Sfida sul ghiaccio: Kate e William alla prova del curling - Video
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“L’Ice a volte fa degli errori. A volte sono troppo duri, ma hanno a che fare con gente difficile”, ha detto Donald Trump riguardo alle tattiche dell’agenzia federale anti immigrazione, l’Ice, durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, a un anno dall’inizio del secondo mandato. “Mi sono sentito malissimo” per l’uccisione di quella “giovane donna”, ha poi detto il presidente in riferimento alla morte di Renee Good, avvenuta la mattina del 7 gennaio a Minneapolis per mano di un agente dell’Ice. “E’ una tragedia. E’ una cosa orribile”, ha aggiunto, riferendo di avere poi scoperto che i genitori della Good, “in particolare il padre, sono dei fan di Trump”.
Tuttavia, la conferenza è iniziata proprio mostrando decine di foto segnaletiche di immigrati arrestati dall’Ice in Minnesota: “Assassini, stupratori, spacciatori di droga…”. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione della precedente amministrazione. “Volete vivere con loro? La maggior parte di loro sono assassini internazionali”. “Arrivano senza soldi, non hanno mai avuto soldi, non hanno neanche un Paese, non hanno neanche una cosa che assomigli a un Paese e arrivano qui e diventano ricchi”, ha aggiunto parlando degli immigrati di origine somala.
Trump si era già scagliato contro i dimostranti che domenica hanno partecipato in una chiesa di St Paul alla protesta contro le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement nelle Twin Cities. “Ho appena visto il video del raid nella chiesa in Minnesota da parte di agitatori e insurrezionisti, queste persone sono professionisti, sono addestrati a urlare, sbraitare e delirare”. “Sono sobillatori che devono essere gettati in prigione o fuori dal Paese”, ha concluso Trump, riferendosi al fatto che il vice ministro della Giustizia, Todd Blanche, suo ex avvocato personale, ha annunciato che i partecipanti alla protesta saranno indagati da Fbi e dipartimento per la Sicurezza Interna.
L'articolo Donald Trump sulla morte di Renee Good: “Orribile, mi sono sentito malissimo: l’Ice a volte fa degli errori”. proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il presidente degli Usa Donald Trump ha iniziato la sua conferenza stampa nella briefing room della Casa Bianca, mostrando una dopo l’altra decine di foto segnaletiche di presunti criminali in Minnesota arrestati o ricercati. “Queste sono le persone che alcuni stanno cercando di difendere”, ha proseguito riferendosi alle autorità locali dem, dopo aver iniziato a parlare con 50 minuti di ritardo nel primo anniversario del suo secondo mandato. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione della precedente amministrazione. In un passaggio ha poi insultato la Somalia e la deputata dem Ilhan Omar, di origine somale. “La Somalia non è neppure un Paese, non hanno nulla che assomigli a un paese. E se lo è, è considerato il peggiore al mondo” ha detto, definendo gli immigrati somali “persone con un quoziente di intelligenza molto basso“
L'articolo Trump mostra in conferenza stampa i volti degli stranieri arrestati in Minnesota e insulta i somali: “Persone poco intelligenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Caracas abbiamo intervistato Dimitri Strauss, cittadino russo-venezuelano, che da oltre 20 anni vive in Venezuela e che ha lavorato come traduttore nella fascia petrolifera di Orinoco. Il suo punto di vista ci offre una visione attuale e più precisa sul petrolio venezuelano.
L'articolo Il petrolio venezuelano, un approfondimento proviene da Visione TV.
C’è un elemento di sobrietà, più che di spettacolarizzazione, nella manifestazione organizzata da Italia Viva davanti all’ambasciata iraniana. Un gesto semplice, diretto, che evita il linguaggio generico delle condanne rituali e prova invece a fissare un punto politico chiaro: distinguere senza ambiguità tra il popolo iraniano e il regime che lo governa. La scelta di riprendere un simbolo diventato noto a livello internazionale non serve ad alzare i toni, ma a rendere comprensibile il messaggio. L’Iran non è un dossier astratto né una questione da risolvere con formule diplomatiche automatiche. È un paese in cui la repressione è sistematica e in cui una parte della società civile continua a pagare un prezzo altissimo per chiedere libertà elementari. Ricordarlo davanti all’ambasciata, senza infingimenti, è un modo per sottrarre il tema all’ipocrisia e all’indifferenza.





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Fatta, quasi fatta, slittata. O saltata definitivamente? Di certo la ratifica della nomina di Federico Freni come nuovo presidente della Consob oggi non c’è stata. Il motivo? Uno scontro tutto politico all’interno del centrodestra. La scelta del sottosegretario all’Economia e deputato della Lega, del resto, sembrava imminente o, meglio ancora, cosa fatta, come del resto annunciato dai giornali oggi in edicola. Alla fine però il consiglio dei ministri nel pomeriggio ha congelato tutto, rinviando la decisione almeno di una settimana. Attualmente il numero uno della Consob è Paolo Savona, il cui incarico alla guida della Commissione nazionale per le società e la Borsa, iniziato nel 2019 con il primo governo Conte (Lega-M5s), scadrà a inizio marzo. Il Cdm che ha sancito lo slittamento della nomina è durato appena 20 minuti, ma è stato tutt’altro che tranquillo. A un certo punto da alcune fonti di governo è filtrata la decisione di avviare la procedura di nomina di Freni a “componente” della Consob, ma poco dopo è emerso che la delibera sul tema è stata rinviata. Il motivo? Secondo fonti del centrodestra, anche per approfondimenti sul requisito di indipendenza del futuro presidente. In tutto ciò, Antonio Tajani e Forza Italia hanno rivendicato di aver bloccato la nomina di Freni a presidente, senza avere nulla in contrario a un suo incarico da consigliere. Sullo sfondo, tensioni politiche intuibili dalle dichiarazioni che hanno preceduto la riunione dei ministri.
I primi a sollevare obiezioni sono stati gli esponenti di Forza Italia, con l’irritazione di chi ha letto sui giornali di un’intesa di cui non era stato informato. Raffaele Nevi, ad esempio, ha spiegato che “la designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto” gli azzurri, meglio un tecnico “autorevole e riconosciuto dagli operatori”. Marco Osnato, invece, ha espresso la posizione di FdI: il sottosegretario all’Economia “ha tutte le caratteristiche” per guidare la Consob “ma allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef”. In mezzo è arrivato l’endorsement di Matteo Salvini: “Freni è stato un bravissimo sottosegretario all’Economia, può fare con altrettanta capacità altri ruoli”. E anche quello di Maurizio Lupi, leader di Nm: “Evitiamo veti pregiudiziali, soprattutto in un momento così delicato per l’economia italiana. Non sempre, peraltro, i ‘tecnicì si dimostrano migliori”.
Le riflessioni vanno avanti da settimane e da tempo era considerato in pole Freni, appassionato melomane e apprezzato da molti in Parlamento anche per le sue doti diplomatiche (gli è cara una frase, “soprattutto, non troppo zelo”, invito ad agire senza entusiasmi incontrollati, mutuato da una citazione di Talleyrand, ministro degli Esteri francese nel XIX secolo). Anche Giorgia Meloni, assicurano i suoi, lo stima. Ma, spiegano fonti parlamentari, è poco propensa a concessioni alla Lega, in una fase in cui – si sottolinea – pone paletti e piazza bandierine su vari fronti. Inoltre, in queste valutazioni, ci sono anche i dubbi sulla sostituzione di un presidente di area Lega come Savona (FdI provò a mettersi di traverso nel 2019 quando era all’opposizione, contestandolo anche l’anno scorso sulla sospensione dell’ops di Unicredit su Bpm). Nonché sull’ipotesi che il nuovo sottosegretario al Mef possa diventare Armando Siri, fedelissimo di Salvini. Senza contare che Freni (che difficilmente lascerebbe l’incarico per fare il semplice componente della Consob) alla Camera andrebbe sostituito con elezioni suppletive in un collegio uninominale di Roma (magari già nella tornata convocata per il 22-23 marzo, in caso di dimissioni a stretto giro, 45 giorni prima). Tutti questi nodi politici sono emersi nel consiglio dei ministri. FI ha ribadito la propria posizione, e fra gli alleati è emerso il sospetto che sia stato un modo per alzare la posta su altre caselle, ad esempio l’Antitrust. Nella discussione, hanno riferito fonti dell’esecutivo alle agenzie di stampa, c’è chi, pur senza preclusioni verso Freni, ha sollevato il tema della necessità di avere come presidente una figura indipendente, prospettando anche il rischio di rilievi sulla nomina da parte della Corte dei conti. Troppi se e troppi ma, insomma. Risultato: nomina congelata. Forse.
L'articolo Il centrodestra litiga sulla scelta del nuovo presidente della Consob: slitta la nomina del sottosegretario leghista Federico Freni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo di 36 anni, originario dell’Eritrea, è stato ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano con gravi ustioni. Stando a quanto riportato da Milano Today, è stato soccorso in zona Porta Venezia, la mattina del 20 gennaio. La vittima non ha fissa dimora e ha raccontato di essere stato aggredito per strada da qualcuno che non conosce: ha riferito che gli ha tirato addosso della benzina e poi gli ha dato fuoco.
Le ferite più gravi riguardano la schiena e il polpaccio destro. Le autorità stanno indagando per ricostruire la dinamica dell’aggressione e individuare i responsabili. A Milano, oltre ai pericoli della vita di strada, le persone senza fissa dimora sono messe a dura prova dal freddo: in città, questo inverno ha già ucciso tre persone.
L'articolo Milano, 36enne ricoverato con gravi ustioni: “Un uomo mi ha buttato addosso benzina e mi ha dato fuoco” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sospese le trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino al termine della stagione calcistica. La decisione del ministero dell’Interno arriva a due giorni dei gravi incidenti avvenuti domenica scorsa sulla A1. I gruppi organizzati delle due tifoserie si sono confrontati sull’autostrada A1, a pochi chilometri da Bologna. A Casalecchio di Reno 200 persone incappucciate con caschi e spranghe hanno trasformato la strada in un campo di battaglia. Un episodio che ha sollevato l’ennesimo allarme sulla crescente violenza del tifo organizzato, non solo negli stadi, ma anche in strada.
Gli scontri sono avvenuti poco dopo le 12:30 di domenica, mentre i tifosi della Fiorentina, diretti a Bologna per assistere alla partita contro il Bologna, e quelli della Roma, in viaggio verso Torino per il match con il Torino, in un’area di sosta sulla corsia d’emergenza dell’A1, all’altezza di Casalecchio di Reno. Le auto in transito, nel tentativo di evitare il conflitto, hanno rischiato di causare incidenti. Diverse vetture sono rimaste danneggiate. Le forze dell’ordine sono riuscite ad arrivare sul posto solo dopo che i tifosi avevano già smesso di affrontarsi e ripreso il viaggio verso le rispettive destinazioni. La Polizia di Bologna è attualmente al lavoro per identificare i responsabili degli scontri, esaminando le immagini delle videocamere di sorveglianza presenti sull’autostrada e nelle aree di sosta.
Gli scontri di domenica non sono un caso isolato. Le tifoserie di Roma e Fiorentina hanno una lunga e nota storia di rivalità, che ha portato negli anni a episodi di violenza anche fuori dai confini nazionali. Il provvedimento del Viminale prende atto di questa lunga scia di incidenti, sottolineando la necessità di intervenire in modo deciso per prevenire altri episodi simili. L’inasprirsi delle sanzioni ha come obiettivo quello di limitare il rischio che i tifosi, già protagonisti di numerosi episodi violenti, continuino a alimentare il caos fuori e dentro gli stadi.
L'articolo Stop alle trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino alla fine della stagione per gli scontri in A1 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 21 e 22 gennaio 2026 Milano ospiterà la terza edizione di AI Festival, il festival internazionale dedicato all’intelligenza artificiale e alle sue applicazioni nei processi aziendali, istituzionali e sociali. L’evento si terrà presso l’edificio Roentgen dell’Università Bocconi, Main Partner della manifestazione, con Dell Technologies e Intel come Main Sponsor e il patrocinio del Comune di Milano.
L’iniziativa è ideata da Search On Media Group e powered by WMF – We Make Future. Secondo i dati diffusi dagli organizzatori, l’edizione precedente ha registrato oltre 10.000 presenze, confermando il Festival come uno dei principali appuntamenti italiani ed europei dedicati all’AI applicata.
AI Festival 2026 è presentato come uno spazio di confronto operativo tra imprese, centri di ricerca, startup e istituzioni, con un focus esplicito sull’adozione concreta dell’intelligenza artificiale nei modelli organizzativi e produttivi. L’area espositiva riunirà grandi gruppi tecnologici, PMI e startup, con soluzioni che spaziano dal cloud alla cybersecurity, dalla gestione dei dati all’AI generativa, fino ad applicazioni verticali in ambito industriale, finanziario, sanitario, HR e marketing.
Accanto all’area fieristica sono previsti incontri B2B e momenti di confronto diretto tra aziende e fornitori tecnologici, pensati per favorire l’integrazione di strumenti di AI nei processi decisionali e operativi.
Il tema scelto per l’edizione 2026, “Empowering the Agentic Era”, richiama l’evoluzione dell’intelligenza artificiale verso sistemi sempre più autonomi, capaci di agire all’interno dei processi umani e organizzativi.
Secondo Cosmano Lombardo, CEO e Founder di Search On Media Group e ideatore di AI Festival, «l’intelligenza artificiale diventa un sistema capace di collaborare e prendere decisioni all’interno dei processi umani e organizzativi». Lombardo sottolinea come governare questa trasformazione richieda «competenze avanzate, visione sistemica e un confronto costante tra industria, società e mercato», indicando nel Festival uno spazio di relazione tra questi attori.
Il programma dell’edizione 2026 prevede la partecipazione di oltre 150 speaker internazionali e più di 115 interventi, distribuiti tra la sessione plenaria e diverse sale tematiche dedicate ad aspetti tecnici, applicativi, regolatori e sociali dell’intelligenza artificiale.
Tra le realtà coinvolte figurano ESA – European Space Agency, Microsoft, Lenovo, Istituto Italiano di Tecnologia e Cineca, insieme a rappresentanti del mondo accademico, industriale e istituzionale. È prevista, tra gli altri, la partecipazione di Daniele Pucci, CEO di Generative Bionics, impegnato nello sviluppo di sistemi di robotica ed embodied AI, e di Sasha Luccioni, ricercatrice sui temi del rapporto tra intelligenza artificiale e impatto climatico.
L’evento si inserisce nel quadro di Milano come principale polo italiano dell’innovazione tecnologica. Layla Pavone, membro dell’Innovation Technology Digital Transformation Board del Comune di Milano, sottolinea come l’intelligenza artificiale stia uscendo dalla fase di sperimentazione per incidere in modo concreto sull’organizzazione del lavoro e dei servizi, evidenziando la necessità di un approccio che tenga insieme sviluppo economico, valore sociale e governance.
Sulla stessa linea Fiorenza Lipparini, direttrice di Milano & Partners, che definisce AI Festival un’occasione per rafforzare il posizionamento internazionale della città come luogo di sperimentazione e attrazione di investimenti, talenti e progetti nel campo dell’intelligenza artificiale.
All’interno dell’Area Expo è previsto uno spazio dedicato a startup e PMI innovative, con l’obiettivo di favorire l’incontro con venture capital, investitori e aziende. Durante l’evento verranno presentati i sei progetti finalisti della startup competition “AI for Future”, selezionati per l’uso dell’AI in ambiti considerati di impatto sociale e trasformativo.
La call per partecipare alla competizione si è chiusa il 10 dicembre e consente alle startup selezionate di accedere a pitch, incontri B2B e al network internazionale del WMF – We Make Future.
Tra sponsor ed espositori dell’edizione 2026 figurano Dell Technologies, Intel, ESA – European Space Agency, Cineca, insieme a numerose aziende attive nei settori dell’AI, del cloud, della consulenza tecnologica, del legal tech e dell’editoria tecnica.
AI Festival 2026, in programma il 21 e 22 gennaio all’Università Bocconi di Milano, si presenta come un luogo di confronto sul ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nelle decisioni economiche, industriali e istituzionali, in una fase in cui la tecnologia è sempre più chiamata a incidere su processi produttivi, lavoro e governance pubblica.
L'articolo AI Festival 2026: a Milano il confronto tra imprese, istituzioni e big tech sull’uso dell’intelligenza artificiale proviene da Il Fatto Quotidiano.





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Il Tar dell'Emilia-Romagna ha accolto il ricorso presentato dai tassisti, sostenuti anche da Fratelli d'Italia, e ha annullato il provvedimento con cui il comune di Bologna ha istituito due anni fa la "Città 30". In particolare, viene annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato portato a 30 chilometri orari, fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l'Amministrazione intenderà adottare. Il Tar ha disposto che il limite alla velocità debba essere stabilito strada per strada e non generalizzato, mentre il provvedimento Bologna "Città 30", simbolo della giunta guidata dal sindaco del Pd Matteo Lepore, si basava sul principio per cui in tutte le vie è stato imposto il limite di 30 chilometri all'ora a eccezione di quelle ad alto scorrimento, dove il limite era rimasto di 50.
Dopo la sentenza, Lepore ha dichiarato che la decisione del Tar "pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere, ma conferma una cosa importante: la funzione pianificatoria del Comune sui limiti di velocità. La Città 30 quindi andrà avanti. Le vittime della strada e i loro familiari ce lo chiedono e noi siamo con loro, con l’obiettivo che abbiamo sempre avuto e rivendicato: salvare vite sulla strada, ridurre e prevenire gli incidenti e in questi due anni abbiamo dimostrato che è possibile". Il sindaco ha poi annunciato per domani una conferenza "per entrare nel merito delle nostre prossime iniziative, proprio perché a questo scenario eravamo preparati". E ha attaccato il centrodestra che, secondo il primo cittadino, "invece di collaborare sulla sicurezza stradale ha fatto di tutto per boicottare il nostro provvedimento. Ringraziamo le associazioni dei familiari delle vittime della strada, gli attivisti, le città che stanno adottando questa misura, i tanti parlamentari e le forze politiche che sono al nostro fianco in questa battaglia".
A esultare è proprio il centrodestra. In una nota il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che si era scontrato diverse volte con il sindaco del Pd, ha commentato positivamente la decisione del tribunale: "Il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili".
Secondo il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, con la sentenza il Tar ha rimarcato "l'illegittimità dell'azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici. Confermiamo tutta la disponibilità ad affrontare il tema della sicurezza stradale anche in ambito urbano in piena collaborazione con le Istituzioni interessate, come ho detto fin dal primo momento quando ancora ricoprivo l'incarico di vice ministro ai Trasporti". Però, ha rimarcato il deputato meloniano, "questo non può essere fatto con operazioni propagandistiche illegittime e fuorvianti che non hanno come obiettivo quello di risolvere, ma di fare demagogia a spese dei cittadini. Dispiace che i giudici amministrativi abbiano impiegato due anni per accogliere un ricorso la cui fondatezza era evidente"
Secondo il Comune, il provvedimento avrebbe dovuto rendere la città "più silenziosa e più spaziosa, avere strade sicure e curate, nuove aree verdi, piazze pedonali e piste ciclabili, attraversamenti tranquilli per le persone anziane e con disabilità, spazi protetti per i bambini davanti alle scuole, un traffico più fluido per tutti i mezzi". Secondo i dati del Comune di Bologna, i risultati sarebbero positivi, anche se in questo articolo spieghiamo alcuni problemi di metodo: nel primo anno la "Città 30" ha prodotto una diminuzione di circa il 13 per cento degli incidenti totali, una riduzione del 50 per cento dei morti, dell'11 per cento di persone ferite e del 10 per cento di incidenti con feriti.
Subito dopo l'entrata in vigore della norma, il movimento "Una Bologna che cambia" ha tenuto una manifestazione di protesta, mentre l'allora capogruppo in consiglio comunale Stefano Cavedagna, di Fratelli d'Italia, si era mosso per raccogliere le firme dei cittadini e indire un referendum in modo da sottoporre le modifiche alla viabilità al voto. Il risultato è stato infine ottenuto per vie legali grazie al ricorso dei tassisti e di Cavedagna, oggi europarlamentare a Strasburgo.

I sindaci di Taormina Cateno De Luca e di Santa Teresa di Riva Danilo Lo Giudice, due centri del Messinese colpiti dal maltempo, sono stati travolti da un’onda mentre in diretta Facebook stavano mostrando i rischi provocati dalla violente mareggiate che si stanno abbattendo sulla costa Ionica della Sicilia. Il video dell'”impatto” è stato poi postato da Cateno De Luca, sul proprio profilo social, con la scritta: ‘Non fate quello che abbiamo fatto noi! State lontani dai lungomari e dai torrenti! A Santa Teresa, qualche ora fa, siamo stati travolti da un’ onda mentre con il sindaco Danilo Lo Giudice stavamo facendo vedere in diretta il disastro causato dal ciclone Harry”.
L'articolo I sindaci di Taormina e Santa Teresa di Riva travolti da un’onda durante una diretta social sulle mareggiate in Sicilia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La famiglia, da giorni, chiedeva di sapere e capire. È stato confermato che Emanuele Galeppini, il sedicenne campione di golf genovese coinvolto nella tragedia di Capodanno a Crans-Montana, è morto per asfissia, causata dai fumi tossici sprigionati dall’incendio che ha devastato il bar Le Constellation. Nonostante inizialmente si fosse ipotizzato un decesso per schiacciamento o per ustioni, l’autopsia ha escluso entrambe queste ipotesi. Il corpo di Galeppini, infatti, non presentava segni di ustioni, ma solo alcune escoriazioni. I periti nominati dalla Procura di Roma, i medici legali Sabina Strano Rossi, Fabio di Giorgio e Antonio Oliva, hanno effettuato l’autopsia a Roma tra il 19 e il 20 gennaio, alla quale ha preso parte anche la consulente della famiglia, la dottoressa Francesca Fossati. Sono ancora in corso ulteriori analisi per determinare esattamente quali sostanze siano state respirate dal ragazzo e dai suoi coetanei durante l’incendio che ha ucciso 40 persone.
Nel frattempo resta l’incertezza sul luogo esatto del decesso. Non è chiaro se il ragazzo si trovasse all’interno o all’esterno del locale al momento dell’incendio. Gli esperti hanno richiesto ulteriori indagini e si sono dati 60 giorni per completare l’esame autoptico, che dovrebbe fornire risposte più precise.
“Queste sono le prime anticipazioni – ha dichiarato l’avvocato Alessandro Vaccaro, legale della famiglia Galeppini – che confermano la morte avvenuta non per le ustioni. Ma la vera domanda è dove Emanuele sia morto, e su questo dobbiamo ancora fare chiarezza”. I genitori del giovane, che da settimane chiedono spiegazioni su come sia morto il loro figlio, sono rimasti scossi anche dalla gestione delle informazioni. “Non siamo stati informati subito della morte di Emanuele”, hanno dichiarato, sottolineando che il giovane aveva ancora i suoi documenti e cellulare intatti in tasca quando il suo corpo è stato trovato. Le autorità svizzere, infatti, avevano richiesto il test del DNA per l’identificazione, lasciando l’illusione per due giorni che Emanuele potesse essere tra i feriti.
Sul piano giudiziario, l’inchiesta della Procura di Roma si sta ampliando. È stato aperto un fascicolo per omicidio colposo, lesioni gravi e incendio colposo, mentre le indagini svizzere proseguono tra le polemiche dei legali di parte civile per modalità e tempistiche. La famiglia Galeppini ha già annunciato che intende chiedere l’estensione delle accuse, e non si limiterà solo ai coniugi Moretti, attualmente sotto inchiesta, ma intende coinvolgere anche il Comune di Crans-Montana. “Vogliamo che sia riconosciuto il dolo eventuale come reato contestato”, ha aggiunto l’avvocato Vaccaro. L’inchiesta continua anche sul caso degli altri giovani italiani morti nell’incendio, tra cui Chiara Costanzo e Achille Barosi, entrambi sedicenni. Le autopsie sui loro corpi sono previste mercoledì a Milano, e si prevede che l’esame sarà complesso e approfondito, per chiarire le cause della morte e verificare la presenza di asfissia, schiacciamento o altre possibili cause.
L’inchiesta in Svizzera procede. I pm hanno chiesto una simulazione virtuale dell’incendio e di come si è propagato il fuoco nel seminterrato del locale. La procuratrice generale aggiunta Catherine Seppey, con due suoi colleghi, ha formalmente nominato due tecnici di fiducia dell’Istituto Forense di Zurigo per gli accertamenti che avverranno in collaborazione con gli uomini del Swiss Safety Center. Nel provvedimento con cui si designano gli esperti ci sono anche i quesiti per chiarire i motivi del terribile incendio che si è sviluppato in pochissimo tempo. Tra le varie domande poste ci sono quelle che riguardano l’aspetto del pannello acustico in schiuma sul soffitto del seminterrato dal punto di vista dell’infiammabilità, le uscite di sicurezza, la capienza del locale e se siano stati adottati sistemi antincendio. Inoltre si chiede di poter ricostruire virtualmente quanto accaduto, dalla prima scintilla al rogo.
L'articolo Crans-Montana, il caso di Emanuele Galeppini: morto per asfissia, ma non si ancora dove proviene da Il Fatto Quotidiano.
Annullamento del concorso. L’Università di Verona ha avviato la procedura che toglierebbe la poltrona di professore di otorinolaringoiatria a Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore Pier Francesco, andato in pensione una manciata di giorni prima della nomina. Una vicenda nata da un’inchiesta del Fatto Quotidiano il 6 dicembre 2025. Tutto era cominciato quando il prorettore vicario dell’università aveva firmato il bando per il concorso relativo, appunto, alla cattedra di otorinolaringoiatria. Pier Francesco Nocini, il rettore per intenderci, era ancora in carica, perché in servizio fino al 30 settembre 2025. ll bando era uscito tre giorni dopo. Così, almeno formalmente, era stata rispettata la legge Gelmini che vieta la nomina di familiari a un rettore.
Un concorso impossibile da perdere: Riccardo Nocini è l’unico candidato. Non solo: vanta un record mondiale di pubblicazioni. A 33 anni ne conta 242, di cui 24 con il padre (che in quarant’anni ne cofirma 312). Una carriera fulminante, quella di Nocini jr.: nel 2023, diventa dottore di ricerca (con uno “sconto” di un anno), poi professore a contratto, infine ordinario. La tesi di dottorato conta 32 pagine, inclusi bibliografia e ringraziamenti. Presa la laurea nel 2017, l’anno dopo partecipa al concorso nazionale per la specialità ma non passa, piazzandosi al 15.004° posto su 16.046 candidati. Ritenta il test nel 2018 e vola al 474° posto. Fino al concorso. Il Fatto aveva parlato con diversi membri della Commissione chiamata ad assegnare la cattedra: “Ci siamo trovati lì a cose fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo discutere”, racconta Anna Rita Fetoni dell’Università Cattolica di Roma, una dei tre membri.
Ma non c’era soltanto il concorso. I rapporti tra Nocini figlio e i suoi collaboratori erano a dir poco tesi. Come testimoniavano i messaggini che i cronisti avevano potuto visionare: “Da domani con me in sala non darete più nemmeno i punti di cute”, scrive Riccardo Nocini. I messaggini sono stati acquisiti dalla Procura. Suo padre, si diceva, all’Università di Verona era una potenza. Le cronache raccontano che il 7 febbraio scorso il Magnifico Rettore Nocini inaugura il suo ultimo anno accademico. Accanto a lui personaggi come Leonardo Maria Del Vecchio, Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo. Il 25 settembre, quando ormai è a un passo dalla pensione, viene invece scoperta la targa di un nuovo edificio di 4 mila metri quadri: “Edificio Biologico 3 – Palanocini”, si legge.
L’inchiesta aveva fatto scoppiare la bolla. Prima un’inchiesta della Procura (senza indagati finora) che, però, rischia di essere azzoppata dall’abolizione del reato di abuso di ufficio voluta dal ministro Carlo Nordio. Poi l’istruttoria interna dell’Università che alla fine ha portato all’avvio della procedura di annullamento del concorso.
Le indagini dell’Ateneo avrebbero fatto emergere due elementi che potrebbero invalidare la nomina: la programmazione triennale del personale docente imponeva di riservare un posto a docenti esterni all’ateneo. Mentre il bando avrebbe aperto le porte a docenti non ordinari e senza vincoli di provenienza. C’è inoltre la questione sollevata dall’inchiesta giornalistica: durante l’iter di predisposizione del bando, Pier Francesco Nocini era ancora rettore dell’università che avrebbe nominato professore suo figlio.
L'articolo Verona, l’Università interrompe la “dinastia Nocini”. Avviata la procedura per revocare l’incarico a Riccardo, figlio dell’ex rettore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nelle scuole non ci saranno metal detector fissi come quelli cui siamo sottoposti a controllo in aeroporto, ma solo strumenti palmari (quelli adoperati ai concerti, per intenderci) che saranno usati saltuariamente facendo intervenire le forze dell’ordine su richiesta dei dirigenti scolastici in accordo con le prefetture. A confermarlo a ilfattoquotidiano.it, fonti del ministero dell’Istruzione secondo cui Valditara, in partenza per Cracovia dove raggiungerà gli studenti impegnati nel viaggio ad Auschwitz, ha già parlato della questione con il collega dell’Interno Matteo Piantedosi.
Gli uffici di viale Trastevere e del palazzo del Viminale stanno lavorando a una circolare che i titolari dei due dicasteri firmeranno entro una decina di giorni. La firma del provvedimento, che sarà rivolto a tutti i dirigenti scolastici, è attesa per la fine della prossima settimana. La misura non entrerà nel pacchetto sicurezza sul quale la Lega di Matteo Salvini preme, ma a frenare è Forza Italia che teme il Colle soprattutto per quanto riguarda la misura dei rimpatri. Durante la riunione di governo di oggi con la premier Giorgia Meloni, sono state accolte le proposte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contenute in due diverse bozze di provvedimenti, un Decreto Legge e un Ddl. In particolare, le misure previste che puntano a contenere il fenomeno della violenza giovanile erano state inizialmente tutte concepite in un disegno di legge ma – secondo diverse valutazioni in corso nella maggioranza – potrebbero essere in parte recepite nel Decreto legge: su questo è ancora in corso una valutazione. Il pacchetto sarà probabilmente varato entro fine mese in uno dei prossimi Cdm.
Intanto, la questione metal detector assume toni più chiari. Nessuno a viale Trastevere ha mai pensato di dotare le scuole di metal detector fissi sia per una questione di costi sia perché dal punto di vista organizzativo è impensabile che i collaboratori scolastici controllino ogni giorno i ragazzi facendo svuotare loro le tasche. La bozza di circolare parla di metal detector portatili ovvero quelli che spesso vengono utilizzati ai concerti, negli eventi pubblici, nei musei. I presidi, qualora ravviseranno la presenza di coltelli o altre armi bianche, potranno chiedere alle forze dell’ordine di intervenire programmando dei servizi “a sorpresa” all’inizio delle lezioni in modo da stanare eventuali studenti in possesso di lame.
Un intervento che non prevede alcun finanziamento perché polizia e carabinieri sono già dotati di questa strumentazione. Si tratta solo di mettere in campo un coordinamento che non sarà utile solo alle aree cosiddette “a rischio” ma a tutti gli istituti che ne dovessero avere bisogno. Il modello è quello già adottato all’istituto tecnologico “Marie Curie” nel quartiere Ponticelli di Napoli dove la preside Valeria Pirone tre anni fa invocò pubblicamente l’uso dei metal detector. Lì di tanto in tanto, le forze dell’ordine arrivano prima delle otto con gli strumenti mobili e i cani antidroga.
L'articolo Scuola, verso una circolare di Valditara per l’uso di metal detector portatili su richiesta dei presidi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ciclone Harry cancella ha cancellato anche la spiaggia di Su Giudeu a Chia nel sud della Sardegna. Proprio per la violenza delle mareggiate, l’allerta rossa è stata prolungata anche per anche domani in Sardegna, Sicilia e Calabria. Lo indica un nuovo avviso diramato dalla Protezione civile. Una circolazione depressionaria centrata sulla Tunisia, rileva il bollettino, continua a determinare maltempo e a richiamare correnti umide sud-orientali sulle regioni meridionali italiane.
L'articolo Sardegna, il ciclone Harry cancella anche la spiaggia di Su Giudeu a Chia: le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Agenzia delle Entrate programma un aumento significativo delle attività di controllo. Il nuovo budget economico 2026 ritocca infatti al rialzo il numero complessivo delle verifiche sostanziali, che vanno dagli accertamenti ordinari su imposte dirette, Iva e Irap ai controlli su indebite compensazioni e contributi a fondo perduto: quest’anno saliranno a 530mila contro le 438.579 realizzate nel 2024 e le 375mila previste dal Piano integrato di attività e organizzazione (Piao) approvato nella primavera 2025. Per il 2027 e 2028 sono previsti ulteriori incrementi, a 550mila e 560mila. Confermato invece che saranno 75mila all’anno i contribuenti “sottoposti ad analisi congiuntamente alla Guardia di Finanza” e 2,4 milioni quelli che riceveranno lettere di compliance, comunicazioni “amichevoli” per favorire l’adempimento spontaneo. In più il documento fissa l’obiettivo di 600mila controlli formali sulle dichiarazioni dei redditi.
La premessa è che “si continuerà ad adottare un approccio più collaborativo tra l’Agenzia delle entrate e i contribuenti che promuova la semplificazione degli adempimenti, aumenti la
compliance volontaria e ne riduca i costi”, ma in parallelo si conferma l’intenzione – già dichiarata nel Piao – di “impiegare strategie di controllo ancora più efficaci e sanzioni tempestive”. Per “migliorare l’attività di accertamento degli imponibili e di recupero di gettito”, spiega il testo, l’Agenzia guidata da fine 2024 da Vincenzo Carbone “incrementerà la propria capacità operativa per aumentare il numero dei controlli e migliorarne la qualità, attraverso la digitalizzazione dei processi e l’implementazione degli applicativi di supporto al controllo, anche in modo da ridurre le attività a basso valore aggiunto, nonché mediante nuovi strumenti di analisi avanzata dei dati“. Il riferimento è all’uso di “tecniche di intelligenza artificiale, quali il machine learning, il text mining e il network analysis“: pratiche previste da tutte le best practice internazionali e che l’Italia si è impegnata a utilizzare per ridurre l’evasione come da obiettivi del Pnrr confermati dal governo Meloni.
Lo scorso ottobre, in audizione davanti alla Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria, Carbone ha ricordato che l’attività di analisi del rischio – l’incrocio dei dati per rendere più efficiente la lotta all’evasione – è una di quella che “maggiormente beneficiano” delle “nuove opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica” e l’Agenzia “ha implementato diverse soluzioni basate sull’IA, integrandole all’interno dei propri processi operativi”. Pur con la garanzia dell’intervento umano in ogni fase del procedimento, come previsto dal Regolamento sulla protezione dei dati.
Resta il problema della carenza di personale causata da blocco del turn over e pensionamenti, a cui si è iniziato a far fronte dal 2021 con un piano di assunzioni.
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Quello dei trapianti di organo è un settore della medicina che spesso è protagonista di operazioni di frontiera. Ed è un intervento straordinario ha permesso a una bambina di sette anni di ricevere un rene e una porzione di fegato dal papà, il primo cittadino serbo di 37 anni in Italia a donare simultaneamente due organi in vita. La piccola, che soffriva di una rara malattia genetica che colpisce fegato e reni, aveva bisogno di un trapianto urgente a causa della dialisi quotidiana a cui era costretta da quando aveva solo 4 anni. Oggi, grazie all’intervento riuscito, la piccola paziente sta bene e potrà finalmente condurre una vita normale, senza più i disagi della dialisi e con la possibilità di iniziare la scuola come ogni bambino della sua età.
Il trapianto combinato è stato effettuato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dal team di Chirurgia 3, specializzato in trapianti addominali, sotto la direzione del dottor Domenico Pinelli. La decisione di donare gli organi era stata presa dai genitori della bimba più di due anni fa, quando i medici avevano confermato che la bambina avrebbe dovuto iniziare la dialisi. Dopo una lunga preparazione e una valutazione approfondita dei rischi e benefici dell’intervento, la famiglia si è rivolta all’ospedale di Bergamo, che ha già trattato pazienti anche dall’estero. L’Italia del resto è tra i paesi al mondo con più trapianti di organi e donatori.
L’intervento è iniziato alle 9:30 del 18 dicembre 2025 e si è concluso 18 ore dopo, alle 3:37 del giorno successivo, con la partecipazione di sei chirurghi, sette anestesisti e venti infermieri. La complessità dell’operazione ha richiesto l’uso di due sale chirurgiche contigue per eseguire i trapianti in simultanea e con successo. “È una gioia vedere nostra figlia così, finalmente come tutti gli altri bambini: vivace, giocosa e senza i cateteri per la dialisi,” ha dichiarato il papà. “Prima si stancava facilmente, ora può correre, giocare e iniziare la scuola spensierata come i suoi coetanei.”
La piccola, che inizialmente arrivò a Bergamo con la sua famiglia su richiesta del ministero della Salute serbo, è ora monitorata e seguirà controlli regolari nei prossimi mesi. La scelta del padre, che ha rischiato per la vita della figlia, ha portato un cambiamento radicale per la bambina e per la sua famiglia. “Abbiamo pregato Dio e chiesto aiuto – ha detto l’uomo – ma è grazie ai medici che siamo riusciti a ottenere questo miracolo. Abbiamo fatto solo ciò che qualsiasi genitore farebbe per il proprio figlio.” A Padova proprio negli stessi giorni in cui a Bergamo si preparava l’intervento alla piccola, un donatore samaritano ha dato uno dei suoi reni a uno sconosciuto.
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Audi e la località di Madonna di Campiglio hanno ospitato per il quarto anno consecutivo il Ducati Lenovo Team, in occasione dell’evento “Campioni In Pista”. L’iniziativa si inserisce nella partnership avviata nel 2013 tra il marchio dei quattro anelli e la località trentina, legata a un percorso di collaborazione orientato a sport, innovazione e mobilità sostenibile.
L’appuntamento è stata l’occasione per la presentazione ufficiale della squadra MotoGP Ducati Lenovo Team e delle novità della stagione sportiva 2026, oltre a offrire un contesto di celebrazione per il centenario della fondazione di Ducati. L’evento ha richiamato piloti, management e rappresentanti dei brand coinvolti, consolidando il ruolo di Madonna di Campiglio come sede abituale delle attività invernali legate al motorsport del Gruppo Audi.
Durante la manifestazione è stato evidenziato anche il risultato sportivo ottenuto da Ducati nella stagione MotoGP 2025, chiusa con la conquista dei titoli piloti, costruttori e team. Il bilancio comprende 13 vittorie complessive e nuovi record, tra cui il maggior numero di punti conquistati in una singola stagione da un pilota. Sul fronte aziendale, Audi Italia ha chiuso il 2025 con una quota di mercato del 4,51%, la più alta mai registrata dal brand nel Paese.
A sottolineare il legame tecnico e sportivo tra i marchi del gruppo, la Audi RS e-tron GT performance e la Ducati Panigale V4 R sono state protagoniste dello scatto ufficiale dell’evento. La presenza congiunta dei due modelli ha rimarcato il posizionamento del Gruppo Audi come unica realtà attiva sia in Formula 1 sia in MotoGP, attraverso la controllata Ducati Motor Holding
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Nel corso del CES2026 ROG, il brand dedicato ai prodotti da gaming di Asus, ha celebrato il suo 20° anniversario con tanti nuovi prodotti dedicati al pubblico dei gamers, di seguito troverete una selezione degli annunci principali.
ROG Zephyrus Duo 16
Il nuovo ROG Zephyrus Duo (GX651) è un notebook da gaming slim con doppio display OLED 3K a 120Hz da 16″, con supporto ad HDR, che arriverà sul mercato con processori Intel Core Ultra 9 di terza generazione, fino a 16 core e 32 threads ed NPU da 50TOPs, affiancati alle potenti schede video NVIDIA RTX5090 (ma dovrebbe arrivare anche con la 5070), il tutto racchiuso in un corpo in alluminio ricavato tramite fresatura CNC.
Questo form factor non è nuovo in casa ASUS ma è simile a quello già usato già da alcuni anni sullo Zenbook Duo, vedendo dunque il secondo display posizionato dove tradizionalmente un notebook ospiterebbe tastiera e touchpad, questi ultimi invece sono posizionati su un pannello removibile che può essere pogiato sul display inferiore per un utilizzo più tradizionale del notebook o direttamente sulla scrivania. Come con lo Zenbook, il nuovo Zephyrus Duo integra un supporto per sollevare il dispositivo, regolabile fino a 90°, permettendo di utilizzare in modo ottimale entrambi gli schermi senza necessità di acquistare un supporto a parte; a migliorare ulteriormente la flessibilità di questo nuovo notebook da gaming è la cerniera che può ruotare a 320°. Al momento non sono ancora disponibili informazioni ne su tempistiche di arrivo sul mercato ne sul suo prezzo.
ROG Zephyrus G14 e G16
Al CES ROG ha mostrato anche la nuova generazione dei Zephyrus G14 e G16, che vedono un aggiornamento sul versante hardware con l’arrivo a bordo delle nuove CPU Intel Core Ultra di terza generazione e i nuovi display Nebula HDR con luminosità di picco a 1100nits. Per quanto riguarda la GPU il modello da 14″ supporterà fino alla RTX5080 di NVIDIA, mentre il modello da 16″ (il G16) potrà ospitare la più potente RTX5090.
Il solo ASUS ROG Zephyrus G14 arriverà sul mercato anche in varianti che equipaggeranno a bordo CPU AMD Ryzen AI di ultima generazione.
La collaborazione con Kojima Productions
Hideo Kojima è sicuramente uno dei nomi più conosciuti nel panorma videoludico, in Konami ha curato per anni la saga di Metal Gear Solid e più recentemente con la sua Kojima Productions ha dato i natali a Death Stranding, e ROG ha scelto di collaborare con il suo studio, la già citata Kojima Productions, ad una serie di dispositivi e periferiche che celebri la creatività, l’esplorazione e le esperienze immersive tipiche dei suoi giochi.
Si parte con il ROG Flow Z13-KJP, un portatile 2-in-1 ispirato a Ludens, mascotte dello studio, che può trasformarsi in console da gaming, tablet per creator e workstation. Alimentato da un potente processore AMD Ryzen AI Max+ 395 con GPU Radeon 8060S ed NPU da 50TOPS integrato, il 2-in-1 di ROG promette prestazioni paragonabili a quelle di un desktop, sia con i giochi sia nell’accelerazione AI a bordo, il tutto nel corpo di un tablet; Lo schermo touchscreen da 13,4″”Nebula HDR” offre una risoluzione 2.5K, 180Hz di frequenza di refresh massima ed il supporto al 100% dello spazio colori DCI-P3. Lo chassis del dispositivo è stato progettato da Yoji Shinkawa, storico collaboratore di Kojima, rendendolo potenzialmente un pezzo da collezione.
A fianco del nuovo 2-in-1, ROG ha annunciato come parte della collaborazione anche un kit di periferiche, pensato per affiancare e completare il Flow Z13-KJP, composto dalle cuffie ROG Delta II-KJP, con driver da 50mm placcati in titanio ed un microfono superwideband da 10mm, dal mouse ROG Keris II Origin-KJP, con sensore ottico ROG AimPointPro da 42.000dpi, illuminazione RGB a tre zone, e connettività wireless SpeedNova per un gameplay – nelle parole del produttore – preciso e senza lag. A chiudere il tutto un tappetino per mouse extra large ROG Scabbard II XXL-KJP che raffigura un’illustrazione di Ludens disegnata -in origine- a mano da Yoji Shinkawa.
Non solo notebook, arriva ROG G1000
Al CES Asus ha mostrato al pubblico anche il nuovo ROG G1000, un desktop da gaming che punta ad offrire il top sul versante prestazionale, al contempo puntando anche a stupire con il suo design che associa ad un case tower da 104litri con pannelli trasparenti le nuove ventole olografiche AniMe Holo (una grande sul lato, due più piccole sul frontale) su cui sarà possibile mostrare testi, animazioni etc.
Sul versante tecnico i nuovi ROG G1000 saranno pre-assemblati utilizzando componentistica simile a quella che l’azienda ha già disponibile sul mercato (o che arriverà sul mercato) per chi se li assembla da se, come le schede video ROG Astral sui modelli con GeForce RTX5090 e 5080 o le schede ROG Strix nelle varianti con chip GeForce RTX5070Ti o Radeon 9070XT, oppure il sistema di raffredddamento a liquido ROG Thermal Atrium, con radiatore da 420mm e tre ventole, dedicato alla CPU.
I nuovi display targati ROG
Tra i leader di mercato per quanto riguarda i monitor dedicati al pubblico dei gamer, Asus ha presentato a Las Vegas due nuovi display e nuovi occhiali per la realtà aumentata
Il nuovo ROG Swift OLED PG27UCWM si presenta con un pannello OLED Tandem RGB 4K da 26,5 pollici offrendo tempi di risposta nell’ordine di 0,03ms, fino a 240Hz di frequenza di aggiornamento in UltraHD e fino a 480Hz in fullHD. I pannelli utilizzano una nuova tecnologia in ambito OLED pensata per offrire bordi più nitidi nel testo, copertura al 99% della gamma DCI-P3, colori a 10bit reali e supporto a Dolby Vision. Il display offrirà varie opzioni di connessione come DisplayPort 2.1a, HDMI 2.1 e USB-C con Power Delivery da 90W, oltre ad integrare un nuovo design con retro trasparente.

