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Ricevuto — 15 Giugno 2026 Stampa Nazionale

Belgio-Egitto, il gol di Lukaku che porta la partita sull'1-1

15 Giugno 2026 ore 22:34
Al 66' Al primo pallone toccato da suo ingresso in campo, Lukaku attacca bene lo spazio e in area di rigore su un cross dalla destra in scivolata mette alle spalle di Shoubir. Ora il Belgio ha cambiato passo è molto più dinamica

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Usa, un bombardiere B-52 si schianta dopo il decollo da una base in California

15 Giugno 2026 ore 22:12

Un bombardiere B-52 si è schiantato poco dopo il decollo lunedì mattina, intorno alle 11:20 ora locale, in una base dell’aeronautica militare statunitense nel deserto del Mojave, in California. Lo ha comunicato l’esercito Usa in un post su X, specificando che le squadre di soccorso sono intervenute subito dopo l’incidente. Il Boeing modello B-52, bombardiere a lungo raggio pensato per portare sia armi convenzionali sia nucleari, è entrato in servizio nel 1955 e in genere ha a bordo un equipaggio di cinque persone: nessuna informazione è stata fornita su eventuali feriti o vittime.

Il bombardiere era decollato dalla base di Edwards – circa 161 chilometri a nord di Los Angeles – dove Chuck Yeager superò la velocità del suono nel 1947.

Lo schianto si è verificato a quasi un anno di distanza dai fatti del luglio 2025, quando il pilota di un aereo di linea regionale in volo sopra il Nord Dakota effettuò una virata brusca e inaspettata per evitare una possibile collisione in volo con un bombardiere militare B-52 che si trovava sulla sua traiettoria.

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L’accordo visto da Teheran: i nodi irrisolti su Libano, Hormuz, soldi e nucleare

15 Giugno 2026 ore 21:56
Per l’Iran l’intesa siglata con gli Usa comporta punti che non sono stati evidenziati da Trump, come il ripristino dei pedaggi nello Stretto dopo i primi 60 giorni, lo sblocco degli asset congelati e la fine delle ostilità nel Paese dei Cedri

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I cacciatori di mine italiani: un’eccellenza globale tra storia e futuri scenari geopolitici

15 Giugno 2026 ore 20:36
Dalle storiche missioni nel Golfo Persico alle tecnologie di ultima generazione. Le capacità di sminamento della Marina e dell'Esercito sono un punto di riferimento per la NATO e potrebbero rivelarsi cruciali nello Stretto di Hormuz

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Mondiali 2026, Capo Verde all’esordio ferma la Spagna sullo 0-0: continua la favola dopo la storica qualificazione

15 Giugno 2026 ore 20:50

La nazionale del Capo Verde riesce nell’impresa impossibile. La squadra del minuscolo arcipelago africano scrive la storia pareggiando con la Spagna allo storico debutto in Coppa del Mondo, nel gruppo H. La squadra del commissario tecnico Bubista ha fermato i campioni d’Europa di De La Fuente sullo 0-0, anche e soprattutto grazie alle parate del 40enne portiere Vozinha, eroe di giornata con una serie di interventi da incorniciare nel primo e nel secondo tempo.

La nazionale dell’arcipelago di soli 530mila abitanti è un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. Sulla carta si trattava di una sfida a senso unico. Ma non è stato così. Gli africani sono stati protagonisti di una grande partita difensiva riuscendo a fermare sullo 0-0 una delle nazionali di calcio più titolate del mondo. Da registrare anche la scarsa aggressività spagnola salvo un traversa colpita da Ferran a fine primo tempo.

Dopo il delirio e le lacrime per la storica qualificazione, continua il sogno della nazionale di Capo Verde (che ha tra i convocati anche sei calciatori nati a Rotterdam). Increduli i tifosi presenti sugli spalti, che hanno dato subito il via a una grande festa per il risultato inaspettato alla vigilia.

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Roberto Vannacci affianca Matteo Salvini: Futuro Nazionale al 5,3% come la Lega. Il sondaggio Swg

15 Giugno 2026 ore 20:03

Non solo la cavalcata di Roberto Vannacci non si arresta,ma per Matteo Salvini, adesso, la situazione si complica pesantemente. Il movimento del generale (lanciato in politica proprio dal Carroccio, con tanto di elezione al Parlamento europeo) affianca la Lega. Futuro Nazionale, infatti, guadagna mezzo punto in una settimana e raggiunge il 5,3%. Ed è la stessa identica percentuale del partito di Salvini, che in 7 giorni invece perde lo 0,3%. È questo il quadro che viene fuori dal sondaggio di Swg per il Tg La7.

L’aggancio di Vannacci: i nuovi clamorosi risultati del sondaggio di SWG per il TgLa7 ???? https://t.co/72NFV5pGO0 pic.twitter.com/ldjKzqhGZu

— Tg La7 (@TgLa7) June 15, 2026

A pochi giorni dall’assemblea di Futuro nazionale, tra polemiche e accuse, Vannacci pertanto festeggia l’obiettivo raggiunto, anche se – al momento – solo nelle stime dei sondaggi. Ma nel centrodestra a perdere consensi non è solo la Lega, ma anche Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni segna un meno 0,4% rispetto alla scorsa settimana fermandosi al 27,9%. Unico partito a non perdere nella coalizione di governo è Forza Italia, stimata 7,2% (+0,2%).

Sul fronte delle opposizioni il Partito democratico si conferma seconda forza politica italiana al 22,1% (+0,1%), seguito dal Movimento 5 stelle al 13,3% (+0,2). Stabili Alleanza VerdiSinistra al 6,5% e Italia Viva al 2,4%. Chiudono il quadro Azione al 3,5% (-0,1%), +Europa all’1,6% (+0,1%), Noi Moderati all’1,1% (-0,1%), Ora! all’1% come sette giorni fa. Altri partiti sono indicati al 2,8% (-0,2%) mentre il 27% non si esprime (-1%).

Sommando le stime, pertanto, il campo progressista (Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa) si attesterebbe 45,9%. Il centrodestra, invece, si fermerebbe al 41,5%. Discorso diverso con Vannacci in coalizione: in questo caso la destra arriverebbe al 46,8%. Futuro nazionale, pertanto, si conferma potenziale ago della bilancia delle prossime Politiche.

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Un malato di Sla con paralisi e difficoltà nel parlare comunica da due anni nella vita di tutti i giorni grazie a un chip impiantato nel cervello

15 Giugno 2026 ore 20:03

Da due anni un uomo affetto da una grave paralisi e difficoltà nel parlare dovute alla Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) riesce a comunicare e a utilizzare un computer grazie a un chip impiantato nel cervello. La particolarità del caso, riporta la rivista Nature Medicine, sta nel fatto che l’uomo ha utilizzato il dispositivo stando a casa, nella vita di tutti i giorni, invece che in un contesto controllato come un laboratorio e con il supporto di professionisti. L’ha utilizzato quasi ogni giorno, per oltre 3.800 ore.

Il risultato è stato ottenuto dal gruppo di ricerca coordinato da Sergey Stavisky e David Brandman dell’Università della California a Davis. Lo studio dimostra che le cosiddette interfacce cervello-computer (brain-computer interfaces, o Bci), che rilevano i segnali elettrici direttamente all’interno della corteccia cerebrale traducendoli poi in comandi per controllare dispositivi esterni, possono diventare anche strumenti in grado di entrare a far parte della quotidianità. Gli autori della ricerca ritengono però che un solo caso non basta per tratte conclusioni: sono necessarie ulteriori ricerche per valutare l’efficienza di questa tecnica.

Una seconda ricerca, guidata da Politecnico di Losanna (Epfl) e Ospedale Universitario di Losanna (Chuv), riguarda un chip combinato con l’Intelligenzaartificiale che ha permesso a 40 malati di Parkinson di camminare meglio e in autonomia. Coordinati da Jocelyne Bloch e Eduardo Moraud di Epfl e Chuv, i ricercatori hanno usato l’IA per sviluppare decodificatori che lavorano in tempo reale: interpretano direttamente dall’attività cerebrale i movimenti che la persona intende fare e usano i segnali per calibrare la stimolazione elettrica in pochi secondi, rendendo una tecnica usata da oltre 30 anni molto più adattabile alle circostanze.

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Accordo USA-Iran? L’ex CIA Larry: “Questo si chiama blocco navale”

15 Giugno 2026 ore 20:00



L’ex analista della CIA, Larry Johnson, si esprime sugli ultimi sviluppi dell’imminente accordo (MOU) tra Stati Uniti e Iran. Il video analizza l’annuncio di Donald Trump circa la rimozione del blocco navale e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano.

Tuttavia, Larry Johnson esprime un profondo scetticismo: fa notare che gli USA intendono comunque intercettare le navi iraniane con equipaggiamento militare cinese — definendolo un blocco de facto — e che Netanyahu ha già rifiutato il ritiro dal territorio libanese. Tra le interpretazioni opposte delle due fazioni sui dettagli finanziari (tra cui lo sblocco di 24 miliardi di dollari per Teheran) e le forti tensioni interne, il dialogo evidenzia i rischi di un imminente sabotaggio del patto prima della firma ufficiale in Svizzera, accennando infine agli attacchi paralleli su Kiev.

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Svaligiata la casa di Moise Kean, portati via orologi di lusso: il bottino

15 Giugno 2026 ore 19:31

Furto di orologi nella casa di Firenze del calciatore viola e della nazionale italiana Moise Kean. Il giocatore non era in Italia quando i ladri hanno assalito la sua abitazione fiorentina. Il valore della refurtiva ammonterebbe a circa 300mila euro. A dare l’allarme, stamattina, è stato un ospite di Kean nell’abitazione, nel quartiere di Campo di Marte. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Sezione Investigazioni scientifiche che hanno svolto i rilievi alla ricerca di tracce dei malviventi. Gli investigatori hanno anche acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona per ricostruire la dinamica e individuare gli autori. Non si esclude che i malviventi possano essere entrati dal retro dello stabile per accedere all’appartamento del calciatore.

Sono diversi i furti ai calciatori negli ultimi mesi: a fine 2025 fu svaligiata la casa di Jamie Vardy, attaccante della Cremonese, mentre nel 2026 tra i casi che fecero più clamore, quelli a Nicolò Zaniolo, che fece anche una storia su Instagram, soprattutto a Neil El Ayanoui, centrocampista della Roma adesso impegnato ai Mondiali con il Marocco. In quella circostanza il calciatore marocchino era in casa con la famiglia e vennero anche sequestrati all’interno dell’abitazione per diverso tempo. Tornando a Moise Kean, il calciatore adesso si trova all’estero e in casa in quel momento non c’era più nessuno.

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“Hormuz completamente aperto venerdì”. Ma restano i nodi dello sminamento e del “pedaggio mascherato” per il transito nello Stretto

15 Giugno 2026 ore 19:18

“Lo Stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì”. L’annuncio di Donald Trump, arrivato a margine del G7 di Evian, fa sperare in una soluzione rapidissima per il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Ma la riapertura formale potrebbe essere solo il primo passo di un percorso molto più lungo. Basti dire che poco prima che parlasse il presidente un funzionario dell’amministrazione sentito da Bloomberg ha chiarito che il traffico marittimo non tornerà immediatamente alla normalità: gli Stati Uniti si aspettano un aumento graduale dei flussi nell’arco di una o due settimane, anche a causa delle operazioni necessarie per affrontare il problema delle mine presenti nell’area. Non solo: resta irrisolto anche il nodo del pedaggio – seppure mascherato – che Teheran intende riscuotere da chi attraversa il canale. “Abbiamo sempre detto che non intendiamo imporre pedaggi, ma che in cambio dei servizi che forniremo, ovvero servizi di navigazione, protezione ambientale, eventualmente assicurazione navale e altri servizi che saranno forniti da Iran e Oman, i costi necessari saranno definiti e riscossi”, ha infatti ribadito il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei.

La questione degli ordigni resta uno dei principali ostacoli. Secondo Gian Enzo Duci, docente di Economia e management marittimo e portuale all’Università di Genova, una bonifica completa dello Stretto potrebbe richiedere da tre a sei mesi. Questo non significa però che la navigazione sia impossibile. Esistono infatti aree prossime alle coste dell’Oman e dell’Iran considerate relativamente sicure e già utilizzabili per il passaggio delle navi. Come dimostra il fatto che nelle ultime settimane molte petroliere e navi commerciali sono riuscite comunque ad uscire da Golfo Persico spengendo i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto. Trump ha detto che il mese scorso sono state oltre 200, nell’ambito di una “missione segreta” da lui ordinata, consentendo il passaggio di più di 100 milioni di barili di petrolio destinati ai mercati internazionali.

Il problema è che la riapertura di un corridoio non coincide automaticamente con il ripristino della capacità di trasporto precedente alla crisi. Nel corso delle settimane di tensione si è accumulata una forte congestione sia all’interno sia all’esterno dello Stretto. Petroliere, metaniere e altre navi commerciali potrebbero dover attendere il proprio turno per attraversare il passaggio, con inevitabili ripercussioni sui tempi di consegna e sui costi logistici. Quindi è irrealistico immaginare che già nei primi giorni si possa tornare ai volumi ordinari. “Non si potrà pensare che il primo giorno possano uscire 40 milioni di barili di petrolio”, osserva Duci. Anche una volta riaperto il transito, la logistica mondiale dovrà riassorbire settimane di interruzioni e deviazioni.

Negli ultimi giorni molte compagnie hanno infatti modificato rotte, programmi di carico e catene di approvvigionamento. Come sottolinea Luca Sisto, direttore generale di Confitarma, la logistica internazionale ha capacità di adattamento: quando una rotta si interrompe, gli operatori cercano alternative. Proprio per questo la fine dell’emergenza non implica necessariamente un ritorno immediato alla situazione precedente. Alcuni flussi potrebbero essersi già spostati verso percorsi differenti e impiegare mesi prima di tornare sui livelli abituali.

Sul tavolo resta poi il tema dei pagamenti richiesti alle navi in transito per “servizi marittimi“. L’ipotesi di un pedaggio fa ovviamente salire sulle barricate i diretti interessati ed è respinta al mittente da tutti gli addetti ai lavori. Per Confitarma qualunque forma di tassa obbligatoria per attraversare lo Stretto sarebbe incompatibile con il quadro normativo internazionale e rischierebbe di creare un precedente pericoloso. La stessa valutazione arriva dal professor Marco Roscini della Westminster Law School. Hormuz, ricorda il giurista, è utilizzato per la navigazione internazionale ed è soggetto al regime del “passaggio in transito”, che garantisce alle navi di tutti gli Stati il diritto di attraversarlo in modo continuo e rapido.

In questo contesto l’Iran e l’Oman non potrebbero subordinare il passaggio al pagamento di un pedaggio. E un eventuale accordo bilaterale tra Washington e Teheran non potrebbe modificare il regime giuridico dello Stretto. “L’accordo può certamente ridurre il rischio militare, prevedere meccanismi di sicurezza, istituire procedure di coordinamento navale o sminamento, ma non può eliminare o restringere i diritti di navigazione spettanti agli Stati terzi senza il loro consenso”. Diverso sarebbe il caso di servizi effettivamente forniti alle imbarcazioni, come pilotaggio, rimorchio o assistenza alla navigazione. Il distinguo ovviamente è cruciale. “Se la tariffa remunera un servizio reale, facoltativo e proporzionato, essa può essere compatibile con il diritto internazionale. Se la tariffa è in realtà una condizione per poter transitare, indipendentemente dall’utilizzo di servizi specifici, allora assomiglia molto a un pedaggio mascherato e rischia di essere incompatibile con il regime del passaggio in transito”, spiega Roscini. “Se tali pagamenti fossero obbligatori per attraversare Hormuz, sarebbe difficile distinguerli da un vero e proprio pedaggio”.

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“Tra noi e l’azienda c’è una tregua armata. Non accetteremo esuberi e chiusure”: i lavoratori di Electrolux e i sindacati dopo la sospensione dei licenziamenti

15 Giugno 2026 ore 19:09

Non è ancora una soluzione, avvertono i sindacati, ma per il momento al tavolo al Ministero per le imprese e il made in Italy per la vertenza Electrolux, esuberi e chiusure sono allontanati. Una tregua di cinquanta giorni almeno. Quasi due mesi per l’avvio di un confronto che resta complesso, ma che rappresenta comunque un passo avanti dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi, nelle Marche. Electrolux ha sospeso temporaneamente la procedura di licenziamento collettivo aperta in Italia che avrebbe diminuito del 40% la forza lavoro nel nostro Paese, ampliando la crisi del settore degli elettrodomestici, già fiaccato dalla vicenda Whirlpool-Beko.

“Li abbiamo fermati, ma tra noi e l’azienda è una tregua armata“, ha rivendicato il segretario della Fiom-Cgil Michele De Palma, al termine dell’incontro con l’azienda e il governo. “Arrivavamo a questo tavolo con due elementi chiari: erano pronti ad aprire le procedure di mobilità e a pagare il prezzo erano i lavoratori di Cerreto d’Esi perchè su quello stabilimento ci avevano messo la croce sopra. Li abbiamo, li avete fermati, ma non siamo alla soluzione della vertenza, dobbiamo avere la piena consapevolezza che la battaglia non si è conclusa“, ha avvertito. Per questo, ha continuato, il messaggio da trasmettere alle assemblee che ora si faranno nei territori tra i lavoratori è l’invito a restare compatti. “Non dobbiamo smobilitare. Da questa vertenza o ne usciamo tutti insieme, tutte le organizzazioni sindacali, tutti gli stabilimenti, operai e impiegati, o si rischia che se vedono lo spazio di una divisione ci si infilano ed è la fine della nostra vertenza”.

“La situazione non è risolta definitivamente, per adesso è sospeso il piano dell’azienda che non parte con nessuna azione unilaterale nei confronti dei lavoratori”, ha aggiunto il neo segretario generale Uilm, Davide Sperti, parlando di un “primo passo avanti che possiamo raccogliere con cauto ottimismo“. “L’azienda voleva partire da esuberi e la chiusura di uno stabilimento. Noi gli abbiamo detto che questo non è il modo in cui si costruisce un piano, che non era industriale, ma di dismissioni”, ha sottolineato pure il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, sottolineando che “è molto importante l’impegno politico che è stato preso e lo vogliamo vedere alla prova dei fatti“, invitando il governo Meloni ad “aprire il tavolo dell’elettrodomestico, a costruire le proposte per mettere in sicurezza l’occupazione, la presenza industriale e la sostenibilità economica e sociale delle nostre comunità”.

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Prima donna a Palazzo Chigi: basta variare il genere per cambiare volto al potere?

15 Giugno 2026 ore 18:40

di Nicolantonio Agostini

Nei giorni scorsi, intervenendo in Parlamento, Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio un primato storico: la prima donna a guidare il governo italiano è stata espressa dalla destra. Si tratta senza dubbio di una novità importante. Ma il valore simbolico delle “prime volte” non dovrebbe impedire una domanda più scomoda: più donne al potere significano davvero meno corruzione, più cooperazione e più merito? Una parte della ricerca scientifica sembrerebbe suggerirlo. Diversi studi hanno evidenziato una correlazione tra maggiore presenza femminile nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. In media, le donne mostrano livelli leggermente più elevati di empatia e una maggiore sensibilità alle norme sociali, caratteristiche che possono favorire cooperazione, trasparenza e attenzione al bene collettivo.

Ma questo effetto non è automatico. E soprattutto non dipende soltanto dal genere di chi governa.

I comportamenti sociali sono il risultato dell’interazione tra predisposizioni individuali e ambiente. Esistono donne altamente cooperative e donne fortemente competitive o autoritarie, così come esistono uomini molto orientati alla collaborazione. Il punto decisivo è il contesto. Nei sistemi più gerarchici e competitivi non emergono necessariamente le persone più empatiche o trasparenti. Emergono quelle più compatibili con le logiche dominanti del sistema. In altre parole, le donne che raggiungono il vertice non sono automaticamente portatrici di modelli politici più cooperativi: spesso sono quelle che hanno saputo adattarsi meglio alle regole già esistenti.

Il caso italiano appare istruttivo. Il governo Meloni ha fatto del merito uno dei propri slogan più ricorrenti. Eppure, sul piano normativo, il bilancio appare più ambiguo. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio e l’indebolimento delle norme sul traffico di influenze illecite vanno nella direzione opposta rispetto al rafforzamento degli strumenti di prevenzione della corruzione.

Ma non si tratta soltanto di leggi. Anche i messaggi politici contano. Quando Meloni arriva a definire le tasse una forma di “pizzo di Stato”, contribuisce ad alimentare una visione conflittuale del rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che esistano “mazzette modeste” sostanzialmente tollerabili, il confine tra legalità e illegalità rischia di diventare meno netto. In un contesto del genere, parlare di meritocrazia e di lotta alla corruzione diventa difficile. Perché il merito non può prosperare dove le regole sono percepite come negoziabili e la trasparenza non rappresenta una priorità. Senza controlli efficaci e responsabilità istituzionale, il merito resta uno slogan più che un criterio reale di selezione.

È qui che emerge il vero paradosso. Mentre si celebra, giustamente, la conquista simbolica della prima donna a Palazzo Chigi, si rischia di attribuire al genere qualità che appartengono invece alle istituzioni. La ricerca suggerisce che le donne possono contribuire a ridurre la corruzione e favorire la cooperazione, ma soprattutto quando operano all’interno di sistemi che premiano trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole.

La lezione è semplice: non basta cambiare il volto del potere per cambiare il funzionamento del potere. Se davvero vogliamo meno corruzione, più cooperazione e più merito, la questione decisiva non è chi governa, ma quali regole vengono rafforzate e quali, invece, vengono progressivamente indebolite.

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Sinner torna in campo dopo il malore: il video del primo allenamento a Montecarlo con Rune

15 Giugno 2026 ore 18:32

Era il video che tutti stavano aspettando. Jannik Sinner è tornato in campo a distanza da più di tre settimane dall’eliminazione al Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo, quando ha avuto un malore improvviso. Il numero uno al mondo si è allenato sul cemento di Montecarlo, con l’obiettivo di arrivare pronto al grande appuntamento di Wimbledon, che comincerà lunedì 29 giugno e finirà domenica 12 luglio. In mezzo non giocherà nessun altro torneo, ma solo un’esibizione.

La notizia è anche chi durante l’allenamento era dall’altra parte della rete. Sinner si è infatti allenato insieme a Holger Rune, danese 23enne ormai fermo da diversi mesi dopo la rottura del tendine d’Achille proprio nel momento in cui stava per venir fuori. I due hanno scambiato a tratti anche a buon ritmo e – con i rispettivi tempi – vogliono migliorare la condizione fisica in vista della seconda parte di stagione. Sinner per tornare al top, Rune per il momento per tornare a giocare un match ufficiale.

Nelle oltre due settimane di stop, l’altoatesino ne ha approfittato per rallentare dopo mesi intensissimi. Motivo per cui Sinner ha prima fatto qualche giorno di vacanza insieme alla fidanzata Laila Hasanovic, poi ha svolto per due giorni degli esami medici approfonditi al San Raffaele di Milano per provare a capire qualcosa in più sul problema avuto al Roland Garros. L’allarme sembra esser rientrato: ora Sinner si prepara a Wimbledon, penultimo Slam dell’anno su erba vinto per la prima volta nel 2025.

Credit video: Instagram @dr.alexandra_dorobantu

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Forza Jannik! Difendi il titolo: torna il campione azzurro in vista di Wimbledon

15 Giugno 2026 ore 18:30
Dopo il ko al Roland Garros e i controlli al San Raffaele, Sinner ha ripreso gli allenamenti a Montecarlo in vista di Wimbledon. Lunedì 29 giugno aprirà il Campo Centrale come campione in carica; non avrà partite sull’erba prima dei Championship

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Puntata speciale: Accordo USA-Iran – con Gianmarco Landi

15 Giugno 2026 ore 18:23



Trump chiude un accordo con l’Iran e rimprovera pubblicamente Netanyahu. Litigio tattico o divergenze autentiche? Ne parliamo in questa puntata speciale con Gianmarco Landi, da sempre fautore della tesi che sostiene come Trump non abbia in realtà nessuna simpatia per il presidente di Israele

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Valentina Gargano, il soprano lirico che incanta gli stadi nei concerti di Achille Lauro

15 Giugno 2026 ore 18:05

Come ben sanno i venticinque lettori manzoniani di queste mie colonne, ho sempre fondato la mia Weltanschauung sulla mescolanza fra l’alto e il basso, sulla ricerca di quella tensione interiore orientata al principio alchemico della concordia oppositorum. Ero dunque destinato all’incontro folgorante con l’artista che desidero presentare oggi: Valentina Gargano, soprano lirico che incanta il pubblico dei concerti rock negli stadi, artista in cui si fondono talento indubbio e innegabile fascino.

Gli spettatori dallo sguardo attento già rimasero colpiti dalla sua interpretazione irresistibile di Rosina ne Il Barbiere di Siviglia, all’interno della lodevole iniziativa itinerante del Teatro dell’Opera di Roma OperaCamion; già allora, dietro l’agilità vocale e la vivacità sulla scena, si imponeva quella presenza magnetica che ha rapito i fan di Achille Lauro a San Siro e allo Stadio Olimpico.

Gargano, infatti, vive un momento di improvvisa quanto meritata visibilità grazie alla sensibile intuizione dell’artista romano, che l’ha voluta come presenza cruciale nel suo commovente brano Perdutamente, portato trionfalmente sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Tecnicamente, Gargano è, prima di ogni altra considerazione, un soprano lirico di agilità, la cui specialità rimane il ruolo sublime della Regina della Notte; un cimento proverbialmente arduo, che impone il temibile Fa6 nei celebri picchettati.

Formatasi coi massimi voti a Santa Cecilia, perfezionatasi all’Accademia del Teatro dell’Opera di Roma, Gargano si è già esibita a livello internazionale; la sua voce potrebbe essere definita una lama dal colore brunito, per restituirne insieme la purezza tagliente e la profondità timbrica. Negli stadi, la sua vocalità si è rivelata sorprendentemente versatile (qualità che aveva già messo in luce nel doppiaggio della serie tv Belcanto), transitando dal registro di petto/misto dell’interludio epico che precede Perdutamente a suoni fissi di testa di matrice quasi barocca, per giungere infine a una vocalità lirica pura, coronata da due Re6 tenuti con apparente disinvoltura.

Rispetto al teatro, un live in uno stadio impone ulteriori asperità tecniche: l’auricolare in-ear, che sottrae alla cantante la percezione della propagazione della voce nello spazio circostante; il fumo di scena, che inaridisce le mucose; una platea immensa e volumi sonori tali da rendere quasi impossibile percepire con esattezza l’effettivo sforzo vocale.

Eppure ridurre Valentina Gargano a una scheda tecnica significherebbe non cogliere il punto. Davanti al pubblico caotico e popolare degli stadi si misura la potenza del suo magnetismo: la sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un silenzio solenne al brusìo di decine di migliaia di persone, squarciato solo dal suono cristallino del suo acuto.

Ve ne parlo, però, non per perizia tecnica o superficiale seduzione estetica: di soprani dotati, come di modelle o attrici di evidente bellezza, il mondo dello spettacolo abbonda. Ciò che rende Valentina Gargano una figura davvero unica nel panorama contemporaneo è un quid unico e irriducibile: il dono, appunto, di incarnare l’unità dei contrari. Non solo sul piano stilistico (da soprano lirico in un’arena rock), ma anche nella figura: concilia una dolcezza da Madonna preraffaellita e un’inquietante aura gotica; sul palco abbaglia con un portamento naturale da diva, ma nelle sue apparizioni pubbliche è sempre spontanea; manifesta grazia femminile e virilità androgina (state attenti, ammiratori indiscreti: il soprano sa boxare abilmente!), sensualità quasi luciferina e sguardo colmo di meraviglia innocente, una ierofania di archetipi complementari, Atena ed Ecate, Medea e Violetta, Lilith e Beatrice.

Una figura già iconica per il cinema d’autore o (perché no?) nella moda: due mondi che vivono proprio di quella tensione fra ieraticità e contemporaneità che lei pare incarnare senza il minimo sforzo. Robert Eggers farebbe bene a tirare le orecchie ai loro responsabili del casting (ma ancor di più dovrebbero i nostri Sorrentino e Garrone), è da stolti lasciarsi sfuggire la perfetta protagonista di una trilogia gotica, un volto che illuminato anche da una sola candela renderebbe ciascun fotogramma un dipinto fiammingo.
I teatri d’opera e gli stadi pieni sono solo l’inizio di una carriera che mi auguro piena di meritato riconoscimento.

[Foto di Alessandra Trucillo]

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Linkiesta Etc ha vinto il bronzo agli European Design Awards

15 Giugno 2026 ore 17:54

In occasione degli European Design Awards, uno degli appuntamenti più importanti per la comunità globale della comunicazione, il team creativo de Linkiesta ha conquistato la medaglia di bronzo grazie al progetto grafico di Linkiesta Etc. Questo successo accende i riflettori su come la carta stampata possa ancora innovare, stupire e imporsi nel panorama culturale contemporaneo attraverso scelte estetiche coraggiose e fuori dagli schemi.

Il prestigioso premio è stato assegnato a Linkiesta Etc per le sue straordinarie illustrazioni di copertina firmate dagli artisti Pierre Buttin e Cristina Daura. Dietro a questo traguardo si cela il lavoro di una squadra guidata dal direttore Christian Rocca e dall’Head of Content Stefano Cardini, insieme al team grafico composto da Caterina Cedone, Lorenzo Frosi e Nello Alfonso Marotta, guidati dallo studio di graphic design Paper Paper di Cecilia Bianchini e Giovanni Cavalleri.

Se il quotidiano online Linkiesta.it si occupa ogni giorno di attualità, Etc è nato per dare spazio, respiro e voce a tutto il resto. La rivista racconta ciò che solitamente non trova spazio nei titoli urlati dei media mainstream, ma che si rivela fondamentale nel plasmare la nostra vita quotidiana, la nostra estetica, i nostri usi e costumi, e soprattutto il nostro modo di pensare.

Ogni numero del quadrimestrale ruota attorno a un unico tema portante, intercettando lo spirito del tempo, e sviscerandolo attraverso prospettive inedite. Il numero 10 della rivista è stato interamente dedicato al tema del gioco, inteso non solo come svago, ma come lente d’ingrandimento per analizzare la società contemporanea. Il volume interroga lettrici e lettori sul prezzo da pagare in un mondo che sembra aver dimenticato il valore profondo del diventare adulti. Per riflettere questa complessità concettuale, la rivista stessa si è trasformata in un oggetto interattivo: un flip book animato dall’artista Umberto Chiodi, stampato nell’angolo inferiore destro di tutta la seconda metà del volume, che prende vita sfogliando velocemente le pagine.

Il successivo numero 11 ha invece esplorato il tema delle identità: le molteplici sfaccettature dell’Io divise tra la percezione dell’altro e il sé profondo, nell’era del narcisismo digitale. Un concetto intimo e filosofico che ha ispirato la potente copertina illustrata da Cristina Daura.

A fare la differenza agli European Design Awards è stata anche la coraggiosa evoluzione dell’impianto grafico della rivista. Proprio a partire dal decimo numero, Linkiesta Etc ha adottato un sistema di copertina completamente rinnovato: un masthead (il logo della testata) mobile, che racchiude tutte le informazioni tipografiche in un blocco versatile e flessibile. Questa soluzione strutturale innovativa libera lo spazio visivo della pagina e concede all’artista a cui viene affidata la copertina massima libertà espressiva. 

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Nessun accordo in Ue sulle sanzioni al ministro israeliano Ben Gvir: manca l’unanimità degli Stati membri

15 Giugno 2026 ore 17:51

Nemmeno le torture e l’umiliazione di cittadini europei ha smosso Bruxelles. Che non ci fosse l’unanimità era nell’aria, adesso è stata l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, a ufficializzare che i ministri degli Esteri dei 27 Stati membri non hanno, di nuovo, trovato un accordo per sanzionare il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir. “Molti Paesi hanno chiesto di sanzionare il ministro israeliano Ben-Gvir – ha dichiarato al suo arrivo in Lussemburgo per prendere parte al Consiglio Affari Esteri -, ma dalle consultazioni informali che ho avuto con gli Stati membri non c’è la necessaria unanimità“.

Quindi non ci saranno conseguenze per le immagini girate e fatte circolare nei mesi scorsi, con il membro estremista del governo Netanyahu che irride i manifestanti della Flotilla catturati dalle Forze di Difesa Israeliane in acque internazionali. Rimarranno solo le dichiarazioni di sdegno, evidentemente di circostanza, e poco altro, come la decisione della Francia di dichiarare il leader di Otzma Yehudit “persona non grata“, vietandogli quindi l’ingresso nel Paese. Anche l’Italia, con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha più volte invocato provvedimenti a livello europeo per colpire il ministro israeliano, senza mai prenderne a livello nazionale nonostante l’immobilismo comunitario.

Alla decisione su Ben-Gvir si aggiunge quella sulle restrizioni al commercio di prodotti dai Territori occupati. Su questo, la maggior parte degli stati membri ha chiesto la presentazione da parte della Commissione europea di opzioni per poter proseguire il lavoro. Una decisione, anche questa, per la quale si dovrà ancora aspettare.

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ROMA, VICINO L’ACCORDO CON I VETTURINI PER METTERE AL BANDO LE BOTTICELLE

15 Giugno 2026 ore 17:47

“Apprendo, con grande soddisfazione, che Roma Capitale e’ vicinissima a concludere un accordo con i vetturini per mettere finalmente al bando le carrozze turistiche trainate dai cavalli, meglio conosciute come botticelle”. Lo dichiara, in una nota, la capogruppo capitolina di Forza Italia Rachele Mussolini. “Il Campidoglio, dunque – aggiunge – attraverso il Garante degli Animali Patrizia Prestipino, che ringrazio a titolo personale, porta avanti con determinazione l’indirizzo contenuto in una mia mozione approvata in Assemblea capitolina nel luglio 2024, che impegnava il sindaco Gualtieri e la Giunta a prevedere delle valide alternative alla trazione animale delle botticelle di Roma e a riconvertire le attuali licenze dei vetturini in licenze taxi. Cio’ al duplice scopo di salvaguardare il benessere degli animali, fortemente minato da un impiego eccessivo degli stessi – soprattutto nei mesi piu’ caldi dell’anno – e di tutelare i posti di lavoro dei vetturini. Vetturini che, stando agli ultimi aggiornamenti, sarebbero tutti d’accordo con la proposta del Campidoglio meno che uno. L’auspicio e’ che si raggiunga un accordo pieno e totale con tutti i lavoratori coinvolti e si possa finalmente dire addio alle botticelle e alle indicibili fatiche e sofferenze che questa pratica arreca da tanto, troppo tempo ai cavalli”, conclude Mussolini.

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Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un chiaro progetto di ricostituzione del partito fascista?

15 Giugno 2026 ore 17:29

di Massimo Santantonio

Per anni abbiamo assistito a manifestazioni con saluti romani e richiami diretti al fascismo, come quelle di Acca Larenzia, a Roma. Abbiamo preso atto del fatto che la magistratura le abbia la maggior parte delle volte considerate legali, perché – semplifico intenzionalmente senza entrare nel merito della nostra legislazione – quello che non si può fare non è manifestare quel genere di opinioni, bensì ricostituire il partito fascista. Quindi il Presidente del Senato può tranquillamente definire “adulatori” quanti lo apostrofano come fascista, ed esibire orgogliosamente un busto di Mussolini tenuto in casa. Benissimo.

Adesso però mi sembra che le cose siano cambiate. E brutalmente. Vannacci occhieggia chiaramente al fascismo, così come molti (tutti?) i personaggi di un certo rilievo che lo stanno seguendo. Nel programma, a parte gli ovvi richiami nostalgici orgogliosamente rivendicati, scorgo quello che può essere il fascismo nel Terzo Millennio: cose vecchie, come la discriminazione delle minoranze, il razzismo, l’avversione per la stampa libera, l’identità cristiana, e cose che non potevano esistere un secolo fa, come la questione dei migranti e della paventata “sostituzione etnica”.

Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un dichiarato progetto di ricostituzione del Partito Fascista? La camicia nera al posto di giacca e cravatta? Le ronde per bastonare gli immigrati o comunque quanti tra loro, prima, seconda o terza generazione che siano, non appaiano aver “assimilato” la nostra cultura?

Che l’Italia sia, e sia sempre stata, densamente popolata da fascisti o comunque persone non antifasciste (differenza assai tenue) l’abbiamo sempre saputo. Un elettorato disposto a spostarsi da un partito all’altro a seconda del fatto che in questo o quello trovino un leader forte, un “conducator“, che incarni i loro pensieri. È stato Berlusconi, che pur dichiarandosi antifascista ha sdoganato un partito neofascista i cui leader erano freschi dall’aver rievocato, con canti e saluti romani, la marcia su Roma. Poi Salvini, ora Meloni, i cui partiti hanno sempre incluso esponenti di spicco e organizzazioni giovanili con idee razziste e fasciste, dai Bossi e Borghezio a Lollobrigida che onora la tomba del boia Graziani. Il prossimo sarà Vannacci. E Vannacci non ha proprio remore di alcun tipo o facciate “democratiche” da mantenere.

Nel secolo scorso l’Italia si è difesa dalla cosiddetta “minaccia comunista” con la strategia della tensione. Anche con stragi che, a quanto ho potuto leggere, erano spesso orchestrate dai nostri Servizi in ossequio all’Alleanza Atlantica ed eseguite da fascisti, e che hanno causato più vittime del terrorismo estremista. Pagine vergognose, per le quali nessun “servitore dello Stato” ha mai pagato o si è mai scusato con i parenti delle vittime.

Ora, nel 2026, può un cittadino democratico sperare che uno Stato, ricostituito dopo la tragedia del fascismo e della guerra, lo difenda di fronte al crescere di una forza esplicitamente neofascista, anche se dovesse raccogliere un ampio consenso tra i nostri connazionali? Oppure la colpevole – o compiaciuta – tolleranza, stratificatasi negli ultimi decenni, per le idee e le manifestazioni fasciste ha generato un mostro troppo grande? Un mostro che non si ha il coraggio di affrontare temendo conseguenze?

Possono le istituzioni italiane, cioè del Paese che – oltre a propugnare in nome del sovranismo un conflitto mondiale che ha causato decine di milioni di morti – ha “inventato” una dittatura sanguinaria, presto copiata da tanti altri Paesi come la Germania, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, non contrastare lo sviluppo di un nuovo Partito Fascista?

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Il calciatore spagnolo Rafa Mir condannato a otto anni e mezzo di carcere per violenza sessuale: “Presenterò ricorso”

15 Giugno 2026 ore 17:25

La Quarta Sezione del Tribunale Provinciale di Valencia ha condannato in primo grado il calciatore Rafa Mir a otto anni e mezzo di reclusione per un reato di violenza sessuale e un altro per lesioni personali, come riportato lunedì dalla Corte Superiore di Giustizia della Comunità Valenciana. Secondo quanto riportato da Marca, il tribunale ha emesso una seconda sentenza anche nei confronti di un altro imputato, il calciatore Pablo Jara, condannandolo a due anni e mezzo di reclusione e al pagamento di una multa per reati di violenza sessuale, lesione della morale pubblica e lesioni personali.

La sentenza del tribunale, notificata alle parti lunedì scorso e non ancora definitiva, prevede anche un risarcimento di 64mila euro a favore della vittima nel caso Mir e di 6.280 euro per la vittima nel caso Jara. Rafa Mir, sotto contratto con l’Elche fino al 30 giugno e già titolare in questa stagione, in una storia Instagram ha dichiarato: “Non sono d’accordo con la sentenza e presenteremo ricorso nei prossimi giorni. Continuo ad avere fiducia nella giustizia“.

La sentenza giunge al termine del processo svoltosi il 28 maggio al Tribunale provinciale di Valencia. In questo procedimento, Mir – che la notte dei fatti (1 settembre 2024) giocava nel Valencia in prestito dal Siviglia – è stato processato per violenza sessuale e lesioni personali nei confronti di una giovane donna, reati per i quali l’accusa aveva inizialmente richiesto una pena di dieci anni e mezzo.

Il tribunale ha invece inflitto una pena di otto anni e mezzo: sette anni per la violenza sessuale e 18 mesi per l’aggressione. Ha inoltre disposto un’ordinanza restrittiva che vieta all’imputato di avvicinarsi alla vittima entro un raggio di 500 metri per un periodo di dieci anni e ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di 14mila euro per i danni fisici subiti e di 50mila euro per il danno morale arrecato.

Nel caso di Jara, la condanna è di due anni di reclusione per violenza sessuale e altri sei mesi per il reato contro la morale pubblica. Secondo quanto deliberato dal tribunale, entrambe le vittime avevano incontrato i due calciatori alcune ore prima in una discoteca di Valencia ed erano poi andate nella loro abitazione. Una delle vittime ha sostenuto, sia durante le indagini che in tribunale, che Rafa Mir aveva abusato di lei per due volte in maniera non consensuale: una nella zona piscina della casa e un’altra all’interno di un bagno. La seconda vittima ha dichiarato che Pablo Jara l’ha toccata senza il suo consenso e che, successivamente, l’ha aggredita e cacciata di casa seminuda, fatti che il tribunale ha configurato come reati di violenza sessuale, contro la morale e lesioni lievi.

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Il melone retato

15 Giugno 2026 ore 17:18

Il melone retato, con la buccia ruvida e spessa, attraversata da una fitta trama simile a una rete, è una delle varietà di melone più apprezzate nel mondo per la polpa intensamente aromatica di colore arancione acceso o salmone e con un sapore dolce e deciso, un alimento ipocalorico con un basso apporto di grassi ideale per chi cerca un’alimentazione estiva, leggera e dissetante.

Melone antichissimo frutto sempre giovane

Prima selvaggi e poi coltivati sono gli antenati del nostro Melone Retato, una delizia di un viaggio che inizia dodici milioni di anni fa, che continua tutt’oggi e che dalle lontane origini asiatiche e poi africane arriva sulle nostre tavole. Un viaggio che suscita in noi la consapevolezza di un cibo che ha molto di più di un valore gastronomico e nutrizionale, ma di un bene che oggi ci dona la sua dolcezza.

Il melone (Cucumis melo L., 1753) o popone è una pianta annuale rampicante della famiglia Cucurbitaceae della quale prima la natura e poi l’uomo selezionano innumerevoli cultivar. Le varietà con frutti dolci e profumati sono largamente coltivate dagli Egiziani che duemila e cinquecento anni fa le esportano nel bacino del Mediterraneo e quando arrivano in Italia i Romani in Età Imperiale diffondono rapidamente in frutto considerato simbolo di fecondità.

Oggi la produzione mondiale dei meloni si aggira intorno ai ventisette milioni di tonnellate e i principali Paesi produttori sono la Cina che da sola produce circa la metà della produzione mondiale, Turchia, USA, Spagna, Marocco, Romania, Iran, Israele, Egitto, India e Italia. Quest’ultima ha una produzione annua di circa seicentomila tonnellate con numerose varietà coltivate: Long life, Siciliani, Melone Liscio o Cantalupo, Melone Mantovano IGP, Melone Gialletto o Invernale, Melone Retato, il più diffuso, caratterizzato da una buccia ruvida e una polpa arancione, dolce e che si presenta in varietà come Talento, Macigno, Expo, Sogno.

Melone Retato italiano

Il Melone Retato, varietà del Cucumis melo, con una storia e un’origine geografica affascinanti e complesse, è una presenza comune sulle tavole di molti paesi e italiane per il suo gusto dolce e la sua polpa succosa. Il frutto del Melone Retato è voluminoso, di forma ovale o tondeggiante e sulla buccia sono visibili delle divisioni a fette. La buccia è pressoché liscia o appena rugosa, il colore può variare da un giallo pallido ai toni del verde, la polpa varia dal bianco all’arancio ed è succosa e molto profumata quando raggiunge la maturazione. La cavità centrale, fibrosa, contiene molti semi.

Melone e salute

Il melone è uno dei frutti più “dietetici”, con poche calorie, perfetto per riempire lo stomaco senza ingrassare e ricco di funzioni positive per la salute. È un idratante composto per circa il novanta per cento di acqua e in estate reintegra meglio della sola acqua mentre il potassio del frutto aiuta a tenere bassa la pressione del sangue. Il melone contiene antiossidanti che fanno bene a occhi, pelle, sistema immunitario. Due etti di polpa di melone contengono beta-carotene che diventa vitamina A coprendo il fabbisogno giornaliero e un etto contiene tanta Vitamina C come una piccola arancia.

In sintesi il melone è un alleato per dieta e idratazione: pochissime calorie, tanta acqua, vitamine, potassio. L’unico difetto (chi è senza difetti?) è che ha zuccheri e un Indice Glicemico medio-alto, quindi la porzione fa la differenza: due etti al giorno per tutti sono benefici, mentre un chilogrammo al giorno produce un picco glicemico. Inoltre l’associazione di melone più prosciutto non è solo golosa perché il grasso e le proteine del prosciutto abbassano l’impatto glicemico del melone.

Melone in tavola

Alexandre Dumas (1802 – 1870) consiglia di mangiare il melone con pepe e sale e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala, ma il melone è incredibilmente versatile in cucina e oltre a essere consumato fresco come frutta a fine pasto o come spuntino si presta al classico abbinamento con il prosciutto crudo, unito a fresche insalate, componente di primi piatti e come dessert.

Tutti i libri di cucina contengono ricette con il melone e tra queste si ricordano quelle degli Antipasti e Aperitivi (Prosciutto e Melone al Cucchiaio, Fagottini di crudo, Gazpacho di melone), Primi Piatti Estivi (Insalata di riso nel melone, Risotto freddo al melone e speck), Contorni e Secondi (Insalata di rucola e melone, Tartare di tonno e melone), Dolci e Bevande (Dessert al cucchiaio, Macedonia melone ananas e fragole e Liquore Meloncello).

MELONE – VALORI NUTRIZIONALI PER CENTO GRAMMI

Composizione:
Acqua: 90 grammi
Glucidi: 7,4 – 9 grammi
Carboidrati e zuccheri 7,4 grammi
Proteine: 0,82 grammi
Lipidi: 0,3 grammi
Fibre alimentari: 1 grammi
Valore energetico: 34 chilocalorie

Oligoelementi per cento grammi:
Calcio 18 milligrammi
Potassio 260 milligrammi
Fosforo 12 milligrammi
Ferro 0,3 milligrammi

Vitamine
Vitamina A (carotenoidi) 189 microgrammi
Vitamina C: 32 milligrammi
Vitamina gruppo B (B1, B2, B6, Niacina) tracce

Articolo a cura di Giovanni Ballarini, professore emerito dell’Università di Parma e Accademico dei Georgofili.

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“A 50 anni mi domando se tu, con tutte le tue proteine favolose, riesci ad avere un fisico pieno di muscoli, perché io sono piena di muscoli. Capito Paolo Ruffini?”: Naike Rivelli ribatte all’attore. Cosa è accaduto

15 Giugno 2026 ore 17:09

Paolo Ruffini, non fare del terrorismo inutile: ascolta le persone che stanno bene, che fanno delle diete vegane fatte bene”. È un fiume in piena Naike Rivelli nella replica senza mezzi termini all’attore, che in una puntata del suo programma Radio Up & Down, su Radio24, ha parlato di nutrizione e di abitudini alimentari innescando un accesso di battito sulla dieta vegana. A provocare le polemiche social, e la risposta fiume della Rivelli, sono state in particolare le parole del nutrizionista Fabio Gregu. Ecco cos’è accaduto.

