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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026 Stampa Nazionale

2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi”

19 Gennaio 2026 ore 08:00

Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali, da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la “cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.

“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia, pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un dollaro, un voto”.

Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia”.

Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone (il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258 milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura sanitaria universale è in una fase di stallo.

L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari, mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare, che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al 2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.

Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.

Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica – scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre 142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano” comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già avvantaggiati”.

Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la maggior parte degli americani.

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Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata come la sola stella che ha brillato in questi anni neri

19 Gennaio 2026 ore 07:47

di Rosamaria Fumarola

La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea.

Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che cercavano riparo dalle fiamme.

La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le conquiste di nuovi territori.

Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione tanto radicale.

Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo indietro.

Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa.

Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo di sterminio nazista.

Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde mercato che insegue se stesso.

La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri.

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Speravo che Meloni si mettesse al servizio dei cittadini: non è così per i disabili

19 Gennaio 2026 ore 07:02

Quando i cittadini di un paese sono costretti a scegliere fra curarsi o mangiare, significa che il sistema paese ha fallito e a questo punto ci sono solo due soluzioni:

1 – Chi lo governa questo paese deve creare un piano strutturale per aiutare le persone in difficoltà.
2 – Se chi ci governa non è in grado, o non vuole per scelte politiche o personali di cambiare l’importanza delle priorità di questo paese deve riconoscere il proprio fallimento e lasciare spazio ad altri.

Come ho già detto più volte nei miei articoli, far politica significa mettersi al servizio dei cittadini: non è certo facendo pagare gli ausili alle famiglie delle persone disabili o dando 400 € al mese alle persone che assistono un proprio caro che si supporta e si tutela chi è in difficoltà, o mi sbaglio? Non è assolutamente vero che non ci sono i soldi e che non si poteva fare di più, perché se l’interesse a investire in un determinato settore, porta dei vantaggi politici ed economici le coperture economiche si trovano.

Da molti anni mi occupo di tematiche sociali e sinceramente non ho mai capito perché il settore del welfare è uno degli ambiti più penalizzati a livello di copertura economica. Investire nel sociale può avere due vantaggi:
– Il popolo vive meglio E se sta meglio, produce di più;
– Se chi governa fa realmente star bene il popolo ne guadagna a livello di voti e di consensi.

Anni fa mi confrontavo molto spesso con gli uffici che collaborano con il ministero dell’Economia e Finanza perché ritenevo che 256 € al mese di invalidità civile fossero una cosa scandalosa. Quando il Comitato 16 novembre organizzava proteste sotto il ministero dell’Economia e Finanza, da Bassano del Grappa via telefono, tenevo i rapporti con i manifestanti che erano fuori al freddo e intubati e contemporaneamente dialogavo con gli uffici del ministero affinché i rappresentanti del Comitato fossero ricevuti e soprattutto ascoltati. Grazie anche alla sensibilità dei funzionari del Ministero che ci hanno aiutato a far sentire la nostra voce, siamo riusciti ad avere qualche piccolo aumento nella pensione di invalidità, il ministro dell’epoca se non sbaglio era Giulio Tremonti.

Speravo il governo Meloni riuscisse a dare una svolta epocale a questo paese, come effettivamente aveva annunciato, ma purtroppo non è così, anzi, mi sembra stia facendo come li icneumone che paralizza la propria preda senza ucciderla, ha lasciato il popolo con misure rivolte al sostegno per chi è in difficoltà ridotte al minimo.
Io continuerò sempre a dare voce al popolo e ai bisogni reali del paese, vi invito a non arrendervi mai.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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In Kuwait è in corso una campagna di revoca della cittadinanza: una ‘morte civile’

19 Gennaio 2026 ore 07:00

Dal 2024 è in corso in Kuwait una campagna di revoca della cittadinanza di dimensioni mai viste nella storia del paese. In un anno e mezzo, secondo l’organizzazione Women Journalist Without Chains (Giornaliste senza catene), oltre 50.000 persone sono state arbitrariamente private della cittadinanza: si tratta di oltre il tre per cento della popolazione totale.

Questa campagna va inserita nel contesto di una serie di sviluppi politici che hanno interessato la monarchia del Golfo, tra i quali il 10 maggio 2024 lo smantellamento dell’Assemblea nazionale e, di fatto, la sospensione della Costituzione.

Tali misure hanno consentito al governo di emendare la Legge sulla cittadinanza senza un dibattito parlamentare e all’oscuro dell’opinione pubblica. Sono stati ampliati i poteri del ministero dell’Interno e del Comitato supremo per la cittadinanza.

La privazione della cittadinanza, sui cui motivi storici abbiamo già scritto in questo blog, ha riguardato interi gruppi e famiglie, andando a penalizzare figli e nipoti ma anche, in maniera retroattiva, generazioni precedenti. Di questa sorta di “morte civile” stanno pagando il prezzo anche persone dissidenti e attiviste.

Le conseguenze? Perdita dei documenti, licenziamenti, congelamento dei conti bancari ed esclusione dai servizi pubblici fondamentali come ad esempio le cure mediche, isolamento sociale.

A essere colpite, a seguito dell’abolizione dell’articolo 8 della Legge sulla cittadinanza, sono state soprattutto le donne che avevano acquisito la cittadinanza kuwaitiana tramite matrimonio e, naturalmente, i loro figli, con conseguenze gravi per l’accesso all’istruzione: non si contano le espulsioni dalle scuole pubbliche.

Nel 2025 è stato istituito un comitato per i reclami ma si tratta di un organismo meramente amministrativo privo di indipendenza. L’accesso ai rimedi giudiziari è dunque praticamente nullo.

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Tether, la cripto-arma segreta di Putin e Venezuela per aggirare le sanzioni Usa

19 Gennaio 2026 ore 06:50

A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del leader, tollera i chavisti ancora al potere.

In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India, Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi cambiarlo in yuan, rupie, dirham.

Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino, CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.

Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve “garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.

Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il suo stesso portafoglio.

E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv. Il capitalismo dell’ipocrisia.

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Davos al via, Groenlandia e shock geopolitici al summit economico

19 Gennaio 2026 ore 03:49
60 capi di Stato e di governo al summit in Svizzera, Trump arriva mercoledì. Il presidente Brende: "È il contesto più complesso dal 1945". Lo slogan: "Spirito del dialogo"

© RaiNews

Spagna, terrificante scontro tra due treni: è una strage. Almeno 30 morti e oltre 70 feriti (15 molto gravi)

Una "notte di profondo dolore per la Spagna", l'ha definita il premier Pedro Sanchez, dopo l'incidente ferroviario tra due treni ad alta velocità che ha causato almeno 24 morti e 73 feriti, 15 dei quali in condizioni gravi. L’incidente - il più grave da quando le ferrovie sono state liberalizzate nel 2020 - è avvenuto attorno alle 19.40 nei pressi della stazione di Adamuz, nella provincia di Cordoba, nella regione Andalusia

Spagna, terrificante scontro tra due treni: è una strage. Almeno 30 morti e oltre 70 feriti (15 molto gravi)

19 Gennaio 2026 ore 04:28
Una "notte di profondo dolore per la Spagna", l'ha definita il premier Pedro Sanchez, dopo l'incidente ferroviario tra due treni ad alta velocità che ha causato almeno 24 morti e 73 feriti, 15 dei quali in condizioni gravi. L’incidente - il più grave da quando le ferrovie sono state liberalizzate nel 2020 - è avvenuto attorno alle 19.40 nei pressi della stazione di Adamuz, nella provincia di Cordoba, nella regione Andalusia Segui su affaritaliani.it

Nella casa circondariale di Siena si può diventare sommelier

19 Gennaio 2026 ore 04:45

Una formazione specializzata e di alto livello è una dote preziosa per il mercato del lavoro. Vale soprattutto in una fase storica in cui i numeri sull’occupazione non sono del tutto incoraggianti, e ancora di più per le persone che hanno trascorso una parte della propria vita in carcere. Un passaggio non semplice da superare, che lascia tracce oltre che sulla fedina penale anche e soprattutto sulla capacità e possibilità, una volta concluso il periodo di detenzione, di recuperare una quotidianità fatta di casa, lavoro, socialità.

Si parla spesso, ma evidentemente non abbastanza, di come le condizioni di detenzione nelle carceri del nostro Paese siano degradanti. Il tasso di affollamento è del 122 per cento secondo l’ultimo dato del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), 138,5 per cento a fine novembre 2025 secondo l’Associazione Antigone, mentre la media europea a fine 2024 era del 94,9 per cento. E secondo i dati del Cnel sei condannati su dieci sono già stati in carcere almeno una volta, ma sempre il Cnel stima che il tasso di recidiva possa calare fino al due per cento per i detenuti che hanno avuto la possibilità di una collocazione professionale.

Dunque lavoro e formazione sono un potente strumento di reinserimento sociale e rendono la detenzione ciò che deve essere secondo l’articolo 27 della nostra Costituzione: un periodo di limitazione della libertà personale che non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che deve tendere alla rieducazione del condannato.

Di nuovo però i numeri diffusi dal Cnel non sono incoraggianti: 7,2 per cento è la quota (comunque in crescita) di detenuti che nel 2024 ha preso parte a forme di formazione professionale (con “cucina e ristorazione” in testa tra le tipologie di corsi frequentati, 24,3 per cento degli iscritti sul totale) e solo il 34,3 per cento dei  detenuti è stato impegnato in attività lavorative.

Per questo meritano attenzione e sostegno tutti quei progetti, voluti sia dagli istituiti penitenziari che da associazioni e fondazioni esterne, che si occupano di realizzare possibilità concrete di studio, preparazione e pratica che un domani possano tradursi in un lavoro. Ne abbiamo descritti molti, su queste pagine (InGalera a Bollate, Idee in fuga e Pausa Café ad Alessandria, la Brigata del Pratello nel carcere minorile di Bologna, Giotto a Padova, 300Mila a Lecce), ovviamente tutti focalizzati sul mondo della ristorazione e della gastronomia, ma anche il settore enologico presenta opportunità e iniziative interessanti ed efficaci.

Gorgona, come vi abbiamo raccontato in questo approfondimento, ospita ad esempio una colonia penale ma anche le vigne di Frescobaldi, che accolgono i detenuti e si lasciano curare e vendemmiare per produrre vini e possibilità lavorative che matureranno una volta lasciata l’isola toscana.

Sempre in Toscana, ma ancora più professionalizzante, è il nuovo progetto “Vite Libera” realizzato dall’Associazione Italiana Sommelier (Ais) Toscana con il supporto di Ais Italia e dalla casa circondariale “Santo Spirito” di Siena, diretta da Graziano Pujia. Per la prima volta, sei detenuti potranno seguire il corso d’alta formazione da sommelier, fino al conseguimento del titolo professionale. Venticinque lezioni intensive, la prima prevista lunedì 19 gennaio, copriranno tutti e tre i livelli della didattica Ais; i partecipanti studieranno materie come viticoltura, enologia e tecniche di servizio, con il supporto di dispense e materiale audiovisivo così come di esercitazioni pratiche, come avviene per i frequentanti esterni, e il 24 giugno sosterranno la prova finale, scritta e orale, il cui superamento garantirà il rilascio del diploma di sommelier Ais.

In occasione della presentazione ufficiale del progetto, tenuta il 13 gennaio al Palazzo Berlinghieri di Siena, il delegato Ais Siena Marcello Vagini, che ne è stato ideatore assieme al direttore di Santo Spirito Graziano Pujia, ha espresso grande soddisfazione: «Andremo a offrire un vero percorso educativo; oltre l’aspetto tecnico, subentrano valori come la dignità e la voglia di riscatto che arricchiranno tutta la nostra associazione». Il presidente nazionale Ais Sandro Camilli ha a sua volta posto l’accento sulla capacità del percorso di stimolare anche il senso di responsabilità delle persone coinvolte e l’attenzione al rispetto e al lavoro di squadra: «Vogliamo rendere il mondo del vino sempre più inclusivo e volto al sociale e questo progetto sarà uno strumento di crescita personale e di consapevolezza», mentre il presidente di Ais Toscana Cristiano Cini ha evidenziato l’orgoglio di essere la prima regione a organizzare un progetto di questo tipo: «Offrire a un detenuto la possibilità di diventare sommelier non è solo un atto formativo: è un atto di fiducia nella possibilità di rinascita, nel potere educativo del sapere, e nel valore sociale del vino come cultura e mestiere».

Cini ha infine dichiarato la disponibilità di Ais a collaborare con enoteche regionali, consorzi di tutela, fondazioni e sponsor del settore vitivinicolo, enti pubblici e con il ministero della Giustizia per eventuali estensioni di “Vite Libera”, «certi che questo progetto per i detenuti racchiude in sé la speranza di un futuro migliore».

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PER 19 Il 2026 non sarà l’anno della Pax Trumpiana

19 Gennaio 2026 ore 04:45

Donald Trump ha finalmente ricevuto il Nobel per la pace. Non il suo, ma quello vinto nel 2025 da Maria Corina Machado. La leader dell’opposizione venezuelana a Nicolàs Maduro ha voluto omaggiare il presidente degli Stati Uniti per aver prelevato con un elicottero il dittatore sudamericano e, perché no, sperando di essere messa un giorno a governare Caracas. Con questo premio in mano il presidente degli Stati Uniti potrebbe placare il suo sfrenato interventismo, alla ricerca di una Pax Trumpiana per fare  l’unica guerra che gli interessa, quella commerciale.

Nel suo primo anno di ritorno alla Casa Bianca si è visto poco l’America First e moltissimo un presidente degli Stati Uniti deciso a mettere il naso ovunque. Alla faccia dell’America First, l’ennesima prova della distanza siderale tra ciò che si dice per vincere un’elezione e ciò che si fa una volta entrati nello Studio Ovale. Finora ha provato a chiudere quanti più conflitti possibile: Israele e Hamas, Russia e Ucraina, Armenia e Azerbaigian (anche se la chiama sovente “Albania”) per mostrare quanto gli Stati Uniti siano ancora i poliziotti del mondo. Ma l’età dell’oro della globalizzazione è finita, nessuno è disposto a guardare in silenzio i capricci trumpiani in tempo di pace, Mentre il Titanic affonda ognuno pensa a mettere più nomi, cose e città nella propria scialuppa.

Rimasto col martello in mano, senza niente di prezioso da poter spaccare, tra Iran, Venezuela e Groenlandia Trump nel 2026 sta giocando ad “Acchiappa la talpa” su tre continenti perché le grandi potenze hanno imparato a prendersi le cose con la forza. Un conflitto lì, una tregua là, un cessate il fuoco sì, ma una vera pace no. Ogni martellata giusta lo avvicinerà al suo obiettivo, forse; ogni colpo sbagliato sarà usato per distrarre gli americani dalla disastrosa politica economica, sicuramente.

Per gli Stati Uniti d’America sarà un anno movimentato col rischio di lasciare scoperto un altro gioco da luna park: un punching ball gigante con scritto “Taiwan”, che la Cina non vede l’ora di colpire. I conflitti aperti e quelli latenti disegneranno una mappa del rischio più frastagliata di quella che Trump si era illuso di poter mettere in ordine. I focolai che già conosciamo non si chiuderanno facilmente, e nuovi possibili guerre si affacciano con una rapidità inaspettata.

La tregua tra Israele e Hamas, celebrata da Trump come un successo diplomatico, resta fragile. Gaza è devastata: oltre tre quarti degli edifici sono danneggiati o distrutti, sessantuno milioni di tonnellate di macerie bloccano ogni ricostruzione reale e i progetti dell’Onu restano più simili a brochure che a cantieri. Israele mantiene una presenza militare nei corridoi strategici, Hamas conserva una parte della sua struttura. Basta un incidente per far saltare il tavolo e iniziare tutto da capo. Il Board of Peace, autorità internazionale chiamata a governare temporaneamente Gaza, è un altro esperimento storico, ma vedremo se nel 2026 riuscirà a sovrintendere al percorso condizionato verso la sovranità palestinese, con riforma dell’Anp e disarmo di Hamas. E non si sa quale delle due sarà la più difficile da ottenere. Il suo funzionamento dipende dalla disponibilità reale dei Paesi arabi a contribuire con forze sul terreno, e su questo la convergenza è ancora fragile. Insomma, per la Riviera Gaza annunciata da Trump dovremo aspettare.

Anche il fronte russo-ucraino si avvia verso un anno di stallo violento. Negli ultimi mesi le forze russe, logorate da perdite enormi, hanno avanzato solo in segmenti marginali del fronte. L’Ucraina ha mostrato una resistenza sorprendente, ma soffre la fatica di una mobilitazione incessante aggravata dalle difficoltà nel reperire munizioni, dalla lentezza delle forniture occidentali e di una dipendenza economica crescente dagli alleati. È una guerra in cui entrambe le parti puntano all’impossibile: la Russia mira alla dissoluzione dell’Ucraina come Stato sovrano, o al suo vassallaggio definitivo. L’Ucraina non accetterà mai di tornare sotto il tacco di Mosca. Il risultato è un campo di battaglia segnato da offensive lente, combattimenti d’attrito e attacchi profondi con droni che hanno esteso la guerra fino al Mar Nero e alle basi russe nella regione di Krasnodar. Trump vuole chiudere la pace in fretta, ma non è una questione diplomatica, quanto esistenziale. Una situazione che ricorda sempre più la divisione della penisola coreana: un equilibrio tossico, congelato ma mai risolto.

E poi c’è Taiwan: il punto di frattura potenziale del sistema internazionale. Da anni la Cina osserva, prepara, accumula capacità militari e continua a testare i limiti della pazienza internazionale. Le incursioni oltre la linea mediana sono ormai quotidiane e rientrano nella strategia di “normalizzazione della pressione”. Le esercitazioni navali simulano già da mesi un blocco dell’isola, mentre gli attacchi ai cavi sottomarini e le operazioni di guerra informativa così come le campagne di disinformazione coordinate e l’uso sistematico di deepfake mirati agli elettori taiwanesi fanno parte di una strategia per erodere la resilienza taiwanese dall’interno.

Pechino ha ampliato la capacità missilistica a lungo raggio, ha modernizzato la flotta e ha potenziato la Guardia Costiera per operazioni nella “zona grigia”. Queste includono incursioni entro le acque contigue, manovre aggressive attorno alle isole minori di Taiwan e pressioni economiche mirate come restrizioni improvvise all’export o ai viaggi individuali dalla Cina continentale.

La Cina ragiona per decenni, non per cicli elettorali americani. Nessuno a Pechino ha fretta di invadere Taiwan, ma il 2027 non è una data come le altre: è il centenario dell’E sercito Popolare di Liberazione, un traguardo che il presidente del Partito comunista, Xi Jinping, ha legato all’obiettivo di avere forze in grado di «combattere e vincere», qualsiasi cosa significhi. Per questo motivo nel 2026 la Cina potrebbe testare un blocco parziale, non dichiarato ma di fatto operativo, attorno ai porti principali di Taiwan. Non è un’invasione, ma un lento soffocamento. Un’operazione del genere avrebbe come obiettivo la destabilizzazione politica interna e la rottura delle catene di approvvigionamento di Taipei, per vedere l’effetto che fa a Washington.

Benvenuti nel mondo mutipolare, in cui non esiste più un conflitto centrale a cui gli altri si allineano. Viviamo in un mondo in cui la somma di crisi, ambizioni nazionali e potenze regionali crea un equilibrio mobile e irregolare: un caos organizzato. Il 2026 non è l’anno della Pax Trumpiana. È l’anno in cui si capirà se questa instabilità può restare sotto controllo o se un singolo inciampo, in uno dei tanti fronti aperti, può diventare una pericolosa scintilla capace di far esplodere tutto. Intanto Trump ha già acceso qualche miccia.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 04/25 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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Speciale Tg1 - Sognando Marte - Puntata del 18/01/2026

19 Gennaio 2026 ore 01:04
L'interesse per il pianeta rosso non si ferma e continua ad affascinare non solo gli scienziati, ma anche l'opinione pubblica. Negli ultimi decenni Marte è stato esplorato da sonde, orbiter, lander e rover come Spirit, Opportunity, Curiosity e Ingenuity, protagonisti di una straordinaria avventura scientifica. Gli Stati Uniti restano tra i più ottimisti: Elon Musk punta a raggiungere Marte con i suoi razzi e prevede una presenza umana stabile entro il 2055. Anche il presidente Donald Trump ha promesso di piantare la bandiera americana sul pianeta rosso, nonostante i recenti tagli ai fondi della NASA. A raccontare ciò che sappiamo oggi su Marte e ciò che la scienza sta ancora cercando di scoprire intervengono esperti di primo piano: Paolo Ferri, ex direttore dell'ESA, l'astronauta Luca Parmitano, i divulgatori Amedeo Balbi ed Emilio Cozzi, il presidente dell'ASI Teodoro Valente, l'amministratore delegato di Alenia Space Giampaolo Di Paolo e Massimo Comparini, direttore della divisione Spazio di Leonardo. Un viaggio che passa anche attraverso i progetti della NASA e dell'ESA che simulano la vita su Marte, mettendo alla prova gli astronauti in ambienti estremi come deserti, grotte e habitat completamente isolati, in preparazione alle future missioni sul pianeta rosso. A Speciale Tg1 il racconto di Elisabetta Mirarchi.

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Spagna, incidente tra due treni in Andalusia: almeno 21 morti. A deragliare il convoglio Iryo, operatore partecipato dall’italiana Fs

19 Gennaio 2026 ore 00:18

Grave incidente ferroviario lungo la linea dell’alta velocità che collega Madrid e la regione meridionale dell’Andalusia, in Spagna. Due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando almeno ventuno vittime confermate e un centinaio di feriti, dei quali 25 gravi, con alcuni passeggeri che sono ancora intrappolati nei vagoni coinvolti, secondo la Guardia Civil, i servizi di emergenza e testimoni.

Secondo una prima ricostruzione fornita da Adif, le infrastrutture ferroviarie spagnole, l’incidente si è verificato alle 19:39, quando un treno della compagnia Iryo in servizio tra Malaga e Madrid Puerta de Atocha, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da ilfattoquotidiano.it, tutto è successo in corrispondenza di uno scambio che potrebbe non aver funzionato correttamente. Al momento, fanno sapere, è solo un’ipotesi. L’ottavo vagone del treno Iryo è uscito dai binari e avrebbe fatto deragliare anche il sesto e il settimo. Proprio in quel momento passava un treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe) nell’altra direzione – proveniente da Madrid e diretto a Huelva – che ha travolto il convoglio Etr 1000 di fabbricazione italiana (era entrato in servizio appena due anni fa) e gestito dalla società Iryo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia. Come scrive El Pais, l’operatore Iryo è il secondo per quota di mercato in Spagna e dispone di 20 treni di ultima generazione ETR-1000 prodotti da Hitachi.

La circolazione ferroviaria fra Madrid e la regione Andalusia è stata immediatamente sospesa, con pesanti disagi per migliaia di utenti per il rientro domenicale, mentre le autorità della regione, che hanno attivato il livello 1 di emergenza di Protezione Civile, parlano di un bilancio “molto grave” e ancora provvisorio. “L’impatto è stato terribile provocando quindi il deragliamento dei due primi vagoni del treno (Alvia) di Renfe”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, in un messaggio su X. “Il numero di vittime non può essere confermato in questo momento”, ha detto.

Intorno alle 23 del 18 gennaio, il responsabile dei vigili del fuoco di Adamuz ha detto all’emittente pubblica Tve: “Stiamo dando priorità alle persone vive, lavoriamo nei vagoni cercando superstiti sotto un ammasso di poltrone, lamiere e bagagli”. A raccontare le scene di panico e caos numerosi testimoni, tra cui il giornalista di Radio Nacional de Espana (Rne), Salvador Jimenez, che viaggiava sul treno partito da Malaga e ha testimoniato in diretta l’accaduto. “Siamo partiti da Malaga alle 18:40 in orario. Alle 19:45 c’è stato un impatto, è sembrato un terremoto che ha scosso tutti i vagoni. Io ero nel primo”, ha raccontato Jimenez. Il personale ha utilizzato martelli di emergenza per rompere i finestrini, per cercare di far evacuare i passeggeri.

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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026 Stampa Nazionale

Milano Fashion Week, i top e i flop della moda uomo: Prada resta la bussola, Dolce & Gabbana cade sugli stereotipi, il “famolo strano” dei giovani designer

18 Gennaio 2026 ore 22:26

In un’epoca in cui la retorica dell’archivio inizia risultare stantia e tutto sembra pericolosamente già detto, il weekend della Milano Fashion Week maschile ha agito da sismografo. Tra un calendario rarefatto e una marea di presentazioni, la distanza tra l’identità reale e la mera sovrastruttura comunicativa non è mai stata così netta. La sfida oggi non è più inventare l’inedito, ma capire come rendere rilevante il “già visto” senza scadere nel nostalgico. Se Zegna ha affrontato il dilemma attingendo all’armadio del fondatore Ermenegildo, lavorando su un sapore retrò sapientemente attualizzato, è Prada a consegnarci, come sempre, la griglia di lettura definitiva del nostro tempo. Miuccia Prada e Raf Simons sono andati dritti al punto, manipolando i capispalla iconici del brand per dimostrare che ciò che conosciamo può essere rassicurante e desiderabile proprio perché “scomodamentetrasformato.

Dall’altra parte della barricata, c’è chi ha cercato di infiocchettare il vuoto con narrazioni scricchiolanti: è il caso di Dolce & Gabbana, dove il manifesto contro gli stereotipi è affogato in una passerella che di quegli stessi stereotipi ha fatto un catalogo, per giunta poco inclusivo. Anche Lessico Familiare ha tentato di alzare la voce, finendo però per rifugiarsi in un “famolo strano” che rischia di confondere la ricerca stilistica con l’eccesso fine a se stesso. È sul crinale anche Dsquared2, che come sempre ha puntato tutto sugli effetti scenici che fanno dire wow e rendono virali sui social, facendo per un attimo dimenticare lo stato di crisi in cui versa il brand. Ecco allora che, mentre attendiamo con il fiato sospeso la prima vera sfilata di Giorgio Armani senza re Giorgio, abbiamo provato a stilare il bilancio dei top & flop di questo fashion week(end), tra chi abita la moda e chi prova solo a impacchettarla.

Prada – top

La domanda che attraversa l’uomo Prada per l’autunno/inverno 2026 è essenziale: è ancora possibile costruire qualcosa di nuovo partendo da ciò che esiste già? La risposta di Miuccia Prada e Raf Simons non è nostalgica né provocatoria, ma profondamente razionale. La sfilata al Deposito della Fondazione Prada, trasformato in un cantiere di un palazzo storico svuotato e in attesa di ricostruzione, rende fisica l’idea di un presente in cui nulla può essere cancellato, ma tutto deve essere rielaborato. Miuccia Prada lo dice chiaramente: questo è un tempo “scomodo”, in cui l’incertezza impone chiarezza, precisione, rispetto per il passato senza rinunciare al cambiamento. Gli abiti traducono questo pensiero: trench e cappotti sottili, camicie abbottonate sul dorso, polsini allungati e doppi, giacche strette, pantaloni asciutti, cappelli compressi e quasi inglobati nei capispalla. Tutto è riconoscibile, ma nulla produce déjà-vu. Raf Simons insiste sul valore del metodo Prada: non distruggere i paradigmi, ma ribaltarli dall’interno. È così che elementi storici del marchio tornano “nuovi” proprio perché inseriti in un sistema coerente, che rifiuta l’effetto sorpresa fine a sé stesso. È la metafora perfetta di una cultura che preserva per modificare, che rincorre la sicurezza nel passato per non affogare in un futuro imprevedibile. Cosa dice del mercato? Che oggi il lusso non deve stupire, ma orientare. Che la riconoscibilità è un valore solo se accompagnata da pensiero. E che il cliente cerca solidità culturale prima ancora che novità estetica.

Montecore – top

Se Prada rappresenta il pensiero, Montecore rappresenta l’applicazione concreta di quel pensiero al prodotto e al mercato. Fabio Peroni lavora con un metodo quasi ingegneristico: pochi modelli di base, sartoriali e codificati, pensati per tipologie precise di uomo professionista. Non è un caso che Montecore sia scelto da figure istituzionali come Sergio Mattarella o Antonio Conte. La collezione si costruisce per categorie chiare: capospalla imbottiti, piumini, outerwear tecnici, cappotti lunghi, modelli a camicia o bomber. Su questa struttura stabile, stagione dopo stagione, Peroni lavora su tessuti, filati, linee, comfort ed efficacia. Il risultato è un prodotto che evolve senza tradire il cliente, mantenendo un equilibrio rigoroso tra qualità e prezzo: il capo più costoso resta sotto i 2.000 euro. Ma il vero punto distintivo è il rapporto con il consumatore: Montecore offre una sorta di garanzia a vita, con servizi di riparazione e rimessa in forma dei capi. Un modello che restituisce senso alla parola “durata” e che trasforma l’acquisto in una relazione continuativa. La lezione? Che oggi il valore sta nel servizio, nella fiducia e nella coerenza. Che il cliente non vuole essere sorpreso, ma rispettato. E che il lusso contemporaneo passa anche da modelli industriali intelligenti, non solo da narrazioni aspirazionali.

Etro – top

Marco De Vincenzo gioca d’azzardo con gli “Animuomini“. Poteva essere un flop bizzarro, i suoi “animali fantastici” 2.0 sono un trionfo di “Etrosità”. Lo stilista lavora su un’operazione più sottile: riattivare il senso del vestire oggi attraverso la memoria visiva del brand. La collezione uomo riprende consapevolmente una campagna Etro del 1997 e una collezione storica di Kean, riportando in passerella le iconiche teste animalesche di allora. Il risultato non è citazionismo, ma un esercizio di traduzione temporale. De Vincenzo costruisce una collezione che sembra dialogare con l’attuale ossessione per il “ripostare” immagini del 2016, ma lo fa andando ancora più indietro, al 1996-1997. Paisley su velluto, jacquard animalier, vestaglie, pigiami, piume, maglie compatte e palette dense danno vita a un guardaroba che non è travestimento, ma linguaggio. Insomma, l’archivio funziona solo se diventa strumento critico.

Tod’s – top

A movimentare la presentazione (pur solida, centrata sul Winter Gommino e sul progetto Pashmy) dell’A/I 2027 di Tod’s ci si è messo Report, che proprio nel pomeriggio di domenica ha diffuso le anticipazioni del servizio in onda la sera sull’inchiesta riguardante il marchio, finito sotto indagine dalla Procura di Milano, con tre suoi manager, in relazione ad ipotesi di caporalato nella catena di subappalti della produzione. E così Diego Della Valle sposta il discorso sul punto che pesa su tutta la filiera: “Per prima cosa bisogna tutelare i lavoratori”, dice, e insiste: “Se vogliamo risolvere queste cose dobbiamo parlarne… il piccolo artigiano non può controllare 5 punti di filiera… bisogna sedersi… fare in un mese una legge che tuteli tutti”. E ancora: “Non possiamo far raccontare in giro per il mondo che siamo persone che non hanno a cuore il lavoro degli altri, perché non è vero”.

Dolce & Gabbana – flop

Il problema non è la sartorialità – che qui resta un terreno dominato con sicurezza – ma il dispositivo narrativo. La collezione “The Portrait of a Man” dichiara “archetipi lontani da qualsiasi stereotipo”, ma l’impianto è esattamente l’opposto: tutte le figure messa in passerella (lo sportivo, l’uomo di casa in pigiama, il dandy da smoking, ecc.) funzionano come stereotipo per definizione, perché procedono per etichette immediate. Ogni uscita, insomma, finisce per essere la rappresentazione didascalica e cristallizzata dello stereotipo stesso. A questo si aggiunge il dato polemico circolato sui social: la passerella composta da modelli tutti bianchi, caucasici, bellissimi neanche fossero stati creati dall’intelligenza artificiale, elemento che – in un progetto che pretende di parlare di “individualità” – diventa un limite visibile, non un dettaglio. La sfilata pretende di essere un manifesto: ma quando il manifesto è più insistito dei vestiti, qualcosa si sbilancia.

Harmont & Blaine – top

Il progetto Re-Loved / New Love è uno dei pochi esempi in cui la sostenibilità esce dalla formula e diventa metodo: upcycling creativo di capi d’archivio e materiali in esubero, senza produzione extra; capi rimodellati sui codici della main collection (palette e accostamenti), maniche e bordature dei piumini sostituite con inserti in maglia, maglie che nascono dall’unione di due modelli, righe pop con ricami artigianali. È interessante perché non “romanticizza” lo scarto: lo tratta come materiale progettuale.

Lessico Familiare – flop

Qui il rischio è l’eccesso di “bolla” concettuale. Il brand lavora sul recupero e sulla trasformazione del già esistente – un metodo nato nel lockdown e diventato identitario – ma la collezione “New Age” accumula segni e personaggi fino a rendere meno chiara la destinazione. Gonne a sbuffo, tulle addensato, strascichi, sottovesti, paillettes, high/low dichiarato, ready-made e spostamenti (colletti che diventano t-shirt, calzini che diventano abiti), corone e diademi, tacchi e babbucce, Madonna come colonna sonora: l’idea c’è, la mano pure, ma la lettura si disperde. Il progetto resta interessante sul piano concettuale, ma alla lunga il gioco di accumulo e citazione rischia di diventare autoreferenziale. L’upcycling funziona quando genera nuove funzioni, meno quando si trasforma in linguaggio chiuso. Peccato…

Kiton e Brioni – top

Per Kiton “Verità del fare” non è uno slogan, è un posizionamento che diventa leggibile nella struttura della collezione per capitoli (diverse occasioni d’uso, guardaroba contemporaneo), nella ricerca tessile sviluppata dal lanificio di Biella e nel lavoro sui volumi per una vestibilità confortevole ma proporzionata. Il punto forte è il rifiuto della monocromia rigida: accenti misurati, abbinamenti sofisticati, più carattere senza perdere misura. In un mercato nervoso, è una scelta di solidità. Il “Grand Tour” di Brioni funziona perché non diventa cartolina: qui resta un’idea di guardaroba H24 naturalmente morbido, con palette che richiama tramonto e pietra romana e grigi dal fumo ai riflessi metallici. Interessante il dialogo formale/informale: completo da ufficio con giacca militare e cravatta in maglia; Principe di Galles che alza il casual; denim che entra nel sartoriale senza forzature. La capsule montagna e l’abito da sera (micro-paillettes effetto mélange) chiudono un racconto coerente: non cerca di stupire, cerca di durare.

Stone Island – top (ma prezzo flop)

Top per ricerca vera: la Prototype Research_Series 09 introduce la maglieria con laminazione ad aria, con membrana HDry® accoppiata in 3D su un manichino gonfiabile ad aria calda. Il risultato tecnico (increspature, trama visibile, zip tagliate a mano dopo la membrana) è esattamente il tipo di innovazione che ha senso nel menswear. Nota a margine: il prezzo comunicato (1.000 euro) rende il progetto desiderabile ma sovraprezzato. Dietro c’è il tentativo di riposizionamento del brand sul mercato, ma il pubblico di riferimento resta quello dei giovani o giovanissimi a cui così non risulta proprio accessibile.

Brett Johnson – top

È un esempio di lusso “sensibile” che non cade nel vago: la collezione nasce dal ricordo di Parigi e lo dichiara con una frase concreta (“Parigi mi ha insegnato che il viaggio non finisce quando torni a casa”), poi lavora su palette (grigio nebbia, verde, celeste, nocciola, introduzione del nero) e materia (pellami di cervo accoppiati a cashmere, shearling, suede impalpabile, lane effetto denim). Il punto sta nella costruzione: volumi fluidi/strutturati, asimmetrie, sovrapposizioni calibrate, dettagli (bottoni in corno non tinto, zip bagno palladio). Non è solo atmosfera: è prodotto.

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“Abbiamo entrambi un padre indebolito e isolato per la volontà della compagna, voglio vedere se crocifiggeranno anche te”: Evelina Sgarbi scrive una lettera a Valentino Rossi

18 Gennaio 2026 ore 17:27

Evelina Sgarbi, figlia di Vittorio, ha scritto una lettera a Valentino Rossi. Come riportato da Il Resto del Carlino lo scorso 16 gennaio, l’ex pilota della MotoGp ha denunciato la compagna del papà Graziano per circonvenzione di incapace, accusandola di aver prelevato dal conto del padre circa 200mila euro in 12 mesi di relazione. Evelina ha paragonato la sua situazione a quella del pilota. La 25enne ha scritto: “La situazione di Valentino Rossi è molto simile alla mia, in entrambi i casi c’è un genitore fortemente indebolito (anche se credo che suo padre non sia mai arrivato a pesare 50 kg, e ad essere ricoverato denutrito e in stato confusionale come accaduto a Vittorio Sgarbi) che guarda caso viene isolato per volontà della compagna dal resto della famiglia e dalle sue amicizie storiche”.

Evelina ha aggiunto: “Sarà interessante vedere se, essendo Valentino Rossi campione di fama internazionale, i commentatori e gli improvvisati postini che hanno provato a crocifiggere me, faranno lo stesso con lui. O se invece, spaventati dal peso del suo nome, faranno inversione a U”. La donna ha proseguito la lettera facendo riferimento alla sua infanzia: “Il grande campione, da piccolo un padre sempre presente che lo ha anche indirizzato con successo nella carriera ce lo ha avuto e la sottoscritta no”. La 25enne ha specificato: “Ma in entrambi i casi ci sono indizi simili e ricorrenti che per chi indaga potrebbero facilmente costituire una prova della circonvenzione di incapace”.

“Sto cercando in tutti i modi di salvare mio padre”

Evelina Sgarbi si sta impegnando per salvare il padre. La ragazza ha scritto: “Da figlia che sta cercando in tutti i modi di salvare il proprio padre da chi pensa di mal gestirlo e abbandonarlo alla sua sorte, posso tranquillamente dire che comprendo perfettamente cosa Valentino Rossi stia vivendo, il suo stato d’animo, l’ansia e il pensiero di doversi pentire un giorno di non aver provato tutto ma proprio tutto per cercare di difendere gli interessi del padre da chi lui teme se ne sia già approfittato e vorrebbe approfittarsene ancora”.

La figlia di Vittorio ha augurato a Valentino Rossi ogni bene. La ragazza ha dichiarato: “Auguro ogni bene e soprattutto di non dover patire quello che ho subito io per cercare di conoscere la verità sulla salute di mio padre”. In conclusione, Evelina ha scritto: “Ps: per la cronaca. Ancora non si è vista una cartella clinica. Ma di che cosa hanno veramente paura i cattivi consiglieri di Vittorio Sgarbi?”.

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Scontro fra due treni AV in Andalusia, almeno 5 morti e numerosi feriti

18 Gennaio 2026 ore 22:15
I servizi di emergenza dell'Andalusia hanno riferito su X che il bilancio dell'incidente avvenuto nella provincia di Cordova è di almeno cinque vittime e 25 feriti gravi. Un numero imprecisato di passeggeri è ancora intrappolato tra le lamiere

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Due treni ad alta velocità deragliano in Andalusia: 24 morti, molti feriti gravi

19 Gennaio 2026 ore 00:33
Almeno due vagoni sono precipitati in una scarpata. Il bilancio provvisorio è di 24 morti e 70 feriti, di cui 30 in condizioni disperate. Per l'assessore alla Sanità della Regione Andalusia, Antonio Sanz la situazione è gravissima

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Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti

18 Gennaio 2026 ore 21:06

Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gesto autonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.

“La circolazione permane fortemente rallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

18 Gennaio 2026 ore 19:42
Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

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Le tendenze moda uomo per l’autunno-inverno 2026: dalle scarpe alla valigia che si apre con l’impronta digitale, tutte le novità viste a Pitti e Milano

18 Gennaio 2026 ore 20:45

Finora gennaio è stata la terza punta di un triangolo che vede la moda maschile e l’Italia come gli altri due vertici: tra la 109esima edizione di Pitti Uomo e la Milano Fashion Week, la nostra Penisola ha svolto il ruolo di palcoscenico per la moda maschile mondiale cercando di aprire e mantenere i ponti con l’estero e sostenere il mercato italiano. Nelle giornate tra fiera, sfilate ed eventi divisi tra Firenze e Milano assieme al menswear è da notare anche tutto il settore degli accessori e della pelletteria, proprio quest’ultimo l’unico segmento italiano in crescita con un +5,6% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Tra scarpe, sciarpe e accessori da viaggio, vediamo quali sono stati i brand che hanno partecipato alle kermesse di moda maschile, tra storici nomi italiani e proposte provenienti da tutto il mondo.

Partiamo da uno dei prodotti di punta della pelletteria in generale, quello delle calzature, accessorio su cui è importante l’innovazione tecnica tanto quanto il mantenimento di strutture e forme tradizionali. Fratelli Rossetti, marchio meneghino fondato negli anni Sessanta, ricerca proprio il connubio tra silhouette classiche e sperimentazione costruttiva con la loro autunno-inverno 26/27 presentata nella cornice di casa della Milano Fashion Week: il brand accende i riflettori principalmente sul loro tradizionale mocassino Brera, che vede la rivisitazione grazie a macro cuciture a contrasto su tutta la tomaia, restituendo un pattern geometrico simil trapuntato. Anche l’altra nuova variante Brera Cut non è solo estetica, ma una sfida alla costruzione della scarpa, scomponendo la tomaia rivelando diverse possibilità in fatto di accostamento di colori.

Sceglie il palcoscenico della settimana della moda milanese anche Santoni, marchio di calzature marchigiano, presentando la autunno-inverno Aurora: ispirata alla luce che precede le albe invernali, la collezione prende forma su modelli sia tradizionali che sportivi del brand come lo stivaletto Carlo, il Chelsea Easy Nova e la sneaker Easy Bounce Mountain. Focus della collezione sulla Velatura, tecnica di colorazione a mano realizzata applicando strati su strati di colore ottenendo variazioni sottili su tonalità invernali come marrone, rosso, verde e arancione.

Anche Doucal’s, brand di calzature nato nel 1973 da Mario Giannini, italiano ma molto influenzato dalla cultura dell’abbigliamento anglosassone, attinge alle atmosfere invernali per la sua nuova collezione. La collezione autunno-inverno 26/27 dal nome Gentle Winter si fonda non solo sull’estetica ma anche sull’atmosfera di calore dei mesi più freddi: colori e forme rassicuranti per trasmettere comfort in ogni forma e per ogni occasione. La mission del brand sia dalle sue origini è tenere ben saldo il rispetto per il know-how e per le forme tradizionali senza mai far mancare l’innovazione, valore che l’ha portato ad essere presente in ogni angolo del mondo.

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Portabandiera della tradizione calzaturiera in Italia anche Antica Cuoieria, nato ufficialmente nel 2018 ma che affonda le sue origini fino al 1945 nel Calzaturificio Soldini di Arezzo. La loro fall-winter 26/27 presentata a Pitti Uomo si concentra sul mantenere la tradizione attraverso materiali e tendenze attuali: focus principale della collezione sono i mocassini, tra variazioni di forme classiche e altre più importanti, tutti realizzati con pellami e materiali in grado di garantire comfort. Rimaniamo nel regime delle scarpe sportive con Guardiani, marchio di calzature che a Pitti Uomo porta la sua nuova autunno-inverno grazie alla acquisizione da parte di Bi&Do, azienda italiana che cura il processo di creazione dal design al brand management. La collezione vede la sneaker come protagonista, realizzata con materiali come pelle e suede in colorazioni calde e profonde come l’antracite, il blu navy e il burgundy.

Con un’anima atletica sin dalla sua nascita a Padova nel 1920 anche Valsport, imponendosi da subito come marchio di articoli e scarpe sportive raggiungendo poi gli apici di produzione e status negli anni Sessanta e Settanta, quando le loro scarpe verranno indossate dai più grandi campioni dell’atletica, calcio, ciclismo e Formula Uno. Per la autunno-inverno 26-27 Valsport ripropone i loro modelli sportivi iconici come la Davis e la Olimpia per il lifestyle sia maschile che femminile, accostando materiali più tradizionali a ad altri più tecnici come il nylon, non tralasciando lavorazioni come pelli invecchiate a mano.

Oltre ai nomi italiani, il nostro paese è diventato la vetrina delle nuove autunno-inverno 26/27 per brand di calzature provenienti da tutti i continenti: In occasione di Pitti Uomo 2026, il brand statunitense di calzature Sebago spegne ottanta candeline dalla sua fondazione, cercando con la collezione autunno-inverno 26/27 di espandere il proprio universo con un abbigliamento ispirato al mondo preppy ma anche alla natura, dalla pesca ai paesaggi rurali “western” degli USA. Il loro settore di punta rimane però il footwear, costituito da conferme iconiche del brand come i mocassini e le scarpe da barca ma ampliato anche da stivali texani, in pelli e costruzioni fatte per durare.

Viaggiando dal “far west” all’estremo oriente, Flower Mountain, brand di sneakers fondato a quattro mani nel 2015 dal giapponese Keisuke Ota e dal pechinese Yang Chao, fonde lo spirito urban con gli utilizzi in natura. L’ultima linea di sneakers del brand presentata a Pitti Uomo espande la loro proposta con nuovi modelli e materiali, come le nuove Sanchia e Ranya pensate per il contesto urbano e la Asuka 3 dal look più vintage. I materiali utilizzati spaziano dai più invernali come lana e tartan fino a quelli dedicati alla capsule “Harmony of Traditions”, cotoni, tele e ricami tipici della tradizione giapponese

Anche il marchio danese Ecco, nato dalla coppia marito-moglie Karl e Birte Toosbuy nel 1963, ha portato a Pitti Uomo le novità in fatto di calzature: ispirata al concetto di “rewilding, la riscoperta della connessione tra uomo e ambiente, diventano protagonisti per l’uomo modelli ispirati ai paesaggi artici grazie a colori come il marrone, il viola e il teal, mentre per la donna il brand si è ispirato al lavoro della pittrice danese Mie Olise Kjærgaard. Oltre al ritorno dei modelli classici di Ecco come la Walker e la Joke, è stata presentata al Pitti anche la collaborazione con lo stilista Craig Green e il brand giapponese White Mountaineering.