Si passa invece al formato UltraWide con il nuovo ROG Swift OLED PG34WCDN, che integra un pannello curvo (1800R) QD-OLED WQHD, con superficie semilucida, frequenza di refresh di 360Hz, e tempi di risposta nell’ordine di 0,03ms. Per questo nuovo display Asus ROG ha scelto di aumentare la resistenza ai graffi (fino a 2,5volte) rispetto ai suoi precedenti monitor con pannelli QD-OLED applicando un film protettivo, denominato dall’azienda ROG BlackShield, che dovrebbe inoltre contribuire ad aumentare i livelli di nero percepiti dagli utilizzatori fino al 40%, offrendo una maggiore profondità delle tonalità ed un contrasto più alto; il display supporta VESA Display HDR 500 True Black ed offre una copertura del 99% dello spazio DCI-P3. Come per il PG26, sul versante connettività offre DisplayPort 2.1a, HDMI 2.1 e USB-C con PD da 90W.
Rientrano in una categoria di prodotto “quasi” diversa i nuovi ROG XREAL R1, degli occhiali AR micro-OLED con risoluzione FullHD e 240Hz di frequenza di refresh. Per la loro realizzazione Asus si è avvalsa della collaborazione di XREAL, azienda leader nella tecnologia per gli occhiali da realtà aumentata.
Utilizzabili sia da console che PC tramite il ROG Control Dock, così come dal ROG Ally – il PC handheld da gaming di Asus -, i nuovi occhiali di ROG permettono di offrire all’utilizzatore uno schermo virtuale da 171″ a 4 metri di distanza con un campo visivo di 57°. L’elaborazione di rendering e tracciamento sono gestiti a bordo degli occhiali stessi, mentre delle lenti elettrocromiche rendono possibile regolare la loro trasparenze in base alle condizioni di luce dell’ambiente in cui ci si trova.
Sul versante audio, i nuovi ROG XREAL R1 promettono un’esperienza immersiva profonda, con un suono spaziale sintonizzato con precisione, grazie ad un sistema realizzato in collaborazione con Bose.
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Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov tiene una conferenza stampa fiume, proprio mentre il presidente Trump è in volo verso il Forum di Davos, dove oggi è il giorno di Ursula von der Leyen ed Emmanuel Macron. Ne parliamo con Gianluca Savoini e Arnaldo Vitangeli
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C’era attesa per Ursula von der Leyen, la voce dell’Europa che si è levata da Davos, nel cuore delle Alpi svizzere. Ma forse, il termometro è destinato a salire ancora, almeno fino a domani, ore 14.30, quando sul palco del World economic forum salirà Donald Trump. Sono giorni di grande confusione per il mondo, ancora incapacitato a decifrare lo scacchiere dell’Artico e i suoi possibili effetti collaterali sull’economia. Washington vuole la Groenlandia, per diverse ragioni. L’Europa non è disposta a cedere, almeno per ora. Il passo per una nuova e più devastante guerra commerciale è, dunque, breve.
Dentro il messaggio di von der Leyen, risuonato poco dopo le 11 del mattino e preceduto dal preambolo di Larry Fink, ceo di Blackrock e co-presidente del forum di Davos, c’era molta lucidità condita da un pizzico di preoccupazione. Tanto per cominciare, secondo la presidente della Commissione europea, gli shock geopolitici, quale una nuova stagione dei dazi sarebbe, possono e devono rappresentare un’opportunità per l’Unione europea. “Gli shock possono e devono rappresentare un’opportunità per l’Europa. A mio avviso, il cambiamento sismico che stiamo attraversando oggi è un’opportunità, anzi una necessità, per costruire una nuova forma di indipendenza europea. Questa esigenza non è né nuova né una reazione agli eventi recenti. È un imperativo strutturale da molto più tempo”, ha messo in chiaro von der Leyen.
“Quindi, quando ho usato questo termine, indipendenza europea, circa un anno fa, sono rimasta sorpreso dalle reazioni scettiche. Ma meno di un anno dopo, esiste ormai un vero consenso attorno a questo concetto. La rapidità e la portata quasi impensabile del cambiamento hanno contribuito a questo, ma l’imperativo di fondo resta lo stesso”. Per von der Leyen “la verità è che potremo sfruttare questa opportunità solo se riconosceremo che questo cambiamento è permanente. Certo, la nostalgia fa parte della storia umana. Ma la nostalgia non riporterà indietro il vecchio ordine”.
Capitolo Groenlandia, alias Stati Uniti e il loro presidente. L’Artico, per stessa ammissione di von der Leyen, “non era una priorità”, quando la presidente della Commissione ha iniziato a preparare il suo discorso per Davos. Ma la storia, si sa, a volte corre veloce. “Quando ho iniziato a preparare il discorso di quest’anno la sicurezza nella regione dell’Estremo Nord non era il tema principale. Ma per molti versi, si collega al tema più ampio da cui ho iniziato oggi. Che l’Europa deve accelerare la sua spinta verso l’indipendenza, dalla sicurezza all’economia, dalla difesa alla democrazia. Il punto è che il mondo è cambiato in modo permanente. Dobbiamo cambiare con lui”.
L’Ue ha steso la sua prima strategia per l’Artico nel 2008, diciotto anni fa, ma a tutt’oggi non dispone di rompighiaccio in grado di navigare nel Mare Artico. Alcuni Paesi, come Finlandia e Svezia, possono contare su navi rompighiaccio, ma sono adatte solo al Mar Baltico, che ghiaccia parzialmente in inverno, non alle dure condizioni dell’Artico. Quindi il passaggio sulle tariffe minacciate dagli Usa a chi si metterà di traverso agli Stati Uniti. L’imposizione di dazi aggiuntivi sulle importazioni dai Paesi europei che hanno mandato militari in Groenlandia , dice, è “un errore”, e l’Europa è “pienamente impegnata” per la sicurezza dell’Artico.
C’è però sempre spazio per la diplomazia. E a Bruxelles lo sanno. “Per quanto riguarda la sicurezza della regione artica, l’Europa è pienamente impegnata. E condividiamo gli obiettivi degli Stati Uniti in questo senso. Ad esempio, la Finlandia, uno dei membri più recenti della Nato, sta vendendo i suoi primi rompighiaccio agli Stati Uniti. Questo dimostra che abbiamo le capacità necessarie proprio qui, nel ghiaccio, per così dire. Che i nostri membri settentrionali della Nato dispongono già di forze pronte per l’Artico”.
“La sicurezza artica può essere raggiunta solo insieme. Ecco perché i dazi aggiuntivi proposti sono un errore, soprattutto tra alleati di lunga data. L’Ue e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa”. Finché, però, gli Usa andranno per la loro strada, non guardandosi intorno, l’Europa farà l’Europa. L’Ue lavora per una “massiccia impennata degli investimenti in Groenlandia. Stiamo lavorando a un pacchetto per sostenere la sicurezza dell’Artico, partendo da un principio: piena solidarietà con la Groenlandia e il Regno di Danimarca. La sovranità e l’integrità del loro territorio non sono negoziabili”.
Una prima reazione a von der Leyen, in attesa che domani parli Trump, è arrivata dal segretario al Tesoro, Scott Bessent, anch’esso presente a Davos con la rappresentanza americana. “Agli europei sulla Groenlandia dico la stessa cosa che ho detto ad aprile dopo il liberation day: sedetevi, prendete un bel respiro e non fate rappresaglie. Domani qui ci sarà il presidente che porterà il suo messaggio, avrà incontri e avrà la mente aperta. Perché questa risposta rapida?”.
Bessent ha poi argomentato la posizione della Casa Bianca in merito all’isola dei ghiacci. “Il presidente ha una visione molto netta sulla sicurezza dell’emisfero occidentale e sul fatto che la Groenlandia è essenziale per lo scudo missilistico Usa. Ed è preoccupato che se ci fosse un’incursione in Groenlandia gli Usa verrebbero chiamati a difenderla. Diventa sempre più attraente per conquiste straniere ritiene fortemente che deve essere parte degli Usa per prevenire un conflitto, piuttosto che vedere gli Usa coinvolti ex post“.
Il numero uno del Tesoro americano, poi, ha dedicato un passaggio del suo intervento a Davos a Mario Draghi, visto e percepito da Washington come una delle menti più lucide del Vecchio Continente. Il riferimento è all’ambizioso e al contempo realista rapporto presentato ormai oltre un anno fa dall’ex presidente della Bce. “Se devo dare un consiglio all’Europa è quello di “rendere operativa l’agenda Draghi che doveva ridurre il grado di burocratizzazione in Europa. Ho parlato con alcuni imprenditori che mi hanno detto che è molto più facile fare business in Cina che in Europa”.
Anche la questione del debito americano in pancia ai risparmiatori e alle banche europee ha trovato spazio nelle parole del responsabile della prima economia globale. Nelle scorse settimane si è fatta largo l’idea che, se le cose con gli Stati Uniti si mettessero male, l’Europa avrebbe nel suo armamentario uno strumento, tra gli altri, con cui danneggiare davvero l’economia americana. Ovvero, vendere tutti gli asset, americani, azioni, obbligazioni e strumenti finanziari di ogni tipo, detenuti in Europa e che valgono qualcosa come 12 mila miliardi di dollari.
Ma Bessent ha provato a esorcizzare la possibilità di vendere Treasury in risposta alle ambizioni Usa sulla Groenlandia. Una narrazione che “sfida ogni logica e non potrei essere più in disaccordo”. Anzi, è il consiglio del segretario al Tesoro, “fate un bel respiro profondo e lasciate che la situazione faccia il suo corso. Non ascoltate l’isteria dei media”.
La Commissione europea ha approvato un pacchetto di aiuti all’Ucraina per un totale di 90 miliardi di euro per il biennio 2026‑2027, includendo una clausola che impone a Kyiv di privilegiare i fornitori europei nell’acquisto di armi e materiali militari. Vince dunque la linea francese del Buy European, secondo cui la clausola serve a legare a doppio filo il supporto allo sforzo bellico ucraino al rilancio della base industriale della difesa in Europa.
Il pacchetto prevede circa 60 miliardi destinati al settore militare e 30 miliardi come assistenza generale al bilancio ucraino. Secondo la Commissione, la clausola di preferenza europea mira a sostenere l’industria della difesa dei Paesi membri e a creare ritorni in termini di occupazione e ricerca e sviluppo, senza però compromettere l’efficacia del sostegno a Kyiv. La clausola si applicherà alle forniture disponibili in Europa, in Paesi terzi associati (come Norvegia e Islanda) o prodotte direttamente in Ucraina.
“Per noi si tratta di una somma ingente. Sono miliardi e miliardi che vengono investiti. E questi investimenti dovrebbero avere un ritorno in termini di creazione di posti di lavoro, ricerca e sviluppo“, ha affermato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, spiegando la preferenza per gli acquisti in Europa. Palazzo Berlaymont non ha comunque escluso che Kyiv possa rivolgersi a fornitori terzi, ma solo a condizione che lo specifico equipaggiamento non sia prima reperibile in Europa.
Fin dall’approvazione del piano ReArm Europe, quello del Buy European è stato un tema particolarmente controverso, soprattutto rispetto all’implicita esclusione degli acquisti negli Stati Uniti. Fino ad ora la clausola non era mai stata sottolineata in modo così marcato, lasciando intendere che ci fosse margine di manovra per far rientrare nel perimetro anche gli equipaggiamenti americani. Beninteso, gli acquisti di armamenti americani non si fermano, ma proseguono sotto l’egida del Purl (Prioritised Ukraine Requirements List), un meccanismo separato che ha sostituito gli aiuti diretti da parte di Washington con un sistema che prevede che gli europei acquistino dagli Usa gli equipaggiamenti da consegnare a Kyiv.
La novità è che, per questo pacchetto, i soldi europei potranno essere utilizzati solo per generare valore in Europa. Non si può escludere che questa prima applicazione del Buy European possa essere successivamente confermata e rafforzata, ad esempio per quanto concerne il pacchetto Safe e, in più in generale, i singoli programmi di riarmo nazionale. Eventualità, questa, che scontenterebbe non poco Donald Trump, il quale – tra le altre cose – ha più volte affermato che gli europei dovrebbero riarmarsi acquistando negli Usa. Che questa prima applicazione rigida del Buy European faccia parte della più ampia “opzione Bazooka” ventilata in questi giorni dall’Ue in risposta alle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia? A parole, parrebbe di no. Ma le tempistiche raccontano un’altra storia.


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I Vigili del fuoco di Rovigo hanno ritrovato il cadavere del 26enne scomparso lunedì sera ad Adria, in provincia di Rovigo. Il giovane era andato a pescare in località Passetto e aveva parcheggiato la sua auto vicino alla chiesa della frazione.
Di lui non si erano più avute notizie: le operazioni di ricerca erano scattate intorno alle 2 di notte e i carabinieri avevano trovato l’attrezzatura da pesca sotto un ponte nei pressi del fiume Adigetto. Mezz’ora dopo erano intervenuti anche i sommozzatori del nucleo di Venezia, affiancati dai vigili del fuoco del Comune.
Il ritrovamento del corpo è avvenuto intorno alle 16 grazie all’impiego dell’ecoscandaglio, strumento nautico a ultrasuoni: il corpo del ragazzo era sul fondo del canale, a pochi passi dalla sponda del fiume verso Cavarzere. A recuperare la salma ci hanno pensato i sommozzatori del nucleo regionale dei Vigili del Fuoco. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, la Polizia di Stato e la Polizia locale.
Foto d’archivio
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Per quale motivo sono stati rubati a Gian Gaetano Bellavia più di un milione di file dal suo archivio? E i file, una volta rubati, sono stati poi rivenduti? E a chi? C’è stato un mandante che ha commissionato il furto prima che avvenisse? Esiste un secondo procedimento penale contro ignoti per ricettazione? Le indagini ancora in corso – i cui atti digitalizzati sono stati trafugati – verranno interrotte e archiviate?
Quanto accaduto fino a fine settembre 2024 e denunciato dallo stesso Bellavia e dalla sua socia Fulvia Ferradini è molto grave: atti e documenti di inchieste molto delicate trafugati dai server dello studio. Le domande in apertura sono quelle più logiche, eppure in alcuni organi di stampa e in diversi interventi di parlamentari sono comparse domande di ben altra natura. Domande che, nonostante il punto interrogativo finale, si trasformano facilmente in insinuazioni spesso diffamatorie nei confronti dello stesso Bellavia. Ed ecco che non posso non formulare la settima domanda: come mai? Come mai Gian Gaetano Bellavia passa in un battibaleno da parte lesa ad essere “il sospettato”?
Bellavia, 71 anni, dottore commercialista, revisore dei conti e consulente tecnico dell’Autorità Giudiziaria, in una recente intervista al Giornale, uno degli organi di stampa più aggressivi nei suoi confronti, dichiara di aver lavorato per 15 distretti giudiziari diversi. “Ho fornito consulenze alle Procure e ai Tribunali di tutt’Italia, da Varese a Palermo, da Genova a Ancona. E guardi che non ero io che mi proponevo. Erano i magistrati che mi cercavano. E sa cosa potevo rispondere io ai magistrati? Potevo solo dire di sì. Fornire la consulenza era ed è un obbligo per il professionista che viene convocato. Un obbligo per me commercialista, un obbligo per il medico, per il genetista, per il fisico. Sei precettato.”
La gravità dei fatti è immediatamente intuibile. Quei file contengono informazioni e documenti riservati che possono facilmente diventare merce di ricatto.
La notizia che il Pubblico Ministero ha disposto il rinvio a giudizio con citazione diretta nei confronti della ex collaboratrice dello studio del commercialista, indicata nella denuncia di furto depositata dallo stesso Bellavia, compare sei mesi dopo, pubblicata sul Corriere della Sera il 2 gennaio scorso a firma Luigi Ferrarella, che ci torna l’8 e il 10 gennaio. Un’ultima nota del Corriere è del 14 gennaio scorso.
Dopo il 2 si scatenano, contro Bellavia, Il Giornale e Libero. Che, tra le altre argomentazioni, danno molto spazio alle domande di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, che si sono trasformate in interrogazione al Ministro dell’Interno: “di che documenti disponeva Bellavia? Essendo consulente della procura probabilmente anche di materiale riservato. Questo materiale è stato indebitamente utilizzato per inchieste televisive? Siamo di fronte a un nuovo caso di dossieraggio? Qual è il confine tra Report, trasmissione del servizio pubblico, le inquietanti attività di Gian Gaetano Bellavia, il furto che lui denuncia di questi documenti molto delicati da parte di una sua collaboratrice con la quale ha interrotto i rapporti? E quali sono i legami con la Procura di Milano o altre procure?”. Penso che la risposta all’ottava domanda sia la più facile: Bellavia passa dalla parte del colpevole perché l’obiettivo è quello di attaccare Report che lo utilizza come consulente.
Capite la rocambolesca situazione che si è creata da quando Ferrarella ha pubblicato la notizia? Notizia che, successivamente viene alimentata anche da un “giallo”. Così lo definisce Ferrarella: chi e come abbia potuto riversare negli atti della Procura, “senza tracciamento”, il documento cartaceo “poi digitalizzato e indicizzato dalla cancelleria”, composto da 36 pagine e in cui sono elencati nomi di persone a cui sarebbero stati trafugati i dati.
Ed ecco la stoccata finale: “Quello di Bellavia, almeno per ora, non è stato ufficialmente classificato come dossieraggio. Ma di certo, gran parte di quei dati ‘ultrasensibili’ raccolti tra i molti anni da consulente dei magistrati e la sua attività da commercialista dovevano essere distrutti, a norma di legge, e non rimanere negli archivi digitali di Bellavia”.
In realtà, qualsiasi professionista che svolge un’attività come Consulente Tecnico del Tribunale (Ctu) riconsegna gli atti e a lui rimane tutto quello che ha utilizzato per redigere la propria opera intellettuale con gli allegati necessari a spiegarle. E comunque, qualunque sia la pratica, è obbligato a tenere i documenti per almeno dieci anni, dopodiché può distruggerli (attenzione: può, non deve).
Corriamo il serio rischio, una volta terminata la cortina fumogena, che la vicenda giudiziaria finisca senza che ci siano risposte alle prime sette domande.
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Il volto oscuro delle Olimpiadi. L’altra faccia della luna. Il mondo che c’è, è sotto gli occhi di tutti, ma pochissimi vogliono vedere. Perché finora, e soprattutto in questi giorni, nelle cronache e nelle riprese televisive prevalgono i lampi della Fiamma, i sorrisi degli atleti di un tempo lontano, i medagliati che hanno emozionato l’Italia, le tute bianche dei tedofori, le rassicurazioni di chi dice che tutto va bene, le immagini di distese bianche anche se tutt’attorno i prati sono senza neve. È l’eccesso a provocare il suo contrario, la sua negazione, quando si esagera nella retorica della bellezza, nell’entusiasmo dello spirito italiano, nell’adrenalina delle competizioni e dello sport. Ed è qui, da questo disagio provocato dalla illogicità e dalla propaganda, che ha preso forma un concorso fotografico, il cui obiettivo – nient’affatto dissimulato – non consiste nella celebrazione, ma nella denuncia, non nell’estetica della forma, ma nella gravità della sostanza.
Lo hanno battezzato “Olimpiadi Infernali”, con un ossimoro che accosta l’altezza inarrivabile dei cieli alla profondità dell’abisso. Fuor di metafora: “Fotografa gli impatti delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 The Dark side of the Olympics”. A lanciare il concorso, che non vuole incantare, ma squarciare il velo dell’ipocrisia, è il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste dell’Alto Bellunese, di cui fanno parte Italia Nostra-Sezione di Belluno, Mountain Wilderness Italia, WWF Veneto Terre del Piave, Ecoistituto del Veneto Alex Langer, Peraltrestrade Dolomiti, il Gruppo Promotore Parco del Cadore e Legambiente Treviso.
Sono alcune delle associazioni che hanno partecipato alla fase di avvicinamento ai Giochi, cercando di discutere con gli organizzatori, cercando soluzioni meno impattanti da un punto di vista ambientale ed economico. Non ci sono riuscite. Il dialogo si è interrotto in modo brusco nel settembre 2023, quando hanno giudicato inutile il tavolo del confronto. “Non abbiamo elementi per poter attestare la sostenibilità ambientale delle opere e dei giochi olimpici invernali dichiarata nel dossier di candidatura. – spiegarono – Non rendendo disponibili tutte le informazioni (anche sulle opere connesse e di contesto) si è persa un’occasione storica di confronto durante la fase partecipativa, prevista nelle procedure di valutazione ambientale, che avrebbe potuto portare al miglioramento dei progetti e del loro inserimento ambientale, naturalistico e paesaggistico”.
Il messaggio era rivolto sia a Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore che spenderà 2 miliardi di euro, sia alla società Infrastrutture Milano Cortina (Simico), che opera per conto del ministero di Matteo Salvini e spenderà 4 miliardi di euro. Ognuno è andato avanti per la propria strada e gli allarmi lanciati ai responsabili del Circo Bianco sono rimasti inascoltati. La corsa contro il tempo è diventata spasmodica, per poter ultimare tutte le sedi di gara all’ultimo minuto, mentre per opere del valore di almeno 3 miliardi di euro ci si è rassegnati all’incompletezza, a un fine-lavori che può arrivare al dicembre 2033.
L’iniziativa, gratuita e aperta a tutti, che vuole mettere a fuoco il lato oscuro delle Olimpiadi, invita a descrivere “attraverso immagini l’impatto sul paesaggio e sull’ambiente” in tre ambiti. Innanzitutto “le opere finalizzate o comunque giustificate o sollecitate per le Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, già realizzate o ancora in corso”. In secondo luogo, “le attività e i servizi direttamente o indirettamente attivati per le Olimpiadi, anche temporanei e di preparazione”. Infine, i “fenomeni e i comportamenti sociali causati dallo svolgimento dei Giochi nei luoghi delle Olimpiadi o altrove purché comunque implicati dalle preparazioni o dalle attività delle Olimpiadi”.
In sintesi, si tratta delle opere, delle attività e dei comportamenti sociali indotti dai quarti Giochi italiani, dopo Cortina 1956, Roma 1960 e Torino 2006. Il Regolamento del Concorso, con il modulo di iscrizione e la scheda di presentazione delle foto, è pubblicato nel sito www.peraltrestrade.it e nella pagina Facebook Olimpiadi Infernali. Le foto dovranno pervenire all’indirizzo olimpiadinfernali@gmail.com entro il 31 marzo 2026. Sono ammesse fotografie b/n e a colori con inquadrature sia verticali sia orizzontali, con risoluzione al massimo di 3000px sul lato più lungo. Non sono ammesse opere interamente realizzate al computer o generate da sistemi di intelligenza artificiale. Ogni foto dovrà essere titolata e accompagnata da una breve descrizione, indicando il luogo e il punto da cui è stata scattata. Ai primi tre classificati verranno assegnate tessere di iscrizione ad associazioni ambientaliste e riviste ecologiche.
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La procura di Verona ha aperto un fascicolo per sottrazione di minore in relazione al caso della scomparsa del 14enne di San Giovanni Lupatoto, Diego Baroni, scomparso da casa il 12 gennaio scorso. Per il momento, come riferito dal Corriere del Veneto, non c’è iscritto alcun nome nel registro degli indagati e la procura ha affidato a un perito informatico le indagini sul pc del ragazzino nel quale potrebbero essere raccolti elementi utili della sua attività sui social, in particolare quella su TikTok.
Di Baroni, 14 anni e studente di un istituto tecnico nel capoluogo di provincia, non si hanno notizie da otto giorni. Il cellulare del 14enne la sera stessa del giorno della sua scomparsa è stato localizzato a Milano, dove si pensa che il ragazzino si trovi presso alcuni nuovi amici, ignoti anche alla madre che ha negato che il figlio avesse precedenti conoscenze nel capoluogo lombardo. L’ipotesi è che si tratti di un allontanamento volontario ma che in qualche modo, al momento, al 14enne sia impedito, o forse solo consigliato, di evitare di farsi localizzare tramite il tracciamento del suo cellulare.
L’ipotesi degli investigatori è che Baroni si trovi a Milano perché il cellulare del ragazzo ha agganciato due celle di un’antenna nel centro della città lombarda e vista la testimonianza fatta da una sua conoscente a cui aveva riferito in stazione di star prendendo il treno in quella direzione, la mattina della scomparsa. Si indaga sui suoi contatti in rete e in particolare due richieste d’amicizia accettate dal ragazzo su TikTok nei giorni scorsi. A rivelarlo dei compagni della squadra di basket in cui giocava. Gli investigatori hanno però qualche dubbio che possa essere stato proprio lui a confermarle, e per questo hanno sequestrato il computer.
Ieri sera, intanto, il vescovo Domenico Pompili, il sindaco di San Giovanni Lupatoto Attilio Gastaldello e il presidente della provincia Flavio Massimo Pasini hanno guidato la camminata silenziosa di un km che si è conclusa nella chiesa di Pozzo (frazione dove vive la famiglia Baroni). Presenti 25 sindaci di altri comuni e 2000 persone. Qui le parole del cittadino e del vescovo hanno espresso la preoccupazione della comunità e della famiglia del giovane, con il primo cittadino che ha affermato: “Mai visto una piazza così gremita. Il silenzio riempie un vuoto soprattutto quando è espressione della voce unica di una comunità che si è unita con la famiglia di Diego”.
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“Tutto questo mi piace, però non so se sono adatta io”. Sono le parole della cantante Valentina che, dopo la puntata di “Amici di Maria De Filippi” andata in onda su Canale 5 domenica, 18 gennaio, è entrata in crisi. La protagonista del talent show si è confidata con il maestro Rudy Zerbi per condividere con lui dubbi e perplessità. Soprattutto il pensiero di dover abbandonare la sua esperienza dentro la scuola.
“Fuori da qui vivevo la musica in maniera diversa, come passione. Dicevo che avrei voluto viverla come un lavoro ma non facevo niente per fare in modo che questo potesse accadere”, ha confidato.
La 22enne ha anche parlato dei sui dubbi con gli altri colleghi dentro la scuola. Ma non ha trovato una risposta ai suoi dubbi. Così Maria De Filippi è intervenuta per tendere la mano alla cantante.
“Perché non te ne vai una settimana? Esci, capisci e poi vieni a dircelo. I dubbi fanno parte della vita delle persone, non penso che tu sia colpevole di avere dei dubbi”, ha detto la conduttrice. Un modo per cercare di far sì che Valentina possa schiarirsi le idee in un ambiente a lei più famiglia e prendere la giusta decisione.
Durante l’ultimo appuntamento con il pomeridiano del talent show, Valentina ha presentato l’inedito “caTene“. La cantante viene da Santarcangelo di Romagna (Rimini). “Il mio babbo mi ha trasmesso la passione per la musica, quando ero piccola suonava la chitarra per farmi addormentare. Il mio essere stravagante nasconde bene la timidezza”, aveva dichiarato prima di entrare nella scuola tv più famosa d’Italia.
Valentina decide di tornare a casa per una settimana! #Amici25 pic.twitter.com/GCpkXkBkms
— Amici Ufficiale (@AmiciUfficiale) January 19, 2026
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Gedi tratta la vendita de La Stampa al gruppo Sae, già in affari con il ramo editoriale dell’impero di John Elkann. La società ha informato della trattativa in esclusiva, che riguarda anche gli asset collegati e le rotative, sia il direttore che il Comitato di redazione del quotidiano torinese. Dopo mesi di indiscrezioni che avevano accostato diversi imprenditori interessati al quotidiano storicamente legato agli Agnelli, sulla scena piomba quindi il gruppo Sae che ha già nel suo portafoglio diverse testate, arrivate proprio da una precedente vendita da parte di Gedi.
Sae gestisce infatti Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio, La Nuova Ferrara e La Provincia Pavese, tutte tramite la controllata SAE Communication srl. Tutte le testate rappresentavano il ramo dei locali di Gedi che li aveva venduti in blocco al gruppo con radici sarde tra il 2020 e il 2024.
Secondo fonti vicine a Gedi, tra i vantaggi della proposta Sae c’è il network locale del gruppo che permetterebbe a La Stampa di portare la dimensione nazionale in un sistema informativo molto forte nei territori. Nell’acquisizione Sae vorrebbe inoltre coinvolgere soggetti istituzionali locali che, secondo Gedi, darebbero una “prospettiva di lungo termine a un progetto industriale solido”. Chi sono questi soggetti istituzionali? Secondo agenzie di stampa, il gruppo di Alberto Leonardis nelle scorse settimane ha proposto a Fondazione Crt e a Fondazione Compagnia di San Paolo di far parte della cordata. Al momento, emerge da fonti finanziarie, le fondazioni non avrebbero però sottoscritto alcun impegno a investire e i colloqui sarebbero fermi a qualche presentazione. Lo scenario potrebbe cambiare nei prossimi giorni, dopo l’accelerazione impressa da Gedi.
Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Alberto Barachini, l’apertura di una trattativa in esclusiva “rappresenta una iniziativa strategica orientata a promuovere l’identità di un giornale ancorato al territorio” e la scelta di privilegiare l’offerta del Gruppo Sae “appare connessa ad una proposta da parte del potenziale acquirente di puntare a un piano di sviluppo concreto e ambizioso”. Proprio riguardo al futuro, Barchini chiede che Sae “si impegni a tutelare gli asset e dia garanzie occupazionali”.
Le esperienze pregresse non fanno ben sperare. Basti ricordare il caso de Il Tirreno: da cinque anni, cioè dal cambio di proprietà, il giornale vive tra cassa integrazione, prepensionamenti, stati di crisi, tagli ai costi e chiusura o ridimensionamento di redazioni locali. I giornalisti rivendicano di aver garantito la sopravvivenza del quotidiano attraverso sacrifici economici e carichi di lavoro crescenti, senza che a questi sia mai corrisposto un vero piano di rilancio. “Chiediamo da tempo un progetto editoriale e industriale che dia una prospettiva al giornale”, spiegava il Cdr a Ilfattoquotidiano.it nelle scorse settimane.
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“Sì, non è stato facile…”. Con la voce rotta dall’emozione, Federica Brignone è riuscita a pronunciare soltanto queste parole all’inizio della sua intervista a Eurosport dopo l’ottimo sesto posto nel gigante di Kronplatz, al ritorno in gara in Coppa del Mondo a distanza di 292 giorni dall’infortunio dello scorso aprile. Poi si è commossa, è scoppiata in lacrime e ha lasciato spazio alle emozioni, senza trattenerle. Lacrime che racchiudono un lungo periodo di sacrifici fatti dopo la rottura del piatto tibiale, del perone e del legamento crociato anteriore ad aprile 2025.
E Brignone si è lasciata andare soprattutto perché dall’altra parte della telecamera, a intervistarla, c’era Francesca Marsaglia – ex sciatrice, compagna di nazionale e coetanea di Brignone – oggi commentatrice di Eurosport. Un’intervista tra giornalista e atleta si è trasformata in una chiacchierata tra amiche, con Brignone che si è sfogata piangendo e “colpevolizzando” – ovviamente in maniera scherzosa – l’ex collega: “Io volevo farvi aspettare dopo, ma tu…”, ha detto, con Marsaglia che ha risposto ridendo: “Colpa mia. Posso abbracciarti?”.
L’atleta italiana è poi tornata a commentare la sua gara sui canali ufficiali della Fisi (Federazione italiana sport invernali): “Sono stati nove mesi difficili, tostissimi e sono proprio orgogliosa. Tutti quelli che mi sono stati vicini sanno cosa è stato arrivare fino a qua. È stato tutto nuovo per me oggi a livello di emozioni: in genere quando ti presenti ad una gara sai dove sei e quali sono i tuoi obiettivi, anche a livello di performance“, ha esordito Brignone.
Poi il racconto delle emozioni vissute in gara: “Invece oggi è stato tutto nuovo, un test: anche tenere la tensione per tante ore, con le attenzioni. Sono proprio contenta di aver gareggiato oggi, avessi aspettato i Giochi sarebbe stato forse troppo“. La valdostana ora proseguirà il percorso di allenamento a Cortina, continuando il percorso di avvicinamento ai Giochi Olimpici. “Ora vado a Cortina d’Ampezzo per migliorare in velocità e capire come sto. Il programma continuerà ad essere definito giorno per giorno. Se mi troverò a mio agio su salti e nei passaggi sui dossi con gli sci lunghi, valuteremo per Crans Montana che è un’altra pista molto esigente”, ha aggiunto.
Il bilancio del rientro è comunque più che positivo. “Questa è una specie di ripartenza e sto già pensando a come andare più veloce. Sono molto contenta di oggi, è stato un po’ rompere il ghiaccio ma di certo non mi accontento”.
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Ennesima nottata europea impegnativa con Donald Trump, preso sui social da annunci, mappe provocatorie e messaggi privati (con il francese Emmanuel Macron) resi pubblici, tutto all’interno di un dibattito sensibile sulla Groenlandia, che rischia di esporre divisioni nell’asse transatlantico di cui potrebbero beneficiare i rivali dell’emisfero occidentale che il presidente statunitense intende dominare e proteggere come interesse nazionale strategico primario.
Trump ha raccontato (tramite un altro messaggio privato pubblicato anche questo sul suo social network Truth) di una conversazione “molto positiva” con il segretario generale della Nato Mark Rutte e di un accordo per incontrare a Davos “le varie parti” coinvolte nel dossier Groenlandia. Toni accesi, provocatori, ma accompagnati da un segnale non trascurabile: l’apertura a un tavolo politico multilaterale nel quadro dell’Alleanza.
La sequenza è stata emblematica dello stile trumpiano. Da un lato, la pubblicazione di una mappa dell’emisfero occidentale con il Canada – e persino il Venezuela – colorati come territori americani, e l’attacco al Regno Unito per la cessione di una base militare nell’Oceano Indiano. Dall’altro, il riconoscimento esplicito che la Groenlandia è “imperativa per la sicurezza nazionale e globale” e che su questo punto “tutti sono d’accordo”. Tra provocazione e negoziato, il messaggio resta ambiguo, ma non privo di spiragli.
È proprio in questo spazio che si inserisce la lettura proposta da Kaush Arha sulle pagine del National Interest. L’analisi di Arha parte da un assunto chiaro: l’attuale impasse tra Stati Uniti e Danimarca sulla Groenlandia, più che una crisi per la Nato, rappresenta un’opportunità storica per rafforzare e modernizzare la sicurezza transatlantica. Secondo l’esperto di relazioni internazionali, nell’amministrazione Trump durante il primo mandato, Groenlandia e Ucraina vanno lette come due facce della stessa medaglia strategica: la prima è critica per la sicurezza americana nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale; la seconda è centrale per la sicurezza europea. E in entrambi i casi, sostiene, le garanzie ultime non possono che essere fornite dagli Stati Uniti.
La “formula dell’intesa vincente” delineata da Arha è esplicitamente transazionale ma non distruttiva dell’ordine euro-atlantico. Washington potrebbe ottenere una presenza e un ruolo più strutturati in Groenlandia – con il consenso dei groenlandesi – in cambio di un impegno americano rafforzato e credibile sulla difesa europea, dal fianco orientale della Nato fino all’Ucraina. L’autore insiste sul fatto che l’autodeterminazione della Groenlandia debba restare inviolabile, ma allo stesso tempo evidenzia come l’isola guardi con crescente interesse agli Stati Uniti per ragioni economiche, di sicurezza e di prossimità di mercato.
Arha esplora tre opzioni concrete: un Compact of Free Association sul modello di quelli già in vigore nel Pacifico, un leasing di lungo periodo concordato con Danimarca e Groenlandia, o – come scenario più estremo – una vendita vera e propria, sempre subordinata al consenso locale. Al di là delle differenze, il filo conduttore è uno solo: istituzionalizzare il ruolo americano in Groenlandia per sottrarre l’isola a possibili penetrazioni cinesi o russe, rafforzando al contempo la Nato invece di indebolirla.
Questa impostazione, pur controversa, risuona con una linea che sta emergendo anche in Europa. È il caso dell’Italia. Da Seul, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha insistito sulla necessità di abbassare i toni, evitare escalation e riportare la discussione nel “luogo” naturale dell’Alleanza Atlantica. La preoccupazione americana per le ingerenze esterne in una regione strategica come l’Artico viene riconosciuta come legittima; allo stesso tempo, l’Europa rivendica la volontà di contribuire in modo responsabile alla sicurezza comune. Tutto nel rispetto della sovranità groenlandese.
La posizione italiana è chiara: niente strappi, niente posture simboliche che rischiano di indebolire l’asse transatlantico proprio mentre Russia e Cina osservano con attenzione e cercano spazi di penetrazione e cunei di separazione. Pragmatismo significa comprendere il tempo delle crisi e lavorare a soluzioni condivise. In questo senso, l’idea di un accordo strutturato sulla Groenlandia – se inserito nel perimetro Nato e accompagnato da garanzie reciproche – appare più coerente con gli interessi europei di quanto non lo siano reazioni puramente difensive o ritorsioni.
Il punto di convergenza tra la lettura di Arha e la linea di responsabilità che sta emergendo (anche dalle parole di Rutte) sta proprio qui: trasformare una tensione potenzialmente destabilizzante in un passaggio verso qualcosa di concreto, capace di produrre benefici reciproci. Evitare l’escalation non significa rinunciare agli interessi, ma incardinarli in un quadro che rafforzi la deterrenza comune, conceda risultati reali (oltre che simbolici) e chiuda spazi di manovra a Pechino e Mosca. Secondo queste letture, in un contesto internazionale sempre più competitivo, la Groenlandia può diventare un fattore di divisione o, al contrario, il banco di prova di una rinnovata maturità transatlantica. La scelta, ora, è politica e gli equilibri da gestire sono sensibili.
La visita di Mohammed bin Zayed Al Nahyan a Nuova Delhi, durata poco più di tre ore, ha avuto un peso politico e strategico ben superiore alla sua brevità. Accolto personalmente all’aeroporto dal primo ministro, Narendra Modi, il leader emiratino ha siglato con l’India una serie di intese che rafforzano una relazione già densa, portandola su un piano più esplicitamente strategico. Al centro dell’incontro, un accordo energetico di lungo periodo e una lettera d’intenti per la costruzione di una partnership strutturata nel settore della difesa, mentre i due governi hanno ribadito l’obiettivo di raddoppiare l’interscambio commerciale fino a 200 miliardi di dollari entro il prossimo decennio.
Sul piano economico, l’intesa più immediata riguarda il gas naturale liquefatto. Adnoc fornirà a Hindustan Petroleum Corporation 0,5 milioni di tonnellate di lng all’anno per dieci anni a partire dal 2028, consolidando la posizione degli Emirati come uno dei principali fornitori energetici dell’India. Per Abu Dhabi si tratta di un tassello coerente con una strategia di lungo periodo che punta a legare stabilmente la domanda asiatica alle proprie capacità di esportazione, mentre per Nuova Delhi l’accordo rafforza la sicurezza energetica in una fase di forte volatilità dei mercati globali. Per l’India, significa assicurarsi forniture di primaria necessità da un partner solido, con cui la visione sull’Indo-Mediterraneo è comune e coerente.
L’elemento di ulteriore interesse si colloca sul terreno della sicurezza. La lettera d’intenti firmata dai due Paesi apre la strada a un accordo quadro sulla cooperazione militare e industriale, che include ambiti come il contrasto al terrorismo, la sicurezza marittima, il cyber, le tecnologie avanzate e l’addestramento delle forze speciali. Il segretario agli Esteri indiano, Vikram Misri, ha sottolineato come questa evoluzione rappresenti il consolidamento di un percorso avviato negli ultimi anni, segnato da esercitazioni congiunte e da un dialogo sempre più strutturato tra le rispettive istituzioni della difesa.
Questa cooperazione va letta anche alla luce di una trasformazione profonda del ruolo emiratino nel settore militare. Gli Emirati stanno progressivamente abbandonando lo status di grandi importatori di sistemi d’arma per affermarsi come produttori e fornitori regionali, con ambizioni che ormai travalicano il Golfo. La crescita di un ecosistema industriale nazionale, sostenuto da investimenti in ricerca e sviluppo e da partnership selettive con attori stranieri, ha cambiato la percezione di Abu Dhabi come semplice acquirente di tecnologie occidentali. Il conglomerato Edge è diventato il simbolo di questo passaggio, con un portafoglio che spazia dai sistemi navali ai droni, dall’elettronica alla manutenzione avanzata, e con contratti di esportazione in rapido aumento.
Per l’India, questa evoluzione emiratina rappresenta un’opportunità strategica. Nuova Delhi è impegnata da anni in un processo di diversificazione delle proprie forniture militari, dopo una dipendenza storica dalla Russia che oggi appare sempre meno sostenibile sul piano politico e industriale – toccando anche, in parte, il mondo dell’energia. La possibilità di cooperare con un partner come gli Emirati, capace di offrire non solo piattaforme ma anche co-produzione, trasferimento tecnologico e capacità di manutenzione, risponde a esigenze concrete della pianificazione indiana, da leggere nel quadro del programma “Make in India”, senza le rigidità che spesso caratterizzano i rapporti con i grandi fornitori tradizionali.
È in questo contesto che l’intesa India-Uae assume anche una valenza che va oltre la dimensione bilaterale. La firma dell’accordo arriva infatti a ridosso di un’intesa di mutua difesa siglata tra Arabia Saudita e Pakistan, mentre Islamabad lavora a una possibile cornice trilaterale con Riyadh e Ankara. Questi sviluppi si inseriscono in una fase di crescente competizione tra Emirati e Arabia Saudita, emersa con chiarezza nei dossier yemenita e sudanese e aggravata da divergenze su produzione energetica e posture regionali. Allo stesso tempo, la rivalità strutturale tra India e Pakistan continua a costituire una costante del subcontinente, con implicazioni che si riflettono sempre più anche nei rapporti con il Golfo.
Letti insieme, questi accordi non delineano blocchi contrapposti né alleanze rigide, ma piuttosto un intreccio di relazioni funzionali che riflettono la logica di quello che gli studiosi definiscono “hedging” strategico. Gli Emirati rafforzano il legame con l’India, puntando su un partner asiatico in crescita e relativamente distante dalle dinamiche più polarizzanti del Medio Oriente. L’Arabia Saudita, dal canto suo, consolida il rapporto con il Pakistan, tradizionale fornitore di know-how militare e partner di sicurezza, senza tuttavia compromettere i legami economici sempre più rilevanti con Nuova Delhi.
L’India, consapevole di queste sovrapposizioni, ha ribadito di non voler essere trascinata nei conflitti regionali del Golfo. La cooperazione in materia di difesa, secondo la linea ufficiale, resta sganciata da qualsiasi automatismo politico o militare. In questa chiave le nuove intese sembrano riflettere una riorganizzazione pragmatica delle partnership, in cui energia, tecnologia e sicurezza convergono senza però la volontà (almeno per ora) di fondersi in un’unica architettura strategica.
Il risultato è un quadro indo-mediterraneo sempre più interconnesso, in cui il Golfo agisce da snodo tra Asia meridionale e Medio Oriente. Gli accordi firmati a Nuova Delhi non ridisegnano gli equilibri regionali, ma segnalano una tendenza: la crescente centralità di relazioni flessibili, multilivello, capaci di adattarsi a rivalità incrociate senza trasformarle in linee di frattura rigide. In questo spazio, l’asse India–Emirati si rafforza come uno dei vettori più stabili di una regione in continua ridefinizione.
(Foto: X, @narendramodi)
La Groenlandia sta monopolizzando il “menù” del forum di Davos, su cui si sta consumando lo scontro fra Donald Trump ed Emmanuel Macron. Quest’ultimo in occasione dell’apertura del suo discorso al World Economic Forum ha mandato alcune stoccate precise in direzione della Casa Bianca. Prima ha ironizzato su “questo periodo di pace, stabilità e prevedibilità”, poi rivolgendosi a Trump ha dichiarato di aver “sentito che alcuni di loro sono state risolte” e a proposito di dazi e concorrenza ha detto che gli Usa puntano a “indebolire e subordinare l’Europa, che deve utilizzare i suoi strumenti, che sono molto potenti, quando non è rispettata”.
Trump, atteso domani, ribadisce che non c’è “ritorno indietro” sul suo obiettivo di controllare la Groenlandia. Al fine di stemperare la tensione anche una delegazione bipartisan del Congresso americano è in Svizzera per lavorare ad una maggiore cooperazione tra alleati e individuare una “via d’uscita onorevole”.
Il tema dell’unità (già toccato da Giorgia Meloni nelle scorse ore) è stato ribadito dal premier croato Andrej Plenkovic secondo cui l’obiettivo del prossimo vertice Ue è duplice: da un lato rafforzare il sostegno alla Danimarca e dall’altro mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti che “sono per tutti noi un alleato e un amico, non so se qualcuno dei 27 membri ha cambiato questa posizione, abbiamo bisogno di più dialogo reciproco per il bene dell’ordine globale”. Mentre il premier belga Bart De Wever spinge per il cosiddetto bazooka anti-coercizione dell’Unione europea: “L’Europa deve rispondere con una sola voce”. Sul fronte americano spiccano le parole del segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, che ha chiesto agli europei di “non reagire, tenete la mente aperta, perché questa risposta rapida?”, ha aggiunto che ha poi di nuovo criticato l’Europa “che ancora compra petrolio russo dopo quattro anni”.
La posizione italiana è stata inoltre ribadita a Strasburgo, in occasione della Plenaria sull’Integrità territoriale e sovranità della Groenlandia e del Regno di Danimarca. “La sovranità e l’integrità territoriale della Groenlandia e del Regno di Danimarca non sono negoziabili. L’Unione europea deve difenderle con un profondo senso della diplomazia”, ha detto il vicepresidente della Commissione Difesa Alberico Gambino, eurodeputato di Fratelli d’Italia-Ecr secondo cui occorre evitare risposte emotive.
“Pensare oggi a dazi o sanzioni tra alleati è un errore e rischia di innescare una escalation inutile, che indebolisce l’Occidente invece di rafforzarlo. La vera sfida strategica nell’Artico non viene dagli alleati, ma dalla pressione militare della Russia e dalla crescente penetrazione economica e geopolitica della Cina, che mirano a ridefinire equilibri e rotte strategiche”.
Il punto di caduta, quindi, così come ripetuto da Giorgia Meloni in Giappone, è rafforzare il dialogo politico, il coordinamento e quindi la responsabilità. “Dialogo con gli Stati Uniti, che restano un pilastro della nostra sicurezza. Coordinamento nella Nato, che è il perno della deterrenza. Chiarezza nel distinguere tra partner e avversari”, aggiunge Gambino, senza dimenticare la fermezza nei principi accanto alla lucidità nelle scelte: “È così che l’Europa difende davvero sovranità e sicurezza comune”. Per cui dialogo e responsabilità sono le uniche strade per evitare il crash sulla Groenlandia.
Il 2025 ha segnato un cambio di passo difficilmente trascurabile nel rapporto tra finanza e difesa. Nel 2025, le startup del defense tech – vale a dire tutti gli attori emergenti nel campo delle nuove tecnologie per uso militare – hanno registrato il miglior anno di sempre in termini di raccolta di capitali, con investimenti privati che hanno sfiorato i 50 miliardi di dollari a livello globale. L’ecosistema statunitense si conferma in testa, ma anche in Europa il ritorno della competizione strategica tra potenze fa sentire il suo effetto sui mercati.
Secondo i dati raccolti da PitchBook e CB Insights, nel 2025 gli investimenti complessivi nel settore sono quasi raddoppiati rispetto all’anno precedente, passando da poco più di 27 miliardi a oltre 49 miliardi di dollari. Ancora più significativo il balzo della componente equity, che sale a quasi 18 miliardi, segnalando una fiducia crescente nelle startup del settore. Alcuni casi emblematici aiutano a leggere il fenomeno. Anduril, tra i nomi più noti del nuovo ecosistema defense-tech americano, ha raccolto da sola circa 2,5 miliardi di dollari, raggiungendo una valutazione superiore ai 30 miliardi. Ma anche al di là degli unicorni, è l’intero tessuto di imprese che operano su droni autonomi, comando e controllo, analisi dei dati e logistica a beneficiare dell’attenzione dei grandi fondi.
Anche in Europa il trend è marcato, pur partendo da livelli strutturalmente inferiori rispetto agli Stati Uniti. I fondi di venture capital del Vecchio continente hanno quasi raddoppiato le allocazioni nel settore della difesa, raggiungendo un totale di circa 1,5–2,3 miliardi di dollari nel 2025, più del doppio rispetto al 2024. Questo segmento ha raggiunto una quota pari circa al 6–10% di tutto il capitale di rischio europeo nel 2025, un livello che solo pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un settore tradizionalmente evitato dagli attori finanziari.
Una delle dinamiche più indicative è la nascita e l’espansione di fondi dedicati. Keen Venture Partners ha completato il primo closing di un fondo dedicato alla difesa e alla sicurezza da oltre 150 milioni di euro, diventando tra i più grandi veicoli di venture capital focalizzati su questo segmento in Europa. Parallelamente, iniziative come il Nato Innovation Fund, con un capitale complessivo di circa 1 miliardo di euro destinato a tecnologie di difesa e resilienza, stanno sostenendo le startup su scala transatlantica, ampliando significativamente la base di investitori attivi in Europa.
La geografia degli investimenti europei riflette la centralità di alcuni poli tecnologici emergenti: la Germania, in particolare Monaco di Baviera, si sta imponendo rapidamente come l’epicentro di un ecosistema in rapida crescita, grazie a startup come Helsing, che ha raccolto 600 milioni di euro in un singolo round nel 2025, portando la sua valutazione a oltre 12 miliardi e posizionandosi tra le realtà private più rilevanti del continente. Altre imprese come Quantum Systems, attiva nella dronica e nelle tecnologie di riconoscimento e controllo, e numerosi progetti emergenti nei sistemi autonomi, nell’analisi dati e nelle tecnologie dual use dimostrano la strutturalità del fenomeno.
A immaginare numeri del genere appena pochi anni fa, chiunque si sarebbe sentito dare del folle. Per decenni il settore della difesa è stato accuratamente evitato dagli investitori privati. Troppe le implicazioni scomode sul piano etico e politico, e troppo pochi i margini attesi di ritorno. Perché è questo il punto: gli attori finanziari investono sempre dove si aspettano di vedere un ritorno economico. La stagione del multilateralismo e della cooperazione internazionale aveva elevato le prospettive di sviluppo globali, concentrando risorse su settori come le comunicazioni, la transizione energetica e la farmaceutica. Adesso, l’affacciarsi di una congiuntura storica – presumibilmente – di lungo periodo imperniata sulla competizione strategica e il ritorno all’uso della forza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali si traduce, per gli investitori, in una garanzia di commesse da parte degli attori statali – che rimangono i principali finanziatori e destinatari di questo tipo di prodotti. In altre parole, la finanza si è accorta del riarmo globale attualmente in corso, e ha deciso di cavalcarne l’onda.
La Luiss rende omaggio a Lorenzo Infantino con una commemorazione che intreccia memoria personale e riflessione pubblica. L’evento riunisce studiosi, allievi ed ex colleghi per ricostruire il profilo di un filosofo delle scienze sociali che ha segnato il dibattito sul liberalismo e sui limiti del potere. Un pensiero, il suo, maturato e insegnato per oltre quarant’anni proprio tra queste aule. Tra gli interventi, quello dell’editore Florindo Rubbettino assume un significato particolare. Allievo di Infantino, Rubbettino su Formiche.net ne ripercorre l’eredità intellettuale e umana a partire da un rapporto nato all’università e divenuto nel tempo una solida collaborazione culturale.
Nel libro che presentate stasera c’è anche un suo ricordo personale di Lorenzo Infantino. Qual è stato il suo rapporto con lui?
Infantino è stato un maestro. Sono stato suo allievo alla Luiss e le sue lezioni hanno segnato profondamente il mio percorso, sia umano sia professionale. Ci insegnava a guardare il mondo senza punti di vista privilegiati, a mettere in discussione la presunzione che esista una verità unica e manifesta. Soprattutto, ci ha mostrato che la libertà e la cooperazione tra individui non sono concetti astratti, ma strumenti concreti per affrontare le sfide della vita e del lavoro.
Dal suo racconto emerge una visione della libertà molto concreta, legata anche alla vita dell’imprenditore.
Assolutamente. Allargare il territorio della libertà significa confrontarsi ogni giorno con il mercato, con la concorrenza, con il rischio di errore. Non ci sono scorciatoie o privilegi da chiedere: serve misurarsi con la realtà, correggere gli errori e crescere. Per me, come editore e imprenditore, le sue lezioni sono state una bussola pratica: sulla responsabilità personale, sull’importanza del lavoro ben fatto, sulla cooperazione volontaria. In questo senso, la libertà diventa una pratica quotidiana e concreta.
Il rapporto tra lei e Infantino si è poi tradotto anche in un progetto culturale. In che modo?
Insieme abbiamo fondato la Biblioteca Austriaca per la nostra casa editrice, portando in italiano autori come Menger, von Mises, von Hayek e Böhm‑Bawerk. È stata un’operazione straordinaria per rendere accessibili ai lettori italiani i grandi capisaldi del pensiero liberale austriaco. Da lì il nostro lavoro si è allargato ad altri progetti editoriali e culturali, sempre guidato dall’idea di diffondere conoscenza e di sostenere la libertà di scelta e di pensiero.
Cosa distingue Infantino dagli altri maestri che ha incontrato?
La sua capacità di collegare la teoria alla pratica. Non si limitava a spiegare concetti astratti: mostrava come applicarli nella vita reale, nel lavoro, nella società. Era rigoroso e severo quando serviva, ma sempre attento agli studenti e alle loro domande, capace di trasformare ogni lezione in un’occasione per crescere. E, cosa rara, riusciva a coniugare rigore e calore umano, ironia e serietà.
Come vede oggi la sua eredità culturale nel contesto italiano?
Resta fondamentale. In un Paese dove spesso si cercano scorciatoie politiche o visioni totalitarie del bene comune, la lezione di Infantino ci ricorda che la libertà richiede impegno, responsabilità e pluralità. La sua eredità è un monito: senza cooperazione volontaria e rispetto della complessità, la società rischia di chiudersi in logiche di controllo centralizzato, ignorando l’importanza delle scelte individuali e del confronto libero.
Se dovesse distillare un insegnamento di Infantino in una frase, quale sarebbe?
Allargare i sentieri della libertà. La libertà non è astratta: si pratica ogni giorno attraverso la responsabilità, la cooperazione, il coraggio di affrontare la realtà senza illudersi di eliminarne conflitti o incertezze. Ogni passo verso la libertà richiede impegno e vigilanza, ma è l’unico modo per costruire una società aperta e duratura.


