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Il negoziato ucraino riparte dalla Svizzera. L’annuncio di Umerov
Il negoziato in Ucraina riparte dalla Svizzera. Il segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale ucraino Rustem Umerov ha infatti confermato che i colloqui saranno ripresi nell’ambito del World Economic Forum, uno dei principali (se non il principale) appuntamento economico globale, apertosi oggi nella località di Davos.
Non che fino ad ora fossero bloccate. Umerov ha riferito che lui e altri alti rappresentanti di Kyiv hanno trascorso due giorni (17 e 18 gennaio) negli Stati Uniti per consultazioni con le controparti americane. Gli incontri hanno coinvolto, tra gli altri, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente statunitense Jared Kushner, il segretario dell’Esercito Dan Driscoll e il funzionario della Casa Bianca Josh Gruenbaum; dall’altra parte, la delegazione ucraina era composta (oltre che da Umerov) dal capo dell’Ufficio del Presidente Kyrylo Budanov e da David Arakhamia, leader parlamentare del partito Servitore del Popolo (lo stesso del presidente Volodymyr Zelensky). In questo frangente i colloqui si sono concentrati su sviluppo economico, piano di prosperità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina, con particolare attenzione ai meccanismi pratici di attuazione e di enforcement. I funzionari ucraini hanno inoltre aggiornato i partner statunitensi sui recenti attacchi russi contro le infrastrutture energetiche del Paese. Secondo quanto dichiarato da Umerov, le due parti hanno concordato di “continuare il lavoro a livello di team nella prossima fase delle consultazioni a Davos.
Sempre dagli Stati Uniti arriva anche la notizia che BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo, andrà a giocare un ruolo centrale nel “prosperity plan” da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’incarico di aiutare a strutturare fondi e priorità di investimento, con un forte accento su settori ad alto rendimento come energia, infrastrutture, tecnologia e risorse minerarie.
Un coinvolgimento che solleva forti perplessità in Ucraina e, soprattutto, in Europa. In passato la società aveva già fallito nel tentativo di raccogliere capitali su larga scala per la ricostruzione, incontrando resistenze da parte dei governi europei, preoccupati che fondi pubblici finissero sotto il controllo di un gestore privato statunitense. Poiché l’Europa è destinata a sostenere la parte principale dei costi, riemergono timori su trasparenza, governance e possibili conflitti di interesse, nonché sul rischio che settori profittevoli vengano privilegiati a scapito di bisogni pubblici essenziali.
Nel frattempo qualcosa si è mosso anche in Europa. Il 18 gennaio la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” ha tenuto una riunione online a livello di capi di Stato maggiore delle forze armate per discutere le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Il comandante in capo Oleksandr Syrskyi ha affermato che la Russia non mostra alcuna volontà di porre fine al conflitto e continua il “terrorismo” contro i civili, citando in particolare gli attacchi alle infrastrutture energetiche durante l’inverno. Syrskyi ha sottolineato la necessità di rafforzare ulteriormente la pressione delle sanzioni su Mosca affinché il costo della guerra diventi insostenibile, evidenziando anche l’importanza di una cooperazione più profonda per potenziare la capacità industriale della difesa e le capacità militari in Europa.
Addio a Corbetta, cuore e motore dell’istituto Cattaneo
Piergiorgio Corbetta è stato per decenni il cuore, il motore dell’Istituto Cattaneo di Bologna, che ha diretto dal 1989 al 1994 e poi dal 1997 al 2002, diventandone poi direttore […]
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- È morto Valentino Garavani, addio all’ultimo imperatore della moda. Da Liz Taylor a Jackie Kenny, la storia dello stilista che vestì dive e principesse
È morto Valentino Garavani, addio all’ultimo imperatore della moda. Da Liz Taylor a Jackie Kenny, la storia dello stilista che vestì dive e principesse
L’ultimo imperatore della moda ci ha lasciati: con Valentino Garavani finisce un’epoca irripetibile per la moda. Erede della grande couture degli anni Cinquanta, Valentino ha cucito l’idea di eleganza italiana addosso a first lady, dive di Hollywood, principesse, premi Oscar. E l’ha cucita a sua immagine e somiglianza: grandiosa, raffinata, sognante.
Per capire l’uomo oltre al mito, bisogna esplorare la geografia della sua vita, partendo da Voghera – quella città dell’Oltrepò pavese diventata proverbiale – dove il piccolo Garavani fantasticava su un modo di lustrini e celluloide: le dive del cinema. Nei pomeriggi al cinema con la sorella, le ombre di Hedy Lamarr, Lana Turner e Judy Garland entrarono nei suoi sogni, indicandogli la sua strada: creare abiti per le donne. Un modo per trasformare l’astrazione della bellezza in prodotti da guardare, toccare, indossare. Alimentando la mitologia di se stesso come predestinato, Garavani ha sempre sostenuto nelle interviste di non aver mai voluto fare altro che questo. Anzi: di essere terribile a fare qualsiasi altra cosa, tranne la sartoria.
Gli esordi e la nascita della Maison
E così la geografia biografica dello stilista ci porta a Parigi, la sua seconda casa, dove si traferì appena diciassettenne per studiare all’École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, prima di lavorare come apprendista nell’atelier di Guy Laroche. E poi di nuovo Roma, negli anni Cinquanta, come assistente di Emilio Schuberth, il sarto delle dive. Era l’epoca della Dolce Vita e l’epicentro del mondo era via Veneto. Qui – dove, se no? – tra i tavolini di un caffè, l’incontro che cambiò la sua vita: Giancarlo Giammetti. Per oltre mezzo secolo Giammetti è stato al fianco di Garavani come partner, socio in affari, amico, amante, consigliere, spalla, fratello. Un rapporto quasi simbiotico, 24 ore su 24, su cui è stata costruita la Maison di moda come oggi la conosciamo.
E pensare che la prima casa di moda fondata da Valentino, sul modello di quelle francesi, arrivò sull’orlo del fallimento nel giro di poco tempo. Giammetti però volle supportarlo e investire nel suo marchio: se Garavani aveva l’occhio e la mano per disegnare gli abiti, lui avrebbe vigilato sui conti e sul business. Nel 1960 fondarono la maison Valentino e si divisero i compiti. Tra le date miliari dell’impero valentiniano della moda c’è la sfilata haute couture a palazzo Pitti del 1962, e poi la collezione bianca del 1968: l’imperatore aveva conquistato gli Stati Uniti, specialmente Hollywood.
Principesse e premi Oscar: le muse di Valentino
Ci aveva visto lungo Liz Taylor, che nel 1961 comprò un abito bianco nell’atelier romano per la prima di Spartacus. Tutte volevano The Chic, come lo soprannominò la stampa americana: tutte volevano quel trionfo di romanticismo, di fiocchi, di piume, di ricami così elaborati, così complessi, che oggi sarebbero una follia. E poi le linee, i tagli, l’eleganza dei tessuti. Valentino assemblava guardaroba interi per Jackie Kennedy durante gli anni del lutto e lei lo ringraziò indossando un vestito bianco Valentino all’altare, per diventare la signora Jackie Onassis. Valentino era lo stilista delle dive, delle icone, delle principesse: da Audrey Hepburn alla vedova dell’ultimo scià di Persia Farah Diba. Pare che scappò dalla Persia avvolta da un cappotto bordato di ermellino di Valentino, e non stentiamo a crederci. Anche lady Diana, appena poté liberarsi dal protocollo di corte, corse a indossare un abito di Valentino: ovviamente rosso.
Impossibile riassumere qui l’elenco delle muse, amiche e clienti di Valentino, ma alcune sono indimenticabili: Sophia Loren, che indossava Valentino anche quando accettò l’Oscar alla carriera nel 1991, Julia Roberts, che vinse l’Oscar nel 2001 con un iconico abito bianco e nero d’archivio. E poi: Jane Fonda, Cate Blanchett, Elizabeth Hurley, Anne Hathaway.
L’addio al marchio
Come la storia insegna, più gli imperi crescono più è difficile presidiarne i confini. Negli anni Settanta la Maison era diventata enorme – sia come produzione, sia come fama – ma il mondo della moda cambiava rapidamente, sempre più rapidamente. E non di sole sfilate vive una casa di moda, anzi. Nel 1998 l’azienda fu venduta al gruppo HdP, poi nel 2002 al gruppo Marzotto Apparel. Lo stilista manteneva saldo il timone della direzione creativa, nonostante i disaccordi sui badget e sulle spese, e nel 2007 festeggiò in grande stile i 45 anni del marchio a Roma, la città dove tutto era iniziato. E, tra i fuochi d’artificio, una mostra all’Ara Pacis e una festa al Tempio di Venere, l’imperatore della moda fece l’ultimo inchino, lasciando la direzione creativa del marchio appena due mesi dopo.
L’addio di Valentino alla moda è stato brillantemente raccontato anche dal documentario Valentino: L’Ultimo Imperatore di Matt Tyrnauer. Il film ha contribuito ad aumentare la mitologia dello stilista come genio capriccioso, inflessibile e stravagante, amico di Karl Lagerfeld e orgoglioso proprietario di sei carlini. Chi lo conosceva bene lo descriveva come un uomo profondamente intelligente e ironico: fu l’unico stilista ad accettare un cameo nel film cult Il Diavolo Veste Prada, nel ruolo (ovviamente) di se stesso.
Nell’immensa eredità che Valentino ha lasciato al mondo c’è perfino un Pantone, il 2035 UP: è il famosissimo rosso Valentino, parte fondamentale delle sue collezioni. Il colpo di fulmine è arrivato in un teatro di Barcellona: lo stilista notò una donna tra il pubblico che spiccava per il colore dell’abito. Un colore vibrante e pieno di vita, perché il rosso non si può ignorare e per questo è il colore della seduzione, del pericolo, della buona fortuna e del potere. E sì, anche di re e imperatori.
Valentino dopo Valentino
La Maison che porta il suo nome gode ancora di ottima fortuna: l’ingrato compito di sostituire l’insostituibile stilista nel 2007 è ricaduto su Alessandra Facchinetti, che è uscita dopo un paio di collezioni. Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri hanno lavorato in tandem per dare una nuova direzione al marchio, prima che Piccioli ne prendesse le redini con successo da solo. Nel 2024 si è aperto un nuovo capitolo con Alessandro Michele, il visionario stilista che per affinità intellettuale ed emotiva ha riaperto gli scrigni della Maison riportando in passerella l’opulenza e il romanticismo del Valentino degli anni Sessanta e Settanta.
Con la sua scomparsa, ci lascia per sempre quella generazione di couturier che davano il proprio nome ai loro brand, di stilisti-sarti che conoscevano i segreti delle architetture di stoffa, dell’ingegneria dei tessuti, degli affreschi di perle e ricami. Ne è sempre stato perfettamente consapevole, tanto da chiudere il documentario di Tyrnauer citando il Re Sole: après moi le déluge! Dopo di lui, il diluvio. Ma mai l’oblio. Pochi uomini nella storia vengono ricordati con il loro nome di battesimo: Napoleone (Bonaparte) Michelangelo (Buonarroti) e sicuramente Valentino Garavani. Valentino, Valentino e basta: lo stilista, il mito, la moda.
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Povera Groenlandia… e poveri noi! I nodi climatici e geopolitici stanno venendo al pettine
di Antonello Pasini*
Proprio dieci anni fa, di questi tempi, stavo iniziando a scrivere un libro con il diplomatico Grammenos Mastrojeni sugli influssi dei cambiamenti climatici recenti su conflitti e migrazioni in giro per il mondo; un libro dal titolo emblematico: Effetto serra, effetto guerra. Già allora preconizzavamo una situazione di conflitto in Artico per via dei cambiamenti climatici recenti di origine antropica. Scrivevamo in particolare:
“Poiché il Polo Nord si sta fondendo – e vi sono riscontri inequivocabili – gli stati che hanno ambizioni artiche iniziano a mostrare, ancora pacatamente, i muscoli, guardando alle nuove rotte di navigazione che si apriranno, ai giacimenti di gas e di petrolio e a tanto altro. La Russia ha inviato dei sottomarini a piantare la propria bandiera sul fondale oceanico dell’Artico, mentre gli Stati Uniti e il Canada hanno avviato una disputa per decidere di chi è la sovranità sul Passaggio a Nord Ovest, la mitica via di navigazione a settentrione del continente americano che già si sta liberando dai ghiacci perenni che la rendevano impraticabile. Tutto piuttosto pacifico perché gestito da soggetti che amministrano interessi economici in maniera generalmente razionale.”
Cosa è cambiato in questi dieci anni? Ebbene, dal punto di vista climatico continua, e anzi accelera, il cambiamento in Artico. Se allora scrivevamo che la temperatura all’interno del circolo polare aumentava del doppio o poco più rispetto all’aumento di temperatura media globale, oggi ci accorgiamo che aumenta tre volte più della media. D’altro canto, i ghiacci che sono a galla sull’Oceano artico, e soprattutto quelli della Groenlandia, continuano a fondersi, e a un ritmo accelerato.
Più studiamo la dinamica dei ghiacciai, più scopriamo che esistono fenomeni di fusione della neve e del ghiaccio che “lubrificano” lo strato tra ghiaccio e rocce sottostanti e fanno “scivolare” i ghiacciai verso il mare, creando fenomeni bruschi che ce li fanno perdere più rapidamente.
Dal punto di vista geopolitico, mi sembra che i nodi che descrivevamo allora come potenziali oggi vengano al pettine, e che quella “pacatezza” e quella “razionalità” di cui scrivevamo – e che tutto sommato ci dava un po’ di tranquillità – stiano venendo meno, perché c’è chi vuol fare prevalere la legge del più forte e chiaramente non ha consapevolezza (o non vuole vedere) l’interconnessione e la fragilità del mondo attuale, dove alla lunga non vince il più forte, bensì chi riesce ad armonizzare la propria dinamica e le proprie azioni con la dinamica della natura e degli altri umani sulla Terra.
Siamo in un momento storico in cui si nasconde la complessità e la fragilità di questo mondo interconnesso, sia dal punto di vista scientifico che da quello geopolitico. In questa situazione, povera Groenlandia… e poveri noi.
* Fisico del clima, Cnr
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- Più armi e “molta cattiveria” contro il corpo di Federica Torzullo. Carlomagno ha tentato di fare a pezzi e bruciare il corpo
Più armi e “molta cattiveria” contro il corpo di Federica Torzullo. Carlomagno ha tentato di fare a pezzi e bruciare il corpo
Si è trattato di un “delitto messo in atto con molta cattiveria e dolo d’impeto”. Sono le parole del procuratore di Civitavecchia, Alberto Liguori, il giorno dopo il fermo di Claudio Carlomagno, il marito della vittima, fermato con l’accusa di omicidio aggravato dalla relazione affettiva e occultamento di cadavere. L’interrogatorio, avvenuto oggi, ha visto l’indagato avvalersi della facoltà di non rispondere. “La sua voce non l’abbiamo sentita”, ha dichiarato il procuratore che ha aggiunto: “Sui sentimenti non mi pronuncio, si tratta di una scelta difensiva rispettabilissima.” Quello che è certo, come si evince dalla lettura del decreto di fermo, è che l’uomo abbia ucciso la moglie, ha tentato di fare a pezzi il cadavere e quindi di bruciare i resti. Un’azione per ”ostacolarne il riconoscimento”.
Le tracce di sangue
“Tanto l’ispezione dell’abitazione coniugale, della sua autovettura, del deposito della Carlomagno s.r.l. e dei mezzi aziendali, hanno evidenziato la presenza di tracce ematiche latenti” si legge nel decreto. Tracce di sangue sono state trovate anche “sui suoi abiti da lavoro, rinvenuti all’interno di una asciugatrice, segno del fatto che erano stati lavati. Inoltre, è del tutto verosimile ritenere che sia stato l’indagato ad utilizzare il cellulare di Federica dopo averla uccisa proprio al fine di dissimulare l’azione criminosa”. Infine, ”nello stesso quadro si inserisce l’occultamento delle spoglie della vittima, nonché l’azione di fiamma ed il tentativo di depezzamento (risultanti dal primo accertamento esterno effettuato), volti ad ostacolare il riconoscimento. Tutti questi elementi, letti congiuntamente offrono la rappresentazione inequivoca del tentativo dell’indagato di celare l’azione criminosa”.
L’indagato secondo gli inquirenti stava per fuggire: “La dissimulazione della propria condotta, il contegno non collaborativo, il difficile contesto territoriale, consentono ragionevolmente di ritenere che un soggetto ormai privo di legami affettivi e professionali e deradicalizzato dal suo contesto abitativo, raggiunto dalla notizia del ritrovamento del corpo della vittima, sia in procinto di darsi alla fuga” scrive il pm Gianluca Pignotti, titolare dell’inchiesta insieme al procuratore Alberto Liguori. “D’altra parte, la gravità dei fatti commessi” e le azioni compiute ”al fine di dissimulare le proprie condotte – sottolineano gli inquirenti – evidenziano la capacità di organizzarsi e, quindi potenzialmente anche la capacità di mettere in essere quanto utile a rendere effettiva la latitanza”.
Il procuratore: “Arma bianca e altri strumenti”
Liguori ha parlato con preoccupazione della natura del crimine: “Sono passati appena otto giorni dal fatto, ogni ipotesi è prematura ma in astratto è assolutamente qualificabile come femminicidio“. Sull’arma del delitto il magistrato ha spiegato che “potrebbe essere un’arma bianca”, ma ha anche aggiunto che “non solo” quella: “C’è stato l’utilizzo di altri strumenti”. La violenza con cui è stato compiuto l’omicidio lascia pochi dubbi sul carattere brutale del delitto.
Sull’autopsia e le analisi scientifiche, Liguori ha spiegato: “Abbiamo dato mandato per gli accertamenti sulle tracce biologiche ed ematiche per capire il Dna e la referibilità all’indagato o a terzi.” Gli inquirenti sono ancora alla ricerca dell’arma del delitto, e stanno approfondendo le circostanze dell’omicidio, anche per verificare se ci siano state “circostanze premeditate”. “Sono circostanze che devono essere accertate”. La sua attenzione si concentra ora sulle modalità precise con cui è stato commesso l’omicidio, e sulla “premeditazione” del crimine, che potrà essere chiarita solo dopo il completamento delle indagini. Intanto è emerso che l’uomo abbia tentato di depistare le indagini dopo aver denunciato la scomparsa della donna il 9 gennaio.
“Se si è trattato di un omicidio particolarmente violento? Assolutamente sì”, ha dichiarato il procuratore, confermando la violenza con cui è stato compiuto il crimine. Il corpo della vittima è stato trovato nell’area interna della ditta di movimento terra del marito, dove è stato occultato. Secondo Liguori, il corpo “non è facile da riconoscere” e presenta evidenti segni di aggressione, tra cui “colpi al volto e in altre parti del corpo“. L’indagine sulla morte di Federica Torzullo è dunque ancora in corso, ma le circostanze rendono sempre più probabile che si tratti di un omicidio con dolo d’impeto, come ha suggerito il procuratore: “Si è trattato di un delitto messo in atto con molta cattiveria e dolo d’impeto”.
L’autopsia, che inizierà domani pomeriggio, fornirà ulteriori dettagli vitali per comprendere le cause della morte. La procura sta anche considerando l’ipotesi di un complice, ma tutte queste “ipotesi di lavoro” attendono di essere verificate man mano che il “mosaico si completi”.
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- Laura Pausini attaccata sui social per la cover di Due Vite: ecco perché i ‘fandom’ possono diventare (molto) aggressivi
Laura Pausini attaccata sui social per la cover di Due Vite: ecco perché i ‘fandom’ possono diventare (molto) aggressivi
Succede che Laura Pausini esce con il secondo volume di Io Canto e lancia il nuovo singolo insieme a Julien Lieb, nuovo nome della scena pop francese, finalista di Star Academy nel 2023. La cover scelta dalla cantante di Solarolo è Due vite, il brano con cui Marco Mengoni ha vinto il Festival di Sanremo nel 2023. La versione di Pausini e Lieb si intitola La Dernière chanson ed è cantata metà in italiano e metà in francese. Nulla di sorprendente: lo stesso Mengoni aveva già pubblicato una versione nella lingua d’Oltralpe. Il pezzo esce e succede qualcosa di inatteso: Laura Pausini — icona della musica italiana — viene trattata a pesci in faccia. È difficile dirlo con maggiore delicatezza, perché all’uscio della cantante arrivano offese di ogni tipo.
Lei, probabilmente poco allenata all’hating social, la prende piuttosto male, tanto da commettere l’errore — perché di errore si tratta — di far rispondere il suo staff (immaginiamo davvero lo sia, come segnalato) ad alcuni utenti. In astratto, nulla di scandaloso: chi ha deciso che un artista debba ingoiare ogni rospo fino all’indigestione? Il problema è che quelle risposte non solo alimentano la polemica, ma adottano un tono e uno stile imbarazzanti, come se a scriverle non fosse qualcuno che lavora per una star di fama mondiale, ma un fan indispettito.
C’è di più: le repliche non sono rivolte alle offese — che pure non mancano — ma a critiche vere e proprie sulla cover. La possibilità di critica è sacrosanta, quando resta entro certi limiti ed è fatta con una certa postura. Nel caso di Due Vite versione Pausini non c’è stato grande gradimento, almeno stando ai social (e quindi per quel che vale una piazza come X). Lei, dicono alcuni, “non canta ma urla”. Loro, secondo altri, “hanno trasformato un brano intimista in qualcosa di sguaiato”. Qualcuno aggiunge la battuta facile: far ridere insultando è sempre la scorciatoia più breve.
Eppure, di cover opinabili ne abbiamo sentite a pacchi. Ricordate Masini con E chi se ne frega, versione di Nothing Else Matters dei Metallica? Senza scomodare Nino D’Angelo e Gesù Crì (Let It Be), prendiamo Vasco Rossi, l’imprendibile, il più grande di tutti, che però ci ha ‘regalato’ Ad ogni costo, ovvero Creep dei Radiohead, lasciandoci basiti, catafratti, senza parole. All’epoca non c’erano i social: se la sono cavata. Non è memorabile, a essere gentili, nemmeno Le tasche piene di sassi cantata da Giorgia, passata quasi sotto silenzio. Insomma, le cover discutibili esistono da sempre.
Pausini non è stata risparmiata. Su X i commenti negativi si moltiplicano, ma basta guardare meglio per capire che una parte consistente delle critiche — e soprattutto delle risposte alle critiche — arriva dai fan (alcuni fan, meglio specificare) di Marco Mengoni e dai fan (alcuni fan, meglio specificare VOL.II) di Laura Pausini. Ed è qui che torniamo a una parola chiave: fandom.
Come ricorda Medium, “il fandom è una sottocultura composta da individui che condividono un forte interesse per un elemento della cultura popolare — una saga cinematografica, una serie televisiva, un artista musicale o una squadra sportiva. Queste comunità offrono senso di appartenenza, identità e condivisione di valori comuni, manifestandosi in forme diverse: dai fan occasionali ai ‘superfan’ altamente coinvolti“. Altro che poster in camera.
La questione è persino più complessa, tanto che esistono ricerche accademiche sui fenomeni di bullismo e aggressività che possono emergere all’interno dei fandom. Secondo il Journal of Consumer Culture — e qui tocca fare sul serio — i fandom non sono solo comunità di appassionati, ma spazi sociali e culturali in cui si negoziano valori, gerarchie, appartenenze e riconoscimento. In altre parole, l’artista smette di essere un semplice prodotto culturale e diventa un simbolo identitario, capace di incarnare stili di vita, visioni del mondo, persino posizioni morali. È per questo che una critica, una battuta o un giudizio percepito come sleale non vengono vissuti come opinioni legittime, ma come attacchi diretti alla comunità — e quindi all’identità personale dei fan.
Sta tutto qui: una critica legittima, un “non mi piace”, perfino qualcosa di più ruvido, può trasformarsi in un’aggressione identitaria. Quando l’investimento emotivo cresce e il senso di appartenenza si rafforza, il dissenso viene delegittimato e sostituito da una logica polarizzante di “noi contro loro”. I social amplificano il meccanismo, trasformando i fandom in micro-collettivi pronti a mobilitarsi, difendere il proprio idolo, attaccare l’altro campo e riscrivere il racconto pubblico degli eventi. Così, spiegano gli studiosi, il conflitto smette di riguardare musica, talento o scelte artistiche e diventa una battaglia simbolica per il riconoscimento, in cui ogni schieramento rafforza se stesso attraverso lo scontro.
Non è più “la cover di Due vite fatta da Pausini e Lieb è brutta”, ma una guerra tra fan. Ed è un copione che ritorna, spesso in forme ancora più feroci. Un giorno parleremo del fandom del Grande Fratello, dei fandom spontanei e di quelli costruiti a tavolino. Ma quel giorno non è oggi.
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Feras Albashiti faces 10 years after $20,000 in sales to undercover agent exposed ransomware ties
A Jordanian national faces sentencing in the US after pleading guilty to acting as an initial access broker (IAB) for various cyberattacks.…
Musica, Mirodimare debutta con “Io, ‘nu criaturo”
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Collective intelligence for AI-assisted chemical synthesis
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/s41586-026-10131-4
Collective intelligence for AI-assisted chemical synthesis- Editorial Expression of Concern: <i>En passant</i> neurotrophic action of an intermediate axonal target in the developing mammalian CNS
Editorial Expression of Concern: <i>En passant</i> neurotrophic action of an intermediate axonal target in the developing mammalian CNS
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-10080-4
Editorial Expression of Concern: En passant neurotrophic action of an intermediate axonal target in the developing mammalian CNSExplosion at Chinese restaurant in Kabul kills 7, injures a dozen more

- Landini in piazza per Maduro ma non per l'Iran: "È rozzo, non vede le sfumature. La Cgil cambi", dice Bonanni
Landini in piazza per Maduro ma non per l'Iran: "È rozzo, non vede le sfumature. La Cgil cambi", dice Bonanni
"Landini in piazza per Maduro e non per l'Iran? È rozzo, non vede le sfumature. La Cgil ha bisogno di un grande cambiamento". Per l'ex segretario della Cisl Raffaele Bonanni è tempo di una marcia indietro: c'è bisogno che i sindacati, in primis la Cgil, tornino a fare i sindacati. "Il movimento sindacale ha una tradizione solida talmente forte che un tempo le manifestazioni di piazza in difesa della libertà non erano sono per i lavoratori, ma per per tutti e svolgevano una funzione diplomatica". Oggi non è più cosi, dice in un colloquio con il Foglio. Ed è per questo che il sindacato che egli stesso ha guidato per otto anni ha organizzato una fiaccolata davanti all'ambasciata iraniana il 23 gennaio in sostegno alla popolazione in lotta "per una svolta democratica".
"Credo sia doveroso. Da tempo il sindacato non è più efficace nelle sue battaglie. Complice – dice Bonanni – è stato un comportamento incredibile adottato soprattutto dalla Cgil, che ha condizionato l'intero movimento". C'è stata una torsione pericolosissima, secondo il sindacalista. "Ci sono molti paesi arabi dove non c'è libertà, ma solo morte e torture. E qui si va in piazza a sostenere i tagliagola di Hamas, Hezbollah o gli Houti?". Poche settimane fa la Cgil è scesa in piazza per quanto accaduto in Venezuela. "E tutti infatti abbiamo sentito cosa ha detto Landini a proposito di Maduro…". Ma manca l'iniziativa per l'Iran. "Esatto, ma non solo. Faccio un esempio: nessuno ormai parla più di Cina, delle condizioni di schiavitù degli operai". Queste battaglie, anche oltre il nostro paese, "devono tornare all'attenzione del movimento sindacale italiano", dice Bonanni.
L'appello è perché si "ricostruisca una teoria sindacale" e si torni a discutere secondo il principio che "se si produce o si fanno interessi in paesi non liberi, le conseguenze ci sono anche da noi". Bonanni è chiaro: "Da anni si è steso un velo pietoso su certe questioni". La forza di un sindacato non si esaurisce nei confini, ma anzi: "Dobbiamo tornare agli aspetti essenziali, non dimenticandoci che l'Europa è l'unica istituzione dove la fiaccola della libertà brucia ancora".
Secondo Bonanni, se la forza delle sigle sindacali si è erosa è anche per responsabilità di Landini e della Cgil. "Hanno grandi risorse. Ma c'è bisogno di uno stravolgimento soprattutto da parte di chi solidarizza con questa realtà". Il re è pazzo? "C'è cecità su come stanno le cose a causa di interessi politici". Il sindacalista dà la colpa alla fusione tra la sigla e la politica dell'opposizione. "Queste alleanze non sono naturali. Ci sono sfumature, declinazioni che non si dovrebbero oltrepassare, ma questo Landini non lo comprende".
Ma l'ex segretario non si sente di dare consigli. "La mia rabbia è solo per lo spreco della risorsa. La nostra forza bisognerebbe impiegarla meglio". C'è bisogno di un "soccorso" alle sigle. "Avverto solitudine. Le persone vivono diverse realtà e non siamo più in grado di dare delle risposte. Tocca a noi cambiare e tornare a far riemergere quello che era il movimento operaio vero" per "giocare un ruolo positivo". L'alternativa è un'altra, più cupa: "O ci muoviamo o sprofondiamo in un pozzo non nero, nerissimo". Per queste ragioni la Cisl scenderà a fianco della popolazione iraniana. "Un primo passo dei sindacati per tornare ad avere il peso che avevano: oggi non sono neanche l'ombra di quello che erano un tempo".

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Mi fai paura: violenza e devianza negli adolescenti
“Mi fai paura” – Violenza, aggressività, babygang e devianze: è questo il titolo scelto per uno degli appuntamenti del ciclo Adolescenti: questi alieni, che si terrà giovedì 29 gennaio alle 20.30 alla Biblioteca Gallaratese, con l’intervento di Virginia Suigo, psicologa e psicoterapeuta del Minotauro di Milano. Verranno indagate le spinte alla trasgressione tipiche dell’adolescenza, la loro funzione e le derive violente che possono assumere – soprattutto nel fenomeno delle cosiddette “baby gang” – per provare a rispondere a domande come: davvero gli adolescenti di oggi sono più violenti? E quali risposte possono offrire gli adulti?
L’iniziativa Adolescenti: questi alieni è partita il 13 gennaio e proseguirà fino al 13 maggio 2026, nelle biblioteche civiche di Baggio, Calvairate, Gallaratese e Lambrate. Gli incontri sono stati pensati per offrire strumenti di comprensione e spazi di dialogo a chi accompagna ragazze e ragazzi adolescenti nel loro percorso di crescita. Il progetto è promosso da Fondazione Hapax, con il contributo di Fondazione di Comunità Milano e Fondazione Alia Falck, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Milano e doppiozero e mira a promuovere una nuova cultura della genitorialità, che superi l’idea del “si educa come si è stati educati” e si fondi invece sull’ascolto, la formazione e la responsabilità. I primi tre appuntamenti su “Mi fai paura” sono stati tenuti dallo psicoterapeuta Alfio Maggiolini. A gennaio, ci saranno anche i tre incontri dal titolo provocatorio “La scuola fa schifo” – Una scuola sentita come distante, anacronistica e immobile che approfondiranno il fatto che la scuola, principale luogo di socialità per l’adolescente, è anche il posto in cui si misura il suo successo o il suo fallimento. Marco Rovelli, insegnante e saggista, parlerà delle forme di sofferenza diffuse tra studentesse e studenti di ancora c’è poca consapevolezza e che i docenti non sanno come gestire. Gli incontri saranno martedì 20 gennaio alle 17.30 alla Biblioteca Calvairate, mercoledì 21 gennaio alle 18.30 in Biblioteca Lambrate e martedì 27 gennaio alle 20.30 alla Biblioteca Baggio.
Il ciclo conta 9 incontri, ognuno dei quali verrà ripetuto in ognuna delle quattro sedi. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fino a esaurimento posti e dureranno un’ora e trenta minuti. Ciascun ciclo – e ciascuna biblioteca – avrà una moderatrice che accompagnerà il pubblico lungo tutto il percorso, tenendo il filo dei nove incontri. La psicoterapeuta Annalisa Di Coste curerà il ciclo presso la Biblioteca Baggio; Anna Stefi, psicoterapeuta, docente di filosofia e vicedirettrice di doppiozero, condurrà gli incontri alla Biblioteca Gallaratese, mentre Beatrice Vanni e Melania Emilia Villa, entrambe psicologhe e psicoterapeute, seguiranno il ciclo rispettivamente alla Biblioteca Lambrate e Calvairate.
Il calendario degli appuntamenti è consultabile al link: fondazionehapax.org/mentoring
Foto di Gwendal Cottin su Unsplash
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NeN Dieci: il prezzo della luce bloccato per 10 anni, senza sorprese

NeN Dieci blocca il prezzo luce per 10 anni: rata fissa, energia 100% rinnovabile, zero penali e massima trasparenza per chi vuole stabilità e semplicità.
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Accordo USA-Taiwan sui chip: investimenti e dazi ridotti

