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“Se fosse successo dopo il decollo sarebbe stato un disastro”: scoppia un incendio nel container pieno di bagagli pronto a essere imbarcato sull’aereo, panico a Malpensa. Nel mirino le batterie al litio

17 Agosto 2026 ore 12:52

Un container carico di bagagli ha preso fuoco domenica 16 agosto all’aeroporto di Milano Malpensa, mentre si trovava a terra in attesa di essere caricato su un volo British Airways. Le fiamme sono state domate rapidamente dai vigili del fuoco, ma l’episodio (l’ennesimo nell’ultimo periodo) ha riportato l’attenzione su uno dei problemi che ultimamente preoccupano maggiormente il settore dell’aviazione: gli incendi provocati dalle batterie al litio. Quest’ultime, se danneggiate, possono entrare in una condizione di surriscaldamento incontrollato e sviluppare rapidamente fiamme difficili da gestire. Il container, utilizzato per trasportare le valigie, conteneva i bagagli destinati a un Airbus A321neo della compagnia britannica. L’incendio si è sviluppato prima della partenza del velivolo, e questo ha permesso agli operatori di intervenire direttamente sul posto, come si vede nel video girato da uno dei passeggeri presenti e diventato virale.

Al momento non è ancora stata stabilita con certezza l’origine delle fiamme. Tra le ipotesi al vaglio c’è un possibile malfunzionamento del macchinario utilizzato per movimentare il container, forse favorito dalle temperature elevate. Non viene però esclusa la possibilità che a provocare l’incendio sia stata una delle valigie presenti all’interno. In particolare, l’attenzione si concentra sulla possibile presenza di un dispositivo che potrebbe essersi surriscaldato o danneggiato.

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Perquisizioni a Berlino e Brandeburgo e un arresto in Spagna in relazione a una rapina in banca ad Aquisgrana del 2013 (12 agosto 2026)

17 Agosto 2026 ore 09:00
Perquisizioni a Berlino e Brandeburgo e un arresto in Spagna in relazione a una rapina in banca ad Aquisgrana del 2013 (12 agosto 2026) Mercoledì 12 agosto, a partire dalle…

Travolto e ucciso a 33 anni, il conducente fugge: individuato dai carabinieri il pirata della strada

17 Agosto 2026 ore 11:02

La strada nel buio, poco dopo le tre di notte. Paolo Pandolfi, 33 anni, stava camminando lungo via XX Settembre, a Vicopisano, nel Pisano, quando è stato travolto da un’automobile. Un impatto violentissimo che non gli ha lasciato scampo. È morto così, nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 agosto. Dopo l’investimento, secondo una prima ricostruzione, l’automobilista non si sarebbe fermato. L’auto avrebbe proseguito la sua corsa, lasciando sull’asfalto il giovane ferito a morte.

Quando sono arrivati i soccorsi, per Paolo Pandolfi non c’era più nulla da fare. I sanitari hanno potuto soltanto constatarne il decesso. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri della stazione di San Giovanni alla Vena, che hanno immediatamente iniziato a raccogliere elementi per ricostruire cosa è avvenuto e dare un nome al conducente. Durante i rilievi, tra i primi elementi utili è stato trovato un frammento del veicolo che potrebbe appartenere all’auto coinvolta nell’investimento. Gli investigatori hanno poi cercato altre tracce, rivolgendosi alle telecamere private presenti nella zona. Le immagini acquisite dai carabinieri avrebbero ripreso quanto accaduto e sono ora al vaglio per ricostruire la dinamica dell’incidente e verificare gli elementi raccolti durante i rilievi.

La svolta è arrivata nella mattinata di lunedì 17 agosto. Nel giro di poche ore gli investigatori dell’Arma sono riusciti a individuare l’automobilista ritenuto coinvolto nell’investimento. L’uomo è stato denunciato in stato di libertà per omicidio stradale. Saranno eseguiti i test per stabilire se chi guidava fosse in stato di alterazione per droga o alcol. Restano ancora da chiarire con precisione la dinamica dell’incidente, le circostanze dell’investimento e cosa sia accaduto immediatamente dopo l’impatto.

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Federico Maria Sardelli in mostra a Torgiano: quando la grande musica diventa pittura

17 Agosto 2026 ore 10:27

Torgiano (PG) 17 agosto – Ancora una volta, Federico Maria Sardelli dimostra come la poliedricità del vero ingegno rinascimentale possa trovare cittadinanza nel nostro presente. Conosciuto a livello internazionale come una delle massime autorità mondiali su Antonio Vivaldi, direttore d’orchestra, musicologo, flautista e saggista di raffinata penna, Sardelli torna a stupire il pubblico, ma questa volta lasciando la bacchetta sul leggio e imbracciando i pennelli.
A Torgiano, borgo umbro celebre per il suo connubio tra arte e cultura enogastronomica, la sua opera pittorica si svela in una mostra d’eccezione che si distingue per grazia, virtuosismo e profonda sensibilità estetica.
“La pittura non è un semplice contrappunto
alla mia musica, ma un altro modo per
catturare la medesima luce.”
(Federico Maria Sardelli)
Un virtuosismo tra tela e spartito.
Per chi conosce Sardelli solo attraverso le incisioni per la Vivaldi Edition o attraverso le sue leggendarie esecuzioni con l’ensemble Modo Antiquo, l’impatto con la sua produzione figurativa è una rivelazione folgorante. La pittura di Sardelli non è il dilettantismo d’un musicista illustre, bensì un linguaggio organico e maturo, frutto di anni di studio rigido e passione viscerale per la grande tradizione classica e figurativa.
Nel cuore di Torgiano, le tele esposte dialogano sapientemente con le architetture storiche che le ospitano. Tra i soggetti rappresentati figurano:
Paesaggi e atmosfere d’acque: Uno sguardo acuto sulla natura, dove i riflessi della luce e le velature cromatiche richiamano direttamente il dinamismo e la vivacità dei concerti vivaldiani.
Ritrattistica e figura: Un’indagine psicologica acuta, segnata da un tratto sicuro e da un’attenzione al dettaglio che evoca i maestri del passato senza mai cadere nella stancante citazione.
Scenografie e visioni d’epoca: L’universo barocco reinventato con gusto moderno e straordinario rigore formale.
Ciò che colpisce della pittura di Sardelli è la luce. Come nelle architetture sonore del “Prete Rosso” la struttura ritmica sostiene l’invenzione melodica, così sulla tela una linea di disegno nitida e ferrea cede il passo a campiture di colore calde, vibranti, intrise di un lirismo mai lezioso.
L’allestimento a Torgiano offre un percorso espositivo denso e intimo, capace di affascinare sia i melomani giunti per rendere omaggio al maestro della musica barocca, sia i collezionisti e gli appassionati d’arte figurativa in cerca di una pittura che sappia ancora parlare il linguaggio dell’armonia e della bellezza senza tempo.

Russia, create almeno dieci basi destinate al lancio di droni d’attacco a lungo raggio

17 Agosto 2026 ore 08:40
Russia, create almeno dieci basi destinate al lancio di droni d’attacco a lungo raggio

ROMA (ITALPRESS) – La Russia avrebbe costruito o potenziato almeno dieci basi destinate al lancio di droni d’attacco a lungo raggio, estendendo una rete che accresce sensibilmente la capacità di condurre campagne aeree massive contro l’Ucraina. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata dal Telegraph, realizzata attraverso l’esame incrociato di immagini satellitari, documenti trapelati e dati di tracciamento open source. Il quotidiano britannico ha individuato almeno 59 nuove rampe su rotaia, infrastrutture che consentono il decollo di velivoli ad ala fissa senza ricorrere a piste convenzionali.

Alcuni siti sorgono all’interno di installazioni militari o aeroportuali già esistenti, altri sarebbero stati realizzati ex novo in aree rurali. Secondo DroneSec, società specializzata nell’analisi delle minacce Uas consultata dal giornale, circa venti rampe presentano dimensioni compatibili con le più recenti generazioni di droni russi a lungo raggio. L’inchiesta evidenzia inoltre un consistente ampliamento delle capacità logistiche: una delle installazioni disporrebbe di spazi sufficienti a ospitare oltre mille velivoli, mentre ulteriori infrastrutture risultano ancora in costruzione. Sette dei dieci siti identificati sarebbero già stati impiegati durante recenti attacchi contro Kyiv. Il Telegraph collega questa proliferazione alla crescente disponibilità di sistemi Geran e alla produzione assicurata anche dal polo industriale di Alabuga.

Alcune delle nuove piattaforme, osserva il quotidiano, avrebbero autonomia teoricamente sufficiente per raggiungere territori Nato, compresa Varsavia, senza che ciò costituisca tuttavia indicazione di preparativi russi per colpire la Polonia o altri Paesi alleati. Più che la sola gittata, è dunque la scala dell’infrastruttura individuata a delineare il salto capacitivo: più punti di lancio, maggiore dispersione e salve potenzialmente più dense possono moltiplicare gli assi d’attacco e sottoporre le difese aeree ucraine a una pressione crescente.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Borsa, Piazza Affari col segno più: Ftse Mib +0,43%. Scatto di Stm e Prysmian

17 Agosto 2026 ore 09:51

Partenza positiva per Piazza Affari nella seduta del 17 agosto. Il Ftse Mib guadagna lo 0,43% e raggiunge 53.812 punti, con Stm e Prysmian davanti alle altre blue chip. Fincantieri apre invece in calo dell’1,51%.

Fincantieri cede l’1,51%, in calo anche Campari, Amplifon e Brunello Cucinelli a Piazza Affari

Stm e Prysmian prendono subito la testa del Ftse Mib. Nelle prime battute della seduta Stm guadagna il 3,34%, mentre Prysmian avanza del 2,62%.

Gli acquisti contribuiscono alla partenza positiva di Piazza Affari, con il Ftse Mib a 53.812 punti, in rialzo dello 0,43%. Segno più anche per Ferrari, che sale dell’1,22%, e Saipem, avanti dello 0,86%.

Tra i titoli in rosso, Fincantieri perde l’1,51%. Seguono Campari a -0,89%, Amplifon a -0,60% e Brunello Cucinelli a -0,54% nelle prime contrattazioni della giornata.

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Paura a Malpensa, bagagli in fiamme durante l’imbarco sul volo per Londra: sospetta batteria al litio

17 Agosto 2026 ore 09:22

Una colonna di fumo si è alzata poco prima delle 13 di domenica 16 agosto dal piazzale del Terminal 1 di Malpensa, dove un carrello portabagagli ha preso fuoco mentre veniva utilizzato per caricare le valigie nella stiva di un volo British Airways diretto a Londra. Il mezzo, gestito dalla società di handling Aviapartner, si è trasformato in pochi istanti in un rogo che ha messo in allerta tutto lo scalo milanese.

Il fumo che ha fatto scattare l’allarme

Dall’automezzo si è sprigionata all’improvviso una densa nube nera, sufficiente a far scattare l’allarme generale nell’area di piazzale. I vigili del fuoco del distaccamento aeroportuale sono intervenuti in pochissimi minuti, riuscendo a circoscrivere e spegnere le fiamme prima che potessero estendersi oltre il carrello e i bagagli che vi si trovavano sopra. Il velivolo e le strutture circostanti non sono stati toccati dal fuoco.

L’ipotesi di una batteria surriscaldata

Gli accertamenti in corso si concentrano su una pista precisa: il surriscaldamento di una batteria al litio custodita in una delle valigie caricate sul carrello, favorito dal caldo intenso di questi giorni. Non è la prima volta che un episodio simile si verifica in Lombardia. Lo scorso 8 luglio un caso analogo aveva provocato un incendio ben più esteso nel centro di smistamento del corriere Brt, con una nube di fumo nero visibile a distanza.

Voli regolari, solo il collegamento per Londra ha subito ritardi

L’aeroporto non ha registrato alcuna ripercussione sull’operatività complessiva e il traffico aereo è proseguito senza interruzioni. L’unico disagio concreto ha riguardato i passeggeri del volo diretto in Gran Bretagna, la cui partenza, originariamente fissata poco prima delle 14, è stata posticipata di circa due ore per consentire i controlli di sicurezza resi necessari dall’accaduto. L’aereo è infine decollato regolarmente attorno alle 16.

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Iran, scadono i 60 giorni della tregua con gli Usa: taglia da 30mila dollari sui soldati americani e scontro su Hormuz

17 Agosto 2026 ore 09:22

I 60 giorni fissati dal memorandum di Islamabad arrivano alla scadenza con Iran e Stati Uniti ancora lontani da un accordo. Teheran ha rafforzato missili e droni e offre 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di militari americani, mentre continua lo scontro sul controllo di Hormuz.