Se si parla di pelletteria è impossibile non citare anche gli accessori da viaggio, rappresentati a Pitti Uomo dal brand italiano Piquadro, forte della sua esperienza nel settore con un approccio orientato al design, alla funzionalità e alla sostenibilità dei suoi prodotti tra cui il pellame certificato come sostenibile in ogni passaggio della filiera e i tessuti interamente riciclati. La collezione autunno-inverno 26/27 di Piquadro mette la tecnica e la ricerca al servizio dell’esperienza d’uso e all’identità specifica dei singoli prodotti: la linea PQLM con focus sui diversi utilizzi grazie alla modularità così come la linea Rover pensata per gli utilizzi urbani. Ancora la linea Corner arricchita oltre che nella gamma colori anche nelle funzioni con una tasca riscaldante e cavo di ricarica integrato e la linea Sync, che utilizza l’impronta digitale del proprietario come sistema di sicurezza.

Per gli accessori non sono mancate nemmeno sciarpe, stole e foulard, in particolare quelle di Faliero Sarti, brand che affonda le sue radici nell’omonimo lanificio fondato da nel 1949. Si tratta di un vero punto di riferimento per grandissimi stilisti, da Giorgio Armani a Vivienne Westwood, che si affidava per la sua comunicazione a fotografi del calibro di Steven Meisel. Oggi alla sua terza generazione la linea Accessorio è sotto la guida della nipote del fondatore Monica, che con la autunno-inverno 26/27 rilancia tessuti stampati provenienti dall’archivio del lanificio, arricchisce la proposta con sciarpe di nuove misure e tessuti – modal lana seta -, mentre la palette stagionale si tinge di colori caldi tra vinaccia, terra e blu profondo. Proseguono anche le collaborazioni del marchio come quella con l’artista Paolo Fiumi e i suoi skyline delle città o con il brand di calzature Taji Shoes tramite una capsule di sabot in tessuti d’archivio.

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Tg2 Dossier - Le facce del lavoro - Puntata del 18/01/2026

18 Gennaio 2026 ore 19:07
L'Italia del lavoro che cambia, tra fragilità, contraddizioni e domande aperte sul domani. Dall'educatrice precaria che vive di chiamate quotidiane senza certezze, alle fabbriche dell'auto che fanno i conti con la cassa integrazione. Dalla lavoratrice licenziata per aver scioperato, ai giovani che s'inventano un lavoro e poi vanno all'estero. Fino all'impatto dell'intelligenza artificiale e al paradosso degli stranieri pronti a lavorare, ma bloccati dalla burocrazia.

© RaiNews

Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer

18 Gennaio 2026 ore 19:05

Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.

Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.

L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.

Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.

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Groenlandia, l'UE pronta a controdazi per 93 miliardi. L'Italia frena

18 Gennaio 2026 ore 20:41
Trump annuncia tariffe maggiorate al 10% dal 1° febbraio e al 25% dal 1° giugno per i Paesi che ostacolano l'annessione. Meloni: "Un errore". Nbc: "Il Canada nel mirino di Trump"

© RaiNews

Lituania: Legge sulla sicurezza calpesta diritti civili assicurando lo strapotere dei servizi

18 Gennaio 2026 ore 18:00



L’emendamento alla Legge sull’intelligence, approvata con 68 voti favorevoli, 8 astenuti e nessun voto contrario, conferisce enormi poteri ai servizi, riducendo a lumicino diritti civili. Tra i nuovi poteri concessi ai piedipiatti: ottenere segretamente impronte digitali, campioni vocali, odore e altri prelievi da una persona; utilizzare materiali o altri metodi di marcatura di esseri umani ai fini della loro identificazione; e acquisire equipaggiamento speciale, esplosivi e materiali esplosivi oltre alle armi d’ordinanza. Tutto ciò senza alcuna autorizzazione di un giudice, la quale potrebbe essere concessa a posteriori, 24 ore dopo. La procedura non riguarda solo i cittadini lituani, o extracomunitari, ma è applicabile anche a tutti i cittadini dell’UE residenti, soggiornanti o semplicemente in transito sul territorio lituano.

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“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

18 Gennaio 2026 ore 18:38

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Studente ucciso a La Spezia, la protesta di parenti e amici: “La scuola dovrebbe essere un posto sicuro”

18 Gennaio 2026 ore 18:05

Parenti, amici e compagni di Abanoub Youssef, lo studente ucciso venerdì scorso in un istituto professionale di La Spezia, hanno dato vita una protesta spontanea questa mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice“, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” alcune delle frase scritte sui cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore. La manifestazione poi si è spostata in prefettura.

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Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli

18 Gennaio 2026 ore 18:02

Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.

Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.

Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.

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Iran, cade il regime? Stabilità e prosperità economica per tutta l'area del Golfo Persico, anche per Europa e Italia. Ecco perché

18 Gennaio 2026 ore 05:06
Consapevoli della drammaticità del momento che sta attraversando quel grande Paese asiatico, sforziamoci di adottare una prospettiva positiva e proviamo a immaginare un Iran democratico, modernizzato e aperto al mondo: uno scenario che oggi sembra lontano, ma che merita di essere esplorato per comprendere... Segui su affaritaliani.it

Minacce a Tescaroli, trovato un proiettile dove il magistrato ha presentato il suo libro: indagano i carabinieri

18 Gennaio 2026 ore 17:18

Un proiettile calibro 9, sparato da una pistola. È quello che hanno trovato i carabinieri nei pressi dell’ingresso del Palazzo di Città a Fasano, in provincia di Brindisi, la mattina di domenica 18 gennaio. Un ritrovamento inquietante, visto che in quel luogo sarebbe passato dopo pochi momenti Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato. Il magistrato era atteso per la presentazione del suo libro, Il biennio di sangue, edito da Paperfirst, prevista per le ore 11. I militari hanno subito collegato il ritrovamento del proiettile all’arrivo del magistrato, chiedendo l’immediato intervento degli artificieri.

Le indagini, affidate ai carabinieri della compagnia di Fasano e a quelli del comando provinciale di Brindisi, sono in corso. Gli investigatori stanno verificando la presenza di telecamere sul luogo del ritrovamento, per capire chi ha abbandonato il proiettile nel luogo dove Tescaroli era atteso. L’altra ipotesi è che qualcuno abbia esploso il colpo di pistola nei pressi del Palazzo di Città. La presentazione del libro del magistrato si è comunque svolta come da programma.

Tescaroli vive sotto scorta da molti anni, a causa delle minacce ricevute in passato. “Ti faremo saltare con il tritolo. Finiremo quello che abbiamo iniziato”, c’era scritto in una lettera di minacce spedita al magistrato nel luglio del 2024. L’anno precedente, invece, un pacco sospetto era stato ritrovato davanti casa di Tescaroli a Firenze: conteneva un pacco batterie per la ricarica di microcar elettriche da cui fuoriuscivano fili neri. Già giovannissimo pm a Caltanissetta e poi procuratore aggiunto a Roma e a Firenze, negli anni il magistrato ha indagato – tra le altre cose – sulla strage di Capaci e su quella di via d’Amelio, sull’omicidio del banchiere Roberto Calvi, su Mafia Capitale e sulle bombe del 1993. Nell’esperienza da aggiunto della città toscana ha coordinato l’inchiesta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (fino alla sua morte), indagati per concorso nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. Da quando è stato nominato al vertice della procura di Prato, invece, Tescaroli ha puntato i riflettori sulle faide interne ai clan cinesi: una spirale di violenza fatta di omicidi, pestaggi e incendi.

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Allarme chimico nelle crocchette per cani Eurospin: “Livelli di aflatossina superiori ai limiti”. Ecco il lotto ritirato dal Ministero della Salute

18 Gennaio 2026 ore 17:04

Scatta l’allarme per le crocchette per cani della marca Radames, commercializzata nei supermercati Eurospin. Il Ministero della Salute ha disposto il richiamo del prodotto venduto nel pacco da 10 chili, con lotto di produzione 5286 e con scadenza datata 13 aprile 2027 (le crocchette in questione sono prodotte da Gheda Mangimi S.r.l., presso la sede stabilimento Ostiglia -Mantova, Via Comuna Santuario, 1). Nel cibo, infatti, è stata rilevata la presenza di “aflatossina B1” oltre i limiti della legge. L’avviso è stato pubblicato lo scorso 9 gennaio sul portale del Ministero, che ha specificato che coloro che hanno acquistato il prodotto sono tenuti a non consumarlo e a riconsegnarlo presso il punto vendita.

Crediti: Eurospin

Che cos’è l’aflatossina? Si tratta di un agente chimico prodotto dalla muffa Aspergillus flavus, che prolifera sui cereali spesso utilizzati come ingredienti per i mangimi degli animali domestici. È bene sottolineare che l’aflatossina è un componente presente in maniera naturale all’interno dei cibi composti da cereali. Tuttavia, come nel caso delle crocchette di Radames, se la quantità della tossina supera i limiti di legge il cibo non deve essere ingerito. L’assunzione di livelli elevati di aflatossina può provocare vomito, diarrea, perdita di appetito, ittero e, nei casi più estremi, la morte dell’animale. I nostri amici a quattro zampe sono più vulnerabili a questo agente chimico perché, a differenza degli esseri umani che seguono una dieta variegata, si nutrono degli stessi alimenti per lunghi periodi.

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Iran, una ong smentisce Israele sulla notizia della morte di Erfan Soltani: “È vivo”. Ancora accesso filtrato di internet

18 Gennaio 2026 ore 17:01

Mentre dentro e fuori l’Iran la tensione rimane altissima, lo scontro è anche sulle informazioni che arrivano da un Paese dove le comunicazioni sono ancora molto complicate dopo il blackout imposto dal regime. Nelle scorse ore, l’ong Hengaw, specializzata in difesa dei diritti umani, ha smentito la notizia diffusa da Israele sulla morte di Erfan Soltani, giovane diventato un simbolo delle ultime proteste contro gli ayatollah. L’organizzazione umanitaria infatti, ha diffuso su X un comunicato con la foto del ragazzo dove si dice che alla famiglia “è stata concessa una breve visita di persona oggi” e si conferma “che è attualmente vivo e in condizioni fisiche stabili”. L’aggiornamento arriva dopo che un account ufficiale su X del governo israeliano in farsi aveva reso noto che secondo alcune fonti Soltani sarebbe stato “brutalmente ucciso mentre era in custodia della Repubblica islamica”.

Accesso “fortemente filtrato” a internet

Intanto, secondo i media locali, le autorità iraniane stanno valutando di ripristinare “gradualmente” l’accesso a internet dopo il blocco delle comunicazioni. L’agenzia Afp ha anche fatto sapere di esser riuscita a connettersi a internet dall’ufficio di Teheran, sebbene la maggioranza dei provider web e mobili restino interrotti. I dati sul traffico indicano un ritorno significativo di alcuni servizi online, tra cui Google, il che suggerisce che sia stato abilitato un accesso fortemente filtrato, a conferma delle segnalazioni degli utenti su un ripristino parziale” della rete, ha spiegato NetBlocks in un post sui social. Le chiamate internazionali sono possibili da martedì 13 e la messaggistica di testo è stata ripristinata ieri 17 gennaio. L’Iran avvierà il ripristino “graduale” dell’accesso a Internet, bloccato dall’8 gennaio 2026 a causa delle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre, ha riferito all’Ansa una fonte informata. Anche i social network Instagram, Telegram, X, Facebook e YouTube erano stati vietati in Iran alcuni anni fa, spingendo gli utenti a utilizzare le Vpn, ma anche le Vpn sono state vietate dall’8 gennaio.

Media: “Potrebbero essere più di 16mila i morti”

Secondo un rapporto redatto da medici iraniani e citato dal Sunday Times, “le vittime nella repressione delle proteste in Iran supererebbe i 16.500 morti”. Il rapporto afferma nello specifico che la maggior parte delle vittime sono giovani sotto i 30 anni e che altre 330.000 persone sono rimaste ferite, con gran parte delle uccisioni avvenute nell’arco di due giorni. “Questo è un livello di brutalità completamente nuovo”, ha dichiarato al Times il professor Amir Parasta, chirurgo oculista iraniano-tedesco che ha contribuito a creare la rete di medici che ha messo a punto il documento. “Questa volta stanno usando armi di livello militare e quello che stiamo vedendo sono ferite da arma da fuoco e da schegge alla testa, al collo e al torace”. Il rapporto afferma che i dati sono stati raccolti dal personale di otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso in tutto l’Iran. Afferma che i medici sono stati in grado di comunicare utilizzando la tecnologia vietata Starlink durante il blocco di Internet. Il rapporto segnala anche un elevato numero di lesioni agli occhi: le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso anche a fucili da caccia, con almeno 700 persone che hanno perso la vista.

EXCLUSIVE – Hengaw

Hengaw has learned that the family of Erfan Soltani has been granted a brief in-person visit with him today, Sunday, January 18, 2026, and has confirmed that he is currently alive and in stable physical condition.

This development comes after days of extreme… pic.twitter.com/kwcSHVeVMG

— Hengaw Organization for Human Rights (@Hengaw_English) January 18, 2026

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Così l’Italia rafforza il suo ruolo nel cuore dell’Asia orientale

18 Gennaio 2026 ore 17:42

La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.

Tokyo, il partenariato “speciale” e una visione condivisa

A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.

Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.

Seul, un equilibrio diverso e il peso della Cina

A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.

Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.

L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.

Economia reale, tecnologie critiche, difesa

La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.

La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.

Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta

Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.

Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.

Difesa, GCAP e nuove sinergie industriali

Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.

La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.

In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.

Una partnership che funziona perché pragmatica

Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.

Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.

Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.

La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.

Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.

Ecco il Golden Dome di Trump, l'enorme scudo spaziale antimissile per proteggere l'America

18 Gennaio 2026 ore 17:38
Ispirato all'Iron Dome d'Israele, costerebbe 175 miliardi di dollari. Space X in prima fila per realizzarlo. Dovrebbe sfruttare una rete di centinaia di satelliti in orbita. Ma alcuni analisti militari: "Troppo vasta l'area da proteggere"

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Federica Brignone iscritta al gigante di Plan de Corones: “Deciderà al mattino se gareggiare o meno”

18 Gennaio 2026 ore 16:46

Si avvicina il rientro di Federica Brignone, ferma dallo scorso aprile per il grave infortunio rimediato alla gamba – frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore – durante i campionati italiani. L’azzurra infatti risulta iscritta al gigante di Coppa del Mondo di sci in programma martedì a Plan de Corones e dovrebbe quindi tornare a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina.

“La detentrice della sfera di cristallo prenderà parte alla sciata in pista del mattino e poi deciderà se gareggiare o meno – fa sapere la Fisi – Per lei si tratterebbe del rientro agonistico a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio occorsole lo scorso 3 aprile in Val di Fassa”. La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma alle 10.30, la seconda alle 13.30.

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

18 Gennaio 2026 ore 16:41

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono

18 Gennaio 2026 ore 16:21

“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970.

Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva.

“Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione.

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Cuba, l’omaggio dell’Avana ai 32 militari uccisi nel raid Usa in Venezuela: decine di migliaia in marcia sul lungomare

18 Gennaio 2026 ore 16:08

Decine di migliaia di cubani hanno partecipato alla lunga marcia per rendere omaggio ai 32 militari uccisi in Venezuela durante l’operazione militare degli Usa e per mandare un messaggio alla Casa Bianca e al presidente Donald Trump. È avvenuto venerdì 16 gennaio all’Avana, in un corteo organizzato in “difesa della sovranità di Cuba e della Rivoluzione”. “Honor y gloria”, lo slogan scelto per chiamare le persone a raccolta nella “Marcia del popolo combattente”, snodatasi dalla Tribuna Antimperialista lungo il Malecón, il lungomare avanero.

I cittadini hanno cominciato a riempire le strade della città sin dalle prime ore del mattino. Il palco della manifestazione è stato montato in un luogo simbolico: alle spalle all’ambasciata statunitense. Da qui il presidente della Repubblica e segretario generale del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, nella classica tenuta verde oliva, si è scagliato contro “l’aggressione terrorista” compiuta a Caracas lo scorso 3 gennaio dalle forze speciali Usa. “Cuba è terra di pace” ha detto. “Non minaccia né sfida, ma se aggrediti siamo in milioni disposti a
combattere con la stessa fierezza dei nostri compatrioti caduti”.

In prima fila i 32 cartelli con impressi i nomi e i volti dei soldati impegnati nel Paese bolivariano alleato dell’Avana, tumulati nelle varie province di provenienza, dove si sono svolte altrettante celebrazioni di massa nei giorni scorsi. Un discorso pronunciato sotto un cielo grigio, tra gli applausi e le risposte corali dei presenti. Fra loro militari, studenti, lavoratori, cittadini comuni, giovani e anziani. Alcuni “spinti” dal Partito comunista che controlla il Paese, altri sinceramente fedeli al socialismo e alla Revolución, nonostante la grave crisi economica che attanaglia l’isola ormai da molti anni. “Qui non si arrende nessuno”, il grido ripetuto durante il corteo, quando il serpentone umano stretto tra i cordoni di sicurezza ha riempito il lungomare di bandiere cubane e venezuelane. Qualcuno ha il vessillo rosso con la falce e il martello, altri il volto di Fidel Castro, accostato a José Martí (eroe della Patria cubana nella lotta d’indipendenza contro gli spagnoli) e a Hugo Chávez, alla cui figura risale il legame venticinquennale tra il socialismo cubano e quello venezuelano.

Tra gli obiettivi principali degli slogan scanditi dai manifestanti ci sono Trump e soprattutto Rubio, figlio di cubani dal dente particolarmente avvelenato nei confronti del governo dell’isola. “Cuba è sovrana e
decide da sola il proprio destino“, è il concetto gridato al passaggio davanti all’ambasciata Usa, riaperta nell’era Obama in un clima di speranza e tornata oggi cupa sede dell’imperialismo “Yanqui”, come viene definito qui.

Volti seri, corrucciati ma anche sorridenti, tra tamburi e cori di scherno. Come quello di Mijaín López, pentacampione olimpico di lotta greco-romana che ha salutato il corteo al fianco del presidente, stringendo
mani e regalando selfie. Dopotutto per molti la manifestazione, scioltasi tra le strade verdi del Vedado, è stata anche una festa.

Nonostante il clima di tensione che ha spinto le autorità dell’isola ad attivare esercitazioni militari, la vita in questi giorni scorre in modo tranquillo, con le difficoltà ormai croniche dettate da una crisi che non accenna a dare tregua. Carenze energetiche in primis. Una situazione deflagrata con lo scoppio della pandemia, che ha falcidiato l’economia cubana, già colpita da centinaia di sanzioni statunitensi. Una lotta quotidiana imposta a buona parte della popolazione, divisa tra difesa della bandiera e una ricerca di ossigeno che spinge anche a emigrare.

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L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1, auto danneggiate

18 Gennaio 2026 ore 16:02

L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i viola, valido per la Serie A.

Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie A, in programma alle ore 18.

La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto. Tutto sarebbe cominciato al vicino autogrill del Cantagallo, dove un gruppo di tifosi della Fiorentina (diretti a Bologna per la partita del Dall’Ara) hanno incontrato un gruppo di romanisti che stavano andando a Torino per la partita con i granata in programma alle 18. Gli scontri sono avvenuti qualche chilometro dopo, dove molte auto e alcuni minibus si sono fermati nella corsia d’emergenza e nelle piazzole. I tifosi sono scesi dalle auto e si sono affrontati con mazze, martelli, spranghe e caschi. Il tutto è durato pochi minuti, poi le auto sono ripartite, prima dell’intervento delle forze di polizia, avvertite dalle auto in transito.

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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

18 Gennaio 2026 ore 16:29

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona

18 Gennaio 2026 ore 15:59

Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.

Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.

Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.

Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.

Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

18 Gennaio 2026 ore 15:53

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

18 Gennaio 2026 ore 15:46

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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Ucraina, la Lega alza la voce: "Aiuti sì, ma stop alla retorica bellicista. L'Europa impari a dialogare con tutti"

18 Gennaio 2026 ore 02:34
"La Lega ha votato sì al sostegno all’Ucraina perché abbiamo avuto ampie rassicurazioni dal governo che saranno rafforzati gli aiuti civili e umanitari, che la fornitura di mezzi e materiali sarà di carattere difensivo in una logica di difesa e deterrenza e che ci sarà coerenza con il percorso diplomatico intrapreso in grado di... Segui su affaritaliani.it

Diplomazia italiana e rotte indo‑mediterranee si incrociano a Mascate

18 Gennaio 2026 ore 15:49

Mentre la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, arrivava a Mascate per una visita ufficiale, la capitale omanita accoglieva con una cerimonia solenne anche l’INSV Kaundinya, al termine di uno storico viaggio di 18 giorni dal Gujarat all’Oman. Due arrivi paralleli, due traiettorie diverse — una politica, l’altra marittima — che si sono incrociate nello stesso luogo e nello stesso momento, proiettando sull’Oceano Indiano una narrazione che unisce passato e futuro, memoria e strategia.

L’India guarda all’Indo-Mediterraneo e a rotte come il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa non soltanto attraverso infrastrutture moderne e corsie di navigazione contemporanee. Esiste anche una dimensione culturale e simbolica che affonda le radici nella storia antica e contribuisce a dare profondità strategica alle scelte del presente. L’INSV Kaundinya si colloca esattamente in questo spazio: non una semplice unità navale, ma una ricostruzione vivente della tradizione marinara indiana.

Ispirata alle navi a fasciame cucito raffigurate nei murali del V secolo delle grotte di Ajanta, l’imbarcazione è stata concepita come un ponte tra l’India contemporanea e il suo passato oceanico, ben precedente all’era dei motori e degli scafi in acciaio. A promuovere il progetto è stato Sanjeev Sanyal, economista e storico, oggi membro del Consiglio Economico Consultivo del Primo Ministro, con l’obiettivo dichiarato di restituire visibilità a una civiltà marittima spesso sottovalutata nella narrazione globale.

A differenza delle navi moderne, l’INSV Kaundinya è stata costruita senza l’impiego di chiodi o componenti metallici. Le tavole di legno sono state cucite a mano con corde di fibra naturale di cocco e sigillate con resine organiche, seguendo tecniche tradizionali tramandate nei secoli e ancora vive in alcune aree costiere dell’India, in particolare nel Kerala. Un sapere artigianale antico, integrato con competenze ingegneristiche moderne, che restituisce un’idea di continuità più che di nostalgia.

Il progetto è nato da una collaborazione tripartita tra il Ministero della Cultura indiano, la Marina e il cantiere navale di Goa Hodi Innovations (OPC) Pvt Ltd. La posa della chiglia nel settembre 2023 ha dato avvio a quasi due anni di lavoro, resi ancora più complessi dall’assenza di progetti tecnici originali. Il team ha dovuto affidarsi a fonti iconografiche, testi storici e test idrodinamici condotti presso l’IIT di Madras per garantire la navigabilità oceanica dell’imbarcazione.

Dopo il varo nel febbraio 2025, la nave è stata ufficialmente incorporata nella Marina indiana il 21 maggio 2025 presso la base di Karwar, nel Karnataka. Il nome Kaundinya richiama l’antico navigatore che, secondo la tradizione, avrebbe raggiunto il Sud-Est asiatico creando legami culturali duraturi: un riferimento che rafforza il messaggio di lungo periodo insito nell’intera iniziativa.

Il primo viaggio internazionale ha preso il via il 29 dicembre 2025 da Porbandar, in Gujarat, con destinazione Mascate. Una rotta che ricalca gli antichi itinerari commerciali tra il subcontinente indiano e la Penisola Arabica, molto prima che la navigazione coloniale ridefinisse i flussi globali. Porbandar è anche la città natale di Mohandas Karamchand Gandhi, ulteriore elemento simbolico in un percorso che intreccia storia, identità e diplomazia.

Durante la traversata del Mar Arabico, Sanyal ha condiviso aggiornamenti regolari sui social, raccontando i ritmi lenti della navigazione a vela, l’influenza dei venti e le sfide quotidiane di una traversata che riecheggia le esperienze dei marinai di oltre duemila anni fa. In uno dei passaggi più evocativi, ha descritto l’avvistamento lontano di una moderna portaerei: un contrasto che rende visibile, nello stesso orizzonte, la stratificazione del potere marittimo nel tempo.

L’approdo a Mascate, inaugurato ufficialmente alla presenza delle autorità locali e diplomatiche, ha assunto così un valore che va oltre la celebrazione storica. L’Oman è da secoli un nodo centrale delle reti dell’Oceano Indiano e oggi si conferma spazio di incontro tra diplomazia, commercio e sicurezza marittima. In questo contesto, la concomitante visita di Giorgia Meloni ha aggiunto una dimensione ulteriore.

Se la Kaundinya rappresenta la storia millenaria dell’India come civiltà marittima, Meloni incarna il futuro dell’Italia: prima donna a guidare il Paese come Presidente del Consiglio, ha riportato Roma a rivendicare un ruolo più assertivo in Europa e nel Mediterraneo allargato, con uno sguardo crescente verso l’Indo-Pacifico. In Oman, India e Italia si sono ritrovate simbolicamente riunite come due pilastri complementari dell’Indo-Mediterraneo, uno spazio che non è più soltanto geografico, ma strategico.

Questa convergenza non è frutto di una coreografia studiata, ma di una serendipità significativa. In un momento di forte instabilità globale, il viaggio della Kaundinya ricorda che i mari — un tempo ponti di scambio e connessione — continuano a modellare le relazioni internazionali. Tra memoria storica e proiezione strategica, l’Indo-Mediterraneo torna così a raccontare una storia antica, ma sorprendentemente attuale.

 

(Foto: X, @sanjeevsanal)

Il Patronage di Odessa come snodo della strategia italiana in Ucraina

18 Gennaio 2026 ore 14:52

Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.

Definire la strategia italiana in Ucraina

La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.

A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.

Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.

Lo schiaffo diplomatico di Lugano

Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.

La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.

Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.

Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.

Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.

L’attacco alla cattedrale ortodossa di Odessa

Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.

Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.

Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.

Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.

L’Ucraina riscopre l’Italia

Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.

L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.

Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.

Perché Odessa?

La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.

Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:

Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.

Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.

Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.

Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.

Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.

La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC2025)

L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.

Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.

Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.

Gli interessi stranieri a Odessa

Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:

Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.

Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).

Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.

Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).

Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).

Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.

Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.

Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.

Il luogo ideale per gli investimenti italiani

La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.

In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.

Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

18 Gennaio 2026 ore 13:35

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

Dal Trattato del 1920 alla Nato, l’evoluzione della presenza italiana nell’Artico. Scrive Caffio

18 Gennaio 2026 ore 13:12

“L’Italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. Questo il punto centrale del messaggio inviato dalla premier Giorgia Meloni alla conferenza di presentazione del documento dedicato alla Politica Artica Italiana in cui si indicano le linee strategiche che il nostro Paese intende seguire, come osservatore nel Consiglio Artico, sostenitore del diritto internazionale del mare e membro della Ue e della Nato.

La posizione italiana ha radici antiche che risalgono alle missioni di esplorazione scientifica del secolo scorso ed all’adesione al Trattato delle Svalbard. L’accordo del 1920 contiene infatti clausole che, nel riconoscere la sovranità della Norvegia, stabiliscono il suo impegno a preservare l’ambiente naturale, non installare basi navali e fortificazioni, favorire la ricerca scientifica, consentire la presenza delle Parti contraenti.

Il regime di smilitarizzazione delle Svalbard è ritornato di attualità ora che la Russia ne pretende il rispetto. Esso va però inteso nella sua giusta accezione: non rinuncia ad esercitare difesa e deterrenza nell’Arcipelago da parte della Norvegia (e della Nato) ma impegno a non farne un uso offensivo. Questa è proprio la chiave per comprendere il senso della politica italiana che considera l’Artico “regione strategica, dove si intrecciano economia, ambiente, ricerca, energia e – oggi più che mai – sicurezza e difesa”. Ma l’aderenza della visione del nostro Paese alla realtà del Grande Nord è confermato da altri elementi.

Mentre per il territorio antartico esiste uno specifico trattato che ne stabilisce l’uso per fini pacifici proibendo appropriazioni di aree, installazioni e manovre militari, l’Artico non è governato da alcuno specifico accordo. Ad esso, si applica infatti l’ordinario diritto del mare come specifica la Dichiarazione di Ilulissat (Groenlandia) del 2008: il testo esprime la visione dei Paesi fondatori del Consiglio Artico, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (da notare che la Cina strumentalmente si definisce “Near-Arctic State”).

Nell’Oceano Artico gli Stati costieri sono quindi titolari di diritti nelle aree di piattaforma continentale e Zee come accade in altri regioni marine; sotto i ghiacci del Polo ci sono invece spazi di mare libero. I Paesi artici e quelli come l’Italia che hanno lo status di “osservatori” nel Consiglio si sono tuttavia impegnati a cooperare tra loro per la protezione del fragile ecosistema marino.

Ecco quindi che considerare l’Artico una zona di pace è un’esigenza connessa alla tutela degli habitat, ad evitare i rischi di inquinamento della navigazione commerciale e dello sfruttamento incontrollato delle risorse. Questo, in linea con la Convenzione del diritto del mare del 1982 che stabilisce l’uso pacifico dei mari come bene comune.

Non a caso l’Italia vede nella Norvegia il suo partner ideale per realizzare la sua strategia (come dichiarato anche da Eni): Oslo interpreta infatti al meglio i principi di cooperazione pacifica nel campo ambientale, scientifico ed economico che dovrebbero garantire la tutela degli spazi artici.

Ma che dire della Russia che sin dal tempo degli Zar considera l’Artico uno spazio che le appartiene sino al Polo come prolungamento delle terre emerse? E come non temere la sua massiccia militarizzazione delle coste e dei mari adiacenti o il controllo navale della Rotta a Nord Est (ora Northern Sea Route) che attraversa la sua Zee? Naturale quindi che Il sostegno italiano alla presenza della Nato nell’Artico vada visto come misura per “prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.

La minaccia militare russa nell’Artico è una realtà incontestabile, non foss’altro perché Mosca deve difendere nel Circolo Polare Artico un enorme sviluppo costiero di circa 25.000 km. con risorse naturali ricchissime. È bene ricordare che nel momento in cui l’ex Urss si stava dissolvendo, Gorbashev lanciò nel 1987, con la Murmansk Initiative, una serie di proposte per fare dell’Artico una zona denuclearizzata e demilitarizzata. Non si trattava però di un piano di pace. A Mosca interessava soltanto allontanare dalle regioni polari le Forze occidentali sì da farne un proprio mare chiuso.

Con lo scioglimento dei ghiacci le zone polari si stanno ora aprendo alla navigazione internazionale ed alla competizione energetica: tra non molto sarà inevitabile per l’Occidente confrontarsi con la Russia per l’uso pacifico e condiviso dell’Artico.

Basta UE, Nato e globalismo

18 Gennaio 2026 ore 11:00



Comunicazioni domenicali del Presidente di DSP Francesco Toscano. “Vi aspetto a Roma Sabato 31 Gennaio e Domenica 1 Febbraio- hotel Ergife- per il grande Congresso nazionale di Demicrazia Sovrana e Popolare

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

18 Gennaio 2026 ore 12:37

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

Referendum giustizia, SI' alla riforma al 63%. Forza Italia: "Dal fronte del NO solo slogan con attori e cantanti radical chic"

18 Gennaio 2026 ore 10:30
"È fondamentale continuare, come noi di Forza Italia stiamo facendo, a spiegare punto per punto la riforma. Entrando nel merito, approfondendo le ragioni dell'attuale sfiducia dei cittadini del sistema giustizia. Siamo profondamente convinti della assoluta serietà di questa riforma, che non è un fulmine a ciel sereno, ma... Segui su affaritaliani.it

Groenlandia, responsabilità tra Usa e Ue per evitare di favorire Russia e Cina

18 Gennaio 2026 ore 11:28

“Ho sentito il presidente americano Donald Trump ed ho espresso le mie perplessità”, dice questa mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un momento di particolare tensione nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa attorno al dossier “Groenlandia”. Il messaggio, che arriva dalla Corea del Sud, chiede di evitare l’escalation abbassando i toni. Un lavora che l’Italia sta cercando di spingere anche in sede Ue.

La convocazione di una riunione straordinaria degli ambasciatori dell’Unione Europea nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, per valutare una risposta coordinata all’annuncio statunitense di nuove tariffe contro alcuni Paesi membri, segna l’ingresso della crisi sulla Groenlandia in una nuova fase. Non più soltanto uno scontro retorico o una disputa diplomatica, ma un dossier che incrocia commercio, sicurezza economico (e non solo) e coesione transatlantica, costringendo Bruxelles a una risposta “intelligente, coordinata e possibilmente non ulteriormente incendiaria” a Washington, dice una fonte dai corridoio europei.

Il detonatore è stato l’annuncio di Trump, che sabato ha fatto sapere che nuovi dazi colpiranno una serie di Paesi alleati – tra cui Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito – accusati di aver rafforzato la propria presenza militare in Groenlandia come forma di deterrenza contro gli Stati Uniti. Una misura che riapre una frattura commerciale che l’Europa riteneva superata dopo la tornata di dazi di inizio presidenza, e che collega esplicitamente il terreno economico a quello strategico, nel momento in cui l’Artico torna a essere uno spazio di competizione crescente e la Groenlandia gioca un ruolo per l’asse transatlantico e per il Western Hemisphere che Trump intende proteggere come missione identitaria della “sua” National Security Strategy.

Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato della necessità di una risposta comune, ribadendo che l’Unione europea difenderà il diritto internazionale e l’integrità territoriale dei suoi Stati membri – nel caso la Danimarca, che p sovrana sulla Groenlandia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avvertito che una spirale tariffaria rischia di danneggiare la prosperità condivisa e di indebolire il fronte occidentale, messaggio arrivato anche della Hr/Vp Kaja Kallas, che ha citato esplicitamente Cina e Russia come i favoriti dalle divisioni transatlantiche. Diversi leader europei hanno sottolineato come la sicurezza della Groenlandia possa e debba essere affrontata all’interno dei meccanismi Nato, che racchiude sia gli Usa che diversi Paesi europei.

Il dato politico, tuttavia, va oltre la contingenza. La riunione degli ambasciatori segnala che la questione groenlandese non è più un tema periferico, ma un banco di prova per la capacità dell’Occidente di gestire divergenze strategiche senza trasformarle in crisi sistemiche. È su questo crinale – tra deterrenza, dialogo e interessi divergenti – che si gioca ora la partita più delicata.

La Groenlandia non è un dossier complesso, ma…

Sul piano analitico, la narrativa che giustifica un cambio di status dell’isola regge poco. Come ha osservato Richard Fontaine, Ceo del Anas, la Groenlandia non è un dossier intrinsecamente complesso: lo diventa solo se lo si carica di obiettivi che esulano dalla realtà dei fatti. Gli Stati Uniti dispongono già, grazie agli accordi con la Danimarca, di ampi margini operativi in termini di basi, tra radar e presenza militare di ogni possibile genere. La difesa dell’Artico e il monitoraggio delle attività di Cina e Russia possono essere rafforzati senza bisogno di “possedere” il territorio, spiega l‘esperto americano. L’idea che la sicurezza richieda l’annessione statunitense, o che la deterrenza passi dall’invio simbolico di piccoli contingenti multinazionali come quelli europei, finisce per produrre l’effetto opposto: politicizzare e radicalizzare un dossier che potrebbe essere gestito in modo pragmatico.

Anche l’argomento secondo cui la Groenlandia rischierebbe di “cadere” sotto l’influenza di potenze rivali appare debole se non accompagnato da scelte coerenti. Secondo Fontaine, se davvero Mosca e Pechino rappresentassero una minaccia imminente, la risposta più lineare sarebbe rafforzare i dispositivi esistenti e il coordinamento Nato, non aprire un contenzioso politico con Copenaghen e con gli alleati europei. Le alleanze, ragiona, si fondano proprio sulla difesa reciproca di territori che non si possiedono: è questa la logica che ha retto l’ordine post-1945 e che continua a garantire stabilità.

Un’ulteriore chiave di lettura arriva dall’intervista pubblicata sabato dal Corriere della Sera con protagonista l’ex ambasciatrice statunitense in Danimarca Carla Sands. Sands, forte della sua esperienza diretta sul dossier groenlandese e attualmente nel team dell’America First Policy Institute, ha ricordato come l’interesse americano sia legato soprattutto alla sicurezza e alle risorse strategiche, non a una conquista formale. Le sue parole aiutano a distinguere tra l’obiettivo sostanziale – evitare che l’isola finisca sotto un’influenza ostile di Cina o Russia – e la retorica che rischia di irrigidire le posizioni. In questo senso, l’accento posto sul possibile percorso di lungo periodo verso una maggiore autonomia groenlandese suggerisce che il nodo non sia “a chi appartiene” il territorio, ma come garantirne stabilità e sviluppo senza forzature.

Alla ricerca della responsabilità

È in questo spazio che si inserisce la posizione italiana, improntata a responsabilità e controllo, con le perplessità espresse da Meloni. Durante la presentazione del Documento strategico sull’Artico, il 16 gennaio 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in guardia contro approcci frammentati e simbolici, osservando che l’idea di piccoli contingenti europei dispiegati sull’isola non somiglia a una strategia credibile. Il punto, ha sottolineato, è tenere unito il mondo occidentale e preservare il quadro di cooperazione. A posteriori, quelle parole suonano quasi profetiche: il giorno dopo, l’annuncio dei dazi americani contro quei contingenti ha mostrato quanto rapidamente una gestione muscolare possa produrre contraccolpi politici ed economici.

Il paradosso è che entrambe le strade estreme – l’idea di “conquistare” la Groenlandia e quella di usarla come palcoscenico per segnali di deterrenza – finiscono per alimentarsi a vicenda. Il rischio è che l’una legittimi l’altra, in una dinamica che favorisce solo gli attori interessati a dividere l’Occidente. Fonti diplomatiche spiegano che la via d’uscita è più sottile, ma anche più realistica: un dialogo strutturato che consenta a Washington di rivendicare un rafforzamento della sicurezza artica, e a Trump di ottenere “qualcosa che possa essere raccontato come una vittoria”, e all’Europa di mantenere lo status quo, garantendo al tempo stesso che l’isola resti saldamente ancorata allo spazio euro-atlantico.

In quest’ottica, il compromesso non è una resa, ma uno strumento politico. Permette a Trump di presentare un risultato tangibile al proprio elettorato – maggiore attenzione all’Artico, più investimenti in sicurezza, tagliare fuori i rivali dell’emisfero occidentale – e agli europei di evitare una deriva che metterebbe in discussione sovranità e alleanze cruciali come quella con gli Usa. La Groenlandia è strategica, e proprio per questo va sottratta alla logica della provocazione. Meno benzina sul fuoco, più diplomazia: è l’unico modo per spegnere una scintilla prima che diventi crisi.

Il rischio del confronto è anche racchiuso nel messaggio che emerge da alcuni recenti sondaggi, come quello di Ecfr. Gli scontri – verbali, postulali, pratici – legati alle posizioni complicate prese da Trump rischiano di allontanare le opinioni pubbliche europee dagli Stati Uniti, con un riflesso ancora più problematico: creare spazi dove la narrazione e la disinformazione cinese si nuove per piegare gli europei e altri alleati statunitense verso Pechino.

Sulla Groenlandia si possono abbassare i toni. Fontaine spiega perché

18 Gennaio 2026 ore 11:18

La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.

Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.

La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?

Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.

Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.

Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.

C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.

Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.

Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.

La riforma della giustizia e le ragioni democratiche del sì. Il commento di Ippolito

18 Gennaio 2026 ore 10:55

Il referendum costituzionale della primavera 2026 segna un passaggio fondamentale nell’evoluzione dell’architettura costituzionale italiana. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, fulcro della consultazione, non è una mera modifica tecnica, ma rappresenta un bivio ineludibile per la cultura della giurisdizione in Italia. L’obiettivo è realizzare una “democrazia compiuta”, chiudendo una lunga stagione di conflitto istituzionale e rispondendo a patologie sistemiche che hanno eroso la fiducia dei cittadini. Questa non è solo una riforma benefica, ma un intervento essenziale per invertire un declino dimostrabile nell’efficacia e nella credibilità del sistema, rendendo il voto del 2026 un punto di non ritorno.

La tesi centrale di questa analisi è che votare “Sì” significa scegliere un sistema giudiziario più equilibrato, imparziale ed efficiente, in piena coerenza con i principi del giusto processo e con una volontà popolare già espressa ma rimasta inascoltata. La riforma è l’esito di un dibattito decennale che giunge oggi a maturazione, offrendo al Paese un’opportunità irripetibile di modernizzare una delle sue funzioni sovrane più delicate e decisive.

Il principio cardine della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Questa non è una semplice riorganizzazione, ma l’attuazione più completa del principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige un giudice terzo e imparziale di fronte a parti che si confrontano su un piano di parità. Sul piano dei principi costituzionali, la riforma sana un’anomalia del nostro ordinamento: un modello di carriera unitaria che tiene insieme, sotto lo stesso tetto, due funzioni — quella requirente e quella giudicante — che per un sano equilibrio istituzionale, ispirato alla separazione dei poteri, devono essere nettamente demarcate.

Separare le carriere non significa solo distinguere i ruoli, ma plasmare una diversa e specifica forma mentis per chi è chiamato a giudicare e per chi è chiamato ad accusare. La scelta quasi irreversibile della funzione, operata a inizio carriera, modella progressivamente una cultura professionale coerente con il proprio ruolo. Per comprendere la portata del cambiamento, è essenziale distinguere tra il sistema attuale, basato sulla distinzione delle funzioni, e quello proposto, incentrato sulla separazione delle carriere.

Questa impostazione è sostenuta da un’ampia parte del mondo giuridico e istituzionale. Come si legge nella relazione della Commissione europea, “il ministro della Giustizia ritiene che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo dei magistrati e attui il principio generale secondo cui la giurisdizione è esercitata tramite un equo processo in cui le parti sono su un piano di parità dinanzi a un giudice imparziale”. Posizioni analoghe sono state espresse dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che hanno definito la riforma “essenziale per garantire l’imparzialità dei giudici”.

La necessità di assicurare un’imparzialità non solo formale, ma anche sostanziale e percepita, si lega direttamente alle carenze strutturali che affliggono il sistema, le quali richiedono un intervento deciso e non più procrastinabile.

La riforma costituzionale non è un’esercitazione teorica, ma una risposta necessaria a disfunzioni strutturali, ampiamente documentate, che minano l’efficienza della giustizia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La Relazione sullo Stato di diritto 2025 della Commissione Europea offre un quadro impietoso delle patologie che il sistema italiano deve affrontare.

La lentezza della giustizia “costituisce tuttora un grave problema”. In particolare, i tempi per risolvere i contenziosi civili e commerciali sono “i più lunghi nell’UE”, richiedendo in media circa sei anni per una conclusione nei tre gradi di giudizio.

La percezione della corruzione nel settore pubblico “continua ad essere relativamente elevata”. I dati dell’Eurobarometro indicano che l’82% degli italiani la ritiene un fenomeno diffuso, una cifra allarmante se confrontata con la media UE del 69%.

Il sistema soffre di “lacune persistenti” nel personale. Si registra un tasso di carenza del 17% per i magistrati ordinari e del 37% per il personale amministrativo, una situazione che paralizza gli uffici giudiziari.

Questi dati non sono solo numeri, ma la negazione quotidiana del diritto a una giustizia rapida ed efficace. Una magistratura gravata da carenze di organico del 17% e da processi che durano anni non può permettersi l’inefficienza derivante da una carriera indifferenziata. La specializzazione imposta dalla separazione è una leva diretta per ottimizzare risorse scarse e aggredire le lungaggini alla radice, introducendo una logica di efficienza e chiarezza di ruoli oggi assente. Un sistema così inefficiente genera sfiducia e allontana i cittadini dallo Stato, rendendo la riforma non solo opportuna, ma strategica.

Questa urgenza di cambiamento non è avvertita solo a livello istituzionale, ma trova un forte riscontro nella volontà popolare, come dimostrato da recenti consultazioni.

Il dibattito sulla separazione delle carriere non è un’imposizione improvvisa, ma una questione che anima la discussione pubblica da decenni. Proposte di riforma sono state avanzate da commissioni parlamentari, come la “Commissione D’Alema”, e da iniziative di legge popolari, segnalando un’esigenza di cambiamento profonda e trasversale. Questo lungo percorso ha trovato la sua più chiara espressione nella volontà manifestata dai cittadini in occasione dei referendum abrogativi del 2022.

In quella consultazione, il terzo quesito proponeva di abrogare le norme che consentono il passaggio dei magistrati dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Il risultato, tra coloro che si recarono alle urne, fu inequivocabile.

Nel referendum del 2022, il 73,26% dei votanti si è espresso a favore della separazione delle funzioni.

Sebbene il quorum non sia stato raggiunto, impedendo l’abrogazione delle norme, il significato politico di quel voto è innegabile. Esso ha rivelato una volontà schiacciante tra i cittadini partecipanti, un orientamento netto verso un sistema in cui i ruoli di giudice e pubblico ministero siano nettamente distinti. Ignorare questa indicazione significherebbe ignorare la voce di milioni di italiani.

Il referendum costituzionale del 2026 offre finalmente l’opportunità di dare attuazione a questa chiara indicazione popolare. Votare “Sì” non significa quindi avallare una riforma imposta dall’alto, ma portare a compimento un percorso democratico che parte dal basso. È la risposta a un’esigenza di chiarezza e terzietà che i cittadini hanno già manifestato. Questa spinta riflette anche il desiderio di superare le tensioni istituzionali che hanno troppo a lungo caratterizzato la giustizia italiana.

La scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere nella primavera del 2026 è un verdetto sul futuro del nostro sistema democratico. Votare “Sì” alla riforma costituzionale significa garantire un processo equo, con un giudice veramente terzo e separato dalla parte che accusa, in piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, rispondere alle disfunzioni del sistema, promuovendo la specializzazione e la chiarezza dei ruoli come leve per aggredire le intollerabili lungaggini processuali, dare seguito all’indicazione inequivocabile emersa dal referendum del 2022, onorando un’istanza democratica già espressa, chiudere una lunga stagione di conflitti e ripristinare quel clima di “rispetto reciproco fra le varie istituzioni dello Stato” che, come ricordato dalla Prima Presidente della Corte di Cassazione, è condizione indispensabile per alimentare la fiducia dei cittadini.