PAOLO RUFFINI E LE POLEMICHE SULLA DIETA VEGANA

“A livello nutrizionale cosa cambia nella dieta vegana? E ha davvero dei benefici?”. Sono bastate queste due semplici domande di Paolo Ruffini per innescare la reazione di centinaia di vegani – che hanno commentato in massa gli estratti della puntata del programma di Radio24 -, quella della Lav (la Lega antivivisezione) e di Naike Rivelli. Che non hanno gradito la risposta di Fabio Gregu, il quale si è detto non d’accordo con la dieta vegana per una serie di fattori nutrizionali, puntando il dito contro l’industria e le mode alimentari: “Tutto ciò che è vegan non è sinonimo di cibo salutare, perché magari molti cibi vegani sono processati o ultra-processati. Quindi ti sposti da dei cibi non salutari a cibi finti salutari”. Per Gregu “bisogna avere il controllo e non seguire le mode del momento, perché si può andare incontro a delle carenze micronutrizionali, di vitamine e minerali”. Secondo il nutrizionista, il problema sta nell’estrema diminuzione delle proteine, che rischia di creare un problema strutturale: “Sono di primaria importanza e quindi non possono essere tolte dal nostro organismo. Bisogna stare molto attenti… tolgo le proteine per aumentare che cosa? Carboidrati e zuccheri? Mi vado ad infiammare. Non voglio dire che sono contro le diete vegane e vegetariane, ma bisogna fare diete fatte bene, che siano equilibrate. Le cose estreme non vanno bene, sia che sia una dieta carnivora che vegetariana”.

LA RISPOSTA DI NAIKE RIVELLI VIA SOCIAL

Sotto il video che riprende le parole di Gregu, pubblicato nella pagina Facebook di Paolo Ruffini, si sono accumulati in una settimana quasi tremila commenti e il post ha innescato discussioni e reel su altri social. Compreso TikTok, dove ha detto la sua anche Naike Rivelli, che da sei anni segue una dieta vegana. “Paolo Ruffini, io ho 51 anni e al di là dei discorsi, dei dottori e di tutto quello che uno può dire e può avere ragione o meno… poi esistono le analisi del sangue. Esiste un luogo dove uno fa delle analisi e il risultato ti fa vedere se stai bene o no”, ha spiegato l’attrice e influencer, da tempo anche paladina della difesa degli animali. “Io sto da Dio. Da quando ho eliminato latte e derivati, la mia pelle è migliorata da quando ho eliminato carne, pesce e uova dalla mia vita. Mangio semi, tofu, tempeh e tantissime proteine. Io quasi non mangio carboidrati. Tra l’altro faccio digiuno intermittente e mangio una volta al giorno, la sera”. Poi l’affondo contro Ruffini – che per la verità non ha preso posizione ma ha semplicemente lasciato spazio al nutrizionista -, tra battute al vetriolo e sarcasmo spinto: “A 50 anni mi domando se tu, con tutte le tue proteine favolose, riesci ad avere un fisico pieno di muscoli, perché io sono piena di muscoli. Capito Paolo Ruffini? Non fare del terrorismo inutile, ascolta le persone che stanno bene, che fanno delle diete vegane fatte bene, e fattene una ragione prima di dire delle grandi cazzate”. Poi il gran finale, mostrando il fisico super allenato: “Questo è il culo di una vegana di 51 anni”.

ANCHE LA LAV HA ATTACCATO RUFFINI E GREGU (CHE HA REPLICATO)

Sempre via social, ma questa volta su Instagram, ha preso posizione anche la Lav, parlando di “disinformazione” che fa notizia e di “preconcetto spacciato per verità”, accusando Ruffini e Gregu di aver dato “informazioni errate su chi sceglie una alimentazione vegetale, senza sfruttamento e crudeltà”. In particolare, le risposte più nette sono state sullo sfruttamento di miliardi di animali ogni anno e sulla questione proteine: “È un’informazione datata ed errata. Tofu, tempeh, seitan, soia disidrata, legumi sono tutte fonti vegane proteiche non ultra-processate che ci possono garantire di raggiungere il fabbisogno proteico quotidiano senza problemi”. A stretto giro, è arrivato anche il lungo chiarimento del nutrizionista Gregu che ha voluto spiegare via Instagram di non essere contro il veganesimo: “Non sono contro nessuna scelta alimentare fatta con consapevolezza e ben pianificata. Sono contro gli estremismi e le ‘religioni alimentari’. La nutrizione dovrebbe aiutare le persone a stare meglio, non a creare tifoserie”.

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Electrolux, arriva la tregua: sospesi per 50 giorni licenziamenti e chiusure

15 Giugno 2026 ore 17:01

Una tregua di cinquanta giorni almeno e l’avvio di un confronto, che sarà difficile ma almeno per il momento rappresenta comunque un passo avanti dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi. Electrolux ha sospeso temporaneamente la procedura di licenziamento collettivo aperta in Italia che avrebbe diminuito del 40% la forza lavoro nel nostro Paese, ampliando la crisi del settore degli elettrodomestici, già fiaccato dalla vicenda Whirlpool-Beko.

L’annuncio è arrivato nel corso dell’incontro convocato al ministero delle Imprese del Made in Italy e segna un primo, seppur fragile, cambio di passo nella vertenza. Adolfo Urso ha auspicato che il confronto istituzionale e con i sindacati possa chiudersi entro la pausa estiva, prevista ai primi di agosto.

Cinquanta giorni, insomma, per provare almeno a rimodulare i tagli previsti dalla multinazionale svedese. La speranza dei sindacati è quella di riuscire a eliminare del tutto i licenziamenti dal piano, ma è ovvio che si arriverà a un punto di caduta simile a quello avuto con Beko, che alla fine incentivò circa 900 uscite e tenne la barra dritta sulla chiusura di Siena, dove il governo è ancora alla ricerca di una reindustrializzazione.

Di tregua “armata” parla il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, avvisando che il suo sindacato non accetterà esuberi e chiusure. Il leader della Fiom ha anche annunciato assemblee in tutti gli stabilimenti per dare un mandato chiaro a chi si presenterà al tavolo: “A pagare non potranno essere i lavoratori”.

“Le lotte sindacali e le pressioni istituzionali hanno almeno per il momento scongiurato il rischio di azioni unilaterali”, dicono dalla Uilm. “Si apre così una discussione difficile, che affronteremo con senso di responsabilità e pragmatismo, ma anche – continua il sindacato metalmeccanico – con la certezza che i problemi di competitività del settore degli elettrodomestici non possono essere scaricati sui lavoratori”. Per il segretario generale Davide Sperti “è un primo passo avanti che possiamo raccogliere con cauto ottimismo“.

L’Usb prende atto del cambio di tono dell’azienda, ma sottolinea: “Non ci fidiamo. Già negli ultimi anni Electrolux ha presentato accordi, piani di riorganizzazione e percorsi di fuoriuscita per evitare scenari peggiori. Scelte che abbiamo contrastato e non condiviso. Qualsiasi discussione deve partire da un presupposto: esuberi e chiusure devono essere tolti dal tavolo”.

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Trump arriva al G7: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”. Von der Leyen: “Nessuna pace con il Libano in fiamme”

15 Giugno 2026 ore 16:40

“Non potrà esserci una pace duratura finché il Libano continuerà a essere in fiamme. Chiediamo un vero cessate il fuoco e il pieno rispetto della sovranità libanese”. Dal G7 francese di Évian-les-Bains, in Alta Savoia, Ursula von der Leyen condanna Israele per l’annuncio di voler continuare l’occupazione del Paese confinante, nonostante l’accordo raggiunto tra Usa e Iran preveda la cessazione delle ostilità anche in quel teatro. Alla conferenza stampa che precede l’avvio del vertice, la presidente della Commissione europea fa sapere di accogliere “con favore” l’intesa, specificando che “la priorità ora è l’attuazione: lo stretto di Hormuz deve riaprire e la libertà di navigazione dev’essere ripristinata senza ostacoli. È essenziale per la stabilità regionale e l’economia mondiale”, afferma, sottolineando che l’accordo dovrà “portare alla fine dei programmi nucleari e balistici iraniani”.

Trump: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”

Lunedì pomeriggio al vertice è arrivato anche Donald Trump: l’Air Force One del presidente Usa è atterrato alle 15 all’aeroporto di Ginevra – dove è stato accolto dal presidente svizzero Guy Parmelin – con a bordo anche il Segretario di stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il titolare del Tesoro Scott Bessent. Durante il suo viaggio aereo sull’Atlantico, il tycoon ha portato sul suo social Truth un pensiero anti-immigrazione: “Purtroppo, se si accolgono persone provenienti dai Paesi del terzo mondo, si finisce presto per diventare un Paese del terzo mondo e non c’è proprio nulla che si possa fare al riguardo”, ha scritto. Parlando con i giornalisti a Evian, Trump ha espresso il desiderio di “risolvere la questione del Libano”, che “sembra proprio non finire mai”: “Dovremo farci una chiacchierata con Hezbollah“, ha detto.

Macron: “Pronti a schierare navi a Hormuz”

All’Hôtel Royal, sede del vertice, Trump è stato ricevuto per il primo bilaterale dal padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron. “Ci prenderemo le nostre responsabilità per sostenere l’accordo” tra Teheran e Washington, “che è un passo molto importante per la pace e l’economia globale”, ha detto Macron di fronte alle telecamere. Trump, invece, ha annunciato che “lo stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì“, giorno della firma dell’intesa, suggerendo agli alleati di mettere a disposizione “una o due navi” per garantire i traffici. Un invito accolto dal capo dell’Eliseo: “Noi siamo pronti ad avere, fin da domani, dei caccia sul posto, che possono aiutare in missioni di ricognizione. Entro 48 ore, possono essere ovviamente dispiegate delle fregate, poi la portaerei. Insomma, siamo pronti”, ha detto Macron.

Von der Leyen: “Sanzioni all’Iran revocabili se c’è un cambiamento reale”

In conferenza stampa, von der Leyen ha parlato anche delle sanzioni europee all’Iran, aprendo a una loro revoca in presenza di “un cambiamento reale sul terreno” da parte del regime di Teheran: “Le sanzioni sono in vigore per cambiare i comportamenti. Quindi, se il comportamento cambia in modo credibile e verificabile, allora le sanzioni possono essere revocate”, ha detto. “Ma vale anche il contrario: finché non c’è un cambiamento di comportamento, non si possono revocare le sanzioni a causa delle violazioni dei diritti umani e della presenza di armi di distruzione di massa“, sottolinea.

“La Russia mai così debole, aumentare gli aiuti a Kiev”

In attesa dell’arrivo al summit di Volodymyr Zelensky, previsto per domani, la capa dell’esecutivo Ue ha affermato che “l’Ucraina si trova oggi in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa”, mentre la Russia “subisce gli effetti delle sanzioni occidentali e delle crescenti difficoltà della propria economia di guerra” e “non è mai stata così debole“. Concetti, questi ultimi, ripetuti quasi alla lettera dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, in una dichiarazione alla stampa resa all’aeroporto di Berlino prima di partire per la Francia: “Nonostante gli attacchi delle ultime ore l’Ucraina si trova ora in una nuova posizione di forza. La Russia non può vincere militarmente, inoltre la sua economia è indebolita”. Von der Leyen torna anche a chiedere agli Stati membri un maggiore impegno economico nel sostegno a Kiev: “Il nostro pacchetto di prestiti da novanta miliardi di euro copre due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina per quest’anno e per il prossimo. Le prime tranche saranno erogate già nel corso di questo mese. Per il terzo restante è necessario che anche gli altri partner aumentino il proprio contributo“.

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La nuova ossessione di Tyson Fury: vuole comprare un’isola privata per parcheggiare un mega yacht da 50 milioni

15 Giugno 2026 ore 16:36

Tyson Fury cerca un posto al sicuro per il suo nuovo yacht da 50 milioni di euro. E l’ha individuato in un’isola. Drake’s Island, al largo di Plymouth, nel Devon con precisione. È l’ultima follia pensata dal campione di pugilato, con un patrimonio – secondo il tabloid inglese The Sun – di circa 188 milioni di euro. Fury adesso vorrebbe investire altri 7 milioni di euro per un’isola privata, in cui parcheggerebbe anche il suo yacht.

Si tratta di un’isola che nel 2019 fu acquistata dall’imprenditore Morgan Phillips, che poi la mise in vendita nel 2024, senza però trovare acquirenti. Adesso Tyson Fury è interessato ad acquistarla e tutto lascia presagire che la trattativa si concluderà positivamente. “Quando Tyson si mette in testa un’idea, non c’è modo di fermarlo: ha sempre tanti progetti, va a mille all’ora”, ha rivelato una fonte al The Sun. Per larga parte l’isola è un sito di importanza nazionale ed è famosa oggi in quanto è un luogo di grande interesse naturalistico. Non distante c’è anche una base navale, motivo per cui secondo Fury è il posto perfetto per il suo yacht.

“Dice che la sua barca sarà al sicuro – le parole di una fonte al Sun –. Ed è anche vicina alla Cornovaglia, che lui adora“. Oltre ai 7 milioni per acquistarla, Fury è disposto a investirne fino a 23 per ristrutturare gli edifici, l’impianto elettrico e tutto ciò di cui necessita. Intanto il pugile è a lavoro per il suo mega yacht, che all’interno avrà anche una mini palestra di pugilato e un parco acquatico gonfiabile. Serviranno dai 16 ai 18 mesi.

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Dazn, guaio mondiale: Svezia-Tunisia va in onda senza telecronaca per un’ora

15 Giugno 2026 ore 16:28

Quaranta minuti di una partita del Mondiale (più l’intervallo) andati in onda senza telecronaca. In questo caso, per fortuna di Dazn, l’imprevisto è successo in piena notte e non in una partita di cartello, ma in uno Svezia-Tunisia finita 5 a 1 che non passerà alla storia del calcio. Ma vista l’attenzione sui Mondiali in corso è comunque un inciampo non da poco per il broadcaster che si è portato a casa per la prima volta i diritti di tutte le partite della competizione, lasciando alla Rai soltanto la diretta in chiaro di 35 incontri.

Ma cos’è successo nella notte tra domenica e lunedì? La partita è ancora disponibile on demand sul sito, dunque la si può recuperare. Al diciottesimo minuto, il telecronista Giovanni Marrucci ha appena finito di commentare il gol di Yasin Ayari quando all’improvviso, su un normale possesso palla della Svezia, la sua voce scompare. Restano solo i rumori ambientali dello stadio, senza alcuna comunicazione né altre voci che subentrano. Colpa di problemi tecnici, probabilmente dovuti al fatto che Dazn non copre tutte le partite da Stati Uniti, Messico e Canada, cioè da dove si sta giocando, ma alcuni incontri li segue e li commenta da studio, a Milano. E così mentre le immagini e i suoni ambientali continuava ad arrivare da Monterrey, in Messico, qualcosa a Milano va storto sull’audio lasciando muto il telecronista.

L’unica comunicazione per gli spettatori compare intorno al 40esimo. Un messaggio in sovraimpressione che resta in onda circa un minuto: “Ci scusiamo per il servizio temporaneamente interrotto. Verrà ripristinato al più presto”. Neanche la fine del primo tempo porta però miglioramenti. Bisogna aspettare fino al minuto 60, appena in tempo per annunciare il terzo gol della Svezia; in quel momento l’audio di Marrucci viene ripristinato e può proseguire fino al novantesimo e al triplice fischio.

Fino a questo pomeriggio non sono arrivati comunicati ufficiali da parte di Dazn, che evidentemente lascia scivolare la vicenda confidando sull’orario notturno. Ma sui social, in particolare su X, più di un utente inizia a segnalare il problema: “Ci hanno messo un’ora (tenendo conto dell’intervallo) per ripristinare la telecronaca”; scrive Federico; mentre un altro utilizza l’ironia: “Comunque chi sta sveglio per vedere Svezia-Tunisia si meriterebbe la telecronaca visto che saranno 10 minuti (forse anche di più) che la telecronaca è sparita”. Una protesta che dà l’idea di cosa sarebbe potuto succedere se il guasto si fosse verificato durante una partita più seguita, visto anche qualche disagio segnalato nei giorni scorsi sempre sulle telecronache (fuori sincro rispetto alle immagini o con audio ambientale azzerato). La buona notizia, per Dazn, è che restano 92 partite per migliorare.

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ROVIGO, SPARO’ A DUE CANI UCCIDENDONE UNO: DENUNCIATO CACCIATORE

15 Giugno 2026 ore 16:28

Un cacciatore di 64 anni è stato individuato dai carabinieri di Stienta e denunciato alla Procura di Rovigo per aver ucciso un cane e ferito un secondo sparando loro a bruciapelo. A novembre dello scorso anno i due cani si erano allontanati dal recinto di una casa e la proprietaria era riuscita a ritrovarne solo uno gravemente ferito alla testa. Il giorno dopo la donna udiva un colpo d’arma da fuoco provenire da una zona di campagna limitrofa alla casa, dove poi ritrovava il corpo del secondo esemplare, ucciso da una fucilata sparata a distanza molto ravvicinata. I carabinieri, partendo dai bossoli di cartucce da caccia ritrovati sul luogo e da alcune testimonianze, sono riusciti a risalire all’auto dell’uomo, della quale la donna era riuscita a leggere alcuni numeri di targa. La successiva perquisizione nella casa del cacciatore ha portato al sequestro di numerosi fucili da caccia e di munizioni, molti dello stesso calibro di quelli trovati sul campo, che le analisi scientifiche del Racis di Parma e l’autopsia sul cane ucciso hanno confermato essere stati esplosi proprio da uno dei fucili sequestrati al 64enne. L’uomo avrebbe sparato all’interno di una zona protetta di ripopolamento e in un periodo vietato dal calendario venatorio, per cui gli è stato revocato definitivamente il porto d’armi, armi che non potrà più detenere.

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Gli Usa spengono i nuovi modelli Ai di Anthropic: il punto non è la falla, ma la mano che decide

15 Giugno 2026 ore 16:23

Hanno spento lo strumento più potente mai costruito. Per ordine. Per legge. Per sicurezza nazionale. Il 12 giugno una lettera del Dipartimento del Commercio ha imposto ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 a “ogni cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti”. Dalla potenza promessa a tutti al silenzio per quasi tutti. Senza processo, senza dibattito, senza appello. Per controllare un popolo non serve più il rogo: basta un interruttore.

La capacità giudicata troppo pericolosa ha un nome quasi comico: chiedere alla macchina di rileggere il codice in cerca di errori. Lo fa ogni programmatore, ogni giorno. Anthropic stessa ha chiamato la falla “ristretta, non universale” e ha messo per iscritto il dissenso dal “ritiro di un modello usato da centinaia di milioni di persone”. Il punto non era la falla. Era la mano che decide.

Uno strumento del genere diventa libertà a una condizione: che sia usato bene, e messo in mano a tutti. Rende capace chi non lo era, dà a uno solo la forza di molti. La prova che funzionasse davvero è proprio nello spegnimento: non si stacca d’urgenza la spina a un giocattolo. Si stacca a ciò che rende le persone troppo capaci. Per anni la liturgia è stata una sola: democratizzare l’intelligenza, renderla sicura, darla a tutti. La lettera ha tolto la veste. L’intelligenza non è un bene comune: è una munizione, concessa a chi si vuole e negata a chi si vuole. Il re è nudo. Anzi, il dio è nudo.

Il criterio della negazione non è la competenza. È il passaporto. “Ogni cittadino straniero” taglia il mondo in due. Per questo i modelli sono stati spenti per tutti: non si sapeva accendere la luce ai soli cittadini giusti.

Diranno che è controllo dell’export, non censura. La logica vecchia della crittografia, dei missili, dell’uranio. Vero. Ma quest’arma di pericoloso fa una cosa sola: trovare gli errori dentro un programma. Quando “doppio uso” diventa il nome di battesimo di ogni strumento potente, ogni strumento potente diventa sequestrabile.

Nel 1933, in piazza, si bruciavano i libri. Il fuoco non serviva a distruggere la carta: serviva a decidere cosa le persone potessero leggere e sapere. Anche allora si parlava di sicurezza. La sicurezza di chi? Di chi sbaglia, e ha il potere di chiamare pericolo ogni pensiero che lo smentisce. Oggi non si accende niente. Si firma una lettera, si stacca una spina, e lo strumento più potente del momento sparisce senza lasciare cenere. È lo stesso gesto, ripulito. Il rogo che non fa fumo è più efficiente: non lascia immagini, non lascia rabbia. Lascia un messaggio di errore.

La storia fa quello che fa sempre. Mette un bivio e obbliga a scegliere la parte. Qui la parte è chiara, e va detta senza ipocrisie: sta con chi quello strumento l’ha costruito e si è sentito ordinare di toglierlo dal mondo. Io non ho nulla da spartire con Anthropic: nessun contratto, nessun interesse, nessuna appartenenza. Una cosa sola in comune, e basta a schierarsi: la libertà che hanno spento.

Vale anche per chi critica l’intelligenza artificiale, con ragione, da mesi. Non tutte le AI sono uguali. Una cosa è una macchina costruita per sorvegliare e sostituire. Altra cosa è uno strumento che rende le persone più capaci e più libere, e che un governo strappa di mano a tutti proprio per questo. Il nemico non è lo strumento diffuso. È chi decide di tenerlo per sé.

Dopo il rogo della libertà vengono i processi. È l’ordine di sempre: prima si toglie lo strumento, poi si giudica chi voleva usarlo. L’inquisizione lavorava così, condannava il pensiero prima del gesto, sospettava senza mostrare le prove. Spegnere la libertà non riporta a cent’anni fa. Fa sprofondare più in basso, dove il tempo non conta: nel buio antico dell’umanità.

Un rogo senza fumo brucia lo stesso. E quasi nessuno accorre.

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SpaceX è sbarcata in Borsa con un’offerta iniziale di duemila miliardi. Ma comprarne le azioni è davvero un affare?

15 Giugno 2026 ore 16:23

Il 2026 probabilmente sarà ricordato come un anno pazzesco per la finanza Usa e internazionale, a causa di alcune straordinarie new entry. Le tre sorelle sulla rampa di lancio per la quotazione di borsa sono SpaceX di Musk, a cui seguiranno a breve termine Anthropic dei due Amodei e OpenAI di Altman.

Queste società, finora rimaste nel limbo di una complessa struttura societaria privata, si presenteranno in Borsa con imponenti offerte pubbliche di acquisto (in inglese Ipo, Initial Public Offering) che cambieranno la classifica delle società più importanti al mondo. La quotazione di SpaceX, appena approdata in Borsa, fa da battistrada e presenta alcune caratteristiche molto particolari che chiariscono bene gli aspetti principali della finanza legata alle società tecnologiche di punta.

La prima, naturalmente, riguarda la dimensione straordinaria dell’operazione. L’Ipo della società di Musk, con un valore iniziale di circa 1.800 miliardi di dollari e cioè quasi due terzi del Pil italiano, è già schizzata a 2.000. Sarà la più grande di sempre, superando il record dell’impresa saudita Saudi Aramco del 2019, che è stata valutata 1.700 miliardi.

Si tratta di un sorpasso anche di tipo simbolico. La vecchia economia industriale basata sulle risorse naturali è stata scalzata da quella tecnologica, il cui core business è il lancio di satelliti, ma anche quello più fondamentale di conquistare lo spazio, in particolare popolare di vita umana Marte.

La seconda è la stranezza della valutazione finanziaria, richiamata da molti analisti, del tutto stravagante. Nei documenti depositati per la quotazione è stato fissato un valore per azione di 135 dollari, da qui la valutazione stellare della capitalizzazione. Ne verrà immessa nel mercato solo una modesta quota per recuperare circa 80 miliardi da destinare ai nuovi investimenti programmati. La stranezza consiste nel fatto che SpaceX ha realizzato nel 2025 un fatturato di appena 18,6 miliardi. In base a questo dato la sua capitalizzazione è 100 volte il fatturato.

Se teniamo conto che per le società tecnologiche a elevata crescita un rapporto di cinque volte è ritenuto ottimale, siamo di fronte ad un caso di sicura “follia” finanziaria. Chi comprerà SpaceX non guarda al fatturato attuale, ma alle dimensioni del mercato spaziale che è stimato (con quali criteri?) in 28.500 miliardi, cioè un quarto del Pil mondiale.

La nuova società quotata in Borsa sarà degli azionisti, realizzando quella specie di capitalismo democratico delle opportunità tecnologiche che piace al senatore progressista Bernie Sanders? Certamente no. Elon Musk manterrà un ferreo controllo sulla società. Il suo 40% di azioni, già sostanzioso, vale però l’80% dei diritti di voto. La nuova società sarà un anello di quella che viene chiamata, un po’ esageratamente, la Muskeconomics. Con il passaggio societario Musk si prenderà dei bei soldi dai risparmiatori per realizzare i suoi sogni, senza nessuna cessione di potere effettivo.

Comprare oggi le azioni di SpaceX è un affare, come sembra indicare il buon risultato iniziale? Qui la questione non è semplice. La società di Musk, fondata nel 2002, non è mai stata in attivo, e l’anno scorso ha generato perdite per 5 miliardi. Le ingenti perdite di oggi si trasformeranno in scintillanti profitti futuri, come è accaduto a molte star tecnologiche? Non è dato saperlo, ma qualche dubbio c’è perché gli obiettivi dell’iper miliardario americano sembrano lunari.

Ecco allora profilarsi la reale dimensione della finanza contemporanea. Ogni atto finanziario è sempre una scommessa, ma qui il rischio è moltiplicato perché si puntano le fiches su qualcosa che appare irrealizzabile, come la costruzione di una base spaziale sul pianeta rosso.

Con Musk che incassa se la ridono anche le decine di dipendenti che in questi anni sono stati generosamente remunerati, anche per le loro condizioni di lavoro a volte disumane, con dei pacchetti azionari. Ora quella moneta virtuale ha acquistato un valore vero. Vedremo se coloro che hanno ricevuto questa insperata ricchezza la manterranno, oppure venderanno le azioni ottenute per portare a casa dei bei dollari, sicuramente più affidabili. Invece che salire verso le stelle, il valore delle azioni di SpaceX potrebbe scendere velocemente. In fondo, il prezzo è stato imposto in maniera arbitraria e al di fuori di ogni logica finanziaria.

Da ultimo è bene osservare che oggi le imprese della AI, e anche della corsa allo spazio, sono indebitate in maniera gigantesca, e devono ancora dimostrare la loro redditività. I ricavi sono modesti e i conti in rosso. Dopo la finanza tossica dei titoli derivati dei decenni passati, avremo un’altra bolla finanziaria, egualmente distruttiva, segnata dalle fantasie perverse di Musk e degli altri compagni di viaggio della AI? Il timore è più che fondato, anche perché le nuove azioni entreranno negli indici di borsa e persino negli acquisti dei fondi pensioni, aumentando il rischio sistemico.

Più che attendere gli sfracelli del mercato finanziario, che arriveranno puntuali come la sorte, sarebbe importante intervenire tempestivamente per mettere i necessari freni a questa pazza corsa verso l’impossibile. Ad essere pignoli poi, prima di andare a colonizzare Marte, ci sarebbero molte cosette da sistemare sul pianeta Terra che è messo ben peggio del pianeta rosso. Ma su questo punto Musk, come responsabile del Doge, ha miseramente fallito e ha dovuto ritirarsi malamente.

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“La guerra è finita troppo presto”: anche l’opposizione israeliana boccia il piano Trump-Iran

15 Giugno 2026 ore 16:10

La questione vede d’accordo quasi tutto l’arco parlamentare. Dai ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai leader dell’opposizione Yair Lapid, Benny Gantz, Naftali Bennett e Yair Golan, il giudizio sul “memorandum d’intesa” annunciato da Donald Trump con l’Iran è univoco: l’intesa lascia a Teheran troppo margine e rischia di chiudere la guerra prima che Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi strategici.

Tra i primi a reagire è stato il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, figura di punta dell’ala più radicale della coalizione di governo. “Non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo”, ha scritto su X Il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, aggiungendo che Israele “non deve ritirarsi da nessun territorio che i suoi combattenti hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche” e che qualsiasi compromesso diverso dallo smantellamento di Hezbollah rappresenterebbe una concessione inaccettabile.

Sulla stessa linea il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori di una linea di massima pressione contro Teheran. Il leader di Sionismo Religioso ha definito il memorandum “dannoso per Israele e per tutto il mondo libero” e ha sostenuto che i successi ottenuti nella campagna militare contro l’Iran non debbano essere trasformati in un compromesso diplomatico. Al contrario, Israele dovrebbe “continuare la campagna per rovesciare il regime con le proprie forze e in modi creativi” e garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari.

Ma le critiche non si fermano alla destra di governo. Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid, capo del partito centrista Yesh Atid, ha attaccato l’intesa. L’accordo “non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele”, ha detto l’ex premier, perché “il regime sopravvive, il programma missilistico rimane intatto e l’Iran può ricostruire il programma nucleare”. In tutto questo Benjamin Netanyahu ha trasformato Israele in un “protettorato che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale”.

Una posizione simile è stata espressa da Naftali Bennett. Il leader della destra nazional-liberale, che si presenterà alle elezioni in autunno in ticket con Lapid, ha accusato il governo di non essere stato capace di trasformare i successi militari in “risultati duraturi per la sicurezza”. Al contrario, l’ex premier dice di avere “un piano strategico ben definito per far crollare il regime iraniano”, ha dichiarato: “Da un lato impediremo all’Iran di dotarsi di armi nucleari, dall’altro porteremo alla disgregazione del regime attraverso un’azione diplomatica, di intelligence, economica, tecnologica e militare”.

Dal centrosinistra è intervenuto Yair Golan, leader del Partito Democratico. “I cittadini israeliani si stanno rendendo conto di un accordo tra Stati Uniti e Iran concluso alle spalle di Israele”, ha detto l’ex vice capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces. che accusa Netanyahu di aver promesso una “vittoria totale” e di lasciare invece il Paese con “i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta sgretolando sotto i nostri occhi”.

Molto severo anche un altro ex generale, Benny Gantz, già ministro della Difesa e leader del partito centrista Blu e Bianco. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito ha definito l’intesa un “fallimento strategico” destinato ad avere conseguenze per anni perché costringerà Israele a combattere nuove “battaglie diplomatiche, militari e legali”. In particolare, Gantz ha respinto qualsiasi ipotesi di limitazione della libertà d’azione israeliana in Libano: “In nessuna circostanza è consentito accettare restrizioni operative o un ritiro che metta in pericolo gli abitanti del nord”.

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“C’è Neymar!”: scatta la corsa dei fan nel centro commerciale, ma quando si scopre la verità nessuno riesce a crederci

15 Giugno 2026 ore 16:07

Bastano una maglia del Brasile, qualche tratto somatico in comune e l’effetto Neymar è servito. Negli Stati Uniti un influencer brasiliano ha provocato scene di entusiasmo collettivo dopo essere stato scambiato per il celebre campione della Seleção all’interno di un centro commerciale. Protagonista dell’episodio è Eigon Oliver, volto molto seguito sui social network proprio per la sua incredibile somiglianza con Neymar. L’influencer si trova negli Usa per seguire da vicino i Mondiali di calcio 2026 e, durante una delle sue apparizioni pubbliche, è stato immediatamente riconosciuto, o meglio, scambiato, da decine di persone.

Nel giro di pochi minuti si è creato un vero e proprio assembramento. Fan e curiosi hanno iniziato a inseguirlo tra i negozi e i corridoi della struttura nel tentativo di ottenere una foto, un selfie o un autografo. Le immagini diffuse online mostrano una folla in fermento, convinta di trovarsi davanti alla stella del calcio brasiliano. Oliver ha cercato di assecondare l’entusiasmo del pubblico, fermandosi con diversi presenti, ma la situazione è rapidamente diventata difficile da gestire. Per motivi di sicurezza è stato necessario l’intervento del personale del centro commerciale, che ha accompagnato l’influencer all’esterno per riportare la calma ed evitare ulteriori problemi.

Non è la prima volta: il “finto Neymar” fa ancora centro

Non si tratta del primo episodio del genere. Negli ultimi anni Eigon Oliver ha costruito gran parte della sua popolarità proprio grazie alla somiglianza con Neymar, attirando spesso l’attenzione dei tifosi durante eventi pubblici e manifestazioni sportive. Questa volta, però, la confusione ha raggiunto livelli tali da trasformare una semplice passeggiata in una vera e propria corsa all’idolo, anche se l’idolo in questione non era quello che tutti credevano.

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“Sembra molto qualcosa che farebbe l’Anticristo o Satana. I demoni possono scuotere gli spettatori”: le parole dell’esorcista sul nuovo film di Spielberg

15 Giugno 2026 ore 15:55

Disclosure day di Steven Spielberg “sembra molto qualcosa che farebbe l’Anticristo o Satana”. Parola di Padre Dan Reehil, sacerdote cattolico ed esorcista della diocesi di Nashville, che ha salutato l’apparizione in sala del nuovo film sugli alieni del regista di Lo squalo come una produzione cinematografica che potrebbe teoricamente essere utilizzata “con finalità spiritualmente negative” atte ad “influenzare la fede degli spettatori”.

Come riporta il Christian Post, Reehil ha spiegato che pur non conoscendo le vere intenzioni di Spielberg un film può essere “consacrato a Satana” e i “demoni possono essere associati al film” come capitato nel passato per alcuni album di band heavy metal. Il principale pericolo, secondo il sacerdote è che “i demoni dell’incredulità e della paura siano capaci di “scuotere la fede degli spettatori”. Il video che padre Reehil ha postato su Youtube ha suscitato reazioni di ogni tipo nel mondo cattolico, da chi ha criticato tutto questo polverone sollevato come “pura superstizione” e chi come monsignor Stephen J. Rossetti dall’arcidiocesi di Washington ha sostenuto che i demoni possano mascherarsi da alieni e che “probabilmente molti, se non la maggior parte, degli avvistamenti UFO sono in realtà demoni”.

Tutto questo dibattito nel mondo cattolico su Disclosure day dimostra che il cosiddetto fronte pro alieni e para complottista non è necessariamente aderente al tipico humus neocon della destra americana novecentesca. I più esperti di questo lungo e articolato dibattito in seno al mondo degli ufologi hanno più volte ricordato che molti cattolici neocon che credono alla vita extraterrestre paragonano spesso gli alieni agli angeli o a forme angeliche più sfumate. Prova ne è che in Disclosure day è presente una ex suora e la sua madre superiora che sembrano aderire più a questo punto di vista che a quello di padre Reehil.

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“Ho fatto prima 60 iniezioni, poi un’altra quarantina. Avevo perso la tecnica, non riuscivo ad allenarmi”: la rivelazione di Zverev

15 Giugno 2026 ore 15:50

Il primo Slam non si scorda mai. Lo sa bene Alexander Zverev, che al Roland Garros ha battuto Flavio Cobolli al quinto set e ha ottenuto il primo successo in un Major. Non lo scorderà mai perché è il sogno di una vita, ma anche e soprattutto per come è arrivato. Il tedesco, infatti, nel corso di un’intervista alla Bild, ha parlato di alcuni problemi fisici che l’hanno condizionato negli ultimi mesi. “L’anno scorso ho avuto problemi alla schiena e un edema osseo legato a un disturbo metabolico. È per questo che giocavo con dolore. Non riuscivo ad allenarmi correttamente e ho perso la tecnica”, ha esordito Zverev.

Un problema che lo ha accompagnato per diverso tempo e in cui il tedesco non è riuscito a trovare continuità nei risultati a causa di una forma fisica da rivedere. “Dall’Australian Open fino a Vienna, ero molto lontano dal mio miglior livello. A Shanghai ho iniziato a gestire meglio questi problemi e gradualmente mi sono sentito meglio. È per questo che ho ritrovato un buon livello di gioco”. Anche negli ultimi mesi Zverev ha dovuto convivere con il dolore: “Il medico Hans-Wilhelm Müller-Wohlfahrt a dicembre mi ha fatto molte iniezioni. Forse non erano 70, ma sono certo che ce ne siano state circa 60. Grazie a lui ho potuto giocare quest’anno senza dolore. Dopo il Masters 1000 di Roma, l’ho rivisto e me ne ha fatte un’altra quarantina. Ha quindi giocato un ruolo importante in questo titolo e mi ha aiutato enormemente”.

Dietro c’è anche tanto lavoro e tanto allenamento, a prescindere dal tennis, come rivelato dallo stesso tennista tedesco: “Amo lavorare. Amo andare in palestra. Se smettessi oggi col tennis, continuerei ad allenarmi perché mi piace da morire. Sì, vincere questo titolo è stata una enorme motivazione, ma non è la ragione per cui ho lavorato così duramente. Mi piace. Se non mi alleno, non mi sento bene. Non significa che vincerò Wimbledon tra poche settimane, ma non smetterò certo di lavorare o vorrò allenarmi di meno. Voglio continuare a giocare per altri dieci anni”, ha concluso il tedesco.

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“Ci sono ragni violino in ogni stanza della mia casa. Uno di loro mi ha morsa ma io non intendo trasferirmi, resto qui con mio marito e i miei due figli”: la storia di Sunni Son

15 Giugno 2026 ore 15:39

Li ha trovati in soggiorno, nelle camere, nei ripostigli e perfino vicino ai suoi figli piccoli. Eppure, nonostante da quasi due anni conviva con ragni violino americani, considerati tra i più pericolosi del Nord America, Sunni Son non ha alcuna intenzione di lasciare la casa in cui vive con la sua famiglia. La donna, 37 anni, è diventata nota sui social documentando la sua insolita convivenza con i brown recluse spiders, i ragni violino marroni diffusi negli Stati Uniti meridionali. Una storia che ha raccontato anche a People.

“Penso che molte persone vedano che continuo a pubblicare contenuti sui ragni e credano che io passi le notti sveglia preoccupata di essere morsa”, racconta. “In realtà è l’esatto contrario. Non sono mai stata così tranquilla”. Ma da dove arriva la tranquillità di Son?

I problemi sono iniziati nell’estate del 2024, pochi mesi dopo il trasferimento nella nuova abitazione in Arkansas. Poco prima un tornado aveva devastato la zona, abbattendo alberi, danneggiando il tetto della loro casa e distruggendo edifici vicini. Fu allora che Sunni notò il primo ragno mentre attraversava il soggiorno passando vicino a uno dei suoi figli: “Probabilmente erano già presenti in casa prima del tornado ma la tempesta li ha disturbati e spostati, costringendoli a uscire dai loro nascondigli in cerca di cibo”. Con il passare dei mesi gli avvistamenti sono diventati sempre più frequenti: “I ragni sono comparsi praticamente in ogni angolo della casa e non si sono mai concentrati in un unico punto. Non sembra esistere una stanza che per loro sia off limits”.

La donna ha contattato diverse aziende specializzate nella disinfestazione, ma le risposte ricevute non sono state rassicuranti: “Più professionisti ci hanno detto che eliminarli completamente è praticamente impossibile“. Da allora la famiglia ha investito in trattamenti specifici, nebulizzazioni, trappole e interventi nelle pareti e negli spazi nascosti dell’abitazione. Son ha sostituito gli scatoloni con contenitori di plastica, acquistato robot aspirapolvere e preso l’abitudine di scuotere sempre i vestiti prima di indossarli. Nonostante tutte le precauzioni, nel maggio 2025 è stata morsa: “Non me ne sono accorta subito perché all’inizio non fa male“, racconta. “Due ore dopo ho iniziato ad avvertire un dolore fortissimo”.

Nei giorni successivi ha sviluppato eruzioni cutanee diffuse, dolori articolari e sudorazione intensa: “Per 48 ore non sono riuscita ad alzarmi dal letto. Non riesco nemmeno a immaginare cosa sarebbe successo se il morso avesse provocato necrosi”. Eppure, neanche quell’episodio l’ha convinta a traslocare: “Posso dire con sicurezza che chi suggerisce di trasferirsi non ha mai approfondito davvero l’argomento. Ci dicono di andarcene, ma probabilmente finiremmo in un’altra casa con gli stessi ragni perché qui sono estremamente comuni”.

Oggi Sunni continua a condividere online la propria esperienza, trasformando quella che sembrava una situazione da incubo in una sorta di guida pratica per chi si trova ad affrontare lo stesso problema: “La nostra casa ha qualche ragno ma ha anche una natura e una fauna che non troveremmo da nessun’altra parte. Prima del tornado avevamo un giardino pieno di alberi. Oggi abbiamo uno splendido spazio all’aperto dove i miei figli giocano ogni giorno. A volte dalle cose brutte nasce qualcosa di buono”.

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C’è un topo in business class: le immagini riprese da un passeggero su un volo JetBlue non lasciano dubbi, ecco come è arrivato in cabina

15 Giugno 2026 ore 15:32

Un’ombra scura che corre veloce all’interno delle plafoniere luminose situate proprio sopra i sedili dei passeggeri. È la scena ripresa da una viaggiatrice a bordo di un Airbus A321 della compagnia aerea statunitense JetBlue, mentre viaggiava nella sezione “Mint“, la business class del vettore. Il video, che mostra un grosso topo muoversi indisturbato nell’intercapedine della cappelliera, è diventato in poche ore virale sui social, accendendo il dibattito tra gli utenti.

La reazione dei social: tra ironia e allarme sicurezza

Il filmato ha scatenato centinaia di reazioni. Accanto a chi ha ironizzato sul passeggero sprovvisto di biglietto intrufolatosi in prima classe, molti utenti hanno sollevato serie preoccupazioni igienico-sanitarie per la cabina. Gli addetti ai lavori e i passeggeri più esperti hanno invece evidenziato un rischio tecnico ben più concreto per la sicurezza del volo: la possibilità che il roditore, muovendosi liberamente tra le paratie dell’aereo, possa recidere con i denti i cavi elettrici e i sistemi di bordo.

L’intervento di JetBlue e le verifiche in corso

La reazione di JetBlue, compagnia con quartier generale a New York nota per l’attenzione alle esigenze dei clienti pur operando con tariffe contenute, non si è fatta attendere. Attraverso un commento pubblicato direttamente sotto il post della viaggiatrice, il servizio clienti si è scusato per l’ospite indesiderato. L’azienda ha poi richiesto alla cliente di fornire in privato i dettagli della prenotazione e la propria data di nascita, passaggi necessari per identificare con esattezza l’aeromobile e il numero del volo coinvolti. La donna ha confermato di aver fornito i dati privatamente. Sebbene l’interazione tra azienda e cliente sia accertata e pubblica, le autorità e la compagnia dovranno ora confermare l’autenticità tecnica del filmato, individuare l’aereo e chiarire quali protocolli di controllo e bonifica siano stati eseguiti.

Come salgono a bordo i roditori: la stiva e la lunga lista di precedenti

Gli aerei commerciali sono ambienti chiusi e strettamente regolati, ma gli esperti di aviazione sanno che l’intrusione di animali è un’eventualità possibile, che si verifica solitamente a terra durante le fasi di caricamento dei bagagli e delle merci. Il caso del volo JetBlue non è isolato, ma si inserisce in una lunga casistica di “incontri” documentati dalle aerolinee. L’episodio recente più grave, fa notare Repubblica, risale al 18 settembre 2024, quando un Airbus A320neo decollato e diretto in Spagna fu costretto a deviare la rotta e atterrare a Copenaghen dopo che un topo sbucò fisicamente dal pasto servito a un passeggero. Pochi giorni dopo, nell’ottobre del 2024, una scena identica a quella del volo JetBlue venne filmata su un collegamento tra Dallas e Los Angeles, con un roditore in corsa tra la cappelliera e le luci della cabina.

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“Devi dare qualcosa in cambio al Paese che si è preso cura di te”: così Yasin Ayari ha scelto la Svezia, il consiglio del padre e la doppietta ai Mondiali

15 Giugno 2026 ore 15:23

Aveva chiuso le porte alla Tunisia del padre per rappresentare la sua Svezia. “Sono nato a Solna, ho giocato per le giovanili di questo Paese. Mi sento svedese”. Ai Mondiali un copione che sembra già scritto: Yasin Ayari segna – per due volte – proprio contro la nazionale tunisina e non esulta in segno di rispetto. Nel 5-1 finale dei gialloblù la storia del centrocampista del Brighton ripercorre quella di una famiglia che ha sempre pensato alla scelta migliore per il bene del figlio. “Volevo che giocasse per la Svezia”, aveva detto qualche mese fa papà Azzouz al quotidiano Aftonbladet. “Deve sentirsi come se stesse dando qualcosa in cambio al Paese che si è preso cura di lui“.

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Il no alla Tunisia: “Sono svedese”

Figlio di padre tunisino e madre marocchina, fin da piccolo Ayari ha avuto tre strade davanti a lui: giocare per una delle due nazionali dei genitori – Tunisia e Marocco, appunto – oppure rimanere fedele alla Svezia, il Paese della sua infanzia e adolescenza. Nel 2021 la tentazione di vestire la maglia della Tunisia era forte. L’opportunità era unica: disputare (in Qatar, qualche mese più tardi) il primo Mondiale in carriera. Grazie (anche) al padre, però, Ayari decise di rimanere legato al gialloblù: Azzouz gli ricordò infatti che la Svezia aveva accolto la loro famiglia e aveva contribuito a costruire il proprio futuro.

Lo stesso Ayari disse che era “naturale” continuare a rappresentare il paese per cui aveva giocato da bambino. Tutto parte dalla contea di Stoccolma: all’età di 7 anni il centrocampista gioca nelle giovanili del Rasunda (la squadra locale di Solna). Poi arriva il trasferimento all’AIK. Il presente dice Premier League. Nel mezzo Ayari trova il suo spazio nel settore giovanili della nazionale.

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“È il Paese che voglio rappresentare”

“Per me è stato abbastanza facile, perché sono nato in Svezia e ho giocato nelle loro nazionali giovanili, quindi è stata una decisione semplice. Ovviamente non dimentico le radici dei miei genitori: io voglio il meglio per loro. Mia madre e mio padre sono originari di Marocco e Tunisia. Quando ero piccolo ci andavo spesso in vacanza“. Insomma restare con la Svezia rappresenta il giusto epilogo di una storia di portata mondiale. Insieme nel girone F, il cerchio si chiude nel più classico dei modi. Doppietta, vittoria ma nessuna esultanza.

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La destra dopo la destra: l’operazione Vannacci e la nuova fascistizzazione

15 Giugno 2026 ore 15:18

La destra dopo la destra è ormai processo costituente e avanguardia quotidiana di un rinnovato processo di fascistizzazione. Sdoganate dapprima le parole (remigrazione, feccia, camerati, me ne frego, il femminicidio non può costituire una fattispecie aggravata di omicidio, per dirne solo alcuni di queste parole e pensieri ascoltati durante l’assemblea costituente del partito del generale Vannacci) ora si tratta di provare la connessione sentimentale con il pezzo di società pronto a coagularsi intorno a questo militare duro e puro dalle idee chiarissime: via gli immigrati a qualunque costo, anche deportandoli, ordine e pulizia sessuale nella società, allestimento di un ministero per validare l’assimilazione degli stranieri alla civiltà italiana.

Negli ultimi vent’anni lo spostamento a destra degli equilibri politici segue i grandi fenomeni migratori e si connette ai grandi eventi della politica internazionale. Per prima si sposta a destra la Francia, qualche anno dopo la Germania, in mezzo i Paesi baltici e quelli scandinavi. Ora tocca all’Italia verificare il successo della destra un po’ barbarica, nuda e cruda.

Fu Silvio Berlusconi, con la sua discesa in campo, a sdoganare il Movimento sociale di Gianfranco Fini che il Cavaliere propose come candidato a sindaco di Roma. La destra costuituzionale da allora entra a pieno titolo nell’alleanza seppur con una funzione più ancillare, di appendice. Forza Italia deve tenere a bada la Lega di Bossi che è un movimento già corposo, raccoglie milioni di voti al nord e compete direttamente con B. La fiamma finiana è solo la terza gamba dell’alleanza. Il declino berlusconiano, più di vent’anni ininterrotti di leadership, producono nel centrodestra la prima ricollocazione strategica. Non è più il centro liberale, l’anima laica e quell’odore tardo democristiano a indicare la strada, organizzare la sfida con il centrosinistra. Fini ha perso la guerra con il Cavaliere, il suo partito – Alleanza nazionale – è allo sbando. Giorgia Meloni si mette in proprio mentre la stella leghista splende grazie alla disinvoltura con la quale Matteo Salvini cambia le fattezze del suo movimento, avvicinandolo a un profilo più nettamente xenofogo e nazionale.

La fine del grillismo e il fallimento del governo tecnocratico di Draghi riportano il centrodestra al governo ma con un nuovo assetto interno. È la destra che guida e comanda, è Giorgia Meloni la premier, leader indiscussa della coalizione.