Teheran prepara missili e droni mentre Washington alza la pressione economica e militare

L’Iran ha trascorso gli ultimi due mesi preparandosi anche alla possibilità di un nuovo allargamento dei combattimenti. Funzionari iraniani e arabi riferiscono che Teheran ha aumentato la produzione di missili e droni e affidato incarichi chiave a esponenti della linea dura, convinta che gli Stati Uniti stessero utilizzando la pausa per preparare un futuro attacco. Funzionari dell’intelligence araba parlano di un “cambiamento strategico” con l’obiettivo di “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”.

Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, ha sintetizzato il clima nel Paese: “in Iran e’ diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.

Nelle stesse ore il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha definito i militari statunitensi “aggressori” e annunciato una ricompensa sintetizzata così: “30mila dollari a chi ne uccide o cattura uno”. La somma, pari a 30.000 dollari, verrebbe versata a chi cattura o uccide un soldato americano.

Lo scontro più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. L’Iran continua a bloccarne il transito per fare pressione sugli Stati Uniti e sull’economia internazionale, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani.

Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni annunciando venerdì che agirà “molto presto” e dichiarando: “Dichiarerò Hormuz territorio Usa”. Teheran ha definito le affermazioni del presidente americano “fuori luogo” e “un’assurdità”.

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Ha aggiunto che lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”.

Il Parlamento iraniano si prepara intanto a votare un disegno di legge con misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”. Un secondo provvedimento riguarda il “contrasto alle ingerenze straniere” e prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”.

Anche Washington prepara nuove mosse. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe annunciare in settimana misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di isolarlo dal resto del mondo.

Il 17 agosto termina il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum firmato a Islamabad. I mediatori continuano a lavorare a un accordo dell’ultimo minuto, ma una proroga appare difficile. I contatti sono complicati anche dalle divisioni interne iraniane. A metà maggio l’amministrazione Trump aveva cercato un canale diretto con Ahmad Vahidi, comandante della Guardia Rivoluzionaria, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani.

Un alto funzionario della Casa Bianca ha descritto i rapporti tra Washington e Teheran come fermi: “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”.

Negli Stati Uniti la guerra resta impopolare mentre Trump e i repubblicani si preparano alle elezioni di midterm di novembre per difendere il controllo del Congresso. Diverse testate americane segnalano inoltre carenze di munizioni, compresi gli intercettori antimissile Patriot. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, aggiungendo un problema economico interno alla pressione militare e diplomatica sull’amministrazione.

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Goodyear torna sulla Luna. Realizzerà le gomme del rover del programma Artemis

di: F. Q.
17 Agosto 2026 ore 08:55

Goodyear tornerà sulla Luna nell’ambito del programma Artemis della NASA. L’azienda americana svilupperà i pneumatici del Pegasus Lunar Terrain Vehicle, il rover realizzato da Lunar Outpost che accompagnerà gli astronauti nelle missioni al Polo Sud lunare previste dal 2028.

Il veicolo è stato progettato per operare in una delle aree più complesse della superficie lunare, consentendo agli equipaggi di percorrere distanze maggiori e svolgere attività scientifiche per periodi più lunghi.

Le gomme dovranno affrontare condizioni estreme: forti escursioni termiche, superfici rocciose, polvere abrasiva, bassa gravità e assenza di atmosfera. Per questo Goodyear svilupperà una soluzione dedicata, frutto dell’esperienza maturata in oltre un secolo di ricerca e nello sviluppo di tecnologie per applicazioni ad alte prestazioni.

“Dai record di velocità su terra ai circuiti più impegnativi del mondo, fino alla superficie lunare, le innovazioni Goodyear aiutano le persone a viaggiare in sicurezza da oltre 125 anni”, ha dichiarato Chris Helsel, Senior Vice President e Chief Technical Officer dell’azienda.

Per Goodyear si tratta di un ritorno. L’azienda aveva già contribuito alle missioni Apollo, lasciando le proprie impronte sul suolo lunare. L’esperienza accumulata allora costituisce oggi la base per lo sviluppo delle nuove soluzioni destinate al programma Artemis.

Il progetto Pegasus riunisce competenze provenienti da settori diversi: Lunar Outpost guida lo sviluppo del veicolo, General Motors mette a disposizione il proprio know-how automobilistico, Leidos quello aerospaziale.

Goodyear conta oggi circa 63 mila dipendenti, 49 stabilimenti in 19 Paesi e due centri di ricerca e sviluppo, ad Akron, negli Stati Uniti, e a Colmar-Berg, in Lussemburgo. Dal 2028 le sue tecnologie saranno dunque chiamate a operare anche sulla superficie lunare.

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Flock's 'Creepy Cameras' Remain Major Threat to Privacy Despite Small Recent Changes, Warns ACLU

16 Agosto 2026 ore 22:38
While Flock announced changes for its AI-powered traffic cameras, "Several of the proposed changes Flock is touting are merely retreads of previous ," complains the American Civil Liberties Union. "Flock's latest announcement still appears more focused on addressing a perceived PR problem than the significant harms its products create... [T]his is hardly the step forward Flock wants us to think it is " The ACLU continues to urge that default retention periods be shortened to 48 hours — not one week. And they warn Flock allows longer retention to any police department that asks for it, or when police officers activate "Evidence Mode" (the scope of which is not yet clear): Even if "Evidence Mode's" data retention hold only applies to hits returned on a given search, it would still retain significant amounts of location data on persons and vehicles who law enforcement do not suspect have engaged in any wrongdoing... Flock claims that its changes will provide "more local control," meaning local police can decide what types of offenses other Flock customers can search their data for... This is not new. Flock has attempted this before, and the security measure failed because users were easily able to circumvent the system's requirement that police input the purpose of their search. For example, on June 12, 2025 Flock started claiming its new "Proactive Search Term Tool" would block any "impermissible" searches, such as abortion-related searches in states like Illinois that prohibit sharing reproductive healthcare data. But police officers quickly realized they could just input "investigation" or even "hehehe" as a search reason and it would be approved. Flock later switched from an open text box to a drop-down menu of reasons, but that just offered police a list of acceptable purposes they could choose from, whether it was accurate or not. Until Flock demonstrates they can develop a reliable, workable system to prevent improper searches, this promise of local control provides nothing more than a false sense of security... While providing "Audit Assistance" to all departments makes sense, there is no evidence that the tool works consistently to address what the Washington Post observed is a growing pattern of police officers turning Flock into a personal stalking tool. While dozens of officers have recently been arrested, fired, or otherwise disciplined for misusing Flock for personal reasons, Flock claims these arrests are proof its auditing tool works. However, unless we know the number of officers misusing the system, we cannot conclude if Flock and its auditing tools are catching 95 percent of violators or 5 percent. Flock needs to have its auditing tool analyzed by an independent evaluator to determine its actual effectiveness. Until then, we don't know if the tool is a real security measure or just window dressing. Perhaps the oddest part of Flock's announcement is its claims that "now every search will require" police to input a case code... While claiming that a "search without a reason is a search that shouldn't happen in the first place," Flock's announcement fails to note how easily users have circumvented "search reason" security measures in the past... This leaves the public wondering how making an ineffective voluntary security measure mandatory will improve its functionality. Flock's "nearly $1 billion in venture capitalist funding has locked it into an operational model that seeks to trade our privacy for massive profits," concludes the ACLU's statement, as they promise to continue "The ACLU is fighting alongside communities to cancel local ALPR contracts and push lawmakers to protect our rights from this surveillance nightmare..."

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La Russa attacca di nuovo Report: “Va cambiato, ma non vorrei che arrivi uno peggio di Ranucci”

16 Agosto 2026 ore 18:46

Ignazio La Russa torna a mettere nel mirino Report. “Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5% dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso”, ha detto il presidente del Senato intervistato a “Bar Italia”, evento di Fratelli d’Italia in corso a Ragalna, nel Catanese, proponendo per l’ennesima volta di mettere le mani sul più importante programma di informazione della Rai. “A me non interessa se ne mettono un altro – ha proseguito la seconda carica dello Stato parlando della conduzione – ma non può essere che il giornalismo d’inchiesta si faccia per attaccare qualcuno, deve fare inchiesta a 360 gradi”. Certo, ha aggiunto, “non vorrei che ce ne mandino uno peggio di Ranucci, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo”.

L’evento del partito è un’occasione anche per fare il punto sull’operato del governo. “La terza riforma istituzionale che io amavo di più – ha spiegato La Russa -, e cioè quella per far eleggere direttamente dal popolo il capo dello Stato, o almeno il presidente del Consiglio, si è un po’ arenata perché abbiamo capito che diventava un altro strumento di falsità. Ma se facciamo questa legge elettorale, comunque il presidente del Consiglio avrà una credibilità che gli deriverà dalla scelta diretta dei cittadini. In questa legge le coalizioni devono indicare, non il nome del presidente del Consiglio, ma quello che proporranno al presidente della Repubblica che è libero di decidere. Ma quando c’è stata una vittoria chiara, non è mai successo che il presidente della Repubblica abbia scelto un nome diverso. Quindi se ci sarà una vittoria chiara, di destra o sinistra, il nome avrà una larghissima probabilità di diventare il presidente del Consiglio”. E i tempi? “Entro ottobre la chiudiamo. O la chiudiamo o non la chiudiamo, ma entro ottobre la risposta arriva”.

Le elezioni politiche del 2027 avverranno in uno scenario inedito per la politica italiana, quello in cui a destra di FdI c’è un altro partito, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, e Giorgia Meloni avrà il problema di non perdere troppi voti su quel versante. La Russa fa professione di ottimismo – “Io non sono convinto che i sondaggi siano necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo” – e infligge una stoccata all’alleato Matteo Salvini: “Il generale Vannacci ricordo che era il vicesegretario della Lega, non siamo noi che non l’abbiamo voluto nel centrodestra, lui ha deciso di uscire dal centrodestra, fondando un suo partito e votando in numerose occasioni insieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra. Io sono convinto che il centrodestra a prescindere da Vannacci avrà i numeri per governare”.

Quindi l’ex missino sale sul cavallo di battaglia delle destre non solo italiane, ma europee e mondiali: la questione migratoria. Quello che è successo a Ceuta “è stato un assalto all’Europa e qualcuno ha consentito che avvenisse, la Spagna ha enormi responsabilità nell’aver predicato l’accoglienza. L’accoglienza è una bellissima cosa ma quando è indiscriminata non è più accoglienza come quello che è avvenuto nell’enclave spagnola, con migliaia e migliaia di persone senza acqua, senza cibo, senza un luogo per dormire e vengono rispediti quasi a pedate nel loro Paese”, ha detto La Russa, come se fosse stata Madrid a lasciar entrare volontariamente oltre 80 mila migranti dal Marocco nella minuscola exclave spagnola in Nord Africa.

“Pensate se fossero arrivate a Pantelleria migliaia di migranti e noi li avessimo trattati, non dico come la Spagna, ma anche con la metà della cattiveria degli spagnoli – ha aggiunto -. Giustamente avremmo avuto manifestazioni in tutte le città in difesa dei poveri migranti”. Quindi ha concluso: “Avete sentito qualcuno dire che Sanchez ha trattato male gli immigrati? O la sinistra protestare per la remigrazione?”.

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Si incendia container per i bagagli in pista a Milano Malpensa, forse per una batteria al litio

16 Agosto 2026 ore 17:25
Sui sociali le immagini di un incendio domato all'aeroporto di Milano Malpensa. Si tratterebbe di un dispositivo con batterie al litio che avrebbe preso fuoco prima che lo caricassero in stiva insieme ai bagagli di un volo diretto a Londra

© RaiNews

L’Iran mette una taglia sugli americani: “30mila dollari a chiunque uccida o catturi un soldato Usa”

16 Agosto 2026 ore 16:12

L’Iran mette una taglia sui soldati americani. “Visto l’elevato numero di richieste di partecipazione alla jihad finanziaria – ha affermato il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami, citato dall’agenzia Irna, in occasione di una cerimonia per la Giornata della Stampa – è stato predisposto un piano in base al quale, per ogni persona che uccide o cattura e consegna un membro delle forze aggressori americane all’Esercito della Repubblica Islamica dell’Iran, con il sostegno dei familiari che partecipano alla jihad finanziaria e sotto la propria garanzia, riceverà un premio equivalente a 30.000 dollari o 5 miliardi di toman”. “Le valorose donne iraniane che riusciranno a compiere questa azione riceveranno un premio doppio”, avrebbe aggiunto Hatami, secondo l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato, gestita direttamente dal ministero della Cultura.

Più ristretta la formula usata dall’agenzia Tasnim, organo di informazione semi-ufficiale legato ai Guardiani della rivoluzione (che spesso sono in competizione, quando non addirittura in contrasto, con l’esercito), che nel dare la notizia riferisce che destinatario della taglia possa essere “una qualsiasi forza iraniana“, il che farebbe intendere che l’invito sia rivolto solo al personale militare. Tuttavia il fatto che Irna sia espressione diretta del regime teocratico da cui dipende in maniera diretta anche Artesh, l’esercito regolare, lascia pensare che a beneficiare della taglia possa essere ogni cittadino iraniano e non solo agli esponenti delle forze armate variamente intese.