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Dopo la tragedia di capodanno in Svizzera sono aumentati blitz e controlli serrati nei locali di tutta Italia per verificare gli standard di sicurezza. A indirizzare le operazioni c’è anche una circolare del Viminale, che prevede regole più severe per le discoteche, piuttosto che per bar e ristoranti. “Si stanno controllando i locali che hanno l’autorizzazione di svolgere attività di intrattenimento, ma si stanno trascurando quelli che svolgono lo stesso esercizio in modo totalmente abusivo”, sostiene Maurizio Pasca, presidente Silb (Sindacato italiano locali da ballo).
Per Pasca, bisognerebbe cominciare le verifiche da quei locali che occupano una zona griga, ovvero quei locali che si trasformano da bar e ristoranti in sale da ballo durante la stessa serata. “Sono tanti a effettuare questa ‘trasformazione’, ma non hanno i minimi requisiti di sicurezza”. Crede che i controlli stiano mancando il bersaglio? “Le discoteche italiane hanno le norme più restrittive e sono le più sicure d'Europa. Dai materiali ignifughi alle licenze da presentare per mantenere l’attività, fino al coefficiente di capienza più basso rispetto alla media europea. Il rischio che possa accadere qualcosa c’è sempre, chiaro, ma non per questo si può fare una caccia alle streghe”.
La movida romana è stata una delle più colpite dalla stretta in questi giorni. Nella Capitale sono state effettuate decine di ispezioni che hanno portato anche al sequestro di alcuni locali, tra cui il Piper, giudicati dalle forze dell’ordine carenti sotto molteplici di vista, dalle infrastruttre alle uscite di sicurezza, fino alla mancanza del numero minimo di estintori da avere in caso di incendio. Mentre per altri casi si attende la conclusione delle indagini preliminari. Soprattutto, a essere colpiti sono stati anche quei bar-ristoranti che dalle parole della circolare e del presidente Silb sembrano essere esenti dalle rilevazioni di criticità. “Le Constellation – sottolinea Pasca – era un bar, non un discoteca. Ormai si balla ovunque: negli stabilimenti balneari, negli alberghi. Insomma luoghi improvvisati senza misure di sicurezza adeguate". Ma torniamo al rischio: ogni gestore di un locale sa perfettamente che non può azzerare ogni possibilità di pericolo. Dunque che si fa? “È chiaro che anche sulla minima cosa che sfugge, apparentemente innocua, si può creare un disastro. Però ad esempio a Crans – Montana c’era la completa assenza di sicurezza. I materiali non ignifughi, non c’erano gli estintori. Stiamo scherzando? Ci sono gravi responsabilità, per me sono degli stragisti”. In ogni caso i controlli per mettere in completa sicurezza i locali italiani sono stati promessi anche nelle prossime settimane, senza distinguere discoteche, club o bar.

Uscirà dal carcere Maria Concetta Riina, figlia del capo dei capi di Cosa Nostra. Lo ha deciso il gip di Firenze dopo l’incidente probatorio per la donna e il marito Antonino Ciavarello, entrambi indagati per estorsione aggravata dal metodo mafioso e tentata estorsione ai danni di due imprenditori toscani. Per Riina è stato disposto l’obbligo di dimora nel comune di Corleone, mentre Ciavarello resterà in carcere perché detenuto per altra causa. Lo scorso ottobre la Cassazione aveva confermato la misura della custodia cautelare in carcere per entrambi confermando la decisione del Tribunale del Riesame di Firenze che aveva accolto l’appello cautelare proposto dalla procura.
Secondo l’accusa i due avrebbero rivolto reiterate richieste di denaro, accompagnate da toni minacciosi e intimidatori tali da indurre almeno una delle vittime a cedere e consegnare una somma di denaro. “Siamo soddisfatti della decisione del giudice, che ha riconosciuto come non ci fossero più le condizioni per tenere i nostri assistiti in carcere. Attendiamo con serenità il prosieguo del processo, sicuri che ogni aspetto sarà valutato con la dovuta imparzialità e nel rigoroso rispetto delle garanzie processuali”, dice l’avvocato Francesco Olivieri.
L'articolo Firenze, la figlia di Totò Riina esce dal carcere: obbligo di dimora a Corleone proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha chiesto l’arresto per il consigliere della Regione Campania Giovanni Zannini (Forza Italia), indagato per i reati di corruzione e concussione. Nell’ambito della stessa indagine coordinata dell’ufficio inquirente guidato dal procuratore Pierpaolo Bruni è stata chiesta la misura del divieto di dimora per gli imprenditori di Castel Volturno Paolo e Luigi Griffo, padre e figlio, titolari dell’azienda Spinosa Spa, specializzata nella produzione di mozzarella di bufala campana Dop e dei suoi derivati.
Per gli inquirenti il reato di corruzione si sarebbe concretizzato con l’intervento chiesto a Zannini dagli imprenditori Paolo e Luigi Griffo che volevano realizzare un impianto per la produzione della mozzarella, ma dovevano risolvere problematiche di carattere amministrativo con la Regione Campania. Il consigliere regionale si sarebbe impegnato come presidente della Commissione Ambiente a muoversi presso gli uffici regionali ricevendo in cambio una gita su uno yacht.
La contestazione relativa alla concussione vede invece vittima un dirigente Asl, ovvero l’ex direttore sanitario Enzo Iodice – già sindaco di Santa Maria Capua Vetere nonché ex segretario del Pd provinciale – candidato in una delle liste che sostenevano Roberto Fico alle recenti Regionali. Per gli inquirenti Zannini avrebbe costretto Iodice a lasciare l’incarico di direttore sanitario – circostanza avvenuta nel settembre 2023 – perché probabilmente non voleva sottostare alle sue richieste relative ad alcune nomine.
I fatti contestati a Zannini risalgono alla precedente consiliatura regionale, quando il politico di Mondragone era presidente della Commissione Ambiente della Regione ed era un componente della maggioranza di centro-sinistra del presidente Vincenzo De Luca. Alle ultime regionali Zannini si è candidato ed è stato eletto nelle liste di Forza Italia. Il primo passaggio dell’inchiesta dell’ufficio inquirente coordinato dal procuratore Pierpaolo Bruni che vede anche altri indagati (tra cui Antonio Postiglione, all’epoca dei fatti dirigente di vertice della sanità in Campania) per i quali non sono state al momento chieste misure cautelari, risale all’ottobre 2024 quando vennero eseguite dai carabinieri una serie di perquisizioni. Come prevede la Legge Nordio, la decisione sull’applicazione delle misure sarà decisa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Santa Maria Capua Vetere dopo l’interrogatorio cui saranno sottoposti gli indagati il 4 febbraio prossimo.
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L’autopsia sul corpo di Federica Torzullo, la 41enne vittima di femminicidio a Anguillara Sabazia, ha rivelato la brutalità del delitto come era stato già spiegato dal procuratore capo di Civitavecchia. Secondo quanto emerso, la donna è stata colpita con 23 coltellate, di cui 4 sulle mani, segno di tentativi di difesa, mentre le restanti 19 ferite l’hanno raggiunta tra collo e volto. Le ferite sono state infette con una violenza tale che la morte della donna è apparsa rapida e terribile. Gli inquirenti avevano parlato di “molta cattiveria” e di un doppio tentativo di Claudio Carlomagno, il marito in stato di fermo per il delitto, di fare a pezzi il cadavere e di dargli fuoco.
Carlomagno è stato formalmente accusato di femminicidio. Dall’autopsia, effettuata presso l’Istituto di Medicina Legale della Sapienza a Roma, sono emerse anche ustioni al volto, al collo, alle braccia e nella parte superiore del torace, causate probabilmente dal tentativo di dare fuoco al cadavere. Le indagini hanno confermato che i colpi di coltello hanno colpito con forza l’addome e il bacino, ma anche gli arti inferiori. L’autopsia ha anche rivelato che l’intera gamba sinistra di Federica è stata amputata, mentre il torace è stato schiacciato dalla benna-scavatrice che Carlomagno aveva utilizzato per tentare di occultare il corpo.
L’uomo, attualmente recluso nel carcere di Civitavecchia, si trova in una sorta di “stato confusionale”: sostiene di non rendersi conto di quanto accaduto e afferma di non ricordare nulla. Carlomagno è costantemente sorvegliato a vista nell’infermeria dell’istituto penitenziario. Mercoledì si terrà l‘interrogatorio di garanzia. La donna era scomparsa dall’8 gennaio ed è stata ritrovata morta in una buca nell’azienda di famiglia di movimento terra, nel comune di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma. Il 9 gennaio l’uomo ne aveva denunciato la scomparsa, ma dopo le prime indagini erano emerse molte incongruenze nel suo racconto. Gli accertamenti poi avevano portato gli investigatori dell’Arma dei carabinieri a rilevare tracce di sangue ovunque: in casa, nella macchina e sugli abiti dell’uomo.
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Dopo aver conquistato il Golden Globe (considerato l’anti-camera degli Oscar) come Miglior attore in un film commedia, Timothée Chalamet ha presentato alla stampa italiana “Marty Supreme” di Josh Safdie, dal 22 gennaio nelle sale. Il film è ispirato alla vera storia della leggenda del ping-pong Marty Reisman. Ambientato nella New York degli Anni 50, il film racconta di Marty, un giovane pieno di ambizione che fa il commesso in un negozio di scarpe, ma sogna di diventare campione mondiale di ping pong. La pellicola è un ritratto dell’ossessione per il successo, della fame – non sana – di diventare qualcuno e dell’essere disposti a tutto – anche mentire e truffare – pur di raggiungere i propri obiettivi.
“Recitare in ‘Marty Supreme’ mi ha ricordato l’ambizione degli inizi, – ha detto l’attore – quando non accettavo i ‘no’. Soprattutto nel mondo cinema, dove all’inizio solitamente ricevi moltissimi no e l’unica persona che crede in te sei tu. Marty non è di certo il personaggio più ammirevole, ma è quello che più somiglia a chi ero prima che la mia carriera prendesse il via”. Così
Il successo, però, ha un prezzo: “Dai 22 ai 26 anni ho vissuto come se mi avessero tirato via il tappeto da sotto i piedi”. L’esplosione di ‘Chiamami col tuo nome’, le nomination, l’attenzione globale: tutto insieme, tutto troppo in fretta. Oggi, a 30 anni, rivendica una nuova consapevolezza. “Sto vivendo in una specie di Truman Show, ma positivo. È tutto un sogno, ma resto lucido e cerco di spegnere il ‘rumore’ che c’è attorno a me”.
Sul set il telefono resta spento (“ti porta via la concentrazione”) e la disciplina è quasi atletica: “Il dono della mia vita è poter lavorare come attore al massimo livello. Sono cambiato e sento di non voler più fuggire da questo. E vorrei che anche gli altri miei colleghi si sentano a proprio agio nel dire che sono alla ricerca della grandezza, proprio come Marty. C’è un’energia nella cultura che è molto diversa da quando ero adolescente. L’hip hop che ascoltavo nel 2010, per esempio, era aspirazionale. Ora c’è un clima di risentimento verso quelle che sono percepite – a prescindere dal torto o dalla ragione – istituzioni ‘elitarie’, Hollywood compresa. Tutti hanno paura di dire qualcosa e hanno sensi di colpa”.
La speranza dell’attore è che molti giovani “si riconoscano nel personaggio di Marty Supreme, soprattutto quelli cresciuti nel periodo del Covid. È come il passaggio dai Beatles ai Sex Pistols. I Beatles facevano musica incredibile, poi sono arrivati i Sex Pistols che, con la loro attitudine punk, hanno detto: ‘Fanculo, ora troveremo il nostro modo di stare al mondo’. E questo lo rivedo nelle nuove generazioni. Spero che possano vedere il film e comprendere che possono inseguire i loro sogni senza vergogna e mirare in alto”.
L’attore, però, “come Bob Dylan (che ha interpretato in “A Complete Unknown”) non vuole essere una bussola morale. Ma non voglio essere nemmeno l’opposto: voglio solo fare cose belle e concentrarmi sul lavoro“.
Un ruolo che gli ha fatto conquistare un Golden Globe come Miglior attore e un posto di diritto tra i favoriti nella corsa all’Oscar. È tra i favoriti, ma davanti a lui c’è un avversario che potrebbe complicargli il cammino: Leonardo DiCaprio per ‘Una battaglia dopo l’altra’. La cerimonia degli Academy Award è domenica 15 marzo.
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Tra Musk e O’Leary è guerra di insulti. È bastata una scontata proposta commerciale del patron di X per far andare su tutte le furie il vulcanico padrone di Ryanair. Musk aveva infatti proposto alla compagnia privata di volo irlandese di installare sui suoi Boeing 737 (circa 600 velivoli ndr) i servizi satellitari di Starlink in modo da rendere gli aerei Ryanair dotati di una rete wi-fi durante il volo.
L’ad della compagnia aerea Michael O’Leary aveva però rifiutato la proposta: la resistenza dell’antennina del wi-fi a livello aerodinamico avrebbe incrementato il consumo di carburante degli aerei di almeno il 2% corrispondente pressappoco a una perdita di 250 milioni di dollari l’anno.
O’Leary aveva anche aggiunto che il wi-fi sarebbe stato “superfluo” per i voli di breve chilometraggio e durata, anche perché la politica di Ryanair per tenere i prezzi bassi richiede l’oramai proverbiale digiuno del superfluo in volo a livello di servizi. Musk, che ha già venduto il servizio Starlink a compagnie come Lufthansa e Scandinavian Airlines, si è permesso di rilanciare sostenendo educatamente che forse O’Leary è “male informato” sulla questione dei costi relativi al consumo superiore di carburante.
Apriti cielo. O’Leary, che non in quanto a freni e coloritura nella comunicazione non ha mai badato a limiti, in una intervista ad una radio irlandese ha definito Musk “un idiota” e X “una fogna”: “Non sa niente di aviazione e di resistenza aerodinamica, per cui non è necessario prestare attenzione a quello che dice. È un idiota, molto ricco, ma pur sempre un idiota che controlla una piattaforma come X che è una fogna”.
Non perdere la pazienza sarebbe stato difficile anche per un Giobbe, figuriamoci per un altro fumantino come Musk. “Il CEO di Ryanair è un completo idiota: licenziatelo”, ha risposto Musk su X accusando poi O’Leary di aver sbagliato”di un fattore 10” l’impatto di Starlink sul consumo di carburante. Tra i tanti commenti un utente suggerisce poi a Musk di silurare direttamente O’Leary, acquisendo Ryanair. A Musk l’onore della chiosa: “Buona idea”.
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Il tribunale di Genova ha condannato il ministero dell’Interno a un risarcimento di circa un milione di euro per i familiari di un vigile del fuoco della Spezia, morto a causa dell’esposizione professionale alle polveri e fibre di amianto. La sentenza, emessa dalla giudice Valentina Cingano, rappresenta un importante precedente in un lungo contenzioso che coinvolge i vigili del fuoco italiani, già vittime di numerosi casi di malattie professionali legate all’amianto. L’amianto, utilizzato in passato per la realizzazione di attrezzature e materiali di protezione, si è rivelato un nemico mortale per molti lavoratori, tra cui i vigili del fuoco, che sono stati esposti a queste sostanze altamente cancerogene durante le loro operazioni quotidiane. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale amianto parlava di 7mila vittime in un anno.
Il caso riguardante il vigile del fuoco della Spezia è stato portato avanti dal sindacato Conapo, che ha assistito la famiglia del lavoratore deceduto. Il legale del sindacato, avvocato Paolo Frisani, ha sottolineato che l’esposizione alle fibre di amianto non è stata limitata a singoli eventi, ma è stata una condizione continua e massiccia durante le attività di intervento, ma anche nelle operazioni di addestramento quotidiane. Inoltre, è emerso che, fino agli anni Novanta, i vigili del fuoco erano costretti ad utilizzare dispositivi di protezione, come coperte, guanti e maschere, che contenevano amianto, senza ricevere alcuna informazione riguardo i rischi per la salute. “Abbiamo dimostrato davanti al tribunale – ha spiegato l’avvocato Frisani – che l’esposizione alle fibre di amianto non era occasionale, ma costante. Le attrezzature contenenti amianto venivano utilizzate regolarmente, mettendo a rischio la salute dei vigili del fuoco”, ha aggiunto il legale.
Un elemento particolarmente significativo di questa sentenza è il riconoscimento del risarcimento anche a favore dei nipoti del vigile del fuoco deceduto. Questo aspetto della decisione sottolinea la gravità e l’estensione del danno causato dall’esposizione all’amianto, che ha avuto ripercussioni non solo sui diretti interessati, ma anche sulle generazioni future. Non è la prima volta che un tribunale italiano riconosce i diritti dei familiari di vigili del fuoco morti a causa dell’amianto. Già in precedenti occasioni, le aule di tribunale avevano riconosciuto il risarcimento per i danni subiti dai lavoratori del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ma questa sentenza si distingue per la sua portata e per la cifra risarcitoria che si avvicina al milione di euro.
La sentenza di Genova riaccende i riflettori sulle condizioni di lavoro dei vigili del fuoco italiani, che, nonostante gli avanzamenti nella legislazione, continuano ad essere esposti a rischi sanitari legati all’amianto. A tal proposito, Marco Piergallini, segretario generale del sindacato Conapo, ha ribadito l’urgenza di un intervento concreto da parte delle istituzioni. “Chiediamo da anni la mappatura completa e aggiornata dei siti contenenti amianto su tutto il territorio nazionale. Questa sentenza dimostra ancora una volta che la mancata mappatura espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute”, ha dichiarato Piergallini.
La richiesta del Conapo riguarda non solo i luoghi di lavoro, ma anche gli edifici pubblici e le infrastrutture che potrebbero contenere amianto, un materiale ancora presente in molte strutture italiane, seppur vietato da anni.
L'articolo Storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco: nipoti compresi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le previsioni del 2026 sono positive: gli investimenti torneranno a crescere (+5,6% su base annua), le opere pubbliche segneranno un progresso del 12% e pure il mercato della riqualificazione abitativa, dopo la depressione causata dalla fine del superbonus, potrebbe crescere del 3,5% grazie alla proroga per 12 mesi degli incentivi fiscali prevista nell’ultima legge di bilancio. Così oggi l’Associazione nazionale dei costruttori edili ha potuto affermare che il settore delle costruzioni è “il motore del pil e dell’occupazione”: tra il 2021 e il 2025, secondo l’Ance, ha generato da solo 350mila nuovi posti di lavoro, portando a un aumento del 20% dell’occupazione complessiva grazie alla realizzazione e alla manutenzione di strade, ponti, scuole, reti idriche o energetiche. Sono i dati contenuti nell’ultima edizione dell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni. I problemi potrebbero arrivare con la fine del Pnrr, ma Federica Brancaccio, presidente dell’associazione, ha una proposta per il governo: un grande piano per l’edilizia abitativa pubblica.
Nel 2025 non sono state comunque tutte rose e fiori: il settore delle costruzioni ha segnato una “lieve flessione” degli investimenti dell’1,1%, ma è stata molto inferiore alle attese che erano del -7%. La flessione è stata causata principalmente dal calo dell’edilizia abitativa (-15,6%), solo in parte compensata dalla “forte spinta delle opere pubbliche trainate dal Pnrr” (+21%). Nelle previsioni per il 2026, gli investimenti dovrebbero però tornare positivi (+5,6%) grazie al rush finale per “l’ultimo miglio” del Piano nazionale di ripresa e resilienza che “traina il comparto”. Oltre alla spinta delle opere pubbliche (+12%), si prevede una crescita anche della riqualificazione abitativa grazie alla proroga degli incentivi fiscali (+3,5%).
Sul Pnrr, comunque, “noi abbiamo resistito alle preoccupazioni e alle pressioni, legittime, che avevamo. In nessuna intervista, in nessuno scritto dell’Ance voi avete mai visto la richiesta di una proroga perché ci teniamo moltissimo che questo diventi non il ‘Paese delle proroghe’ ma della certezza degli investimenti, della spesa, delle riforme. Non serve una proroga, ma la flessibilità sì”, ha sottolineato Brancaccio. “Una delle preoccupazioni che abbiamo è proprio questa: ci sarà questa flessibilità?. Siamo a gennaio 2026, le imprese sono non pressate, che sarebbe sano e normale, ma vivono ‘stalkerizzate’ dalle stazioni appaltati che minacciano solo penali e risoluzioni di contratti”. Una situazione, dunque, di “incertezza” che incrocia la gestazione del Dl Pnrr. “Siamo alle soglie di un dl che si pone tema quello del raggiungimento degli obiettivi, e vorremo sapere: una volta fatta la rendicontazione a marzo, poi?”, ha spiegato Brancaccio. “Ci sarà un periodo di fermo, siamo salvi dalle penali, ci sarà la sospensione dei lavori per poi avere fondi per completarli?”. Sono le domande che si pongono le imprese, “non è polemica”, assicura la presidente. L’obiettivo deve essere “evitare incidente percorso: abbiamo fatto tanti e tali sforzi, tutti in questo Paese, per fare bella figura in Ue, un incidente di percorso a fine gara sarebbe un peccato”. Ecco perché secondo Piero Petrucco, vicepresidente Ance per il Centro Studi, ha affermato che “il Pnrr è sotto tutti i punti di vista una stagione di efficienza che non dobbiamo disperdere, dove il nostro Paese non solo è riuscito a spendere di più e più velocemente ma ha speso meglio, raggiungendo obiettivi e innovando i processi. Un modello virtuoso che ha contagiato tutti: amministrazioni pubbliche, come i Comuni che hanno registrato performance di spesa inimmaginabili fino a poco tempo fa, ma anche le grandi stazioni appaltanti e le imprese che hanno dimostrato grande capacità realizzativa. Grazie al Pnrr, infatti, le imprese strutturate e con più qualità hanno trovato più spazio e si sono rafforzate sotto il profilo dimensionale e della redditività riducendo l’indebitamento, dimostrando così di aver operato con responsabilità e maturità finanziaria”, ha aggiunto Petrucco.
Da qui la proposta dell’Ance al governo: “Dare una casa da abitare tutti i cittadini è il futuro del Paese, quindi un piano casa, utilizzando sempre il modello del Pnrr, è ormai una esigenza indifferibile. Lo ha capito l’Europa, lo ha capito il nostro governo, noi lo diciamo da anni, il futuro passa per investire nelle città, nell’abitare e nel futuro del nostro Paese”, ha sostenuto Brancaccio. Dei 15 miliardi potenzialmente attivabili tra fondi italiani e fondi europei evidenziati dall’Ance, il governo ha individuato – secondo l’associazione – 7 miliardi, in aumento rispetto ai 2 previsti in precedenza, anticipando la spesa e rafforzando la governance. “La prima cosa è la governance, poi immaginare un ventaglio di strumenti finanziari e di credito, dei cosiddetti fondi pazienti che possono assistere in questo grande piano che non durerà uno o due anni, pensate che il piano Fanfani è durato ben 15 anni”. I fondi disponibili, secondo la scheda dell’Ance, sono 970 milioni del Fondo per il contrasto al disagio abitativo dal 2026 al 2030, circa 2,9 miliardi della politica di coesione europea e nazionale 2021-27 e 3,2 miliardi del Fondo sociale per il clima 2026-32. Vedremo se la proposta coglierà nel segno: tutto sta nel definire che debba essere il beneficiario delle politiche abitative.
L'articolo Ance, previsioni rosee per il 2026: costruzioni in ripresa grazie all'”ultimo miglio” del Pnrr proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Caro on. Occhiuto, Lei mi offende, due volte.
Io sono a tra quanti lei ha destinato il suo accorato appello “medici calabresi, tornate, vi pagheremo di più”, io sono un medico calabrese, emigrato al nord. Riducendo la risoluzione del problema della sanità calabrese con l’offerta di una questua, quasi fosse la réclame di “due al prezzo di uno”, lei mortifica il professionista, che non è un mercenario, e il calabrese, che non è un traditore.
Onorevole, lei, così, ha offeso due piccioni con una fava, assai indigesta, e dimostra di non capire le ragioni della disaffezione dei medici (e non) calabresi per la Terra che lei amministra o, forse, le fa più comodo far finta di non capire. Lei è un politico di lungo corso, preferisce buttare la palla in tribuna, fa melina, la sanità è una partita difficile, un pareggio le fa sempre comodo, piuttosto, che giocare, veramente, per vincere, rischiando la sconfitta.
Lei fa finta di non capire che io in Calabria ci tornerei gratis, non ho davvero bisogno di un set di pentole o un completo di lenzuola matrimoniali per convincermi a tornare al mio paese. Non è il vil denaro, che secondo lei tutto muove, che mi rimetterebbe sul treno del Sud per far ritorno a Paola e, poi, di corriera fino ad Acri, al mio Ospedale. Mi perdonerà, ho 59 anni, sono andato via dalla mia terra che ne avevo 18, quando parlo del mio paese mi assale la nostalgia canaglia.
Che stupido che sono, ha ragione, non c’è più il treno del sud, adesso c’è l’alta velocità, anzi no, c’è l’Inter city, in ritardo.
E non c’è più la corriera, ci sono i bus a due piani di Salvini, anzi no, c’è da sperare che un mio amico mi venga a prendere alla stazione, molti trasporti interregionali sono stati soppressi. E, soprattutto, non c’è manco più l’ospedale, il Beato d’Angelo di Acri.
Adesso c’è qualcos’altro, lo hanno chiamato con un aggettivo diverso di volta in volta, a mescolare le carte, illudendo la forma, depauperando la sostanza, medico dopo medico, reparto dopo reparto: bisognava ottimizzare ma vandalizzare rende meglio il concetto. Era prima l’ospedale di “zona montana” che non ho mai capito perché lo si volesse specificare, Acri lo è un paese montano, forse, era per suggellare una metafora, un avvertenza perché ogni servizio si dovesse ottenere come al termine di una scalata di montagna, è pari fatica.
È Diventato poi Spoke di “zona disagiata” e questo mi è più facile capirlo, è intuitivo. Il mio ospedale era il nostro vanto, assistenza e cura erano assicurata a tutti, dal colpo della strega al resto. Adesso, al bisogno c’è da portare anche la scopa alla fattucchiera, altrimenti rimane seduta, in attesa, al PS, c’è rimasto solo quello.
Caro governatore, lei crede davvero che un medico calabrese possa essere attratto da trenta denari in più? Questa è la somma, si questa metaforica, con la quale avete tradito la nostra speranza di ritornare con indosso il nostro bel camice bianco, quando sentivamo il capostazione gridare “Paola, stazione di Paola”.
Avete saccheggiato ogni lira e poi ogni euro, favorendo le nomine politiche, sacrificando il merito, umiliando la dignità civica, elevando “il favore” a legge, la conoscenza a passepartout per aprire le porte del bisogno, del lavoro, del dolore, di chi è costretto a lunghe attese per un esame che non può aspettare, salvo attingere al privato, ma non tutti, poi, possono permettersi un cardiochirurgo di fiducia, lei questo, almeno, lo sa, lei ha potuto.
La Calabria, oggi, non è attrattiva a nessun prezzo perché abbiamo perso la speranza che possa cambiare per quella che vorremmo fosse, legale, morale, meritocratica, capace, giusta e le ultime elezioni passerella ne sono la prova, tra chi ha vinto e che non poteva perdere, e chi non ha vinto ma ha perso due volte andando via. Onorevole, la smetta di imbonirci con promesse da Eldorado city, non c’è oro nel nostro mare, l’unica cosa di valore che ha dato sono i bronzi di Riace, poi, solo tante, troppe, facce di bronzo ma non hanno lo stesso valore.
L'articolo Tornerei anche gratis a fare il medico in Calabria: ma, caro Occhiuto, manca pure l’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il grave incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Adamuz, in Andalusia, ripropone con forza il tema della sicurezza ferroviaria non solo in Spagna, ma in tutta Europa.
Il treno ad alta velocità Frecciarossa 1000, gestito dalla società ferroviaria Iryo, controllata da Fs International che fa parte del Gruppo Ferrovie dello Stato, era partito da Malaga ed era diretto a Madrid. Sono deragliati gli ultimi tre vagoni del convoglio, che hanno invaso la linea adiacente sulla quale stava transitando un treno delle ferrovie spagnole (Renfe) diretto a Huelva. L’impatto tra i due convogli ha fatto precipitare alcune carrozze sotto un terrapieno a circa quattro metri di profondità. Lo scontro ha causato, a tutt’oggi, 41 morti e 150 feriti.
In attesa di un approfondimento delle indagini, questo incidente riporta alla mente un’altra sciagura avvenuta in Grecia, a Tempe, in Tessaglia, dove un treno Intercity, gestito da una società (TrainOSE, oggi Hellenic Train) controllata al 100% dal gruppo FS, provocò 57 vittime e oltre 85 feriti nello scontro con un treno merci. È purtroppo così che l’opinione pubblica nazionale è venuta a conoscenza dell’internazionalizzazione delle attività del gruppo ferroviario italiano, solo in occasione di questi gravi incidenti. È da qui che oggi si può prendere spunto per chiedersi se tali “operazioni imprenditoriali” siano realmente profittevoli — economicamente, tecnologicamente e strategicamente — per il nostro Paese.
Negli ultimi anni le FS hanno varato un piano di espansione dell’Alta velocità che, con la liberalizzazione delle reti continentali, ha coinvolto non solo la Spagna, ma anche Grecia, Francia, Germania, Austria e Svizzera. Oltre al successo in termini di traffico dell’alta velocità italiana, va però ricordato che i conti economici di questo segmento non risultano particolarmente positivi per il gruppo FS e che il sistema si regge in larga parte grazie ai sussidi statali. Un sistema che avrebbe bisogno di un vero “tagliando”, vista la saturazione delle linee e gli effetti negativi — minore manutenzione, riduzione degli spazi nei nodi — che hanno penalizzato il trasporto pendolare.
Il business dell’Alta velocità appare poco chiaro. Se in Italia può essere compreso un consistente sostegno pubblico ai treni AV — anche se il “tagliando” resta necessario, visto il peggioramento della puntualità — diventa invece difficile spiegare il costo dell’aggiudicazione, nel 2017, della gara per i treni ellenici, pari a 45 milioni di euro, in assenza di altri acquirenti. A ciò vanno aggiunti, dal 2023, i costi legati all’incidente di Tempe, per il quale, in occasione del suo secondo anniversario, i familiari delle vittime hanno riempito di proteste le piazze greche, ancora in cerca di verità e di indennizzi.
Per Iryo (51% FS, 25% Air Nostrum,24%Globalvia), nata nel 2021, FS ha investito somme rilevanti per l’acquisizione del pacchetto di maggioranza, mentre recentemente la società ha stanziato un miliardo di euro per l’acquisto di 20 nuovi treni Frecciarossa 1000, prodotti in Italia da Hitachi e Alstom (aziende che, tuttavia, non sono italiane).
Con una certa insistenza, a poche ore dal deragliamento, ha preso piede l’ipotesi che la causa dell’incidente sia da ricercare in un cedimento infrastrutturale, in particolare di una saldatura che teneva insieme due rotaie lunghe. Una tipologia di incidente che riporta alla mente il caso di Pioltello, dove otto anni fa la rottura di un giunto provocò il deragliamento di un treno regionale diretto a Milano: tre donne persero la vita e si contarono oltre cento feriti. RFI, solo dopo alcuni giorni di indagini, fece emergere l’ipotesi del cedimento di un giunto usurato, ipotesi che venne poi confermata come causa del disastro. Una gravissima ed evidente carenza manutentiva, anche perché il problema era noto e l’intervento di riparazione era stato ripetutamente rinviato. Tale responsabilità fu successivamente accertata anche in sede processuale.
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È stato il primo capoluogo di provincia italiano ad adottare il modello “Città 30“. Adesso però il Tar dell’Emilia-Romagna ha accolto il ricorso dei tassisti e ha annullato il provvedimento con cui il Comune di Bologna ha istituito il limite di velocità a 30 chilometri orari nel centro cittadino. In particolare viene annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato abbassato a 30 km/h, “fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione intenderà adottare”. Un modello, quello della Città 30, che è stato adottato anche pochi giorni fa dal Comune di Roma nel centro storico.
Il ricorso è stato originariamente proposto da due tassisti (poi rimasto solo uno) operanti nel territorio di Bologna, i quali “lamentavano – si legge nel provvedimento – il fatto che l’imposizione generalizzata del limite dei trenta chilometri orari avrebbe comportato tempi di percorrenza quasi doppi, con la conseguente riduzione del numero delle chiamate a cui rispondere e notevole contrazione del guadagno, per buona parte legato alla quota fissa richiesta per ogni corsa che va dai 3,40 euro ai 6,10 euro o addirittura 11,00 euro dall’aeroporto”. I giudici amministrativi hanno dato ragione ai ricorrenti che ritenevano che “le ordinanze che hanno individuato le ‘zone 30′” fossero “corredate da motivazioni generiche” senza puntualizzare “quali dei presupposti di legge sia stato di volta in volta ravvisato”. Provvedimenti che interessano “nel loro complesso il 70 % del territorio della città metropolitana, così escludendo in radice che possa trattarsi di imposizione di limiti più restrittivi motivata dalla particolarità della specifica realtà locale considerata”. Ne deriva, si legge nella sentenza del Tar, “la violazione dei limiti alla competenza regolatoria del Comune in materia di circolazione e sicurezza stradale, avendo, quest’ultimo, introdotto un nuovo limite di velocità generalizzato e non anche, così come consentito dalla legge, da applicarsi a singole strade presentanti caratteristiche peculiari rispetto ad ogni strada urbana”. “A prescindere dai positivi e desiderabili effetti di riduzione degli incidenti avvenuti nel 2024 e 2025 e delle vittime, cionondimeno l’individuazione delle strade assoggettate al limite di 30 km/h non risulta essere avvenuta nel rispetto della vigente normativa”, scrivono i giudici. Il ricorso era stato inizialmente respinto dal Tar, poi nel luglio del 2025 il Consiglio di Stato ha annullato la sentenza chiedendo al tribunale amministrativo di pronunciarsi nuovamente nel merito.
“La sentenza del Tar pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere, ma conferma una cosa importante: la funzione pianificatoria del Comune sui limiti di velocità. La Città 30 quindi andrà avanti“, commenta il sindaco Matteo Lepore. “Le vittime della strada e i loro familiari ce lo chiedono e noi siamo con loro, con l’obiettivo che abbiamo sempre avuto e rivendicato: salvare vite sulla strada, ridurre e prevenire gli incidenti e in questi due anni abbiamo dimostrato che è possibile”, conclude il primo cittadino di Bologna. Secondo i dati forniti dal Comune, anche nei primi 6 mesi del secondo anno di Città 30 venivano confermati i trend positivi: meno incidenti, morti e feriti, più spostamenti in bici e bike sharing, flussi veicolari che continuano a calare e meno inquinamento da traffico con il dato più basso degli ultimi 10 anni. Gli analisti – spiegava il Comune – evidenziano il calo del numero delle persone decedute sulla strada (5, come nel primo semestre 2024 cioè il 33,3% in meno del pre Città 30). Diminuiscono gli incidenti stradali (di oltre il 15%) e i feriti (di poco più del 5%). Calano gli incidenti più gravi (-21%), classificati dal 118 con “codice rosso”.
Introdotta il primo luglio del 2023 sul territorio comunale (fatta eccezione per le strade ad alto scorrimento) in via sperimentale e poi ufficialmente dal 16 gennaio 2024, la Città 30 a Bologna era stata fortemente contestata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini e dai partiti di destra. E oggi il primo a esultare è il partito della premier Giorgia Meloni, che fa sapere di essere stato tra i promotori del ricorso tramite il proprio europarlamentare Stefano Cavedagna. “Il Tar ha accolto i ricorsi annullando le ordinanze, rimarcando l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici”, dichiara Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera dei Deputati. Immediato anche il commento del leader della Lega: “Bene la decisione del Ta. Il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili”, ha dichiarato Salvini.
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È solo un aggettivo. Ma in grado di scombussolare gli equilibri della maggioranza. Quattro deputati di tutti i gruppi di maggioranza - Zoffili (Lega), Ciaburro (FdI), Saccani Jotti (Forza Italia) e Carfagna (Noi moderati) - hanno presentato in commissione Difesa un emendamento al dl Ucraina per chiedere di sopprimere sia nel testo, sia nel titolo del decreto l'aggettivo “militari”. Con l'emendamento i parlamentari chiedono di aggiungere al testo del decreto anche le parole "di difesa civile", prima della parola "equipaggiamenti".
Dopo un lungo braccio di ferro l’aggettivo "militari" era sopravvissuto alle pressioni leghiste che chiedevano di non inserirlo nel titolo del decreto che consentirà anche nel 2026 di inviare armi a Kyiv. Alla fine della scorsa settimana due deputati leghisti (Rossano Sasso ed Edoardo Ziello) avevano votato contro la risoluzione di maggioranza su dl Ucraina anche per la presenza dell’aggettivo che il partito di Salvini aveva chiesto di togliere. Adesso però c’è un passo in avanti. Alla richiesta del leghista Zoffili, infatti, si sono aggiunti anche alcuni suoi colleghi di FdI, FI e Noi Moderati. Si torna al dizionario.






