubblico previa prenotazione.

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Osservatorio costituzionale di finanza pubblica

La presente Rubrica intende offrire agli studiosi l’occasione - allo stato inedita - per intercettare, analizzare e approfondire ad un primo e sintetico esame le tematiche di tono costituzionale in materia di finanza pubblica sottese a ricorsi, ordinanze e pronunce della Corte costituzionale via via pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, Serie speciale della Corte costituzionale, garantendo così un continuo aggiornamento nel merito.

Le brevi note di commento - per una pronta ricerca da parte del lettore - recano, nel titolo, i numeri dei ricorsi e delle ordinanze di remissione, oltreché delle sentenze pubblicate in Gazzetta.

L’Osservatorio - curato da Clemente Forte e Marco Pieroni – presenta peculiare attualità, anche per la frequenza delle questioni di legittimità costituzionale di cui viene investita la Corte costituzionale in argomento (solo nell’ultimo decennio, ad esempio, si concentra circa il 40% delle questioni concernenti l’art. 81, terzo comma, Cost.), questioni che vanno sin d’ora analizzate, anche tenuto conto dell’impatto ordinamentale della nuova Governance fiscale europea, approvata nell’aprile 2024, nel vigente sistema costituzionale interno.

 

AGGIORNAMENTO DEL 7 GENNAIO 2026
Corte cost. sent. n. 204/2025 Profili finanziari della l.r. Toscana n. 16/2025 sulle modalità organizzative per l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito
Corte cost., sent. n. 216/2025 Non contrasta con gli artt. 3 e 38 Cost., il regime speciale di pignorabilità della pensione erogata dall’INPS per il recupero di indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive
Corte conti, ordd. n. 248, 249, 250 e 251 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 189/2025 È illegittima la legislazione regionale che estende i comandi e i distacchi anche ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica
Ordinanza di rimessione Corte dei conti n. 246 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 174/2025 Legge Regione Campania e perimetro sanitario (art. 20, d.lgs. n. 118/2011): illegittimità costituzionale
AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 167/2025 Rivalutazione pensionistica in tensione e manovra di finanza pubblica
AGGIORNAMENTO DEL 12 NOVEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 165/2025 Aumento della spesa per il personale regionale: rimessione degli atti per jus superveniens
Corte cost. sent. n. 161/2025 Nuove assunzioni previste da legge regionale: inammissibilità per oscurità motivazionale del ricorso
AGGIORNAMENTO DEL 27 OTTOBRE 2025
Corte cost. sent. n. 150/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, Regione Umbria, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA)
Corte cost. sent. n. 152/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, finanza pubblica allargata, contributo alla finanza pubblica, contributo aggiuntivo richiesto alle regioni ordinarie per il quinquennio 2025-2029
AGGIORNAMENTO DEL 1 OTTOBRE 2025
Ricorso del Presidente del Consiglio contro Regione Siciliana (art. 6, l.r. n. 26/2025)
Questione di legittimità costituzionale sull’utilizzo delle risorse del Fondo sanitario regionale per attività non LEA: ordinanza della Corte dei conti Liguria e profili critici
AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2025
Corte cost. sent. n. 135/2025 in tema di impiego pubblico, trattamento economico, applicazione del tetto retributivo ai magistrati, necessaria temporaneità della misura
Corte cost. sent. n. 122/2025 in tema di sanità pubblica, livelli essenziali di assistenza, norme della Regione Puglia, immediata vigenza del d.P.C.m. LEA e delle relative tariffe non ancora entrate in vigore e poi sostituite
AGGIORNAMENTO DEL 30 LUGLIO 2025
Corte cost. sent. n. 121/2025 in tema di istruzione, formazione professionale, carta docente, beneficiari, estensione ai docenti non di ruolo all’esito della interpretazione della Corte di giustizia
Corte cost. sent. n. 114/2025 in tema di sanità pubblica, approvazione dei piani dei fabbisogni triennali per il SSR, predisposti dalle regioni con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia
Corte cost. sent. n. 94/2025 in tema di previdenza, assegno ordinario d’invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo, divieto di applicazione delle disposizioni sull’integrazione al minimo
Corte cost. sent. n. 91/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, presentazione da parte del consiglio comunale al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 30 APRILE 2025
Ordinanza del 3 marzo 2025 della Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Regione Campania nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Campania per l’esercizio f
Corte dei Conti contro Regione Campania. Ricorso per legittimità costituzionale 3 marzo 2025, n. 53
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 5 marzo 2025 (della Regione Campania) n. 13
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 26 febbraio 2025 (della Regione Puglia)
Corte cost. sent. n. 45/2025 Criticità del bilanciamento della spesa costituzionalmente necessaria con la cd. spesa indistinta a fronte di risorse scarse alla luce della nuova Governance europea
Corte cost. sent. n. 57/2025 Non sono in via di principio inibite nuove spese alla Regione in disavanzo sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 16 APRILE 2025
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 14 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità – Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 15 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità pubblica - Servizio sanitario regionale (SSR)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 29 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) . Appalti pubblici - Norme della Regione Puglia
Ordinanza del 15 gennaio 2025 della Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Umbria per l’esercizio finanziario 2023 Bilancio e contabilità pubblica
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 7 febbraio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Sanità pubblica - Professioni

Laura Diaz: politica e passione nell’Italia repubblicana

16 Novembre 2025 ore 20:50

Laura Diaz
politica e passione nell’Italia repubblicana

Riprende il Ciclo di incontri “Gli archivi raccontano: storie di protagonisti del Novecento livornese” promosso da ISTORECO e Archivio di Stato Livorno

È con piacere che il nostro Istituto, insieme all’Archivio di Stato di Livorno, riprende le iniziative sui protagonisti della storia livornese del Novecento attraverso le carte disponibili nei rispettivi patrimoni archivistici, e con l’ausilio della memoria dei testimoni.