A chi è rivolto l’invito? In Iran ufficialmente non sono presenti truppe regolari dell’esercito degli Stati Uniti: la guerra scatenata dall’amministrazione Trump insieme a Israele contro la Repubblica islamica non ha visto soldati Usa operare “boots on the ground” sul suo territorio. Quindi è plausibile che l’appello sia rivolto agli iraniani che vivono in altri paesi della regione. L’Irna dà un riferimento molto preciso parlando di “jihad finanziaria”, ovvero i complessi meccanismi e flussi monetari usati dal regime per sostenere militarmente e politicamente i propri proxy in Medio Oriente come Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite alleate in Iraq.

In alcuni paesi dell’area, inoltre, sono presenti uomini dei Pasdaran. A giugno l’agenzia Reuters riferiva, citando otto diverse fonti irachene, che i Guardiani della rivoluzione hanno creato nuove cellule segrete in Iraq, separate dalle milizie sciite irachene tradizionali e direttamente dipendenti dai Guardiani, per condurre attacchi contro i paesi del Golfo che ospitano forze americane.

La stessa Reuters il 23 luglio ha riferito che Teheran avrebbe inviato in Yemen tra 10 e 21 membri dell’Irgc, compresi comandanti e consiglieri militari, insieme a componenti per missili e droni destinati agli Houthi. “I comandanti delle Guardie Rivoluzionarie si sono recati lì per supportare le operazioni degli Houthi e fornire addestramento sui nuovi sistemi missilistici”, ha affermato una delle fonti.

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Rauti “I militari di Strade Sicure garantiscono ogni giorno vigilanza e sorveglianza”

di: toti
16 Agosto 2026 ore 08:38
Rauti “I militari di Strade Sicure garantiscono ogni giorno vigilanza e sorveglianza”

BARI (ITALPRESS) – “Anche nei giorni di festa c’è chi è in servizio per garantire la sicurezza di tutti, con dedizione, passione e professionalità”. Così il sottosegretario di Stato alla Difesa, senatrice Isabella Rauti, che ieri a Bari ha trascorso l’intera giornata di Ferragosto con i militari del Raggruppamento Puglia e Basilicata, impiegati nell’operazione ‘Strade Sicure’ e ‘Stazioni Sicure’, effettuata in concorso alle Forze di Polizia.
L’Operazione “Strade Sicure” – avviata nel 2008 dal Governo Berlusconi – è la più longeva sul territorio nazionale; confermata negli anni é stata rafforzata nel 2023 dall’Esecutivo
Meloni – per un numerico complessivo di circa 6800 militari – con il dispositivo “Stazioni Sicure” per la presenza (statica e di pattugliamento mobile) nei principali snodi ferroviari, 7 giorni su 7 , di Forze Armate e Guardia di Finanza, in supporto alla PolFer.
Il sottosegretario ha salutato i militari impiegati all’interno della stazione ferroviaria di Bari e nell’area esterna, nelle forme dinamiche previste con turni a rotazione per garantire le attività di sorveglianza.
“Tra gli impieghi di ‘Strade Sicure’ a Bari – evidenzia la Senatrice – rientrano anche la vigilanza al C.A.R.A. di Bari Palese ed al Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Bari San Paolo dove il personale dell’Esercito opera con le Forze di Polizia e la Guardia di Finanza per attività di ordine pubblico. I militari controllano gli ingressi, sono addetti alla Sala Monitor e garantiscono h24 – con 4 turni di servizio – una cornice di sicurezza nel perimetro esterno della struttura”.
“Nei giorni scorsi – prosegue – anche il CPR di Bari è stato interessato dall’esecuzione di provvedimenti di espulsione; i dati forniti dal Viminale sui rimpatri totali – ricorda Rauti – indicano un incremento di +34,3% nel primo semestre 2026, mentre il Governo Meloni continua a lavorare per realizzare hub di rimpatri in alcuni Paesi africani e per mantenere al centro dell’Agenda dell’UE i temi migratori e la necessità di proteggere le frontiere europee”.
“L’Operazione ‘Strade Sicure’ – conclude Rauti – in 18 anni di attività ha raggiunto numerosi obiettivi che confermano l’efficacia di un dispositivo articolato che rappresenta un presidio di legalità sul territorio; con compiti di deterrenza della minaccia, monitoraggio e vigilanza di siti ed obiettivi sensibili nelle principali aree metropolitane”.

– Foto ufficio stampa Sottosegretario di Stato alla Difesa Isabella Rauti –

(ITALPRESS).

Lo scandalo Fauci come svolta – con Alberto Contri

16 Agosto 2026 ore 11:00



Secondo il professor Alberto Contri la vicenda Fauci segna un punto di svolta non solo per i suoi aspetti medici e politici ma anche perché finalmente espone la barriera ideologica che finora ha separato i benpensanti ingabbiati dalla “Matrix” da un lato e, dall’altro, i cittadini aperti al dubbio e all’esercizio del senso critico.

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Vacanze e sicurezza: aumentano i rischi di furti in casa e truffe online. Ecco come difendersi

16 Agosto 2026 ore 09:56
Case vuote per settimane, annunci di affitti irresistibili e prenotazioni last minute. L'estate resta una delle stagioni più critiche per la sicurezza. Gli esperti invitano alla prudenza: bastano poche accortezze per evitare brutte sorprese

© RaiNews

Romania, drone abbattuto da due caccia F-18 spagnoli. Il portavoce della Nato: “Sembra essere russo”

di: toti
16 Agosto 2026 ore 08:23
Romania, drone abbattuto da due caccia F-18 spagnoli. Il portavoce della Nato: “Sembra essere russo”

ROMA (ITALPRESS) – Due caccia F-18 spagnoli, impiegato nella missione di pattugliamento aereo della Nato, hanno abbattuto un drone che aveva sconfinato nel territorio rumeno.

“Stanotte, un altro drone è entrato nello spazio aereo nazionale rumeno senza autorizzazione ed è stato abbattuto – scrive su X il ministro della Difesa rumeno Radu Miruta -. Alle 04:44, il bersaglio è stato rilevato mentre entrava nello spazio aereo nazionale rumeno, 24 km a nord di Galati. In quel momento, due caccia spagnoli F-18, già decollati per precauzione, hanno ricevuto l’autorizzazione a ingaggiare il bersaglio. Alle 05:01, il drone è stato intercettato e distrutto tra le località di Baleni e Cudalbi, nella contea di Galati, in un’area disabitata”.

Dal ministro rumeno “congratulazioni ai piloti spagnoli e al personale militare rumeno del centro di comando per la riuscita della missione. La Romania difende il proprio spazio aereo e i nostri alleati sono al nostro fianco. Vigilanza, risposta rapida e solidarietà alleata: queste sono le garanzie concrete della nostra sicurezza – conclude Miruta -. Sì, la Romania è in prima linea nella difesa dell’Unione Europea”.

PORTAVOCE NATO “IL DRONE SEMBRA ESSERE RUSSO”

Il drone abbattuto da un caccia F-18 della Nato dopo avere violato lo spazio aereo della Romania “sembra essere russo”. Lo ha dichiarato il portavoce del quartier generale militare della Nato, il colonnello Martin O’Donnell, sottolineando che le circostanze dell’incidente sono ancora oggetto di indagine.

– Foto di repertorio www.pexels.com –

(ITALPRESS).

Auto troppo veloce sulle strisce, prende a pugni la conducente

15 Agosto 2026 ore 15:57

Pontedera, 15 agosto 2026 – Una violenta rissa, tanto da dover ricorrere all’intervento delle forze dell’ordine e dei soccorsi del 118, solo per un problema di viabilità. Siamo vicino a Pontedera, nella frazione Romito, ieri pomeriggio, all’altezza di un attraversamento pedonale, un uomo che sta attraversando, viene avvicinato da un’auto che proviene a velocità troppo alta. Dalla lite alle proteste si passa ai pugni. Nonostante la conducente dell’auto fosse una donna, l’uomo non si fa problemi e la colpisce, poi si scatena l’inferno, la rissa coinvolgerà più persone. La donna verrà portata al Pronto Soccorso per gli accertamenti e le forze dell’ordine indagano per identificare i coinvolti.

Ferragosto in piazza Garibaldi

15 Agosto 2026 ore 14:58

Livorno, 15 agosto 2026 – Ora di pranzo, Ferragosto, tutti al mare o a festeggiare, la foto scattata dal comitato di residenti Piazza Garibaldi Viva esprime tutto il degrado ancora permanente nella “seconda zona rossa” voluta dal Prefetto. Lenzuola, sporcizia, bivacchi e tanti interrogativi ancora per gli abitanti del quartiere nonostante le misure per la sicurezza.
Questa foto è stata scattata oggi. Ferragosto. Mentre tutti sono al mare o a pranzo, in Piazza Garibaldi c’è chi si accampa così, in mezzo al degrado, tra lenzuola e rifiuti. Questa dovrebbe essere una zona rossa. Dovrebbe essere presidiata. Dovrebbero esserci pattuglie delle forze dell’ordine. Noi passiamo e cosa vediamo? Nessuno. Zero controlli. Zero. Continuiamo a dirlo e ridirlo a chi di dovere da mesi: Garibaldi è abbandonata. A Ferragosto come a Natale. Non è un problema di una persona, è un problema di una piazza intera lasciata a sé stessa. Il degrado non va in ferie. E i residenti di Garibaldi meriterebbero più rispetto. Voi che abitate qui, oggi a Ferragosto avete visto qualche pattuglia in Piazza? Scrivetelo nei commenti. Facciamo vedere la realtà.

Cadillac presenta la V-One Concept ispirata alla V-Series.R di WEC ed IMSA

15 Agosto 2026 ore 12:01
Cadillac ha presentato la V-One, uno studio concettuale che unisce l’autenticità vincente in gara del marchio alla raffinatezza su misura tipica di Cadillac. Il suo nome unisce la tradizione prestazionale della Cadillac V-Series a un modello monoposto unico nel suo genere, il primo del genere per il marchio.
Basato su una progettazione orientata alle prestazioni che condivide le fondamenta ...Continua a leggere

Coltano diventa Coltano Marconi

15 Agosto 2026 ore 07:09

Pisa, 15 agosto 2026 – La frazione rurale di Coltano cambia denominazione in Coltano Marconi, grazie ad una delibera della giunta di Michele Conti, che ha deciso rendere così omaggio al Nobel per la fisica Guglielmo Marconi, che proprio a Coltano nei primi del 900 realizzò una stazione radiotelegrafica a onde lunghe. Miche Conti nella giornata di ieri ha incontrato la figlia dello scienziato italiano Elettra Marconi: “Mio padre era molto legato a Pisa ed in particolare a Coltano – racconta – ricordo le antenne altissime che aveva costruito e mi raccontava che da lì poteva parlare con i Paesi più lontani del mondo. Era felice a Coltano, circondato da persone che gli volevano bene. E’ un ricordo di mio padre che porto sempre con me. Sono molto grata al sindaco Michele Conti e a tutti gli amici che hanno contribuito affinché si arrivasse a questa nuova denominazione”. “Il nome del grande scienziato – ha aggiunto il sindaco, – è legato alla storia di Coltano e di Pisa perché qui scelse di realizzare il suo centro radio e da qui partirono comunicazioni che raggiunsero luoghi lontani nel mondo, segnando una rivoluzione nelle telecomunicazioni: con la denominazione vogliamo rendere questo legame subito riconoscibile e contribuire a tramandarne la memoria”.
Il Centro radio di Coltano fu inaugurato ufficialmente il 19 novembre 1911 da Guglielmo Marconi, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, con una trasmissione verso Glace Bay, in Nuova Scozia, Canada, mentre il 12 ottobre 1931 il segnale inviato da Marconi da Roma e trasmesso attraverso Coltano raggiunse Rio de Janeiro, dove venne utilizzato per accendere l’illuminazione del Cristo Redentore.

Tragedia in centro, crolla terrazzo e muore professoressa di 56 anni

15 Agosto 2026 ore 01:33

Stava stendendo i teli da mare sul terrazzo dopo il rientro a casa quando improvvisamente il pavimento sottostante ha ceduto. Roberta Celli, 56 anni, insegnante di storia e italiano al Liceo Cecioni, ha perso la vita dopo un volo dal terzo piano di una palazzina di via Bonomo, al civico 51.

La tragedia si è consumata venerdì 14 agosto, intorno alle 16,45. La pavimentazione si è aperta sotto i suoi piedi e l’insegnante nel cadere ha prima sfondato il terrazzo sottostante, poi è finita sul balcone al primo piano, infine è stata sbalzata sul marciapiede della strada.

In via Bonomo sono arrivati i soccorritori delle ambulanze, vigili del fuoco, polizia municipale, carabinieri e  protezione civile del Comune.