Gli Stati Uniti hanno sottoscritto un accordo con Taiwan che prevede un investimento da 250 miliardi di dollari per la costruzione di fabbriche.
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10 priorità per i CIO nel 2026
Data center spaziali. Lo scontro tra Musk e Altman si sposta in orbita
Lo scontro tra Elon Musk e Sam Altman potrebbe spostarsi oltre l’orbita terrestre. Se è vero quanto afferma il patron di SpaceX, è inevitabile che sia così. Musk infatti sostiene che la sua azienda spaziale sarà in grado di trasportare enormi data center nello spazio. Una novità incredibile, a dir poco rivoluzionaria, che permetterebbe di risolvere il principale problema che ha di fronte a sé l’intelligenza artificiale: il consumo di energia. Per garantire il continuo progresso ne servirà sempre di più, soprattutto per alimentare questi centri di raccolta dati. Musk è convinto – a ben vedere – che la questione diventerà presto una grana anche per la politica, chiamata a giustificare agli elettori i costi delle bollette (e non solo) con la necessità di vincere la sfida tecnologica. L’energia che servirà sarà sempre di più, aumentando le spese per le aziende e peggiorando l’impatto sull’ambiente. Nel momento in cui però il problema viene spedito nello spazio, non sussisterebbe più.
Va da sé che la questione rimane ancora tutta da chiarire. Come scrive Axios, l’intenzione di SpaceX è di sfruttare il suo fiore all’occhiello Starship – l’unico in grado di poter trasportare i pesanti sistemi di raffreddamento per i chip – per ricreare una gigantesca costellazione di satelliti. Un po’ come attualmente ce l’ha Starlink, solo che al loro posto ci sarebbero i data center. L’energia verrebbe raccolta direttamente dalla luce solare, senza interruzioni.
Il limite che più di qualche esperto ha sollevato riguarda però in che modo raffreddare le macchine. Non proprio una banalità. Sulla Terra è facile, visto che c’è l’aria. Ma nello spazio no, per cui i computer rischierebbero di rompersi. C’è dunque chi rimane fortemente dubbioso sulla realizzazione del progetto. Ma di scettici ce n’erano parecchi anche quando SpaceX voleva riutilizzare il razzo che lanciava, recuperando alcune sue parti – alla fine ci sono riusciti e si chiama Falcon 9. Musk sostiene di avere una soluzione anche al problema del raffreddamento: dei grandi radiatori pieghevoli che si aprono quando arrivano in orbita abbassando le alte temperature.
Sulla carta dunque è tutto fattibile. Anche Altman se ne sarebbe convinto. E proprio per questo si alza il livello dello scontro.
Il patron di OpenAI ha una fissazione con lo spazio, “si illumina” quando parla dell’argomento, racconta un investitore ad Axios. La stessa che garantisce come farà di tutto pur di non rimanere indietro rispetto a Musk. E Google, altro rivale della sua startup, che possiede il 7% di SpaceX dopo l’investimento da 100 miliardi di dollari. Il giovane miliardario sarebbe già in contatto con Stoke Space per un eventuale accordo sui suoi razzi riciclabili, che dovranno fungere come flotta per trasportare i data center fuori l’atmosfera terrestre. Certo, in mano ad Altman ci sarebbe un’altra strada che potrebbe fargli risparmiare soldi e guadagnare tempo: un’alleanza con Musk sul progetto. Un’ipotesi però scartata ancor prima di formularla. Condividere il dominio tecnologico con il suo nemico non rientra tra le opzioni percorribili.
Così il Tap dà una mano all’Ue per staccarsi dal gas russo
La nuova legge adottata a fine dicembre dall’Ue impone di proteggere gli interessi europei dall’uso delle forniture energetiche come arma da parte della Federazione russa. Per cui il gas naturale liquefatto russo è di fatto vietato dal primo gennaio, mentre le importazioni di gas da gasdotto verranno gradualmente eliminate entro il 30 settembre 2027. Tra le alternative spicca il gas portato in Europa dal Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian sbuca in Puglia, che è stato protagonista in questi giorni di un nuovo accordo per inviare gas in Austria e Germania. Una mossa che non solo aumenta il peso geopolitico di Tap e del governo di Baku (dove pochi giorni fa è stato in missione il viceministro degli esteri Edmondo Cirielli), ma si inserisce nella più ampia strategia europea di diversificazione delle forniture. E al contempo anche l’Italia è diventata un hub e un corridoio di transito energetico verso il nord, rafforzando in modo significativo la sicurezza energetica dell’Europa.
TAP VERSO AUSTRIA E GERMANIA
Entrando nel merito dell’iniziativa, la compagnia petrolifera statale azera Socar da questo mese invierà attraverso l’Italia ingenti volumi di gas ai mercati dell’Europa meridionale e centrale come Austria e Germania: l’accordo amplia ulteriormente la portata geografica del gas azero in Europa e al contempo porta a 16 il numero di paesi che acquistano gas azero. Il gas azero in Europa e Medio Oriente, dunque, offre la possibilità da un lato di ampliare il portafoglio di collaborazioni con acquirenti di diversi paesi e, dall’altro, di rafforzare ulteriormente la posizione dell’Azerbaigian come fornitore energetico affidabile.
Le forniture di gas dell’Azerbaigian all’Europa sono iniziate alla fine del 2020 attraverso il gasdotto Trans-Adriatico, il segmento europeo del Corridoio Meridionale del Gas, inizialmente in grado di trasportare 10 miliardi di metri cubi all’anno. Ma la capacità del Tap è espandibile fino a 20 miliardi di metri cubi all’anno e proprio per questa ragione nel luglio 2022, l’Azerbaigian e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo per raddoppiare le forniture di gas all’Europa entro il 2027. Finora Tap ha fornito all’Europa 54,3 miliardi di metri cubi di gas ed è stata una infrastruttura strategica quando, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, è iniziata la cosiddetta crisi del gas. Socar però non si ferma e ha appena siglato con il gruppo ungherese MOL un accordo per l’esplorazione e la produzione nell’area di Shamakhi-Gobustan in Azerbaijan. MOL sarà al 65%, mentre Socar al 35%.
LA STERZATA DELL’UE
Che il distacco dal gas russo sia ormai irreversibile lo dimostrano i numeri forniti da Eurostat: nello scorso novembre l’Unione europea ha pagato il livello più basso degli ultimi cinque anni per le forniture di gas russo, sia via gasdotto sia sotto forma di gnl. Al momento il gasdotto TurkStream rappresenta l’unica rotta ancora operativa per le forniture di gas russo verso l’Europa. Adesso il gnl importato in Europa arriva principalmente da Usa e Qatar dal momento che l’import di gas russo è crollato del 29% su base annua, rappresentando ora il 12% totale tra gnl e gasdotto.
Più in generale il versante euromediterraneo è stato in grado di ridefinire le proprie politiche energetiche, tramite cavi sottomarini, gasdotti che si allacciano idealmente alla geopolitica e alleanze che mutano il loro peso specifico. Di fatto la nuova agenda energetica dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo si muove nella consapevolezza che la contingenza della guerra in Ucraina ha cambiato scenari e parametri. E chi ha reagito in maniera sistemica, come l’Ue, ha di fatto investito nel medio-lungo periodo.
Occhio per occhio Ue-Usa? Tutti i rischi secondo l’Fmi
Negoziare, trattare, in una parola, parlarsi. Tra Stati Uniti ed Europa il voltaggio è sempre più alto, con la seconda pronta a tirare una nuova bordata di dazi all’America, per un ammontare di oltre 90 miliardi. Mentre Washington ha più volte minacciato di imporre a sua volta nuove tariffe alle merci a tutti quei Paesi che ostacoleranno un possibile intervento americano in Groenlandia. Morale, l’Artico e il suo dominio potrebbe essere il seme di una nuova guerra commerciale.
Tutto molto sbagliato secondo il Fondo monetario internazionale, che nel giorno della diffusione dell’aggiornamento del World economic outlook, ha chiarito un concetto tanto semplice, quanto importante, almeno di questi tempi: gli alleati debbono comportarsi come tali, perché se non lo fanno qualcuno si farà male. E non avrà vinto nessuno.
Per questo “una nuova esplosione delle tensioni sui dazi commerciali tra Usa e Unione europea con una spirale di occhio per occhio è un rischio rilevante che potrebbe avere ricadute sulla crescita e al Fondo monetario lo monitoriamo con attenzione”, ha messo subito in chiaro il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas nella conferenza stampa di presentazione dell’Economic Outlook.
“Gli sviluppi sulla Groenlandia, con minacce di dazi Usa e di rappresaglie Ue potrebbero provocare danni alla crescita, questa volatilità è negativa per le decisioni di imprese e consumatori, che aumentano il risparmi cautelare, ha quindi effetti al ribasso sulla crescita”. Morale, anche un po’ un avviso ai naviganti. “In una guerra commerciale non ci sono vincitori.
I crescenti dazi colpiranno sia chi li impone, sia altri: è una situazione in cui dazi e rappresaglie metteranno pressioni al ribasso sull’attività globale. Abbiamo visto un commercio globale 2025 molto resiliente e ovviamente se i dazi dovessero salire in maniera rilevante avrebbero un impatto consistente nell’economia reale”.
Insomma, non c’è da scherzare con il fuoco. Il primo elemento di rischio menzionato dal Fmi è invece quello di una “riconsiderazione delle aspettative di crescita della produttività sull’Intelligenza Artificiale che potrebbe portare a un calo degli investimenti e innescare una brusca correzione dei mercati che partendo da le imprese legate all’IA finirebbe per coinvolgere altri segmenti e eroderebbe ricchezza delle famiglie”.
Seguono le già citate tensioni sul commercio e poi “le tensioni interne o geopolitiche che potrebbero creare nuovi elementi di incertezza e danneggiare l’economia globale, tramite il loro impatto sui mercati finanziari, sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi delle materie prime. Inoltre gli ampi deficit e maggiori indebitamenti pubblici potrebbero creare pressioni sui tassi di interesse di lungo termine e di conseguenza sulle condizioni finanziarie generali”. Insomma, meglio parlarsi.
Al via Davos 2026: temi, protagonisti e dossier sul tavolo del World Economic Forum
Dal 19 al 23 gennaio 2026 Davos ospita la 56ª edizione del World Economic Forum, intitolata A Spirit of Dialogue. Un titolo che suona come una scommessa in un mondo segnato da conflitti armati, guerre commerciali e tensioni geopolitiche crescenti.
L’edizione di quest’anno si apre in un clima particolarmente teso, con l’offensiva di Donald Trump sulla Groenlandia e le minacce di contromisure da parte dell’Unione Europea. Sullo sfondo, il Forum cerca di riaffermare il proprio ruolo come piattaforma di confronto globale, mentre l’agenda è stata rimodellata per riflettere un nuovo equilibrio di poteri e priorità.
I temi al centro di Davos
- Geopolitica e sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa
- Al centro anche guerre commerciali e geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche
- Si parlerà di energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico
- È stato notato un ridimensionamento dell’agenda ESG, con un forte calo dei panel su clima, inclusione e cooperazione multilaterale
- Dopo l’uscita di Klaus Schwab, il World Economic Forum ha avviato una fase di transizione ai vertici, con una crescente centralità di Larry Fink, ceo di BlackRock.
Tensione geopolitica
L’edizione 2026 del World Economic Forum prende ufficialmente il via con il concerto inaugurale, ma secondo molti osservatori, l’atmosfera a Davos è già carica di tensione. Da una parte c’è Donald Trump, che ha promesso l’introduzione di dazi del 10% a partire dal primo febbraio nei confronti dei Paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia. Dall’altra l’Unione Europea, che ha invitato la Casa Bianca a evitare una “pericolosa spirale discendente” e sta valutando contromisure fino a 93 miliardi di euro verso le imprese statunitensi.
La crisi della Groenlandia diventa così uno dei dossier simbolo di un confronto sempre più duro tra alleati storici. Il presidente francese Emmanuel Macron spinge per l’attivazione dello strumento anti-coercizione introdotto dall’Ue nel 2023, che consente all’Ue di rispondere con misure commerciali e finanziarie a pressioni economiche di Paesi terzi, fungendo da deterrente contro ritorsioni e ricatti economici.
Ucraina al centro
Accanto alla Groenlandia, l’Ucraina resta uno dei temi più sensibili dell’edizione 2026. Alla Ukraine House, la sede della missione del governo di Kiev a Davos, è previsto un fitto calendario di incontri. Il presidente Volodymyr Zelensky interverrà pubblicamente al Forum, ma il futuro del Paese sarà discusso soprattutto negli incontri a margine, nei quali si attende un possibile bilaterale tra Zelensky e Trump.
Il fronte europeo e quello dei cosiddetti “volenterosi” restano compatti nell’obiettivo di garantire a Kiev ampie condizioni di sicurezza come base per un eventuale accordo di pace con la Russia. Ancora una volta, Davos si conferma un luogo in cui la diplomazia informale pesa quanto dei panel ufficiali.
Trump, l’Europa e il nuovo equilibrio
La risposta di Trump dal palco del World Economic Forum è attesa per mercoledì 21 gennaio nel pomeriggio, in un discorso che si preannuncia dirompente e capace di approfondire le fratture tra Stati Uniti e alleati Nato. Prima di lui interverranno la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e Macron, in una sequenza che riflette il confronto diretto tra le due sponde dell’Atlantico.
Questo scenario contribuisce a spiegare anche il profondo cambiamento dell’agenda del Forum. Nel passaggio dal tema del 2025, Collaboration for the Intelligent Age, a quello di quest’anno, A Spirit of Dialogue, il World Economic Forum ha ridotto drasticamente lo spazio dedicato a sostenibilità, clima, inclusione e cooperazione multilaterale. Le sessioni su ambiente e transizione si sono dimezzate, mentre quelle su gender e inclusione hanno subito tagli ancora più marcati. Il Forum appare così più orientato ai dossier di potere, sicurezza economica e competizione strategica.
La nuova leadership di Davos
A guidare questa trasformazione è anche il cambio di leadership al vertice del World Economic Forum. Dopo l’uscita di scena del fondatore Klaus Schwab nell’aprile 2025, il ruolo di vicepresidente ad interim è stato assunto da Larry Fink, ceo di Blackrock, insieme ad André Hoffmann di Roche. Fink ha spinto per un’edizione incentrata sulle grandi imprese e sui temi più rilevanti per la nuova amministrazione americana.
Nonostante le critiche e la concorrenza di altri eventi internazionali, Davos 2026 registra numeri record: circa 3.000 delegati, 65 capi di Stato, 400 leader politici, 850 amministratori delegati e oltre 100 fondatori di unicorni. Un segnale che il networking globale resta uno degli asset principali del Forum.
L’articolo Al via Davos 2026: temi, protagonisti e dossier sul tavolo del World Economic Forum è tratto da Forbes Italia.
- La Bohème al Teatro dell’Opera di Roma: Bignamini vince la scommessa di reinterpretare con intelligenza
La Bohème al Teatro dell’Opera di Roma: Bignamini vince la scommessa di reinterpretare con intelligenza
La Bohème di Giacomo Puccini detiene, assieme probabilmente a La Traviata di Giuseppe Verdi e la Carmen di Bizet, il primato di opera più “popolare” e rappresentata nel mondo. Facile ipotizzare come tale status derivi in primo luogo dall’esemplarità romanzesca del tema: l’opera viene composta alla fine di un secolo che aveva visto la nascita e la celebrazione dello stile di vita bohémien tra Romanticismo e Decadentismo ed è dunque divenuta sinonimo nell’immaginario collettivo della tragica teatralità operistica.
Il merito del successo imperituro va, però, attribuito al suo squisito valore musicale, al pregevole equilibrio compositivo, alle arie memorabili, all’abilità pucciniana di evocare vivida commozione nelle scene madri. Si potrebbe scrivere un libro sulla storia, già di per sé rocambolesca, della composizione dell’opera: la sfida, stravinta, col rivale Ruggero Leoncavallo (i due decisero di comporre contemporaneamente un’opera sullo stesso tema); la complessa gestazione del libretto scritto dagli autori, già collaudati nel connubio del loro stile complementare, Illica e Giacosa, tratto dal romanzo a puntate Scènes de la vie de Bohème (1851) di Henri Murger, adattato teatralmente con Théodore Barrière, una serie di quadri autobiografici sulla giovinezza artistica parigina; i continui ripensamenti di Puccini nei più di due anni di composizione (dal marzo 1893 alla fine del 1895) testimoniati da uno spartito originale tormentato, per la delizia dei filologi, da cancellature, sbianchettature e continue riscritture; la prima torinese del febbraio 1896, con un giovane Arturo Toscanini alla direzione, che incontrò il favore del pubblico, accompagnata dalla solita miope perplessità antiprofetica dei critici (“non lascerà traccia nel nostro teatro lirico”, scriverà Beserzio su La Stampa); una successiva, ulteriore revisione dell’incontentabile perfezionista Puccini, messa a punto per le rappresentazioni palermitane (prima al Politeama e poi al Teatro Massimo)… e da lì il trionfo.
Non è dunque facile portare in scena un’opera del genere: la scommessa è reinterpretare, sì, ma con intelligenza. Scommessa vinta da questa edizione, in scena al Costanzi fino al 25 gennaio, per la direzione di Jader Bignamini. A quanto pare, leggendo alcune recensioni e commenti a caldo tendenzialmente negativi, sono condannato a essere mio malgrado controcorrente: spesso sono stato severo nei confronti degli allestimenti “moderni”, in questo caso ho apprezzato molto l’utilizzo del videomapping, a cura di D-woke, nell’allestimento firmato da Davide Livermore.
I quattro Quadri (non atti, come da definizione originale) dell’opera sono raccontati da sette quadri, sette opere altamente significative dell’Impressionismo; una scelta semplice, pertinente, suggestiva. Vedere la Notte Stellata di Van Gogh come sfondo del duetto operistico amoroso più celebre (“Che gelida manina”/”Sì, mi chiamano Mimì”), quasi come una proiezione della tela dell’amico coinquilino Marcello, è un’intuizione innovativa ma pertinente: vivaddio, la dimostrazione che si può fare qualcosa di nuovo, senza stravolgimenti a caso. Tutto ciò mantenendo l’atmosfera umanamente calda (pur nel gelo fatale) della più proverbiale soffitta parigina.
Bellissima la restituzione, festosa e vivacissima, del Quartiere Latino nel breve e folgorante secondo Quadro, con consuete e meritate lodi al Coro diretto dal maestro Ciro Visco.
Ben giocato il contrasto, nel terzo, agghiacciante non solo per l’ambientazione ma per la tragica rivelazione sul destino dell’amata protagonista, tra l’amore leggiadro, vitale, “litigarello” di Marcello e Musetta e la profondità tragica del legame tra Rodolfo e Mimì. Un plauso alla straordinaria alchimia degli interpreti: l’ultimo Quadro, inevitabilmente straziante, viene interpretato con plausibile commozione da tutti i protagonisti in scena, verrebbe quasi voglia di salire sul palco e unirsi al pianto e all’abbraccio collettivo per quanto spontanea e credibile è l’empatia destata nel pubblico.
Mi riferisco al cast del 17 gennaio, di cui citerò Saimir Pirgu (un Rodolfo gioviale quanto capace di commossa tenerezza), la stella pucciniana Carolina Lopez Moreno (una degna Mimì), Nicola Alaimo, Alessio Arduini e William Thomas (bravi nel restituire goliardia e solidarietà nei panni di Marcello, Schaunard e Colline), Desirée Rancatore (una Musetta seducente quanto empatica) e Matteo Peirone (sdoppiato in Benoit e Ancildoro). Che bello vedere, ogni tanto, un’opera allestita con stile e rispetto.
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Nola, pappagalli tropicali detenuti nel degrado
Author Correction: An autonomous laboratory for the accelerated synthesis of inorganic materials
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09992-y
Author Correction: An autonomous laboratory for the accelerated synthesis of inorganic materialsTutti in cerca di ET: ventun anni di Seti@home

Per 21 anni, tra il 1999 e il 2020, milioni di persone in tutto il mondo hanno “prestato” i loro computer ai ricercatori della University of California-Berkeley per cercare tracce di civiltà intelligenti nella nostra galassia. Il progetto, chiamato Seti@home, dal nome ‘Search for Extra-Terrestrial Intelligence’ (Seti), è stato una delle attività di crowdsourcing più popolari agli albori di Internet. I partecipanti al progetto hanno scaricato il software Seti@home sui loro computer di casa per analizzare i dati registrati dall’ormai defunto radiotelescopio di Arecibo a Porto Rico. L’obiettivo era la ricerca di segnali radio dallo spazio riconducibili a tecnofirme: prove di tecnologie passate o presenti create da forme di vita intelligente.
Il progetto fu lanciato il 17 maggio 1999 dalla University of California-Berkeley. Già appena dopo pochi giorni 200mila persone da oltre cento paesi avevano scaricato il software. Un anno dopo contava due milioni di utenti. Nel corso del progetto, un’area pari a circa un terzo dell’intero cielo fu osservata da Porto Rico 12 o più volte, con alcune regioni perlustrate centinaia o anche migliaia di volte.

Screenshot dell’interfaccia utente di Seti@home nel 2009. Il software funzionava su milioni di personal computer in tutto il mondo, analizzando i dati radio provenienti dallo spazio alla ricerca di segnali provenienti da civiltà extraterrestri.
Crediti: Robert Sanders/Uc Berkeley
In totale, queste analisi hanno prodotto 12 miliardi di rilevazioni – «segnali momentanei a una particolare frequenza provenienti da un particolare punto del cielo», come spiega l’informatico e co-fondatore del progetto David Anderson. Dopo dieci anni di lavoro, il team di Seti@home ha ora terminato l’analisi di queste rilevazioni, selezionando inizialmente circa un milione di segnali “candidati”. Di questi, circa un centinaio sono stati ritenuti sufficientemente interessanti da meritare una seconda revisione.
Dal luglio scorso, i membri del progetto hanno poi puntato il radiotelescopio cinese Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope (Fast) verso i segnali più degni di nota nella speranza di vederli di nuovo. Sebbene i dati di Fast non siano stati ancora analizzati, Anderson già ha detto di non aspettarsi la rilevazione di segnali extraterrestri. Tuttavia i risultati del progetto Seti@home, presentati in due articoli pubblicati quest’estate su The Astronomical Journal, offrono spunti di riflessione per le ricerche future e indicano potenziali difetti negli studi in corso.
Secondo l’astronomo e direttore del progetto Eric Korpela, ricerche come Seti@home faranno emergere inevitabilmente miliardi di possibili segnali. La sfida per i ricercatori è lo sviluppo di algoritmi che cancellino i segnali spuri causati da rumore o da interferenze radio d’origine terrestre senza eliminare le tracce effettive di una potenziale civiltà lontana. Per affrontare questo problema, Anderson e Korpela hanno predisposto una sorta di test in cieco inserendo nella loro pipeline di dati circa tremila falsi “segnali ET”, chiamati birdies, che simulano possibili trasmissioni da intelligenze extraterrestri. Il concetto è semplice: se la pipeline scopre questi birdie, senza scambiarli per interferenze radio da eliminare, ci sono buone possibilità che possa scoprire anche un analogo segnale ET “vero”.
Ma come potrebbe essere fatto un “segnale ET vero”? Quasi tutte le ricerche odierne, sottolinea Korpela a questo proposito, presumono che una civiltà extraterrestre impieghi molta potenza in una banda di frequenza stretta per attirare l’attenzione di altre civiltà, per poi inviare informazioni o dati tramite una frequenza a banda larga adiacente. Per aumentare le probabilità di essere rilevato, si ipotizza che il segnale possa trovarsi intorno a una frequenza alla quale gli astronomi osserverebbero l’universo, per esempio attorno alla lunghezza d’onda radio di 21 centimetri usata per mappare l’idrogeno nella galassia.
Come è stata condotta l’analisi dei dati
Il software di Seti@home ha preso i dati dei segnali radio da Arecibo (frequenza, intensità, posizione in cielo) e li ha rielaborati tramite calcoli matematici. Dato che la Terra si muove, così come una probabile sorgente del segnale radio, il software ha analizzato le osservazioni per individuare spostamenti di frequenza, chiamati Doppler drift.

Vista panoramica del radiotelescopio di Arecibo nel 2019. Con i suoi 300 metri di diametro, all’epoca era il più grande radiotelescopio al mondo. La parabola è stata distrutta durante una tempesta nel 2020. Crediti: Mario Roberto Durán Ortiz/Creative Commons
«Per tener conto di ogni possibilità, abbiamo dovuto considerare un’ampia gamma tassi di drift – decine di migliaia», spiega Anderson. «Questo moltiplica per diecimila anche la potenza di calcolo di cui abbiamo bisogno. Il fatto di avere a disposizione un milione di personal computer ci ha permesso di farlo. Nessun altro progetto radio Seti è stato in grado di farlo».
I 12 miliardi di segnali interessanti identificati dai computer dei volontari che hanno preso parte al progetto dovevano poi essere sottoposti a verifiche. Questa analisi ha richiesto un centro di calcolo con una grande quantità di spazio di archiviazione e memoria, fornito dal Max Planck Institute for Gravitational Physics di Hannover, in Germania. Il supercomputer ha permesso di eliminare interferenze radio e rumore, riducendo – come dicevamo – miliardi di rilevazioni a circa due milioni di segnali candidati. Una volta classificati in base alla potenzialità di essere reali, i primi mille sono stati esaminati manualmente. Si è così ristretto il campo a circa cento segnali. Questi sono stati puntati dal radiotelescopio Fast, con una registrazione di circa 15 minuti per ciascun punto del cielo. Fast ha un’area di raccolta circa 8 volte superiore a quella di Arecibo. L’analisi finale di questi segnali deve ancora essere completata, ma i due articoli pubblicati la scorsa estate, dice Anderson, «rappresentano le importanti conclusioni di Seti@home».
Dunque nessun segnale da parte di intelligenze extraterrestri. Secondo Anderson il progetto è comunque andato ben oltre le aspettative iniziali. «Quando stavamo progettando Seti@home», ricorda, «abbiamo cercato di decidere se ne valesse la pena, se avremmo avuto abbastanza potenza di calcolo per fare davvero nuova scienza. I nostri calcoli si basavano sull’assunzione di 50mila volontari. In poco tempo, ne abbiamo avuti un milione. È stato fantastico, e vorrei far sapere a quella comunità e al mondo che abbiamo effettivamente fatto un po’ di scienza».
Per saperne di più:
- Leggi su The Astronomical Journal l’articolo “SETI@home: Data Analysis and Findings”, di D. P. Anderson, E. J. Korpela, D. Werthimer, J. Cobb e B. Allen
- Leggi su The Astronomical Journal l’articolo “SETI@home: Data Acquisition and Front-end Processing” di J. Korpela, D. P. Anderson, J. Cobb, M. Lebofsky, W. Liu e D. Werthimer
Hong Kong justice minister slams sanctions threat, accusations against judges

Colossus 1 e 2: xAI ha generato elettricità illegalmente

Le turbine a gas metano temporanee, usate da xAI per fornire elettricità ai data center Colossus 1 e 2, devono ottenere una preventiva autorizzazione.
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Addio smartphone ASUS: niente più Zenfone e ROG Phone

ASUS conferma l'uscita dal mercato smartphone: nessun nuovo modello in arrivo, ma supporto garantito per quelli già acquistati dagli utenti.
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La crisi della RAM rende più care anche le DDR3

La crisi della RAM rende introvabili le DDR5 e fa tornare di moda DDR4 e DDR3: i prezzi delle vecchie memorie salgono vertiginosamente.
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Farsi un sito è finalmente, davvero semplice. Grazie all'AI
Una muraglia galleggiante. Cosa sta succedendo nel Mar Cinese Orientale
Centinaia e centinaia di pescherecci che d’improvviso abbandonano le loro normali attività, iniziano a muoversi in modo simultaneo e coordinato e formano quella che a tutti gli effetti è una vera e propria “muraglia galleggiante”. Per ben due volte, nel corso delle ultime quattro settimane, questo particolare fenomeno ha preso forma in quella parte del Mar Cinese Meridionale compresa tra l’entroterra cinese, Taiwan e l’isola giapponese di Okinawa. E ad essere protagonisti sono stati, come si può facilmente presumere, dei vascelli di Pechino.
Il primo episodio risale al giorno di Natale. In quell’occasione circa 2.000 pescherecci cinesi si sono riuniti in due lunghe formazioni parallele, ciascuna delle quali si estendeva per 290 miglia, che andavano a formare una sorta di “L” rovesciata. Pochi giorni fa, l’11 gennaio, nello stesso tratto di mare circa 1.400 navi da pesca hanno compiuto simili manovre formando un rettangolo che si estendeva per oltre 200 miglia, costringendo alcune navi mercantili in avvicinamento a compiere delle manovre di aggiramento.
Facile vedere le implicazioni militari dietro queste manovre. Diversi esperti di questo settore, riporta il New York Times, hanno affermato che le manovre suggeriscono che la Cina stia rafforzando la propria milizia marittima, e che tali manovre dimostrano come Pechino sia in grado di radunare rapidamente un gran numero di imbarcazioni nei mari contesi. Capacità che, in caso di crisi, potrebbe rivelarsi estremamente utile per intasare le rotte marittime e complicare le operazioni militari e di rifornimento dei suoi avversari.
Non a caso queste manovre hanno avuto luogo in un’area da cui, qualora si verificasse un’escalation militare rispetto a Taiwan, passerebbe una delle principali arterie di rifornimento della coalizione guidata dagli Stati Uniti, che dalle basi su territorio giapponese andrebbe a raggiungere direttamente Formosa. Pur essendo troppo piccoli per imporre efficacemente un blocco totale nei confronti di navi avversarie, i pescherecci cinesi potrebbero comunque ostacolare i movimenti delle navi da guerra avversarie, come ha affermato l’ex ufficiale della marina statunitense e analista del Center for a New American Security Thomas Shugart, che sottolinea anche come questa moltitudine di imbarcazioni di piccole dimensioni potrebbe anche fungere da “esca per missili e siluri, sovraccaricando i radar o i sensori dei droni con un numero eccessivo di bersagli”.
Interessante notare anche la tempistica di queste manovre, che hanno avuto luogo pressoché in parallelo con le esercitazioni condotte dalla People’s Liberation Army nei pressi di Taiwan, suggerendo uno stretto collegamento tra i due (apparentemente distinti) fenomeni. Fenomeni che a loro volta si inseriscono in un più ampio momento di tensione tra la Cina e gli altri attori regionali, in particolare il Giappone, che si protrae dallo scorso novembre e che è culminata in diversi episodi di relativa tensione, tra cui la violazione dello spazio aereo giapponese o l’agganciamento radar di alcuni F-15 di Tokyo in volo nei pressi di Okinawa.
Meloni a Seoul, tutti gli accordi tra Italia e Corea
Se i tradizionali punti di forza dell’Italia come potenza scientifica si uniranno al Dna fondamentale della Repubblica di Corea come leader tecnologico, i due Paesi saranno in grado di generare grandi sinergie. Questo l’assunto usato dal presidente Lee Jae-Myung per raccontare l’oggi, ma soprattutto il domani, delle relazioni tra Roma e Seoul. La visita del presidente del consiglio Giorgia Meloni è un segnale molto chiaro che si accende su vari dossier: politica, geopolitica e relazioni industriali che si apprestano a vivere una stagione di profondità strategica su quattro direttrici di marcia, la cultura, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e i minerali essenziali.
Tre le priorità cerchiate in rosso da Meloni. In primis il partenariato economico e industriale, in ragione del fatto che la Corea è il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite.
Dati che mettono in risalto sia il peso specifico del made in Italy sia l’alto potenziale in campi considerati dall’alto valore aggiunto. Gli investimenti reciproci con il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese è anticamera anche per superare alcune barriere non tariffarie all’ingresso per i prodotti.
In secondo luogo Meloni parla di cooperazione per rendere le catene del valore più forti e più sicure, “in un’ottica di resilienza e sicurezza per le nostre economie”. Il riferimento è ai semiconduttori, che rientrano nel Memorandum siglato a Seoul tra i due leaders al fine di valorizzare i rispettivi know-how e potenziare le sinergie tra i sistemi industriali.
A supporto di ciò ecco il ruolo della ricerca scientifica, con il dialogo tra imprese, università e centri di ricerca che rappresenta una leva positiva per costruire una cooperazione nel medio-lungo termine. Cita la Banca Mondiale la premier, quando dice che l’80% della ricchezza delle nazioni più avanzate è immateriale, è cioè una ricchezza rappresentata dal sapere. Infine il coordinamento politico sui grandi temi internazionali, primo fa tutti l’IndoPacifico, la guerra in Ucraina, l’Africa, il Piano Mattei.
La visita è stata la prima di un primo ministro italiano in 19 anni, la prima di un leader europeo da quando Lee ha assunto l’incarico lo scorso giugno e la prima di un leader straniero da quando l’ufficio presidenziale è tornato a Cheong Wa Dae alla fine dell’anno scorso, ma due leader si erano già incontrati al vertice del G7 in Canada nello scorso giugno e a New York durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.
Nel breve periodo Meloni e Lee hanno concordato di rendere maggiormente costante il dialogo strategico, mettendo in cantiere un nuovo piano d’azione bilaterale per il 2026-2030 per guidare la cooperazione tra tra i due paesi. Anche lo sport è al centro delle future relazioni, promuovendo importanti eventi internazionali, tra cui i Giochi olimpici e paraolimpici invernali del 2026 a Milano e Cortina.
Ma non è tutto, perché dalla lontana Corea giungono gli echi di analisi e riflessioni su un altro tema molto controverso come l’Artico, che nelle ultime ore è stato al centro della telefonata tra la presidente del Consiglio italiana e il presidente degli Stati Uniti. Anche il governo tedesco ha espresso apprezzamento per la mossa, come spiegato dal portavoce dell’esecutivo di Berlino, Stefan Kornelius: “Quando molti Stati sono coinvolti in questo dibattito è sempre utile. La presidente del Consiglio italiana ha parlato anche con il presidente degli Stati Uniti. Questo è sempre molto utile”.
Con Proteus, Leonardo apre la strada all’elicottero navale autonomo
Il primo volo automatizzato di Proteus, l’elicottero senza pilota sviluppato da Leonardo per la Royal navy, rappresenta un passaggio chiave nella trasformazione dell’aviazione navale britannica.
Il test, condotto presso il Predannack airfield in Cornovaglia, ha dimostrato la capacità di un elicottero di grandi dimensioni di decollare e volare seguendo un profilo prestabilito senza intervento diretto umano. Non si tratta solo di un successo tecnologico, ma di un segnale strategico in un contesto segnato dal ritorno della competizione marittima e dall’esigenza di aumentare presenza e persistenza operativa con risorse limitate.
Un programma orientato alla maturità operativa
Proteus nasce all’interno del programma Rotary wing uncrewed air system (Rwuas) del ministero della Difesa britannico. La scelta industriale è indicativa e punta non a un drone progettato da zero, ma all’adattamento di una piattaforma elicotteristica esistente, di classe media, dotata di sistemi di controllo autonomo, sensori avanzati e un’architettura di missione modulare.
Il valore del dimostratore non risiede in un salto futuristico, bensì nella dimostrazione di maturità dell’autonomia di volo supervisionata, della capacità di gestire l’ambiente circostante e del potenziale di integrazione con le operazioni navali reali.
Il Nord Atlantico come banco di prova operativo
Il contesto strategico spiega perché questa capacità sia rilevante. Il Nord atlantico è tornato centrale per la sicurezza euro-atlantica, con una rinnovata attenzione alla sorveglianza marittima e alla guerra antisommergibile. In questo scenario, elicotteri e pattugliatori con equipaggio restano essenziali, ma sono costosi e vincolati dalla disponibilità di personale. Un Rwuas come Proteus consente di estendere la bolla sensoriale di una nave, svolgere missioni ripetitive o rischiose e aumentare la continuità operativa senza moltiplicare equipaggi. È il principio della hybrid air wing, in cui sistemi pilotati e autonomi cooperano anziché sostituirsi.
Costi, industria e nuove sfide tecnologiche
Anche il razionale economico è centrale. Un elicottero navale tradizionale comporta costi elevati lungo tutto il ciclo di vita, dall’addestramento alla logistica. Un sistema autonomo di classe media, pur non essendo economico come un piccolo drone, può ridurre in modo significativo il costo per ora di volo nelle missioni persistenti, rendendo sostenibile una presenza prolungata in mare. Sul piano industriale, Proteus valorizza una filiera elicotteristica europea già matura, ma apre nuove sfide legate a certificazione software, cyber-resilienza e integrazione sicura con i sistemi di combattimento di bordo.
Limiti operativi e valore strutturale del programma
I limiti restano evidenti, con un’autonomia e un carico utile inferiori rispetto agli Uav ad ala fissa e una forte dipendenza da collegamenti di comunicazione robusti. Tuttavia, per missioni Isr e Asw a corto e medio raggio, il compromesso è favorevole. In questa prospettiva, Proteus va letto non come una rivoluzione improvvisa, ma come un tassello coerente di una trasformazione strutturale. Se le prossime fasi di test confermeranno affidabilità e integrazione operativa, il programma potrà diventare un modello credibile per il futuro equilibrio tra piattaforme autonome e con equipaggio nella potenza marittima occidentale.
Il Gruppo Hera compra Sostelia e diventa leader italiano nel trattamento delle acque
Il Gruppo Hera ha acquistato il Gruppo Sostelia, società operano nel settore delle tecnologie e del trattamento delle acque civili e industriali, per 138 milioni di euro.
L’acquisizione da parte del Gruppo Hera, si legge nella nota, si completerà entro fine marzo 2026. A regime, questa operazione porterà un contributo alla crescita del margine operativo lordo consolidato del Gruppo Hera stimato per più di 20 milioni di euro, oltre al valore delle sinergie da integrazione previste.
Le linee strategiche dell’operazione
L’operazione crea un player di riferimento in Italia con un’offerta integrata nel mercato del trattamento delle acque – dalla progettazione e costruzione (EPC) alla gestione e manutenzione (O&M), fino al trattamento e smaltimento dei rifiuti liquidi e fanghi correlati ai processi di depurazione – e genera un sistema di sinergie con Herambiente (controllata di Hera e primo operatore italiano nel settore ambiente), che innalza qualità, efficienza e continuità del servizio per clienti pubblici e privati.
Le sinergie rappresentano, infatti, uno dei principali driver della creazione di valore. Da un lato, l’integrazione dei servizi Sostelia potrà consentire a Herambiente di ampliare la propria offerta commerciale fornendo ai propri clienti ulteriori servizi come le soluzioni di revamping e progettazione di nuovi impianti o la gestione e la manutenzione di impianti privati esistenti, assicurando una continuità tecnico-operativa che si traduce in maggiore affidabilità e minori costi di esercizio. Dall’altro, il portafoglio clienti di Sostelia rappresenta per Herambiente una significativa opportunità di integrazione della propria offerta di servizi.
Sinergie industriali e competenze nel ciclo idrico integrato
Tra gli elementi fondanti la sinergia industriale dell’acquisizione spicca, inoltre, il know-how maturato da Sostelia e dal Gruppo Hera nel ciclo idrico integrato, sia civile che industriale. Il Gruppo Hera, infatti, può già vantare un’esperienza pluriennale derivante dalla gestione diretta di decine di impianti di proprietà dedicati alla depurazione civile dei territori serviti e al trattamento dei liquidi di rifiuti industriali.
Dal canto suo, Sostelia fornisce anche servizi integrati e tecnologie all’avanguardia per il trattamento delle acque reflue industriali e dei fanghi, per il recupero delle risorse idriche e per affrontare le nuove sfide legate alla recente direttiva UE 2024/3019, che introduce obblighi più stringenti sul trattamento delle acque reflue urbane. Ne sono un esempio le soluzioni per l’abbattimento dei PFAS, finalizzate a ridurre l’impatto ambientale di questi inquinanti.
Più in generale, la combinazione di competenze tecniche, presidio impiantistico e capacità commerciale di Sostelia consentirà al Gruppo Hera di ampliare la propria base clienti, diversificare i ricavi e aumentare la resilienza del business in un ambito che richiede velocità di intervento, qualità del servizio e innovazione continua.
Il Gruppo Sostelia in cifre
Il Gruppo Sostelia ha una base di oltre 1.200 impianti in gestione, più di 1.200 clienti attivi, circa 350 lavoratori e il suo profilo economico finanziario conferma la solidità industriale dell’operazione. Circa il 70% dell’attività è focalizzata sui clienti industriali; in termini di linee di business, circa la metà dei ricavi proviene dalle soluzioni per il trattamento delle acque, principale porta d’accesso al cliente che garantisce contratti di gestione e manutenzione nel tempo, mentre la restante parte proviene dai servizi accessori.
La diversificazione commerciale è ampia, con un portafoglio che combina grandi player industriali nel mercato privato e importanti commesse pubbliche nel segmento municipale e, sul piano geografico, una forte copertura del Nord Italia e una presenza internazionale già avviata che genera circa il 10% del fatturato. La società ha anche un presidio diretto sul waste treatment, grazie a un impianto di trattamento avanzato per rifiuti liquidi a Casalmaggiore (CR) complementare alla dotazione impiantistica di Herambiente.
Le dichiarazioni
“L’acquisizione di una realtà industriale come Sostelia, leader nel water treatment con tecnologie avanzate, ricerca e sviluppo e know-how di alto livello, rafforza il posizionamento del Gruppo Hera nei due settori strategici water e waste. Lo scenario di riferimento è segnato da normative più stringenti, come la Direttiva UE 2024/3019 sulle acque reflue e da un deficit idrico sempre maggiore perché si prevede che la domanda di acqua crescerà, per la riconfigurazione industriale, mentre le risorse disponibili si ridurranno, per effetto del cambiamento climatico”, dichiara Orazio Iacono, amministratore delegato del Gruppo Hera.
“Tale contesto spingerà gli investimenti nel trattamento, risparmio e riutilizzo idrico, favorendo la crescita della domanda di soluzioni avanzate di water treatment civili e industriali. Aggiungiamo così un ulteriore tassello fondamentale all’interno della nostra filiera del waste e proseguiamo il percorso avviato negli ultimi anni, che ha già visto l’ingresso nel nostro perimetro aziendale di player come Aliplast e ACR Reggiani, con l’obiettivo di ampliare e diversificare i servizi per i clienti civili e industriali”, conclude Iacono.
“Tralasciando le frasi di rito tipiche di queste occasioni vorrei solo sottolineare come in meno di 3 anni, con un approccio industriale, siamo stati in grado di creare un gruppo che garantisce una prospettiva operativa molto più solida a tutti i collaboratori e ai clienti, visto che alcune delle realtà acquisite avevano un classico tema di passaggio generazionale da risolvere. Il fondo Xenon Fidec, partito nel luglio 2023, ha creato e sta facendo crescere altri cinque gruppi in comparti strategici della economia circolare e della transizione energetica e con questa operazione perfeziona la sua seconda exit di successo”, dichiara Danilo Mangano, amministratore delegato di Xenon AIFM S.A.
Advisor coinvolti nell’operazione
Nell’operazione Hera è stata assistita da PwC in qualità di advisor strategico e dallo studio GA-Alliance per la parte legale, mentre Xenon è stato assistito da Rothschild & Co. in qualità di advisor finanziario, da LCA per la parte legale, da Deloitte Financial Advisory e da Fortlane Partners.
L’articolo Il Gruppo Hera compra Sostelia e diventa leader italiano nel trattamento delle acque è tratto da Forbes Italia.
Diventa OM: al via il corso ARI Monza 2026