L’esercito siriano sta avanzando verso il centro di Hasakeh dopo l’accordo con lo YPG. La Turchia è un importante sostenitore della Siria post-Assad e considera le Forze democratiche siriane SDF/YPG una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Ma non sono sufficienti l’attivismo di Ankara da un lato e la spinta del nuovo esecutivo di Damasco dall’altro per decrittare il futuro della Siria, bensì vanno valutati alcuni aspetti salienti come il ruolo degli Usa, le tensioni nella macro regione e il coinvolgimento del dossier energetico.
Partiamo da quest’ultimo dopo che il governo siriano ha inglobato importanti giacimenti di petrolio e gas dalle Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi nel nord-est del Paese ha suscitato così un certo ottimismo circa una forma di stabilizzazione, anche commerciale, della situazione in loco. Infatti le forze governative hanno preso il controllo di diversi giacimenti petroliferi, tra cui quello di al-Omar, il più grande della Siria, e il complesso di gas Conoco. Adesso accanto al ritorno delle riserve energetiche nazionali sotto il controllo del governo occorre un pari impegno alla voce infrastrutture, dopo che gli anni di guerra hanno fiaccato il panorama esistente. Spazio che si apre per i grandi soggetti stranieri che potranno essere di aiuto al presidente Ahmed al-Sharaa.
Di pari passo si muove la questione legata all’accordo di 14 punti siglato domenica scorsa, che prevede il ritiro delle SDF dalle province di Raqqa e Deir al-Zour e la loro successiva integrazione nelle istituzioni statali: così si dovrebbe mettere fine ai combattimenti che si sono succeduti negli ultimi 15 giorni. Il governo e le SDF hanno concordato un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti del Paese, che il presidente ha salutato come una “vittoria per tutti i siriani”. L’accordo impegna inoltre le SDF a espellere tutti i membri non siriani del PKK e sottolinea la partecipazione della Siria alla coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’IS, passaggio ripreso anche dall’inviato speciale degli Stati Uniti Tom Barrack secondo cui l’accordo è “un punto di svolta cruciale, in cui gli ex avversari preferiscono la collaborazione alla divisione”. Di fatto il governo siriano si sta facendo largo nelle aree controllate dai curdi mentre Washington esorta alla moderazione e la Turchia preme per restare player decisivo.
Quale a questo punto il ruolo turco? Ankara tramite una dichiarazione del Centro per la lotta alla disinformazione ha respinto le accuse secondo cui i terroristi di Daesh sarebbero stati rilasciati dall’esercito siriano con l’aiuto del governo di Erdogan, sostenendo che la Turchia è riconosciuta a livello internazionale per aver guidato alcuni degli sforzi più ingenti contro Daesh. La Turchia resta accanto alla Siria in occasione di questi scontri e ha offerto il suo appoggio in qualità di principale sostenitore militare del nuovo governo siriano. “Spero che non si arrivi a questo punto ma quando i problemi non vengono risolti attraverso il dialogo, purtroppo, vedo che anche l’uso della forza è un’opzione per il governo siriano”, ha detto il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan.
Sul campo la situazione resta fortemente tesa, dal momento che le forze curde pensano alla guerriglia come risposta all’avanzata dell’esercito siriano. Al momento ciò che manca all’intero puzzle siriano per provare a vedere una forma semi-definitiva è un piano di ricostruzione, che faccia da cronoprogramma (per il paese e per gli alleati della regione).
Silenziosa, ma attiva. Mentre il mondo si interroga sul destino della Groenlandia e dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, la Cina ha ripreso a pompare soldi nella Via della Seta. Forse per nulla persuasa del fatto che, come raccontato in tempi non sospetti da questo giornale, la Belt&road abbia generato una valanga di insolvenze presso tutti quei Paesi destinatari dei finanziamenti cinesi, lo scorso anno Pechino ha dato il massimo del gas al suo progetto più ambizioso. D’altronde, con lo sbarramento in atto in Africa, costruito essenzialmente sull’avanzata americana e il Piano Mattei di concezione italiana, per il Dragone era pressoché impossibile non concentrare i propri sforzi su quei governi già da tempo inseriti nella Via della Seta cinese.
E dunque, nel 2025 la Cina ha investito ben 213,5 miliardi il grosso dei quali destinati a megaprogetti di gas ed energia verde. Tutto nero su bianco nei numeri dell’Australia Griffith University e del Green Finance & Development Center di Shanghai. Secondo i quali Pechino ha firmato oltre 350 accordi solo l’anno scorso, rispetto ai 293 del valore del 2024. Più nel dettaglio, il valore dei progetti legati all’energia l’anno scorso è stato di 93,9 miliardi di dollari, il più alto dall’inizio dell’esperienza della Via della Seta e più del doppio del 2024.
Spesa che includeva 18 miliardi in progetti eolici, solari e termo-energia. Ma anche i metalli e le miniere hanno raggiunto un record di 32,6 miliardi, tra cui la maggior parte della spesa per la lavorazione dei minerali all’estero, evidenziando come Pechino abbia utilizzato la Bri per garantire l’accesso a lungo termine alle risorse. Di più. Quest’anno è previsto che la spesa di Pechino per la Belt&road aumenterà ulteriormente, guidata dagli investimenti in energia, miniere e nuove tecnologie.
Ma ecco il rovescio della medaglia. La Via della Seta ha reso a tutti gli effetti il più grande creditore del mondo, con 150 paesi come partner che oggi devono soldi al Dragone. Tanto è vero che il valore cumulativo totale dei contratti e degli investimenti, dal suo lancio oltre dieci anni fa, ammonta a 1.400 miliardi di dollari. Con oltre 78 miliardi di dollari di crediti che si sono deteriorati negli ultimi tre anni. In altre parole, chi ha ricevuto i finanziamenti da Pechino, ora non è in grado di rimborsarli. Una montagna di prestiti da istituzioni cinesi per la realizzazione di strade, ferrovie, porti, aeroporti e altre infrastrutture in tutto il mondo rinegoziati o cancellati tra il 2020 e la fine di marzo 2025.
Le due controversie parallele sull’isola settentrionale e sulla Fed potrebbero indebolire il dollaro e gettare un’ombra sul vertice di aprile con la Cina. Non c’è un legame formale fra le due. Eppure, sono connesse temporalmente – la crisi intorno alla Groenlandia, l’isola che il presidente Usa Donald Trump vorrebbe per l’America, e i tentativi di costringere Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (Fed), a dimettersi. Entrambe potrebbero spaventare alleati e investitori, allontanandoli dall’area del dollaro verso lo yuan cinese (Rmb).
Secondo quanto riportato, Trump vuole la Groenlandia (semi-indipendente dalla Danimarca) per contrastare le ingerenze cinesi e russe, e vorrebbe mandare via Powell poiché si oppone alle pressioni per abbassare i tassi d’interesse.
Il Wall Street Journal (voce della finanza americana e dei repubblicani tradizionali) ha scritto che: “Uno dei potenziali beneficiari della lotta per l’indipendenza della Federal Reserve: la Cina. L’indagine penale su Powell viene vista a livello globale come un tentativo dell’amministrazione Trump di strappare il controllo della politica monetaria alla banca centrale. Ciò… rischia di danneggiare la fiducia degli investitori nel sistema finanziario Usa e nel dollaro, proprio mentre la Cina espande l’uso della propria valuta nel mondo”.
In effetti, l’Atlantic Council ha osservato: “Per anni si è dato per scontato che le valute digitali delle banche centrali, in particolare lo yuan digitale cinese, avrebbero faticato a imporsi. Adozione lenta, casi d’uso limitati e scetticismo pubblico avrebbero dovuto limitarne l’impatto. Nuovi dati dalla Cina, però, raccontano una storia diversa. Cinque anni dopo il primo pilota… entro la fine di novembre 2025 ha processato oltre 3,4 miliardi di transazioni per un valore di circa 16,7 trilioni di renminbi (circa 2,3 trilioni di dollari). Questo rappresenta un aumento di oltre l’800% rispetto al 2023.”
Tutto ciò avviene nonostante in Rmb non sia pienamente convertibile e i mercati cinesi non siano completamente aperti, a differenza del dollaro e del mercato Usa.
La scorsa settimana l’Ue ha infine firmato un nuovo accordo commerciale con la Cina, dopo infinite controversie e timori per un’ondata di veicoli elettrici cinesi in arrivo in Europa. Il primo ministro canadese Mark Carney ha stretto nuovi accordi commerciali con Pechino. Quegli accordi possono valere come una sorta di voto di sfiducia nell’America di Trump.
La Cina non è però l’unica storia commerciale in Europa. L’Ue ha chiuso un accordo con il Mercosur e lavora su accordi di libero scambio con India e Giappone. La Cina rimane considerata un rischio. Le sue capacità produttive apparentemente inesauribili, sostenute da sussidi governativi enormi, minacciano di bruciare milioni di posti di lavoro se il commercio fosse completamente liberalizzato.
Gli europei lo sanno bene e sanno che una nuova disoccupazione, frutto delle importazioni cinesi, porterebbe al potere governi fascisti che potrebbero poi scatenare una guerra con la Cina, responsabile della perdita di lavoro delle persone. Anche i cinesi dovrebbero diffidare di questo. Inoltre, la Cina appoggia Russia e Iran, mentre l’Ue si oppone a entrambi.
Ma tali questioni potrebbero pesare meno dell’insistenza Usa sulla Groenlandia. Nessuno si oppone in principio a che l’isola diventi americana, ma est modus in rebus. Trump dovrebbe convincere con calma i groenlandesi, indire un referendum, vincerlo e poi prenderla. Ma non è quello che sta accadendo.
Forse Trump vuole mantenere alta la tensione, come in quei videoclip dei social media con una svolta ogni due secondi, così che gli adolescenti non cambino canale. Meglio se quelle svolte funzionano, ma se non funzionano vengono spazzate sotto il tappeto e si passa alla successiva. Finché non si tratta di un’umiliazione totale.
La Groenlandia può sembrare un bersaglio facile contro un nemico debole – l’Europa, grande ma senza spina dorsale. L’Iran è molto più difficile; potrebbe diventare una palude. Così, nonostante passate promesse di aiuto ai dimostranti di Teheran, Trump per ora ha fatto un passo indietro.
La Groenlandia ha circa 50.000 abitanti. Trump ha convinto milioni di americani a eleggerlo; sicuramente potrebbe persuadere 20.000 groenlandesi (ben oltre il 50% degli elettori) a unirsi agli Usa. Ma questo richiederebbe tempo e un impegno serio – lontano dai ritorni rapidi della controversia in prima serata.
Sembra azzardo al ritmo di TikTok. Potrebbe diventare psicotico, come quei video frenetici, e portare tutti alla follia. Il mondo potrebbe perdere l’equilibrio e avvicinarsi a incidenti di ogni tipo. Forse è un nuovo modello di politica globale dettato dalla grammatica dei media preferiti dai ragazzi. Reagan era l’eroe dello spazio televisivo; Trump è l’eroe degli smartphone.
O forse a Trump piace semplicemente il caos, come ha scritto Maureen Dowd. In ogni caso, il risultato apparente è confusione tra amici e investitori in cerca di approdi più sicuri per i loro risparmi e investimenti. I ragazzi di solito non sono bravi a capitalizzare; gli investitori non sprecano molto tempo sui social.
Ecco la scelta difficile. Attualmente gli Usa detengono un quasi-monopolio sui mercati finanziari globali, sorretto dalla fiducia nell’indipendenza della borsa americana, dalla potenza militare Usa e dalla stabilità di lungo periodo, considerata immune ai cambiamenti improvvisi che possono verificarsi nei sistemi autoritari.
Gli autoritari possono interferire nei mercati, cambiare politiche dall’oggi al domani senza discussione pubblica, e una crisi politica può sconvolgere le loro economie. Gli Usa non hanno avuto questo per secoli. Se ora sembra che ciò possa accadere, allora altri mercati, come quello cinese, potrebbero apparire attraenti.
Janan Ganesh esprime il desiderio di un’unione politica europea, osservando che “un’Europa unificata, una causa da tempo associata ai liberali, comincerà ad attrarre i tradizionalisti come unica speranza contro superpotenze arroganti e tecnologicamente ascendenti a ovest (l’America) e a est (la Cina). Sarà inquadrata come questione di sopravvivenza culturale”.
Ma questo è un orizzonte di lungo termine. Ciò che potrebbe accadere rapidamente è una fuga di capitali da Wall Street spinta dalle pressioni congiunte delle dimissioni di Powell e dell’annessione della Groenlandia.
Inoltre, in queste circostanze, il vertice di aprile con la Cina potrebbe avvenire sotto una luce molto diversa. Pechino potrebbe sentirsi legittimata a cercare non un accordo reale ma tempo per vedere come si evolve il dramma americano. Gli Usa, in effetti, sembrano prendere in considerazione una ristrutturazione radicale dell’ordine vigente quando forse basterebbe un aggiustamento. Se il piano è una ristrutturazione, l’alternativa cinese guadagna terreno. Per una ristrutturazione conviene puntare su una potenza stabile, come si presenta la Cina, piuttosto che su qualcuno che cambia idea da un giorno all’altro.


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“Dovevamo giocare alle 20.45 contro l’Inter e alle 16.00 mio papà mi ha chiamato su FaceTime per il funerale di mia nonna“. Così Robin Gosens nel corso del suo podcast Wie Geht’s, dove invita ex calciatori o altri personaggi influenti dello sport tedesco per un’intervista. L’esterno della Fiorentina – nel corso della lunga puntata con Per Mertesacker, ex difensore dell’Arsenal e della nazionale tedesca – ha svelato un episodio che risale al 29 ottobre 2025, quando la Fiorentina è scesa in campo a San Siro contro l’Inter, perdendo per 3-0.
Il club viola era ultimo in classifica, non aveva ancora vinto in campionato e stava attraversando un momento complicatissimo, con una situazione decisamente peggiore rispetto a quella attuale. “Io non ho mai chiesto il permesso di andare al suo funerale, perché in un momento così delicato per la squadra non avrei mai voluto lasciare il gruppo e andare via, mi sarei sentito in colpa a lasciare la squadra da sola”, ha raccontato Gosens. Nessuno sapeva della morte della nonna, nemmeno l’allora allenatore della Fiorentina Stefano Pioli: “È una persona molto empatica e mi avrebbe detto di tornare in Germania“, ha spiegato Gosens
Poche ore dopo è sceso in campo con la Fiorentina nel difficile match di San Siro contro l’Inter: “Sono entrato in campo alle 20:45 ed ero completamente sopraffatto dalle emozioni, non riuscivo nemmeno a trovare la strada per il tunnel. Non ero libero mentalmente“, ha raccontato l’esterno. Che poi ha aggiunto: “Credo che se sei ultimo, anche tu sei responsabile del disastro della tua squadra. Ma se non sei sereno mentalmente, non lo sei neanche fisicamente e infatti dopo 70 minuti, bam! Uno strappo muscolare. Non è stato un caso”.
Un infortunio che l’ha tenuto fuori per due mesi: Gosens è infatti poi tornato in campo il 27 dicembre. “Il lato umano deve sempre avere la priorità. In queste situazioni bisogna avere la mente lucida e dire: ‘Vai dove ritieni sia più importante’. Avrei dovuto parlarne anziché tenerlo per me. Anche perché per quell’infortunio sono rimasto fuori a lungo”, ha concluso Gosens prima poi di proseguire l’intervista con Mertesacker.
L'articolo “Ho seguito il funerale di mia nonna su Facetime, poi ho giocato contro l’Inter e mi sono strappato”: la rivelazione di Gosens proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’accordo di acquisizione della Warner Bros Discovery da parte di Netflix sembra più vicino. Mentre l’offerta di Paramount sembra avere meno chance. La piattaforma di streaming globale ha annunciato che la transazione sarà interamente in contanti. “L’accordo rivisto semplifica la struttura della transazione, offre maggiore certezza di valore per gli azionisti di Wbd e accelera il percorso verso il voto degli azionisti di Wbd”, spiega una nota. Il consiglio di amministrazione ha infatti approvato la scelta all’unanimità: l’offerta vale 27,75 dollari per ogni azione Warner. L’amministratore delegato David Zaslav ha dichiarato che questa mossa avvicina l’unione delle due società. Il co-amministratore delegato di Netflix, Ted Sarandos, ha ricordato che “il consiglio di amministrazione di Warner continua a sostenere e a raccomandare la nostra transazione”.
Secondo l’accordo originale, risalente allo scorso 5 dicembre, gli azionisti di Wbd avrebbero ricevuto 23,25 dollari in contanti e altri 4,50 dollari in azioni ordinarie di Netflix, per un valore dell’offerta di 82,7 miliardi di dollari (79,4 miliardi di euro).
Lunedì scorso, Paramount Skydance aveva presentato una causa contro Warner Bros per forzare l’azienda a scoprire i dettagli dell’offerta presentata da Netflix, dopo che il Cda di Hbo Max ha ripetutamente considerato superiore la proposta di fusione avanzata dalla piattaforma di streaming. In questo senso, la settimana scorsa, la dirigenza di Wbd ha deciso di respingere “all’unanimità” l’offerta di Psky, modificata il 22 dicembre per includere una garanzia personale irrevocabile di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e padre di David Ellison. Il presidente del consiglio di Wbd e proprietario di Hbo Max, Samuel di Piazza, ha affermato che la proposta della Paramount era “insufficiente”.
Il presidente degli Usa Donald Trump si era detto preoccupato dell’eccessiva quota di mercato che verrebbe conquistata nel settore dello streaming in seguito all’accordo. La vicenda continua a far discutere, dopo che la piattaforma ha annunciato la volontà di “ripetere la trama tre o quattro” all’interno dei film e l’ambizione di lasciarli in sala per 45 giorni.
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La rotaia che si crepa proprio all’altezza della saldatura, nel punto di maggiore debolezza. Una, due, tre ruote riescono comunque a passare. Poi la frattura si allarga, fino a quando a una carrozza – la sesta – manca l’appoggio per superare quei 30 e più centimetri di vuoto. A quel punto, il disastro è compiuto. Tre vagoni sbandano, escono dal tracciato a oltre 200 chilometri orari, invadono i binari che corrono paralleli nella direzione opposta, si accartocciano. Venti secondi e arriva a tutta velocità un altro treno che si trova le rotaie impegnate dalle carrozze deragliate. L’impatto è devastante: oltre 40 morti e altrettanti feriti ospedalizzati.
Il punto zero del disastro di Adamuz, il paesino dell’Andalusia dove si è consumato uno dei più gravi incidenti ferroviari nella storia della Spagna, è quello lì: il pezzo di rotaia mancante. A quasi 48 ore di distanza dallo scontro, gli investigatori nutrono pochi dubbi sull’origine. Tutto il resto è da ricostruire nei dettagli. A iniziare dai lavori che hanno interessato la linea a maggio e ai controlli nei mesi successivi.
Secondo El Pais, il luogo esatto dell’incidente aveva superato, due mesi fa, una doppia ispezione di sicurezza da parte dell’Adif, l’ente che gestisce l’infrastruttura ferroviaria spagnola. Eppure quando sono state sostituite le rotaie nell’ambito dei lavori di ammodernamento della tratta – stando agli esperti citati da El Espanol – la saldatura sarebbe “stata eseguita manualmente, non elettricamente”. Un aspetto questo che, secondo il sito spagnolo, sarebbe uno dei nodi dell’inchiesta appena partita.
Sicuramente, come aveva accennato già lunedì Ilfattoquotidiano.it, gli interventi sull’infrastruttura negli scorsi mesi possono essere stati un momento critico che si è poi riverberato in una catena di errori fino al disastro, sul quale potrebbe aver influito anche il clima rigido di domenica sera con una temperatura attorno allo zero termico. Due diversi esperti hanno spiegato al Fatto che il momento della posa dei binari è una fase molto delicata poiché i materiali che compongono le rotaie sono soggetti a fenomeni di dilatazione e contrazione a seconda delle temperature. Quando fa particolarmente freddo, le rotaie vanno in “tiro”, cioè tendono a diminuire sensibilmente la loro lunghezza. L’esatto contrario avviene con il caldo.
Per questo esistono delle tabelle di posa che dovrebbero permettere al binario di resistere tranquillamente allo stress legato agli sbalzi termici. Le tabelle prescrivono rigidamente a quale distanza mettere le estremità a seconda della temperatura nel momento di posa tenendo come termine di regolazione la “temperatura neutra”, cioè quella alla quale la tensione meccanica è nulla e il binario è in un momento di zero stress. Non solo: dopo la posa e la saldatura – che solitamente avviene con una colata alluminotermica o elettricamente – si effettuano regolazioni periodiche tramite sistemi meccanici o elettronici per azzerare le tensioni. Tutto questo è stato fatto a regola d’arte?
Per El Espanol, un primo errore avrebbe riguardato il metodo di saldatura. Non si sa nulla, al momento, riguardo le regolazioni successive. È certo, invece, che alcuni parlamentari del Partito Popolare avessero presentato un’interrogazione per i problemi di alcune giunzioni in quella tratta e, ad agosto, i macchinisti del sindacato Semaf avevano segnalato una “degradazione profonda e veloce del materiale rotabile”. E gli investigatori spagnoli, martedì, hanno posto grande attenzione anche sulle ruote del treno Iryo, quello deragliato, durante i loro sopralluoghi.
L'articolo I lavori di saldatura del binario e le rotaie sensibili agli sbalzi termici: su cosa punta l’indagine sull’incidente dei treni in Spagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
A quasi tre settimane dal devastante incendio che ha distrutto il locale Le Constellation a Crans-Montana, dove sono morte 40 persone e 116 sono rimaste ferite, sono i giornalisti che stanno fornendo un quadro completo su quanto avvenuto prima, durante e dopo il rogo. Secondo il quotidiano tedesco Bild, Jacques Moretti, uno dei proprietari del locale, avrebbe tentato di organizzare una fuga all’estero con l’aiuto di un operatore di aviazione privata. La notizia, se confermata, aggiunge un ulteriore elemento di gravità alla vicenda, facendo pensare a un tentativo di eludere la giustizia. Anche se nei giorni scorsi Moretti e la moglie Jessica, tramite i legali, hanno fatto sapere che non hanno nessuna intenzione di sottrarsi alla giustizia, pur negando negano responsabilità per quanto accaduto.
Secondo la lettera inviata dall’avvocata della parte civile, Nina Fournier, alla Procura del Canton Vallese, sarebbero stati presi contatti con una compagnia di aviazione privata per organizzare un’eventuale evasione, un fatto che la Procura – fortemente criticata dai legali delle parti civili – dovrà valutare anche ai fini della liberazione dell’arrestato. La lettera, visionata da Bild, anticipa anche uno dei temi centrali degli interrogatori previsti per martedì. Al momento, la sua liberazione potrebbe avvenire dietro il pagamento di una cauzione pari a 200.000 franchi (circa 215.000 euro), versati da un generoso amico anche per la moglie.
Nel frattempo, l’Italia non rimane a guardare. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato che il Comune di Milano si costituirà parte civile nel processo per chiedere giustizia per le vittime, tra cui due giovani milanesi, Chiara Costanzo e Achille Barosi, deceduti nell’incendio. Dopo aver visitato i feriti ricoverati presso l’ospedale Niguarda, Sala ha espresso la ferma volontà dell’amministrazione di essere “vicina alle famiglie”, senza cercare protagonismo ma con l’intenzione di garantire il sostegno e la giustizia necessaria. Il sindaco ha ribadito che il Comune sta valutando con la sua avvocatura la forma migliore per intervenire nel processo e partecipare attivamente al fianco delle vittime.
Sala ha poi sottolineato come la tragedia non sia frutto del caso, ma di “errori” che vanno ricostruiti con attenzione. “La nostra città non intende restare in silenzio. Dobbiamo chiedere giustizia”, ha dichiarato, aggiungendo che Milano, insieme all’Italia, deve supportare le famiglie coinvolte in questa tragedia, chiedendo che vengano fatti pienamente luce sugli errori e le negligenze che hanno permesso una simile strage.
Nel frattempo, le indagini proseguono anche in Italia. Per Chiara Costanzo e Achille Barosi, i due giovani milanesi rimasti uccisi nell’incendio, sono previste le autopsie – che non sono state diposte in Svizzera ma dagli inquirenti italiani – per determinare con precisione le cause della morte. Secondo fonti ufficiali, l’autopsia, che si svolgerà nella giornata di mercoledì, includerà un esame approfondito con l’ausilio di una TAC, per stabilire se le vittime siano morte per asfissia, schiacciamento o per altri fattori. I genitori dei ragazzi sono assistiti dai loro avvocati e hanno nominato medici legali per seguire l’indagine e far luce sulle esatte dinamiche della tragedia. Le autorità italiane, tramite la Procura di Roma, hanno aperto un fascicolo per omicidio plurimo colposo, lesioni colpose e incendio, ma l’inchiesta è ancora a carico di ignoti, in attesa di chiarimenti sulle responsabilità.
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È diventato virale il video in cui il cantautore Roberto Vecchioni, ospite giovedì scorso a “Splendida Cornice” di Geppi Cucciari, ha raccontato come è nato uno dei ritornelli più famosi della musica italiana. La canzone in questione è “Samarcanda”, brano del 1977, che ha come ritornello: “Corri cavallo, corri, ti prego fino a Samarcanda io ti guiderò. Non ti fermare, vola, ti prego. Corri come il vento, che mi salverò…Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh“.
In molti si sono chiesti perché l’artista abbia scelto come frase perno proprio “Oh oh cavallo” e la spiegazione è arrivata anche in televisione, oltre che nel libro “L’orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola“.
“Avevo fatto la canzone mentalmente in autostrada mentre mi dirigevo a Bologna. – ha detto a Geppi Cucciari – Ma mancava quella cosa brillante che poi c’è stata, quella frase che facesse capire che la canzone ‘spaccava’. Ecco, come si dice oggi, come dicono oggi, ragazzi. E allora arrivo a Bologna e uno mi frena davanti…Io sto per andargli addosso e gli faccio ‘Oh, oh, coglione !’ Ed è lì che è venuto ‘Oh, oh, cavallo!'”.
“Oh oh cavallo” nasce in autostrada. Uno mi frena davanti, gli vado quasi addosso e gli faccio “oh oh coglione” #splendidacornice pic.twitter.com/GWwR1nI1FT
— Il Grande Flagello (@grande_flagello) January 19, 2026
“Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero. Non ho nessuna intenzione di sciorinarvi un’opera corretta, metodica, e men che meno colta, accademica, incomprensibile ai più e infine del tutto inutile a chi sfaccenda pieno di cazzi suoi col tempo che vola. D’altronde non ho neanche voglia di mortificare una scienza (arte?) meravigliosa riducendo tutto all’osso e tirar fuori un “bigino” per deficienti. L’intento è un altro: è quello di farvi innamorare. Avete letto bene! Farvi innamorare della parola. Penserete “questo è matto”. Scommettiamo? Sono i miei ottant’anni d’amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri, un gioco famelico a sapere e chiarire, un’ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e capivo, comprendevo a pieno la “vera” essenza di tutto, la corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e invece sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, le commozioni nostre e degli altri; le parole sono un groviglio logico di foni, suoni che specchiano l’uomo. Questa era la mia felicità”.
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Gli agenti erano intervenuti scuola, dopo aver analizzato le immagini registrate da microspie e telecamere installate nell’istituto, e lo avevano arrestato. A poco meno di un anno dal blitz nelle aule di una scuola primaria, la pm di Milano Alessia Menegazzo ha chiesto, nel processo con rito abbreviato, una condanna a 10 anni e 4 mesi di reclusione per un maestro di musica, che insegnava fino al febbraio dello scorso anno in una scuola elementare del capoluogo lombardo, accusato di violenza sessuale aggravata e anche di un episodio di adescamento ai danni di sette alunne di meno di 10 anni.
L’uomo, 45 anni, era stato arrestato in flagranza il 10 febbraio del 2025 dopo essere stato sorpreso nel corso degli abusi dalle microcamere posizionate nella scuola dal Nucleo tutela donne e minori della Polizia locale, che ha condotto le indagini.
Poi, la giudice Alessandra Di Fazio aveva convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. Il 45enne, che aveva sostenuto di essere stato frainteso, è tuttora detenuto. Le indagini erano proseguite con l’ascolto, in audizioni protette, di altre presunte vittime, dopo le prime individuate, e anche attraverso incidenti probatori.
Dagli atti risulta che l’uomo avrebbe anche minacciato le alunne dicendole che le avrebbe “bocciate” e avrebbe commesso le violenze anche in aule vuote o in “un ripostiglio”, oltre che alla presenza, a volte, di altri alunni in classe. L’inchiesta era scaturita da una segnalazione alla Procura del 10 gennaio dello scorso anno da parte della dirigente scolastica. La richiesta di condanna è stata formulata dalla pm nell’udienza di ieri e la sentenza del giudice per l’udienza preliminare, Domenico Santoro, è prevista per il 5 febbraio.
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“I dazi aggiuntivi proposti” dal presidente Usa Donald Trump “sono un errore, soprattutto tra alleati di lunga data”: “l’Ue e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica, come negli affari, un accordo e’ un accordo. E quando degli amici si stringono la mano, deve significare qualcosa”. Lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, al vertice di Davos, in Svizzera, evidenziando che la risposta europea sarà “ferma, unita e proporzionata”. “Consideriamo il popolo degli Usa non solo come nostri alleati, ma come amici. Trascinarci in una pericolosa spirale discendente finirebbe solo per aiutare gli stessi avversari che entrambi siamo impegnati a tenere fuori dal nostro orizzonte strategico”, ha sottolineato.
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“Spero proprio di no. Sarebbe un disastro totale, assoluto, con conseguenze potenzialmente apocalittiche. Non credo che si arriverà a uno scenario del genere”. Così Vincenzo Camporini, generale ed ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della difesa, risponde ad Affaritaliani alla domanda se, dopo lo scontro economico tra Unione Europea e Stati Uniti, si possa arrivare anche a un confronto militare.