Ricominciamo con la figura di Laura Diaz, comunista, sorella del sindaco Furio, deputata alla Camera e molto presente nelle vicende della ricostruzione del secondo dopoguerra in città, in particolare nel settore dell’infanzia e dell’organizzazione dei cosiddetti “treni della felicità” insieme ad altre militanti di spicco di quegli anni: Primetta Cipolli, Bruna Gigli, Walchiria Gattavecchi, Edy Palla. Attiva negli organi dirigenti del Partito soprattutto sui temi dell’emancipazione delle donne, a livello nazionale si occupò a lungo delle tematiche della decolonizzazione.

Il suo percorso umano e politico sarà presentato con l’aiuto del prof. Enrico Mannari (Luiss School of Government), dell’ on. Anna Maria Biricotti e della direttrice di ISTORECO, Catia Sonetti.

L’iniziativa ha valore formativo per i docenti di ogni ordine e grado e verrà rilasciato a chi lo chiederà un attestato per 2 ore di formazione.

Due interventi del nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, per il seminario con Anna Foa e l’anniversario dell’8 settembre 1943

12 Novembre 2025 ore 21:33

Condividiamo due interventi tenuti dal nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, in occasione del seminario di presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio d’Israele”, e delle celebrazioni annuali dell’8 settembre 1943.

 

  • Introduzione di Claudio Massimo Seriacopi alla presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio di Israele’

Buon Pomeriggio ai presenti ed ai nostri ospiti, sono Claudio Seriacopi il Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nella Provincia di Livorno. Istoreco e’ stato fondato nel 2008 per volontà della Provincia di Livorno e di tutti i comuni del nostro territorio oltre alle associazioni antifasciste Anpi, Anei e Anppia.

Istoreco si propone di favorire il reperimento e la salvaguardia delle fonti documentarie, nonché di promuovere la ricerca storica, l’attività didattica e quella culturale allo scopo di approfondire la conoscenza della società contemporanea, con particolare riguardo alle vicende legate all’opposizione al fascismo, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana.

Possono iscriversi a Istoreco tutti i cittadini che si riconoscono nei valori espressi dalla nostra Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro l’occupazione tedesca e contro il fascismo.

Auspico, con la piena collaborazione del Comune di Livorno, appena saranno risulti i problemi burocratici ancora presenti, di potervi invitare all’inaugurazione nella nuova sede, presso la Torre dell’orologio all’ingresso dell’ex cantiere, con la possibilità di avere pieno accesso al nostro archivio e poter riaprire anche la biblioteca ormai chiusa da 2 anni.

Il 2025 sarà un anno importante e denso di iniziative ricorrendo l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal Nazi-Fascismo.

Oggi abbiamo ospiti illustri per affrontare il delicato tema dei rapporti tra Israeliani e Palestinesi tenendo su piani separati e distinti le questioni della Shoah dalla guerra in corso.

Ringrazio per la loro disponibilità, il dottor Bruno Manfellotto, grande giornalista con prestigiosi incarichi, che voglio ricordare soprattutto come apprezzato direttore del Tirreno e la professoressa Anna Foa, in collegamento a causa di una improvvisa indisponibilità, autrice di molte opere sulla storia degli ebrei in Italia ed in Europa.

Il 14 maggio del 1948, in seguito alla Dichiarazione d’indipendenza israeliana, scoppiava la prima guerra arabo-israeliana, conclusasi con la vittoria e l’insediamento dello Stato d’Israele. Altre guerre hanno tormentato l’area acutizzando i problemi irrisolti. Dopo oltre 70 anni l’ennesimo riaccendersi del conflitto israelo-palestinese ha suscitato nuove tragedie e grandi preoccupazioni.

Questo conflitto ha origini remote, risalenti al periodo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando, in risposta al crescente antisemitismo contro gli ebrei in Europa, si affermò un “movimento sionista” che, sostenendo la necessità di creare uno Stato ebraico, favorì a tal fine l’immigrazione di ebrei europei in Palestina, avvenuta in diverse ondate, ma soprattutto durante e dopo la Seconda guerra mondiale e dopo l’Olocausto.

Inevitabilmente ciò portò a continui e crescenti attriti tra la comunità ebraica, sempre più numerosa, e l’autoctona comunità arabo-palestinese. Entrambe, dopo la caduta dell’Impero ottomano e il Mandato per l’amministrazione della Palestina al Regno Unito, aspiravano alla creazione di Stati nazionali. Tuttavia, avendo esse rifiutato alcune proposte di spartizione dei territori contesi (da ultimo il Piano di spartizione approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1947), il conflitto si cristallizzò estendendosi, dopo la nascita di Israele, anche agli Stati arabi vicini, periodicamente intervenuti a favore della comunità araba palestinese e con l’obiettivo di distruggere Israele.

Nel 1993 con gli accordi di Oslo e la storica stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra Rabin e Arafat, davanti a Clinton, si pensava e si sperava che si aprisse una fase nuova e pacifica.

Rabin aveva bisogno di un gesto importante per tentare di fermare le violenze esterne ed interne; Arafat invece faceva assumere all’OLP con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese la responsabilità del rispetto delle intese, veniva riconosciuto lui e la sua organizzazione come interlocutori.