Il programma del corso prevede la preparazione sia della parte di radiotecnica e sia di quella dei regolamenti.
Il corso verrà tenuto “in presenza”, presso la sede della Sezione ARI Monza in via Pacinotti 1, tutti i lunedì dalle ore 21.00 alle ore 23.00 (entrata carrabile per le autovetture da via XX Settembre).
L’inizio delle lezioni è previsto per Lunedì 26 gennaio 2026.
Docente: Fabio, IK2ZUT
Per maggiori dettagli scaricare qui il programma del corso in PDF
Diventa OM con ARI Cuneo
- Referendum giustizia, Nordio risponde ad Alessandro Barbero (e al suo No alla separazione delle carriere): “Posizione eccentrica”
Referendum giustizia, Nordio risponde ad Alessandro Barbero (e al suo No alla separazione delle carriere): “Posizione eccentrica”
“Tutti gli storici hanno interpretazioni diverse dei fatti. Anche alcune più eccentriche. Ascolti bene: anche le più eccentriche…”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in loden scuro e passo veloce, commenta così al Fatto Quotidiano la posizione dello storico Alessandro Barbero per il “No” alla riforma sulla separazione delle carriere. Lo storico, seguitissimo anche dai più giovani per il suo podcast e le lezioni di storia, domenica aveva registrato un video per esprimere la sua contrarietà alla riforma spiegando che il rischio è quello di avere magistrati “che prendono ordini e che possono essere puniti dal governo” e che il governo “potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
Una posizione che non è piaciuta al Guardasigilli definendola “eccentrica”, arrivando a Montecitorio per partecipare al convegno “Giustizia Giusta” organizzato dal comitato “Giustizia Sì” e “Unione italiana forense”. Il ministro prima di prendere l’ascensore per arrivare nella sala della Regina risponde anche a chi gli chiede dei pochi provvedimenti disciplinari che in questi anni sono stati comminati nei confronti dei magistrati: “L’Alta Corte disciplinare introdotta con la riforma serve a questo: potrà decidere senza subire il correntismo dell’attuale Csm”.
L'articolo Referendum giustizia, Nordio risponde ad Alessandro Barbero (e al suo No alla separazione delle carriere): “Posizione eccentrica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
- Nuovi dazi Usa, male le Borse Ue. Gli analisti: “Quadro geopolitico schizofrenico”. Sorridono solo gli azionisti delle aziende belliche
Nuovi dazi Usa, male le Borse Ue. Gli analisti: “Quadro geopolitico schizofrenico”. Sorridono solo gli azionisti delle aziende belliche
“Un quadro geopolitico schizofrenico” e di “imbarbarimento del clima geopolitico”. Gli analisti finanziari fotografano così la situazione che si è creata in seguito all’annuncio del presidente Trump di dazi supplementari verso otto Paesi europei, per la loro difesa della Groenlandia tanto bramata dal tycoon. Il piano della Casa Bianca è quello di imporre nuove tariffe del 10% sulle merci provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia a partire dal 1° febbraio, per poi salire al 25% dal 1° giugno. Gli occhi sono puntati anche sulla Corte Suprema americana che domani potrebbe pronunciarsi sull’utilizzo di Trump dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per imporre dazi reciproci. Lo stesso presidente ha anticipato: se i giudici dovessero imporgli limiti sarebbe “un completo disastro”.
Lo stesso pensiero lo fanno in Europa, ma al contrario: il disastro avverrà se Trump non troverà ostacoli nell’imposizione dei dazi. Le prospettive non sono buone. L’andamento delle Borse è lo specchio della situazione: calano petrolio e gas, volano oro e argento. Il dollaro si indebolisce sulle principali valute. L’indice stoxx 600 cede l’1,3%. Perdono terreno Milano (-1,8%), Parigi (-1,5%), Francoforte (-1,4%), Madrid (-0,9%) e Londra (-0,6%). L’euro sale a 1,1623 sul biglietto verde.
In questo panorama le azioni del settore della difesa europea sono in rialzo: Rheinmetall (Germania) è salita di circa il 3%, BAE Systems (Regno Unito) del 2%, Leonardo (Italia) del 3% Il Fondo monetario internazionale ritiene che le tensioni geopolitiche e la guerra dei dazi potrebbero incidere sulla crescita economica globale nel 2026. Si spera, dunque, che i leader mondiali riuniti a Davos (19-23 gennaio) per l’incontro annuale del World Economic Forum riusciranno ad evitare una rottura delle relazioni internazionali tra alleati occidentali. Il primo ministro inglese Keir Starmer stamattina ha dichiarato che una guerra commerciale “non interessa a nessuno. Dobbiamo trovare un modo pragmatico, sensato e duraturo per affrontare questa situazione, in modo da evitare conseguenze che saranno molto gravi per il nostro paese”.
Gli esperti di Goldman Sachs hanno formulato una stima circa il potenziale impatto economico dell’ultima minaccia tariffaria arrivata da Washington: la banca d’affari ritiene che se Trump procedesse con dazi del 10%, ciò avrebbe un impatto sul Pil dello 0,1%-0,2% nei paesi interessati, compreso il Regno Unito. Paul Dales (Capital Economics) mette in guardia sul fatto che Londra rischi la recessione con una riduzione del Pil tra 0,3%-0,75%. Ma c’è chi invita a mantenere il sangue freddo. Richard Rumbelow, direttore dell’associazione dei produttori britannici Make UK, al programma Today su Bbc 4 ha affermato: “Ciò che conta è che il Regno Unito abbia una diplomazia commerciale efficace. Non credo che questo sia il momento di adottare misure di ritorsione immediate contro gli Stati Uniti”.
Per gli analisti di Mps Market Strategy “il fine settimana ci ha regalato un nuovo episodio del drammatico imbarbarimento del clima geopolitico” e ora molto dipenderà da “quale sarà la risposta dell’Ue. Diverse opzioni sono sul tavolo: rispolverare la lista di beni (93 miliardi) di export Usa da sottoporre a dazi preparata dopo il Liberation Day, utilizzo dell’anti-coercion instrument, la cui attivazione richiede però un processo lungo e complicato”. Di sicuro la questione geopolitica ritorna centrale, “questa volta con le potenziali distorsioni che arrivano da un mix di politica estera ed interna”, spiega Luca Simoncelli, Investment strategist di Invesco. L’annuncio dei dazi da parte di Trump e l’Europa che valuta le contromisure segnano un “punto di svolta nelle relazioni transatlantiche, con i governi europei che si preparano a una risposta unitaria, rafforzando potenzialmente la coesione in materia di politica commerciale. Il potenziale contraccolpo sulle esportazioni determina un aumento di volatilità sui mercati, proprio alle porte di una stagione degli utili aziendali che sta iniziando in maniera convincente”.
L’apertura del 2026 ci consegna un “quadro che definire schizofrenico sarebbe un eufemismo, una dissonanza cognitiva dove il frastuono dei titoli di giornale si scontra con l’assordante silenzio della volatilità sui mercati azionari”, aggiunge Gabriel Debach, market analyst di eToro. Gli operatori, che fino a ieri sembravano ossessionati dalla caccia alla bolla dell’intelligenza artificiale, hanno “bruscamente spostato l’attenzione. Il nuovo fronte non è più una disputa commerciale classica sui sussidi o sull’acciaio, ma si chiama Groenlandia. La mossa di Trump segna un salto di qualità brutale, l’uso delle tariffe come strumento di annessione territoriale su un alleato storico”.
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Il “Sarcofago di Crispina” al Museo Archeologico di Capri: ora il pubblico potrà ammirarlo
Napoli: multe per 10mila euro a 22 locali nel centro storico, sequestrati 130 chili di alimenti
NASA's Artemis II Moon rocket arrives at the launch pad
If it all goes wrong, British kids of the '80s might remember an alternative
NASA's monster Moon rocket, the Space Launch System (SLS), has trundled out to the launch pad – though the upper stage and Orion spacecraft look uncannily like a prop from a 1980s British children's television show.…
Microsoft Intune changes to start biting unprepared admins
Mobile application management updates mean apps could soon be blocked
Today's a critical day for administrators managing a fleet of mobile devices via Microsoft Intune. Without updates, apps - including Microsoft's own - may stop working.…
TP-Link Patches Vulnerability Exposing VIGI Cameras to Remote Hacking
The researcher who discovered the vulnerability saw more than 2,500 internet-exposed devices.
The post TP-Link Patches Vulnerability Exposing VIGI Cameras to Remote Hacking appeared first on SecurityWeek.
Floating science stations: my month on a research vessel looking after buoys
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00189-5
Physical oceanographer Melina M. Martinez finds ways to gather ocean data off the coast of Argentina.Author Correction: An autonomous laboratory for the accelerated synthesis of inorganic materials
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09992-y
Author Correction: An autonomous laboratory for the accelerated synthesis of inorganic materialsChina suffers unprecedented double rocket launch failures in a single day

China suffers unprecedented double rocket launch failures in a single day

Formulaire demande de subvention - dépôt et téléchargement
bonjour j’essaye de faire un formulaire avec Framaforms. J’ai 2 questions :
je souhaite que les associations me laisse des documents mais comment je sais ou ils sont mis
je souhaite également qu’il puisse télécharger un document pour ensuite le remplir l’enregistre sur leur poste et me le retransférer.
Pouvez-vous me dire comment j’indique le lien le jeton si j’ai bien compris ou cela se trouve exactement
avec mes remerciements
Bonne journée
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Indebolire il Garante Privacy è un'idea parecchio stupida
Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori
di Geraldina Colotti
CARACAS
Mentre un'orchestrata campagna di allarmi e fake news tenta di coprire la verità sulla brutale operazione di guerra illegale eseguita dagli Stati Uniti all'alba del 3 gennaio 2026, la realtà dietro la violenza imperiale comincia a emergere in tutta la sua crudezza. Non è stato affatto una "passeggiata", come ha cercato di far credere Donald Trump con il suo consueto cinismo arrogante. È stata un'aggressione terroristica in piena regola, un atto di forza bellica disproporzionata, asimmetrica, che ha violato ogni norma del diritto nazionale e internazionale, trovando però sulla sua strada la resistenza eroica del popolo venezuelano, dei militari venezuelani e cubani, e delle soldate.
I dati che emergono smentiscono la narrativa di un'operazione chirurgica e indolore. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue eroici combattenti cubani, presenti legalmente nel Paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi "come leoni" in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.
Questa aggressione non è figlia del caso, ma di una pianificazione meticolosa che ha visto l'uso di tecnologie di spionaggio all'avanguardia. La CIA ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”.
Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell'Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l'impiego di 152 velivoli e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese.
In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inserisce la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell'Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una "svendita" del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.
Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l'episodio viene ricostruito nell'introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.
Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni, ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della CIA, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La "diplomazia delle cannoniere" di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L'accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l'integrità della nazione.
Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una "resa", bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L'inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.
Come avverte Stella Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del "fai quello che voglio o sarà peggio per te". In questo contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidenta incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L'obiettivo è proiettare nel mondo l'idea che "il chavismo stia negoziando la propria resa", quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l'ascolto delle richieste dell'aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.
In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un "agente del cambiamento" per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l'imperialismo ha più demonizzato e perseguitato giudiziarialmente. La sua permanenza al Ministero dell'Interno, coordinata con la presidenta incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del "nucleo di ferro" bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.
Pretendere che colui che è stato l'obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l'ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all'aggressione contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell'impero.
Dopo una riunione d'emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una "risposta asimmetrica integrale": il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.
Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L'attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell'esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell'imperialismo per difendere il ponte strategico verso l'America Latina rappresentato dal Venezuela.
Ciò che i "chavisti da salotto" in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores richiede un'intelligenza strategica che non è "svendita", ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all'Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.
Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un "cambio di regime" immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell'affermare di possedere la "chiave" delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o dall'estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.
La calma apparente non è normalità, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Washington tenta di imporre una "transizione ordinata" come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un'opposizione priva di rispetto popolare.
Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. La lotta per la libertà di Nicolás e Cilia continua, sorretta da un popolo che non si arrende. E che sta facendo scuola.

- Le trecce della solidarietà per i ragazzi di Crans-Montana, parrucchieri offrono gratis taglio e piega a chi donerà i capelli
Le trecce della solidarietà per i ragazzi di Crans-Montana, parrucchieri offrono gratis taglio e piega a chi donerà i capelli
“Senza più pelle, né capelli, quei ragazzi erano ancora vivi ma sembravano scheletri”. Una delle testimonianze più impressionanti di Crans-Montana fa comprendere con una sola frase, quale possa essere oggi, la condizione di molti feriti dopo lo spaventoso rogo del Constellation. E accanto alle cure primarie e salvavita – che come ha detto al FattoQuotidiano.it il chirurgo Benedetto Longo devono essere anche “ricostruttive” – c’è la necessità di restituire con il tempo ai volti e ai corpi di chi è sopravvissuto dignità e riconoscibilità. E così suscita tenerezza e attenzione l’iniziativa – partita dalla Francia – di alcuni parrucchieri che raccolgono i capelli da donare a un’associazione svizzera, Rolph Ag, che si occupa di realizzare parrucche per le persone coinvolte nell’incendio.
Tra i coiffeur che hanno accolto l’appello c’è Sabrina Yueqiong Pan che nel suo salone SP Hair Studio di Busto Arsizio ha già raccolto diverse trecce. In un video su Instagram il cuore dell’iniziativa: “Questo è un piccolo gesto per te, ma un enorme aiuto per loro. Unisciti a noi, insieme potremo ridare un’immagine, un sorriso, una speranza”. Tra i primi ad aderire all’iniziativa il negozio Beauty Corner di Occhieppo Inferiore (Biella) di Erika Schiapparelli che ha intercettato sui social i post di una collega francese L’atelier Capillaire d’Aurélie.
“L’iniziativa non è partita da me e lo vorrei specificare – dice Sabrina Yueqiong Pan – ed è tutto a titolo gratuito. Chi dona 30 centimetri di treccia di capelli non trattati, avrà taglio e piega gratis. È una giusta causa e in passato l’ho fatto per i malati oncologici. Ho scritto all’associazione svizzera che raccoglie i capelli per chiedere tutte le informazioni e nel giro di due ore mi hanno risposto”. L’iniziativa è importante perché i capelli, se non danneggiati fino al cuoio capelluto, ricrescono normalmente; altrimenti, la ricrescita potrebbe essere compromessa o persa definitivamente.
“Io ho una nipote della stessa età dei ragazzi di Crans-Montana e quando ho visto la storia ho pensato che poteva essere uno dei miei nipoti. E fino a 10 anni fa anche io andavo in discoteca – prosegue – . La cosa bella di questa iniziativa che è che mi hanno scritto persone anche da Milano o ragazze a cui non tagliavo i capelli da un anno; quella meno bella sono i post di quelli che scrivono che ‘tanto quelli sono benestanti’. Io non lo capisco e faccio quello mi sembra che sia giusto. L’importante è la divulgazione e avere la possibilità spedire direttamente tramite il loro parrucchiere. Un gesto che può sembrare semplice, ma che ha un impatto enorme sulle persone che stanno affrontando una realtà così dura”.
L’associazione, interpellata dagli stessi parrucchieri, ha spiegato che, che una volta ricevute, le trecce vengono controllate, pulite e selezionate in base alla struttura e al colore dei capelli. “La lavorazione richiede diversi mesi, a seconda della quantità. Per una protesi capillare sono necessarie diverse trecce; il numero esatto dipende dalla lunghezza e dal volume, ma nella maggior parte dei casi sono necessarie 5-6 trecce. I capelli donati sono destinati principalmente alle persone colpite dall’incendio di Crans-Montana”.
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È il momento per l’Europa di sganciarsi dall’impero americano. Meloni con Trump per interesse
Cosa dovrebbe fare l’Europa per respingere l’attacco di Trump alla Groenlandia e a tutta l’Europa? Dovrebbe fare la pace con la Russia e sganciarsi, prudentemente ma decisamente, dall’impero americano. Dovrebbe riconoscere che siamo in un’epoca post-UE e post-Nato: la Nato e la Ue non esistono più, almeno per come le abbiamo conosciute. Occorre una politica completamente nuova.
Il governo italiano invece fa finta di nulla: mentre Donald Trump vuole conquistare la Groenlandia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa finta che le pretese coloniali del presidente americano possano essere risolte con dei negoziati, magari a base di cene con spaghetti e mandolino. Come donna, come cristiana, come madre, Meloni non ha avuto il coraggio di condannare pubblicamente né l’omicidio della povera Renee Good da parte delle squadracce di Trump né il criminale Netanyahu, grande amico di Trump. La sua vicinanza ideologica con l’autocrate è quasi totale, e la sua qualità morale è quasi allo stesso livello di quella di Trump.
Ma oltre a questo c’è soprattutto una questione di interesse: Meloni sa che Trump è la sua principale assicurazione per mantenere la poltrona. E’ convinta che finché c’è Trump potrà continuare a governare l’Italia anche se il suo partito ha ottenuto solo il 14% degli aventi diritto al voto, e anche se l’intera coalizione di centro-destra ha raccolto 12,3 milioni di voti (26,7% del corpo elettorale), ovvero 6 milioni in meno rispetto a chi ha deciso di non votare o ha votato scheda bianca (18,4 milioni). Il suo governo di minoranza elettorale attualmente si barcamena ambiguamente tra Trump e UE, ma non potrà farlo per molto.
L’Unione Europea – trainata da Francia, Germania, Olanda, Svezia, Finlandia, e gli altri paesi che hanno voluto difendere simbolicamente la Groenlandia mandandoci qualche soldato – sembra finalmente decisa a contrastare i nuovi dazi imposti da Trump. La UE vuole ricorrere a un mezzo molto efficace, l’Anti coercion instrument. Lo strumento anti-coercizione è stato approvato dalla UE nel dicembre 2023 ma finora non è mai stato utilizzato: ha la funzione di “contrastare Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Unione, o un suo Stato membro, per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche minacciando di applicare misure che incidono sul commercio o sugli investimenti contro l’Ue o un suo Stato”.
Permette alla Commissione Europea di imporre contro l’avversario un’ampia gamma di misure di ritorsione oltre all’aumento dei dazi, come: restrizioni al commercio di servizi digitali e finanziari, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale), l’applicazione di controlli sulle esportazioni, la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale, la limitazione degli investimenti esteri, il divieto di servizi, l’applicazione di dazi sulle piattaforme digitali.
Ma l’aspetto più importante è che la Commissione UE può applicare queste misure anche se vengono approvate solo a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo: non è dunque richiesta l’unanimità dei governi europei. Anche se Meloni vota contro, nulla può fare se – come è probabile – la maggioranza dei paesi europei approva le misure di ritorsione anti-Trump. Probabilmente il suo governo si spaccherà se verranno adottate misure anti-Trump.
Ma l’Europa ha un problema più grande: i leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia. Putin è un tiranno e certamente non è un santo: ma non ha alcuna intenzione e nessuno interesse a aggredire Copenaghen, Londra, Parigi e Roma. L’Europa, e soprattutto la sinistra europea, dovrebbero finalmente riconoscere che in Ucraina Putin si è difeso dall’espansione della Nato ai suoi confini.
Putin è un dittatore ma in Ucraina ha difeso la sicurezza russa messa in pericolo dai colpi di Stato americani, dai finanziamenti americani a Zelensky e ai governi corrotti di Kiev e, ovviamente, dall’impegno della Nato a inglobare l’Ucraina. La Nato in Ucraina è un pericolo mortale per la Russia perché i missili lanciati da Kiev possono colpire in pochi minuti Mosca senza potere essere intercettati. L’Europa deve dunque cambiare completamente registro con la Russia: non possiamo continuare a pagare il gas e il petrolio americano quattro volte di più di quello russo per fare piacere a Trump. Si obietterà che Putin è un dittatore: ma molti paesi con i quali abbiamo buoni rapporti commerciali, energetici e politici sono governati da sanguinosi dittatori.
Se l’Europa non vuole soccombere deve cominciare a sganciarsi dall’America e deve anche avviare una politica di disarmo bilanciato e controllato con la Russia.
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- Donzelli prende in giro Renzi: “Parole su Meloni? Lui guidava il primo partito d’Italia, oggi fatica a guidare l’ultimo”
Donzelli prende in giro Renzi: “Parole su Meloni? Lui guidava il primo partito d’Italia, oggi fatica a guidare l’ultimo”
“Le parole di Renzi? Sono dettate da astio e difficoltà politiche, comprendo chi guidava il primo partito d’Italia e oggi fatica a guidare l’ultimo“. Lo ha detto Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, fuori da Montecitorio, commentando le dichiarazioni del leader di Italia viva, che sabato scorso ha (ri)lanciato un progetto intitolato “casa riformista” per, tra le altre cose, “mandare al Quirinale uno normale”. In contrapposizione all’ipotesi che al Colle possa puntare Giorgia Meloni dopo le elezioni del 2027.
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- “I prof sono complici”: momenti di tensione davanti alla scuola di La Spezia dove è stato accoltellato Youssef Abanoub
“I prof sono complici”: momenti di tensione davanti alla scuola di La Spezia dove è stato accoltellato Youssef Abanoub
“Vogliamo giustizia” è la scritta che aleggia sulle porte di scuola. Ad attaccare il foglio è stata una ragazza sulle spalle di un coetaneo, un gesto per arrivare più in alto e chiamare all’attenzione il mondo dei grandi. Nella mattina del 19 gennaio, un centinaio di giovani studenti e studentesse hanno manifestato di fronte all’ingresso dell’Einaudi-Chiodo di La Spezia per la morte di Youssef Abanoub, il 18enne accoltellato a morte nell’istituto ligure.
Dopo la tragedia c’è tensione in città. Il sindaco Pierluigi Peracchini, nonostante le iniziali riluttanze, ha proclamato lutto cittadino per il giorno dei funerali del giovane Youssef. Alla veglia organizzata dai coetanei e dalle coetanee del ragazzo non sono mancati momenti di tensione. Qualcuno ha portato cartelli che accusano direttamente il personale scolastico: “I prof sono complici”, si legge su uno di questi. Qualcun altro ha provato a bloccare l’ingresso dell’edificio, scontrandosi con un collaboratore scolastico: a placare gli animi ci ha pensato la Digos, provocando lo spavento e l’allontanamento di alcuni presenti.
La manifestazione si è conclusa al sotto al Tribunale spezzino. Dopodiché, le persone presenti si sono dirette all’obitorio, dove si trova ora Youssef: la salma del ragazzo è a disposizione della magistratura, che ne ha disposto l’autopsia. Le partecipazioni al corteo sono state centinaia: oltre che dall’istituto professionale, sono giunte presenze anche dai licei Mazzini e Fossati e da altri istituti superiori della città.
Il giorno prima, sul sito dell’istituto era stato pubblicato un comunicato scritto dalla preside Gessica Caniparoli, in cui veniva annunciato l’inizio del “percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità scolastica”, con il sostegno del supporto psicologico.
Immagini prese dalle storie pubblicate sul profilo Instagram di Unione degli studenti La Spezia: @udslaspezia
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La solidarietà di Giani e Diop al procuratore di Prato Tescaroli
L'intervento dopo il ritrovamento di un proiettile in occasione dell'evento di presentazione del libro del magistrato in Puglia
Napoli, agevolazioni per i veicoli elettrici e ibridi prorogate a fine 2026
Una storica dell’arte della Federico II alla guida del Kunsthistorisches Institut di Firenze
Napoli, all'alt della polizia sperona volante tenta di investire agente: arrestato
- Quarto, fa discutere il Gesù “palestinese” di Jorit: con la kefiah, in un occhio Guernica di Picasso
Quarto, fa discutere il Gesù “palestinese” di Jorit: con la kefiah, in un occhio Guernica di Picasso
“Il Muro della Libertà” del carcere di Santa Maria Capua Vetere si popola di voci
Don't underestimate pro-Russia hacktivists, warns UK's cyber crew
They’re not the most sophisticated, but even simple attacks can lead to costly consequences
The UK's National Cyber Security Centre (NCSC) is once again warning that pro-Russia hacktivists are a threat to critical services operators.…
Windows 11 shutdown bug forces Microsoft into out-of-band damage control
Ships emergency update to fix a Patch Tuesday misfire that prevented systems from switching off
Microsoft has rushed out an out-of-band Windows 11 update after January's Patch Tuesday broke something as fundamental as turning PCs off.…
13 children killed in South Africa as minibus collides with truck near Johannesburg

Analizzo il payload per la CVE-2014-4688 #cybersecurity #twitchitalia #short #pfsense

Forget formalism: mathematics was built on infighting and emotional turmoil
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00187-7
A fast-paced book captures how theory and formal proof intertwined with the personal lives of prominent mathematicians.Floating science stations: my month on a research vessel looking after buoys
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00189-5
Physical oceanographer Melina M. Martinez finds ways to gather ocean data off the coast of Argentina.Altro che medico di campagna: Riccardo Szumski è piuttosto un politico in campagna
Il medico radiato Riccardo Szumski, a seguito della mia denuncia su queste pagine dell’inaccettabile aggressione contro la senatrice Sbrollini causata dalle critiche alla proposta assurda di istituire strutture sanitarie pubbliche dedicate a coloro che lamentano danni da vaccino in Veneto, ha deciso di rispondere anche a me. Non nel merito, intendiamoci bene; semplicemente reiterando proprio quel meccanismo di appello politico, di chiamata identitaria che ha utilizzato in precedenza contro la senatrice.
Vale la pena esaminare il suo messaggio sui social, non perché interessante per i contenuti, ma perché è un esempio didattico di come agisce la politica populista per creare consenso sui temi di sanità pubblica, che dovrebbero essere trattati in ben altro modo. Scrive dunque Szumski: “Il prof Enrico Bucci mi attacca su il Foglio per la richiesta di istituire in Veneto ambulatori per valutare i danneggiati da vaccino... Io che non sono altro che un medico di campagna gli rammento che in Italia la farmaco vigilanza attiva per qualsiasi vaccino (e non solo) non esiste, come dovrebbe essere, nemmeno per i vaccini obbligatori. Nella fattispecie del Covid poi l'obbligo era pure per poter lavorare e quindi doppiamente necessaria di vigilanza attiva... È qui mi fermo, perché uno che afferma che una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta e non un eventuale nesso causale con il vaccino, ha una visione analitica che non voglio comprendere...perché negante a prescindere! #duriaibanchi #szumskiresistereveneto“
Dunque, cominciamo – ignorando qualche sgrammaticatura dovuta evidentemente al mezzo utilizzato e alla fretta. L’apertura con “io che non sono altro che un medico di campagna” è da manuale: è una posa studiata per costruire una contrapposizione simbolica tra il medico “del popolo” e l’accademico, tra chi parla a nome di una comunità e chi rappresenterebbe un’élite distante che ignora “il popolo”. Peraltro, il cosiddetto “medico di campagna” è in politica da prima del 1994, anno in cui fu eletto infatti sindaco leghista di Santa Lucia del Piave. Politico è rimasto, visto che dopo due mandati da sindaco e una attiva militanza, oggi siede in consiglio regionale forte delle preferenze espresse per una sua lista personale; medico, invece, non lo è più, essendo radiato.
Altro che “medico di campagna”: qui abbiamo uno che da almeno tre decenni è in politica, volto noto ed eletto più volte. Ma dire “io sono un politico di lungo corso” non funzionava bene per parlare a quel “popolo” cui si rivolge il “medico di campagna”. Subito dopo la propria autodefinizione ad usum populi, compare un’affermazione che è semplicemente falsa: “in Italia la farmacovigilanza attiva non esiste”. La pagina dedicata del sito AIFA contiene la seguente frase: “Dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio, ciascun lotto di vaccino è soggetto alle stesse regole di farmacovigilanza degli altri medicinali e il monitoraggio di sicurezza viene effettuato principalmente attraverso: la vaccinovigilanza attiva e passiva”. La farmacovigilanza attiva esiste, è regolata da norme europee e nazionali, è gestita da AIFA e dalle reti regionali, ed è stata ampiamente utilizzata proprio durante la campagna Covid. Il passaggio sull’obbligo lavorativo introduce poi un altro slittamento. L’obbligo viene usato come argomento morale per suggerire una colpa istituzionale generalizzata. Ma l’obbligo non crea automaticamente un nesso causale, né giustifica la costruzione di percorsi paralleli sottratti ai criteri ordinari di valutazione clinica. Qui si mescolano deliberatamente piani diversi per rafforzare una narrazione politica. Il punto più grave riguarda però la trombosi. Nel post si sostiene che io avrei affermato che “una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta” e che questo equivarrebbe a “negare a prescindere” ogni possibile legame causale. È una ricostruzione scorretta di ciò che ho scritto e, soprattutto, una caricatura del metodo medico.
Nel mio articolo ho detto l’esatto contrario: una trombosi potenzialmente collegata a un vaccino va trattata innanzitutto come trombosi, perché il primo dovere del medico è curare il paziente, non classificare politicamente l’evento. Come ho pure scritto, il nesso causale, se esiste, va valutato eventualmente dopo, con gli strumenti dell’epidemiologia e della farmacovigilanza. Questo è il fondamento stesso della medicina clinica, come chiunque abbia studiato da medico dovrebbe sapere. Attribuire automaticamente ogni trombosi temporalmente successiva a una vaccinazione a un effetto del vaccino è un salto logico che la medicina ha sempre evitato, proprio per non confondere coincidenza temporale e causalità. Trasformare il metodo della scienza in “visione negante” serve solo a spostare la discussione dal terreno delle prove a quello dell’accusa morale, ed è chiaramente ciò che il politico in questione intende fare per suscitare lo sdegno identitario dei suoi.
Se vi fossero dubbi, il dettaglio finale chiarisce definitivamente la funzione del post. Gli hashtag non servono a informare, servono a chiamare a raccolta. “#duriaibanchi” e “#szumskiresistereveneto” sono segnali identitari rivolti alla propria base politica. Il messaggio non è indirizzato a chiarire una questione scientifica, ma ad attivare una comunità contro un bersaglio. Il risultato è infatti immediato: nei commenti compaiono accuse di malafede, allusioni penali, insulti. È lo stesso schema già visto nel caso della senatrice Sbrollini: critica pubblica, post identitario, mobilitazione aggressiva della base. È l’uso sistematico della disinformazione e della caricatura per trasformare una discussione scientifica in uno scontro di appartenenze, nel quale l’avversario viene delegittimato e consegnato a una folla digitale. Ed è esattamente la stessa logica che attraversa la mozione sugli ambulatori per i “danneggiati da vaccino”: creare una categoria simbolica, accreditarla politicamente, usare il linguaggio della sanità per consolidare un campo identitario. Altro che “medico di campagna”: abbiamo un altro esempio di “politico in campagna”, elettorale e permanente. Ma davvero vogliamo che l’Italia sia ridotta a provincia del MAGAstan?