La guerra moderna e le sue minacce hanno ormai strutturato la propria forma nello spazio informativo, insinuandosi nei processi decisionali, agiscono sulle percezioni collettive, minando e avvelenando gli arsenali intellettuali e la dimensione epistemica delle democrazie liberali.
In questo contesto si inserisce il nuovo studio della Psychological Defence Agency, pilastro della difesa cognitiva europea e occidentale. Secondo l’agenzia svedese, le democrazie liberali sarebbero oggi sempre più vulnerabili, non per difetto ma per loro natura.
L’apertura dello spazio pubblico, la libertà di espressione, la fiducia sociale e l’assenza di controllo centralizzato dell’informazione: i pilastri dei sistemi democratici sono gli stessi che rendono queste strutturalmente esposte alle influenze ostili. Non perché deboli ma poiché aperte.
Come difendersi? Lo studio insiste su un principio costitutivo e non negoziabile. Difendere la democrazia con strumenti antidemocratici equivale a tradire sé stessi e concedere una vittoria strategica all’avversario. Censura preventiva e controllo dell’informazione non sono poi opzioni praticabili.
La difesa psicologica non coincide con il controllo dell’informazione e si fonda, al contrario, ricorda la Psychological Defence Agency, sul rafforzamento delle condizioni costitutive di uno spazio pubblico democratico: pluralismo, trasparenza e, soprattutto, capacità critica, istituzioni capaci di analizzare, attribuire, segnalare e coordinare, senza sostituirsi al dibattito pubblico.
Puntare a creare e strutturare convinzioni non è il primo e più immediato obiettivo delle campagne di influenza, che più spesso puntano a disorientare, polarizzare, saturare l’attenzione, spostando così l’agenda politica, minando la fiducia nelle (e delle) istituzioni. La logica è del tutto coerente con la competizione geopolitica contemporanea. Colpire la coesione interna dell’avversario è meno costoso, spesso più efficace, evitando un confronto militare.
In questo quadro, insiste il report, la libertà di espressione viene apertamente strumentalizzata come terreno di conflitto. Qui, la disinformazione può essere formalmente legale, spontaneamente riprodotta e politicamente distruttiva allo stesso tempo.
Il manuale svedese individua la cittadinanza come la prima linea della difesa psicologica dello Stato. In un ecosistema dominato dai social media, ogni individuo è un nodo della rete informativa, potenziale vettore di disinformazione e, allo stesso tempo, possibile punto di rottura di narrazioni ostili. Nel modus digitandi collettivo, ogni condivisione può rafforzare o indebolire la resilienza collettiva.
Il caso svedese è spesso citato come modello per l’elevato livello di fiducia sociale e la solidità del sistema mediatico. L’intensificarsi della competizione geopolitica, l’uso dell’intelligenza artificiale nella produzione di contenuti falsi e la crescente frammentazione sociale stanno ridisegnando il campo di battaglia informativo.
La difesa psicologica è tanto un fattore di resilienza democratica quanto una responsabilità politica che riconosca nell’informazione un’infrastruttura critica e la mente dei cittadini come obiettivo strategico. Il messaggio finale dello studio, realizzato in collaborazione con l’Università di Lund, traccia una linea guida per orientare il futuro della difesa cognitiva europea che dovrà basarsi, insiste l’agenzia svedese, sul rafforzamento delle condizioni di apertura democratiche e sulla formazione dei cittadini, vero obiettivo di questa guerra moderna.
È stato approvato il piano della nuova ambasciata cinese a Londra. Un complesso sotterraneo di 208 stanze, una camera “occulta” costruita a pochi passi dai cavi in fibra che alimentano la City e sistemi di estrazione dell’aria compatibili con infrastrutture ad alta intensità di calcolo. Questo è il quadro delineato da un’inchiesta del Telegraph, che sostiene di aver ottenuto le planimetrie della nuova ambasciata cinese in costruzione nel centro di Londra.
Documenti che, se confermati, aprirebbero un fronte delicato sul terreno della sicurezza nazionale e dell’intelligence economica.
Il quotidiano britannico sostiene infatti che la stanza più sensibile del progetto sorgerebbe lungo Mansell Street, a ridosso dei cavi che convogliano dati finanziari e traffico internet tra i data center londinesi e le dorsali transatlantiche. Una prossimità che, scrive il Telegraph, consentirebbe – in teoria – attività di intercettazione o manipolazione dei flussi informativi. Il tempismo è politicamente esplosivo, ma l’inchiesta è di assoluto valore e sulle orme del più necessario servizio pubblico. Secondo la ricostruzione, il via libera all’ambasciata potrebbe arrivare prima della visita in Cina del primo ministro Keir Starmer, atteso a Pechino per un incontro con Xi Jinping. Un passaggio che rischia di trasformare una decisione urbanistica in un cavallo di troia strategico.
Al centro dell’inchiesta c’è una camera sotterranea, di forma triangolare e profonda pochi metri, che i disegni mostrano affiancata ai cavi in fibra appartenenti, tra gli altri, a Bt Openreach, Colt e Verizon. Quei collegamenti, spiega il Telegraph, trasportano i dati su cui poggiano transazioni bancarie, pagamenti e comunicazioni di milioni di utenti e istituzioni finanziarie della City of London.
La presenza di sistemi di ventilazione e di demolizioni mirate delle pareti perimetrali del seminterrato viene poi interpretata da diversi esperti come un potenziale campanello d’allarme. Interpellato dal giornale, il professore Alan Woodward dell’Università del Surrey osserva che appare difficile escludere l’installazione di infrastrutture informatiche avanzate. Nulla di illegale in sé, ma sufficiente, data la posizione, a sollevare interrogativi sulla tentazione di raccogliere intelligence economica.
Le rivelazioni riaccendono timori già emersi negli anni e nei mesi scorsi. Dominic Cummings, ex consigliere di Boris Johnson, aveva infatti già dichiarato che MI5 e MI6 avessero messo in guardia sull’ipotesi di un “centro di spionaggio” sotto l’ambasciata. Ora, con le planimetrie non oscurate, quelle preoccupazioni trovano nuovi argomenti.
Alicia Kearns, responsabile per la sicurezza nazionale, citata dal Telegraph, parla senza mezzi termini di “piattaforma per una guerra economica” nel cuore dell’infrastruttura critica britannica. Una definizione che rende l’idea del livello di tensione, nonché di preoccupazione.
Il sito, l’ex Royal Mint, 22 mila metri quadrati, ospiterebbe anche appartamenti di lusso per diplomatici, generatori di emergenza, tunnel interni e infrastrutture di servizio. Nessuna prova, al momento, di strutture detentive o usi impropri. Ma la dimensione e la collocazione del progetto bastano a spiegare perché la decisione finale sia diventata una questione politica.
Il governo britannico, da parte sua, ribadisce, sempre secondo il Telegraph, che gli esperti di sicurezza sono stati coinvolti e che tutte le implicazioni sono state valutate. L’ambasciata di Londra rischia così di diventare simbolo del confine sempre più sottile tra cooperazione, infrastrutture critiche e competizione strategica. Confine che può passare anche sotto un marciapiede.


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C’è chi in un passato recente, per intascare la pensione, si è travestito dalla madre o chi l’ha tenuta murata in armadio. Ma la storia che arriva dal Piemonte è molto più drammatica perché l’anziana in questo caso, secondo l’accusa, era stata portata in un bosco e fatta fuori. Oggi la Corte d’assise di Novara ha inflitto l’ergastolo a Stefano Emilio Garini, il 62enne di Milano accusato dell’omicidio della madre, Liliana Anagni, trovata morta e abbandonata in un bosco vicino al Ticino nel 2022. Garini, agente immobiliare con precedenti, era accusato anche di distruzione di cadavere. Omicidio premeditato, truffa, auto-riciclaggio e falso, con l’aggravante del vincolo familiare, i reati contestati all’uomo. I giudici hanno però escluso l’aggravante della premeditazione.
Il ritrovamento dei resti di Liliana Anagni risale al 10 ottobre 2022, quando un cercatore di funghi aveva trovato ossa umane in un’area isolata del Parco del Ticino, tra il ponte che collega il Piemonte e la Lombardia. Le ossa, tra cui vertebre, un frammento di mandibola e un femore, erano state successivamente identificate grazie a una protesi dentale rinvenuta su una vertebra, che aveva permesso di risalire alla vittima. Il cranio non è mai stato trovato.
Secondo le ricostruzioni delle indagini, la sera del 18 maggio 2022 Liliana, all’epoca 89enne, era viva fino alle 20, quando Garini l’ha portata in carrozzina per una passeggiata nei boschi di San Martino di Trecate, un luogo impervio. Dopo quel momento, nessuno l’ha più vista. Garini, in seguito, avrebbe cercato di mascherare il crimine e ottenere vantaggi economici, approfittando della pensione e dell’indennità di accompagnamento della madre. Inoltre, è stato condannato per aver truffato lo Stato e il Comune di Milano, ottenendo indebitamente circa 27.300 euro, che gli sono stati confiscati. Le accuse più gravi, però, sono quelle di omicidio e distruzione di cadavere, che hanno portato al fine pena mai. La motivazione del delitto risiederebbe nel desiderio di Garini di intascare il denaro della madre, senza considerare le drammatiche conseguenze del suo gesto.
L'articolo “Portò la madre in un bosco e la uccise per intascare la pensione”, 62enne condannato all’ergastolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il video mostra l’impressionante mareggiata che in queste ore – martedì 20 gennaio – stanno colpendo Linosa, delle isole Pelagie. Diversi i danni segnalati, compresi quelle alle barche. Intanto resta massima l’allerta in tutta la Sicilia: il ciclone Harry ha investito prevalentemente il versante orientale e nelle province di Messina, Catania e Siracusa sale a circa 200 il numero delle persone evacuate dalle proprie abitazioni. Il sistema di Protezione civile regionale continua il monitoraggio costante del territorio, colpito da precipitazioni intense, raffiche di vento di burrasca e mareggiate d’intensità eccezionale.
L'articolo Impressionante mareggiata a Linosa, il video delle persone in fuga dalla costa proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Quello che ha fatto e che sta facendo, a prescindere dal risultato, è qualcosa di incredibile. Le auguro solo il meglio perché so quello che ha passato, quanto ha speso in palestra”. Talento riconosce talento. Così Jannik Sinner su Federica Brignone nella conferenza stampa post vittoria contro Hugo Gaston al primo turno degli Australian Open. Parole che sembrano quasi premonitrici se pensiamo a quanto fatto poche ore dopo dalla sciatrice, sesta nel gigante di Plan de Corones, nella sua prima gara ufficiale a 292 giorni dal terribile infortunio dello scorso aprile in cui si era rotta il perone, il piatto tibiale e il crociato anteriore.
L’azzurro ha parlato di tutti gli sforzi che Brignone ha fatto e sta facendo – con un rientro da record – per provare a esserci alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: “A prescindere da quello che succederà, ha fatto una roba che probabilmente nessuno riuscirebbe a fare. Ci sono questi fenomeni come lei, come Sofia Goggia. Hanno qualcosa in più”. I due si erano incontrati lo scorso maggio al Foro Italico, durante gli Internazionali d’Italia, quando Brignone era ancora sulle stampelle: “Sono una tifosa di Jannik da sempre, è un’ispirazione, ammiro la sua straordinaria forza mentale”, aveva dichiarato la sciatrice azzurra.
“Lo sci e il tennis sono sport totalmente diversi perché sulle piste se ti fai male durante la stagione, sei fuori tutto l’anno, è davvero pericoloso come sport – ha poi concluso Sinner sull’argomento -. Mentre noi tennisti magari in due o tre mesi con un infortunio ce la possiamo cavare e non succede nulla”. Sinner ha parlato di Federica Brignone, ma anche delle sue sensazioni dopo il ritorno in campo in gare ufficiali in questo 2026.
L’altoatesino ha vinto per 6-2, 6-1 e ritiro contro Gaston in una partita in cui – a prescindere dai problemi fisici dell’avversario – ha dominato, mostrando ancora miglioramenti al servizio e sicurezza nei colpi da fondo. Dopo aver espresso dispiacere per l’infortunio a Gaston già nell’intervista in campo, Sinner l’ha poi ribadito anche in conferenza stampa prima di parlare del match. “È davvero speciale iniziare la stagione in una partita serale qui, in uno Slam, con lo stadio gremito – ha aggiunto –. Ho avuto la sensazione che Gaston avesse iniziato molto bene, con ottimi colpi. Perciò ho cercato di capire un po’ il suo gioco. Ci eravamo già affrontati un paio di anni fa, ma le cose sono cambiate un po’. Poi ho provato ad aumentare il mio livello e ha funzionato molto bene“, ha esordito l’azzurro.
Sinner ha poi parlato dell’esibizione a Seul con Alcaraz (“ci tornerò, non c’ero mai stato e le persone sono state molto gentili con me“), prima di tornare sul match e sul servizio, colpo che sta migliorando con il passare dei mesi: “Abbiamo modificato un po’ il movimento e il ritmo: prima era un po’ troppo veloce all’inizio, mentre ora è un po’ più lento. E il lancio di solito era un po’ troppo avanti o a destra. Adesso invece è un po’ più indietro e sopra la testa”. L’azzurro ha poi ammesso: “A volte mi perdo ancora, non mi sento molto sicuro con questo colpo. Ma allo stesso tempo ci stiamo lavorando“.
L'articolo “Nessuno ci riuscirebbe, sta facendo qualcosa di incredibile. So quello che ha passato”: Sinner elogia Federica Brignone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore.
Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta (scellerata?) della moglie di separarsi.
Da circa dodici anni, i giornalisti e le giornaliste seguono corsi di formazione sulla violenza maschile contro le donne ma la narrazione non è migliorata quanto dovrebbe. Resistono stereotipi granitici e, con essi, le narrazioni che colpevolizzano le vittime. Molte volte il messaggio sottinteso è chiaro: se quella donna non avesse scelto di separarsi, se non si fosse innamorata di un altro uomo, se avesse “rigato dritto” compiacendo le aspettative del marito, sarebbe ancora viva. In altre parole: se le donne chiedessero il permesso per le proprie scelte, se dicessero sempre sì, allora potrebbero vivere senza ritorsioni.
L’articolo sul caso di Federica Torzullo, pubblicato su la Repubblica di martedì a firma di Marco Carta e Giuseppe Scarpa, a tratti restituisce proprio questo tipo di lettura distorta del femminicidio di cui è accusato Claudio Carlomagno. La prima cosa che emerge dalla lettura dell’articolo è che l’ennesimo femminicidio non viene raccontato come un crimine inscritto in un fenomeno strutturale – che conta una donna uccisa ogni tre giorni – ma come un caso isolato.
Fin dal titolo, il movente del crimine non è il controllo e il dominio sulla vita di Federica Torzullo, ma ‘la separazione’. Ritorsione, vendetta, controllo sono i non detti che pesano in quell’articolo. Carta e Scarpa ricorrono anche alla captatio benevolentiae nei confronti dell’uomo accusato del crimine: “L’udienza davanti al giudice era già stata fissata e il venerdì successivo si sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva anche sull’affidamento del figlio di dieci anni. Un bambino a cui Carlomagno si dedicava con cura e attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”.
Claudio Carlomagno viene presentato come un “buon padre”, nonostante sia accusato di aver ucciso brutalmente – alcuni tg ieri denunciavano una violenza feroce – la madre di quel bambino, rendendolo orfano e sradicandolo dal suo mondo. Ora sulle spalle fragili di un bambino di dieci anni peserà un fardello che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo impegnerà in una lunga e dolorosa elaborazione.
Della vittima non si racconta quanto amasse il figlio o quante volte fosse andata a prenderlo da scuola. I due giornalisti non approfondiscono le ragioni che l’avrebbero portata a chiedere la separazione. Scrivono di una “lite violenta”. Eppure sappiamo che il femminicidio non è mai un fulmine a ciel sereno: la violenza come atto finale è sempre preceduta da violenze quotidiane esplicite o da manipolazioni che si concretizzano in mobbing familiare. Federica Torzullo non potrà più raccontare come fosse la sua vita con l’uomo da cui si voleva separare. Le donne sono uccise all’interno di relazioni sbilanciate, da uomini che non contemplano altro che i propri bisogni.
In più di un passaggio, nell’articolo si sottolinea come Carlomagno quella separazione “l’avesse subita” e come fosse stato costretto ad una “accettazione forzata del fallimento del matrimonio”. Sono parole dei giornalisti, non dichiarazioni dell’indagato. È un passaggio che, in modo sottile ma efficace, rovescia i ruoli, lui vittima e lei colpevole. Lei ‘forzava’, lui ‘subiva’ ma è morta lei. Risuona l’eco di una narrazione tossica che da anni viene portata avanti da alcune associazioni maschiliste, che demonizzano la separazione e descrivono le sentenze e gli accordi separativi come crimini: “i padri non vedono più i figli”, “alle donne vanno casa, auto, figli e denaro”, “gli uomini finiscono sotto un ponte”, ecc.
Una rappresentazione incommensurabilmente distante dalla realtà di tante donne separate che combattono ogni giorno contro la miseria o le difficoltà economiche. Condizioni determinate dall’aver lasciato il lavoro per occuparsi dei figli o perché gli assegni di mantenimento non sono sufficienti a garantire la spesa quotidiana e, spesso, sono ridotti arbitrariamente dall’ex marito. Padri che più che ostacolati nella relazione con i figli scompaiono, assorbiti da nuove relazioni; ma per le loro scelte non sono assassinati ogni tre giorni.
La libertà di una donna, lo sappiamo, è una minaccia al dominio dei violenti ma non può essere raccontata, ancora, nella cronaca adottando lo stesso punto di vista degli assassini.
Durante una formazione, anni fa, mi venne chiesto da un giornalista come si dovevano raccontare i femminicidi, gli risposi con una domanda: come racconterebbe un crimine di mafia?
L'articolo Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una bimba di due anni è morta dopo essere rimasta soffocata, con ogni probabilità dall’ingestione di un wurstel. L’episodio è successo nella tarda mattinata di oggi, 20 gennaio, a Vibo Valentia. La piccola ha ingerito l’alimento che è andato ad ostruire le vie respiratorie. Non riuscendo a superare la crisi, i genitori l’hanno immediatamente trasportata al pronto soccorso dell’ospedale di Vibo dove la bimba è arrivata in arresto cardiaco. I medici hanno provato in tutti i modi a rianimarla per circa un’ora ma purtroppo senza successo. Sull’accaduto è attesa nelle prossime ore l’apertura di una indagine.
Foto d’archivio
L'articolo Tragedia a Vibo Valentia: bambina di 2 anni muore soffocata da un wurstel proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ sempre la stessa storia: chi ha un ristorante o un locale, fatica a trovare personale di cucina e sala. A denunciare la criticità, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è ora Andrea Alfieri, executive chef dell’Hotel Majestic (4 stelle superior). Alfieri, rientrato nella località trentina lo scorso giugno dopo le esperienze a Courmayeur e Milano, ha affidato ai social un appello dettagliato per completare la propria brigata, offrendo contratti commisurati all’esperienza, vitto e alloggio.
Secondo lo chef, la difficoltà nel reperire dipendenti è un fenomeno strutturale in peggioramento: “Non è il primo anno che ho questo problema. Già a Milano facevo fatica, e ogni anno è sempre peggio”, ha dichiarato al quotidiano. Alfieri individua la causa principale in un mutamento generazionale dell’approccio al lavoro: “I ragazzi oggi non hanno più voglia di fare sacrifici. Questo lavoro richiede impegno durante le festività, ma oggi molti pretendono di fare il minimo indispensabile”.
L’intervista analizza nel dettaglio l’aspetto economico, che Alfieri definisce “secondario” rispetto al problema della disponibilità: “Un commis, che è il più giovane della brigata, prende sui 1.600-1.700 euro, mentre un capo partita viaggia dai 1.900 ai 2.200 euro per 8 ore giornaliere con il riposo settimanale”, precisa. Oltre allo stipendio, la struttura mette a disposizione del personale tre diverse sistemazioni in condomini definiti confortevoli, con camere doppie dotate di servizi: “Cerchiamo di far stare il personale nelle migliori condizioni possibili”, ha ribadito lo chef che lamenta poi il comportamento dei candidati. Molti infatti sparirebbero dopo il colloquio, attratti da offerte economicamente superiori presso altre strutture: “Purtroppo alcuni dopo il colloquio spariscono. Succedeva anche a Milano, perché sono molto ricercati: si presentano a una decina di colloqui e poi scelgono chi offre un po’ di più. Dobbiamo far quadrare i conti con i prezzi delle materie prime andati alle stelle e il costo del personale altissimo. Un’azienda deve essere sostenibile economicamente, non solo nel piatto”.
L'articolo “Offriamo fino a 2.200 euro di stipendio con vitto e alloggio, ma molti candidati spariscono dopo il primo colloquio. I giovani pretendono di fare il minimo indispensabile”: lo sfogo dello chef Alfieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alle 17 torna l’appuntamento con Sicurezza internazionale, la rubrica settimanale di Alessandro Orsini che approfondirà la crisi in Groenlandia partendo dalla domanda: “Trump preferisce la guerra?”
L'articolo Groenlandia: Trump preferisce la guerra? La diretta con Alessandro Orsini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le ruspe israeliane hanno iniziato questa mattina i lavori di demolizione della sede dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistere i rifugiati palestinesi, a Gerusalemme est. “Si tratta di un attacco senza precedenti, che costituisce una grave violazione del diritto internazionale e dei privilegi e immunità delle Nazioni Unite” ha dichiarato all’Afp Roland Frierich, direttore dell’Unrwa in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Sulla stessa linea il portavoce dell’agenzia, Jonathan Fowler, secondo cui “come tutti gli Stati membri dell’Onu, Israele è tenuto a proteggere e rispettare l’inviolabilità dei locali delle Nazioni Unite“. L’Unrwa ha ribadito che le strutture colpite rientrano nelle sedi ufficiali dell’organizzazione e ha chiesto il rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale. “Il complesso non gode di alcuna immunità e il suo sequestro da parte delle autorità israeliane è stato effettuato in conformità con il diritto israeliano e internazionale”, ha replicato il ministero degli Esteri israeliano.
L'articolo Israele demolisce la sede dell’Unrwa a Gerusalemme, Onu: “Attacco senza precedenti”. Tel Aviv: “Nessuna immunità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il presidente statunitense, Donald Trump, non ha operato un vero e proprio “regime change”, in Venezuela, ma ha mantenuto formalmente al governo il partito socialista del presidente deposto, Nicolas Maduro, trattando con la sua numero due, Delcy Rodriguez, una transizione del Paese verso un’apertura economica: la mossa ha spiazzato tutti e in particolare i cittadini venezuelani che si identificano con l’opposizione, tra i quali si percepisce un clima di attesa. Quali prospettive si delineano per il Venezuela e per l’America Latina? Ne parliamo con l’inviato di Visione Tv a Caracas, Andrea Lucidi, che fa un bilancio del suo viaggio volgente al termine.
L'articolo Andrea Lucidi: “L’opposizione venezuelana è in un clima di attesa” proviene da Visione TV.













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Dopo anni di test e sperimentazioni, la US Navy ha finalmente deciso di mettere ufficialmente in servizio due modelli dei suoi Unmanned Surface Vessels (Usv), definizione ufficiale impiegata per indicare i droni marini di superficie. Durante la conferenza della Surface Navy Association tenutasi a Washington la scorsa settimana il capitano Garrett Miller, Commodoro del Surface Development Group One, ha dichiarato che il “Sea Hunter” e il “Seahawk”, entrambi classificati come Usv di medie dimensioni, cesseranno di essere “navi sperimentali”, e che “saranno effettivamente sotto il controllo della flotta, assegnate alle forze di superficie per poter effettivamente uscire e compiere grandi imprese”, includendo tra queste anche la possibilità di integrazione anche all’interno di un Carrier Strike Group. Secondo le parole del Capitano, la Marina Militare prevede di avere 11 Usv di medie dimensioni nel proprio arsenale, e di superare le 30 unità entro l’attuale decennio.
Miller ha anche affermato che la US Navy ha in programma di istituire tre divisioni Usv di “primo comando” (quindi affidate a ufficiali giovani alle prime esperienze), così da permettere ad esponenti delle nuove generazioni di crescere all’interno della struttura militare statunitense assieme alle nuove tecnologie, guidando al contempo il processo di integrazione di queste ultime dal punto di vista dottrinario, con l’obiettivo finale di arrivare ad avere “squadroni Usv operativi in ogni flotta”.
Nelle stesse ore in cui Miller parlava alla conferenza della Surface Navy Association anche il contrammiraglio Christopher Alexander, assistente speciale del comandante delle forze di superficie navali della flotta statunitense del Pacifico, si è esposto sul tema, affermando che la Marina statunitense prevede una crescita esponenziale dei sistemi senza equipaggio nei prossimi decenni. “Guardando alcune proiezioni per il futuro, entro il 2045 prevediamo che circa il 45% della forza di superficie sarà costituita da sistemi senza equipaggio”, ha dichiarato Alexander.
Due interventi che rendono chiara la volontà di Washington di accelerare lo sviluppo della componente unmanned all’interno della propria architettura navale. Un processo in cui le forze armate statunitensi sembrano, almeno fino ad ora, procedere un po’ a rilento. Soprattutto rispetto a quelli che gli Usa considerano i propri principali competitor, e in particolare alla Repubblica Popolare Cinese. Nel corso degli ultimi quindici anni Pechino ha infatti profuso ampi sforzi nello sviluppo del settore dei droni di superficie (all’interno di un più complessivo impegno rivolto verso la dimensione unmanned a trecentosessanta gradi), arrivando a sviluppare sistemi decisamente complessi come la Zhu Hai Yun, una vera e propria portadroni senza equipaggio, o lo Jari Usv-A Orca, un drone di superficie dalle dimensioni di una corvetta ma con capacità militari nettamente superiori.
Due esempi di quanto la US Navy (e l’apparato industriali-militare americano) siano rimasti indietro da questo punto di vista. E anche se al momento un’escalation nell’indo-Pacifico non sembra imminente (e anzi, forse proprio per questo), il Pentagono deve sfruttare questo momento per cercare di recuperare terreno e sviluppare capacità paragonabili a quelle della People’s Liberation Army Navy. Cosa che, almeno da quanto si è appreso negli ultimi giorni sembra nettamente intenzionato a fare. Come questo si sposerà con il paradigma della “Golden Fleet”, poi, è un altro discorso.
Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump non rappresenta una semplice continuazione delle politiche passate, bensì una rottura deliberata e strutturata con il potere politico, economico e strategico che ha dominato l’Occidente dalla fine della Guerra fredda. L’amministrazione attuale si presenta come l’architetto di un nuovo paradigma, fondato su un realismo politico che rigetta le utopie del globalismo e le fragilità delle ideologie progressiste.
Per comprendere la visione mondiale di Trump è fondamentale analizzare le riforme intraprese sul fronte interno. Lungi dall’essere un insieme di provvedimenti slegati, queste politiche costituiscono la base strategica da cui muove la sua azione internazionale. L’obiettivo primario è il rafforzamento della nazione dal punto di vista economico, sociale e della sicurezza, creando le fondamenta per una politica estera assertiva, indipendente e svincolata dalle ipoteche del multilateralismo a ogni costo.
Un pilastro fondamentale dell’agenda di Trump è il ripristino della sovranità nazionale attraverso un rigoroso controllo dei confini.
Consapevole che la potenza di una nazione nel XXI secolo si misura anche sulla sua capacità di guidare l’innovazione, l’amministrazione Trump ha promosso attivamente la leadership americana nei settori tecnologici emergenti. Il “Genius Act” ne è la prova più evidente. Questa legge mira a consolidare il dominio americano nella finanza digitale attraverso tre pilastri: protezione dei consumatori con rigidi requisiti di riserva; rafforzamento del dollaro come valuta globale, incentivando la domanda di titoli del Tesoro Usa; sicurezza nazionale contro le attività finanziarie illecite, obbligando gli emittenti a rispettare le normative antiriciclaggio. La dichiarazione di Trump, secondo cui la legge renderà l’America il “leader indiscusso degli asset digitali“, non è mera retorica, ma la chiara enunciazione di una strategia per posizionare la nazione all’avanguardia della rivoluzione finanziaria globale.
L’agenda di Trump non si limita alla sfera economica e della sicurezza, ma interviene con decisione anche sul piano culturale, per contrastare quelle che vengono percepite come derive ideologiche imposte da una visione progressista. Il rafforzamento della nazione su questi quattro fronti — sicurezza, efficienza, innovazione e cultura — costituisce il presupposto indispensabile per poter proiettare nel mondo una politica estera rinnovata e vigorosa.
La politica estera del secondo mandato Trump non è un capriccio isolazionista, ma la logica conseguenza di un’agenda interna volta al rafforzamento nazionale. Il principio “America First” non significa un’America sola, ma un’America sovrana che ricalcola i propri interessi con lucidità realista, sfidando l’architettura internazionale ereditata da un XX secolo ormai tramontato. È un approccio che abbandona l’idealismo astratto per un pragmatismo che mette al centro la sicurezza e la prosperità del popolo americano.
Poche decisioni hanno un valore simbolico e sostanziale pari alla ridenominazione del Dipartimento della Difesa in “Department of War” (Dipartimento della Guerra). L’ordine esecutivo che ha sancito questo cambiamento non è un mero esercizio semantico, ma una dichiarazione d’intenti rivolta al mondo intero.
L’approccio di Trump al commercio internazionale segna il definitivo superamento del multilateralismo idealista. La globalizzazione, nella sua forma precedente, è considerata un esperimento fallito che ha penalizzato i lavoratori americani. A un sistema di accordi globali complessi e spesso inefficaci, l’amministrazione sostituisce un modello basato sul realismo transazionale e sulla reciprocità. Il sistema dei dazi diventa lo strumento principale per correggere gli squilibri commerciali percepiti, mentre la diplomazia si concentra sulla negoziazione di accordi bilaterali mirati, che portano benefici tangibili e immediati.
Una conseguenza diretta del principio “America First” è il disimpegno critico dalle organizzazioni internazionali considerate inefficaci, ideologicamente orientate o semplicemente contrarie agli interessi nazionali americani. Questa politica non nasce da un pregiudizio, ma da un’analisi oggettiva del loro operato. Tali decisioni riflettono un “discredito oggettivo” di istituzioni gravate da tabù politici e inefficienza cronica, e rappresentano un passo necessario per riaffermare la sovranità nazionale contro organismi sovranazionali non eletti e non responsabili. Le politiche assertive creano un nuovo contesto internazionale, scuotendo le certezze del passato e costringendo sia gli alleati che gli avversari a riconsiderare le proprie posizioni in un mondo che non risponde più alle vecchie regole.
L’approccio di Trump non si limita a proporre nuove politiche, ma si configura come una critica radicale all’ordine liberale-progressista che ha egemonizzato il pensiero occidentale negli ultimi decenni. Questa critica si estende sia ai detrattori interni, la cui opposizione appare spesso mossa da preconcetti ideologici piuttosto che da un’analisi fattuale, sia alle strutture internazionali come l’Unione Europea, ora costretta a confrontarsi con una nuova e più esigente realtà geopolitica.
L’opposizione a molte delle politiche dell’amministrazione Trump rivela spesso un antagonismo aprioristico, radicato in un paradigma progressista incapace di riconoscere i propri fallimenti. La reazione di alcuni attori politici locali e nazionali ne è un chiaro esempio. Inoltre, la percezione di un’offensiva giudiziaria politicamente motivata è stata rafforzata da una serie di eventi contrastanti. Mentre i due casi federali contro Trump sono stati archiviati e la procuratrice nel caso della Georgia è stata squalificata, una giuria di Manhattan lo ha condannato per 34 capi d’accusa di falsificazione di documenti aziendali. Dal punto di vista della critica realista, questo verdetto a livello locale, in contrasto con l’esito dei procedimenti federali, non fa che confermare l’idea di un sistema che utilizza la giustizia come strumento di lotta politica contro un avversario che ne mette in discussione i fondamenti.
La politica estera ed economica trumpiana, con la sua enfasi sulla competizione e sull’interesse nazionale, rappresenta una sfida diretta per l’Unione Europea, costringendola a un doloroso ma necessario esame di coscienza sul proprio ruolo nel mondo. Il nuovo ordine promosso da Trump, dunque, non è solo politico ed economico, ma si fonda su solide basi filosofiche e, in ultima analisi, teologiche, che ne giustificano la rottura con il passato.
Le linee guida del secondo mandato di Donald Trump, analizzate nel loro insieme, non sono azioni isolate o impulsive, ma compongono una visione del mondo coerente e profondamente oggettiva, progettata per governare un’era post-globalista. Questa visione si fonda su tre pilastri interconnessi: una politica interna che rafforza la nazione dalle fondamenta, una politica estera che privilegia l’interesse nazionale e la forza come strumenti di pace, e una critica radicale ai fallimenti tangibili dell’ideologia progressista. Si tratta di un ritorno a un ordine fondato sulla sovranità, sulla responsabilità e su un pragmatismo che riconosce la natura competitiva delle relazioni internazionali.
Questa riordinazione non è un’invenzione moderna, ma piuttosto un ritorno a una comprensione classica dell’ordine politico, che riconosce l’imperfezione umana e il primato della realtà sull’ideologia. Questo approccio affonda le sue radici in una tradizione di pensiero che mette in guardia contro le pericolose utopie e gli “atteggiamenti antirealisti”. San Tommaso d’Aquino, nel De malo, ci insegna che l’azione politica deve misurarsi con la realtà dell’imperfezione umana, non con un ideale astratto e irraggiungibile. Ignorare la natura umana e la realtà del potere conduce inevitabilmente al fallimento e al disordine. Secoli dopo, come ammoniva profeticamente Papa Gregorio XVI nella Lettera enciclica Mirari vos (1832), un’ideologia che in nome di una libertà astratta finisce per generare il caos rappresenta un pericolo mortale per la società: “Di qui il disprezzo nel popolo delle cose sante e delle leggi più sacre; di qui, in una parola, la peste della società più di ogni altra funesta, poiché l’esperienza di tutti i tempi dimostra che città, le quali primeggiarono per ricchezza, per dominio e per gloria, rovinarono appunto per questo solo male: una smodata libertà di opinioni, la licenza dei discorsi, la brama di novità.”
Il nuovo ordine politico promosso da Trump può essere interpretato come un ritorno a un sano realismo, un antidoto necessario all’antagonismo ideologico del progressismo. È un tentativo di governare la complessità del mondo attuale non attraverso la lente deformante dell’utopia, ma con la lucidità di chi riconosce la necessità di configurare nuovi assetti di potere fondati su una visione del mondo pragmatica, radicata nella realtà e orientata alla difesa dell’interesse nazionale come condizione per una stabilità globale duratura.