Le condizioni della donna sono apparse subito gravissime: accompagnata in ospedale non cosciente, la 56enne è poi finita in arresto cardiaco una volta giunta in pronto soccorso. Nonostante i tentativi disperati dei sanitari nel salvarle la vita, purtroppo il cuore della professoressa non ha ripreso a battere.

Sgomento tra gli abitanti della zona che, una volta avvertito il boato del crollo, si sono recati in strada per capire l’accaduto. Sono in corso gli accertamenti per ricostruire le cause che hanno portato al cedimento inaspettato del balcone.

Via della Chimera: gli alloggi saranno riqualificati da Casa Spa; diventeranno Edilizia residenziale sociale

14 Agosto 2026 ore 16:16
Via della Chimera: gli alloggi  saranno riqualificati da Casa Spa; diventeranno Edilizia residenziale sociale

Per finanziare l’operazione di via della Chimera saranno utilizzate le risorse derivanti da monetizzazione della quota di housing sociale della Convenzione Urbanistica relativa all’intervento di ristrutturazione conservativa del complesso di Palazzo Sassetti.

La Giunta Comunale ha approvato il progetto esecutivo di Casa Spa per la manutenzione straordinaria dei fabbricati del “Villaggio della Chimera” di proprietà comunale, in via della Chimera 4 nel Quartiere 2, e un atto di indirizzo per l’inserimento dei sei alloggi riqualificati all’interno del patrimonio ERS del Comune di Firenze.

L’Amministrazione comunale continua a portare avanti le procedure che hanno come fine il superamento dell’attuale fase di occupazione del complesso, con la notifica di intimazione al rilascio degli immobili e la notifica dell’ordinanza per la ripulitura e il ripristino dell’area “in danno ai soggetti responsabili”. L’area sarà quindi oggetto di pulizia e di bonifica.

“Quanto accaduto fin qui in via della Chimera è intollerabile e come Amministrazione abbiamo lavorato per superare definitivamente questa situazione – spiega la sindaca Sara Funaro -. Abbiamo messo in campo tutte le procedure necessarie e l’intervento sarà realizzato entro la fine di agosto. A quel punto potremo procedere con la pulizia e la bonifica dell’area e con il recupero degli immobili. La casa è una delle priorità della nostra Amministrazione e lo dimostriamo con scelte concrete. In via della Chimera recuperiamo un patrimonio che appartiene alla città e lo restituiamo alla comunità, trasformando una situazione di forte criticità in una nuova opportunità di edilizia residenziale sociale. È questa la politica dell’abitare che stiamo costruendo: recuperare e valorizzare il patrimonio pubblico per aumentare le opportunità di case accessibili e dare risposte anche a quelle persone e famiglie che, pur avendo un reddito, non riescono a sostenere i costi del mercato. Perché una città che si prende cura del proprio patrimonio è una città che si prende cura anche delle persone che la abitano”.

“Il programma di mandato della Sindaca Funaro in tema di contrasto all’emergenza abitativa è chiaro – commenta l’assessore alla Casa Nicola Paulesu – questo è un atto concreto, parte integrante di un programma di intervento complesso e di interesse per i cittadini che ci consente da una parte di superare una condizione di grave criticità e degrado e dall’altra va ad implementare il patrimonio pubblico di edilizia residenziale sociale permanente, in linea con gli indirizzi dell’amministrazione in termini di piano locale per l’abitare. L’emergenza abitativa riguarda fasce di popolazione sempre più ampie, le politiche cittadine sono orientate ad aumentare il numero delle opportunità di alloggi accessibili, incrementando il patrimonio destinato ai cittadini della cosiddetta fascia grigia, che non ha requisiti per accedere ad alloggi Erp, né risorse sufficienti per trovare risposte nel libero mercato; siamo impegnati pertanto ad arricchire il patrimonio pubblico di edilizia residenziale sociale: le case del Villaggio della Chimera, di proprietà del Comune diventeranno parte del patrimonio ERS, e rappresenteranno una risposta concreta nell’ambito del piano dell’Amministrazione comunale per le politiche abitative in città”.

Iran: i funzionari dell’amministrazione Trump considerano la situazione disperata e sono preoccupati per la mancanza di strategia

14 Agosto 2026 ore 16:11

di RT Francia

A Washington crescono i dubbi sulla condotta della guerra in Iran, poiché gli obiettivi americani si sono evoluti nel corso del conflitto. La priorità sembra ora spostarsi verso lo Stretto di Hormuz, mentre diverse opzioni – escalation militare, negoziati o pressione prolungata – restano in discussione senza alcuna garanzia di successo.

Secondo quanto riportato da Politico il 13 agosto , i funzionari statunitensi sono preoccupati per la mancanza di una strategia chiara da parte dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, poiché la Casa Bianca continua a faticare nel definire cosa potrebbe costituire una vittoria.  Diversi funzionari, sia in carica che in pensione, descrivono una situazione particolarmente pericolosa, in cui Washington ora si trova di fronte solo a opzioni difficili.

All’interno dell’establishment americano si sta manifestando apertamente un certo malcontento. Un funzionario a conoscenza della strategia dell’amministrazione per il Medio Oriente ha dichiarato a Politico di non vedere ” via d’uscita” dalla situazione attuale. Dan Shapiro, ex alto funzionario del Pentagono sotto l’amministrazione Biden, ritiene che Washington si sia messa in un “vicolo cieco” da cui rimangono solo opzioni negative.

Queste preoccupazioni emergono in un momento in cui gli obiettivi americani sono cambiati significativamente dall’inizio delle ostilità. Inizialmente, Donald Trump intendeva porre fine al programma nucleare iraniano e distruggere una parte sostanziale delle capacità militari del Paese, pur lasciando aperta la possibilità di un cambio di regime a Teheran. Ora, l’amministrazione americana sembra concentrarsi principalmente sulla completa riapertura dello Stretto di Hormuz, le cui interruzioni hanno ripercussioni sul commercio globale e sui mercati energetici.

Il dibattito non verte più quindi solo sui mezzi impiegati contro Teheran, ma anche sul risultato che Washington intende realmente ottenere.

Secondo quanto riportato da Politico , un funzionario americano avrebbe frainteso profondamente i leader iraniani e si sarebbe a lungo basato sul presupposto che una pressione crescente avrebbe alla fine costretto Teheran a cedere. Elliott Abrams, ex consigliere di Donald Trump per il Medio Oriente, ha definito la situazione estremamente pericolosa e ha accusato l’amministrazione di incompetenza.

Marines in difficoltà

Il conflitto sta mettendo a dura prova anche le risorse militari americane. Il Washington Post stima che gli Stati Uniti abbiano perso circa il 25% della loro flotta di droni pesanti MQ-9 Reaper dall’inizio della guerra, ovvero almeno 45 velivoli. Queste perdite rappresentano oltre 1,3 miliardi di dollari, poiché questi droni vengono utilizzati sia per missioni di intelligence che per attacchi.

Il media traccia un parallelo con gli anni più difficili della guerra in Iraq, quando Washington faticava a trovare una via d’uscita. L’Iran, tuttavia, presenta una sfida diversa: il paese è più grande, il suo governo è ancora al potere, gli Stati Uniti non vi hanno forze di terra e le conseguenze del conflitto si estendono ben oltre i suoi confini.

Tre opzioni sul tavolo, nessuna priva di rischi

Attualmente, negli ambienti politici e strategici americani, si dibatte su tre approcci principali, nessuno dei quali offre alcuna garanzia di successo.

La prima opzione prevede un’intensificazione della pressione militare. Tra le proposte riportate figurano l’occupazione statunitense dell’isola iraniana di Kharg, ulteriori operazioni israeliane contro i leader iraniani, il sostegno a determinati gruppi etnici all’interno del Paese e l’incoraggiamento degli Emirati Arabi Uniti a impadronirsi di tre isole contese con Teheran. Alcuni ritengono inoltre che altre due settimane di bombardamenti potrebbero essere sufficienti a costringere l’Iran a fare marcia indietro.

Una simile escalation, tuttavia, non garantirebbe il risultato auspicato. Il potere iraniano rimane profondamente radicato nel paese e il sentimento nazionale potrebbe rafforzare la resistenza ai tentativi di sfruttare le sue divisioni interne.

Una seconda corrente di pensiero, al contrario, propugna una de-escalation e la ripresa dei negoziati, anche a costo di fare concessioni agli Stati Uniti sulle sanzioni. I suoi sostenitori raccomandano un accordo con Teheran o, in mancanza di questo, un ritiro degli Stati Uniti dal conflitto. Ritengono che l’indebolimento già subito dalle capacità militari iraniane consentirebbe a Washington di limitare le perdite senza presentare il proprio intervento come un completo fallimento.

Jennifer Kavanagh, del think tank Defense Priorities, chiede pertanto agli Stati Uniti di porre fine all’escalation e di ripensare la propria strategia di difesa.

La terza opzione si basa su una pressione economica e marittima prolungata: mantenere il blocco del traffico iraniano e rafforzare le sanzioni nella speranza di ottenere concessioni da Teheran o di indebolire le autorità.

La sua efficacia rimane incerta. Un funzionario statunitense citato da Politico sottolinea che Washington crede da decenni che l’economia iraniana sia sull’orlo del collasso, una previsione che non si è avverata. Inoltre, Teheran potrebbe mantenere le sue restrizioni nello Stretto di Hormuz finché gli Stati Uniti bloccheranno le navi iraniane, trasferendo così parte del peso economico della situazione di stallo sul resto del mondo.

Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz diventa una priorità per Washington.

La Casa Bianca sembra ora propendere per una pressione costante piuttosto che per un’escalation immediata. La rivista americana The Atlantic riporta che, dopo bombardamenti limitati e minacce che non hanno prodotto i risultati sperati, Washington si sta concentrando maggiormente sulle sanzioni finanziarie e sul blocco marittimo dei porti iraniani.

Questa strategia potrebbe tuttavia richiedere tempo, poiché l’economia iraniana ha dimostrato una capacità di resistenza che potrebbe complicare i calcoli americani.

Il quotidiano americano Wall Street Journal ha riportato che Donald Trump aveva preso in considerazione l’idea di presentare la riapertura completa dello Stretto di Hormuz come una vittoria che avrebbe permesso agli Stati Uniti di porre fine al conflitto, anche senza un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano.

Questo cambiamento riflette un significativo inasprimento degli obiettivi americani, ora maggiormente focalizzati sullo Stretto di Hormuz.

La Casa Bianca sostiene, tuttavia, che Donald Trump continua a preferire una soluzione negoziata, mantenendo aperte tutte le opzioni disponibili. Nelle ultime settimane, Washington e Teheran hanno anche cercato, con l’aiuto di mediatori mediorientali, di definire i termini di un nuovo accordo.

Al momento, a Washington non si è ancora raggiunto un consenso. La difficoltà principale, pertanto, rimane la stessa: determinare quale esito consentirebbe agli Stati Uniti di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi e di porre fine alle operazioni.

Fonte: RT Francia

Traduzione: Gerard Trousson

Cgil, mandato ai legali per procedere contro Takeda per comportamento antisindacale

14 Agosto 2026 ore 12:11
Cgil, mandato ai legali per procedere contro Takeda per comportamento antisindacale

Filctem-Cgil e Nidil-Cgil di Pisa hanno dato mandato ai propri legali di procedere nei confronti di Takeda manufacturing Italia per comportamento antisindacale.

Filctem-Cgil e Nidil-Cgil di Pisa hanno dato mandato ai propri legali di procedere nei confronti di Takeda manufacturing Italia per comportamento antisindacale a seguito della comunicazione dell’azienda farmaceutica ai lavoratori la sera del 7 agosto, poche ore dopo la proclamazione dello sciopero. Secondo quanto riferiscono in una nota le organizzazioni sindacali, Takeda “ha minacciato la decurtazione dell’intera giornata lavorativa per chi avesse aderito allo sciopero di un’ora a fine turno, adducendo un presunto danno economico totale di 8 ore”. Per Filctem-Cgil e Nidil-Cgil la condotta di Takeda è “un atto intimidatorio, teso a limitare e ledere il diritto di sciopero, creando un clima di paura e incertezza tra le lavoratrici e i lavoratori del sito di Pisa”. Le ragioni alla base della mobilitazione, ricordano i sindacati, sono legate alla vertenza nata dopo che la multinazionale, specializzata nella produzione di emoderivati, ha comunicato di voler licenziare 67 lavoratori in staff leasing in seguito alla scelta di delocalizzare altrove parte della produzione del sito pisano. Secondo i sindacati, “l’azienda non ha finora offerto aperture reali, scegliendo invece di inasprire ulteriormente il clima aziendale, mentre Filctem-Cgil e Nidil-Cgil richiedono un segnale concreto di discontinuità e la disponibilità ad avviare un confronto responsabile, costruttivo e rispettoso delle corrette relazioni sindacali”.