40 Hong Kong semi-private schools eye more non-local pupils in education hub push

440 Indonesians freed from Cambodia’s cyberscam networks in criminal crackdown

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Ricerca: da Fondazione Airc 142 milioni di euro
142 milioni di euro per sostenere 676 progetti di ricerca, 98
borse di studio e 5 programmi speciali ospitati da circa 100 istituzioni prevalentemente pubbliche come università, ospedali e centri di ricerca diffusi sul territorio nazionale: ecco le cifre dell’impegno di Airc per questo 2026.
Sono circa cinquemila ricercatrici e ricercatori che, sostenuti da Airc, sono al lavoro nel nostro paese per rispondere a domande sulle cause dell’insorgenza e la progressione della malattia, per mettere a punto terapie immuno-mirate, fondamentali per il trattamento dei tumori avanzati, per sviluppare metodi diagnostici ultra-precoci e approcci preventivi specifici. Il loro impegno contribuisce a costruire risultati tangibili. Impegno che si completa con il sostegno a Ifom, Istituto di Oncologia Molecolare della Fondazione, centro avanzato dedicato allo studio dei meccanismi molecolari alla base dei tumori.
«AIRC contribuisce alla ricerca sul cancro sostenendo un vero e proprio ecosistema diffuso sul territorio nazionale, dedicato alla ricerca di frontiera e alla formazione di giovani ricercatori operanti all’interno di gruppi affermati, o capaci di esprimere progettualità indipendenti. Promuoviamo innovazione, sinergia e crescita delle competenze» spiega la direttrice scientifica di Fondazione Airc, Anna Mondino (qui il video) «I nostri ricercatori si interrogano sulle componenti genetiche e metaboliche alla base dell’insorgenza e della progressione del tumore e dello sviluppo delle metastasi. Inoltre, lavorano sulla rilevanza di bersagli molecolari per inediti approcci diagnostici e terapeutici, e su come abbattere la resistenza a terapie consolidate e promuovere trattamenti di nuova generazione in grado di ottenere risposte più efficaci. Nei progetti finanziati i ricercatori usano tecnologie avanzate e approcci anche guidati dall’intelligenza artificiale, per esempio per studi clinici con i pazienti su terapie più precise e mirate. Per la selezione dei progetti e l’attribuzione dei finanziamenti, revisori esperti valutano l’innovatività, l’originalità e la fattibilità delle idee e la maturità del profilo scientifico dei proponenti. La selezione competitiva affidata a esperti indipendenti è effettuata in base al metodo internazionale del ‘peer review’, condiviso dalla comunità scientifica internazionale. Il nostro obiettivo è generare, tramite la ricerca, nuova conoscenza, declinabile in speranza e opportunità concrete di prevenzione, diagnosi e cura per la comunità».
Con Le Arance della Salute riparte la raccolta fondi di Fondazione AIRC. Sabato 24 gennaio, in migliaia di piazze in tutta Italia, le volontarie e i volontari distribuiranno reticelle di arance rosse (donazione minima 13 euro), vasetti di marmellata di arance rosse (8 euro) e di miele di fiori d’arancio (10 euro), insieme a una guida pensata per aiutare i cittadini a orientarsi tra informazioni affidabili e false credenze su alimentazione e comportamenti salutari. Inoltre, venerdì 23 e sabato 24 gennaio, studenti, insegnanti e genitori saranno protagonisti di “Cancro io ti boccio”, un progetto di cittadinanza attiva di Fondazione AIRC che promuove volontariato, divulgazione scientifica e cultura della prevenzione. Ogni informazione e la piazza più vicina si possono trovare su airc.it
Foto di Fondazione Airc
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Chrome con le skill di Gemini: sempre più AI nel browser

Google sta preparando le skill di Gemini per Chrome: l'AI potrà agire come agente autonomo, eseguendo operazioni complesse nel browser.
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LinkedIn è un paradiso per i cybercriminali

LinkedIn è un paradiso per i cybercriminali perché ci sono informazioni che possono essere sfruttate per rubare le credenziali o effettuare truffe.
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Finto portale SPID su Google Sites: l’ennesima truffa

Una nuova campagna di phishing sfrutta il nome di SPID per rubare dati personali e bancari tramite email e un falso portale su Google Sites.
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Trump chiede un miliardo per entrare nel comitato per il Medio Oriente, speriamo che Meloni declini

Giorgia Meloni ieri aveva appena finito di vantare l’onore ricevuto con l’invito al comitato che dovrebbe gestire il futuro del Medio Oriente, il famigerato «Board of peace» in cui Donald Trump avrà potere di veto su qualsiasi decisione, quando sulla stampa internazionale ha cominciato a circolare la notizia secondo cui il presidente degli Stati Uniti, a chi vorrà far parte del suddetto comitato in forma permanente, chiederà niente di meno che un miliardo, da versare entro il primo anno, pena il mancato rinnovo dell’iscrizione.
Onestamente, come palestra per l’ego della nostra presidente del Consiglio, mi pare un po’ esosa. Visto anche quello che fin qui hanno saputo fare per la pace a Gaza Trump e Netanyahu (anche lui invitato a entrare nel club), penso d’interpretare il parere di tutti gli elettori, e specialmente di tutti i contribuenti italiani, nell’auspicare che Meloni trovi altri e meno costosi modi per passare il suo tempo libero, augurandole con tutto il cuore di averne sempre di più.
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Dopo il solare, le reti. L’Europa sbarra ancora la strada alla Cina
Fossero stati solo i pannelli solari, sarebbe finita lì. Invece no, stavolta la posta in gioco è più alta. Dopo aver messo al bando il fotovoltaico made in China, grazie all’esempio italiano, l’Europa dà un altro giro di manovella e allarga lo spettro dei prodotti sgraditi sul suolo del Vecchio Continente. Non è un mistero, è l’onda lunga degli Stati Uniti, che da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno piano piano costruito una gabbia a protezione dell’industria americana. Chiedendo ai loro alleati di fare altrettanto, o provarci almeno.
Uno dei casi più eclatanti è Pirelli. Il produttore di pneumatici italiano entro poche settimane dovrà liberarsi dell’azionista cinese Sinochem, oggi innocuo dal punto di vista decisionale ma pur sempre presente nel capitale. Pena, la parziale estromissione dal mercato americano, che per la Bicocca vale un quinto dei ricavi (a marzo scatterà il bando statunitense che impedisce a imprese partecipate da soggetti cinesi di vendere tecnologia ai costruttori americani). Adesso, dopo i pannelli solari tagliati fuori dagli incentivi al fotovoltaico, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro, chiamando in causa altri comparti industriali, non meno strategici del poc’anzi citato.
Domani, infatti, dovrebbe finire sul tavolo della Commissione europea, la proposta di quest’ultima mirante a eliminare gradualmente le apparecchiature di fabbricazione cinese dalle infrastrutture critiche dell’Ue, come le telecomunicazioni. Dunque, escludendo aziende come Huawei e Zte dalle reti, dai sistemi di energia solare e dagli scanner di sicurezza. Un’accelerazione, piuttosto improvvisa, che arriva in un momento in cui la stessa Europa sta riconsiderando la sua dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi e dai fornitori cinesi, considerati ad alto rischio per l’utilizzo dei dati sensibili raccolti.
Secondo quanto affermato dai funzionari Ue, la proposta dovrebbe rendere obbligatorio per i Paesi membri un regime volontario, in parte già esistente, volto a limitare o escludere i fornitori ad alto rischio dalle loro reti. Attenzione, tutto è ancora sulla carta. Quello di Bruxelles, almeno per il momento, è un segnale più politico che altro, dal momento che tutto dovrà poi passare dal parere e dunque dal voto, degli stessi governi europei. Ma certamente, il nuovo colpa di gas dà la cifra circa le intenzioni dell’Europa verso la Cina, rea peraltro di aver messo sotto pressione come non mai il mercato dell’auto, in seguito all’avanzata inarrestabile di unicorni come Byd e Catl.
Questo il fronte europeo. In Cina, invece, è tempo di fare i conti. Il Pil del Dragone nel 2025 è cresciuto del 5%, centrando l’obiettivo ufficiale di Pechino di una crescita di circa il 5%. Questo nonostante la guerra commerciale innescata dal presidente americano Trump, con una forte espansione delle esportazioni. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ultimo trimestre, tuttavia, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, il Pil si è attestato a +4,5% su base annua. Si tratta di un rallentamento rispetto al 4,8% del terzo trimestre, il dato più debole dal primo trimestre del 2023, quando la crescita si era attestata anch’essa al 4,5%.
USA-Cina: come sta andando la partita commerciale delle superpotenze
Fosse una partita di calcio il 2025 avrebbe visto prevalere Pechino su Washington per 5 a 2. Sono i rispettivi punti di crescita di Pil delle due superpotenze globali, con il Financial Times che ha reso noti oggi i dati definitivi cinesi. Ecco perché l’amministrazione Trump continua a sgomitare commercialmente con dazi a mazzi e iniziative geopolitiche sui generis come quelle in atto in Venezuela e Groenlandia.
Articolo pubblicato su The Watcher Post.
Cina in netto vantaggio negli scambi commerciali
Per il commercio internazionale cinese il 2025 è stato l’anno del record storico del surplus (export meno import): 1,2 trilioni di $. Il risultato fatto segnare dagli USA è di segno opposto. Il saldo commerciale 2025 è risultato negativo per 1,1 trilioni di $. Questi numeri a specchio ci aiutano a capire meglio cosa stia muovendo le scelte americane di politiche internazionale. E il dato relativo al solo export ce ne dà ulteriore conferma: Pechino ha visto crescere le sue esportazioni 2025 del 6,1%, portandole a quota 3,77 trilioni di $, mentre gli Stati Uniti si sono fermati a quota 2,1 trilioni di $.
Cosa comporta l’andamento della partita
La politica cinese di raffreddare le importazioni continua: lo scorso anno sono cresciute di appena lo 0,5%. I dati ufficiali delle Dogane cinesi mostrano come il saldo commerciale positivo sia quasi raddoppiato dal 2021 al 2025, passando da 676 miliardi di $ a 1190 miliardi di $. Il balzo è frutto della diversificazione geografica delle vendite cinesi all’estero, non più focalizzate sul mercato americano, ma dirottate verso l’Unione europea, l’ASEAN, l’Africa e l’America Latina. Se si prende in considerazione la sola relazione commerciale diretta tra Cina e USA, Pechino esporta negli USA beni per 430 miliardi di $, mentre Washington appena 150 miliardi di $ (che in termini calcistici sarebbe un 3-1). Lato saldo commerciale diretto nel confronto diretto gli USA perdono 280 miliardi di $. Oggi per il commercio cinese gli USA valgono appena l’8,8% del totale. Inforcando gli occhiali di Washington il deficit commerciale con la Cina è in rapido raffreddamento, ma resta significativo. A dicembre 2025 le importazioni USA dal Dragone sono calate di circa il 30%. Parte di questa riduzione (oltre un terzo) è però solo apparente, frutto di triangolazioni via Vietnam, Messico e Sud-Est asiatico. il deficit complessivo USA resta alto perché le importazioni si sono semplicemente spostate dalla Cina verso altri Paesi, e non perché ne sia diminuito il consumo. Ciò significa che i dazi USA hanno ridotto il peso diretto della Cina, ma non il deficit complessivo. E soprattutto che la dipendenza reciproca Washington-Pechino sia in netto calo. A discapito della necessità di dialogo e collaborazione.
Tre Archetipi Lavorativi e la Figura del Super-Tecnico

In italia abbiamo un problema culturale di fondo con la figura del tecnico. Nello specifico, è difficile crescere a livello lavorativo (e quindi di salario) senza trasformarsi in un commerciale o in un manager. La cultura non permette la creazione di "super-tecnici", ovvero di tecnici con un livello di competenze estremamente elevato.
La mancanza della figura del super-tecnico, secondo me, rende più difficile una vera innovazione dal punto di vista tecnologico. Per migliorare la situazione abbiamo bisogno di più incentivi per le figure tecniche.
Voi che ne pensate?
- Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate
Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate
Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole. L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.
L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al rischio idrogeologico.
Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la chiusura di alcune strade litoranee.
In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado, sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.
In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro. Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”. Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte fino ai 3,2 metri.
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- “Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura che glieli ha anche chiesti”: Ranucci affonda, poi passa la linea al conduttore
“Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura che glieli ha anche chiesti”: Ranucci affonda, poi passa la linea al conduttore
“Vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi. Lui fa fatica a dirlo, gli costerebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro”, aveva tuonato il conduttore di “Allegro ma non troppo“ attaccando apertamente Sigfrido Ranucci. Una disputa a distanza continuata sette giorni dopo con la replica del giornalista alla sfuriata dell’ex parlamentare, deputato dal 2008 al 2013 in quota centrodestra.
In chiusura di puntata, con un blocco lungo dieci minuti, Ranucci ha ricordato che Barbareschi “si era lamentato che non l’avevamo lanciato. E fin qui è legittimo e gli chiedo anche scusa. Il problema è che poi si è lasciato anche andare ad un commento sopra le righe“. E il commento dell’attore era stato questo: “Il suo consulente commerciale è quello che mi sta spiando da due anni, l’ho letto sui giornali, per questo verrà querelato. Watch out baby. Stai attento!”.
Parole a cui il conduttore di “Report” ha replicato in modo chiaro e netto: “Questo non è vero. L’errore in buona fede di Barbareschi nasce dal fatto che si è documentato sui giornali sbagliati, quelli del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo), che hanno orchestrato una campagna di fango nei confronti di Report e del sottoscritto, strumentalizzando una disavventura che è capitata al nostro Bellavia”.
Bellavia, consulente di Report e per anni di diverse Procure, è stato vittima di furto delle sue carte e del suo materiale che, precisa Ranucci, “non ha nulla di segreto”. Tra le inchieste sottratte risulta anche il nome di Barbareschi per una vicenda del 2022, puntata in cui “Report” aveva intervistato proprio l’attore: “Vorrei tranquillizzare Luca Barbareschi: nessuno l’ha spiato, in quelle carte non c’è nulla di eversivo, se non la lettura dei bilanci dell’Eliseo, teatro tra i più importanti d’Italia, di cui lui è proprietario. Ce ne eravamo occupati nel 2022, lo ricorderà perché ci aveva anche minacciato già allora di una querela“.
Ranucci ha trasmesso nuovamente l’inchiesta che si era soffermata sui 13 milioni di euro che l’Eliseo aveva ottenuto in cinque anni come finanziamenti pubblici e soprattutto su “un emendamento bipartisan con cui il Parlamento nel 2017 aveva finanziato per 8 milioni di euro il centenario dell’Eliseo, centenario già festeggiato nel 2000”. Da qui la stoccata finale del padrone di casa: “Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura che glieli ha anche chiesti però Barbareschi si è rifiutato e ha aperto l’ennesimo procedimento questa volta in sede civile. Ora Allegro Ma Non Troppo può cominciare”.
“Ora Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura, che glieli ha anche chiesti, però Barbareschi si è rifiutato e ha aperto l’ennesimo procedimento, questa volta in sede civile. Ora Allegro ma non troppo può cominciare”
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- Verso Milano-Cortina, il punto sugli azzurri: le medaglie di short track e pattinaggio, le prime volte dello sci e il ritorno di Brignone
Verso Milano-Cortina, il punto sugli azzurri: le medaglie di short track e pattinaggio, le prime volte dello sci e il ritorno di Brignone
Settimana ricca di vittorie e podi per gli sport invernali azzurri. Agli Europei di short track e pattinaggio di figura l’Italia ha conquistato 11 medaglie, a cui si aggiungono 13 podi nei circuiti di Coppa del Mondo. Per un totale di 24 che migliora il primato stagionale di 20 stabilito nella seconda settimana di dicembre, ma che non deve illudere, in quanto sia agli Europei di short track sia a quelli di pattinaggio di figura, per ovvie ragioni, mancavano alcuni atleti di calibro mondiale. Rimane, però, un ottimo bilancio, a meno di tre settimane dall’inizio dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026.
Short track
Agli Europei di short track di Tilburg (Paesi Bassi) gli azzurri hanno vinto otto medaglie, di cui due ori. Arianna Fontana si è imposta nei 1.500 metri, archiviando il 15esimo titolo continentale della carriera, con bronzo per Arianna Sighel. L’altro oro è stato vinto dalla staffetta maschile di Pietro Sighel, Thomas Nadalini, Luca Spechenhauser e Andrea Cassinelli, che in finale hanno regolato gli olandesi. Una doppia medaglia è arrivata anche nei 1.000 metri maschili, con Spechenhauser argento e Nadalini bronzo. Quest’ultimo è arrivato terzo pure nei 1.500 metri. Piazzamento ottenuto anche da Elisa Confortola nei 1.000 metri. Infine, nella staffetta femminile l’Italia di Martina Valcepina, Chiara Betti, Fontana e Confortola si è presa l’argento, cedendo solo ai Paesi Bassi.
Sci alpino
Il weekend delle prime volte dello sci alpino azzurro è iniziato venerdì con il trionfo di Giovanni Franzoni nel super G di Wengen (Svizzera). Il gardenese ha conquistato il primo successo in carriera e il primo del settore maschile in questo inverno, riportando l’Italia sul gradino più alto del podio nel mitico tracciato svizzero dopo 13 anni. Vittoria che poi ha condito con il terzo posto in discesa, con Dominik Paris, sesto a soli sei centesimi da lui. Prima volta anche per Nicol Delago, che a Tarvisio ha vinto la discesa femminile, con sesta Laura Pirovano e decima Nadia Delago. Nel super G la miglior azzurra è stata Sofia Goggia, sesta. Intanto, la piacevole novità riguarda Federica Brignone, che è iscritta al gigante di Kronplatz e tornerà in Coppa del Mondo 292 giorni dopo il terribile infortunio.
Snowboard
Lo snowboard alpino ha vissuto due tappe di Coppa del Mondo. Nella prima a Bad Gastein (Austria), l’Italia ha vinto sia al maschile che al femminile. Nello slalom parallelo, specialità non olimpica, si sono imposti Maurizio Bormolini e Lucia Dalmasso. Quest’ultima si è ripetuta il giorno dopo con Aaron March, trionfando nella prova a squadre. Gara in cui Gabriel Messner e Jasmin Coratti hanno chiuso terzi. Nel weekend, a Bansko (Bulgaria), Elisa Caffont ha conquistato il secondo successo stagionale e della carriera, imponendosi nel gigante parallelo, con quarta Dalmasso. Nello snowboard cross, in scena a Dongbeiya (Cina), Lorenzo Sommariva è arrivato quarto, con sesto Filippo Ferrari; mentre al femminile Michela Moioli aveva chiuso quinta, ma è stata retrocessa all’ottavo posto dalla giuria per un contatto con la ceca Eva Adamczykova.
Pattinaggio di figura
Agli Europei di pattinaggio di figura di Sheffield (Gran Bretagna) l’Italia ha conquistato tre medaglie. Nella danza a coppie Charlène Guignard e Marco Fabbri hanno vinto l’argento, piazzando il primato stagionale sia nella rhythm dance sia nella routine libera. Nel singolo maschile anche Matteo Rizzo si è preso l’argento, grazie a un programma libero praticamente perfetto, con cui ha recuperato due posizioni rispetto al corto. Bronzo, invece, per Lara Naki Gutmann nella gara femminile, che ha riportato l’Italia sul podio europeo otto anni dopo Carolina Kostner.
Biathlon
Dopo 34 anni, l’Italia è tornata in testa alla classifica generale nel biathlon maschile. Merito di Tommaso Giacomel che, dopo le tre vittorie consecutive tra Le Grand Bornard e Oberhof, ha trovato il quarto podio di fila a Ruhpolding (Germania). L’azzurro, nonostante un errore al poligono, ha chiuso secondo la sprint e nell’inseguimento ha visto svanire la top-3 nel rettilineo finale, dove è stato superato da due rivali piazzandosi quinto. In classifica, Giacomel ha un vantaggio di 82 punti sul francese Eric Perrot.
Due podi sono arrivati anche al femminile, con Lisa Vittozzi terza nella sprint e con la staffetta seconda, a un soffio dal successo. Le azzurre dopo una prova di squadra praticamente perfetta hanno visto svanire la vittoria nel rettilineo finale, complice la rimonta della norvegese Maren Kirkeeide su Vittozzi.
Sci di fondo
Nella sprint in pattinato di Oberhof (Germania) Federico Pellegrino ha accarezzato la vittoria. In assenza di Johannes Klaebo, il valdostano è arrivato secondo dietro all’altro norvegese Lars Heggen, abile a chiudere la porta all’azzurro nell’ultima curva. Molto bene anche Iris De Martin Pinter, che al femminile ha chiuso sesta con rimpianti, visto che in finale è caduta quando si trovava in terza piazza. L’azzurra, però, ha riportato l’Italia in finale in una sprint dopo oltre cinque anni. Ha mancato il primo podio per soli 3”, invece, Elia Barp, che nella 10km con partenza intervalli in classico è arrivato quarto, con Pellegrino ottavo e Davide Graz decimo.
Sci alpinismo
A Courchevel (Francia), nel secondo appuntamento stagionale dello sci alpinismo Giulia Murada si è confermata sul podio nella sprint, specialità che sarà olimpica a Bormio. Un terzo posto pesante perché arrivato con tutte le avversarie presenti, a differenza di dicembre, quando chiuse seconda a Solitude (Usa), nella prima tappa di Coppa del Mondo. La valtellinese, poi, è arrivata quinta nel Vertical, davanti ad Alba De Silvestro.
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Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica
di Melania Scali*
Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola.
Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti.
Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale.
Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo?
Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali.
Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo.
Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei.
Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi.
* Consigliera Ordine degli Psicologi del Lazio
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- Allenamento intenso e malattie autoimmuni: uno studio mostra un effetto sorprendente sui muscoli fragili
Allenamento intenso e malattie autoimmuni: uno studio mostra un effetto sorprendente sui muscoli fragili
Una ricerca del Karolinska Institutet svedese suggerisce alle persone affette da malattie muscolari autoimmuni sessioni di ginnastica brevi e ad alta funzionalità. Secondo gli scienziati, la funzione muscolare migliorerebbe senza aumentare il danno infiammatorio. Tra le malattie muscolari autoimmuni elenchiamola polimiosite e la dermatomiosite, sforzi intensi erano associati a un aggravamento dell’infiammazione muscolare. La ricerca svedese rivede questa definizione con dati alla mano.
Lo studio ha coinvolto 23 adulti con diagnosi recente di miopatia infiammatoria. I volontari sono stati divisi in due gruppi, il primo eseguiva esercizio moderato a domicilio. Il secondo, invece, allenamenti intensi controllati, HIIT, tre volte a settimana per 12 settimane. Ogni sessione prevedeva sei sprint da 30 secondi su cyclette, due minuti di intervallo con pedalata leggera. L’esperimento ha adottato carichi adatti alle capacità individuali (personalizzati) e monitoraggio della frequenza cardiaca. I risultati si sono visti dopo tre mesi, vediamoli insieme.
Sport personalizzato e monitorato per muscoli fragili, ecco tutti i risultati dei test sui due gruppi e le conclusioni. Si vogliono superare altre frontiere con le malattie autoimmuni
Il gruppo HIIT ha migliorato la capacità aerobica fino al 16% e la resistenza fino a esaurimento del 23%. Questi risultati sono il doppio rispetto al gruppo moderato, di esercizi più lievi in contesto domestico. Le biopsie muscolari hanno evidenziato una maggiore attivazione delle proteine mitocondriali, importanti nella produzione di energia. I marcatori ematici, invece, non hanno rilevato danni muscolari o altri segnali clinici preoccupanti. Significa che sport intenso supervisionato e con approccio personalizzato è fattibile con le malattie muscolari autoimmuni, anzi si è registrato anche il ripristino dei meccanismi energetici cellulari.
Sono tutte informazioni importanti per migliorare la salute nonostante la presenza di una malattia autoimmune. Il movimento evita il sovrappeso, la mancanza di agilità, fiato e energia anche in azioni semplici come camminare, salire le scale o svolgere attività domestiche. Cuore e livelli di stress risultano migliorati dall’attività fisica che richiede impegno energetico.
Gli esperti sottolineano che l’allenamento intenso non è adatto a tutti. Con le malattie autoimmuni alcuni monitoraggi rimangono necessari, nonostante i risultati positivi dell’esperimento. Il punto forte della strategia sono la personalizzazione e la supervisione, che possono essere applicati anche dove non si fanno esercizi intensi come l’HIIT, ma più lievi e costanti, sempre dove è possibile eseguirli e senza contrastare le terapie in corso.
Allenamento intenso e malattie autoimmuni: uno studio mostra un effetto sorprendente sui muscoli fragili è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
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Maine filing confirms July attack affected 42,521 employees and job applicants
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New Reports Reinforce Cyberattack’s Role in Maduro Capture Blackout
US officials told The New York Times that cyberattacks were used to turn off the lights in Caracas and disrupt air defense radars.
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‘Greed is the iron cage of our times’ — why nationalism is here to stay
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00186-8
A generation that missed out on economic growth is driving the trends overtaking politics today.Forget formalism: mathematics was built on infighting and emotional turmoil
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00187-7
A fast-paced book captures how theory and formal proof intertwined with the personal lives of prominent mathematicians.Hong Kong Housing Authority members urge clarity on Tai Po rental site swap

Putin invited to Trump’s ‘Board of Peace’ on Gaza and global conflict, Kremlin says

China’s Unitree ships more than 5,500 humanoid robots in 2025, surpassing US peers

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- Bollettino della qualità dell'aria - 18-01-2026 - rete regionale - Comune: LIVORNO, Zona omogenea: Zona Costiera
Bollettino della qualità dell'aria - 18-01-2026 - rete regionale - Comune: LIVORNO, Zona omogenea: Zona Costiera
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 4 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 10 | 0 | 6 | 29 | - | 0.5 | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 11 | 0 | 8 | 17 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 14 | 0 | - | 24 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 15 | 0 | 11 | 52 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 17 | 1 | - | 55 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 21 | 0 | 14 | 41 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 10 | 1.7 | - | 0.4 | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 16 | - | 0.4 | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 8 | 0 | 5 | 11 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 9 | 0 | - | 21 | - | - | - | - |
10 Libri su Giordano Bruno: vita, opere e misteri dell’eretico
Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Chi era veramente Giordano Bruno? Le migliori biografie per iniziare Definire chi fosse davvero il “Nolano” non è semplice: per alcuni fu un martire della libertà di pensiero, per altri un mago ermetico o un filosofo ribelle che scosse le fondamenta del XVI secolo. Nato all’ombra del Vesuvio e cresciuto nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli, Giordano Bruno trascorse gran parte della sua vita in fuga attraverso l’Europa — tra Francia, Inghilterra e Germania — inseguito dalle accuse di eresia per le sue idee rivoluzionarie sull’universo infinito. Nonostante sia spesso ricordato per la sua tragica fine sul rogo
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Australia: ban per quasi 5 milioni di under 16

Le piattaforme che devono rispettare la legge australiana hanno bloccato l'accesso a circa 4,7 milioni di account di utenti con età inferiore a 16 anni.
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Le Big Tech tornano in ufficio, ma lo smart working resiste
Il CEO diventa il regista dell'AI aziendale
Roma Termini: La nuova realtà dopo il potenziamento dei controlli

Stazione Termini, Roma: abbiamo documentato la situazione notturna nello scalo ferroviario più grande d’Italia. Dopo i recenti episodi di cronaca, le autorità hanno intensificato i presidi di controllo anche nelle ore più critiche.
Cittadini e istituzioni chiedono a gran voce maggiore tutela del territorio, con particolare attenzione all'area di Via Giolitti, storicamente complessa nonostante il costante impegno di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Siamo tornati nei luoghi che un tempo erano considerati inaccessibili dopo le 22:00 a causa di frequenti episodi di microcriminalità e degrado.
Com'è cambiata la situazione oggi? Il nuovo piano sicurezza sta dando i suoi frutti o le criticità
Roma Termini di Notte: Cosa succede davvero dopo l’ultimo piano sicurezza?
Dentro la Stazione Termini: Viaggio tra pattuglie e zone critiche
Emergenza Sicurezza a Roma: Siamo stati in Via Giolitti fino alle 02:00 di notte
Stazione Termini: Il volto notturno della Capitale dopo i recenti fatti di cronaca
#termini #polizia #arrest
- “La mia intervista a Belve? È stato un punto davvero basso. Sulla Schlein dico che merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari”: così J-Ax
“La mia intervista a Belve? È stato un punto davvero basso. Sulla Schlein dico che merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari”: così J-Ax
“La sinistra italiana è la più schifosa“, aveva detto J-Ax in un’intervista a “Belve” accennando ai “poteri forti” e affermando che “una roba che potrebbe fare la sinistra italiana è ribellarsi ad alcune multinazionali che pagano le tasse in Irlanda”. A distanza di tempo, Alessandro Aleotti, vero nome del rapper, non si riconosce in quelle dichiarazioni: “Quell’intervista a Belve è stata un punto davvero basso. Non stavo bene, ero depresso per il Covid ed ero fissato col neutralismo da tv. Avrei dovuto fare nomi di politici, ma ero pieno di timori. Non ho tirato fuori la bomba e lei non ha gradito. Non ero in grande forma psicologicamente”.
“Poi è uscito un tema che lei mi ha tagliato: perché le grandi multinazionali possono scegliere dove pagare le tasse anche se vendono ovunque? Non sarebbero soldi che potrebbero mettere a posto tante situazioni? ‘Sta roba non la dice nessuno”, spiega il cantante a “La Repubblica“. Riservando parole positive per l’attuale leader del Partito Democratico: “Poi è arrivata la Schlein, ha cantato anche in un mio concerto. Per me merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari. Credo più in lei che non nel partito che rappresenta”.
Con “Italian starter pack” sarà in gara a “Sanremo 2026“, brano che ha lanciato con un look country: “Questa cosa confluirà nella canzone. L’idea è che siamo stati colonizzati dagli americani ben prima della Seconda guerra mondiale. Anche se poi, a ben guardare, il nostro cinema e la nostra musica li hanno influenzati. Non possiamo eliminare il colonialismo culturale: adesso è tutto globalizzato, basta guardare Stranger things o il K-pop. Abbiamo il melting pot ma restiamo pur sempre colonizzati”.
Non ci sarà con lui Dj Jad (“Con lui lavorare è sempre un piacere, ma gli Articolo 31 non sono messi da parte”) e non risponde sul rapporto e le vecchie litigate con Fedez: “Oggi una domanda su un personaggio così crea engagement, ma non voglio parlare di lui e non voglio prestarmi a questo gioco. Quello che dovevamo dire lo abbiamo detto”. Il cantante in passato ha raccontato i suoi periodi di buio tra droghe, alcol e depressione: “Dopo la fine degli Articolo 31 musicalmente ho temuto. Ci ho messo un bel po’ per riemergere nel mainstream. Avevo anche paura di essere troppo vecchio, l’età in questo mondo conta tantissimo, per la sintonia col pubblico che è giovanissimo”.
“Anche sul piano personale ero crollato. Ma in realtà la cosa più subdola è arrivata con la pandemia: pensavo di stare bene, ma in realtà ero depresso, non capivo più niente. Uso una metafora: non coglievo più il significato dei film. E avevo rotto molti rapporti. In più avevo un bambino e non sapevamo più se il mondo sarebbe tornato quello che conoscevamo. Con la droga almeno sai a chi dare la colpa. Oggi i ragazzi sono molto attenti alla salute mentale, noi eravamo abituati a non fermarci“, conclude J-Ax a Repubblica.
L'articolo “La mia intervista a Belve? È stato un punto davvero basso. Sulla Schlein dico che merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari”: così J-Ax proviene da Il Fatto Quotidiano.
- Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.
I divari crescenti dell'”ereditocrazia” Italia
Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio.
Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la situazione migliori di qui al 2028.
Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale.
Così il governo allarga le disuguaglianze
Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima.
Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro.
Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica.
L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.
Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.
Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.
Le ricette per invertire la rotta
Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici.
Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.
Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano.
Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica.
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‘Greed is the iron cage of our times’ — why nationalism is here to stay
Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00186-8
A generation that missed out on economic growth is driving the trends overtaking politics today.Global memory chip crunch set to intensify amid Trump’s new industrial policy

Un anno di Donald Trump. Il bilancio di D’Anna
A year of Trump? Blitz, twists and boastful, without certainties. Un anno di Trump? Blitz, colpi di scena e smargiassate a ripetizione senza certezze, ammettono a Washington.
Molto più crude, sull’onda della crescente tensione per la Groenlandia, le valutazioni prevalenti in Europa: “Un anno da Tso psichiatrico” è la valutazione più caustica.
Di certo c’è che durante il primo anno del ritorno alla Casa Bianca il tycoon ha fatto registrare il superamento del record delle cinque dichiarazioni al giorno sopra le righe o fuorvianti stabilito, secondo il Washington Post, nei 12 mesi del primo mandato. Con una media precisava il quotidiano che costrinse alle dimissioni il Presidente Nixon di 5,6 menzogne al giorno.
Il braccio di ferro al limite dell’autolesionismo con l’Europa e la Nato per la Groenlandia è soltanto il penultimo exploit delle intemperanze verbali e purtroppo anche decisionali di Trump.
I media faticano a stare dietro alla continua sovraesposizione internazionale e nazionale del 47° Presidente degli Stati Uniti.
Un Presidente double face che paradossalmente mentre ha annunciato di voler intervenire in Iran per impedire il massacro del popolo iraniano in rivolta contro il feroce regime degli ayatollah, dispone la repressione delle dilaganti proteste in corso nel Minnesota, a Washington e in altre città americane per la brutale uccisione di Renee Good a Minneapolis da parte di un agente dell’immigrazione.
Impressionante l’elenco dei fronti aperti: i dazi, la Groenlandia, Gaza, Kiev, Mosca, Pechino, Teheran, Danimarca, Venezuela, Colombia, narcos, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di Procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, caso Epstein e delirante messa in stato d’accusa del Presidente della Federal Reserve Jerome Powell.
Dodici mesi di slalom repentini che hanno fatto drizzare i capelli e prosciugato le tasche agli americani e messo all’angolo gli alleati storici degli Stati Uniti.
Un crescendo di sfide e interventi contraddittori che isolano Washington, sintetizzato dal Financial Times con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”.
L’instabilità e l’inaffidabilità di Trump, spiega il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, che per biografia e esperienza politica, si sta dimostrando di gran lunga il più saggio e astuto fra i vertici delle tre superpotenze.
“Il mondo”, conclude il Financial Times, “non è rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente è stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina”. Mentre il tycoon, nonostante il vantaggio acquisito con la cattura di Maduro e l’arrembaggio delle petroliere russe della flotta ombra, continua a corteggiare Putin, alimentando dubbi e sospetti.
L’inizio del secondo anno presidenziale si è aperto con un’agenda a dir poco imperial neo colonialista: dalle randellate militari al Venezuela alle intimidazioni alla Groenlandia, dalle minacce di dazi ai Paesi europei che si oppongono, fino al pugno di ferro contro le proteste popolari per la brutalità della caccia agli immigrati clandestini, fonte di tensioni in un’America sempre più polarizzata.
Resta da capire quanto il crescendo di tensioni e mobilitazioni e l’approccio assolutista possa reggere nel tempo, anche considerando che il Presidente compirà 80 anni a giugno.
Decisive si prospettano le elezioni di midterm di novembre, tradizionalmente considerate un referendum sulla Casa Bianca, e che quest’anno potrebbero offrire un giudizio ancora più diretto sulla sua leadership.
I sondaggi mostrano un consenso altalenante, nonostante l’amministrazione sia impegnata a dimostrare che le sue politiche economiche stanno producendo risultati tangibili, in un contesto segnato dalle preoccupazioni degli elettori per il costo della vita.
Nel suo discorso al forum di Davos, in programma da oggi al 23 gennaio, Trump si concentrerà proprio su questo, saltando a piè pari il tema del meeting: “Uno spirito di dialogo”.
Ma è sul fronte istituzionale che dovrà fare i conti con possibili limiti giuridici. La Corte Suprema potrebbe intervenire su alcuni aspetti della politica commerciale, mentre l’uso estensivo degli ordini esecutivi solleva interrogativi sulla solidità delle riforme nel lungo periodo.
“Il problema di governare per decreto è che ciò che si costruisce di giorno può essere smontato di notte”, osserva sulla France-Presse William Galston della Brookings Institution, sottolineando il rischio di risultati meno duraturi. “Per gli americani la priorità resta l’economia e l’inflazione”, spiega Galston.
Mentre gli elettori che avevano creduto nello slogan dell’ “America first” si ritrovano il Presidente del “Trump first”.
Fulvio Grimaldi - Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN
di Fulvio Grimaldo per l'AntiDiplomatico
Iran, orgia di disinformazione
Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.
Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.
Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.
Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

Milioni in piazza per il governo
Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata. Di questa si è pubblicamente assunto il merito la NED (National Endowment for Democracy), braccio CIA per i cambi di regime. Narrazione resa possibile dall’occultamento delle immagini, circolanti sui media fuori dalla sfera censoria occidentale, delle vere e proprie azioni armate da parte di vaste componenti della rivolta. Documentano il linciaggio di poliziotti disarmati, moschee e fabbriche date alle fiamme, incendi di pubblici edifici, autobus, mercati, stazioni di vigili del fuoco, reparti armati che aprono il fuoco indiscriminatamente contro polizie e manifestanti (cosa già vista in varie operazioni di destabilizzazione di paesi).
Ma poi c’è la prova principe dell’intervento esterno, quello un tempo mimetizzato da ONG dei diritti umani, oggi spudoratamente dichiarato, vantato, garantito dalle impunità di Trump. Dopo che il Segretario di Stato e Direttore della CIA sotto il primo Trump ha fatto sapere ai manifestanti di di Teheran “noi siamo con voi e accanto a voi”, si è manifestato il Mossad che, in comunicati diffusi in Iran in lingua farsi, ha espresso lo stesso concetto: “Prendetevi le istituzioni, noi vi diamo una mano”.
Da illuminista sfondato, non ho nessuna simpatia per i governi dei preti, rabbini, imam, santoni indiani, sacerdoti di qualunque religione. Noi abbiamo memoria storica di vescovi e poi papi che dai poteri, più o meno approvati dal popolo, comunque laici, si presero feudi e stati fino ad ambire al mondo intero. Fondamento ideologico e morale? La solita verità unica e acclarata e i soliti ricatti di punizioni eterne, da cacciare giù per la strozza a milioni di miscredenti, magari indios, magari africani.
Detto questo, non è semplice separare, in Iran, il grano delle legittime proteste (per condizioni peraltro determinate al 90% dalle sanzioni di un aggressore) dal loglio dei manipolatori esterni. Ma qualche idea mi sono fatto alla luce di quanto hanno detto quei mainstream qualche tempo fa, in situazioni paragonabili a oggi, confrontato con cosa ho poi visto girando per l’Iran in lungo e in largo, da Teheran a Persepoli, da Mashad a Isfahan e Shiraz e incontrando chi mi pareva, sostenitori e critici del sistema, senza inciampare in sorveglianti, controlli, inibizioni, o imposizioni di chicchessia.