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Riecco l'asse giallo-verde, ricompattato al fianco degli agricoltori. Migliaia di agricoltori si sono dati appuntamento oggi in piazza a Strasburgo, davanti al Parlamento europeo, per protestare contro l'accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, in discussione in Aula. Secondo la Fdsea, l'associazione degli agricoltori francesi, dalla sola regione del Basso Reno sono in arrivo 10 mila manifestanti e oltre 750 trattori. Tra circolazione bloccata e interruzioni parziali del trasporto pubblico, due diversi cortei sono attesi in direzione del quartiere europeo, mentre i rinforzi di polizia sono arrivati in città da diverse prefetture francesi. Un déjà vu di quanto successo a Bruxelles a dicembre, quando migliaia di manifestanti hanno bloccato le strade e lanciato fuochi d'artificio in segno di protesta contro l'accordo, costringendo la polizia a rispondere con gas lacrimogeni e idranti.
Al fianco dei trattori, anche gli europarlamentari del Movimento cinque stelle. "Noi siamo dalla parte degli agricoltori italiani, le cui produzioni rischiano di essere travolte da quelle sudamericane che hanno costi e standard di produzione al ribasso, senza nessuna forma di reciprocità", si legge in un comunitato trasmesso ieri. Una delegazione di pentastellati sfilerà per le vie di Strasburgo contro un accordo "che sacrifica la nostra sovranità alimentare". Mercoledì, L'europarlamento deciderà se chiedere il parere della Corte di giustizia dell’Ue sulla compatibilità degli accordi Ue-Mercosur con i Trattati dell’Unione. Il M5s ha già confermato che voterà a favore.
La Lega si inserisce nello stesso binario, nonostante il governo di cui fa parte abbia già detto sì all'accordo. "Siamo coerenti, abbiamo sempre detto no al Mercosur perché non rispetta le condizioni di reciprocità che vengono richieste dal sistema produttivo agricolo italiano", ha dichiarato ad Affaritaliani il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, ex ministro leghista delle Politiche agricole. "Tutte le associazioni di categoria agricole hanno bocciato questo accordo perché avrà come conseguenza l’invasione di prodotti dal Sud America. Prodotti che vengono allevati coltivati e pescati senza rispettare quegli standard di qualità che l’Europa impone agli agricoltori europei", ha concluso Centinaio. La corrispondenza di amorosi sensi tra pentastellati e leghisti si rinsalda sul Mercosur. Giovedì, inoltre, con grande probabilità l'asse dovrebbe replicarsi in occasione della mozione di sfiducia a von der Leyen. La quarta nel giro di pochi mesi.
Come abbiamo spiegato qui, i promotori della richiesta di un parere alla Cgue indicano tre nodi: architettura giuridica, principio di precauzione e "rebalancing mechanism" nel capitolo delle dispute, secondo cui un paese del Mercosur potrebbe appellarsi nel caso in cui ritenga ingiusta l'applicazione del meccanismo di salvaguardia. Se la mozione per chiedere un'opinione alla Corte passasse, l’effetto sarebbe un duro colpo per la Commissione: un parere può richiedere 18-24 mesi e, in quel periodo, il Parlamento non può dare il consenso all’iTA (l'Interim Trade Agreement, ossia il cuore commerciale del pacchetto). Se poi la Corte individuasse un’incompatibilità, l’accordo dovrebbe essere modificato.


La lettera di Donald Trump al primo ministro norvegese, Jonas Gahr Støre, merita se non altro un posto nella storia della letteratura, per quest’incipit fulminante: «Caro Jonas, considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato OLTRE otto guerre, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace…».
Ma soprattutto mi conferma nella convinzione secondo cui Trump terminerà il suo mandato come l’avvocato interpretato da Alberto Sordi nel finale di “Troppo forte”: a un certo punto comincerà a dire dadà-dadà, dadà-dadà, finché qualcuno non lo porterà via, e i nostri sovranisti alla Oscar Pettinari, che gli si erano affidati con non minore trasporto, dovranno tornarsene nella palude del caimano.
L'articolo Trump finirà come l’avvocato di Sordi in “Troppo forte” proviene da Linkiesta.it.







Cuba si avvia inesorabilmente verso il collasso economico. Dai treni alle fabbriche, tutto sarà presto fermo, impattando ancora di più la già debole economia cubana. Con l’intervento dell’amministrazione di Donald Trump in Venezuela, si è fermato il flusso di petrolio venezuelano che reggeva i conti e accendeva letteralmente l’infrastruttura produttiva e quotidiana dell’isola.
L’allarme è stato lanciato ieri dal quotidiano The New York Times: “Cuba ha bisogno di 100.000 barili di petrolio al giorno per mantenere le luci accese, dicono gli esperti, e per mantenere in funzione i suoi autobus, treni e fabbriche. Ma a causa del presidente Trump, non è abbastanza”. L’invio in questi giorni sarebbe di massimo 35.000 barili, secondo gli esperti. I cubani ricevono soltanto una parte del greggio di cui hanno bisogno e questo deficit innescherà probabilmente una più grave crisi umanitaria, “diversa da qualsiasi altra che il Paese abbia mai sperimentato”, si legge sul quotidiano americano.
Tutto potrebbe fermarsi. Dalle macchine a diesel e benzina agli autobus e agli aerei. Persino molte tv non riescono più a trasmettere il segnale. Cuba soffre già da prolungati blackout ma il buio potrebbe essere ancora più profondo, impattando negativamente l’economia.
La dipendenza economica di Cuba dal Venezuela è cominciata più di 20 anni fa, quando l’allora presidente Hugo Chavez firmò un accordo con l’amico e alleato Fidel Castro per fornire petrolio in cambio di supporto medico e di sicurezza, e questo scambio si è mantenuto il tempo. Infatti, 32 degli agenti morti nell’arresto di Nicolas Maduro a Caracas erano dei servizi cubani. Subito dopo l’intervento in Venezuela, il presidente Trump ha dichiarato che si sarebbero fermate le spedizioni di petrolio a Cuba.
Jorge R. Piñon, ricercatore per l’Istituto di Energia dell’Università del Texas, ha dichiarato al New York Times che se Cuba perde il petrolio venezuelano “l’impatto sarà fondamentalmente catastrofico. La catena di eventi è che l’economia cubana crolla letteralmente, non c’è cibo nei mercati, i treni non si muovono, gli autobus non si muovono”.
I disagi per la mancanza di combustibile a Cuba potrebbe provocare una serie di proteste, come accaduto in passato, quando il regime ha risposto duramente. Secondo alcune organizzazione di difesa dei diritti umani, nelle manifestazioni del 2021 sono state arrestate più di 1400 persone.
Quello di Cuba è di fatto un regime totalitario. Che si vuole prolungare nel tempo. Infatti, il sistema politico cubano ha preparato il terreno per la nomina di Óscar Pérez-Oliva Fraga, nipote di Raul e Fidel Castro, come nuovo presidente ed erede dell’egemonia familiare.
Nell’ultimo anno il giovane Pérez-Oliva Fraga, figlio di Mirsa Fraga Castro e nipote di Angela Castro, sorella maggiore di Fidel e Raul Castro, è salito di posizioni, passando da diversi incarichi tecnici fino a diventare deputato dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, un requisito indispensabile per diventare presidente di Cuba.
Pérez-Oliva Fraga ha 54 anni ed è ingegnere elettronico. Ha lavorato per imprese di importazioni e istituti di commercio estero di Cuba. A ottobre del 2025 è entrato a fare parte del Consiglio di ministri come vice primo ministro. È descritto dal regime come un elemento “disciplinato e con dominio dei rapporti economici internazionali, ma la sua promozione non sarebbe vincolata alla crescita economica bensì a un riposizionamento dopo la diminuzione delle esportazioni con Cina e Russia. Con Pérez-Oliva Fraga si vuole un rinnovo generazionale mantenendo la stampa dei Castro.
Tre cardinali degli Stati Uniti, Paese di nascita del papa regnante, hanno divulgato una dichiarazione comune. Poco dopo questa loro decisione il sito ufficiale della Santa Sede, VaticanNews, ne ha presentato il contenuto in un’ampia illustrazione che comincia così: con il nuovo anno “gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e acceso sulla base morale delle azioni dell’America nel mondo dalla fine della Guerra Fredda”.
Vengono ad esempio citati “gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia”, che “hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace”. In questo senso, i tre porporati sottolineano come “il bilanciamento tra interesse nazionale e bene comune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati”.
Di più, “il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel sostenere la libertà religiosa è sotto esame – proseguono – e la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità, viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”. L’articolo ha grande rilievo, come lo ha nella versione inglese del portale del Vaticano.
È indiscutibile che il testo conti, molto, ma qui si intende considerare che la scelta vaticana non può far pensare che i tre porporati abbiano agito contro le intenzioni del papa nato negli Stati Uniti, Leone XIV. Lo si evince dal contenuto, che è chiaramente ispirato dal discorso che Leone ha rivolto nei giorni scorsi al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede; lo si evince dalla scelta di rilancio, e dall’aggiunta in chiusura, di una ineccepibile ma non casuale spiegazione di chi siano i tre firmatari: “La dichiarazione è firmata dal cardinale Cupich, guida dell’Arcidiocesi di Chicago, una delle più grandi degli Stati Uniti con circa due milioni di cattolici e una vasta rete di parrocchie, scuole e servizi sociali; dal cardinale McElroy, a capo dell’Arcidiocesi di Washington, che serve oltre 600.000 fedeli nella capitale federale e nel Maryland; e dal cardinale Tobin, arcivescovo di Newark, responsabile di una comunità di circa 1,3 milioni di cattolici nel nord del New Jersey, con numerose parrocchie, scuole e istituzioni formative impegnate nell’educazione e nel servizio sociale”.
Dunque non siamo davanti a tre studiosi inseriti nel collegio cardinalizio per il loro servizio accademico, ma di tre pastori di tre importantissime diocesi. Sono anche conosciuti per la loro antica vicinanza a papa Francesco, quindi è molto plausibile che interpretino “coraggiosamente” le parole del Papa senza obbligarlo a esporsi, ma ottenendone il chiaro avallo.
La Chiesa di Leone dunque prende voce senza obbligare il papa all’“interferenza” e lo fa in un modo che probabilmente pochi si aspettavano: non per l’indirizzo “politico”, i tentativi di dipingere Leone per quello che non è ormai sono falliti, ma mandando la sua prima sollecitazione alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: “Svegliatevi”.
Ai tempi di Francesco i suoi più accesi critici chissà cosa avrebbero detto di un passo “non istituzionale”, provocatorio, di questo tipo. Ora sono altri tempi, ma il passo resta e la Conferenza Episcopale avrebbe molti campi su cui esercitarsi per recuperare. La situazione interna agli Stati Uniti, la gestione dell’Ice, la caccia agli immigrati, sono campi su cui i tre cardinali vicini a Leone non si esprimono, non è il tema che hanno scelto, ma individualmente hanno già manifestato la loro contrarietà e preoccupazione per le scelte in merito della Casa Bianca. La Conferenza Episcopale cosa ha fatto? Le strette di mano calorose del Presidente dei vescovi alla Casa Bianca per alcuni non hanno rappresentato nel miglior modo le “preoccupazioni” che i vescovi ufficialmente portavano alla Casa Bianca.
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A Teheran continua a prevalere per il momento la retorica antioccidentale. Ma alla fine anche il regime degli ayatollah potrebbe scegliere di abbandonare almeno in parte la sua ideologia e imboccare una via più pragmatica. Per sopravvivere ed evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti. La questione della Groenlandia e dell’Artico è un esempio […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.
Rovesciare un regime con le proteste richiede tempo e il governo di Teheran per ora mantiene il controllo sul paese. Potrebbe però scegliere una strada di compromesso per garantirsi la sopravvivenza ed evitare lo scontro diretto con gli Stati Uniti.
L'articolo Il viale del tramonto del regime iraniano proviene da Lavoce.info.
Mercati e famiglie Usa sembrano confidare nella capacità della Fed di resistere alle pressioni politiche. Ma le aspettative di inflazione non si risvegliano anche per la fiducia nei guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale.
L'articolo I mercati credono ancora nella Fed proviene da Lavoce.info.
La prassi Uni 125/2022 che definisce le linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere nelle imprese è stata approvata quattro anni fa. I risultati ottenuti fin qui sono legati agli incentivi, non a un vero cambiamento culturale.
L'articolo Imprese e certificazione di genere: il bilancio è magro proviene da Lavoce.info.






“Il giorno prima di partire per l’Australia c’è stato un massiccio bombardamento a Kiev e il mio appartamento ha iniziato a tremare per un’esplosione avvenuta nelle vicinanze. La mattina dopo […]
The post Oliynykova, il bel tennis da Kiev a Melbourne first appeared on il manifesto.
Renovatio 21 pubblica questo testo di Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

Risulta difficile credere che la cancellazione della quæstio liturgica dalle discussioni del primo Concistoro straordinario indetto da Leone e le due paginette dattiloscritte del Card. Roche non abbiano alcuna correlazione. Anzi viene da chiedersi se non sia stato proprio Leone a far trapelare per il tramite di Roche la linea che egli intende seguire.
Da questo possiamo supporre che limitare il giudizio al Prefetto del Culto Divino sia riduttivo, oltre che sviante; e che Prevost consideri il Concistoro come una sorta di estensione del Sinodo dei Vescovi, cui imporre per via sinodale decisioni già assunte in altre sedi, facendole apparire come frutto di un dialogo aperto e franco. La linea dettata è dunque chiarissima: indietro non si torna, anche se ciò significa proseguire verso l’abisso.
Quasi nessuno dei membri dell’Episcopato è sfiorato dall’idea che il disastro cui assistiamo da sessant’anni possa essere stato voluto e organizzato da ecclesiastici infedeli, che sono stati fatti ascendere ai massimi gradi della Gerarchia cattolica proprio in quanto corrotti e ricattabili e quindi utilizzabili per introdurre in seno alla Chiesa la rivoluzione del Vaticano II.
Ciò trova un parallelo in quanto abbiamo visto accadere per la classe medica durante la psicopandemia, quando bravi professionisti sono stati eclissati da personaggi inqualificabili, totalmente asserviti alle case farmaceutiche e agli interessi di chi ha dato loro in cambio visibilità, denaro e potere. E tanto i buoni chierici quanto i medici coscienziosi si sono ritrovati ostracizzati, screditati e radiati per aver voluto continuare a fare ciò che in precedenza, sotto un’autorità vigile e non venduta, era stato loro insegnato.
Secondo i cantori della rivoluzione conciliare, il crollo delle vocazioni sacerdotali e religiose, l’abbandono della frequenza della Messa e dei Sacramenti da parte dei fedeli, la totale ignoranza della Dottrina cristiana e la progressiva perdita di rilevanza sociale dei Cattolici non sarebbero l’effetto logico e necessario della congerie di errori dottrinali, morali, liturgici e disciplinari introdotta dalle riforme conciliari, ma una sfortunata, fortuita coincidenza, come la morte dei vaccinati dopo l’inoculazione di un siero sperimentale di cui non si volevano rendere noti gli effetti avversi. Se ancora non si sono visti risultati positivi del Concilio – la famosa «primavera conciliare» – ed anzi il disastro ecclesiale è innegabile, è perché il Vaticano II non è stato applicato come avrebbe dovuto: questo è ciò che diceva Bergoglio e che oggi ripete Prevost.
Così, dinanzi all’aggravarsi della situazione già drammatica del paziente, il medico somministra il presunto farmaco a dosaggi ancora più massicci, e si adopera perché siano del tutto irreperibili le medicine della sana Dottrina, di una Liturgia coerente con essa e di una solida predicazione, nonostante si fossero dimostrate ampiamente efficaci, esattamente come avvenuto per l’ivermectina all’epoca del Covid.
Roche, Grech e Tucho Fernández (tra gli altri) sono i piazzisti di un prodotto avvelenato che per imporsi deve necessariamente cancellare ogni possibile confronto, di cui la sola presenza di un’alternativa renderebbe palese la frode. L’atteggiamento di Roche di feroce avversione alla Messa Cattolica – e all’impianto magisteriale che essa sottende – serve a dissimulare l’intenzione criminosa, ossia il dolo, nell’aver scelto deliberatamente di privare la Chiesa Cattolica di tutte quelle protezioni che le avrebbero permesso di fronteggiare le minacce e le sfide di un mondo sempre più ostile.
Roche sa benissimo – come prima di lui molti altri Prelati non a caso posti a capo di importanti dicasteri – che il Vaticano II e la riforma liturgica sono opposti e inconciliabili con ciò che la Chiesa Cattolica ha insegnato e praticato per duemila anni, e che i cambiamenti introdotti avrebbero causato gravissimi danni al corpo ecclesiale: esattamente come le organizzazioni sanitarie che hanno promosso la «vaccinazione» erano consapevoli di somministrare un farmaco altamente dannoso che avrebbe causato sterilità, tumori, malattie autoimmuni e morte.
Lo scopo dei globalisti è infatti la depopolazione del pianeta, non il bene comune; lo scopo dei modernisti è perdere le anime, non condurle alla beatitudine eterna. Il nemico da abbattere, nella mente luciferina di costoro, è Cristo Re e Pontefice, Signore delle nazioni e della Chiesa. Il ruolo di queste quinte colonne consiste nel fornire una ragione apparente e plausibile che distragga dal riconoscere gli intenti eversivi che essi intendono portare a termine.
Così, per far ingoiare a sacerdoti e fedeli ciò che fino a ieri era inconcepibile, li si è rassicurati che la riforma liturgica post-conciliare avrebbe dovuto consentire una loro maggiore partecipazione all’azione sacra, una rinnovata conoscenza delle Sacre Scritture, un nuovo zelo missionario per affrontare le sfide del mondo moderno. Se si fosse detto loro che il Vaticano II doveva servire come strumento di distruzione della Chiesa Cattolica, nessuno lo avrebbe mai accettato, così come nessuno si sarebbe lasciato inoculare con un siero genico gravemente debilitante.
La prima dose sicura ed efficace di modernismo, inoculata col Vaticano II, necessita di un secondo richiamo liturgico, di un booster ecumenico, di una quarta iniezione di sinodalità, ogni volta spacciando il siero conciliare come miracoloso. Per questo considerano la Messa di San Pio V alla stregua dell’ivermectina, e ne proibiscono la celebrazione. Essa mostra quale sia la vera cura e allo stesso tempo indica anche quali sono le cause del male di cui soffre il corpo ecclesiale.
Se i fautori del Concilio fossero in buona fede, nulla impedirebbe loro di riconoscere l’errore e porvi rimedio, tornando a ciò che si è dimostrato efficace e valido per millenni. Ma è proprio la loro malafede a spingerli a negare l’evidenza e ad ostinarsi a spacciare il Vaticano II come un «evento profetico» dinanzi al quale nessun ripensamento, nessuna resipiscenza sono possibili.
Se i fedeli capissero l’inganno di cui sono stati vittime, comprenderebbero anche la disonestà con cui hanno agito e continuano ad agire Cardinali e Vescovi, e ne prenderebbero le distanze. Ecco perché non deve essere permessa alcuna deroga alla sua applicazione, a maggior ragione se queste deroghe dimostrano quanto migliore fosse la «vecchia liturgia» della Jvecchia chiesa».
Lo scritto di Roche distribuito ai Cardinali ci conferma questa malafede, perché continua a ripetere ossessivamente gli argomenti pretestuosi e falsi inizialmente addotti per giustificare la rivoluzione conciliare, quando sappiamo tutti che le menti eversive che la hanno orchestrata erano ben consapevoli di ciò che volevano ottenere. E dopo aver fatto tabula rasa di tutto l’insegnamento cattolico e della sua liturgia, non possono tornare indietro senza che appaia in tutta la sua evidenza il loro tradimento.
I tentativi patetici di dare parvenza di legittimità ad un’azione eversiva portata avanti da ecclesiastici eretici e corrotti non servono né la causa della Santa Chiesa, né la gloria di Dio, né la salvezza delle anime. Essi sono l’ultimo, arrogante gesto di chi sa di non avere altra opzione per mantenere il potere, se non l’imporre la propria volontà con l’autoritarismo dei tiranni. Ed è sconfortante vedere come le poche voci critiche all’interno del corpo ecclesiale – moderatissime, peraltro – non vogliano in alcun modo mettere in discussione il Concilio e il Novus Ordo, ma semplicemente affiancare ad essi il Magistero Cattolico e la Messa tridentina, senza comprendere che questa convivenza tra opposti è impossibile.
Questo Concistoro sancisce la continuità tra Bergoglio e Prevost su tutti i punti controversi dell’agenda sinodale e sulla irrevocabilità del Concilio. Sul fronte modernista, vi è la malafede di chi si dichiara inclusivo con tutti fuorché con i Cattolici; sul fronte conservatore – che potremmo chiamare ratzingeriano – vi è l’erronea persuasione che la liturgia tridentina e il rito montiniano siano due legittimi modi di esprimere una medesima Fede, che il Vaticano II non ha mutato. Roche sa bene che Vetus Ordo e Novus Ordo sono incompatibili non tanto per gli aspetti cerimoniali, ma perché il primo ha come sostrato dottrinale la Fede Cattolica e il secondo gli errori dogmatici ed ecclesiologici che il Concilio ha fatto propri. Eppure tra i conservatori vi è chi fa il gioco dei modernisti, insistendo con la versione dell’errata interpretazione del Vaticano II e con la continuità tra Chiesa Cattolica e chiesa sinodale.
E qui arriviamo al cuore della questione. Il Cattolico sa che la Santa Chiesa è indefettibile, in ragione delle promesse di Cristo; e che questa indefettibilità si esprime anche nella Successione Apostolica, la quale assicura la trasmissione del Depositum Fidei e la missione santificatrice delle anime sino alla fine del mondo, grazie all’azione speciale dello Spirito Santo. Ma questo non significa che la sua Gerarchia non possa venire infiltrata e occupata da emissari del nemico, che pretendono di essere riconosciuti come autorità legittime, mentre legiferano e governano contro la Chiesa stessa. Dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7, 20).
Prendere atto del golpe conciliare e sinodale dovrebbe dunque essere il primo passo per potervi porre rimedio. Ma questo significherebbe anche riconoscere che l’autorità della Gerarchia è usurpata da falsi pastori, ai quali non è dovuta alcuna obbedienza. È questo che i conservatori non vogliono accettare, perché non riconoscono come golpe quel Concilio, del quale al massimo deplorano le erronee interpretazioni.
A titolo di esempio, basti citare la proposta che il Vescovo Schneider ha umiliato al Sacro Piede: una Costituzione Apostolica che regolarizzi la convivenza pacifica tra Vetus e Novus Ordo. Questa fittizia pax liturgica sancirebbe la de-dogmatizzazione della liturgia (e la de-liturgizzazione della dottrina), mediante la separazione artificiale e innaturale tra lex credendi e lex orandi. Il canone della Fede e il canone della preghiera non sarebbero più dunque uno espressione dell’altro: sarebbe possibile aderire agli errori del Vaticano II e celebrare la Messa tridentina, il che è evidentemente un paradosso inaccettabile.
Lascia sconcertati anche l’atteggiamento del card. Burke che parla del Concistoro come di «un grande beneficio» deplorandone semplicemente le criticità organizzative, mentre tace sul processo di sinodalizzazione della Chiesa in corso. Il portabandiera del conservatorismo non ha dato prova della combattività inizialmente mostrata all’epoca dei Dubia. Non volendo affrontare i veri problemi che affliggono la Chiesa ed essendo convinto che non via sia contraddizione tra la Fede Cattolica e il credo conciliare e sinodale, Sua Eminenza auspica una pax liturgica che scontenta tutti e che i suoi interlocutori in Vaticano si guarderanno bene dallo stipulare.
Leone non ha compiuto alcun gesto né pronunciato alcuna parola che ratifichi le pie illusioni dei conservatori. Egli ha al contrario ribadito verbo et opere la propria assoluta continuità con il predecessore Bergoglio nella costruzione di una chiesa sinodale, altra rispetto a quella che ha fondato Nostro Signore. L’asservimento della chiesa conciliare e sinodale ai principi rivoluzionari e all’agenda globalista è totale e ostentato. Esso costituisce la prova regina di una subalternità della Gerarchia all’élite eversiva che tiene in ostaggio l’Occidente e ad un potere che è ontologicamente antiumano e anticristico: deep church e deep state continuano a perseguire gli stessi scopi e si assicurano l’obbedienza di fedeli e cittadini, anche ricorrendo all’uso della forza.
Nulla lascia anche lontanamente presumere che questa corsa verso il baratro possa arrestarsi. Anzi: quanto più sono evidenti i risultati disastrosi ottenuti, tanto più governanti ed ecclesiastici insistono nel riproporre come presunto rimedio ciò che ne è invece la causa. Dinanzi a tanta ostinazione occorre prendere atto di una crisi endemica dell’autorità terrena – civile e religiosa – cui solo Nostro Signore porrà fine, quando Si riapproprierà della potestà regale e sacerdotale oggi usurpata.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
18 Gennaio 2026
Dominica II post Epiphaniam
Commeratio Cathedræ S. Petri Romæ
Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rimproverato la Norvegia per non avergli assegnato il premio Nobel per la pace, dichiarando che tale decisione lo ha «liberato da qualsiasi obbligo di pensare esclusivamente alla pace», secondo il contenuto di una lettera resa nota lunedì da diversi media.
Nella missiva indirizzata al primo ministro norvegese Jonas Gahr Store, Trump ha sferrato un attacco diretto contro Oslo per avergli negato il riconoscimento «per aver fermato 8 guerre e oltre».
Alla luce di ciò, il presidente statunitense ha affermato di «non sentirsi più obbligato a concentrarsi unicamente sulla pace». Ha comunque precisato che la pace resterà «predominante» nella sua agenda, ma che d’ora in poi potrà dedicarsi prioritariamente «a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti d’America».
«Caro Jonas: poiché il tuo paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre IN PIÙ, non mi sento più in obbligo di pensare esclusivamente alla pace, anche se sarà sempre dominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti», ha scritto il presidente degli Stati Uniti.
NEW: @potus letter to @jonasgahrstore links @NobelPrize to Greenland, reiterates threats, and is forwarded by the NSC staff to multiple European ambassadors in Washington. I obtained the text from multiple officials:
Dear Ambassador:
President Trump has asked that the…
— Nick Schifrin (@nickschifrin) January 19, 2026
Nella stessa lettera, Trump ha ripreso la sua insistente campagna per ottenere il controllo statunitense sulla Groenlandia, territorio autonomo danese. «La Danimarca non può proteggere questa terra dalla Russia o dalla Cina… Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia», ha aggiunto.
Il presidente statunitense messo in discussione la legittimità della sovranità danese sull’isola, affermando che non esistono «documenti scritti» a sostegno della proprietà di Copenaghen e che la Danimarca non sarebbe in grado di difendere adeguatamente la strategica isola artica da Russia o Cina.
«Ho fatto di più per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la NATO dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti», ha aggiunto Trump.
Il primo ministro norvegese Store ha poi spiegato che la lettera è arrivata in risposta a un messaggio congiunto che aveva precedentemente inviato a Trump insieme al presidente finlandese Alexander Stubb, respingendo i piani della Casa Bianca di imporre tariffe più elevate sui Paesi scandinavi. «Abbiamo sottolineato la necessità di attenuare la tensione e abbiamo richiesto una telefonata tra il presidente Trump, il presidente Stubb e me», ha affermato Store, ribadendo che la posizione della Norvegia sulla Groenlandia rimane invariata.
Le tensioni tra Stati Uniti e i partner europei della NATO continuano a crescere sulla questione della Groenlandia, con i leader europei che hanno respinto categoricamente l’idea di una cessione o acquisizione dell’isola.
Inasprendo il confronto, Trump ha minacciato di applicare dazi doganali a otto Paesi europei finché non sarà consentito agli Stati Uniti di acquistare la Groenlandia, suscitando un allarme condiviso in Europa per il rischio di una «pericolosa spirale discendente».
Va ricordato che il premio Nobel per la pace è assegnato dal Comitato Nobel norvegese, un organismo indipendente; le autorità di Oslo hanno sempre ribadito di non esercitare alcuna influenza sulle sue scelte.
Il Premio Nobel per la Pace 2025 è stato conferito alla leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, la quale, a gennaio, ha donato fisicamente la medaglia a Trump. Il presidente statunitense ha definito il gesto «un meraviglioso segno di rispetto reciproco», mentre il Comitato Nobel ha rifiutato di riconoscere la cessione, precisando che il premio e il titolo «non possono essere revocati, condivisi o trasferiti ad altri».
Come riportato da Renovatio 21, in seguito Trump ha rapito Maduro per poi rifiutare di trasferire il potere sul Venezuela alla Machado, respingendola dicendo che «non ha alcun sostegno o rispetto».
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Che un giornale difenda la transessualità non sorprende, ma ciò che è molto più preoccupante in questo caso è che lo faccia Avvenire, di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Fondato nel 1968, vende oggi oltre 100.000 copie.
Gli articoli pubblicati su questo quotidiano sono scritti con l’approvazione dell’episcopato italiano. Pertanto, questo nuovo articolo a favore della transessualità – purtroppo non il primo – che si spinge fino a difenderla anche nei minori, è avallato dall’autorità episcopale.
Il giornalista responsabile è sempre lo stesso (…) Luciano Moia, che si occupa da anni di tematiche LGBTQ+, autore del libro Chiesa e omosessualità e, in particolare, direttore della rivista Noi, famiglia e vita, supplemento del quotidiano Avvenire.
L’articolo utilizza diversi espedienti per sviluppare la sua argomentazione. In particolare, il titolo, «Come crescere un figlio che non riconosce il proprio corpo», sembra già ammettere l’esistenza di un’anomalia.
Inoltre, utilizza «casi di studio», una manovra ben collaudata che è già stata utilizzata per approvare leggi «compassionevoli», come quelle sull’aborto e l’eutanasia. Il quotidiano menziona un’«identità di genere» diversa dal sesso biologico in due bambini. In uno di questi due casi, il bambino alla fine decide di non «cambiare» sesso, mentre nell’altro lo fa.
Il vocabolario utilizzato esalta il secondo approccio: la bambina «ha intrapreso serenamente il cammino di affermazione del proprio genere ed è ora un’adolescente che vive la sua vita con maggiore serenità». I pronomi utilizzati corrispondono all’«identità di genere» della bambina.
Il giornalista si astiene dal citare studi scientifici che potrebbero mettere in discussione la sua tesi, pur essendone a conoscenza. Inoltre, ignora completamente ciò che una sana filosofia morale potrebbe offrire. Infine, e cosa più grave, ignora la dottrina della Chiesa in materia. Non vengono invocati né la Sacra Scrittura né l’insegnamento morale.
Questo consente al giornalista di presentare questi casi come «complessi», aggiungendo che esiste «un limite oltre il quale chi osserva dall’esterno non ha il diritto di andare”. Ma è comunque chiaro che chi crede che la transessualità sia una cosa buona ha tutto il diritto di dirlo.
(…) una volta eliminata l’opposizione, la tattica rimane quella della fenomenologia etica: qualunque cosa accada è buona, indipendentemente dalle circostanze.
Vale la pena notare a questo proposito, come sottolinea InfoCatolica, che il grande sostenitore di questo approccio è stato papa Francesco. Nella sua esortazione postsinodale Amoris Laetitia, egli nega l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi. E il suo «Chi sono io per giudicare?» ha definitivamente giustificato questo approccio.
Avvenire è il quotidiano della CEI e questo articolo riflette fedelmente la sua posizione sull’argomento. Moia cita anche il documento finale dell’Assemblea sinodale della Chiesa italiana: «le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio talvolta prevalente negli ambienti ecclesiastici e nella società, si impegnano a promuovere il riconoscimento e il sostegno delle persone omosessuali e transgender, nonché dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana».
La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) chiede non solo legami più stretti con le persone omosessuali e transgender, ma anche il riconoscimento della validità del loro orientamento sessuale. Non sorprende quindi che un articolo del genere appaia sul quotidiano di sua proprietà.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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La Russia ha ricevuto un invito formale a partecipare al nuovo «Consiglio per la pace» ideato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, organismo destinato a supervisionare la governance e la ricostruzione di Gaza nel dopoguerra, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov.
Trump ha lanciato la proposta del comitato verso la fine dello scorso anno, subito dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Il piano prevede la creazione di un consiglio internazionale che gestisca i fondi per la ricostruzione, definisca gli accordi di sicurezza e coordini gli aspetti politici a Gaza, collaborando con un’amministrazione tecnocratica palestinese durante una fase transitoria. Secondo la Casa Bianca, in futuro l’organismo potrebbe essere esteso per affrontare altri conflitti nel mondo.
Dalle bozze dei documenti emerge che i Paesi possono aderire al consiglio, ma la loro partecipazione sarebbe inizialmente limitata a tre anni, salvo il versamento di oltre 1 miliardo di dollari in contanti già entro il primo anno.
Lunedì, rispondendo alle domande dei giornalisti, Peskov ha confermato che Vladimir Putin ha ricevuto l’invito tramite canali diplomatici. «Stiamo esaminando attentamente i dettagli della proposta. Ci auguriamo di avere presto un contatto con la controparte americana per chiarire tutti gli aspetti», ha detto, senza fornire ulteriori particolari sull’offerta.
Diversi Stati in Europa, Medio Oriente e Asia – compresi alleati storici degli Stati Uniti e potenze regionali – hanno confermato di aver ricevuto lettere d’invito. Tra questi, il primo ministro ungherese Viktor Orbán e il segretario generale del Partito Comunista del Vietnam To Lam hanno già accettato di aderire.
Tuttavia, numerosi Paesi hanno manifestato prudenza, chiedendo agli Stati Uniti chiarimenti precisi su cosa implichi concretamente l’adesione. Alcuni critici ritengono invece che il Consiglio rischi di sovrapporsi o addirittura di marginalizzare i meccanismi esistenti guidati dalle Nazioni Unite.
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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
La mia esperienza in medicina mi permette di distinguere tra vera innovazione e sottile riclassificazione che altera radicalmente la pratica medica pur rimanendo immutata. L’intelligenza artificiale ha recentemente attirato notevole attenzione, inclusa l’affermazione ampiamente diffusa secondo cui l’IA è stata «legalmente autorizzata a esercitare la professione medica» negli Stati Uniti. Interpretata letteralmente, questa affermazione è imprecisa.
Nessun collegio medico ha concesso l’autorizzazione a una macchina. Nessun algoritmo ha prestato giuramento, accettato obblighi fiduciari o assunto la responsabilità personale per i danni ai pazienti. Nessun medico robot apre una clinica, fattura alle compagnie assicurative o si presenta davanti a una giuria per negligenza medica.
Tuttavia, fermarsi a questa osservazione significa trascurare la questione più ampia. I concetti giuridici di responsabilità sono attualmente in fase di ridefinizione, spesso senza che l’opinione pubblica ne sia consapevole.
È in atto una trasformazione significativa, che giustifica più di un semplice rifiuto riflessivo o di un acritico entusiasmo tecnologico. L’attuale sviluppo non riguarda l’abilitazione dell’Intelligenza Artificiale come medico, ma piuttosto la graduale erosione del confine fondamentale della medicina: il legame intrinseco tra giudizio clinico e responsabilità umana. Il giudizio clinico implica l’assunzione di decisioni informate, adattate alle esigenze e alle circostanze specifiche di ciascun paziente, e richiede empatia, intuizione e una profonda comprensione dell’etica medica.
La responsabilità umana si riferisce alla responsabilità che gli operatori sanitari si assumono per queste decisioni e i loro esiti. Questa erosione non è il risultato di una legislazione drastica o di un dibattito pubblico, ma avviene silenziosamente attraverso programmi pilota, reinterpretazioni normative e un linguaggio che oscura intenzionalmente la responsabilità. Una volta che questo confine si dissolve, la medicina si trasforma in modi difficili da invertire.
La preoccupazione principale non è se l’intelligenza artificiale possa rinnovare le prescrizioni o individuare risultati di laboratorio anomali. La medicina utilizza da tempo strumenti e gli operatori sanitari generalmente accolgono con favore un aiuto che riduca le attività amministrative o migliori il riconoscimento di schemi. Il vero problema è se il giudizio medico – la decisione sulle azioni corrette, sui pazienti e sui rischi – possa essere visto come un risultato generato dal computer, separato dalla responsabilità morale. Storicamente, gli sforzi per separare il giudizio dalla responsabilità hanno spesso causato danni senza assumersene la responsabilità.
Sviluppi recenti chiariscono le origini dell’attuale confusione. In diversi stati, programmi pilota limitati consentono ora ai sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale di assistere nel rinnovo delle prescrizioni per patologie croniche stabili, secondo protocolli rigorosamente definiti. A livello federale, la proposta di legge ha valutato se l’Intelligenza Artificiale possa essere considerata un «professionista» per specifici scopi statutari, a condizione che sia adeguatamente regolamentata.
Queste iniziative sono in genere presentate come risposte pragmatiche alla carenza di medici, ai ritardi di accesso e alle inefficienze amministrative. Sebbene nessuna di queste designi esplicitamente l’intelligenza artificiale come medico, nel loro insieme normalizzano la premessa più preoccupante secondo cui le azioni mediche possono essere intraprese senza un decisore umano chiaramente identificabile.
Nella pratica, questa distinzione è fondamentale. La medicina non è definita dall’esecuzione meccanica di compiti, ma dall’assegnazione di responsabilità quando i risultati sono sfavorevoli. Scrivere una prescrizione è semplice; assumersi la responsabilità delle sue conseguenze – in particolare quando si considerano comorbilità, contesto sociale, valori del paziente o informazioni incomplete – è molto più complesso. Nel corso della mia carriera, questa responsabilità è sempre ricaduta su un essere umano che poteva essere interrogato, sfidato, corretto e ritenuto responsabile. Quando il dott. Smith commette un errore, la famiglia sa chi contattare, garantendo un filo diretto con la responsabilità umana. Nessun algoritmo, a prescindere dalla sua complessità, può svolgere questo ruolo.
Il rischio principale non è tecnologico, ma normativo e filosofico. Questa transizione rappresenta un passaggio dall’etica della virtù al proceduralismo. Quando legislatori e istituzioni ridefiniscono il processo decisionale medico in funzione dei sistemi piuttosto che degli atti personali, il quadro morale della medicina cambia. La responsabilità diventa diffusa, il danno è più difficile da attribuire e la responsabilità si sposta dai medici ai processi, dal giudizio all’aderenza al protocollo. Quando inevitabilmente si verificano errori, la spiegazione prevalente diventa che «il sistema ha seguito linee guida stabilite». Riconoscere questa transizione chiarisce il passaggio dal processo decisionale etico individualizzato all’aderenza procedurale meccanizzata.
Questa preoccupazione non è teorica. L’assistenza sanitaria contemporanea si trova già ad affrontare sfide legate alla scarsa responsabilità. Ho osservato pazienti danneggiati da decisioni basate su algoritmi perdersi tra amministratori, fornitori e modelli opachi, senza una risposta chiara alla domanda fondamentale: chi ha preso questa decisione? L’Intelligenza Artificiale accelera significativamente questo problema. Un algoritmo non può fornire spiegazioni morali, esercitare moderazione basata sulla coscienza, rifiutare azioni per preoccupazioni etiche o ammettere errori a un paziente o a una famiglia.
I sostenitori di una maggiore autonomia dell’IA citano spesso l’efficienza come giustificazione. Le cliniche sono sovraccariche di lavoro, i medici sono in preda al burnout e i pazienti spesso aspettano mesi per cure che dovrebbero durare solo pochi minuti. Queste preoccupazioni sono legittime e qualsiasi medico onesto le riconosce. Tuttavia, l’efficienza da sola non giustifica l’alterazione dei fondamenti etici della medicina. I sistemi ottimizzati per velocità e scalabilità spesso sacrificano sfumature, discrezione e dignità individuale. Storicamente, la medicina ha resistito a questa tendenza sottolineando che la cura è fondamentalmente una relazione piuttosto che una transazione.
L’Intelligenza Artificiale rischia di invertire questa relazione. Quando sono i sistemi, anziché gli individui, a erogare assistenza, il paziente non è più coinvolto in un patto con un medico, ma diventa parte di un flusso di lavoro. Il medico assume il ruolo di supervisore della macchina o, cosa ancora più preoccupante, funge da cuscinetto legale che assorbe la responsabilità per decisioni non prese personalmente. Col tempo, il giudizio clinico cede il passo all’aderenza al protocollo e l’agire morale diminuisce gradualmente.
L’Intelligenza Artificiale introduce anche un problema più sottile e pericoloso: il mascheramento dell’incertezza. La medicina vive nell’ambiguità. Le prove sono probabilistiche. Le linee guida sono provvisorie. I pazienti raramente si presentano come set di dati puliti. I medici sono addestrati non solo ad agire, ma anche a esitare, a riconoscere quando le informazioni sono insufficienti, quando un intervento può causare più danni che benefici o quando la strada giusta è aspettare. Immaginate uno scenario in cui l’Intelligenza Artificiale raccomanda la dimissione, ma il coniuge del paziente appare timoroso, evidenziando la tensione tra il processo decisionale algoritmico e l’intuizione umana. Tale attrito nel mondo reale sottolinea la posta in gioco dell’ambiguità.
I sistemi di Intelligenza Artificiale non sperimentano incertezza; generano output. Quando sono errati, spesso lo fanno con una sicurezza ingiustificata. Questa caratteristica non è un difetto di programmazione, ma una caratteristica intrinseca della modellazione statistica. A differenza dei medici esperti che esprimono apertamente dubbi, i modelli linguistici di grandi dimensioni e i sistemi di apprendimento automatico non sono in grado di riconoscere i propri limiti. Producono risposte plausibili anche quando i dati sono insufficienti. In medicina, la plausibilità senza fondamento può essere rischiosa.
Man mano che questi sistemi vengono integrati tempestivamente nei flussi di lavoro clinici, i loro risultati influenzano sempre di più le decisioni successive. Col tempo, i medici potrebbero iniziare a fidarsi delle raccomandazioni non per la loro validità, ma perché sono diventate standardizzate. Il giudizio si sposta gradualmente dal ragionamento attivo all’accettazione passiva. In tali circostanze, la presenza umana nel ciclo funge da mero strumento di salvaguardia simbolica.
I sostenitori affermano spesso che l’IA si limiterà a «migliorare» i medici, piuttosto che sostituirli. Tuttavia, questa rassicurazione è labile. Una volta che l’IA dimostra guadagni in termini di efficienza, le pressioni economiche e istituzionali tendono a favorire una maggiore autonomia. Se un sistema può rinnovare le prescrizioni in modo sicuro, potrebbe presto essere autorizzato a iniziarle. Se riesce a diagnosticare accuratamente patologie comuni, la necessità della revisione medica viene messa in discussione. Se supera gli esseri umani in benchmark controllati, la tolleranza alla variabilità umana diminuisce.
Alla luce di queste tendenze, è essenziale implementare misure di salvaguardia specifiche. Ad esempio, audit obbligatori sulle discrepanze sul 5% delle decisioni basate sull’Intelligenza Artificiale potrebbero fungere da controllo concreto, garantendo l’allineamento tra le raccomandazioni dell’Intelligenza Artificiale e il giudizio clinico umano, fornendo al contempo alle autorità di regolamentazione e ai consigli di amministrazione ospedalieri metriche concrete per monitorare l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale.
Queste domande non sono poste con cattive intenzioni; emergono naturalmente all’interno di sistemi focalizzati sul contenimento dei costi e sulla scalabilità. Tuttavia, indicano un futuro in cui il giudizio umano diventerà l’eccezione piuttosto che la norma. In un simile scenario, gli individui con risorse continueranno a ricevere cure umane, mentre altri saranno indirizzati attraverso processi automatizzati. La medicina a due livelli non sarà il risultato di un’ideologia, ma di un’ottimizzazione.
Ciò che rende questo momento particolarmente precario è l’assenza di chiare linee di responsabilità. Quando una decisione guidata dall’Intelligenza Artificiale danneggia un paziente, chi è responsabile? È il medico che supervisiona nominalmente il sistema? L’istituzione che lo ha implementato? Il fornitore che ha addestrato il modello? L’ente regolatore che ne ha approvato l’uso? Senza risposte esplicite, la responsabilità svanisce. E quando la responsabilità svanisce, la fiducia segue a ruota.
La medicina si basa fondamentalmente sulla fiducia. I pazienti affidano il loro corpo, le loro paure e spesso le loro vite nelle mani dei medici. Questa fiducia non può essere trasferita a un algoritmo, per quanto sofisticato possa essere. Si basa sulla certezza della presenza di un essere umano, qualcuno capace di ascoltare, adattarsi e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Rifiutare del tutto l’Intelligenza Artificiale è superfluo. Se utilizzata con giudizio, l’IA può ridurre gli oneri amministrativi, identificare modelli che potrebbero sfuggire al rilevamento umano e supportare il processo decisionale clinico. Può consentire ai medici di dedicare più tempo all’assistenza ai pazienti piuttosto che alle attività amministrative. Tuttavia, realizzare questo futuro richiede un chiaro impegno a mantenere la responsabilità umana al centro della pratica medica.
«Human-in-the-loop» deve significare più di una supervisione simbolica. Dovrebbe richiedere che un individuo specifico sia responsabile di ogni decisione medica, ne comprenda le motivazioni e mantenga sia l’autorità che l’obbligo di ignorare le raccomandazioni algoritmiche. Deve inoltre implicare trasparenza, spiegabilità e consenso informato del paziente, nonché l’impegno a investire nei medici umani anziché sostituirli con l’Intelligenza Artificiale.
Il rischio principale non è l’eccessivo potere dell’Intelligenza Artificiale, ma piuttosto la volontà delle istituzioni di rinunciare alle proprie responsabilità. Nella ricerca di efficienza e innovazione, c’è il rischio che la medicina diventi un campo tecnicamente avanzato e amministrativamente snello, ma privo di sostanza morale.
Mentre pensiamo al futuro, è essenziale chiedersi: che tipo di guaritore immaginiamo al capezzale del paziente nel 2035? Questa domanda richiede un’immaginazione morale collettiva, incoraggiandoci a plasmare un futuro in cui la responsabilità umana e l’assistenza compassionevole rimangano al centro della pratica medica. Mobilitare l’azione collettiva sarà fondamentale per garantire che i progressi nell’Intelligenza Artificiale migliorino, anziché indebolire, questi valori fondamentali.
L’Intelligenza Artificiale non è autorizzata a esercitare la professione medica. Ma la medicina viene silenziosamente riprogettata attorno a sistemi privi di peso morale. Se questo processo continua senza controllo, un giorno potremmo scoprire che il medico non è stato sostituito da una macchina, ma da un protocollo, e che quando si verifica un danno, non c’è più nessuno che possa risponderne.
Questo non sarebbe un progresso. Sarebbe un’abdicazione.
Joseph Varon
Joseph Varon, MD, è medico di terapia intensiva, professore e presidente dell’Independent Medical Alliance. È autore di oltre 980 pubblicazioni peer-reviewed ed è caporedattore del Journal of Independent Medicine.
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Almeno 39 persone hanno perso la vita e decine sono rimaste ferite in seguito alla collisione tra due treni ad alta velocità nel sud della Spagna, secondo quanto riferito dalla polizia.
I servizi di emergenza avevano inizialmente indicato che almeno 73 persone erano rimaste ferite nell’incidente, di cui 24 in condizioni gravi, tra cui quattro minori.
Lo scontro si è verificato nel comune di Adamuz, nei pressi della città di Cordoba, nella regione dell’Andalusia, alle 19:45 ora locale (18:45 GMT) di domenica, come comunicato dall’operatore ferroviario Adif.
La coda di un treno diretto da Malaga a Madrid, con circa 300-317 passeggeri a bordo, è deragliata e ha invaso la linea opposta, scontrandosi con un treno proveniente da Madrid e diretto a Huelva, con oltre 200 persone a bordo, causando il deragliamento anche di quest’ultimo.
Tragedy in southern Spain
: a high-speed train derailed, crossed tracks, and hit another train head-on.
More than 21 reportedly killed, and at least 100 injured, with 25 suffering critical injuries#Spain | #trainaccident pic.twitter.com/UHas6y2Luk
— Sumit (@SumitHansd) January 19, 2026
#spain An Iryo high-speed train from Málaga to Madrid derailed, invading the adjacent track & causing a collision with an AVE train bound for Huelva. At least 5 people confirmed dead, dozens injured, & services between Madrid & malaga suspended. Rescue operations ongoing. pic.twitter.com/mFIvU0SnaV
— Thepagetoday (@thepagetody) January 18, 2026
Train crash in Spain: death toll rises to 41
The number of people killed after two high-speed trains derailed in Spain has risen to 41, reports the Spanish newspaper ABC.
The disaster occurred in the autonomous community of Andalusia. Spain will observe three days of… pic.twitter.com/07R6uiwD1q
— NEXTA (@nexta_tv) January 19, 2026
The train incident in Spain was very likely the result of Russian sabotage, with evidence of an explosion similar to the explosives used by Russian saboteurs in the Poland train incident. pic.twitter.com/LGhr5MnEGC
— Terror Alarm (@Terror_Alarm) January 19, 2026
I soccorritori sono intervenuti immediatamente sul luogo e hanno estratto tutti i sopravvissuti dai vagoni ribaltati entro la mezzanotte, ha dichiarato il ministro dei Trasporti spagnolo Óscar Puente. Tuttavia, il ministro ha avvertito che il bilancio delle vittime potrebbe ancora aumentare, poiché le operazioni di ricerca dei corpi proseguono. Le cause dell’incidente rimangono al momento sconosciute; Puente ha definito l’evento «tremendamente strano», in quanto si è verificato su un tratto pianeggiante di binari rinnovati lo scorso maggio, e il treno deragliato per primo era in servizio da meno di quattro anni.
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime, definendo la serata «una giornata di profonda tristezza per il nostro Paese» in un messaggio su X. Ha inoltre annunciato tre giorni di lutto nazionale e promesso che verrà fatta piena luce sulle cause con «trasparenza assoluta».
La Spagna possiede la rete ferroviaria ad alta velocità più estesa dell’Unione Europea per treni superiori ai 250 km/h, con oltre 3.000 km di binari dedicati.
L’ultimo grave incidente ferroviario nel Paese risale al 2013, quando 80 persone morirono nel deragliamento di un treno a Santiago de Compostela.
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Elon Musk ha chiesto un risarcimento danni compreso tra 79 e 134 miliardi di dollari a OpenAI e Microsoft, secondo quanto emerge da un documento depositato venerdì in tribunale dal suo avvocato.
Il miliardario statunitense sostiene che la società dietro ChatGPT abbia ottenuto «guadagni illeciti» grazie al suo sostegno iniziale, e che sia stato truffato dei circa 38 milioni di dollari investiti nel 2015 come capitale di avvio. Secondo il filing, Musk avrebbe diritto a una quota significativa dell’attuale valutazione di OpenAI, stimata intorno ai 500 miliardi di dollari.
Il documento stima che OpenAI abbia generato tra 65,5 e 109,4 miliardi di dollari di profitti indebiti a partire dai contributi di Musk, mentre Microsoft – che dal 2019 investe pesantemente nell’azienda e detiene circa il 27% delle azioni della sua entità for-profit – avrebbe beneficiato di guadagni compresi tra 13,3 e 25,1 miliardi di dollari.
«Senza Elon Musk, non ci sarebbe OpenAI. Ha fornito la maggior parte dei finanziamenti iniziali, ha prestato la sua reputazione e ha insegnato loro tutto ciò che sa su come far crescere un’azienda», ha dichiarato all’agenzia Reuters l’avvocato principale di Musk, Steven Molo, citando le valutazioni di un testimone esperto, l’economista finanziario C. Paul Wazzan, menzionato nel documento.
OpenAI ha respinto le richieste definendole «infondate» e parte di una campagna di «molestie» da parte di Musk. Microsoft non ha rilasciato commenti specifici sulla questione del risarcimento.
Venerdì i due coimputati hanno presentato un atto separato chiedendo al giudice di escludere l’analisi di Wazzan, descritta come «inventata», «non verificabile» e priva di fondamento.
Musk ha contribuito a fondare OpenAI nel 2015, investendo complessivamente circa 45 milioni di dollari (di cui 38 milioni in donazioni seed), ma ha lasciato il board nel 2018 a causa di divergenze strategiche con il CEO Sam Altman. Da allora è diventato uno dei critici più accesi della commercializzazione di OpenAI e della sua stretta alleanza con Microsoft.
Nel febbraio 2025 Altman aveva offerto di acquistare OpenAI per 97,4 miliardi di dollari per contrastare la transizione verso un modello profit; l’offerta fu respinta, e Altman rispose ironicamente suggerendo a Musk di vendere invece la sua piattaforma X per 9,74 miliardi di dollari.
A ottobre OpenAI ha superato SpaceX diventando l’azienda tecnologica privata più valutata al mondo, raggiungendo i 500 miliardi di dollari dopo una vendita di quote da parte di dipendenti attuali ed ex per circa 6,6 miliardi di dollari a un consorzio di investitori. Il processo è previsto per aprile 2026.
Come riportato da Renovatio 21, una precedente querela di Musk contro OpenAI era stata ritirata due anni fa. L’anno scorso l’imprenditore di origini sudafricane si era offerto di acquistare OpenAI.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Ieri si è dimesso, a sorpresa, il presidente bulgaro Rumen Radev, in carica dal 2017. In un discorso televisivo ha annunciato che intende «unire il Paese al voto» e lasciato intendere la volontà di candidarsi alle elezioni politiche di primavera. La mossa, senza precedenti per un capo dello Stato in carica, arriva mentre la Bulgaria attraversa la sua più grave crisi politica in decenni: proteste di massa contro la corruzione e la legge finanziaria che tagliava la spesa sociale hanno fatto cadere il governo di Rossen Zhelyazkov l’11 dicembre e hanno spinto il Paese verso elezioni anticipate.
Nel suo intervento Radev, 62 anni, ex generale e pilota dell’aeronatica, ha definito il modello di governo «con i segni esteriori della democrazia ma che funziona secondo il principio dell’oligarchia», sostenendo che due terzi dei bulgari sono delusi e non vanno più a votare. Ha annunciato che le sue funzioni passeranno alla vicepresidente Iliana Yotova, che diventerà la prima donna a ricoprire la carica di presidente ad interim.
Il contesto è quello di una coalizione fragile, già sfaldata, che si reggeva su equilibri eterogenei e sull’appoggio di formazioni che rappresentano la minoranza turca; al centro delle accuse di collusione con ambienti mafiosi è la figura controversa di Delian Peevsky, sanzionato dai governi statunitense e britannico. Le piazze, unite contro la corruzione, hanno messo in difficoltà i partiti tradizionali e spinto la politica bulgara in una spirale di instabilità che rischia di compromettere l’entrata del Paese nell’euro e la capacità di rispettare impegni internazionali.
La decisione di Radev non è solo tattica elettorale: segna il passaggio da un ruolo tradizionalmente cerimoniale a un protagonismo politico diretto. E questo ha implicazioni geopolitiche. Radev è noto per posizioni filorusse: ha criticato le sanzioni contro Mosca, si è opposto all’invio di armi all’Ucraina e ha boicottato impegni internazionali percepiti come contrari alla sua linea. Se dovesse guidare un progetto politico, potrebbe rafforzare un blocco euroscettico e mettere in discussione l’allineamento della Bulgaria con le politiche di Unione europea e Nato verso la Russia.
Accuse e sospetti di interferenze esterne circondano la sua figura: analisti e inchieste hanno ricostruito legami tra attori russi e forze politiche bulgare, con riferimenti a operazioni di influenza e a personaggi come Leonid Reshetnikov, ex spia sovietica e russa, considerato da molti la longa manus di Vladimir Putin nella regione. Processi e indagini internazionali hanno inoltre portato alla luce reti che avrebbero operato in vari Paesi europei, alimentando il dibattito su quanto l’influenza estera abbia inciso sulla politica interna.
Radev gode di una popolarità personale superiore a quella dei partiti, in parte per il suo posizionamento come figura al di sopra delle dinamiche partitiche e per la sua retorica anticorruzione. Ma la Bulgaria resta tra i Paesi con problemi strutturali di corruzione e con una società polarizzata. Le prossime settimane saranno decisive: Radev dovrebbe formalizzare la sua entrata in politica nelle prossime ore. Intanto, gli elettori si preparano a un voto che potrebbe ridefinire l’orientamento esterno del Paese e la capacità delle istituzioni di rispondere alle richieste di trasparenza e rinnovamento.
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Un articolo del Washington Post rivela che il presidente Donald Trump ha seriamente valutato l’opzione di un attacco militare limitato degli Stati Uniti contro l’Iran, ma alla fine ha desistito, temendo che potesse sfociare in un conflitto prolungato e altamente destabilizzante. Il punto di svolta sarebbe arrivato quando l’inviato speciale Steve Witkoff ha ricevuto conferma, tramite funzionari iraniani, che le esecuzioni di massa programmate erano state annullate.
«Osserveremo e vedremo», ha dichiarato Trump ai giornalisti nello Studio Ovale poco dopo. In seguito, l’Intelligence statunitense ha verificato che le esecuzioni non si erano effettivamente svolte.
Secondo le fonti citate, Trump nutre una particolare attrazione per operazioni rapide e mirate – come il bombardamento del programma nucleare iraniano avvenuto a giugno scorso o il raid che ha portato al rapimento di Nicolas Maduro – ma era persuaso che un intervento punitivo contro il regime per la repressione dei manifestanti si sarebbe trasformato in un’azione lunga, caotica e costosa. L’opzione militare resta comunque sul tavolo, precisa il Post, che cita oltre una dozzina di attuali ed ex funzionari statunitensi e mediorientali, rimasti anonimi.
L’articolo sottolinea come Trump si sia trovato confrontato con l’imprevedibilità di una potenziale destabilizzazione di un altro Paese mediorientale e con i limiti concreti della potenza militare americana, per quanto vasta.
Il giornale britannico Telegraph riporta che la leadership iraniana appare aver ripreso saldamente il controllo della situazione, con grandi raduni di sostegno al regime organizzati a Teheran e le forze di sicurezza che riaffermano la propria supremazia. L’Iran sta inoltre segnalando la propria prontezza bellica, inclusa un’espansione delle scorte di razzi. «Siamo al massimo della nostra prontezza», ha dichiarato un comandante d’élite delle Guardie Rivoluzionarie (i pasdarani), precisando che le riserve di missili sono aumentate dopo il conflitto di 12 giorni della scorsa estate. Teheran dispone di sufficienti missili a corto raggio per minacciare le forze statunitensi nel Golfo e, se costretta, potrebbe colpire infrastrutture energetiche regionali.
Intanto, Reuters cita un funzionario iraniano anonimo secondo cui almeno 5.000 persone sarebberostate uccise durante le proteste, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, con picchi di violenza soprattutto nelle regioni curde. Il funzionario ha attribuito l’escalation dei disordini a «gruppi armati e sostegno straniero», puntando il dito contro «Israele e gruppi armati all’estero».
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
La premier ha confermato lo scioglimento anticipato della Camera bassa eletta nell’ottobre 2024 e l’8 febbraio come data per le urne. Richiesta esplicita all’elettorato di un mandato forte per il suo governo. Primi sondaggi contrastanti: metà dei giapponesi non voleva questa accelerazione, ma pochi ritengono un serio sfidante il nuovo partito centrista formato dall’unione tra due principali forze di opposizione.
Appena 16 giorni di campagna elettorale per un voto che si profila essenzialmente come un referendum su di lei. In una mossa che era ormai ampiamente attesa la premier giapponese Sanae Takaichi ha annunciato ufficialmente oggi in una conferenza stampa che venerdì 23 gennaio, nel giorno di apertura della sessione ordinaria di quest’anno, scioglierà la Camera bassa del parlamento giapponese per portare il Paese a elezioni anticipate che si terranno l’8 febbraio.
Giunta alla guida del governo il 21 ottobre scorso, prima donna premier della storia del Paese, Takaichi conta su elezioni lampo per rafforzare la coalizione che vede insieme il Partito Liberal Democratico (LPD) – di cui ha assunto la leadership dopo l’uscita di scena del predecessore Shigeru Ishiba – e Nippon Ishin (il Partito dell’Innovazione del Giappone), forze che attualmente possono contare su una maggioranza risicatissima nella Camera bassa della Dieta, il parlamento nipponico. Takaichi punta, dunque, con elezioni lampo a capitalizzare il consenso personale che le attribuiscono i sondaggi per rafforzare il suo governo.
«Vorrei chiedere ai cittadini di esprimere un giudizio diretto sull’opportunità di affidarmi la guida della nazione», ha aggiunto, citando il sistema parlamentare giapponese in cui gli elettori non possono eleggere direttamente il primo ministro.
Considerata una «colomba» sul fronte fiscale, la premier ha promesso di porre fine a un’«austerità eccessiva», sottolineando al contempo il suo impegno per la sostenibilità a lungo termine del Giappone, affermando che stabilirà «parametri chiari e oggettivi» per rafforzare la fiducia dei mercati nelle finanze pubbliche. Ha proposto inoltre un’esenzione di due anni dall’imposta sui consumi per i generi alimentari, in modo da alleviare l’aumento del costo della vita.
Le elezioni anticipate si terranno a meno di un anno e mezzo dalle precedenti elezioni della Camera bassa dell’ottobre 2024. In base alla Costituzione giapponese, i membri della Camera bassa restano in carica per quattro anni, salvo scioglimento anticipato.
Il periodo di 16 giorni tra lo scioglimento della Camera bassa e il giorno del voto sarà il più breve dell’era postbellica, un fatto questo aspramente criticato dalle opposizioni che accusano Takaichi di anteporre i propri interessi politici alle priorità del Paese. Le campagne elettorali sempre più brevi sono peraltro una tendenza netta degli ultimi anni in Giappone: nel 2017 il periodo tra lo scioglimento e il giorno del voto fu di 24 giorni, 17 giorni nel 2021 e 18 giorni nel 2024.
Le prime reazioni dell’elettorato giapponese alla mossa di Takaichi appaiono comunque contrastanti: in un sondaggio pubblicato oggi dal quotidiano Asahi Shimbun metà degli interpellati si dice contrario allo scioglimento della Camera bassa e alla convocazione di elezioni anticipate, anche se nel voto fissato per l’8 febbraio il 52% desidera che la coalizione di governo mantenga la maggioranza. Circa il 69% degli intervistati non considera l’Alleanza di Riforma Centrista, il nuovo partito di opposizione centrista formato dal Partito Democratico Costituzionale del Giappone e dal Komeito, un serio sfidante per il governo Takaichi.
I giovani costituiscono una parte significativa del 36% che sostiene lo scioglimento della Camera in questo momento: due terzi degli intervistati tra i 18 e i 29 anni sono favorevoli. Ma il consenso diminuisce con l’età, scendendo al 20% tra gli over 70. Alla domanda su quale partito voterebbero nella quota proporzionale se si votasse ora, il 34% ha scelto il Partito Liberal Democratico, dato invariato rispetto a novembre scorso. Ma prima delle elezioni dell’ottobre 2024, l’LDP era dato al 36%. Numeri che sembrerebbero mostrare che l’estensione all’intero partito del consenso personale di Takaichi non sia affatto automatica.
Per quanto riguarda le misure contro l’inflazione, il 39% degli intervistati approva la risposta di Takaichi, in calo dal 46% di dicembre. Sul fronte diplomatico, invece, il 68% degli intervistati valuta positivamente l’operato del governo, segnato negli ultimi mesi dallo scontro a distanza con Pechino.
Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.
Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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L'articolo Giappone, al voto in soli 16 giorni: le elezioni lampo di Sanae Takaichi proviene da RENOVATIO 21.
Gli Stati Uniti devono assumere il controllo della Groenlandia perché le nazioni europee risultano troppo deboli per difendere adeguatamente quest’isola artica di importanza strategica in un eventuale conflitto futuro, ha dichiarato il Segretario al Tesoro Scott Bessent. Ha lasciato intendere che, alla fine, i partner di Washington finiranno per «accettare» l’idea.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump persegue da tempo l’obiettivo di porre la Groenlandia – territorio autonomo danese abitato da circa 56.000 persone – sotto il controllo americano, considerandola essenziale per la difesa nazionale contro Russia e Cina. Le pressioni esercitate da Trump hanno provocato una grave frattura tra Washington e i suoi alleati europei della NATO, i quali hanno respinto con fermezza qualsiasi cambiamento dello status dell’isola, avvertendo che tali iniziative minano il diritto internazionale e l’unità dell’alleanza.
In un’intervista concessa domenica alla NBC, il Bessent ha ribadito che la Groenlandia è indispensabile per la sicurezza statunitense in quella che ha definito una futura «battaglia per l’Artico», precisando che Washington non intende «esternalizzare la propria sicurezza nazionale».
«In futuro, questa lotta per l’Artico diventerà realtà», ha affermato Bessent. «Se la Groenlandia venisse attaccata dalla Russia o da qualsiasi altra potenza, saremmo comunque coinvolti. Quindi è meglio agire ora, in tempo di pace, attraverso la forza, e farla diventare parte degli Stati Uniti».
«Siamo la nazione più potente del mondo. Gli europei proiettano debolezza. Gli Stati Uniti proiettano forza», ha aggiunto, sostenendo che i Paesi europei hanno dimostrato di essere «incapaci di fermare la Russia» in Ucraina.
Secondo Bessent, i leader europei finiranno per «accettare» la posizione statunitense e la necessità di rimanere protetti dall’ombrello di sicurezza americano, richiamando ancora una volta la crisi ucraina. «Cosa accadrebbe in Ucraina se gli Stati Uniti ritirassero il loro sostegno? Crollerebbe tutto», ha dichiarato, definendo «falsa» l’alternativa tra acquisire la Groenlandia e mantenere la NATO.
Trump ha minacciato di imporre dazi doganali su otto Paesi europei che si oppongono al suo tentativo di acquisire la Groenlandia, mentre le tensioni continuano a crescere.
L’Unione Europea ha espresso piena solidarietà alla Danimarca e sta considerando un pacchetto di contromisure, sebbene la Germania abbia deciso di ritirare il proprio piccolo contingente militare a causa dell’attuale impasse. Una riunione degli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’Unione ha sottolineato come Brusselle tema una «pericolosa spirale discendente» riguardo l’isola artica.
Come riportato da Renovatio 21, il presidente francese Emanuele Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» dell’omologo statunitense.
La Russia, che dispone di una presenza artica massiccia ma si trova a migliaia di chilometri dalla Groenlandia, ha qualificato la situazione come «straordinaria», ribadendo di riconoscere l’isola come territorio danese.
È stato detto che la Groenlandia può aver un ruolo nel nuovo sistema di «scudo stellare» programmato da Trump Golden Dome.
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L'articolo Gli USA prenderanno la Groenlandia a causa della «debolezza» europea: parla il segretario al Tesoro americano proviene da RENOVATIO 21.