Investito da treno a Carrara, muore 74enne

14 Agosto 2026 ore 10:52
Investito da treno a Carrara, muore 74enne

Un uomo di 74 anni, residente a Massa (Massa Carrara) è morto la notte scorsa dopo essere stato investito da un treno a Carrara, in zona stazione.

Un uomo di 74 anni, residente a Massa (Massa Carrara) è morto la notte scorsa dopo essere stato investito da un treno a Carrara, in zona stazione. L’intervento di soccorritori e forze dell’ordine intorno alle 3.40: sul posto automedica di Carrara, vigili del fuoco, polizia ferroviaria. A seguito dell’investimento la circolazione ferroviaria, lungo la linea Pisa-La Spezia è stata inizialmente sospesa tra Sarzana e Massa centro. Alle 8, segnala Rfi sul proprio sito, risultata fortemente rallentata, con ritardi fino a 200 minuti, limitazioni e cancellazioni di treni.

WEC | Le responsabilità di Pera: "Anche da Campione continuo a imparare. Rivoglio il Mondiale"

14 Agosto 2026 ore 10:00
Il 2026 è una di quelle stagioni che in molti potrebbero invidiare a Riccardo Pera, tranne che per il dover sempre fare e disfare le valigie praticamente tutte le settimane.
Dopo un inverno in cui si è assicurato il rinnovo di contratto con Manthey Racing per guidare le Porsche gestite dalla squadra tedesca, il pilota toscano si è tuffato in una annata di quelle che non lasciano molto spazio ...Continua a leggere

Politiche antimigratorie nell’Argentina di Milei

14 Agosto 2026 ore 02:31
Traduzione degli articoli – Argentina endurece su ley migratoria: Milei expulsará y prohibirá la entrada a quienes “agravien” al país –Expulsiones exprés: alerta migrante ante el DNU 681 Il presidente dell’Argentina, Javier Milei, ha vietato, con un decreto legge, l’ingresso...
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For West Virginia Engineer, Home Is Where the Heart Is… and NASA, Too

13 Agosto 2026 ore 21:03
New civil servants pose together.
NASA’s Katherine Johnson Independent Verification and Validation Facility (IV&V) held a swearing-in ceremony for civil servants on Monday, Aug. 10, 2026, at the facility in Fairmont, West Virginia. In total, 51 new employees were hired at IV&V as part of NASA Administrator Jared Isaacman’s directive to strengthen NASA’s technical core competencies.

Growing up in Grafton, West Virginia, engrossed in Star Wars and all things science fiction, Fletcher Newell had an early interest in space exploration. That interest only grew when, in 2013, his fourth-grade class took a field trip to a nearby NASA facility he had not yet heard of – NASA’s Katherine Johnson Independent Verification & Validation Facility, located in Fairmont, West Virginia. Thirteen years later, Newell and 48 of his colleagues at the facility were sworn in as NASA civil servants during a ceremony on Aug. 10.

“I had always admired NASA from afar,” said Newell, who started working at IV&V as a systems engineer contractor in early 2025. “To my surprise, the agency was doing impactful work in my backyard.”
 
During high school, he began cultivating programming skills that would lay the foundation for his future. A self-professed computer aficionado, Newell taught himself how to code. In algebra class, he discovered that his graphing calculator was programmable, leading him to create basic scripts. He quickly moved to popular software applications, learning how they were built in order to develop his own programs. Artificial intelligence was still on the brink of becoming mainstream, but he was already asking himself, “What are the more interesting things we can teach computers to do?” As a junior in 2019, the precocious programmer merged his talents with his passion for space after being accepted into IV&V’s high school internship program.
Newell created a database for engineering methods, processing hundreds of documents to facilitate the work of his colleagues from a procedural aspect.

“Working as a high school intern really elevated my fascination for NASA,” he said.
 
Following graduation in 2020, Newell headed west to Stanford University in Palo Alto, California, majoring in, naturally, computer science, with a focus on AI and machine learning when both were scaling rapidly across industries and in everyday usage.
 
Instead of pursuing internships in the neighboring Silicon Valley – widely considered the global center for technological innovation – he returned to West Virginia for three consecutive summers, cutting his teeth at the Fairmont facility.

Fletcher Newell stands in front of a sounding rocket.
Fletcher Newell stands in front of the Katherine Johnson Independent Verification & Validation Facility in Fairmont, West Virginia, as a high school intern in 2019.
Photo courtesy: Fletcher Newell

He began researching AI safety as engineers learned how to give spacecraft more onboard autonomy and have them learn on their own. Later, he was on a team responsible for assessing the safety of Terrain Relative Navigation, a vision-based guidance technology that could enable spacecraft to land on planetary surfaces without GPS. During his final internship, generative AI – which creates content based on user prompts – was becoming widespread, and he worked on teams exploring how to responsibly integrate it into mission assurance.
 
Newell also performed research about autonomous space docking at Stanford’s Center for AI Safety, resulting in two publications. Following his undergraduate education, he remained at Stanford to earn a master’s in computer science.
 
When it came time to enter the workforce, one organization was atop his list. A contractor opportunity opened up at IV&V, and he leapt at the chance.
 
“I enjoyed the work at IV&V back in high school and college,” he said. “There’s nothing better than pursuing what aligns with your interests.”
 
As a systems engineer, he has worked primarily on mission safety and security, identifying and resolving system defects and vulnerabilities for such spacecraft as Space Reactor-1 (SR-1) Freedom, Orion, Gateway, and the Human Landing System, all while helping guide NASA’s responsible adoption and development of AI systems.
 
His colleagues took notice of their junior member’s contributions, resulting in Newell being named IV&V Engineer of the Year in 2025 less than a year into the job after identifying more than 70 issues in Gateway – and later SR-1 Freedom – with clear mission impact and, as noted in his award citation, developing a reputation for clearly articulating their implications.
 
“During his internships and now as a full-time engineer, Fletcher has consistently demonstrated exceptional talent, curiosity, and a passion for our mission,” said Wes Deadrick, IV&V director. “He could have gone almost anywhere after Stanford. The fact that he chose to come home to build his career supporting NASA through the IV&V Program makes me incredibly proud.”
 
The Aug. 10 ceremony for Newell and his colleagues was part of NASA’s workforce directive to bring core, mission-critical positions into the civil service, from early-career professionals to seasoned technical experts.
 
“It’s an investment in NASA’s future, giving us the opportunity to bring exceptionally talented people into the civil service while strengthening long-term technical capabilities that support our nation’s most challenging missions,” said Deadrick. “At IV&V, initiatives like this help ensure we continue providing independent expertise and mission assurance that our customers depend on.”
 
For Newell, as he takes this next step in his professional progression as a civil servant computer engineer, he looks forward to expanding on his responsibilities, especially to help NASA return to the Moon. He is currently helping identify safety and security issues, including ones that could impact crew safety and lead to the loss of spacecraft control, related to the agency’s lunar endeavors.
 
“At IV&V, teams are ensuring every major lunar vehicle and system will be ready to safely embark on their missions, not just for flying around the Moon, but also for putting American boots on the surface and eventually establishing and working on a Moon Base,” he said.
 
More than a decade after taking that field trip and now working on some of NASA’s high-priority missions, Newell readily admits he didn’t always envision staying in West Virginia.
 
“It was a little strange coming back, but I was continually getting to do amazing things at an amazing organization in a place I already know,” Newell said. “And that’s really cool.”

Vaccini e autismo, Trump riapre un dibattito che per la scienza è già chiuso

12 Agosto 2026 ore 21:04

«Prima del vaccino, mio figlio era proprio come tutti gli altri. Ora è autistico». I social pullulano di mamme e papà che, di fronte a una diagnosi che li spiazza, si rifugiano nelle più diverse teorie, anche se pseudoscientifiche. Cercare una causa e dei colpevoli, in una situazione complessa, è umano. Il problema nasce quando un’ipotesi già abbondantemente smentita da autorevoli ricerche, come quella della correlazione tra vaccini e autismo, viene ripresa e diffusa da chi, come il presidente degli Usa, ha la responsabilità e il potere di orientare milioni di persone.

Donald Trump, con un ordine esecutivo, ha ridisegnato il calendario vaccinale per i bambini statunitensi, rendendolo meno serrato, scindendo il trivalente – valido contro morbillo, rosolia e parotite – in tre iniezioni separate e abbassando i vaccini consigliati da 18 a 11. Nel farlo, il Tycoon ha dichiarato che questi medicinali sarebbero legati all’autismo.

«Purtroppo Trump ha riportato quelli che possono essere dubbi o opinioni personali come assunti generali», dice Luigi Mazzone, responsabile della Uosd di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore della scuola di specializzazione in Neuropsichiatria infantile dell’Università Tor Vergata, «creando allarmismo tra i genitori e disseminando sospetti. Questo è gravissimo».

Il presidente statunitense è partito da un dato reale: l’aumento delle diagnosi di autismo. Ma è giunto a una conclusione che la ricerca scientifica ha di fatto già escluso da molto tempo. «In medicina non possiamo stabilire un nesso causale solo perché due fenomeni aumentano nello stesso periodo», continua Mazzone. «Bisogna verificare se i bambini vaccinati hanno effettivamente un rischio maggiore di essere nello spettro autistico. La maggior parte degli studi condotti, insieme a una revisione sistematica del 2025 dell’Oms, dimostrano che non è così». A sfatare la presenza di un nesso tra vaccini e autismo, ricerche condotte su campioni decisamente significativi. Una meta-analisi del 2014 su 1,2 milioni di bambini, dal titolo Vaccines are not associated with autism: an evidence-based meta-analysis of case-control and cohort studies, per esempio. O uno studio danese del 2019 sullo stesso argomento che ha coinvolto 650mila soggetti.

Ma da dove nasce questo mito estremamente radicato nelle correnti no-vax? Nel 1998 il gastroenterologo britannico Andrew Wakefield ha pubblicato su Lancet uno studio – effettuato su un campione davvero piccolo, appena 12 bambini – in cui sono stati messi in relazione alcuni disturbi intestinali collegati all’autismo e il vaccino trivalente. In realtà, i risultati erano stati falsati, alcune cartelle cliniche erano state omesse e c’era un conflitto di interessi da parte dell’autore, pagato da persone che volevano dimostrare la pericolosità del medicinale. Ma ormai il danno era fatto: da una trentina d’anni questa teoria continua a circolare. E ora, purtroppo, viene rilanciata da una delle massime autorità mondiali. «Questo modo di diffondere opinioni non supportate da studi scientifici è pericoloso per la salute, ma anche in altri contesti», commenta Antonella Costantino, direttrice dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione Irccs Ca’ Granda del Policlinico di Milano. «Perché distoglie l’attenzione dal fatto che esistono delle competenze e delle modalità con le quali dimostrare le teorie. Il fatto che qualunque “bufala”, purché venga fatta risuonare a sufficienza, diventi valida, è estremamente rischioso. Anche perché le conseguenze sulle persone non sono sempre immediatamente evidenti, ma possono essere devastanti, soprattutto per le persone più fragili e più vulnerabili».

Che i genitori scelgano di non vaccinare i bambini, infatti, non fa danni solo al singolo, che ha più possibilità di contrarre malattie potenzialmente pericolose, ma anche agli altri. Esistono individui che, per motivi medici, non possono ricevere vaccini e che beneficiano della cosiddetta “immunità di gregge”. È evidente che meno persone si proteggono, minore è la rete di protezione che si crea intorno ai soggetti più delicati. In più, infezioni come il morbillo potrebbero avere conseguenze importanti sia a breve che a lungo termine – encefaliti, per esempio, ma anche cecità e danni legati alla disidratazione e alla febbre – che rischiano di colpire maggiormente chi abita in zone marginali e in stato di povertà, per la scarsa capacità di ricevere cure appropriate.

Insomma, creare allarmismo intorno a medicinali sicuri e ben studiati è estremamente dannoso. Questo non significa che i vaccini non possano, in rari casi, avere effetti collaterali – basta leggere il bugiardino della Tachipirina per rendersi conto che anche il farmaco più utilizzato ne ha -, ma che i benefici superano di gran lunga i rischi. Tra i quali, comunque, non c’è quello di diventare autistici. «L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, di eziologia multifattoriale, che non ha alcun nesso coi vaccini», spiega Mazzone. «Donald Trump ha presentato come ancora dibattuta una questione che non lo è affatto: è un argomento più che studiato. Questo non vuol dire che siamo dogmatici – per come funziona la medicina, se dovessero esserci delle evidenze serie che dicono il contrario ne prenderemmo atto – ma seguire quello che dice la scienza. È vero che nelle diagnosi c’è un aumento, ma l’atteggiamento giusto sarebbe ricercare altre possibili correlazioni e cause, non concentrarsi su una che è stata ampiamente sfatata».