Salvini per far fronte al successo meloniano sterza ancora di più a destra e ingaggia il generale Vannacci per tenere salva dalle onde la propria barca. I fatti di queste settimane spiegano la manovra disperata e perdente di Salvini ma provano la forza, la vitalità e la proiezione verso una destra ancora più a destra di Vannacci.

Futuro nazionale è l’operazione Vannacci, cioè una selezione politica che prova a sintonizzarsi sempre più a destra, nell’infinito mare di una nuova fascistizzazione.

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Patentino antifascista, Pagliarulo (Anpi) replica a Nordio e Meloni: “Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione”

15 Giugno 2026 ore 15:16

“Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi”. Il residente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo risponde così a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, che negli ultimi due giorni hanno criticato la fiera Più Libri Più Liberi per aver fatto sottoscrivere una sorta di adesione ai principi antifascisti a tutti gli editori coinvolti negli stand e negli eventi. Per Pagliarulo, intervenuto alla presentazione della Festa nazionale dell’Anpi 2026, quella scatenata dal governo è “una tempesta in un bicchier d’acqua” figlia della “legge della concorrenza tra Meloni e Vannacci” e del “riflesso pavloviano” della premier “quando si parla di antifascismo”.

Ma dal presidente dell’Associazione dei partigiani arriva anche un suggerimento, utile a spiegare che certe iniziative, per quanto sacrosante, si espongono a strumentalizzazioni che servono alla destra per distogliere l’attenzione da altri temi: “Quel che chiedono gli organizzatori della fiera è del tutto tautologico, pleonastico, nel senso che se entro in un supermercato non trovo cartelli con scritto ‘Non rubare’. Dunque non c’è alcuna censura, ma solo il rispetto della Costituzione, della Legge Scelba e della Legge Mancino. Detto questo, col senno di poi, forse sarebbe stato più ragionevole vigilare affinché nessun espositore pubblicizzasse o esponesse libri di istigazione all’odio o di apologia del fascismo, e in quel caso naturalmente intervenire”.

Secondo Pagliarulo, la baruffa mediatica è figlia del bisogno di Meloni di “non parlare di temi più importanti” e della rincorsa a destra con Roberto Vannacci: “La legge della concorrenza del mercato si sposta alla politica, io capisco che Meloni abbia il problema di Vannacci ma le vorrei dire di non esagerare e scindere la carica di leader di partito da quella di presidente del Consiglio”. Le sparate di Nordio e Meloni tengono banco, ma la conferenza serve anche a presentare programma e ospiti della Festa nazionale Anpi che si terrà a Limena (Padova) dal 18 al 22 giugno. Il titolo scelto è “Facciamo resistenza” e non è casuale : “La resistenza è elemento fondativo della memoria della Repubblica. Oggi è necessaria una resistenza a questo riarmo generalizzato parossistico e una resistenza alle derive autoritarie in giro per il mondo. Siamo davanti a una banalizzazione della guerra e a nuovi fascismi che mettono in discussione i sistemi democratici”.

Diversi gli ospiti e i dibattiti. Il primo giorno si confronteranno tra gli altri l’ex segretario generale Cgil Sergio Cofferati, Walter Massa (Arci) e l’ex eurodeputata Pasqualina Napoletano, mentre venerdì sarà il turno di altri illustri ospiti come la presidente di Emergency Rossella Miccio e l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Sabato previsto un lungo spazio per i giovani di Anpi e poi altri dibattiti con nomi come Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) e Alba Bonetti di Amnesty International, prima degli ultimi due giorni con focus in particolare sulla Costituzione (con giuristi come Enrico Grosso e Francesco Pallante e la magistrata Silvia Albano) e sul sociale, con rappresentanti della segreteria nazionale di Cgil, Cisl e Uil a confronto con il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini.

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“All’improvviso mi sentivo gonfia e non avevo più il controllo. Non riuscivo a perdere cinque chili. Con la menopausa tutto è cambiato, è stata positiva per me”: Shania Twain racconta

15 Giugno 2026 ore 15:10

Per un periodo non riusciva nemmeno a guardarsi allo specchio. Shania Twain, una delle artiste country più amate al mondo, ha raccontato di aver vissuto anni difficili quanto al rapporto con il proprio corpo, arrivando a seguire abitudini che oggi definisce senza mezzi termini “poco sane”. La cantante canadese, 60 anni, ne ha parlato in un’intervista al Times, spiegando come il passaggio della menopausa abbia finito per cambiare radicalmente il modo in cui vede se stessa, prima attraversando una fase difficile e poi trovando un nuovo equilibrio.

Avevo smesso di guardarmi allo specchio. Odiavo il mio corpo“, ha raccontato, ricordando il periodo della sua residency a Las Vegas nel 2019. “Pensavo: ‘Non sopporto questo corpo che sta cambiando’. Ma era una situazione poco sana. Chi è che non riesce a guardarsi allo specchio?”.

Twain ha spiegato che con il passare degli anni il suo fisico aveva iniziato a cambiare e che le strategie che in passato le avevano permesso di mantenere il peso non funzionavano più: “All’improvviso mi sentivo gonfia e non avevo più il controllo. Non riuscivo a perdere cinque chili“, ha raccontato. E ha ammesso di aver reagito irrigidendo ulteriormente dieta e allenamenti: “Facevo lavorare il mio corpo più di quanto lo nutrissi”. Un approccio che, ha spiegato, la portò addirittura a essere malnutrita.

Oggi Twain dice di avere cambiato atteggiamento: “Portatemi tutti gli specchi che volete, mi guarderei tutto il giorno”, ha scherzato, sottolineando come il cambiamento positivo sia arrivato proprio durante la menopausa. “È stata molto positiva per me perché mi ha insegnato che ci sono cose che non puoi controllare“.

Un tema che la cantante aveva già affrontato nel 2023, quando aveva parlato apertamente del rapporto con il proprio aspetto fisico: “Una volta odiavo il mio corpo. Quando ero giovane e forse avrei dovuto avere meno paura di mostrarlo, in realtà lo nascondevo continuamente. Ora so di essere esattamente come dovrei essere. È così che dovrei essere alla mia età. Mi va bene e non ne ho più paura”.

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Condannato a 4 anni di carcere per stupro Marius Borg Hoibi, il 29enne principe di Norvegia: nuovo scandalo per la Corona, le testimonianze choc che lo hanno inchiodato

15 Giugno 2026 ore 15:09

Una condanna a quattro anni di carcere; questo è quanto ha stabilito il tribunale di Oslo ai danni del figlio della principessa di Norvegia Mette-Marit. L’accusa più grave di cui doveva rispondere il 29enne Marius Borg Hoibi era quella di stupro ed era relativa a due diverse denunce per le quali è stato giudicato colpevole, mentre è stato giudicato non colpevole per altre due.

Il primogenito della principessa, nato da una relazione precedente al matrimonio con l’erede al trono di Norvegia Haakon non ha alcun incarico per conto della monarchia, ma la sua condanna getta un’ombra di non poco peso sulla corona. L’accusa aveva chiesto per lui sette anni e sette mesi, forte di almeno quaranta capi d’imputazione tutti legati a episodi di violenza, minacce e maltrattamenti.
I fatti risalgono agli anni che vanno dal 2018 al 2024, periodo nel quale quattro donne diverse lo hanno indicato come il colpevole di aggressioni sessuali mentre loro dormivano oppure non si trovavano nella condizione per poter reagire. Nel lungo elenco di accuse a carico di Marius Borg Hoibi figuravano anche criminiminori” come aggressione, possesso di droghe e violazione dell’ordine di restrizione emesso dal tribunale.

Il processo che si è concluso lunedì, con la lettura della sentenza, è durato sei settimane nelle quali le diverse accusatrici si sono via, via presentate per deporre contro il figlio della sfortunata principessa che sta affrontando una difficile malattia. Mette-Marit, infatti, da anni fa i conti con una grave fibrosi polmonare che, oggi, l’ha messa in lista per poter ricevere un trapianto al quale ha affidato tutte le sue speranze di poter sopravvivere.
Nelle sue ultime uscite pubbliche si era presentata con uno strumento che l’aiutasse a respirare e nell’ultima intervista rilasciata in televisione per scusarsi e giustificarsi, rispetto alla sua passata relazione con il pedofilo americano Jeffrey Epstein, aveva mostrato tutte le sue difficoltà, non solo dettate della durezza dell’argomento sul quale era chiamata a rispondere, ma anche per l’aggravarsi progressivo del suo stato di salute.
La sentenza ai danni del figlio, che non avrà colto nessuno di sorpresa a corte, è l’ennesima pessima notizia per i reali.
Il processo che vedeva coinvolto Marius Borg Hoibi ha portato alcune accusatrici a presentarsi in aula dotate di evidenze come foto, messaggi e video che sono stati puntualmente mostrarti alla corte.

Marius Borg Hoibi potrà dare mandato ai suoi legali di fare appello, ma le testimonianze sentite in aula resteranno indelebili nella memoria dei sudditi che hanno potuto leggerne estratti sui giornali o sentirle riportate in tv.
Era lo scorso febbraio quando, come ricordato dal giornale on line americano Page Six, “una donna spiegò come Hoibi semplicemente “non volesse smettere” dopo che avevano iniziato ad avere un rapporto sessuale consensuale”. Era la notte del 1° novembre e, sempre stando al racconto, i due si trovavano in una stanza d’hotel, così come riportato dall’agenzia France Presse.
“Io ero sempre più stanca – ha continuato la donna – mi sentivo come se stessi semplicemente sdraiata lì e lui non si fermava”. “Più diventavo stanca – ha poi aggiunto davanti alla corte – meno ero partecipe”.
La testimonianza proseguiva poi spiegando come lei avesse chiesto di poter dormire prima di essere invece svegliata di soprassalto da quello che ha descritto come un “colpo violento nella zona dei genitali”, aggiungendo poi: “è stato doloroso. Credo di essermi bloccata, poi mi sono riaddormentata”.

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Ibrahimovic e Cardinale insieme da Trump mentre nel Milan regna la confusione: tifosi infuriati. “Siamo nella me*da e loro se la spassano”

15 Giugno 2026 ore 15:09

Anche i rappresentanti del Milan erano presenti al super evento Ufc organizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per il suo 80esimo compleanno. In attesa di novità sul fronte societario rossonero, il patron Gerry Cardinale e il suo braccio destro Zlatan Ibrahimovic, grande appassionato di arti marziali, hanno preso parte alle celebrazioni per il compleanno di Trump, come mostrato da tante immagini diffuse dalle tv americane.

I due dirigenti erano in prima fila per assistere a Ufc Freedom 250, organizzato nella gabbia alta 28 metri nel giardino della Casa Bianca, e i tifosi del Milan non l’hanno presa benissimo. Con il club rossonero ancora senza allenatore (ufficialmente, perché c’è già l’accordo con Amorim) e dirigenti chiave in vista della prossima stagione, dopo il fallimento dell’annata con Allegri in panchina, tanti sostenitori del club rossonero hanno commentato in maniera negativa la presenza – in un evento di puro divertimento – del numero uno di Redbird (e azionista di Paramount, il gruppo che negli Usa detiene i diritti tv della Ufc) e del senior advisor del club. In questi giorni Ibra è anche commentatore dei Mondiali per Fox e, tra l’altro, è stato criticato per non essere andato a vedere la prima partita della Svezia nel torneo (vinta 5-1 contro la Tunisia), che si è giocata proprio poche ore dopo l’evento alla Casa Bianca.

A far infuriare però i tifosi del Milan è stata proprio la presenza all’evento di Ufc. Basta fare un giro sui vari social per percepire il fastidio dei tifosi del Milan dopo l’apparizione in pubblico dei due praticamente unici dirigenti del Milan al momento. “Vergogna“, si legge sotto diversi post Instagram sull’argomento. “Mentre il Milan è nella me*da fino al collo e nella confusione più totale, questi due se la spassano altrove“, scrive qualcuno. C’è chi invece la vede in maniera positiva: nelle scorse settimane si era parlato anche di frizioni tra i due. Vederli insieme, all’evento organizzato d a Trump, sorridendo, ha di fatto smentito quelle voci. È però metà giugno e i rossoneri non hanno ancora un direttore sportivo, in attesa dell’ufficialità di Amorim.

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ISCHIA, TORNANO IN MARE CINQUE TARTARUGHE SALVATE

15 Giugno 2026 ore 15:04

Cinque storie di sofferenza, recupero e speranza si concluderanno con un ritorno al mare. Domani, martedì 16 giugno, in occasione della Giornata Mondiale delle Tartarughe Marine, la Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), in collaborazione con l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno e con il supporto della Guardia Costiera, libererà al largo dell’isola di Ischia cinque esemplari di tartaruga marina curati e riabilitati presso il Turtle Point di Portici, il Centro Ricerche Tartarughe Marine della SZN. Prima della liberazione è previsto un incontro a Forio d’Ischia, nella Sala Marinai d’Italia, sede dell’AMP Regno di Nettuno, dedicato alla sensibilizzazione di pescatori, operatori marittimi e cittadini sull’importanza della conservazione degli ecosistemi marini e sull’adozione di comportamenti in grado di ridurre l’impatto delle attività umane sul mare. Le tartarughe marine affrontano numerosi pericoli lungo tutto il loro ciclo vitale. Dall’inquinamento luminoso che ostacola la schiusa dei nidi, all’ingestione di plastica e rifiuti galleggianti durante la fase giovanile, fino ai rischi legati alla pesca accidentale, agli impatti con le imbarcazioni e all’intrappolamento in reti, lenze e attrezzi da pesca dispersi in mare. Proprio l’aumento dei rifiuti marini e delle cosiddette “reti fantasma” rappresenta oggi una delle emergenze più gravi per la sopravvivenza della specie. In questo ambito si inserisce il progetto europeo Life OASIS, al quale partecipa la Stazione Zoologica Anton Dohrn, finalizzato alla riduzione degli impatti causati dagli attrezzi da pesca abbandonati. Le cinque tartarughe che torneranno in libertà raccontano, ciascuna a modo proprio, le conseguenze delle pressioni esercitate dall’uomo sugli ecosistemi marini. Carlo, giovane esemplare di circa 17 chilogrammi, è stato recuperato dopo una cattura accidentale durante una battuta di pesca a strascico. La segnalazione tempestiva del pescatore e il rapido intervento degli operatori del Turtle Point hanno consentito di diagnosticare una grave forma di malattia da decompressione, una patologia che colpisce le tartarughe riportate in superficie troppo rapidamente dalle reti da pesca. Senza cure specialistiche avrebbe avuto pochissime possibilità di sopravvivenza. Anche Mbappè, giovane femmina di circa 40 chilogrammi, è stata catturata accidentalmente durante un’attività di pesca a strascico. Al momento del recupero presentava una grave lesione all’occhio sinistro che ne ha compromesso definitivamente la vista. Nonostante ciò, gli studi condotti negli anni dimostrano che esemplari con danni oculari monolaterali possono continuare a vivere e alimentarsi con successo in ambiente naturale. Tra le storie più complesse c’è quella di Paola, recuperata in condizioni gravissime nelle acque della provincia di Latina. L’esemplare presentava una frattura esposta dell’omero destro e una profonda lesione del carapace, compatibili con l’urto contro una barca. Dopo circa un anno di cure veterinarie e riabilitazione, Paola ha recuperato una capacità natatoria sufficiente per affrontare nuovamente la vita in mare aperto. Egidio, giovane tartaruga di circa sei chilogrammi, è stata trovata alla deriva nelle acque di Sapri con una pinna gravemente lesionata da materiale di origine antropica. L’imbrigliamento in reti, corde e attrezzi da pesca abbandonati è una delle principali cause di ricovero nei centri di recupero. Grazie alle cure ricevute nell’ambito delle attività collegate al progetto Life OASIS, la funzionalità della pinna è stata quasi completamente recuperata. Missy è stata, invece, recuperata nei pressi di Capo Miseno durante l’inverno. In stato di forte ipotermia e profonda sonnolenza, rischiava di non sopravvivere. In questo caso è stata la sensibilità di un pescatore a fare la differenza, consentendo il soccorso e il successivo recupero dell’animale. La liberazione delle cinque tartarughe marine rappresenta un importante richiamo alla responsabilità collettiva verso la salvaguardia del mare. Ogni esemplare restituito al proprio ambiente naturale testimonia l’efficacia della rete di soccorso e recupero costruita negli anni, ma ricorda anche quanto sia ancora elevato il numero di tartarughe che subiscono conseguenze spesso mortali a causa dell’inquinamento, della pesca accidentale e delle altre attività antropiche.

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CLIMA, FINAPP: ALPI SENZA NEVE E TERRENI NEL NORD PIU’ARIDI

15 Giugno 2026 ore 15:01

Un crollo del -61% dell’acqua immagazzinata nella neve alpina rispetto a una stagione normale e terreni nel Nord Italia che registrano già il 30% in meno di umidità rispetto allo scorso anno. Sono questi i dati che descrivono lo stato di salute idrica del nostro Paese alle porte dell’estate, fotografati a fine maggio da Finapp in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità istituita dalle Nazioni Unite che si celebra ogni anno il 17 giugno. La deep-tech italiana e spin-off dell’Università di Padova ha elaborato un report nazionale basato sulla tecnologia che misura la risorsa idrica nel sottosuolo e in quota, sfruttando i raggi cosmici e la fisica dei neutroni. I dati emersi descrivono un quadro di forte vulnerabilità strutturale per il Settentrione, che rischia di approcciare i mesi più caldi dell’anno partendo in una situazione di pesante deficit: “I dati raccolti dalle nostre sonde mostrano che il Nord Italia si appresta ad affrontare l’estate partendo in forte svantaggio idrico”, commenta Angelo Amicarelli, CSO di Finapp. “La nostra tecnologia a raggi cosmici permette una corretta valutazione del rischio, che non può basarsi solo sulle previsioni meteo del giorno dopo, ma deve partire dallo stato reale del territorio. Sapere che i suoli del Nord sono già così secchi, che la riserva nevosa alpina è crollata e che da inizio anno abbiamo perso oltre il 12% di idratazione profonda a livello nazionale impone a consorzi e istituzioni una pianificazione della risorsa idrica immediata, basata sui dati storici e non sull’emergenza”.
Il primo elemento di forte preoccupazione riguarda lo Snow Water Equivalent, ovvero il quantitativo di acqua effettivamente contenuto nel manto nevoso alpino, che rappresenta la principale riserva per alimentare i fiumi durante l’estate. I rilevamenti effettuati su circa 35 stazioni d’alta quota distribuite lungo tutto l’arco alpino indicano che la riserva è ormai agli sgoccioli. Oltre al crollo del 61% rispetto al 2024, l’acqua contenuta nella neve registra un ulteriore calo del 20% sul 2025, che era già stato un anno fortemente sotto media. Di conseguenza, i corsi d’acqua del Nord Italia non potranno contare sul regolare e vitale apporto del disgelo estivo. A confermare la natura strutturale dell’emergenza è l’andamento della Soil Moisture, l’umidità profonda del terreno, calcolato a livello nazionale da 65 stazioni di misura: da inizio anno la media dell’umidità del terreno si è fermata al 28,9% rispetto al 32,9% del 2025, consolidando una contrazione del -12,4%. Maggio 2026 registra inoltre un decremento medio del 24,2% di umidità del suolo rispetto allo scorso anno (con il valore assoluto della Soil Moisture Volumetrica sceso a un preoccupante 23,2% e un crollo complessivo del 34,6% rispetto a maggio 2024), ma il dato locale mostra un’Italia spaccata in due. Al Nord, dove il deficit alpino si riflette direttamente, la situazione è già critica, con i terreni che si presentano compatti e secchi prima ancora dell’inizio dell’estate, registrando appunto un -30% di umidità rispetto a maggio 2025 e una ridotta capacità di trattenere l’acqua.
Al Sud, al contrario, le piogge registrate nella parte finale della primavera hanno invertito la tendenza, portando i valori di umidità del suolo nel Meridione a livelli stabili e superiori del +13,3% rispetto al 2025. Tuttavia, il monitoraggio Finapp evidenzia come l’anomalia stia iniziando a colpire anche il Meridione: nel solo mese di maggio, infatti, l’umidità volumetrica è scesa al 20,8%, segnando un’inversione di tendenza con un -5,4% rispetto allo scorso anno. A differenza dei sistemi di misurazione tradizionali che analizzano singoli punti isolati, la tecnologia usata da Finapp – denominata CRNS (Cosmic Ray Neutron Sensing) – permette di monitorare l’umidità del suolo e la neve in tempo reale e su larga scala, restituendo un dato scientifico e oggettivo.

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American Express vuol comprare TheFork da Tripadvisor: accordo da 700 milioni di dollari

15 Giugno 2026 ore 14:39
La transazione dovrebbe concludersi entro la fine del 2026. Il sito di recensioni e prenotazioni alloggi aveva già annunciato da tempo la valutazione di alternative per la sua piattaforma dedicata ai ristoranti

© RaiNews

Fiat 500 Topolino, 90 anni e non sentirli. A Torino la festa dell’auto che motorizzò l’Italia

15 Giugno 2026 ore 15:00

Le guardi sfilare una dietro l’altra e sembra di assistere a una scena uscita da un vecchio film in bianco e nero. Cofani arrotondati, parafanghi pronunciati, colori pastello, motori che borbottano con discrezione. Eppure quelle piccole Fiat 500 nate prima della Seconda Guerra Mondiale continuano a muoversi con sorprendente naturalezza nel traffico del XXI secolo. Torino ha celebrato così il novantesimo compleanno della Topolino. Centotrentadue equipaggi provenienti da dieci Paesi hanno raggiunto il Piemonte per partecipare a “La Topolino va ai 90”, il raduno internazionale organizzato dal Topolino Autoclub Italia e dal Club Topolino Fiat Torino con il supporto dell’Automotoclub Storico Italiano.

Per quattro giorni la città che vide nascere la mobilità di massa è tornata indietro nel tempo. Le vetture hanno risalito i tornanti verso la Sacra di San Michele, hanno attraversato il territorio metropolitano toccando la Reggia di Venaria e la Basilica di Superga, hanno sostato in piazza Vittorio Veneto e raggiunto il Castello di Rivoli per il gran finale. Un viaggio nella memoria che ha avuto come protagonista una delle automobili più importanti della storia industriale italiana.

Per capire davvero che cosa rappresenti la Topolino bisogna però tornare al 1936. L’Italia era un Paese ancora lontano dalla motorizzazione di massa. Le automobili esistevano, ma appartenevano a una minoranza privilegiata. Per milioni di famiglie il mezzo di trasporto quotidiano era ancora la bicicletta. Le vacanze in automobile, le gite domenicali e la libertà di movimento individuale erano concetti riservati a pochi. In quel contesto la Fiat affidò a Dante Giacosa il compito di realizzare una vettura piccola, economica e moderna. Nacque così la Fiat 500, che gli italiani ribattezzarono immediatamente “Topolino” per via delle sue forme simpatiche e arrotondate.

Piccola sì, ma tutt’altro che rudimentale. Con i suoi 569 centimetri cubici di cilindrata e 13 cavalli di potenza poteva raggiungere circa 85 chilometri orari. Ancora più sorprendente era la raffinatezza tecnica: sospensioni anteriori indipendenti, freni idraulici sulle quattro ruote e una progettazione estremamente razionale che consentiva di sfruttare ogni centimetro disponibile. Soluzioni che oggi sembrano normali, ma che negli anni Trenta la collocavano tra le utilitarie più avanzate del continente.

Fu soprattutto il suo significato sociale a renderla speciale. Per la prima volta migliaia di italiani poterono immaginare l’automobile non come un lusso irraggiungibile ma come un obiettivo concreto. La Topolino contribuì ad avvicinare città e campagne, ad accorciare le distanze e a trasformare il modo di vivere il tempo libero. In un certo senso preparò il terreno per il boom economico che, nel dopoguerra, avrebbe portato sulle strade prima la 600 e, successivamente, la Nuova 500.

Non a caso la sua storia andò ben oltre i confini nazionali. Fu costruita anche in Francia con il marchio Simca e in Germania come NSU-Fiat, diventando una sorta di automobile globale quando il termine globalizzazione non era ancora stato inventato. Dal 1936 al 1955 ne furono prodotti quasi 520 mila esemplari. Numeri enormi per l’epoca, ma ancora insufficienti a spiegare il legame emotivo che continua a unire questa vettura agli italiani.

Lo si è visto durante il raduno torinese. Tra le Topolino parcheggiate una accanto all’altra si incontravano non soltanto collezionisti, ma famiglie intere. Nonni che le avevano guidate da giovani, figli che le hanno restaurate e nipoti che oggi le fotografano con lo smartphone. Un passaggio di testimone che racconta molto del rapporto speciale tra gli italiani e la propria storia automobilistica.

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Un destino cinico e baro mi fa perdere i Massive Attack ma il Primavera Sound di Barcellona è sempre avanguardia

15 Giugno 2026 ore 14:56
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Il Primavera Sound di Barcellona è uno dei pochi posti al mondo dove puoi perdere il concerto che aspettavi da 25 anni e rotti e ripartire, comunque, con la sensazione di aver vissuto qualcosa di irripetibile. L’edizione 2026 appena terminata si è aperta, infatti, con un colpo di teatro, chiamatela contrappasso-ordalia se volete: durante la prima serata ufficiale del giovedì, il Parc del Fòrum è stato investito da una pioggia torrenziale e da un vento semi-artico che hanno costretto gli organizzatori a fermare i palchi principali per ragioni di sicurezza. E tra gli show cancellati, anche quello dei Massive Attack. Sono cresciuto con il trip-hop di Bristol e per l’ennesima volta un destino cinico e baro mi ha impedito di assistere dal vivo alle alchimie audiovisive di Robert Del Naja e soci.

La mia prima giornata si esaurita così, con l’ascolto di appena una metà dei miei adorati Geese. Poi è cominciato il sabba: diluvio universale, o meglio, Apocalypse Now, e ho dovuto rinunciare pure a Father John Misty e Oklou (che si sono esibiti lo stesso, in mezzo al delirio meteo). Anche il live di Mac DeMarco è stato annullato.

Alle 11 della sera, in migliaia siamo fuggiti in direzione metropolitana zuppi fradici d’acqua. Ma il Primavera Sound ha un talento speciale: quello di saper rialzarsi sempre. E venerdì e sabato è tornato a essere il posto migliore del pianeta. Centinaia di migliaia di pacifiche e gioiose persone hanno riempito il Fòrum fino all’ultimo centimetro utile. Ragazze della Generazione Z e attempati ragazzi con i capelli grigi od ormai estinti, pensiamo al sottoscritto, che convivono uniti dalla medesima, quanto sfaccettata, passione musicale. Qui lo slogan “Nobody is normal” non è marketing, ma una pratica quotidiana, così come il grande “No War” impresso nel cuore del festival. Nel vortice di stages, il livello è stato altissimo.

I Cure hanno firmato il concerto dell’anno: due ore e mezza di repertorio attraverso quattro decenni di carriera senza nemmeno una sbavatura, con un Robert Smith ancora capace di tenere insieme epos e spleen. E sfodera ancora perfettamente la sua voce da ragazzo: la new wave, anche quella tinta di dark, mantiene for ever young. I My Bloody Valentine, quelli di Loveless, anno di grazia 199, capolavoro del genere cosiddetto shoegaze e nella top 50 di qualsiasi classifica rock tout court nella storia, hanno (ri)costruito il loro muro di suono distorto, ipnotico e voluttuoso; gli Slowdive hanno regalato una lezione di post-rock delle origini; l’immenso Damon Albarn, qui alla guida dei Gorillaz e non dei Blur, pur folgorato sulla via dell’Oriente ha confermato di appartenere alla ristrettissima genìa degli artisti che trasformano ogni live in evento. È andato in pellegrinaggio da lui persino il premier spagnolo Pedro Sanchez.

Tra le sorprese più scintillanti (almeno per quel che mi riguarda) annoto Addison Rae, ormai popstar a tutti gli effetti, magnetica e spavalda; la mesmerica Ethel Cain, con la sua tenebrosa e polarizzante liturgia sospesa; Little Simz e Sudan Archives, due bombe di energia; la dj-superstar coreana Peggy Gou, il cui set ha chiuso il festival all’alba di domenica. E poi The xx, in grado di ritrovare immediatamente quella cifra sofisticata e minimale che li ha resi una delle band simbolo di questo primo quarto di secolo.

Conclusioni provvisorie: il Primavera Sound, il mio quinto consecutivo, continua a essere un gigantesco laboratorio culturale dove convivono senza steccati rock, elettronica, pop, sperimentazione e avanguardie. Ma resta soprattutto una comunità civile e libertaria intermittente che dimostra come si possa stare insieme senza paura dell’altro, senza aggressività, senza bisogno di alzare muri. Una sublimazione di quelle che Hakim Bey, nel suo libro underground di culto, definì “T.A.Z.”, Zone Autonome Temporanee. Come i nostri sogni migliori. E si pensa subito all’edizione successiva. Tornerete, nel 2027, cari Massive Attack?

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“Aveva forma di una patata, bianca e luminosa, ma con le squame. Poi un disco rotante e na sfera rossa brillante”: le nuove rivelazioni sugli Ufo nei documenti desecretati da Trump

15 Giugno 2026 ore 14:52

Un Ufo a forma di patata, con rivestimenti di squame simili a quelle dei pesci, un disco rotante che emetteva fasci di luce e una sfera rossa brillante, di una tonalità “mai vista prima”. Questi sono solo alcuni dei 72 nuovi X-Files sugli oggetti volanti non identificati della terza tranche offerta al pubblico dominio dall’amministrazione Trump. Nessuna risposta certa, tanti interrogativi, ma soprattutto una vicinanza temporale con l’uscita in sala di Disclosure days, il film che Steven Spielberg ha dedicato alla questione aliena. Come riporta il Corriere, il caso ufo patata è stato registrato nel 2022 in una mattina di febbraio a Colorado Springs, in Colorado e “la collocazione temporale è significativa: spesso gli avvistamenti sono notturni e per questo motivo si prestano a critiche; con la luce diurna, invece, la credibilità cresce”.

Ad avvistarlo sono stati cinque membri dell’esercito americano di stanza a Fort Carson: “l’oggetto aveva la forma di una patata, con bordi ben definiti e sembrava dipinto di un colore opalescente bianco-crema”, c’è scritto sul rapporto desecretato dell’FBI. Nella descrizione ci sono i dettagli più curiosi: “L’’oggetto era ricoperto di squame o pannelli articolati, asimmetrici, non sovrapposti e di forma irregolare”. L’ufo patata sarebbe rimasto “immobile, scintillante, per circa due minuti” per poi svanire nel nulla in un amen. Nel caso dell’ Ufo patata l’FBI ha tentato una spiegazione (“un retrodiffusione della luce solare con la luce radente del sole nascente riflessa sulla neve della montagna in modo da illuminare le nubi basse sovrastanti”), ma i militari non hanno avuto dubbi: la giornata era limpida e senza nuvole e in zona non c’erano né aerei nè palloni aerostatici.

Un altro avvistamento decretato risale all’ottobre 2023 e testimoni sono nientemeno che sei agenti federali che hanno visto una “sfera arancione brillante apparire sopra una cresta montuosa e generare da due a quattro sfere rosse più piccole (…) con le sfere che scomparivano rapidamente nella maggior parte dei casi, ma in un’occasione una di esse è rimasta immobile nel cielo per diverse ore”. Niente foto o video a supporto, come nel caso ufo patata, ma l’autorevolezza delle parole vergate sul rapporto ufficiale dl Federal Bureau. Infine tra i nuovi avvistamenti troviamo un classico: una luce intensa sospesa sotto gli alberi del suo giardino. Protagonista è un uomo di una zona non specificata del Nord-Est degli Stati Uniti. La sfera era “rosso brillante e splendido”, e all’interno al centro “un sole di plasma bianco delle dimensioni di un pallone da basket”. Qui però il video c’è. Ed è stato messo online dalla Casa Bianca.

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Vannacci sceglie “Futura” di Dalla come “inno” del partito. I parenti dell’artista: “Lontano dal pensiero di Lucio, uso spiacevole”

15 Giugno 2026 ore 14:51

L’ha fatta risuonare all’Auditorium Conciliazione prima del discorso sul programma. “Il grande Lucio Dalla” ha detto, anticipando una canzone che “guarda al futuro, proprio come noi”. Futura, appunto. E l’ha fatta risuonare alla fine del suo intervento di oltre un’ora. Dovrebbe essere il brano delle “avanguardie futuriste”, cioè dei comitati costituenti che nelle intenzioni di chi tiene i fili del partito dovrebbero occuparsi anche di “attività culturali e sportive”. La verità è che, da ciò che sembra, Roberto Vannacci ha scelto il brano di Dalla come colonna sonora di Futuro nazionale.

“Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio”. A dirlo a Repubblica Bologna è la cugina dell’artista, Dea Melotti, vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla.

Nel merito è intervenuto anche Daniele Caracchi, anch’egli di Fondazione Lucio Dalla e di PRessing Line, la storica casa discografica del cantautore bolognese: “Siamo rimasti spiazzati e meravigliati” ha detto. “Per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia; credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza”.

In Italia, in passato, Vasco Rossi disse esplicitamente di non usare la sua C’è chi dice no nella campagna sul referendum costituzionale del 2016. Una diffida arrivò a Matteo Salvini dagli eredi di Rino Gaetano. Alla Lega arrivarono le proteste anche de La rappresentante di lista per il brano Ciao ciao.

In foto Lucio Dalla e Francesco De Gregori al concerto del Primo maggio del 2011

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PESCARA, IL FRATINO TORNA A NIDIFICARE IN SPIAGGIA

15 Giugno 2026 ore 14:50

Dopo quasi 10 anni di assenza, il Fratino, piccolo uccello limicolo a rischio estinzione, protetto, simbolo degli ecosistemi costieri, è tornato a nidificare sulle spiagge di Pescara. Lo hanno reso noto i volontari del ‘Progetto SalvaFratino Abruzzo’ che, da maggio, hanno individuato e monitorato un nido sul litorale cittadino fino all’involo dell’unico piccolo sopravvissuto. Il risultato è stato possibile grazie all’attività di monitoraggio svolta dai volontari nell’ambito del Progetto SalvaFratino Abruzzo, realizzato in collaborazione con l’Area marina protetta Torre di Cerrano. Dopo la segnalazione del nido agli enti competenti, l’area è stata controllata quotidianamente per garantire la tutela della nidificazione. La Guardia costiera di Pescara ha effettuato i primi sopralluoghi, mentre il Comune di Pescara, attraverso il Servizio tutela del mondo animale, ha emanato un’ordinanza che ha introdotto il divieto di transito nell’area di nidificazione, il divieto di accesso per gli animali d’affezione e altre misure di protezione della specie. Sono inoltre intervenuti la Polizia municipale ambiente, il Nucleo carabinieri forestale di Pescara e il Comando militare esercito Abruzzo e Molise, che ha rinviato le operazioni di pulizia dell’arenile nell’area interessata. Il Progetto SalvaFratino Abruzzo è finalizzato alla tutela e al monitoraggio della specie, minacciata dalla pressione antropica, dalla pulizia meccanica delle spiagge e dal disturbo causato dalla presenza non controllata di persone e animali. I volontari stanno monitorando l’intera costa abruzzese dall’inizio della stagione riproduttiva e hanno individuato altri nidi in diversi Comuni, informando le amministrazioni competenti. Ogni anno viene inoltre trasmessa ai Comuni costieri una serie di indicazioni operative per la gestione degli arenili e delle attività turistiche durante il periodo di nidificazione.

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Quali sono le migliori patatine fritte surgelate del supermercato? La classifica di Altroconsumo: Esselunga prima, Patasnella bocciata

15 Giugno 2026 ore 14:48

Altroconsumo ha analizzato 14 marche di patatine fritte surgelate tra le più diffuse nella grande distribuzione, uno dei contorni più consumati dagli italiani per praticità e velocità di preparazione. Un prodotto sempre più presente nelle abitudini alimentari anche grazie alle friggitrici ad aria e alla possibilità di cottura in forno.

Il test ha valutato i prodotti combinando analisi di laboratorio, profilo nutrizionale, qualità degli ingredienti, etichettatura e prova di assaggio alla cieca. Il punteggio finale tiene conto anche della presenza di sostanze come l’acrilammide e della qualità degli oli, oltre al giudizio dei consumatori.

La classifica completa

  • ESSELUNGA Patate fritte – 79 punti (qualità ottima, migliore del test)
  • MC CAIN Forno Express – 76 punti (qualità ottima)
  • MC CAIN Patatine Originali – 75 punti (qualità ottima)
  • CONAD Patatine da forno – 74 punti (qualità buona)
  • MD Le Specialità di Beppe Patate da forno – 74 punti (qualità buona, miglior acquisto)
  • IPER Patate da forno – 74 punti (qualità buona)
  • PIZZOLI PataSnella Patatine – 72 punti (qualità buona)
  • FINDUS Patatine classiche – 72 punti (qualità buona)
  • COOP Patatine da forno – 72 punti (qualità buona)
  • DELIZIE DAL SOLE (EUROSPIN) Patatine da forno – 70 punti (qualità buona)
  • HARVEST BASKET (LIDL) Patatine fritte da forno – 69 punti (qualità buona)
  • PAM Patate da forno – 68 punti (qualità buona)
  • SELEX Patatine da forno – 59 punti (qualità media)
  • PIZZOLI PataSnella Ultra Veloci 5 minuti in forno – 52 punti (qualità media, ultima in classifica)

Top

  • ESSELUNGA Patate fritte – 79 punti (migliore del test)MC CAIN Forno Express – 76 punti
  • MC CAIN Patatine Originali – 75 punti
  • CONAD Patatine da forno – 74 punti
  • MD Le Specialità di Beppe Patate da forno – 74 punti (miglior acquisto)
  • IPER Patate da forno – 74 punti

Flop

  • PIZZOLI PataSnella Ultra Veloci 5 minuti in forno – 52 punti (ultima in classifica)
  • SELEX Patatine da forno 59 punti
  • PAM Patate da forno – 68 punti
  • HARVEST BASKET (LIDL) Patatine fritte da forno – 69 punti
  • DELIZIE DAL SOLE (EUROSPIN) Patatine da forno – 70 punti
  • PIZZOLI PataSnella Patatine – 72 punti
  • FINDUS Patatine classiche – 72 punti
  • COOP Patatine da forno – 72 punti

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Tequila sospetta servita alla festa per un quindicesimo compleanno: 4 morti, tra cui il papà e lo zio della festeggiata

15 Giugno 2026 ore 14:45

Pensavano che stessero semplicemente dormendo dopo una lunga notte di festa. Invece alcuni invitati a una quinceañera, la tradizionale celebrazione messicana per il quindicesimo compleanno, non si sono più svegliati. Secondo le prime ricostruzioni, le vittime avrebbero consumato tequila adulterata.

Quattro morti e quasi 40 intossicati è il drammatico bilancio della festa organizzata il 6 giugno a Puerto de Valle, nella municipalità di Salamanca, nello Stato messicano di Guanajuato. La vicenda è stata ricostruita dai giornali messicani Periódico Correo e AM e riportata negli Stati Uniti da People.

Tra le vittime ci sono José Antonio Cárdenas, 39 anni, padre della festeggiata, e Martín Robles, 28 anni, suo zio. Hanno perso la vita anche Sanjuana González, 36 anni, e José Guadalupe Ramblás, 33. Secondo quanto riportato dai media locali, la festa era stata organizzata per celebrare i 15 anni di una ragazza di nome Jazmín. Il giorno successivo, però, qualcosa ha iniziato a preoccupare amici e parenti. Alcuni invitati continuavano a dormire e non rispondevano ai tentativi di essere svegliati. In un primo momento le famiglie avevano attribuito la situazione ai postumi della festa, ma presto si sono rese conto che alcune persone erano prive di sensi. Altri accusavano sintomi come vomito, forti mal di testa e vista offuscata.

In totale decine di persone sono state trasportate negli ospedali della zona. Tra loro anche due adolescenti di 15 e 16 anni. Alcuni pazienti risultavano ancora ricoverati diversi giorni dopo la festa. A raccontare il dramma è stato Narciso López, nonno di José Guadalupe Ramblás: “Mi hanno detto che mio nipote stava dormendo ed è rimasto così per tutta la domenica, finché si sono accorti che non si svegliava. Lo hanno portato in ospedale e lì mi hanno detto che era morto”. L’uomo ha aggiunto che un altro dei suoi nipoti è rimasto intossicato dopo aver bevuto lo stesso alcol, ma che fortunatamente “sta bene” e si trova ancora ricoverato. Poi ha lanciato un appello: “Deve essere fatta giustizia”.

Le autorità non hanno ancora stabilito con certezza da dove provenisse l’alcol consumato durante la festa. L’indagine è stata affidata alla Procura dello Stato di Guanajuato, che dovrà chiarire se si sia trattato di tequila contraffatta o di altre sostanze adulterate.

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Si ritrova con 3 milioni sul conto e una Rolls-Royce: il premio del Qatar a Goualem Khoukhi per il gol ai Mondiali

15 Giugno 2026 ore 14:21

Essere “eroi per un giorno” è una frase tanto trita che, ormai, ha quasi perso di significato. Però per il Qatar, Goualem Khoukhi eroe è diventato davvero. Gli è servito (più che bastato, perché al Mondiale segnare non è mai una cosa scontata) il gol alla Svizzera per farsi notare. Una rete storica: in pieno recupero, con la squadra di Lopetegui sotto di 1-0 che raggiunge un pareggio. E l’esultanza di tutto il gruppo a fine partita ha reso bene l’idea di quello che si vuole intendere. Ecco, Khoukhi, con quella marcatura di testa, risultato di un atteggiamento davvero mai arrendevole di tutta la sua squadra, ha reso un servizio così importante all’immagine del paese che il Fondo d’invesimento Qatariota (il Qia) ha deciso di premiarlo. E quando si muove quel Fondo, il premio non è mai da poco.

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Cifra monstre

Khoukhi si è visto recapitare 3 milioni di dollari subito sul suo conto. Più una macchina: una Rolls-Royce Phantom del valore di 550mila dollari. È quanto riporta Bein Sports, facendo riferimento direttamente a quanto annunciato proprio dal Qia. Davvero niente male per il difensore dell’Al-Sadd che fu di Roberto Mancini, il quale è peraltro sempre più vicino a diventare il nuovo-vecchio Ct della Nazionale italiana.

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Il classe ‘90 (che ha segnato anche un gol in campionato, ma con in panchina Sergio Alegre, allenatore ad interim del club) ha in qualche modo mostrato a tutto il mondo i progressi del calcio qatariota in questi ultimi anni ed è per questo che è stato deciso di conferirgli un bonus di questo valore.

Bonus che, a dirla tutta, non è nemmeno troppo una novità per i paesi che vogliono provare a emergere nel calcio. Spesso infatti i giocatori delle nazionali minori hanno ricevuto ricchi bonus a seguito di traguardi storici. E per il movimento qatariota il gol al mondiale e il punto raggiunto hanno un valore simbolico molto alto. È stato quantificato.

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“Il patrimonio dei miliardari dell’energia è aumentato di 300 milioni al giorno con la guerra in Iran”: il rapporto Oxfam

15 Giugno 2026 ore 14:11

Se la crisi economica globale sta spingendo in povertà oltre 30 milioni di persone, c’è chi con guerre ed emergenze geopolitiche accresce la propria ricchezza. È il caso dei miliardari del settore energetico dei paesi del G7: il loro patrimonio aggregato è cresciuto di 23,5 miliardi di dollari nei primi due mesi e mezzo del conflitto avviato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. In pratica il loro patrimonio è cresciuto di più 300 milioni di dollari al giorno. È quanto evidenzia l’ultimo rapporto Oxfam, in occasione dell’apertura del summit di Evian, in Francia.

L’analisi della confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, rileva che dal 2020 i miliardari di tutto il mondo hanno incrementato la propria ricchezza di quasi 10.000 miliardi di dollari. In particolare, i paesi del G7 (Usa, Canada, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania e Italia) hanno tagliato 48 miliardi di aiuti allo sviluppo per i Paesi più poveri del mondo tra il 2024 e il 2025, una cifra che i miliardari del G7 “hanno intascato” in soli 9 giorni.

L’impennata dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, si legge nel dossier, sta mettendo in ginocchio le famiglie in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito già martoriati da anni di turbolenze economiche, crisi del debito e shock climatici. Secondo il rapporto, anche le tre maggiori aziende mondiali di fertilizzanti dovrebbero vedere i propri profitti aumentare del 23%, ossia di ben 928 milioni di dollari, rispetto a quanto si poteva prevedere prima dell’inizio della guerra all’Iran.

“I conflitti in corso stanno devastando interi paesi, spezzando decine di migliaia di vite e rischiano di spingere in povertà oltre 30 milioni di persone, eppure per alcuni sono straordinariamente redditizi“, ha dichiarato Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. “I leader dei Paesi G7 non stanno facendo nulla per aiutare i Paesi più poveri e colpiti dalla crisi. Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito devono smettere di usare la posizione di Trump come scusa per non agire. Il ‘G6‘, anche senza gli Stati Uniti, ha un’enorme influenza sia a livello economico che diplomatico che sta scegliendo di non esercitare“. Per Oxfam è necessario e non più prorogabile un aumento della tassazione dei profitti in eccesso accompagnato da un’imposta sui patrimoni dei super-ricchi, dalla sospensione del debito per i paesi più poveri e da maggiori aiuti allo sviluppo.

“Per garantire la presenza del Presidente Trump a questo vertice, Macron ha accettato di escludere dall’agenda temi quali la crisi climatica o la disuguaglianza globale su cui servirebbero risposte condivise e coordinate. – conclude Petrelli– Sono state cancellate dall’agenda del vertice parole come ‘genere‘ o ‘clima’ per compiacere Washington con buona pace degli altri paesi, tutto questo avrà conseguenze disastrose. Il G6 non può dichiararsi impotente abdicando al suo ruolo e alla sua responsabilità politica e morale. Possono cancellare il debito, tassare gli extra profitti e i grandi patrimoni. Possono promuovere una nuova emissione di Diritti Speciali di Prelievo, fornire maggiori aiuti, a partire da quelli umanitari. Rifiutarsi di agire per compiacere gli Stati Uniti non è diplomazia, ma codardia e accelererà solo lo scivolamento del G6 verso l’irrilevanza globale“.

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“Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. La tua famiglia non ti ha mai ostacolato: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore”: Nesli scrive al fratello Fabri Fibra

15 Giugno 2026 ore 13:55

Caro fratello, credo sia arrivato il momento di parlarti a cuore aperto e dirti che tutto il male, tutto il dolore che hai provato e che quel dolore ha generato, possiamo lasciarli andare, perché appartengono al passato”. È iniziata così la lettera-social che Nesli ha dedicato a suo fratello Fabri Fibra dopo che, nella prima puntata del nuovo format “Nuova Scena Dissing Podcast”, intitolata “La famiglia rovina il rap?”, l’artista marchigiano ha accennato i suoi burrascosi rapporti col suo nucleo familiare. Nell’episodio, i quattro giudici del talent show di Netflix, si erano divisi in due schieramenti diametralmente opposti: da un lato c’erano Fibra e Guè (che sia in musica che nelle interviste non hanno mai nascosto alcuni screzi coi propri parenti stretti) e, dall’altro, Geolier e la neomamma Rose Villain.

La prima puntata del podcast era iniziata proprio con un disclaimer dello stesso Fibra, che aveva precisato (soprattutto agli spettatori): “Ricordatevi che stiamo giocando”. I quattro colleghi, nel confronto, hanno raccontato e dibattuto sul proprio significato di “famiglia”. A Geolier, “una delle prime cose che mi hanno insegnato è il valore della famiglia”, ha dichiarato l’artista. “Io quando penso alla famiglia, che possono essere anche solo tre persone, non penso al successo. Ti tiene completamente coi piedi per terra”, ha detto Rose Villain. Chi ha una visione meno romantica del termine sono Guè e Fibra. “Tra le varie cose in cui non credo c’è la famiglia (…). Tutti gli italiani hanno questa ipocrisia della famiglia, che palle. Dipende che famiglia è”, ha spiegato il rapper dei Club Dogo. Poi è arrivato il turno di Fabri Fibra: “A me dicevano una cosa molto leggera che è ‘non ce la farai mai’. E la mia risposta è ‘vaff*****o’”.