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Nei prossimi giorni si deciderà come l’Unione europea dovrà rispondere alle nuove minacce di Donald Trump, che ormai, oltre alla consueta sfilza di dazi, non esita a ventilare persino l’aggressione militare. Gli argomenti addotti per giustificare l’annessione della Groenlandia sono risibili, sono stati già smontati praticamente ovunque e non meritano di perderci tempo e righe preziose (se avete dubbi, è una questione talmente fessa che va bene pure l’intelligenza artificiale: chiedete a lei). Il succo è che gli Stati Uniti, se volessero, potrebbero già oggi schierare sopra, sotto e attorno alla Groenlandia tutte le forze armate di cui dispongono. Dunque la questione è davvero semplicissima e sta esattamente in questi termini: andare incontro ai capricci di Trump sulla Groenlandia oggi significa prepararsi a cedere domani su Irlanda, Ibiza o Santorini, magari perché Ivanka ci è andata in vacanza e le è piaciuta, e dopodomani, perché no, sulla Sardegna o sulla Sicilia. L’idea che si possa mediare e trovare un compromesso, come ha sostenuto due giorni fa Giorgia Meloni e ieri anche Guido Crosetto, significa non avere imparato niente, dopo un anno intero in cui tutto il mondo ha visto Trump arretrare ogni qualvolta si è trovato davanti un interlocutore determinato a farsi rispettare, dalla Cina al Brasile, e invece pretendere e ottenere sempre di più ogni qualvolta si è trovato davanti gli europei.
Sono davvero degli strani patrioti, questi sovranisti italiani che invitano a lasciarsi menare senza reagire, e infatti rischiano di finire in minoranza persino tra i sovranisti europei, dove si moltiplicano le voci che chiedono una risposta ferma. Al momento, Meloni può contare soprattutto sulla prudenza, per non dire di peggio, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, con cui fece asse già l’altra volta, quando si trattò di mandar giù i dazi di Trump senza osare nemmeno la più piccola ritorsione, anzi ringraziandolo per come era stato magnanimo (ed ecco il risultato). Senza contare ovviamente le solite quinte colonne di tutti i nemici dell’Unione, come il premier ungherese Viktor Orbán o quello ceco Andrei Babiš. Considerando poi le naturali inclinazioni di Ursula von der Leyen e la sua ovvia sensibilità alle posizioni tedesche, c’è dunque il serissimo rischio che si ripeta lo spettacolo degradante dell’altra volta, con conseguenze imprevedibili per la tenuta della stessa Unione europea. D’altra parte, proprio la prepotenza e la spudoratezza di Trump offrono anche un’occasione, a chi voglia coglierla, per scuotere l’opinione pubblica e fare leva, se non sull’orgoglio, se non sulla razionalità, almeno sull’istinto di sopravvivenza. Per una volta, le opposizioni hanno la possibilità di fare qualcosa di utile, a se stesse e persino all’Italia, ma devono farlo subito. Insomma, è l’ora dei patrioti europei, è l’ultima occasione di inchiodare i nostri sovranisti alle loro responsabilità, premendo perché il nostro paese chieda all’Ue una risposta all’altezza della sfida, da adeguati controdazi fino al famoso strumento anticoercizione, che giustamente la Francia chiede di usare e che von der Leyen già minaccia di rimettere, per l’ennesima volta, nel cassetto. Chiunque abbia modo di far sentire la propria voce farà bene ad alzarla adesso, perché le conseguenze di una definitiva resa europea ai ricatti militari e tariffari di Trump saranno molto care, in ogni senso, per tutti.
Leggi l’articolo di Andrea Fioravanti su questo tema
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
L'articolo Strani sovranisti che consigliano di lasciarsi menare senza reagire proviene da Linkiesta.it.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato i capi di Stato e di governo alla cerimonia di firma del 'Board of Peace' per Gaza dalle 10:30 alle 11:30 di giovedì 22 gennaio, a margine dei lavori del forum di Davos. Lo riferiscono fonti ben informate. Ma sulle regole d'ingaggio e la scelta dei leader è il caos, tanto che Francia e Regno Unito che hanno ricevuto l'invito, avrebbero già deciso di sfilarsi. Complice anche la certezza che a quel tavolo siederà tra gli altri anche Putin.


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Nel 2025 la Cina di Xi Jinping ha registrato il tasso di natalità più basso della storia della Repubblica popolare cines... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Secondo il World Economic Outlook update, pubblicato ieri dall'Fmi, la crescita globale è attesa al 3,3 per cento nel 2026 e al 3,2 nel 2027.... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Gli annunci sovrastano la praticità di un piano che, fino a questo momento, ha mostrato di essere abbastanza efficace nella prima delle tre fasi che lo compongono e quasi infattibile, per mancanza di volontà, nella seconda. Con il piano di Donald Trump è stato possibile il ritorno degli ostaggi vivi tenuti prigionieri per due anni nella Striscia di Gaza, il rientro di quasi tutti gli ostaggi morti, un cessate il fuoco rotto da attacchi dei terroristi di Hamas e dalle risposte di Israele. Trump ha annunciato che la seconda fase sta iniziando, anche se affinché inizi sul serio Hamas deve essere disarmato e il gruppo non ha alcuna intenzione di cedere le armi e vuole mantenere il potere nella parte di Striscia di Gaza sotto il suo controllo.
Uno degli annunci più attesi riguarda i membri del Consiglio della pace che sarà proprio Trump a presiedere. I nomi stanno iniziando a uscire, l’annuncio ufficiale dovrebbe essere fatto al Forum di Davos. Oltre ai leader delle nazioni mediorientali, di alcuni paesi europei – tra i quali l’Italia, la Francia e la Germania – ieri il Cremlino ha fatto sapere che Vladimir Putin ha ricevuto da parte di Trump l’invito a entrare nel Consiglio. Anche dalla Bielorussia hanno fatto sapere, mostrando il documento, che il dittatore Aljaksandr Lukashenka è stato invitato con una lettere firmata dal presidente americano. Putin ha ormai perso gran parte delle sue leve in medio oriente, è un leader guerrafondaio, che finora ha rifiutato ogni offerta di pace. Lukashenka è il suo sgherro, dipendente dal capo del Cremlino, prende ordini senza avere nessuna capacità negoziale per il suo paese figuriamoci se può contare qualcosa in medio oriente o anche soltanto avere denaro per investire nel futuro di Gaza. Se la volontà della Casa Bianca è fare del Consiglio della pace un’entità con il consenso più vasto possibile, invitare leader come Putin e come Lukashenka fa perdere qualsiasi valore e credibilità all’iniziativa e fa venire il dubbio che oltre agli annunci, ci sia poco di concreto: sicuramente non sarà il Cremlino a disarmare Hamas.

Salvini faccia il Capitano: metta Vannacci a riposo. Chi è il vero colonnello di Vannacci, chi gli suggerisce la miglior... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Chissà se nella Lega qualcuno inizierà a farsi qualche domanda sulla posizione del partito su alcune questioni economiche. Com’è possibile che un partito nato per rappresentare i ceti produttivi e ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

“Mi farebbe piacere”. E’ un’investitura soffusa, un lanciare il cuore dritto nel consiglio dei ministri che oggi potrebbe decidere il nome del nuovo vertice Consob, commissione naz... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Sei mesi di sospensione e stipendio ridotto a circa 3.000 euro netti: la Camera ha punito il “corvo di Montecitorio” con una severità che ricorda vagamente le vacanze pagate. In fondo che aveva fatto di male? Aveva solo recapitato un dossier anonimo contenente riferimenti alle inclinazioni sessuali e accuse di particolare gravità contro colleghi interessati alla medesima procedura di nomina. Poteva capitare a chiunque. Ai primi di febbraio tornerà a fare il suo lavoro di consigliere parlamentare. D’altra parte niente dice “senso dello stato” come un dossieraggio ben orchestrato seguìto da una vacanzina amministrativa. Si apprende in questi giorni – per vie traverse, naturalmente, giacché alla Camera dei deputati le notizie circolano come i pettegolezzi in un salotto ottocentesco – che il dottor Roberto Cerreto è stato purtroppo costretto ad assentarsi dal lavoro negli ultimi mesi. Lo stipendio, nel suo caso di circa 10.000 euro netti mensili, gli è stato momentaneamente ridotto a un terzo. Ma per fortuna il rientro al lavoro, e a stipendio pieno, è previsto tra due settimane. Manca poco.
La ragione di questa pausa forzata, come i lettori più attenti ricorderanno, risale alla scorsa estate, quando le telecamere dell’Assemblea di Montecitorio – dispositivi che evidentemente non tutti sapevano essere operativi ventiquattr’ore su ventiquattro – immortalarono il nostro mentre depositava un plico sul banco dell’onorevole Giovanni Donzelli. Il plico diceva peste e corna di vari colleghi in corsa per il posto di vicesegretario generale della Camera e conteneva un dossier con accuse di merito sulla gestione dei lavori del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica di cui è responsabile, per l’amministrazione, il dottor Marco Caputo. Ebbene Caputo era il collega di Cerreto. Un funzionario con cui Cerreto condivideva, da anni, scrivania e segreti di stato. Lavoravano gomito a gomito quasi tutti i giorni. Il che, bisogna dirlo, ha definitivamente chiarito che “lavorare in squadra” a Montecitorio ha un significato tutto particolare. Il segretario generale della Camera, Fabrizio Castaldi, gestì la faccenda con quella “massima discrezione” che a Montecitorio significa che dopo ventiquattr’ore lo sapevano tutti, dai questori agli uscieri. Quello che finora non si sapeva – e ancora manca l’ufficialità – è che “il corvo”, cioè il dottor Roberto Cerreto, avrebbe subìto una condanna disciplinare interna che consiste in sei mesi di riflessione retribuita. Un periodo che in altre professioni verrebbe chiamato semestre sabbatico, ma che alla Camera è tecnicamente una punizione. Ci dice un alto rappresentante istituzionale, non sappiamo se con ironia: “E’ una delle sanzioni più severe mai applicate a un funzionario di quel livello nella storia della Repubblica”. Figurati le altre.
La Camera è d’altra parte un’istituzione dove la severità viene calibrata con precisione svizzera. Non c’è dubbio. Considerate il caso dei dipendenti sorpresi alcuni anni fa a timbrare il cartellino per poi volatilizzarsi: alcuni persero il posto, in effetti, ma molti altri continuano a prestare servizio ancora oggi. La discriminante tra licenziati e redarguiti, a quanto pare, non era tanto la gravità del gesto, quanto la robustezza del proprio indirizzario politico. Cerreto, ex capo di gabinetto di un ministro del governo Draghi e di un ministro del governo Renzi, apprezzatissimo dal Pd – e pour cause diciamo oggi alla luce dei fatti – certo non appartiene a questa categoria. Egli non ha amicizie politiche che lo hanno salvato. No, per niente. Ma bisogna ammettere che la Camera dei deputati, in generale, possiede un suo peculiare senso della giustizia amministrativa. Affascinante, per esempio, è l’assetto delle responsabilità tra due importanti funzionari che di questo si occupano. Sono marito e moglie. Lui è quello che sanziona i dipendenti. Lei si occupa dei ricorsi contro le decisioni del marito. L’organismo di cui lei è la numero due è composto anche da deputati, ma le pratiche le istruiscono i funzionari (quanto alla proverbiale competenza e leggendaria attenzione dei deputati qui tacciamo). Insomma, com’è evidente a chiunque, quello dei coniugi della Camera è un sistema che unisce efficienza amministrativa e armonia famigliare. “Tesoro, come è andata la giornata?”. “Bene caro, dopo colazione ho sanzionato tre dipendenti che avevi segnalato tu a cena”. Ottimizzazione delle risorse umane. Montecitorio, dunque, “Palazzo delle Meraviglie”. O forse, più prosaicamente, “Il Grottesco Domestico”. Ma il piatto forte è probabilmente un’altra perla di organizzazione: un padre, altissimo funzionario, che ha gestito per anni un settore in cui lavora il figlio. Una situazione in cui un dirigente apicale e un suo familiare hanno operato contemporaneamente nella stessa struttura, ponendo evidenti interrogativi sull’opportunità e sulla separazione delle funzioni valutative. Un sistema elegante, lineare, privo di inutili intermediari burocratici. Un eden meritocratico che farebbe invidia alla dinastia dei Borgia.
Amiamo la Camera dei deputati, proprio per questi dettagli. Ricapitoliamo: abbiamo un funzionario che consegna dossier contro i colleghi di scrivania e torna dopo sei mesi di pausa retribuita. Abbiamo un padre capo di un figlio con ottime valutazioni certificate da fonte affidabile. Abbiamo una coppia che gestisce sanzioni e ricorsi. Insomma, un’istituzione dove tutto funziona con quella peculiare armonia che solo Montecitorio sa garantire. E infatti non capiamo come sia possibile che qualcuno, tra i neoassunti, negli ultimi anni, abbia deciso e pensato di potersi dimettere e abbandonare un luogo così speciale. Luogo, peraltro, assai difficile da abbandonare, visto che – per regolamento autonormativo e caso unico in Italia – se un dipendente decide di dimettersi dalla Camera si trova di fronte a questo bivio: o deve trasferire tutti i contributi all’Inps rinunciando alla pensione che l’istituzione offre ai suoi dipendenti, oppure i contributi pensionistici versati svaniscono come nebbia al sole. La pensione di vecchiaia a 67 anni? Sostituita da 560 euro di pensione sociale. Una clausola, che se Montecitorio non fosse quel paradiso di armonia famigliare e amministrativa che è, farebbe apparire ragionevole un contratto veneziano del Seicento. Alcuni giovani funzionari l’hanno scoperto di recente, che andarsene è complicato. Fortemente disincentivato. Per non dire quasi impossibile. E l’hanno scoperto con un po’ di incomprensibile sgomento. Ci dicono che la norma non era menzionata nei bandi di concorso. Sciocchezze. Ma perché andarsene? E’ la Camera dei deputati! Un’istituzione che rende il Castello di Blandings, quello dei racconti umoristici di Wodehouse, un modello di rigore prussiano.