Nell’accordo non si faceva riferimento alla nascita di uno stato palestinese, si parlava solo di un’area da gestire amministrativamente da parte dall’entità palestinese per 5 anni. Un accordo annacquato era sicuramente meglio di nessun accordo, e dava credito ad Israele nei confronti della comunità internazionale e verso i paesi arabi.

Grazie anche agli accordi di Oslo, Israele firma la pace con la Giordania.
La morte violenta di Rabin per mano di un estremista israeliano ed i successivi governi di destra, hanno bloccato il processo di pace e le intese raggiunte ad Oslo.

Arafat, leader di un popolo senza stato, composto da frammenti di tanti gruppi, ci aveva creduto in quell’accordo; era un politico capace, riconosciuto come tale dalla maggioranza dei palestinesi ma non da tutti. Credeva di poter creare qualcosa di positivo per il suo popolo, sapeva che “il nemico” si insediava anche al suo interno. Per raggiungere gli obiettivi previsti era riuscito a “controllare” e “ridimensionare” le fazioni di sinistra e quelle islamiche presenti all’interno della variegata galassia palestinese.

In ogni caso, non si può anche ricordare la responsabilità di Arafat, per la dilagante corruzione presente all’interno dell’OLP, continuata dopo la costituzione dell’ANP e proseguita indisturbata con Abu Mazen.

La situazione, in quella turbolenta area é andata continuamente peggiorando, poiché i governi di destra israeliani l’hanno aggravata autorizzando continui nuovi insediamenti di “coloni” in Cisgiordania, terra da sempre abitata dai palestinesi.

Ulteriore novità negativa fu la decisione de La Knesset del 18 luglio 2018 di approvare la legge che, per la prima volta nella storia di Israele, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, tagliando fuori gli arabi-israeliani. I membri del parlamento, pur divisi, approvarono il disegno di legge con 62 voti favorevoli, 55 contrari e due astenuti.

Dopo il brutale attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre ad Israele, “l’Accordo di Abramo” che doveva culminare nella normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Arabia Saudita e Israele entra in crisi, congelato da una guerra dai confini ancora imprevedibili.

La questione attuale, anche per noi associazioni promotrici di questo incontro, va affrontata con equilibrio. Il rischio di essere strumentalizzati ed accusati di antisemitismo é sempre presente.

“2 popoli, 2 stati” era un progetto che avrebbe potuto portare ad una coabitazione pacifica, ora purtroppo sta diventando uno slogan vuoto per il proliferare continuo e illegale di nuovi insediamenti di “coloni” israeliani in Cisgiordania, siamo passati da una presenza di 250.000 coloni all’epoca degli accordi di Oslo ai circa 750.000 attuali.
Inoltre non potranno esserci mai 2 stati fino a quando non verrà riconosciuto anche ai palestinesi il diritto ad uno Stato libero, ancora troppi paesi mancano all’appello, tra cui il nostro.

Nessun dubbio che quello di Hamas sia un movimento terrorista che, non a caso, il 7 ottobre ha attaccato inermi popolazioni israeliane, proprio quelle politicamente più vicine alla causa palestinese, causando la morte di oltre 1200 civili e il rapimento di altri 250.

Hamas aveva messo in conto anche una dura reazione Israeliana, sperava però di aggregare alla causa Palestinese tutto il mondo arabo, ma i palestinesi ancora una volta sono rimasti soli.

La reazione israeliana all’attacco terrorista di Hamas è andata oltre ogni logica, con bombardamenti indiscriminati sulla striscia di Gaza, in Libano per colpire Hezbollah, attacchi aerei in Siria dopo la caduta di Assad e l’occupazione delle alture del Golan. In televisione e sulla rete si vedono immagini sconvolgenti con distruzione e morti.

Per colpire ed eliminare i capi di Hamas, Netanyahu ha di fatto autorizzato una strage, che ha prodotto oltre 41000 morti di cui ben 14000 bambini, tutto questo nell’indifferenza delle potenze mondiali e nell’incapacità degli organismi internazionali di promuovere un accordo, o perlomeno una tregua.

Non si può continuare a rimanere in silenzio. Non mi appassionano neanche le polemiche, se l’azione di Netanyahu, si possa configurare o meno come un genocidio. La senatrice Liliana Segre recentemente ha ricordato che non ricorrono le condizioni per definire, quanto sta succedendo, come tale. In ogni caso siamo di fronte a una strage, siamo di fronte a “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.

Con decisione del 20 maggio 2024 il Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da parte di Israele e di Hamas chiedendo al Tribunale l’emissione di mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, per il Ministro della difesa Yoan Gallant e per il leader di Hamas Yhahya Sinwar (nel frattempo ucciso), e di altri 3 capi. (Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri), di questi sembra rimasto in vita solo Mohammed Deif).

Il Governo Netanyahu non si é limitato a far bombardare indiscriminatamente Gaza, ma ha anche bloccato gli aiuti per la popolazione palestinese e bloccato le forniture per gli ospedali, producendo distruzioni a tappeto, morte, fame ed epidemie.

Penso che la popolazione israeliana e quella palestinese abbiano gli stessi nemici: Netanyahu e Hamas.

Recentemente avevamo provato a presentare, con Gad Lerner, l’ultima sua opera “Gaza” “odio e amore per Israele”, purtroppo non ci siamo riusciti per indisponibilità della casa editrice, questa è l’ennesima dimostrazione del clima attuale.
“La frase più significativa del libro di Gad Lerner é, secondo me, : “Si può vivere in paradiso sapendo di avere l’inferno accanto?”