È importante sottolineare che la separazione delle carriere non è una misura “punitiva” nei confronti della magistratura, ma un passo evolutivo per l’intero sistema-Paese. Si inserisce in una visione organica dello Stato, in cui ogni potere esercita la propria funzione in modo autonomo ma equilibrato, con l’unico fine di tutelare i diritti dei cittadini. La riforma rafforza la magistratura stessa, consolidandone il ruolo a garanzia della legalità e della giustizia.

Per queste ragioni, il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini.

Poliziotto ammanetta emù

18 Gennaio 2026 ore 06:50

Un veterano di 25 anni in servizio presso un dipartimento di polizia della Florida ha vissuto una situazione decisamente fuori dal comune quando, a seguito di una chiamata per un animale vagante, si è trovato costretto ad ammanettare un emù.

 

L’ufficio dello sceriffo della contea di St. Johns ha raccontato l’episodio sui propri canali social, spiegando che il caporale Keisler è intervenuto venerdì dopo la segnalazione di un emù in libertà.

 

«Keisler ha provato a catturare l’emù, ma il grosso uccello non ha obbedito ai suoi ordini, ha scalciato ripetutamente con i suoi potenti artigli e si è dato alla fuga correndo in modo sconsiderato», si legge nel comunicato.

 

Alla fine il poliziotto è riuscito a bloccare l’animale con un lazo e ha utilizzato le manette per immobilizzargli le zampe.

Policing teaches you to expect the unexpected.

Even a handcuffed emu! pic.twitter.com/fuxKgzg3mr

— Bill Bratton (@CommissBratton) January 16, 2026


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«In 25 anni di carriera non ho mai ammanettato un emù», ha commentato Keisler, riportato dalle parole dell’ufficio dello sceriffo. «Questa è proprio una prima volta.»

 

L’emù non ha riportato ferite ed è stato regolarmente riconsegnato al legittimo proprietario. «Tutte le accuse penali nei confronti dell’emù sono state ritirate», ha concluso con ironia il post.

 

Gli emù (Dromaius novaehollandiae) sono uccelli ratiti originari dell’Australia, secondi per altezza dopo lo struzzo: raggiungono i 190-200 cm e un peso di 30-55 kg.

Tale specie di pennuti dispone di un piumaggio doppio con struttura particolare (due rachidi per ogni stelo), occhi di grandi dimensioni, zampe molto lunghe e muscolose. Le creature raggiungono una velocità massima di circa 50 km/h, con falcate fino a 3 metri. Il maschio incuba le uova per circa 56 giorni senza alimentarsi, perdendo fino al 25% del peso corporeo. L’emù possiede una sacca tracheale che produce suoni gravi e rimbombanti.

 

Normalmente riservati, tali uccelloni possono diventare aggressivi se si sentono minacciati, durante il periodo riproduttivo o in difesa della prole. I calci, inferti con zampe dotate di artiglio centrale affilato e forza notevole, provocano ferite lacero-contuse gravi, fratture o, in casi estremi, lesioni potenzialmente letali, sebbene gli incidenti mortali restino rari – per il momento.

 

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Immagine di Sean Keller via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Uomo condannato a 6 anni per aver acquistato parti del corpo rubate da una donna incontrata su Facebook

18 Gennaio 2026 ore 06:45

Un uomo della Pennsylvania è stato condannato a sei anni di carcere per aver acquistato parti del corpo rubate da una donna di Little Rock, Arkansas, e da altri individui. Il giudice ha stabilito che il condannato dovrà anche pagare una multa di 2.000 dollari e scontare tre anni di libertà vigilata.

 

Jeremy Lee Pauley, 43 anni, di Thompson, Pennsylvania, è stato condannato a dicembre con l’accusa di associazione a delinquere e trasporto interstatale di beni rubati. Sconterà i sei anni e poi sconterà altri tre anni di libertà vigilata.

 

La donna di 38 anni dell’Arkansas, Candace Chapman Scott, che lavorava in un obitorio, aveva contattato Pauley su Facebook per vendergli le parti del corpo. Secondo il Dipartimento di Giustizia, Pauley aveva acquistato una serie di parti del corpo da Scott dopo essersi unito a un gruppo Facebook chiamato «oddities». Scott è stata condannata a 15 anni di carcere.

 

«I resti includevano un cranio, diversi cervelli, un braccio, un orecchio, diversi polmoni, diversi cuori, diversi seni, un ombelico, testicoli e altre parti. Durante un mandato di perquisizione eseguito presso l’abitazione di Scott a Little Rock, gli investigatori hanno trovato numerose parti del corpo rubate che la donna ha ammesso di aver trasportato in sacchi della spazzatura dal suo lavoro. Scott ha ricevuto un totale di 10.625 dollari dall’acquirente in Pennsylvania per i resti umani», si legge in un comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia.

 

Pauley ha anche ammesso il suo ruolo «in una rete nazionale di individui che hanno acquistato e venduto resti umani rubati dalla Harvard Medical School e da un obitorio dell’Arkansas», ha affermato il Dipartimento di Giustizia.

 

«Il traffico di resti umani rubati tramite la posta statunitense è un atto inquietante che colpisce famiglie già in lutto, creando al contempo una situazione potenzialmente pericolosa per i dipendenti e i clienti delle poste», ha dichiarato Christopher Nielsen, ispettore responsabile della divisione di Filadelfia del Servizio di Ispezione Postale. «Spero che i nostri sforzi e queste condanne portino una certa serenità a coloro che sono stati colpiti da questo terribile crimine».

 

Come riportato da Renovatio 21, il commercio di parti di cadaveri dalla prestigiosa università di Harvard aveva avuto negli scorsi anni diversi sviluppi.

 

Non si tratta del primo caso di orrori e cadaveri delle università

 

Come riportato da Renovatio 21tre anni fa un grande scandalo colpì l’Università di Paris-Descartes: il più grande centro di anatomia europeo presso la scuola di medicina dell’Università di Paris-Descartes fu chiuso a causa di gravi carenze nello stato di conservazione dei cadaveri, locali fatiscenti e sospetti che i corpi venissero mercificati.

 

I corpi di «migliaia di persone» che avevano donato i loro corpi alla scienza sono stati tenuti in «condizioni indecenti»: e, si scoprì, per decenni.

 

«I corpi sono stati lasciati marcire, mangiati dai topi, al punto che alcuni dovevano essere inceneriti senza essere sezionati» scrisse L’Express. «Corpi accatastati l’uno sull’altro, senza alcuna dignità e contrari a qualsiasi regola etica».

 

L’Ispettorato generale per gli affari sociali scrisse un rapporto in cui fiutò, anche qui, il traffico di cadaveri: «utilizzatori e potrebbero essere stati in grado di impegnarsi in un’attività redditizia all’interno del CDC [Centro di Donazione del Corpo, ndr]». In altre parole, anche lì vi poteva essere mercificazione delle parti dei cadaveri.

 

Come riportato da Renovatio 21, secondo varie testimonianze, in Nigeria è possibile acquistare resti umani al mercato, al fine di utilizzarli per fini esoterici.

 

«Le ricerche – scrive ancora il quotidiano nigeriano Vanguard – dimostrano che le parti femminili sono più richieste di quelle maschili. Ciò avviene a causa di quello che è descritta come la “potenza” di alcuni organi come i seni e i genitali all’interno di money ritual da parti di herbalist [erborista, sciamano, NdR] o gruppi occulti». Tanto per tenere a mente la storia della vagina sparita di Pamela.

 

«Abbiamo visto che una testa umana fresca può andare da 60.000 naira (circa 135 euro) in su, mentre un teschio è venduto per 20.000. Le gambe fresche sono vendute per 30.000 ciascuna, mentre una gamba decomposta viene venduta per 20.000. Un dito fresco viene venduto per 5.000, se decomposto o per 3.000. Gli intestini freschi sono venduti per 20.000 mentre quelli secchi sono venduti per 5000. Pezzi di ossa fresche sono venduti per 2.000 e oltre».

 

I traffici nigeriani di resti umani si sviluppa su due filoni: quello degli omicidi rituali (per i quali c’è stata addirittura una richiesta di stato di emergenza in Parlamento), e quello dei cimiteri, dove guardiani fanno affari riesumando i cadaveri poche ore dopo la sepoltura e sezionandone le parti che interessano a chi prepara le pozioni.

 

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Immagine di East Pennsboro Township Police Department, via Twitter, rielaborata per adattamento al formato.

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La pallavolo, la Jugoslavia, l’Italia, Djokovic, i vaccini, le Olimpiadi: Renovatio 21 intervista la leggenda del Volley Nikola Grbic

18 Gennaio 2026 ore 06:36

Nikola Grbić è una leggenda della pallavolo serba e mondiale. Palleggiatore olimpionico, ha conquistato l’oro a Sydney 2000 e numerosi titoli internazionali con la nazionale jugoslava/serba. Il suo palmarès comprende anche un ricco bottino di trofei con i club, tra cui due scudetti e due Champions League.

 

Il suo percorso sportivo, durato quasi vent’anni in Italia, è stato continuo e di altissimo profilo. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Grbić si è affermato come allenatore di grande prestigio, apprezzato per leadership, competenza tecnica e mentalità vincente.

 

Oggi è commissario tecnico della Polonia, con cui ha conquistato la medaglia d’argento agli ultimi Giochi Olimpici di Parigi. Serbo – jugoslavo… – di nascita, italiano d’adozione e cittadino del mondo, Nikola Grbić si racconta in questa intervista a Renovatio 21, parlando di pallavolo, famiglia e valori sportivi, e offrendo uno sguardo su una disciplina che oggi gode di grande visibilità e partecipazione di pubblico, soprattutto in Italia, sede di uno dei campionati più prestigiosi al mondo.

 

La pallavolo è una questione di famiglia per te, perché tuo padre è stato un giocatore di pallavolo. Hai eredito questa passione che poi è diventata una professione.

Sono cresciuto in un paesino di 2.500 abitanti. Ho vissuto un’infanzia belli ssima, perché eravamo sempre fuori a giocare a pallacanestro, a calcetto e a pallavolo. L’attività fisica era sempre presente, nonostante non avessimo una palestra. Avevamo a disposizione una vecchia casa tedesca – ereditata dalla seconda guerra mondiale – dove in un soggiorno enorme avevano messo due attrezzi per fare una sorta di ginnastica in inverno.

 

Non abbiamo avuto la possibilità di fare educazione fisica in una palestra vera e propria. Solo negli anni Novanta, quando già ero andato via, l’hanno finita di costruire. A me piaceva molto giocare a calcetto e calcio, ed ero molto bravo, almeno penso [ride]. Quando però è arrivato il momento di scegliere, papà mi ha detto: «Tu giochi a pallavolo». A me piaceva, sia chiaro, però il suo è stato più che un suggerimento, diciamo così. Devo dire che ha fatto molto bene, perché conoscendo il mio carattere e conoscendo il mondo del calcio, soprattutto in Serbia, è stata una scelta e una decisione più che giusta.

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Tra le righe leggo comunque un ottimo rapporto tra te e tuo padre.

Sono quello che sono grazie a lui, perché ha avuto una grande influenza su di me, anche se non è mai stato un padre troppo affettuoso. La sua vita è stata caratterizzata da molte difficoltà. I suoi genitori, dopo la Seconda Guerra Mondiale, furono portati con i treni in Voivodina dalle zone rurali dell’Erzegovina, della Bosnia e del Montenegro. Quelle zone un tempo appartenevano all’Impero Austro-Ungarico e poi alla Germania. Una volta terminato il conflitto bellico hanno cercato di cancellare ogni traccia residuale di quel brutto periodo e c’era bisogno di popolare zone semi disabitate. Per incentivare ciò veniva dato un pezzo di terra e una casa a molte famiglie.

 

Tutto ciò avvenne quando mio padre era adolescente e di conseguenza è cresciuto in povertà. Non avevano niente. Mio babbo mi ha cresciuto con una disciplina rigida, ma giusta. Diceva sempre: «Se vuoi fare una cosa, falla e falla bene, sennò lascia perdere». Mi ha trasmesso questa mentalità. Non sarei quello che sono, non avrei vinto quello che ho vinto, se non fosse per questo tipo di educazione che mi ha impartito. Un approccio mentale e una disciplina ferrea e decisa. 

 

Il tuo primo contatto col professionismo avviene proprio in Serbia.

Era il 1991. C’era una doppia licenza al tempo: alcuni giocatori giovani ingaggiati da una società di serie A, avevano la possibilità di giocare in un campionato di tre divisioni più basso. Se io mi allenavo con la squadra, essendo molto giovane, avrei avuto zero possibilità di giocare le partite. Usando questa metodologia hanno dato la possibilità ai ragazzi che si allenavano con la prima squadra, di giocare in categorie minori.

 

Giocavo nella squadra del paese dove andavo a scuola, in quarta divisione, e ogni tanto mi aggregavo con la prima squadra. Quando ho compiuto i diciotto anni ho firmato un contratto professionistico di due anni più due. Ho giocato lì due anni, ho fatto un anno di militare e poi son venuto in Italia. 

 

A ventun anni vieni ingaggiato dalla squadra di Montichiari, la Gabeca Pallavolo. Squadra nuova e nazione straniera: che impatto hai avuto, vista anche la tua giovane età?

È stato un sogno che si è avverato, perché in quel periodo il campionato italiano era il più forte in assoluto. Tutti i giocatori di altissimo livello di tutte le nazionali quali Russia, Brasile, Olanda, giocavano in Italia. La cosa complicata è che al tempo c’era la possibilità di avere solo due stranieri per squadra e non quattro come adesso. Sono stato fortunato, perché quella squadra e quella dirigenza hanno scommesso su di me.

 

Considera che non avevo nemmeno esperienze di nazionale. Quella squadra aveva tutte le premesse per fare qualcosa di importante, quantomeno di entrare tra le prime quattro in campionato. Fu una possibilità clamorosa che mi si prospettò e ho cercato di impegnarmi al massimo. All’inizio fu difficile, perché non parlavo una parola di italiano e il mio inglese non era fluente.

 

In televisione tutti parlavano in italiano, andavo al supermercato e tutti parlavano italiano e non c’era Google Translate [ride]! Ho impiegato quattro mesi per imparare la lingua e iniziare a capire. Non ho preso nemmeno una lezione d’italiano in tutta la mia vita. Tutto quello che so l’ho imparato vivendo, ascoltando e conversando con la gente. È stato un impatto non facile, sotto tutti i punti di vista: emotivo, di maturità e di solitudine, perché ero lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra.

 

Pensa che nell’appartamento dove alloggiavo, essendo nuovo, non avevano ancora istallato il telefono fisso e per chiamare i miei familiari andavo in una cabina telefonica lungo la strada e con una scheda da cinquemila lire parlavo qualche minuto con casa mia. 

 

Immagino che la tua famiglia ti abbia appoggiato in questa tua scelta professionale.

Assolutamente! Ho avuto sempre il massimo supporto.

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La tua carriera da giocatore è prevalentemente in Italia, ma il tuo ultimo anno – stagione 2013/2014 – lo giochi in Russia. Che ambiente hai trovato rispetto al campionato italiano? 

Ero un giocatore maturo, avevo quarant’anni e padre di due figli. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di giocare nel Volejbol’nyj klub Zenit-Kazan’ che è a tutt’oggi una delle squadre più forti al mondo. È una società con grandi ambizioni che investe molti danari. Ha giocatori di livello altissimo, allenatore e staff tecnico non ti dico. Tutti al top.

 

Non è un club come tanti, e se non fosse arrivata una richiesta da un club così importante forse sarei rimasto a Cuneo e finito la mia carriera lì. Successe che si fece male un titolare che doveva stare fermo per sei mesi e mi contattarono all’improvviso. Una città bellissima, un allenatore con cui ancora oggi sono in buoni rapporti, il suo secondo era Tom Totolo che chiamai quando allenai la Serbia nel mio ultimo anno. È stata un’esperienza bellissima sotto tanti punti di vista, al di là dell’aspetto economico.

 

La tua carriera pare non conoscere pause. Nella primavera del 2014 ti ritiri da giocatore e inizi subito ad allenare.

Ho avuto cinque giorni di pausa!

 

Come è avvenuto questo cambio di ruolo? È stata una scelta meditata quella di intraprendere la carriera di allenatore?

Mi chiama Slobodan Kovač, che aveva firmato come CT dell’Iran, e mi dice che la nazionale non gli permetteva il doppio incarico e lui era costretto a lasciare la Sir Safety Perugia. Nel frattempo Gino Sirci [presidente della Sir Safety Perugia, ndr] aveva preso informazioni su di te tramite Kovač. La domenica gioco la mia ultima palla e il lunedì mi chiama Gino. Gli ho chiesto due giorni per pensarci e nel frattempo mi sono confrontato col mio procuratore per chiedergli se potesse trovarmi un altro ingaggio [ride]!

 

Avevo appena vinto il campionato in Russia, ed è vero che avevo quarant’anni, però vista la vittoria potevo ambire ad un altro anno di contratto. In realtà ci fu concretamente questa possibilità, perché la squadra di Cuneo sembrava che dovesse spostarsi a Torino con un nuovo sponsor molto importante, ma la piazza di Cuneo protestò e non permise questo cambio di location. Il presidente mi voleva in quella squadra e ambivo a due anni di contratto. Sarebbe stata una chiusura perfetta per la mia carriera per poi decidere con calma sul futuro.

 

Non se ne fece nulla e così richiamai Sirci e accettai il mio primo incarico da allenatore. È stato difficile perché io in quel momento, appena finito di giocare, pensavo di sapere tutto con la mia lunga esperienza da giocatore costellata di tante vittorie. Invece non sapevo nulla! Conoscevo benissimo la pallavolo, questo è chiaro, ma non avevo contezza di quelle cose legate all’organizzazione, alla preparazione, ai video, alla comunicazione, ad organizzare lo staff e alla gestione di quattordici giocatori. È un altro mondo.

 

Quell’anno mi ha subito maturato. Dopo ho firmato per la Serbia. Se ti chiama la tua nazionale e non ci vai? A tutt’oggi a Gino ancora non piace condividere l’allenatore e decise di non prolungarmi il contratto in quanto mi ero impegnato con la Serbia. Da lì in poi è stata una progressione in crescendo; ogni anno imparavo qualcosa di più e tutto quel percorso mi ha aiutato a diventare quello che sono oggi. 

 

Immagino che la giornata tipo del giocatore e quella dell’allenatore siano sostanzialmente diverse.

Certo che sono diverse. Da giocatore pensi solo a te stesso, hai il tuo tempo libero e non ti preoccupi di nulla, quando arrivi all’allenamento c’è qualcuno che ti dice quello che devi fare e come ti devi allenare. Un allenatore invece si preoccupa di preparare e fare di tutto perché tutti i giocatori siano al loro massimo per affrontare al meglio la gara: tecnicamente, tatticamente, fisicamente e mentalmente. Da giocatore avevo la possibilità di cambiare il risultato, di cambiare qualcosa con il mio gioco, con una mia azione, che sia un muro, una battuta, una schiacciata.

 

Ero coinvolto nel match da protagonista. Da allenatore guardo diciotto partite, preparo la tattica, preparo la squadra in base anche agli avversari, come giocano, quello che fanno e di conseguenza hai un approccio diverso alla partita. Faccio degli schemi che dovranno eseguire e se tutto va per il verso giusto e vincono, quanto siamo bravi. Se si perde, quanto sono scarso come allenatore perché non li ho guidati bene. Se la squadra non va il primo che si sostituisce è l’allenatore. Se le cose non vanno è chiaro che l’allenatore ha le sue colpe e le sue responsabilità, ci mancherebbe, ma essendo stato giocatore lo so come funzionano certi meccanismi.

 

Gli ultimi anni della mia carriera da giocatore, oramai riuscivo ad avere una visione a tutto tondo della situazione e se avessi voluto far cambiare l’allenatore, lo potevo fare tranquillamente. Fare l’allenatore, rispetto al giocatore, è una posizione più a rischio: in caso di troppe sconfitte viene esonerato il coach e difficilmente vengono sostituiti i giocatori. È prassi infatti che gli allenatori firmino contratti della durata media di due anni. 

 

Questa è stata ed è una sfida ulteriore che ti si pone nella tua vita sportiva e professionale.

Da allenatore sono stato licenziato tre volte, e tutte e tre le volte, a posteriori, le società si sono pentite di quella scelta, ma fa parte del gioco. Oramai ho gli anticorpi, so che è parte del nostro lavoro e io sono tranquillo, perché prima di iniziare un’avventura con chiunque, io dico: «Queste sono le condizioni per cui io possa lavorare bene. Ho bisogno di queste cose…».

 

E non è mai una questione di soldi, anzi, i soldi non sono in cima alla scala delle mie priorità. Se una società riesce a darmi ciò di cui necessito, allora instauriamo un rapporto professione. Se invece, ad esempio, vi è una dirigenza, un presidente che pretende di fare la formazione, decidere chi gioca e chi no, allora non se ne fa nulla.

 

Altri miei colleghi, pur di allenare un top team farebbero di tutto, io no. Ho le mie regole e una mia etica di lavoro. Se devo prendermi una responsabilità deve essere come dico io, non perché io penso di essere più importante del presidente o il più bravo del mondo, ma semplicemente vorrei delle condizioni in cui possa svolgere bene il mio lavoro. Se ci sono le condizioni bene, altrimenti non se ne fa nulla e va bene così. A volte i risultati arrivano, altre volte meno. Le variabili sono molteplici: gli infortuni, la sfortuna, lo scarso rendimento di qualche giocatore…

 

Può succedere che un tuo giocatore di punta possa attraversare un momento personale difficoltoso e riversarlo nel suo modo di giocare andando a inficiare le sue performance e di conseguenza quelle della squadra?

Ti potrei parlare di tanti di quei momenti che incidono nel risultato finale che sono al di fuori dal mio controllo. Nell’ultimo anno che ho allenato a Perugia [2022, ndr] abbiamo giocato quasi tutta la stagione senza Roberto Russo che è il miglior centrale italiano da anni. Abbiamo giocato con Stefano Mingozzi e Fabio Ricci, che con tutto il dovuto rispetto non sono dei top player come Russo. Wilfredo León scoprì una calcificazione al ginocchio che poi ha dovuto operare e con la testa non era al cento per cento.

 

Oleh Plotnyc’kyj ha avuto una stagione stupenda, ma a fine febbraio scoppia la guerra in Ucraina [2022, ndr] e lui essendo ucraino, era fortemente preoccupato per la situazione e stava sempre al telefono con i suoi cari e di fatto in quel periodo era inutilizzabile. Ce ne sono tante di situazioni così di cui io, come allenatore, non posso avere il controllo. La mancata vittoria in quell’anno e la firma per la nazionale polacca hanno sancito il mio addio alla Sir Safety Perugia. 

 

Nel ruolo di allenatore, quanto sono importanti le tecniche e le tattiche e quanto gli aspetti psicologici nei rapporti con gli atleti?

È tutto molto importante. Io ti posso preparare mentalmente e tu fai tutto quello che c’è da fare, ma se non ce la fai tecnicamente è del tutto inutile. Se tu tecnicamente e fisicamente sei pronto, ma hai paura nei momenti importanti, non raggiungi comunque il risultato. Io preferisco che uno abbia carattere. Un carattere forte – ovviamente parliamo di giocatori che possono giocare in un top club come Perugia ad esempio – può superare ogni ostacolo, anche con qualche carenza tecnica. Al come devo scegliere un giocatore per la mia squadra mi sono ispirato a Željko Obradović, ex allenatore di basket che ha vinto nove Coppa dei Campioni – Eurolega con cinque squadre diverse.

 

Lui chiama cinque persone di cui si fida e che hanno lavorato col giocatore in questione; se una di queste cinque persone gli dice una cosa negativa, non lo prende. Io cerco di usare il medesimo sistema, preoccupandomi soprattutto del carattere del giocatore, senza seguire in maniera rigida le statistiche sportive. Mi interessa sapere se è disciplinato e se sa stare nel gruppo. Se hai una testa calda nel gruppo che non riesce a capire l’importanza della squadra, ti crea più problemi che altro. 

 

C’è un allenatore che ti ha particolarmente ispirato?

Tanti! Ho avuto la fortuna di lavorare con molti allenatori di altissimo livello quali Julio Velasco, Gian Paolo Montali, Daniele Bagnoli, Vladimir Alekno… Ognuno mi ha insegnato qualcosa, perché sono diversi tra loro. Uno è più management della squadra e dei giocatori, un altro ha un approccio psicologico maggiore, da un altro ho appreso la disciplina, da un altro la tattica. Altri allenatori mi hanno insegnato come non bisogna fare assolutamente, ed è importante anche quell’aspetto. per cui, nel bene e nel male, ho appreso da diversi coach. Apprendere come una cosa non la si deve fare, è un grande aiuto comunque.

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Come gestisci e come hai gestito, nel corso del tempo, la famiglia e la professione?

È una grande difficoltà. Mi è capitato nel corso della mia carriera di dovere essere staccato dalla famiglia, come quando andai a giocare in Russia. Mia moglie è rimasta con i nostri due figli piccoli a Cuneo. Eravamo divisi e non riuscivamo a vederci spesso, perché la Russia non è proprio dietro l’angolo e anche con l’aereo ci vuole il suo tempo. Due giorni liberi non bastavano, perché le distanze sono enormi. Stesso discorso quando giocavo in Polonia. Abbiamo cercato sempre di stare insieme a prescindere e alcune scelte della mia carriera sono dovute alla situazione di famiglia. Magari sarei potuto andare non so dove, perché sarebbe stato importante per la mia carriera, ma avrei avuto notevoli difficoltà con i miei cari.

 

A volte i soldi non sono tutto. La ragione per cui io adesso non prendo un club da allenare è perché ho voluto stare di più con i miei figli. Fare il commissario tecnico di una nazionale mi concede più tempo libero. Negli ultimi quattro anni sto di più a casa e faccio il babbo. Li porto i ragazzi agli allenamenti… gli faccio da tassista [ride]! Se allenassi un club sarei impegnato quasi tutto l’anno e tutti i giorni della settimana. È un momento della nostra vita che sto abbracciando con grande calore perché mi permette di passare del tempo con i miei figli che vivono un momento – che è l’adolescenza – dove hanno bisogno del padre. Vivo un tempo qualitativo che non ho mai avuto fino ad ora. È una cosa importante questa, perché so quanto sia difficile per i giocatori che hanno la famiglia spostarsi, scegliere i contratti sulla base di come è la città in cui si trova il club, capire se la moglie vuole o meno trasferirsi. Sono tante le variabili.

 

Nel 2019, per due anni, alleni i polacchi dello Zaksa. Grandi vittorie e grandi soddisfazioni con la conquista della Champions League. Ci racconti quell’esperienza?

Ero al mio secondo anno quando abbiamo vinto la coppa. Il primo anno sono arrivato e il giocatore più forte che avevano, Sam Deroo, andò alla Dinamo Mosca, ma quando firmai il contratto ancora era presente in rosa. Ciò comportò che alla scadenza del mercato dovemmo cercare, in fretta e furia, un sostituto alla sua altezza, ma invano. È venuto Simone Parodi, con cui ho giocato quando aveva ventitré anni, vincendo tanto insieme.

 

È un ragazzo che adoro, però al tempo arrivò che aveva trentasei anni e di fatto era a fine carriera. Quella prima stagione fu interrotta a marzo a causa della pandemia COVID, però nel corso di quei mesi ho potuto scegliere i giocatori per l’anno successivo. Con quella squadra abbiamo vinto quando era più difficile di quanto lo sia ora, perché una volta scoppiata la guerra in Ucraina le squadre russe sono state estromesse dalle competizioni europee.

 

Lo Zaksa ha vinto tre Champions League: la prima contro Kazan, la seconda sarebbero dovuti andare a giocare la semifinale contro la Dinamo Mosca, che era fortissima, proprio nella capitale, ma il match fu annullato causa conflitto bellico. Poi hanno vinto la coppa, ma quella semifinale sarebbe stata veramente dura da superare sul campo. Non voglio assolutamente sminuire nulla, anche perché hanno vinto tre coppe consecutive con tre allenatori diversi. Evidentemente la squadra c’era. Mi ricordo che al sorteggio di quella Champions speravo di non beccare né Civitanova, né Kazan.

 

Quarti di finale Lube Civitanova e semifinale Kazan [ride]! La prima partita con Kazan perdevamo 2 a 0 a casa loro, ma abbiamo vinto. Fu un cammino tutto in salita e in finale incontrammo Trento. Abbiamo vinto una Champions League quarantasei anni dopo l’ultima vittoria di una coppa da parte di una squadra polacca. È stato un successo imparagonabile! Il mio primo trofeo internazionale da allenatore. 

 

Tu e la tua famiglia vivete da tempo a Perugia. È stata una scelta di cuore?

È stata una scelta di mia moglie [ride]! A me piace, abbiamo tanti amici qua, ma per quanto mi riguarda è lontana dall’aeroporto di Roma e per me che viaggio spesso, non è una grande comodità. È una città dove si vive bene, è tranquilla. Mia moglie ci sta bene. Aggiungo un’altra cosa: prima della vittoria di Champions con lo Zaksa avevo firmato un prolungamento del contratto con loro.

 

Abitavamo con la mia famiglia a Katowice e per raggiungere la sede degli allenamenti mi facevo un’ora di macchina tutti i giorni. Vista la logistica non troppo comoda un po’ per tutti, ci eravamo promessi che io sarei rimasto lì e i miei familiari sarebbero tornati in Serbia. Mi richiamano da Perugia e io per forza ho preso in considerazione la proposta, cosa che non avrei fatto per nessun’altro club. E così prendemmo la decisione di tornare a Perugia che è una scelta di vita. Ovviamente a livello professionale era un grande stimolo, perché Perugia ha una squadra molto forte.

 

Però allo Zaksa stavo benissimo con tutti: con il presidente, con lo staff e con i giocatori. Quando mi arrivò l’offerta da Perugia – significativamente più alta rispetto a quella dello Zaksa – Sebastian Świderski fece carte false pur di trattenermi. Lo ringrazio sentitamente perché fece di tutto per tenermi, ma la scelta di Perugia è stata una scelta per la famiglia, per stare finalmente insieme. Lui ha capito la situazione. 

 

Ti piacerebbe tornare a vivere in Serbia in futuro?

A vivere no, perlomeno ancora no.

 

Come vedi dall’esterno la situazione politica nel tuo paese?

Adesso è difficilissimo dal punto di vista politico e dal punto di vista della vita. La gente è polarizzata: o sei pro o sei contro. Non c’è una via di mezzo. Purtroppo non è un ambiente dove io vorrei crescere i miei figli. Per quanto mi riguarda io potrei tornare a casa mia, nella mia cittadina dove ci sono duemila cinquecento abitanti, sto bene lo stesso.

 

Ne abbiamo parlato in famiglia, ma al momento non ci sono i presupposti. Se ne parla spesso, perché è il nostro paese, perché anche mia moglie è serba. Abbiamo una bella casa a Belgrado. Volendo potremmo, però al momento va bene così. Mai dire mai in futuro.

 

La Serbia ha tanti campioni importanti nel mondo dello sport. Su tutti il campionissimo di tennis Novak Djokovic che pochi anni fa fu al centro di una polemica – in piena era pandemica – quando tenne il punto e non retrocedendo di un millimetro riguardo la sua legittima scelta di non sottostare all’imposizione vaccinale dimostrando un carattere molto determinato. Questa determinazione caratteriale è una caratteristica del vostro popolo?

Adesso è un eroe, mentre ai tempi fu crocifisso. Credo che noi serbi abbiamo questa prerogativa, che non è un capriccio, non è semplice orgoglio di per sé, ma un misto di sensazioni. Quando ci troviamo in una situazione dove il mondo è contro di noi, o quando l’avversario è più forte di noi, noi abbiamo una forza interiore che non riesco a spiegare.

 

Gli americani si stupiscono per i vari colpi che abbiamo in campo quando affrontiamo un match, e pensano che facciamo degli esercizi particolari per crearli. In realtà non è così, noi giochiamo sin da piccoli e sin dall’infanzia abbiamo questa sana competizione: fare di tutto per battere l’avversario, non importa se ci giochiamo il gelato o uno scudetto. È uguale, io voglio batterti. Quanto una competizione è difficile, tanto più sale la motivazione di superare le difficoltà.

 

Novak in questo è stato incredibile. Non credo ci sia un altro esempio nella storia di questo tipo. Lui è rimasto stoico quando tutto il mondo gli andava contro. Lo deridevano chiamandolo anziché col suo nome, Novak, lo apostrofavano chiamandolo «NoVax», per prenderlo in giro. Tutte le forze massmediatiche erano contro di lui. Arrivarono a segregarlo in quell’albergo squallido, non so se ti ricordi, quando andò in Australia. Delle cose mai viste.

 

Oggi quando si scopre cosa fa questo vaccino – una truffa mai vista – per molti è diventato un eroe. Mi ricordo quei momenti. Non era semplice prendere una decisione. Ricordo alcuni amici che decisero di non vaccinarsi e tutti quanti gli andavano addosso che non ti dico. È stato un periodo che spero non si ripeta mai più. 

 

In quel periodo una personalità così forte come Djokovic ha saputo rimanere con la schiena diritta nonostante tutto il mondo lo criticasse. Per molti credo sia stato da esempio, non pensi?

Assolutamente sì! 

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Un passo indietro. Olimpiadi di Sidney 2000. Con la nazionale jugoslava vincete l’oro olimpico dopo il bronzo conquistato ad Atlanta ’96. In semifinale giocate contro l’Italia e in finale contro la Russia. L’oro olimpico è la vittoria più ambita da ogni sportivo.

Per la pallavolo si, mentre per il calcio non è così ad esempio. Noi progressivamente stavamo crescendo dopo il bronzo alle Olimpiadi. Quando siamo partiti per Sidney c’era la possibilità per noi di vincere una medaglia, non si diceva, però eravamo tra i papabili. Purtroppo la persona che ha organizzato il nostro rientro da Sidney non pensava andasse così e ci prenotò il volo la sera del giorno della finale. Andammo a giocare la finale olimpica portandoci appresso tutti i nostri bagagli e una volta terminata la partita il responsabile ci disse: «Va bene ragazzi, abbiamo vinto l’oro, ma dobbiamo sbrigarci sennò perdiamo l’aereo!». Non abbiamo avuto neanche un momento per celebrare o andare in giro a festeggiare.

 

Il nostro sponsor tecnico ci aveva organizzato una nave tutta per noi per fare festa, ma non se ne fece nulla. Tornati in Serbia troviamo Belgrado sotto le barricate per i tumulti politici che c’erano al tempo e ci sconsigliarono di andare in centro città a festeggiare. È stato un periodo complicato per il mio popolo, ma a me egoisticamente dispiacque, perché dopo aver vinto la medaglia più prestigiosa, non potemmo neanche celebrare questa vittoria per il timore che qualcuno potesse approfittare di quella festa per scopi politici.

 

Andammo così a Novi Sad, dove anche lì c’era un meeting di protesta, ma quando arrivammo tolsero tutti gli striscioni e le bandiere politiche e ci accolsero con grande calore. Fu una celebrazione sincera, almeno per quella mezz’ora! Dopo le olimpiadi di Atlanta, quattro anni prima, dove conquistammo il bronzo, tornammo in patria in agosto e c’erano trecentocinquanta mila persone in centro città ad applaudirci. Fu meraviglioso! Per l’oro anche il clima ci fu avverso, perché era ottobre, pioveva e faceva freddo. 

 

A Sidney fu più difficile per voi la semifinale contro l’Italia o la finale con la Russia?

I quarti di finale contro l’Olanda che vincemmo 3 a 2. Quello fu uno spartiacque per noi. Gli incontri successivi li giocammo contro le due squadre con le quali perdemmo nel girone! Perdemmo nel primo match 3 a 1 contro la Russia e 3 a 2 contro l’Italia, ma in semifinale e in finale fu tutta un’altra storia. Pensa che ancora non ho rivisto le partite. La prima volta che ho visto quella finale in televisione fu quindici anni dopo.

 

Ero allenatore della nazionale serba e alle tre di un pomeriggio la federazione organizzò una festa per i quindici anni dalla vittoria olimpica. Dopo la festa salimmo sul bus per andare in Bulgaria a giocare delle amichevoli. Nel pullman apro il portale delle news e vedo un articolo riguardo la nostra vittoria con un link video. Pensavo fosse un reportage, invece c’era la partita per intero! Un’ora e sette minuti. Me la sono guardata tutta e non sapevo che fosse finita in così poco tempo. Pensavo fosse durata di più. Il resto delle altre partite non le ho mai riviste. Mi piacerebbe prima o poi riguardarle. 

 

I ricordi più veri e più nitidi li hai dentro di te.

Eh sì!

 

Gli anni della guerra in Jugoslavia, te come li hai vissuti?

Ero in Italia per fortuna. La guerra nella ex Jugoslavia era partita in Slovenia e piano piano stavano cercando di buttare fuori le forze del regime e le armate della Jugoslavia per sostituirli con i militari sloveni o croati. In questa ritirata, chiamiamola così per intenderci, la guerra si è trattenuta più a lungo in Bosnia e in alcuni luoghi della Croazia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Tito aveva incoraggiato la gente a coabitare, a fare dei matrimoni misti tra musulmani e croati, tra serbi e croati e così via. Si sceglievano le donne di un’altra etnia per rinforzare la coesione tra i popoli slavi.

 

Specie in Bosnia potevi trovare un paesino che era musulmano e pochi chilometri più in là trovare tutti serbi e più in là ancora tutti croati. Era poi difficile rivendicare le proprie terre a quel punto. Fortunatamente il conflitto vero e proprio non è mai arrivato in Serbia. I miei genitori vivevano sotto embargo. C’era la benzina che era pesantemente razionata: avevano un buono di trenta litri al mese e aspettavi in fila al distributore per giorni interi. Momenti difficilissimi. 

 

Tornando allo sport, prima hai fatto un accenno al bronzo di Atlanta ’96. Che emozione fu per te quella prima importante medaglia? Eri molto giovane.

Avevo ventitré anni. mi ricordo che per quell’olimpiade ci furono diverse polemiche perché erano i cento anni dalla prima edizione e tutti pensavano che fosse naturale assegnare la sede ad Atene, ma probabilmente alcuni fecero forti pressioni affinché si assegnassero agli Stati Uniti. Mio padre è stato capitano della nazionale e il massimo che aveva vinto fu un bronzo agli Europei.

 

Quando ci siamo qualificati per le olimpiadi posso dire di averlo superato, perché lui non riuscì in questa impresa. Aver vinto poi nei quarti di finale contro il Brasile, che erano i campioni olimpici in carica, fu un risultato clamoroso ed eravamo in zona medaglia. Dall’eccitazione agonista non riuscii a dormire, te lo giuro!

 

Quando abbiamo battuto la Russia per la seconda volta – 3 a 1 nella finale terzo e quarto posto – faccio fatica a spiegarti l’emozione che avevo. Ero ad inizio carriera e capisci che quelle emozioni sono state veramente intense. Potevo anche smettere di giocare a pallavolo dopo questo incredibile inizio di carriera! Fu un flash questa sensazione, ma racchiude l’intensità di quello che provavo per la conquista di un bronzo olimpico. 

 

Faccio un salto temporale di molti anni. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 tu sei il commissario tecnico della Polonia. Vincete la medaglia d’argento. Un’altra medaglia, ma stavolta in un ruolo diverso. Che ricordi hai?

È diverso. Io sono diverso.

 

Vivendo le Olimpiadi da sportivo, hai visto dei cambiamenti nel corso delle varie edizioni in cui hai preso parte?

Tante cose sono sempre uguali e alcune cose sono cambiate, di solito in meglio. Noi arrivammo al villaggio olimpico di Parigi nel pomeriggio e per cena siamo scesi alla mensa più vicina a noi e abbiamo aspettato quaranta minuti come tutti gli altri, perché era il giorno antecedente alla festa di apertura. In Francia fu la prima volta che non partecipai alla cerimonia di apertura, perché giocavamo il giorno dopo e dovevamo rimanere concentrati in vista dell’esordio. Va bene che la prima era contro l’Egitto, ma è sempre un incontro che non deve essere preso alla leggera. 

 

Ogni Olimpiadi si porta appresso uno strascico di polemiche e Parigi non fece di certo eccezione.

Le polemiche ci sono sempre. Quello che a me non è piaciuto è stata la cerimonia di apertura. C’era quella parte della celebrazione dell’amore o che ne so – non ho niente contro – però vedendola dalla tv non mi piacque per niente. Qualche cosa che non va c’è sempre, dall’alloggio, ai pasti… però ricordo una sala pesi molto ben attrezzata e a disposizione della nostra squadra e di quella femminile.

 

Mi ricordo che dissi ai ragazzi: «Come è per noi è per tutti quanti, quindi concentrati, perché i futuri campioni mangiano dove mangiate voi e dormono negli alloggi come i vostri. È così per tutti». Quando sei giocatore è diverso come esperienza, perché come ti ho detto anche prima, sei protagonista vero in campo. Come allenatore ho un ruolo senz’altro importante, però sto fuori dal campo di gioco. 

 

Ti viene la voglia, ogni tanto, di varcare quella linea e tornare a giocare?

All’inizio si! Adesso no. 

 

Nel 2001 vinci l’oro ai Campionati Europei con la Jugoslavia battendo l’Italia in finale. In quell’edizione sei stato nominato anche miglior palleggiatore. Una doppia soddisfazione.

Credo di avere vinto diverse volte il premio di miglior palleggiatore, ma non ho mai badato a questo tipo di riconoscimento. Abbiamo vinto gli Europei ed è quello che conta veramente. 

 

Fu complicata quella finale contro i ragazzi italiani?

Finimmo in un’ora. 3 a 0. Non c’è stata partita. La Russia fu un avversario più difficile, però anche a loro rifilammo un 3 a 0. Abbiamo dominato quell’Europeo, soprattutto verso la fine, perché eravamo ancora più forti dell’anno prima a Sidney. Eravamo più maturi e avevamo una grande forza agonistica. 

 

Passando alle squadre di club, con il Treviso vinci la Coppa dei Campioni nella stagione 1999/2000.

A Treviso è stata la più difficile esperienza della mia carriera professionale. Sono stato malissimo, anche se è stato l’anno in cui ho vinto di più con un club. Vincemmo la Coppa Italia che non vincevano da sette anni, poi partecipammo alla Supercoppa Europea che se la giocavano ai tempi le finaliste della Coppa Campioni, della CEV e della Coppa delle Coppe. Un torneo importante.

 

Purtroppo perdemmo Lorenzo Bernardi per infortunio e conseguente operazione – infatti saltò le Olimpiadi di Sidney – e Samuele Papi che si infortunò prima del primo match. Vista la situazione emergenziale giocammo in recezione con Alberto Cisolla, che generalmente giocava come secondo opposto, e Marcos Milinković che giocava in nazionale come opposto e a Treviso come centrale.

 

C’era Daniele Bagnoli come allenatore, una figura carismatica e io come giocatore ero più debole caratterialmente. Avevo quattro anni di contratto, ma mi hanno mandato via senza pagare una lira. Milano, con cui ho poi firmato, ha dovuto pagare una penale di qualche migliaio di euro. È stata un’esperienza difficile, per non dire altro. 

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Hai giocato con tanti campioni talentuosi come te. Visto che lo hai citato, Lorenzo Bernardi a detta di tutti è un campione senza tempo. Me lo confermi?

Non è facile amarlo, perché non si fa amare, però credo abbia una forza agonistica senza pari e tutti, io compreso, se dovessimo giocare una finale lo vorremmo in squadra. 

 

Nel 2007 passi al Trentino Volley e vinci il tuo primo scudetto contro Piacenza. L’anno dopo arrivi secondo sempre contro Piacenza in un match tiratissimo al quinto set e all’ultimo punto.

Non ci ho dormito per sei mesi! Abbiamo avuto tre contrattacchi, 13 a 11 per noi, ma alla fine perdiamo.

 

Nonostante fossi un giocatore esperto e maturo, una sconfitta così lascia il segno. Alla fine anche le sconfitte fanno parte della vita.

 

È vero! Quando vinco, non ti dico come se fosse normale, però la grande emozione e l’euforia durano poco, perché già mi proietto alla prossima gara. Invece quando subisco una sconfitta, come quest’ultima in semifinale al Mondiale, nonostante abbiamo vinto il bronzo, faccio molta fatica a metabolizzare le sconfitte anche se ho la tranquillità di aver fatto tutto il possibile per vincere.

 

Le sconfitte sedimentano in noi in maniera diversa rispetto alle vittorie.

Se tu pensi quante volte ho perso in semifinale e quante finali ho perso tra club e Nazionale, sono tante le sconfitte. Ho due ori e ho giocato sedici anni in Nazionale. Ho venti medaglie, ma solo due d’oro. Vedi quante volte sono arrivato vicino al traguardo finale. Spessissimo l’ultimo ostacolo era la Nazionale italiana! Quando tu vinci, crei delle aspettative per te stesso e nella gente intorno a te, e più vinci e meno si parla della vittoria, mentre se perdi si amplifica il clamore dopo la sconfitta. Quando una squadra non ha vinto niente e si consacra con una vittoria importante, al primo successo si crea una gioia incredibile, ma se avessi perso all’ultimo, visto che non era abituata a vincere, la sconfitta sarebbe stata compresa e ben metabolizzata.

 

Con le vittorie anche i giocatori acquisiscono consapevolezza di essere forti, ma al contempo le aspettative si alzano notevolmente. La gente comune e i tifosi non hanno contezza di quello che c’è dietro a ogni partita. Magari vedono una squadra a cui manca un titolare importante, ci giochi contro e vinci 3 a 0 per loro è scontato, ma non è sempre così, specie se di fronte hai un avversario forte come lo è l’Italia. Ogni partita fa storia a sé. Se il primo match vinci 3 a 0, dopo due giorni, con gli stessi giocatori, è molto difficile che riesci a ribadire quel risultato. È completamente un’altra partita. 

 

Scorrendo il tuo nutrito palmarès vedo che ti manca solo una vittoria ai Mondiali.

La vittoria al Mondiale è l’unica che mi manca in carriera. 

 

Ma arriverà prima o poi.

Spero di vincerlo con la Polonia nella prossima edizione.