Dice un esperto della materia sicurezza come il deputato leghista Igor Iezzi che “al governo hanno solo l’imbarazzo del... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Il lieve sospetto, a cui non indulgeremo, è che nessuno dei due progetti di legge otterrà il benché minimo risultato: né il pacchetto sicurezza del governo, laddove prevede il divieto di ve... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

La definisce “una miope indifferenza”. Non risparmia critiche alla maggioranza, ma spiega: “Per troppo tempo la sinistra ha considerato la sicurezza come qualcosa che si identificasse solo sotto il profilo repressivo. Così ha di fatto consegnato la materia alla destra. Invece si tratta di un tema che riguarda proprio i più deboli, coloro i quali si affidano allo stato. Mentre i ricchi, in qualche modo, un modo per difendersi lo trovano”, dice Franco Gabrielli. L’ex capo della Polizia rifugge slogan e panpenalismo. Piuttosto, dopo una lunghissima carriera ai livelli più alti dello stato, offre spunti e proposte. “Per esempio sarebbe utile un ministero per le politiche migratorie. Quando si parla di sicurezza occorre moderazione, nel senso di realismo. Non ho velleità politiche, né cerco seggi, ma sono pronto a rendermi utile con le mie idee”.
Franco Gabrielli è stato capo della Polizia, al vertice di Sisde e Aise, prefetto a Roma. Poi sottosegretario con delega ai servizi del governo Draghi e di recente consulente del sindaco Beppe Sala a Milano. “Vengo da un’esperienza che affonda le sue radici nel mondo cattolico, sono moderato e al tempo stesso progressista. Ma non appartengo a nessuno schieramento, sebbene qualcuno si diverta a collocarmi da questa o da quella parte. Nemmeno i miei figli sanno per chi voto”. Gabrielli parla al Foglio mentre il tema della sicurezza, sulla scia dei drammatici fatti di cronaca, è sempre più centrale nel dibattito politico. “La sicurezza è un bene comune, un prerequisito degli altri diritti. Per questo credo sarebbe bene che qualcuno battesse un colpo e focalizzasse per davvero la questione”. Che intende? “E’ molto facile criticare i decreti sicurezza, le zone rosse e il panpenalismo, sul quale io stesso ho espresso le mie riserve. Ma sarebbe importante anche prospettare soluzioni alternative”, dice Gabrielli, mandando un messaggio ai naviganti: “Tra una proposta definita e ipotesi fumose, alla fine l’elettore sceglie la prima. E questo va al di là del fatto che la proposta sia poco efficace, come d’altra parte ha ammesso con onestà intellettuale anche la premier Meloni, dicendo che i risultati del governo sulla sicurezza sono insufficienti”.
E’ in arrivo un nuovo pacchetto di norme. Dopo l’ennesima tragedia, quella di Abanoud Youssef – lo studente accoltellato in classe a La Spezia – si interverrà anche sui coltelli. Funzionerà? “Il problema delle lame non è nuovo. Sono stato dirigente della Digos a Roma quando, tra il 2002 e il 2003, le lame erano diventate elemento identitario per gli ultras. Due anni fa il questore di Milano ha denunciato la recrudescenza del fenomeno. Troppo spesso si aspetta l’emergenza, nella convinzione che una norma sia la panacea di tutti mali”. E invece? “Fatta la legge, trovato l’inganno. Le lame non fanno rumore, si possono nascondere in un cespuglio o in un anfratto. Bisogna intervenire sugli effetti ma ancora prima sulle cause, individuando correttamente chi fa che cosa”.
Spesso in questi casi viene tirata in ballo l’immigrazione. “E si fa riferimento solo alla dimensione dei rimpatri, rispetto a cui sono pienamente d’accordo. Ma non basta. E’ chiaro che chi arriva qui, senza prospettive, alla lunga costituisce un problema. Le criticità però sono più profonde”. L’ex capo della Polizia rispolvera quindi una sua proposta di qualche anno fa: “Un ministero per le Politiche migratorie. Per gestire il fenomeno occorre occuparsi di tre aspetti, possibilmente in modo unitario: flussi leciti, rimpatri e soprattutto integrazione. Ma chi si occupa di integrazione oggi? Nessuno”.
Potrebbe occuparsene Gabrielli? “Non voglio ritirarmi a fare il Cincinnato ma non ho ambizioni di questo genere, non cerco seggi o un posto in un partito. Ho già avuto una vita e una carriera intensissime. Oggi voglio solo dare un contributo al dibattito, se qualcuno vorrà accoglierlo, sugli argomenti che più mi appartengono”. Matteo Renzi, da qualche tempo, batte sul tema sicurezza e dice che le elezioni si vincono anche su questo. Rilancia la sua Casa riformista mentre il campo largo cerca un baricentro e un leader. Si fa anche il nome di Silvia Salis. “Rifuggo dalle formule e dal leaderismo”. Cosa manca ai progressisti? “Dal mio punto di vista, qualcuno che si metta intorno a un tavolo e spieghi la sua idea di paese. Sulla sicurezza, e su molti altri temi, serve moderazione, realismo e razionalità. Uscire fuori dalle logiche delle curve e degli slogan, che possono essere affascinanti ma sono estremamente fallaci, nel medio-lungo periodo. Vale anche per l’altra parte dello schieramento. Quando lo capiremo – conclude Gabrielli – avremo già fatto un significativo tratto di strada”.

Parla il ministro dell’armonia, la chioccia di governo e di FdI, parla il titolare degli Affari Europei, Pnrr e Coesione, Tommaso Foti. Ministro, lo ripetiamo a voce alta, come lo ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Roma. “Vincenzo De Luca di nuovo... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

L’economia Lega è un concerto: se esce Federico Freni, il Mozart dei conti, per carità, lasciate Armando Siri al trombone. In Cdm, oggi, Meloni dovrebbe indicare il leghista, sottosegretario all’Economia, come nuovo presidente della Consob. Il mandato dell’attuale, Paolo Savona, scade a marzo ma inizia la procedura per eleggere il successore. Premessa: Freni, melomane, è nato per quel ruolo (andate a vedere la mappa. Dove sta la sede Consob? A Roma, a via Martini, ma in mezzo c’è la grande musica… via Rossini, via Bellini, via Paisiello, piazza Verdi, via Donizetti, via Monteverdi, via Spontini, via Porpora, via Mercadante). Il posto che lascia Freni è ambitissimo. Meloni ha già fatto sapere che serve rigore, competenza, e Giorgetti annuisce. Escluso Siri ci sarebbe Alberto Gusmeroli, presidente della Commissione Attività produttive della Camera.
Sapete, a inizio legislatura, cosa avevano proposto al “Gusme”? Di fare il sottosegretario di Urso, solo che Gusmeroli con il cavolo che lasciava il suo studio di commercialista (che va una meraviglia). Tolto il Gusme, ci sarebbe la figura perfetta: è l’ex ministro del Turismo, Garavaglia, uno che di suo può fare il ministro dell’Economia (è già stato vice del Tesoro). Garavaglia è presidente di commissione Finanze al Senato ed è una carica pesante (occhio al dadà, Claudio Borghi anche la Faz, il giornale tedesco ormai fa il suo ritratto). Si torna dunque alla Camera. La Lega qui può vantare Giulio Centemero, il suo Brian Eno, esperto di Bitcoin, ex tesoriere Lega, ma un’altra figura che può ambire al ruolo di Freni è Silvana Comaroli. Giorgetti da giovane amava i Decibel, il gruppo di Enrico Ruggeri, Garavaglia ama il folk del gruppo Gamba de Legn. Coraggio, Freni, alla Consob, Giorgetti con Garavaglia al Mef. Lo spread cala, il tono si alza. La Lega si merita La Scala.


I manifestanti in corteo contro il capitalismo ci sono anche quest’anno, come sempre. Ma è un World Economic Forum diverso quello che si è aperto a Davos. Varie le ragioni, a cominciare da quella più evidente: dopo 50 anni, a gestire l’afflusso dei potenti della Terra chiamati a dibattere sugli scenari globali non sarà il fondatore Klaus Schwab, travolto da accuse di cattiva condotta nella gestione dell’organizzazione. L’economista tedesco, oggi 87enne, ha anche dimostrato di non aver compiuto illeciti materiali, ma nel frattempo si era già dimesso, la sua credibilità si era inclinata e a prenderne il posto come co-presidente ad interim è stato Larry Fink, potente Ceo di BlackRock.
Un cambio non da poco. Schwab, il “professore”, aveva costruito il Forum sulla capacità di intessere relazioni e sulla sua neutralità, trasformando la località sciistica svizzera nel ritrovo privilegiato dei leader del post Bretton Woods. Fink è qualcosa di diverso, è il più grande asset manager del mondo, gestisce 14.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil di qualsiasi nazione ad esclusione di Stati Uniti e Cina.
Schwab non era un giocatore ma il custode dello spazio in cui far incontrare i giocatori, ha scritto nella sua newsletter Adrian Monck, managing director del Forum fino al 2023: «I capi d’azienda e i politici si riunivano alla pari, ognuno offrendo ciò di cui l’altro aveva bisogno… La genialità del Forum stava nel far sentire entrambe le parti avvantaggiate dallo scambio».
Un covo di liberisti dove una volta all’anno ci si concedeva di prendere parte a dibattiti su clima e diseguaglianze e di farsi fare le pulci dagli stakeholder di turno, potremmo obiettare. Tanto che c’erano ormai due Davos, ha fatto notare ferocemente Liz Hoffman su Semafor. «Una internazionalista e no-profit al Centro Congressi, che brindava al grido di Slava Ukraini con shottini di erba di grano, e un’altra volta al commercio che si svolgeva a porte chiuse al Grand Hotel Belvedere».
Quel mondo non c’è più, ha chiosato Monck. Lo hanno cambiato il ciclone Trump, l’ideologia Maga e dell’American First. Il presidente degli Stati Uniti arriverà al Forum con cinque ministri al seguito non per cercare approvazione dai Ceo planetari, dai quali si aspetta, anzi, un allineamento alla sua visione, forte della consapevolezza che nessuno metterà in discussione lo status di leader della potenza dominante. E non si dubiti, i presenti in Svizzera – ha scritto ancora Monck – da tempo si stanno «posizionando rispetto a una forza politica che non riescono a controllare e che temono sempre di più».
Qui entra in gioco il ruolo di Fink, uno che è azionista di peso nella maggior parte delle società quotate a Wall Street. Uno alla cui chiamata rispondi senza farlo attendere troppo. Fink si è speso moltissimo per mettere assieme un parterre da urlo. A Davos saranno presenti sei dei sette leader del G7 e 850 Ceo, tra loro gente che da diversi anni se n’era tenuta alla larga e che stavolta parteciperà ai dibattiti ufficiali: da Jamie Dimon di JPMorgan ad Alex Karp di Palantir fino al debutto assoluto di Jensen Huang, Mr. Nvidia, o al Satya Nadella di Microsoft impegnato in un faccia a faccia sull’intelligenza artificiale con lo stesso Fink.
Appunto, quali i temi sul tavolo? Li individua lo stesso Chief Economists’ Outlook redatto dal World Economic Forum: «Tre tendenze definiranno il 2026: gli investimenti crescenti nell’intelligenza artificiale e le loro implicazioni per l’economia globale; il debito che si avvicina a soglie critiche con cambiamenti senza precedenti nelle politiche fiscali e monetarie; e i riallineamenti commerciali». Dove per “riallineamenti”, con un mirabile eufemismo, si intende la guerra a bassa intensità in atto tra Stati Uniti e Cina. E poi, il non detto, i temi sottotraccia sui quali ancora una volta viene in aiuto l’analisi di Monck.
L’Europa è particolarmente esposta, cerca una sua autonomia ma non può ancora fare a meno dello scudo di sicurezza americano, si batte per il clima ma è dipendente da «catene di approvvigionamento energetico che non riesce a controllare». In questo è conveniente registrare il dietrofront dello stesso Fink: è stato uno dei più accesi sostenitori dell’impegno sul clima e Davos era diventato un luogo di discussione su questi temi. Lo scorso gennaio proprio BlackRock ha di fatto ripudiato, nella sua lettera agli azionisti, la Net Zero Asset Managers Iniziative con la quale ci si pone l’obiettivo di giungere a zero emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Il programma di Davos rispecchia questo cambiamento e tra i protagonisti ci saranno i dirigenti dei principali gruppi petroliferi.
Importante, soprattutto, fare la conta di chi non ci sarà. Non ci sarà la Danimarca in risposta alle minacce di Trump, e va bene: ci sta. Non ci saranno Xi Jinping e Narendra Modi, cioè Cina e India. Un messaggio inequivocabile all’Occidente. Davos quest’anno sarà il ritrovo di chi non può (o non può ancora) fare a meno dell’egemonia trumpiana.
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Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

L’opera di Ian Ferguson, noto con il nome d’arte Hydeon, è un viaggio continuo attraverso epoche, mondi e simboli, dove il confine tra immaginazione e realtà si dissolve in un universo visivo denso e stratificato. Affondando le radici in architetture gotiche, miti antichi, fiabe e arte popolare, Hydeon costruisce narrazioni pittoriche che sono insieme memoria autobiografica e archeologia del fantastico. In anni recenti, il gioco è emerso come una delle componenti più profonde e generative del suo lavoro, trasformandosi da metafora concettuale a dispositivo concreto di produzione artistica.
Nel 2024, Hydeon ha presentato alla galleria Ricco/Maresca di New York la mostra Adrift in the Corners of Time, un’esposizione interamente costruita attorno a un videogioco immaginario ambientato in una realtà alternativa. Le opere in mostra erano concepite come screenshot del gioco: dipinti che raccontavano missioni, viaggi e incontri in un multiverso temporale popolato da portali, conoscenze sacre e reperti spirituali. Ogni quadro era un frammento di una narrazione più ampia, accessibile solo attraverso il linguaggio del gioco. Il progetto, che nasceva come finzione concettuale, ha innescato un processo tanto imprevedibile quanto coerente con la logica trasformativa dell’artista, perché il videogioco ha preso forma davvero.

Nel 2025, Ferguson ha effettivamente avviato la realizzazione di Adrift, coinvolgendo l’artista multimediale Joe George e il filmmaker Dakota Pailes-Friedman. In questa collaborazione, Hydeon ha messo in campo la sua pratica pittorica come fondamento dell’ambiente di gioco: ogni elemento visivo – paesaggi, edifici, creature – è stato prima dipinto a mano, poi digitalizzato e trasformato in asset tridimensionali. Il risultato è un’opera interattiva che sfida le distinzioni tra pittura, narrazione e videogioco, trasformando lo spettatore in giocatore e l’opera in esperienza.
Nel gioco si interpreta il personaggio di Xeone, naufragato sull’isola di Abnerinni, un luogo misterioso che richiama per forme e atmosfere i paesaggi mediterranei di Italia, Spagna e Portogallo. La missione è trovare un portale temporale e fuggire, affrontando enigmi, demoni e reliquie del passato. Adrift è pensato come una “pittura in movimento”, dove lo spazio digitale mantiene intatta la stratificazione simbolica e visiva tipica delle opere su tavola dell’artista.

Questo approccio ludico non è solo un’estensione tecnica del suo linguaggio visivo: è una chiave epistemologica. Il Gioco, per Hydeon, è un modo per esplorare la coscienza, la storia e il mistero attraverso un’esperienza immersiva e partecipata. Il giocatore non osserva passivamente, ma diventa parte attiva nella scoperta, proprio come accade nell’atto stesso della pittura, che per Hydeon è un rituale di connessione con mondi altri.
Nel gennaio 2026, questa ricerca troverà una nuova forma nella mostra alla Nicelle Beauchene Gallery, dove saranno esposte diciotto nuove opere ispirate al videogioco e una proiezione di gameplay. Il gioco, in questa fase matura della pratica di Hydeon, diventa così una lente attraverso cui leggere il suo intero universo artistico: un portale tra linguaggi, tempi e dimensioni, dove arte e tecnologia si fondono in una visione potente, poetica e radicalmente aperta.
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Da settimane in Iran il regime reprime con una violenza senza precedenti le proteste di una generazione che chiede più libertà. Migliaia di ragazze e ragazzi sono stati uccisi nelle strade, nelle piazze, davanti alle università, colpiti dalle forze di sicurezza mentre manifestavano contro una dittatura religiosa che controlla, punisce e reprime ogni forma di dissenso.
La settimana scorsa, per la prima volta la Guida suprema Ali Khamenei ha ammesso pubblicamente che durante le proteste sono morte migliaia di persone, «alcune in modo disumano e brutale». Ma invece di assumersi la responsabilità della repressione, ha attribuito le uccisioni a presunte «forze terroristiche» manovrate dall’estero, accusando Stati Uniti e Israele e invocando punizioni esemplari contro i manifestanti, definiti «servi» di potenze straniere.
Il numero reale delle vittime è ancora impossibile da verificare. Internet è quasi completamente bloccato, i media indipendenti non possono operare nel Paese e le informazioni arrivano all’estero con giorni di ritardo. Le stime più pessimistiche parlano di decine di migliaia di civili uccisi; diverse fonti parlano di oltre sedicimila morti. È una mattanza, soprattutto di giovani: studenti, studentesse, artisti, sportivi, ragazzi e ragazze che non accettano più le leggi e la violenza di una teocrazia che li soffoca.
Da qualche giorno le informazioni che filtrano dicono che le proteste sembrano essersi fermate. Ma non perché le richieste siano venute meno: più semplicemente, sfidare un simile livello di violenza è diventato impossibile per gli iraniani.
Colpisce, in tutto questo, il silenzio del resto del mondo. La tragedia dei giovani iraniani ha suscitato poca mobilitazione internazionale, poche prese di posizione nette, troppa indifferenza. Eppure si tratta di una delle più gravi violazioni dei diritti umani degli ultimi anni.
Per questo mercoledì 21 gennaio, alle 19, ci sarà un evento organizzato dalla comunità iraniana di Milano, alla Chiesa del Carmine (ingresso gratuito). Sarà un momento di meditazione musicale con gli artisti del coro e i professori dell’orchestra del Teatro alla Scala. L’idea del concerto commemorativo è di Ramtin Ghazavi, tenore iraniano del coro della Scala.
«Dopo il massacro di innocenti avvenuto durante le proteste pacifiche contro il regime islamico nel gennaio 2026», scrivono gli organizzatori, «invitiamo tutti coloro che vorranno unirsi ad un momento di meditazione musicale con i brani del repertorio lirico-sinfonico scaligero». Perché restare in silenzio significa accettare che un’intera generazione venga cancellata senza che nessuno reagisca.

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Dan Erlan Graetz è nato in una famiglia multiculturale di artisti: il padre era uno scultore israeliano e anche la madre, norvegese, aveva radici profonde nel mondo dell’arte.
L’arte ha accompagnato Bibi (il soprannome con cui è conosciuto) in molte fasi della sua vita. Ha dipinto il proprio percorso come fosse un’opera d’arte e, per questo, ha deciso di approfondire le sue conoscenze frequentando l’Accademia di Belle Arti di Firenze, ottenendo ottimi risultati. Tuttavia, resosi conto di non riuscire a restare chiuso in un atelier per l’intera giornata, ha scelto di crearne uno suo personale, utilizzando come punto di partenza i vigneti di famiglia situati a Vincigliata, nei pressi di Fiesole.
Con una buona dose di incoscienza, ma con una forte voglia di mettersi in gioco, negli anni Novanta ha preso in gestione il castello di famiglia, promettendo di trasformarlo in un importante luogo di cultura e bellezza. Una volta entrato in contatto con il mondo enologico, però, ha capito di non poterne più fare a meno. Il punto di partenza sono stati i due ettari vitati attorno alla tenuta, coltivati con varietà tipiche del centro Italia come Sangiovese e Cannaiolo. Il rischio nel produrre vino in una zona così prestigiosa è sempre elevato, data la fama delle cantine limitrofe; tuttavia, l’assaggio di alcune bottiglie artigianali locali lo ha convinto definitivamente a intraprendere questa strada.
Bibi è entrato così a far parte del mondo della produzione vinicola, consapevole però che da solo non sarebbe arrivato lontano. Fondamentale è stato il supporto dell’enologo Alberto Antonini, ma anche della sua compagna di vita, Benedicte, anch’essa norvegese. Da questa collaborazione, caratterizzata dalla cura maniacale del dettaglio tipica di un artista, sono nati i primi vini: Testamatta e Colore. Due nomi che aiutano subito a comprendere la personalità del produttore che, all’epoca, disponeva di sole tre barrique. Nonostante ciò, è riuscito a creare vini capaci di interpretare lo spirito del nuovo millennio: carismatici, strutturati, dotati di una forte identità territoriale e in grado di affermarsi a livello mondiale. Vini che, pur mantenendo una struttura importante, riflettono anche il rigore e il carattere del produttore, facendo parlare di lui per molto tempo.
I suoi vini sono spiriti liberi, come lui stesso: derivano da una produzione biologica e seguono canoni diversi rispetto alla viticoltura convenzionale. Devono rispecchiare la sua forma mentis, colpire per schiettezza e pragmaticità, senza inutili fronzoli. Anche i nomi e le etichette seguono questa filosofia, motivo per cui è stato spesso criticato. Da una cosa, però, non ha mai desistito: dal non prendersi troppo sul serio, lasciando che siano le sue bottiglie a parlare per lui.
Questa passione è risultata però difficile da concretizzare in uno spazio così limitato come quello dei pochi ettari a disposizione. Inoltre, secondo la sensibilità del produttore, i vini bianchi non riuscivano a esprimersi al meglio in quella zona collinare. È iniziata così la ricerca di un territorio più adatto, che lo ha condotto all’isola del Giglio. Grazie al suo particolare ecosistema, l’isola è in grado di offrire vini delicati ma fortemente identitari, caratterizzati da profumi di fiori bianchi, note agrumate e minerali.
Questa nuova avventura doveva però rimanere coerente con la filosofia. I riferimenti iniziali erano pochi: solo la conoscenza di alcuni isolani, abituati a produrre esclusivamente vino da tavola. Ma era esattamente ciò che Bibi stava cercando: autenticità e pura espressione del territorio, incarnata da un vitigno autoctono locale chiamato Ansonaco dagli abitanti e conosciuto ai più come Ansonica.
I primi anni Duemila non hanno portato i risultati sperati e i vini prodotti non hanno soddisfatto le aspettative in termini di vendite. Nel 2015, quindi, Graetz ha deciso di cambiare approccio, abbandonando la macerazione e limitando il contatto del mosto con raspi, vinaccioli e altre componenti. Questa scelta gli ha permesso di ottenere vini più immediati e riconoscibili, capaci di affermarsi sul mercato e di portare anche al Giglio bottiglie degne del brand.
Grazie alla sua caparbietà, è riuscito così a rivalutare un vitigno versatile ma spesso sottovalutato, inizialmente destinato al solo consumo quotidiano. Inoltre, ha contribuito a far rinascere la produzione vinicola in una zona che rischiava l’abbandono a causa degli elevati costi di gestione dei vigneti.
La storia di questo produttore dimostra come il legame tra arte e vino sia profondo e concreto. La produzione vinicola non è solo tecnica e competenza, ma soprattutto sensibilità: una qualità innata in un artista. Bibi Graetz è riuscito così ad affermarsi in un ambito che inizialmente non gli apparteneva.
Con i suoi vini carismatici ha ridato colore a territori che sembravano immobili, creando esperienze sensoriali capaci di competere con realtà più blasonate, e con la stessa intraprendenza ha restituito speranza a chi aveva perso lo stimolo di valorizzare i propri vigneti. La sua umanità e franchezza si ritrovano in ogni sorso dei suoi vini, autentiche opere dipinte a sua immagine e somiglianza.
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L’ordine mondiale è sospeso in un limbo. Fino a pochi mesi fa solo Cina e Russia potevano avere la pretesa di modificare l’equilibrio emerso dalla Guerra Fredda, in quanto uniche due potenze revisioniste con dosi sufficienti di forza politica e militare per minacciare l’assetto del potere mondiale. Ma nel corso del 2025 Donald Trump ha trascinato anche l’America all’interno di quel gruppo.
Stati Uniti, Cina e Russia sono tre grandi potenze in competizione, con ambizioni e obiettivi in contrasto. Per questo il 2026 si presenta come l’alba di un’inedita fase di incertezza e instabilità. Gli scenari più probabili, a questo punto, sono tre.
Il primo è la creazione di sfere di influenza capaci di coesistere, sul modello di quanto accadde dopo la seconda guerra mondiale, durante la Guerra Fredda. In questo contesto inizierebbe a germogliare quello che lo scorso ottobre Donald Trump ha definito un nuovo G-2, cioè la definitiva competizione tra due sole superpotenze: gli Stati Uniti da una parte, la Cina dall’altra. Trump ne ha parlato dopo il vertice di Busan, in Corea del Sud. Lì ha incontrato Xi Jinping, circondato da mediatori, consiglieri e cronisti internazionali, in un clima da museo che ha provato a smorzare giudicando il bilaterale «dodici su dieci», con una generosità eccessiva perfino per Alessandro Borghese.
Il vertice coreano è stato più di un semplice incontro diplomatico: è diventato il simbolo di un mondo che cambia, dove le regole tradizionali del commercio e della diplomazia sono state ancora messe in discussione. L’ipotesi di un G-2 per l’immediato futuro della politica internazionale ridefinisce la governance globale, relegando le potenze medie e piccole a ruoli secondari, mentre gli Stati Uniti e la Cina si pongono come arbitri di un equilibrio ancora in divenire.
In questo caso, l’Unione europea resterebbe ancora ai margini del grande gioco globale. Per Bruxelles sarebbe solo un ulteriore decadimento, peggiorando quanto abbiamo visto nel 2025: un continente che si è scoperto più fragile di quello che immaginava. Il primo segnale di allarme, in questo senso, è arrivato in un giorno di luglio, al golf club di Turnberry, in Scozia. Una foto immortalava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con un sorriso accennato e il pollice alzato accanto a un raggiante Donald Trump. L’Unione aveva appena accettato senza troppe reazioni i dazi del presidente americano. Eppure si pensava che il commercio fosse l’unico ambito in cui l’Europa potesse reggere il confronto con le superpotenze globali. Invece no. Il mercato unico europeo ha dimensioni paragonabili alle economie della Cina o degli Stati Uniti, ma alla fine Bruxelles si è piegata per timore di una guerra commerciale che avrebbe indebolito l’economia dei Ventisette. Sono Washington e Pechino a dettare le regole, l’Europa deve solo accettarle.
Il secondo scenario possibile per l’anno che verrà è un mondo multipolare privo di Stati-guida, con il probabile insorgere di nuovi conflitti sempre più accesi e diretti, magari in quegli angoli del pianeta in cui si giocano le partite decisive della competizione globale: l’Artico, l’Indo-Pacifico, l’Europa orientale e mediterranea. Oggi l’ombelico del mondo si sta spostando verso l’Asia, dopo anni in cui eravamo abituati alla centralità di Stati Uniti e Europa. In particolare nella regione dell’Indo-Pacifico si concentrano le più grandi crisi e le più grandi opportunità di questa fase storica. In questo scenario, la regione sarebbe inevitabilmente l’hotspot da tenere d’occhio per seguire gli attriti tra grandi potenze. Il 2025 ha fornito delle anticipazioni di quel che potrebbe accadere, con segnali di allerta: in particolare, va monitorata la nuova attività militare del Giappone, dove si sta discutendo seriamente di modificare la Costituzione più pacifista e antimilitarista del mondo. La colpa è della minaccia cinese, delle occupazioni nel mar Cinese Meridionale e di Xi Jinping che – volendo mettere definitivamente le mani su Taiwan, cuore globale della produzione di semiconduttori – vuole giocare un ruolo da protagonista.
Ma non è detto che le frizioni debbano sfociare in scontri armati. La Cina ha capito da tempo che il potere economico può diventare uno strumento di geopolitica altrettanto potente della forza militare. Pechino usa la sua supremazia nella produzione di terre rare e tecnologie strategiche per negoziare concessioni con Washington, proteggendo al contempo i propri interessi commerciali e industriali. È quella che un articolo del País pubblicato a novembre chiamava geoeconomia strategica: la Cina consolida la propria influenza, spinge il renminbi nelle transazioni internazionali e crea reti commerciali alternative, senza dover ricorrere all’espansione militare. L’uso selettivo di dazi, investimenti e accordi commerciali diventa una forma di potere sottile ma incisiva, che plasma l’ordine mondiale senza mostrare i muscoli.
Il terzo e ultimo scenario ci pone davanti a conflittualità permanenti e sparse in diverse aree tra tutte le potenze medie e grandi – dal Brasile all’India, dall’Iran all’Unione europea. Si vedrebbero, come oggi, una lunga sfilza di guerre – anche commerciali – che creano situazioni di instabilità. Questo è il quadro di maggior continuità con il presente, ed è il motivo per cui nel 2025 ci siamo sentiti avvolti in un’incertezza strutturale e inscalfibile.
La moltiplicazione dei campi di battaglia si è unita, durante l’anno, all’identità tribale dei leader che si scontrano. «La guerra commerciale è un conflitto globale che si basa su trattative personali tra leader, e qui veniamo alla politica tribale», aveva detto dal palco de Linkiesta Festival 2025 Maurizio Molinari, autore di “La scossa globale. L’effetto-Trump e l’età dell’incertezza” (Rizzoli). «Ma ci sono anche nuovi terreni, come i fondali marini, la corsa allo spazio, l’obiettivo di arrivare sugli asteroidi o altri pianeti per estrarre materie celesti da portare sulla Terra». Senza dimenticare la guerra sotterranea: «La Cina – ha detto ancora Molinari – ha costruito vicino a Pechino la base militare più grande del pianeta, completamente sottoterra. Tutto questo ruota attorno alla tribalità dei leader, che interpretano il potere in forma estremamente identitaria. E questo mette in difficoltà l’Europa».
Il nuovo ordine globale non è ancora consolidato. Il 2026 sarà molto probabilmente un altro punto di partenza. Un mondo multipolare porta con sé nuove opportunità, come la possibilità per le medie potenze di esercitare influenza, ma anche rischi elevati, perché le regole condivise sono poche e l’assenza di un attore in grado di fare da garante – o da gendarme – aumenta la probabilità di frizioni o fraintendimenti.
Un mondo bipolare conteso dalle superpotenze di Washington e Pechino potrebbe portare maggiore stabilità almeno nel breve periodo, e il G-2 sarebbe il fulcro della governance globale, relegando altri attori a ruoli marginali. In un ordine di multipolarità pragmatica Stati Uniti e Cina non potrebbero mantenere le redini, ma ci sarebbe più margine di manovra per Stati emergenti e medie potenze in ogni continente e in ogni settore. Con il caos globale, invece, in assenza di regole condivise, la competizione economica e tecnologica, le dispute territoriali e i conflitti locali potrebbero generare instabilità su tutti i livelli.
Il futuro delle relazioni internazionale è una partita ancora da giocare, gli equilibri sono precari, le alleanze strategiche e la competizione economica stanno rimodellando il mondo sotto i nostri occhi.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 04/25 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
L'articolo La competizione tra Cina e Stati Uniti, e l’ordine mondiale sospeso proviene da Linkiesta.it.

Tra gli invitati a far parte del Board of Peace per Gaza voluto da Donald Trump c’è anche Vladimir Putin. A confermarlo è stato ieri Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, spiegando che il leader russo ha ricevuto la proposta dal presidente statunitense «tramite canali diplomatici». «Al momento stiamo esaminando tutti i dettagli di questa proposta, inclusa la speranza di contatti con la controparte statunitense per chiarire tutte le sfumature», ha aggiunto. Un invito è stato recapitato anche a Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, come dichiarato dal ministero degli Esteri di Islamabad. E a Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che ha detto che l’Italia è pronta a «fare la sua parte» se arriverà una convocazione nei prossimi giorni in Svizzera a margine dei lavori del World Economic Forum di Davos, dove dovrebbe essere annunciata la lista ufficiale dei membri. Altri inviti sono stati inviati, tra gli altri, an India, Australia, Giordania, Grecia, Cipro, Canada, Turchia, Egitto, Paraguay, Argentina, Albania, Tailandia e Unione europea. Chi ha già accettato l’invito: il Vietnam; l’Ungheria del sovranista Viktor Orbán; la Bielorussia di Alexander Lukashenko, alleato-vassallo di Putin (ieri il leader di Minsk si è detto «soddisfatto del fatto che finalmente l’Europa abbia capito dove sta la sua felicità», ovvero «con noi, con la Russia»). Non ci sarà, e l’ha già fatto sapere, il presidente francese Emmanuel Macron.
Sulla composizione, però, sono già arrivate pesanti critiche da Israele. In particolare, dall’ala destra del governo di Benjamin Netanyahu, fondamentale per la tenuta dell’esecutivo. Dall’ormai solito Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che ha criticato gli inviti alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan e al Qatar. «Abbiamo pagato tutti questi prezzi solo per trasferire Gaza da un nemico all’altro? Turchi e qatarioti ancora oggi sostengono Hamas e non sono diversi da loro nel desiderio di distruggere lo Stato di Israele. Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c’è differenza», ha detto alla cerimonia di fondazione dell’insediamento Yaziv a Gush Etzion. «È tempo di ringraziare il presidente Trump per il suo incredibile sostegno allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, e sono convinto che stia agendo con buone intenzioni», ha aggiunto. «Ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e chiedo di annullarlo. Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regime militare e portiamo a termine la missione». E ancora: «È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e di consentire ai residenti di Gaza di andarsene e cercare il loro futuro altrove, dove non metteranno a repentaglio il futuro dei nostri figli». Prima di lui anche lo stesso primo ministro Netanyahu non aveva risparmiato critiche.
L’organismo internazionale voluto da Trump dovrebbe supervisionare le prossime fasi del processo su Gaza dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre. Tra queste: la creazione di un nuovo comitato palestinese locale, il dispiegamento di una forza di sicurezza internazionale, il disarmo di Hamas e la ricostruzione del territorio devastato dalla guerra.
L’organismo istituito per gestire la ricostruzione di Gaza contiene misure che lo posizionano in concorrenza con le Nazioni Unite, evidenzia il quotidiano israeliano Haaretz. Non a caso lo statuto si apre sottolineando la necessità di «un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace», aggiungendo che una pace duratura richiede «il coraggio di abbandonare… istituzioni che troppo spesso hanno fallito». Sempre secondo il documento, il Consiglio lavorerà per «ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», al posto di altre organizzazioni. Non a caso, secondo il Financial Times, Trump vorrebbe estendere ad altre aree calde del mondo il Board of Peace, in particolare Venezuela e Ucraina.
Al centro di tutto ci sarebbe lo stesso Trump. Lo statuto considera la presidenza un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che «Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of Peace», senza alcun riferimento alla carica di presidente, a un mandato fisso, o a cambiamenti politici. La sostituzione del presidente «può avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o per incapacità», che deve essere decisa da «un voto unanime del Consiglio esecutivo», sottolineando che il ruolo è isolato dai cambiamenti politici. Il presidente è inoltre tenuto a «designare in ogni momento un successore», rafforzando il fatto che la continuità della leadership deriva dalla designazione del presidente statunitense oggi in carica. Nel documento ottenuto da Haaretz, si precisa inoltre che Trump eserciterà un’ampia autorità sulla composizione, sul funzionamento e sulla continua esistenza dell’organismo: solo lui inviterà gli Stati ad aderire, rinnovare o revocare la propria adesione, nominerà e rimuoverà i membri del consiglio esecutivo, nominerà il suo amministratore delegato e porrà il veto su qualsiasi decisione esecutiva. Ossia: Trump avrà «l’autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie», di selezionare e rimuovere i membri del consiglio direttivo e di porre il veto sulle sue decisioni «in qualsiasi momento successivo».
Lo statuto, inoltre, lega i privilegi di appartenenza degli Stati ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori: mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a mandati triennali, lo statuto infatti stabilisce che «il mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto», consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.
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A Caracas ogni giorno si svolgono diverse iniziative per chiedere la liberazione di Nicolas Maduro. Iniziative dei giovani, iniziative dei partiti e delle classi lavoratrici.
Nei giorni scorsi si è svolta la marcia dei lavoratori, e per Visione TV sono andato a vedere come si svolgeva e cosa pensava la gente.
L'articolo Caracas, il popolo in piazza per Maduro proviene da Visione TV.







Le crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa sollevano interrogativi cruciali sull’equilibrio transatlantico: siamo di fronte a una vera guerra dei dazi tra alleati Nato o a una strategia di pressione negoziale? Quali sarebbero le conseguenze economiche e come reagirebbe Bruxelles? A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani svela il reale obiettivo dell’amministrazione Trump: “I dazi servono a finanziare il riarmo americano in funzione di un futuro confronto con la Cina, agendo come tributi che gli alleati devono versare per pagare la protezione americana”.






Sirene spiegate dei pick-up della polizia, seguite da quelle delle ambulanze e dei mezzi dei vigili del fuoco. Questo il suono dominante nelle strade di Città del Guatemala, e periferie, […]
The post Dalle carceri alle strade, il Barrio 18 semina il caos in Guatemala first appeared on il manifesto.
Nel primo giorno del Forum economico mondiale 2026, il consueto raduno delle èlite globali nella località svizzera di Davos, il presidente statunitense Trump invita il collega russo Putin a unirsi al nuovo “Board of Peace” per Gaza: sarebbe una sorta di anti-Onu, secondo il Financial Times. Ne parliamo con Enzo Pennetta, Andrea Lucidi e Marco Della Luna.
L'articolo Nel giorno di Davos, Trump invita Putin nel Board di Gaza – Dietro il Sipario – Talk show proviene da Visione TV.
Donald Trump rincara la polemica sulla mancata assegnazione del Nobel per la Pace, accusando direttamente la Norvegia di influenzare la scelta del premio, nonostante le smentite ufficiali di Oslo.








Il negoziato in Ucraina riparte dalla Svizzera. Il segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale ucraino Rustem Umerov ha infatti confermato che i colloqui saranno ripresi nell’ambito del World Economic Forum, uno dei principali (se non il principale) appuntamento economico globale, apertosi oggi nella località di Davos.
Non che fino ad ora fossero bloccate. Umerov ha riferito che lui e altri alti rappresentanti di Kyiv hanno trascorso due giorni (17 e 18 gennaio) negli Stati Uniti per consultazioni con le controparti americane. Gli incontri hanno coinvolto, tra gli altri, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente statunitense Jared Kushner, il segretario dell’Esercito Dan Driscoll e il funzionario della Casa Bianca Josh Gruenbaum; dall’altra parte, la delegazione ucraina era composta (oltre che da Umerov) dal capo dell’Ufficio del Presidente Kyrylo Budanov e da David Arakhamia, leader parlamentare del partito Servitore del Popolo (lo stesso del presidente Volodymyr Zelensky). In questo frangente i colloqui si sono concentrati su sviluppo economico, piano di prosperità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina, con particolare attenzione ai meccanismi pratici di attuazione e di enforcement. I funzionari ucraini hanno inoltre aggiornato i partner statunitensi sui recenti attacchi russi contro le infrastrutture energetiche del Paese. Secondo quanto dichiarato da Umerov, le due parti hanno concordato di “continuare il lavoro a livello di team nella prossima fase delle consultazioni a Davos.
Sempre dagli Stati Uniti arriva anche la notizia che BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo, andrà a giocare un ruolo centrale nel “prosperity plan” da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’incarico di aiutare a strutturare fondi e priorità di investimento, con un forte accento su settori ad alto rendimento come energia, infrastrutture, tecnologia e risorse minerarie.
Un coinvolgimento che solleva forti perplessità in Ucraina e, soprattutto, in Europa. In passato la società aveva già fallito nel tentativo di raccogliere capitali su larga scala per la ricostruzione, incontrando resistenze da parte dei governi europei, preoccupati che fondi pubblici finissero sotto il controllo di un gestore privato statunitense. Poiché l’Europa è destinata a sostenere la parte principale dei costi, riemergono timori su trasparenza, governance e possibili conflitti di interesse, nonché sul rischio che settori profittevoli vengano privilegiati a scapito di bisogni pubblici essenziali.
Nel frattempo qualcosa si è mosso anche in Europa. Il 18 gennaio la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” ha tenuto una riunione online a livello di capi di Stato maggiore delle forze armate per discutere le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Il comandante in capo Oleksandr Syrskyi ha affermato che la Russia non mostra alcuna volontà di porre fine al conflitto e continua il “terrorismo” contro i civili, citando in particolare gli attacchi alle infrastrutture energetiche durante l’inverno. Syrskyi ha sottolineato la necessità di rafforzare ulteriormente la pressione delle sanzioni su Mosca affinché il costo della guerra diventi insostenibile, evidenziando anche l’importanza di una cooperazione più profonda per potenziare la capacità industriale della difesa e le capacità militari in Europa.
Piergiorgio Corbetta è stato per decenni il cuore, il motore dell’Istituto Cattaneo di Bologna, che ha diretto dal 1989 al 1994 e poi dal 1997 al 2002, diventandone poi direttore […]
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