La Professoressa Anna Foa recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Il suicidio di Israele”.
Invito tutti alla lettura purché é un testo molto utile per conoscere meglio quella realtà in tutta la sua complessità.

Mi avvio alla conclusione riportando alcune significative frasi tratte dalla seconda di copertina che fotografano bene la situazione attuale e le prospettive:

“Israele stava già attraversando un periodo di crisi drammatica prima del criminale attacco del 7 ottobre 2023. Grandi manifestazioni chiedevano a gran voce le dimissioni di Netanyahu e del suo governo e il paese era praticamente bloccato. La risposta al gesto terroristico di Hamas con la guerra di Gaza rischia però di essere un vero e proprio suicidio per Israele.
Qualunque sostegno ai diritti di Israele – esistenza, sicurezza – non può prescindere da quello dei diritti dei palestinesi. Senza una diversa politica verso i palestinesi Hamas non potrà essere sconfitto ma continuerà a risorgere dalle sue ceneri. Non saranno le armi a sconfiggere Hamas, ma la politica.”

Insieme alle altre associazioni antifasciste abbiamo un ottimo e consolidato rapporto con la Comunità Ebraica Livornese con cui abbiamo condiviso, in questi anni, non solo le celebrazioni del giorno della memoria ma altre importanti iniziative. Anche in questa occasione abbiamo cercato di coinvolgerla ma con nostro dispiacere ha declinato l’invito.

Ringrazio la Compagnia Lavoratori Portuali che, ancora una volta, ci ospita.

Coordina l’incontro Catia Sonetti direttrice di Istoreco.

Livorno 18 dicembre 2024

 

 

  • Orazione di Claudio Massimo Seriacopi per l’anniversario dell’8 settembre 1943

Quest’anno, come non mai, l’anniversario dell’8 settembre 1943 si colloca in un clima di guerra più ampio e drammatico del solito. Nella vecchia Europa un paese ha fatto seguire ad un’invasione ingiustificata e criminale, una guerra della quale non riusciamo a intravedere la fine, quella della Russia contro l’Ucraina.

Da un’altra parte, in medio oriente, in seguito all’attacco criminale del 7 ottobre perpetrato da Hamas, il governo israeliano con l’appoggio incondizionato degli Usa, sta portando avanti con la spinta della destra religiosa e più integralista, nonostante le folle oceaniche che cercano di dimostrare la propria opposizione, un disegno di annessione e di annientamento del territorio e del popolo palestinese.

Perché cominciare con queste riflessioni? Perché l’8 settembre del 1943 dischiuse la possibilità al nostro Paese di avviarsi ad un riscatto dopo il ventennio fascista tramite l’organizzazione dal basso e volontaria della Resistenza partigiana. Proviamo a sintetizzare quegli avvenimenti.

Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado cominciata già alla fine del 1942. Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

Venticinque luglio e otto settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III.

Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non è, tuttavia, la fine del fascismo tout court, che di lì a pochi giorni si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. Le clausole dell’armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo” – prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.

Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Nel tempo che intercorre, simbolicamente e materialmente, tra i due proclami di Badoglio, i tedeschi hanno modo di occupare quasi tutta l’Italia e di preparare i piani che permetteranno loro, dopo l’annuncio dell’armistizio – interpretato dal Reich, come “tradimento dell’alleanza” – di disarmare, deportare e uccidere, in alcuni casi, centinaia di migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta. Le forze armate italiane terminano la guerra – o almeno questa prima fase di guerra – come l’hanno iniziata, nel segno dell’impreparazione e dell’inadeguatezza.

Comincia, tuttavia, una nuova guerra, che per una parte sarà quella tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo.

Nella memoria collettiva l’8 settembre è divenuto uno dei momenti più tragici della storia nazionale ma anche un momento fondamentale per una presa di coscienza democratica. Gli italiani, senza più ordini dall’alto, devono scegliere da che parte stare. Come ha scritto Claudio Pavone, quello è il momento della scelta e non come sostiene Galli Della Loggia, il momento della “morte della Patria”.

Fu la classe dirigente italiana, ad esclusione di alcune eccezioni, a mostrare la propria inettitudine e codardia. All’annuncio infatti seguì la precipitosa fuga notturna da Roma di re, governo e comando supremo. L’unica direttiva alle forze armate furono le oscure parole lette da Badoglio alla radio, con l’unica preoccupazione di non cadere in mani tedesche. Soltanto alle 0:50, in seguito a valanghe di richieste di istruzioni, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito Roatta fece trasmettere il fonogramma: “Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

Ricordiamoci che Roatta come lo stesso Badoglio e Graziani dovevano essere giudicati per crimini contro l’umanità. Accusa poi lasciata decadere nell’immediato secondo dopoguerra.

Scatta su tutto il territorio italiano, in Francia, in Croazia, in Grecia e Jugoslavia il piano tedesco per il disarmo delle truppe italiane. Un esercito numericamente notevole ma male equipaggiato e con armamento inadeguato alle esigenze del momento e soprattutto senza indicazione di sorta sul “da farsi”.

La notizia dell’armistizio è pubblicata dai giornali italiani il 9 settembre 1943.

La famiglia reale e i generali, in fuga, raggiungono Pescara e si imbarcano per Brindisi; Roma è abbandonata, e nessuno ne ha organizzato la difesa. L’unico che si impegna in tal senso, è il generale Caviglia, storico rivale di Badoglio.
Nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): gli antifascisti cercano di coprire il vuoto di potere. Iniziano ad organizzarsi le prime formazioni partigiane che daranno vita a forme di Resistenza armata e civile per i restanti venti mesi di guerra.