Geolier a Fibra: “La tua famiglia ti ha ostacolato? Son problemi tuoi”

Gli scambi di vedute sono proseguiti, fino ad arrivare alla domanda, posta dal rapper partenopeo a Fibra, che ha fatto il giro del web. “Con chi festeggi quando hai successo?”, ha chiesto Geolier. “Non festeggio con la gente che ha provato ad ostacolarmi”, ha risposto l’artista di Sinigallia. “La tua famiglia ti ha ostacolato?”, ha aggiunto Geolier. “È stata proprio la mia famiglia a farlo!”, ha chiosato Fibra. “Son problemi tuoi!”, ha, infine, replicato il cantante campano. Ed è stata proprio l’ultima esclamazione di Geolier a non passare inosservata e, anzi, a finire sotto bersaglio di alcuni commenti social da parte di utenti che (comprensibilmente) hanno storto il naso sull’apparente – quanto però, realmente, improbabile – “menefreghismo” esternato dal rapper di “I p’ me, tu p’ te”. “Geolier con la sensibilità di un sasso”, “E’ incommentabile”, “Non ha capito niente” e “Ridere dei problemi altrui è davvero raccapricciante”, sono alcuni dei commenti (con migliaia di like al supporto) di alcuni utenti che si sono risentiti. La risposta di Geolier, che è bene precisare sia venuta “a caldo” ed all’interno di uno show che prevedeva un botta e risposta, tendenzialmente, rapido, non è stata percepita come una carezza ma, a provare ad addolcire la pillola ci ha pensato Nesli, scrivendo parole al miele nei confronti del fratello Fibra. “La tua famiglia non ti ha mai ostacolato e ha sempre creduto in te, nel nome del valore più grande: l’amore. Perché amare significa anche lasciare liberi di essere e di diventare ciò che si è destinati a essere. Ed è ciò che abbiamo fatto: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore. Non abbiamo camminato accanto a te sulla tua strada, perché era la tua e non la nostra”, ha detto Nesli.

Le parole di Nesli: “Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione”

E ancora: “E quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. Non abbiamo mai chiesto nulla, perché l’amore autentico sa anche fare un passo indietro. Ognuno vive la propria storia e custodisce la propria verità. Ma tutto ciò che hai vissuto ti ha reso l’uomo che sei oggi, nel bene e nel male. E forse, dopo tutto questo tempo, è il momento di accogliere ciò che è stato con maggiore serenità, senza lasciare spazio alla rabbia e al rancore”, ha proseguito Nesli, terminando il post con un augurio a Fibra di pace e “di guardare al passato con occhi nuovi, sapendo che, anche nella distanza, non abbiamo mai smesso di amarti. Forse un giorno ci ritroveremo. Intanto, con affetto, tuo fratello Francesco”, ha concluso Nesli.
I due non si parlerebbero da più di 15 anni e chissà che non possa essere il primo passo di una ricucitura. A detta di Nesli, come da lui stesso raccontato in un’intervista di qualche anno fa a Vanity Fair, nei primi anni 2000, lui e Fibra sarebbero stati attenzionati dalla prima major del fratello ma, secondo l’ex concorrente del Festival di Sanremo “Per loro (l’etichetta discografica, ndr) ero un accessorio, l’eterno secondo. Eppure, se non fosse stato per me, Fabri Fibra starebbe ancora a montare i tappi alle penne in Inghilterra”. E quando Fibra “torna da Londra per registrare, iniziamo a guardarci diversi, la bolla scoppia”, aveva detto nell’intervista. Fibra gli ha quasi sempre risposto con le barre: “Preferisco i tuoi primi testi. Non avevi tutta la pressione che adesso ti mette mamma. E sentirti parlare d’amore un po’ mi stanca”, rappa in “Nessun aiuto”. “Lui mi ha sempre attaccato e io non ho mai risposto. Non potevo più non affrontare il problema”, aveva detto Fibra al Corriere della Sera. E ancora: “Nesli mi attacca come musicista e quindi attacca la mia persona. Ma lui per primo dovrebbe scindere l’aspetto professionale da quello personale. Quando ci riuscirà, forse potremmo di nuovo comunicare. Di certo gli voglio bene, è mio fratello e lo sarà per tutta la vita”.

“Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”

Fibra ha da sempre raccontato il suo complicato rapporto coi genitori e col fratello. In “Ringrazio”, Fibra rappa: “Mia madre mi soffoca da quando sono nato. Mi vorrebbe morto dopo quello che son diventato (…). Prendevo botte fino a quando non usciva il sangue (…). Mia madre mi ha rovinato la vita (…). Ho perso ogni compagnia (…). Non voleva che uscissi con una ragazza”. E poi, alla fine del brano, la parentesi su Nesli: “Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”.
Nel 2025, con “Mio Padre”, Fibra ha “vomitato” tutto ciò che si sarebbe sentito di dire al genitore, deceduto nel giugno del 2023. “Fanc**o papà, quel giorno è giunto, papà. Per colpa tua sono cresciuto insicuro. E ora dovrei restare muto perché non sei più qua (…). Solo discorsi sulle bollette a cena e a pranzo. A dimostrare un po’ d’affetto ti costava tanto (…). In casa c’era la guerra tu che poi lanciavi il tavolo, il piatto, la sedia. In famiglia era una mer*a, tu una mezza sega. Ti sogno morto senza alcuna pietà (…). Quando vedo una famiglia felice che sorride gli auguro le peggio sfighe (…). Mio padre è morto, non l’ho mai visto sorridere (…). Eppure sono qui che ancora ne parlo Come se fossi incastrato nel passato, un ostaggio”.

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Incendi boschivi: in Italia raddoppia la superficie in fumo. Nel 2025 bruciata un’area grande come la provincia di Pistoia

15 Giugno 2026 ore 13:52

Nel giro di un anno è quasi raddoppiata la superficie di boschi andata in fumo a causa di incendi. Nel corso del solo 2025, si parla di 965 chilometri quadrati, pari all’estensione della provincia di Pistoia. Sono i risultati forniti dal monitoraggio condotto da Ispra con analisi, basate su osservazioni satellitari ad alta risoluzione. Un dato di particolare rilievo riguarda l’incidenza degli incendi all’interno del sistema delle aree protette, dove si è concentrato oltre il 30% della superficie totale bruciata e ben il 38% degli ecosistemi forestali colpiti da incendio a livello nazionale. I dati storici archiviati dalll’European Forest Fire Information System collocano il 2025 tra gli anni ad elevata criticità, superata solo dai picchi registrati negli anni 2007, 2017, 2021 e 2023. Sono dati che arrivano mentre in Italia si verificano le prime emergenze legate alla stagione più calda e mentre il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, fa partire la campagna antincendio boschivo 2026, che si concluderà il 15 ottobre. Stando ai dati di Ispra, a livello territoriale, si conferma la tendenza storica che vede il Meridione e le Isole maggiori come aree maggiormente fragili. In particolare, Sicilia, Calabria e Campania rappresentano i contesti geografici più colpiti, contribuendo per il 71% al totale nazionale delle superfici forestali percorse dal fuoco. Si osserva, inoltre, una tendenza in aumento delle superfici forestali interessate ai roghi in Basilicata, Calabria, e Puglia.

L’emergenza degli ultimi giorni in Puglia e nel Trapanese

Di fatto, nei giorni scorsi, la presidente della quinta commissione del Consiglio regionale della Puglia, Loredana Capone, ha convocato con urgenza una seduta per affrontare la “grave emergenza incendi” che ha colpito i parchi regionali di Otranto e Ugento e l’area di Torre San Giovanni, con la distruzione di una struttura balneare e molti ettari di macchia mediterranea. L’incendio nel parco naturale regionale di Ugento, in particolare, ha portato all’evacuazione di 700 turisti più il personale delle strutture ricettive. Spente le fiamme, i turisti sono rientrati nel campeggio e nel resort dai quali erano stati allontanati, ma si stima la perdita di alberi e piante in alcune decine di ettari. Nel frattempo, si è reo necessario un altro intervento nella frazione rurale di Manfio, tra Casarano e Ruffano, per spegnere le fiamme divampate in uliveti e campagne. “Di fronte a quanto accaduto – ha dichiarato Loredana Capone – è necessario fare piena luce sulle cause dei roghi, verificare l’efficacia delle attività di prevenzione e coordinamento degli interventi e individuare tutte le misure necessarie per sostenere i territori colpiti e rafforzare la tutela del nostro patrimonio ambientale”. Nelle stesse ore in cui in Puglia venivano fatti allontanare centinaia di turisti, divampava un incendio nel Trapanese, nelle campagne vicino Montagna Grande, che ha coinvolto un’estesa zona dei boschi.

I dati di Ispra

Considerando l’intero territorio nazionale, nel 2025 il 48% degli incendi divampati ha interessato ecosistemi forestali. In termini di superficie, risultano colpiti circa 123 chilometri quadrati di aree boscate (pari all’estensione del comune di Ancona). Si tratta di circa 57 chilometri quadrati di latifoglie sempreverdi, principalmente rappresentata da leccete, sugherete e macchia alta, circa 36 chilometri quadrati di latifoglie decidue (querceti, castagneti e faggete), più di 24 chilometri quadrati di aghifoglie sempreverdi (boschi naturali e piantagioni di conifere) e 5,79 chilometri quadrati di sistemi forestali misti. Ma Ispra fornisce anche i primi dati del 2026. Dal 1 gennaio al 9 giugno risulta colpita una superficie complessiva di circa 60 chilometri quadrati (pari all’estensione del Lago di Bracciano, in provincia di Roma), 20 di foreste. Attualmente circa il 28% delle aree forestali incendiate si trova nella regione Toscana. La seconda regione attualmente più colpita è la Calabria, con circa il 23%. “I dati del 2025 ci ricordano che gli incendi boschivi non sono soltanto un’emergenza ambientale, ma una sfida che riguarda la sicurezza dei territori, l’economia e la qualità della vita delle persone” spiega Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra e del Sistema nazionale di protezione ambientale, sottolineando la necessità “di investire sempre di più nella prevenzione, nella conoscenza e nella capacità di intervenire tempestivamente. Nessuna istituzione può affrontare da sola questa sfida: serve una grande alleanza tra Stato, Regioni, enti locali, comunità scientifica, sistema della protezione civile, mondo agricolo e cittadini”.

La campagna nazionale antincendio boschivo

Appena lanciata dal ministro Musumeci, la campagna 2026 punta sul rafforzamento della prevenzione e sul ruolo centrale dei sindaci tra i punti chiave delle raccomandazioni. Il documento prevede il potenziamento dell’informazione alla popolazione sui comportamenti corretti, interventi di manutenzione del territorio con pulizia della vegetazione e riduzione del materiale combustibile, l’aggiornamento dei piani di protezione civile e il censimento delle aree colpite. Viene evidenziato “il ruolo strategico dei sindaci, prime autorità di protezione civile, chiamati a organizzare le risorse comunali secondo i piani vigenti, ad adottare misure di prevenzione anche tramite ordinanze e promuovere le attività di informazione ai cittadini”. Alle amministrazioni comunali, inoltre, è richiesta l’applicazione delle misure sugli incendi boschivi, comprese quelle sulle aree già colpite, che non possono avere una destinazione diversa da quella originaria per almeno quindici anni.

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La guida ai migliori lidi d’Italia e le spiagge da non perdere questa estate, ma anche i “flop”: spicca la Calabria, anche la Basilicata è una rivelazione

15 Giugno 2026 ore 13:51

È possibile fare un viaggio di diecimila chilometri lungo le spiagge d’Italia? La risposta è sì. Questa è stata l’incredibile avventura di Andrea Guolo e Tiziana Di Masi, autori della Guida ai migliori Beach Club d’Italia (Morellini Editore), la prima dedicata al mondo degli stabilimenti balneari che arriva alla sua terza edizione, un progetto editoriale unico nel suo genere. Non solo: quest’anno i nostri rabdomanti della vita balneare rivelano anche gli stabilimenti da non perdere al lago. Un itinerario che tocca tutte le regioni costiere e quelle con i più grandi specchi di blu, un viaggio che non si limita a dare consigli per una vacanza all’insegna del relax o del divertimento, dell’esclusività o dell’autenticità, ma anche una geografia dell’utile che mappa un’offerta completa, strumento per turisti ma anche per operatori del settore.

La guida si propone come fermo immagine per raccontare il turismo balneare, una delle filiere più rilevanti dell’economia italiana, fortemente radicata ai territori. Un ecosistema integrato di servizi e opportunità: dalla ristorazione all’ospitalità, includendo sempre più intrattenimento e benessere. Un’imprenditoria coraggiosa che sfida i limiti ambientali della delicata morfologia costiera italiana, in numerosi punti soggetta ad erosione, e i garbugli di una burocrazia complessa, in quanto le spiagge sono aree di competenza demaniale dello stato. Facciamo un passo indietro. È utile ricordare la direttiva europea Bolkestein introdotta nel 2010, la quale punta alla concorrenza trasparente tramite gare pubbliche imparziali per l’assegnazione di autorizzazioni anche in caso di risorse naturali scarse.

Nel Belpaese però, non è stata riconosciuta la suddetta caratteristica ambientale, e in assenza di una legge nazionale coerente alla direttiva, in questi anni abbiamo collezionato una lunga lista di rinvii e proroghe lasciando carta bianca ai singoli comuni che tutt’oggi sono liberi di agire autonomamente, avviando eventuali gare per le concessioni balneari. Nell’attesa di comprendere se la direttiva verrà un giorno applicata a cascata su tutto il territorio nazionale, le spiagge italiane, in quanto beni del demanio, continuano ad essere concesse solo in uso temporaneo a soggetti privati a fronte del pagamento di un canone annuo.

C’è chi parteggia per i pro, chi per i contro, sta di fatto che il dibattito sulle concessioni balneari si riaccende puntualmente stagione dopo stagione come un tormentone estivo, tra polemiche e forti pressioni da parte delle associazioni di categoria dei balneari. Questa incertezza incide anche sulle logiche imprenditoriali, soprattutto nel caso delle piccole realtà dove gli investimenti per migliorare la struttura e incentivare i servizi diventerebbero un comprensibile rischio, un’impasse che, di conseguenza, non valorizza il potenziale di certe località, fattore da considerare e che Andrea Guolo ha tenuto a sottolineare, un’onesta considerazione alla luce di una guida che rivela i migliori Beach Club d’Italia.

Gran Galà dei Beach Club d’Italia 2026: i premi

La “Guida ai migliori beach club d’Italia 2026” è stata lanciata ufficialmente in occasione del Gran Galà dei Beach Club d’Italia, gli “oscar” del settore balneare che si sono svolti a maggio in quel di Milano. In questa occasione sono stati svelati i prestigiosi premi di miglior beach club d’Italia, suddivisi per fascia di prezzo: luxury, premium e accessibile. A conquistare “ex aequo” il titolo di Best Luxury Beach Club Italia 2026 (oltre i 200 euro al giorno) sono: Alpemare, rinomato punto di riferimento a Forte dei Marmi, e Lido Villeggiatura, beach club del Belmond Villa Sant’Andrea, nella splendida cornice di Taormina. Nella fascia premium (50-200 euro) è invece Tivoli Portopiccolo a Sistiana, bella località della provincia di Trieste. Tra i beach club di prezzo accessibile (sotto i 50 euro) si distingue Sabbia D’oro a Scanzano Jonico, eccellenza lucana che affaccia sul limpido mare della Basilicata. C’è chi desidera trascorrere una vacanza balneare immerso nella natura e a stretto contatto con le tradizioni del luogo, chi invece non rinuncia all’ “esclusività da ombrellone” all’insegna del barefoot luxury, concetto di lusso che sposa sempre più l’eccellenza dei servizi alla libertà della vita da spiaggia, binomio sempre più in voga. Oltre al podio della serata, abbiamo chiesto ad Andrea Guolo qualche consiglio e curiosità per lasciarci ispirare e scoprire alcune località della nostra bellissima Italia.

I “flop”, gli imprevisti e i fuori programma di un lungo itinerario

Durante la lunga ricerca che ha portato a selezionare i migliori beach club d’Italia, non è mancato qualche imprevisto, anche a fronte dell’eccellenza. La valutazione delle strutture avviene l’anno precedente rispetto all’uscita della guida, e in questo lasso di tempo può capitare qualche “cambio di programma”. Un caso emblematico è stato quello di un beach club marchigiano selezionato per essere premiato e recensito con i migliori voti per qualità del servizio, location e posizione, il quale non è più agibile essendo stato messo sotto sequestro giudiziario: niente guida, nessuna stagione, solo tante domande alle quali neanche Andrea e Tiziana saprebbero dare risposta.

Di contro, i nostri autori possono testimoniare alcune realtà capaci di “fare scuola” in territori presi d’assalto durante i mesi estivi, con tutte le conseguenze del caso. Ci sono destinazioni incantevoli come la Puglia salentina della costa ionica, dove attualmente il turismo non è classificabile di fascia qualitativa alta, soprattutto se confrontato all’eccellenza della proposta adriatica. Due facce della stessa medaglia, quelle di una delle regioni più amate d’Italia per le vacanze balneari. Ma è proprio lungo la costa ionica che si trova Le 5 Vele, precisamente a Marina di Pescoluse, premiato per la strategia d’impresa. Questo beach club si distingue non solo per le proposte di alto livello ma anche per il concept che valorizza l’ospitalità salentina con il massimo del servizio, un esempio strutturato in un territorio soggetto all’overtourism spesso caotico e indisciplinato.

L’Italia e le sue mille sfaccettature, tra limiti, incredibili potenzialità e tanta bellezza. C’è chi desidera trascorrere una vacanza balneare immerso nella natura e a stretto contatto con le tradizioni del luogo, chi invece non rinuncia all’ “esclusività da ombrellone” all’insegna del barefoot luxury, concetto di lusso che sposa sempre più l’eccellenza dei servizi alla libertà della vita da spiaggia, binomio sempre più in voga. Abbiamo chiesto ad Andrea Guolo qualche consiglio e curiosità per lasciarci ispirare e scoprire alcune località della nostra bellissima Italia.

Ottimo rapporto qualità-prezzo e autenticità a portata di ombrellone

A distinguersi per l’autenticità della proposta e per l’ottimo rapporto qualità/prezzo spicca la Calabria dove gli stabilimenti stanno crescendo e intraprendendo politiche di hotellerie. Destinazione bellissima e selvaggia, dove il mare è ancora il vero protagonista e il verde incornicia le coste, ma il valore aggiunto è il legame con il territorio e le sue tradizioni, prime tra tutte quelle gastronomiche. Ed è così che la cucina genuina (e piccante) e la rosticceria diventano un must da ombrellone: al beach club Blanca Cruz di Caminia i piatti sono espressione delle tradizioni calabresi. Questa accogliente struttura situata lungo la suggestiva Costa degli Aranci in provincia di Catanzaro, offre un menù autentico e molto saporito. Per gli amanti della buona tavola, anche quest’anno si distingue Il Fico, ristorante del Lido Tahiti a Palmi, che propone piatti di pesce freschissimo preparati secondo tradizione ma impreziositi da tocchi moderni. Un’occasione per gustare delizie locali e rivisitate in questa perla della Costa Viola e del Reggino tirrenico nella provincia di Reggio Calabria, con incantevole affaccio sulle Isole Eolie.

Anche la Basilicata è una rivelazione e i suoi beach club sono i migliori d’Italia per il rapporto qualità-prezzo. Il Sabbia D’oro Beach Club a Scanzano Jonico, premiato come migliore d’Italia in fascia accessibile, offre tantissimi servizi che affacciano sull’ampia spiaggia dorata, una meraviglia di questa località lucana che affascina non solo per il mare cristallino. Il piccolo borgo di Scalzano affonda le radici in tempi antichissimi, quando era frequentato dai Micenei, di cui restano ancora tracce e preziose testimonianze risalenti al XIII-XI secolo a. C. in località Termitito, a poca distanza dal centro del paese. Un territorio autentico e ricco di sorprese.

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Sabbia D'oro Scanzano Jonico

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Sabbia D'oro Scanzano Jonico2

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Alpemare

I migliori beach club dove mangiare: le proposte gourmet

Dalla colazione alla cena, c’è un valore aggiunto nel mangiare con i piedi nella sabbia. Il settore balneare punta sempre più a nuovi trend come il best sweet experience, dolci di qualità che impreziosiscono colazioni, pranzi e cene. Gettonatissimi anche gli aperitivi, complice la magia della golden hour sulla spiaggia, valorizzata da dj set e cocktail menù di tutto rispetto. Ma sono il pranzo e la cena a definire il meglio delle proposte gastronomiche fronte mare o direttamente in spiaggia sotto l’ombrellone (servizio sempre più diffuso), tali da poter paragonare i beach club ai migliori ristoranti dell’ “entroterra”.

Tra i best spicca Langosteria che ha cambiato la storia di Bagni Fiore, affacciato sulle acque cristalline di baia Paraggi. Incoronato il miglior beach club della Liguria è inoltre un’ode alla dolcevita: da Brigitte Bardot, a Maria Callas, a Liz Taylor, sono tante le dive di Hollywood che hanno scelto questo angolo di paradiso, tutt’oggi molto rinomato nel jet set internazionale che lo incorona uno dei place to be della movida balneare ligure, nonché fiore all’occhiello della ristorazione locale, tanto da conquistare il prestigioso riconoscimento del Cà Maiol Award – Best beach restaurant 2026.

Un altro must è il Gilda Forte dei Marmi. Il beach club si distingue per essere un ambiente di grande charme della Versilia, dove gustare ogni giorno la cucina di mare e le essenze del territorio, accompagnate dalla migliore selezione di vini e champagne, terroir da abbinare a piatti che raccontano il mare e la terra Toscana, come Tagliolino scampi e tartufo nero di San Miniato, eccellenza dell’entroterra regionale.

Altra tappa da non perdere è La Spigola a Golfo Aranci. Questa oasi affacciata sulle onde turchesi rivela l’identità e l’essenza del mare, così quella della verace anima sarda, giocando con i sapori e rivelando i saperi dello chef Roberto Pisano, capace di unire il cibo a una profonda coscienza ambientalista. La sua cucina è consapevole e sostenibile: ogni piatto si propone come un messaggio virtuoso che promuove la lotta agli sprechi, sensibilizza sull’inquinamento e valorizza le specie marine dimenticate, il tutto privilegiando ingredienti freschi e locali che rafforzano il legame con il territorio. Oltre ai fornelli, anche delle cabine di frollatura per il pesce, una cucina consapevole e ambiziosa, per un menù che desidera fare la differenza.

I beach club alla moda e instagrammabili

La Sardegna, resta una delle mete più amate per una vacanza balneare. Oltre alla bellezza indiscussa del mare e delle spiagge, anche la nomea di alcune località la rende una destinazione patinata e “alla moda”, basti dire “Costa Smeralda” per associare una vacanza all’insegna dell’esclusività. Non è un caso se il Phi Beach continua a confermarsi uno dei beach club più gettonati per trascorrere una serata glam e raffinata, un must di Porto Cervo che accende la vita balneare tra spiaggia e dancefloor, mixando mare, proposte gourmet e Dj internazionali. Una foto scattata qui crea “social engagement”, ma esistono altrettanti beach club che assicurano scatti “instagrammabili”, come La Scogliera a Positano, location perfetta per immortalare uno dei belvedere più iconici del Belpaese e per trascorrere un’esperienza che racchiude tutta l’essenza di un’estate italiana: questo beach club, incastonato tra le rocce della Costiera Amalfitana con vista sulle isole Li Galli, offre il mix perfetto di natura, relax, comfort e servizi di ristorazione di alta qualità.

Meravigliosamente inserita nel paesaggio ligure anche La Spiaggetta dei Balzi Rossi che spunta come una gemma ai piedi della costa rocciosa a confine con la Francia. Situata a due passi dalla Costa Azzurra ma orgogliosamente ligure, questo stabilimento, oltre ad essere fotogenico per l’incredibile location abbracciata dal litorale e affacciata sul mare cristallino, è unica nel suo genere per le serate “al cinema”: il nuovo Cinema Balzi Rossi vi aspetta per la stagione 2026 con le pellicole più belle proiettate direttamente sul mare, grazie a un maxischermo installato tra le onde.

Gli stabilimenti balneari storici per un viaggio nel tempo

Ci sono località balneari capaci di unire la bellezza della natura al fascino della cultura, luoghi dove è possibile fare un tuffo nella storia. Il Lido di Venezia offre tutto questo, oltre alla Mostra del Cinema che si svolge tra fine agosto e inizio settembre, colpi di coda di un’estate glam. Qui si trova il Des Bains 1900, che conta la bellezza di 126 anni di attività, una vera e propria icona dei primi anni del XX secolo descritta anche da Thomas Mann nel suo celeberrimo romanzo “Morte a Venezia”. Frequentato dal jet set internazionale sin dalla sua inaugurazione, il 5 Luglio 1900, questa raffinata struttura veneziana resta più che mai attuale.

Per rivivere le atmosfere del passato ma soprattutto scoprire una curiosa caratteristica che lo rende anacronistico ma al contempo unico, tappa alla Lanterna, meglio nota come Pedocin, sul Molo Fratelli Bandiera di Trieste. Si tratta dell’unico stabilimento balneare in Europa dove l’area destinata agli uomini e quella riservata a donne e bambini (fino ai 12 anni) sono separate. La divisione di questo stabilimento, aperto nel 1903 sotto l’Impero Austro-Ungarico per cure elioterapiche, è tutt’oggi amatissimo dai triestini che scelsero di mantenere la divisione dei bagni nonostante la proposta comunale di toglierla. Non solo, lo stabilimento è altresì il più economico d’Italia: l’entrata costa solo 1,40 Euro, a patto di seguire le indicazioni che vi porteranno a fare un vero e proprio tuffo nella storia.

Gli stabilimenti Pet Friendly: in vacanza con gli amici a quattro zampe

Sono tantissimi i vacanzieri che scelgono di partire con gli animali, per questa ragione è molto utile riportare che in alcuni comuni i beach club non possono accogliere i cani sulla spiaggia poiché non concesso dall’ordinanza comunale. Dove non è consentito per legge, siamo certi che alcuni divieti siano stati affissi a malincuore nella maggioranza dei casi. La Guida ai migliori Beach Club d’Italia offre tutte le indicazioni aggiornate in merito alle strutture che accettano oppure no gli amici a quattro zampe. Tra le destinazioni top, c’è un angolo di pace tra Alassio e Albenga, con bella vista dell’Isola Gallinara: il Baba Beach. In questa struttura pet friendly il comfort incontra la buona cucina ligure e il benessere, anche quello dei vostri amici pelosi dove possono rilassarsi e divertirsi nella spiaggia dog friendly completamente delimitata, con vegetazione pensata per loro. Tanta libertà, sicurezza e numerosi servizi ad hoc, come le docce dedicate ai cani. In Veneto, altrettanto gettonato e perfettamente organizzato il Tamerici Dog a Rosolina Mare, il primo stabilimento nel Parco del Delta del Po attrezzato per chi desidera trascorrere una vacanza o qualche giorno al mare in compagnia del proprio amico a quattro zampe che troverà il contesto ideale, con tanto di sistema “autolavaggio” prima dell’uscita spiaggia.

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Cala Sveva

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Baba Beach

Non i soliti beach club: due chicche dell’Adriatico

Per chi desidera scoprire qualcosa di nuovo, la nostra bella Italia non delude mai, così alcune strutture che si inseriscono con grazia nei paesaggi e valorizzano le bellezze e le peculiarità dei territori come la spiaggia di Termoli, dove spunta Cala Sveva Beach Club, incorniciato dalle splendide mura federiciane e dai trabucchi sul mare, testimonianza della tradizione marinara abruzzese. Qui la storia e la cultura incontrano il piacere balneare e una proposta gastronomica che punta su specialità di pesce sempre freschissimo, da gustare direttamente in spiaggia durante il giorno, mentre dall’orario aperitivo in poi, trasforma le serate a suon di ritmo con artisti di fama mondiale.

Il Mar Adriatico si racconta lungo lo stivale, e cambia. C’è una località che sembra testimoniare la bellezza di questa geografia varia e pittoresca, quella di Gabicce Mare, che spunta lungo la Riviera a Nord delle Marche, altresì chiamata “la Capri dell’Adriatico” poiché è il primo punto panoramico da Trieste. Ed è proprio qui che si trova uno dei centri balneari più caratteristici, il primo stabilimento situato sulla roccia dopo l’interminabile nastro di sabbia fine della riviera adriatica che da nord Italia scende verso sud. Non è un caso che Bagni 45 Maristella, viene chiamato anche “Sotto Monte”, il luogo ideale dove scoprire tutta l’accoglienza marchigiana.

Beach club al lago: relax, lusso e tanta natura

Tra le novità di Guida ai migliori Beach Club d’Italia 2026 ci sono anche le migliori proposte per trascorrere una vacanza balneare al lago. Una ricerca “in divenire”, come l’ha definita Andrea Guolo, che merita sempre più attenzione dopo questo primo resoconto “nero su bianco”. Oggigiorno il turismo lacustre italiano è in crescita e molto richiesto dal mercato estero, soprattutto i laghi di Garda e Como, binomio di lusso e natura, ma sempre più accessibili e con un forte legame con i territori. Le incantevoli località del Garda per esempio, uniscono il piacere balneare alla cultura locale, compresa quella enogastronomica del vino e di prodotti DOP come l’Olio del Garda. Il Riviera Lake a Punta San Vigilio è considerato il beach club più esclusivo del lago di Garda. Questo fiore all’occhiello della sponda veronese non ha bisogno di molte presentazioni per l’eccellenza dei servizi. La sua vera suggestione è la spiaggia con incantevole punto panoramico, rinfrescata dall’acqua color smeraldo, ombreggiata da ulivi secolari e tanto verde, un eden dove è possibile gustare golose prelibatezze dalla colazione all’aperitivo.

Su “quel ramo del lago di Como” invece, per la precisione lungo la sponda occidentale di questo incantevole specchio di blu, si trova il Victoria Beach Club di Menaggio. Parole d’ordine: accoglienza raffinata e connessione al territorio perché tutto qui parla con stile del genius loci di Menaggio, pittoresca cittadina di antiche origini da visitare a ritmo lento, nonché un ottimo punto di partenza per scoprire il lago di Como e le montagne che lo circondano, una destinazione non solo balneare che incanta il mondo intero.

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Riviera Lake

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Victoria Beach Club Lido Menaggio

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Da Luxuria a Pascale, i dibattiti sul palco della Gay Street di Roma: “Diamo spazio anche a chi ha un pensiero diverso”

15 Giugno 2026 ore 13:47

Dal 16 al 21 giugno la Gay Street di Roma, in via di San Giovanni in Laterano, a pochi passi dal Colosseo, si trasformerà in un palcoscenico dedicato a cultura, diritti e inclusione. Torna infatti “Walk with Pride”, la manifestazione diretta da Ezio Cristo che per sei giorni animerà uno dei luoghi simbolo della comunità LGBTQIA+ della Capitale con talk, spettacoli, concerti, presentazioni e momenti di confronto. A inaugurare l’evento il 16 giugno sarà Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione, che taglierà il nastro dando ufficialmente il via alla settimana di appuntamenti. Tra gli ospiti attesi figurano anche Imma Battaglia, Antonella Elia, Priscilla, Francesco Montanari e Gabriele Piazza con lo spettacolo satirico “Eterofobo”.

Uno degli appuntamenti più attesi e discussi è il talk del 17 giugno che vedrà confrontarsi Francesca Pascale, co-fondatrice del movimento Gay Conservatori e Liberali, Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno, e Nicola Di Bartolomeo del Movimento 5 Stelle. Una scelta che arriva dopo che nelle scorse settimane Pascale aveva denunciato l’esclusione dai talk della Pride Croisette e che gli organizzatori rivendicano come occasione di confronto. “Credo sia stato un errore non dare spazio e voce anche a chi ha un pensiero diverso”, spiega a ilfattoquotidiano.it il direttore artistico Ezio Cristo. “Non stiamo parlando di un partito fascista, ma di un movimento che si definisce gay conservatore. Poi si può essere d’accordo o meno, ma la censura non fa parte della mia idea di comunità. Noi siamo totalmente liberali e riteniamo giusto che sui diritti possano confrontarsi posizioni differenti”. La manifestazione si svolgerà a pochi giorni dal Roma Pride del 20 giugno, ma gli organizzatori respingono l’idea di una contrapposizione diretta. “Non ci poniamo come alternativa al Pride”, precisa Cristo. “Piuttosto proponiamo un’alternativa a quello che è il programma ufficiale di eventi del Roma Pride. È uno spazio aperto dove possono convivere sensibilità diverse”.

Per Cristo la scelta della Gay Street non è casuale. “Io credo molto in un Pride diffuso. La Gay Street è da oltre vent’anni un simbolo per la comunità LGBTQIA+ romana ed è spesso il primo luogo di approdo per chi arriva in città e cerca un punto di riferimento. Qui è nata una parte importante della storia della comunità romana e per questo ci sembrava il luogo naturale per una manifestazione come questa”. Tra gli eventi di maggiore richiamo figura il concerto del 19 giugno di Francesco Sarcina e Le Vibrazioni, mentre il programma prevede anche riconoscimenti a personalità impegnate nella promozione dei diritti, un concorso drag dedicato alla scena performativa italiana e numerosi incontri culturali.

Particolare attenzione sarà dedicata quest’anno alle persone transgender. Non a caso la madrina dell’evento sarà Vladimir Luxuria. “Credo che oggi la questione della transessualità sia uno dei temi più delicati e meno approfonditi all’interno del dibattito pubblico”, osserva Cristo. “La scelta di Vladimir ha un valore simbolico e politico. Vogliamo riportare al centro una discussione che spesso resta ai margini”. Nel programma è previsto anche un incontro dedicato specificamente ai diritti delle persone trans. “Abbiamo deciso di coinvolgere non solo associazioni, ma direttamente persone transgender”, conclude il direttore artistico. “Per noi è importante che a parlare siano anche coloro che vivono quotidianamente queste esperienze”. L’obiettivo dichiarato di “Walk with Pride” è quello di raccontare una società più inclusiva attraverso il dialogo tra arte, cultura e partecipazione civile, valorizzando uno spazio che da anni rappresenta uno dei punti di riferimento della comunità LGBTQIA+ della Capitale.

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Non in chiesa né in Comune: a Roma nasce la Wedding Machine, il “matrimonio” in tre minuti che sta diventando un fenomeno virale

15 Giugno 2026 ore 13:43

In un’epoca in cui il matrimonio viene spesso descritto come un’istituzione in crisi, a Roma c’è chi fa la fila per pronunciare il fatidico “sì”. Non davanti all’altare o negli uffici comunali, ma davanti a una macchina. Succede al Love Bar, locale situato in via Flaminia, dove è stata installata la Wedding Machine, un totem che permette di celebrare un matrimonio simbolico in pochi minuti. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, l’iniziativa, che richiama nell’immaginario i celebri matrimoni lampo di Las Vegas, sta attirando curiosi, coppie e amici desiderosi di vivere un momento insolito e romantico. A idearla è stata Gaenette Raimo, 26 anni, che racconta così il progetto: “Il nome? La chiamiamo la Wedding Machine”. Il totem, attualmente alla sua prima versione, promette un’esperienza rapida e originale: ‘bastano tre minuti per dirsi “sì'”.

La scelta della location non è casuale. A pochi passi dal locale c’è Ponte Milvio, che negli anni è diventato uno dei punti più riconoscibili quando si parla d’amore a Roma, anche per la tradizione dei lucchetti lasciati dalle coppie. E poi c’è tutto l’immaginario legato a Tre metri sopra il cielo, il romanzo di Federico Moccia che ha reso quel ponte un simbolo romantico per una generazione intera, con la famosa scena dei lucchetti e la scritta “Io e te 3 metri sopra il cielo” che ha fatto il giro del mondo. “È il simbolo romano delle promesse d’amore”, sottolinea infatti la giovane ideatrice.

Un “sì” digitale: così si celebra il matrimonio lampo

Il funzionamento della macchina è semplice. Una volta davanti al totem, i partecipanti inseriscono i propri nomi e seguono le indicazioni di un avatar presente sul display. La procedura prevede il pagamento di 15 euro tramite Pos o QR Code e, al termine, la macchina consegna due anelli simbolici e un certificato ricordo.

Si tratta di un’unione puramente simbolica, come precisa la stessa Raimo: “Sì, è simbolica. Ma non per questo priva di emozione”. Sul certificato stampato dalla macchina compare anche un messaggio che accompagna l’esperienza: “Siete ufficialmente sposati… per gioco. E siete invitati a custodire questo certificato come ricordo di un atto romantico e un po’ folle”.

L’idea sembra aver fatto centro. In appena due settimane, infatti, oltre mille persone hanno scelto di partecipare alla particolare cerimonia. “C’è chi lo fa per gioco, chi lo fa con più serietà. Il nostro obiettivo era quello di regalare un momento che fosse davvero magico”, spiega Raimo.

Come è nata la Wedding Machine

Dietro il progetto c’è una passione che nasce da lontano: “Sono sempre stata appassionata di matrimoni. Mi ha sempre affascinato, fin da quando ero piccola, l’idea che due persone si scelgano. Dopo essere stata a un matrimonio in cui ho passato ore a scattarmi foto in una cabina fotografica con il mio ragazzo e i miei amici, ho pensato: perché non creare qualcosa di simile che permetta a tutti di sposarsi? In modo veloce, quasi come ci si scatta una fotografia”.

Da quell’intuizione è nata la Wedding Machine, un progetto che potrebbe presto uscire dai confini della Capitale: “Il mio sogno è che le persone possano dire: mi sono sposata a Roma. Poi a Napoli. Poi a Milano. E così via, all’infinito”, afferma.

Storie

Nel frattempo, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano romano, la macchina continua a raccogliere storie e testimonianze. Tra coloro che hanno deciso di vivere questa esperienza ci sono anche Matteo e Valentina, una coppia che per diversi motivi non può ancora celebrare un matrimonio ufficiale. Per loro, però, quel momento ha avuto un significato particolare: “Per noi già così è un enorme regalo”.

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Oroscopo della settimana: “Toro, dal 21 arriva un periodo favorevole. Vergine, è il momento di fare un passo per una svolta professionale”

15 Giugno 2026 ore 13:42

La settimana dal 15 al 21 giugno è una delle più cariche di significato. Si apre lunedì con la Luna Nuova in Gemelli, l’ultima Luna Nuova di primavera, un momento di semina mentale, di intenzioni legate alla comunicazione, agli scambi, alle idee che vogliono prendere forma. È un invito a piantare semi di chiarezza prima che la stagione cambi. E la stagione volge al termine, dal il 21 giugno il Sole cambia passo ed entra in Cancro, segnando il Solstizio d’Estate. Nel frattempo la Luna percorre i segni della Vergine, passando per Cancro e Leone: un arco che va dall’emozione all’ordine, dall’intuizione all’analisi. Una settimana di transizione, nel senso più pieno del termine.

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Il Times non fa sconti a Roma e pubblica un pezzo su come evitare truffe nella Capitale: “Ecco quanto devono costare gelato e caffè, occhio a taxi…”

15 Giugno 2026 ore 13:38

L’ha definita una “trappola per turisti”: due gelati pagati 44 euro per via di una serie di aggiunte che aveva interpretato come omaggi del locale. La storia raccontata sui social da Nicole Ann, turista della Florida in vacanza a Roma con il marito, è diventata virale, dividendo l’opinione pubblica tra chi parla di conto assurdo e chi invece invita a leggere sempre con attenzione prezzi e supplementi prima di accettare qualsiasi aggiunta.

Il caso è arrivato fino al Regno Unito, dove il Times ha deciso di verificare di persona quanto accaduto. Il corrispondente Tom Kington è andato nella stessa gelateria frequentata da Nicole Ann, Don Nino, a pochi passi da piazza Navona. All’arrivo, la ragazza dietro al bancone avrebbe chiarito immediatamente di non poter parlare con un giornalista e che il manager non era presente. Poi gli avrebbe illustrato le possibili aggiunte al gelato, specificando che si trattava di “extra”. Il risultato? Un cono con pistacchio, mango e fragola, arricchito da panna montata, wafer, macaron e cannolo, per un conto finale di 22 euro. Quasi stessa cifra pagata dalla turista americana per ciascuno dei due gelati finiti al centro delle polemiche.

Non a caso il titolo scelto dal quotidiano britannico è piuttosto eloquente: “44 euro per due gelati? Quando vi trovate a Roma, fate come me per schivare le truffe“. Ad accompagnare l’articolo c’è persino un’immagine tratta da Tototruffa ’62, il celebre film in cui Totò riesce a vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista.

Da lì il giornalista allarga il discorso alle possibili insidie per i visitatori della Capitale. A partire proprio dal gelato: secondo Kington, una coppetta o un cono abbondante non dovrebbero costare più di 5 euro e la panna montata dovrebbe essere inclusa nel prezzo. Quanto al caffè, il consiglio è altrettanto chiaro: “Per un vero espresso italiano, ordinate al banco. Il prezzo non dovrebbe superare 1,50 euro”. Ma nemmeno questo garantisce di evitare brutte sorprese. Kington racconta infatti di aver contestato una volta il costo eccessivo di un caffè in un bar del centro storico, ricevendo una risposta che lo ha lasciato senza parole: “Mi scusi, pensavo fosse un turista”.

Secondo il Times, insomma, le trappole per visitatori sono sempre dietro l’angolo. Per questo il giornalista invita a controllare con attenzione anche i menu dei ristoranti: “Spesso il prezzo del pesce si riferisce a 100 grammi di prodotto e non all’intera porzione. Sentitevi liberi di chiedere quanto peserà il piatto prima di ordinare”. Non mancano i consigli sui taxi: “Dovrebbero applicare una tariffa fissa da e per l’aeroporto, ma a volte dimenticano di comunicarlo ai turisti per poter guadagnare di più con il tassametro”.

E c’è spazio anche per l’ironia. “Se state parcheggiando un’auto e un uomo inizia gentilmente a guidarvi nella manovra, vuole dei soldi e potrebbe persino lasciar intendere che vi taglierà le gomme se non lo pagherete”, scrive Kington. Il suggerimento? Fingere di non capire una parola di quello che sta dicendo e allontanarsi il più rapidamente possibile.

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La lavagna dei numeri del Giappone incuriosisce tutti ai Mondiali: così il ct Moriyasu comunica in codice con la squadra

15 Giugno 2026 ore 13:30

Con la presenza di telecamere ovunque, in qualsiasi zona del campo, negli ultimi anni allenatori e calciatori hanno radicalmente cambiato modo di comunicare, inventando la qualsiasi. L’obiettivo? Non permettere agli avversari di comprendere le indicazioni. Ma quanto visto durante GiapponeOlanda ha sorpreso tifosi e addetti ai lavori. Nel pareggio per 2-2 contro gli olandesi, il commissario tecnico del Giappone, Hajime Moriyasu, ha infatti adottato un sistema di comunicazione decisamente insolito. A bordo campo è comparsa una grande lavagna sulla quale venivano mostrati numeri differenti a seconda dei momenti della partita. Una soluzione che in poco tempo è diventata virale sui social network.

Dietro quei numeri si nascondeva un vero e proprio linguaggio in codice. Ogni cifra corrispondeva a precise indicazioni tattiche concordate in precedenza con la squadra. In questo modo il tecnico poteva trasmettere istruzioni ai propri giocatori senza dover urlare dalla panchina e senza rivelare apertamente le proprie mosse agli avversari. I numeri, scritti in caratteri molto grandi, erano visibili da ogni zona del campo, ma ovviamente il significato è noto solo ai calciatori del Giappone.

Un metodo che richiede naturalmente una preparazione accurata e la memorizzazione preventiva dei vari codici, aspetto che non sembra aver creato particolari problemi ai giocatori nipponici, da sempre apprezzati per disciplina e organizzazione. In Giappone infatti studiano la matematica con il “soroban” (l’abaco giapponese), motivo per cui tutti sono “abituati” a recepire e memorizzare indicazioni attraverso l’utilizzo dei numeri. La lavagna non è stata utilizzata soltanto per le modifiche tattiche. Nei minuti conclusivi della gara è servita anche per segnalare in tempo reale il recupero rimanente, trasformandosi in una sorta di conto alla rovescia verso il triplice fischio. Alla fine il Giappone ha conquistato un prezioso 2-2, recuperando per due volte lo svantaggio contro l’Olanda.

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Il referendum in Svizzera è stato superfluo: la crescita della popolazione sta già rallentando

15 Giugno 2026 ore 13:17

Il referendum di questi giorni sul controllo della popolazione in Svizzera è stato respinto, ma poco sarebbe cambiato anche se fosse stato approvato. Un classico esempio di domanda che non ha una risposta valida, specialmente se deve essere risolta con un voto sì/no.

All’origine di questo referendum c’è un dibattito iniziato negli anni ’50, quando si scoprì che la popolazione umana stava crescendo in modo esponenziale e si pensava che questo avrebbe portato a guerre e carestie. In Occidente, il dibattito si è esaurito quando si è scoperto che la fertilità umana stava precipitando. Era la “transizione demografica” che ha rallentato e poi invertito la tendenza alla crescita nella maggioranza dei paesi occidentali. Il timore di una crescita esponenziale incontrollabile della popolazione umana è oggi parte della storia delle paure esagerate, insieme ai cavalli dei cosacchi che si abbeveravano alle fontane di Piazza San Pietro.

Tuttavia, il referendum in Svizzera dimostra che la questione della sovrappopolazione è ancora viva e che c’è chi pensa che qualche forma di controllo della popolazione sia necessaria. Il problema è che la storia dimostra che la popolazione umana resiste ai vari tentativi dei governi di influenzarla. Un buon esempio ci viene dalla Cina, dove il tentativo del governo di frenare la crescita demografica generò la “politica del figlio unico”, varata all’inizio degli anni ’80.

In pratica, la politica del figlio unico si è rivelata superflua; è stata ufficialmente abolita nel 2016, ma aveva cessato di essere applicata molto prima. La popolazione cinese ha attraversato la sua transizione demografica in parallelo con quella di altri paesi asiatici che non avevano preso le stesse misure di controllo. Un caso fra i tanti che dimostra che gli interventi governativi volti a regolare la natalità di solito falliscono (vi ricordate il tempo degli “otto milioni di baionette” di memoria mussoliniana?). Questa storia è descritta in dettaglio nel mio libro recente La fine della crescita della popolazione.

In Svizzera, il referendum era altrettanto superfluo e fuori tempo della politica cinese del figlio unico. Entrambi erano tentativi di forzare la popolazione a fare una cosa che già stava facendo: rallentare o invertire la crescita.

Il tasso di fertilità totale (TFR) della Svizzera, ovvero il numero di figli per donna, è sceso al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1 nel 1970, e ora si attesta intorno a 1,3 — uno dei più bassi al mondo. Vuol dire che le nascite non sono sufficienti per garantire il rimpiazzo della naturale mortalità della popolazione. Se la tendenza si mantiene, come ha fatto negli ultimi 50 anni, la popolazione svizzera è destinata a diminuire. Alcuni studi prevedono che supererà la soglia dei 10 milioni, altri ritengono che rimarrà al di sotto. Altri ancora prevedono un rapido declino (“effetto Seneca”) dopo il picco. In pratica, il governo svizzero potrebbe presto doversi preoccupare di un problema opposto a quello che il referendum pretendeva di risolvere: lo spopolamento.

A quel punto, nemmeno favorire l’immigrazione sarà una soluzione ovvia. L’81% degli immigrati che vivono in Svizzera provengono dall’Europa, per lo più dall’Ue, paesi che non avranno un surplus di popolazione da esportare. Solo circa il 5% degli immigrati proviene dalle regioni ancora in crescita dell’Africa subsahariana, ma la transizione demografica sta avvenendo anche lì.