 

Hai vissuto tante partite al tie-break. È un equilibrio molto sottile, una questione a volte di centimetri per un pallone che cade di qua o di là dalla riga. Come gestisci, da allenatore, queste situazioni che si giocano sul filo di lana?

Come gestisci una situazione dove fino al 22 pari del primo set Kamil Semeniuk ha avuto il 100 per cento di attacco efficiente in parallela in tutto il torneo? Contro l’Italia ha tirato una parallela fuori di un niente. Io quello che gli insegno è di pensare alla palla successiva, quella oramai è andata. Una volta finita la partita puoi ripensarci quanto vuoi, ma in quel momento non c’è il tempo per ripensare al punto sbagliato. I ragazzi devono subito concentrarsi sulla prossima azione. Se ti lasci influenzare dall’errore che hai fatto, poi non sarà solo uno, ma saranno due, tre o di più, finché non ritrovi l’equilibrio e continui a giocare, ma poi è tardi.

 

L’aspetto mentale è importante.

Moltissimo! C’è da dire anche questo: molte squadre hanno ottimi allenatori, ottimi giocatori, ottimo staff, ottime condizioni di lavoro. E lì non è che c’è un vantaggio per qualcuno, tutti sono allo stesso livello. Il vantaggio è solo come i giocatori interpreteranno il finale dei set e che rapporto avranno con un eventuale errore e con la pressione. 

 

Nel tuo mestiere di commissario tecnico, quanto è importante la disciplina e la meticolosità nei dettagli per preparare una gara? La pretendi la disciplina dai tuoi giocatori?

Si parla spesso di disciplina e di motivazione. Sono due cose diverse, perché la motivazione è una cosa che dura molto poco. Se ti motivo ora sei carico, ma l’effetto non è duraturo. La disciplina invece ti mantiene a un certo livello nel lungo termine. Se tu non hai disciplina, non riesci a superare le difficoltà. Quando sei motivato puoi fare delle cose straordinarie, ma se il giorno dopo non hai la stessa carica agonistica o motivazione, non arriverai neanche vicino all’obiettivo. Invece la disciplina ti mantiene sempre lì. E non ti parlo della disciplina di ripetere le cose sempre alla stessa maniera tecnicamente, ma di una disciplina mentale. Dimenticare quello che c’è stato e concentrarti su quello che devi fare in quel momento lì.

 

Io sto cercando in tutte le maniere possibili di preparare i miei giocatori a fare queste cose qua, ad avere questo approccio, ma quando arrivi al finale dei set quello che devi fare è essere in grado di adattarti. Ai quarti di finale, in semifinale e in finale le squadre che incontri sono tutte molto forti, il meglio del meglio, con dei campioni che sono in grado di cambiare le carte in tavola istantaneamente. Tu prepari una cosa e loro iniziano con una cosa completamente diversa. L’avversario ci studia allo stesso modo e cercherà strategie alternative. Noi dobbiamo essere adattabili, adattarsi a quello che stanno facendo gli avversari. 

 

L’allenamento alla disciplina mentale che insegni oggi ai tuoi atleti ha avuto una sua evoluzione rispetto a trent’anni fa?

Prima era un po’ diverso e oltretutto il nostro sport è cambiato. Se guardi le regole, è cambiato più di tutti gli altri sport messi insieme. Ti faccio un esempio delle cose che sono cambiate da quando io ho cominciato. Ai tempi si giocava con il cambio palla e quindi si poteva giocare all’eternità, perché se c’era un cambio palla continuo il punteggio rimaneva invariato. Alla lunga la preparazione fisica era determinante.

 

La tecnica aveva una sua importanza, perché se tu mantieni un certo livello di gioco per un lungo periodo di tempo, le squadre che non sono abituate o tecnicamente non eccelse, prima o poi sbagliano. Il 90% delle volte vinceva la squadra favorita. Era molto importante la pazienza. Adesso ci sono squadre che non sono tra le prime quindici al mondo che con una palla buona, se tu non batti bene, hanno un attacco straordinario. Loro attaccano, noi attacchiamo e in un attimo si arriva sul 23 pari e poi è un attimo perdere la partita. Questo adattamento oggi è diventato molto più importante, perché in un attimo può cambiare l’andamento del match. 

 

È meglio come oggi oppure torneresti alle vecchie regole?

Oggi è molto più stressante, molto più complicato. I valori si sono avvicinati.

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Tu hai giocato quasi tutta la tua carriera nel campionato italiano. C’è un giocatore italiano con cui hai giocato che ti ha impressionato con il suo talento?

Ci sono dei giocatori che mi hanno impressionato. Ho giocato due anni con Samuele Papi, un anno con Gardini, un anno con Gravina, con Lorenzo Bernardi, con Pippi, con Giretto, con Simone Rosalba, con Bovolenta… Ho giocato con Andrea Gardini quando era a fine carriera e aveva già trentotto anni. Se proprio devo sceglierne uno ti direi Lorenzo. Anche Papi un fenomeno, però Lorenzo con la sua mentalità è stato uno dei più forti con cui ho giocato. 

 

Il «divismo», peraltro vacuo, che c’è nel calcio, nella pallavolo non c’è. Oggi con i social e con la sovraesposizione mediatica il calcio gode di un overbooking di popolarità che sfocia nel gossip, nel pettegolezzo e a volte nel ridicolo. Nel vostro sport mi pare si avverta una purezza, un’integrità e una semplicità genuina.

In Polonia la pallavolo è sport nazionale ed è seguita più del calcio, ma rimane un mondo più sano. Non c’è paragone. Tu porti i figli a una gara di pallavolo ed è una festa. Sono rimasto sorpreso dalle tifoserie polacche: a fine partita si scambiano le sciarpe e c’è un momento di comunione. A memoria mia in Italia ricordo solo due brutti episodi con degli incidenti. Non c’è una minima preoccupazione nel portare i figli piccoli a una partita. Ci si insulta tra tifoserie, certo, ma finisce tutto lì. È quel tifo che potrei definire una sana terapia [ride]!

 

Visto che hai allenato la Sir di Perugia, oggi come la vedi?

Credo che adesso sia la squadra più forte al mondo, senza dubbio. È coperta in tutti i ruoli. Angelo Lorenzetti è un allenatore che ha vinto tutto, ha autorità, è preparato e la squadra lo segue, che ti devo dire di più? Ha dei grandissimi giocatori che oramai potrebbero giocare ad occhi chiusi. Vedremo Trento come arriverà alla fine della stagione o la Lube se torna a giocare come ha giocato fino a qualche mese fa, ma per ora Perugia è la squadra più solida.

 

Che consiglio daresti ai ragazzi che vorrebbero affacciarsi a questo sport? 

Prima viene il divertimento. Se non ti diverti non va bene. Non puoi obbligare un ragazzino a fare un’attività fisica. Mi dici la percentuale dei ragazzini che amano andare a scuola? Molto bassa, anzi, io non ne conosco neanche uno.

 

Perché? Perché la scuola non è divertente, è un obbligo. Alcuni genitori vivono la loro ambizione tramite i figli. Se tu fai diventare l’attività fisica del figlio un obbligo, come alcuni genitori fanno magari per vantarsi con gli altri perché il proprio figlio fa quello sport in quella squadra, non va bene. I figli così si sentono soffocati, non gli piace, non si divertono.

 

Prima il divertimento, però è chiaro che a un certo punto questo viene trasformato, perché se vuoi continuare a livelli alti, c’è molto meno da divertirsi e molto più sacrificio. C’è la possibilità del trasferimento in un’altra città, lontano dalla famiglia e dagli amici oppure andare direttamente in un altro paese e avere difficoltà con la lingua. Più cresci e più questo divertimento si trasforma in lavoro – passami il termine – però pensa che bellissimo lavoro è. Giochi e ti diverti, perché questo sport, come altri del resto, è un gioco e ti pagano anche bene per farlo.

 

Facciamo un esempio: tu guadagni ottantamila euro l’anno, che per la pallavolo è un contratto normale. Dimmi che tipo di lavoro devi fare nella vita normale per guadagnare questa cifra. Forse un direttore di banca. 

 

Se sei parsimonioso in dieci o quindici anni di carriera puoi accumulare un discreto tesoretto.

La problematica di questo mestiere è che non ti dà la pensione. Oggi forse qualche regola è cambiata, ma prima non avevi nulla dopo il termine della tua carriera. Devi essere bravo e indipendente nel saper investire i tuoi guadagni per il tuo futuro. Inoltre c’è da aggiungere che non tutti i giocatori diventano allenatori o manager e possono proseguire la loro carriera in questo sport. Lo sport è bellissimo.

 

Le sfide non finiscono in campo, ma proseguono anche dopo.

La vita è sempre in salita, prima accetti questo fatto e prima riesci a vivere meglio. Ma la vita è bella anche per questo. Noi siamo qua dove siamo ora, perché abbiamo dovuto combattere nella nostra quotidianità. Questo combattimento ci ha reso più forti. Se non avessi avuto tutte queste sfide nella vita – private e professionali – non sarei la persona che sono adesso. Le ho abbracciate e le ho accolte con grande soddisfazione. Si va sempre avanti, perché tutti i giorni puoi incontrare delle difficoltà e delle battaglie da combattere che sono tue e sono personali. 

 

Grazie, Nikola!

Grazie a te!

 

Francesco Rondolini

 

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Le stazioni, i non-luoghi dell’anarco-tirannia

18 Gennaio 2026 ore 06:32

Il recente crimine verificatosi alla Stazione Termini e perpetrato da una ghenga di immigrati che ha lasciato in fin di vita un funzionario statale, non è altro che uno dei tanti episodi di violenza e spudorata prevaricazione che ormai da alcuni anni si verificano su treni e stazioni.

 

Le stazioni di treni, metro ed autobus in particolare possono ormai essere definite «non luoghi» per usare un concetto coniato dall’antropologo francese Marc Augé (1935-2023) ossia spazi privi d’identità, di valore relazionale e di storia. Non-luoghi dell’anarco-tirannia e gangli grandi suoi motori nel contesto urbano europeo, aggiungiamo noi.

 

Pensiamo alle grandi stazioni attorno alle quali gravitano in Italia e in tutta Europa, ceffi e genghe di ogni sorta pronte ad avventarsi sullo studente o sul pendolare di turno ma anche a piccole stazioni di paese, prive di personale ferroviario, fornite di biglietterie automatiche e sostanzialmente non sottoposte ad alcun tipo di controllo.

 

Pensiamo anche al fatto che molti di noi prendono il treno per andare a lavorare, per ragioni personali o anche solo per una gita fuoriporta. Quasi tutti prima o poi passano da una stazione o prendono un mezzo pubblico.

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Per cui il pendolare, spesso e volentieri esponente di una classe media lavoratrice oppressa da tasse, balzelli e multe di ogni genere si trova a dover temere per la vita sua o dei suoi cari, a causa di un vero e proprio percorso di guerra giornaliero in cui può incappare in belve su due gambe che anche lui mantiene con i suoi contributi.

 

Quindi potremmo definire le stazioni non-luoghi fondamentali dell’anarcotirannia, spazi in cui si ricorda al cittadino onesto che la sua vita è esposta ad un pericolo inimmaginabile fino a qualche anno fa, tanto nelle grandi città quanto in quella che abbiamo più volte definito «provincia sonnacchiosa».

 

Molte stazioni, soprattutto durante gli orari notturni appartengono ormai anche alle cosiddette «no go-zone», quei luoghi in cui lo Stato anarcotirannico abdica a sè stesso, non riesce a controllare o decide scientemente di non farlo, dicendo praticamente ai cittadini «lasciate ogni speranza voi che entrate».

 

Ed ecco che la stessa libertà di movimento, di uscire di casa e vivere la propria vita, sparisce completamente ed ecco che molti pianificano viaggi che non arrivino a destinazione la notte per evitare guai con conseguente dispendio di denaro e di tempo.

 

Sappiamo bene che il potere anarcotirannico non è alieno a ciò, basti pensare ai lockdowns della dittatura biotica di cui abbiamo parlato negli anni passati, considerando che anche alle bestie selvatiche si lascia la libertà di andarsene in giro per la foresta. Oggi anche le belve hanno più libertà e più importanza di noi basti pensare a quanti lupi scorrazzino indisturbati fuori dalle nostre case.

 

Lo abbiamo scritto più volte, il problema ha ormai risvolti di controllo, reale, pratico del territorio, quindi di tipo militare, sembra però che nessuno sia disposto a farsene carico.

 

E torniamo a parlare anche di necrocultura, perché l’anarcotirannia è intimamente collegata ad essa, ne è parte integrante. Come sempre le vittime da sacrificare, le vittime designate siete voi. Qualcuno, da qualche parte vi vuole morti, vuole la vostra rovina.

 

Ancora una voltra: siete disposti ad accettarlo?

 

Victor García

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La FDA chiede un avvertimento sui vaccini antinfluenzali riguardo al rischio di convulsioni febbrili nei bambini

18 Gennaio 2026 ore 06:30

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il mese scorso, il Centro per la Valutazione e la Ricerca sui Prodotti Biologici della FDA ha inviato avvisi a diverse aziende produttrici di vaccini, tra cui Sanofi, AstraZeneca, GSK e CSL Seqirus, chiedendo loro di aggiungere l’avvertenza. L’agenzia ha citato studi che mostrano un aumento del rischio di convulsioni febbrili il giorno successivo alla vaccinazione.

 

La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti vuole che i vaccini antinfluenzali riportino un’avvertenza che le iniezioni possono causare convulsioni febbrili nei bambini piccoli.

 

La scorsa settimana, il Center for Biologics Evaluation and Research (CBER) dell’agenzia ha inviato avvisi a diversi produttori di vaccini, tra cui Sanofi, AstraZeneca, GSK e CSL Seqirus, chiedendo loro di aggiungere l’avvertenza.

 

Il CBER ha citato due studi osservazionali post-marketing da lui condotti, dai quali è emerso che i bambini di età compresa tra 6 mesi e 4 anni hanno un rischio maggiore di convulsioni febbrili il giorno successivo alla vaccinazione.

 

La FDA ha proposto questa formulazione per le etichette dei vaccini:

 

«In due studi osservazionali post-marketing separati, è stato osservato un aumento del rischio di convulsioni febbrili durante il primo giorno successivo alla vaccinazione con vaccini antinfluenzali trivalenti (2024-2025) e quadrivalenti (2023-2024) a dose standard nei bambini di età compresa tra 6 mesi e 4 anni».

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L’avvertenza verrebbe aggiunta alle etichette dei vaccini FluMist di AstraZeneca, Fluarix di GSK, FluLaval di ID Biomedical, Fluzone di Sanofi Pasteur e Afluria e Flucelvax di Sequiris.

 

I produttori di vaccini hanno 30 giorni di tempo per accettare l’aggiornamento dell’etichetta proposto, proporre modifiche o presentare una confutazione.

 

Un portavoce di Sanofi ha dichiarato a Fierce Pharma che le convulsioni febbrili si sono verificate solo in un «sottogruppo limitato di pazienti» e che l’azienda include già informazioni su tali convulsioni nell’etichetta di Fluzone.

 

GSK ha dichiarato a Fierce Pharma che l’azienda sta esaminando la richiesta della FDA e che è «fiduciosa» nel «profilo di sicurezza ed efficacia» dei suoi vaccini antinfluenzali.

 

«Ogni crisi è brutta, punto e basta»

Le convulsioni febbrili sono convulsioni spesso causate da febbre scatenata da infezioni correlate a comuni malattie infantili. Le convulsioni si verificano in genere nei bambini di età compresa tra 6 mesi e 5 anni, quando la temperatura supera i 38 °C.

 

La maggior parte delle convulsioni febbrili dura meno di 15 minuti e non è pericolosa per la vita. Secondo Medpage Today, «non causano danni permanenti e non hanno effetti duraturi».

 

Brian Hooker, Ph.D., direttore scientifico di Children’s Health Defense (CHD), non è d’accordo. «Qualsiasi crisi epilettica è negativa, punto e basta», ha affermato.

 

«Le convulsioni febbrili “lievi” possono raddoppiare le probabilità che un bambino riceva una diagnosi di epilessia, mentre le convulsioni febbrili ‘complesse’, che durano più di 15 minuti, possono aumentare tale rischio fino a 10 volte», ha affermato Hooker.

 

Karl Jablonowski, Ph.D., ricercatore senior del CHD, ha affermato: «L’intera teoria a sostegno dell’ammissibilità delle convulsioni febbrili post-vaccinazione si basa su un’idea: che siano innocue».

 

Jablonowski ha affermato che alcuni studi, tra cui una revisione del 2023 pubblicata su Frontiers in Cell and Developmental Biology, indicano che potrebbe non essere così. La revisione ha dimostrato che “le convulsioni febbrili che si verificano durante lo sviluppo neurologico… possono ‘in ultima analisi portare alla malattia'”, ha affermato.

 

La revisione «mette in evidenza in particolare l’ADHD [disturbo da deficit di attenzione/iperattività], l’epilessia e il declino cognitivo in età adulta», ha affermato.

 

Hooker ha suggerito che affermare che le convulsioni febbrili sono innocue aiuta a normalizzare un infortunio che può causare danni più ampi ai bambini, in particolare a quelli con altri problemi di salute.

 

«È disgustoso come le reazioni ai vaccini vengano minimizzate e normalizzate dalle grandi aziende farmaceutiche», ha detto Hooker. »Troppi bambini vengono danneggiati – il tasso di convulsioni nelle persone autistiche può raggiungere il 20% – e il danno viene nascosto sotto il tappeto».

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Diversi tipi di vaccini sono collegati a un tasso più elevato di convulsioni febbrili

Il CBER ha valutato i vaccini antinfluenzali per due stagioni di raffreddore e influenza tra il 2023 e il 2025. L’agenzia ha analizzato i dati delle compagnie assicurative per confrontare l’incidenza delle convulsioni febbrili nei bambini dai 6 mesi ai 4 anni nel primo giorno successivo alla vaccinazione, con l’incidenza di tali convulsioni tra gli 8 e i 63 giorni successivi alla vaccinazione.

 

Secondo il CBER, i dati indicavano un tasso di eccesso stimato di 21,2 convulsioni febbrili per milione di vaccini antinfluenzali quadrivalenti a dose standard e 44,2 convulsioni extra a seguito della somministrazione di vaccini trivalenti.

 

Uno studio del 2012 condotto su bambini di età compresa tra 6 mesi e 2 anni ha rilevato un aumento del rischio di convulsioni febbrili nelle 24 ore successive alla somministrazione concomitante di un vaccino antinfluenzale inattivato e del vaccino pneumococcico coniugato 13-valente (PCV13 o polmonite) o del vaccino contro difterite, tetano e pertosse acellulare (DTaP).

 

La dottoressa Meryl Nass, ex medico internista e fondatrice di Door to Freedom, concorda sul fatto che i vaccini antinfluenzali comportino un rischio di convulsioni febbrili. Tuttavia, ha affermato, altri vaccini, tra cui quello contro morbillo-parotite-rosolia (MPR), presentano un rischio ancora maggiore.

 

L’anno scorso, il Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (ACIP), che fornisce consulenza ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) in materia di politica vaccinale, ha votato per non raccomandare più il vaccino MMRV (morbillo-parotite-rosolia-varicella) per i bambini di età inferiore ai 4 anni.

 

Il voto dell’ACIP è seguito a una presentazione contenente prove di un aumento del rischio di convulsioni febbrili in seguito alla somministrazione del vaccino MMRV.

 

In uno studio del 2024 pubblicato su JAMA Network Open, i ricercatori della FDA hanno rilevato un segnale di sicurezza per le convulsioni nei bambini piccoli a seguito della vaccinazione mRNA contro il COVID-19. La maggior parte delle convulsioni era febbrile.

 

Un segnale di sicurezza è un segnale che un evento avverso potrebbe essere causato dalla vaccinazione, ma sono necessarie ulteriori ricerche per verificare tale collegamento.

 

In una pre-stampa pubblicata all’inizio del 2024, i ricercatori della FDA hanno scoperto che i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni che avevano ricevuto il vaccino mRNA contro il COVID-19 presentavano un rischio maggiore di convulsioni febbrili subito dopo la vaccinazione.

 

Nass ha messo in dubbio l’utilizzo da parte del CBER di studi osservazionali per trarre le sue conclusioni.

 

«Ciò di cui abbiamo bisogno sono alcuni studi prospettici di sorveglianza attiva per ottenere dati reali sui tassi di convulsioni febbrili e altri problemi nei bambini piccoli». Ha affermato che questi problemi spesso non vengono rilevati negli studi retrospettivi sulle cartelle cliniche.

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La comunicazione del CBER ai produttori di vaccini antinfluenzali è arrivata pochi giorni dopo che il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha apportato modifiche radicali al calendario delle vaccinazioni infantili, riducendo il numero di vaccini raccomandati per tutti i bambini da 17 a 11.

 

Nell’ambito di tali cambiamenti, i vaccini antinfluenzali non sono più raccomandati per tutti i bambini. Al contrario, il CDC ora raccomanda la condivisione delle decisioni cliniche tra medici e genitori.

 

L’anno scorso, l’ACIP ha votato per non raccomandare più i vaccini antinfluenzali contenenti timerosal, un conservante a base di mercurio associato a disturbi dello sviluppo neurologico.

 

Uno studio condotto dalla Cleveland Clinic su 53.402 adulti lo scorso anno ha scoperto che le persone che si erano vaccinate contro l’influenza durante la stagione del raffreddore e dell’influenza dell’anno precedente avevano il 27% di probabilità in più di contrarre l’influenza.

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

© 16 gennaio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Il primo ministro canadese menziona il «Nuovo Ordine Mondiale» mentre elogia la partnership con la Cina

18 Gennaio 2026 ore 06:25

I parlamentari conservatori stanno attaccando duramente il primo ministro canadese Mark Carney dopo che, durante un viaggio nella Cina comunista, ha dichiarato di essere «rincuorato dalla leadership» del presidente Xi Jinping e che la collaborazione tra le due nazioni prepara il terreno per un «Nuovo Ordine Mondiale». Lo riporta LifeSite.

 

Giovedì il Carney, insieme ai suoi principali ministri, ha incontrato il premier cinese Li Qiang e ha commentato che le due nazioni possono essere «partner strategici» su questioni come la «sicurezza».

 

«Credo che i progressi compiuti nella partnership ci preparino bene per il Nuovo Ordine Mondiale».

 

WATCH: Today in Beijing, PM Mark Carney says he is “heartened by the leadership” of the Chinese dictator, that Canada and Communist China can be “strategic partners” – including on “issues of security” – and invokes the “New World Order.” pic.twitter.com/D5ROsBbqJA

— Juno News (@junonewscom) January 15, 2026

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La reazione online ai commenti di Carney è stata immediata da parte dei conservatori canadesi. Barbara Bal, candidata conservatrice alle ultime elezioni, ha osservato come le osservazioni di Carney dimostrino che i teorici della «cospirazione» sul Nuovo Ordine Mondiale potrebbero aver avuto ragione fin dall’inizio.

 

Non si tratta ad ogni modo del primo politico che cita il Nuovo Ordine Mondiale in un discorso ufficiale.

 

Molti politici hanno pronunciato la locuzione «Nuovo Ordine Mondiale» («New World Order») nei loro discorsi, quasi sempre in senso geopolitico e non cospirativo.

 

Il caso più celebre resta George H.W. Bush (1990-91), che la usò ripetutamente per descrivere la cooperazione internazionale post-Guerra Fredda e la risposta all’invasione del Kuwait: «un mondo in cui le nazioni si riuniscono per difendere la legge».

 

In epoca recente l’ex segretario di Stato USA Henry Kissinger (1923-2023) ha dedicato libri e interventi proprio al tema del Nuovo Ordine mondiale, inteso come riorganizzazione degli equilibri tra grandi potenze.

 

Tra i leader europei e italiani l’espressione è apparsa sporadicamente, spesso legata a crisi globali o assetti post-1989. I primi ministri italiani Giuseppe Conte e Mario Draghi hanno parlato di «Nuovo Ordine Mondiale» in chiave economica-finanziaria durante la pandemia e la guerra in Ucraina, evocando la necessità di riformare governance globale e multilateralismo.

 

Anche il premier magiaro Viktor Orbán ha usato l’espressione in chiave critica, attaccando élite globaliste. In Italia la formula resta rara tra i big (Berlusconi, Renzi, Meloni, Prodi non risultano averla usata in modo centrale), ma circola nei dibattiti di politica estera.

 

Come riportato da Renovatio 21, di Nuovo Ordine Mondiale parlarono apertis verbis, usando proprio questa espressione in accezione chiaramente positiva, l’esponente del PD di origine ebraica Emanuele Fiano e pure il capo sindacalista Landini.

 

🟦1 MAGGIO 2022.

Landini parla di NUOVO ORDINE MONDIALE spudoratamente…non riesco a crederci… pic.twitter.com/z6ye0x0iH6

— Jack Doson (@JacPr4185774) May 2, 2022


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L’espressione fu usata, forse con significati opposti, anche da Joseph Ratzinger, sia quando era cardinale che quando poi divenne romano pontefice.

 

Di «Nuovo Ordine Mondiale» ha parlato di recente anche il servizio segreto estero tedesco (BND) per descrivere i piani della Russia «nostro nemico».

 

L’argomento è stato trattato in vari discorsi ed omelie dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che condanna il diabolico progetto arrivando poi a parlare di una chiesa di Roma «concubina del Nuovo Ordine Mondiale» e con una gerarchia divenuta sua serva per l’instaurazione di una Religione dell’Umanità massonica. Per il monsignore, la «sinodalità» della nuova chiesa è una menzogna al servizio del piano ordinovista.

 

«Opponiamo il Vangelo all’ideologia di morte del Nuovo Ordine Mondiale. Rifondiamo gli Stati sulla roccia che è Cristo Signore» ha detto due anni fa al al Secondo Congresso del Movimento Russofilo Internazionale. In altre occasione ha accusato «la Sinarchia massonica del Nuovo Ordine Mondiale» e la storica infiltrazione del Vaticano».

 

Viganò ha definito la vittoria elettorale di Trump come una «battuta d’arresto per il piano criminale del Nuovo Ordine Mondiale», una vera «controrivoluzione» contro la tirannide ordinovista, mentre l’Europa delirante e guerrafondai si muove verso il Nuovo Ordine.

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Trump: «mi sono convinto da solo» a non bombardare l’Iran

18 Gennaio 2026 ore 06:20

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato con fermezza che la scelta di non procedere con il bombardamento dell’Iran è stata esclusivamente sua e non ha subito pressioni da parte di alcun Paese terzo.

 

Trump aveva lanciato ripetute minacce di intervento militare contro la Repubblica Islamica nel pieno delle violente proteste che stanno attraversando l’Iran. I disordini sono esplosi a fine dicembre, inizialmente scatenati dalle gravi difficoltà economiche e dall’inflazione galoppante, per poi evolversi in un movimento di protesta antigovernativa su scala nazionale, con un bilancio di centinaia di morti. Rivolgendosi direttamente ai manifestanti all’inizio della settimana, il presidente aveva dichiarato: «Gli aiuti stanno arrivando».

 

Mercoledì l’agenzia Reuters aveva riportato che un attacco statunitense contro l’Iran appariva «imminente». L’operazione, tuttavia, non si è mai concretizzata e, in seguito, vari media americani hanno riferito che alti rappresentanti di Qatar, Arabia Saudita, Oman, Egitto e Israele avevano chiesto a Trump di rinunciare al piano.

 

Interpellato venerdì dai giornalisti su tali indiscrezioni, Trump ha replicato: «Nessuno mi ha convinto. Mi sono convinto da solo».

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Secondo quanto affermato dal presidente, un fattore decisivo è stato il «grande impatto» prodotto dall’inversione di rotta da parte dell’Iran, che aveva inizialmente annunciato processi sommari e impiccagioni rapide per alcuni dei manifestanti più violenti arrestati, salvo poi annullare tutto.

 

«Ieri avevate programmato oltre 800 impiccagioni. Non hanno impiccato nessuno. Hanno annullato le impiccagioni», ha spiegato Trump. «Rispetto molto il fatto che abbiano annullato tutto», ha aggiunto.

 

Mercoledì il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Fox News, aveva dichiarato che non ci sarebbero state «impiccagioni né oggi né domani». Araghchi ha inoltre sostenuto che la calma è tornata nelle città iraniane, con il governo che mantiene il pieno controllo della situazione, e ha attribuito i disordini a Israele e a interferenze esterne.

 

Alla domanda se la sua promessa di sostegno ai manifestanti iraniani resti ancora valida, Trump ha risposto: «Vedremo».

 

Nonostante la rinuncia all’attacco aereo, gli Stati Uniti hanno comunque inviato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato venerdì da Fox News sulla base di fonti militari. Secondo l’emittente, Washington dispone già nella regione di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

 

All’inizio della settimana gli Stati Uniti hanno inoltre varato nuove sanzioni contro l’Iran, colpendo cinque funzionari della sicurezza accusati di aver partecipato alla «violenza e alla crudele repressione» dei manifestanti, una prigione del Paese e altri 18 individui ed entità sospettati di aver aiutato Teheran a aggirare le restrizioni sul commercio di petrolio.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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India: nessuna tregua per i cristiani a Natale

18 Gennaio 2026 ore 06:10

Con l’arrivo del nuovo anno in India, la comunità cristiana si trova ad affrontare una crescente ondata di persecuzioni, caratterizzata da episodi di violenza e arresti arbitrari. Secondo recenti resoconti pubblicati dai media cattolici, gli attacchi contro i cristiani sono aumentati, in particolare la domenica e durante le festività natalizie.

 

La «tregua di Natale» non ha avuto luogo sulle rive del Gange… Nell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell’India, la polizia ha arrestato dieci cristiani, tra cui diverse donne, il 14 dicembre 2025, durante un incontro di preghiera domenicale nel distretto di Mirzapur.

 

Il motivo? Una presunta violazione della legge anti-conversione dello Stato, che prevede fino a vent’anni di carcere per le conversioni effettuate con coercizione o induzione. Le autorità hanno sequestrato Bibbie, quaderni e telefoni cellulari. Nel vicino distretto di Jaunpur, altri due cristiani sono stati arrestati lo stesso giorno e posti in custodia cautelare.

 

Nel Rajasthan (Nord-Ovest del Paese), attivisti indù hanno interrotto una messa – sempre il 14 dicembre – celebrata nella chiesa cattolica di San Giuseppe a Bichhiwara, nel distretto di Dungarpur. Gli estremisti hanno accusato il sacerdote, padre Rajesh Sarel, di aver convertito con la forza gli indiani delle caste inferiori.

 

Questa intrusione avviene dopo l’adozione, il 9 settembre 2025, di una legge anti-conversione ancora più severa nel Rajasthan, che inverte l’onere della prova e incoraggia azioni legali abusive contro le minoranze.

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La Conferenza episcopale cattolica indiana (CBCI) ha espresso il suo «profondo sgomento» per questo «allarmante aumento» degli attacchi, in una dichiarazione pubblicata il 23 dicembre. I prelati indiani hanno denunciato la violenza come un attacco alla libertà religiosa, teoricamente garantita dalla Costituzione indiana.

 

Tra i fatti riportati nella dichiarazione della conferenza episcopale c’è un incidente avvenuto a Jabalpur, nel Madhya Pradesh, dove Anju Bhargava, vicepresidente locale del BJP (il partito nazionalista al governo), ha molestato un fedele ipovedente pochi giorni prima di Natale.

 

La violenza ha raggiunto il culmine durante le celebrazioni natalizie. Il 24 dicembre, nello stato nord-orientale dell’Assam, una ventina di uomini affiliati al Vishwa Hindu Parishad (VHP) e al Bajrang Dal – gruppi nazionalisti indù – hanno invaso e vandalizzato la scuola cattolica St. Mary a Panigaon, nel distretto di Nalbari.

 

Questi eventi sono in netto contrasto con i gesti ufficiali del primo ministro Narendra Modi, che ha partecipato alla funzione natalizia il 25 dicembre presso la Cattedrale della Redenzione a Nuova Delhi. Il giorno X, il capo del governo nazionalista indù ha persino augurato ai cristiani un Natale pieno di speranza e gentilezza.

 

Il cardinale Baselios Cleemis, arcivescovo maggiore della Chiesa cattolica siro-malankarese, ha criticato questa dissonanza: «da una parte, Modi scambia saluti con i rappresentanti cristiani; dall’altra, gli attacchi persistono», ha affermato l’alto prelato, che ha segnalato altri incidenti, come l’aggressione a un gruppo di cantori di canti natalizi in Kerala da parte di un militante indù, e gli inviti all’odio contro i cristiani in Chhattisgarh.

 

I cristiani, che rappresentano meno dell’1% della popolazione nell’Uttar Pradesh e nel Rajasthan (dove gli indù sono la maggioranza, con oltre l’80%), si sentono vulnerabili: «essere cristiani è diventato difficile; si può essere arrestati per una semplice preghiera o per il possesso di una Bibbia», racconta un credente.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Prime Minister’s Office, Government of India via Wikimedia pubblicata su licenza Government Open Data License – India (GODL); immagine tagliata

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Putin parla con il presidente iraniano Pezeshkian

18 Gennaio 2026 ore 06:05

Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica è ancora attraversata da vaste proteste popolari scoppiate nelle ultime settimane.

 

I disordini sono iniziati verso la fine del mese scorso, provocati principalmente dall’impennata dell’inflazione e dal crollo verticale del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono presto trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine, con un bilancio – secondo diverse fonti – di centinaia di vittime. Le autorità di Teheran hanno accusato Stati Uniti e Israele di essere i veri artefici delle rivolte.

 

In una nota diffusa venerdì dal Cremlino si legge che Pezeshkian «ha informato Vladimir Putin sui continui sforzi del governo iraniano per normalizzare la situazione nel Paese».

 

I due capi di Stato hanno concordato sulla necessità di una «de-escalation delle tensioni in Iran e nella regione nel suo complesso il prima possibile», sottolineando che «ogni problema emergente deve essere risolto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici».

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Putin e Pezeshkian hanno inoltre riaffermato «il loro reciproco impegno a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico tra Russia e Iran», con particolare attenzione ai progetti economici congiunti in corso.

 

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, intervenendo questa settimana, ha dichiarato che Mosca «condanna fermamente le interferenze straniere destabilizzanti» negli affari interni iraniani. Secondo la diplomatica, alcune potenze estere avrebbero cercato di trasformare una protesta inizialmente pacifica in «disordini crudeli e insensati», con l’obiettivo di provocare un cambio di regime a Teheran.

 

La Zakharova ha definito «assolutamente inaccettabili» le minacce statunitensi di ricorrere alla forza contro la Repubblica Islamica, avvertendo che un intervento militare contro l’Iran rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente.

 

La stessa portavoce ha inoltre attribuito le attuali difficoltà economiche iraniane principalmente alle sanzioni imposte dall’Occidente.

 

Negli ultimi giorni il presidente statunitense Donald Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, esortando i manifestanti a impadronirsi delle istituzioni statali. All’inizio della settimana il leader americano ha dichiarato che la sua amministrazione stava «valutando alcune opzioni molto forti» per intervenire contro Teheran.

 

L’Iran rappresenta da lungo tempo un alleato strategico della Russia: i due Paesi hanno formalizzato un accordo di partenariato strategico in occasione della visita di Pezeshkian a Mosca lo scorso gennaio.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Portaerei statunitense diretta in Medio Oriente

18 Gennaio 2026 ore 06:00

Gli Stati Uniti hanno dispiegato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato da Fox News citando fonti militari anonime. La mossa segue le minacce velate lanciate negli ultimi giorni dal presidente Donald Trump contro l’Iran.

 

La Repubblica Islamica è scossa da proteste di massa iniziate alla fine di dicembre, scatenate dal malcontento popolare per l’inflazione galoppante e il crollo del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in scontri violenti con le forze di sicurezza, con un bilancio che, secondo varie fonti, ammonterebbe a centinaia di morti. Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di essere i responsabili dell’agitazione.

 

Giovedì, Fox News ha indicato che la nave da guerra diretta nella regione potrebbe essere la USS Abraham Lincoln o una delle due portaerei salpate di recente da Norfolk e da San Diego. L’emittente ha precisato che, al momento, gli Stati Uniti dispongono già nella zona di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

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Fonti anonime hanno riferito al network che Washington intende probabilmente rafforzare ulteriormente la propria presenza militare intorno all’Iran, con l’invio di capacità di attacco aereo e terrestre, oltre a sistemi di difesa missilistica, nei prossimi giorni e settimane. Funzionari non identificati hanno descritto l’operazione come un «rafforzamento della forza», che metterebbe il presidente in condizione di autorizzare un’azione militare «offensiva» se lo ritenesse opportuno.

 

Sempre giovedì, la NBC, basandosi su diverse fonti informate, ha riportato che Trump stava considerando l’ipotesi di un colpo rapido e decisivo contro il governo iraniano, preferendolo a un coinvolgimento prolungato in un conflitto. Poiché i suoi consiglieri non sarebbero in grado di assicurare che un intervento armato porterebbe a un immediato rovesciamento delle autorità di Teheran, il presidente si è finora mostrato cauto nel dare l’ordine di attacco, secondo quanto riferito dalla rete.

 

Come riportato da Renovataio 21, diversi Paesi del Golfo avrebbero contattato privatamente Trump per cercare di dissuaderlo da un’azione militare contro l’Iran, temendo un’instabilità regionale più ampia e gravi ripercussioni sul mercato globale del petrolio.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia 

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Il cadavere trovato è di Federica Torzullo, fermato il marito

18 Gennaio 2026 ore 18:07
Carlomagno è stato fermato dopo l'interrogatorio nella caserma dei Carabinieri, il legale: "Voleva consegnarsi ma è stato arrestato prima". Tracce di sangue della donna erano state ritrovate in casa, sull'auto e sugli abiti da lavoro dell'uomo

© RaiNews

Business e sicurezza: il Board che deciderà il futuro della Striscia

18 Gennaio 2026 ore 00:06

Analisti assennati e di buonsenso, quelli invitati ritualmente ai talk televisivi, ci spiegheranno che occorre guardare con fiducia all’iniziativa di pace di Donald Trump per Gaza. La realtà è ben […]

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I teatri delle passioni nella griglia dell’Urbe

18 Gennaio 2026 ore 00:05

E’ una teoria per certi versi simile alla processione di vergini e martiri dei mosaici ravennati di Sant’Apollinare Nuovo, evocati nelle prime pagine del volume per testimoniare la diffusione del […]

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Galà coloniale, i palestinesi di Gaza non hanno nulla da festeggiare

18 Gennaio 2026 ore 00:04

La gente di Gaza assiste stanca allo spettacolo internazionale di dichiarazioni, promesse, autocelebrazioni e strette di mano. Ci si potrà permettere di festeggiare a Washington o nelle rispettive sedi – […]

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Il Villaggio modello rom che Milano vuole cancellare

18 Gennaio 2026 ore 00:04

Baracche, degrado, criminalità. Nulla di questo sopravvive al primo sguardo al Villaggio delle Rose, alle porte sud di Milano. Qui, da oltre venticinque anni, cinquanta famiglie rom harvati vivono in […]

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Minneapolis, l’atto di forza di Trump contro sindaco e governatore

18 Gennaio 2026 ore 00:04

In Minnesota si stanno decidendo le sorti di ciò che resta della democrazia americana. Il regime Maga ha fatto del gelido e tranquillo stato del Midwest il banco di prova […]

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L’ipocrisia di Israele: ciechi di fronte a Gaza, ora invocano libertà

18 Gennaio 2026 ore 00:04

Quarantasette anni fa oggi, Mohammad Reza Pahlavi, l’ex scià dell’Iran, lasciò il Paese per sempre. Quarantasette anni fa oggi, anche io e la mia famiglia lasciammo l’Iran, senza sapere che […]

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Uganda, Wine: «Sono riuscito a fuggire». E denuncia brogli elettorali

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni ha vinto le elezioni fa con una percentuale di poco superiore al 71%, assicurandosi così il settimo mandato presidenziale. Museveni, 81 anni, è in carica […]

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Guido Piovene, giornate senza umorismo in Polonia e in Ungheria

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Guido Piovene, oltre che raffinato romanziere e saggista, è stato un affermato giornalista, cimentatosi soprattutto con il genere, a lui molto congeniale, del reportage. Basti pensare ai servizi realizzati per […]

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Ithell Colquhoun, lo zio-stregone, l’isola fatata e la prigioniera senza nome

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Studiosa di occultismo, pittrice, autrice di poesie, romanzi, saggi e guide di viaggio, Ithell Colquhoun ha legato, nel corso degli anni Trenta, la sua produzione artistica di stampo britannico al […]

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Iran, dalla censura dei contenuti all’«internet sovrano». E non per tutti

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Dallo scorso 8 gennaio in Iran non è possibile connettersi a risorse internet al di fuori del paese. Il blocco imposto dal regime, però, potrebbe diventare strutturale. Secondo gli attivisti […]

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Herta Müller, la vita nell’ipotesi che verrà un altrove

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Tenace fautrice di uno sperimentalismo verbale a un tempo lirico e visionario, Herta Müller non ha mai nascosto la propria insofferenza nei confronti delle espressioni generiche, non trasfigurate dalla percezione […]

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Bunin, giovane editor incontra i sensi del borioso poeta

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Autobiografia camuffata da romanzo, in cui tutto è vero ma suona come fosse una finzione, Lika – la quinta parte, pubblicata separatamente nel 1933, della Vita di Arsen’ev, la più […]

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Ungaretti, Porto Sepolto, dialogo stretto con i francesi

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Nel titolo di una silloge si addensano spesso i significati profondi della personalità di un autore o, addirittura, di un’intera epoca letteraria. Pare che ad Alessandria d’Egitto fosse seppellito sotto […]

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Isabella Hammad, l’eco della Storia esonda fuori scena

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Nel 1983, la rivista «Granta» pubblicò per la prima volta la lista dei venti migliori scrittori inglesi sotto i quarant’anni: era, ai tempi, una proposta innovativa, non una hit parade, […]

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Legge elettorale, il ricatto del governo alle opposizioni

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Il centrodestra ha posto una pistola sul tavolo del confronto con le opposizioni sulla legge elettorale. Prima ancora che esso sia convocato. Preventivamente, come una minaccia, che è stata esplicitata. […]

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Jacques-Louis David, politico non solo, dal fuoco giacobino al sogno borghese

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Dalla mostra Jacques-Louis David, aperta fino al 26 gennaio al Louvre, si esce con una ferma convinzione: nella storia della pittura francese – da Poussin a Matisse, passando per Courbet […]

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Presidenziali in Portogallo, l’estrema destra ci spera

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Il Portogallo va alle urne oggi per scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Contrariamente a quanto accaduto negli ultimi quarant’anni, quando il capo dello Stato veniva eletto al primo turno […]

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Denis Côté, «Il mio cinema resistente, all’attacco delle belle immagini»

18 Gennaio 2026 ore 00:02

Canadese, nato nel 1973, regista, sceneggiatore e produttore, Denis Côté è autore di un cinema ibrido che sfugge alle classificazioni, che ama i personaggi marginali raccontandoli con un realismo venato […]

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Germania: sinistra, fallisce l’alleanza magenta. E l’Afd avanza

18 Gennaio 2026 ore 00:02

Fine della «coalizione magenta» nel Brandeburgo. È durato appena un anno e un mese lo «storico» governo fra la Spd e il Bsw di Sahra Wagenknecht. A innescare l’insanabile crisi […]

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Gaza, Meloni: «Dall’Italia piena disponibilità». E a Palazzo Chigi arriva l’invito

18 Gennaio 2026 ore 00:02

«Abbiamo sempre dato, e stiamo dando, la nostra piena disponibilità ad avere un ruolo di primo nel progetto di pace in Medio Oriente». La premier Giorgia Meloni ha confermato, di […]

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«Brucerò il Corano»: la “protesta” di Jake Lang

18 Gennaio 2026 ore 00:02

«Oggi all’una del pomeriggio brucerò un Corano sulle scale del comune di Minneapolis. L’America è un paese cristiano, non permetteremo ai pirati somali di conquistare Minneapolis». È l’ultimo post su […]

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Torino, Askatasuna annuncia «l’alba di un nuovo movimento sociale»

18 Gennaio 2026 ore 00:02

«Il governo Meloni ha sbagliato i calcoli, il popolo resiste e rilancia»: così si chiudono le 5 ore di assemblea nazionale lanciata da Askatasuna. La risposta è arrivata ieri, un […]

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Mercosur, intesa firmata. Nella Ue strada in salita

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Dopo venticinque anni di negoziati tesi, ieri a Asunción, in Paraguy, è stato firmato l’accordo commerciale di libero scambio tra l’Europa e i Paesi Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay). […]

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Renzi a Milano: «Adesso serve la Margherita 4.0»

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Dall’assemblea nazionale di Italia viva, tenutasi a Milano, Matteo Renzi rivendica il lavoro fatto in questi anni. «La cosa più difficile è stata il nostro posizionamento nel centrosinistra. Oggi ne […]

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«Giù le mani dalla Groenlandia» E Trump annuncia dazi al 10%

18 Gennaio 2026 ore 00:01

«Greenland is not for sale» hanno gridato le piazze ieri mattina in Danimarca alle quali hanno fatto eco all’unisono, nel pomeriggio, quelle in Groenlandia: «Kalaallit nunaat, Kalaallit pigaat» (la Groenlandia […]

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Jafar Panahi apre a sorpresa gli Efa: «Bisogna reagire alla violenza in Iran»

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Jafar Panahi ha aperto a sorpresa la 38a edizione degli Efa, gli European Film Awards, che si è svolta ieri sera a Berlino. Sul palco ha lanciato un appello conto […]

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Dal Sud Africa dell’apartheid al Norfolk, fantasmi al seguito: Hilary Mantel

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Conosciuta soprattutto per la trilogia di romanzi storici sui Tudor – Wolf Hall, Anna Bolena, Lo specchio e la luce – e per la monumentale Storia segreta della rivoluzione francese, […]

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Jacques-Louis David, il maestoso regista del nuovo catechismo laico

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Recluso nel 1794 nel carcere dell’Hôtel des Fermes per il suo sostegno a Robespierre e al Terrore, Jacques-Louis David inizia a concepire un’opera – Le Sabine – destinata a segnare […]

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Casale Garibaldi, in 300 contro il rischio di sgombero

18 Gennaio 2026 ore 00:01

«Non vorremmo essere qui, in questa assemblea. Dovremmo usare meglio il nostro tempo in questo complicato periodo storico. Per lottare contro il genocidio in Palestina, stare al fianco di chi […]

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I versi di Julij Gugolev, fra tanfo di morgue, zuppe calde, olezzi di rose

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Nella morsa di questo tempo travagliato, la poesia russa non tace. Tra le voci più dissonanti degli ultimi anni, quella di Julij Gugolev, nato a Mosca nel 1964, paramedico di […]

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I capri espiatori nel circolo vizioso della violenza

18 Gennaio 2026 ore 00:01

L’omicidio di La Spezia, con la tragica morte dello studente Youssef Zaki, accoltellato da un coetaneo compagno di classe, si connota come una profezia che si auto-adempie, dove le conseguenze […]

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Florio: «Contro gli oligopoli serve l’intelligenza sociale»

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Dal 23 al 25 gennaio il Forum Disuguaglianze Diversità organizza «Democrazia alla prova», tre giorni di incontri e dibattiti in cui «capire come le democrazie possano rigenerarsi», spiega il fondatore […]

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Intelligence, greggio e lotta ai narcos: stretta di mano tra la Cia e Rodríguez

18 Gennaio 2026 ore 00:01

C’è chi non voleva credere ai propri occhi: la presidente ad interim Delcy Rodríguez che stringe la mano al direttore della Cia John Ratcliffe in visita al paese su ordine […]

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Anaïs Tondeur e Michael Marder, i segnali delle piante offese

18 Gennaio 2026 ore 00:01

In parallelo con le molte ricerche che ci rivelano come per comunicare le piante usino diversi – certo dai nostri – tipi di linguaggio (molecolare, biochimico, posizionale…), che esigono da […]

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Pier della Vigna e altri quadri del lungo Medioevo latino

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Non si sa molto sul tipo di musica che doveva essere suonata e cantata dai giullari itineranti: almeno per i primi secoli del Medioevo le testimonianze sono pochissime e le […]

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I centri sociali milanesi occupano temporaneamente un’ex scuola per immaginare un’altra città

18 Gennaio 2026 ore 00:00

«Questa città di chi credi che sia?». Non è Militant A a cantarlo dal palco stavolta, ma la domanda con cui sono iniziati i tavoli di lavoro della Rete FareSpazio […]

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Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato

17 Gennaio 2026 ore 23:23

Mentre i fessi, specie italiani, celebravano la mai avvenuta liberazione del Venezuela e abboccavano come pesci all’idea del sostegno americano alla popolazione iraniana, Donald Trump ha provveduto a cancellare l’Alleanza Atlantica, a dichiarare guerra all’Europa e a imporre ulteriori dazi a una manciata di Paesi europei e quindi anche ai contribuenti americani, almeno quelli cui non fa sparare in faccia celebrando poi l’eroismo degli assassini.