Nel nord Italia, a Salò sul Garda, si forma la Repubblica Sociale Italiana fortemente voluta dai nazisti per meglio operare sul territorio italiano.

Ha inizio la drammatica vicenda dei militari italiani, che non aderiscono alla Repubblica di Salo’,  fatti prigionieri e trasferiti, ad esclusione delle migliaia periti durante i trasferimenti a causa delle condizioni disumane con le quali furono tradotti nei campi di concentramento in Germania. Per loro verrà coniata la categoria di Imi i nostri soldati perdono il loro status di prigionieri di guerra e diventano “Internati Militari Italiani”, privi di ogni diritto e tutela, in balia dei nazisti che li considerano traditori.
In pochi giorni i tedeschi disarmano e catturano circa un milione di militari italiani su un totale dell’esercito di circa due milioni.

Ricordiamoci che prima dell’armistizio del 1943 altre centinaia di migliaia di soldati erano stati catturati dalle truppe americane, inglesi e francesi e trasportati in campi di prigionia sparsi in tutto il mondo: dall’Europa agli Stati Uniti, dall’India all’Australia.

Dunque ne deriva che nell’autunno del 1943 quasi l’intero esercito italiano è stato sgominato e fatto prigioniero. Del totale dei deportati, 650 mila finiscono nei lager tedeschi Il loro calvario si concluderà solo nel maggio 1945, con la caduta del Terzo Reich, 200 mila riescono a fuggire, andando a formare il grosso delle file partigiane.

Nel 1943 i lager venivano attivati dai nazisti, oggi invece in forme indubbiamente diverse l’occidente costruisce dispositivi simili per contrastare l’immigrazione di moltitudini di uomini e donne che fuggono da guerre e da crisi climatiche.

L’occidente, dove e’ nata la democrazia, dimostra  di essere impreparato a gestire un processo irreversibile, succube dei nazionalismi e delle lobby delle armi.

L’Europa, che potrebbe diventare un terzo polo tra Stati Uniti,  Cina e paesi emergenti, purtroppo sta dimostrando tutta la sua inconsistenza.

Per contrastare il  “rischio” Putin, su pressioni di Trump, aumenteranno al 5% del PIL le spese militari,  un riarmo nazionale assurdo che non  renderà  l’Europa più sicura, ma taglierà risorse fondamentali alla  sanità, all’ istruzione e allo stato sociale.

Nella guerra a Gaza ed in Cisgiordania dove, a seguito della rabbiosa reazione israeliana  all’attacco terroristico di Hamas,  il governo che si può definire fascista di Netanyahu, sta sterminando la  popolazione palestinese con bombardamenti indiscriminati,  privandola degli aiuti umanitari, causando morti per denutrizione sopratutto tra i bambini, proponendo e provocando  deportazioni di massa; l’Europa, per le sue divisioni, non riesce a  farsi sentire e  parlare con una sola voce. Dovrebbe, come primo atto,  chiedere con forza  il cessate il fuoco immediato ed il rilascio di tutto gli ostaggi, interrompere la  fornitura di armi ad Israele, far riconoscere a tutti i paesi membri dell’Unione lo Stato Palestinese, far riaprire la striscia di Gaza agli aiuti ed alle organizzazioni umanitarie, purtroppo non si va mai oltre generiche e inconcludenti dichiarazioni.

Ancora una volta la storia non ha insegnato nulla, solo la pace e la coesistenza possono portare un futuro positivo per tutti.

Livorno 8 settembre 2025

 

 

UTOPIE DI PACE. Manifesti di un futuro possibile nel patrimonio archivistico di ISTORECO

12 Novembre 2025 ore 21:06

Il futuro inizia ieri: manifesti per la pace

In occasione della XIII edizione della settimana “Archivi Aperti” dal titolo Il futuro inizia ieri, promossa dalla Rete Archivistica della provincia di Livorno, ISTORECO presenta una mostra dedicata ai manifesti politici e sociali inneggianti alla pace, con particolare attenzione al periodo che va dal secondo dopoguerra agli anni Novanta.

Attraverso le opere tratte dal fondo PCI e dal fondo Oriano Niccolai dell’Archivio dell’Istituto, la mostra racconta le mobilitazioni, le campagne e le aspirazioni collettive verso un mondo senza guerre. Un viaggio visivo e storico che testimonia il ruolo centrale della pace nel dibattito politico e sociale del Novecento.

Dalla guerra alla solidarietà internazionale

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la pace diventa un tema cruciale per la società e per tutti i partiti politici. Il PCI, inserito nel blocco dei paesi dell’Est, ha espresso il proprio internazionalismo attraverso mobilitazioni, manifestazioni e atti concreti di solidarietà: dalla cucitura delle bandiere arcobaleno alle donazioni di sangue per i vietcong, dall’accoglienza dei profughi alla protesta contro le industrie belliche.

A Livorno, queste iniziative hanno trovato terreno fertile, grazie anche al lavoro grafico e militante di Oriano Niccolai, che ha saputo tradurre in immagini potenti il desiderio di pace e giustizia sociale.