Isfahan
Sono a Isfahan, città delle meraviglie architettoniche e botaniche nella piazza se non la più bella, probabilmente la più grande del mondo. Tanto che uno della folla sterminata di poeti dei quali tracima questo paese di glorie letterarie (oggi cinematografiche) gli ha dato il nome di “Metà del mondo”. Ciò che non si può negare, e dunque non se ne parla, è l’abbagliante bellezza che da questa immensa piazza, dalle arcate ritmate come una sinfonia, si espande in tutta la città. Non l’unica creazione urbana, capolavoro di bellezza coltivato da questo popolo (vedansi la vicina Persepoli, capitale del primo impero persiano, Shiraz, Mashad) per 3000 anni, da Ciro il Grande, passando per gli Achemenidi, che con Ciro compilarono il primo statuto dei diritti umani, per i Seleucidi, i Sassanidi. Percorrere città come Shiraz, Mashhad, Kashan, significa portarsi via immagini che percorreranno la memoria con bagliori e stupori sempre rinnovati.
Venne il momento in cui tutto questo finì, poesia, palazzi scintillanti di affreschi, ori, argenti, giardini incantati. Non per esaurimento di creatività del suo popolo ma, come ovunque nelle parti del mondo che l’Occidente predatore e suprematista pretende alla mercè del suo saccheggio, per effetto del dominio coloniale. Nel 1925, con la forza delle armi, la Corona inglese si assegna la Persia – di lì a poco rinominata Iran da un proconsole di Londra – e le sue immense riserve di idrocarburi. Se ne garantisce l’obbedienza imponendo al paese un sovrano assoluto: l’imperatore Reza Shah Pahlevi, capostipite di una dinastia funesta di despoti e bellimbusti, adorati dalle residuali monarchie europee. Nel 1944 gli succede un secondo Shah, Mohammed Reza Pahlevi, quello celebrato con le rispettive consorti (Soraya, Farah), dal rigurgito mediatico che era allora la stampa del gossip e che oggi è l’intero mainstream.
Reza Pahlevi, Farah, figlio, oggi pretendente al trono

Per la rimozione di questo tiranno, incisosi nella memoria del popolo per le mattanze di quanti osavano protestare contro l’abissale diseguaglianza tra una cricca di ricchissimi e una sterminata società di poveri assoluti, gli iraniani dovranno ricorrere a due rivoluzioni. Per le quali pagheranno prezzi terribili di sangue e un incubo scavato nella memoria di chi ne ha pagato il costo: quello inflitto dal servizio segreto dello Shah, la Savak, modellato sul Mossad, ma considerato il più sanguinario del mondo.
Percorro gli spazi della prigione Evin a Tehran. Dalle pareti ammoniscono contro dittature e torturatori le immagini delle loro vittime. Nei vari spazi, ricostruzioni agghiaccianti di efferati trattamenti. Rinnovati a Abu Ghraib. E qui che migliaia di oppositori dello Shah, il padre di colui che ora, da Washington, erge il capino dai recessi in cui la CIA custodisce le carte alternative ai governanti da rimuovere, e sfidando il ridicolo e l’impudico, si vorrebbe proporre ai manifestanti iraniani come alternativa di potere.
Ho detto due rivoluzioni. La prima, del 1952, quando il premier eletto Mohammad Mossadeq, sostenuto da sconfinate manifestazioni di massa, proclama la Repubblica e nazionalizza il petrolio, l’Anglo-Iranian Oil company. Quella risorsa per la quale i britannici, una volta confermatane l’utilità, avevano messo il paese in mano a una cricca di sicari nobilitati in dinastia. Dura poco. Colpo di Stato della CIA, ritorno dello Shah, processo a Mossadeq, con il resto della sua vita agli arresti.

Mohammad Mossadeq
Ci deve sorprendere che, dopo un quarto di secolo di sanguinaria dittatura e coloniale spoliazione del paese, vi debba essere una seconda rivoluzione? Questa portata avanti da schieramenti marxisti, liberali e, secondo una divisione di classe che permane anche oggi, una maggioranza islamica di proletariato, contadini, operai. Ed è il 1979, il trionfo di Khomeini e l’instaurazione, per la volontà della chiara maggioranza della popolazione, della Repubblica Islamica dell’Iran.
Dice, la dittatura degli Ayatollah, però poi ti dice anche del duro scazzo tra “riformisti” e “conservatori” e rispettivi partiti, personalità e schieramenti di classe che si contendono le elezioni per il parlamento (che ha sopra una Guida Suprema, leggi Mattarella (anche lui, a quanto risulta, senza limiti di mandati), e un Consiglio dei Guardiani, leggi Corte Costituzionale).
Dice la separazione dei generi, guai a confondersi, a scambiarsi effusioni, mano nella mano guai, niente rapporti prima del matrimonio, ovviamente combinato. Dice, niente degenerazioni occidentali come certe musiche, balli e canti in piazza. In piazza a Isfahan vedo ragazzi che stanno come da noi sui muretti, belli mischiati, seduti a gambe incrociate sui prati e scherzare, coppiette camminano mano in mano, come le si vedono nei caffè, nei negozi e a passeggiare in tutte le città, mentre un gruppetto di liceali canta pop e rock intorno a un bravissimo chitarrista. C’è l’antico ponte e sotto le sue arcate, gente adulta fa capannello plaudente intorno a uno che balla e canta ritmi che paiono venire dai tempi di Ciro, Dario, Serse.
A Tehran, nel sempre affollato mausoleo-moschea di Khomeini, chiacchiero con un gruppo di studenti e studentesse seduti sul pavimento mosaicato. Cosa fate qui? L’università è vicina, qui fa caldo e stiamo studiando insieme per l’esame di ingegneria elettronica. Si percepiscono corteggiamenti.
Ancora Isfahan, troppo bella per non restarci. All’uscita dall’università uno stormo di ragazze giulive e vocianti si ferma a rispondermi: “Come donne non abbiamo problemi, siamo il 67% dei laureati del paese e cresciamo, siamo la classe dirigente, e del velo ce ne importa molto poco. Pretendono di avercela con il velo, la fuori, ma ce l’hanno col petrolio finchè è nostro. Intanto siamo soddisfatte che né i nostri studi, né le nostre mense, né i nostri studentati ci costino qualcosa”. E Fatameh Ashrafi, dell’ONG “Hami”, depreca per quali meriti siano glorificate in Occidente donne “senza la minima preparazione, cultura, impegno sociale, prive di un pensiero equilibrato. Noi abbiamo ancora parecchio da raggiungere, specie sul diritto di famiglia, ancora a prevalenza maschile, ma siamo ormai classe dirigente nella scienza, nei ministeri, negli enti pubblici, nelle ONG. Siamo maggioranza nella sfera delle responsabilità”.
Come non gliene importa un granchè, del velo, alle donne della Casa dell’Arte a Tehran, formidabile centro culturale per le riunioni di artisti, letterati, cinematografari, attori (e relative versioni femminili). Ci aggiriamo tra mostre di dipinti, video con spezzoni di film della grande cinematografia iraniana, la premiazione di tre giovani registi capelloni, gruppi di musicanti, cafè, ristoranti, performance stabili o improvvisate. Tantissimi giovani, soprattutto donne, con il velo che a malapena copre lo chignon e lascia fluire folte e molto seducenti capigliature.
Mohsen Beigagha è un autorevole critico cinematografico. Ci parla di un cinema che ha vinto tutto, Cannes, Berlino, Venezia e continua a vincere. Tutto questo sotto il giogo fondamentalista degli ayatollah, pensate. “Registi quali esuli, anche perchè i mezzi a disposizione in Occidente sono più di quelli di un paese sotto sanzioni ferocissime e quali liberamente operanti qui”. Quelle sanzioni che con Trump, stracciato l’accordo sul nucleare firmato con Obama, negando perfino i farmaci e i soldi per comprarli, sono diventati genocidio strisciante, come lo chiama il direttore dell’emittente 24 ore PressTV, Hamid Reza Emadi: “Un malato di cancro è un malato di cancro e basta, non è un terrorista, ma viene colpito a morte lo stesso dalle sanzioni”.
Che sia per qualche commento terroristico come questo che Hamid, come il presidente di PressTv, Mohammed Sarafraz, sia stato sanzionato dall’UE, con divieto di ingresso in UE e blocco bancario?

Hamid Reaza Emadi, Direttore PressTV
Ovviamente mentre a Tehran vedi BBC o CNN, PressTV è bandita da noi, come RT, Russia Today. E i democratici siamo noi. Mi viene un’idea: che tutto sia riconducibile, a parte le ovvie, sempiterne dominanti economiche, al rancore da invidia di questo nostro Occidente gerontocratico, dove a forza di invecchiare andiamo verso l’estinzione, nei confronti di paesi come l’Iran dall’età media di 27 anni, contro la nostra di 47 e quella degli USA di 39. Chi è proiettato verso la vita e il futuro. E chi molto meno. E se ne risente.
A porre rimedio a questa discrasia ci provano gli USA, con le sanzioni su tutto, ma anche con altri strumenti, più subdoli e perfidi. Alla frontiera con l’Afghanistan è schierata buona parte dell’esercito iraniano. L’invasione che deve affrontare non è di armi, a meno che non vogliate definire arma l’eroina. Per ostacolarne il contrabbando sono caduti 6.400 guardie di frontiera, ci racconta Taha Taheri, vicedirettore dell’Ente Nazionale Antidroga, che si chiede “come sia stato possibile che, in presenza di migliaia di soldati USA e NATO, con droni, satelliti, elicotteri, siano rifioriti i campi di oppio, a suo tempo azzerati dai Taliban. Da zero oppio nel 2000, sotto l’occupazione USA la produzione è aumentata in dieci anni a 9.000 tonnellate, il 92% dell’eroina consumata nel mondo”.

Antonino De Leo, ONU
L’arma della droga, in questo caso diretta contro le società iraniana e russa, passaggi obbligati verso occidente, è politica. Ne è convinto anche Antonino De Leo, responsabile ONU dell’Ufficio Droga e Crimine in Iran che incontriamo nella sua sede a Tehran e che ribadisce anche come “i programmi di prevenzione e terapia iraniani siano per l’ONU le migliori pratiche internazionali, un modello, l’Iran è un nostro partner strategico”. Che anche questo sia qualcosa che dia fastidio al combattente antinarcos Donald Trump?
Nella guerra all’Iran, Stato “antisemita” per eccellenza, che riprende a programmare, Netanyahu avrà tenuto conto della necessità di distinguere nei bombardamenti a tappeto tipo Gaza o Libano? O rischia di sterminare, accanto alle tante religioni ed etnie che da millenni in Iran convivono in armonia e rispetto, anche la florida comunità di 25.000 ebrei a Isfahan, con un quartiere dalle ben 13 sinagoghe? Il suo capo, Suleiman Sassoon, architetto, parla di “una convivenza da sempre pacifica e amichevole, di un Iran da sempre il paese della regione più tranquillo e armonioso. A noi questo governo sta bene. E vorremmo anche che israeliani e palestinesi possano vivere insieme su quella terra”.
A Shiraz mi accoglie una riunione di due famiglie che hanno subito i colpi del MEK, organizzazione dei Mujahedin del Popolo, nata sotto lo Shah e trasformatasi poi in una setta terrorista assassina, guidata da una coppia di fanatici, Maryam e Massoud Rajani e incaricata di destabilizzare l’Iran a forza di attentati. Reclutati un paio di migliaia di fedelissimi fideizzati a forza di esoterismi, li hanno prima concentrati nel campo di Ashraf, nell’Iraq del Saddam allora anti-iraniano. Cacciati da lì, il loro stato maggiore è stato ospitato a Washington. Da qui, depennati dalla precedente lista delle organizzazioni terroristiche, sono stati accolti nell’Albania di Edi Rama e Giorgia Meloni, da dove continuano a infiltrare l’Iran. A loro sono attribuiti, con input Mossad, gli assassinii degli scienziati iraniani, soprattutto di quelli nucleari.
Ma non mancano le stragi terroristiche all’italiana. Le due famiglie di Shiraz hanno subito, in attentati del MEK, rispettivamente l’assassinio del padre, carpentiere, davanti alla sua bottega messa a fuoco con tutto il legname per avvolgere nelle fiamme un intero isolato, e l’incendio di uno scuolabus con i bambini delle elementari, finiti inceneriti, o ustionati con lesioni permanenti.
Sahra, volontaria a Tehran dell’”Associazione delle vittime del terrorismo”, un ambiente dalle pareti tappezzate da foto di assassinati dal MEK, ha avuto padre e fratello uccisi dall’organizzazione dei Rajavi: “Gli USA hanno rovesciato il significato delle parole terrorismo e vittime del terrorismo. Affermano che noi, l’Asse del Male, saremmo il centro mondiale del terrorismo e, con uno schieramento quasi globale di media al loro servizio, hanno convinto le opinioni pubbliche. Al punto che, mentre unità armate coltivate o penetrate nel paese, provocano scontri e uccidono poliziotti, la narrazione internazionale parla di migliaia di vittime della repressione di regime”.
Su questo ragionamento si innesta un mio ricordo. E mi pare una buona chiusura dei conti. Nel 2009 il migliore dei presidenti che siano stati eletti in Iran, Mahmud Ahmadinejad, laico e grande amico di Ugo Chavez, viene rieletto. Si scatena la solita rivoluzione colorata. La donna è lo strumento principe per innescare convinzione, partecipazione e condivisione, in un paese come il nostro, del quale l’opinione pubblica è stata ammaestrata a denunciare il trattamento delle donne.

Il caso Neda Soltan.
Nel corso di scontri con la polizia, una giovane donna viene colpita a morte. Ne girano le immagini, a terra, occhi aperti, sangue in viso, due persone l’assistono, invano. Diventa il simbolo della rivolta contro un regime che usa violenza contro le donne e del consenso che le tributa l’opinione pubblica occidentale. Roberto Saviano in testa. Poi esce un video in cui si vede Neda, a terra, due persone vicine che l’assistono con dei recipienti, mentre con la mano sinistra si cosparge di sangue il volto. Poi scompare, nessun cadavere, nessun funerale. Qualche mese dopo una Neda Soltan, dalla stessa data di nascita e dalle stesse fattezze, riappare a Monaco, in Germania. Poi svanisce negli USA. Il caso, dopo l’iniziale sfruttamento, viene lasciato cadere.

Il caso Sakineh
Nel 2006 Sakineh Mohammadi Ashtiani viene condannata per l’assassinio del marito. In Occidente si grida, automaticamente, allo scandalo, alla discriminazione di genere, al femminicidio. Alla lapidazione. Che non esiste, è stata abolita. Ache qui Saviano si fa portavoce degli indignati. Nel corso del processo, la donna confessa: ha avuto relazione con due uomini e con uno di questi ha partecipato all’assassinio del marito, avvelenato nel sonno e finito con scosse elettriche. Nel 2014 Sakineh ha scontato la pena ed è libera. Notizia che non fa notizia dalle nostre parti.

Il caso Mahsa Amini
Anche Mahsa Amini è eletta a simbolo della violenza inflitta dalla teocrazia iraniana alle donne. Settembre 2022, ennesima rivoluzione colorata. Nel corso delle manifestazioni la 23enne Mahsa viene fermata e interrogata, senza alcun riferimento a quanto si narra in Occidente di un “velo portato male” (è male portato lo è di migliaia di donne che l’indossano sulla nuca, lasciando scoperti i capelli). Un video ce la mostra mentre si trova, integra, negli ambienti della polizia femminile. Sviene e, più tardi, la ritroviamo nel letto di un ospedale. Dove viene dichiarata morte per emorragia cerebrale. I suoi genitori, curdi, riferiscono che la ragazza soffriva di ischemie.
Ma la versione dei media occidentali è diversa e in rapida evoluzione. Si passa dall’arresto per “aver portato male il velo”, alle percosse subite dalla “polizia morale”, fino all’uccisione a forza di botte tout court, appunto per avere “portato male il velo”.

Di una donna di cui nessuno si è occupato e vi ha riferito, vi dico io. E chiudo. E’ la dottoressa, Shirin Ravenbod, genetista molecolare, volontaria al Centro Clinico per Emofiliaci, a Tehran, messo su da una ONG per integrare una sanità pubblica pesantemente taglieggiata dall’embargo. Gli emofiliaci, cioè gente che, tra forti dolori, subisce ininterrotte emorragie, sono 30.000 solo nella capitale. A impedirne i sanguinamenti servono farmaci negati dalle sanzioni. Né li può produrre l’Iran, visto che gli è vietata l’importazione dei componenti, a partire dalla facoltà di pagarli. E le sanzioni secondarie colpiscono che si azzarda a violare le primarie.
Dice la Dottoressa Ravenbod: “Formalmente, per una questione elementare di diritti umani codificati dall’ONU e dal diritto internazionale, questi farmaci sarebbero esentati. Ma è pura ipocrisia, visto che le sanzioni ci bloccano le transazioni finanziarie. Vorremmo almeno ottenere gli antidolorifici, ma anche questi sono negati. Bambini e ragazzi perdono la scuola per i sanguinamenti continui, soffrono, non riescono a camminare…Ese è vero che è genocidio se si colpiscono gruppi appartenenti a una comunità per eliminarli, questo è genocidio.“.
Per saperne di più

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale
di Mario Pietri*
In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.
La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.
1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero
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La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.
- Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
- Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
- Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
- E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.
Questo è il punto: l’impero vive a credito. E quando il credito diventa più caro, o meno desiderato dall’estero, la politica estera smette di essere “strategia” e diventa contabilità difensiva.
2) Inflazione e lavoro: la stabilità apparente, la fragilità reale
Nell’ultima settimana i due rilasci macroeconomici più rilevanti — inflazione e mercato del lavoro — hanno restituito un’immagine che, letta superficialmente, potrebbe sembrare rassicurante. Ma letta in serie storica è tutt’altro che confortante.
A dicembre 2025 l’inflazione CPI si è attestata al +2,7% su base annua, con l’indice core al +2,6%. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,4%, mentre i non-farm payrolls sono cresciuti di appena 50.000 unità. Presi isolatamente, questi numeri permettono alla narrativa ufficiale di parlare di “atterraggio morbido”. Inseriti nel contesto storico, raccontano un’altra storia.
Inflazione: rientrata sì, normalizzata no
Negli ultimi cinque anni l’inflazione statunitense ha seguito un ciclo che ha lasciato danni permanenti:
- 2019: CPI stabilmente attorno all’1,8–2,0%, con dinamica coerente con crescita reale.
- 2021–2022: esplosione inflattiva fino a oltre il 9% (giugno 2022), massimo da quattro decenni.
- 2023–2024: discesa graduale ma irregolare, con fasi di “inflazione vischiosa”.
- 2025: ritorno nell’area 2,5–3%, ma senza recupero dei salari reali cumulativamente erosi nel biennio precedente.
Questo significa una cosa precisa: l’inflazione non è più un’emergenza, ma ha già fatto il suo lavoro redistributivo. Il potere d’acquisto medio delle famiglie è stato compresso, i risparmi erosi, e la domanda interna oggi cresce meno non perché “l’economia è sana”, ma perché la capacità di spesa è stata strutturalmente ridotta.
In macroeconomia questo stato non si chiama stabilità: si chiama equilibrio a livello più basso.
Mercato del lavoro: dal surriscaldamento al raffreddamento silenzioso
Il dato più rivelatore non è il tasso di disoccupazione in sé, ma la dinamica dei flussi occupazionali. Guardiamo la traiettoria dei payrolls:
- 2021–2022: creazioni mensili spesso superiori alle 300.000 unità, con picchi oltre 500.000 nel post-pandemia.
- 2023: rallentamento progressivo, media intorno a 230.000.
- 2024: ulteriore discesa, con mesi sotto le 150.000 unità.
- Dicembre 2025: +50.000, valore che storicamente segnala fase avanzata del ciclo.
In termini storici, una crescita occupazionale sotto le 100.000 unità mensili è coerente con economie prossime alla stagnazione o all’ingresso in recessione, non con una fase di espansione robusta.
Il tasso di disoccupazione al 4,4% non è basso in senso dinamico: è in risalita rispetto al minimo ciclico del 3,4% toccato nel 2023. E soprattutto maschera:
- aumento del lavoro part-time involontario,
- rallentamento delle ore lavorate,
- concentrazione delle nuove assunzioni in settori a bassa produttività e basso salario (servizi, sanità, assistenza).
In altre parole, il lavoro non crolla, ma si degrada. Ed è un segnale tipico delle fasi pre-recessive: il mercato non licenzia in massa, ma smette di assumere qualità.
Salari reali e produttività: il nodo irrisolto
Un altro dato strutturale rafforza il quadro di fragilità: la disconnessione tra salari nominali, salari reali e produttività. Negli ultimi tre anni:
- i salari nominali sono cresciuti,
- ma i salari reali cumulativi restano inferiori ai livelli pre-inflazione,
- mentre la produttività del lavoro mostra una crescita intermittente e insufficiente a sostenere aumenti salariali stabili.
Un’economia che non trasforma inflazione rientrata in potere d’acquisto recuperato non è un’economia che riparte: è un’economia che congela le tensioni sociali sotto la superficie.
Indicatori anticipatori: crescita fragile, disomogenea, vulnerabile agli shock
Gli indicatori anticipatori descrivono un rallentamento generalizzato e una crescita “fragile e disomogenea”, aggravata dall’incertezza sulle politiche commerciali e tariffarie. Storicamente, quando:
- l’inflazione scende,
- l’occupazione rallenta,
- gli indicatori anticipatori restano deboli,
- e la politica introduce shock (dazi, restrizioni, conflitti),
la probabilità di un salto di regime aumenta rapidamente.
Conclusione macro: non recessione, ma vulnerabilità
Le crisi sistemiche non iniziano con un crollo: iniziano con una perdita di margine di errore. Nel contesto attuale, l’economia americana:
- non è in recessione,
- ma non ha più cuscinetti.
E quando un sistema arriva a questo stadio, ogni errore politico — un dazio mal calibrato, una crisi diplomatica, un’escalation militare — smette di essere gestibile e diventa sistemico. È su questo terreno fragile che si innestano le tensioni geopolitiche, non il contrario.
3) Tassi e fiducia: il “termometro” dei Treasury

I rendimenti non sono un dettaglio tecnico: sono la misura in tempo reale della fiducia nel sistema e del prezzo della sua sopravvivenza.
- Il 10 anni USA, a metà gennaio 2026, viaggia intorno a 4,16%–4,23% (valori giornalieri), con oscillazioni che riflettono sensibilità estrema a rischio geopolitico e scelte commerciali.
Ogni decimale conta: su un debito di questa scala, anche piccoli movimenti di costo del capitale diventano un moltiplicatore di instabilità fiscale. Ed è qui che entra il nodo internazionale.
La Cina e il debito USA: non “crollo”, ma disimpegno strategico
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La Cina non deve “far crollare” l’America. Le basta non finanziare più automaticamente il suo privilegio.
I dati più recenti disponibili sulle detenzioni cinesi di Treasury mostrano una traiettoria coerente con un disimpegno graduale:
- Detenzioni cinesi di Treasury: 682,64 miliardi di dollari (novembre 2025), in calo rispetto a 688,75 miliardi (ottobre 2025).
Non è dumping improvviso: è riduzione progressiva dell’esposizione. Questo si collega a una logica di lungo periodo: diversificazione, riduzione del rischio geopolitico, costruzione di alternative infrastrutturali e finanziarie. Quando un grande detentore si allontana anche lentamente, Washington ha tre opzioni, tutte problematiche:
- pagare di più (tassi più alti),
- monetizzare di più (pressione inflazionistica e politica),
- comprimere spesa o alzare entrate (politicamente tossico).
In sostanza: la politica estera diventa funzione del bilancio.
Alleati: la Groenlandia come cartina di tornasole della frattura atlantica
Negli ultimi giorni la vicenda Groenlandia–dazi ha assunto un valore che va ben oltre il piano commerciale. Non siamo di fronte a una disputa tariffaria ordinaria, ma a un segnale politico strutturale: l’uso della coercizione economica come surrogato di una diplomazia indebolita, in un contesto di consenso in declino.
L’amministrazione statunitense ha minacciato l’introduzione di tariffe del 10% a partire dal 1° febbraio 2026 su beni provenienti da otto paesi europei, con un’escalation programmata fino al 25% dal 1° giugno 2026, collegando esplicitamente queste misure all’opposizione europea al progetto statunitense sulla Groenlandia. La risposta europea è stata immediata e insolitamente compatta: allarme per una “pericolosa spirale discendente” e per un danno strutturale alle relazioni transatlantiche.
Il punto non è la Groenlandia in sé. Il punto è il metodo.
Quando una potenza utilizza strumenti tariffari contro paesi alleati per forzare scelte politiche e territoriali, non sta esercitando leadership: sta compensando una perdita di capacità persuasiva con la pressione. Per decenni, la supremazia geopolitica statunitense si è fondata su un equilibrio preciso: Washington poteva guidare il blocco occidentale perché era percepita come garante, non come ricattatore. Quel capitale politico permetteva agli Stati Uniti di comandare senza pagare ogni volta l’intero costo economico e diplomatico delle proprie decisioni.
Oggi quel capitale si sta erodendo. E qui emerge la contraddizione: la volontà di potenza cresce proprio mentre il consenso diminuisce. Più la base di legittimità si assottiglia — all’interno e all’esterno — più la politica tende a irrigidirsi, moltiplicando strumenti coercitivi e retorica aggressiva. Ma questa stessa rigidità accelera la perdita di consenso, perché smaschera l’inconsistenza della narrazione ufficiale.
Le bugie strategiche — “i dazi non hanno costi”, “gli alleati seguiranno comunque”, “la forza sostituisce il consenso” — si infrangono contro la realtà: ritorsioni, fratture diplomatiche, incertezza, isolamento progressivo. Un sistema sempre più costoso da finanziare dispone di meno margini per acquistare consenso attraverso incentivi, cooperazione e stabilità; di conseguenza tende a pretendere obbedienza invece di costruirla. Ma questa strategia ha un effetto boomerang: più consuma alleanze, più aumenta il premio di rischio politico ed economico; e più aumenta il premio di rischio, più diventa oneroso sostenere la stessa postura di potenza che ha generato la frattura.
Il fronte interno: Minneapolis e lo Stato che minaccia se stesso
Mentre dall’esterno gli Stati Uniti tentano di riaffermarsi come polo egemonico, all’interno il tessuto sociale e istituzionale stenta a reggere. Minneapolis è il punto di frattura più evidente di questa tensione: una crisi sociale rapidamente trasformata in crisi politica.
La miccia è stata accesa il 7 gennaio 2026, quando un agente federale dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good (37 anni) durante un’operazione a Minneapolis. L’episodio ha alimentato proteste estese e conflitti di piazza, con scontri, arresti e una crescente militarizzazione dello spazio urbano. Una seconda sparatoria nel corso di un fermo ha ulteriormente esasperato il clima. Autorità locali hanno denunciato tattiche aggressive e intrusioni nelle comunità.
Le proteste non sono rimaste circoscritte: si sono registrate mobilitazioni anche in altre grandi città. Sul piano politico, è esplosa una frattura istituzionale: autorità locali e statali hanno accusato il governo federale di violare diritti e procedure e hanno avviato iniziative legali per limitare o bloccare le operazioni. La narrativa federale è stata contestata apertamente dalle amministrazioni locali.
In un’analisi macroeconomica seria, questa frattura è un moltiplicatore di rischio-paese: distoglie risorse dalla governance, aumenta l’incertezza, riduce la fiducia nelle istituzioni e trasforma problemi sociali in crisi nazionali.
Crisi interna e costi fiscali: quando la sicurezza diventa una voce strutturale di bilancio
La gestione coercitiva del conflitto interno non è neutrale dal punto di vista fiscale e politico. Ogni escalation comporta spesa immediata e spesa futura: dispiegamenti, logistica, intelligence domestica, preallarmi, contenziosi legali, indagini, costi indiretti su produttività e servizi.
Nel medio periodo questi costi tendono a diventare strutturali, come avvenuto con la spesa per la “sicurezza” post-11 settembre. Ma oggi non c’è un surplus economico né una crescita robusta a compensarli.
Il costo più alto non è solo fiscale: è politico. Quando il governo centrale entra in conflitto con Stati e città, quando minaccia strumenti eccezionali e deve giustificare l’uso della forza contro porzioni crescenti della popolazione, il capitale politico si consuma rapidamente. È un meccanismo noto:
meno consenso → più repressione → meno consenso → più repressione.
Questo circolo vizioso riduce la prevedibilità del quadro politico, aumenta il rischio percepito e rende più costoso sostenere lo stesso livello di potere.
Iran: propaganda umanitaria, pausa tattica e fallimento del cambio di regime
La gestione del dossier iraniano nelle ultime settimane mostra la distanza tra retorica occidentale e realtà geopolitica. Non siamo di fronte a una crisi “umanitaria” improvvisa né a un moto spontaneo di piazza, ma a una sequenza coordinata di pressione politica, informativa e tecnologica che non ha prodotto il risultato atteso.
Il punto di partenza è una narrazione rilanciata dalla Casa Bianca e amplificata dai media occidentali: quella delle “800 esecuzioni imminenti” che l’intervento statunitense avrebbe contribuito a scongiurare. Una cifra priva di verifica indipendente e utile soprattutto a costruire una cornice morale: la minaccia militare come strumento di “salvezza umanitaria”.
La successiva marcia indietro americana sull’opzione militare non è stata il frutto di un successo diplomatico, ma il riconoscimento implicito che l’escalation non avrebbe prodotto né un cambio di regime né un vantaggio strategico sostenibile. La pausa annunciata è una sospensione tattica dettata dalla consapevolezza dei costi e dei rischi.
Le proteste iraniane non possono essere comprese senza considerare l’infrastruttura che ha sostenuto la mobilitazione. L’arrivo e la diffusione di migliaia di terminali Starlink sul territorio iraniano non è un evento neutrale: è un tentativo esplicito di aggirare il controllo delle comunicazioni e mantenere coordinamento e resilienza informativa. Il fatto che una parte significativa di questi terminali sia stata resa non operativa attraverso disturbo e neutralizzazione elettronica attribuibili a capacità russe e cinesi indica un dato politico essenziale: il dossier iraniano è diventato un campo di confronto tecnologico e strategico tra blocchi.
Nonostante mesi di pressione, sanzioni e operazioni di influenza, il sistema politico iraniano non è collassato. Al contrario, Teheran ha dimostrato capacità di adattamento e controllo che hanno costretto Washington a rivedere tempi, strumenti e obiettivi. Anche la posizione israeliana, spesso descritta come automaticamente allineata a un’escalation, si è mostrata più prudente sul piano operativo: ostilità strategica sì, ma consapevolezza dei rischi sistemici di un conflitto non controllabile.
La bugia delle “esecuzioni scongiurate”, la teatralizzazione umanitaria, l’uso di infrastrutture esterne e il successivo dietrofront non raccontano una storia di leadership. Raccontano la difficoltà strutturale ad accettare che il cambio di regime non è più uno strumento a basso costo.
Venezuela: consenso interno, scacchi geopolitici e costo dell’unilateralismo statunitense
Nel quadro latinoamericano, il Venezuela è un caso istruttivo per comprendere i limiti dell’azione statunitense nel mondo contemporaneo. Nonostante anni di pressioni, le manifestazioni popolari a sostegno del governo di Caracas restano imponenti e visibili.
Le piazze venezuelane mostrano una realtà che fatica a entrare nella narrazione occidentale: una parte consistente della popolazione continua a percepire l’attuale leadership come argine alla perdita di sovranità nazionale. Questo sostegno non è solo ideologico; è alimentato dalla convinzione che le pressioni esterne abbiano peggiorato le condizioni economiche e sociali più di quanto non abbiano favorito soluzioni politiche.
Dal punto di vista di Caracas, la gestione della crisi appare come una partita a scacchi su più livelli: consolidamento del consenso interno e, al tempo stesso, canali esterni selettivi per evitare l’isolamento senza cedere alle pressioni e ai diktat statunitensi. L’obiettivo è contenere il rischio di escalation senza capitolare.
In questo contesto, la politica degli Stati Uniti appare contraddittoria: mostra i muscoli in nome della democrazia e della sicurezza, ma svuota di significato il diritto internazionale trattando la sovranità degli Stati come variabile negoziabile. Il risultato è modesto e costoso: non stabilizza, non produce transizioni controllate, e rafforza diffidenza e resistenza regionale. Il danno più grave è reputazionale: quando le regole vengono invocate solo finché non intralciano la volontà di potenza, la credibilità del “regolatore” dell’ordine globale si erode.
Conclusione: l’impero non sta mostrando forza, sta negoziando con i propri vincoli
Se mettiamo insieme i piani — debito e deficit, occupazione e inflazione, tassi, riduzione progressiva della domanda estera di Treasury, fratture con gli alleati, instabilità interna, limiti della minaccia militare e risultati modesti delle pressioni esterne — il quadro non è quello di una potenza che guida gli eventi, ma di una potenza che reagisce ai vincoli: finanziari, sociali, diplomatici.
La parte più pericolosa è questa: quando un sistema non accetta il proprio ridimensionamento tende a compensare con coercizione (dazi, pressione sugli alleati, muscoli) e con gestione del rischio (pause tattiche quando il prezzo potenziale è troppo alto). È una postura che non produce stabilità: produce attrito. E l’attrito, in un mondo saturo di crisi, non resta locale.
Non siamo di fronte al crollo improvviso di un impero, ma a qualcosa di più complesso e più rischioso: un colosso che resta enorme, ma diventa rigido; meno capace di assorbire shock, meno credibile nel costruire consenso, più incline a reagire che a guidare. E quando l’ordine internazionale viene mantenuto più per forza che per legittimità, il problema non è solo per chi lo subisce. È per chi tenta di sostenerlo, ogni giorno, a un costo sempre più alto.
*Amministratore Unico Focusdata Consulting srl
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