I Paesi europei seri, tra cui purtroppo non c’è l’Italia, non sanno più che cosa fare con il boss mafioso della Casa Bianca: hanno provato a blandirlo con tutti i vossiabinirica possibili, a corteggiare il suo narcisismo extra large, a girarsi dall’altra parte di fronte alle sue mattane, ma sabato sono arrivati al punto di non ritorno: Trump ha ribadito che vuole prendersi con la forza un pezzo della Danimarca, quindi dell’Europa e della Nato, senza alcuna ragione logica se non quella di voler mettere le sue piccole mani sulla più grande isola del mondo.

Trump è fatto così, è un mammasantissima adolescente, «governa da alcolista» (parole della sua capo di gabinetto Susie Wiles), vuole vantarsi di possedere l’isola che sul mappamondo gli sembra gigantesca ma solo per ragioni di ego patologico e forse anche per far dimenticare agli americani tutte quelle volte che, invece, è stato ospite nell’isola piccina piccina dei Caraibi del suo best friend Epstein.

Non c’è nessuna (altra) ragione plausibile che possa spiegare la volontà predatoria di annettersi la Groenlandia, un’operazione speciale che un secolo fa i tedeschi hanno fatto diventare virale col nome Anschluss. La Groenlandia fa parte della Nato, e fino a poco tempo fa ospitava sedici basi militari americane che gli stessi americani unilateralmente hanno smantellato fino a lasciarne soltanto una, ma che potrebbero riaprire quando e come vogliono, perché stando a quanto stabilisce il trattato tra i due Paesi a Trump basterebbe inviare una lettera al Regno di Danimarca per installare basi e inviare soldati ed equipaggiamenti e garantire all’emisfero occidentale la protezione che sostiene di voler assicurare.

A parte l’ego adolescenziale, potrebbe esserci anche un’altra spiegazione dietro la dichiarazione di guerra di Trump agli alleati europei, una guerra dichiarata perché gli europei hanno inviato qualche soldato in Groenlandia, come concordato nel vertice di Washington con J.D. Vance e Marco Rubio, anche per rispondere alla critica trumpiana di scarsa protezione danese dell’isola.

Quest’altra spiegazione è che Trump sia un asset del Cremlino, come gli “Americans” della serie tv, il cui compito primario è quello di cancellare l’Alleanza Atlantica che per quasi un secolo ha tenuto a bada l’imperialismo russo e di smontare l’Unione europea democratica che attrae le popolazioni orientali colonizzate fino a poco tempo fa dalla Russia, e ora terrorizzate dall’idea che Mosca possa tornare a opprimerle.

Trump sta facendo tutto questo alla luce del sole, esattamente come Putin non nasconde le sue mire, e quindi indebolisce l’Europa, rende inutile la Nato e fa apertamente il tifo per i partiti eversivi di estrema destra, ma gli vanno bene anche quelli dell’altra parte purché eversivi, tutti insieme impegnati a chiudere la società aperta, a reprimere il dissenso e a trasformare le democrazie in autocrazie illiberali.

Lo avete letto soltanto qui, e non da ieri, ma dal giorno numero uno: Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e sta realizzando tutte le sue promesse elettorali, molto sentite nel collegio di Mosca. State certi che Trump non accetterà di perdere le elezioni di metà mandato di novembre, figuriamoci quelle del 2028, come già ha provato a cancellarle, fallendo, il 6 gennaio 2021 istigando l’assalto armato al Congresso, e poi graziando al primo giorno del secondo mandato tutti i golpisti, alcuni dei quali si sono arruolati nell’Ice, il gruppo paramilitare con cui ora terrorizza gli americani con i metodi dei collectivos venezuelani, dei basij iraniani, della Gestapo nazista e aprendo inchieste giudiziarie di stampo staliniano contro i suoi oppositori (nell’ultima settimana: contro il presidente della Fed, peraltro nominato da lui, contro i vertici istituzionali del Minnesota e proprio ieri minacciando di procedere contro tutta l’ex amministrazione Biden).

Vedremo che cosa faranno adesso i leader europei con la testa sulle spalle: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk, i leader baltici e Volodymyr Zelensky, a cominciare ovviamente dalla sospensione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti siglato qualche mese fa sempre per compiacere il capo mandamento di Washington.

Ma a questo punto è anche la tenuta democratica dell’Italia a preoccupare, con una premier trumpiana e orbaniana, e di riflesso quindi putiniana come ai bei tempi andati, che mentre l’Europa e la Nato stanno morendo lei mangia il gelato. Con una maggioranza di governo ancora più impresentabile, e un’alternativa democratica altrettanto ambigua e grottesca.
Resistono i soliti cinque o sei parlamentari del Pd, Carlo Calenda e qualche eroe solitario qua e là, nella totale indifferenza di stampa e televisione. Siamo nei guai.

L'articolo Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato proviene da Linkiesta.it.

Ricevuto prima di ieri Stampa Nazionale

Si è dimesso Guido Scorza, componente del Garante della Privacy

17 Gennaio 2026 ore 19:47

Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy. Lo ha annunciato lo stesso Scorza in un video pubblicato sui suoi profili social. Insieme agli altri componenti dell'Autorità, Scorza è indagato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Roma che indaga per peculato e corruzione, nata dopo alcuni servizi della trasmissione Report. "Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell'interesse dell'istituzione anche se, permettetemi di pensarlo, non posso che ritenerla ingiusta nella sostanza e nelle modalita' che mi hanno portato ad assumerla. Non ho nessuna remora ne' imbarazzo nel confessare che e' stata una delle decisioni piu' sofferte della mia vita", ha scritto Scorza sul suo sito per motivare le dimissioni. Scorza era membro del collegio eletto in quota M5s (per questo l'indicazione del sostituto spetterebbe proprio al partito di Conte). 

Come abbiamo raccontato oggi sul Foglio, le dimissioni dei componenti del collegio del Garante vengono considerate dalla maggioranza "uno scalpo" per Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report che ha ingaggiato contro l'Autority una specie di campagna personale (la trasmissione Rai venne sanzionata dal Garante per aver trasmesso alcuni audio privati dell'allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano)

Già a novembre, sul Foglio, avevamo scritto dei possibili sostitui all'interno del collegio del Garante: i giuristi Ida Nicotra, Tommaso Frosini e Nicolò Zanon (nel frattempo diventato presidente del comitato "Sì separa" a favore del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo). 

Il caso del Garante della Privacy si inserisce in un più complessivo ragionamento sulla tutela delle autorità indipendenti, su cui molto spesso nel corso degli anni si sono focalizzate le mire dei partiti. 

Umberto Pascali: “Evitata la guerra in Iran”

17 Gennaio 2026 ore 18:00



C’è un filo conduttore tra I’evolversi degli eventi in Iran, Venezuela e Groenlandia? Umberto Pascali scommette di sì

L'articolo Umberto Pascali: “Evitata la guerra in Iran” proviene da Visione TV.

La cheesecake allo yogurt che nasce social

17 Gennaio 2026 ore 15:59

C’è una nuova cheesecake che gira sui social, ma non ha forno, non ha stampi a cerniera e soprattutto non ha bisogno di spiegazioni lunghe. Si fa con due ingredienti, yogurt e biscotti, ed è diventata, nel giro di poche settimane, uno dei food trend più replicati su Instagram e, per riflesso, su TikTok. I creator la presentano sempre allo stesso modo: «2-ingredient yogurt cheesecake, viral in Japan right now», come se la provenienza fosse parte integrante della ricetta. L’hashtag #japaneseyogurtcheesecake supera le centomila pubblicazioni su Instagram, mentre le varianti più generiche – #yogurtcheesecake, #2ingredientrecipe, #viraljapanesedessert – raccolgono milioni di visualizzazioni complessive. Non è un’esplosione isolata, ma una ripetizione costante dello stesso gesto: biscotti interi o sbriciolati, yogurt denso (di solito greco o colato), frigorifero. Fine.

A dare una cornice editoriale al fenomeno sono arrivati anche alcuni articoli, soprattutto in inglese e in giapponese. Il blog Okonomi Kitchen, molto seguito per la cucina casalinga giapponese, parla esplicitamente di una ricetta “diventata virale sui social in Giappone”, spiegando che la consistenza ricorda i dolci freddi a base di yogurt molto diffusi in Asia e che l’assenza di cottura è parte del suo successo. Nell’articolo si legge che si tratta di una preparazione “incredibilmente semplice, nata per essere condivisa e replicata”, più che per essere perfezionata. In altre parole, non è una cheesecake nel senso classico, ma una traduzione occidentale di un’abitudine già esistente, resa digeribile dal linguaggio dei Reels. Ci vogliono quattromila battute per raccontare questa preparazione, che ha l’unica difficoltà nel mettere i biscotti in verticale nello yogurt greco. Naturalmente, ci sono anche delle possibili varianti: «In Giappone si usano i biscotti sablé al cocco, ma poiché non sono facilmente reperibili all’estero, i biscotti Biscoff o gli Oreo sono ottimi! Sono leggermente dolci e perfetti per le basi di cheesecake senza cottura. Puoi anche usare altri biscotti secchi o biscotti sablé fatti in casa per un effetto simile».

Anche alcuni media giapponesi online dedicati alla cucina hanno intercettato il fenomeno. Cookpad News, una delle piattaforme più lette in Giappone, parla di una «ricetta diventata virale sui social», sottolineando come il punto non sia l’innovazione gastronomica ma la facilità estrema: per dimostrarlo, il sito propone la versione ancora più semplice e a prova di pigri. Aprite una confezione di yogurt greco, ficcateci i biscotti in verticale e se proprio siete in vena aggiungete del mango essiccato. 

Un altro sito di settore, Food Media Tenpos, descrive il dolce come una sorta di “cheesecake magica” fatta con yogurt e biscotti, diventata popolare perché chiunque può rifarla senza competenze.

È il dolce come contenuto, prima ancora che come dessert. Più che una moda giapponese, è uno specchio piuttosto fedele del nostro tempo: un tempo in cui siamo così abituati ad avere un tutorial per tutto che, per mettere insieme yogurt e biscotti, sentiamo comunque il bisogno di vedere qualcuno farlo in video. Meglio se in verticale, meglio se in 30 secondi. Anche il cucchiaio, ormai, vuole la sua regia. Immaginatevi se mai assaggiassero un tiramisù. 

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Venezuela, cosa pensano i giovani a Caracas?

17 Gennaio 2026 ore 15:00



Siamo andati ad un evento della gioventù del Partito Socialista Unito del Venezuela, dove i giovani attivisti chiedono la liberazione di Maduro. Abbiamo parlato con alcuni di loro, per capire cosa li spinge all’attività politica in questo momento difficile.

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Il fattore Vannacci sul centrodestra italiano

17 Gennaio 2026 ore 12:29

Può sembrare una storia piccola, e forse lo è, ma è la storia che probabilmente preoccupa di più il centrodestra italiano, referendum a parte. La storia riguarda lui, il generale Roberto Vannacci, colui su cui Matteo Salvini, un anno fa, ha scommesso per dare alla Lega, alle Europee, un po' di linfa, per evitare di vederla sprofondare nei consensi e alle elezioni. E la storia oggi ci dice che colui che doveva essere il simbolo di una riscossa della leadership di Salvini sta diventando lo specchio della fragilità di un leader e anche di un partito. I parlamentari vicino a Vannacci si sono resi protagonisti di un episodio poco edificante giovedì scorso alla Camera. I deputati Rossano Sasso e Edoardo Ziello, vicini al vicesegretario Roberto Vannacci, hanno votato contro la risoluzione di maggioranza relativa alla proroga dell'autorizzazione che il Parlamento dà al governo per inviare gli aiuti militari all'Ucraina e sono stati rimbrottati dal ministro Crosetto: "C'è chi si vergogna di aiutare l'Ucraina e c'è chi invece no, e io non mi vergogno". Il passaggio politico è interessante perché Vannacci sembra avere tutta l'intenzione di mettersi in proprio e di fondare un partito alternativo alla Lega. Per Salvini sarebbe naturalmente una sconfitta niente male. Ma lo scenario preoccupa il centrodestra per ragioni ulteriori: con un partito guidato da Vannacci fuori dalla Lega il centrodestra potrebbe permettersi di non allearsi un domani con questa destra estremista? E se dovesse allearsi un domani con un partito guidato da Vannacci, l'appeal del centrodestra aumenterebbe o diminuirebbe andando a vanificare i tentativi di un pezzo di centrodestra di presentarsi sulla scena politica con un profilo moderato? La scelta presente di Vannacci, sull'Ucraina, sarà importante per la Lega. Ma la scelta futura di Vannacci sarà importante per il centrodestra: può permettersi Meloni di andare sul palco un domani con il generale più filo russo d'Italia? Chissà.

   

   

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Marco Rizzo: “La politica deve tornare protagonista”

17 Gennaio 2026 ore 11:00



Marco Rizzo e Francesco Toscano invitano tutti i cittadini a partecipare al Congresso nazionale di DSP che si terrà a Roma, hotel Ergife, il 31 Gennaio e l’1 Febbraio. “È il momento di agire. ”

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Tra Zaia e Martella. Valzer per il nuovo sindaco di Venezia

17 Gennaio 2026 ore 06:00

Chi sarà il prossimo doge? Da un anno a Venezia la chiamano “la stagione buona” – o almeno il centrosinistra, che così ha ribattezzato la larghissima coalizione intenta a riconquistare la città lagunare per il dopo-Brugnaro. Tirerebbe aria nuova, insomma. E il candidato sindaco indicato al tavolo delle trattative sembra ormai Andrea Martella: senatore, segretario regionale del Pd in Veneto. Un profilo di sicura esperienza amministrativa, ma anche “un uomo di partito”, dicono gli scettici: calato dall’alto, senza primarie, e non è nemmeno veneziano (è nato a Portogruaro). Eppure l’opzione resta calda e concreta: in questi giorni i dem consulteranno la base sul territorio e gli altri partiti – dal M5s alle liste civiche – scioglieranno le riserve sull’appoggio a Martella. Se tutto andrà liscio, la fumata bianca potrebbe arrivare già in settimana.

 

Ma è un se mica da poco. Le regionali – Venezia unica roccaforte rossa in terra leghista – hanno riacceso gli entusiasmi: la partita è aperta. Molti esponenti locali, dentro e soprattutto fuori dal Pd, temono però che la candidatura di Martella sia debole e strumentalizzabile agli occhi degli elettori. Lo spettro è quello del “Baretta bis”, il vecchio militante mandato al macello – cioè alle urne nel 2020 – come estremo rimedio, poi diventato assessore al Bilancio. Ma a Napoli: le vie dei dem sono infinite, e i veneziani hanno memoria lunga. E’ vero che sulla giunta Brugnaro pende il caos dell’inchiesta Palude, ma gli strascichi dello scandalo Mose che consegnarono la città al centrodestra scottano ancora.

Non è un caso se negli altri capoluoghi veneti la sinistra ha vinto sempre grazie alla formula atipica: un civico-calciatore (Tommasi a Verona), un imprenditore (Giordani a Padova), un giovanissimo (sia pure del Pd, Possamai a Vicenza). Insomma, la benedizione di partito è un rischio. Eppure il blocco progressista ha tutte le intenzioni di andare avanti, senza aspettare gli avversari.

 

Già, e dall’altra parte? Specularmente, il dato delle regionali spaventa. Per logiche romane il candidato spetterebbe a FdI: cioè a Raffaele Speranzon, che però in città non gode di particolare popolarità. Scalpita dunque Simone Venturini, assessore-delfino di Brugnaro, che sta facendo di tutto per proporsi come civico moderato – nonostante i trascorsi nell’Udc di Ugo Bergamo e l’intesa con Stefani e i meloniani. In ogni caso, così non ci sarebbe alcuna garanzia di vittoria.

La soluzione? Quella che spazzerebbe via tutte le altre: Luca Zaia. Il doge dal Veneto a Venezia. Il suo futuro è un rebus, spaccato fra territorio e capitale. L’ex governatore è affascinato dalla laguna, è affezionato ai suoi luoghi, sa che una piazza del genere potrebbe garantirgli prestigio internazionale e tenerlo politicamente libero. L’alternativa sarebbe guidare la campagna elettorale della Lega nel 2027, per poi ottenere un ruolo di primissimo piano: un ministero chiave o la presidenza di una delle due camere. Chi gli è vicino, racconta che Zaia va ripetendo questo: “Valuterò in base a dove potrei essere più utile ai veneti”. Ci pensa. Nei prossimi giorni incontrerà Salvini. E allora ne sapremo di più. Ma se la scelta ricadrà su Venezia, fine dei giochi. Lo sa anche il Pd.

Pazza riscoperta di un Léo Delibes dimenticato (ed è tutta colpa del libretto)

17 Gennaio 2026 ore 05:07

Di Léo Delibes (1836-1891) i ballettomani conoscono Coppélia, gli operomani Lakmé e tutti il duetto “dei fiori” che ne è tratto, perché imperversa anche negli spot televisivi. Ovviamente da riscoprire c’è molto di più. Provvedono quei pazzi geniali del Palazzetto Bru Zane, il centro franco-veneziano per la musica romantica francese. Stavolta tocca allo sconosciutissimo Jean de Nivelle, un’opéra-comique del 1880 che all’epoca ebbe una discreta diffusione, anche internazionale, poi è desaparecida. Poiché c’è del metodo nella loro follia, i Bru Zane hanno ricostruito la partitura, ne hanno stabilito anche la versione con i dialoghi cantati e non recitati com’era d’uso per le opéra-comique esportate fuori dalla Francia (lo stesso destino di Carmen, insomma) e l’hanno eseguita mercoledì al Müpa di Budapest.

 

 

Ora, non è che dopo quasi tre ore di Jean de Nivelle la nostra vita sia cambiata e d’ora in avanti non se ne possa più fare a meno. Ma non è nemmeno un’altra tacca sul nostro Winchester di collezionisti di rarità. L’opera è piacevolissima, e se non ha funzionato, anzi se ha smesso presto di funzionare, la colpa è semmai di un libretto scombiccherato, con confusi intrighi amorosi e politici all’inizio del regno di Luigi XI, Quindicesimo secolo, e relativa guerra fra francesi e borgognoni. La musica è un resumé di mezzo secolo di teatro francese. I momenti teoricamente comici sembrano uscire da qualche opéra-comique romantica, tipo Hérold oppure Auber, poi si sente molto Gounod che diventa quasi Massenet, un finale del secondo atto che è puro Meyerbeer, insomma c’è un po’ di tutto ma niente è brutto. Delibes sembra un Bizet che non ce l’ha fatta. La scrittura è sempre raffinata anche quando è meno ispirata, con un’orchestrazione tipicamente francese, elegante e senza eccessi, e dire che nel 1880 con gli effetti orchestrali si iniziava a darci parecchio dentro: infatti Saint-Saëns la trovò “exquise”. Insomma, se è abbastanza improbabile che nel futuro prossimo ci sia una fioritura di Jean de Nivelle in giro per il mondo, questa botta e via di Delibes valeva il viaggio, nonostante la neve e i meno cinque. E per queste riesumazioni non succede sempre, anche con la bella stagione.

 

 

Sono casi, però, in cui conta non solo il “cosa” ma anche il “come”. L’opera è impegnativa, intanto perché è lunga e poi perché richiede accuratezza stilistica. Il vero modus cantandi dell’Opéra-comique, intesa sia come genere sia come istituzione, è oggi da considerare estinto, specie dopo la sciagurata fusione nella sua troupe con quella dell’Opéra perpetrata dalla Terza Repubblica. Però si è ascoltata, appunto, la versione “tutta cantata”, senza i temibili parlati; e l’intera compagnia era francese o francofona, e per fortuna perché i sopratitoli in ungherese, una lingua composta di sole consonanti, non aiutano. Esecuzione convincente, a partire dall’ottima prova dell’Orchestra filarmonica nazionale ungherese e del suo Coro e dalla direzione inappuntabile di György Vashegyi, e cantanti nel complesso ottimi. Ne segnalo in particolare tre. Una è Mélissa Petit, che inizia come soprano “à roulades” però nel terz’atto ha una deliziosissima aria lirica che è stata deliziosamente cantata. La seconda è Marie-Andrée Bouchard-Lesieur, un mezzosoprano che fa Simone, una specie di Azucena da opéra-comique: la sua “ballade de la mandragore” è uno dei brani migliori del Jean de Nivelle. Infine, lui, il protagonista, ovviamente tenore in quanto un Montmorency (“i primi baroni della cristianità”) che si aggira incognito per la Borgogna al seguito di imprecisati screzi con l’Undicesimo. L’impressione è che ci vorrebbe una voce più cicciuta di quella di Cyrille Dubois, ma in ogni caso gli acuti riescono quasi tutti bene e il canto è pieno di finezze ed eleganze, compresi i trilli: e un tenore che trilla è più raro di un grillino che usa i congiuntivi. Grande successo. E adesso, per favore, vorremmo scoprire il Delibes operettista, perché i titoli promettono benissimo: L’asphyxie du bigorneau, La cour du Roi Pétaud e soprattutto L’omelette à la Follembuche.

Donald Trump vuole fare dell’Occidente quel che Putin vuole fare dell’Ucraina

17 Gennaio 2026 ore 04:46

Della guerra civile ibrida scatenata dal movimento Maga negli Stati Uniti possiamo ragionevolmente ipotizzare qualunque esito, tranne quello che porti a un onorevole compromesso, a mezza strada tra trumpismo e anti-trumpismo e da cui sortisca un’America pacificamente double face: un po’ meticcia e un po’ razzista, un po’ democratica e un po’ dispotica, un po’ libera e un po’ no, un po’ rule of law e un po’ rule of power.

Il mein kampf trumpiano ha obiettivi dichiarati e una strategia definita per vendicare il pervertimento dell’ideale e il tradimento del blut und boden americano. Anche quando sembra che deliri – e magari anche quando delira veramente – Donald Trump non esagera mai. Non dice mai niente di diverso da quello che farebbe, se potesse e niente di meno di ciò che comunque proverà a fare.

Non c’è nessuna differenza tra il suo programma e la sua propaganda, perché la sua propaganda è il suo programma, la sua violenza verbale è la violenza materiale dei suoi ordini e perfino la sua faccia si specchia in quella degli sgherri mandati a terrorizzare e a sparare in Minnesota e ovunque ci si ribelli alla voce del padrone.

Vuole la soluzione finale della questione occidentale, cioè dell’equivoco di quell’alleanza euro-atlantica, che assegnerebbe agli Usa più oneri che vantaggi, depredandola dei frutti della sua grandezza, a beneficio di alleati immeritevoli, meschini e parassitari.

Pretende la completa liberazione dalla schiavitù di quei feticci – lo stato di diritto, la società aperta, la divisione e limitazione dei poteri, la cooperazione internazionale – che debilitano o usurpano la potenza americana, imbrigliandola in una rete di doveri e divieti ingiustificati.

Esige di ripulire l’America di tutti gli immigrati, cittadini o non cittadini, che non siano discendenti o emuli degli immigrati originari o non ne accettino la primazia, secondo una logica di cui i trend demografici statunitensi (tra meno di vent’anni i bianchi non ispanici saranno meno del 50 per cento della popolazione) escludono nel medio periodo la stessa compatibilità con il principio democratico.

All’America Maga tutto ciò che è stato alla base dello straordinario successo americano – a partire dal controllo di tutti i driver tecnologici, economici e culturali dei mercati globali – appare come una minaccia mortale. E i satrapi digitali che surfano sulla cresta di quest’onda vandeana accarezzano il sogno di guadagnare dall’onnipotenza di un nuovo imperatore ciò che fino ad oggi hanno incassato dall’irresistibile soft power a stelle e strisce e da un ecosistema giuridico, economico e civile in via di completo smantellamento.

Certo in America ancora resiste, sempre più sgretolata o paralizzata, una resistenza istituzionale e sociale all’esercizio di un potere puramente autoritario, ma in un sistema di checks and balances concepito per prevenire gli abusi, non per neutralizzare un eversore alla Casa Bianca.

Gli Usa non sono solo il campo di battaglia della nuova guerra civile americana, ma anche della guerra civile dell’Occidente, di cui Trump vuole fare ciò che da più di dieci anni Putin prova a fare dell’Ucraina: una terra di manovra, di ventura e di conquista, una realtà politica da asservire e di cui distruggere l’identità morale, prima ancora di quella politica.

Anche nelle forme, la guerra ibrida trumpiana contro l’Occidente è a immagine e somiglianza di quella putiniana: non ha solo l’obiettivo di piegare le resistenze morali e materiali dell’aggredito, diffondendo terrore, confusione e sfiducia sulle reali possibilità di resistere alla soverchiante forza dell’aggressore, ma anche di giustificare l’aggressione come un atto di cui, secondo un vero criterio di giustizia, pure gli aggrediti dovrebbero riconoscere la legittimità o addirittura la necessità storica.

Oggi la Russia non ha solo l’obiettivo di ripristinare il Lebensraum post-sovietico e recuperare le posizioni perse dopo il crollo del Muro di Berlino, ma in primo luogo quello di persuadere l’opinione pubblica europea che questa pretesa ha un fondamento in una dottrina coerente con un sano principio di realtà e razionalità politica, da cui è lecito attendersi in termini di pace e prosperità molto più di quanto potrà mai assicurare agli Stati europei e ai suoi cittadini lo scontro con il Cremlino.

Allo stesso modo, Trump non vuole solo estendere la sovranità degli Usa ovunque arrivi il tiro dei suoi cannoni, ma vuole persuadere gli ex alleati occidentali che questa è per loro una migliore condizione di sicurezza, oltre che di più generosa benevolenza da parte dell’imperatore americano.

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La brutale polizia anti immigrazione è il vero volto dell’America di Trump

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Negli Stati Uniti non passa giorno senza che si parli dell’Ice, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle frontiere (Immigration and Customs Enforcement). Se ne parla per i metodi violenti, per i rastrellamenti nelle città, per gli arresti e le espulsioni di migranti irregolari, per le campagne di reclutamento e per l’enorme budget a disposizione. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca per un secondo mandato, un anno fa, l’Ice è diventata una presenza costante nel dibattito pubblico e nella cronaca quotidiana.

Il 2026 si è aperto con un caso che ha acceso proteste e polemiche in tutto il Paese: l’omicidio a Minneapolis, in Minnesota, di Renee Nicole Good, uccisa da un agente durante un’operazione in strada. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, Good avrebbe tentato di investire l’agente con la sua auto, costringendolo a sparare per legittima difesa. Ma questa ricostruzione è stata contestata dai testimoni e smentita anche da diversi video.

Prima ancora che emergessero elementi incriminanti, l’amministrazione Trump è corsa a difendere l’agente. Il presidente e la sua cerchia ristretta hanno descritto la vittima come una criminale e l’agente come un eroe, ribadendo che l’uso della forza era giustificato. La medaglia per la dichiarazione più inquietante l’ha vinta il vicepresidente J.D. Vance, il quale ha assicurato che l’agente gode di «immunità assoluta» per aver «semplicemente fatto il suo lavoro». Ma tutto il Dipartimento per la Homeland Security (la Sicurezza Interna) ha fatto quadrato promettendo agli agenti che nessuna autorità locale, statale o politica potrà impedirgli di svolgere i loro compiti.

È in questo contesto di totale legittimazione politica che bisogna leggere anche le recenti iniziative dell’Ice, non solo nelle operazioni di polizia, ma nella più ampia strategia di reclutamento e mobilitazione.

Lo scorso 3 gennaio, mentre il mondo guardava l’incursione degli Stati Uniti in Venezuela, l’Ice annunciava di aver reclutato più di dodicimila nuovi agenti in poco meno di un anno. «Con questi nuovi patrioti nel team, saremo in grado di realizzare ciò che molti considerano impossibile e di mantenere la promessa del presidente Trump di rendere l’America di nuovo sicura», ha scritto il Dipartimento della Homeland Security nel suo comunicato. È un aumento del centoventi per cento della forza lavoro totale dell’agenzia. Una crescita smisurata e senza precedenti. Peraltro condizionata da grossi incentivi: i nuovi contratti prevedono un bonus di cinquantamila dollari alla firma e fino a sessantamila dollari per ripagare i debiti studenteschi.

Per trovare nuovi agenti, l’Ice ha abbassato le barriere all’ingresso: ha aumentato l’età massima per fare richiesta, ha tagliato i tempi di addestramento da tredici a otto settimane, e le nuove reclute vengono subito portate in strada anche se non hanno ricevuto una formazione adeguata. Eppure si tratta di un’agenzia che fornisce ai propri dipendenti maschere, equipaggiamento antisommossa e pistole semiautomatiche SIG Sauer P320 (ma presto inizieranno a equipaggiare delle Glock 19). Non è materiale da affidare a chiunque.

Nei post diffusi sui social per il reclutamento l’enfasi va proprio sulla semplicità con cui un cittadino americano può entrare nell’Ice. «Servite il vostro Paese! Difendete la vostra cultura! Non è richiesta una laurea triennale!», scrive un utente nei commenti al post su X.

Non è escluso che una campagna di assunzione così massiccia e rapida abbia portato nell’agenzia rappresentanti di gruppi suprematisti e neonazisti che gravitano attorno al movimento Make America Great Again a sostegno di Trump. Da giorni i Democratici interrogano Kristi Noem, Segretaria per la Homeland Security, su quanti dei nuovi volti dell’Ice abbiano ricevuto la grazia da Trump un anno fa – quasi tutti condannati per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Per ora non c’è mai stata una risposta chiara.

AP/Lapresse

L’Ice ha moltiplicato le sue attività nell’ultimo anno grazie a uno stanziamento di fondi fuori scala rispetto alle altre agenzie federali. Il bilancio annuale dell’Ice è di una decina di miliardi di dollari, a cui però si sono aggiunti i settantacinque miliardi in quattro anni (su un totale di 165 destinati a tutto il Dipartimento della Homeland Security) del “One Big Beautiful Bill”. Così è diventata l’agenzia più ricca degli Stati Uniti, più dell’Fbi o della Dea, con un budget annuale totale di circa 27,7 miliardi di dollari.

Di quei settantacinque miliardi stanziati, quarantacinque sono destinati a creare centri di detenzione per aggiungere ottantamila nuovi posti. I restanti trenta miliardi servono per le assunzioni, le operazioni di espulsione e all’ammodernamento delle strutture e delle tecnologie informatiche.

L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia giovane. È nata nel 2003 per svolgere indagini legate al terrorismo e alla criminalità transnazionale. Solo col tempo il suo baricentro si è spostata verso l’immigrazione irregolare, fino a diventare progressivamente lo strumento operativo privilegiato delle politiche di espulsione. Ma non era mai stata al centro della scena politica.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Ice ha assunto un protagonismo inedito. Nel 2025, secondo i dati diffusi dall’amministrazione, cinquecentomila persone sono state espulse dal Paese – e i numeri reali potrebbero essere anche più alti.

A colpire l’opinione pubblica è la brutalità di certe operazioni. Rastrellamenti urbani, arresti sul luogo di lavoro, retate in scuole e chiese, persone ammanettate in strada. In alcuni casi sono stati fermati per errore anche cittadini statunitensi. Guardando foto e video dell’Ice in servizio sembra di assistere a scene di guerriglia urbana. Con gruppi di uomini armati in giro per le strade, apparentemente senza regole da rispettare. Solo un’eccessiva libertà di azione su mandato diretto del presidente.

AP/Lapresse

Formalmente l’Ice resta vincolata a linee guida che prescrivono l’uso minimo della forza e la de-escalation. Ma nella pratica, come dimostrano episodi come quello di Minneapolis, il messaggio politico che arriva dall’alto va in direzione opposta. Le inchieste giudiziarie faticano a tenere il passo delle operazioni, i ricorsi legali sono limitati, e diversi Stati federali hanno iniziato a contestare in tribunale la presenza massiccia di agenti sui loro territori, denunciandone l’incostituzionalità. È il segno di una frattura ormai aperta tra il potere centrale e le autorità locali.

Donald Trump sta costruendo una forza che risponde prima di tutto a lui e ai suoi collaboratori più fedeli. Nell’ultimo anno, l’Ice è sembrata sempre meno a un’agenzia federale tradizionale e sempre più una formazione paramilitare politicizzata. Non è una definizione folkloristica: l’Ice si comporta un apparato armato e finanziato ben più del dovuto, legittimato a operare in modo preventivo contro i nemici politici del presidente, protetto dall’alto da una promessa di immunità.

Sono i metodi dei peggiori regimi del pianeta. L’uso della forza come routine amministrativa, abusi di potere difesi pubblicamente dalla politica, perfino le vittime innocenti come Renee Nicole Good vengono delegittimate e screditate. È una strategia del terrore, rivolta non solo agli immigrati ma all’intera società americana sull’orlo di una guerra civile.

A questo punto non è escluso che Trump stia preparando il terreno anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Ha già evocato l’uso massiccio delle forze federali in contesti di protesta e disordine, e pochi giorni fa ha lasciato intendere che se fosse per lui non ci sarebbero le elezioni di midterm. Forse l’Ice ha non è più soltanto la polizia dell’immigrazione, è il volto di un’America più dura, più militarizzata, e sempre meno democratica.

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Le Big Tech sono meno regolamentate di una tazzina di caffè

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Viviamo in un’epoca di infinite promesse tecnologiche. Giorno dopo giorno, le persone più intelligenti si inventano nuove idee che sperano saranno d’aiuto per vivere una vita migliore alle persone in tutto il mondo. C’è un flusso costante di nuove scoperte, di servizi intelligenti o prodotti ingegnosi, ognuno dei quali può essere il punto di svolta che cattura la nostra immaginazione. Amo Internet e continuo a essere stupita da come le nuove invenzioni, spinte dal desiderio di risolvere problemi, spingano il progresso in avanti: quando l’IA rende la cura dei tumori più precisa, puntuale, mirata; quando la tecnologia migliora l’efficacia dei processi agrari risparmiando acqua o usando meno pesticidi; o quando gli standard di crittografia per la tutela della privacy diventano la norma grazie alle app di messaggistica popolare come Signal. Internet ha sbloccato la conoscenza e le connessioni tra persone riducono le distanze ed espandono gli orizzonti.

Ma la dimensione umana, lo spirito comunitario della tecnologia e di Internet aperta si riducono. Queste rimarchevoli innovazioni sono invece sfruttate da una crescente fame di ricavo e profitti delle imprese. Poiché le aziende sono continuamente alla ricerca della crescita, la maggior parte delle persone online sono trattate come consumatori anziché come cittadini. E per le aziende che hanno già trasformato le loro valutazioni dall’ordine dei miliardi a quello delle migliaia di miliardi di dollari, può sembrare di essersi prese tutto il mondo online. In molti Paesi, Internet è già sinonimo di giganteschi social media e di piattaforme come Instagram, WeChat, Weibo e YouTube.

Il golpe della tecnologia che trasferisce il potere dalle istituzioni democratiche pubbliche alle aziende deve terminare. Negli strati digitali della nostra vita vediamo la privatizzazione di tutto, tutto a spese della responsabilità e della governance democratiche. Il rischio di una tirannia da parte della governance della tecnologia delle imprese è reale. I produttori di software promettono di rendere sicure le reti vitali che sono state violate con conseguenze minime. I giganti della tecnologia presentano offerte in maniera anonima per usare spazi pubblici e risorse per scopi privati. Sorprendentemente, le aziende con capacità di intelligence maggiori di quelle degli Stati sono meno regolamentate di una tazza di caffè.

Spesso sento obiezioni da parte dei tecnologi che suonano pressappoco così: se i nostri prodotti e servizi sono benevoli e risolvono alcuni dei problemi più radicati al mondo, perché dobbiamo essere regolamentati? Anche supponendo che ciò sia vero – e il dubbio è lecito – il controllo pubblico continuo di qualsiasi settore importante è un fondamento dello Stato di diritto. L’occhio vigile delle autorità di controllo garantisce che il piano di gioco sia livellato e tutti i giocatori corretti. Invece, oggi i governi democratici sono spinti ai margini, o, piuttosto, gli hanno permesso di farsi estromettere.

Questa è una tragedia per i cittadini; in sostanza, se qualcosa va male, sono loro a pagare il conto. Quando decine di milioni di posti di lavoro sono messe a rischio dall’IA, gli azionisti delle imprese ne trarranno vantaggio, mentre il prezzo della disoccupazione o della riqualificazione ricadrà sulle spalle della società. Nel momento in cui queste esternalità negative emergeranno, la borsa del pubblico sarà presto vuota. Analogamente, quando i diritti delle persone non sono tutelati mentre si usa la tecnologia, il sistema giuridico li trascura.

La discriminazione basata su categorie sensibili come età, genere, etnia, orientamento sessuale e religione è vietata nella maggior parte delle giurisdizioni democratiche, ma vengono commercializzati i nuovi sistemi di riconoscimento facciale che sono noti per la continua discriminazione. Le domande relative fino a che punto le applicazioni dell’IA rispettano le leggi antidiscriminazione non hanno ricevuto risposte soddisfacenti.

Il golpe della tecnologia sta riscrivendo il contratto sociale tra lo Stato democratico e i suoi cittadini. La digitalizzazione era un ambito della policy, ma si è rapidamente tramutata in un livello che riguarda tutto. La tecnologia ormai fa parte della politica dell’istruzione, di quella della sanità e della sicurezza nazionale. Essa cambia il modo con cui accediamo alle notizie e se quello che vediamo con i nostri occhi può essere o meno creduto. Essa influenza la sicurezza dei nostri risparmi personali e quelli dell’intera nazione. L’impatto di questa transizione di responsabilità dal pubblico al privato è di vasta portata. Esso significa che lo Stato non è più in grado da solo di produrre una politica monetaria, garantire il diritto alla privacy o di garantire la sicurezza nazionale.

Tratto da “Il colpo di stato delle Big Tech”, di Marietje Schaake, ed. FrancoAngeli, pp. 303, 36,00€

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Perché adoro guardare le ricette del New York Times (anche se non ne ho mai cucinata una)

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Quando ho iniziato a fare questo lavoro, l’allora direttore (che non avrebbe mai e poi mai voluta essere definita direttrice, ma credo che questo non c’entri con il nostro tema di oggi) della Cucina Italiana pretendeva che le immagini, tutte le immagini, presenti sul suo giornale fossero scattate in analogico. Banco ottico, flash, sala posa. Parliamo di venticinque anni fa, non di mille: riccanza vera, mica pizza e fichi. Un giorno, l’improvvida stylist che sceglieva tovaglioli e piatti (all’epoca non si faceva molto più di quello) mise un grappolo di pomodori ciliegini dotati di picciolo verde su un piatto di pasta, come vezzosa decorazione a un piatto altrimenti davvero povero e banale. Le ire dell’inferno si abbatterono su di lei, che per settimane ha subito le peggiori angherie per quell’avventatezza. Niente di non commestibile va nel piatto, meno che mai una cosa cruda su una cosa cotta. Vi vedo, state sorridendo pensando a tutto quel ciarpame che vi scorre davanti all’indice ogni giorno: lei non approva di sicuro. Ma quel gesto così sconsiderato era un segno di libertà creativa, una licenza poetica, un momento di sospensione della incredulità: un piccolo tentativo sbarazzino di essere come gli americani. Questo episodio mi viene sempre in mente quando, nella mia casella di posta, arriva una newsletter del New York Times.

Tutti quelli che scrivono, di qualunque argomento, hanno un unico, enorme, solidissimo riferimento: il New York Times. È come se fosse il giornale dei giornali, è il punto fermo dell’informazione mondiale, ma è anche il veicolo dei trend, oltre che delle notizie. Se quello che dici, fai, vendi, produci è scritto sul New York Times, ha un valore per il mondo. Non è un segreto: tre quarti delle redazioni dei giornali del mondo campano copiando (male) quello che scrivono in quella redazione, e gli altri prendono spunto per costruire i propri pezzi. È il giornale che detta l’agenda, e quello che più di tutti trasforma in tendenza quello che succede. Come racconta spesso su queste pagine anche Soncini, questo giornale ha la maggior parte dei suoi lettori abituali concentrati (e paganti) su due temi: i giochi, e la cucina.

Sui giochi e l’enigmistica non ho alcuna passione, ma sulla cucina non posso rimanere indifferente, anzi. Aspetto con ansia di riceve la newsletter che mi racconta nuove ricette, e ogni volta, immancabilmente, rimango affascinata dall’estetica, dall’impiattamento, dai dettagli, dai colori, dalla nitidezza, dalla leggibilità delle immagini, che sono sempre e comunque appetitose e gustose. Le ricette, tutte, mi fanno salivare, mi procurano gioia immediata, e un desiderio irrefrenabile di provarle. Non vorrei solo gustarle, le vorrei proprio cucinare: perché sembrano elaborate ma a un occhio esperto appaiono subito facili, pratiche, dinamiche, piacevoli da realizzare. Guardandole sembra che il broccolo non puzzi mentre cuoce, che il salmone non schizzi tutto il piano cottura mentre rosola, che le verdure siano croccantissime e di colori vivaci anche in pieno inverno, e che nulla romperà l’incantesimo del mio immaginario di cucina perfetta se mi metterò all’opera per prepararle. Ci ho mai provato? Certo che no. Le leggo, le ammiro, cerco di capirne i passaggi, provo a sostituire mentalmente gli ingredienti che non troverei da questa parte dell’oceano ma alla fine desisto sempre. Ma non sono ricette da fare, sono ricette da ammirare.

E infatti, esteticamente non c’è paragone. Noi non sappiamo scattare foto così, forse non abbiamo più i soldi per farlo, forse non li abbiamo mai avuti, forse non è questione di soldi ma di attitudine, di storia, di contesto culturale, di avere Hollywood e non Cinecittà.

Ma credo che molto dipenda da un preciso contesto culturale. Loro non devono rispondere a nessun immaginario collettivo, perché li hanno interiorizzati tutti. Nessuno negli Stati Uniti si scandalizza della pasta posizionata accanto a un filetto di pesce, o della panna usata come intingolo, o delle spezie usate a caso, e altro che appropriazione culturale gastronomica. Nessuno fa una petizione alle Nazioni Unite per la pancetta nella carbonara, nessuno si sognerebbe mai di commentare se gli spaghetti non sono abbastanza cotti, o abbastanza arrotolati, o abbastanza. Vince l’estetica sull’etica. O forse, semplicemente, chi ha il pane non ha i denti, e viceversa. Le nostre ricette sono già buonissime, appetitose, mediamente facili da realizzare, con pochi ingredienti ben riconoscibili: perché dovremmo fare fatica a farle apparire addirittura belle?

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Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Per ora non c’è, nella testa degli italiani, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Le mattane di Donald Trump o il carovita insostenibile (l’Istat ha certificato ieri che dal 2021 i prezzi sono aumentati del ventiquattro per cento) sono ben più presenti. 

Il 22 marzo è lontano, la materia è tecnica, ostica, poco adatta a trasformarsi in una discussione da bar o da social. Qui non siamo di fronte a un bivio etico immediato come furono il divorzio o l’aborto, quando la scelta si iscriveva senza troppe mediazioni nella coscienza civile del Paese, né a un chiaro contrasto politico come all’epoca del referendum sulla scala mobile. 

Stavolta il terreno è più scivoloso, e proprio per questo meno manicheo: esistono buone ragioni per votare Sì, così come argomenti seri per votare No. Anche politicamente il copione è meno scontato di quanto si possa pensare di primo acchito. Si dice che non sarà un referendum sul governo. Ed è vero. 