Informazioni pratiche
• Dove: Archivio di Stato di Livorno
• Quando: dal 24 al 28 novembre

Orari:
• Lunedì, mercoledì, venerdì: 8.30 – 13.30
• Martedì, giovedì: 8.30 – 17.00
• Ingresso: libero

Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978). Alla Libreria Feltrinelli di Livorno ISTORECO presenta il volume di Enrico Miletto

6 Novembre 2025 ore 21:19

Enrico Miletto, uno dei più importanti studiosi del tema dei profughi istriani con incursioni anche nella storia del movimento operaio, da molti anni ospite gradito di ISTORECO, ha pubblicato da poco un volume dal titolo Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978) (Ed. Morcelliana, Brescia, 2025) che presentiamo con molto piacere presso la Libreria Feltrinelli di Livorno Venerdì 14 novembre.

Il testo è il frutto di una ricerca accurata sulla vicenda dei comunisti, in particolare quelli della Volante rossa che, nell’immediato secondo dopoguerra, in seguito ad azioni di rappresaglia contro gerarchi fascisti e altri responsabili del passato regime, si videro trascinati in tribunale e condannati a pene molto severe collegate anche al clima di caccia alle streghe instaurato da Scelba e dal potere democristiano contro il Partito comunista e tutti quelli che in modo più o meno diretto si richiamavano ad esso. Una vicenda complessa e per niente lineare, che porterà molti di loro sulla strada per la Cecoslovacchia dove, con lo stesso aiuto del Pci, daranno il via alle esperienze di due radio, “Radio Praga” e “Radio Oggi in Italia”.

Anche un livornese, Sauro Camici figlio di Mario, antifascista riconosciuto e perseguitato dal regime, si trovò a far parte di questa piccola schiera. Negli anni Settanta un’amnistia concessa del presidente Pertini permise loro rientrare in Italia, ma non tutti lo fecero. Alcuni decisero di eleggere a seconda patria proprio il paese dell’Est che li aveva ospitati. Alla presentazione, che si svolgerà a partire dalle 17.00, prenderanno parte l’autore del libro Enrico Miletto e la Direttrice di ISTORECO Livorno Catia Sonetti.

Un nuovo sito web per l’ISTORECO Livorno

2 Novembre 2025 ore 21:35

Il progetto di graduale rinnovamento dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno (ISTORECO) include la realizzazione di un portale web accessibile e ricco di contenuti, disponibile all’indirizzo https://istorecolivorno.it. Questo sito rappresenta un punto di svolta nella diffusione del patrimonio archivistico, bibliotecario ed emerotecario dell’Istituto, offrendo al pubblico un accesso diretto e semplificato alle risorse documentarie e alle iniziative culturali.

Il portale è stato concepito per rispondere alle esigenze di un pubblico ampio e diversificato, con particolare attenzione al mondo della scuola e alle organizzazioni della società civile. Attraverso una navigazione intuitiva, gli utenti possono esplorare le collezioni digitali, consultare pubblicazioni recenti e accedere a materiali audio come i podcast storici.

ISTORECO Livorno, costituito nel 2008 come associazione senza scopo di lucro e divenuto ormai Ente del Terzo Settore, ha tra i suoi obiettivi statutari la promozione della ricerca storica e dell’attività didattica, con particolare riferimento alla Resistenza, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana. Il nuovo sito web riflette questa missione, proponendosi come ambiente digitale di educazione alla cittadinanza, dove la memoria storica diventa risorsa per la formazione democratica e la partecipazione consapevole.

Attraverso il portale, l’Istituto intende rafforzare il dialogo con il territorio e con le nuove generazioni, offrendo contenuti aggiornati, iniziative culturali e strumenti didattici che favoriscano la conoscenza della storia locale e nazionale. In questo modo, la tecnologia si mette al servizio della memoria, contribuendo a costruire un futuro più informato e responsabile.

Salvataggi genetici per la biodiversità? Avanti con cautela

L’Unione internazionale per la conservazione della natura ha respinto la richiesta di moratoria e approvato una risoluzione che riconosce rischi e benefici delle tecniche della biologia di sintesi, auspicando valutazioni caso per caso

Il paradosso del gene che fa ingrassare senza accrescere il rischio di malattie del cuore

Alcune rare mutazioni di un gene favoriscono l’aumento di peso, ma anche livelli di colesterolo e pressione più bassi, proteggendo i portatori di queste varianti dal maggior rischio di malattie cardiovascolari associato al peso

Neutrini: NOVA e T2K riducono l'incertezza sui parametri di oscillazione

Gli esperimenti T2K in Giappone, in cui l’INFN è fortemente coinvolto, e NOvA negli Stati Uniti hanno condotto la loro prima analisi congiunta, fornendo alcune delle misure più precise mai ottenute delle oscillazioni dei neutrini. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature ,...

Riscaldamento globale: quanto tempo resisteranno i ghiacciai?

Un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’austriaco ISTA e coadiuvato da Cnr-Isp e Cnr-Irsa ha sviluppato un modello previsionale sulla capacità refrigerante dei ghiacciai, terminata la quale cesseranno di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e accelereranno...

L’arte di sabotare sé stessi

Elsa, una giovane donna brillante, fallisce in tutto ciò che intraprende, tanto che ormai si sente come intrappolata in un vortice di decisioni sbagliate. La tendenza ad agire contro i propri interessi, nota anche come "acrasia", può spiegare questa forma di autosabotaggio

Materia oscura o pulsar? Nuove simulazioni sfidano i modelli sul centro galattico

Una nuova analisi numerica suggerisce che la distribuzione della materia oscura attorno al centro della Via Lattea potrebbe essere simile a quella delle prime pulsar della galassia. Questo risultato rafforza l'ipotesi che anche la materia oscura potrebbe essere all'origine...