- Netanyahu ha esortato Trump a non attaccare l'Iran a causa della mancanza di capacità difensiva di Israele
Netanyahu ha esortato Trump a non attaccare l'Iran a causa della mancanza di capacità difensiva di Israele
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Come un omaggio a Patrice Lumumba ha rilanciato il panafricanismo alla Coppa d'Africa
Sessantaquattro anni dopo il suo assassinio, Patrice Lumumba è di nuovo nell'immaginario collettivo: la sua eredità panafricana è più viva che mai.
Il nome del rivoluzionario congolese è sulla bocca di milioni di persone da quando l'omaggio a lui reso durante la Coppa d'Africa (Afcon) di quest'anno in Marocco ha catturato l'attenzione mondiale.
Al centro del momento c'è Michel Nkuka Mboladinga, un tifoso di calcio congolese che somiglia in modo impressionante a Lumumba.
Mboladinga è diventato una star del web dopo aver posato come una statua durante ogni partita della Coppa d'Africa della Repubblica Democratica del Congo (RDC), alzando il braccio destro come la statua commemorativa di Lumumba a Kinshasa e mantenendo la posa per tutta la partita.
Questa posa è stata imitata sia dai tifosi che dai giocatori, da un attaccante nigeriano in un quarto di finale della Coppa d'Africa a un centrocampista marocchino in una partita di coppa in Francia.
Mentre Marocco e Senegal si preparano ad affrontarsi domenica nella finale della Coppa d'Africa, l'omaggio a Lumumba sarà probabilmente ricordato come il simbolo duraturo del torneo di quest'anno.
Ma al di là del semplice simbolismo, ha suscitato un dibattito sulla vita di Lumumba, sulle sue idee panafricane e anticoloniali e sui suoi legami con altri paesi africani (in particolare con Egitto e Algeria ).
"Lo spirito di Lumumba che riecheggia in Marocco e nel continente è un promemoria opportuno che dobbiamo resistere alla tentazione di svendere il nostro patrimonio e le nostre culture a tutti i costi", ha dichiarato a Middle East Eye William Ackah, accademico ed esperto di studi sulla diaspora africana.
"La posizione fortemente anticoloniale di Lumumba e la sua dedizione all'unità africana continuano a brillare come un faro per tutti coloro che, nel continente e nella diaspora, sperano in un continente africano libero e indipendente".
Chi era Lumumba?
Lumumba nacque nel luglio del 1925, in quello che allora era conosciuto come Congo Belga.
Il suo attivismo politico iniziò a metà degli anni '40, mentre lavorava come impiegato postale a Stanleyville (oggi conosciuta come Kisangani).
Scrisse poesie ed editoriali che inveivano contro l'imperialismo, catturando l'attenzione degli amministratori coloniali belgi. In seguito fu condannato e brevemente incarcerato per appropriazione indebita di fondi postali, un'accusa che negò e che alcuni storici ritengono fosse motivata politicamente.
Verso la fine degli anni '50, il cambiamento era in atto nel continente dopo che il Ghana, guidato da Kwame Nkrumah, divenne la prima colonia dell'Africa subsahariana a ottenere l'indipendenza dal dominio coloniale. Il fervore antimperialista si stava rapidamente diffondendo in tutta la regione.
Lumumba divenne presto il primo leader del neonato Movimento Nazionale Congolese (MNC).
Incontrò leader nazionalisti, tra cui Nkrumah, con il quale avrebbe stretto una stretta amicizia, in occasione di una conferenza panafricana ad Accra nel 1958. Lì incontrò anche Frantz Fanon, intellettuale e famoso sostenitore dell'indipendenza algerina.
Un anno dopo, Lumumba fu arrestato con l'accusa di aver fomentato una rivolta. Fu rilasciato solo due giorni dopo per poter partecipare a una conferenza a Bruxelles sul futuro del Congo.
La conferenza concordò che le elezioni si sarebbero dovute tenere nel maggio del 1960 e che l'indipendenza sarebbe avvenuta un mese dopo.
Il MNC vinse le elezioni, nominando Lumumba il primo primo ministro della RDC.
Pochi giorni dopo l'indipendenza, Lumumba tenne un discorso esplosivo alla presenza del re del Belgio Baldovino.
"Si presentò al cospetto di re Baldovino e pronunciò un famoso discorso in cui parlò di anni di schiavitù e umiliazione, esortando i leader internazionali a rispettare la volontà del suo popolo", racconta a MEE Kribsoo Diallo, ricercatore in scienze politiche e affari africani.
"Voleva che il popolo del Congo controllasse le proprie risorse naturali e si rifiutava di permettere che decisioni importanti venissero prese dall'esterno."
Il discorso diede inizio a un periodo di tensione, durante il quale la regione del Katanga, ricca di risorse, si separò dal resto del Congo con l'aiuto del Belgio.
Lumumba cercò l'aiuto degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e dell'Occidente per mantenere unito il suo Paese. Quando questi sforzi fallirono, si rivolse all'Unione Sovietica, una mossa che avrebbe spinto i leader occidentali ad accusarlo di essere comunista.
Ne seguì una crisi politica e Lumumba fu infine estromesso dal potere da Joseph Mobutu con il sostegno del Belgio e degli Stati Uniti.
Temendo per la sua vita, Lumumba tentò di fuggire a Stanleyville, ma fu catturato dai soldati congolesi.
Il 17 gennaio 1961, lui e due dei suoi compagni furono torturati e giustiziati dalle truppe congolesi e da mercenari belgi. Lumumba aveva solo 35 anni.
Il suo corpo venne sciolto nell'acido e l'omicidio venne tenuto segreto per settimane.
L'unica parte di lui rimasta è un dente ricoperto d'oro, portato a Bruxelles come trofeo da Gerard Soete, il poliziotto belga che supervisionò lo smaltimento del corpo.
Nel giugno 2022, sei decenni dopo l'omicidio, il dente è stato restituito alla sua famiglia durante una cerimonia a Bruxelles.
Sebbene un'indagine belga del 2001 non abbia portato alla luce alcun documento che ordinasse l'omicidio di Lumumba, ha accertato che i membri del governo "erano moralmente responsabili delle circostanze che hanno portato alla morte".
Da allora è emerso che Washington non ha premuto direttamente il grilletto, ma che il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower aveva ordinato alla CIA di eliminare Lumumba.
Si ritiene che questo sia il primo ordine in assoluto impartito dagli Stati Uniti di assassinare un leader straniero, e certamente non sarà l'ultimo.
Bambini cresciuti in Egitto
Dopo l'omaggio all'Afcon, gli egiziani si sono rivolti ai social media per discutere del ruolo dell'Egitto nel perpetuare l'eredità di Lumumba.
Sono state condivise nuovamente le immagini del gennaio 1961, che mostrano centinaia di egiziani scendere in piazza al Cairo dopo l'omicidio di Lumumba, dare fuoco a un'auto e attaccare l'ambasciata belga.
Dopo la morte di Lumumba, la moglie e i figli andarono in esilio in Egitto, dove furono ricevuti dal presidente Gamal Abdel Nasser.
Nasser era un alleato chiave di Lumumba e fece in modo che la famiglia del leader assassinato venisse trasferita in una residenza nel quartiere Zamalek del Cairo, mentre le tasse scolastiche dei bambini venivano pagate dallo Stato.
Filmati di cronaca riemersi mostrano Francois e Juliana Lumumba, anni dopo, parlare del padre in un dialetto arabo egiziano.
"Negli anni '50 e '60, l'Egitto non cercava solo di essere un fulcro del panarabismo, ma anche un fulcro del panafricanismo", racconta a MEE Nihal Elaasar, scrittore, ricercatore e conduttore radiofonico egiziano.
“Ecco perché Gamal Abdel Nasser offrì immediatamente rifugio in Egitto ai figli di Lumumba; allo stesso modo in cui l'Egitto all'epoca sosteneva la decolonizzazione algerina contro i francesi.”
Diallo, che vive al Cairo e traduce articoli in inglese e arabo per centri di ricerca in Africa, racconta come Lumumba sia stato fortemente influenzato dall'esperienza dell'Egitto nel mettere in discussione il predominio occidentale.
"Alla fine degli anni '50, il Cairo era un importante centro per i movimenti di liberazione africani, con l'Egitto di Nasser che forniva supporto politico, mediatico e organizzativo ai movimenti indipendentisti", afferma.
Nasser e Lumumba furono tra i numerosi leader anticoloniali di quel periodo, tra cui Nkrumah in Ghana, Sekou Toure in Guinea, nonché Ahmed Ben Bella e Houari Boumediene in Algeria.
"Oggi, quando il nome di Lumumba viene evocato sugli spalti o nei dibattiti popolari, non viene ricordato solo come una figura congolese", afferma Diallo. "Ma come simbolo di un'epoca in cui l'unità africana era un vero progetto politico, non solo uno slogan".
Elaasar sottolinea che all'epoca anche l'Egitto era legato alla famiglia di Nkrumah, dopo che il leader ghanese sposò una donna copta egiziana. Il loro figlio, Gamal Nkrumah (che prende il nome da Nasser), vive e lavora ancora oggi come giornalista in Egitto.
"Scoprire queste storie e prestarvi attenzione dimostra quanto i tifosi di calcio e la gente comune in Egitto rimpiangano i giorni in cui l'Egitto era un'influenza regionale nel mondo arabo e in Africa", afferma Elaasar.
Dopo la morte di Nasser nel 1970, il suo successore Anwar Sadat si allontanò dalla politica estera panafricana e panaraba del suo predecessore.
Di conseguenza, la maggior parte della famiglia di Lumumba abbandonò gradualmente l'Egitto: alcuni si trasferirono in Europa, mentre altri alla fine tornarono nella Repubblica Democratica del Congo, una volta riabilitata l'immagine e l'eredità del primo primo ministro.
Polemiche durante la partita dell'Algeria
Anche il rapporto di Lumumba con l'Algeria è stato ricordato durante l'Afcon di quest'anno, non da ultimo a causa di un controverso incidente avvenuto durante il torneo.
Dopo che l'Algeria ha sconfitto il Congo all'ultimo minuto dei tempi supplementari della partita dei quarti di finale, il giocatore algerino Mohamed Amine Amoura ha imitato l'omaggio di Mboladinga e poi è caduto a terra, come se la statua fosse stata rovesciata.
L'accaduto ha scatenato una violenta reazione e Amoura si è scusato sui social media. Ha affermato che si trattava di uno scherzo e che non era a conoscenza di chi o cosa rappresentasse il simbolo sugli spalti.
Mboladinga fu poi invitato all'hotel della squadra algerina, dove gli è stata regalata una maglia dell'Algeria con il nome di Lumumba sul retro.
Gli algerini online hanno notato che l'eredità di Lumumba è ben ricordata nel loro Paese, con targhe e giardini a lui intitolati.
Djamel Benlamri, un importante calciatore algerino, si è rivolto a Instagram per elogiare Mboladinga e minimizzare le polemiche.
"Siamo un popolo che ha conosciuto il colonialismo e l'ingiustizia. Pertanto, è impossibile per noi deridere, provocare o disprezzare i sentimenti di un popolo fratello", ha scritto.
“Ci opponiamo a tutti i tentativi di seminare odio e discordia tra fratelli uniti da una storia africana comune”.
Lo stesso Lumumba si schierò apertamente contro il colonialismo francese in Algeria.
“Sappiamo tutti, e lo sa il mondo intero, che l’Algeria non è francese, che l’Angola non è portoghese, che il Kenya non è inglese, che il Ruanda-Urundi (Ruanda-Burundi) non è belga”, dichiarò durante un vertice africano nell’agosto del 1960.
Come l'Egitto, afferma Diallo, l'Algeria è diventata un centro per i movimenti di liberazione africani dopo la sua indipendenza nel 1962, "vedendo in Lumumba e altri un destino comune tra l'Africa subsahariana e quella settentrionale".
"Nell'immaginario panafricano di allora, l'Africa non era divisa tra Nord e Sud. Era vista come un'unica arena per una lunga lotta contro il colonialismo e l'imperialismo", ha affermato.
Oltre all'Algeria e all'Egitto, le strade portano il nome di Lumumba anche in Ucraina, Russia , Marocco, Ghana, Belgio, Iran , Sudafrica, Serbia e in molti altri Paesi.
Tribute potrebbe tornare ai Mondiali
Anche se l'Afcon si conclude oggi, potremmo assistere al ritorno dell'omaggio a Lumumba in un torneo ancora più importante durante l'estate.
La Repubblica Democratica del Congo è a una sola partita dalla qualificazione per la Coppa del Mondo, che si svolgerà in Messico, Canada e Stati Uniti. Questo fa presagire che Mboladinga porterà il suo tributo al Nord America.
"Penso che sarebbe un potente simbolo antimperialista negli Stati Uniti. Lumumba era ed è un eroe per le comunità di discendenti africani in tutte le Americhe", ha detto Ackah.
I tifosi egiziani hanno addirittura chiesto alla loro federazione di invitare Mboladinga affinché possa tifare per l'Egitto durante la partita della fase a gironi contro il Belgio.
Diallo ritiene che gli omaggi a Lumumba durante la Coppa del Mondo potrebbero suscitare reazioni contrastanti: alcune figure governative e i media tradizionali potrebbero considerarli una provocazione politica.
"Lumumba ricorda alla gente il ruolo di Washington e dei suoi alleati nel minare la prima democrazia africana", ha detto Diallo. "Per questo motivo, qualsiasi omaggio a lui su un palcoscenico globale come la Coppa del Mondo sarebbe un gesto di grande impatto".
“Non solo farebbe rivivere la memoria di un uomo, ma sfiderebbe anche le narrazioni dominanti sull’Africa e sulla sua storia.”
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

La Siria raggiunge il cessate il fuoco con le SDF e ottiene "importanti concessioni dai curdi"
Il 18 gennaio i media statali siriani hanno annunciato un cessate il fuoco immediato tra il governo e le Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi, che prevede la cessione di territori e risorse naturali da parte delle SDF.
L'accordo è stato raggiunto dopo che le forze siriane fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa, ex comandante di Al-Qaeda e dell'ISIS, hanno preso il controllo delle città strategiche di Tabqa e Raqqa, sottraendole alle SDF domenica mattina.
Secondo alcune indiscrezioni, le forze governative siriane avrebbero preso il controllo di alcune parti dell'autostrada M4, isolando la città curda di Kobani dal resto del territorio delle SDF.
Secondo Rudaw, l'accordo prevede "importanti concessioni da parte dei curdi", che si sono opposti all'integrazione nello Stato siriano nel tentativo di mantenere il controllo di una regione autonoma nel nord-est della Siria e delle sue ingenti risorse energetiche.
I punti chiave dell'accordo di cessate il fuoco includono:
- La consegna dei governatorati di Deir Ezzor e Raqqa, nonché di tutti i valichi di frontiera, dei giacimenti di petrolio e di gas della regione, al governo siriano
- La completa integrazione di tutto il personale militare e di sicurezza delle SDF nelle strutture dei Ministeri della Difesa e degli Interni siriani su base individuale, piuttosto che come unità comandate dai curdi
- Fornire elenchi di ufficiali dell'ex governo di Bashar al-Assad presenti nelle aree della Siria nord-orientale
- Cedere il controllo dei prigionieri e dei campi dell'ISIS al governo siriano, in modo che il governo siriano si assuma la piena responsabilità legale e di sicurezza per loro
- L'adozione di una lista di candidati presentata dalla leadership delle SDF per ricoprire posizioni militari, di sicurezza e civili di alto rango all'interno della struttura centrale dello Stato per garantire la partnership nazionale
Il governo siriano ha annunciato il cessate il fuoco dopo che domenica il Presidente Sharaa ha incontrato a Damasco l'Inviato Speciale degli Stati Uniti per la Siria, Thomas Barrack. All'incontro ha partecipato anche il Ministro degli Esteri e degli Espatriati Asaad Hassan al-Shaibani, che "ha ribadito l'unità e la sovranità della Siria su tutto il suo territorio e ha sottolineato l'importanza del dialogo nella fase attuale", ha riferito SANA.
Le SDF sono state costituite dalla coalizione militare guidata dagli Stati Uniti in Siria nel 2015 e da allora hanno aiutato Washington a supervisionare l'occupazione dei giacimenti petroliferi siriani.
Le ultime tensioni seguono una significativa riduzione della presenza militare statunitense in Siria negli ultimi mesi. Washington ha abbandonato cinque delle otto principali basi militari nel Paese.
"Washington ha tracciato nuovi confini per le SDF. Consegne, ritiri e trasferimenti nelle aree a est del fiume. Ciò che colpisce è la cessione dei giacimenti di petrolio e gas a est di Deir Ezzor a Damasco, avvenuta senza intoppi e alla presenza degli Stati Uniti, il che significa che la questione petrolifera rimane nelle mani di Washington. Aspetteremo di vedere come si sistemeranno le cose e a che punto capiremo la natura dell'"accordo" che Washington ha stretto con Ankara", ha commentato il giornalista libanese Khalil Nasrallah.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Milano Fashion Week, debutta Zegna. Gildo Zegna: “Portiamo in passerella le generazioni”
La settimana della moda a Milano apre con la sfilata di Zegna. Ambientata in un armadio immaginario pieno di oggetti reali provenienti dal guardaroba di famiglia di Gildo Zegna, presidente esecutivo del Gruppo, e Paolo Zegna, entrambi membri della terza generazione della famiglia Zegna, questa collezione nasce da un amore profondo per il tessere e l’indossare.
All’interno di questo armadio, una teca da museo conserva “Abito n. 1”: il primo abito realizzato negli anni Trenta, su misura, per il conte Ermenegildo Zegna, in 100% lana australiana. Il Gruppo Ermenegildo Zegna ha con il nuovo anno dato il via a un nuovo capitolo per l’azienda, inaugurando un passaggio storico per il gruppo.
Gildo Zegna, alla guida del gruppo da oltre vent’anni, ha passato il testimone operativo a Gianluca Tagliabue, prima cfo e coo, che dal 1° gennaio 2026 ha assunto la carica di ceo. Gian Franco Santhià, prima group control & chief accounting officer, ha invece assunto la carica di group cfo e riporterà al group ceo.
Ma la novità più simbolica, già annunciata nel novembre 2025, è l’ingresso ufficiale della quarta generazione Zegna ai vertici del brand. Edoardo e Angelo Zegna diventeranno co-ceo del marchio. “Un’idea di continuità con le generazioni, non solo nella governance, ma anche nei capi”, queste le parole di Gildo Zegna che abbiamo incontrato nel dietro le quinte dello show per la nuova collezione.
Con la nuova collezione cosa volete raccontare?
Un’idea di continuità, generazioni, non solo nella governance, ma anche nei capi: portare in passerella capi di mio nonno, di mio padre, io torno indietro con gli anni, ma con una modernità incredibile. Il nostro direttore creativo Alessandro Sartori ha saputo reinterpretare i capi del mio passato in termini di tagli, di look, con aggiustamenti incredibili.
Se dovesse trovare una parola che racchiude questa collezione?
Direi continuità.
Che tipo di uomo vuole rappresentare?
Un uomo che apprezza l’eccellenza, la qualità e una modernità di stile internazionale. Tutto questo, con l’aggiunta di una forte caratteristica individuale: vuole essere se stesso pur portando dei capi molto particolari che gli permettono di differenziarsi dagli altri. È un uomo a cui non interessa più di tanto apparire, vuole sentirsi lui diverso, credo sia questo il vero tocco di genio.
Perché Zegna dopo tanti anni è ancora forte non solo qui in Italia, ma in tutto il mondo?
Il perché è chiaro, direi che siamo una delle industrie più importanti del Made in Italy, la maggior parte dei prodotti che facciamo viene realizzata in Italia da cento anni, questa è la cosa importante. Siamo stimati come famiglia, sia per l’industria della moda che del tessile, credo che questa sia la nostra vera forza per pensare a un futuro positivo.
È un settore, il suo, che oggi presenta qualche difficoltà?
Tra quelli che fanno moda in Italia c’è chi fa bene e chi fa meno bene, vinca il migliore. C’è tanta volontà, c’è tanta creatività, ci sono i mezzi e anche per questo voglio essere positivo: ce la faremo. Tanta la voglia di cambiare, di fare bene. Rimango comunque positivo: la forte capacità del Made in Italy e, in questo caso, l’imprenditorialità italiana possono farcela.
L’articolo Milano Fashion Week, debutta Zegna. Gildo Zegna: “Portiamo in passerella le generazioni” è tratto da Forbes Italia.
- “Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto ma gli auguro successo”: il duro sfogo di Al Bano contro Carlo Conti
“Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto ma gli auguro successo”: il duro sfogo di Al Bano contro Carlo Conti
Ad Al Bano proprio non è andata giù. La sua distanza dal Festival negli ultimi anni, se non come ospite, ha suscitato reazioni piccate e dichiarazioni molto critiche, prima destinate ad Amadeus e dallo scorso anno al direttore artistico Carlo Conti. Dopo quindici partecipazioni ribadisce di aver chiuso con Sanremo: “Nel 2017 mi cacciarono la prima sera, avevo una canzone meravigliosa. Ora basta, non propongo più niente”.
E mette nel mirino il conduttore toscano: “Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto, ma siccome soffro di sanremite acuta lo guarderò e gli auguro un grandissimo successo. Sono un Re, non mi mischio con dei semplici Conti”, lo stoccata nel corso dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Dove non risparmia nemmeno Romina Power che nei giorni scorsi nel podcast di Alessandro Cattelan aveva dichiarato: “Felicità? Non la volevo nemmeno incidere, la trovavo banale”, provando successivamente a raddrizzare il tiro (“Etimologicamente la parola ‘banale’ deriva dal francese antico ‘banal’ e significa semplicemente qualcosa di comune, di neutro. Non è un termine offensivo“). “Meglio se sto zitto. Ingrata? Beh, è come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene, di canzoni così. Ed è tutto meno che banale: fu la mia risposta ai colleghi che, negli anni delle Br, ammiccavano a quello stato di cose”, replica Al Bano.
“Quando mi misi con lei, nella sua famiglia la parola ‘divorzio’ era la normalità. Suo padre, sua madre, i nonni, erano tutti divorziati. Sa come si dice: ‘Lu zumpu ca face la crapa lu face puru la crapetta’ (il salto che fa la capra lo fa pure la capretta). Pensai: ‘Durerà per due o tre anni’. Però non volevo perdere neanche un giorno di quella vita eccezionale“, continua il cantante di Cellino San Marco. “Lei ha detto ‘non si smette mai di amare chi si è amato’. Mah, con le parole possiamo dire tutto. L’amore c’è stato, è innegabile, come dopo la divisione. Abbiamo messo al mondo dei figli, meglio farsi la pace che la guerra. Da qui a chiamarlo amore però ce ne passa“, spiega l’artista pugliese.
“Nostalgia canaglia? Quegli anni sono passati, belli e tragici, ora non ho tempo per la nostalgia. Ero rimasto solo. Ma poi ho ritrovato la primavera. E si chiama Loredana Lecciso. Per me è ricominciata la vita. E continua da 25 anni“, chiude così il capitolo amore. Concedendosi un passaggio sul cappello che indossa sempre e sui suoi capelli: “Porto sempre il cappello da quando ho cominciato a perdere i capelli. Anche papà, che ce li aveva, lo metteva. Mi piace, è un simbolo. I capelli me li tingo? Sì, me li tingo, mbè? Non ho niente da nascondere. Non sopporto il bianco sulla mia faccia, mi sbatte”.
L'articolo “Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto ma gli auguro successo”: il duro sfogo di Al Bano contro Carlo Conti proviene da Il Fatto Quotidiano.
- Fertilizzanti rivestiti e inquinamento invisibile: la ricerca che svela come le microplastiche raggiungono le spiagge
Fertilizzanti rivestiti e inquinamento invisibile: la ricerca che svela come le microplastiche raggiungono le spiagge
Le microplastiche derivanti da PCF, fertilizzanti rivestiti di polimeri, contaminano le spiagge e i campi agricoli in Giappone e nei paesi con cui hanno scambi commerciali. Così, i ricercatori della Tokyo Metropolitan University hanno iniziato a studiare il loro percorso: come fanno le microplastiche dei fertilizzanti a finire dalla spiaggia in mare oppure in un altro paese? I PCF sono capsule ricoperte con all’interno sostanze nutritive che vengono rilasciate gradualmente sui terreni.
Vengono utilizzate in Cina e Giappone nelle risaie, nelle coltivazioni di grano e mais. Anche Stati Uniti, Regno Unito ed Europa occidentale utilizzano i fertilizzanti rivestiti di polimeri. In percentuale superano la soglia del 50 fino al 90% dei detriti plastici poi ritrovati sulle spiagge giapponesi.
Significa che, quando non vengono accidentalmente inviate negli altri paesi, arrivano nel paese nipponico. I percorsi accidentali di questi inquinanti provenienti dall’agricoltura non erano stati ancora studiati nelle quantità, conseguenze e, soprattutto, nei percorsi.
Il misterioso percorso dei fertilizzanti agricoli che diventano plastica galleggiante tra fiumi e mari emerge dalle indagini al microscopio: nei dettagli la ricerca del team di Tokyo
I ricercatori universitari di Tokyo, guidati dal Professor Masayuki Kawahigashi e dal Dott. Dolgormaa Munkhbat, hanno studiato ben 147 terreni agricoli vicini a 17 spiagge. Ci sono due tipi di aree considerate: vicini alle foci dei fiumi e con punti di drenaggio agricolo che sversano nel mare. Questi ultimi inquinano di più rispetto alle zone fluviali. Qui il 77% dei PCF rimane sul terreno e quasi il 23% diventa, nelle acque, plastica mancante, ovvero si frantuma in detriti e si accumula sui fondali alle microplastiche già esistenti. I punti di drenaggio diretti vedono l’azione delle onde portare via subito il 28%; l’inquinamento agricolo viene trasportato tanto in acqua quanto in altre spiagge o terreferme.
I ricercatori, con microscopio, hanno analizzato gli accumuli che rilasciano in acqua: le capsule di fertilizzante sono composte da ferro e ossido di alluminio, tutti elementi che creano frammenti pesanti nell’acqua, quindi galleggiabili. Per questo finiscono più in ritardo di altre microplastiche sui fondali e sporcano l’acqua in superficie, rilasciata poi sulle spiagge. La circolazione dei PCF, conclude il comunicato stampa dell’istituto di ricerca, è da monitorare e considerare un problema globale nelle politiche anti-inquinamento.
Fertilizzanti rivestiti e inquinamento invisibile: la ricerca che svela come le microplastiche raggiungono le spiagge è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
Guerra, economia e potere nella politica internazionale
Già autore con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti dell’importante libro La guerra capitalista, Stefano Lucarelli presenta con Il tempo di Ares (Mondadori Università, pp. 140, €12,00) un libro di facile lettura ma anche di grandissimo respiro. Un testo che spazia da riferimenti mitologici – fin dal titolo – e filosofici a richiami di storia, scienza politica, arte, cinema e così via. Non si tratta di semplice eclettismo: Lucarelli usa tutti questi richiami per meglio spiegare il discorso economico di fondo, che è la vera traccia del libro.
Tutte le principali tematiche dell’attualità sono affrontate analiticamente: i disordini internazionali e l’attuale scontro fra sistemi economici in competizione, richiamando i tanti avvenimenti passati della guerra fredda; le guerre commerciali di oggi, con i dazi di Trump, ripartendo dalle teorie del commercio internazionale degli economisti classici e dalle critiche marxiste; i surplus commerciali degli Stati e gli investimenti esteri delle grandi multinazionali del ’900, evidenziando il processo di centralizzazione del capitale; fino alle recenti molteplici crisi, finanziarie e valutarie, cui la guerra guerreggiata sembra contrapporsi più efficacemente dei velleitari processi di friendshoring. Non poche sono poi le “stoccate” che Lucarelli riserva ai commentatori geopolitici e agli economisti mainstream, al neoliberismo e alle contraddizioni del cosiddetto Washington Consensus.
In alcuni passaggi del libro emerge chiaramente il “mestiere” di economista, con inserimento di tabelle, grafici e perfino di qualche equazione; che ricordano come il libro sia nato nell’ambito di un corso universitario. E però un corso non standardizzato, ripetitivo, come tanti di quelli oggi svolti nelle aule universitarie. Lucarelli sa presentare le idee economiche dominanti così come quelle degli economisti classici e di Marx, oggi più che mai assenti nei libri di testo. Il suo è un libro che parla di rapporti di potere, quindi economici nel senso più profondo e meno tecnico del termine, che parte dalla lotta fra Titani e dei dell’Olimpo per arrivare a spiegare la pandemia e l’Ucraina oggi, così come i conflitti inter-imperialistici sottostanti. Ossia gli interessi del capitalismo statunitense in crisi e quelli dell’espansione economica cinese.
In tre capitoli e in poco più di 100 pagine, Lucarelli racconta i tempi di Ermes, di Ares e di Pan: ossia i tempi lunghi dell’umanità, la mutazione nei conflitti e nei rapporti umani così come mediati dalle forme della competizione economica in divenire. Gli antichi miti greci sono allora una scusa per spiegare in profondità le interconnessioni della politica monetaria internazionale, del protezionismo e del liberismo, degli investimenti esteri delle grandi multinazionali, della speculazione finanziaria globale e della politica internazionale. Con una conclusione su quelle che possono essere le condizioni economiche della pace, ad esempio nella forma della International Clearing Union proposta da Keynes al tempo di Bretton Woods. Ma qui viene da chiedersi se questa pace economica sia davvero un fatto possibile nella conflittuale storia umana, oppure solo un nuovo brano di mitologia.

Stefano Lucarelli, Il tempo di Ares, Mondadori Università, 2025, pp. 140, €12,00
L'articolo Guerra, economia e potere nella politica internazionale sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
Vite mutate per sempre, un romanzo racconta il terremoto del 1980
Studio medico abusivo sequestrato nell'Avellinese
Napoli, dialogo tra Pietro Lista e Lello Torchia: una mostra sulla centralità del corpo
Napoli, l’allegria del colore di Achille Perilli in mostra da Artiaco
Trump abandons ‘peace’ focus after Nobel snub in message to Norway PM: ‘World is not secure’

Ecco cosa diventano due stelle che si fondono

Quando due stelle si avvicinano, si scontrano e si fondono, esplodono in una nova rossa luminosa (Lrn o luminous red nova in inglese). Un faro luminoso ma transiente, a metà fra una semplice nova e una prorompente supernova. Fra i maggiori esperti nello studio di questi particolari oggetti astrofisici c’è un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che, negli ultimi anni, ha raccolto numerosi esemplari in galassie esterne alla Via Lattea. E che, ultimamente, è riuscito a rispondere a una fondamentale domanda: che cosa rimane dopo, quando la nova rossa luminosa si spegne e le due stelle sono diventate un unico oggetto? Una stella simile a una supergigante rossa, scrivono in un articolo disponibile su Astronomy & Astrophysics.

Immagine a falsi colori infrarossi, creata combinando immagini dal James Webb Space Telescope a diverse lunghezze d’onda. Vediamo la galassia a spirale Ngc 4490, a 30 milioni di anni luce di distanza. L’immagine copre solo una piccola area di cielo (pari a un settimo del diametro della Luna piena). Il riquadro bianco sulla sinistra è centrato sulla sorgente Lrn At 2011kp, osservata 12 anni dopo l’evento di coalescenza che l’ha generata. La sorgente è stata zoommata nel riquadro a destra, come indicato dal marcatore verde. A differenza delle stelle normali, che appaiono di colore blu, questa sorgente appare di colore più rosso, poiché la sua emissione è dominata da quella della polvere nelle immediate vicinanze, generata dal materiale espulso dal violento scontro tra le due stelle. Crediti: A. Reguitti, A. Adamo/Nasa/Esa/Csa
La maggior parte dei fenomeni astrofisici evolve in un arco di tempo di migliaia, se non milioni, di anni. Esistono alcuni fenomeni, però, come l’esplosione di una supernova o la fusione (merging in inglese) fra buchi neri o stelle di neutroni, che si sviluppano in periodi inferiori alla durata della vita umana (da millisecondi a decenni) e offrono agli studiosi la possibilità di assistere “in diretta” alla loro evoluzione. In gergo vengono chiamati “fenomeni transienti” e anche gli scontri fra stelle rientrano in questa categoria.
«Normalmente non possiamo assistere all’evoluzione di un sistema che avviene in milioni di anni, ma queste coppie di stelle stanno vivendo gli ultimi istanti prima dello scontro, che invece avviene in tempi molto più rapidi», spiega Andrea Reguitti, ricercatore all’Inaf e primo autore dello studio. «Il transiente che ne consegue, infatti, ha tempi evolutivi comparabili con quelli di una supernova, ovvero di alcuni mesi».

Andrea Reguitti, ricercatore dell’Inaf di Padova presso la sede di Padova. Crediti: Inaf/R. Bonuccelli
L’oggetto in questione – la Lrn, appunto – rientra nella famiglia dei transienti ottici di luminosità intermedia: si osserva nella luce visibile , nella fase più brillante ha una luminosità intermedia tra quella delle nove classiche e delle supernove, ed è il risultato dello scontro e fusione di due stelle ordinarie, che possono avere masse in un intervallo molto ampio, da più piccole del Sole fino a 50 volte più massicce.
Nel loro studio, Reguitti e i suoi colleghi hanno selezionato nove di questi transienti, ma solo per due di essi sono riusciti a scrivere l’intera storia: At 2011kp, che hanno ritrovato 12 anni dopo la fusione, e At 1997bs, che hanno ritrovato addirittura 27 anni dopo.
«In alcuni casi, analizzando immagini d’archivio dei principali telescopi spaziali prese anni prima dell’evento, è stato possibile individuare il progenitore, ossia studiare il sistema così com’era prima di fondersi, e capire dunque quali tipi di stelle fossero coinvolte», continua Reguitti. «Tuttavia, fino a ora non si sapeva che tipo di stella sarebbe rimasta dopo la coalescenza».
Per riuscirci, è necessario innanzitutto aspettare diversi anni dopo l’apparizione di un Lrn prima che il sistema si assesti. Occorre poi osservarlo con un telescopio spaziale in grado di individuare le singole stelle in altre galassie. E, infine, effettuare osservazioni in infrarosso. Le Lrn, infatti, in seguito allo scontro fra le due stelle producono molta polvere, che ha l’effetto di oscurare ciò che resta del sistema in luce ottica, mantenendolo visibile solo in infrarosso. Queste ultime due condizioni richiedono capacità che, a oggi, hanno un nome preciso e insostituibile: il James Webb Space Telescope. Ed è infatti proprio nei dati pubblici di Webb che gli autori hanno ritrovato i due sistemi molti anni dopo il loro impatto, utilizzando immagini del 2023 e del 2024 nel vicino e medio infrarosso. Oltre a questo, hanno cercato immagini del telescopio spaziale Hubble nel visibile e del telescopio spaziale Spitzer.
Le novae rosse luminose sono le “esplosioni”, i transienti luminosi generati dall’energia liberata dallo scontro. Durante la fase più brillante del transiente Lrn, si osserva materiale eiettato dall’esplosione, che, essendo denso, caldo e luminoso, impedisce di vedere cosa c’è sotto. Ma, aspettando un tempo sufficiente e osservando nel vicino infrarosso, dove il risultato della fusione rimane visibile, per la prima volta il gruppo padovano è riuscito a osservare cosa diventano due stelle quando si fondono: qualcosa di molto simile a una supergigante rossa. Un oggetto molto grande, con un raggio centinaia di volte quello del Sole, che, se posto al centro del Sistema solare, sfiorerebbe l’orbita di Giove e, allo stesso tempo, freddo rispetto alle stelle ordinarie, con una temperatura superficiale di appena 3500-4000 kelvin (in confronto, il Sole arriva a quasi 6000 kelvin).
«Non ci aspettavamo di trovare questo tipo di oggetti come risultato della fusione», commenta Andrea Pastorello, ricercatore dell’Inaf e coautore dell’articolo. «Ci si sarebbe aspettato, piuttosto, che il sistema, passando da due stelle di una certa massa a una singola con una massa quasi pari alla somma delle due (al netto del materiale espulso dallo scontro), si sarebbe stabilizzato su una sorgente più calda e compatta».
Oltre ad aver trovato il prodotto dello scontro, grazie al telescopio spaziale Webb i ricercatori sono anche riusciti ad analizzare la composizione chimica della polvere che circonda il sistema dopo lo scontro. Trovando che è fatta principalmente di composti del carbonio, del tipo grafite o carbonio amorfo, e non di silicati come ci si attenderebbe in ambienti ricchi di ossigeno. Ogni evento produce circa un millesimo di massa solare di polvere, ovvero circa 300 volte la massa della Terra. Appena un centesimo rispetto alla polvere prodotta dalle supernove, ma se si considera che le Lrn sono molto più frequenti, si scopre che possono contribuire alla formazione cosmica della polvere quasi tanto quanto le supernove. Questa polvere viene poi dispersa nello spazio e, dopo migliaia o milioni di anni, finisce in una nebulosa ricca di gas, dalla quale può formarsi una nuova stella con nuovi pianeti.
«Noi siamo fatti di composti del carbonio, lo stesso di cui è ricca questa polvere. È un modo diverso di raccontare la vecchia storiella che siamo “polvere di stelle”», conclude Reguitti.
Per saperne di più:
- Leggi su Astronomy & Astrophysics l’articolo “The fate of the progenitors of luminous red novae: Infrared detection of LRNe years after the outburst”, di A. Reguitti, A. Pastorello, G. Valerin

Trump abandons ‘peace’ focus after Nobel snub in message to Norway PM: ‘World is not secure’

China girl writes love messages to late grandpa, leads to calls for better grief education

Iran: blackout Internet da 12 giorni, Starlink gratis

L'accesso ad Internet è bloccato da 12 giorni, ma i cittadini iraniani possono utilizzare la connettività satellitare gratuita offerta da Starlink.
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All-in di Copilot: Real Talk per tutti e video AI

Microsoft avvia il rollout globale di Real Talk per Copilot con dialoghi più umani e stili dinamici; c'è anche la creazione di video AI.
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Anna’s Archive sotto attacco: ingiunzione per il caso WorldCat

Un tribunale USA ha imposto un'ingiunzione permanente contro Anna's Archive per lo scraping del catalogo WorldCat gestito da OCLC.
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OpenAI Sonata: ChatGPT come Suno?