Non lo sarà perché né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno alcun interesse a trasformarlo in un test sull’esecutivo. A sinistra, chi coltivava l’idea di usarlo come un’arma impropria per assestare una spallata al governo è stato rapidamente ricondotto all’ordine. Anche perché, nel frattempo, lo scenario è cambiato. Votare Sì non significa automaticamente votare per la destra. E, specularmente, votare No non equivale a una professione di fede progressista. 

È una linea di frattura che attraversa gli schieramenti, li scompone, li ricombina. Lo dimostra la nascita della “Sinistra per il Sì”, promossa dall’associazione riformista Libertàeguale di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli che ha tenuto a Firenze un’iniziativa introdotta da un giurista del calibro di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, già deputato del Pci. Un fior di riformista.

Non sono soli. I dirigenti di Italia Viva stanno già facendo campagna per il Sì (Matteo Renzi, con la consueta civetteria tattica, si pronuncerà solo alla fine), e così Azione, i Liberaldemocratici, i radicali, Più Europa (dopo un’iniziale propensione per il No). Quindi un pezzo, per quanto minoritario, del campo largo non seguirà Elly Schlein. 

Questo è un fatto dovuto anche alla previsione che nella nuova legge elettorale verranno cancellati i collegi uninominali, rendendo così il vincolo di coalizione molto più debole. A destra invece nessuna defezione ufficiale ma il quadro è chiaro: in caso di vittoria del Sì, la destra non potrà rivendicarne l’esclusiva proprio perché una fetta del campo largo voterà per la conferma della legge. Certo, verrà messo agli atti che il popolo avrà approvato una riforma targata Nordio-Meloni ma una loro narrazione trionfalistica sarebbe fuori luogo. Anzi, c’è un’ipotesi divertente: un Sì che prevale di misura, grazie ai voti decisivi dei riformisti. Per la destra sarebbe un piccolo sfregio simbolico. 

E, paradossalmente, anche un regalo a Elly Schlein, che potrebbe assorbire l’urto di una sconfitta proprio appellandosi a quel rimescolamento delle carte che rende questo referendum tutto fuorché un regolamento di conti tra maggioranza e opposizione. A meno di una clamorosa vittoria dei No – al momento improbabile – politicamente non avrebbe vinto nessuno. Un referendum sterilizzato.

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Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Quello che gli aspiranti moralizzatori con pacchetto dati non capiscono è che «Vergogna!» non è la condanna che credono loro: nulla come vergognarci di quel che abbiamo detto o fatto o anche solo pensato ci tempra. Quello che non capiscono è che non ci si può vergognare al presente: la vergogna è fatta di senno di poi; e, adesso che di tutto resta traccia, abbiamo un eccesso di passato e quindi di vergognabilità. (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare, diceva una certa Susan Sontag).

Io, per esempio, mi vergogno tantissimo ogni volta che, in quella funzione mnemonica lisergica che sono i ricordi di Facebook, appaiono i post che dodici o tredici anni fa scrivevo su “La grande bellezza”. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea sul film (non l’ho mai rivisto, magari la cambierei, vergognandomi ancora di più): perché mi rileggo e mi trovo tragicamente ridicola, invasata, militante del «questo film mi dispiace e quindi deve dispiacere a tutti». Santiddio, non potevo limitarmi a dirlo a voce agli amici a cena? Se avessi fatto come s’era sempre fatto fino ad allora, ora godrei del lusso della rimozione. Invece è tutto lì, indelebile e perentorio, e guardami: sembro una dell’Internet.

I ricordi di Facebook sono sempre un crepaccio che si apre all’improvviso e ben che vada è uno spavento, perché i diari dovevi andare a rileggerli, e questo comportava tempo e gesti che ti preparavano al ricordo; il diario di Facebook è immateriale, non lo tiri fuori da scatole impolverate su soppalchi, ti appare all’improvviso nella pagina e sei lì, nuda, a rimirare la scemissima te di troppe incarnazioni fa.

Ho ripensato molto alla me furibonda coi fenicotteri e le altre immaginifiche e per me noiosissime trovate sorrentiniane di quell’anno lontano, mentre guardavo il Sorrentino di quest’anno, “La grazia”, che – chiedo scusa se gioco al piccolo critico cinematografico – non mi pare sia solo la combinazione delle due solite metà di Sorrentino.

I due Sorrentino abituali sono il Sorrentino di cui appunto niente m’importa, quello dell’astronauta che piange, del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia, del presidente e del generale che parlano in quello spiazzo che sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia: il Sorrentino delle immagini.

Poi c’è un altro Sorrentino, più ricevibile per chi come me s’interessa alle cose solo se qualcuno le verbalizza, per chi come me spreca il lavoro dei registi che s’inventano inquadrature, che organizzano carrelli, che usano le lenti degli occhiali.

È, quell’altro, il Sorrentino che nei casi migliori è Yasmina Reza (il dialogo a cena con la critica d’arte stronzissima che molla lì il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero: che meraviglia), e nei casi che più piacciono al grande pubblico è il calendario di Frate Indovino. Quello che fa dire a Toni Servillo «non siamo stati bravi, siamo stati eleganti», che già ti pare di vedere la professoressa democratica che esce dall’Anteo ripromettendosi di usarla la prossima volta che litiga col cognato.

Però mi pare che “La grazia” sia innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha l’età alla quale Proust era già morto da quattr’anni, e noialtri che cominciamo per cinque sappiamo domandarci solo quella cosa lì: non «a chi appartengono i nostri giorni», ma «il tempo, il tempo, chi me lo rende?».

Non è solo il fatto che Toni Servillo passa le giornate a interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; lui sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, deve decidere se graziare due assassini e se firmare una legge sull’eutanasia, e pensa – come un ragazzino – solo al fatto che la sua bella l’ha tradito.

Succedeva – nel più brutto sceneggiato della storia della televisione, “Disclaimer” – lo stesso a Sacha Baron Coen, che passava non so quante puntate a costernarsi, indignarsi, straziarsi per aver scoperto che venti e più anni prima la moglie era stata a letto con un altro. (Ovviamente per recuperare questo riferimento ho dovuto scrivere “corna” nella ricerca di WhatsApp e trovare i messaggi sbeffeggianti mentre guardavo “Disclaimer”, perché altrimenti tutto quel che il cervello da menopausa mi permetteva di mettere a fuoco era: ma io di cornuto che non si capacita dopo secoli non ne ho visto un altro da poco?).

Ma – forse sono io che proietto – mi pare che per Servillo sia diverso, perché le corna non confessate, non analizzate, non elaborate in coppia, le corna che ti ha fatto una che ora è morta e non puoi più chiedergliene conto ma solo rimuginare, solo fare ciò che è il corrispondente, per il maschio adulto, della sedicenne che si tagliuzza le cosce, cioè chiedere a chiunque dimmi con chi mi tradiva, dimmi se mi tradiva con te, quelle corna lì sono un altro tassello del trattato: sono il ricordo che non puoi ricordare.

Nel sottofinale di “La grazia”, Servillo è su Zoom, negli occhiali gli si riflette lo schermo del computer e quindi si vedono i figli con cui è collegato. Normalmente avrei pensato che, come me, si rifiuta di pagare le lenti antiriflesso. Ma ho visto da poco “Breakdown: 1975”, in cui Martin Scorsese commenta una scena di Spielberg – una scena di “Lo squalo” in cui a un personaggio si riflette negli occhiali il giornale che sta leggendo – dicendo «That’s cinema», e quindi ora mi sento in colpa pensando alla fatica sprecata di questi poveri registi presso lo schieramento minore ma cocciuto di cui faccio parte: quello di chi fruisce i film come fossero radiodrammi.

Ci sono state – sono appena finite – un paio di terribili settimane in cui in Italia non era possibile vedere “Succession”: erano scaduti i diritti di trasmissione di Sky e non era ancora arrivata Hbo. L’ultima puntata che ho guardato prima che Sky mi sfilasse il giocattolo da sotto il naso è la stessa che ho guardato appena aperta la app di Hbo, quella su cui tutti i patiti di “Succession” sospirano da anni: il compleanno di Logan e quell’incredibile rap di Kendall.

Poiché sono sei anni più vecchia di quando la vidi la prima volta e tenni in sottofondo il rap di Kendall per settimane, stavolta di quella puntata mi ha colpita di più un’altra scena. Shiv regala al padre un album con le foto delle loro case, lui non sembra contento (quando mai Logan Roy sembra contento), neanche capisce che le case fotografate sono tutte loro. Lei è accomodante perché sta brigando per non farsi escludere dalla successione, gli dice «non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà una risposta che con sei anni di ritardo mi ha uccisa: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».

Troppo perché i ricordi pesano, perché i morti mancano, o per quell’altra cosa che diceva Susan Sontag, che mentre lo vivevamo non sapevamo che era una zona sicura, ma adesso lo sappiamo – adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato. Troppo o non abbastanza?

Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare», e io temo che siano tutte e due vere. E che avesse ragione Logan Roy, non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per quel concetto insensato eppure ovvio che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione».

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Che aria tira?

17 Gennaio 2026 ore 04:45

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All’inizio dell’anno tutti cercano previsioni per capire, appunto, che aria tira: quella fatta di segnali concreti — ingredienti, gesti, scelte industriali e politiche — che dicono molto più dei buoni propositi di gennaio. Le cinque notizie di questa settimana arrivano da cinque fronti diversi, ma raccontano la stessa cosa: il cibo come indicatore del tempo che verrà.

Il primo indizio arriva da un ingrediente tutt’altro che nuovo. Il South China Morning Post racconta l’improvvisa centralità del cavolo, celebrato online come possibile “vegetale dell’anno”. Verza, bok choy, cavolfiore e cavolo cinese tornano protagonisti grazie a una combinazione di fattori che dice molto del presente: valore nutrizionale, adattabilità climatica, costo contenuto e forte resa visiva sui social. Un ortaggio tradizionale diventa simbolo di una cucina più vegetale, pragmatica e fotogenica. Se l’aria che tira è quella di una transizione alimentare, passa anche da ingredienti semplici riletti in chiave contemporanea.

Dall’ortaggio alla piazza politica il passo è breve. Secondo La Vanguardia, gli agricoltori belgi hanno scelto le patatine fritte come simbolo della protesta contro l’accordo commerciale UE–Mercosur. Davanti al Parlamento europeo, a Bruxelles, hanno piantato sacchi di patate e rovesciato olio usato, accusando l’Europa di sacrificare le filiere locali in nome della liberalizzazione del mercato con l’America Latina.Dietro la messinscena c’è una preoccupazione seria: l’import di prodotti agricoli a basso costo rischia di penalizzare i produttori europei, già colpiti da rincari energetici e regolamentazioni ambientali più rigide. Le frites diventano così il nuovo linguaggio del dissenso rurale: una protesta che unisce simbolismo nazionale, umorismo e disperazione economica

Il racconto cambia tono ma resta sullo stesso asse quando Vogue prova a intercettare i food trend del 2026. Più che mode passeggere, emergono direzioni già visibili: fermentazioni e salute intestinale, cucine ibride nate da contaminazioni culturali, bevande funzionali, proteine alternative che cercano nuovi formati. Il cibo, racconta il magazine, diventa così una forma di espressione personale, al pari del guardaroba. La cucina diventa un’estensione del sé, dove ogni piatto comunica valori e appartenenze: sostenibilità, salute, identità culturale, inclusione.

A rendere l’aria più densa interviene la dimensione della sicurezza. Il Financial Times analizza il ritorno globale allo stoccaggio di alimenti. Dopo anni di fiducia nel just-in-time, governi e istituzioni tornano ad accumulare cereali e beni di prima necessità, spinti da shock climatici, instabilità geopolitiche e filiere sempre più fragili. La Cina ha incrementato del 20% le riserve di grano e riso; la Francia e la Germania stanno elaborando nuovi piani nazionali di stoccaggio; anche gli Stati Uniti rivedono le proprie politiche agricole di sicurezza. Non è un ritorno al passato, ma un segnale chiaro: il cibo torna a essere una questione strategica e di sicurezza, non solo di mercato.

La chiusura arriva dal fronte dell’industria alimentare. Il The Washington Post racconta la scelta di Beyond Meat di entrare nel settore delle bevande proteiche a base di proteine del pisello. Un passaggio che segna la maturazione — e le difficoltà — del mercato plant-based: non più solo sostituti della carne, ma nuovi modi di consumare proteine, puntando su praticità e funzionalità. Il cambiamento non è tanto nell’ingrediente, quanto nel formato e nell’uso quotidiano. Un altro segnale di come il cibo stia adattandosi a stili di vita che chiedono soluzioni diverse.

Messe insieme, queste cinque notizie non fanno previsioni. Ma suggeriscono una direzione. L’aria che tira parla di cibo come simbolo, come strumento politico, come bene strategico e come prodotto da ripensare. Se l’anno che viene avrà un sapore preciso, comincia già a sentirsi adesso.

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Kerten Hospitality chiude il 2025 in crescita e definisce un piano di sviluppo tra Europa, Africa e area GCC

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Kerten Hospitality archivia il 2025 con un bilancio in crescita sul piano finanziario e operativo e con un piano di sviluppo che consolida la presenza in Europa, Africa e nei Paesi del Golfo. Il gruppo irlandese di hospitality management ha registrato un incremento del 55 per cento  dei ricavi operativi rispetto all’anno precedente, una crescita del Gross Operating Profit del 69 per cento e un aumento delle management fee pari al 44 per cento. Nel corso dell’anno si è inoltre ridotta del 56 per cento la perdita del brand Nakhati, mentre le attività digitali hanno segnato un miglioramento del 104 per cento delle performance web.

I risultati sono stati sostenuti dall’espansione oltre il mercato dell’Arabia Saudita, dalla diversificazione geografica del portafoglio e dal rafforzamento delle strutture già operative. Nel 2025 Kerten Hospitality ha completato tre nuove aperture: Cloud 7 Roma, Colere 1600 by Cloud 7 Hotels e Ray Hotel by Cloud 7. Le operazioni hanno contribuito a rafforzare il presidio nell’area EMEA e a confermare la capacità del gruppo di trasformare la pipeline di sviluppo in aperture effettive.

Il mercato italiano ha avuto un ruolo centrale. Cloud 7 Roma rappresenta il primo progetto urbano del brand nel Paese, mentre Colere 1600 by Cloud 7, situato nelle Alpi lombarde, si colloca a breve distanza da Milano e si inserisce nel segmento del turismo montano e outdoor. Le aperture del 2025 si affiancano a una strategia orientata a destinazioni considerate ad alto potenziale per domanda e posizionamento.

Nel corso dell’anno è stato presentato anche The House Residence Azure Zanzibar, progetto sviluppato con Azure United Properties nella penisola di Michamvi, sulla costa sud-orientale di Zanzibar. Il resort prevede 93 ville vista oceano, di cui 16 sull’acqua, con apertura programmata nel 2026. Il progetto è stato presentato all’Arabian Travel Market di Dubai con il supporto del Ministero del Turismo di Zanzibar e segna un passaggio rilevante nell’espansione del gruppo nel continente africano.

La pipeline di sviluppo conferma l’ingresso in nuovi mercati e il consolidamento di quelli già presidiati. Tra i progetti in fase avanzata figura Cloud 7 Dersa Tetouàn, che segnerà il debutto in Marocco all’interno dello storico palazzo Dersa, nel quartiere spagnolo di Tetouan. Proseguono inoltre i lavori per il resort previsto in Francia nella tenuta di Les Bordes Estate e sono in corso valutazioni per un’espansione in Kuwait e per ulteriori asset nell’area GCC.

Nel complesso, Kerten Hospitality prevede sei aperture confermate nel 2026, con un’ulteriore operazione in pipeline. Il gruppo entra così in un triennio di sviluppo progressivo, basato su una crescita distribuita su più mercati e su differenti format alberghieri e residenziali.

Il 2025 ha segnato anche un rafforzamento della struttura organizzativa. Ramine Behnam è entrato nel ruolo di Chief Development Officer, con responsabilità sullo sviluppo del portafoglio globale, mentre Mina Anziani è stata nominata Chief Operating Officer, con focus sull’ottimizzazione delle performance operative.

A fine 2025 Kerten Hospitality conta undici strutture operative, dodici brand lifestyle proprietari e 57 progetti in pipeline distribuiti su tre continenti. In vista del 2026 il gruppo punta su basi finanziarie più solide, su una maggiore redditività e su una strategia focalizzata su Europa, Medio Oriente e Africa, con l’obiettivo di consolidare il proprio posizionamento nel segmento dell’hospitality lifestyle attraverso modelli di sviluppo e gestione orientati alla sostenibilità economica e territoriale.

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Non solo moda, quegli inglesismi raccontano bene come cambia il lavoro

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Il lavoro ha sempre nuovi modi per raccontarsi. A Milano nel 2026 si tratta prevalentemente di espressioni in inglese adattate al contesto italiano. Dietro alla moda linguistica si nascondono dei cambiamenti profondi che vale la pena approfondire. Un’analisi condotta da Indeed mette in evidenza come il glossario del lavoro per il 2026 sia pieno di termini che raccontano la nuova cultura di aziende e dipendenti.

Ad esempio  il career cushioning descrive la tendenza dei lavoratori a investire autonomamente in competenze, network e opportunità alternative mentre sono impiegati in un’azienda per costruire un cuscinetto di sicurezza in un contesto percepito come precario.

Per quanto riguarda il fenomeno delle dimissioni, si registrano due tendenze opposte. Il quiet quitting indica il fenomeno per cui molti dipendenti, prima di abbandonare la scrivania, si limitano a fare esclusivamente quanto richiesto dalle loro mansioni senza svolgere attività extra non riconosciute o pagate. All’estremo opposto si colloca il loud quitting attraverso cui alcuni lavoratori rendono pubbliche le ragioni dell’addio a un’azienda, anche con toni sgraziati sui social network, trasformando le dimissioni in un atto di denuncia della cultura aziendale.

La dimensione emotiva della nostra epoca è ben rappresentata dal cosiddetto rage applying: candidature inviate in massa sull’onda della frustrazione, che se da un lato possono portare a errori dettati dall’impulsività, dall’altro rivelano un diffuso bisogno di cambiamento. L’altro lato della medaglia è rappresentato dai boomerang employees: dipendenti che dopo esperienze esterne rientrano in azienda con competenze e consapevolezza rafforzate.

Le parole sono importanti è una citazione abbastanza inflazionata della nostra social era. Bisogna quantomeno ammettere che questi inglesismi raccontano la direzione intrapresa dai lavoratori nelle grandi organizzazioni  multinazionali. Non si tratta di verità assolute ma lenti con cui vedere la realtà da un punto di vista diverso. At least it is something.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. Qui per iscriversi

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Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà

17 Gennaio 2026 ore 04:45

L’Unione europea si interroga su come difendere la Groenlandia dalle attenzioni di Donald Trump, rinnovando il rituale dell’autocommiserazione: l’Europa è un nano politico in un mondo di superpotenze. Vero, ma per diventare giganti bisogna potenziare il bazooka economico che potrebbe far volare gli investimenti nella difesa: il miglioramento della sua economia interna. Negli ultimi giorni diversi quotidiani economici hanno ripreso e discusso un’analisi pubblicata dalla Banca centrale europea, firmata da un gruppo di suoi economisti (di cui quattro italiani), sulle barriere che ostacolano la crescita del mercato unico europeo e costano all’Unione più dei dazi imposti da Trump. È una conclusione scomoda che gli analisti ripetono da mesi e che torna ciclicamente nel dibattito pubblico. L’ha formulata in chiave politica Enrico Letta nel suo rapporto sul mercato unico e l’ha inserita in una cornice strategica più ampia Mario Draghi nella sua analisi sulla competitività europea. Documenti su cui siam costernati, indignati, impegnati, gettando poi la spugna con gran dignità.

Il problema è che il mercato unico non sta raggiungendo la sua piena maturità: esiste formalmente dal 1993, coinvolge circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, ed è spesso celebrato come uno dei pilastri dell’integrazione europea. In effetti ha funzionato. Tra il 1993 e il 2014 ha aumentato il Pil reale pro capite degli Stati membri fondatori tra il 12 e il 22 per cento, generando guadagni di benessere stimati in circa 840 euro all’anno per cittadino. Ma non basta perché è sbilanciato solo sul commercio intra europeo di beni. Vale oltre il 40 per cento del Pil dell’Unione e comprende prodotti manifatturieri fortemente integrati come automobili, componenti meccanici, macchinari industriali, prodotti chimici ed elettronica, che circolano lungo catene del valore transfrontaliere costruite negli ultimi trent’anni.

I Ventisette si scambiano benissimo questi beni, ma non riescono a fare lo stesso per il mercato dei servizi che vale solo il 16 per cento. Parliamo di aspetti concreti nella vita di tutti i giorni: costruire una casa, aprire un negozio, gestire un servizio di trasporto locale, esercitare una professione come avvocato o architetto, lavorare nella sanità o nell’assistenza alla persona. Sono settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e che nonostante il mercato unico continuano a essere regolati e forniti quasi esclusivamente su base nazionale.

Le cause sono conosciute e gli addetti ai lavori li ripetono da anni. Regole nazionali diverse, burocrazia complessa, interpretazioni non uniformi delle norme europee, tutele implicite dei mercati interni, requisiti professionali e linguistici e sistemi fiscali frammentati. Tutti elementi che rendono il commercio tra Paesi europei più costoso di quanto farebbe un vero dazio. Nei servizi questi ostacoli pesano ancora di più, anche perché la direttiva del 2006 ha lasciato fuori settori cruciali come energia, finanza, trasporti e telecomunicazioni. Il risultato è che in ambiti come edilizia, commercio al dettaglio e professioni regolamentate il mercato europeo esiste soprattutto sulla carta.

Per quantificare l’impatto di questa frammentazione, gli analisti della Bce hanno tradotto gli ostacoli interni al mercato unico in un costo equivalente a un dazio. I numeri che emergono sono difficili da ignorare. In media, scambiare beni tra Paesi dell’Unione costa come se esistesse una tassa del 67 per cento. Per i servizi il costo è ancora più elevato, intorno al 95 per cento, e in alcuni settori supera questa soglia. Certo, le stime includono anche elementi difficili da eliminare per decisione politica, come la naturale preferenza per i fornitori nazionali, ed è giusto che sia così in buona parte, ma cosa si può fare per migliorare la situazione? 

La Bce ha preso come esempio uno Stato abbastanza integrato nel mercato unico come i Paesi Bassi, che godono da sempre di una posizione geografica favorevolissima. Se gli altri Stati membri riuscissero ad avvicinarsi a quel livello di apertura e coordinamento, le barriere interne potrebbero ridursi di circa otto punti percentuali per i beni e di nove per i servizi. Secondo le simulazioni, questo si tradurrebbe in un aumento degli scambi interni del 4,4 per cento per i beni e del 14,5 per cento per i servizi, con benefici complessivi in termini di benessere dell’1,3 e dell’1,8 per cento. In un’Europa alle prese con una crescita debole, sono numeri tutt’altro che trascurabili.

Neanche la Bce sa come fare tecnicamente, ma fa notare che nel prossimo e anno e mezzo i dazi trumpiani e l’incertezza commerciale potrebbero ridurre il Pil dell’area euro di circa 0,7 punti percentuali. Quel dato negativo può essere bilanciato riducendo di appena il 2 per cento le barriere interne ai beni e ai servizi. Insomma l’Unione ha una leva importante per sollevare il suo mondo, manca solo un Archimede che spieghi come. 

A dicembre 2025 la Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo per risolvere un problema concreto: le regole finanziarie europee esistono, ma vengono applicate in modo diverso da Paese a Paese, rendendo costoso e complicato operare davvero su scala continentale. Oggi una banca, un fondo o una piattaforma di scambio che voglia lavorare in più Stati deve spesso confrontarsi con autorizzazioni duplicate, richieste aggiuntive e interpretazioni nazionali divergenti. Il risultato è che il cosiddetto “passaporto europeo”, che sulla carta dovrebbe consentire di operare ovunque con una sola licenza, funziona male. Anzi malissimo. 

La Commissione propone di semplificare le autorizzazioni: chi ottiene un via libera in un Paese dovrebbe poter operare automaticamente anche negli altri, senza dover ripetere procedure o adattarsi a regole locali aggiuntive. Questo vale soprattutto per le sedi di negoziazione, le infrastrutture di regolamento dei titoli e i grandi operatori che lavorano su più mercati europei. L’obiettivo è chiaro: meno burocrazia, più certezza delle regole, costi più bassi per chi investe e raccoglie capitali in Europa.

Il secondo pilastro riguarda la vigilanza. Oggi i mercati finanziari europei sono sorvegliati soprattutto dalle autorità nazionali, mentre l’autorità europea dei mercati, l’Esma, ha un ruolo limitato di coordinamento. La Commissione propone di dare a Esma poteri diretti di controllo su alcune realtà davvero transfrontaliere, cioè quelle che operano su più Paesi e hanno un impatto sistemico. In pratica, invece di 27 approcci diversi, ci sarebbe un’unica supervisione europea per i casi più rilevanti, sul modello di quanto già avviene per le grandi banche sotto la Banca centrale europea. Questo dovrebbe ridurre arbitraggi, disparità e concorrenza regolatoria tra Stati.

Un altro obiettivo è far circolare meglio il risparmio europeo. Oggi le famiglie dell’Unione tengono circa 10 mila miliardi di euro fermi su conti correnti o strumenti poco produttivi, anche perché investire oltreconfine è complesso e rischioso dal punto di vista regolatorio. Ripetiamo: 10mila miliardi di euro, sessanta volte il budget dell’Unione di un anno. Infine, Bruxelles riconosce che molte barriere non sono solo finanziarie ma legali. Per questo annuncia nuovi passi verso la proposta di Enrico Letta di un “28esimo regime”, un insieme di regole europee comuni che le imprese potrebbero scegliere in alternativa ai diritti nazionali. 

Il piano è ambizioso, ma non ha creato un gran dibattito tra gli Stati, in altre faccende affaccendati, e qualche giorno fa il Consiglio (l’organo che riunisce i governi dei 27 Paesi membri) ha ammesso che le priorità nazionali restano divergenti e che l’attuazione concreta di questa lista dei sogni è la parte più difficile. Ridurre le differenze significa che gli Stati devono accettare di cedere margini di controllo. Ed è proprio su questo punto che finora il completamento del mercato unico si è sempre fermato.

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«Dazi a chi si oppone all’annessione». La minaccia di Trump

17 Gennaio 2026 ore 00:06

«Potrei farlo anche per la Groenlandia». La conferenza alla Casa bianca riguardava i dazi imposti sui prodotti farmaceutici europei, ma il presidente Donald Trump ha ventilato la possibilità di ampliare […]

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Strasburgo, sfiducia a von der Leyen. Torna l’asse tra il Carroccio e M5s

17 Gennaio 2026 ore 00:06

Una nuova mozione di sfiducia attende la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, per la quarta volta nel giro di pochi mesi. Stavolta il capo d’accusa contro la popolare […]

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Canada in fuga dal protezionismo Usa. Con la Cina è «partnership strategica»

17 Gennaio 2026 ore 00:05

Primo dicembre 2018. Meng Wanzhou, figlia del fondatore e patron di Huawei, viene arrestata a Vancouver. È il vero punto di svolta delle relazioni tra Cina e Stati uniti, acceleratore […]

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Putin: “Pronti per una pace duratura in Ucraina con garanzie di sicurezza per tutti”

16 Gennaio 2026 ore 21:00



Vladimir Putin: “Le Nazioni Unite svolgono il ruolo chiave e fondamentale negli affari mondiali, e questo ruolo va rafforzato. La NATO ha più volte ingannato la Russia, violando le proprie promesse pubbliche di non avanzamento ad Est, rappresentando la minaccia alla sicurezza del nostro stato. La Russia ha promosso delle iniziative per costruire una nuova, affidabile e giusta architettura europea e sicurezza globale, in base alle quali potrebbe risolversi pacificamente il conflitto in Ucraina. Kiev e le potenze occidentali, i suoi sostenitori, non sono pronti alla soluzione pacifica. Le relazioni con le potenze occidentali in generale, e con l’Italia in particolare, sono ai minimi storici. La Russia è pronta al ripristino delle relazioni con esse ai massimi livelli. Il compito degli ambasciatori, compreso quello dell’Italia, di contribuire proficuamente alla normalizzazione delle relazioni bilaterali.”

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Il campo largo prova a ricompattarsi per l'Iran con un sit-in al Campidoglio

16 Gennaio 2026 ore 19:04

Il campo largo prova a ricompattarsi per l'Iran. Tutti i leader dei partiti d'opposizione, meno Azione, si sono ritrovati oggi pomeriggio in Campidoglio, a Roma, per un sit-in in sostegno alla popolazione iraniana in protesta. La manifestazione si è svolta dopo una settimana segnata da incertezze e divisioni politiche sul tema, con il Movimento 5 stelle che si è sfilato dalla risoluzione unitaria approvata dal Senato per poi presentarne una propria, la quale è stata votata solo da Avs e (non tutto) il Partito Democratico.
 

Gli screzi parlamentari sembrano essersi appiattiti solo oggi, in piazza. Alla dimostrazione organizzata dall'associazione Donna, vita e libertà hanno partecipato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Per Italia Viva c'era invece una delegazione di parlamentari. Quella di oggi è la prima manifestazione alla quale partecipano i leader politici da quando è in corso il massacro in Iran. Domani mattina, a Piramide a Roma, si terrà invece quella organizzata dal partito radicale. Lì andranno Carlo Calenda, Riccardo Magi, una delegazione di parlamentari Pd, ma non Avs e Movimento 5 stelle.

Karaganov intervistato da Tucker Carlson:”La guerra finirà solo con la sconfitta totale dell’Europa”

16 Gennaio 2026 ore 18:00



L’influente consigliere del Cremlino Karaganov spiega la vera natura del conflitto in corso. “Non stiano combattendo contro l’Ucraina ma contro l’Europa. Il Presidente Putin è un uomo troppo cauto, ma è chiaro che a breve saremo costretti ad usare il nostro potenziale nucleare per punire Paesi come la Germania, luogo che troppo spesso ha partorito idee infami che hanno infettato il mondo”

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Garlasco, la nuova svolta. Consulenti Poggi: Chiara vide file a luci rosse sul computer di Alberto. La famiglia: "Stop alla riabilitazione di un assassino"

16 Gennaio 2026 ore 16:41
Fare chiarezza sulle false notizie circolate in questi mesi e fissare alcuni punti ritenuti decisivi. È l’obiettivo dell’ulteriore approfondimento informatico commissionato dalla famiglia Poggi, dal quale emerge un dato definito di “assoluta certezza”: la sera prima di essere uccisa,...

Robert Irwin cerca di abbracciare un enorme alligatore: guardate come va a finire

16 Gennaio 2026 ore 15:57
Un passo falso sarebbe bastato per trasformare la scena in tragedia. Nel video condiviso su Instagram, Robert Irwin, figlio dell'ambientalista televisivo Steve Irwin, accarezza e abbraccia un enorme alligatore all’Australia Zoo quando, durante il pasto, il rettile apre all’improvviso le fauci...

Allerta nel Mediterraneo, ciclone in arrivo: allarme per eventi estremi, ecco le Regioni coinvolte

16 Gennaio 2026 ore 15:45
Non ha ancora un nome ufficiale e, poiché non colpirà direttamente né Francia né Spagna, potrebbe anche non riceverne uno. Ma il ciclone in formazione sul Mediterraneo nei primi giorni della settimana è destinato ad avere ripercussioni importanti sull’Italia. Secondo Aemet, dopo Goretti il...

Cosa prevede la strategia dell'Italia sull'Artico. Meloni: "Quadrante strategico per Nato e Unione europea"

16 Gennaio 2026 ore 12:18

“Consolidare il ruolo dell'Italia come paese non artico interessato all'Artico”. Ma non solo: anche “contribuire al mantenimento dell'area di stabilità, prevenendo dinamiche di escalation e sostenendo meccanismi multilaterali di dialogo e cooperazione”. Sono questi alcuni dei principali obiettivi del nuovo documento strategico italiano sull'Artico, intitolato “La Politica Artica Italiana, L'Italia e l'Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasaformazione”. Il documento è stato presentato dai ministri degli Esteri, della Difesa e dell'Università e della Ricerca Antonio Tajani, Guido Crosetto e Anna Maria Bernini a Roma, presso Villa Madama, nelle stesse ore in cui sette paesi europei, Francia, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Norvegia, Canda e Olanda hanno deciso di inviare in Groenlandia piccoli contingenti militari per difendere Nuuk dalle mire espansionistiche di Donald Trump.

Il nuovo documento strategico, adottato a dieci anni di distanza dal primo, attualizza le politiche italiane alla fase di crescente rilevanza globale della regione e ha secondo il governo ha lo scopo di delineare una visione strategica, accompagnata da alcuni obiettivi di lungo periodo, come il rafforzamento della sicurezza collettiva euro-atlantica e l'attenzione alle possibili opportunità economiche, in grado di rafforzare l'impegno italiano nella regione. Le direttrici sono quelle della sicurezza, della ricerca scientifica e dello sviluppo economico mettendo insieme le diverse forze del paese ed è per questo motivo che alla conferenza hanno partecipato anche alcuni membri del Tavolo Artico ed esponeneti del mondo imprenditoriale.

 

Il messaggio di Meloni: “Artico quadrante strategico. Deve essere una priorità per Nato e Ue”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha potuto partecipare fisicamente alla conferenza, perché impegnata in Giappone in una missione per rafforzare i rapporti strategici dell'Italia nell'Indo-Pacifico. La premier però ha inviato comunque un messaggio: "L'italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l'Artico come area di pace, cooperazione e prosperità". Meloni ha poi detto che l'Artico deve "essere sempre di più una priorità dell’Unione Europea e della Nato, e che l’Alleanza Atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori"

Meloni ha voluto sottolineare che l'attenzione italiana per la regione artica non è stata dettata dalle ultime notizie: dalla base Dirigibile Italia alle Svalbard, passando per le campagne oceanografiche della Marina Militare, “la nostra nazione svolge da molto tempo un ruolo di primo piano per tutelare un'area che è molto fragile e per assicurare uno sviluppo equilibrato e rispettoso delle istanze dei diversi popoli che vivono questi territori”. E ha spiegato gli obiettivi della nuova strategia che “punta a rafforzare il ruolo dell'Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione. Perché siamo consapevoli che ciò che accade nel 'Grande Nord' non è qualcosa di distante o che rimane confinato in quella regione del mondo, ma riguarda il futuro di tutti noi, il nostro benessere, la nostra prosperità e la nostra sicurezza".

 

Crosetto: “Invio militari di diverse nazioni sembra una barzelletta. Bisogna pensare in ottica Nato"

Sull'invio di soldati in Groenlandia Crosetto è tassativo: “Da tempo la Difesa si interessa dell'Artico, con la Marina, l'Aeronautica, l'Esercito con esercitazioni che non sono iniziate adesso e che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia, mi chiedo a fare cosa? Una gita?”. Si è domandato il ministro della Difesa, che poi ha aggiunto: “Immaginate, 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l'inizio di una barzelletta. Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, Onu. Io sono per allargare, non frazionare in nazioni un mondo già troppo frazionato''. Però Crosetto ha lanciato un avvertimento sul prossimo futuro: “Il paese che più confina con questo nuovo pezzo di mondo è la Russia e ha la più grande presenza sull'Artico. Probabilmente, il giorno che finirà la guerra in Ucraina, gran parte delle risorse militari russe saranno spostate in questo settore, come sta facendo la Nato''. Il ministro ha poi evidenziato che anche la Nato si sta spostando: "Ha posto il comando a Norfolk - nell'Inghilterra orientale - e ha concentrato tutta la politica militare del nord sempre più vicino all'Artico".

 

Tajani: "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica"

Durante la conferenza, il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato non solo che nelle prossime settimane sarà a Washington per parlare di materie prime con il segretario di stato americano Rubio e altri partner, ma che svolgerà anche "una missione imprenditoriale italiana per l'Artico". Il vicepremier ha infatti detto che si deve "dar vita a un tavolo imprenditoriale Artico con tutti i nostri principali gruppi industriali e piccole medie imprese in settori chiave, dobbiamo sostenerli ed essere e al loro fianco. Non possiamo non tenere conto dell'importanza delle materie prime e l'Artico è ricco di materie prime", ha aggiunto, ricordando la presenza di grandi aziende della difesa e della cantieristica – come per esempio Leonardo e Fincantieri – attive nella regione. "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica: l'Italia ha una visione a 360 gradi e non può permettersi di non avere una strategia aggiornata", ha detto Tajani, sottolineando che "la centralità della regione oggi più che mai ci impone un'azione politica, economica e di ricerca" e ribandendo l'importanza della "stabilità dell'area di interesse geostrategico" e di una maggiore presenza dell'Unione europea e della Nato nell'area artica. Tajani inoltre ha ricordato l'importantanza dell'export italiano, che dipende anche dalla sicurezza delle rotte marine la cui tutela deve diventare "una priorità fondamentale". La sicurezza dell'occidente – secondo il vicepremier – dev'essere "garantita da un'azione politica forte, anche di sicurezza, non è questione di mandare 10 o 20 soldati, ma avere in testa una strategia. E noi una visione ce l'abbiamo".

 

Bernini: "L'Italia grande protagonista nell'Artico"

"Gli studiosi dell'Artico sanno che, per sua natura, l'Artico è multidisciplinare. Quello che succede nell'Artico non rimane nell'Artico e quel che accade nel Mondo riguarda l'Artico", ha detto nel suo intervento la ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. "Abbiamo una banca dati che è fra le migliori al Mondo", ha aggiunto. L'Italia è "in grande vantaggio" e opera "da grande protagonista" nell'Artico, ha spiegato la ministra, secondo cui il Sistema Italia "è stato unito nel creare delle piattaforme di eccellenza". Berini ha poi annunciato come "il 3-4 marzo organizzeremo una iniziativa con il ministero degli Esteri e della Difesa che si chiamerà 'Artic Circle Rome Forum - Polar Dialogue' su cui convergeranno imprenditori, imprenditori della difesa, scienziati, ricercatori e politici per parlare di Artico".

Il Punto

16 Gennaio 2026 ore 09:58

La questione salariale è tornata alla ribalta in Italia nel 2025. Nel 2026 si dovrà iniziare ad agire per migliorare la situazione: la legge delega al governo in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva potrebbe essere lo strumento per mettere ordine nel sistema. I fondi Pnrr hanno permesso di rendere più effettivo […]

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Quando il diritto allo studio resta una promessa

16 Gennaio 2026 ore 09:55

Una buona parte delle risorse per il diritto allo studio universitario è arrivata negli ultimi anni da fondi Pnrr. Si tratta per definizione di risorse temporanee. Intanto si è ampliata la platea dei possibili beneficiari. I rischi che si prospettano.

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Trump scarica Zelensky per l’ennesima volta – Il Controcanto – Rassegna stampa del 16 gennaio 2026

16 Gennaio 2026 ore 10:38



Il pendolo Trump torna ad avvicinarsi alle posizioni di Putin lasciando sempre più nello sconforto l’oramai consunto Zelensky. Il Corriere della Sera prova a magnificare le parole del Ministro Crosetto oramai vicino ad accettare la sconfitta totale. La Repubblica commenta l’arrivo di una ventina di scalatori europei in Groenlandia con il compito di difendere l’isola dal possibile arrivo degli americani di Trump. Buona fortuna. Il Fatto sottolinea il doppiopesismo del Presidente Mattarella, silente sul massacro di Gaza ma deciso nel denunciare i presunti crimini iraniani

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Groenlandia, scatta l’operazione “Arctic Endurance”: truppe Nato a Nuuk mentre Trump insiste per avere l’isola

16 Gennaio 2026 ore 10:26
L’Artico torna al centro della scacchiera geopolitica globale. E' ufficialmente partita Arctic Endurance, l’esercitazione militare promossa dalla Danimarca che vede coinvolti otto Paesi della Nato e che porta i primi contingenti europei nella capitale groenlandese Nuuk. Una mobilitazione che...

Stangata sui fumatori: rincari per sigarette e sigarette elettroniche. Il calendario degli aumenti. Cosa resta escluso

16 Gennaio 2026 ore 10:19
Il nuovo anno si apre con una stangata sui fumatori. Dal 16 gennaio 2026 entrano in vigore i primi rincari decisi con la manovra di bilancio: ad aprire la serie degli aumenti è Philip Morris, leader di mercato in Italia, con ritocchi fino a 30 centesimi a pacchetto. Le Marlboro, per esempio,...

Più ore, più regole, più costi: perchè da quest'anno è più difficile prendere la patente di guida

16 Gennaio 2026 ore 01:11
Lo scorso 23 dicembre la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 17 novembre 2025, che recepisce le modifiche introdotte dalla legge n. 177/2024 all’articolo 122 del Codice della strada. Dal 2026 il percorso per ottenere la patente di...

Sciatore sepolto dalla neve, ma un eroe italiano interviene all’ultimo minuto. Il video del salvataggio

16 Gennaio 2026 ore 01:01
Un intervento fulmineo sulle piste svizzere di Engelberg ha evitato una tragedia. Matteo Zilla, 37 anni, direttore creativo italiano, ha salvato uno sciatore intrappolato sotto 50 centimetri di neve fresca il 10 gennaio, in una giornata di forti precipitazioni. Il salvataggio ripreso dai social Il...

Notte di terrore a Madrid: incendio in un ristorante come a Crans Montana, ecco chi ha evitato una nuova strage. Video

16 Gennaio 2026 ore 00:31
Dieci giorni dopo la strage di Crans-Montana, l’incubo dei bengala in locali affollati torna a riaffacciarsi in Europa. A Madrid, nel cuore della notte, un incendio scoppiato durante uno spettacolo musicale ha rischiato di trasformarsi in una nuova tragedia. Stavolta, però, la catena degli...

Ma perché Donald Trump vuole "conquistare" la Groenlandia? Cosa c'è nell'Artico e cosa significa controllare l'isola per gli USA

16 Gennaio 2026 ore 00:15
L’idea sembrava una provocazione, una delle tante uscite iperboliche di Donald Trump. E invece no. Quando nel 2019 l’allora presidente degli Stati Uniti parlò apertamente della possibilità di acquistare la Groenlandia, non stava scherzando. Dietro quella frase che fece il giro del mondo...

Non solo influenza, attenzione e allarme per il norovirus: cosa è e come si cura Bassetti: "Molto contagioso, basta poco"

16 Gennaio 2026 ore 00:03
Un focolaio di norovirus ha colpito la nave da crociera Rotterdam, mettendo a letto quasi 100 persone tra passeggeri ed equipaggio. L’epidemia si è verificata durante una crociera di Capodanno nei Caraibi, confermando quanto il virus sia insidioso in ambienti chiusi e affollati, come spiegano...

Quando conviene prenotare un volo aereo: mese, giorni e ore consigliati per risparmiare

15 Gennaio 2026 ore 23:54
Prenotare un volo al momento giusto può fare la differenza tra risparmiare decine, se non centinaia di euro. A indicare mese, giorno e persino ora più convenienti è il Report Best Time to Book 2026 di eDreams, che ha analizzato l’andamento dei prezzi sui propri siti tra il 1° gennaio e il 31...

Troppe tasse e Ryanair taglia i voli in mezza Europa: in Italia la Sardegna a rischio isolamento aereo

15 Gennaio 2026 ore 23:35
Anno nuovo, politiche industriali vecchie per Ryanair. La più grande compagnia low cost d’Europa conferma la sua linea: meno voli nei Paesi che diventano più costosi, più aerei dove le istituzioni “agevolano” l’attività del vettore. Il risultato è una riprogrammazione massiccia della...

Crans Montana, i caschi, e uscite di sicurezza, il giallo della ristrutturazione e del trasloco: cosa non torna nelle versioni dei Moretti

15 Gennaio 2026 ore 23:23
Gli indagati possono mentire. È un diritto. Ma quando le versioni cambiano, si contraddicono e sembrano sempre orientate a spostare le responsabilità altrove, quelle bugie diventano un fatto politico, giudiziario e morale. È ciò che emerge dall’inchiesta sulla strage di Capodanno a...

Meloni incontra Takaichi a Tokyo: “Crediamo molto nell’alleanza Italia-Giappone”

16 Gennaio 2026 ore 07:43

Rafforzare un legame storico e proiettarlo verso una cooperazione sempre più stretta su sicurezza, economia e innovazione. È il messaggio lanciato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel bilaterale con la prima ministra giapponese Sanea Takaichi al Kantei di Tokyo, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.

“Sono estremamente contenta di essere qui dopo il nostro breve incontro a Johannesburg e i nostri dialoghi telefonici”, ha esordito Meloni, sottolineando il valore di una relazione costruita nel tempo. “Questa è la terza volta che vengo in Giappone in tre anni di governo e non è stato un caso, è stata una scelta”, ha spiegato, rimarcando come la frequenza delle visite rifletta una strategia politica precisa.

 

La premier ha chiarito il significato politico del viaggio: “Il messaggio di questa terza visita è che crediamo molto in questa alleanza, crediamo molto in questa cooperazione, crediamo molto in questa amicizia”. Un percorso scandito da tappe concrete: “La prima volta che sono venuta qui abbiamo elevato i nostri rapporti a partenariato strategico. La seconda, durante il G7 di Hiroshima, abbiamo definito un Piano d’azione triennale 2024-2027 con obiettivi chiari e scadenze che abbiamo rispettato”. Ora, con il nuovo incontro a Tokyo, Roma e Tokyo compiono un ulteriore passo avanti. “Torno qui per la terza volta – ha aggiunto Meloni – sono il primo leader europeo a visitare il Giappone da quando lei si è insediata, e cogliamo l’occasione per elevare ancora una volta le nostre relazioni a livello di partenariato strategico speciale”.

Un’intesa che affonda le radici nella storia ma guarda al futuro. “Il 160° anniversario delle nostre relazioni bilaterali racconta quanto siano profonde, quanto siano state durature e continuative”, ha concluso la presidente del Consiglio, ribadendo la volontà comune di rafforzare il coordinamento su dossier globali, dalla sicurezza internazionale alla cooperazione economica e tecnologica. Il vertice conferma così l’asse Roma-Tokyo come uno dei pilastri della politica estera italiana in Asia, nel segno di una partnership che entrambe le leader definiscono ormai “speciale”.