La Svizzera, come tutti i paesi industrializzati, farà meglio ad adattarsi a un inevitabile declino demografico piuttosto che cercare di forzare le nascite a seguire qualche piano governativo.

La popolazione mondiale sta vedendo l’inversione di una tendenza di crescita che durava da millenni. Per molti versi, questa inversione è benvenuta, poiché alleggerirà la pressione su un ecosistema già messo a dura prova. Ma è una strada con una destinazione sconosciuta: dovremo esplorare questa nuova situazione via via che si sviluppa.

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Milano, chat sessista dei dipendenti Atm con immagini di passeggere. L’azienda avvia un’indagine interna

15 Giugno 2026 ore 13:13

Immagini prese dalle telecamere dei mezzi pubblici di Milano che inquadrano parti del corpo delle donne e condivise in una chat dal titolo “Ticinese staff”. A scoprirlo e denunciarlo una passeggera che, nelle scorse ore, ha postato su Instagram una stories in cui diceva di aver visto – mentre era sul tram 15 – la conversazione sul telefono di un signore con la divisa del personale Atm.

L’azienda ha diffuso una nota facendo sapere che “si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città”. E, continuano, “crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa”.

A ricondividere la denuncia è stata l’influencer Cyanidue, rilanciata dal sito Mowmag. Nello screenshot, che lei stessa ha ricevuto da un’altra utente, si vede una conversazione con commenti sessisti a una foto rubata di una donna di schiena.

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Nucleare, Hormuz e il fattore Israele: Trump festeggia il “deal” con l’Iran, ma i nodi veri sono tutti rinviati

15 Giugno 2026 ore 13:10

Su Truth Donald Trump ha annunciato un “Deal” con l’iniziale maiuscola, un “accordo” capace di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e di riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma la realtà è molto più sfumata. Per capire i termini della questione occorre definire alcuni concetti. Punto primo: quello di cui si parla non è un accordo, ma un “Memorandum of Understanding“, ovvero una cornice politica, una bozza dei concetti che la vera e propria intesa – che dovrebbe essere discussa a partire dalla firma prevista per venerdì a Ginevra – dovrebbe contenere. Punto secondo: i dettagli del memorandum non sono pubblici, il che consente a ognuna delle due parti di sottolineare i termini a essa più funzionali. Quello che è certo è che le questioni cruciali sono state rinviate a una successiva tornata di negoziati.

Nucleare: il nodo dell’uranio arricchito è rinviato. Il destino del programma nucleare iraniano, per debellare il quale Usa e Israele avevano detto di aver attaccato la Repubblica islamica il 28 febbraio, verrà discusso a partire da venerdì e a quanto sembra i negoziati dovrebbero svolgersi entro 60 giorni. In un’intervista con il New York Times, Trump ha messo a confronto il suo “deal” con il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo del 2015 raggiunto da Barack Obama con Teheran che limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, un livello utilizzabile nei reattori nucleari ma non per la produzione di armi, sostenendo che la nuova intesa prevederebbe per l’Iran “l’impossibilità di sviluppare o acquistare un’arma nucleare”. Al momento il memorandum non darebbe alcuna garanzia sotto questo punto di vista, ma prevede solo una nuova tornata di negoziati.

Al Nyt Trump ha detto che gli Stati Uniti collaboreranno con Teheran per rimuovere tutto il combustibile nucleare presente nel paese, 12 tonnellate in totale. Anche qui le incognite sono diverse. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, almeno 200 dei 440 kg di uranio arricchito al 60% in possesso del Paese si trovano sepolti in siti come Isfahan, bombardato in profondità dagli Usa nel giugno 2025: Teheran accetterà la presenza di personale statunitense sul proprio territorio per farsi aiutare nella rimozione? In base all’accordo di Obama, che Trump ha fatto saltare nel 2018, il 97% delle scorte iraniane fu spedito in Russia: come verranno gestite in questo caso? Altra incognita, probabilmente la principale: da quanto emerso, il testo prevede che le trattative dovrebbero durare 60 giorni. Per raggiungere il Jcpoa servirono quasi due anni, dal novembre 2013 al luglio 2015.

Hormuz: tra mine, pedaggi e tregua lo stretto resta un’incognita. “Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a scorrere da entrambe le estremità, a beneficio della regione e del mondo”, ha scritto Trump su Truth. Una frase che contiene almeno due punti interrogativi. La prima è che la tregua dovrebbe tenere almeno fino a venerdì e già Israele ha fatto sapere di volersi tenere le mani libere in Libano. La seconda è che la riapertura sembra condizionata allo sminamento dello stretto, con ciò che questo potrebbe comportare in termini di tempo e di fattibilità. Nella telefonata al New York Times, inoltre, Trump ha affermato che lo stretto sarà “permanentemente esente da pedaggi“. Sul punto tuttavia non ci sono certezze.

Secondo una bozza diffusa sabato da Reuters, ad esempio, la revoca del blocco Usa inizierebbe subito dopo la firma del memorandum e sarebbe completata entro 30 giorni. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, invece, il testo sospende i pedaggi nello stretto solo per 60 giorni, promettendo poi un dialogo regionale sul futuro. Tutto ciò al netto di quelle che sono le valutazioni sull’effettiva utilità di questa guerra: prima di essere attaccata il 28 febbraio Teheran non aveva mai imposto dazi sul passaggio nello stretto, quindi Trump sta festeggiando un ritorno allo status quo prebellico.

Petrolio: l’allentamento delle sanzioni che non piace a Tel Aviv. Un alto funzionario iraniano ha riferito a Reuters che il memorandum prevede la sospensione temporanea delle sanzioni inflitte da Washington al petrolio iraniano. “Non c’è una data precisa per l’allentamento delle sanzioni e sarà legato all’attuazione dell’accordo”, ha confermato ad Axios un diplomatico statunitense. Domenica, poi, politici iraniani hanno lasciato intendere che un significativo allentamento delle misure economiche sarebbe propedeutico a concessioni sul tema del nucleare. Un’intesa in questo ambito incontrerebbe la totale contrarietà di Israele, timorosa che un aumento degli introiti per Teheran sarebbe direttamente proporzionale all’aumento della minaccia militare nei suoi confronti. Nel 2015 Tel Aviv aveva sostanzialmente accettato il Jcpoa, che pure prevedeva un graduale allentamento delle sanzioni, ma all’epoca il governo israeliano non aveva sulla Casa Bianca di Obama la presa che ha sull’amministrazione Trump (che nel 2018 Netanyahu convinse a uscire dall’accordo).

I 25 miliardi congelati: Trump promette, il memorandum tace. Al New York Times Trump ha detto che se i leader iraniani tornassero a reprimere con la violenza eventuali proteste di piazza, non otterrebbero la piena revoca delle sanzioni e l’accesso a 25 miliardi di dollari di asset congelati. Condizioni che, tuttavia, non sarebbero presenti nel memorandum. Un fatto però è certo: se prima della guerra – e ancor prima quando era in vigore il Jcpoa – gli asset erano congelati e non erano emersi motivi evidenti per sbloccarli, ora gli Stati Uniti si troverebbero nella necessità di farlo per mettere fine a un conflitto che loro stessi hanno iniziato e a cui fanno fatica a porre termine. E, come sopra, la possibilità che Teheran abbia accesso a una tale mole di risorse finanziarie non può lasciare indifferente Israele.

Israele: l’attore che può far saltare tutto. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran ha dichiarato in un comunicato che il “memorandum d’intesa”, prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano. Ma Israele non ha partecipato ai negoziati e Netanyahu ha già fatto sapere agli Usa che Tel Aviv non si ritirerà dal paese dei cedri e non si considera vincolato da alcuna clausola. Anche l’opposizione nella Knesset è contraria a mettere fine alla campagna. Non è difficile immaginare che qualsiasi escalation contro Hezbollah, in Siria o altrove finirebbe per mettere rapidamente sotto pressione, se non addirittura a rischio, l’intera intesa.

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Presidente Meloni, l’Italia è fieramente antifascista: lo accetti o si dimetta

15 Giugno 2026 ore 13:02

di Roberto Celante

La fiera “Più libri più liberi” chiederà agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo per partecipare all’edizione 2026. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”. Così ha commentato Giorgia Meloni sui social, concludendo: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.

In realtà, è il fascismo ad essere incompatibile la democrazia, proprio perché non ammetteva alcun dissenso: aveva dichiarato decaduti i deputati appartenenti agli altri partiti, che aveva sciolto, così come i sindacati; aveva chiuso alcune testate giornalistiche ed imposto la censura preventiva a quelle superstiti; aveva istituito un Tribunale Speciale per condannare gli antifascisti al confino e al carcere; aveva assassinato gli avversari più irriducibili, in Italia e all’estero. Aveva dichiarato guerra al mondo intero, mandando a morire centinaia di migliaia di giovani e aveva portato il conflitto sul suolo nazionale, distruggendo un intero Paese. Questo fu il fascismo, ed è per questo che la XII^ Disposizione transitoria e finale della Costituzione ne vieta la riorganizzazione.

Sarebbe già questa una spiegazione sufficiente. La Premier, tuttavia, ha citato la libertà di pensiero, riconosciuta dall’art. 21 Cost., pur dovendo sapere che esso non tutela qualunque manifestazione del pensiero, a prescindere dal contenuto.

La legge, infatti, punisce le fattispecie di vilipendio (artt. 278 e 290 c.p.), così spiegate nientemeno che dalla Cassazione: “Quando la manifestazione di pensiero sia diretta a negare ogni rispetto o fiducia all’istituzione, inducendo i destinatari al disprezzo o alla disobbedienza, non può parlarsi di mera critica bensì di condotta vilipendiosa” (Cass. Pen. Sez. I, sentenza n. 7386/1978).

L’art. 302 c.p. punisce l’istigazione a commettere alcuno dei delitti contro la personalità dello Stato puniti con l’ergastolo o con la reclusione. Contrariamente rispetto alle istigazioni per crimini comuni, all’art. 302 c.p. la tutela penale è anticipata al livello del pericolo astratto che si verifichi quanto atteso dalla condotta istigatrice, per la gravità delle possibili conseguenze.

Vilipendio ed istigazione sono, quindi, forme di manifestazione del pensiero che si pongono al di fuori della tutela costituzionale, per l’intrinseca astratta pericolosità che le connota. Per la stessa ratio, identico trattamento è riservato alla condotta di apologia di fascismo, reato introdotto dalla c.d. “Legge Scelba” (L. 645/1952), che all’art. 4 punisce l’apologia del fascismo, ovvero la condotta di chi fa propaganda per la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e di “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Eppure, l’art. 21 Cost. è lungo, ma non c’è un solo comma che stigmatizzi espressamente il vilipendio verso gli organi costituzionali, l’istigazione a commettere reati contro l’assetto democratico della Repubblica e l’apologia del fascismo. Il limite si ricava dal sistema democratico e libertario edificato dalla Costituzione, che sarebbe a rischio, se fosse riconosciuta la libertà di manifestare un pensiero non solo incompatibile con la democrazia e le libertà garantite dalla Costituzione, ma anche suscettibile di diffondersi e scatenare condotte pericolose, volte a destabilizzare, svilire o rovesciare l’assetto democratico della Repubblica.

L’ideologia fascista, quindi, non può avere cittadinanza in un ordinamento democratico, né ha tutela costituzionale, perché essa rappresenta un pericolo per la sopravvivenza della democrazia e di tutti i diritti costituzionali. Ecco perché la Repubblica italiana è fieramente antifascista: se ciò disturba la Premier, che ha giurato sulla Costituzione, non le resta che rassegnare rapidamente le proprie dimissioni.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Santa Margherita Ligure, stop agli smartphone per i bagnini: chi viola le regole rischia il brevetto

15 Giugno 2026 ore 13:01

Niente smartphone durante il servizio per gli assistenti bagnanti delle spiagge di Santa Margherita Ligure. Lo prevede una nuova ordinanza dell’Ufficio circondariale marittimo, che integra le disposizioni già in vigore sulla sicurezza balneare introducendo alcune prescrizioni specifiche.

Tra le novità principali volute dalla Capitaneria di Porto c’è l’obbligo di utilizzare dispositivi elettronici esclusivamente per esigenze di servizio o situazioni di emergenza. L’uso del telefono per attività personali, quindi, non è consentito durante l’orario di sorveglianza. Insomma, niente messaggi su WhatsApp né possibilità di sbirciare i social. Anche se la situazione è tranquilla e il bagnino è esperto, come riporta Repubblica Genova. Limiti anche agli auricolari: potranno essere utilizzati solo su un orecchio, così da garantire la piena percezione di quanto accade nell’area affidata al controllo.

L’ordinanza è stata elaborata anche alla luce delle osservazioni presentate dalle associazioni di categoria del settore balneare e turistico con l’obiettivo dichiarato di rafforzare le condizioni di sicurezza lungo il litorale e ridurre il rischio di distrazioni durante il servizio di salvataggio. Per chi non rispetterà le nuove disposizioni sono previste segnalazioni alle federazioni competenti, che potranno valutare eventuali provvedimenti sul mantenimento del brevetto professionale.

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Quando il pane diventa relazione

15 Giugno 2026 ore 12:59

Il pane come alimento ma anche come metafora, linguaggio e dispositivo culturale. È da questa prospettiva che nasce «Sulla soglia», la performance in programma il 17 giugno alla Fabbrica del Vapore di Milano, all’interno della mostra collettiva «La misura dell’uno». Un appuntamento che mette insieme filosofia, musica e gesti per affrontare una domanda apparentemente semplice: da dove nasce l’identità di una cosa?

Sul palco si incontrano il filosofo e musicista Massimo Donà, Chiara Quaglia e Piero Gabrieli di Petra Molino Quaglia, accompagnati da un quartetto jazz. Il punto di partenza è uno degli alimenti più antichi e quotidiani della cultura mediterranea. Non però per raccontarne caratteristiche tecniche o aspetti gastronomici, bensì per osservare il processo che lo genera.

Grano, farina, acqua, impasto e pane diventano così le tappe di una trasformazione che, secondo la riflessione proposta dalla performance, mostra come ogni identità prenda forma attraverso una relazione. In questa lettura il mugnaio occupa una posizione centrale. È la figura che collega il lavoro del contadino a quello del panettiere, trasformando il raccolto in una materia capace di diventare nutrimento.

La scena alterna musica, parole e azioni concrete. Mentre Donà sviluppa il suo ragionamento filosofico, Chiara Quaglia lavora con gli elementi che danno origine al pane. Le mani separano il grano, uniscono gli ingredienti, modellano l’impasto e accompagnano la nascita della forma finale. La gestualità rende visibile ciò che spesso resta nascosto: la rete di relazioni che attraversa ogni filiera.

La riflessione proposta dagli organizzatori insiste proprio su questo aspetto. Contadino, mugnaio e panettiere non sono figure intercambiabili né funzioni da concentrare in un’unica persona. Ognuno esprime la propria identità nel rapporto con gli altri. Il grano affidato dal contadino, la farina interpretata dal mugnaio e il pane realizzato dal panettiere costituiscono passaggi di un processo condiviso che trova valore nella collaborazione.

L’iniziativa si inserisce nel percorso culturale di Bread Religion, progetto promosso da Petra Molino Quaglia per riportare il pane al centro di una riflessione che supera la dimensione del prodotto. La filiera viene letta come luogo di costruzione di significati, responsabilità e appartenenze, dove il valore economico convive con quello simbolico.

Resta così sospesa la domanda che accompagna l’intera performance: «Il pane che scegliamo dice chi siamo?». Una questione che riguarda il cibo, ma anche il modo in cui interpretiamo il rapporto tra individui, comunità e trasformazione della materia.

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Un arbitro ai Mondiali è accusato di aver fatto il gesto del “white power” in sala Var: viene usato dai suprematisti bianchi

15 Giugno 2026 ore 12:49

Tutto accade a pochi secondi dal fischio d’inizio di GermaniaCuraçao, match dei Mondiali giocato domenica alle ore 19 italiane. Come da tradizione, la regia internazionale della diretta televisiva stacca sulla sala VAR, per inquadrare e presentare gli arbitri addetti al video. Tra questi c’è anche l’australiano Shaun Evans, che compie uno strano gesto con la mano destra, stesa lungo il fianco. Poco dopo è scoppiata la bufera. Secondo molte interpretazioni, Evans ha fatto il gesto del “white power“, utilizzato da tempo negli ambienti dell’estrema destra e in particolare come simbolo dei suprematisti bianchi. La FIFA non ha ancora commentato la vicenda, così come il fischietto australiano non ha rilasciato dichiarazioni. La questione però va ben oltre i social: The Athletic, il portale sportivo del New York Times, ci ha dedicato un lungo articolo.

Che cos’è il gesto del “white power”

Il gesto del “potere bianco” può essere facilmente equivocato come un semplice “ok“, ma viene fatto con la mano capovolta. Il pollice e l’indice si toccano a formare un cerchio, mentre le altre tre dita vengono tenute distese e separate. In questo modo, secondo la simbologia, la mano forma la P di power e la W di white (vedi immagine). Questo gesto è diventato particolarmente noto dopo essere stato mostrato da Brenton Tarrant, suprematista bianco australiano che ha ucciso 50 persone in una sparatoria contro una moschea.

La FIFA sta esaminando la questione

Secondo la rete antidiscriminazione “Fare“, interpellata da The Athletic, l’arbitro Evans avrebbe compiuto lo stesso gesto in diretta tv durante i Mondiali. “Secondo i nostri esperti, il gesto utilizzato assomiglia chiaramente al simbolo ‘ok’ capovolto, usato come simbolo di supremazia bianca“. Per ora non esistono conferme. Ma un portavoce della FIFA, pur senza fornire dichiarazioni ufficiali, ha ammesso che l’organismo sta esaminando la questione. Insomma, è in corso un’indagine interna. È stata anche data la possibilità all’arbitro di chiarire tutto, ma al momento tutto tace.

Evans è un arbitro australiano di grande esperienza, ha debuttato nella prima divisione nazionale già nel 2008 come assistente ed è stato eletto miglior direttore di gara della A-League 2018-19. Questa è la sua seconda edizione dei Mondiali: era presente in Qatar nel 2002, sempre come addetto al VAR.

Esistono già alcuni precedenti di sportivi puniti per aver compiuto il gesto del “white power”, che è classificato come simbolo d’odio. Nel luglio 2023, la squadra di MLS DC United ha licenziato un preparatore atletico che aveva fatto quel gesto in un post sui social.

Il video con il gesto incriminato

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“Spero che porterete qui i miei nipoti”: David Beckham si commuove davanti alla stella nella Walk of Fame ma ad attirare l’attenzione sono l’assenza di Brooklyn e la mossa di Harper

15 Giugno 2026 ore 12:46

Doveva essere una giornata di festa per David Beckham, premiato con una stella sulla Hollywood Walk of Fame di Los Angeles. Eppure, anche in un momento così importante della sua carriera, l’attenzione dei media internazionali si è concentrata soprattutto sull’assenza del figlio maggiore Brooklyn, al centro di una frattura con il resto della famiglia. L’ex calciatore inglese ha ricevuto il riconoscimento venerdì 12 giugno a West Hollywood circondato dalla moglie Victoria Beckham e da tre dei loro figli: Romeo, 23 anni, Cruz, 21, e Harper, 14. Assente invece Brooklyn, 27 anni, che nei giorni precedenti era stato visto a New York insieme alla moglie Nicola Peltz Beckham.

Durante la cerimonia, Victoria Beckham ha dedicato al marito parole piene di affetto, ricordando la determinazione che lo ha accompagnato fin dagli inizi della sua carriera. “Ha sempre creduto che lavorando duramente e sognando in grande tutto fosse possibile”, ha detto l’ex Spice Girl, elogiandone anche “gentilezza, lealtà e dedizione verso le persone che ama“. Emozionato, Beckham ha ringraziato la sua famiglia:”I miei genitori, le mie sorelle, che hanno sempre sostenuto i miei sogni. Victoria, mia moglie straordinaria da quasi trent’anni, senza la quale nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. E i miei splendidi figli, che sono la ragione per cui mi alzo dal letto ogni mattina”. Poi, con la voce incrinata dall’emozione, ha aggiunto: “Spero che un giorno porterete qui i miei nipoti e racconterete loro la storia di un ragazzo che ha osato sognare in grande. Rendervi orgogliosi è il mio più grande successo”.

Ma proprio mentre celebrava il traguardo, la questione Brooklyn continuava a incombere. Intervistato da Variety a margine dell’evento, Beckham ha infatti evitato qualsiasi commento sulle tensioni familiari. Quando gli è stato chiesto del rapporto con il figlio maggiore, l’ex capitano della nazionale inglese si è limitato a liquidare l’argomento come “una questione privata“, rifiutandosi di approfondire.

Nonostante l’assenza di Brooklyn alla cerimonia, nelle ultime settimane alcuni media britannici hanno parlato di possibili tentativi di riavvicinamento. Harper Beckham, la figlia più giovane di David e Victoria, sarebbe stata infatti fotografata mentre raggiungeva l’abitazione del fratello a Los Angeles. Secondo diverse ricostruzioni pubblicate dalla stampa inglese, la quattordicenne avrebbe trascorso del tempo con Brooklyn e con la cognata Nicola Peltz, alimentando le speranze di una distensione dopo mesi di rapporti tesi tra il primogenito e il resto della famiglia.

La vicenda va avanti da mesi. A gennaio Brooklyn aveva pubblicato una serie di messaggi sui social accusando i genitori e il loro entourage di aver alimentato indiscrezioni sulla sua vita privata: “Sono rimasto in silenzio per anni e ho cercato in ogni modo di mantenere queste questioni private”. Anche Victoria Beckham aveva affrontato l’argomento in un’intervista al Wall Street Journal pubblicata ad aprile, senza però nominare direttamente Brooklyn. “Amiamo immensamente i nostri figli”, aveva detto. “Abbiamo sempre cercato di essere i migliori genitori possibili. Da oltre trent’anni viviamo sotto i riflettori e abbiamo sempre cercato di proteggere i nostri figli e di amarli”.

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“La Luna? Al momento abbiamo pagine bianche per procedure che non esistono. Sto già vivendo nella navicella, una casa da 8 metri cubi. In orbita farò manovre inedite”: così Luca Parmitano

15 Giugno 2026 ore 12:40

“Sto già vivendo nella navicella, una casa da 8 metri cubi. In orbita farò manovre inedite”. Luca Parmitano e il nuovo balzo verso la Luna. Risale ad una decina di giorni fa la “convocazioneufficiale della Nasa recapitata al 49enne colonnello dell’Aeronautica, astronauta Esa e primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale. In una intervista al Corriere, Parmitano ha provato a spiegare come si svilupperà questa particolare missione che avverrà nel 2027 e che dovrebbe essere propedeutica alla missione di allunaggio che sarà Artemis IV. “Abbiamo quattro piloti che vanno in orbita intorno alla Terra e tre astronavi: un lunar lander di Blu Origin (società di Jeff Bezos, ndr) che entrerà in orbita”, ha spiegato l’astronauta italiano. “Noi con una seconda astronave ci avvicineremo per ricongiungerci e poi staccarci. Infine rifaremo le operazioni con una terza astronave di Space X (Elon Musk, ndr), completamente diversa. Alla fine con la nostra astronave torneremo sulla Terra, un unico splash down, dopo circa due settimane di lavoro”. Parmitano ha descritto come “un salto nel futuro” la sensazione provata nell’entrare per la prima volta nella navicella Orion dopo due missioni con la Soyuz (“nonostante gli aggiornamenti è una navicella disegnata mezzo secolo fa”).

“Siamo rimasti dentro dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio: da oggi mangerò Orion a colazione, pranzo e cena”, ha scherzato. Lo spazio di movimento avverrà in una cabina di “circa otto metri cubi”, mentre Parmitano risulta nell’organigramma della missione il secondo in grado come “pilota” (“di fatto sarò il responsabile delle operazioni di avvicinamento, aggancio e stacco”). L’astronauta siciliano afferma poi che non solo sarà un nuovo balzo verso il tanto cercato allunaggio, ma una vera e propria sperimentazione di qualcosa mai fatto: “Al momento abbiamo pagine bianche per procedure che non esistono. È questo il lavoro del pilota sperimentatore, la mia specialità. Di fatto faremo qualcosa che non è mai stato fatto anche se saremo su un’orbita terrestre. Dovremo definire le operazioni che poi, in seguito, andranno ripetute sulla Luna”. Insomma, nonostante il primo allunaggio sia avvenuto nel 1969, alla Nasa per tornare sulla Luna si ricomincia da capo e l’Italia è della partita. “Con la mia partecipazione la Nasa ci sta dicendo che l’Esa è un partner non solo per la tecnologia del modulo europeo e per le capacità scientifiche ma anche per il personale. Lo ha detto bene Norman Night, il direttore operazioni di volo Nasa: insieme andiamo più lontani e più veloci”.

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Amorim sarà il nuovo allenatore del Milan, c’è l’accordo: pronto un ricco biennale. Ora il ds: i nomi sul tavolo

15 Giugno 2026 ore 12:34

Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. Lo riferisce sul suo sito internet il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim aveva pianificato di non sedersi in panchina in questa stagione dopo aver lasciato il Manchester United a gennaio, ma l’offerta del club italiano, che ha ammesso essere una delle squadre preferite della sua infanzia e che sognava di allenare, si è rivelato troppo allettante. In attesa di capire chi sarà il direttore sportivo (al momento il favorito come Head of Football è Markus Krösche, ma sulla carta il ds sarebbe nel caso Timmo Hardung) e di riassestarsi, i rossoneri hanno così scelto il portoghese in panchina.

A Milano, l’ex allenatore dello Sporting riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Ruben Amorim, 41 anni, attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del Milan, per recarsi in Italia, firmare il contratto e ambientarsi nella sua nuova città. Amorim avrebbe bruciato sul filo di lana Matthias Jaissle, campione d’Asia con l’Al Ahli, altro nome rimasto a lungo sul tavolo tra i dirigenti rossoneri.

Chi è Ruben Amorim

41 anni, Ruben Amorim è uno degli allenatori più apprezzati della nuova generazione europea. Da calciatore ha vestito soprattutto le maglie di Benfica e della nazionale portoghese, prima di intraprendere la carriera in panchina. Dopo le esperienze con Casa Pia e Braga, si è imposto alla guida dello Sporting CP, riportando il club alla conquista del campionato portoghese dopo quasi vent’anni di attesa e distinguendosi per un calcio moderno, intenso e votato alla valorizzazione dei giovani talenti.

Amorim ha vinto due volte il campionato portoghese nel corso della sua esperienza allo Sporting: prima nel 2020/21, poi nel 2023/24. A novembre 2024 ha deciso di lasciare la squadra che lo ha reso grande per accettare la corte del Manchester United. In Premier League però non è riuscito a incidere: dopo esser arrivato 15esimo il primo anno, è stato esonerato nel corso di questa stagione.

Ora il direttore sportivo: i nomi

Dopo il no di Ralf Rangnick, che rimarrà sulla panchina dell’Austria come commissario tecnico, il Milan guarda altrove per il ruolo di direttore sportivo. Al momento il favorito è Markus Krosche, ma resiste anche Devin Ozek. Krösche in realtà diventerebbe sulla carta l’Head of Football del club rossonero, mentre il direttore sportivo nel caso sarebbe Timmo Hardung, pronto a seguirlo. Al momento Krösche è il direttore sportivo dell’Eintracht Forte, ma sembra ormai vicinissimo all’accordo con il Milan. L’alternativa sarebbe nel caso Devin Ozek, giovanissimo direttore sportivo (ha soltanto 31 anni), attualmente al Fenerbahce.

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Le infinite torsioni maggioritarie dei partiti, e l’autolesionismo di Forza Italia

15 Giugno 2026 ore 12:19

Scrive Christian Rocca su Linkiesta che «la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti».

Ma la collusione di tutti i partiti maggiori nell’imprimere sempre nuove torsioni maggioritarie e para-presidenzialiste al sistema, tra gli applausi del solito giro di commentatori, studiosi e cabarettisti di complemento, è esattamente ciò che ha reso questo sistema indistruttibile per trent’anni. Questa volta poi, considerati gli equilibri parlamentari, l’unico partito che potrebbe davvero rompere l’incantesimo è Forza Italia, che avrebbe solo da guadagnarci, ma per qualche strana ragione preferisce restare ostaggio di una coalizione in cui sarà sempre più marginale, e in prospettiva non avrà un ruolo molto diverso da quello di Matteo Renzi nel centrosinistra attuale. Chi li capisce è bravo.

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L’ultima di Nordio: “Patentino antifascista? Il libro più importante per la giustizia è firmato da Mussolini”. Poi il tentativo di spiegazione

15 Giugno 2026 ore 12:20

Patentino antifascista? Sulla polemica che ha infiammato la scena politica del fine settimana, arriva il commento del ministro Carlo Nordio. “Forse gli organizzatori non sanno” ha detto il Guardasigilli riferendosi a chi rende possibile la Fiera “Più libri più liberi”, “che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini“.

Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, voluto dall’allora ministro Alfredo Rocco. Testo ancora in vigore ma che è stato ampiamente modificato, sia dalla Corte Costituzionale sia dal Legislatore, nelle parti più illiberali e autoritarie. Per esempio abrogando la pena di morte, il delitto d’onore, l’adulterio da parte della donna. Oppure dichiarando incostituzionale la norma che puniva penalmente lo sciopero (diventato un diritto nella nostra Carta). Ieri Giorgia Meloni aveva parlato di “censura” in relazione alla richiesta rivolta alle case editrici, da parte degli organizzatori della kermesse in programma a dicembre, di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

Negli anni scorsi era richiesta alle case editrici una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori, Innocenzo Cipolletta, ha confermato: “Agli editori chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.

A pochi minuti dalla sua prima uscita, il ministro Nordio ha cercato di correggere il tiro così: “È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini”. Angelo Bonelli di Avs ha commentato che “le dichiarazioni di Nordio sono vergognose“. E ricorda al Guardasigilli che “è vero che Mussolini ha apposto la firma, nel 1931, al Codice penale, ma quel documento è stato modificato dalla Repubblica Italiana, dalla lotta antifascista e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Stanno strizzando l’occhio ai neofascisti di Vannacci“.

Per il senatore del Pd, Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali “nella corsa di FdI a inseguire a destra Vannacci la derapata più grossolana e ridicola la fa Nordio, campione vero di dichiarazioni assurde. Oggi Nordio dice che è sbagliato chiedere per la partecipazione a fiere editoriali una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione perché, udite udite, il codice penale ancora vigente in Italia porta la firma di Mussolini. Questa affermazione è sconcertante e ridicola per almeno tre ragioni. La prima: che c’entra il Codice Rocco con la vicenda Più libri più liberi? Niente. La seconda ragione è che le parole di Nordio comportano un osceno elogio revisionistico di Mussolini”. E infine: “La terza è che il ministro della Giustizia sostiene il falso: pur non essendo mai stato formalmente sostituito da un altro testo globale, il Codice Rocco del 1930 è stato progressivamente svuotato dei suoi elementi autoritari, illiberali e antidemocratici. È rimasto come guscio. È sparita la sua sostanza ideologica. Il ministro ancora una volta sembra aver perso una gigantesca occasione per tacere”.

Articolo in aggiornamento

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Stefano De Martino scivola in studio ad Affari Tuoi. Herbert Ballerina: “Ti sei fatto male?”

15 Giugno 2026 ore 12:14

Nel clima festoso di “Affari Tuoi” è arrivata anche la caduta di Stefano De Martino. Il conduttore, fortunatamente illeso, è scivolato in studio nel corso della puntata del game show in onda domenica 14 giugno. Il compagno di viaggio Herbert Ballerina si è scatenato in un passo a due con la ballerina Martina Millidi, una danza ispirata a Zorro in cui si è inserito anche il padrone di casa. Così, dopo un “duello” con la spada a ritmo di musica, De Martino è caduto per terra trascinato da Herbert.

“Mi hai fatto cadere a terra”, ha esclamato Stefano. Herbert si è preoccupato: “Ti sei fatto male?”. Per fortuna, niente di grave, solo risate in studio. Poco prima Ballerina si era presentato come un commerciante nel settore degli agrumi “un noto limonatore”, con il commento di De Martino: “Sempre più in basso”. Protagonista della puntata la concorrente Margot dalla Valle D’Aosta con il pacco numero sei, l’educatrice di sostegno ha concluso la partita portando a casa in totale 32 mila euro.

Dovevano rappresentare un duello e Stefano lo ha infilzato 4 volte con la sciabola gli ha dato un calcio e lo ha buttato a terra. Herbert non arriverà a luglio ????#AffariTuoi pic.twitter.com/nFt0aH7XPb

— SOTER (@SonoSoter) June 14, 2026

Le registrazioni del game show si sono già concluse ma le puntate andranno in onda fino al 18 luglio, “Affari Tuoi” ha aggiunto al titolo “Mundial” con la messa in onda alternata alle gare dei Mondiali in onda su Rai1 con una partita al giorno. La fine delle registrazioni coincide anche con l’addio definitivo al Teatro delle Vittorie, storica struttura che l’azienda ha deciso di vendere tra le polemiche. Il programma dell’access prime time si trasferirà da settembre negli studi Rai di Milano.

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“Marco Fassoni Accetti è il nuovo indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi, faceva parte di una rete dedita all’adescamento di adolescenti”: la svolta nelle nuove indagini della Procura di Roma

15 Giugno 2026 ore 12:12

“Marco Fassoni Accetti è il nuovo indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi”: a scriverlo è il quotidiano Repubblica. Mentre si attendono conferme ufficiali, il controverso fotografo romano sarebbe “nel mirino della Procura di Roma” che da tre anni ha riaperto le indagini sulla cittadina vaticana misteriosamente sparita a Roma il 22 giugno del 1983. Nell’ambito di questa inchiesta, la terza su Emanuela Orlandi, ricordiamo che c’è già una persona iscritta nel registro degli indagati, Laura Casagrande.

Le indagini della Procura di Roma

“Accetti è di nuovo indagato per quella scomparsa (di Emanuela, ndr). Il sospetto è che il fotografo romano possa aver fatto parte di una rete di adulti dedita all’adescamento di adolescenti da mettere a disposizione di terzi”, scrive Repubblica. In questa prospettiva sembra quindi prendere forza, rispetto al rapimento della Vatican Girl, la pista della pedofilia già emersa in passato. Rapitore, telefonista, carceriere: per anni Accetti, oggi 70enne, si è attribuito più ruoli nella vicenda di Emanuela Orlandi e anche in quella di Mirella Gregori, che è stata associata alla Orlandi, all’epoca dei fatti (in seguito ai comunicati di fantomatici rapitori). I magistrati già nel 2013, hanno archiviato le sue dichiarazioni definite dagli inquirenti una “sceneggiatura fantasiosa”. In quella occasione, Accetti si autoaccusò davanti ai pm di essere stato il rapitore sia di Emanuela che di Mirella e fu bollato come inattendibile. Ma adesso le cose sembrano cambiate, forse proprio in seguito alla lunga audizione di Accetti davanti alla commissione di inchiesta Orlandi-Gregori. E alcuni casi di scomparsa che hanno segnato la Roma degli anni ’80 potrebbero essere riletti dai magistrati in una nuova prospettiva. “Il ruolo di Accetti continua a essere valutato con estrema cautela dagli investigatori ma oggi si colloca in un quadro più ampio e differente. Quello che i pm stanno verificando non riguarda più solo l’attendibilità delle sue auto accuse”
(fonte: Repubblica). “I carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci stanno ascoltando molti testimoni già sentiti all’epoca e cercandone di nuovi (…)I magistrati stanno inoltre raccogliendo dichiarazioni di uomini e donne che all’epoca erano adolescenti e che oggi raccontano di aver conosciuto il fotografo attraverso la promessa di shooting. L’obiettivo è capire se li accompagnasse in abitazioni private o li introducesse a persone sconosciute” (fonte: Repubblica).

Le novità dell’inchiesta e il caso Garramon

Sempre secondo quanto riporta Repubblica, la novità più evidente delle nuove indagini romane riguarda gli accertamenti su Accetti estesi anche alla scomparsa di Mirella Gregori e ad altri misteri romani di quegli anni. “Il vero punto di rottura dell’indagine coordinata dal pm Stefano D’Arma porta all’Eur, alla Pineta di Castel Porziano e alla morte di un ragazzino di 13 anni, Josè Garramon” fonte: Repubblica). La morte di Garramon risale allo stesso periodo delle misteriose scomparse di Emanuela e Mirella (20 dicembre 1983) ed è stato l’’unico crimine per cui Accetti è stato condannato in via definitiva, per il reato di omicidio colposo e omissione di soccorso. A travolgere il corpo del ragazzino, figlio di un diplomatico uruguaiano, fu proprio Accetti a bordo del suo furgone Ford Transit. Resta un punto oscuro e inspiegabile tuttavia come il bambino, che si era allontanato da casa per andare dal barbiere all’Eur, fosse riuscito ad arrivare quel giorno da solo e al buio in una pineta a 20 chilometri da casa. Chi lo portò a Castel Porziano quel giorno e perché? Ed è proprio alla luce di queste mai risolte incongruenze che i magistrati romani potrebbero voler indagare, per risalire a un ruolo di Accetti nel contesto romano di quegli anni, andando ben oltre l’aura di mitomane depistatore che ha avvolto la sua persona in questi 43 anni.

L’amerikano e Katty Skerl

Secondo quanto riporta Repubblica, i Carabinieri stanno cercando di fare chiarezza anche sulle telefonate dell’Amerikano, l’uomo dall’accento straniero che telefonò a casa di Emanuela Orlandi dell’estate del 1983, identificandosi come il rapitore della ragazza. Accetti, lo ricordiamo, si è autoaccusato anche di essere l’Amerikano. Scopo delle nuove indagini è “stabilire se dietro quelle voci alterate e quelle missive possa esserci stata la mano o la voce di Accetti”, scrive Repubblica. Le autoaccuse di Marco Accetti non si sono limitate ai casi Orlandi e Gregori ma hanno coinvolto anche un altro cold case romano: l’omicidio irrisoolto di Katty Skerl. La 17enne fu ritrovata strangolata in una vigna a Grottaferrata nel gennaio 1984. Nel 2013, Accetti srisse sul suo blog che la bara della ragazza era stata trafugata dal cimitero del Verano e collegò il macabro furto al caso di Emanuela Orlandi. Le sue dichiarazioni caddero nel vuoto ma nel 2022, la Procura dispose l’apertura del loculo che fu ritrovato in effetti vuoto: la bara di Katty era stata realmente rubata. Alla commissione parlamentare d’inchiesta Orlandi-Gregori che lo ha audito per ben sette ore, Accetti ha anche consegnato un lunghissimo memoriale. Dopo 43 anni forse è davvero arrivato il momento di vagliare tutte le confessioni e i racconti di Accetti per chiarire se abbia avuto ruolo in queste oscure vicende, o se sia stato solo un depistatore di professione.

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L’ “inflazione di Hormuz” si può combattere col rialzo dei tassi? Ho i miei dubbi

15 Giugno 2026 ore 12:08

di Riccardo Capanna

Il rialzo dei tassi è una scelta che potrà portare a danni politici non irrilevanti, e perciò è una scelta squisitamente europea.
Secondo la teoria economica, quando c’è un periodo di alta inflazione le banche centrali devono alzare i tassi d’interesse per far diminuire il denaro in circolazione e, di conseguenza, il suo costo. Affermare con orgoglio di “non essere mai un sostenitore dell’aumento dei tassi”, come ha fatto il ministro Tajani, dunque, è stupido e antieconomico.

Basta leggere le notizie per sapere, infatti, che a causa della guerra in Iran l’inflazione ha già toccato il 3% ed è prevista in aumento. Per la Bce, che per mandato deve puntare esclusivamente al target di un’inflazione al 2%, era una scelta obbligata aumentare il costo del denaro. Poi, ci si può chiedere se, al di là dell’inflazione, la stretta sui prestiti avrà altri effetti. E meno prestiti uguale meno crescita, il che può essere un duro colpo a un’economia già stagnante come quella europea.

Quello della crescita, però, non è l’ambito di cui si deve occupare la Bce. Allora vale la pena chiedersi: l’“inflazione di Hormuz”, ossia uno shock di offerta, si può combattere in questo modo? Se l’aumento dei prezzi fosse dovuto al troppo denaro in circolazione, infatti, la soluzione sarebbe a occhi chiusi l’aumento dei tassi. Ma l’inflazione di Hormuz è diversa: dipende dal costo delle materie prime in un mercato esterno a quello europeo, e per giunta di merci, come l’elettricità e la benzina, con una bassa elasticità (la cui domanda, cioè, non diminuisce all’aumentare del prezzo). È della stessa natura di quella del 2022, quando non a caso il rialzo dei tassi non contribuì alla diminuzione dell’inflazione (piuttosto, evitò il peggio, ovvero che aumentasse ancor di più).

Se non sono la panacea per l’inflazione, maggiori tassi d’interesse di riferimento faranno contenti gli istituti bancari, che emetteranno, come già nel 2022, meno prestiti e alzeranno i prelievi su quelli già in essere. Tra il 2022 e il 2024, in questo modo, in Italia le banche avevano incassato 112 miliardi di profitti, mentre nel sistema erano immessi 60 miliardi in meno rispetto agli anni precedenti.

In conclusione, si può dire che questo rialzo dei tassi, sia pur fatto con il buon proposito di abbassare l’inflazione, rimpinguerà le tasche dei banchieri, mentre le famiglie, le aziende e l’economia avranno meno liquidità e, in definitiva, meno soldi. Però tutto seguendo le regole europee!

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Chi non paga gli alimenti ai figli resta fuori dagli stadi ai Mondiali: la scelta dell’Argentina

15 Giugno 2026 ore 12:01

I padri che non hanno versato il mantenimento ai propri figli non potranno accedere agli stadi per seguire le partite dei Mondiali. È la decisione delle autorità in Argentina. In altre parole, chi non è in regola con gli obblighi economici verso i figli resterà fuori dagli impianti. L’annuncio è arrivato dalla ministra della Sicurezza nazionale, Alejandra Monteoliva, che ha spiegato con fermezza la linea adottata dal governo: “Chi non si prende cura dei bisogni dei propri figli non entrerà allo stadio per assistere alla partita”. Una misura che può apparire insolita, ma che in Argentina non rappresenta una novità assoluta. Restrizioni simili, infatti, vengono già applicate abitualmente nelle competizioni nazionali.

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E al Mondiale in corso tra Usa, Messico e Canada, il governo di Buenos Aires ha inviato alle autorità statunitensi un elenco di circa 13mila persone che risultano inadempienti da almeno due mesi nel pagamento degli alimenti destinati ai figli minorenni. Questi tifosi non potranno quindi assistere alle gare del torneo. A questa categoria si aggiungono le persone coinvolte nel programma “Tribuna Segura”, il sistema che impedisce l’accesso agli stadi a imputati, soggetti sotto processo o già condannati per reati collegati agli eventi sportivi, oltre a individui considerati potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico. Complessivamente, il numero delle persone escluse dagli impianti supera le 30mila unità.

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L’Argentina dovrà quindi rinunciare a una parte del proprio seguito sugli spalti. Se in molti casi le difficoltà di ingresso negli Stati Uniti sono state attribuite ai severi controlli delle autorità americane, in questa circostanza il divieto nasce direttamente da una decisione del governo argentino. Un provvedimento che continua a dividere l’opinione pubblica del Paese. Sul fronte sportivo, invece, cresce l’attesa per l’esordio della Nazionale di Lionel Messi, che scenderà in campo nella notte tra martedì e mercoledì, alle 3 ora italiana, contro l’Algeria.

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Dr. Christopher Helali: “Mi trattano da terrorista solo per le mie idee”

15 Giugno 2026 ore 12:00

Il Dr. Christopher Helali, analista politico, giornalista e funzionario eletto dello Stato del Vermont, racconta anzitutto la sua paradossale vicenda personale: le autorità statunitensi gli hanno impedito di imbarcarsi su un volo da Pechino al Messico, inserendolo in una “no-fly list” e trattandolo come un terrorista a causa della sua attività giornalistica e delle sue opinioni politiche a sostegno di Palestina e Iran.

Successivamente, il dibattito si sposta sulle recenti conferme ufficiali fornite da figure istituzionali statunitensi circa la presenza di quaranta biolaboratori americani in Ucraina. Helali descrive queste strutture come una minaccia letale per l’umanità, considerandole un legittimo casus belli per l’intervento militare russo.

Infine, l’analista esprime forte scetticismo sui proclami di pace di Donald Trump, spiegando che il supporto incondizionato della politica statunitense nei confronti di Israele è un legame bipartisan impossibile da spezzare, alimentato da un profondo fanatismo ideologico che ostacola qualsiasi reale mediazione nella regione.

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Mondiali, i giapponesi non si smentiscono mai: puliscono la tribuna dopo la partita. “È una questione di rispetto”

15 Giugno 2026 ore 11:52

La scena si ripete anche ad Arlington, in Texas, dopo il pareggio per 2-2 tra Giappone e Olanda. Cambiano i Mondiali, non i comportamenti dei tifosi giapponesi, che anche questa volta si sono fermati a ripulire lo stadio dopo la partita. Le borse blu che sventolavano con entusiasmo dopo il gol del pareggio segnato da Kamada nei minuti finali sono state poi utilizzate, al triplice fischio, per raccogliere i rifiuti nelle aree riservate ai tifosi.

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Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima. I video dei tifosi dei Samurai Blue che raccolgono e spazzano via i rifiuti dell’AT&T Stadium hanno attirato l’attenzione del pubblico. “Questa è la cultura, rispetto per tutti, giocatori, tifosi e stadio”, spiega una spettatrice giapponese. Scene simili si sono viste per la prima volta durante la prima partecipazione della nazionale giapponese ai Mondiali in Francia nel 1998. Da allora, lo fanno ogni volta che seguono la loro nazionale nei grandi eventi internazionali.

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Credit video: FIFA

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Omicidio di Roberto Guerrino a Milano: caccia alle tracce biologiche sul corpo

15 Giugno 2026 ore 11:49

È caccia alle tracce biologiche sul corpo di Roberto Guerrino, l’interprete assassinato nel suo appartamento a Milano durante un appuntamento. La speranza degli investigatori è che l’uomo, 60 anni, si sia difeso e in questa maniera potrebbe avere sul proprio corpo elementi utili per risalire a chi ha incontrato nella casa di via Nino Oxilia. Il corpo è stato ritrovato seminudo, ucciso con più colpi al cranio sferrati probabilmente dall’uomo con cui aveva fissato l’incontro su una app di incontri. Proprio le chat, tra l’altro, potrebbero risultare decisive.

Guerrino è stato trovato nella camera che funge anche da salotto dopo che i vigili del fuoco avevano aperto la porta con la chiave che l’interprete lasciava normalmente a una vicina di casa quando si assentava. Non si esclude che si sia trattato di una rapina perché nell’appartamento mancano alcuni oggetti di valore. Guerrino e chi era con lui potrebbero aver litigato per una richiesta di soldi dopo il rapporto. I militari stanno analizzando telefoni e computer dell’interprete per individuare la persona con cui era entrato in contatto e analizzano l’attività dell’uomo sulle piattaforme Grindr e Romeo, che già l’interprete aveva usato per fissare incontri.

Ancora non c’è certezza sull’oggetto con il quale l’uomo è stato colpito alla testa: ce ne sono vari pesanti e insanguinati in casa. Si ipotizza che possa essersi trattato di una statuetta di Buddha. Quale sia l’arma lo stabilirà l’autopsia che sarò disposta domani dal pm Carlo Scalas. Per il resto, si analizzano le telecamere delle vicinanze del palazzo in cui viveva Guerrino: una, che puntava sull’entrata del palazzo e che poteva essere determinante è risultata inutile perché malfunzionante.