Individuati i sottodomini di ChatGPT dedicati a Sonata: il servizio potrebbe integrare strumenti per creare musica con l'aiuto dell'AI.
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iPhone 18: possibili specifiche modelli Pro e Fold

Queste sono le possibili specifiche degli iPhone 18 Pro, iPhone 18 Pro Max e iPhone Fold che Apple dovrebbe annunciare entro settembre 2026.
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Come gestire un portfolio IT per il valore aziendale
So' nata sfortunata
- Caitlin Johnstone - I miliardari sionisti ammettono apertamente di aver manipolato il governo degli Stati Uniti
Caitlin Johnstone - I miliardari sionisti ammettono apertamente di aver manipolato il governo degli Stati Uniti
C'è un tizio che seguo su Twitter, Chris Menahan, che pubblica sempre spezzoni di eventi sionisti che altrimenti passerebbero inosservati, rivelando spesso dichiarazioni sconcertanti da parte di attivisti filo-israeliani che tendono a sciogliere un po' la lingua quando si rivolgono a un pubblico di persone che la pensano come lui. Di recente ho citato un filmato che ha trovato in cui l'ex autrice dei discorsi di Obama, Sarah Hurwitz, denunciava il modo in cui i social media hanno permesso all'opinione pubblica di vedere le prove delle atrocità israeliane a Gaza.
Menahan ha messo in luce alcuni momenti molto rivelatori di Adelson e Saban, entrambi cittadini statunitensi e israeliani, ed entrambi finanziatori dell'Israeli-American Council (IAC). Nel 2014, MJ Rosenberg di The Nation scrisse che Saban e il defunto marito di Miriam Adelson, Sheldon, stavano usando operazioni di influenza come l'IAC per diventare "i fratelli Koch su Israele".
Ecco la trascrizione di un'interazione molto rivelatrice tra Adelson e il presentatore dell'evento Shawn Evenhaim:
Evenhaim: Miri, tu e Sheldon avete stretto molti rapporti nel corso degli anni con i politici, a livello statale e soprattutto federale. Vorrei che condividessi con tutti perché è così importante e come lo fate. Ripeto, firmare assegni ne fa parte, ma c'è molto di più che firmare assegni, quindi come lo fate?
Adelson: Shawn, puoi permettermi di non rispondere?
Evenhaim (scrolla le spalle): Scegli tu!
Adelson: Voglio essere sincero e ci sono tante cose di cui non voglio parlare.
Evenhaim: Sì, intendo dire che non vogliamo dettagli specifici, ma va bene così.
Miriam Adelson ammette qui che, oltre alle centinaia di milioni di dollari che lei e Sheldon hanno investito nelle campagne politiche di Donald Trump e di altri politici repubblicani, hanno anche manipolato la politica statunitense dietro le quinte in modi che lei preferirebbe tenere segreti al pubblico. Presumibilmente perché causerebbe un notevole scandalo se l'opinione pubblica lo scoprisse.
Trump, per la cronaca, ha ripetutamente ammesso di aver concesso favori politici a Israele su sollecitazione degli Adelson durante il suo primo mandato, affermando di aver spostato l'ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e di aver legittimato l'annessione israeliana delle alture del Golan per compiacerli.
E li ha accontentati. Deve averlo fatto, perché Miriam Adelson ha donato altri 100 milioni di dollari alla campagna di Trump del 2024 per aiutarlo a tornare presidente. E ora ha trascorso il primo anno della sua amministrazione bombardando Iran e Yemen, lavorando per prendere il controllo di Gaza e reprimendo aggressivamente le critiche a Israele negli Stati Uniti.
Nel 2020, prima di tutte queste palesi ammissioni, il musicista Roger Waters fu diffamato come antisemita dall'Anti-Defamation League e da altri gruppi sionisti per aver affermato che Sheldon Adelson stava usando la sua ricchezza per esercitare influenza sulla politica statunitense.
Saban è stato ancora più cauto di Adelson sulle sue operazioni politiche nella sua risposta alla stessa domanda di Evenhaim:
Voglio essere cauto nel dire ciò che dico... (Pausa) È un sistema che non abbiamo creato noi. È un sistema che esiste già. È un sistema legale e noi ci limitiamo a giocare al suo interno. E questo è tutto! Voglio dire, è davvero molto semplice. Se sostieni un politico, in circostanze normali dovresti avere accesso per condividere le tue opinioni e cercare di aiutarlo a comprendere il tuo punto di vista. Questo è ciò che ti garantisce l'accesso, e il contributo e il sostegno finanziario ti garantiscono l'accesso, quindi... Voglio dire... (scrolla le spalle) chi dà di più ha più accesso e chi dà di meno ha meno accesso. È un calcolo semplice. Fidati di me.
Haim Saban, le cui donazioni alla campagna elettorale si concentrano sull'altro fronte, ovvero sui finanziamenti al Partito Democratico, ha dichiarato: "Sono un tipo monotematico, e il mio problema è Israele". Nel 2022, il superpac dell'AIPAC ha citato l'influenza finanziaria di Saban per sostenere che deviare dal sostegno a Israele sarebbe costato ai Democratici finanziamenti critici, affermando: "I nostri donatori attivisti, tra cui uno dei maggiori donatori del Partito Democratico, sono concentrati nel garantire che abbiamo un Congresso degli Stati Uniti che, come il presidente Biden, sostenga un rapporto vivace e solido con il nostro alleato democratico, Israele".
Come nel caso di Adelson, possiamo supporre che Saban abbia affermato di voler essere "cauto" nel descrivere le sue operazioni di influenza, perché ciò avrebbe causato un grosso scandalo se il popolo americano avesse capito cosa stava facendo.
Alcuni guarderanno questi filmati e sosterranno che è antisemita anche solo condividerli. Altri li guarderanno e li citeranno come prova che il mondo è governato dagli ebrei. Per me sono solo la prova che il mondo è governato da sociopatici benestanti e che la democrazia occidentale è un'illusione.
Voglio dire, non si potrebbe davvero chiedere un'illustrazione migliore della farsa della democrazia americana di questa. Due miliardari di partiti politici apparentemente opposti ammettono pubblicamente di usare la loro oscena ricchezza per manipolare la politica statunitense e promuovere i programmi militari e geopolitici di uno stato straniero dall'altra parte del pianeta.
E come ha detto Saban, è tutto legale. La corruzione è legale negli Stati Uniti d'America.
Ai plutocrati è permesso sfruttare le proprie fortune per manipolare il governo statunitense, utilizzando finanziamenti per le campagne elettorali e attività di lobbying per promuovere i propri interessi personali, finanziari e ideologici. Se hai qualche milione di dollari da parte, puoi usarli per far scomparire accuse penali, per revocare normative ambientali o tutele dei lavoratori che danneggiano i margini di profitto della tua azienda, o persino per far spedire esplosivi militari a un governo straniero da utilizzare in un genocidio in corso.
E tutto questo viene fatto con totale disprezzo per la volontà dell'elettorato. Il popolo americano non ha alcun controllo su ciò che fa il suo governo nell'attuale sistema politico. Vota per un burattino oligarchico, poi vota per il burattino oligarchico dell'altro partito quando la soluzione non funziona, andando avanti e indietro senza rendersi conto che in nessun momento sta cambiando l'effettiva struttura di potere in cui vive.
Questa struttura di potere si chiama plutocrazia. È l'unico vero sistema politico degli Stati Uniti.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

"Abbiamo ricambiato il saluto": ecco cosa hanno fatto le truppe tedesche in Groenlandia
I membri della Bundeswehr (l'esercito tedesco) hanno lasciato la Groenlandia dopo aver completato una breve missione di ricognizione, che il comando militare del Paese ha descritto come "estremamente positiva e costruttiva", riporta la Westdeutsche Allgemeine Zeitung (WAZ).
Un piccolo contingente di soldati tedeschi ha partecipato per diversi giorni a un dispiegamento sull'isola artica sotto la guida danese. Il portavoce della missione, il tenente colonnello Peter Mielewczyk, ha dichiarato che l'obiettivo primario era quello di condurre ricognizioni nell'ambito di manovre e attività di addestramento, e che tale obiettivo era stato raggiunto. Sottolinenado che, durante la loro permanenza, le forze tedesche hanno ricevuto tutta l'assistenza necessaria dalle autorità e dalle forze armate danesi.
"La collaborazione con i nostri colleghi danesi è stata estremamente positiva e costruttiva. Abbiamo ricevuto tutto il supporto immaginabile in così poco tempo", ha affermato. Ha aggiunto che c'è stato anche uno scambio "intenso" con le altre nazioni presenti, come Francia, Paesi Bassi e Islanda, e ha definito "positivo" anche il contatto con i groenlandesi.
Sebbene non ci siano state conversazioni dirette, hanno mantenuto una presenza visibile nella sfera pubblica. "Ci hanno salutato e, naturalmente, li abbiamo salutati a nostra volta", ha detto Mielwczyk.
Oggi, la Bild ha riferito che la squadra di ricognizione della Bundeswehr in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta ", imbarcandosi su un volo Boeing 737 della Icelandair, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale sul motivo della loro partenza accelerata.
In risposta, il Ministero della Difesa tedesco ha dichiarato che la missione si è conclusa domenica "come previsto" e ha indicato che, sulla base delle informazioni ottenute, "eventuali misure per rafforzare la sicurezza nell'Atlantico settentrionale e nell'Artico saranno ora coordinate con i nostri partner della NATO".
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

La nozione di cittadinanza e l’approccio classista che manca oggi nell’analisi della società
di Federico Giusti
C’era un tempo in cui l’idea di cittadinanza si concretizzava in pratiche inclusive ampliando la partecipazione ai processi decisionali per costruire una democrazia diffusa, erano anche i tempi nei quali si parlava di scuole aperte alla cittadinanza e ben oltre l’orario canonico scolastico per incontrare e soddisfare i bisogni sociali di istruzione, socialità e di natura sportiva. Pensiamo alle scuole aperte di pomeriggio per attività di varia natura e immaginiamoci il beneficio in termini di inclusione sociale che ne deriverebbe.
Ma una scelta del genere avrebbe bisogno di scelte coraggiose come accrescere i finanziamenti al welfare, l’esatto contrario di quanto i governi succedutisi hanno fatto da 30 anni ad oggi.
Lo status di cittadinanza è divenuto invece strumento di esclusione sociale. È l’incipit di un libello di Lea Ypi, edito da Feltrinelli nella collana Idee, con il suggestivo e marxiano titolo “Confini di classe”.
Analizzando i contratti nazionali di lavoro ci imbatteremo in diritti essenzialmente individuali, ore di permesso, istituti contrattuali costruiti ad hoc, un CCNL dovrebbe invece offrire una visione di insieme delle problematiche offrendo spunto per rivendicazioni collettive tipo aumento delle materie oggetto di contrattazione.
L’esempio prettamente sindacale aiuta a comprendere come sia proprio la dimensione collettiva a far paura alla odierna società, via via hanno svilito tutti gli strumenti di partecipazione attiva e democratica iniziando dal sistema elettorale maggioritario che esclude minoranze anche cospicue dalla rappresentanza per non avere raggiunto e superato il quorum.
Ma per comprendere appieno lo strumento di esclusione occorre guardare alle norme in materia di immigrazione, a paesi nei quali si chiede al migrante il possesso di conoscenze estranee anche alle minoranze linguistiche presenti da sempre nel paese stesso.
Le politiche di cittadinanza da oltre trenta anni sono oggetto di controversie e divisioni anche se, in sostanza, le norme sono rimaste inalterate a conferma che esiste un ampio e diffuso consenso verso determinate logiche e principi guida, in caso contrario ci sarebbe stato almeno un Governo disponibile a modificare le leggi vigenti.
Lea Ypi è su questo punto categorica scrivendo
La democrazia…si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo….anzichè essere lo strumento con cui mitigare gli eccessi dei mercati e affermare la priorità del processo decisionale democratico, la cittadinanza, quando viene comprata e venduta, si trasforma in una merce come tutte le altre, Lo Stato, anziché contribuire a domare il potere capitalista del mercato, si arrende al suo cospetto .
L’analisi sopra riportata giudica il ruolo dello Stato super partes, una entità tale da imporre correttivi e indirizzi al modo di produzione capitalistico e alle trasformazioni avvenute negli ultimi 40 anni. In realtà, il ridimensionamento del ruolo pubblico e il perimetro in cui si muove lo Stato stesso sono ben diversi da quello degli anni neokeynesiani, del resto i processi di privatizzazione, il ridimensionamento del welfare, lo sviluppo dei colossi imperialisti qualche processo di trasformazione dovevano pur produrlo. Se poi pensiamo ai rapporti di forza degli ultimi lustri si capisce che ridimensionando lo Stato a favore del mercato, le classi subalterne si sono trovate in condizioni di oggettiva debolezza subendo prima i processi neoliberisti poi quelli della globalizzazione. E se a pagare lo scotto di certe politiche sono sempre e solo gli Ultimi, chi più dei migranti potrebbe essere identificato come la classe sfruttata e subalterna per eccellenza?
Nella società capitalistica degli ultimi 30 anni si è fatta strada anche una visione conservatrice, retrograda e un po’ razzista trasformando le competenze linguistiche nel primo requisito da possedere per acquisire lo status di cittadino. Dietro a questo requisito di nasconde l’idea che in fondo la cultura del paese occidentale, la sua lingua, le norme che lo sorreggono siano decisamente superiori a quelle dei paesi di provenienza.
E mentre cresce l’analfabetismo, di ritorno e no, tra gli autoctoni, aumentano i giovani che non studiano e non lavorano, si impongono regole ferree ai futuri nuovi cittadini.
Ma chi sono i meritevoli di far parte della comunità politica? A questa domanda non si offrono risposte sufficientemente chiare, la crisi economica e sociale dei paesi occidentali con la riduzione del PIL e dell’offerta di lavoro, le guerre nel mondo, la crisi climatica sono tra le cause dei fenomeni immigratori che, aumentando nei numeri e nelle dimensioni, si sono portati dietro la mercificazione stessa della cittadinanza. Sono le democrazie occidentali a trovarsi in una situazione di crisi e con esse il capitalismo stesso che si sta liberando anche delle ultime parvenze liberal democratiche rafforzando, ad esempio, tutte le norme escludenti riferite allo status di cittadinanza.
Uno degli aspetti salienti della discussione, anche in seno al popolo, riguarda il fatto che senza conoscere una lingua non possa esistere effettiva integrazione, se diamo per scontato che certe barriere rappresentino un grande insormontabile ostacolo, l’idea di assicurare la cittadinanza ai più ricchi, a discapito dei poveri privi di mezzi materiali e di strumenti per acquisire in fretta certe competenze, rappresenta un segno involutivo della società danneggiando non solo il migrante ma anche l’autoctono delle classi subalterne a cui faranno credere che è tutta e sola colpa dei fenomeni immigratori se le sue condizioni di vita sono andate via via deteriorandosi.
Le norme attuali sulle politiche immigratorie hanno fatto arretrare l’intero corpo sociale spianando la strada a reiterate e nuove forme di razzismo e discriminazione. Il problema va quindi rovesciato rispetto al tradizionale approccio, si parta quindi dal come la società risponde alle contraddizioni via via emerse, ai nuovi bisogni e ragioniamo sul che fare. Se guardiamo alla sanità il nostro paese continua a spendere poco rispetto al PIL, ancor meno se il raffronto avviene con altri Stati della Ue o se guardiamo a quanto dovremmo spendere con una popolazione sempre più avanti negli anni. Ma complessivamente qual è il reale fabbisogno sociale in materia di spesa sanitaria?
Senza guardare alla composizione anagrafica, alle patologie emergenti, al funzionamento del servizio sanitario pubblico, alle politiche che favoriscono la sanità integrativa privata e la contrazione dei costi per il personale di quella pubblica, possiamo stabilire astrattamente il fabbisogno? Se decine di migliaia di cittadini risultano pendolari dal Sud e dalle isole verso il centro nord solo per ricevere le cure necessarie possiamo ritenerci immuni da responsabilità giudicando adeguate le politiche in materia di salute e sanità?
E se l’approccio ai servizi sociali è anche un problema di classe, è forse lecito
affrontare in termini caritatevoli o ideologici la complessa questione della cittadinanza?
Ovviamente no, basti ricordare che la cittadinanza mercificata ha visto paesi offrirla a chi era disposto a investimenti in quel paese, in tale caso non valevano le regole e le tempistiche valide erga omnes, se i criteri diventano selettivi e discriminanti vengono meno i principi di equità e giustizia.
Proviamo allora a trarre alcune conclusioni non definitive ma aperte a un ragionamento e a delle pratiche conseguenti
- La società capitalistica negli ultimi 50 anni ha acuito le differenze sociali e di classe, ha ristretto gli spazi di libertà e di democrazia, di partecipazione perché questi spazi hanno un costo economico che non possono più permettersi.
- Il ridimensionamento del pubblico e la ridefinizione del ruolo Statale sono frutto di questa crisi, lunga, sistemica e produce anche contraddizioni intestine alle classi venendo meno più di un punto di riferimento.
- Urge non farci imbrigliare dentro analisi culturali ed identitarie che sono piuttosto la risposta ideologica conservatrice a una crisi strutturale
- I fenomeni immigratori sono conseguenza di processi di ristrutturazione e dei processi evolutivi ed involutivi capitalistici, nei paesi occidentali si spende meno per il sociale in rapporto ai fabbisogni cresciuti e diversificatisi nel tempo.
- Il welfare state è in piena crisi e viene supportato da welfare aziendale e integrativi che finiscono con il delegittimarlo nel tempo erodendone spazi vitali e la stessa credibilità (ad esempio rinunciare ad accordi di secondo livello per favorire la sanità privata chiedendo aumenti contrattuali dignitosi e non sgravi fiscali che poi faranno mancare risorse allo stato sociale e ai servizi pubblici).
- Gli stati liberali hanno sostanzialmente fallito ove promettevano ricchezza e prosperità, equità sociale, la società del merito è la risposta ideologica e selettiva per giustificare la crescita delle disuguaglianze economiche e sociali che si portano dietro anche la contrazione degli spazi di libertà e di democrazia e l’imbarbarimento delle norme in materia di lavoro (precariato, sfruttamento, distretti industriali con orari disumani, condizioni di semi schiavitù riservate a migranti irregolari e ricattabili).
- I lavoratori poveri sono sempre più esclusi dai beni sociali di base, molti dei problemi che affrontano i migranti sono gli stessi degli autoctoni poveri, se cresce la povertà relativa ed assoluta anche le discriminazioni aumenteranno di pari passo.
- Il soggetto sindacale e politico dovrebbe ragionare in termini ricompositivi, interpretare la realtà politica prima di tutto senza poi scegliere scorciatoie elettoraliste e facili ripieghi.
- La crisi delle democrazie liberali tende a criminalizzare ogni elemento di dissenso, quando non ci sono soldi vengono anche meno le opportunità di gestione condivisa la via securitaria diventa la soluzione migliore con la creazione del nemico interno di turno a seconda della situazione. E si fanno strada processi involutivi come rimuovere ogni strumento di controllo sull’operato degli Esecutivi, oltre a disseminare nel corpo sociale i germi dell’odio e del razzismo come avviene negli Usa.
- La natura ideologica e classista con la quale si sviluppa il ragionamento in materia di immigrazione, welfare e condizione di vita è la classica risposta del dominante che cerca argomentazioni per sottrarsi alle proprie responsabilità, criminalizzando e responsabilizzando i subalterni facendo loro credere di essere la causa del problema per non essersi omologati ai modelli precostituiti
- La esclusione dai processi decisionali avviene anche sul fronte culturale con tanti autoctoni e migranti che oggi, per scarsa scolarizzazione e formazione, si trovano ai margini della società, subiranno con violenza i cambiamenti lavorativi, condannati a una esistenza precaria. La depauperizzazione della scuola pubblica è parte rilevante del problema come anche la sua militarizzazione crescente. Nella scuola pubblica, ad esempio, siamo in teoria tutti uguali, la integrazione avviene indistintamente per autoctoni e migranti, la necessità di piegare ad altre logiche l’istruzione è facilmente comprensibile, da qui la necessità di costruire una lettura e delle pratiche di classe che superino le tradizionali barriere etniche, culturali, comunitarie, di cittadinanza tradizionale visto che proprio la stessa idea di cittadinanza, come analizzava all’inizio Lea Ypi, è parte attiva del problema. Recuperiamo un approccio classista all’analisi della società e alla nostra stessa azione politica, sindacale e sociale, facciamolo prima che sia troppo tardi.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

- Il monito di Aisha Gheddafi al popolo iraniano: “Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran!”
Il monito di Aisha Gheddafi al popolo iraniano: “Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran!”
“Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran. Vi parlo con il cuore pieno di distruzione, dolore e tradimento. Sono la voce di una donna che ha assistito alla devastazione del suo paese, non per mano di nemici aperti, ma dopo essere stati intrappolati dai sorrisi ingannevoli dell'Occidente e dalle sue false promesse.
Vi avverto: non cadete nelle parole e negli slogan falsi e seducenti degli imperialisti occidentali. Una volta dissero a mio padre, il colonnello Muammar Gheddafi: "Abbandona i tuoi programmi nucleari e missilistici e il mondo ti aprirà le porte."
Mio padre, con buone intenzioni e fiducia nel dialogo, ha scelto la via delle concessioni. Ma alla fine, abbiamo visto come le bombe della NATO hanno trasformato la nostra terra in macerie.
La Libia è stata annegata nel sangue e la sua gente è rimasta intrappolata nella povertà, nell'esilio e nella distruzione.
Ai miei fratelli e sorelle iraniani dico: il vostro coraggio, la vostra dignità e la vostra resilienza di fronte alle sanzioni, agli infiltrati, alle spie e alla guerra economica, sono la prova dell'onore e della vera libertà e indipendenza della vostra nazione. Dare concessioni al nemico non porta altro che distruzione, divisione e sofferenza. Negoziare con un lupo non salverà le pecore o porterà pace duratura, fissa solo la data per il prossimo pasto!
La storia ha dimostrato che coloro che sono rimasti saldi da Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord alla Palestina, sono rimasti vivi nei cuori degli eroi del mondo e sono diventati immortali con onore nella storia. E quelli che si arrendono vengono ridotti in cenere, i loro nomi dimenticati.
Saluto il coraggioso popolo iraniano!
Saluto la resistenza iraniana!
Saluto la solidarietà globale con il popolo palestinese!
Con amore e misericordia”. Aisha Gheddafi”. 13 gennaio 2026
Aisha Gheddafi, figlia del colonnello Gheddafi, vive in esili nell’Oman.
Fonti: SilentlydSirs - raialyoum
A cura di Enrico Vigna – SOSLibia/CIVG
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Quando le parole colpiscono più dei missili
L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.
Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.
Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità? Certamente non le azioni, di gran lunga molto meno intrusive della lunga e criminale teoria di invasioni, colpi di Stato e massacri operati dalle precedenti amministrazioni statunitensi, dal bombardamento di Belgrado (1999), allo sconvolgimento del Medio Oriente (2001-2014), fino al ritiro da un devastato Afghanistan (2021). Ma nemmeno le parole, crediamo, che a qualcuno sembrano oggi ben più “oscene” di quelle, zavorrate di mielosi princìpi moralistici sulla necessità di “esportare la democrazia”, propinate dai Bush, dai Clinton, dagli Obama e dai Biden. Infatti, il parlare “senza vasellina” di Trump (© Marco Travaglio) non ha la semplicistica finalità di annunciare chiaramente e protervamente al resto del mondo ciò che prima era comunicato sotto un velo di buone maniere. Perché il dire esattamente “come stanno le cose” produce invece anche sempre un effetto straniante di duplicazione del linguaggio, di diplofonia della parola, di sfarfallamento del significato; il quale, anziché convergere stolidamente sulla letteralità del dettato, si divarica e riverbera in molteplici e differenti direzioni, livelli, codici e target comunicativi. Il linguaggio di Trump finisce così per essere il principale e più efficace strumento della sua politica, assai meno grossier di quanto taluni autocompiaciuti intellettuali vorrebbero credere, e va letto invece nella cornice storica che stiamo attraversando.
Una tacita “guerra civile mondiale” travaglia la nostra epoca, tutta interna al sistema capitalistico angloamericano e alle sue numerose propaggini extra-atlantiche. Un conflitto che vede contrapposti non gli Stati e tanto meno le nazioni, ma trasversalmente le ristrette élite fautrici del globalismo e quelle del multipolarismo (economico, prima ancora che politico). Le prime, transnazionali finanziarie ipertecnologiche, sono le creatrici di un’inedita forma d’impresa economica, la cui messa a profitto deriva dalla diretta trasformazione e monetizzazione della stessa vita umana: genetica, sesso, fisiologia, nutrizione, apprendimento, ecc. (v. Il capitalismo della sorveglianza, di S. Zuboff).
A causa delle sue mire prometeiche e dei suoi costi colossali, questo modello richiede per la sua riuscita né più né meno che la scalata al governo mondiale con il conseguente asservimento e sfruttamento illimitato delle masse, ritenute manipolabili fin nelle più recondite espressioni della loro umana essenza. Nel suo significato più ampio, l’operazione pandemica non è stata altro che la messa alla prova finale di questo progetto: concepito da una joint venture tra finanza e strutture tecnologiche avanzate presenti su più paesi, coordinato dall’OMS ed eseguito dalla NATO su mandato di precise oligarchie transumaniste (le stesse che hanno nel WEF la loro vetrina essoterica). Il globalismo costituisce infatti un salto di scala nella volontà di dominio capitalistica legittimabile soltanto nella cornice ideologica di quello gnosticismo, che dalla Fabian Society, attraverso l’UNESCO di Julian Huxley, arriva fino a Klaus Schwab e alle attuali élite massoniche della finanza, della politica e dello spettacolo (inclusa l’Informazione).
Come progetto totalitario di trasformazione dell’Uomo in perfetta continuità con il Nazismo storico (tutt’altro che un semplice nazionalismo pangermanista, ma un’impresa esoterica di dominio, come chiarito da Giorgio Galli), alla lunga questo nuovo capitalismo contende inevitabilmente le risorse economiche statali, il mercato e dunque la stessa sopravvivenza, alle forme ancora operanti di capitalismo novecentesco; quello produttivo-estrattivo, bisognoso invece di un’umanità consumatrice minimamente libera e dello sfruttamento competitivo delle risorse territoriali e nazionali. Da qui il contrasto di interessi evolutosi poi in contrasto di ideali, che vede il sovranismo politico a sfondo messianico di Putin e di Trump come il solo antagonista strutturato in circolazione.
Sul piano operativo il sovranismo ha dovuto fare i conti anzitutto con il cosiddetto “Rules-based Order” (RBO) evocato all’indomani della caduta dell’Urss dalle oligarchie occidentali, come nuova cornice giuridica surrettizia tra gli Stati, esautorante il diritto internazionale costruito nel Secondo dopoguerra. Si tratta di un sistema di fittizi quanto evanescenti princìpi di politica estera, il cui scopo è di fare aggio alle mire imperialistiche più sfrenate della finanza globalista: dalla guerra al terrore islamista al salvataggio delle banche di investimento, dalla guerra contro il riscaldamento globale fino a quella contro il virus, tutte catastrofi prodotte in laboratorio da chi affermava invece di volerle debellare. Dichiarare di voler rispettare il RBO ha costituito per oltre trent’anni, da parte di politici, governi nazionali e istituzioni sovranazionali come l’UE e il FMI, né più né meno che un’attestazione di sudditanza al nuovo corso; mentre la legge e il diritto internazionale venivano di fatto sospesi e calpestati dalle “regole” inventate da pochissimi nelle segrete “cabine di regia” della competizione globale per intervenire in Kosovo, Libia, Siria, Iraq e Afghanistan.
Nonostante l’oggettiva convergenza di interessi che ne lega le politiche, anche al di là di accordi espliciti, Trump opera tuttavia in un modo molto diverso da Putin nella lotta a questo abusivo sistema di pressione creato dai globalisti. Mentre Putin ha infatti ripetutamente ma inutilmente denunciato nella stessa sede ONU l’illegittimità del RBO (fino a scatenare una guerra per rintuzzarne le mire estreme), Trump si muove invece picconandolo per smantellarlo: alla denuncia di aver esso “infiltrato” tutti i principali organismi della cooperazione internazionale, ha fatto seguire l’uscita degli USA da oltre 30 agenzie ONU, dall’OMS all’UNESCO all’IPCC, più altre 35 non-ONU, ritenute tutte “contrarie all’interesse nazionale statunitense”, e con la non remota prospettiva di abbandonare pure la NATO.
È intorno a questo nodo che l’attuale discorso pubblico dei principali attori geopolitici diverge. Le élite cinesi, indiane e sudasiatiche, che con le politiche globaliste si sono grandemente arricchite e rischiano ora di essere scalzate dall’interno, attendono in un fermo silenzio strategico che la situazione evolva. Quelle europeiste, esecutrici di punta dell’Ordine appena descritto, dopo aver starnazzato stolidamente per un intero anno la necessità di rilanciare le loro esiziali politiche, stanno adesso timidamente riconvertendo le loro dichiarazioni verso più miti consigli, certamente imbeccate dai loro padroni, cui Trump ha tagliato tutti i finanziamenti federali. Putin e i governanti BRICS continuano a chiedere il ritorno a un diritto internazionale ormai irreversibilmente minato nella sua credibilità e, di fatto, non più adeguato all’odierna situazione mondiale. Ma è Trump, infine, che nella paralisi generale delle superpotenze mette in scena la caduta catastrofica del linguaggio pubblico del nuovo Ordine post-Guerra fredda, disarticolandone l’ipocrita cornice condivisa senza la speranza di un ritorno sic et simpliciter al vecchio sistema.
È precisamente da questa sua volontà di non stare dentro il gioco condiviso delle “regole” globaliste, che il suo operato appare “folle” e indecifrabile, per lo meno agli occhi del grande pubblico. Viceversa, chi deve intendere, intende – eccome. L’aver riassicurato la centratura degli interessi economici della propria parte con quelli della nazione e dello Stato federale (politiche di re-industrializzazione), sta sì producendo il ritiro degli USA dai principali quadranti mondiali e il rinserrarsi delle sue politiche nei confini del continente americano, ma non senza la necessità di impedire alla Cina di prendere il proprio posto nel controllo delle materie prime e dei varchi commerciali primari. Eventualità, quest’ultima, che per decenni era stata invece favorita dall’accordo tra l’esigenza globalizzante del capitalismo higtech e la volontà delle èlite cinesi di fare del proprio Paese la grande Fabbrica del mondo.
Da qui, il significato delle politiche trumpiane, discutibili se si vuole, ma tutt’altro che irrazionali: tenuta di Taiwan (per l’approvvigionamento delle componenti tecnologiche avanzate), azioni in Venezuela e Iran (per sottrarre alla Cina sia il petrolio che l’acqua di raffreddamento per i grandi server AI), pretese in Groenlandia e Panama (per garantirsi la libera viabilità). Tutti obiettivi della “Nuova politica di sicurezza” americana chiaramente annunciati a dicembre e raggiunti quasi senza sparare un colpo (se consideriamo lo standard militare cui ci avevano abituato le precedenti amministrazioni), bensì proprio cannoneggiando la pseudo-razionalità del linguaggio dominante.
Ci si può chiedere quanto questa partita intrapresa da Trump sia effettivamente pericolosa. È probabile che essa, di là delle dichiarazioni propagandistiche, non abbia la finalità di distruggere i propri avversari (specie le corporation multinazionali della Silicon Valley), ma di costringerli a riqualificare le proprie mire economiche nuovamente al servizio della competizione tra Stati. In tal senso, le politiche di Trump mirerebbero sul fronte interno ad aggiogare al proprio carro i principali attori del capitalismo tecnologico (come si è visto plasticamente il giorno del suo secondo insediamento), gli stessi che hanno cercato di distruggerlo tra il primo e il secondo mandato su probabile ordine della finanza globalista. Mentre sul piano estero sarebbero finalizzate a scompaginare la saldatura tra le élite transnazionali, obbligandole a ridistribuirsi localmente nel mondo multipolare in costruzione.
Vedremo – è proprio il caso di dire – di chi sarà l’ultima parola.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