Più che un problema di salute, quella che si è manifestata con le parole del presidente degli Usa è una criticità sociale. «Il rischio che queste teorie si diffondano aumenta con i social e soprattutto ora con l’intelligenza artificiale», conclude Costantino. «Se sempre più persone scrivono online che i vaccini causano l’autismo, l’Ai può utilizzare queste informazioni nelle proprie risposte, se la domanda è formulata in un certo modo. Sono modelli probabilistici e linguistici, non tengono conto del contenuto. Quello che servirebbe, per creare degli anticorpi sociali per queste “bufale” è aiutare i ragazzi, fin dalle scuole, a sviluppare un pensiero critico, a comprendere come si dimostra un assunto e quali sono le basi che portano alle evidenze scientifiche».


In apertura, il presidente Donald Trump cammina dal Marine One a bordo dell’Air Force One all’aeroporto di Morristown, domenica 9 agosto 2026, a Morristown, NJ. (Foto AP/Julia Demaree Nikhinson)

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Terremoto in Colombia

13 Agosto 2026 ore 19:31
Ascolta Durata 58m 6s In studio con Eder Obando riportiamo alcune informazioni sul recente terremoto in Colombia ma soprattutto il contesto politico devastante in cui tutto ciò è accaduto , esattamente nei giorni dell’insediamento del nuovo Presidente di estrema destra ...
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Esplosione alla KNDS di Colleferro, il Partito Comunista del Lazio: “Vigileremo sulla situazione”

di: PC
13 Agosto 2026 ore 16:46

Questo pomeriggio una fortissima esplosione si è verificata nello stabilimento della ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, a Colleferro, in provincia di Roma.

Nello stesso stabilimento, nel 2007, un grave incidente provocò la morte di un lavoratore e il ferimento di altre 13 persone.

Al momento auspichiamo che non vi siano persone coinvolte nell’incidente odierno.

Il Partito Comunista della Regione Lazio continuerà a vigilare con attenzione sulla situazione di questa azienda e sulle sue attività nel territorio, anche alla luce dei progetti di ampliamento che hanno interessato l’area.

La sicurezza dei lavoratori e delle comunità del territorio deve venire prima di ogni altra considerazione.

#Colleferro #PartitoComunista #KNDS #SimmelDifesa #Lazio #SicurezzaSulLavoro

 

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Porsche segue Ratel: "Il GT3 non è per i Costruttori, ma alcuni prezzi sono fuori controllo"

12 Agosto 2026 ore 13:00
L'allarme lanciato da Stéphane Ratel riguardo i pericoli che cominciano a minacciare il mondo delle corse GT3 ha fatto scalpore e sta cominciando a trovare riscontri positivi anche da parte delle Case interessate.
Il Capo di SRO Motorsports Group ha fatto presente che l'aumento dei costi e le tipologie di vetture utilizzate si sta allontanando da quelle che erano le iniziali norme per questo ...Continua a leggere

[2026-08-17] Complotti di ferragosto 2-parte @ Associazione Clapie

10 Agosto 2026 ore 19:00

Complotti di ferragosto 2-parte

Associazione Clapie - frz. Cels Moliere 58 Exilles(TO)
(lunedì, 17 agosto 17:30)
Complotti di ferragosto

COMPLOTTI DI FERRAGOSTO

Passando dagli "Epstein Files" e ritornando su gli usi politici di "complottismo" e "fascismo" per capire la quarta rivoluzione industriale (Data Center, AI, Cibernetica nei campi come in guerra)

Con Stefania Consigliere, Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia Vergnano... (Antropologhe/Sociologhe)

17 Agosto h 17:30 - 2 parte

Ritrovo al circolo "Amici del Cels" per dibattito e merenda sinoira

La guerra del domani: come i droni hanno modificato la natura del conflitto russo-ucraino

6 Agosto 2026 ore 07:00

L’evoluzione operativa del conflitto ucraino 

Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento. 

Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto. 

Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza. 

Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme di guerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati. 

È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati. 

L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.

Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni

Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse. 

È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra. 

L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.  

Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare. 

Questa dinamica si è ulteriormente approfondita negli ultimi mesi: nell’aprile 2026 sistemi robotizzati terrestri ucraini hanno conquistato per la prima volta una postazione nemica senza il coinvolgimento diretto di soldati, mentre la Russia ha accelerato lo sviluppo di un proprio ecosistema di droni basato sull’intelligenza artificiale, puntando su capacità di autonomia decisionale a bordo che riducano la dipendenza dai collegamenti radio, sempre più vulnerabili alla guerra elettronica ucraina, nel tentativo di colmare il divario aperto da Kiev.  

La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico. 

Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni

Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il  mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.

Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale. 

La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali. 

L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo. 

La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.

Il doppio requisito della sicurezza marittima nel Mar Rosso

6 Agosto 2026 ore 07:00

Con l’avvio della guerra tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio 2026, l’Italia ha schierato nella regione la Task Force Air-Arabia a fine marzo. Richiesta dai partner regionali e divisa tra Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, contribuisce alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo e alla protezione delle forze e degli interessi nazionali nella regione. Il dispiegamento è stato portato all’attenzione pubblica solo negli ultimi giorni, a oltre quattro mesi dal suo avvio, e si spiega con la necessità di contenere la rappresaglia iraniana agli attacchi americani.

I recenti attacchi degli Houthi contro gli impianti di esportazione sauditi ne hanno ampliato la rilevanza. Per mantenere praticabile il transito commerciale attraverso Bab el-Mandeb, non basta la protezione offerta alle navi commerciali da Aspides – l’operazione navale europea attiva dal febbraio 2024 a tutela del traffico mercantile nel Mar Rosso – ma va anche garantita la difesa delle infrastrutture da cui quel traffico dipende. Tuttavia, il mandato di Aspides non include questa missione, rimettendo l’iniziativa ai singoli Paesi.

Gli attacchi houthi

Il 20 luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, rispondendo alla richiesta iraniana di qualche giorno prima per una chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Pur facendo parte della rete di proxy iraniani nella regione, gli Houthi mantengono un margine di autonomia decisionale che li porta sia a partecipare alla risposta iraniana, sia a perseguire obiettivi propri nella contrapposizione con Riyad.

La portata della crisi eccede però il quadro regionale. Con Hormuz già compromesso, un’interruzione prolungata anche di Bab el-Mandeb sottrarrebbe al mercato le due principali vie di uscita del greggio mediorientale nello stesso momento. L’oleodotto est-ovest fino a Yanbu, sul Mar Rosso, costituisce l’alternativa attraverso cui l’Arabia Saudita mantiene le proprie esportazioni, per quasi cinque milioni di barili al giorno. Quella via, che a propria volta dipende dal transito per Bab el-Mandeb, è l’elemento della catena logistica che gli Houthi stanno mettendo sotto pressione.

La campagna si sviluppa quindi su due domini. L’impiego di missili e droni contro obiettivi in territorio saudita colpisce raffinerie, siti di stoccaggio e terminali di imbarco. In mare, invece, l’obiettivo non è la distruzione del naviglio, ma la produzione di incertezza sufficiente a far salire i premi assicurativi e indurre gli armatori a deviare. Navi saudite hanno già abbandonato il passaggio attraverso lo stretto per circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di consegna e vanificando il ricorso alla massima capacità dell’oleodotto est-ovest per aggirare la chiusura di Hormuz.

Il risultato è determinato dalla combinazione di questi attacchi. Gli attacchi in mare scoraggiano il transito, mentre quelli a terra riducono il volume che è possibile imbarcare sulle navi che riescono a transitare. Ciascuna delle due azioni resta efficace anche quando l’altra viene neutralizzata. Difendere soltanto il passaggio lungo la rotta lascia intatta metà del meccanismo: la protezione del naviglio rimane fondamentale, ma produce un effetto parziale finché gli impianti da cui il traffico dipende restano esposti.

Il dispositivo italiano nella regione

I limiti dello strumento navale sono emersi durante la crisi del Mar Rosso del 2024. L’arsenale a basso costo, decentralizzato e di produzione continua in possesso degli Houthi ha fatto sì che la presenza di Aspides producesse una mitigazione del rischio, non la sua eliminazione. Un risultato parziale, che tuttavia non riduce la convenienza dell’impegno: proprio perché il Mar Rosso resta vitale per l’economia nazionale, per l’Italia la missione è più importante che mai. La conseguenza da trarre non è quindi un ridimensionamento della presenza navale, ma l’estensione della protezione a ciò che quella presenza non può raggiungere.

La capacità corrispondente è già schierata. Il dispositivo italiano è stato costituito per l’intercettazione dei vettori iraniani diretti contro il territorio dei Paesi ospitanti. Sono schierati quattrocento militari dell’Aeronautica articolati in cinque task group, con quattro caccia multiruolo Eurofighter, un aereo E-550A CAEW per allarme precoce e comando e controllo, un radar AN/TPS-77 e un sistema antidrone. È presente anche una Task Force Land-Arabia dell’Esercito (circa trecento uomini) con una batteria SAMP/T e radar KRONOS. La Task Force Air-Arabia è però l’unica componente di cui il sito del ministero della Difesa dia conto pubblicamente: secondo quanto riferito in sede parlamentare, i contingenti italiani sono attivi in sei Paesi della regione – oltre ai tre citati, Giordania, Emirati e Qatar – per un totale di circa settecento militari. Parte del personale opera dalla base di Al Taif e le missioni del CAEW sono concentrate sulle frontiere meridionali saudite, dove si è riacceso il confronto fra sauditi e Houthi. Il profilo della minaccia houthi coincide con quello dell’Iran e la copertura che l’Italia è in grado di offrire consente anche di contrastare attacchi provenienti dallo Yemen. Tuttavia, non risultano finora impieghi documentati in questo senso da parte italiana.

Sul piano operativo la soluzione non è una novità italiana. La Grecia, che guida Aspides, mantiene dal 2021 una batteria Patriot sul territorio saudita su base bilaterale. Il 25 luglio quel dispositivo ha intercettato due missili balistici lanciati dallo Yemen contro una raffineria a Yanbu. Un Paese con interessi coincidenti con quelli italiani copre dunque entrambi i segmenti della catena, ma li copre attraverso due strumenti separati.

La sostenibilità dell’impegno

Il problema si pone sulla durata. La difesa aerea d’area contro missili balistici e droni consuma intercettori a un rateo che dipende dall’iniziativa avversaria. Dall’inizio della guerra, gli Stati del Golfo hanno impiegato centinaia di intercettori ad alto costo per rispondere a droni monouso dal costo trascurabile. Questo ha portato al consumo di una porzione significativa delle scorte, mentre i droni continuano a entrare nei loro cieli a decine. In un accordo bilaterale quel consumo grava per intero sull’inventario del singolo Paese contributore.

Nel caso italiano il SAMP/T impiega l’Aster 30, lo stesso intercettore di cui dispongono per la difesa d’area le unità navali, e l’accelerazione produttiva avviata da MBDA è motivata proprio dall’impiego nel Mar Rosso e in Ucraina. Alla scarsità del munizionamento si somma un vincolo distinto sulle piattaforme: la limitata profondità di caricamento delle unità europee impone rientri frequenti in porto per il rifornimento delle celle, comprimendo il ritmo operativo.

La recente esperienza operativa, sia in Europa sia nel Golfo, indica del resto che il vincolo non sta tanto nelle prestazioni dei sistemi, quanto nella capacità di sostenere operazioni difensive nel tempo sotto attacchi ripetuti. Si tratta di un criterio adeguato a un teatro, come questo, in cui la minaccia alterna fasi acute a periodi di latenza. Un dispositivo in grado di durare vale più di una risposta calibrata alla singola emergenza. Nel contesto dell’attuale crisi, la formula bilaterale mostra il proprio limite e il rischio che porta con sé: che la sicurezza marittima collettiva si frammenti in intese bilaterali e soluzioni private, anziché essere difesa come bene comune.

Questa frammentazione, sul segmento terrestre, è già la regola. Aspides copre il solo dominio marittimo, e nemmeno l’iniziativa multilaterale più recente colma la lacuna: una coalizione marittima difensiva proposta dall’Arabia Saudita il 30 luglio. La proposta è ancora in fase costitutiva, ha visto la partecipazione di quarantatré Paesi e di una delegazione dell’Unione europea, senza che risultino adesioni di suoi membri. La dichiarazione rilasciata circoscrive l’oggetto dell’alleanza alla libertà di navigazione, alle rotte commerciali e alle rotte di approvvigionamento energetico fra Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Golfo di Aden. Non sono esplicitamente menzionate le infrastrutture a terra, la cui difesa resta così affidata a iniziative nazionali, ciascuna con risorse proprie e senza coordinamento reciproco. Per l’Italia il costo di quella copertura grava sulle stesse scorte impiegate con Aspides.