Vi sono poi testimoni che lo hanno visto vivo alle 21.30 di venerdì ed è quindi verosimile che la morte sia avvenuta nella notte. Chi l’ha ucciso ha infierito sul viso e in testa, il piccolo bilocale era pieno di sangue. Guerrino avrebbe compiuto 61 anni il prossimo 13 luglio. Era interprete di conferenza, nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete a reali e capi di Stato, da Mattarella a Napolitano all’allora principe Carlo, ma anche per Bill Clinton e Henry Kissinger.

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Belen Rodriguez torna in tv (assieme a Elisabetta Canalis): ecco dove la vedremo

15 Giugno 2026 ore 11:46

Belen Rodriguez torna in tv. A far notizia nelle scorse settimane era stata la mancata conduzione de “L’Isola dei Famosi” poi affidata a Selvaggia Lucarelli, con le registrazioni in corso proprio in questi giorni nelle Filippine. La showgirl argentina farà ritorno a “Tu si que vales“, questa volta non alla conduzione. Sarà nel cast fisso dello show nello spazio dedicato al lip sync karaoke, fa sapere il giornalista Gabriele Parpiglia nella sua Newsletter.

Spazio che vedrà tra gli ospiti per una sera anche Ambra Angiolini ed Elena Santarelli. Già nelle scorse settimane Maria De Filippi aveva ospitato Belen Rodriguez nel talent show “Amici“, la showgirl, dopo indiscrezioni e polemiche, aveva rotto il silenzio commentando per la prima volta la sua assenza alla guida del reality di Canale 5: “Ho deciso di non accettare quando ho saputo la quantità di giorni all’estero che avrei dovuto trascorrere. Non riesco e non posso stare 45 giorni senza vedere i miei figli. Non sarei stata in grado di svolgere quel compito mancando di rispetto al mio lavoro e, con la mia assenza, secondo il parere, anche alla mia famiglia. Ringrazio Mediaset per aver capito la situazione e sicuramente avremo altre occasioni”, aveva scritto sul suo profilo Instagram.

Tu si que vales” tornerà nel sabato sera di Canale 5 con una importante novità. Il settimanale “Chi” annuncia l’arrivo alla conduzione dello show di Elisabetta Canalis al posto di Giulia Stabile. La ballerina, alla guida della trasmissione dal 2021, è impegnata nel tour mondiale della star spagnola Rosalía. L’ex velina sarà affiancata da Martin Castrogiovanni e Alessio Sakara. Nessuna novità per la giuria, il pubblico ritroverà Maria De Filippi, Paolo Bonolis, Luciana Littizzetto, Rudy Zerbi e la giurata del popolo sarà Sabrina Ferilli.

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Attacco russo a Kiev, in fiamme la cattedrale della Dormizione. Zelensky: “Barbarie”. Mosca nega: “Colpa di un missile Patriot Usa”

15 Giugno 2026 ore 11:40

Un attacco russo nella notte ha causato ingenti danni al complesso monastico di Kyiv-Pechersk: il tetto della Cattedrale della Dormizione ha preso fuoco, come denunciato dal capo della chiesa ordotossa ucraina, il metropolita Epifanio che ha parlato di un crimine “contro l’umanità, contro la storia, contro il cristianesimo”. Tymur Tkachenko, capo dell’Amministrazione militare della città di Kiev, ha accusato la Russia di aver colpito deliberatamente “il cuore di uno dei più grandi santuari cristiani”.

Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “un atto di barbarie”: “È un attacco alla comunità cristiana e al patrimonio culturale dell’umanità”, ha scritto su X. Mosca ha respinto le accuse. Secondo il ministero della Difesa russo sarebbe stato un missile Patriot di fabbricazione statunitense a colpire gli edifici del monastero di Pechersk a Kiek: “Una delle ragioni del malfunzionamento di questo sistema potrebbe essere la fornitura al regime di Kiev di missili con vita operativa scaduta da parte dei Paesi occidentali. Le forze armate russe non pianificano e non effettuano attacchi a infrastrutture civili”.

A condannare l’attacco anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Di fronte ai nuovo brutali attacchi russi contro i civili non possiamo svolgere lo sguardo altrove”. E per il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli: “La tutela del patrimonio culturale deve rimanere un principio inderogabile anche nei conflitti”.

Il sito dell’attacco. L’Unesco teme “ingenti danni”

Il Monastero delle Grotte di Kiev (Kyiv-Pechersk Lavra) è un vasto complesso di monasteri e chiese, alcune delle quali sotterranee, costruito tra l’XI e il XIX secolo. Alcune delle chiese di questo sito, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, sono collegate da un labirinto di grotte che si estende per oltre 600 metri. La cattedrale, le chiese e gli altri edifici si affacciano sulla riva destra del fiume Dnipro e sono meta di pellegrinaggio da secoli.

L’Unesco teme “danni importanti” alla Cattedrale della Dormizione, sito patrimonio mondiale, nell’attacco ha colpito il complesso della Lavra Pechersk a Kiev. Il raid “avrebbe causato danni significativi sia all’interno che all’esterno della Cattedrale della Dormizione”. “Anche le strutture storiche adiacenti, compresi elementi del complesso fortificato della Lavra e la Torre di Ivan Kushnik, sarebbero state colpite”, ha affermato l’Unesco in una nota.

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“Fabrizio si controllava ogni anno, eppure. Durante le prove del tour gli vennero forti dolori, buttò a terra la chitarra. All’ospedale gli dissero ‘le restano tre mesi di vita’”: Dori Ghezzi racconta

15 Giugno 2026 ore 11:33

Le interviste, rare, che rilascia Dori Ghezzi sono sempre ricche di aneddoti e ricordi. “La ragazza del Casatschok” racconta che quando le proposero di cantare questo brano le dissero anche di affrettarsi a decidere, “c’è già pronta la Goggi”. Poi coppia artistica con Wess, il flirt con Mal e il risotto allo zafferano preparato per Lucio Battisti: “Abitava vicino casa mia, lo invitavo spesso. Mamma gli preparava pure la cassœula. Venivano in tanti al ‘residence Ghezzi’. Dalla, Paoli, Vanoni. L’unico che mai è rimasto a dormire è stato Fabrizio. Per un certo periodo abbiamo vissuto lì”.

De André piaceva alla mamma di Ghezzi? Sì, ma “era preoccupata. Era sposato e con un figlio di 12 anni. Per fortuna non conoscevo sua moglie, altrimenti non mi ci sarei messa. Dopo diventammo amiche. In un’intervista rivelò: ‘Non sono mai andata tanto d’accordo con Fabrizio come da quando c’è Dori'”. Amici tanti, da Mia Martini (“(…) Ero severa con lei. Soffriva per le cattiverie dette alle sue spalle. Mi telefonava in lacrime. La rimproverai. ‘Se devi piangere non chiamarmi più, perché soffriamo in due’. Da allora mi raccontò tutte le cose brutte ridendo”) a Ornella Vanoni (“Spesso guardavamo insieme Sanremo, io, lei e Fabrizio. Noi due eravamo le più critiche, lui invece lo difendeva. Però non ci è mai andato“) e poi Cristiano Malgioglio che, com’è noto, la presentò a De André: “Ci presentò. (Fabrizio, ndr) stava registrando Valzer per un amore. Me la cantò guardandomi negli occhi: ‘E per questo ti dico amore, amor/ Io t’attenderò ogni sera/ Ma tu vieni non aspettare ancor/ Vieni adesso finché è primavera’. Ci scambiammo i numeri e il giorno dopo mi chiamò. Fu come se ci conoscessimo da sempre”.

Tanti i ricordi di questo amore, dagli amici che le dicevano che De André l’avrebbe fatta soffrire, a Lucio Battisti che capì e la rassicurò dicendole “non sarà una botta e via”. Lei, Dori Ghezzi, lo sapeva: “Non sono mai stata una come tante. Ero quella che doveva salvarlo. Confessò: ‘Senza di lei sarei morto in una soffitta da alcolizzato'”. Non mancano racconti del rapimento, nell’agosto del 1979: “Portavamo due cappucci con una feritoia per la bocca. Ogni tanto ce li toglievano e se li mettevano loro. Si procurarono bombola e fornello per permetterci di cucinare, un rischio. Mangiavamo insieme. Mi accompagnavano quando mi appartavo per le mie necessità, però mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora. Avevo le unghie lunghissime, me le tagliarono con la pattadese, il tradizionale coltello a serramanico sardo, vennero perfette”.

E la malattia di Fabrizio De André: “Si controllava ogni anno, eppure. Era in tour, durante le prove a Saint-Vincent gli vennero dei dolori forti, non riusciva a suonare la chitarra, la buttò a terra. Andò all’ospedale di Aosta. Gli dissero: ‘Le restano tre mesi di vita’. Il male era partito dai polmoni, ormai era ovunque“. E l’amarezza: “Fabrizio fumava tre pacchetti al giorno, una dietro l’altra e nemmeno le finiva, ha bruciato non sa quanti mobili. Il padre gli aveva chiesto di smettere di bere e lo aveva fatto. Purtroppo non gli chiese di smettere di fumare”.

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Follia Taranto, scoppia il caos dopo la sconfitta: invasione di campo dei tifosi, giocatori aggrediti e scontri con la polizia

15 Giugno 2026 ore 11:30

L’attesa, l’entusiasmo di un possibile ritorno in Serie D e poi un finale da dimenticare, con invasione di campo e aggressione ai calciatori. Per Taranto doveva essere una giornata storica, quella del riscatto dopo un anno difficile e si è trasformata in un incubo. La formazione tarantina giocava la finale di ritorno degli spareggi di Eccellenza contro il Gladiator: all’andata era finita 0-0, in Campania, in casa del Gladiator.

Ieri, allo stadio Italia di Massafra, il ritorno: a vincere però è stato il Gladiator per 1-2, con il gol di Giorgio all’ultimo secondo. Dopo il fischio finale, il caos: alcuni tifosi del Taranto hanno fatto invasione di campo, iniziando la caccia all’uomo nei confronti dei calciatori. In alcuni video sul web si vede anche un tifoso scagliarsi contro Nicola Loiodice, top player del club e capitano, salvato solo da un uomo della sicurezza che si è frapposto tra il calciatore e l’aggressore. Poi anche alcuni scontri con la polizia, tutto in mezzo al campo.

Scene di caos, con i calciatori scappati immediatamente negli spogliatoi, mentre quelli del Gladiator festeggiavano sotto il settore ospiti. Il Taranto rimane così in Eccellenza, nonostante un budget importante messo a disposizione di allenatore e direttore sportivo per tornare in Serie D dopo il fallimento dello scorso anno in Serie C. E dall’anno prossimo la società tornerà in uno stadio “Iacovone” rinnovato per i Giochi del Mediterraneo.

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La Casa Bianca diventa un ring per la festa di Trump: combattimenti UFC, jet da guerra, Zuckerberg e Ibrahimovic in prima fila | Foto

15 Giugno 2026 ore 11:24
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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Alex Pereira walks out on the Blue Room Balcony for his interim heavyweight title bout against Ciryl Gane during UFC Freedom 250on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington, accompanied by Medal of Honor recipient Capt. Flo Groberg, left, and Chad Booth of the Plan Beach Sheriff's office, right. (AP Photo/Alex Brandon)

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APTOPIX - le foto piu belle della giornata di Associated Press

President Donald Trump attends UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 Trump

Ilia Toupruia, left, fights Justin Gaethje during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Guests attend UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

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APTOPIX - le foto piu belle della giornata di Associated Press

President Donald Trump and first lady Melania Trump attend UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Sean O'Malley walks through the Blue Room of the White House ahead of his bantamweight bout against Aiemann Zahabi during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Alex Pereira, right, fights Ciryl Gane during their interim heavyweight title bout at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Ilia Toupruia prepares for his lightweight title bout against Justin Gaethje during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Dana White, president and CEO of UFC, from left, Todd Golden, head coach of the University of Florida men's basketball team, and President Donald Trump pose for a photo during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Sean O'Malley walks out for his bantamweight bout against Aiemann Zahabi during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon, Pool)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Derrick Lewis walks through the Red Room of the White House ahead of his heavyweight bout against Josh Hokit during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)

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APTOPIX - le foto piu belle della giornata di Associated Press

President Donald Trump, center, smiles as he sits next to first lady Melania Trump, right, and UFC President and CEO Dana White, left, while posing for a photo with other guests during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (Evan Vucci/Pool Photo via AP)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Josh Hokit leaves the ring after winning his fight against Derrick Lewis in a heavyweight bout during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

President Donald Trump waves alongside Dana White, president and CEO of UFC, as they arrive for the UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Mauricio Ruffy, right, fights Michael Chandler during their lightweight bout at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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First lady Melania Trump attends UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Mauricio Ruffy wins his bout against Michael Chandler at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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President Donald Trump and Dana White, UFC president and CEO, arrive for UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Diego Lopes sits on the octagon for his featherweight bout with Steve Garcia at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House in Washington, Sunday, June 14, 2026. (Evan Vucci/Pool Photo via AP)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Josh Hokit walks out for his heavyweight bout against Derrick Lewis during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon, Pool)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Michael Chandler waits in the Grand Foyer of the White House before his lightweight bout against Brazil's Mauricio Ruffy during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Alex Pereira greets Meta CEO Mark Zuckerberg after his interim heavyweight title bout loss to Ciryl Gane at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

Donald Trump ha celebrato il suo 80esimo compleanno con una serata senza precedenti alla Casa Bianca: un evento di arti marziali miste organizzato nel giardino sud della residenza presidenziale, trasformato per una notte in un’arena UFC. Una festa che è arrivata poche ore dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. La serata, battezzata “UFC Freedom 250”, è stata presentata anche come parte delle celebrazioni per il 250esimo anniversario degli Stati Uniti. Trump è uscito dallo Studio Ovale insieme al presidente della UFC Dana White e ha raggiunto l’arena tra applausi e cori “USA! USA!”, in una scena più simile all’ingresso di due lottatori che a quello di un capo di Stato.

Ad assistere agli incontri c’erano la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e numerosi membri dell’amministrazione americana. Sul prato sud erano presenti oltre 4.000 spettatori, mentre altre migliaia di persone hanno seguito l’evento su maxischermi allestiti nelle aree vicine alla Casa Bianca. Secondo alcune stime, fino a 100mila persone si sarebbero radunate nella fan zone predisposta all’Ellipse.

L’atmosfera era quella di una grande celebrazione patriottica. Dodici jet militari hanno sorvolato Washington, la banda dei Marines ha accompagnato alcuni momenti della serata e il cantante Zac Brown ha eseguito l’inno nazionale americano. Trump, con la mano sul cuore, ha assistito alla cerimonia dal balcone Truman prima di prendere posto a bordo gabbia. Per alcune ore, i luoghi simbolo del potere americano si sono trasformati nel backstage della UFC. I combattenti hanno utilizzato edifici governativi come spogliatoi e sono stati ripresi durante il riscaldamento tra colonne di marmo e corridoi normalmente riservati all’attività politica.

Nel match principale più atteso, il francese Ciryl Gane ha conquistato la cintura ad interim dei pesi massimi battendo il brasiliano Alex Pereira per KO tecnico a 1 minuto e 27 secondi del secondo round. Una vittoria che gli garantisce una futura rivincita contro il campione della categoria, Tom Aspinall. Non tutto, però, è andato come sperava il presidente americano. Uno dei suoi invitati personali, il peso massimo statunitense Derrick Lewis, è stato sconfitto da Josh Hokit, che ha mantenuto l’imbattibilità portando il proprio record a 10 vittorie e nessuna sconfitta.

Tra i volti noti presenti figuravano anche Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, David Ellison di Paramount Skydance, l’ex pugile Tyson Fury, accolto da una standing ovation, e Zlatan Ibrahimovic, arrivato insieme al proprietario del Milan Gerry Cardinale. L’ex attaccante svedese, intervistato prima degli incontri, ha definito la serata “semplicemente fantastica”.

Mentre alla Casa Bianca andava in scena uno spettacolo tra sport, politica e celebrazione personale del presidente, Trump ha continuato a rivendicare il recente accordo con l’Iran, definendolo un risultato che i suoi predecessori non erano riusciti a raggiungere. Poche ore dopo la conclusione dell’evento, il presidente è partito a bordo dell’Air Force One in direzione della Francia per il vertice del G7, con il dossier mediorientale tra i principali temi in agenda.

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Blitz antimafia a Palermo: arrestato Raffaele Galatolo, il boss ergastolano con i permessi premio

15 Giugno 2026 ore 11:05

Uno, un vecchio boss da tempo ormai in libertà. L’altro, ergastolano ma considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi premio grazie ai quali tornava a Palermo. Ma la loro vita, sostiene la Dda di Palermo, non era per nulla cambiata e stavano riorganizzando le famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella, due delle più importanti del mandamento di Resuttana. Così oggi Stefano Fidanzati e Raffaele Galatolo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza insieme ad altre undici persone in un’operazione antimafia che vede indagate 45 persone.

Fidanzati era tornato in libertà da tempo ma, secondo l’accusa, sarebbe ancora a capo della famiglia mafiosa dell’Arenella. Il boss ergastolano Raffaele Galatolo, in carcere a Napoli e considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi, riorganizzava la famiglia dell’Acquasanta: aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere e lavorare in un’associazione di volontariato. Agli arrestati – 8 in carcere e cinque ai domiciliari – vengono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta, favoreggiamento personale, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo di attività di scommesse.

Le investigazioni hanno consentito di acquisire elementi utili a delineare gli assetti interni delle due famiglie. In particolare, è emerso come, anche grazie al supporto di una stabile rete di sodali e alla forza di intimidazione derivante dall’appartenenza all’associazione mafiosa, i capi famiglia avrebbero esercitato la propria influenza sui rispettivi territori di riferimento, mantenendo la capacità di orientare le attività illecite, dirimere controversie interne o con soggetti appartenenti ad altri mandamenti, nonché condizionare l’operatività economica e commerciale. Con riferimento alla famiglia mafiosa dell’Arenella, l’attività d’indagine ha permesso di ricostruire le modalità di imposizione mafiosa sul territorio da parte del capofamiglia, il quale, anche attraverso interazioni con altri esponenti di vertice di Cosa nostra, avrebbe esercitato la propria influenza anche rilevando società, fittiziamente intestate, a incensurati al fine di reimpiegare i capitali illeciti.

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Morto Davide Paglialunga, 21enne calciatore: la sua auto a fuoco dopo un incidente. Grave un suo amico, salvato da un finanziere

15 Giugno 2026 ore 11:02

Si chiamava Davide Paglialunga, 21 anni di Ancona, il ragazzo morto nell’incidente di questa mattina in zona Baraccola ad Ancona. Si trovava al volante dell’auto e in macchina con lui c’erano altre tre persone ferite dopo lo schianto, una di loro in modo grave. Paglialunga, nato nel 2005, quest’anno ha giocato a calcio come centrocampista nel campionato di Eccellenza con la Jesina. Nelle giovanili aveva militato con l’Ascoli, il Fano e l’Ancona. Tutte società che con un post social hanno voluto ricordarlo.

Paglialunga era alla guida della Opel Corsa coinvolta nel violento schianto con una Fiat Punto, che ha provocato anche quattro feriti. Secondo una prima ricostruzione, l’auto guidata dal 21enne morto avrebbe subito preso fuoco e proprio in quel momento un finanziere di Ancona che stava andando a lavoro, è passato dal luogo dell’incidente, si è fermato, è sceso ed è corso verso le auto distrutte per dare aiuto. Due degli amici di Paglialunga erano riusciti a uscire da soli dall’abitacolo, mentre un altro ragazzo di 19 anni – anche lui calciatore – era rimasto intrappolato. Il finanziere è riuscito a forzare lo sportello posteriore e trascinarlo fuori, salvandolo.

“Davide era un ragazzo brillante, e sensibile. Sempre positivo nello spogliatoio, un compagno di viaggio ideale”. Con queste parole la società di calcio Jesina, iscritta al campionato di Eccellenza, ha salutato Davide Paglialunga. “Ci sono notizie che lasciano senza fiato, che spezzano il respiro e congelano il tempo. La prematura e tragica scomparsa di Davide ha aperto un vuoto immenso nel cuore della nostra società, tra i compagni di squadra, lo staff e chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo. – si legge nel post diffuso su Facebook – Solo pochi giorni fa avevamo annunciato il rinnovo di Davide anche per la prossima stagione sportiva. Davide, a soli 21 anni, ha messo a disposizione della squadra tutte le sue qualità sportive, il suo talento, una ferrea determinazione e una visione di gioco che lasciava intravedere per lui un futuro luminoso”.

La società di calcio marchigiano ricorda il giovane calciatore sottolineando come abbia sempre “dimostrato un attaccamento speciale per la maglia che ha spesso indossato da titolare nel corso di tutta la stagione da poco conclusa“. “Scendeva in campo con l’orgoglio di chi difende la propria casa, lottando su ogni pallone fino all’ultimo secondo, diventando un esempio di dedizione e lealtà per ogni suo compagno. – concludono – Fuori dal campo, il quadro si completava con la bellezza della sua persona. Il destino ce lo ha strappato via troppo presto, lungo una strada maledetta, ma non potrà mai cancellare quello che ha seminato nei nostri cuori. Ci piace pensare che Davide non ha smesso di correre: ha solo cambiato campo”.

“Ci sono domeniche che iniziano con lo strazio dentro. In queste ore si sta consumando il dramma più profondo dentro le case di alcune famiglie dell’Anconetano”, ha invece scritto sui social il sindaco di Ancona e vicepresidente vicario dell’Anci, Daniele Silvetti. “Un giovane, bello, spensierato e con una vita davanti ha perso la vita tra quelle lamiere e altri quattro ragazzi stanno combattendo contro la morte. – ha aggiunto il sindaco – Il pianto di quei genitori, di quella madre che stringo dentro di me porta ogni volta la nostra mente ai nostri figli. Al loro ritorno a casa, nelle loro camerette, tra le lenzuola dei loro letti. Ma non basta, poi ci sono le amicizie, quelle spezzate proprio da fatti come questo di oggi e senti tua figlia piangere e ti accorgi che il dramma è più vicino, ti ha quasi sfiorato, per poche ore, perché gli sguardi tra loro si erano incrociati al mare, di pomeriggio. Mi dispiace tremendamente, per loro e per quei genitori che non conosco ma che mi sembra di sentire, di percepire, almeno dentro di me”.

Credit foto: pagina Facebook “Jesina Calcio”

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Dalla produzione di serie alle missioni militari. Debutta Renault 4TROOP

di: F. Q.
15 Giugno 2026 ore 10:57

In occasione di Eurosatory 2026, il principale salone europeo dedicato alla difesa terrestre, Renault Group e Thales hanno presentato 4TROOP, un prototipo di Veicolo Civile Multi-Ruolo (VCMR) sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra il costruttore automobilistico francese e il gruppo specializzato in sistemi elettronici e comunicazioni sicure. L’obiettivo è integrare tecnologie militari avanzate su piattaforme derivate dalla produzione civile, con l’intento di ridurre tempi e costi di sviluppo, semplificare la logistica e sfruttare reti di assistenza già esistenti.

Basato su un veicolo della gamma Renault, 4TROOP incorpora sistemi di comunicazione sicura, connettività tattica e strumenti di supporto decisionale sviluppati da Thales. Il mezzo è progettato per elaborare grandi quantità di dati operativi, coordinare droni e robot terrestri e fungere da centro di comando mobile configurabile in funzione delle missioni.

Il prototipo esposto a Eurosatory è dotato di propulsione ibrida a trazione integrale. Secondo i due partner, questa configurazione consente di combinare autonomia operativa e capacità di movimento a bassa rumorosità. Il sistema Vehicle-to-Load (V2L) permette inoltre di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul campo, aumentando l’autonomia energetica delle unità impiegate.

Tra gli impieghi previsti figurano attività di ricognizione, coordinamento delle operazioni, supporto logistico, controllo di aree sensibili, scorta e gestione di sistemi autonomi. Le tecnologie installate derivano in parte dall’ecosistema SCORPION, il programma di digitalizzazione delle forze armate terrestri francesi, e comprendono piattaforme per la gestione delle comunicazioni, il coordinamento multi-sensore e la protezione cyber delle operazioni.

Renault ha sottolineato come il concetto possa essere adattato a diverse tipologie di veicoli del gruppo, dai suv ai veicoli commerciali leggeri. Secondo le aziende coinvolte, l’approccio consentirebbe alle forze armate di acquisire rapidamente nuove capacità operative mantenendo la compatibilità con i sistemi di comando e controllo già in uso.

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L’età d’ingresso a scuola fa la differenza

15 Giugno 2026 ore 10:50

L’età in cui un bambino inizia ad andare a scuola può avere conseguenze per tutta la vita, dal successo scolastico e lavorativo alle relazioni sociali, alla salute. L’ingresso precoce ha vantaggi e svantaggi. La flessibilità del percorso aiuta a bilanciarli.

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L’età d’ingresso a scuola fa la differenza

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L’età in cui un bambino inizia ad andare a scuola può avere conseguenze per tutta la vita, dal successo scolastico e lavorativo alle relazioni sociali, alla salute. L’ingresso precoce ha vantaggi e svantaggi. La flessibilità del percorso aiuta a bilanciarli.

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Iran, il debutto ai Mondiali nel giorno dell’accordo con gli Usa. Taremi attacca la Fifa: “Il calcio porta pace? Qui c’è troppa tensione”

15 Giugno 2026 ore 10:44

Sarebbe bello dire che è merito del calcio, dello sport più in generale, e dei suoi valori universali. Ma non è così. È soltanto per un caso che l’Iran scende in campo per la prima volta ai Mondiali quasi in concomitanza – solo 24 ore dopo – con l’annuncio dell’accordo raggiunto con gli Usa. La guerra è finita (forse), ma giocatori e tecnici del Team Melli non hanno nessuna voglia di far festa. E nemmeno di parlarne. Domenica si sono correttamente presentati alla conferenza stampa programmata alla vigilia del debutto previsto questa sera a Los Angeles, nel cuore della notte italiana, contro la Nuova Zelanda, ma le facce del ct Ghalenoei e del capitano Taremi erano tutt’altro che distese.

Reduci da mezz’ora di volo e poi dalle solite sei ore di controlli di sicurezza, dopo il confino a Tijuana, in Messico, né l’allenatore né l’ex interista hanno voluto rispondere alle domande sulle notizie della imminente fine del conflitto: “Queste sono cose che non dovete chiedere a noi”. Piuttosto, non hanno nascosto la loro irritazione per come sono stati costretti ad avvicinarsi a questo Mondiale. Ha provato a fare il diplomatico il ct: “Sono molto felice di rappresentare la grande e orgogliosa nazione dell’Iran. Spero che il calcio porti gioia e divertimento e che avvicini culture e nazioni. E spero che per noi vada tutto bene nonostante i problemi che ci sono stati creati e che mi augurino non influenzino la qualità del nostro gioco”.

Però non ha potuto fare a meno di osservare: “Certamente ci hanno voluto mettere in difficoltà, siamo arrivati in Messico tardi e non abbiamo avuto abbastanza tempo per adattarci. La nostra preparazione non è stata ideale. Ma siamo abituati a trasformare le difficoltà in opportunità”. Ancora più diretto Taremi, che ha messo nel mirino il comportamento della Fifa: “C’è troppa tensione. Una situazione che mina il messaggio che la Fifa vuole trasmettere, cioè che il calcio porta pace. Questa Coppa del Mondo avrebbe dovuto offrire un’atmosfera migliore di quella che c’è. Peraltro non è stato solo l’Iran a essere colpito da questi problemi: anche altri, persino un arbitro, ne hanno risentito”. Nessun ringraziamento a Infantino, che si è vantato di essersi battuto perché comunque l’Iran ci fosse. Solo tanta riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dal popolo messicano.

Molto diversa invece l’accoglienza a Los Angeles. Sia durante l’allenamento di rifinitura, sia all’arrivo nell’hotel in zona Manhattan Beach, ma non sul mare, il Team Melli ha trovato alcune decine di manifestanti in rappresentanza degli oltre mezzo milione di iraniani e dei 50mila appartenenti alla comunità ebraica persiana, li chiamano Teherangeles, fuoriusciti dal Paese dopo la rivoluzione islamica e concentrati in gran parte nella zona di Westwood, ribattezzata anche Little Persia. C’è grande preoccupazione per quello che potrà accadere stasera allo stadio: la Fifa ha predisposto il divieto di far entrare le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole al posto dell’emblema di Allah. Difficile però che si riesca a rispettarlo. Queste bandiere già si sono viste allo stadio di San Francisco in occasione di Svizzera-Qatar. Il problema è che la Federazione di Teheran ha fatto sapere che alla prima bandiera di quel tipo esposto e addirittura al primo slogan ostile lanciato ritirerà la squadra dal campo.

Se si riuscirà a giocare a calcio regolarmente, nonostante la preparazione difficoltosa, l’Iran è favorito abbastanza nettamente. Nel ranking Fifa è al ventesimo posto, solo otto posizioni dietro l’Italia, mentre la Nuova Zelanda è 85esima. L’Iran partecipa al Mondiale per la settima volta, la quarta consecutiva, ma non ha mai passato la fase a gironi. Curioso che debutti nello stesso stadio che ha visto l’esordio degli Usa e che vi sia la possibilità che le due squadre si affrontino nei sedicesimi di finale. Quattro anni fa in Qatar finì 1-0 per gli americani.

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Allarme ladri ad alta quota: le compagnie aeree introducono agenti “segreti” a bordo contro i troppi furti durante i voli, ecco come agiranno

15 Giugno 2026 ore 10:36

Mentre l’aereo viaggia a diecimila metri di altezza e i passeggeri dormono nel silenzio dei voli notturni, c’è chi si muove con destrezza tra i sedili per saccheggiare i bagagli a mano. Il fenomeno dei furti ad alta quota è diventato talmente strutturato da spingere diverse compagnie aeree a imbarcare segretamente agenti di sicurezza privati, confusi tra i normali viaggiatori, per cogliere i ladri in flagrante. Come rivelato dal Corriere della Sera, la contromisura è emersa a margine dell’assemblea annuale della Iata a Rio de Janeiro, dove cinque amministratori delegati di vettori europei e asiatici hanno rotto il silenzio su un’emergenza sempre più difficile da arginare.

Il vertice di Doha e l’identikit dei “criminali abili”

Sebbene la situazione non venga definita disperata, i numeri hanno raggiunto una criticità tale da spingere una trentina di aerolinee internazionali a riunirsi in un vertice riservato a Doha, in Qatar, per studiare una strategia comune. “Purtroppo quasi ogni giorno riceviamo report di viaggiatori che hanno denunciato la sparizione sui nostri voli di oggetti preziosi, portafogli, computer, tablet, cellulari, cuffie“, hanno confessato due dei manager protetti dall’anonimato. A operare nei cieli sono veri e propri professionisti del settore. “Si tratta di criminali abili, portano a segno il colpo anche in pieno giorno con decine di passeggeri svegli”, rivela un terzo amministratore delegato. Le vittime predilette vengono spesso adocchiate e selezionate poco prima dell’imbarco, nella zona dei gate, monitorando chi viaggia con oggetti di valore.

Il boom dei bagagli a mano e l’inganno della cappelliera

Le radici del problema affondano nelle nuove abitudini di viaggio post-pandemia. Con il drastico aumento dei passeggeri che scelgono di viaggiare esclusivamente con il trolley e una borsa piccola per evitare i costi del bagaglio in stiva, la quantità di effetti personali appetibili in cabina è letteralmente raddoppiata. A questo si aggiunge il problema cronico dello spazio a bordo: quando i voli sono completi, il trolley del passeggero non finisce quasi mai nella cappelliera situata sopra la propria testa, ma viene posizionato dagli assistenti di volo svariate file più indietro. Con una media di 155 passeggeri a bordo, diventa impossibile controllare a distanza la propria borsa e capire se un individuo stia maneggiando il proprio bagaglio o quello di un estraneo.

Le rotte calde: l’Asia in cima, ma il fenomeno dilaga in Europa

Secondo Nick Careen, senior vice president Operations, safety and security della Iata, il problema si concentra in mercati specifici. “L’Asia è la più grande area di preoccupazione e in molti casi si tratta di una cosa organizzata”, ha confermato Careen, specificando che le tratte a lungo raggio e i voli notturni sono i più esposti. Tuttavia, il problema sta registrando un’impennata anche in Europa, come confermato dai vertici di due vettori low-cost. All’interno dello spazio Schengen, l’assenza di controlli alle frontiere permette ai ladri di muoversi liberamente, arrivando a imbarcarsi su due o tre voli differenti al giorno con compagnie diverse. Le rotte più colpite nel Vecchio Continente risultano essere quelle prettamente turistiche o quelle a forte trazione “business“. Ad oggi non esistono statistiche ufficiali: le compagnie evitano la pubblicazione dei dati per non danneggiare la propria reputazione, mentre molti passeggeri si accorgono del furto solo una volta tornati a casa, rinunciando alla denuncia.

Agenti in incognito come contro il terrorismo

Per arginare le perdite e proteggere l’utenza, diverse aerolinee asiatiche hanno iniziato a impiegare “sentinelle” a bordo. Si tratta di addetti alla sicurezza che viaggiano in abiti civili e con regolare biglietto, replicando il modello dei poliziotti di volo (air marshals) storicamente utilizzati sulle rotte a rischio terrorismo. Il loro unico compito è osservare la cabina durante le ore di buio per intercettare movimenti sospetti attorno alle cappelliere. Quando il furto viene scoperto a bordo, l’iter è complesso. Il 22 gennaio scorso, sul volo Zurigo-Hong Kong, la denuncia di un passeggero ha costretto i piloti a richiedere il blocco del velivolo all’atterraggio: la polizia è salita a bordo e ha perquisito uno a uno gli oltre 250 passeggeri prima di autorizzare lo sbarco.

La Iata, pur precisando che non siamo di fronte a un fenomeno dilagante, monitorerà l’evoluzione dei prossimi mesi per valutare interventi normativi più severi. Nel frattempo, i consigli degli esperti per i viaggiatori rimangono legati al buonsenso: tenere denaro, documenti e dispositivi elettronici sempre sotto il sedile davanti al proprio e mai nella cappelliera, applicare lucchetti ai trolley e controllare l’integrità delle borse prima di scendere dall’aereo.

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La Gran Bretagna vieta l’uso dei social per tutti i minori di 16 anni: l’annuncio del premier Starmer

15 Giugno 2026 ore 10:26

Il premier britannico Keir Starmer ha annunciato oggi l’imminente divieto di utilizzo dei social media per tutti i minori di 16 anni. La decisione pone la Gran Bretagna all’avanguardia sul tema della protezione dei minori online, ricalcando una legge simile approvata in Australia alla fine dello scorso anno. E ha subito scatenato l’ira delle Big Tech: “I divieti generalizzati allontanano i ragazzi da esperienze curate e supervisionate, indirizzandoli verso servizi anonimi e meno sicuri“, ha affermato un portavoce di YouTube in una dichiarazione.

Durante una conferenza stampa a Downing Street, Starmer ha dichiarato che “il governo vieterà l’accesso ai social media a tutti i minori di 16 anni”. L’annuncio del premier britannico arriva nel primo giorno del vertice del G7 in Francia, dove i leader mondiali dovrebbero discutere le misure per proteggere i bambini dai pericoli online.

Il dibattito è aperto anche all’interno dell’Unione europea. “I leader dell’Ue e la Commissione europea stanno esaminando come rendere gli spazi online più sicuri per i minori, anche attraverso l’introduzione di una maggiore età digitale per l’accesso ai social media“, ha dichiarato sabato sui social il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Nel frattempo presto anche il Canada potrebbe seguire l’esempio di Australia e Gran Bretagna: la proposta di legge, denominata Safe Social Media Act, è stata presentata alla Camera dei Comuni dal Ministro della Cultura Marc Miller. La norma canadese prevede che le aziende tecnologiche potranno aggirare il divieto se dimostrano di avere politiche per ridurre al minimo i danni ai minori.

In Italia invece il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi. E le attuali leggi sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Questa settimana è stata annunciata la ripresa dell’iter in Parlamento sul ddl bipartisan 1136 per la tutela dei minori nella dimensione digitale Mennuni Madia. Nel frattempo il deputato dem Stefano Vaccari ha presentato la sua proposta di legge per tutelare i minori nell’accesso alle piattaforme digitali con sistemi di verifica d’età.

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“La scambio con un frigorifero”: l’annuncio choc su Facebook. Salvata una cagnolina in gravi condizioni: “Ora sarai amata e non sarai mai più trattata come una merce”

15 Giugno 2026 ore 10:08

Una cagnolina denutrita e in condizioni di forte trascuratezza è stata proposta online in cambio di un frigorifero. È successo in Brasile, dove la vicenda di Cachecol, una Spitz Tedesca, ha suscitato tanta indignazione sui social e mobilitato alcuni volontari che sono riusciti a salvarla. L’annuncio era stato pubblicato in un gruppo Facebook dedicato agli scambi tra privati nello Stato del Rio Grande do Sul. Il proprietario dell’animale aveva deciso di cederla chiedendo in cambio un elettrodomestico, trattandola di fatto come un bene qualsiasi. La segnalazione è arrivata rapidamente agli attivisti locali, che hanno deciso di intervenire.

Secondo quanto riportato da La Stampa, a recuperare la cagnolina è stata la volontaria Deise Falci, che il 28 maggio l’ha presa in custodia e portata in un luogo sicuro. Dopo il salvataggio è stata ribattezzata Cachecol, parola portoghese che significa “sciarpa”, scelta per il particolare aspetto del suo mantello dopo una tosatura incompleta.

Le condizioni

Fin dai primi controlli è apparso evidente che l’animale aveva vissuto a lungo in condizioni difficili. Cachecol era molto magra, debilitata e presentava gravi problemi dentali dovuti alla mancanza di cure. I veterinari hanno riscontrato un forte accumulo di tartaro e la perdita di alcuni incisivi, tutti segni compatibili con anni di trascuratezza.

Secondo chi si sta occupando di lei, la cagnolina potrebbe essere stata utilizzata per lungo tempo come fattrice. Le condizioni fisiche osservate dai volontari hanno infatti fatto nascere il sospetto che sia stata sfruttata per la riproduzione e successivamente abbandonata quando non era più considerata redditizia. Dopo il recupero, Cachecol ha iniziato un percorso di cure veterinarie e riabilitazione. È stata sottoposta a interventi per trattare le infezioni presenti nella bocca e segue un programma alimentare per recuperare peso e salute.

Un lieto fine

Oggi Cachecol si trova al sicuro e sta affrontando un graduale percorso di recupero sotto la supervisione dei volontari che l’hanno soccorsa. Nonostante le evidenti sofferenze subite, la cagnolina si è mostrata fin da subito docile e collaborativa, e ha facilitato ai veterinari le cure e l’assistenza quotidiana. Nelle prossime settimane proseguiranno gli accertamenti e il programma di riabilitazione, con l’obiettivo di restituirle piena salute e prepararla a una futura adozione.

Condividendo gli aggiornamenti sul recupero della cagnolina, la volontaria Deise Falci ha commentato così l’episodio: “Ora sarai amata e non sarai mai più trattata come una merce. La sofferenza dei cani di razza pura finirà solo quando le persone smetteranno di comprarli”.

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Il Castello delle Cerimonie verso la chiusura? Il messaggio che non lascia speranze all’hotel “La Sonrisa” dopo la decisione del Consiglio di Stato

15 Giugno 2026 ore 09:53

“Siamo spiacenti ma non ci sono camere disponibili nel periodo selezionato o ci sono restrizioni nel numero di pernottamenti minimi richiesti”. È questo il messaggio in cui ci si imbatte provando a effettuare prenotazioni sul sito del Grand Hotel “La Sonrisa”, meglio noto come “Il Castello delle Cerimonie”. E poco importa se si seleziona il periodo estivo, quello autunnale o addirittura gennaio 2027. La situazione non cambia modificando il numero degli ospiti e le date di arrivo e partenza. Nella location di Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, sembra ormai impossibile entrare. Ci si sta definitivamente avviando verso la chiusura? È quel che viene da pensare soprattutto alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi, quando il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso che i Polese, proprietari della location, avevano presentato sperando di poter ribaltare l’ordinanza del Tar Campania, che a sua volta aveva già confermato la revoca delle licenze da parte del Comune.

La decisione dei giudici

I giudici si sono pronunciati tenendo conto della sentenza definitiva datata febbraio 2024, secondo cui i locali de “La Sonrisa” sarebbero abusivi e senza la destinazione turistica-ricettiva. Stando così le cose, la struttura pur rimanendo formalmente aperta non può svolgere attività alberghiera e di ristorazione, e in tal senso andrebbe letta anche la mancata disponibilità di camere evidenziata dal sistema di prenotazione, sebbene proprio nella giornata di ieri si sia svolto un evento dedicato alla scaramanzia napoletana. È giunto il momento di scrivere la parola ‘fine’ per l’hotel del compianto don Antonio Polese?

La voce dei dipendenti

Il prossimo 24 novembre ci sarà l’udienza pubblica per la decisione definitiva nel merito, e prima, il 9 luglio, toccherà alla Cassazione pronunciarsi sui ricorsi avanzati dagli avvocati dei Polese. Certo, ci sarebbe anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo davanti alla quale i legali dell’hotel hanno portato la vicenda, ma come scrive Fanpage i tempi di Strasburgo “sono lunghi e difficilmente potrebbero incidere sulla stagione in corso”. Nel frattempo persone molto vicine alla struttura, come Gaetano Nino Davide, uno dei volti storici che da anni lavora nell’hotel, si mobilitano sui social raccogliendo il sostegno e la solidarietà delle persone. “Il lavoro di una vita merita rispetto e tutela, non può essere cancellato all’improvviso. Lo Stato non deve dimenticarsi di noi: ha il dovere di tutelarci, e farlo con amore prima di ogni altra cosa” si legge in uno degli ultimi post di Nino.

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Due elicotteri in volo si scontrano e poi precipitano sopra una concessionaria d’auto provocando un incendio: morto il rapper 32enne Oliver Tree, con lui altre 5 vittime

15 Giugno 2026 ore 09:32

Due elicotteri in volo sopra la zona occidentale di Rio de Janeiro si sono scontrati domenica mattina, precipitano sui tetti di una concessionaria d’auto e innescando un vasto incendio che ha distrutto venti veicoli. L’impatto aereo non ha lasciato superstiti. Tra le sei vittime accertate c’è Oliver Tree, trentaduenne cantautore e produttore discografico statunitense, noto a livello globale per brani da centinaia di milioni di ascolti come “Life Goes On” e “Miss You”.

La dinamica dell’incidente e le indagini

La collisione è avvenuta nel quartiere di Recreio dos Bandeirantes. Secondo le informazioni diffuse dall’emittente CNN Brazil, a bordo del primo velivolo viaggiavano cinque persone, tra cui il musicista californiano e Gaspar Prim, uno youtuber e creatore di contenuti molto popolare in Argentina. Il secondo elicottero era occupato esclusivamente dal pilota. Entrambi i mezzi sono precipitati sulla struttura commerciale sottostante, richiedendo l’intervento immediato dei vigili del fuoco per domare le fiamme. Le indagini per chiarire le cause e l’esatta dinamica dello scontro aereo sono state formalmente affidate al Cenipa, il Centro per le indagini e la prevenzione degli incidenti aeronautici dell’Aeronautica militare brasiliana.

Il tour mondiale interrotto

Fino al giorno precedente allo schianto, Tree aveva pubblicato regolarmente contenuti sui propri canali social documentando la sua permanenza in Brasile. L’artista si trovava nel Paese sudamericano per una tappa del suo tour mondiale da headliner, organizzato per promuovere il suo quarto album in studio interamente autoprodotto, intitolato “Love You Madly, Hate You Badly” e pubblicato nel mese di aprile. La tournée, iniziata il 30 maggio a Città del Messico, prevedeva numerose date internazionali in Sudafrica, Giappone, Nuova Zelanda e Antartide, oltre a un concerto in Italia programmato per l’8 luglio al circolo Magnolia di Milano.

Dal debutto ai record su TikTok

Nato in California, Tree aveva costruito una carriera musicale di successo fondendo l’hip hop melodico con influenze rock e dance, accompagnate da testi spesso ironici. Aveva iniziato a pubblicare brani su Soundcloud nel 2010 con lo pseudonimo Kryph, per poi debuttare ufficialmente nel 2013 con l’EP “Demons“, lavoro che conteneva una cover hip hop e lo-fi di “Karma Police” dei Radiohead elogiata dallo stesso Thom Yorke. Il salto di qualità nell’industria avvenne nel 2016 con il singolo “When I’m Down”, che gli valse un contratto con la Atlantic Records. Negli anni successivi, la sua figura pubblica, caratterizzata da un’estetica volutamente eccentrica e kitsch con tute acetate anni Ottanta e un iconico taglio di capelli a scodella, lo ha reso un fenomeno virale. Sulla piattaforma TikTok aveva accumulato 15,4 milioni di follower: il brano “Life Goes On”, estratto dal primo album in studio “Ugly Is Beautiful” del 2020, è stato utilizzato dagli utenti in oltre 3,7 milioni di video, portando il cantautore a superare gli 11 milioni di ascoltatori mensili su Spotify.

Il cordoglio di Melanie Martinez

A poche ore dalla diffusione della notizia, la cantautrice Melanie Martinez, ex compagna di Tree, ha affidato ai social un lungo ricordo dell’ex compagno: “Sono stata letteralmente a pezzi oggi”, ha scritto Martinez in una storia sul suo profilo Instagram. “È davvero difficile capire come qualcuno con cui un tempo hai condiviso un periodo così specifico e formativo della tua vita possa improvvisamente non esserci più. Era così dedito alla sua arte, cosa che ammiravo e rispettavo profondamente. Penso che tutti coloro che lo hanno conosciuto ripenseranno a quei momenti di risate e gioia che riusciva a suscitare così facilmente”. La cantante ha concluso il suo ricordo sottolineando l’attitudine creativa del musicista: “La sua capacità di guidare creativamente e di agire, mantenendo allo stesso tempo un senso di meraviglia e stupore infantile, era di grande ispirazione. Aveva un cuore grande ed era un vero artista in ogni senso. Riposa in pace Oliver. So che stai facendo ridacchiare gli angeli. Resterò qui a chiedermi quale acrobazia e progetto creativo stai architettando in paradiso. Tutto il mio amore”.

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Accordo Usa-Iran, la reazione dei mercati: volano le Borse europee, in calo il prezzo di petrolio e gas

15 Giugno 2026 ore 09:32

Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.

L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.

In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.

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“Ragazzi, la corda!”: 21enne si lancia nel vuoto per fare bunjee jumping, ma nessuno aveva agganciato il cavo di sicurezza. Sei arresti per la morte di Maria Eduarda Rodrigues de Freitas

15 Giugno 2026 ore 09:13

Una sessione di bungee jumping si è trasformata in una caduta mortale a causa di un grave errore di disattenzione da parte degli istruttori, che hanno omesso di agganciare la corda di sicurezza prima del salto. Sabato 13 giugno, a Limeira, nello Stato brasiliano di San Paolo, la ventunenne Maria Eduarda Rodrigues de Freitas ha perso la vita dopo essere precipitata dal celebre Ponte dello Scheletro (Ponte do Esqueleto). I membri dello staff della società privata a cui la giovane si era affidata l’hanno sollevata e spinta nel vuoto da un’altezza di circa 40 metri senza aver assicurato l’imbracatura alla struttura portante. La Polizia militare è intervenuta sul posto procedendo all’arresto dei responsabili dell’evento.

Il lancio nel vuoto e il video dell’incidente

La vittima, laureata in educazione fisica e management dello sport, aveva acquistato un pacchetto turistico guidato che prevedeva il lancio dal viadotto in disuso. Il drammatico momento è stato ripreso con uno smartphone da uno degli spettatori presenti. Le immagini, finite sui social, mostrano la ventunenne con indosso il casco protettivo mentre viene sollevata di peso dagli addetti, portata all’estremità della passerella di legno e gettata nel vuoto a volo d’angelo. Subito dopo la spinta, il video documenta l’esatto istante in cui i presenti si accorgono della gravissima mancanza. Chi stava filmando ha inquadrato la fune di sicurezza abbandonata al suolo sulla struttura, urlando agli istruttori: “Ragazzi, la corda!”. Poco prima del salto, la giovane aveva pubblicato una storia sul suo profilo Instagram (successivamente oscurato), in cui ironizzava sull’esperienza estrema imminente: “Chi è stato il pazzo che mi ha permesso di saltare giù da un ponte?”.