Google esplora il caos quantistico sul suo più potente chip per computer quantistici

Gli "echi quantistici" che attraversano il chip Willow del computer quantistico di Google, pur in un clima di cautela da parte di alcuni osservatori, potrebbero avvicinare i ricercatori alla realizzazione di calcolatori in grado di superare le prestazioni dei computer classici....

Il mistero dell’aura

Scintille luminose, linee a zig zag, scotomi: sono solo alcuni dei fenomeni percettivi che spesso (ma non sempre) precedono un attacco di emicrania e che per questo vengono definiti «aura emicranica». Ma perché si verificano? E davvero sono manifestazioni benigne?

Verso una nuova dipendenza

Confezioni colorate, aromi fruttati e tanta promozione sui social media stanno facendo esplodere una nuova (e pericolosa) moda tra i più giovani: quella dei sacchetti di nicotina. Facili da usare, favoriscono la concentrazione e anche il relax. Ma a quale prezzo?

HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

24 Agosto 2025 ore 10:10
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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

L'articolo HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS proviene da Giubbe Rosse News.

La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

18 Marzo 2025 ore 10:47

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

5 Febbraio 2025 ore 10:13

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

10 Dicembre 2024 ore 11:13

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

L'articolo Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata) sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

2 Dicembre 2024 ore 12:16

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

26 Novembre 2024 ore 13:12

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

7 Ottobre 2024 ore 16:12

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

18 Luglio 2024 ore 11:45

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

2 Luglio 2024 ore 17:30

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

12 Giugno 2024 ore 13:00

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

7 Giugno 2024 ore 10:20

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO

22 Luglio 2024 ore 19:02


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

Macron apre la seconda fase della battaglia sull'aborto: "Entri nella carta dei diritti Ue"

Cerimonia a Parigi per il sigillo sulla norma che inserisce l'aborto nella Costituzione francese. Intanto allo State of the Union, Biden ne fa una bandiera, promettendo il contro-ribaltamento della Roe v. Wade

La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

L'Africa di fronte a un grande test democratico

Il continente africano si prepara a numerose consultazioni elettorali, regolari o anticipate, tra cui nove elezioni presidenziali. Il futuro della democrazia dipenderà da due condizioni

8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili

Oltre 230 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali

Nella Giornata internazionale della Donna voglio ricordare che questa pratica causa gravi complicanze e persino la morte. I rischi più diretti sono emorragie, shock settico, infezioni, ritenzione urinaria e forte dolore

Primavera alle Bahamas tra cibo, vini pregiati e immersioni a colori

Oltre 700 isole e isolotti e 16 destinazioni insulari che nascondono baie e tradizioni meravigliose, eventi culturali spettacolari e antiche storie che rendono questa meta turistica un vero tesoro da scoprire

"Stasera sono in vena". Ovvero splendere di solitudine dentro la notte dell'Italia

Oscar De Summa riporta in forma di teatro-concerto il monologo di racconto dell’altra Italia degli anni ’80, quella che nel vuoto della provincia trovò solo l’eroina

Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare

Insegnare alle donne come uscirne

Un rapporto Osce indica che il divario fra ruoli maschili e femminili nella criminalità organizzata è relativamente ridotto. E sorprendentemente le donne sono assenti dai programmi statali di protezione dei testimoni. Anche lì, non vengono offerte le stesse opportunità degli uomini

Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

Winston

In ogni libro, film, canzone, serie tv, opera d’arte, c’è sempre la scintilla di un’idea. Winston, come l’eroe di 1984 di George Orwell, vuole trovarla e raccontarla , anche solo per uno spunto, per cinque giorni alla settimana per circa quattro minuti. Un podcast di Pierluigi Battista per HuffPost.

La vetrina dei libri. I sei scelti da Huffpost

"Attesa di Dio" di Simone Weil, "La ragazza sul divano" di Jon Fosse, "Destra, sinistra e viceversa" di Antonello Caporale e Salvatore Merlo,  "Rosy" di Alessandra Carati, "Cento giorni che non torno" di Valentina Furlanetto, "Nel continente nero" di Francesco Cancellato

È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

20 Gennaio 2024 ore 15:57

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

"Premio Giornalisti Toscani 2023” dell’Associazione Stampa Toscana

Le pergamene sono andate alle portavoce della Questura di Firenze e del Comando provinciale dei Carabinieri, Vanessa Monti Pellegrino e Angela Domenica Salerno, al vigile del fuoco Gabriele Ghisti e all'unità cinofila Elio della Guardia di Finanza, con il conduttore Rudolf Russo

Alluvione in Toscana, in arrivo 7 milioni per le aziende agricole colpite

6 milioni erogati dal Fondo di solidarietà nazionale, mentre un ulteriore milione sarà assegnato con un secondo bando. Giani: “Grazie alla Regione nelle prossime settimane attiveremo l’iter per l’assegnazione degli indennizzi”

La Federazione delle Associazioni Italia-Israele contro la risoluzione del Consiglio comunale di Firenze: “Hamas è un gruppo terroristico, Nardella chiarisca”

Il presidente Bruno Gazzo contro il documento approvato dalla maggioranza: “C’è da domandarsi se le richiamate 'pace, giustizia e dignità dei popoli' enunciati nell’atto possano basarsi su presupposti che non hanno alcun rapporto con la realtà”

Firenze, sembrava un incendio, si scopre che erano stati assassinati: un fermato per l’omicidio di una coppia di anziani

Clamorosa svolta nell'indagine sul fatto di Bagno a Ripoli dello scorso 5 dicembre. I coniugi ritrovati senza vita nella loro abitazione non sarebbero morti a causa del rogo, ma per una spietata aggressione. Ipotesi usura. Lei picchiata e poi forse strangolata

Polvere

Polvere è una serie audio di Chiara Lalli e Cecilia Sala sull’omicidio di Marta Russo. A ventitré anni di distanza, Polvere ricostruisce le indagini e il processo. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono stati condannati per omicidio colposo e favoreggiamento. Con quali prove?