Sicurezza americana, economia cinese: il doppio binario del Golfo alla prova della guerra con l’Iran

5 Agosto 2026 ore 07:00

L’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara, il presidente Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa con l’Iran firmato il 17 giugno. Nella settimana successiva l’escalation ha ripreso ritmo. Gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e colpito circa 170 obiettivi in Iran, mentre Teheran ha risposto attaccando navi commerciali nello Stretto di Hormuz e installazioni militari americane negli stati del Golfo. Come già durante i quattro mesi di guerra aperta, i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) si sono ritrovati bersaglio di un conflitto deciso altrove, e la difesa del loro territorio è dipesa dall’ombrello militare statunitense e israeliano, che nessun altro attore era in grado di fornire.

Washington resta dunque l’unico garante possibile della sicurezza del Golfo, eppure le monarchie del GCC continuano a diversificare verso la Cina invece di stringersi agli Stati Uniti. La risposta sta nella distinzione che il GCC ha imparato a fare tra la capacità militare americana, che resta senza alternative, e l’affidabilità strategica americana, su cui la guerra ha lasciato dubbi.

La sicurezza resta americana

Sul piano militare non esiste ancora un sostituto di Washington. Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 gli Stati Uniti hanno fornito metà di tutte le importazioni di armi del Medio Oriente e Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati tra i primi acquirenti al mondo. A questo si aggiunge un’architettura fisica costruita in decenni. La base aerea di Al Udeid in Qatar è la più grande installazione americana della regione e ospita il comando avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la Quinta Flotta ha il suo quartier generale a Manama, e basi come Al Dhafra negli Emirati e Camp Arifjan in Kuwait completano una rete di presenza, condivisione di intelligence e addestramento che nessun’altra potenza è in grado di replicare. In confronto, la presenza militare cinese nella regione resta marginale. 

La guerra ha reso questo dato ancora più evidente, dato che solo l’integrazione con le difese statunitensi e israeliane ha permesso di intercettare la maggior parte dei raid iraniani. Al tempo stesso, però, il conflitto ha alzato il prezzo politico dell’allineamento con Washington. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una reale consultazione dei partner del Golfo, che ne hanno poi subito le conseguenze sul proprio suolo. Alcuni esponenti americani, come il senatore Lindsey Graham, hanno anche chiesto pubblicamente un maggiore coinvolgimento delle monarchie, con un tono che a Riyadh e Abu Dhabi è suonato come un’imposizione più che come una richiesta tra alleati. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti diventeranno i guardiani dello Stretto di Hormuz e che dovrebbero essere rimborsati per il servizio. Per il GCC il messaggio è chiaro, e conferma che la protezione americana è una prestazione a condizioni negoziabili, non una garanzia.

A rendere il conto ancora più salato c’è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz passava prima della guerra un quinto del petrolio mondiale, con circa 110 navi al giorno in transito, ridotte nei momenti peggiori del conflitto a poco più di una dozzina. Per economie che hanno scommesso la propria trasformazione su turismo, logistica, hub tecnologici e progetti come NEOM, la città futuristica che Riyadh sta costruendo sul Mar Rosso, una guerra permanente sul proprio confine marittimo mette in discussione l’intero modello di sviluppo. La sicurezza fornita da Washington protegge il territorio del GCC, ma non protegge il suo modello di business, che ha bisogno di una stabilità che la deterrenza da sola non produce.

Su tutto il resto, Pechino avanza

Fuori dall’ambito militare il quadro si rovescia. La Cina è il primo partner commerciale del Golfo e il principale acquirente del suo petrolio, e l’interdipendenza si sta strutturando ben oltre il barile. L’esempio più chiaro è Saudi Aramco, che ha acquisito una quota del 10% del colosso petrolchimico cinese Rongsheng per 3,4 miliardi di dollari, legandola a una fornitura di lungo periodo di 480.000 barili al giorno, e che sta negoziando partecipazioni incrociate nelle raffinerie dei due Paesi. La compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) ha firmato con la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) contratti pluriennali di fornitura di gas naturale liquefatto e QatarEnergy ha commissionato ai cantieri cinesi 18 metaniere giganti per quasi 6 miliardi di dollari, il più grande contratto navale singolo della storia dell’industria. Si tratta di accordi che vincolano le due economie per decenni, non transazioni di mercato.

Sul terreno tecnologico la competizione tra Washington e Pechino si gioca su intelligenza artificiale e data center, settori in cui Arabia Saudita ed Emirati stanno investendo centinaia di miliardi di dollari e in cui la Cina offre un’alternativa credibile ai fornitori americani. Le reti 5G del Golfo sono state costruite in gran parte da Huawei e ZTE, e i fondi sovrani della regione hanno investito miliardi nell’industria cinese dei veicoli elettrici, con la quota di Abu Dhabi in NIO e le joint venture di Aramco con BYD.

C’è poi la dimensione diplomatica, dove i percorsi delle monarchie divergono in modo rivelatore. Gli Emirati sono entrati formalmente nei BRICS il 1° gennaio 2024. L’Arabia Saudita, invitata nello stesso allargamento, non ha mai depositato gli strumenti di adesione e partecipa ai lavori del blocco come membro di fatto, evitando di formalizzare un’adesione che avrebbe un costo politico a Washington. È il doppio binario applicato persino all’architettura istituzionale, mentre secondo le stime la quota di petrolio saudita regolata in renminbi è passata da quasi zero nel 2022 al 15-20 per cento a metà 2026. La mediazione della guerra è passata dal Pakistan e dal Qatar, non dalla Cina, e sono ancora loro a lavorare per riportare le parti al tavolo dopo il collasso della tregua.

Il ruolo di Pechino è stato tuttavia tutt’altro che assente. Secondo le ricostruzioni, l’approvazione iraniana del primo cessate il fuoco di aprile è arrivata dopo una pressione cinese dell’ultimo minuto su Teheran. È il tipo di influenza che interessa alle monarchie del Golfo, e che nessuna quantità di deterrenza americana può replicare, dato che la Cina è l’unica potenza in grado di esercitare una leva reale sull’Iran senza l’utilizzo delle armi. Il riferimento del Golfo resta però il riavvicinamento saudita-iraniano del marzo 2023, negoziato con la regia di Pechino, che ha dato a Riyadh un modello per gestire Teheran attraverso la diplomazia invece della sola deterrenza.

Il doppio binario e i suoi limiti

Il GCC non sceglie tra Stati Uniti e Cina, li usa entrambi in ambiti diversi e in modo consapevole. La lettura più netta arriva da Foreign Policy, secondo cui la potenza militare americana è reale mentre il seguito strategico americano è inaffidabile. È proprio questo scarto che spiega perché il Golfo abbia costruito solidi rapporti commerciali con Pechino e rifiuti di organizzare la propria politica estera attorno alle sole priorità di Washington.

Il doppio binario ha però confini precisi, e il primo lo pongono gli stessi Stati Uniti. Le monarchie evitano di concedere basi militari cinesi o di superare altre linee rosse poste da Washington, perché mettere a rischio l’accesso ai chip avanzati e all’equipaggiamento americano avrebbe un costo troppo alto. Il caso più istruttivo è quello di G42, il campione emiratino dell’intelligenza artificiale, che sotto pressione americana ha ceduto tutte le sue partecipazioni cinesi, inclusa una quota da 100 milioni di dollari in ByteDance, in cambio dell’accordo da 1,5 miliardi con Microsoft. Quando Washington ha imposto una scelta binaria sulle tecnologie sensibili, Abu Dhabi ha scelto Washington, come già aveva fatto rinunciando agli F-35 piuttosto che rispondere alle condizioni americane sui legami con Pechino.

Il secondo confine lo ha tracciato la guerra stessa. Le segnalazioni sull’uso di satelliti cinesi da parte dell’Iran per localizzare le basi statunitensi nel Golfo, e sul rischio di forniture militari cinesi a Teheran, hanno ricordato alle monarchie i limiti di qualsiasi partnership con Pechino quando in gioco c’è la loro difesa diretta.

Il terzo limite è interno al blocco, perché il GCC non ha reagito alla guerra come un attore unico. L’Arabia Saudita ha spinto per la de-escalation e per i negoziati mediati dal Pakistan, una scelta coerente con la sua vulnerabilità. Il regno ha già visto colpito da un drone l’oleodotto East-West, l’infrastruttura che gli consente di esportare aggirando Hormuz, e i megaprogetti di Vision 2030 hanno bisogno di un decennio di stabilità per stare in piedi. Gli Emirati, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani, hanno seguito la traiettoria opposta. Hanno adottato la linea più dura verso Teheran, hanno lasciato l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) a maggio 2026 e hanno rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele, al punto che un parlamentare iraniano li ha avvertiti pubblicamente per il presunto supporto alla campagna militare americana. Il doppio binario esiste in entrambe le capitali, ma con intensità e forme diverse. Riyadh lo usa per tenersi aperte tutte le opzioni, Abu Dhabi per pesare di più dentro l’alleanza americana.

Il doppio binario regge finché Washington non chiederà al Golfo di scegliere. Per ora gli Stati Uniti tollerano la diversificazione economica e tecnologica verso la Cina, a condizione che le linee rosse militari restino intatte. Il collasso della tregua rende questo equilibrio più oneroso da mantenere per entrambe le parti.

La tenuta del modello dipende dunque in conclusione da due variabili. La prima è quanto a lungo la Cina resterà marginale sul piano della sicurezza, l’unico ambito in cui il Golfo non dispone di alternative agli Stati Uniti. La seconda è quanto a lungo Washington accetterà di garantire quella sicurezza a paesi che, su tutto il resto, continuano a guardare altrove.

Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

4 Agosto 2026 ore 12:00

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


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Freyja – la Coalizione dei Volenterosi lancia l’alternativa antimissilistica Made in Europe ai Patriot

30 Luglio 2026 ore 07:00

Il 13 luglio 2026, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina si sono incontrati a Parigi e hanno annunciato la creazione di una coalizione per i missili antiballistici. Quest’ultima è dichiaratamente volta alla creazione di interoperabilità delle capacità antimissili “non contro alcun popolo, ma in difesa de[i] nostr[i]”. Questa coalizione nasce all’interno della Coalizione dei Volenterosi, struttura sviluppata per superare la rigidità dell’approccio burocratico della NATO e dell’Unione Europea (UE) nel gestire la guerra in Ucraina. L’obiettivo di questa nuova coalizione antimissilistica è “definire requisiti operativi comuni, istituire gruppi di lavoro tecnici congiunti, stabilire chiari meccanismi di governance e definire una tabella di marcia per il raggiungimento delle prime capacità operative […], sostenere le attività congiunte di ricerca e sviluppo nell’ambito del progetto […] individuando opportunità di finanziamento adeguate e promuovendo un maggiore scambio di dati e informazioni”. Nel pratico, come riportato da Europa Today, questo significa “collegare radar, centri di comando e intercettori di diverse origini”.

Al fianco dell’interoperabilità strategico-militare, i dieci Paesi si sono accordati su un progetto di cooperazione industriale per lo sviluppo di un’alternativa low cost ai sistemi di intercettazione statunitensi Patriot. Infatti, nonostante a Kyiv sia stato concesso di produrre autonomamente i Patriot come conseguenza del Summit NATO di Ankara di luglio 2026, i soli Patriot non bastano  e non saranno sviluppati abbastanza rapidamente dall’Ucraina, in un momento decisivo della guerra. Infatti, l’Ucraina in questo momento ha una forte vulnerabilità in termini di difesa aerea causata da una mancanza di intercettori, colta da Mosca, che ha aumentato significativamente i suoi attacchi missilistici. Inoltre, in generale, esiste una carenza a livello mondiale di intercettori missilistici a causa dell’impiego massiccio di questi negli attacchi statunitensi contro l’Iran e la conseguente corsa all’acquisto di questi sistemi da tutti i Paesi del Golfo Persico

Il progetto, chiamato Freyja (nome della divinità norrena dell’amore e della guerra), è guidato dall’azienda ucraina Fire Point, all’avanguardia grazie alla sua esperienza maturata sul campo per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici russi. Secondo il Presidente ucraino Zelenskyy, invece, Freyja potrebbe essere disponibile nei prossimi 12 mesi. Freyja sarà principalmente basata sugli intercettori FP-7.X di Fire Point (che la compagnia aveva lanciato a inizio luglio tramite un accordo embrionale con Hensoldt), ed userà componentistica, radar e sistemi di comando provenienti dalle numerose compagnie partner. Queste ultime sono l’italiana Leonardo, le tedesche, Diehl Defence ed Hensoldt, le francesi Safran e Thales, la norvegese Kongsberg Defence & Aerospace, la svedese Saab, la danese Weibel Scientific, l’elvetica Destinus, oltre che gruppi multinazionali come MBDA ed Eurosam. 