La visita della premier in Giappone e Corea del sud era prevista ad agosto scorso, nell’ambito di un viaggio più ampio nell’Indo-Pacifico che prevedeva tappe anche in Bangladesh, Singapore e Vietnam. Poi Palazzo Chigi aveva rinviato tutto per concentrarsi su questioni più urgenti, fra le quali i negoziati tra America, Russia e partner europei sulla pace in Ucraina – poi falliti. E quindi il viaggio nell’Indo-Pacifico è iniziato mercoledì 14 gennaio, ma con un programma ridotto a due soli paesi, Giappone e Corea del sud, e quindi senza la tappa a Dacca, cruciale per le politiche migratorie del governo.

Vannacci, il generale senza truppe. Il sit-in contro Kyiv è un flop e nel Carroccio se la ridono

16 Gennaio 2026 ore 06:00

E’ il generale al contrario, il generale senza le truppe. Suona la tromba, chiama l’adunata. Ma al flash mob del team Vannacci, contro il decreto Ucraina, si presentano in nove. Uscendo da Montecitorio Stefano Candiani la definisce “una deriva macchiettistica. La Lega è un’altra cosa”. Da settimane il vicesegretario Roberto Vannacci, invita i parlamentari del Carroccio (e non solo) a schierarsi contro Zelensky. Ieri ha battibeccato pure con Tajani, che lo attaccava: “E’ suicida dirottare risorse agli italiani per darle a chi le spende in cessi d’oro, yacht e prostitute”. Ma lo seguono fino in fondo solo in due: Edoardo Ziello e Rossano Sasso. L’accampamento no Kyiv è convocato per le 10, davanti alla Camera. In Aula Crosetto spiega la ratio del decreto. S’è convinto dopo varie trattative (lessicali) pure Matteo Salvini.

I nove vannacciani si fanno attendere quasi un’ora, i giornalisti sono molti di più. C’è chi scherza: “Manco il 5 e 5 al calcetto possono organizzare”. Srotolano un triste striscione che riassume la vulgata del generale (che intanto è a Bruxelles): “Basta finanziamenti per le armi”. Sono guidati da Marco Pomarici, leader del Mac di Roma, con un passato da presidente dell’Assemblea capitolina ai tempi di Alemanno. E’ stato forzista, leghista, ma anche con Ncd di Alfano. Fino al ritorno nel Carroccio lo scorso giugno, con tanto di nota di benvenuto firmata proprio da Vannacci e dall’altro vice, Claudio Durigon. Pomarici spiega il senso dell’iniziativa, ripere le parole di Vannacci, “i cessi d’oro”. E va bene, ma il vostro generale è il vice di un partito che voterà la risoluzione (e poi il decreto). Vi sta bene? Deve uscire? “Ora è nella Lega. Da qui in avanti si vedrà”. Accanto a Pomarici c’è Guido Giacometti, presidente del movimento il Mondo al contrario. Tira comunque un’aria un po’ mesta, simpatizzanti del generale non se ne vedono.

E i parlamentari? Si aspettavano per esempio Emanuele Pozzolo – che più tardi voterà no. E’ considerato un quasi vannacciano. Esce dalla Camera quando ancora il flash mob non è iniziato e va per la sua strada. Ecco passare, forse una casualità, il senatore leghista Gianluca Cantalamessa, ma tira dritto. Così alla fine, timidamente, si fanno vedere Sasso e Ziello. Si fermano, salutano il team Vannacci. E’ il prologo di quello che accadrà poco dopo. Quando, con un po’ di travaglio, votano in dissenso dal gruppo. Ne fanno una questione di interesse nazionale, di coscienza e coerenza. Di acrobazie lessicali che non cambiano la sostanza. Lo spiegano sui social e alle agenzie. Entrambi sottolineano: “Anche Trump ha detto che Zelensky ostacola la pace”. Con Pozzolo, ex FdI e oggi nel Misto, la quota Vannacci arriva a tre. Al Senato non partecipa al voto sulla risoluzione Claudio Borghi, ma la sua è una storia a parte. Mentre alla Camera si registrano anche sei assenze leghiste. Tra queste Domenico Furgiuele, un altro considerato più o meno vicino a Vannacci, dicono sia in settimana bianca. Oltre a Bossi e Angelucci, non ci sono neppure Latini, Mele e Giacomi. Sasso ironizza: “Io a differenza di altri sono qui”.

Ieri mattina nella Lega qualche preoccupazione c’era, ma alla fine i deputati si danno di gomito: “Se questi sono i suoi soldati....”. Lo strappo tentato da Vannacci si è sgonfiato in Aula e fuori è andato peggio. Un boomerang. Dal Carroccio filtrano note, si spiega che tra Salvini e il generale “c’è totale serenità”. Si vedranno a giorni, forse anche per parlare della nuova passione teatrale di Vannacci. Fino a ieri sera Salvini non aveva commentato la scelta di Ziello e Sasso (che dichiarava di non voler lasciare il Carroccio), ci sarà probabilmente un chiarimento. Qualcuno ipotizza (difficili) procedimenti disciplinari, ma è anche vero che i dissidenti avevano la copertura di un vicesegretario. Resta comunque l’interrogativo: cosa vuole fare Vannacci? Una sua componente o se ne va? “Non troverà mai la forza di strappare con la Lega, lo conosco bene”, attacca Stefania Bardelli, la bersagliera, un tempo fedelissima del generale e a capo del Team di Varese. Il sit in? “Francamente ridicolo. Un teatrino stanco, costruito unicamente per far rumore. Il segreto è restare sospesi e ambigui. E’ il gioco che gli serve a galleggiare. Vannacci è coraggioso solo sulla carta”.

 

Essere fronda nel M5s: ecco Tridico con la sua corrente. Conte dorme tranquillo tra due pochette

16 Gennaio 2026 ore 06:00

Pasquale Tridico, uno del quale dissero: “Toh” soltanto quando nacque, vuole farsi una sua corrente nel M5s. La notizia circola senza che sia necessario transennare le edicole o avvisare la protezione civile, ma ha un suo pur strambo interesse. Se non altro per il singolare scompiglio che sta creando a Roma nei gruppi parlamentari del Movimento. “Vuole fare il controcanto a Conte”, dicono. “Lo ha praticamente confessato lui stesso”, aggiungono. E raccontano: “Qualche settimana fa in una assemblea lo ha proprio detto. Ha detto che presenterà una sua lista personale alle prossime elezioni comunali in Calabria”. Lista Tridico. “Ad ascoltarlo c’erano pure Roberto Fico, Alessandra Todde. E anche Conte”. E che diceva Conte? “Faceva spallucce”. Insomma l’avevamo lasciato in Calabria, Tridico. Lì dove da candidato presidente aveva dato prova di profonda conoscenza del territorio. Comprimeva a tre le cinque province della Calabria e prometteva moltiplicazioni di guardie forestali, in una visione amministrativa che mescolava Pitagora e Cetto La Qualunque. Ora lo ritroviamo al centro di un intrigo romano. Addirittura. La fronda a Conte, nientemeno. Molti parlamentari del M5s si dicono preoccupati. “Se la fa col Pd”, spiegano. “Ha ambizioni”, precisano. Bum! Paola Taverna pare che sia furiosa (strano, di solito è pacata come un comizio in megafono). Sapete invece chi è l’unico che dorme, per così dire, tra due pochette? Giuseppe Conte. Come al solito, è l’unico che capisce tutto: Tridico non è una minaccia – pensa Conte – è un esercizio di immaginazione (la sua stessa). Uno che, se davvero volesse costruirsi un orticello politico, finirebbe per seminare in un vaso e dimenticarselo sul balcone. D’altra parte è pur sempre quello che si presentava a Cosenza con lo slogan sgrammaticato “la destra ha paura perché sanno che vinceremo noi”, e questo mentre il van del suo tour elettorale veniva fotografato in contromano e sulle strisce pedonali. E’ quello che si candidò a governatore dicendo poeticamente: “Resta. Torna. Crediamoci”. E ci “credeva” talmente tanto che invece di “tornare” in Calabria e “restare” a fare il consigliere regionale, dopo aver perso le elezioni filò dritto indietro a Bruxelles dove aveva il seggio al Parlamento europeo. L’altro giorno, per dire il carisma, ha mandato un messaggio nella chat che riunisce i consiglieri calabresi di opposizione. Ha proposto una manifestazione di piazza. Non gli ha risposto nessuno. Ecco. Schlein deve vedersela con Gentiloni, Guerini, Picierno, a volte pure con Franceschini. Conte ha Tridico. Talvolta la Appendino. Ora capite perché quell’uomo nemmeno suda.

Stretta su coltelli, zone rosse, reati dei minori e maranza: cosa comprende il nuovo pacchetto sicurezza

16 Gennaio 2026 ore 00:22
Il Viminale mette sul tavolo un pacchetto sicurezza senza precedenti: fondi extra per le stazioni, fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto o armi, espulsioni più rapide, zone rosse e stretta sui coltelli. L’obiettivo del governo è chiaro: ripristinare l’ordine nelle...

Voci da Caracas

15 Gennaio 2026 ore 20:00



A Caracas abbiamo incontrato Ennio Di Marcantonio, cittadino venezuelano di origine italiana che ci ha dato una testimonianza sulla situazione che si vive in Venezuela. Ezequiel Suarez, abitante di Fuerte Tuja, una delle zone bombardate durante l’attacco americano contro la capitale venezuelana.

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La vita dei detenuti di Rebibbia in mostra (dentro al carcere romano)

15 Gennaio 2026 ore 07:38

Il carcere, le sue regole, le sue persone e le loro storie, in mostra. In carcere. Ieri, 14 gennaio 2026, si è tenuta la presentazione della mostra "Un mondo alla rovescia", un lavoro realizzato dal progetto editoriale Hyperlocal e che ha portato il Nuovo complesso del penitenziario di Rebibbia, a Roma, a ospitare una vera e propria mostra fotografica al suo interno. All'interno del carcere, un gruppo di giornalisti, tra cui il Foglio, ha potuto visitare la mostra adibita nell'area verde, di fianco alla chiesa del Padre Nostro, dove Papa Francesco l'anno scorso ha aperto una delle porte sante del Giubileo appena concluso. Qui, sulle pareti del cortile esterno dedicato alle visite dei parenti dei detenuti, diversi pannelli mostrano le foto dei carcerati e raccontano le loro storie.
 

Lasciati fuori qualsiasi telefono e dispositivo di comunicazione, i responsabili della redazione di Hyperlocal hanno accolto la stampa e hanno spigato come è stato possibile realizzare il progetto. "Lavoriamo al tutto da un anno, proprio da quando Francesco ha deciso di aprire qui una delle porte sante del Giubileo", spiega Nicola Gerundino. La realtà di Hyperlocal esiste dal 2020 e si occupa di raccontare i quartieri di Italia e di altri paesi. "Abbiamo voluto raccontare il carcere, sia per chi ci vive sia per chi ce l'ha come vicino di casa", spiega al Foglio. La mostra si chiama "Un mondo alla rovescia" e racconta le storie di una ventina di detenuti. "Il titolo è esplicativo di cosa significa vivere in carcere. Qui abbiamo visto come molte cose sono rivalutate, non sono più date per scontate. Un esempio parte proprio dal cellulare, dal farsi i capelli, dal lavoro, dalla lettura. Una diversità nella somiglianza che genera continui cortocircuiti e impone riflessioni e domande".
 

Alessandro, il sociologo dottorando, Mohamed il calciatore, Antonio il meccanico. Una ventina di uomini, di detenuti, che attraverso due mesi di incontri con la redazione di Hyperlocal hanno raccontato il loro "dentro", la loro vita a Rebibbia, al fuori, al quartiere di Rebibbia. Le fotografie sono state realizzate da Stefano Lemon, Lavinia Parlamenti, Guido Gazzilli e Benedetta Ristori. I diversi pannelli ora affissi nell'area adiacente alla chiesa sono stati per tutta la seconda parte di dicembre all'esterno del carcere. "In questo modo i cittadini hanno potuto leggere le storie dei detenuti", spiega sempre Gerundino.
 

Nel corso della presentazione della mostra abbiamo potuto vedere una piccola parte del carcere, che è uno dei più grandi d'Europa. E dopo un giro tra i pannelli e le fotografie, i realizzatori ci hanno portato nel piccolo teatro del complesso, dove insieme ai detenuti protagonisti del racconto è stato mostrato un breve filmato della vita nel carcere, nello specifico nel complesso G8. "Rebibbia è una città nella città", dicono i detenuti nel video. Una città "con le sue regole", con la sua vita. "Qui il tempo si ferma" per questo l'importante "è tenersi occupati. Si arriva a combattere contro il tuo stesso carattere", affermano. Un filmato che racconta, sembra, un po' il "bello" di ciò che col tempo si è riusciti a costruire, ma, come dicono anche gli organizzatori del progetto, non tutto è rose e fiori: "La mostra è un primo passo, è difficile anche solo accedere qui e per noi questo è già un grande risultato".
 

Nella realizzazione del progetto, Hyperlocal si è interfacciato con la sezione educativa del carcere. Questa, come per ogni proposta di collaborazione, ha selezionato e fatto da tramite per realizzare sia le interviste che le fotografie. "C'è stato molto interesse tra i detenuti, tant'è che durante la creazione abbiamo ampliato la platea di carcerati, da dieci siamo arrivati a diciassette", spiega ancora Gerundino. I detenuti si sono presentati e hanno partecipato alla parte finale della mostra. E insieme a loro ha assistito alla presentazione anche il garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasia. "L'importanza di un progetto come questo è la restituzione di ciò che c'è dentro al mondo", ha detto nel suo breve intervento. "Prima o poi per fortuna le pene finiranno, tutti usciranno. E là fuori ci sarà un mondo che, si spera anche grazie a lavori del genere, non giudichi e dia opportunità a tutti". Primi passi, per la vera rieducazione.
 

 Foto di Stefano Lemon
 

Un test del sangue apre alla diagnosi precoce dell’Alzheimer

15 Gennaio 2026 ore 11:28
Una semplice puntura sul polpastrello, simile a quelle utilizzate ogni giorno dai pazienti diabetici, potrebbe cambiare il modo in cui in futuro verrà rilevato l’Alzheimer. Il test potrebbe consentire di individuare la malattia già in fase molto precoce, quando i sintomi clinici non sono ancora...

Transizione verde frenata dalle disuguaglianze

15 Gennaio 2026 ore 09:56

Le tecnologie per la transizione verde sono mature, ma le emissioni continuano a crescere. Perché la diseguaglianza nella gestione delle catene globali del valore riduce gli incentivi alla decarbonizzazione e allontana gli obiettivi climatici.

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Sotto le nubi di Giove grandi quantità di ossigeno: simulazione riapre il dibattito

15 Gennaio 2026 ore 10:36
Giove potrebbe contenere una quantità di ossigeno pari a circa 1,5 volte quella del Sole, localizzata negli strati profondi dell’atmosfera, al di sotto della densa coltre di nubi che ne impedisce l’osservazione diretta. La stima emerge da una simulazione numerica pubblicata l’8 gennaio su...

Buoni pasto elettronici, soglia esentasse a 10 euro: cosa cambia per lavoratori e aziende

15 Gennaio 2026 ore 09:23
Dieci euro non fanno "una riforma", ma sul buono pasto possono fare la differenza. Da quest’anno la soglia di esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici sale da 8 a 10 euro, un ritocco che arriva dopo anni di congelamento e che incide su una voce concreta della vita di tutti i giorni: la pausa...

I genitori di Crans che ci insegnano il significato della parola “amore” e la tastiera fradicia di lacrime calde

14 Gennaio 2026 ore 17:28
 Qualche giorno fa mi ha scritto un signore, che non conoscevo, uno dei tantissimi che mi scrive ogni giorno, segnalando problemi, raccontando storie o semplicemente scambiando opinioni. Quel messaggio mi ha colpito e scaldato il cuore e mi piace riproporvene alcune righe. Dopo essersi...

La riforma del TUF era necessaria?

14 Gennaio 2026 ore 17:51

Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info: due volte al mese, in mezz’ora di conversazione, affrontiamo temi centrali per il dibattito pubblico con esperte ed esperti. Con Marco Ventoruzzo discutiamo la riforma del TUF.

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La crisi iraniana in Senato: Sensi riunisce le opposizioni. Le attiviste: “È ora di una mobilitazione super partes”

14 Gennaio 2026 ore 15:45

Questa mattina in Senato si è tenuta una conferenza stampa organizzata dal senatore del Pd Filippo Sensi dove sono intervenute due attiviste iraniane (e altri da remoto) per raccontare la rivolta e la repressione in corso. L’incontro, avvenuto in Sala Nassyria, ha raccolto la partecipazione di tutti i partiti d’opposizione, ma non della maggioranza. “Nessuno può immaginare la dimensione del massacro in corso, ad oggi le proteste si sono estese a oltre 500 città”, ha detto Shervin Haravi, la prima attivista a raccontare i fatti. “Fonti internazionali dicono che ci sono tra le 12 e le 20mila persone uccise, ma nonostante il sangue versato gli iraniani continuano a scendere in piazza. Perché siamo un popolo che ama la propria patria, che ha sempre convissuto nella pluralità”.

Rayhane Tabrizi, l’altra attivista presente, ha vissuto 29 anni in Iran prima di arrivare in Italia e porta con se il ricordo delle bombe tra Iran e Iraq, gli otto anni di guerra contro Saddam Hussein, dall'80 all'88. “Ora riusciremo ad abbattere il regime, che sta uccidendo il suo popolo”, dice con gli occhi lucidi.

Le due testimonianze vogliono essere un monito per il governo e le istituzioni affinché si mobilitino. “Chiediamo pressione sull’ambasciatore, chiediamo che venga convocato e che vengano chiuse tutte le associazioni che fanno propaganda iraniana in Italia”, dicono. L’appello è per tutti i partiti, perchè ci si mobiliti mettendo da parte le differenze. Dei parlamentari italiani si è contata la presenza di Susanna Camusso, Piero Fassino, Cecilia D'Elia, Riccardo Magi, segretario di +Europa, Tino Magni di Avs, Ivan Scalfarotto di Iv, Gisella Naturale del M5s e Marco Lombardo di Azione.

Ma se l’appello alla politica è quello di restare compatta, la politica non sembra ascoltare. Proprio stamattina il M5s si è astenuto su una risoluzione votata all'unanimità dalla commissione Esteri di Palazzo Madama “Non mi sorprende”, dice Tabrizi. “È il tempo dell’unità, ora, non delle differenze sulle mozioni”, è invece il commento di Sensi.

Chiara Ferragni assolta dall'accusa di truffa aggravata: "Grazie agli avvocati e ai miei follower"

14 Gennaio 2026 ore 15:41

Chiara Ferragni è stata assolta nel processo con rito abbreviato che la vede imputata a Milano per truffa aggravata in relazione alle operazioni commerciali "Pandoro Balocco Pink Christmas" (Natale 2022) e "Uova di Pasqua Chiara Ferragni – sosteniamo i Bambini delle Fate" (Pasqua 2021 e 2022)".

"Siamo tutti commossi. Ringrazio i miei avvocati e i miei follower che, per due anni, mi hanno sostenuta fino a qui", ha detto l'influencer subito dopo l'assoluzione. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Ilio Mannucci Pacini che ha dichiarato il "non luogo a procedere per accettazione di remissione di querele". L'esito è legato al mancato riconoscimento da parte del tribunale dell'aggravante. Il reato di truffa aggravata è infatti procedibile d'ufficio, mentre per quella semplice serve una querela (che però è stata ritirata in un secondo momento dall'associazione dei consumatori Codacons dopo l'accordo extragiudiziale sui risarcimenti con Ferragni). Il reato di truffa, dal punto di vista tecnico, è così stato dichiarato estinto e Ferragni è stata prosciolta con sentenza di non doversi procedere da parte del giudice. 

Si chiude così il cosiddetto "Pandorogate", per lo meno a livello processuale. La procura di Milano, con l'aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli, aveva chiesto per Ferragni una condanna a un anno e otto mesi. Secondo l'accusa, l'imprenditrice digitale avrebbe ottenuto, tramite le due campagne commerciali tra il 2020 e il 2021, un presunto ingiusto profitto per circa 2,2 milioni di euro. L'imprenditrice della moda, assistita dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, si è sempre dichiarata innocente ed ha già effettuato risarcimenti e donazioni per 3,4 milioni di euro. Sono stati assolti sempre con la formula del "non luogo a procedere" anche il suo ex braccio destro, Fabio Damato, e Francesco Cannillo, presidente del cda di Cerealitalia. Per loro i pm avevano chiesto rispettivamente la condanna di un anno e otto mesi e di un anno. 

  

Per approfondire

Scomparsa di Annabella Martinelli, la procura di Padova indaga per sequestro di persona. Il mistero del profilo Facebook chiuso

14 Gennaio 2026 ore 16:07
Che fine ha fatto Annabella Martinelli? La procura di Padova ha deciso di procedere per sequestro di persona contro ignoti nell'indagine sulla scomparsa della studentessa 22enne di giurisprudenza a Bologna residente a Teolo (Padova), di cui non si hanno più notizie dalla serata del 7 gennaio. Una...

È l’ora di pensare seriamente ai salari

14 Gennaio 2026 ore 10:29

Le retribuzioni reali sono ancora sotto i livelli del 2020-2021. Da questo punto di vista persino i record occupazionali non sono una buona notizia. La questione salariale è stata riscoperta nel 2025, nel 2026 si dovrà agire: l’occasione è la legge delega.

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Lo sciopero eterno (e senza senso) dei taxi

14 Gennaio 2026 ore 06:02

 

Ieri c’è stato l’ennesimo sciopero dei taxi. Non protestano contro una riforma: chiedono più privilegi. A dispetto di innumerevoli tentativi di revisione, la legge che disciplina al settore risale al 1992: appena un anno dopo l’introduzione del protocollo http (la preistoria di internet), contemporaneamente al lancio del Nokia 1011 (il primo telefono cellulare Gsm disponibile in commercio) e quindici anni prima del primo iPhone. Nel frattempo è cambiato tutto, ma la legislazione sulle autopubbliche no. Infatti, i tassisti si oppongono a qualunque tentativo di aggiornarla. A parole, il loro nemico numero uno sono ancora le piattaforme (e in particolare Uber, che in Italia – diversamente dalla maggior parte degli altri paesi – consente solo di prenotare auto con conducente professionista, sia esso un tassista o un ncc). Lo stesso Loreno Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi d'Italia e del consorzio itTaxi, ha spiegato al Foglio che gli intermediari online non sono il nemico ma un’opportunità. La realtà è che i tassisti odiano le piattaforme perché temono che aprano le porte alla concorrenza degli ncc. Recentemente, la Corte costituzionale ha accolto il ricorso del governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, contro l’obbligo per gli ncc di sostare almeno venti minuti tra una corsa e l’altra e quello di utilizzare una app del ministero per registrare i servizi. In ballo, dunque, non c’è la minaccia della liberalizzazione: c’è semmai la pretesa di forzare una legge obsoleta, contro il diritto e contro la storia, per renderla ancora più impermeabile al tempo che passa. I tassisti, che hanno cacciato da Piazza Colonna il segretario dei Radicali Matteo Halissey e il giornalista Ivan Grieco, hanno ottenuto una convocazione dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale però difficilmente potrà accoglierne le richieste. Nessuna delle forze dell’attuale maggioranza, men che meno la Lega, è mai stata ostile ai tassisti. Avendoli abituati a vincere semplicemente alzando la voce (e occasionalmente menando le mani) oggi il centrodestra raccoglie ciò che ha seminato: non la gratitudine dei tassisti ma la loro prepotenza.

La meravigliosa sinistra per il “sì” al referendum sulla giustizia

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

La sinistra che dice sì al referendum sulla giustizia è una specie di album di famiglia del progressismo liberale e garantista, che è stata la versione più interessante dell’evoluzione della sinistra post-comunista. L’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, ha espresso questo senso di continuità affermando che quella di Nordio “è una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a ‘legge e ordine’”, ma che esprime principi che “invece appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra”. Il fatto stesso che sia una personalità che ha ottenuto la massima rappresentanza della sinistra nell’organo che vigila sull’osservanza della Carta costituzionale a pronunciarsi in questo modo rende evidente la strumentalità delle accuse rivolte alla legge Nordio di manipolare i principi costituzionali. Si tratta peraltro di argomenti già ampiamente illustrati da Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e leader del movimento Libertà Eguale, che da 25 anni sostiene la separazione delle carriere. Il punto di partenza di tutti è la riforma di Giuliano Vassalli, che trasforma il processo da inquisitorio in accusatorio, richiedendo la reciproca indipendenza di accusatori e giudicanti.

 

La sinistra per il sì aspira a ricoprire un ruolo simile a quello che a suo tempo fu esercitato dalla piccola ma storicamente decisiva pattuglia dei “cattolici per il no” all’abrogazione della legge sul divorzio. La sinistra per il sì, peraltro, non si presenta come una rottura: rivendica anzi la coerenza con la tradizione della sinistra italiana, persino con le sue proposte recenti contenute nel programma elettorale del Pd del 2022, che voleva togliere al Csm dominato dalle correnti la giurisdizione sui magistrati. Non si tratta di una rivincita dei sconfitti o del preannuncio di nuove scissioni: la sinistra per il sì resta a sinistra e voterà a sinistra alle elezioni, ma non vuole una sinistra accodata all’asse tra Conte e Landini. Su questo troverà spazio e consenso nella sinistra riformista anche dopo il referendum sulla giustizia.

Come con Israele, anche sull’Iran Merz ha il coraggio di dire quello che altri non osano

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

Non è né popolare né sciolto come Angela Merkel, la cancelliera venuta dall’est, ma non passa neppure per un leader algido e ingessato come Olaf Scholz da Amburgo. Ogni leader tedesco ha i propri pregi e il renano Friedrich Merz, fra i suoi, conta il parlar chiaro. A volte anche troppo, come quando lo scorso ottobre ha creato un putiferio in patria affermando che il suo governo sta facendo molto in tema di migrazione “ma naturalmente abbiamo sempre questo problema nel paesaggio urbano e per questo lavoriamo a rimpatri su larga scala”. Ieri il cancelliere della Cdu si è espresso su un tema che gli riesce meglio: la politica internazionale. Da Bangalore, la Silicon Valley dell’India, dove è in visita, Merz ha parlato della leadership iraniana senza usare perifrasi: “Presumo che stiamo assistendo agli ultimi giorni e alle ultime settimane di questo regime”. Un’uscita che ha colpito per la schiettezza e i media tedeschi si sono domandati se il cancelliere abbia parlato così perché al corrente di qualcosa che i Herr e le Frau Müller ignorano. Ma il suo ragionamento attiene al meccanicismo. D’altronde, ha osservato, “se un regime resta al potere solo con la violenza, allora è di fatto alla fine”. Fra l’auspicio e la profezia, il cancelliere tedesco dimostra coerenza a se stesso – solo lunedì aveva condannato con forza la violenza “sproporzionata” e “brutale” delle forze di sicurezza iraniane a danno dei manifestanti – e al quadro di riferimento atlantico che ha instradato la sua intera carriera politica. Non è un caso che un imprevedibile Donald Trump sempre pronto a maltrattare ospiti e alleati lo abbia accolto da vero amico alla Casa Bianca. Lontano anni luce dagli sbandamenti ora terzomondisti ora sedicenti anticolonialisti o anti-islamofobi di troppi leader europei affetti da tafazzismo incurabile, Merz è lo stesso cancelliere che mesi fa disse ad alta voce quello che nessuno osava dire: combattendo contro il jihadismo “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”.

Alla fine confermano anche i giudici: si chiama Xylella, non Tap

14 Gennaio 2026 ore 05:05

 

Non vi è alcun nesso di causalità tra l’espianto degli ulivi dal cantiere Tap e la loro morte. Lo ha stabilito il Tribunale di Lecce nella sentenza con cui ha assolto i 18 dirigenti Tap rimasti alla sbarra per sette anni. Sette i reati che venivano loro contestati: deturpamento di bellezze naturali, danneggiamento, violazione del testo unico in materia edilizia, inquinamento ambientale per i lavori di realizzazione del tratto terminale salentino del gasdotto. Ma il fatto non sussiste. La sentenza è chiara: quegli ulivi non sono morti per colpa di Tap (la Trans-Adriatic Pipeline, che passa dalla Puglia) ma della Xylella. Anche se il sindaco di Lecce e tutti i suoi colleghi del Salento non ci credevano e hanno fatto causa a Tap chiedendo risarcimenti, mentre proprio loro contribuivano a far diffondere la Xylella impugnando i decreti che imponevano l’abbattimento degli ulivi nelle zone infette.

 

Eppure alla sbarra ci sono finiti gli uomini che, costruendo Tap tra mille ostacoli, hanno salvato l’Italia consentendoci di liberarci dal gas di Putin. Per realizzare quest’opera spostarono gli ulivi, li conservarono in serre e poi li reimpiantarono. Non come sta facendo oggi Acquedotto Pugliese sul fiume Tara, dove per realizzare un dissalatore sono stati rasi al suolo migliaia di ulivi, agrumeti e vigneti. Dove sono oggi Michele Emiliano, gli ambientalisti e i matti che si incatenano agli ulivi? Il Tribunale, dopo sette anni, ha escluso l’illiceità della condotta, rilevando che le operazioni erano conformi alla normativa regionale in materia di tutela degli ulivi monumentali, in particolare alla legge della Regione Puglia e alla relativa deliberazione di Giunta. Assente, secondo i giudici, anche l’elemento soggettivo del dolo, in considerazione delle cautele adottate durante l’espianto e la successiva custodia degli alberi. Chi ha costruito Tap non ha commesso reati e non ha ucciso gli ulivi. Chi non ha fermato la Xylella, sì. Ma la procura ha perseguitato gli uni anziché gli altri.

Dopo la strage di Crans-Montana la Svizzera riscopre la battaglia delle lingue

13 Gennaio 2026 ore 11:09

Non è una novità che in Svizzera i germanofoni guardino con sufficienza i francofoni. E non è una novita che i francofoni guardino con altrettanta sufficienza i germanofoni. Solo solo su una cosa si trovano d'accordo: guardare con sufficienza ancor maggiore gli italofoni. La strage di Crans-Montana però sta esasperando questa tendenza insita nell'animo elvetico, quello scontro culturale tra chi pensa in tedesco e chi pensa in francese.

È dalla notte di Capodanno che i media e la gran parte dei cittadini germanofoni guardano increduli quanto accaduto nel paese del Cantone Vallese. Contestano tre cose principalmente: lassismo, imperizia e omertà. Il sottotesto è semplice: da noi una cosa del genere non sarebbe potuta mai accadere. Sono stati criticati i soccorsi, i controlli mancati, la scelta di non arrestare immediatamente i due proprietari del Constellation.

Il Tages-Anzeiger, il Blick e il Neue Zürcher Zeitung hanno coperto la tragedia continuando a segnalare sottotraccia la differenza tra un loro, francofoni, e un noi, germanofoni, spesso arrivando a riprodurre la realtà in chiave grottesca negli editoriali.

"E questo è qualcosa di normale e sorprendete allo stesso tempo", dice al Foglio Antoni Pauli, storico delle relazioni intercantonali svizzere. "Perché nel caso della strage di Crans-Montana, che non poteva non sconvolgere l'intero paese, si è assistita una translocazione di tutti i pregiudizi che solitamente i cantoni tedeschi avevano sui ticinesi nei confronti della popolazione francofona: pressapochismo, faciloneria, omertà, mancanza di controllo del territorio, sono diventati in pochi giorni caratteristiche del popolo francofono, mentre per decenni queste esse venivano riscontrate prevalentemente e quasi esclusivamente tra le persone italiofone".

Lo studioso cita come esempio lampante l'articolo che il giornalista vallese di lingua tedesca Samuel Burgener ha scritto sulla Neue Zürcher Zeitung. Un articolo che parte da tutte le tragedie che hanno colpito la zona, quasi tutte naturali, come "valanghe di Reckingen ed Evolène, il crollo del ghiacciaio del bacino di Mattmark, le frane di Blatten e Randa, la frana di Gondo, tutte le inondazioni e le colate di fango, gli incidenti d'autobus a Sierre e Orsières, i devastanti incendi boschivi di Leuk, Visp e Bitche", per evidenziare come in buona parte di queste fosse emersa una preoccupante omertà di istituzioni e opinione pubblica, "una cultura del silenzio nella quale può diventare difficile stabilire una verità". Nel suo articolo, Burgener sottolinea come "il Vallese, come lo definì una volta lo scrittore Kurt Marti, è una valle del silenzio. O meglio: una valle dove il silenzio è obbligatorio. Il controllo sociale nei villaggi è efficace e l'ostracismo sociale incombe. È sempre stato così. La gente teneva la bocca chiusa, in parte per paura delle autorità. Rimaneva in silenzio quando gli insegnanti urlavano e picchiavano, e i preti predicavano e insultavano. Quando gli imprenditori edili insabbiavano e imbrogliavano, e i politici promettevano e mentivano".

Un atteggiamento che è diventato un modus operandi amministrativo, "perché nel Vallese, tutto ruota attorno al turismo, questa ancora di salvezza, e ai soldi che si devono guadagnare in poche settimane all'anno, durante l'alta stagione, frenetica e ubriaca. Non servono a nulla costose normative per le attività commerciali. Nessun rigido controllo all'ingresso per tenere i minorenni fuori dai bar. Nessun severo divieto di fuochi d'artificio. Champagne e soldi devono continuare a scorrere. Deve continuare, per giorni, settimane, generazioni".

"Omertà, imbrogli, corruzione e voglia di arricchirsi erano le caratteristiche degli italiani", spiega Pauli. Che queste siano ora traslate verso la popolazione francofona "è una novità recente, qualcosa che si è iniziata ad intravedere durante la pandemia di Covid, ma sottotraccia, diventata palese dopo i tragici eventi di Capodanno".

Il Punto

13 Gennaio 2026 ore 10:48

Possedere le più vaste riserve provate al mondo di petrolio e non essere riusciti a garantire crescita e stabilità economica al paese: è il paradosso del Venezuela. Che in larga parte si spiega con la parabola della compagnia petrolifera nazionale: fattori istituzionali, tecnologici e geopolitici hanno progressivamente eroso la sua capacità di trasformare un enorme […]

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Petrolio e povertà: il paradosso del Venezuela

13 Gennaio 2026 ore 10:33

Il Venezuela dimostra che l’abbondanza di petrolio non garantisce automaticamente crescita e stabilità. Anzi, la crisi della compagnia petrolifera statale evidenzia i limiti strutturali dei modelli di sviluppo basati sulla rendita delle risorse naturali.

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Il cortocircuito Trentini. Il simbolo costruito contro il governo si rovescia contro i suoi promotori

12 Gennaio 2026 ore 20:21

  

La liberazione di Alberto Trentini e di Mario Burlò dopo oltre 420 giorni di detenzione in Venezuela è una notizia di gioia, ma anche di riflessione sul modo in cui la politica e i media costruiscono simboli e narrazioni. Trentini non era l’unico italiano trattenuto arbitrariamente nel paese sudamericano: prima della serie di rilasci annunciati all’indomani della caduta del regime di Nicolás Maduro, erano quasi trenta i connazionali in carcere, molti senza accuse formali chiare. Eppure l’attenzione pubblica, la pressione politica e la copertura giornalistica si sono concentrate soprattutto su di lui. Non è un caso. Trentini rappresentava un’immagine facilmente mobilitante: il cooperante di sinistra, sostenuto da reti associative e con l’appello di figure come Don Ciotti. Per la sinistra il suo è diventato il “caso” per eccellenza, simbolo di un paese, il nostro, incapace di proteggere i suoi cittadini di fronte all’arbitrio di un regime e, per estensione, strumento di critica al governo italiano. Nel racconto, molte altre storie di cittadini italiani detenuti sono rimaste sullo sfondo. Il taglio di fotografie in alcuni grandi quotidiani della sinistra per isolare la figura di Trentini nel giorno della sua liberazione non è stato un errore banale (Burlò scompariva) ma un atto di costruzione di senso.

Il cortocircuito emerge ora. Trentini è stato liberato sotto il governo Meloni ed è stato liberato grazie a un’operazione americana che ha fatto ricorso alla forza e alla pressione diretta sul regime di Caracas. La stessa operazione contro cui la Cgil è scesa in piazza parlando di violazione del diritto internazionale. Il simbolo dell’impotenza del governo torna a casa per effetto di una scelta che quella stessa area politica ha contestato. Qui non c’è da esultare né da ritrarsi. C’è da ricordare che la politica estera non è un seminario né materia di propaganda. E c’è da interrogarsi su chi seleziona i prigionieri “giusti” e oscura gli altri. La maturità sta nel riconoscere i risultati quando arrivano, anche se smentiscono le narrazioni.

La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

12 Gennaio 2026 ore 20:20

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

12 Gennaio 2026 ore 20:20

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

Anche i più illusi hanno capito che Putin cerca solo altra guerra. Kyiv schiaffeggia gli affari russi nel Caspio

12 Gennaio 2026 ore 17:26

La risposta russa ai colloqui di pace per mettere fine alla guerra in Ucraina è arrivata nella notte fra giovedì e venerdì, con il missile Oreshkin lanciato ai confini con la Polonia e una scarica di bombe sulla capitale Kyiv per lasciare i suoi abitanti senza luce, senza acqua e senza riscaldamento con una temperatura esterna  arrivata fino a meno tredici gradi. Anche i più ottimisti e illusi si sono convinti: Putin non vuole trattare, vuole altra guerra.

Per fortuna l’Ucraina non ha mai smesso di lavorare contemporaneamente sulla pace e sulla propria difesa e, pur mandando i suoi negoziatori a lavorare a una bozza di accordo per far finire la guerra, ha continuato a occuparsi degli affari correnti: resistere e frenare la macchina della guerra di Mosca. Uno dei modi più diretti per danneggiare le capacità russe è colpire le strutture con cui il Cremlino si arricchisce e Kyiv riesce ad agire in modi sempre più sensazionali. Domenica sono state colpite tre piattaforme di trivellazione appartenenti alla Lukoil e situate nel Mar Caspio. “L’entità dei danni è in fase di valutazione”, hanno detto le Forze ucraine, ma l’attacco si somma a quelli nel territorio russo contro le raffinerie e a quelli contro la flotta ombra che permette al Cremlino di portare ovunque il suo petrolio.

Gli attacchi ucraini finora hanno funzionato più delle sanzioni occidentali, costringendo alcune regioni a organizzare un razionamento. Sul campo di battaglia la situazione è complicata per l’esercito ucraino, ma Kyiv non ha mollato e non ha intenzione di farlo. È pronta alla pace, quando sarà giusta ed efficace, ma dopo quattro anni di guerra e vedendo il Cremlino che non ha intenzione di fermarsi, l’Ucraina sa che deve andare avanti, proteggersi, danneggiare Mosca, di cui conosce tutti i punti deboli. Il 24 febbraio del 2022, Vladimir Putin iniziò l’aggressione convinto di chiuderla in poco tempo. Dopo quattro anni si ritrova con l’industria del petrolio e del gas a portata di droni ucraini. 

Garanzie pubbliche al credito? È tempo di tornare al mercato

12 Gennaio 2026 ore 10:07

Le garanzie statali al credito hanno svolto una funzione importante in una fase eccezionale. Oggi rischiano di comprimere la responsabilità professionale delle banche nella valutazione del rischio e di spostare un onere eccessivo sul contribuente.

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Donato Verardi: “Il ‘mago’ Della Porta attualissimo maestro della scienza”

10 Gennaio 2026 ore 11:11

Se non sempre, assai spesso Confucio aveva ragione: sicuramente quando raccomandava di “rettificare i nomi” anche per evitare inganni lessicali. Come quello che ci fa pensare, sentendo la parola “mago”, a un Otelma col turbante piuttosto che al sapiente cui preme penetrare la natura e dominarne i meccanismi possibilmente per il bene dell’umanità. Incarnò questo tipo ideale Giovan Battista Della Porta, polymath napoletano cinquecentesco di cui la cultura italiana ha finora faticato a riconoscere l’importanza e che, sebbene morto nel 1615, può ancora offrire insegnamenti agli scienziati contemporanei. Ne è convinto il professor Donato Verardi, salentino di Scorrano, classe 1982, fondatore a Parigi di Arcana Naturae, prima rivista accademica al mondo dedicata alle “scienze segrete” e ormai giunta all’ottavo anno. Verardi è autore di diversi volumi sulla magia rinascimentale e su Della Porta: l’ultimo uscito a sua cura è “Hunting Secrets - Giovan Battista Della Porta and the Invention of Experimental Magic” (Firenze University Press), che raccoglie gli atti dell’omonima conferenza internazionale tenutasi a Ca’ Foscari il 29 settembre 2025.

 

Quando incontrò Della Porta?

Da studente universitario mi folgorarono le poche righe che gli tributava un libro di Germana Ernst e da allora mi dedicai a studiarlo. Feci la tesi di laurea sul suo “De humana physiognomonia”, poi approfondii le altre opere nei dottorati a Pisa, Firenze, Parigi. Ora sto svolgendo una ricerca sull’Accademia dei Segreti che Della Porta fondò a Napoli. È curioso come abbia riscosso più interesse nel mondo anglofono che in Italia.

 

Come mai?

In Inghilterra c’è una solida tradizione di studi sull’occultismo, come quelli di Frances Yates sull’età elisabettiana. Della Porta è visto come un precursore di Francesco Bacone su una linea che non oppone la magia alla scienza moderna, ma ne riconosce la continuità attraverso l’approccio sperimentale alla natura. Non bisogna dimenticare che Della Porta è stato lo scopritore del cannocchiale e persino della camera oscura. Purtroppo in Italia, soprattutto nel Novecento, ha scontato i pregiudizi delle ideologie: l’idealismo crociano e gentiliano, il marxismo e il cattolicesimo per motivi diversi hanno guardato con diffidenza all’autore della “Magia naturalis”. Forse non è un caso che adesso, in epoca post-ideologica, sia possibile studiarlo con più oggettività.

 

Bisogna ripensare il termine “mago”, che nella vulgata s’impone in tutt’altra accezione.

La magia naturale di Della Porta anticipa il sapere scientifico e si distacca dalla precedente “occulta filosofia” di un Cornelio Agrippa, che identificava il mago con chi aspira al comando sul mondo demonico. Il magus dellaportiano è lo scienziato saggio, che s’interroga sulla natura e sui limiti etici del proprio lavoro. Un innamorato del progresso ma animato dalla tensione filosofica ereditata dal Rinascimento, che pone al centro di ogni scoperta il bene concreto dell’umanità. Fu questo il senso del “segreto” della sua Accademia: non una società esoterica che si compiaceva dell’oscurità, ma la riservatezza intesa come setaccio con cui filtrare la produzione e la diffusione delle conoscenze.

 

Sarebbe un male l’assoluta trasparenza?

Oggi come allora un margine di segretezza è necessario. Basti pensare alla sicurezza degli stati. La scienza deve progredire, ma come vanno divulgate le sue scoperte? Quando Della Porta individuava la composizione di un veleno si poneva questo problema. Lui e gli accademici del tempo si confrontavano con l’assillante riflessione sul bene e il male: una scoperta non si può comunicare finché non è sicura, ma una volta validata è necessario stabilire quali rischi comporti condividerla indiscriminatamente. Bisogna interrogarsi sui limiti.

 

La riservatezza non alimenta la diffidenza nella scienza, il populismo del “non ce lo dicono”?

Bisogna tornare a fidarsi di chi ne sa di più perché non tutto può essere dato a tutti in tutti i momenti. Della Porta invita a confidare nel magus come sperimentatore, anche nei frangenti in cui è costretto a mantenere provvisoria segretezza.

 

Della Porta fu anche un grande crittologo. Come guarderebbe all’Intelligenza artificiale?

Con entusiasmo. Era innamorato della tecnologia e aveva un’idea dell’uomo come inventore continuo, che modifica il mondo e non s’inchina passivamente alla natura come a un feticcio né si compiace dello stato naturale, ma s’impegna a indagare i segreti della realtà per manipolarla e governarla senza timore. Il magus guarda avanti, non è un reazionario: se si volge all’antico è per proiettarlo nel domani da un presente insoddisfacente. Per Della Porta però l’ottimismo nel futuro si colloca all’insegna di un punto di equilibrio, che purtroppo oggi perdiamo spesso, tra ragione e spiritualità.

 

Come conseguirlo?

Quando riflette sui numeri, lui li spoglia degli elementi misterici ma al contempo mette in guardia dallo scadimento nel mero calcolo. Siamo esseri matematici ma non ragionieri e le esigenze umane non si esauriscono nei conteggi. È la grande lezione rinascimentale che considerava l’uomo nella sua complessità. Senza abbandonarlo a un destino fatto solo di cifre né consegnarlo alla sfiducia nella razionalità. Della Porta rifugge da ogni deriva superstiziosa della religione, eppure non è un ateo.

I sogni del visionario Swedenborg sono diventati i sogni strabilianti d’oggi

10 Gennaio 2026 ore 10:49

Curioso come nel cosiddetto progresso umano si assista all’improvvisa ripresa di tesi o conoscenze a lungo screditate o credute inservibili. Per esempio il catastrofismo di Cuvier – che appena ieri faceva sghignazzare gli evoluzionisti – oggi, dopo il Covid e le teorie astrali dell’impatto, gode di un nuovo smalto, tanto che i catastrofisti dell’antropocene ne approntano una versione 2.0. In realtà è tipico della scienza e dei suoi andirivieni epistemologici il recuperare o riattare vecchie teorie, magari delle autentiche anticaglie conoscitive, interpolandole o vivificandole con delle nuove conoscenze. Anche lo spiritismo sembra mostrare una qualche rifioritura, seppur a base tecnologica. Si consideri solo l’importanza odierna assunta da molteplici entità invisibili – non sensoriali ma portentose – quali l’AI o il Cloud declinate in forme incorporeo-eteree (dagli avatar ai rememory, dai chatbot ai digital-twins). Ecco tale neo-spiritismo ha pure un proprio nume tutelare, anch’esso a lungo screditato e fin deriso: Emanuel Swedenborg, il mistico del sovramondo nato a Stoccolma nel 1688. Egli, prima di divenire a 56 anni l’interlocutore di angeli e defunti (le conversazioni sono riferite negli Arcana coelestia), nonché il veggente crittografo di un mondo non a caratteri matematici ma secondo affinità e corrispondenze, fu un geniale e polimorfo scienziato (un po’ come Pascal, inventore della calcolatrice e poi apologista del Cristianesimo o il Newton alchemico) e tale carattere anfibio o se si preferisce ossimorico lo rende forse l’avo ideale del nostro mondo fatto di sangue e qubit. Bella sottile vendetta su quel Kant che nei Sogni di un visionario ne fece il sommo bersaglio polemico e anzi l’archetipo dell’antifilosofia.