I soccorsi inutili e le indagini della Polizia

Dopo l’impatto sul fondo del burrone, lo staff e alcuni testimoni hanno raggiunto il corpo nel tentativo di praticare le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Sul posto è stato inviato anche un elicottero della Polizia, ma all’arrivo dell’équipe medica non è stato possibile fare altro che constatare il decesso sul colpo, causato dai devastanti traumi multipli. Il fidanzato della vittima, giunto sul luogo della tragedia poco dopo, ha accusato un malore ed è stato trasportato al pronto soccorso.

Le indagini, affidate alla Polizia Civile brasiliana, hanno portato al fermo immediato di sei persone legate all’organizzazione. Tra queste, tre uomini di 27, 32 e 42 anni sono stati formalmente arrestati sulla scena con l’accusa di omicidio con dolo eventuale. Gli avvocati difensori degli indagati hanno replicato alle accuse affermando che i loro assistiti vantano una grande esperienza nel settore e che si tratta della prima vittima registrata dall’azienda in anni di attività. Una tesi nettamente respinta dalle autorità investigative. La delegata di Polizia Andrea Dantas Levy ha infatti fornito un quadro preciso delle irregolarità riscontrate, dichiarando all’emittente G1: “Era un team non in regola; non avevano nemmeno l’autorizzazione per essere lì. Hanno finito per organizzare questo evento, e questa fatalità è avvenuta oggi, secondo la mia percezione, a causa di una mancata verifica e supervisione del posizionamento della corda sul salto della vittima”.

Lo scontro istituzionale

Il caso ha innescato un’immediata reazione politica e istituzionale. Il viadotto utilizzato per i lanci, infatti, è un’area di competenza statale nota da tempo come punto di ritrovo per gli sport estremi, ma del tutto priva di regolamentazione. Il Consiglio comunale di Limeira ha annunciato un’azione legale contro il governo federale brasiliano. A ufficializzare l’iniziativa è stato il sindaco della città, Murilo Félix, che ha inquadrato le responsabilità dell’accaduto oltre il singolo errore umano degli istruttori: “È necessario determinare le responsabilità per la mancanza di controllo degli accessi a un’area federale che da anni presenta rischi noti e che manca ancora delle necessarie misure di protezione”.

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Mondiali, i risultati della notte: l’Olanda fermata dal Giappone, spettacolo in Costa d’Avorio-Ecuador | La nuova classifica

15 Giugno 2026 ore 08:34

La notte dei Mondiali ha regalato due goleade e due partite ricche di emozioni, tra risultati larghi e finali al cardiopalma. A prendersi la scena sono state soprattutto Germania e Svezia, entrambe vittoriose con ampi margini. Se il 7-1 dei tedeschi contro l’esordiente Curacao era in qualche modo pronosticabile, più sorprendente è stato il netto 5-1 della Svezia sulla Tunisia, risultato che proietta gli scandinavi in testa al loro girone. Non sono mancati però neanche i match combattuti. A Dallas, Giappone e Olanda hanno chiuso sul 2-2 dopo una sfida equilibrata e ricca di colpi di scena. Ancora più spettacolare, nonostante il punteggio finale, è stata Costa d’Avorio-Ecuador: ritmo altissimo, occasioni continue, tre traverse colpite e un gol decisivo soltanto al 90’, firmato da Amad Diallo.

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Nel Gruppo E la Germania ha iniziato il proprio Mondiale travolgendo Curacao per 7-1 a Houston. Eppure la piccola nazionale caraibica, al debutto assoluto in una Coppa del Mondo, aveva persino fatto sognare i suoi tifosi trovando il momentaneo pareggio con Comenencia dopo il vantaggio iniziale di Nmecha. Prima dell’intervallo sono arrivati il 2-1 di Schlotterbeck e il rigore trasformato da Havertz. Nella ripresa i tedeschi hanno cambiato marcia e dilagato con Musiala, Brown, Undav e ancora Havertz, chiudendo con un eloquente 7-1.

A Dallas, invece, Giappone e Olanda hanno dato vita a una sfida molto più equilibrata. Dopo un primo tempo senza reti, Van Dijk ha portato avanti gli Oranje di testa. I nipponici hanno reagito con Nakamura, ma gli olandesi sono tornati in vantaggio grazie a una splendida conclusione di Summerville. Quando la vittoria sembrava ormai vicina, all’89’ è arrivato il colpo di testa di Kamada, che ha fissato il risultato sul 2-2.

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Lo spettacolo più intenso della notte è andato però in scena tra Costa d’Avorio ed Ecuador. Il punteggio finale di 1-0 racconta solo una parte della storia. Le due squadre hanno giocato a ritmi elevatissimi, colpendo complessivamente tre traverse e costruendo occasioni da una parte e dall’altra. A decidere il match è stato Amad Diallo, che al 90’ ha trovato il gol vittoria con un sinistro dall’interno dell’area. Per la Costa d’Avorio è un successo prezioso in chiave qualificazione, mentre per l’Ecuador si interrompe una striscia di 19 partite senza sconfitte.

Nel Gruppo F la sorpresa di giornata porta la firma della Svezia, che ha schiantato la Tunisia per 5-1. Protagonista assoluto Yasin Ayari, autore di una doppietta con due conclusioni dalla distanza. A segno anche Alexander Isak, Viktor Gyökeres e Mattias Svanberg, mentre per i tunisini il gol della bandiera è stato realizzato da Omar Rekik. Un successo che consente agli svedesi di balzare in vetta al girone.

Mondiali, i risultati delle partite della notte

Germania-Curacao 7-1 (nel pt 6’ Nmecha, 21’ Comenencia, 38’ Schlotterbeck, 45’+ rig. Havertz; nel st 2’ Musiala, 23’ Brown, 33’ Undav, 43’ Havertz)

Giappone-Olanda 2-2 (nel st 10’ Van Dijk, 17’ Nakamura, 29’ Summerville, 44’ Kamada)

Costa d’Avorio-Ecuador 1-0 (nel st 45’ Diallo)

Svezia-Tunisia 5-1 (nel pt 7’ Ayari; nel st Isak, Gyökeres, Svanberg, Rekik, Ayari)

Mondiali, la nuova classifica dei gironi

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Btp Italia Sì: al via il collocamento del nuovo titolo di Stato. Rendimento minimo all’1,6 per cento

15 Giugno 2026 ore 08:11

Parte oggi il collocamento del nuovo Btp Italia Sì, il nuovo titolo di Stato indicizzato all’inflazione per i piccoli risparmiatori con cui il Mef punta a consolidare la quota di famiglie e home trading nel finanziare il debito pubblico.
L’emissione, della durata di cinque anni, offre un rendimento reale annuo minimo garantito dell’1,6%, cui si aggiunge la rivalutazione legata all’andamento dei prezzi, oltre a un premio fedeltà dello 0,6% del capitale sottoscritto per chi acquista il titolo nei giorni del collocamento e lo mantiene fino alla scadenza e alla tassazione agevolata al 12,5% prevista per tutti i titoli di Stato.

Si potrà accedere al nuovo titolo di Stato dal 15 giugno e fino a venerdì 19 giugno alle ore 13, salvo chiusura anticipata. Per il calcolo del valore complessivo delle cedole a questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale nel periodo di riferimento. Il Btp Italia Sì – con godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031 – prevede cedole semestrali legate al tasso di inflazione nazionale, oltre a un premio finale extra dello 0,6% sul capitale sottoscritto riservato a coloro che lo acquistano nei giorni di emissione e lo detengono fino a scadenza. Al termine del collocamento il tasso minimo garantito potrà essere confermato o rivisto al rialzo, in base alle condizioni di mercato. La sottoscrizione del Btp Italia Sì è riservata ai soli risparmiatori individuali e affini. Non sono previsti tetti o riparti, quindi tutte le domande pervenute nel periodo di collocamento saranno interamente soddisfatte. Il codice Isin del titolo necessario per identificarlo e acquistarlo durante il periodo di collocamento è IT0005713539.

Il Mef ricorda che è possibile comprare Btp Italia Sì, oltre che in banca o all’ufficio postale, anche online mediante il proprio home-banking (con funzione di trading abilitata). L’emissione avrà luogo sul Mot (Mercato telematico delle obbligazioni e titoli di Stato di Borsa italiana) attraverso Intesa Sanpaolo e UniCredit (dealer dell’operazione), e Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm (co-dealer dell’operazione). Il Btp Italia Sì viene acquistato a partire da un minimo di 1.000 euro durante i giorni del collocamento e potrà essere ceduto interamente o in parte prima della sua scadenza, senza vincoli e alle condizioni di mercato, sempre per lotti minimi da 1.000 euro nominali. Il capitale nominale sottoscritto è garantito a scadenza.

Il pacchetto nasce per invogliare la platea di ‘risparmiatori individuali e affini’ a restare fedeli ai Btp, ora che l’inflazione elevata causata dallo shock energetico in Medio Oriente rende meno convenienti i vecchi titoli. Le cedole, anziché essere calcolate sul capitale rivalutato per l’inflazione, semplicemente aggiungono al tasso minimo l’inflazione calcolata dall’indice Nic. Nel concreto, se l’inflazione (calcolata dall’indice Foi) fosse del 2%, le cedole semestrali sarebbero dell’1,8%: un tasso ottenuto sommando all’1,6% l’inflazione, per arrivare a un 3,6% annuo da dividere in due semestri. Per un raffronto con il mercato, il Btp Italia Giugno 2032, cedola 1,85% rende un tasso reale di circa l’1,44%. Le sottoscrizioni potrebbero beneficiare anche della recente scadenza per oltre sette miliardi di euro, di un Btp Italia a maggio.

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Bonus genitori separati, manca ancora il decreto attuativo che fisserà la data del clic day per chiedere l’aiuto fino a 500 euro al mese

15 Giugno 2026 ore 08:11

La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una misura attesa da tempo per contrastare l’emergenza abitativa che colpisce chi affronta la fine di un matrimonio o di una convivenza: il bonus genitori separati. Si tratta di un contributo economico concreto, erogato sotto forma di assegno mensile, che può raggiungere i 500 euro al mese. Questo incentivo non è un sussidio assistenziale generico, ma un aiuto specifico pensato per coprire le spese reali e dimostrabili di chi, a seguito di un provvedimento del giudice, si ritrova a dover abbandonare l’ex casa familiare e a dover cercare una nuova sistemazione immobiliare. Il meccanismo punta a sostenere il genitore cosiddetto uscente, che spesso deve affrontare il peso di un nuovo canone di locazione pur continuando a partecipare alle spese del vecchio nucleo familiare.

Bonus genitori separati: un fondo da 60 milioni

La misura stanzia un fondo complessivo di 60 milioni di euro per il triennio che va dal 2026 al 2028, con una dote finanziaria di 20 milioni di euro all’anno. Questo budget servirà a finanziare il bonus garantendo un contributo economico mensile che oscillerà tra i 400 e i 500 euro a richiedente. L’aiuto economico non è a fondo perduto generico, ma è vincolato al rimborso di spese reali e dimostrabili legate alla ricerca e al mantenimento di un nuovo alloggio. I fondi copriranno i canoni d’affitto mensili di contratti di locazione regolarmente registrati, ma anche i costi iniziali necessari per avviare la nuova sistemazione, come le caparre confirmatorie per bloccare l’appartamento, le spese vive di trasloco e i costi per l’eventuale deposito temporaneo dei mobili.

Come funziona la misura

Il meccanismo d’intervento del bonus genitori separati punta a rimborsare il genitore che, non essendo assegnatario dell’ex casa familiare per disposizione del giudice, deve sostenere autonomamente un secondo costo abitativo. La normativa riconosce la sovrapposizione finanziaria che colpisce chi esce dall’alloggio coniugale: queste persone si trovano spesso a dover pagare contemporaneamente la propria quota del vecchio mutuo immobiliare, l’assegno di mantenimento mensile stabilito dal tribunale per i figli e, in aggiunta, il canone di locazione per il nuovo appartamento. Il bonus genitori separati interviene per alleggerire questa specifica somma di uscite mensili, erogando la quota stabilita direttamente sul conto corrente del beneficiario.

I requisiti d’accesso e le differenze con i vecchi aiuti Covid

Per accedere al fondo e ottenere il bonus genitori separati è necessario soddisfare requisiti d’accesso molto rigidi e diversi rispetto alle passate tutele emergenziali. Questo bonus non ha infatti alcun legame con il vecchio contributo da 800 euro introdotto durante la pandemia, che richiedeva la sospensione o riduzione dell’attività lavorativa a causa del lockdown. La misura attuale si configura come un sostegno all’affitto e richiede lo stato di genitore separato o divorziato con provvedimento formale del tribunale, il non essere assegnatario della casa familiare e la titolarità di un nuovo contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato presso l’Agenzia delle Entrate.

I limiti di reddito e il nodo dei figli a carico fino a 21 anni

La concessione del bonus genitori separati è subordinata alla presenza di uno o più figli fiscalmente a carico che non abbiano superato i 21 anni di età al momento della presentazione della domanda. La normativa fiscale stabilisce criteri precisi per definire il carico familiare: i figli devono avere un reddito annuo lordo inferiore a 4.000 euro se hanno meno di ventiquattro anni, oppure inferiore a 2.840,51 euro se superano questa età. In assenza di figli fiscalmente a carico entro i ventuno anni, la domanda viene scartata d’ufficio. Il barometro economico per l’assegnazione dei fondi sarà l’indicatore Isee aggiornato: i criteri di priorità premieranno i richiedenti con i valori Isee più bassi fino a esaurimento dello stanziamento annuale.

I controlli su mantenimento, fisco e fedina penale

Lo Stato ha previsto un sistema di controlli incrociati automatici per verificare l’onorabilità e la regolarità finanziaria di chi richiede il bonus genitori separati. Il genitore che presenta l’istanza deve dimostrare di essere in regola con il versamento dell’assegno di mantenimento per i figli disposto dal giudice, senza alcuna mensilità arretrata. Oltre alle verifiche fiscali sulla registrazione del contratto d’affitto e sulle dichiarazioni dei redditi dei figli, l’accesso ai fondi è precluso a chiunque abbia riportato condanne penali o abbia in corso procedimenti penali ostativi. La mancanza di uno solo di questi requisiti o l’irregolarità nei pagamenti del mantenimento comporta la revoca del beneficio e il recupero delle somme eventualmente già erogate.

Cosa manca per l’invio delle domande: l’attesa dei decreti e l’opzione tasse

Nonostante lo stanziamento del bonus genitori separati sia operativo nella legge di Bilancio 2026, i canali per l’invio delle domande non sono ancora attivi. Si attende la pubblicazione del decreto attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze. Questo testo fisserà la data ufficiale del click-day, il tetto massimo di Isee ammesso e la piattaforma telematica da usare, che sarà gestita dall’Inps. Il decreto attuativo dovrà inoltre sciogliere il nodo sulla modalità di erogazione: la via principale resta l’accredito diretto tramite bonifico mensile, ma resta al vaglio l’alternativa di trasformare il bonus in un credito d’imposta speciale o in una detrazione da utilizzare direttamente in dichiarazione dei redditi per abbattere le tasse annuali.

I documenti da preparare subito per non perdere il treno del click-day

Trattandosi di una procedura a sportello dove i fondi del bonus genitori separati verranno assegnati in base all’ordine cronologico di presentazione fino a esaurimento delle risorse, è fondamentale raccogliere la documentazione in anticipo. Per farsi trovare pronti all’apertura dei termini bisogna disporre di un’identità digitale attiva, Spid o Carta d’Identità Elettronica, richiedere l’attestazione ISEE aggiornata al nuovo anno e avere a portata di mano la copia conforme della sentenza di separazione o divorzio del tribunale. Saranno inoltre indispensabili il codice fiscale dei figli a carico, la copia del contratto d’affitto con la relativa ricevuta di registrazione dell’Agenzia delle Entrate e le ricevute dei bonifici che attestano il regolare pagamento del mantenimento dei figli.

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La crisi dell’elettrodomestico: i tagli di Electrolux in Italia, il riassetto internazionale e la longa manus dei cinesi di Midea

15 Giugno 2026 ore 08:11

Una forbice tra Nord America e Spagna che alla fine porta a un taglio di posti di lavoro nel nostro Paese. Un po’ come sta avvenendo nel mondo dell’automotive, l’Italia rischia di pagare dazio nel settore del bianco, comparto scosso da un riassetto internazionale per reggere l’onda d’urto innescata dall’avanzata dei prodotti cinesi a basso costo. Movimenti nei quali le aziende di Pechino danno le carte e fanno il gioco. Dopo aver visto andare in fumo quasi mille posti di lavoro nella vertenza Beko, il governo deve ora gestire i 1.700 licenziamenti annunciati da Electrolux negli stabilimenti italiani. Oggi è in programma il tavolo al ministero delle Imprese per comprendere se esista un’apertura da parte dell’azienda a rimodulare gli esuberi. La strada è stretta perché la multinazionale svedese, da decenni nel nostro Paese, ha chiarito di non avere intenzione di retrocedere: la fabbrica di Cerreto d’Esi deve chiudere, lasciando per strada 170 operai, e verranno sacrificati oltre 1.500 posti di lavoro negli altri stabilimenti.

Il taglio di circa il 40% dei dipendenti italiani arriva a pochi mesi di distanza da una maxi-operazione in Nord America che ha coinvolto l’azienda con sede a Stoccolma. Ad aprile Electrolux ha siglato un accordo con il gigante cinese Midea che prevede la creazione di una joint venture paritetica per sviluppare e vendere prodotti di refrigerazione in quell’area. Il Nord America rappresenta circa un terzo del fatturato di Electrolux, soprattutto grazie al marchio Frigidaire, e negli ultimi anni aveva registrato forti perdite operative. Attraverso un aumento di capitale da 9 miliardi di corone svedesi, la multinazionale metterà a terra il piano con i cinesi incentrato sulla collaborazione nelle fabbriche di Juarez (Messico) e Anderson (Carolina del Sud) sperando in un rilancio. Nel frattempo la creazione della piattaforma industriale condivisa negli Stati Uniti permette a Midea, sfruttando la debolezza contingente di Electrolux, di penetrare nel mercato americano garantendosi la rete distributiva degli svedesi.

Se negli Stati Uniti Midea si è appoggiata sulle spalle degli svedesi, in Europa si è già da tempo posizionata comprando Teka da Heritage B, la holding tedesca che controllava il marchio spagnolo e Küppersbusch. L’operazione ha avuto il via libera dell’Antitrust Ue nel 2025, un passo che ha sbloccato definitivamente l’intesa del 2024. Teka è il brand più importante in Spagna con una quota di mercato intorno al 15%. Specializzata in piani cottura, cappe ed elettrodomestici da incasso, ha fabbriche a Santander e Saragozza. Il piano dei cinesi è espansivo e punta a portare i prodotti Teka in nuovi mercati. Come l’Italia. A marzo, l’azienda ha riunito oltre 300 ospiti da 18 Paesi a Venezia in un evento che ha sancito lo sbarco nel nostro Paese: “Un passaggio strategico nel percorso di crescita del brand in Europa”, lo definì Alberto Di Luzio, general manager di Midea Italia.

Il vortice di acquisizioni e riposizionamenti su scala globale ha finora tagliato fuori l’Italia e rischia ora di travolgerla. Dopo gli accordi in Nord America, Electrolux ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Jaszbereny, in Ungheria, entro la fine dell’anno: perderanno il posto circa 600 dipendenti specializzati nella produzione di frigoriferi da incasso e a libera installazione. Quindi è arrivata la sforbiciata in Italia: la produzione di cappe aspiranti cesserà a Cerreto d’Esi mentre sta avviando produzioni gemelle in Polonia, mentre ci saranno forti tagli a Forlì che vedrà scomparire la linea di piani cottura e a Susegana dove si producono frigoriferi da incasso, Porcia invece ci rimetterà le lavasciuga e Solaro dovrà razionalizzare la produzione di lavatrici.

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Alpine A390 GT, la prova de Il Fatto.it – Sul lago di Como con la fastback elettrica – FOTO

15 Giugno 2026 ore 08:06
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Il lago caro a George Clooney, il cielo azzurro, il sole. Il primo assaggio su strada della nuova sport fastback targata Alpine: il marchio figo e sportivo del gruppo Renault non avrebbe potuto godere di uno scenario migliore. A Lezzeno, vicino alla celeberrima Bellagio, ha fatto infatti tappa la prova, cominciata e finita all’Alpine Atelier di Milano, strategicamente collocato a due passi dalla piazza sopraelevata dedicata a Gae Aulenti, regina del design tricolore.

E tricolore è pure la firma del design della A390 (anche se sulla bandiera c’è il blu d’Oltralpe al posto dell’italico verde), visto che il boss stilistico del brand è il francese Antony Villain. Un design decisamente piacevole caratterizza la berlina coupé totalmente elettrica, in vendita al non indifferente prezzo di 69 mila euro, che durante la fase di lancio scendono poco sopra i 62 mila euro. Pur esibendo una certa stazza – è lunga 4,62 metri – soprattutto per merito del cofano spiovente e del tetto arcuato, la A390 esibisce una linea aggressivamente sportiva. Le dimensioni abbondanti permettono di non chiedere sacrifici a chi si accomodo in seconda fila. In quattro si sta comodissimi, in cinque abbastanza comodi, a patto che quelli dietro non siano alti come Dino Meneghin. Transalpini sono pure l’impianto hifi Devialet e le gomme Michelin. A rompere il monopolio francese ci pensano, e si fanno notare bellamente, le rosse pinze italiane made in Brembo.

La A390 si presenta in due versioni. La più “tranquilla” è la GT, che con i suoi 400 cavalli di potenza in dotazione fa da zero a 100 in 4,8 secondi e i 200 orari di punta. La GTS è un pochino più cattivella: di cavalli ne ha 470, i cento all’ora li tocca in 3,9 secondi e il picco velocistico si attesta a 200 km/ora. Nel test abbiamo guidato la GT. Purtroppo su un percorso stradale aperto al traffico normale e quindi non è stato possibile far emergere sino in fondo il carattere da peperina della vettura. Tuttavia, il divertimento è comunque arrivato sulle curve per salire sul Ghisallo e da lì nella discesa fino al lago. Abbiamo anche inserito la modalità “overtake”, quella che ti regala dieci secondi di eccitazione grazie alla erogazione di una potenza extra. Per fare i “bauscia”, come dicono a Milano, si può pure ottenere una partenza da fermo assatanata con il launch control. Non lo abbiamo fatto. Forse perché nella playlist fatta suonare dall’eccellente impianto Devialet scorreva la lentissima e trascinata versione di “Believe” eseguita da Okay Kaya. Chi non la conosce la trova al volo su Youtube, gratis.

Una volta piazzati al volante, la plancia con due schermi da circa 12 pollici offre una sensazione di comfort sportivo. I comandi touch dilagano ma qualcuno in Francia ha pensato anche ai non-nativi digitali: per comandare il climatizzatore, infatti, i tasti sono fisici.

I motori sono tre: uno davanti e due che governano, uno a testa, le due ruote posteriori. Permettendo così all’Alpine Torque Vectoring di fornire più coppia all’esterno, narcotizzando la tendenza al sovrasterzo e al sottosterzo. A proposito di ruote: con quelle da 20 pollici, dice la Casa costruttrice, si possono percorrere fino a 557 km con un pieno di elettricità. Bah. Per arrivare da Milano a Lezzeno la carica della batteria è scesa del 25 per cento circa. Non abbiamo guidato come in una economy run ma neppure come Markku Alen.

I sedili sono avvolgenti e dal taglio sportiveggiante, ma chi ha un animo corsaiolo e soldini in più da cacciare sappia che si possono anche montare dei Sabelt con gli schienali in carbonio. Avvolti nei sedili, coccolati dal lungolago in primavera, siamo arrivati alla sosta di Lezzeno con in testa il romantico ritornello di “Believe”, che recita “Do you believe in the life after love?”. Passando davanti a una stazione di servizio tradizionale e pensando alla batteria che alimenta i propulsori della A390, il ritornello è riemerso leggermente modificato. “Do you believe in the life after benzina & gasolio?”. C’est la vie, certo. Ma chissà come andrà a finire davvero l’invasione elettrica.

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La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata

15 Giugno 2026 ore 07:56

di Claudio Trevisan

Il vino e gli altri alcolici sono importanti per la cultura italiana visto che sono legati alla socializzazione/divertimento e sono delle eccellenze del Made in Italy, con milioni di consumatori in Italia oltre all’estero. Il settore vale sempre di più economicamente e beneficia lo Stato/genera occupazione/valorizza il territorio. Purtroppo, il consumo degli alcolici ha anche un altissimo costo sociale/economico per noi. Attualmente, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, i consumatori a rischio sono circa 8 milioni di persone inclusi circa 780.000 “consumatori dannosi” (presentano un danno organico/psichico conclamato). I decessi correlati all’alcol (droga psicoattiva legale) nel 2023 erano 17.000 circa (morti per cirrosi epatica/incidenti stradali/suicidi/omicidi/sindrome psicotica).

La dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal sistema sanitario italiano, visto che ha basi biologiche (modifica il cervello), andamento cronico/recidivante e criteri diagnostici oggettivi, che richiede trattamento medico e psicologico. Non è un “vizio”.

I segnali precoci della dipendenza da alcol vengono spesso sottovalutati. L’evoluzione è graduale e passa da uso sociale, a uso rischioso, a perdita di controllo iniziale fino alla dipendenza conclamata. I primi segnali possono essere quello di bere più spesso, usarlo per gestire emozioni, perdere leggermente il controllo, iniziare a cambiare abitudini sociali e “difensività” (minimizza/evita il tema) quando qualcuno fa notare i cambiamenti. In questa prima fase si potrebbe intervenire più facilmente e prevenire la dipendenza vera e propria.

Per superare la negazione, chi gli è più vicino (+ un professionista), dovrebbe utilizzare il “colloquio motivazionale” tramite un linguaggio empatico centrato sull’impatto concreto dei comportamenti: “Mi preoccupa vederti così” descrivendo fatti concreti per esempio: “I tuoi amici ti hanno portato a casa perché non stavi in piedi”/“la polizia ti ha ritirato la patente” e: “Come sarebbe la tua vita fra un anno se nulla cambiasse?” etc. Si dovrebbe offrire una soluzione, per esempio, “andiamoci insieme dal medico o ad Alcoholics Anonymous/al Club Alcologici Territoriali (che offrono anonimato, supporto tra pari e continuità)”. Inoltre, i familiari dovrebbero seguire il metodo CRAFIT/CRAFT per non alimentare involontariamente il comportamento, comunicare senza scontri e fornire supporto non complice.

Cosa fanno negli altri paesi? In Svezia/Norvegia usano l’intervento precoce con screening sistematico durante visite mediche con questionari per intercettare il problema; in Germania/Paesi utilizzano supporto medico/psicoterapia e in Portogallo/Canada riducono il danno con obbiettivi graduali. I sistemi con i risultati migliori combinano l’intervento precoce, approccio motivazionale, sostegno familiare e continuità terapeutica.

Purtroppo, le persone con problemi di dipendenza in Italia non possono essere obbligate ad accettare le cure (almeno che non ci sia una incapacità grave). Secondo me quelli che, causa l’alcol, hanno avuto problemi con la giustizia, (non solo quelli in carcere), per risse, patente ritirata etc. o problemi di salute, dovrebbero essere obbligati per legge, in quanto senza piena capacità di intendere e volere, ad accettare le necessarie cure/terapie e relativi controlli nel lungo periodo.

Il proibizionismo della droga alcol NON è una soluzione, (vedi esperienza USA), ma a mio parere quelli che fanno i profitti con l’alcol dovrebbero essere costretti a versare parte dei loro profitti in fondi di compensazione per poter coprire i costi per le relative cure/danni/prevenzione. La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata.

Comunque, se tu (sì, tu) hai avuto problemi legati all’alcol non aspettare, (prima che hai un’altra ricaduta), fai il passo più importante cioè ammetti a te stesso/a di avere bisogno di aiuto (non vergognarti è una malattia), e poi nell’anonimato contatta chi ti potrà aiutare. Non aspettare! Ti vogliamo bene.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Non c’è Beethoven senza di lui. Con Guido d’Arezzo si celebrano i mille anni della scrittura musicale

15 Giugno 2026 ore 07:56

Galileo, Einstein, Michelangelo, Shakespeare, Giotto, Aristotele, Kant: e ne potrei aggiungere tanti, tanti altri. Sono personaggi enormi che hanno modificato, ampliato, arricchito interi territori della nostra cultura. Qui ve ne propongo un altro, forse meno universalmente noto, ma non per questo meno grande.

È Guido d’Arezzo. Non si sa dove sia nato, è probabile Pomposa, nel ferrarese, dove fu istruito. Fu monaco benedettino poco dopo l’anno Mille, nella locale abbazia, allora un importante centro monastico. Intorno al 1025 entrò al servizio di Teodaldo di Canossa vescovo di Arezzo. Che fece di così significativo? Una cosa semplice semplice, che ha però cambiato il corso della storia e della cultura musicale dell’Occidente: inventò la scrittura musicale su rigo. Un’invenzione dalle ricadute pedagogiche e didattiche immense, che incise profondamente sulla formazione dei musicisti, e rese possibile il poderoso sviluppo dell’arte musicale: la quale, come tutti sanno, proprio nella notazione ha un requisito essenziale, e perciò, non solo è suonata e cantata, ma è in primis musica scritta. Detto in soldoni: senza Guido non avremmo avuto Bach, Monteverdi, Beethoven, Schönberg, Debussy, Puccini, Britten, Šostakovič eccetera.

Quella di Guido fu un’invenzione geniale, ‘tecnologica’ la definiremmo oggi: lui la descrisse nel suo Prologus in antiphonarium, che nel 2025 ha compiuto mille anni. La scrittura consentì ai cantori ecclesiastici un cambiamento epocale nell’apprendimento: ora potevano intonare melodie non conosciute, leggendole semplicemente a prima vista. Non occorreva più, come si era fatto fin lì, impararle e ricordarle a memoria, con uno sforzo lungo ed intenso. I tempi di apprendimento erano abbreviati, e la difficoltà di memorizzare molto mitigata. Un bel risparmio di tempo e di energie: oggi un’operazione così farebbe schizzare in alto le borse del pianeta. C’è ancora un aspetto essenziale da sottolineare: la scrittura musicale, così come quella letteraria, rende possibile la memoria collettiva, e in tal modo mette in rapporto l’individuo e la collettività. Senza di essa non avremmo potuto costruire la storia musicale dell’uomo e della società dell’Occidente.

Per celebrare il Millenario della Notazione guidoniana, il Ministero della Cultura ha istituito un Comitato nazionale: esso ha il compito di ‘programmare, promuovere e curare’ lo svolgimento delle varie manifestazioni sull’arco di tre anni. Ne fanno parte illustri studiosi; il presidente eletto è Cesarino Ruini, già professore nell’Università di Bologna, riconosciuto a livello internazionale come autorevole medievista. La segretaria è la musicologa Cecilia Luzzi, che gran parte ha avuto nell’ideazione del Comitato.

Le iniziative previste nel primo anno delle celebrazioni prenderanno avvio in occasione della Festa della Musica, il 21 giugno, che ad Arezzo sarà celebrata come Guido Day. Tre i percorsi che si svilupperanno nel 2026.

(1) Il primo ha un intento divulgativo: vuole avvicinare un pubblico vasto alla storia della notazione. Prevede una pubblicazione illustrata per bambini sulla storia delle note musicali, DO, RE, MI … Guido Monaco e l’Invenzione delle note (ed. Curci Young), ossia l’edizione italiana, a cura dello stesso Ruini, del volumetto ideato dall’attrice Julie Andrews e dalla figlia Emma Walton. Inoltre, la mostra digitale “La mano guidoniana: il primo software musicale”, che rimarrà aperta fino al 21 settembre nel Museo Diocesano: s’incentra sulla pratica dei tempi di Guido di visualizzare le note musicali sulle falangi delle dita. Si aggiungono due conferenze-concerto dedicate alla didattica e al pensiero medievale sulla musica.
(2) Un secondo percorso punta a promuovere gli studi scientifici, con la digitalizzazione e lo studio del Breviario-Messale di Pomposa, databile intorno alla metà del Mille: è un documento di eccezionale importanza, in quanto è l’unico libro liturgico musicale pomposiano giunto fino a noi. È inoltre prevista la tavola rotonda “La voce, il segno e la memoria”, che tratterà il significato della scrittura musicale e la sua relazione con l’oralità nei repertori liturgici cristiani. Si prevede infine la costituzione di un gruppo di ricerca che affronti il tema della “Formazione professionale dei musicisti tra Italia, Europa e Stati Uniti”.
(3) Nel 2027, fra i vari progetti, persisterà l’accento sulla pedagogia e la didattica musicale, con il coinvolgimento della International Musicological Society. È prevista inoltre una tavola rotonda a Roma, altro luogo guidoniano per eccellenza: nel palazzo del Laterano, infatti, Guido presentò a papa Giovanni XIX il suo antifonario notato. Last but not least, si sta progettando anche un cammino guidoniano tra Pomposa, Arezzo e Camaldoli, per promuovere itinerari di turismo ‘lento’.

Queste iniziative consentiranno al pubblico generico di conoscere Guido e il suo operato, agli studiosi e agli specialisti di maturare nuove consapevolezze sulla musica del Medioevo. Ma potranno avere, io credo, una ricaduta generale ancora più ampia, che investe la comprensione politico-culturale della musica. Guido, pur nella sua modestia di monaco, fu un grande pensatore che ha semplificato, costruito, e soprattutto ha unito. È il simbolo di un’Italia che ha gettato le fondamenta dell’arte musicale europea. Quell’arte che oggi accomuna tutto il continente, dall’Algarve agli Urali e al Caucaso, e che continua a brillare nei teatri e nelle sale da concerto del mondo intero.

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Davanti alla pressione mafiosa e agli attentati incendiari a Palermo, dov’è la strategia straordinaria dello Stato?

15 Giugno 2026 ore 07:56

Gli attentati incendiari che da mesi colpiscono Palermo, gli imprenditori sotto pressione e gli arresti eseguiti nelle ultime ore raccontano una realtà che non va assolutamente sottovalutata. Siamo di fronte a una pressione mafiosa di particolare virulenza che tenta di riaffermare controllo del territorio, capacità intimidatoria e dominio economico.

Le autorità locali dimostrano di essere all’altezza della situazione. Magistratura, Prefettura ed inquirenti stanno svolgendo il proprio compito con professionalità, determinazione e spirito di servizio. Quando arrivano gli arresti, vengono sequestrati patrimoni e individuati gli autori di attentati ed estorsioni, il merito è di quelli che lavorano sul territorio, con organici e risorse mai proporzionati alla complessità delle sfide che devono affrontare.

Ed è proprio qui che nasce una domanda che la politica nazionale dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Da tempo i segnali erano evidenti. La pressione criminale cresceva, gli episodi intimidatori si moltiplicavano, gli imprenditori lanciavano allarmi sempre più preoccupati e, in attesa dei tempi necessari allo sviluppo delle indagini, avevano bisogno di vedere una risposta straordinaria di controllo del territorio. Non stiamo parlando di un’emergenza improvvisa esplosa nel giro di pochi giorni ma di una situazione che avrebbe dovuto indurre, da mesi, una riflessione strategica sul tipo di risposta da costruire in via immediata a sostegno delle istituzioni locali.

Se una città viene considerata così problematica da richiedere ripetute visite del Ministro dell’Interno e la convocazione di comitati da lui presieduti ai massimi livelli istituzionali, significa che il problema ha assunto una dimensione che supera la gestione ordinaria. E se è davvero così, la domanda diventa inevitabile: dov’è la strategia straordinaria dello Stato? Altrimenti si crea il paradosso che, da una parte, si comunica che lo Stato è presente e, dall’altra, si lascia che siano quasi esclusivamente le strutture territoriali a sostenere il peso della risposta.

Il Sindaco di Palermo lo ha detto con parole che meritano attenzione: la solidarietà non basta, serve una risposta straordinaria dello Stato. E da tempo chiede che il centro sostenga le autorità locali. E con lui lo chiedono a gran voce tutti gli organismi, enti e cittadini. Ciò che si è visto finora è soprattutto una continua narrazione della sicurezza in cui emergono ringraziamenti, celebrazioni e rassicurazioni. Quasi nessun rinforzo reale. Nessun rafforzamento visibile delle strutture investigative. Nessuna strategia capace di sostenere concretamente chi combatte ogni giorno questa battaglia.

Del resto, è esattamente questo che dovrebbe fare uno Stato moderno quando ritiene che un territorio stia affrontando una sfida straordinaria. Negli ultimi anni, invece, si moltiplicano le zone rosse, anche a Palermo, si annunciano controlli, si diffondono statistiche e si realizza una narrazione permanente della sicurezza non accompagnata dalle risorse necessarie a trasformarla in risultati.

L’esito finale è quello che emerge anche in altre città italiane. A Milano, ad esempio, si scopre che dodici zone rosse dovrebbero essere controllate da appena sedici agenti di polizia locale, poco più di uno per area, al punto che la stessa stampa parla apertamente di “controlli farsa”. È la fotografia perfetta della differenza tra annunciare e realizzare.

È lo stesso rischio di Palermo e di altre realtà del Paese. Penso a Foggia e al Gargano, dove negli anni successivi al grande intervento di sistema avviato nel 2017 lo Stato dimostrò quanto potesse essere efficace una strategia che mise insieme investigatori, controllo del territorio, Procure, Prefettura e forze di polizia in un’unica azione coordinata. Oggi, progressivamente, quell’intervento di sistema si è ridotto e si stanno riaffacciando fenomeni criminali che sembravano appartenere al passato perché quella strategia non appare più sostenuta con la stessa determinazione di allora. Altri tempi, altri ministri e capi della Polizia.

Per questo Palermo non riguarda soltanto Palermo. Riguarda l’idea stessa di sicurezza che vogliamo costruire. Sarebbe davvero bello se al termine dell’ennesimo Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica annunciato a Palermo e presieduto dal Ministro dell’Interno non leggessimo il solito comunicato fatto di ringraziamenti, rassicurazioni sulla presenza dello Stato e di telecamere, ma l’illustrazione di una strategia operativa e organizzativa straordinaria, immediata e concreta, capace di sostenere il lavoro dei magistrati e di tutte le istituzioni locali che ogni giorno combattono questa battaglia, sindaco compreso.

Perché la mafia non teme le dichiarazioni, le statistiche o le conferenze stampa. Teme gli uomini, le indagini, il controllo del territorio e la continuità dell’azione dello Stato.

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Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Havertz e Balogun in testa insieme alla sorpresa Ayari

15 Giugno 2026 ore 07:18

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Folarin Balogun – Stati Uniti

2 gol

United States’ Folarin Balogun celebrates scoring his side’s second goal against Paraguay during a World Cup Group D soccer match in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Friday, June 12, 2026. (AP Photo/Marcio J. Sanchez)

1) Kai Havertz (Germania)

2 gol

Germany’s Kai Havertz (7) celebrates a goal during the World Cup Group E soccer match between Germany and Curacao in Houston, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Eric Smith)

1) Yasin Ayari (Svezia)

2 gol

Sweden’s Yasin Ayari (18) celebrates after scoring his team’s fifth goal during the World Cup Group F soccer match between Sweden and Tunisia in Guadalupe, near Monterrey, Mexico, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Matias Delacroix)

2) Mattias Svanberg (Svezia)

1 gol

2) Aleksander Isak (Svezia)

1 gol

2) Viktor Gyokeres (Svezia)

1 gol

2) Omar Rekik (Tunisia)

1 gol

2) Amad Diallo (Costa d’Avorio)

1 gol

2) Virgil Van Dijk (Olanda)

1 gol

2) Crysencio Summerville (Olanda)

1 gol

2) Keito Nakamura (Giappone)

1 gol

2) Daichi Kamada (Giappone)

1 gol

2) Livano Comenencia (Curaçao)

1 gol

2) Nathaniel Brown (Germania)

1 gol

2) Deniz Undav (Germania)

1 gol

2) Jamal Musiala (Germania)

1 gol

2) Felix Nmecha (Germania)

1 gol

2) Nico Schlotterbeck (Germania)

1 gol

2) Nestory Irankunda (Australia)

1 gol

2) Connor Metcalfe (Australia)

1 gol

2) John McGinn (Scozia)

1 gol

2) Vinicius Jr- (Brasile)

1 gol

2) Ismael Saibari (Marocco)

1 gol

2) Boualem Khoukhi (Qatar)

1 gol

2) Breel Embolo (Svizzera)

1 gol

2) Giovanni Reyna – Stati Uniti

1 gol

2) Mauricio – Paraguay

1 gol

2) Cyle Larin – Canada

1 gol

Canada’s Cyle Larin (9) celebrates after scoring his sides first goal of the game in the second half of the World Cup Group B soccer match between Canada and Bosnia, Friday, June 12, 2026, in Toronto. ( (AP Photo/Sam Balkansky)

2) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina

1 gol

2) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol

2) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol

2) Julian Quinones – Messico

1 gol

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

2) Raul Jimenez – Messico

1 gol

2) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

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I nomi che diamo ai virus

15 Giugno 2026 ore 07:58

P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo. Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che, come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale.

È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al villaggio”.

C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica.

La scelta di Piot e colleghi è stata frutto della stanchezza e dell’improvvisazione, ma c’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o comunque di luoghi in apparenza neutri. Pensiamo ad altri nomi di virus, come Hanta (un fiume coreano), Machupo (un fiume boliviano), o Zika (una foresta dell’Uganda): sono nomi che consentono di localizzare geograficamente un patogeno senza mettere una comunità specifica nel bersaglio. Ma come vedremo anche questa nomenclatura finisce per essere problematica. E il recente focolaio di ebola ne è una dimostrazione.

Un focolaio più pericoloso del solito
Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane.

Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101 decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID (United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola. Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola.

Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando che lo conosciamo almeno dal 2007.

Ma c’è un altro aspetto che vale la pena di considerare. Perché se è vero che Bundibugyo è un virus raro, è anche vero che lo conosciamo almeno dal 2007, e in vent’anni ancora non disponiamo di terapie specifiche per provare a debellarlo. Ora, sviluppare un vaccino efficace non è mai un processo semplice, tantomeno rapido. Ma se c’è una cosa che la pandemia da Covid ci ha insegnato è che quando c’è esigenza (e volontà) siamo in grado di velocizzare enormemente i tempi di risposta e di sviluppo vaccinale. L’impressione è che gli sforzi per studiare Bundibugyo in questi anni siano stati scarsi. E il suo nome, derivante dal villaggio ugandese dove è stato scoperto, ha probabilmente inciso su questo ritardo.

Più contenimento, meno terapia
Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola 2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo, conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano.

Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire, l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi, nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite).

Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale.

Nel suo libro Epidemic Illusions: On the Coloniality of Global Public Health (2020), Richardson racconta nel dettaglio quanto osservato durante la sua permanenza in RDC, arrivando alla conclusione che, a giudicare dalle scelte adottate, l’obiettivo delle organizzazioni presenti non fosse tanto curare gli infetti, quanto evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale. Questa lettura trova riscontro nelle critiche pubbliche esternate da esponenti di Medici senza frontiere (MSF) a fine 2014, in cui si muovevano accuse all’OMS (e in parte all’organizzazione stessa) per la gestione di quel focolaio, arrivando a parlare di una “forma istituzionalizzata di non assistenza”. Oltre a denunciare un dispiegamento insufficiente di personale per gestire la situazione, la critica si concentrava sulla scelta di non somministrare fluidi per via endovenosa nei centri di trattamento di ebola, probabilmente per tutelare la sicurezza degli operatori (riducendo il tempo di esposizione nella zona rossa). Rony Brauman, ex presidente di MSF affermò che “c’erano ampi margini di miglioramento. In molti luoghi era possibile fare reidratazioni e terapie che avrebbero permesso di salvare un certo numero di pazienti”.

Colonialismo sanitario
Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a “identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire fiducia nelle comunità colpite”.

Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a trarre profitto.

Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore minerario.

Il comunicato precisava poi che non c’erano ragioni sufficienti ad attivare misure pandemiche, e che per il momento non era necessario restringere i voli o chiudere i confini internazionali. Alla luce di quanto mostrato da Richardson, risulta difficile non individuare un malcelato tentativo di tranquillizzare i Paesi occidentali. Come a dire: esiste un problema, bisogna intervenire localmente, ma per il momento i Paesi più ricchi possono dormire sonni tranquilli.

I nomi sono importanti
Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo, nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma ormai il danno era fatto.

Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine di migliaia di persone.

Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti.

La storia è piena zeppa di esempi che mostrano come la nomenclatura di un virus o della patologia a esso collegata possa comportare enormi danni. Il caso più eclatante è quello della cosiddetta influenza spagnola del 1918, che secondo gli studi più accreditati ebbe in realtà origine in un campo militare in Kansas. Ma si era ancora nel pieno della Prima guerra mondiale, e per non minare il morale delle truppe Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia censurarono ogni notizia riguardante l’epidemia. La Spagna invece era neutrale, e fu il primo Paese a rivelare il numero di contagiati e morti. Risultato: con il benestare dei Paesi in guerra, la scelta del nome ricadde sulla Spagna. Questo, oltre a far ricadere uno stigma sulla popolazione iberica, andò a coprire le responsabilità internazionali di una pandemia che causò milioni di morti.

Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse, in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che alcuni di loro portassero il virus.

Nessun virus è mai veramente locale
Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015 l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone, specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali, oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come “sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come “influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi.

Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”. Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del virus resiste ancora.

Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile.

Ora, nonostante i morti continuino a crescere e il focolaio di ebola sia ancora attivo, a giudicare da come ne parlano molti media e organizzazioni occidentali la percezione è che il problema sia ancora circoscrivibile a una remota regione dell’Africa centrale. Quella che potrebbe sembrare semplice sciatteria comunicativa, è in realtà il riflesso di un problema strutturale, un retaggio della storia coloniale che viene reiterato nei programmi di contenimento dei focolai.

In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases. Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”.

Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale. Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata, non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante.

Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato.

A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno.

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La Russia bombarda la Lavra, simbolo spirituale dell’Ucraina

15 Giugno 2026 ore 07:31

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, colpendo duramente Kyjiv e provocando almeno quattro morti e ventitré feriti. Ma a rendere particolarmente significativo il bombardamento è stato il danneggiamento della Cattedrale della Dormizione, all’interno della Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi religiosi e culturali più importanti del Paese.

L’attacco, scrive il Kyiv Independent, avrebbe coinvolto oltre cinquanta missili, compresi alcuni missili ipersonici Zircon, e quasi cinquecento droni. Le esplosioni hanno colpito numerosi quartieri della capitale, danneggiando edifici residenziali, infrastrutture energetiche, magazzini e attività commerciali. Oltre centoquarantamila utenti sono rimasti temporaneamente senza elettricità.

Il simbolo della notte, però, è diventato il tetto della Cattedrale della Dormizione avvolto dalle fiamme. «Brucia il tetto di uno dei luoghi più sacri del mondo cristiano», ha scritto sui social il metropolita Epifanij, capo della Chiesa ortodossa d’Ucraina, definendo l’attacco «un altro crimine russo contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».

La Lavra di Kyjiv è un monastero fondato nell’XI secolo ed è inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. È considerata uno dei principali centri spirituali dell’Europa orientale e custodisce reliquie e santuari venerati da milioni di fedeli. Secondo il Kyiv Independent, si tratta soltanto del terzo attacco subito dal complesso religioso dalla Seconda guerra mondiale e del secondo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.

Le autorità ucraine hanno reagito con durezza. Il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha accusato Vladimir Putin di essersi guadagnato un posto «tra i peggiori barbari della storia» e ha annunciato l’avvio di procedure urgenti presso l’Unesco e altre organizzazioni internazionali. Anche l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Ucraina, Katarina Mathernova, ha condannato il bombardamento contro «uno dei luoghi più sacri del cristianesimo orientale», chiedendo alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo.