GOLPE - 50 anni di Cile

Sono passati 50 anni dal colpo di Stato in Cile. L’11 settembre del 1973, dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago, i vertici militari prendono il potere destituendo Salvador Allende e instaurando una spietata dittatura con a capo il generale Augusto Pinochet. Il Golpe non servì solo a stroncare l’esperienza politica democratica di Allende ma a fare del Cile il primo vero laboratorio delle teorie neo-liberiste. Oggi come allora, nel Cile tutto è privatizzato, dalla scuola alla sanità, dalla previdenza al welfare, ai beni comuni (acqua, energia, trasporti) e nel commercio dominano le multinazionali. Il popolo cileno non solo è povero, ma è anche arrabbiato. Molte proteste, spesso sedate con il sangue, si sono succedute negli anni. Ma come rileggere i fatti alla luce del presente? Testimonianze di politici, giornalisti, artisti, studenti e lavoratori provano a rimettere insieme vicende, esperienze, non dimenticando gli storici legami con l'Italia, le speranze ancora vive e il peso del passato.

Ben-Hur, un altro film

Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it

Lo speciale: Ben-Hur, un altro film

La rete Tim: che cosa è, a che serve, perché i governi ci sbattono da 25 anni

Dallo sbarco in Borsa del ’97, al “piano Rovati”, alla rete unica di Conte e Draghi, fino al tentativo di Meloni: lo scorporo è un problema eterno. Vademecum per capirci qualcosa (con l’aiuto di Gamberale)

Mirror replication of sexual facial expressions increases the success of sexual contacts in bonobos

Nome rivista: Scientific Reports Numero: 10: 18979 Data pubblicazione: 04/11/2020 Autori: Nome: Elisabetta Cognome: Palagi Affiliazione: Dipartimento di Biologia e Museo di Storia Naturale, Università di Pisa Nome: Marta Cognome: Bertini Affiliazione: Museo di...

Dare forma all’acqua in un attimo con un vestito polimerico su misura

Comunicato stampa - Una pellicola sottilissima e biodegradabile in grado di rivestire volumi di acqua che rimangono così racchiusi e sigillati. Possibili applicazioni in ambito agroalimentare, farmaceutico e biomedicale. Questo il risultato dello studio pubblicato su Science...

Leggere il DNA in tempo reale

Comunicato stampa - Un nuovo strumento bioinformatico individua rapidamente le alterazioni del genoma grazie a sequenziatori di ultima generazione. I risultati di una ricerca dell’Università di Firenze, sostenuta da AIRC, sono pubblicati sulla rivista "Bioinformatics"

Etna: svelata la causa dello sciame sismico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018, culminato con il forte sisma (ML 4.8) del 26 dicembre, grazie ad un approccio multidisciplinare che ha integrato i dati...

Crudo o cotto: così riconosciamo il cibo

Comunicato stampa - Grazie a una particolare organizzazione della nostra memoria, due diverse regioni del cervello sono implicate nell’identificazione degli alimenti naturali rispetto a quelli processati: a dirlo è una nuova ricerca pubblicata su "Scientific Reports"

L’attività fisica accresce le capacità olfattive

Comunicato stampa - Lo rivela uno studio condotto dal Cnr-Ibcn in collaborazione con il laboratorio di Neuroimmunologia della Fondazione Santa Lucia e con la Fondazione Ebri, secondo il quale il movimento attiva cellule staminali neurali, aumentando il numero di neuroni maturi...

Individuata per la prima volta una gigantesca eruzione stellare

Comunicato stampa - Individuata caratterizzata, per la prima volta in modo completo, una potentissima esplosione nell’atmosfera della stella attiva HR 9024, segnata da un intenso lampo di raggi X seguito dall’espulsione di una gigantesca bolla di plasma. Il lavoro è stato...

Nuovi materiali intelligenti: un passo verso il cuore artificiale

Comunicato stampa - Un approccio interdisciplinare che vede coinvolti l’Istituto nazionale di ottica del Cnr, l’Università di Firenze e il Lens ha reso possibile lo sviluppo di un innovativo materiale foto-responsivo, capace di riprodurre le proprietà meccaniche del cuore...

Battaglia di comete e pianeti attorno alla stella HD 163296

Comunicato stampa - Appena pubblicato su  The Astrophysical Journal uno studio su HD 163296, giovane stella di massa circa doppia di quella del Sole circondata da un altrettanto giovane sistema planetario in formazione ancora ricco di gas e polveri. Le osservazioni più recenti...

Mercurio in acque minerali italiane sotto la soglia

Comunicato stampa - Pubblicato sulla rivista Chemosphere uno studio coordinato dall’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr. La ricerca, con una tecnica analitica specifica per la determinazione del metallo contaminante, conferma i livelli trascurabili per la...

Fondali della Laguna di Venezia: erosione e rifiuti

Comunicato stampa - Un nuovo studio dell’Istituto di scienze marine del Cnr, uscito sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, documenta ad altissima risoluzione l’impronta delle attività dell’uomo in un ambiente spesso trascurato perché non visibile. L’innovativa...

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