Ebbene Swedenborg appare oggi, per paradosso, conoscitivamente più fertile dello stesso Kant e del suo sterile criticismo ossia di quelle tre barbose Critiche – sciatte a stile e cervellotiche a teoresi – che già Leopardi (altro colosso della filosofia un tempo sminuito a poeta) buttava a mare, preferendogli in tutto i romanzi filosofici di Wieland. In verità, per un detrattore quale Kant (simile all’Orazio shakespeariano: “There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy”), Swedenborg ha avuto molti ammiratori d’eccellenza, infatti alle sue visioni bibliche si sono abbeverati tra gli altri Blake, Goethe, Coleridge, Balzac, Emerson, Poe, Baudelaire, Strindberg, Jung, Suzuki, per i quali lo Svedese era un genio tout court. Ma gli autori che più hanno tratto da lui, di fatto delineando il senso stesso della sua importanza sotterranea per noi, sono stati Borges e Valéry, ovvero due menti eterodosse votate al filosofare plettico, cioè alla contaminazione universale tra saperi. Per loro l’unione di razionalità scientifica e visione onirica è il massimo portato di Swedenborg. L’idea che il libro della natura (da scienziato compose persino un Regnum animale di 4.000 pagine) non sia riducibile alla sola matesi; come pure il cogliere in ogni aspetto della realtà la “cifra” di un altro mondo, di cui il nostro sarebbe solo l’incerta e criptica trascrizione: ecco queste sembrano le sceneggiature ante litteram di Interstellar e Matrix, scritte però tre secoli fa. E allorquando l’uomo si riverserà totalmente nell’universo incombusto e senza aneliti della Rete, come nel sovramondo di anime fluide di Swedenborg, apparirà forse quella Nuova Gerusalemme che nei suoi stati di respirazione interna egli riteneva la chiesa dell’umanità postrema.

Si sa che dopo Nietzsche e la sua filosofia a colpi di martello non è rimasto in piedi granché del neoclassico edificio kantiano della razionalità illuminista (il vecchio Kant ormai non è buono nemmeno per regolare i nostri orologi radio-controllati); ma in tutte le macerie di tutti sistemi, come nei ruderi, sopravvivono sempre taluni spiriti bizzarri di trapassati che li abitano e vociano segreti. Il fantasma di Swedenborg è tra questi, e quelli che furono i sogni di un visionario si sono rivelati infine i sogni strabilianti della nostra epoca.

In silenzio davanti alle ferite del Vajont prima di raggiungere le luci olimpiche di Cortina

10 Gennaio 2026 ore 10:52

Chi dovrà raggiungere la località di Cortina d’Ampezzo per le prossime olimpiadi invernali dovrà percorrere in molti casi la strada statale 51 del Cadore, provenendo da Belluno o da Vittorio Veneto. Quasi esattamente a metà strada tra Belluno e Pieve di Cadore la valle del Piave si fa piuttosto stretta, la strada corre fiancheggiata da alti profili scuri delle pareti dolomitiche, in questo punto aspre, dall’aspetto invalicabile. Con il pensiero rivolto alla manifestazione sportiva ai più potrebbe sfuggire una ferita nella montagna sulla sinistra del corso del fiume “sacro alla patria”, sulla destra per chi sale verso nord, esattamente all’altezza del paese di Longarone. Una profonda ferita geologica aperta lungo i millenni dal torrente Vajont che, provenendo dalla stretta valle omonima e dal Friuli, si è dovuto scavare un passaggio per gettarsi nel Piave e raggiungere il mare.

 

Per chi viaggia a novanta chilometri orari la vista della gola del Vajont non dura più di qualche secondo, troppo poco forse anche per accorgersi che l’uomo aveva pensato di chiudere questa ferita con una diga colossale, un manufatto che sorge ancora praticamente intatto poco sotto il comune di Casso, poco prima del punto dal quale le acque del torrente con un balzo vertiginoso raggiungessero la piana del fiume. Per vedere meglio è necessario fermarsi, magari rubare anche un giorno ai moderni sport invernali per capire meglio, per risalire la ferita fino a Casso e a Erto, per vedere con i propri occhi la frana di 280 milioni di metri cubi di terra che si staccò dal monte Toc il 9 ottobre del 1963 alle ore 22,39 portandosi via quasi 2000 persone, molte delle quali mai più ritrovate. Precipitando nel lago formato dalla diga, ampiamente prevista con estrema precisione da diversi geologi del tempo, altrettanto colpevolmente ridimensionata da molti progettisti e ingegneri, la frana sollevò una gigantesca onda che lambì i paesi di Erto e Casso cancellandone le frazioni più basse, si alzò di 150 metri sul bordo della diga per poi scaricare su Longarone 50 milioni di metri cubi di acqua, rocce e detriti che di fatto spianarono il paese di quella che un tempo era la riserva di legna della Serenissima.

 

“Sembra che la storia sia stata scritta da un tragico greco”, ricordava l’attore Marco Paolini in uno spettacolo di parecchi anni fa. Nel visitare i luoghi gli elementi della tragedia si ritrovano tutti. La diga: perfetta e imponente ancora oggi, frutto di un progetto tecnicamente ineccepibile ma avvelenato da una hybris colpevole. Come nell’Agamennone di Eschilo anche la tragedia del Vajont ha avuto la sua Cassandra nella persona della giornalista bellunese Tina Merlin, infaticabile nel denunciare quanto stava per accadere ma del tutto inascoltata e anche denunciata quando sembrava potesse nuocere troppo. Gli elementi naturali che si scatenano in una sera di cielo limpido, come una tempesta di aria e di acqua che si abbatte su tutto e su tutti in modo improvviso.

 

Fermarsi a Longarone prima o dopo le prossime olimpiadi potrebbe rivelare molto di più di quanto previsto. Gli sguardi della gente semplice di questa parte di Veneto esclusa dai fasti di Cortina, le case un po’ grigie lontane dall’immagine che molti potrebbero avere dei villaggi da cartolina, quella ferita nella montagna come una bocca da fuoco ormai scarica ma ancora perfettamente puntata, la diga oltre la quale la gente è tornata, a Erto e a Casso, a lavorare i fianchi di una montagna dura. Una dignità umana, una forza silenziosa, una semplicità che nel tempo ha saputo riprendersi e che ci insegna ancora che la storia, quella vera, merita una sosta di ricordo e di gratitudine.

Sei più tipo da sumac o da za’atar? Breve viaggio nel mondo delle spezie

10 Gennaio 2026 ore 08:33

Per secoli le spezie sono state fra le merci più ambite del mercato globale. Da tredici anni, a Milano, Francesca Giorgetti ne custodisce centinaia di varietà nel suo negozio, che si chiama Tutte le spezie del mondo. Cerchiamo di capire se qualcosa di quel fascino millenario è sopravvissuto fino a noi. “Siamo uno dei negozi più forniti in Italia - ci racconta Francesca -. Ci concentriamo molto sulla qualità, abbiamo 650 prodotti, più o meno, fra spezie, erbe, pepi, peperoncini e cose un po’ particolari, che per il privato è molto difficile trovare”. Magari sono ingredienti usati in liquoristica, o comunque “prodotti un po’ antichi o desueti”. Tutti articoli che Francesca vende nel suo laboratorio situato in zona Buonarroti, il martedì e il mercoledì, o attraverso lo shop online. 

 

Nel corso degli anni, le chiediamo, ha notato un trend positivo nella richiesta di spezie di alta qualità? “Assolutamente sì. Le spezie sono a tutti gli effetti delle materie prime, e sul mercato globale hanno degli standard qualitativi diversi. Fare il lavoro che faccio io, cioè cercare di approvvigionare sempre lo standard qualitativo più alto, alla fine paga”.

 

Ma quali sono le spezie che “vanno” di più in questo momento? Ne esiste una che sembra avere un magnetismo particolare sui suoi clienti? “Quello che ho notato in questi anni - è la risposta - è che esistono sicuramente delle ondate di moda sui prodotti: i social sono pieni di influencer che fanno ricette e utilizzano molto le spezie, perché ti consentono tanta varietà in cucina e molta fantasia”. 

 

Andando nello specifico: “Per esempio adesso sono molto richieste spezie come lo za’atar, che è una miscela diffusa in tutto il Medio Oriente; o il sumac, anche questa una spezia di origine mediorientale che peraltro viene coltivata anche nel sud della Sicilia, quindi è anche un po’ nostra anche se poco diffusa”. Spostandoci sulle categorie, invece che sulle singole spezie, si assiste a un sorpasso interessante: “Un po’ di anni fa il peperoncino era molto richiesto e desiderato”, mentre in questo momento “noto che c’è tanta attenzione sulla famiglia dei pepi”.

 

Insomma, pur non essendo più uno status symbol come in secoli lontani, questa merce millenaria continua a piacere e a incuriosire. Lo testimonia anche il successo dei corsi a tema organizzati presso Tutte le spezie del mondo con lo scopo di diffondere la cultura dell’uso delle spezie, “ma anche la cultura dell’altro attraverso di esse”, ci spiega Francesca. “Abbiamo creato un’associazione culturale. Teniamo corsi di cucina indiana, di cucina palestinese, di cucina mediorientale in generale, libanese per esempio, che recentemente hanno avuto molto successo. E abbiamo anche degli esperti di cultura indiana, o di cultura cinese o giapponese, insomma culture altre”. L’obiettivo? È quello di utilizzare le spezie come tema conduttore “ma per poi creare qualcosa di un po’ più culturale e non solo gastronomico”. Il cibo come ponte fra mondi diversi: e così la storia delle spezie continua.

Altro che rifare il mondo. Tutta l’astuzia mercantile delle avanguardie

10 Gennaio 2026 ore 06:03

Va bene, parliamo ancora una volta di avanguardia e di avanguardie! Lo studioso Vincenzo Trione, con il suo ambizioso e corposo volume einaudiano Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia, e i suoi recensori Andrea Minuz su questo giornale e Melania Mazzucco su Repubblica hanno ripreso il filo del discorso ma lo hanno fatto, mi pare, andando un po’ fuori strada nell’uso di una similitudine di Enzensberger, che negli anni Ottanta parlò di socializzazione della letteratura e delle arti, sparite come istituzione perché ormai onnipresenti, essendosi sciolte nel liquido della società come una pastiglia di Alka-seltzer. Ogni forma artistica ha perso identità e autonomia, quindi anche l’avanguardia sarebbe diventata un controsenso perché per essere all’avanguardia c’è bisogno di una solida e identificabile retroguardia tradizionalista.

L’accademizzazione professorale e istituzionalizzazione dell’avanguardia fu del resto un fenomeno caricaturale che risale alle “neo-avanguardie” anni Sessanta, quando ogni sedicente avanguardista era anche se non soprattutto un professore, studioso e docente di teorie e tecniche avanguardiste. Non voglio farla lunga (la faccenda è noiosa) ma segnalerei a Trione e recensori che il parere di Enzensberger, coetaneo di neoavanguardisti francesi e italiani (da Robbe-Grillet e Derrida a Eco e Sanguineti), era una drastica stroncatura che non aveva molto a che fare con l’effetto Alka-seltzer. Con il saggio Le aporie dell’avanguardia scritto intorno al 1960, Enzensberger era poco benevolo con avanguardie vecchie e nuove. Ecco qualche riga: “Lo schema su cui è modellata l’idea di avanguardia è inservibile. L’avanzare delle arti si configura come un movimento lineare, univoco, chiaramente percepibile nel suo insieme (…) Che cosa sia avanti nessuno lo sa”.“Chi affibbia il titolo di avanguardista a Franz Kafka capirà che è falso proprio perché Kafka non sarebbe mai riuscito a pronunciarlo. E neppure Marcel Proust o William Faulkner, Bertolt Brecht o Samuel Beckett”.

Oltreché essere un termine bellico che è stato applicato sia alla politica che alle arti, avanguardia è gruppo, movimento, collettività: una specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro eventuale fallimento. Li giustifica e li interpreta a priori e garantisce il significato di qualunque opera. Ancora Enzensberger: “Scrittori, pittori, compositori non sono altro, così, che agenti economici che devono marciare con i tempi, essere sempre di un passo più in là rispetto ai concorrenti (…) La gara storica per accaparrarsi la posterità si trasforma in competizione commerciale alla conquista della contemporaneità”. Avanguardia è allora non altro che astuzia mercantile e autopromozionale. Nessuna opera prodotta infatti sotto l’ombrello protettivo del gruppo d’avanguardia è mai stata criticata, respinta o considerata un fallimento. Altroché rifare il mondo. Questa è solo furbizia pubblicitaria. Non va comunque trascurata l’altra faccia dell’avanguardia come successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata da “finto-tonto”. Il Novecento avanguardistico è stato, oltre che un secolo di orrori, anche un secolo di stupidità produttrici di orrori e di impotenza creativa o politica mascherata da anarchia rivoluzionaria. Le “parole in libertà” futuriste e la “scrittura automatica” surrealista hanno messo in vendita il nulla e il caos come ultimo grido della libertà creativa. I manifesti futuristi e surrealisti risultano da tempo illeggibili, oltreché inapplicabili. La macchina come idolo futurista e l’inconscio come mito surrealista erano superati già negli anni Trenta, e dimenticati dopo la fine della guerra 1939-45, dopo Auschwitz e Hiroshima. Su Breton che ruba il surrealismo al genio fiabesco e malinconico di Apollinaire, più recentemente Enzensberger si è espresso così: “Questo pallone gonfiato è riuscito, con implacabile zelo, a far sì che la storia dell’arte e della letteratura non potesse fare a meno di lui (…). Creò il gruppo surrealista sulla falsariga di un partito leninista” e divenne amico di Trockij, bolscevico in esilio sconfitto da Stalin, con il quale tuttavia aveva diverse cose in comune. Questo è Enzensberger sull’avanguardia. Ma succede ancora che gli studiosi di avanguardia, non essendo in grado di giudicarla, ne siano gli apologeti.

Il Punto

9 Gennaio 2026 ore 11:51

Il governo ha inserito nella legge di bilancio 2026 una disposizione secondo cui le riserve auree della Banca d’Italia “appartengono al popolo italiano. È un messaggio politico, funzionale a una narrazione sovranista che mira a rivendicare spazi di autonomia statale all’interno di un quadro europeo vincolato. Sentenze della Corte costituzionale hanno giudicato legittime le misure […]

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Di chi è l’oro del popolo italiano?

9 Gennaio 2026 ore 11:51

In sé la frase inserita dal governo nella legge di bilancio sulle riserve auree significa poco. Ma rivela che il conflitto in questa fase di integrazione europea si sposta dalle decisioni economiche al piano della rappresentazione politica del potere.

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La strage di Capodanno a Crans-Montana poteva accadere prima

6 Gennaio 2026 ore 09:08

La strage di questo Capodanno a “La Constellation” di Crans-Montana sarebbe potuta accadere ben prima. Almeno sei anni prima. L'infiammabilità dei pannelli fonoassorbenti applicati al controsoffitto del locale era nota, tanto che nella festa di Capodanno del 2020 un dipendente del bar avvisa più e più volte la clientela di fare attenzione con le candele scintillanti attaccate alle bottiglie, dice di tenerle a distanza di sicurezza dal soffitto, ripete: “Attenzione alla schiuma!”. RTS (la televisione statale svizzera in lingua francese) ha pubblicato un video che testimonia questo e contattato chi lo aveva girato all'epoca. Che ha detto: "Ricordo che eravamo molto vicini al soffitto, ed è anche per questo che il cameriere ha detto: 'Attenzione alla schiuma, attenzione alla schiuma'. Perché credo che lui, da adulto, si rendesse conto che poteva esserci un rischio".

   

La polizia sta approfondendo in queste ore il passato del locale, controllando le carte, le autorizzazioni, i certificati dei controlli di sicurezza che i locali svizzeri dovrebbero farsi rilasciare per tenere aperto. Le indagini si stanno concentrando su alcune incongruenze riguardanti i lavori di rinnovo dell'interno del bar fatti nel 2015 e di alcune autorizzazioni che potrebbero essere irregolari e di documentazione mancante. Inoltre è emerso che i gestori avevano presentato nel 2025 una richiesta d’ampliamento del locale che prevedeva di eliminare un’uscita laterale della veranda (quella che è stata ripresa più volte nei video che hanno documentato la tragedia e che ha permesso a molti di salvarsi). Richiesta fortunatamente non aveva ancora ricevuto il via libera perché avrebbe potuto rendere ancora più gravi le conseguenze del rogo.

Il sindaco di Crans-Montana ha riferito oggi che l'ultimo controllo antincendio effettuato nel locale era stato eseguito nel 2019. Il primo cittadino si è rammaricato delle lacune e non ha saputo spiegare perché il locale sia sfuggito alle visite degli ispettori. Eppure, secondo quanto riportano i media locali, nel 2025 sono stati controllati gli impianti anticendio di ben 40 dei 128 locali sul territorio comunale, poco meno di un terzo. 

Ieri in serata la procura del Canton Vallese ha pubblicato i dati uficiali della tragedia di Capodanno. La notte di Capodanno sono morti in 40 e sono stati tutti identificati; 22 sono cittadini svizzeri, 8 francesi, 6 italiani, gli altri sono di nazionalità portoghese, belga, turca e romena. Le vittime avevano un'età compresa tra i 14 e i 39 anni e la metà erano minorenni. I feriti sono 116 e non 119 come era stato comunicato nei giorni precedenti. Di questi 33 sono già stati dimessi.

Papa Leone XIV ha chiuso la Porta santa. Il Giubileo 2025 è terminato

6 Gennaio 2026 ore 10:04

Alle 9,41 Papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro che era stata aperta da Papa Francesco la sera del 24 dicembre 2024. È così terminato ufficialmente il Giubileo 2025 dedicato alla speranza. "Si chiude questa porta santa, ma non si chiude la porta della tua clemenza", è stata la formula prevista dal rito. Il Pontefice si è poi avvicinato alla porta santa, si è inginocchiato e, dopo un momento di preghiera silenziosa, ha chiuso i due grandi battenti di bronzo.

La muratura vera e propria della porta avverrà successivamente, in forma privata, tra circa dieci giorni, con un rito diretto dall'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche.

 

Cosa resta del Giubileo

Qui Matteo Matzuzzi osserva che la celebrazione è stata organizzata seguendo lo stesso modello monumentale e “gigantico” del Giubileo del 2000, ma in un mondo e in una Chiesa profondamente cambiati. Al di là dei dati, la vera questione riguarda il valore spirituale e sociale dell’Anno Santo oggi, e se la sua riduzione a grande evento con piazze affollate e infrastrutture completate basti a dare senso a una tradizione millenaria nel contesto attuale.

Uno dei messaggi di speranza più forti di questo Giubileo è stato quello del Giubileo dei Giovani. Qui Matteo Matzuzzi raccontava che nonostante la secolarizzazione e l’idea diffusa di una crisi della fede, centinaia di migliaia di giovani da tutto il mondo – molti dei quali nati dopo la morte di Wojtyla – si sono radunando a Roma con entusiasmo e dedizione religiosa, cantando, pregando e partecipando alle veglie con il Papa. Giovani che non sono semplici nostalgici o spettatori di una tradizione, ma che rappresentano una ricerca autentica di fede in un’epoca in cui essa non è più scontata, mostrando che la vitalità religiosa persiste, seppur in forme diverse dal passato.

I numeri del Giubileo

Dopo la strage di Crans-Montana, la procura del Canton Vallese viene accusata di eccesso di garantismo

5 Gennaio 2026 ore 10:48

Mentre negli ospedali svizzeri, francesi e italiani si cerca di salvare i feriti che ancora sono in situazioni critiche dopo essere rimasti coinvolti nell'incendio a notte di Capodanno nel locale Le Constellation di Crans-Montana, gli inquirenti cercano di fare chiarezza sulle ultime incertezze nella ricostruzione delle dinamiche dell'incidente. Le cause sono state accertate: le scintille di alcuni bengala attaccati al collo delle bottiglie di champagne distribuite ai clienti hanno dato fuoco al rivestimento del controsoffitto.

Sabato la Procura del Vallese ha aperto un procedimento penale contro Jacques e Jessica Moretti, i titolari del locale andato a fuoco. Il sospetto è che il soffitto de Le Constellation fosse rivestito con pannelli di plastica in matariale altamente infiammabile e quindi non a norma. Per questo i gestori sono stati accusati di omicidio colposo, lesioni personali colpose e incendio colposo, come è stato riferito dagli inquirenti in un comunicato stampa domenica sera. Al momento i due titolari non sono in custodia cautelare. Secondo la Procura infatti non ci sarebbero le condizioni per un arresto preventivo: "Attualmente non vi è alcuna indicazione che l'imputato possa eludere il procedimento penale o la sanzione prevista fuggendo".

La scelta della Procura del Canton Vallese ha creato malumori e polemiche in Svizzera. Per Le Matin Dimanche, uno dei principali quotidiani svizzeri in lingua francese “Il pubblico ministero avrebbe potuto utilizzare l'arresto preventivo per tutta la durata dell’inchiesta. Il rischio di fuga esiste, essendo i due cittadini francesi", nota il quotidiano. Che prosegue: "Se la coppia tornasse in Francia, potrebbe sfuggire alla giustizia svizzera: Parigi infatti nega l’estradizione di suoi cittadini. La Procura ha forse giudicato questa ipotesi poco credibile. Una detenzione sarebbe stata possibile anche per impedire qualsiasi contatto con parti o elementi coinvolti”. Anche perché in Svizzera è stata dato notevole risalto a quanto pucclicato sul Parisien, ossia che il proprietario de Le Constellation fosse finito in prigione per truffa e reati legati allo sfruttamento della prostituzione una ventina d'anni fa.

Il Blick, quotidiano svizzero di lingua tedesca, ha riportato le reazioni alla scelta della Procura di alcuni penalisti elvetici: "Mi sorprende che i proprietari del bar non siano dietro le sbarre", ha detto un avvocato di Zurigo; "L'approccio vallesano è incomprensibile, uno scandalo!", ha ribadito un collega della Svizzera orientale.

Secondo la quasi totalità dell'opinione pubblica svizzera la Procura "ecceduto in garantismo".

 

Il punto sulla strage di Crans-Montana

2 Gennaio 2026 ore 20:45

Proseguono le operazioni sanitarie e investigative dopo la strage di Crans-Montana. Il bilancio ufficiale, confermato dalle autorità svizzere, resta di 40 morti e 119 feriti. Di questi ultimi, 42 sono ricoverati in condizioni gravi, molti con ustioni estese e danni da inalazione di fumo. Le terapie intensive del Canton Vallese hanno raggiunto la saturazione, rendendo necessario il trasferimento di numerosi pazienti in strutture specializzate fuori cantone e all’estero. Sul fronte italiano, la Farnesina conferma che 13 cittadini italiani risultano feriti. Sei  sono ancora indicati come dispersi, in attesa di identificazione formale. Al momento, un solo decesso è stato ufficialmente confermato, quello del sedicenne Emanuele Galeppini. Ancora ieri sera era in corso il trasferimento dei feriti più gravi verso l’Italia.

Il Centro grandi ustionati dell’Ospedale Niguarda di Milano ha già accolto quattro pazienti provenienti dalla Svizzera, tutti in terapia intensiva con ustioni di secondo e terzo grado. Altri tre trasferimenti sono programmati nelle prossime 24 ore. In totale, sette feriti saranno curati a Milano, mentre altri restano ricoverati in Svizzera e in strutture europee specializzate. Sul luogo della strage, le operazioni di identificazione procedono lentamente. In quattordici casi non è stato ancora possibile associare un nome nemmeno ai feriti, mentre per alcuni deceduti sono in corso analisi del Dna e riscontri odontoiatrici. Le autorità precisano che il numero dei dispersi potrebbe ridursi con il completamento delle procedure di identificazione ospedaliera, cui contribuiranno esperti in arrivo da Israele. Sul piano giudiziario, l’inchiesta aperta dalla procura svizzera ipotizza “incendio colposo, omicidio colposo e lesioni colpose”. Gli investigatori stanno verificando la capienza del locale, la conformità delle uscite di sicurezza e la natura dei materiali di rivestimento, ritenuti determinanti per la rapidissima propagazione delle fiamme. L’ipotesi principale resta l’innesco accidentale legato all’uso di dispositivi pirotecnici da interno durante i festeggiamenti. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si è recato sul luogo della strage.

Il bilancio della strage di Capodanno a Crans-Montana è destinato a peggiorare

2 Gennaio 2026 ore 07:40

Giovedì 1 gennaio a tarda sera, la procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, in una frase ha sintetizzato le angosce di chi sta cercando di far chiarezza su quanto successo la notte di Capodanno nel locale Le Constellation di Crans-Montana e, soprattutto, di chi negli ospedali sta provando a salvare chi è ricoverato: "Stiamo cercando di fare il più in fretta possibile, eppure ci vorrà pazienza. Ci potrebbero volere giorni solo per capire chi sono i feriti".

Secondo gli inquirenti a Le Constellation sono morte 40 persone e 119 sono i feriti. Ma è un bilancio ottimista, ha detto uno dei medici dell'ospedale di Losanna alla SSR Suisse Romande (la tv svizzera in lingua francese), "probabilmente è destinato ad aumentare". Dei feriti molti sono in gravi e gravissime condizioni nei reparti dedicati ai grandi ustionati di tutti i maggiori ospedali della Svizzera. Anche Francia e Italia hanno accolto alcuni feriti. Secondo Stéphane Ganzer, consigliere di stato del Canton Vallese, "tra 80 e 100 persone sarebbero in condizioni critiche".

      

Il comandante della polizia cantonale vallese, Frédéric Gisler, ha provato a mettere ordine nel caos, ha tentato di dare le prime risposte alle famiglie che chiedono notizie sui loro figli che erano, o almeno dovevano essere, alla festa a Le Constellation. "Daremo una risposta alle famiglie. Cercheremo di farlo nel modo più rapido possibile. Abbiamo agito in una situazione d'emergenza, i feriti sono stati mandati in tantissimi ospedali, non tutti sono stati identificati. Lo inizieremo a fare da venerdì mattina". Il problema principale è che, però, è ancora ignoto il numero di persone che c'erano all'interno al locale. "Cercheremo di ricostruirlo", ha detto. E poi ci sono i corpi, alcuni carbonizzati dei morti, e per la loro identificazione, hanno detto i consiglieri di Stato Mathias Reynard e Stéphane Ganzer, potrebbero volerci però diversi giorni.

Anche la ricostruzione degli eventi è complessa. Quel che sembra certo al momento è che non sia stata un'esplosione a causare l'incendio, ma un incendio a determinare una, forse tre, esplosioni. Nella conferenza stampa del pomeriggio, la procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud ha detto che "presumiamo che l'incendio sia partito dai bengala attaccati alle bottiglie di champagne. Le scintille dovrebbero aver innescato l'incendio del controsoffitto". In una breve dichiarazione alla Tribune de Geneve, Jacques Moretti, proprietario del bar insieme alla moglie Jessica, ha sostenuto che Le Constellation era stato controllato tre volte in dieci anni "e tutto era stato fatto secondo le norme".

 

   

La priorità, al momento, è "l'identificazione dei defunti, affinché le famiglie possano iniziare il loro percorso di elaborazione del lutto", ha sottolineato la procuratrice, che ha aggiunto che sono in corso le perizie per verificare se il locale fosse a norma e se tutte le misure di sicurezza sono state rispettate. "Non è ancora chiaro se qualcuno dovrà affrontare accuse penali. Tuttavia, è possibile che venga avviata un'indagine per omicidio colposo", ha affermato Pilloud.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è a Crans-Montana "per essere vicino ai familiari delle vittime, a coloro che nutrono una speranza di riabbracciare un proprio caro". Ha aggiunto che lo stato italiano ha messo a disposizione "un gruppo di psicologi per aiutare le persone più vicine a feriti e scomparsi". Il ministro ha ribadito la massima disponibilità della autorità italiane a collaborare con quelle locali e la possibilità di trasferire parte dei feriti nei nostri ospedali, oltre "alla polizia scientifica per aiutare con le identificazioni". Secondo la Farnesina sono "19 gli italiani coinvolti nell'incendio scoppiato nella notte di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana".

Le immagini del bar Constellation a Crans-Montana, in Svizzera, dopo il rogo di Capodanno

1 Gennaio 2026 ore 13:39

Sono almeno 47 i morti e oltre cento i feriti a causa dell'incendio di natura non dolosa avvenuto nel bar Constellation la notte scorsa a Crans-Montana, in Svizzera. Le vittime non sono identificabili a causa delle gravi ustioni riportate. I filmati che pubblichiamo qui sopra mostrano l'esterno e l'interno del locale dopo l'incidente.

  

Sui social e sui media svizzeri circola anche un video che sembra mostrare il momento iniziale del rogo, con il soffitto dietro al bancone che prende fuoco e le fiamme che si propagano velocemente.

 

In un altro video diffuso sui social si vede l'esterno del locale durante l'incendio, con le fiamme che divampano e un fumo nero e denso che esce dal bar.

 

"Un centinaio di persone sono rimaste gravemente ferite e, purtroppo, si presume che diverse decine siano morte", ha detto in conferenza stampa questa mattina Frédéric Gisler, comandante della polizia cantonale del Vallese.

   

La Farnesina ha attivato a Roma una unità operativa con funzionari dell'Unità di Crisi e dell'Unità tutela degli italiani all'estero. Allo speciale del Tg4, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani ha detto che "abbiamo una dozzina di italiani ricoverati negli ospedali nella Svizzera e una quindicina circa di dispersi. Parlo di persone le cui famiglie si sono fatte vive con con l'unità di crisi della Farnesina o con l'ambasciata".

Le autorità svizzere hanno affermato che alcune delle vittime dell'esplosione a provengono da altri paesi, ma non è stata fornita alcun dettaglio sulle esatte nazionalità. La località è una stazione sciistica di fama internazionale con molti turisti. 

 

Decine di morti nell'incendio di Capodanno a Crans-Montana. L'ambasciatore: "19 italiani dispersi"

1 Gennaio 2026 ore 10:24

Un incendio di origine ancora sconosciuta ha devastato nella notte un bar della rinomata località sciistica alpina di Crans-Montana, nel Canton Vallese, in Svizzera, causando una strage. Il bilancio provvisorio è drammatico: almeno 40 morti e 115 feriti. Secondo quanto riferito dalle autorità locali, molte delle vittime non sono al momento identificabili a causa delle gravissime ustioni riportate.

In collegamento con il Tg4, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, assicurando che domani si recherà sul posto "per dare solidarietà alla Svizzera, ma anche per essere vicino ai nostri concittadini che aspettano notizie", ha detto che "abbiamo una dozzina di italiani ricoverati negli ospedali nella Svizzera. Tre sono stati rimpatriati con elicotteri'' e portati ''all'ospedale Niguarda". Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Lombardia, ha detto che questi "giovanissimi italiani" presentano "ustioni tra il 30 e il 40 per cento" e al momento "sono intubati". Ci sono poi, aggiunge, "altri due italiani gravissimi ricoverati a Berna e a Zurigo, però sono in condizioni talmente critiche che gli stessi medici svizzeri hanno sconsigliato al momento di evacuarli sul nostro ospedale".

Già nella tarda mattinata l'ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado, a SkyTg24 aveva riferito che "ci sono connazionali di cui non si ha notizia al momento". L'ambasciatore parla di "una cinquantina di persone" che si trovano al centro congressi per avere informazioni. Ma, dice Cornado, "non posso azzardare stime", sulle persone potenzialmente coinvolte e racconta anche che i soccorritori “hanno difficoltà ad accedere ai locali per le ricerche perché la struttura è pericolante”. In serata l'ambasciatore comunica che gli italiani dispersi sono 19 e assicura: "Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l'elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina".

 

La prima ricostruzione degli eventi

L’incendio è iniziato intorno all’1:30, mentre nel locale erano presenti oltre duecento persone, tra cui numerosi minorenni, riporta il quotidiano svizzero Blick, che stavano festeggiando l’arrivo del nuovo anno. Dopo l'incendio il cantone svizzero Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza. “Era l'1:30 del mattino quando è stato avvistato del fumo", ha raccontato Frederic Gisler, capo della polizia di Crans-Montana. "Un testimone ha quindi contattato la caserma dei pompieri per segnalare l'incendio. È scattato l'allarme rosso. All'1:32 sono arrivate le prime pattuglie da Crans-Montana, assistite dalla mobilitazione dei vigili del fuoco. Sono stati rapidamente portati in ospedale. Alle 4:14 del mattino è stato attivato un numero verde e un servizio di supporto psicologico. Poco dopo le 5:00, tutti i feriti hanno ricevuto assistenza medica”. 

Sulla base delle informazioni fornite dalla Polizia cantonale, l’incendio sarebbe di natura non dolosa. "Un attentato può essere assolutamente escluso", ha detto la Procuratrice Generale Beatrice Pilloud. Il quotiano Blick, che riporta una prima ricostruzione delle forze dell'ordine, sostiene che ad andare a fuoco per primo dovrebbe essere stato il sistema isolante nel soffitto del locale. Tra le diverse ipotesi, basate per ora su alcune testimonianze, ha preso piede quella che ritiene che a fare partire l'incendio potrebbe essere stato un dispositivo pirotecnico – una "fontanella", un bengala o una candela scintillante – infilata sul collo di una bottiglia di champagne e pericolosamente avvicinata al soffitto. Anche dalle immagini pubblicate sul canale Youtube del locale, relativi a feste precedenti a quella di Capodanno, si vede che spesso si festeggiava con delle fontanelle pirotecniche fissate sulle bottiglie.

La tragedia, secondo quanto hanno riferito le autorità cantonali ai media svizzeri, ha assunto queste dimensioni a causa della velocità di propagazione delle fiamme, il cosiddetto "flashover", cioè un ’’fenomeno che vede il fuoco propagarsi all’improvviso e con violenza in ambienti chiusi provocando una o più esplosioni". Si ipotizza che il fuoco si sia propagato velocemente a causa del calore che si era accumulato sotto al soffitto, i gas di combustione si siano diffusi rapidamente, facendo salire molto rapidamente la temperatura all'interno del locale. "A quel punto la sopravvivenza è praticamente impossibile. La situazione rappresenta un pericolo mortale anche per i vigili del fuoco", hanno spiegato i media svizzeri.

La ricostruzione troverebbe conferma dalle testimonianze di diversi ragazzi che erano all'interno del locale, come quella di Melko, 19 anni. Secondo il suo racconto alcuni fuochi d'artificio installati su bottiglie ordinate nella discoteca avrebbero provocato un incendio al soffitto. Il fuoco si sarebbe poi propagato molto rapidamente, provocando scene di panico e una fuga precipitosa verso l'uscita della sala situata nel seminterrato, accessibile tramite una scala che conduceva a un corridoio.

Le indagini per accertare la vera causa dell'incidente sono però ancora in corso. Le autorità svizzere hanno dichiarato che "è troppo presto" per fornire informazioni certe sull'accaduto.

In ogni caso la macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente. Le autorità locali stanno lavorando senza sosta per mettere in sicurezza l’area, assistere i feriti e ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. Il quotidiano svizzero Blick riporta che gli elicotteri stanno sorvolando la zona ogni dieci minuti da ore. Il sito che monitora i voli in tempo reale, Flight Radar, mostra inoltre che quasi tutti gli elicotteri di soccorso in Svizzera, compreso uno dall'Italia, sono operativi. La tragedia ha messo a dura prova i servizi di emergenza: sono stati mobilitati dieci elicotteri e 150 operatori e l'ospedale del Vallese sta collaborando con altri ospedali in tutto il paese per curare tutti i feriti.

Un gruppo di tre ragazzi di Milano, tutti di 16 anni, è rimasto coinvolto nell'esplosione. In particolare, da quanto ha appreso l'Ansa, una ragazza è ricoverata in coma all'ospedale di Zurigo. Un altro ragazzo invece è in arrivo in elicottero all'ospedale di Niguarda di Milano con ustioni gravi a una mano, oltre che alla testa. Il terzo amico è stato invece respinto all'ingresso del bar le Constellation dove è avvenuta l'esplosione che ha poi visto da fuori.

Durante una conferenza stampa con il presidente del Consiglio di Stato Mathias Reynard, il consigliere di Stato Stéphane Ganzer, la procuratrice generale Beatrice Pilloud e Frédéric Gisler, comandante della polizia cantonale del Vallese, è stato reso noto che si prevede che tra le vittime e i feriti ci siano anche turisti stranieri. Il ministero degli Esteri francese ha annunciato che due cittadini francesi sono rimasti feriti nell'incendio. In una nota ufficiale il Quai d'Orsay fa sapere che "le squadre consolari sono in costante contatto con le autorità svizzere nel caso in cui altri cittadini siano coinvolti. La Francia esprime le sue condoglianze alle famiglie e ai cari delle vittime dell'incendio".

In serata è stata convocata un'altra conferenza stampa durante la quale la procuratrice generale Beatrice Pilloud ha dichiarato che, fino a questo momento, "non sono stati fatti arresti e non è stato identificato alcun sospettato". E ha precisato che le indagini per scoprire quello che è successo sono ancora in corso: "Non conosciamo la capienza del locale'' e ''non sappiamo quante persone si trovavano all'interno del bar".

Sul fronte diplomatico, l’ambasciatore d’Italia in Svizzera e la console generale d’Italia a Ginevra si sono recate verso Crans-Montana. A Roma, la Farnesina ha attivato un’unità operativa composta da funzionari dell’Unità di crisi e dell’Unità per la tutela degli italiani all’estero, per fornire assistenza e raccogliere informazioni su eventuali connazionali coinvolti. E' stato inoltre allestito un punto di raccolta per i familiari presso il centro congressi le Regent, di Crans-Montana.

 

   

Dove è avvenuto l'incendio

Il luonge bar, chiamato Le Constellation, era molto frequentato da turisti e residenti. A confermare i primi dettagli è stato Gaëtan Lathion, portavoce della polizia cantonale vallesana, che ha parlato di “diversi feriti e diversi morti”, sottolineando che l’intervento dei soccorsi è ancora in corso. Le immagini diffuse dai media svizzeri mostrano l’edificio avvolto dalle fiamme e numerosi mezzi di emergenza impegnati nelle operazioni di soccorso nelle aree circostanti.

 

 

Le Constellation è un luonge bar che negli anni è diventato un punto di riferimento per il turismo di lusso nella regione nonché uno dei locali più famosi della zona. Si trova in Rue Centrale 35 e, con i suoi due piani, tra cui una terrazza riscaldata, può contenere fino a 400 persone che, oltre a bere cocktail e degustare vini, possono assistere agli eventi sportivi trasmessi in tv sui 14 schermi del locale. Il bar è la meta preferita di turisti facoltosi provenienti da tutto il continente: i dj si esibivano regolarmente e l'atmosfera festosa attirava un pubblico prevalentemente internazionale. Secondo le guide turistiche e le recensioni online, Le Constellation era considerato un luogo alla moda per l'après-ski e la vita notturna. Ma sulle piattaforme di valutazione, il bar ha ottenuto solo 6,5 punti su 10 nella categoria sicurezza. All'interno era presente una sola via di accesso e di fuga nel seminterrato, il che avrebbe ostacolato l'evacuazione in caso di emergenza. Inoltre, il ristorante era arredato con molti elementi in legno, fattore che oggi, a posteriori, appare particolarmente critico.

 

Le Constellation è stato fondato nel 2015 da una coppia francese originaria della Corsica, che ha rilevato l'edificio allora fatiscente e lo ha completamente ristrutturato. Tuttavia, le recensioni negative hanno ripetutamente criticato il servizio clienti, la mancanza di professionalità e, a volte, il pessimo rapporto qualità-prezzo. Poco dopo l'incendio, la presenza online del bar è scomparsa: le sue pagine Facebook e Instagram sono state chiuse e Google ha indicato il locale come "temporaneamente chiuso".

Il luonge bar si trova a Crans-Montana, nel sud-ovest della Svizzera, nella parte francofona del Canton Vallese, nel distretto di Sierre. Crans-Montana è un'importante stazione sciistica che si è sviluppata a partire dai primi anni del secolo scorso e si è specializzata nello sci alpino, La città ha ospitato tra l'altro i Campionati mondiali 1987, i Campionati mondiali juniores 2011 e numerose tappe della Coppa del Mondo e della Coppa Europa della disciplina.

Le 25 immagini che hanno fatto il 2025

1 Gennaio 2026 ore 06:41

Difficile comprimere un anno in poche parole. Molto più agile raccontarlo attraverso le immagini dei principali fatti che l'hanno composto. Dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con tutti gli scompigli politici ed economici che ne sono derivati, al ritorno a casa degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre del 2023. Il conflitto in Ucraina invece ha proseguito la sua spirale di bombardamenti e distruzione per mano russa, nonostante i molteplici tentativi di raggiungere un accordo. Nell'anno del Giubileo è morto un papa, Francesco, e se ne è scelto un altro, Leone XIV. E poi la reunion degli Oasis, la diffusione sempre più capillare dell'intelligenza artificiale e l'approdo del governo guidato da Giorgia Meloni nella lista di quelli più longevi della storia della Repubblica. Ecco qualche foto per sfogliare il 2025

Milano, il realismo della sicurezza 

31 Dicembre 2025 ore 05:25

Nonostante l’indefesso sforzo dei pm dell’edilizia per gonfiare il numero dei crimini commessi a Milano, battezzando pure nuove fattispecie come la “corruzione urbanistica”, la situazione dei reati – e della correlata sensazione di insicurezza nel capoluogo lombardo è decisamente migliore di quanto la “percezione” e la narrazione mediatica provino ogni giorno a farci credere.

 

Nel tradizionale incontro di fine anno della prefettura e dei vertici delle Forze di polizia con la stampa, il prefetto di Milano Claudio Sgaraglia ha snocciolato dati che danno sostanza al realismo di chi non crede a Gotham City (volendo, può essere letto anche come un segnale di trend nazionale). Il totale dei reati è in calo, e ormai da anni: meno 8 per cento in città (diecimila in meno sul 2024) e proprio in quella fascia di criminalità che colpisce il normale cittadino. Un vero crollo dei furti in casa (-13) e nei negozi (-12) e delle rapine (-18). Diminuiscono anche in reati sessuali (meno 18 per cento) anche grazie a leggi più stringenti, ma il dubbio secondo alcuni è quello di minori denunce.

 

Tutto bene, dunque? Ovviamente no, e non lo dicono né il prefetto né il questore Bruno Megale. Che evidenziano, ad esempio, che oggi uno dei problemi più gravi per la sicurezza sono i reati dei minori. Nel 2025 sono stati fermati o arrestati 2.240 minorenni, sopratutto per quei reati predatori che spaventano i cittadini e spesso colpiscono altri minorenni. “C’è violenza in genere da parte e dei ragazzi, si assiste sicuramente all’uso di coltelli che tutti hanno, legato anche all’uso di alcol e sostanze stupefacenti”. Il consumo di droghe è in crescita e fa di Milano un mercato a rischio. Dunque realismo e attenzione sociale, a fronte di interventi di polizia in costante crescita. Anche sull’immigrazione illegale è falsa la narrazione di inefficienza delle autorità: in un anno ci sono stati 686 stranieri rimpatriati verso e 1.856 espulsioni. La realtà non è semplice, ma è molto diversa dalla narrazione allarmista che fa comodo solo al populismo ma non aiuta a risolvere i fenomeni. 

  

Sono state evacuate le persone bloccate al Passo del Moro dopo l’incidente alla funivia di Macugnaga. VIDEO

30 Dicembre 2025 ore 18:15

Sono state evacuate tutte le persone rimaste bloccate questa mattina nella zona del Passo del Moro, a circa 2.800 metri di quota, in seguito a un incidente all’impianto funiviario di Macugnaga, nel Verbano-Cusio-Ossola. In totale si tratta di circa cento persone, tra turisti e lavoratori, riportate a valle nel corso del pomeriggio.

L’incidente è avvenuto intorno alle 11.25, quando una cabina non si è fermata nel punto previsto all’interno della stazione di arrivo, urtando la barriera di protezione. Secondo quanto riferito dai vigili del fuoco, sono due le cabine coinvolte: una ha impattato contro la struttura della stazione di monte e una contro quella di valle. Nella cabina giunta alla stazione di monte sono rimasti feriti tre dei quindici passeggeri a bordo; a valle è rimasto ferito anche il manovratore dell’impianto. Nessuna delle persone coinvolte risulta in pericolo di vita.

A seguito dell’incidente l’impianto di risalita è stato fermato e le piste da sci sono state chiuse. Le operazioni di evacuazione sono state coordinate dai vigili del fuoco, con il supporto del personale sanitario e l’impiego di elicotteri, e si sono concluse poco prima delle 15. Sulle cause dell’accaduto sono in corso accertamenti tecnici. Secondo quanto comunicato dalla società che gestisce l’impianto, la Macugnaga Trasporti e Servizi, la cabina avrebbe decelerato in modo non corretto durante l’ingresso in stazione, attivando i sistemi di emergenza. "Abbiamo avuto un inconveniente tecnico. Stiamo facendo valutazioni, dalle prime informazioni l'impianto non ha correttamente decelerato entrando in stazione ha urtato la barriera di stazione", ha spiegato all'Ansa Filippo Besozzi, amministratore della società. "Per fortuna - aggiunge - non c'è nessun ferito grave. La persona che ha riportato le ferite più serie è un 59enne che ha una ferita al braccio. Altre hanno avuto piccole escoriazioni".

L’impianto, costruito nel 1962, era stato sottoposto a una revisione generale all’inizio del 2023. I lavori costarono due milioni di euro, di cui 1,8 milioni finanziati dalla Regione Piemonte e 200mila euro dal Comune di Macugnaga.

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