Il Ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la coalizione antimissilistica  “un passo verso la difesa comune”. L’iniziativa, seppur esterna all’Unione Europea, è infatti coerente con gli obiettivi delineati dalla Commissione di andare verso una vera integrazione della base industriale della difesa europea. In questa visione, le compagnie europee contribuiscono con le rispettive eccellenze a una parte di un più grande progetto, rispetto al mantenere monopoli di medio-piccoli mercati bellici nazionali. Fire Point ha inoltre fatto leva sui timori europei del famoso “kill switch” di Washington sui sistemi di difesa statunitensi. Durante le prime minacce del Presidente statunitense Trump, si era diffuso il timore che Washington potesse, almeno in teoria, strumentalizzare la costante necessità di aggiornamenti di alcuni componenti di fabbricazione statunitense per ricattare gli alleati europei in cambio di utilizzare tali sistemi d’arma. Freyja, in quanto costruita su “architettura aperta”, non ha segreti aziendali tra le aziende partecipanti e quindi non avrebbe un “kill switch”. 

Questo scudo si propone come un “secondo pilastro della difesa missilistica europea”, più focalizzato sulla filiera industriale europea rispetto al suo predecessore, l’European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca. Sebbene dal 2025 abbiano aderito anche Albania e Portogallo, l’iniziativa continua a non contare tra i suoi membri i “grandi” dell’industria della difesa europea, come Italia, Francia e Spagna. Inoltre, in quanto l’ESSI aveva promosso l’acquisto dei sistemi israelo-statunitensi Arrow 3 ed i Patriot, l’iniziativa è direttamente in conflitto con gli sviluppi istituzionali recenti: per il lancio dei prestiti europei Readiness 2030, gli Stati Membri dell’UE hanno approvato che i finanziamenti potessero andare verso acquisti di sistemi con componentistica principalmente made in Europe (minimo 65% del costo stimato del prodotto finale). 

Lo scudo rappresenta uno sviluppo significativo sotto due punti di vista. In primo luogo, come detto, esso comporta un passo avanti verso la strategica e auspicabile interoperabilità dei 27 diversi sistemi di difesa europea. In secondo luogo, rappresenta un posizionamento geopolitico ed istituzionale certamente utile a dissuadere un possibile attacco russo contro un Paese Membro orientale della NATO. Tuttavia, Freyja non è senza criticità. Per prima cosa, le attuali guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sollevano un dubbio importante. L’efficacia dei sistemi di difesa antimissile è messa in dubbio a causa della transizione verso l’utilizzo di droni nei conflitti armati del XXI secolo. Di fatto, i sistemi di difesa antimissilistici sono estremamente costosi a causa della loro complessità ingegneristica, mentre i droni utilizzati sul campo costano poche centinaia di euro. Questi sistemi sono dunque necessari, ma non sufficienti per gestire la guerra contemporanea (e ibrida), ed è necessario uno sforzo massiccio da parte dei Paesi europei di dotarsi congiuntamente di sistemi specificatamente anti-drone e all’avanguardia, possibilmente attraverso una più stretta collaborazione con Kyiv. 

Inoltre, Freyja rischia di duplicare un sistema antimissilistico europeo già esistente (e già sviluppato come alternativa europea ai Patriot), ovvero il franco-italiano SAMP/T MAMBA, preferito da alcuni grandi paesi europei vis-à-vis la creazione dell’ESSI. Infatti, Freyja intende essere compatibile con strumenti (come radar e centri di comando) già esistenti. Questo implica che le forze armate europee potrebbero acquistare solo gli intercettori Freyja, al contrario del “pacchetto completo” fornito dai SAMP/T, rendendo il costo economico significativamente inferiore. SAMP/T resta un intercettore d’élite, per cui i due sistemi dovrebbero essere idealmente usati in maniera complementare, con Freyja come “massa critica” durante un attacco di saturazione. Nonostante l’Ucraina abbia deciso di acquistare “un primo lotto di batterie SAMP/T […] a integrazione dei sistemi e dei relativi missili [Patriot]”, a lungo termine i SAMP/T potrebbero venire eclissati ed occupare una posizione di nicchia. 

In conclusione, l’iniziativa promossa a Parigi rappresenta un punto di svolta significativo, benché articolato, nel panorama della sicurezza europea. La vera incognita sarà capire se questa coalizione antimissilistica saprà trasformarsi in un mattone fondante di una reale Unione della Difesa, o comporterà l’ennesima sovrapposizione di standard, quadri istituzionali e mercati nazionali in un continente che non può più permettersi il lusso della divisione strategica.

LG to Ban Residential Proxies from Smart TV Apps

22 Luglio 2026 ore 03:10

The home appliance giant LG Electronics USA said this week it plans to suspend any apps built for its smart TVs that turn one’s television into an always-on residential proxy node. The move comes less than a month after researchers found that more than 42 percent of games and other apps available for download on LG’s webOS store allow unknown third-parties to route their Internet traffic through a user’s TV.

Proxy SDK prevalence among smart TV apps for LG (webOS) and Samsung (Tizen OS) televisions. Image: Spur.us.

On July 2, we featured research by the security firm Spur that examined the prevalence of residential proxy software development kits (SDKs) in smart TV apps. Spur found more than 42 percent of apps available for download on LG smart TVs include SDKs that turn one’s television in a proxy node indefinitely, and that more than a quarter of the apps made for Samsung’s Tizen operating system had similar residential proxy components.

Responding to questions about Spur’s research, LG Senior Vice President John Taylor told KrebsOnSecurity the company was working with app developers to remove the residential proxy option from their apps on the webOS platform. Developers that fail to comply, he said, will find their apps suspended.

“A residential proxy network is not an intended use for LG smart TVs, and LG Electronics is working with developers to remove the residential proxy option from their apps on the webOS platform,” Taylor said. “If this option is not removed, these apps will be suspended.”

Taylor said LG is committed to keeping residential proxy networks out of its smart TV apps going forward, and that the company’s review of those apps is “well underway now.”

“As part of our ongoing efforts to enhance platform quality and the user experience, LG will continue to strengthen our evaluation process for developer-submitted apps, including those that incorporate residential proxy SDKs,” Taylor wrote in an emailed statement.

App makers looking for ways to monetize their creations can turn to residential proxy providers, which pay developers to include SDKs that turn the user’s device into a residential proxy node that is rented to paying customers. In the case of LG and Samsung smart TVs, Spur found residential proxy SDKs bundled with everything from simple games like Pac-Man to screensavers and file utilities.

A Pac-Man smart TV app from Bright Data offers users the choice between viewing ads in the game or agreeing to allow their TV to serve as a residential proxy node. Image: Spur.us.

Spur’s report found the residential proxy network Bright Data accounted for a majority of proxy SDKs across both Samsung and LG smart TVs. In a statement shared with KrebsOnSecurity, Bright Data said its network is built on consent and responsibility and operates by LG and Samsung terms.

“Every peer opts in through a dedicated screen and receives value in return; every customer is vetted, and our practices have now undergone a second independent audit by PwC,” the statement reads. “We remain committed to an open, transparent internet where legitimate businesses, researchers, and institutions can responsibly access data that lives in the public domain.”

Bright Data and other proxy providers named in Spur’s report all say they follow rigorous know-your-customer processes to validate legitimate uses of their services, which is often heavily tied to content-scraping activities by said customers. The proxy companies also say they incorporate technological countermeasures to prevent proxy service customers from being able to interact with and control other devices on the proxy user’s local network.

Spur argues the problem is not that residential proxy networks exist, but rather that they are being embedded at scale in devices that most consumers do not think of as computers and are not equipped to audit.

“A one-time consent prompt buried in a TV app is not a substitute for meaningful transparency, ongoing control, and platform oversight,” Spur’s Trevor Sutter wrote. “The risk is amplified when consent comes from individuals within the household who use the device but shouldn’t give consent, such as minors.”

LG’s announcement that it is culling residential proxy SDKs from its app store is welcome news, but the company recently came under fire for another questionable partnership: Pimping McAfee security products via software drivers included in its high-end LCD monitors.

Earlier this week, the Youtube channel Gamers Nexus showed that certain LG LCD monitors will automatically install an app that promotes paid McAfee antivirus subscriptions, and that the app arrives through Windows Update without an approval prompt.

Update, July 22, 1:06 p.m. ET: Added statement from Bright Data.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIERÀ L’UOMO? | Leone XIV e la scelta di civiltà

10 Luglio 2026 ore 07:59
L’intelligenza artificiale è davvero la più grande rivoluzione della nostra epoca? Oppure il problema non è la macchina, ma l’idea di uomo che stiamo costruendo? In questa lezione analizziamo la nuova Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, non come testo confessionale, ma come una delle più importanti riflessioni filosofiche e antropologiche sul destino dell’uomo nell’era […]

La sfida dei data center spaziali

11 Giugno 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.

IN PIAZZA PER FRANCO SERANTINI

7 Maggio 2026 ore 11:09
7 MAGGIO 1972 – 7 MAGGIO 2026 A Cinquantaquattro anni dall’assassinio del compagno Franco Serantini “ANARCHICO VENTENNE COLPITO A MORTE DALLA POLIZIA MENTRE SI OPPONEVA AD UN COMIZIO FASCISTA” GIOVEDÌ 7 MAGGIO ORE 18 IN PIAZZA SERANTINI (S. Silvestro)

La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Video con Fabrizio Eva

di: msette
12 Gennaio 2026 ore 20:52
La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Incontro con Fabrizio Eva, geografo politico. La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Il confronto economico USA – Cina … Continua a leggere

Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper

9 Gennaio 2026 ore 09:47

“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”

Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.

Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.

Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.

Cos’è la consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.

Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.

I livelli della Situational Awareness (SA)

La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.

I livelli sono:

  1. Percezione
  2. Comprensione
  3. Proiezione

Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.

1) La Percezione

Il primo livello è la percezione:

  • ciò che si vede
  • ciò che si sente
  • ciò che cambia rispetto alla normalità

Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.

Esempi concreti possono essere:

  • un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
  • strade insolitamente congestionate
  • servizi pubblici non operativi
  • comportamenti anomali delle persone

Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.

2) La Comprensione

Il secondo livello è la comprensione:

  • è un evento isolato o diffuso?
  • è temporaneo o potrebbe protrarsi?
  • è già accaduto in passato?

In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.

Esempi concreti di disagi possono essere:

  • approvvigionamenti
  • mobilità
  • comunicazioni
  • sicurezza

3) La Proiezione

Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:

  • cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
  • quali servizi potrebbero interrompersi?
  • quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?

Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.

Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali

Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.

La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.

Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.

Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino

Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.

Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.

Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

fonte Rai News

Considerazioni preventive

La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.

In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:

  • osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
  • mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
  • in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.

Un caso reale: tragedia Crans Montana

Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.

In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.

In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.

Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.

Considerazioni preventive

Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Effetto Spettatore
  • evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
  • individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
  • farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
  • evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
  • prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.

Una lezione generale

La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.

La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.

Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.

Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.

Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.

In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.

La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.

Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.

Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.

Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping

Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.

Essere consapevoli significa:

  • ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
  • alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
  • favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche

Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:

  • intervenire prima che l’emergenza diventi critica
  • proteggere la propria famiglia
  • utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
  • mantenere lucidità anche in situazioni stressanti

Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.

Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.

Applicazione nella vita quotidiana

La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.

Al contrario, si basa su:

  • osservazione calma
  • attenzione selettiva
  • conoscenza della normalità

Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.

Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.

Alcuni esempi pratici:

  • osservare le uscite quando si entra in un luogo
  • notare comportamenti fuori contesto
  • ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
  • conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia

Errori comuni da evitare

Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:

  1. l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
  2. la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
  3. l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
  4. la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza

La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.

Come allenare la consapevolezza situazionale

Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.

Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:

  • il Gioco di Kim
  • LA visione Periferica
  • Caccia agli Oggetti
  • OODA Loop

Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.

Box – Cosa fare prima, durante e dopo

La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.

Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.

Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.

Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con

Box – Consigli AIP

In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:

  • conoscere i rischi del proprio territorio
  • informarsi attraverso canali ufficiali
  • adottare comportamenti di autoprotezione
  • mantenere calma e lucidità
  • evitare azioni che possano intralciare i soccorsi

La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.

Conclusione

Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.

Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.

L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

Valsusa, Territori Occupati

7 Ottobre 2024 ore 16:12

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

L'articolo Valsusa, Territori Occupati sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Mattie: la discarica perc*lata

2 Luglio 2024 ore 17:30

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

L'articolo Mattie: la discarica perc*lata sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO

22 Luglio 2024 ore 19:02


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

18 Gennaio 2024 ore 12:40

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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Fedeli alla linea (di comando)

di: Unit
11 Maggio 2019 ore 00:00

Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:

Fedeli alla linea (di comando)

registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

Introduzione al terminale e alla riga di …

Fedeli alla linea (di comando)

di: Unit
20 Aprile 2019 ore 00:00

flyer-web

Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

Pagina wiki di elaborazione con flyer hi-res.

È un WarmUp del percorso verso Hackmeeting 0x16: 30 maggio - 2 giugno, Firenze.

LOST, le Lunghe Ombre della …

BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

8 Marzo 2023 ore 17:32

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

Presentazioni autodifesa e cisti

3 Aprile 2019 ore 15:56

manituana c1

Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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