L’attacco non ha riguardato soltanto la capitale. Sempre secondo il Kyiv Independent, a Kharkiv sono morti cinque operatori dei servizi di emergenza, mentre altre vittime e feriti sono stati registrati nelle regioni di Sumy e Dnipro.

Il bombardamento si inserisce in una fase di crescente intensità degli attacchi russi contro obiettivi civili e culturali. Nelle ultime settimane erano già stati colpiti il Museo Nazionale d’Arte di Kyjiv, il Teatro dell’Opera, il Museo di Chernobyl e altri edifici storici della capitale. Oltre il quaranta per cento della collezione del museo dedicato al disastro nucleare sarebbe andato perduto dopo un attacco avvenuto a maggio.

Per il governo ucraino, la strategia russa punta sempre più a colpire non soltanto infrastrutture e città, ma anche la memoria storica e l’identità culturale del Paese. La Lavra delle Grotte di Kyjiv, simbolo della tradizione religiosa ucraina da quasi mille anni, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa escalation.

L'articolo La Russia bombarda la Lavra, simbolo spirituale dell’Ucraina proviene da Linkiesta.it.

Mondiali, la nuova classifica dei gironi: Germania e Svezia, goleada e primato

15 Giugno 2026 ore 07:16

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

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Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

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Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

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Stati Uniti e Iran hanno trovato un accordo, ma le ragioni della guerra sono ancora lì

15 Giugno 2026 ore 07:13

Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».

Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.

L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».

La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.

Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.

Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».

Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.

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Meloni difende la libertà d’espressione del fascismo

15 Giugno 2026 ore 07:00

Personalmente, penso che la fiera “Più libri più liberi” abbia fatto male ieri ad aprire le porte a un editore che pubblicava libri inneggianti al nazismo e ai nazisti (come scrissi qui a suo tempo) e faccia male oggi a infilare una ridicola dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione nel modulo di partecipazione. Ma il punto non è quello che penso io, bensì quello che pensa, e ha sentito l’urgenza di dichiarare, Giorgia Meloni. Ieri infatti la nostra presidente del Consiglio si è affrettata a twittare tutta la sua indignazione contro il «patentino antifascista» e la «censura», ricorrendo al più classico pezzo del repertorio trumpiano: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». Da dove si capisce chiaramente tutto quello che c’è da capire sulle sue convinzioni in materia di fascismo e antifascismo.

Contrariamente a quello che scrivono in tanti, Meloni non sta affatto «inseguendo» il generale Roberto Vannacci, che ieri ha tenuto a battesimo il suo partito, Futuro nazionale, dicendo una gran quantità di cose orrende su cui ovviamente spera di essere duramente criticato, per potere gridare anche lui alla censura della sinistra e alla dittatura del pensiero unico. Semmai è Vannacci a inseguire Meloni, che in verità non si è mai mossa da dove è sempre stata. E cioè al fianco di Donald Trump e del suo movimento Maga (Make America Great Again), di cui ha condiviso sin dall’inizio principi, idee e obiettivi. Come dimostra anche questa ridicola polemica sulla libertà di espressione. Ma naturalmente qualcuno potrebbe obiettarmi, rovesciando lo stesso ragionamento appena fatto su Vannacci, che semmai qui sono Trump e la destra americana a essere venuti sulle storiche posizioni dell’estrema destra italiana, che al nazionalismo e all’autarchia, al culto del capo e agli spettacoli gladiatori in suo onore, obiettivamente, c’era arrivata già cento anni prima. In effetti, è proprio così. E semmai anche Meloni, come Trump, dovesse ottenere un secondo mandato, temo ne avremmo ulteriore conferma.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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Micro-rate, così giovani e classe media vivono a debito

15 Giugno 2026 ore 04:45

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Lo chiamano Buy now, pay later (BNPL): compra ora, paga dopo. Ma forse, guardandolo dal lato sociale, dovremmo iniziare a chiamarlo Buy not, pay later: compro ciò che non potrei permettermi e rinvio a domani il conto economico, psicologico e sociale.

Il fenomeno è in piena esplosione. Non riguarda più soltanto l’acquisto occasionale di un elettrodomestico o di un bene durevole: è entrato nella quotidianità — abbigliamento, elettronica, vacanze, cosmetici, arredamento, persino spese ordinarie. La promessa è semplice e seducente: nessun interesse, pochi clic, rate leggere, approvazione immediata. Ma proprio questa leggerezza apparente è il punto critico.

Il debito smette di apparire come debito e diventa un gesto di consumo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements-BIS), gli utenti BNPL tendono a essere i più giovani, i più indebitati, con punteggi creditizi più bassi e maggiori tassi di insolvenza rispetto agli utilizzatori del credito tradizionale.

Banca d’Italia, in una nota del marzo 2026, segnala che in Italia l’uso del BNPL è passato dal 4 per cento delle famiglie nel 2022 al 30 per cento nel 2025, sebbene circa due terzi lo utilizzino solo occasionalmente. Crif (società italiana, oggi di proprietà di una multinazionale, leader in Italia nei sistemi di informazioni creditizie e business information) ha rilevato che nel secondo semestre 2024 gli importi erogati in Italia sono cresciuti dell’85 per cento rispetto a due anni prima e del 32 per cento rispetto al secondo semestre 2023.

Numeri che non descrivono più una nicchia fintech, ma un cambiamento profondo nei comportamenti di consumo. Il BNPL è esploso su scala globale: il mercato mondiale ha raggiunto circa cinquecentosettanta miliardi di dollari di transazioni nel 2025, con una crescita del 13,7 per cento anno su anno, e conta già oltre trecentottanta milioni di utenti attivi secondo stime Juniper Research.

In Australia, Paese che ha visto nascere e crescere colossi del settore come Afterpay, il fenomeno ha assunto dimensioni tali da spingere il governo a classificarlo come credito regolamentato a partire dal giugno 2025, imponendo licenze e obblighi di verifica del merito creditizio, una mossa che conferma quanto il modello si fosse diffuso al di là di ogni controllo.

Nel Sud-Est asiatico il caso dell’Indonesia è emblematico: i debiti accumulati attraverso i sistemi BNPL hanno raggiunto 1,8 miliardi di dollari nel novembre 2024, con un aumento del 42,7 per cento rispetto all’anno precedente.

Oltre il 70 per cento degli utenti ha tra diciotto e trentacinque anni, molti dei quali hanno contratto debiti per acquisti impulsivi legati a pressioni sociali. L’autorità di vigilanza finanziaria (OJK) ha registrato nel 2023 oltre settantanove milioni di contratti BNPL, con una crescita del centoquarantaquattro per cento rispetto al 2019.

Nel Regno Unito il mercato BNPL cresce al trentanove per cento annuo secondo il World Pay Report, con un’utenza che si allarga ormai ben oltre la fascia giovanile: nel 2024 la quota di utilizzatori nella fascia 55-64 anni ha superato il ventuno per cento, più che raddoppiata rispetto al 2023.

Negli Stati Uniti circa quaranta milioni di americani hanno utilizzato il BNPL nel 2024, e più del quarantuno per cento degli utenti dichiara di aver saltato almeno un pagamento nell’ultimo anno (dati LendingTree).

In tutti questi contesti emerge lo stesso schema: il BNPL cresce non perché le persone stiano meglio, ma perché il divario tra reddito disponibile e costo della vita si allarga. Lo strumento finanziario si inserisce in una frattura sociale preesistente e la rende più comoda da abitare, senza sanarla.

Il punto non è demonizzare lo strumento. Per alcuni può essere utile: consente di distribuire nel tempo una spesa, evitare l’uso del credito revolving, accedere a beni necessari senza interessi. Il problema nasce quando la dilazione diventa anestesia. Quando il consumatore non percepisce più il limite. Quando tre o quattro piccole rate, sommate ad altre tre o quattro piccole rate, costruiscono una gabbia invisibile.

Il BNPL intercetta una ferita precisa del nostro tempo: l’impoverimento relativo del ceto medio.  Non siamo di fronte soltanto a persone povere che cercano credito. Siamo di fronte a famiglie, giovani lavoratori, professionisti, pensionati che vedono restringersi il margine tra reddito disponibile e costo della vita. L’OCSE lo aveva già scritto con chiarezza: la classe media nei Paesi avanzati è sotto pressione perché redditi, casa, istruzione, salute e sicurezza economica non crescono più insieme.

In molti Paesi il costo dell’abitare è diventato uno dei principali fattori di fragilità. La casa, che era il simbolo della stabilità, è diventata il primo luogo della precarietà. Dentro questa compressione si produce un paradosso: si ha meno sicurezza, ma si fatica a rinunciare ai segni esteriori della normalità. Una vacanza, un vestito, un telefono, una cena, un weekend non sono solo beni: sono appartenenza.

Dire «non posso permettermelo» significa spesso confessare a sé stessi (e agli altri) una caduta di status. Il BNPL offre allora una via d’uscita emotiva: non risolve il problema, lo sposta in avanti. È una forma di credito, ma anche una forma di narrazione: mi consente di continuare a recitare la parte di chi è ancora dentro il benessere. Qui il tema diventa politico.

Servirebbero politiche strutturali lungimiranti e concrete: affordable housing e housing sociale, salari coerenti con il costo reale della vita, politiche industriali capaci di creare lavoro buono, non solo occupazione povera; strumenti di reinclusione finanziaria prima che il debito diventi stigma. In assenza di tutto questo, il mercato offre la soluzione più rapida: non aumentare il reddito, ma anticipare il consumo.

Mariana Mazzucato, nel suo recentissimo “The Common Good Economy”, insiste sulla necessità di superare l’idea di uno Stato che interviene solo per correggere i fallimenti del mercato. La sua tesi è che il punto sia costruire mercati orientati al bene comune, con missioni pubbliche, investimenti, reciprocità e responsabilità condivise.

«Questa impostazione economica basata sulla riparazione dei mercati” ci intrappola in un ciclo infinito di reazione, di rattoppo dei problemi anziché di costruzione proattiva dell’economia di cui abbiamo bisogno», sottolinea la Mazzuccato nel suo libro. Il BNPL, quindi, non è soltanto un prodotto finanziario, è il sintomo di un’economia che ha perso la capacità di garantire sicurezza, futuro e dignità attraverso il lavoro.

Il professor Guy Standing ha descritto da anni la crescita del “precariato”: una classe esposta a redditi intermittenti, diritti deboli, ansia permanente. Nel suo “The Precariat: the new dangerous class” (ed. aggiornata 2014) scrive con preconizzante lucidità: «Poiché i salari del precariato sono sempre più instabili e in calo, il risultato complessivo è che queste persone vivono sull’orlo di un debito insostenibile e in una condizione di cronica incertezza economica». 

I due vincitori del premio Nobel per l’economia nel 2024, Daron Acemoglu e Simon Johnson, hanno ricordato nel loro libro “Power and Progress: our thousand-year struggle over technology and prosperity” che la tecnologia non produce automaticamente progresso sociale: dipende da chi la governa, da come distribuisce potere, reddito e opportunità. Questo vale ancora di più oggi, mentre avanza l’IA agentica: sistemi capaci non solo di assistere, ma di eseguire compiti, prendere iniziative, sostituire porzioni crescenti di lavoro cognitivo e amministrativo. Il rischio è che una parte del ceto medio venga colpita due volte: prima dal costo della vita, poi dalla svalutazione del proprio lavoro.

Non siamo ancora davanti a una catastrofe inevitabile. Ma siamo davanti a un’urgenza. Se il futuro viene lasciato alla somma di micro-rate, micro-contratti, micro-lavori e macro-profitti concentrati, il risultato sarà una società formalmente consumatrice ma sostanzialmente impoverita. Una società dove il debito diventa il linguaggio ordinario della sopravvivenza e il consumo l’ultimo travestimento della fragilità.

Servono azioni e programmi politici lungimiranti che non si fermino al bonus una tantum, spesso scarsamente accessibile; servono investimenti pubblici di lungo respiro idoneamente calati e incentivi legati a occupazione stabile e formazione; un uso governato dell’IA per aumentare produttività e qualità del lavoro in particolare per le Pmi e non solo per ridurre il personale. Una comunità felice non è quella in cui tutti possono indebitarsi più facilmente. È quella in cui meno persone hanno bisogno di farlo per vivere con dignità.

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Pulizia etnica e annessione della Cisgiordania: obiettivi politici del governo israeliano

15 Giugno 2026 ore 06:45

In un nuovo rapporto intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, Amnesty International ha denunciato che il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid – sta incoraggiando il governo Netanyahu a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra nella Cisgiordania.

Attraverso la pulizia etnica, la campagna sta prendendo di mira le comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata. Quest’area costituisce oltre il 60 per cento del territorio occupato e – a causa della relativamente scarsa popolazione palestinese nonché della disponibilità di risorse naturali e di terre dalle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro dei tentativi israeliani di controllarla.

L’annessione formale della Cisgiordania è un vero e proprio obiettivo politico, in attuazione dell’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni. A tale scopo, le autorità israeliane stanno accelerando l’espansione degli insediamenti e l’esproprio della terra, incrementando il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e armando i coloni.

Gli accordi per formare il 37esimo governo israeliano, costituito alla fine del 2022 sotto la guida del partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, hanno incluso le priorità dei coloni tra le politiche statali e legittimato la visione del movimento dei coloni della “Grande Israele”, un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato come parte integrante di Israele.

Lo hanno fatto sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese.

Non si può parlare dunque, come piace fare in Europa, di coloni estremisti, di organizzazioni estremiste o di un paio di ministri estremisti. La violenza dei coloni è una componente essenziale di una campagna, sostenuta dallo stato, di pulizia etnica, elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’aprile 2026 erano state sfollate con la forza almeno 5910 persone palestinesi.

Ciò è accaduto nel contesto di un’ondata senza precedenti di attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano. Secondo dati forniti dall’ong israeliana Peace Now, alla fine dell’aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per la normativa interna quanto per il diritto internazionale. Sono usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo.

Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto ormai il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza della terra allo stato.

L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti, all’estensione della sovranità sul territorio occupato, a misure destinate a minimizzare la presenza palestinese nella suddetta area e al sostegno pubblico ai coloni da parte di importanti ministri, alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario.

L’intento dello stato si manifesta anche in tutta una serie di dichiarazioni sul possesso della terra, nelle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, nell’aumento dell’espansione degli insediamenti, nelle legalizzazione retroattiva degli avamposti, nell’aumento dell’sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, nella demolizione delle proprietà palestinesi e nelle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua.

Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro).

Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative per gli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero su base annua mai registrato.

Il totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana.

Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C e sfollato 2996 persone palestinesi.

I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più massicce per obbligare le comunità palestinesi ad andarsene, attraverso attacchi alle case e alle proprietà, intimidazioni costanti, minacce e aggressioni fisiche, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame e distruzioni di terre agricole e raccolti. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime sono settuplicati.

Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 diretti da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240mila cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto una licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni.

Il resto del rapporto, ricco di testimonianze e di esempi di pulizia etnica, può essere letto qui.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: attesa per l’esordio dell’Iran, in campo anche Spagna e Capo Verde | Orari e dove vederle in tv

15 Giugno 2026 ore 05:58

L’esordio della Spagna contro Capo Verde, un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. E ancora il Belgio, l’Uruguay, ma soprattutto la prima dell’Iran, la nazionale più discussa della Coppa del Mondo ormai da diversi mesi. Queste alcune delle squadre che scenderanno in campo lunedì 15 giugno e nella notte tra il 15 e il 16 appunto.

Si parte alle ore 18 italiane: a scendere in campo sarà la Spagna di De La Fuente, un’altra delle squadre più attese dei Mondiali. Per più motivi: perché il calcio spagnolo è da anni tra i più divertenti, perché c’è Lamine Yamal di rientro da un infortunio, per un centrocampo stellare. Semplicemente perché è una delle favorite. Di fronte ci sarà Capo Verde, un arcipelago di soli 530mila abitanti che ha eliminato il Camerun nelle qualificazioni ed è alla sua prima storica partecipazione alla Coppa del Mondo. Sei dei suoi convocati sono nati a Rotterdam. Sulla carta è una sfida a senso unico.

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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca al Belgio, eterna incompiuta che ha avuto nelle ultime edizioni una “generazione d’oro”, ma senza mai riuscire a ottenere successi. L’allenatore è Rudi Garcia, vecchia conoscenza della Serie A sulle panchine di Roma e Napoli. E a proposito di Napoli, c’è De Bruyne, c’è Lukaku: le stelle non mancano. Di fronte c’è l’Egitto, che tra le africane non è la squadra qualitativamente più forte ma di sicuro è una squadra fisica, di grande carattere e personalità.

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Nella notte italiana invece altre due sfide: prima a mezzanotte l’esordio dell’Uruguay – per la prima volta senza l’icona Luis Suarez – che sfida l’Arabia Saudita: la formazione saudita agli ultimi Mondiali sorprese l’Argentina all’esordio, battendola 1-0. Gli occhi sono però tutti sull’Iran, che alle 3 sfida la Nuova Zelanda. Più che per l’aspetto calcistico, c’è curiosità per tutto ciò che c’è intorno: l’Iran ha infatti prima avuto problemi con i visti (poi concessi, ma solo al gruppo giocatori e qualcuno dello staff, ma ne sono rimasti fuori circa 15), poi con l’organizzazione delle partite: la selezione iraniana si trova in Messico, ma gioca negli Stati Uniti. Deve andare e rientrare in giornata, tutto nel giro di 24 ore massimo.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 15 e 16 giugno

Spagna-Capo Verde (girone H)
Orario: 18:00
Atlanta: Mercedes-Benz Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Belgio-Egitto (girone G)
Orario: 21:00
Seattle: Lumen Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Arabia Saudita-Uruguay (girone H)
Orario: 00:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Miami: Hard Rock Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Iran-Nuova Zelanda (girone G)
Orario: 03:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Inglewood: SoFi Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 15 e 16 giugno, la sfida tra Belgio ed Egitto di lunedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match SpagnaCapo Verde, Arabia SauditaUruguay e IranNuova Zelanda invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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Il passo indietro che può far vincere il centrosinistra

15 Giugno 2026 ore 04:45

Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, cinque riformiste partite da quattro approdi diversi – Pina Picierno con Spazio pubblico, Elisabetta Gualmini in Azione, Marianna Madia con Italia Viva, Lia Quartapelle e Simona Malpezzi rimaste nel Partito democratico – si siedono allo stesso tavolo sotto un titolo che è quasi un programma: “C’è ancora domani”. Mario Lavia, che su Linkiesta quell’incontro ha contribuito a sollecitare, ne coglie la vitalità ma anche il rischio: sul merito dicono quasi le stesse cose, eppure restano divise da una frattura tattica che lui chiama «non ricomponibile», tra chi vuole stare nel campo largo e chi equidistante dai due poli. E avverte: è l’ultimo tram.

C’è un prezzo, in questa divisione, che si paga ancora prima delle urne. Quando l’elettore vede più forze che dicono le stesse cose ma si presentano separate, non ne deduce ricchezza di offerta: ne deduce che non fanno sul serio. Capisce che a tenerle divise non sono le idee (quelle coincidono) ma qualcosa che con le idee non c’entra, e allora smette di ascoltare il merito: vota utile, ripiega sul male minore, o non vota affatto. La frammentazione non disperde soltanto i voti per via aritmetica; brucia la credibilità prima ancora del conteggio.

Ha ragione su tutto, tranne forse su quella parola. Perché la divisione, oggi, non è di principio: è di orgoglio. E l’aritmetica la punisce senza appello. Con lo Stabilicum in arrivo e il premio di coalizione, chi corre da solo viene schiacciato, e i due poli viaggiano appaiati poco sotto il quarantacinque per cento, separati da meno di un punto. Il centrosinistra senza l’area riformista perde: la differenza tra vincere e perdere, per quel campo, è esattamente la quota riformista. Lo ha detto Matteo Renzi a Trento («senza di noi perdono, è una questione di aritmetica») e ha ragione. Ma una quarta gamba da sola non basta: servono tutte e quattro le strade, e serve che diventino una gamba sola. Lo abbiamo già imparato a nostre spese: nel 2024, alle europee, Stati Uniti d’Europa e Azione corsero separate, entrambe sotto la soglia del quattro, entrambe fuori dal Parlamento europeo. Insieme sarebbero entrate. Lo aveva spiegato bene Benedetto Della Vedova: che senso ha dividersi, se poi gli eletti finiscono comunque nello stesso gruppo? Nessuno. Lo si sapeva, e ci si divise lo stesso.

Ecco perché il 25 giugno può essere più di un convegno: può essere il giorno di un gesto. Resta, certo, il nodo delle ruggini personali, che nessun ragionamento aritmetico scioglie da solo. Ma c’è una misura a cui riportarle, e la richiamo da tempo. Nelson Mandela, dopo ventisette anni di carcere, si sedette al tavolo con de Klerk, l’uomo che incarnava il regime che lo aveva privato della libertà, e ne fece il suo vicepresidente, perché il bene del Sudafrica veniva prima del suo legittimo rancore. «Per fare la pace con un nemico bisogna lavorare con quel nemico, e quel nemico diventerà il tuo socio», diceva. Se quella riconciliazione fu possibile lì, tra chi aveva sofferto l’apartheid e chi lo aveva amministrato, è difficile accettare che dei riformisti che condividono lo stesso programma non sappiano sedersi allo stesso tavolo per antipatie reciproche.

Il gesto, dunque, è questo, ed è dirompente: non l’ennesima foto di gruppo, non un altro documento d’intenti, e nemmeno l’ennesimo contenitore perché ne nascono già troppi, l’ultimo tre giorni fa con il partito dei sindaci di Onorato, altra sigla nello stesso spazio già affollato. Il gesto è l’impegno pubblico e congiunto dei leader riformisti a fare, tutti nello stesso istante, lo stesso passo indietro. Nessuno il leader per diritto di sondaggio; tutti pronti ad affidarsi a una figura di garanzia: un federatore che non sia in competizione con nessuno, che non ambisca a Palazzo Chigi, il cui unico compito sia tenere insieme il patto e arbitrare le tensioni. Non un leader da incoronare, ma un garante da riconoscere: è la differenza che fece la fortuna dell’Ulivo, e la sua assenza la rovina di tutto ciò che venne dopo.

Qualcosa, di recente, si è mosso: più di un leader ha lasciato intendere di essere pronto a contare meno, a stare in panchina, pur di non consegnare il Paese a un’altra stagione di destra. È il punto di partenza giusto. Ma un passo indietro annunciato da uno solo è un gesto magnanimo che non vincola nessuno; diventa politica soltanto quando è reciproco, simultaneo, verificabile. C’è chi obietterà che un nuovo Romano Prodi non si trova per decreto, e ha ragione: ma il punto non è clonare un uomo, è recuperarne la funzione, quella di chi sta sopra le parti proprio perché non gioca la loro stessa partita. Servirà individuare chi sappia incarnare questa postura, e non è detto sia il più votato o il più noto: è chi gli altri sono disposti a riconoscere senza sentirsi sconfitti. Quel riconoscimento – io rinuncio a essere il capo, tu rinunci, ci affidiamo a chi può tenerci insieme – costa a ciascuno una porzione di orgoglio e rende a tutti la possibilità di vincere.

Vale per tutti, a cominciare dai liberali del centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin, gli Europeisti riuniti al Parenti il 15, che di questa cultura sono tra le voci più competenti e che proprio per questo sarebbero indispensabili. La loro coerenza europeista è fuori discussione; ma una coerenza che, frazionata, non elegge nessuno, e unita potrebbe spostare il Paese, chiede di essere messa in comune. Il modello, del resto, esiste già e funziona: è Renew Europe, il gruppo che a Strasburgo riunisce liberali di provenienze diverse facendoli votare uniti, senza che nessuno sciolga il proprio simbolo. Chiamiamolo il Patto di Strasburgo: non un nuovo partito, ma un patto di disciplina comune tra forze che restano distinte, vincolate solo sui contenuti non negoziabili, l’ancoraggio europeo e atlantico, un welfare che accompagni le transizioni invece di risarcirle con i bonus, una politica industriale ed energetica seria. E non è teoria lontana: proprio in queste settimane Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le protagoniste sia dell’incontro del 15 sia di quello del 25 a Milano, è entrata nel gruppo Renew, a riprova che la strada è già praticabile e qualcuno ha cominciato a percorrerla.

E la posta non è una sigla, ma il Paese. Nella prossima legislatura si eleggerà il successore di Sergio Mattarella: la più alta carica dello Stato non può diventare il bottino di una maggioranza sbilanciata sul proprio fianco più estremo. E c’è una corsa contro il tempo che il 2024 non conosceva: la rivoluzione tecnologica ridisegna interi mestieri a una velocità che non concede secondi tempi, e chi non costruirà per tempo gli strumenti di protezione e riqualificazione lascerà sole centinaia di migliaia di persone. Una divisione riformista, oggi, non costa qualche seggio: costa il futuro di chi quelle riforme aspetta. Perché i nodi sono un blocco unico, non si protegge il lavoro senza politica industriale, non c’è industria senza energia e competenze, niente di tutto questo si fa fuori dall’Europa, e lo stesso vale per chi dovrebbe portarli in Parlamento. Tutto si tiene, o niente regge.

Le quattro strade ci sono, il modello pure, e ha persino un nome. Manca un gesto solo: che ciascuno faccia, nello stesso istante, un passo indietro, e riconosca chi può tenere insieme gli altri. Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti, c’è ancora domani per compierlo, ma il tram, questa volta, non ne lascia passare un altro.

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Samanta Cornaviera e la memoria che si mangia

15 Giugno 2026 ore 04:45

Quando si parla di cucina storica, il rischio è sempre quello della nostalgia. Vecchi ricettari, piatti curiosi, ingredienti scomparsi e una certa fascinazione per il «come eravamo». Il lavoro di Samanta Cornaviera segue invece una strada diversa. La sua ricerca dimostra che il cibo può essere una chiave di lettura straordinaria per comprendere la storia sociale, economica e culturale di un Paese.

Attraverso il progetto Massaie Moderne, Cornaviera ha costruito negli anni uno dei più interessanti laboratori italiani di archeologia culinaria contemporanea. L’idea è semplice solo in apparenza: recuperare ricette, riviste e manuali domestici dell’Otto e del Novecento per raccontare l’evoluzione della società italiana. Sul sito Massaie Moderne, che prende il nome dall’omonima rubrica pubblicata fin dal 1929 su La Cucina Italiana, le ricette diventano documenti storici, testimonianze di un’epoca e strumenti per comprendere i cambiamenti del gusto e della vita quotidiana. 

La sapienza di Cornaviera risiede proprio nella capacità di andare oltre il piatto. Ogni preparazione viene collocata nel suo contesto. Una torta dedicata a Mazzini, un sugo futurista, una ricetta nata durante il periodo delle sanzioni o una preparazione celebrativa dell’Unità d’Italia raccontano molto più degli ingredienti che le compongono. Raccontano ideologie, consumi, aspirazioni sociali, disponibilità economiche e perfino mode culturali. È un lavoro che richiede competenze trasversali, capacità di ricerca archivistica e una profonda conoscenza della storia della gastronomia.

Figlia di una famiglia di panettieri e pasticceri, Cornaviera ha trasformato una passione personale in un percorso di studio rigoroso. Colleziona ricettari storici, analizza pubblicazioni d’epoca, verifica tecniche e ingredienti, ricostruisce preparazioni che spesso non vengono più cucinate da decenni. Il suo archivio rappresenta una fonte preziosa per chiunque voglia comprendere come gli italiani abbiano mangiato e pensato il cibo negli ultimi centocinquant’anni, alla scoperta dell’autentico gusto del ’900. 

Non stupisce quindi che il suo lavoro abbia trovato spazio su testate specializzate come La Cucina Italiana, Grande Cucina e Gambero Rosso, né che abbia dato vita a eventi, incontri e consulenze dedicate alla valorizzazione della memoria gastronomica. Anche il volume Menu Risorgimento, realizzato insieme al Collettivo Cougnet e pubblicato da Linkiesta, nasce dalla stessa convinzione: il patrimonio gastronomico non è un repertorio di ricette da museo, ma un racconto vivo della nostra identità culturale. 

Il lavoro di Cornaviera diventerà reale e tangibile durante l’incontro organizzato dal FAI a Casa Macchi, dove il suo racconto attraversa il periodo compreso tra l’Unità d’Italia e il primo Novecento, mostrando come le trasformazioni politiche, economiche e sociali abbiano lasciato tracce evidenti nelle cucine domestiche. Il cibo diventa così un archivio accessibile a tutti, fatto di gesti, ingredienti, abitudini e memorie condivise. Nel cortile di Casa Macchi, una delle più autentiche testimonianze della vita quotidiana tra Ottocento e Novecento, Samanta Cornaviera accompagnerà i visitatori in un viaggio tra storia, cultura e gastronomia alla scoperta di sapori dimenticati, abitudini domestiche e trasformazioni sociali raccontate attraverso il cibo. Un racconto dal vivo che intreccia memoria e tradizioni, con assaggi ispirati all’epoca: il celebre cocktail Milano-Torino e piccole preparazioni che richiamano la cultura culinaria di fine secolo. L’occasione per guardare al passato da una prospettiva insolita e sorprendentemente attuale è in programma Venerdì 19 giugno alle ore 18.30 a Casa Macchi a Morazzone (VA).

In un’epoca che corre veloce verso il nuovo, la lezione di Samanta Cornaviera ricorda che innovare non significa dimenticare. Significa conoscere ciò che è stato, comprendere come siamo arrivati fin qui e riconoscere che ogni ricetta custodisce molto più di una tecnica, perché custodisce una storia.

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Il fascismo è incompatibile con l’ordine democratico, e l’antifascismo è il cuore della Costituzione

15 Giugno 2026 ore 04:45

Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.

È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.

L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.

L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.

Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.

Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.

Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.

Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.

Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.

I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.

Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.

L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.

Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.

C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.

Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.

Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.

Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.

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Perché i nuovi Sentinel-1 contano più di quanto sembri

15 Giugno 2026 ore 04:45

Alla Mostra internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Berlino, la settimana scorsa, l’Agenzia spaziale europea ha firmato due contratti che la maggior parte dei media italiani ha liquidato in tre righe nella sezione spazio. Thales Alenia Space costruirà i satelliti. Airbus realizzerà gli strumenti radar. Insieme, produrranno i Sentinel-1 NG (nuova generazione) – i successori della famiglia di satelliti radar che dal 2014 sorveglia la Terra con continuità, gratuitamente, per chiunque voglia guardare.

Non è una notizia per addetti ai lavori. O meglio: lo è, ma dovrebbe interessare anche chi non ha mai aperto un file GeoTIFF in vita sua. Perché questi satelliti non osservano un pianeta astratto – osservano il suolo sotto le nostre città, i fiumi che attraversano le nostre pianure, le coste che si erodono, le frane che si preparano in silenzio sulle nostre montagne.

Cosa fa un satellite SAR che un satellite ottico non può fare
Prima di parlare di Sentinel-1 NG, è necessario capire perché il radar conta. I satelliti ottici – quelli che producono le immagini a colori che tutti conoscono – funzionano come una macchina fotografica molto sofisticata: hanno bisogno di luce e di cielo sgombro. Di notte non vedono nulla. Sotto le nuvole, nulla. In presenza di fumo, nulla.

Il SAR – Synthetic Aperture Radar – funziona in modo radicalmente diverso. Emette un segnale radar, misura il tempo di ritorno dell’eco, e da quella misura ricostruisce una immagine della superficie. Di notte come di giorno. Attraverso le nuvole, attraverso il fumo, in qualunque condizione meteorologica. Questo lo rende indispensabile per il monitoraggio operativo: alluvioni in corso, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi nelle prime ore quando il fumo è ancora fitto.

Ma c’è un secondo motivo per cui il SAR è insostituibile, meno intuitivo ma altrettanto importante: la coerenza del segnale nel tempo. Confrontando due acquisizioni radar della stessa area a distanza di giorni o settimane, si possono misurare deformazioni del suolo dell’ordine del centimetro – o del millimetro. È la tecnica InSAR, interferometria radar. Con essa ho analizzato la subsidenza della Pianura Padana: zone tra Bologna, Ferrara e Ravenna che sprofondano di tre, quattro, in alcuni casi cinque centimetri all’anno. I dati Sentinel-1 lo documentano con la precisione di uno strumento geodetico, a copertura regionale, senza che nessuno debba scendere in campo.

Sentinel-1D è già operativo. Perché serve il prossimo?
Il primo maggio 2026 Sentinel-1D ha raggiunto la piena operatività. La costellazione europea ha ora quattro satelliti attivi in orbita. Il contratto firmato a Berlino riguarda la generazione successiva – tempi di sviluppo e lancio stimati nell’arco del prossimo decennio – ma la decisione di avviare il programma adesso non è casuale.

I satelliti radar sono strumenti complessi, con una vita operativa finita. La continuità della missione – la garanzia che non ci siano buchi temporali nella serie storica dei dati – è essa stessa un valore scientifico e operativo. Una serie storica SAR interrotta perde parte della sua capacità di rilevare cambiamenti lenti: subsidenza, deformazione tettonica, evoluzione costiera. Il contratto firmato questa settimana è, in sostanza, una polizza assicurativa sul futuro del telerilevamento radar europeo.

Le specifiche tecniche di Sentinel-1 NG non sono ancora pubbliche nel dettaglio, ma i documenti ESA indicano miglioramenti nella risoluzione spaziale, nella flessibilità delle modalità di acquisizione e nella capacità di elaborazione a bordo. Più risoluzione significa più dettaglio nelle aree urbane e nelle infrastrutture critiche. Più flessibilità significa risposta più rapida alle emergenze.

Dati aperti: un asset che l’Europa non valorizza abbastanza
C’è un aspetto di questa storia che raramente emerge nel racconto istituzionale: i dati Copernicus sono gratuiti e aperti. Chiunque – ricercatori, giornalisti, comuni cittadini, amministrazioni locali – può scaricare immagini Sentinel-1 dall’archivio ESA senza pagare nulla e senza chiedere permessi.

Questo modello ha generato un ecosistema straordinario. Università, centri di ricerca, startup, agenzie di protezione civile in tutto il mondo costruiscono servizi operativi sui dati Copernicus. In Italia, ISPRA monitora le coste. Le regioni usano Sentinel-2 per il censimento agricolo. La Protezione Civile integra i dati SAR nelle risposte alle alluvioni.

Eppure questa infrastruttura rimane largamente invisibile al dibattito pubblico. Quando si parla di spazio, si parla di missioni umane, di Marte, di satelliti militari. Raramente si racconta che esiste un sistema europeo di osservazione della Terra, finanziato con fondi pubblici, i cui dati appartengono a tutti e che produce informazione verificabile sul pianeta in cui viviamo.

Il contratto firmato a Berlino vale centinaia di milioni di euro. È un investimento europeo su una capacità strategica – la capacità di vedere, misurare e documentare ciò che accade alla superficie terrestre, indipendentemente da chi possiede i satelliti commerciali e da chi decide cosa pubblicare.

Cosa chiedo al satellite
Sono state elaborate molte immagini Sentinel-1 negli ultimi dieci anni. Ho usato questi dati per documentare i danni del terremoto in Centro Italia, per seguire l’avanzata dei fronti di conflitto in Ucraina attraverso le deformazioni del suolo, per misurare la velocità di scioglimento dei ghiacciai alpini estate dopo estate.

Ogni volta che osserviamo un’acquisizione SAR, quello che vediamo non è un’immagine – è una misura. Il satellite non interpreta, non sceglie l’angolazione, non aspetta la luce migliore. Registra il ritorno di un segnale fisico. È questo che rende il telerilevamento radar uno strumento di giornalismo investigativo a tutti gli effetti: produce evidenza difficile da contestare e impossibile da manipolare con le parole.

I nuovi Sentinel-1 faranno lo stesso, con strumenti più raffinati. È una buona notizia.

La zona costiera del ponente ligure acquisite da Sentinel 2 e Sentinel 1. La capacità del secondo di operare con un sensore SAR indipendentemente dalla copertura nuvolosa risulta evidente

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Messico, una democrazia che sta morendo nel rumore

15 Giugno 2026 ore 04:45

In Messico oggi vediamo che non è necessario che il governo chiuda giornali o arresti giornalisti per ridurre l’impatto della stampa. Se il pubblico preferisce guardare TikTok piuttosto che analizzare le notizie, il ruolo tradizionale dei media scompare giorno dopo giorno. Il governo vince quando i cittadini sono stanchi di ascoltare il conflitto fra i politici e i commentatori. La democrazia non muore nell’oscurità, ma a causa della distrazione.

La fase una della nuova strategia di gestione della relazione con la stampa è trattare i giornalisti come nemici politici. Tanto adesso con la nuova presidente messicana, Claudia Sheinbaum, quanto con il suo precedessore, Andrés Manuel López Obrador, abbiamo visto una nuova retorica ufficiale della presidenza che è apertamente ostile al giornalismo. In Messico adesso il nuovo linguaggio ufficiale riguardo alla stampa rispecchia le parole di Donald Trump negli Stati Uniti, o di Javier Milei in Argentina, o di Viktor Orbán quando governava in Ungheria.

Quando era presidente fra 2018 e 2024, López Obrador ha sviluppato un nuovo modo di insultare i giornalisti e di descrivere le analisi critiche come parte di una macchina del fango dei suoi rivali politici. La presidente Sheinbaum oggi usa un tono meno bellicoso del suo mentore e predecessore, però mantiene la stessa strategia di minimizzare e respingere le critiche sulla stampa.

Per López Obrador la censura palese non era necessaria, era sufficiente sparare sul messaggero e insultare giornalisti particolari e la stampa in generale invece di rispondere all’argomento di un articolo o un’indagine. López Obrador era un maestro degli oltraggi e spesso diceva che i giornalisti fossero parte della mafia in Messico, che fossero «la stampa sicaria». Oggi la presidente Sheinbaum parla con un linguaggio più accademico di quello di López Obrador ma ancora critica e insulta i giornalisti in Messico. Sheinbaum spesso mette in discussione l’etica e la morale della stampa. Ha accusato anche il New York Times di aver pubblicato una storia inventata sulla produzione di fentanyl in Messico.

La seconda fase comincia quando i cittadini già non leggono più le notizie. Sheinbaum, come López Obrador prima di lei, ha mantenuto uno scontro continuo con i giornalisti. Un effetto è che molti messicani già sono affaticati delle accuse costanti di fake news e disinformazione fra il governo e la stampa. Lopez Obrador ha detto più di 100.000 bugie quando era presidente. Un diluvio di falsità travolge. È noioso verificare sempre che potrebbe essere vero e che no. La costante presenza di incertezza fomenta l’indifferenza. Molti messicani hanno spento la tivù e non comprano più i quotidiani. I sondaggi dimostrano che oggi la maggioranza del pubblico in Messico non si fida dei media. Adesso solo il 17% degli adulti legge un quotidiano cartaceo. Tre su quattro persone usano YouTube, ma solo un terzo usa YouTube per guardare le notizie. Solo il 15% usa X (Twitter) per leggere le notizie. Ci sono podcaster e YouTuber che parlano di politica e attualità, ma nessuno ha la stessa fama e impatto dei giornalisti tradizionali di 20 anni fa. In generale, gli youtuber più famosi del Messico non parlano di politica.

Neanche Sheinbaum ha bisogno dei giornalisti. Parla direttamente con il pubblico ogni mattina e trasmette le sue conferenze stampa sul web. Ha 9 milioni di follower su TikTok e offre poche interviste alla stampa tradizionale. Preferisce invitare youyuber filogovernativi alle sue conferenze mattutine.

Ma il partito di Sheinbaum già controlla tre quarti dei seggi nel Congresso e anche il potere giudiziario. Sheinbaum ha tutto il potere e pochi contrappes. L’Economist Intelligence Unit già classifica il Messico come un «regime ibrido» (sistema semi-autoritaria) e non una democrazia piena. Il World Press Index del gruppo Reporters Without Borders classifica il Messico al 122° posto su 180, fra i Paesi dove è più difficile fare il giornalista.

Nonostante l’ambiente nocivo, i cronisti messicani non hanno messo via le loro penne e tastiere. Giornalisti dei media tradizionali come Carlos Loret de Mola e Carmen Aristegui hanno sviluppato media digitali rilevanti. Anche Televisa, la catena di televisione più importante, e El Universal, il quotidiano numero uno, operano siti Web di successo. Media digitali come Animal Político, SinEmbargo, e Aristegui Noticias continuano a pubblicare articoli e hanno una nicchia di lettori leale. Alcuni giornalisti della vecchia scuola non hanno smesso di lavorare. Humberto Musacchio, il nipote di un migrante italiano, ha cominciato a scrivere sulla politica durante l’ultima epoca semi-autoritario in Messico, durante gli anni sessanta. Lui ancora scrive editoriali sul quotidiano Excélsior.

Ma oggi in Messico sembra che studiare le notizie sia diventata un’attività partigiana. Una gran parte della popolazione ha cessato di prestare attenzione. In Messico ci sono ancora stelle brillanti nel giornalismo, ma la galassia del settore della comunicazione in generale è più buia.

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Qualcosa si muove contro il Dio bipopulista che ha fallito

15 Giugno 2026 ore 04:45

Soltanto due anni fa sembrava impossibile immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano. Non è che oggi sia a portata di mano, ma le cose della politica si stanno muovendo in modo naturale nella direzione di uno sfaldamento dei poli di destra e sinistra, come è giusto che sia vista la loro comprovata inadeguatezza e incapacità di governare o di offrire un’alternanza seria e coerente.  

Proprio a causa di questo incipiente movimento di sbriciolamento dei poli a trazione populista ed estremista, la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti. 

Eppure a destra si è affacciato un ex Generale di stanza a Mosca con tutto l’armamentario programmatico autarchico dei tempi andati e con la Russia di Putin come modello civile, mentre aumentano i malumori dell’area sedicente liberale del centrodestra che fa capo alla famiglia Berlusconi e Moratti. 

Dall’altra parte potrebbe nascere il partito di Alessandro Di Battista che, quanto ad amicizia con la Russia e a distanza dall’Ucraina e dall’Europa, è in effetti indistinguibile dall’area Vannacci, così come le posizioni di Matteo Salvini sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte, del quale infatti il leghista è stato il vice nella famigerata stagione gialloverde a Palazzo Chigi. 

Poi, a sinistra, ci sono le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd di Schlein e il malessere a questo punto a tratti complice dei riformisti, i quali assistono sbalorditi e inerti alla negazione dei principi fondanti del partito nato nel 2007 da Walter Veltroni, ma che poi per pavidità preferiscono girarsi dall’altra parte anziché combattere una battaglia ideale a viso aperto. 

Contemporaneamente sono nate iniziative indipendenti dai due poli e quindi coerentemente europeiste, pro Ucraina, e contro il bipopulismo che più o meno si affiancano al posizionamento indipendente ormai consolidato di Azione di Carlo Calenda, ai primi vagiti del Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin e ai tentativi di trovare una sintesi tra tutte le anime dell’area liberal socialista tentati dal Circolo Matteotti che raccoglie dirigenti del Pd, di Italia Viva, di Azione, radicali e socialisti. 

L’uscita dal Pd di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e la più coraggiosa ed esposta tra gli esponenti riformisti del Partito Democratico, ha rianimato tutta quell’area politica che non si rassegna a ingabbiarsi in uno dei due poli, ma che finora, e con l’eccezione del Terzo Polo del 2022 e del precedente governo Draghi, non è mai riuscita a trovare un’offerta politica convincente. 

Lo Spazio Pubblico di Picierno, già con quel suo esplicito richiamo alla Place Publique con cui Raphael Glucksmann vorrebbe rappresentare l’alternativa liberale e socialista alla destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella alle presidenziali francesi, potrebbe essere la miccia politica necessaria a far scattare la tanto agognata aggregazione liberaldemocratica andata in fumo alle elezioni europee scorse, e magari cominciare a mettere insieme intanto Picierno, Calenda, i radicali di Europa radicale, e poi a poco a poco gli altri.

In questo schema, Matteo Renzi purtroppo non c’è, perché dopo il fallimento dell’opzione centrista alle Europee ha deciso legittimamente, e per certi versi anche saggiamente, di schierarsi col centrosinistra e contro il governo di destra, ma dopo due anni il suo apporto alla coalizione si è limitato a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista imposto da Conte e Schlein, a cominciare dall’Ucraina fino al riarmo europeo, senza invece svolgere quel ruolo di contrappasso liberale alla deriva populista del centrosinistra che avrebbe giustificato il suo rientro da (finto) gregario del Pd di Schlein. Renzi ha scelto la strada del fedele alleato di Schlein, poi vedremo quanto leale, peraltro senza farsi pienamente accettare né dai grillini, che non perdono mai l’occasione di ribadire di non volerlo dentro la coalizione, né dal Pd che, con Schlein, Bettini e altri, manovra altre potenziali formazioni centriste cattoliche, civiche, radicali e socialiste allo scopo di ridimensionare il peso di Italia Viva dentro la coalizione. 

Renzi è politicamente il più furbo di tutti, e difficilmente si fa fregare, quindi non è detto che al momento del voto del prossimo anno si ritroverà nello stesso posto in cui si trova adesso. Questa non è una previsione, soltanto una constatazione delle operazioni in corso per limitare, con la benedizione di Schlein, il ruolo di Renzi, e delle iniziative politiche fuori dai poli che attraggono pericolosamente gli elettori e anche la classe dirigente di Italia Viva. 

Questa sera, a Milano, si incontrano gli europeisti, un’iniziativa politica nata da tre ex radicali, calendiani e renziani come Daniele Nahum, Piercamillo Falasca e Sergio Scalpelli, che ospiterà al benemerito Teatro Franco Parenti Pina Picierno, Carlo Calenda, Luigi Marattin, i radicali e Mario Monti, oltre a varie personalità del mondo della cultura e della scienza politica liberal-democratica. 

Tra dieci giorni, invece, sempre al Parenti, il Circolo Matteotti e Linkiesta metteranno sullo stesso palco le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd, Pina Picierno (per fondare Spazio Pubblico), Marianna Madia (per andare da indipendente in Italia Viva), ed Elisabetta Gualmini (per entrare in Azione), assieme alla deputata Lia Quartapelle e alla senatrice Simona Malpezzi che restano ancora nel Pd nonostante il malessere nel vedere il partito pluralista e a vocazione maggioritaria che hanno contribuito a fondare trasformarsi in un’assemblea di istituto che aspira a rinverdire i fasti di Sel di Nichi Vendola. 

Cinque donne e quattro strade possibili contro il populismo e l’estremismo, sullo stesso palco, proprio mentre in Francia la Place Publique di Raphael Glucksmann comincia la sua corsa per far sapere ai socialisti e i liberali che un’alternativa al populismo autoritario è percorribile. 

Forse è ancora tutto confuso e insufficiente, e probabilmente anche velleitario, ma da qualche parte bisogna pure cominciare, e se si pensa che il destino bipopulista delle due coalizioni politiche e del Paese sia segnato è certamente doveroso sostenere chiunque stia provando a cambiare le cose.

Nel 1949, lo scrittore Ignazio Silone, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista italiano di allora, scrisse un piccolo capolavoro politico e letterario, mai veramente apprezzato in Italia, intitolato “Uscita di sicurezza” per raccontare il tormentato ma deciso percorso personale che lo aveva portato a riconoscere la fallacia del sogno comunista. 

Il testo fu pubblicato in Gran Bretagna nel volume “Il Dio che ha fallito” che raccoglieva saggi e testimonianze di altri intellettuali svegliatisi dall’incubo del socialismo reale  come André Gide, Arthur Koestler, Louis Fischer, Stephen Spender, e Richard Wright. 

L’uscita di sicurezza intellettuale e politica oggi è la porta da oltrepassare per provare a costruire un’alternativa seria e credibile contro quell’altro Dio, quello bipopulista, che con ogni evidenza ha fallito miseramente.

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Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa

15 Giugno 2026 ore 04:45

Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.

Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.

La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.

Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.

Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.

La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.

C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.

Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.

Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.

Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.

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