- “Ornella Senza Fine” è stato un piccolo miracolo: l’evento televisivo che si trasforma in lezione di vita e d’amore. Mengoni, Mahmood, Emma e Annalisa emozionati
“Ornella Senza Fine” è stato un piccolo miracolo: l’evento televisivo che si trasforma in lezione di vita e d’amore. Mengoni, Mahmood, Emma e Annalisa emozionati
“Ho amato anche più del necessario, ho fatto il dovuto e lo straordinario”. Con queste parole di Ornella Vanoni ieri sera, 18 gennaio, si è concluso l’evento musicale “Ornella Senza Fine“, in onda sul Nove. Ma quello che si è consumato non è stata solo una magnifica serata di musica e parole, ma anche una lezione di vita. Ornella Vanoni ha lasciato una grande eredità con le sue canzoni, ma soprattutto con la sua vita vissuta sulle montagne russe dei sentimenti. L’elemento fondamentale per l’essere umano è e rimane la libertà. Libertà di amare, di sbagliare, di inciampare e di rialzarsi nel momento giusto. Fabio Fazio con Luciana Littizzetto e il suo team di “Che Tempo Che Fa” hanno fatto un lavoro che va al di là dei tecnicismi televisivi. È raro che una emozione abbatta la quarta parete della televisione ormai diventata asettica. E ieri è accaduto, questo anche grazie a molti dei colleghi ed amici intervenuti per rendere omaggio alla grande artista.
Sulle note di “Senza Fine” è stato Marco Mengoni ad aprire la serata. Un inizio elegante, in salsa jazz con una delle canzoni più belle della storia della musica italiana. L’accoppiata Paolo Fresu-Mengoni strepitosa. La bellezza della musica e di Ornella che commuovono sempre. “Gino questa canzone l’ha composta per me, ma non trovava le parole giuste. Un giorno è venuto da me con le mani piene di foglietti e mi ha detto ‘scegli tu’. Io ho scelto le parole che mi somigliavano di più”. Questa la spiegazione di Ornella sulla celebre canzone, letta dal nipote Matteo.
Loredana Bertè struggente già con l’incipit “è uno di quei giorni che ti prende la malinconia”. La voce potentissima di Annalisa, l’interpretazione minimal e intensa di “Una ragione di più” ad evidenziare ogni parola e l’importanza del testo scritto nel 1970, ma sempre attuale… Con il rosso che Ornella amava molto. Non poteva mancare Virginia Raffaele. Quello tra l’attrice e Ornella Vanoni è stato un intreccio artistico, al di là dell’imitazione. La Raffaele aveva colto la grande ironia e la libertà della grande artista, spingendole ancora più in altro. Da uno dei dischi più belli della storia della musica, l’omaggio di Fiorella Mannoia con Toquinho con “La voglia la pazzia”. Sia la Mannoia che la Vanoni sono accomunati dall’amore per la musica brasiliana e il Brasile “A questo punto Buonanotte all’incertezza”…
“Sant’Allegria” nella versione di Mahmood con la Vanoni è un piccolo gioiello. Ornella Vanoni era pazza di lui: “Questo ragazzo qui lo amo, è come se lo conoscessi da sempre”. Bello il momento in studio con la voce fuori campo della grande interprete. Poi il momento tanto atteso. “Cantante, artista e donna libera“. La città di Milano alla presenza del sindaco Sala e dell’Assessore Sacchi ha dedicato così con una targa l’aiuola che si trova davanti al Piccolo Teatro Strehler.
“Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già…” Paolo Fresu alla tromba ha omaggiato la sua amica Ornella su una delle sue canzoni più iconiche “L’appuntamento”. Lo aveva fatto al suo funerale e questa sera provoca la stessa emozione. Poi la preziosa Elisa ha fatto da cornice a un momento di struggente commozione.
Un addio generoso, ricco d’amore e di dolcezza. “Ti lascio una canzone” è uno dei brani più belli di Gino Paoli che solo lui e Ornella sapevano rendere magica, specie insieme. Gianni Morandi è riuscito a farne un omaggio in punta di piedi pieno di affetto. La letterina di Luciana Littizzetto tutta dedicata ad Ornella nel ricordarla per le sue interminabili telefonate, con ironia e affetto. “E se lassù non riesci a dormire, chiedi pure perché qualcuno che sa rollare, lo trovi sicuro”, ha chiosato l’attrice.
Il Piccolo Teatro Grassi, dove Vanoni ha mosso i primi passi come attrice, apre le porte per un omaggio collettivo tra attori da Lella Costa a Angela Finocchiaro con al piano Paolo Jannacci. Ovviamente la canzone scelta è “Ma Mi“. Un bellissimo gesto simbolico. “Imparare ad amarsi” è la bella canzone firmata con Bungaro e Pacifico, una delle più belle della Vanoni. Interpretazione vibrante di Emma che ne ha sottolineato l’importanza delle parole.
“Rossetto e cioccolato” è una delle canzoni più iconiche del repertorio della Vanoni. Sensuale e ironica: “La gola è soddisfatta e nella stanza il cielo. Si fa così per cominciare il gioco”. Brava Malika Ayane a farla “sua”. Non facile. Il più grande regalo che Ornella Vanoni ha ricevuto, musicalmente parlando, negli ultimi ani è stato “Un sorriso dentro al pianto”, la canzone più bella scritta da Francesco Gabbani. Molto bello il duetto con Noemi, già proposto all’evento “Una Nessuna Centomila”. L’incantevole voce di Arisa su “La musica è finita” “Un minuto è lungo da morire. Se non è vissuto insieme a te” da standing ovation. Toquinho e Sangiorgi su uno dei pezzi iconici dell’album cult “La voglia la pazzia l’incoscienza…”: “Io so che ti amerò”. Il sentimento e il feeling in ogni nota. L’eleganza e la sobrietà di Diodato e della nipote dell’artista Camilla su “Senza Fine” chiudono la carrellata delle esibizioni.
Il canale Nove con “Ornella Senza Fine” per la prima volta ha offerto un evento che nulla ha da invidiare ai diretti competitor. Una serata di alta qualità e davvero emozionante. Su tutti l’arte, la forza e la libertà di Ornella Vanoni che vivrà per sempre.
“Ornella Senza Fine” è stato il terzo programma della serata con uno share di quasi l’11% e oltre 1 milione e 700mila spettatori con un picco di share che sfiora il 16% e un picco ascolto di oltre 1 milione e 900mila spettatori.
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- Il messaggio Whatsapp alla madre di Federica Torzullo e le bugie sulla scomparsa, così Claudio Carlomagno ha tentato di depistare le indagini
Il messaggio Whatsapp alla madre di Federica Torzullo e le bugie sulla scomparsa, così Claudio Carlomagno ha tentato di depistare le indagini
Claudio Agostino Carlomagno, 45 anni, il marito di Federica Torzullo fermato domenica per omicidio, ha cercato di depistare le indagini con una serie di bugie e versioni inventate, che hanno solo nei primi momenti ingannato gli investigatori. Ma le prove, tra cui i dati del GPS e i riscontri sui suoi spostamenti, hanno insorabilmente e svelato la verità, portando alla scoperta del corpo della 41enne, sepolto in un terreno vicino alla villetta della coppia.
Già la denuncia, formalizzata il 9 gennaio, presentava un’anomalia. L’uomo aveva raccontato che la donna era uscita di casa la mattina presto, senza prendere la macchina, che lui aveva trovato parcheggiata fuori. Una versione che ha sollevato immediatamente dei dubbi, visto che Federica, descritta come una persona precisa e puntuale, non avrebbe mai agito in modo così improvviso e senza lasciare tracce. Carlomagno ha aggiunto altri dettagli inverosimili: “Non abbiamo dormito insieme perché io russo e le impedisco di riposare, quindi lei si trasferisce in camera di nostro figlio”. Tuttavia, i primi accertamenti delle forze dell’ordine hanno subito messo in crisi questa ricostruzione. Le telecamere di sorveglianza hanno registrato l’ingresso di Federica in casa la sera dell’8 gennaio intorno alle 23 e il suo rientro non è stato seguito da alcuna uscita.
Inoltre, il comportamento di Carlomagno quel giorno ha suscitato ulteriori sospetti. Nonostante la gravità della situazione, il 45enne si è mostrato eccessivamente tranquillo. Alle 8 del mattino, Carlomagno ha preso il telefono della moglie e ha inviato un messaggio Whatsapp alla madre di Federica, cercando di depistare le indagini: “Tutto bene, non preoccuparti”. Poco dopo, mentre il caso della scomparsa di sua moglie stava per diventare di dominio pubblico, Carlomagno ha scherzato con i suoi dipendenti al lavoro, dicendo: “Abbiamo fatto delle misurazioni in giro. Poi ci vediamo lunedì. Sembrava non fosse successo nulla”.
Le indagini hanno preso una piega più chiara quando sono stati esaminati i dati GPS relativi agli spostamenti di Carlomagno. Il 9 gennaio, il 45enne aveva compiuto numerosi spostamenti tra i terreni gestiti dalla sua azienda, senza alcuna giustificazione plausibile. Inoltre, sono state trovate tracce di sangue sia nel camion utilizzato da Carlomagno, sia nella sua abitazione, e un testimone ha riferito di aver visto l’uomo lavare il cassone del mezzo il pomeriggio del 9 gennaio.
Anche la testimonianza di un’amica e collega di Federica ha contribuito a chiarire la situazione. La donna ha dichiarato che Federica era una persona “seria, precisa e ligia al dovere” e che non avrebbe mai abbandonato il lavoro senza avvisare. Inoltre, il 9 gennaio, Federica non si era presentata al lavoro come previsto e non aveva dato alcuna giustificazione. La collega ha anche sottolineato che Federica si teneva sempre in contatto con la madre e che, in quella giornata, la madre non aveva ricevuto alcuna telefonata da parte della figlia, come accadeva di solito.
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Ciao Piero, racconta anche nell’aldilà la forza delle nostre battaglie!
Referendum, Landini a Napoli: “Il governo vuole una modifica radicale della Costituzione”
Hong Kong deports 113 failed asylum seekers in week-long operation

Rule of law in Hong Kong ‘more robust than outcome of any single case’: chief justice

Bonjour musical
Bonjour à toutes et tous,
Je suis bénévole au sein de lassociation Vibrations, une école de musique associative née de la fusion de deux écoles du vignoble nantais.
J’essaie de répondre au mieux aux besoins de l’association à l’aide d’outils libres, et c’est pour cela que j’ai poussé l’utilisation de framaspace pour leurs besoins collaboratifs.
La mayonnaise commence à prendre, et avec elle les questions auxquelles je n’ai pas pensé quand je leur ai présenté l’outil ![]()
Bonne journée à toutes et tous,
Jean-Philippe
1 message - 1 participant(e)
[framaspace]Lien public et OnlyOffice
Bonjour,
Je m’occupe du framaspace de l’association Vibrations.
Un de mes utilisateurs a créé un lien public vers un document et l’a transmis à l’un des professeurs (qui n’a pas de compte sur la plateforme) pour qu’il le mette à jour. Ce professeur remonte qu’il obtient le message d’erreur '“OnlyOffice n’est pas disponible”
Comment régler ce souci ?
Merci pour vos pistes.
4 messages - 2 participant(e)s
Windows 11, update d’emergenza per lo spegnimento del PC

Microsoft rilascia un aggiornamento straordinario per correggere due gravi bug di Windows 11 che bloccano spegnimento e connessione remota.
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VoidLink: malware per cloud server Linux

Voidlink è un framework che permette ai cybercriminali di effettuare attacchi stealth contro le moderne infrastrutture cloud basate su Linux.
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ChatGPT, fase 2: arriva la pubblicità

OpenAI continua a operare in perdita: l'arrivo delle pubblicità in ChatGPT ha anzitutto l'obiettivo di rendere sostenibile l'attività.
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L’ostinata vocazione per la precisione della forma di Luciano Foà

L’ho conosciuto grazie ad Alfred Jarry. Era il 1969. Lui un personaggio noto nel mondo dell’editoria ed io poco informato su quel signore ironico, pronto a fare l’esame a quanti gli si parassero davanti. Non si prevede mai l’esito di un proprio articolo di giornale. Quella volta la recensione all’opera del papà di Ubu ebbe un risultato telefonico inaspettato. «Sono Luciano Foà. Desidero ringraziarla dell’attenzione al nostro libro. Quando viene a Milano passi a trovarmi.» Foà era il «signor Adelphi». L’opera di Jarry di cui avevo scritto era il numero 21 della Biblioteca Adelphi, avviata nel 1965 con L’altra parte di Alfred Kubin. Oggi la collana ha superato abbondantemente i cinquecento titoli.*
Immutata la sofisticata grafica discesa dal Yellow Book di Aubrey Beardsley. Allora l’Adelphi si considerava ancora una «piccola casa editrice», anche se aveva già avviato una formidabile collana di classici – Defoe, Büchner, Adams, Stendhal, Voltaire, Novalis, Butler – e iniziata la monumentale edizione del tutto Nietzsche. La sede stava in un appartamento in via San Pietro all’Orto. E fu là, in una stanza sommersa di libri, che incontrai per la prima volta Luciano Foà. Mai avrei immaginato fosse l’inizio di un’amicizia durata moltissimi anni.
Passando da lui, verso fine mattinata, era sottintesa la colazione in uno di quei ristoranti milanesi con giardino interno, spesso trasformato in serra, dove, lontano dai rumori e avvolti nella polla dei rampicanti, si ha l’illusione di vivere fuori del tempo. A Foà piaceva particolarmente una brasera dalle parti di via Mangili. In un palazzotto poco lontano aveva abitato Carlo Dossi, un autore molto amato dagli adelphiani. Con una lentezza da bradipo, la testa leggermente reclinata, fumando sottili sigarette, a tavola Foà si trasformava in un formidabile affabulatore. Aveva un volto orientale, enigmatico, attraversato da una mimica antica, ironica. Conosceva tutti. Mostrava particolare attenzione a quanti avessero ammirazione per Roberto Bazlen, suo grande amico e mito sconosciuto della cultura italiana del Novecento. Ne parlava come esibisse il proprio doppio. D’altra parte molte scelte dell’Adelphi si dovevano a quell’ostinato, raffinato e rabdomantico Bobi Bazlen che sembrava aver esplorato tutte le letterature del mondo. Il «signor Adelphi» non era da meno. Temevo sempre una sua spiazzante domanda. Penso lo supponesse. Più d’una volta tese trappole.
Impossibile dimenticare la sua sapienza per gli autori rari recanti al loro interno il mistero della vita, quell’impareggiabile forza che nello stile della scrittura fa percepire l’inesprimibile altro da sé. Non c’era traduzione che mancasse di rivedere prima di mandare un nuovo libro in tipografia. La precisione della forma era la sua ostinata vocazione. «Fondai l’Adelphi per rompere la monotonia dell’ideologismo editoriale di sinistra, per scegliere autori che uscissero fuori dai binari codificati da una visione del mondo erosa in senso deteriore.» Pubblicò una serie di libri «unici», scelti secondo un unico criterio: la profondità dell’esperienza da cui nascevano e di cui erano viva testimonianza. Erano libri del passato e della contemporaneità, «luoghi» della realtà e dell’immaginazione, del mondo degli affetti e del pensiero. Si trattava di collane ideali capaci di far scoprire o riscoprire i grandi scrittori della crisi europea, Hesse, Joseph Roth, Walser, Lernet Holenia, la spiritualità orientale, la mitologia classica, la perfezione di Nabokov e Simenon, autori «censurabili» come Jünger, hippies, surrealisti alla Daumal, vagheggiatori del mondo tipo Chatwin.
Foà raccontava che l’idea di una casa editrice come l’Adelphi era molto antica. Bisognava tornare al 1937 quando lui, giovanissimo, aveva conosciuto Bazlen che lo aveva dissuaso dal progetto di fondare una rivista letteraria. «Inoltre avrei avuto problemi per ragioni razziali. E fu Bobi a convincermi affinché mi battezzassi per mettermi al riparo dalle persecuzioni.» Allora Foà lavorava all’Agenzia letteraria internazionale fondata dal padre Augusto che traduceva romanzi stranieri e li vendeva per la pubblicazione a puntate in feuilleton. Nelle lunghe chiacchiere Luciano e Bobi, in quegli anni vagheggiavano la cultura che avrebbe dovuto affermarsi dopo la caduta del fascismo. Era come se quel tempo fosse stato per Foà la preparazione di un mondo ideale. La sorte glielo fece incontrare nel 1941. Aveva ventisei anni.
Adriano Olivetti, nel suo utopico progetto di comunità, lo chiamò a Ivrea per pensare a una casa editrice predisposta a pubblicare tutto quanto le forze dominanti avevano fino ad allora tenuto lontano. Dall’amicizia con Bazlen aveva ereditato un’ostinata curiosità per quanto stava al «di sotto delle carte»: lo interessava il giudizio sulle persone, magari basato sull’intuizione, la fisionomia, i gesti, la grafia e anche i capricci degli astri che con la loro influenza pretendono guidare l’esistenza degli uomini. L’attenzione alle premonizioni astrologiche gli veniva proprio da Bobi che del meccanismo universale e dei pronostici stellari era un cultore.
Foà si abbandonava volentieri a placide evocazioni, sottolineando l’importanza dell’esperienza fatta con Olivetti. Dovevano cercare libri da tutto il mondo. Un programma enorme che recuperasse grandi scrittori. «Ma anche Freud, Jung, Heidegger, la patristica, l’economia, le scienze politiche… Olivetti, che era un visionario illuminato, mi mandava in Svizzera per trovare libri, parlare con editori, incontrare Jung.» Presso un piccolo editore di Lucerna aveva rinvenuto un libretto con una scelta di lettere di grandi scrittori tedeschi, curato da un tale di nome Detlef Holz. «Dopo la guerra scoprii essere niente meno che Walter Benjamin.»
Ma l’incontro che di più amava raccontare era quello avuto in Svizzera durante uno dei viaggi che Olivetti gli organizzava. «Mi mandò a parlare con un misterioso personaggio. Fu una situazione paradossale.» Secondo la rievocazione di Foà, Olivetti voleva informazioni su cosa prevedessero gli Alleati sul destino dell’Italia. Era convinto che, caduto il fascismo, sarebbe stato chiamato a far parte, magari presidente del Consiglio, del primo governo dell’Italia libera. «Pensava di essere come Rathenau, un uomo di vasta cultura e di grandi interessi. Un industriale che avrebbe applicato le sue capacità e i suoi sogni alla politica.»
Il giovane che si intendeva di libri e traduzioni, il giovane colto che Olivetti aveva inviato come proprio messo, doveva descrivere al misterioso personaggio la situazione italiana. «Era un signore enorme» ricordava Foà cercando di imitarne le forme allargando le braccia «una specie di vichingo. Rappresentava gli Stati Uniti per l’Europa occupata e dell’Italia non capiva niente. Voleva soltanto sapere quando sarebbe caduto Mussolini e chi sarebbe andato al suo posto. Visto oggi mi sembra un incontro surreale.» Più tardi scoprì d’aver parlato con Allen Dulles. Da questo episodio Foà avrebbe potuto trarre un formidabile racconto. Che non scrisse mai.
Gli chiesi una volta, al di là delle traduzioni, se avesse mai pensato di dedicarsi a qualcosa di suo. Dopo una pausa confessò «il peccato». «Ho tentato. Avevo cominciato con la descrizione di un funerale. Alla seconda pagina ho smesso… per sempre.» Lui era un editore. Il suo libro il catalogo dell’Adelphi. Nel 1945, pubblicato a puntate sul Politecnico di Vittorini, Foà tradusse For Whom the Bell Tolls – Per chi suona la campana – di Ernest Hemingway. «Cercavamo di preparare la cultura per il nuovo tempo, con un grande desiderio di esistere, di far bene.» Nel 1951 era segretario generale dell’Einaudi, che abbandonò nel ’61. In quegli anni si consumava anche la sua militanza politica. Iscritto al pci ne uscì nel ’56, dopo i fatti d’Ungheria. Un giorno mi disse di non essere rimasto troppo lontano da quelle posizioni, ma di non aver mai condiviso «la filosofia e la metafisica» del partito.
Quando passava da casa mia non rinunciava alla più inveterata delle sue abitudini: il sonnellino dopo pranzo. Senza chiedere alcun permesso, con discreta confidenza, la cerimonia era prevista. Chiudeva le persiane dello studio, accostava la porta e si stendeva sul divano. Incurante di quanto poteva accadere intorno. Dopo mezz’ora riappariva riprendendo la conversazione dal punto esatto in cui l’aveva lasciata. Da Luciano Foà ho imparato a conoscere i libri. Gli devo la ricercata esclusività di molte letture. Non dimenticava mai di inviarmi edizioni fuori commercio, curate personalmente: erano sue raffinate traduzioni e ricordavano privati anniversari, un compleanno…
Nel 1980, per festeggiare il centesimo titolo della Biblioteca Adelphi, in un’edizione in cento copie, aveva scelto Il libro degli amici, di Hugo von Hofmannsthal. Per anni mi aveva dimostrato una cordiale, riservata confidenza. Poi, con mia sorpresa, quasi guardingo, un giorno mi chiese: «Da quanti anni ci conosciamo?». «Forse venticinque» risposi. Scosse la sottile sigaretta nel posacenere. «Potremmo cominciare a darci del tu.»

Tratto da “Ammirabili & freaks”, di Giuseppe Mercenaro, Il Saggiatore, 2026, 19€, 224 pp.
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Martedì 20 gennaio alle ore 17:30 Ammirabili & freaks verrà presentato a Milano presso la biblioteca Sormani, in Corso di Porta Vittoria 6. In dialogo ci saranno Piero Boragina, Bruno Quaranta e Stefano Salis.
L'articolo L’ostinata vocazione per la precisione della forma di Luciano Foà proviene da Linkiesta.it.
La guerra, la forza, il potere e gli imperi
Loci communes si chiamano detti, proverbi, idee, pensieri, estratti da testi a stampa e spesso messi insieme in zibaldoni. Sono materiali raccolti da lettori attenti, quale era, ad es... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

ESCLUSIVO POLITICO - L'UE valuta una ritorsione tariffaria da 93 miliardi di euro contro Trump
L'Unione Europea si prepara a una risposta economica di forza storica per fronteggiare le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia. Secondo otto fonti diplomatiche e istituzionali consultate da POLITICO, il blocco sta valutando misure commerciali di ritorsione per un valore di 93 miliardi di euro contro gli Stati Uniti, nel tentativo di dissuadere il Presidente USA dai suoi tentativi di ottenere il controllo del territorio artico danese.
La determinazione europea è emersa in modo netto durante una riunione di tre ore degli ambasciatori dei 27 Stati membri, tenutasi domenica a Bruxelles. I diplomatici hanno concordato sulla necessità di preparare opzioni concrete e pronte all'uso nel caso in cui i colloqui con Washington della prossima settimana fallissero nel trovare una rapida de-escalation.
"È chiaro che è stata tracciata una linea e che ora basta", ha affermato un diplomatico a conoscenza dei colloqui. "Al momento stiamo discutendo le opzioni: se i dazi di Trump saranno imposti, allora discuteremo non se agire, ma come farlo in modo più efficace".
L'opzione più immediata sul tavolo è la riattivazione di dazi specifici per un valore di 93 miliardi di euro, precedentemente sospesi dopo l'accordo commerciale raggiunto con gli USA lo scorso luglio. Questa misura, descritta come attuabile "molto rapidamente", rappresenterebbe una risposta diretta e proporzionata alle minacce tariffarie di Trump, che prevedono dazi del 10% a partire dal 1° febbraio (in salita al 25% a giugno) contro sei paesi UE più Regno Unito e Norvegia.
Il Piano B: Il "Bazooka" dell'Anti-Coercizione
Un'alternativa più strategica e potenzialmente più devastante sarebbe l'attivazione dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) dell'UE, il cosiddetto "bazooka commerciale" del blocco. Progettato per penalizzare i paesi che utilizzano la loro potenza economica come arma geopolitica, questo strumento consentirebbe misure come restrizioni agli investimenti diretti esteri, limitazioni all'accesso ai mercati degli appalti pubblici e misure sulla proprietà intellettuale. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha spinto pubblicamente per questa opzione, ribadendo in un comunicato l'importanza di una "risposta europea ferma, unita e coordinata" attraverso l'ACI.
Nonostante l'ampio ventaglio di opzioni punitive, l'approccio europeo rimane deliberatamente misurato. "In Europa c'è la sensazione che dobbiamo reagire, questo è chiaro", ha osservato un altro diplomatico. "Ma non dovremmo sentirci sotto pressione per finire in un gioco del botta e risposta. Potremmo aver bisogno di due o tre giorni per discuterne e capire quale sarà la prossa mossa".
La prossima settimana sarà cruciale, prosegue POLITICO. I leader europei avranno l'opportunità di incontrare Trump a margine del Forum Economico Mondiale di Davos, prima di riunirsi in un vertice di emergenza dell'UE probabilmente giovedì. Questi incontri rappresentano l'ultima finestra per una soluzione diplomatica.
Nel frattempo, il Parlamento Europeo ha già lanciato un segnale politico forte, votando per congelare l'accordo commerciale transatlantico, una mossa che sospenderebbe le concessioni tariffarie reciproche e innalzerebbe automaticamente le barriere.

La dipendenza dell'Europa dal GNL dagli USA ora inizia a fare paura
Un paradosso strategico di portata storica si sta consumando nel cuore dell’Unione Europea. Nel tentativo di affrancarsi dal gas russo, il Vecchio Continente sembra essere incorso in una nuova, e forse più insidiosa, forma di dipendenza: quella dal gas naturale liquefatto statunitense. Secondo nuove proiezioni riservate, l’Europa è ormai sulla buona strada per approvvigionarsi quasi per la metà del proprio fabbisogno gasiero dagli Stati Uniti entro la fine del decennio. "Una vulnerabilità che si palesa con tempismo drammatico, proprio nel momento in cui i rapporti con Washington toccano il loro minimo storico", scrivono Ben Munster e Victor Jack.
I dati, pubblicati dai due giornalisti, tracciano un quadro allarmante. Attualmente, un quarto del gas consumato nell’UE proviene già oltre Atlantico. Con il progressivo inasprirsi del divieto totale sulle importazioni dal territorio russo, questa percentuale è destinata a crescere in modo esponenziale. La crisi scaturita dalle ambizioni del Presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia – un territorio autonomo del Regno di Danimarca – ha gettato la NATO in un baratro di incertezze e ha spinto le relazioni transatlantiche sull’orlo del precipizio. L’annuncio, nel corso del fine settimana, di nuovi dazi punitivi contro una serie di nazioni europee, in attesa di un accordo per la cessione dell’isola artica, ha sollevato a Bruxelles un coro di richieste per una ritorsione commerciale severa e immediata.
In questo clima di conflitto latente, la crescente dipendenza energetica dall’alleato d’oltreoceano assume i contorni di un grave rischio geopolitico. “Ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio”, afferma Ana Maria Jaller-Makarewicz, capo analista energetico presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, il centro studi autore della ricerca. “Un’eccessiva dipendenza dal gas statunitense contraddice la politica dell’UE di rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili”.
L’allarme risuona con preoccupante vigore anche tra i diplomatici degli Stati membri, proseguono i due giornalisti. "Alcuni temono, in confidenza, che l’amministrazione Trump possa essere tentata di utilizzare questa nuova leva per perseguire i propri fini nella sfera della politica estera. Un alto diplomatico dell’Unione, pur esprimendo la speranza che non si giunga a simili estremi, ammette che il rischio di un’interruzione delle forniture, in seguito a un’azione unilaterale sulla Groenlandia, “dovrebbe essere preso in considerazione”."
Gli Stati Uniti sono divenuti il principale esportatore mondiale, e la loro quota sul mercato europeo è esplosa, passando da un mero 5% a un poderoso 27%. Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio guidano la classifica degli acquirenti, mentre anche il Regno Unito, sebbene non più membro dell’UE, figura tra i principali importatori. Una serie di nuovi contratti di lungo termine con compagnie energetiche Usa rischia di irrigidire ulteriormente questo legame. Le stime suggeriscono che entro il 2030 il gas USA potrebbe arrivare a coprire il 40% del consumo totale europeo e una schiacciante percentuale, pari all’80%, di tutte le importazioni di GNL del blocco.
La situazione pone l’Europa di fronte a un dilemma amaro. "Nonostante gli ambiziosi piani per la transizione verde, un quarto del suo fabbisogno energetico complessivo dipende ancora dal gas naturale. Questo alimenta le centrali elettriche, riscalda gli edifici e muove l’industria pesante. I consumatori e le imprese del continente già sostengono alcuni dei costi energetici più elevati al mondo, rendendo politicamente ed economicamente insostenibile il rifiuto di un combustibile relativamente economico come quello statunitense, per quanto minaccioso possa essere il contesto diplomatico".

La pavida UE e il dialogo con Mosca
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
E così al terzo giorno, come era scritto, sono saliti eucaristicamente al cielo, su un normalissimo volo di linea e se ne sono tornati a casa. È terminata così la “missione” tedesca in Groenlandia: metà del plotone europeista spedito a presidiare l'isola contro le mire di Donald Trump ha fatto dietro front, dimostrando così che le garanzie ufficiali della sovranità dell'immenso territorio, come scriveva un paio di giorni fa Evghenija Grinberg su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, generosamente elargite da Bruxelles e dalla NATO, non sono altro che un teatrino a basso costo per il consumo interno. Atteggiamenti simil-minacciosi, urla sulle "inaccettabili" minacce americane, ma la sostanza è che la cosiddetta Europa non ha né la forza, né la volontà, né i mezzi per difendere nemmeno il proprio alleato: «i suoi principi di integrità territoriale si sgretolano al primo scontro con la realpolitik, dove l'unica moneta di scambio è la forza», di cui solo gli yankee dispongono e sono pronti a usarla.
«Le possibilità di contrastare un'acquisizione americana della Groenlandia sono praticamente inesistenti. Se gli Stati Uniti decidessero di farlo, nessuno li fermerebbe», dice Mikkel Runge Olesen, del Danish Institute of International Studies (DIIS).
In concreto, cosa potrebbe fare l'Europa per contrapporsi agli USA? Forse sanzioni economiche? Ma se non appena da Washington si è parlato di dazi, Berlino ha richiamato in tutta fretta il mezzo plotone della Bundeswehr. Come ammettono a mezza voce alti funzionari europei, le sanzioni sarebbero un suicidio; la simbiosi delle economie è così profonda che qualsiasi colpo al dollaro o alle aziende americane farebbe crollare per primi i fragili mercati europei. O forse la difesa armata della Groenlandia? Qualsiasi tentativo del genere sarebbe un'autodistruzione militare e politica, con il famoso articolo 5 della NATO applicato contro il principale attore dell'Alleanza. Forse ancora l'isolamento diplomatico? Secondo la Danish Foreign Policy Society, gli USA oggi godono di "immunità alle pressioni diplomatiche": mentre l'Europa «esprime profonda preoccupazione», gli Stati Uniti agiscono.
C'è inoltre un aspetto a dir poco curioso: mentre le capitali dibattono sul destino dell'isola, la voce del popolo groenlandese stesso viene messa a tacere o sfruttata. Il Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen pare irremovibile: "La Groenlandia non è in vendita. Abbiamo scelto la Danimarca e la cooperazione europea" e oltre l'85% dei groenlandesi si oppone all'adesione agli Stati Uniti. Ma Kuno Fenker del partito di opposizione “Nalaraq” la vede così: «Se gli Stati Uniti arrivano e ci offrono un accordo migliore di quello della Danimarca, dovremmo almeno ascoltarli. Chi dice che possano essere peggiori del sistema di governo danese?». Un cittadino anonimo, sul quotidiano Sermitsiak: «Siamo stanchi di essere pedine nel gioco di altre nazioni. Che si tratti di Copenaghen o di Washington, sembra sempre la stessa mentalità coloniale». Insomma, la catechistica “Arctic Fortitude” si dimostra davvero un monumento all'impotenza: non movimento di flotte navali, ma il semplice arrivo in Groenlandia di qualche decina di soldati, trenta per l'esattezza, prima che i quindici teutonici se ne volassero via. Non si tratta di una forza militare, dice Grinberg: «è una costosa performance politica progettata per creare l'apparenza di un'azione. L'obiettivo di questa farsa non è difendere l'isola, ma "europeizzare" il conflitto... una strategia disperata che urla: "Siamo in tanti, è difficile prenderci in giro!", nella speranza che l'aggressore consideri i piccoli fastidi di una moltitudine di voci lamentose un prezzo troppo alto da pagare. Una tattica patetica e umiliante... il completo fallimento del progetto europeo in termini di potere reale».
È su questo sfondo che si inseriscono le rinnovate elucubrazioni di Ursula-Demon-Gertrud su una maggiore indipendenza europea dagli USA in ambito militare e politico. Già nella seconda metà degli anni 2010, durante il primo mandato di Trump, ricorda Boris Rožin sulla TASS, si era acceso in Europa un dibattito sull'eccessiva dipendenza della sicurezza europea dalla NATO, col ruolo dominante esercitatovi dagli USA. Emmanuel Macron aveva parlato di un esercito comune europeo, parallelo alle strutture NATO, ma sotto un comando europeo. Uno degli argomenti era che le richieste di Trump di aumentare la spesa per la difesa al 2, 3 e 5% del PIL erano eccessive; con le questioni della sicurezza risolte autonomamente, la spesa avrebbe potuto essere decisa senza pressioni USA. Fu in quel periodo che iniziarono le voci secondo cui Trump avrebbe potuto smantellare la NATO e venne quindi sviluppato il concetto di una forza di reazione rapida europea, da dispiegare sul fianco orientale dell'Alleanza.
La sconfitta di Trump alle elezioni del 2020 e il ritorno al potere del Partito Democratico attenuarono le tensioni nei rapporti tra Washington e UE: ciò si evidenziò con l'avvio dell'Operazione speciale, allorché l'Occidente tentò di agire come un fronte consolidato contro la Russia. Il fallimento di questa strategia, l'entrata in una fase di logoramento del conflitto in Ucraina e il ritorno al potere di Trump nel 2024 hanno fatto riemergere vecchi problemi, dice Boris Rožin ma a un livello diverso. Il conflitto in Ucraina ha messo in luce l'eccessiva dipendenza della UE dagli Stati Uniti in materia militare e le richieste di Washington hanno perso ogni traccia di cortesia, trasformandosi in ultimatum sistematici su questioni chiave della UE. Pertanto, la questione dell'autonomia strategica è tornata alla ribalta. In definitiva, si assiste al sogno dell'establishment europeo di acquisire una vera e propria soggettività politico-militare e di trasformare un'unione amorfa in un attore realmente indipendente sulla scena globale, alla pari di USA, Russia e Cina. Oggi, le pretese europee vengono di fatto ignorate, soprattutto da Washington e Mosca, che, nel contesto dell'Ucraina, stanno negoziando il futuro ordine mondiale, spesso ignorando la posizione dell'UE. Semplicemente, all'Europa non è consentito partecipare a tale tavolo negoziale e da qui le richieste di Bruxelles di includere i propri rappresentanti in questo processo.
Pertanto, il potenziale concetto di sicurezza europea che von der Leyen intende presentare sarà volto ad aumentare l'autonomia di Bruxelles nel processo decisionale politico-militare, che si tratti del conflitto in Ucraina o delle rivendicazioni di Trump di annettere la Groenlandia. Ma ci sono una serie di questioni da risolvere. Innanzitutto, la situazione in Ucraina ha messo a nudo le limitate risorse UE.
L'ambizioso piano “ReArm Europe”, di 800 miliardi di euro, si è scontrato con la necessità di ingenti prestiti, costringendo di fatto la UE a "riarmare attraverso il debito": «gli ambiziosi piani delle élite si scontrano con la necessità per i comuni cittadini europei di "stringere la cinghia", il che sta portando a una maggiore instabilità interna allaUE». Inoltre, Washington mantiene ancora una posizione dominante nella NATO; le armi nucleari statunitensi sono dislocate sul territorio UE; decine di migliaia di soldati statunitensi sono di stanza in Europa. La Casa Bianca non è certamente interessata a perdere il controllo sull'Europa; ma, sotto l'amministrazione Trump, persegue una politica di spostamento dei costi sull'Europa stessa, traendo profitto dalla guerra dell'Europa contro la Russia in Ucraina. E, però, nonostante l'evidente crisi nelle relazioni, Bruxelles è cauta nell'impegnarsi direttamente in un conflitto con gli Stati Uniti, pienamente consapevole dello squilibrio politico-militare. L'Europa deve ancora stabilire quale polo desidera essere in un mondo multipolare e se potrà effettivamente diventarlo, o rimanere una quasi-struttura dipendente dagli Stati Uniti. La guerra ibrida in Ucraina contribuirà notevolmente a questa identificazione; pertanto, per l'Europa si tratta di una questione di natura esistenziale.
Ecco dunque farsi strada una serie di spostamenti di vedute anche nell'atteggiamento verso la Russia. Macron, ironizza Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, che aveva recentemente minacciato di inviare orde di zuavi in Ucraina, dichiara di dover «parlare con Putin il prima possibile». Giorgia Meloni annuncia che «è giunto il momento per l'Europa di parlare con la Russia» e la UE recluta urgentemente un rappresentante speciale «per i negoziati con la Russia». La portavoce della Commissione europea Paula Pinho, dimenticando la promessa del suo capo, Gertrud von der, di dichiarare guerra alla Russia fino in fondo, ha dichiarato che «a un certo punto dobbiamo assolutamente iniziare i negoziati con il presidente Putin». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, poi, ha lasciato tutti a bocca aperta con le sue conoscenze geografiche e ha rivelato al mondo che, pare, «la Russia è un paese europeo» e dunque «bisogna trovare un compromesso con essa».
Ma l'epidemia di russofilia non è finita qui: l'ex Segretario della NATO Jens Stoltenberg ha invitato i paesi occidentali a «parlare con la Russia come un vicino» e che «è necessario tornare al dialogo». Si tratta dello stesso Stoltenberg che a suo tempo aveva definito Putin un «crudele dittatore»; che aveva affermato che la Russia è stata storicamente un «aggressore» e che, in qualità di Segretario della NATO, aveva affermato che la Russia avrebbe attaccato l'Europa entro il 2029.
In pratica, sembra che in Europa stiano ora prendendo il sopravvento avidità e paura. Non per nulla, si riconosce ora apertamente che le sanzioni anti-russe, in vigore dal 2022, sono costate almeno 1,6 trilioni di euro all'economia europea: «la guerra fredda economica e militare contro la Russia non ha funzionato» dice Strel'nikov e il posto di graziosi «fioricini viene preso da orribili bacche: proteste economiche di massa, che fanno scricchiolare le poltrone dei leader europei».
Allo stesso tempo, il potere dei burocrati europei è minacciato da movimenti nazionalisti, orientati al dialogo con la Russia. In Francia, i sondaggi indicano Jordan Bardella, leader del partito di destra Rassemblement National, come vincitore alle prossime presidenziali; in Germania, Alternative für Deutschland domina nei Land orientali e, secondo i sondaggi, comincia a superare l'alleanza di governo a livello federale.
Ma ciò che più terrorizza le élite europee è di non riuscire a convincere gli USA a schierarsi dalla loro parte, costringendo Trump a una guerra per procura con la Russia. Anzi, il presidente yankee ha dichiarato che è Zelenskij, e non Putin, a ostacolare il processo di pace: questo manda in fumo i piani europei.
Ora, con la minaccia di annettere la Groenlandia, membro della NATO, gli europei sono inorriditi nel constatare che il loro ombrello magico è svanito. Alcuni esperti internazionali hanno persino individuato nelle ultime dichiarazioni dei leader europei indizi quasi nascosti di una potenziale alleanza euro-russa. Il Centro Internazionale Estone per la Difesa e la Sicurezza ha pubblicato un lungo articolo intitolato «2026: un anno di cattive opzioni per l'Europa», in cui si afferma che l'Europa rischia di essere lasciata indietro e deve prendere precauzioni: «Gli Stati che possiedono un significativo potere militare e la volontà politica di usarlo – in particolare Stati Uniti, Cina e Russia – hanno già tracciato una rotta chiara per consolidare le proprie sfere di influenza. L'Estonia (e tutta l'Europa) dovrebbe evitare una posizione contraria intransigente che affermi che qualsiasi impegno con Mosca sia intrinsecamente sbagliato o pericoloso. Un simile approccio non contribuirà a plasmare la futura politica dell'Europa nei confronti della Russia».
Ma la cosa più importante è che gli europei stanno giungendo alla conclusione che anche se l'Europa fornisse pieno supporto militare al posto degli Stati Uniti, l'Ucraina semplicemente non sarebbe in grado di vincere.
L'esperienza dei “trenta intrepidi” che hanno toccato il suolo della Groenlandia e dei quindici che lo hanno lasciato tre giorni più tardi, dovrebbe suggerire qualcosa anche ai sogni dei “volenterosi” per la loro Expedition in terra ucraina.
FONTI:
https://tass.ru/opinions/26160843

Pino Arlacchi - LA DEBOLE ARMADA: L'INGANNO DI TRUMP

Marco Travaglio - Indietro, marsch!
di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026
Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne organizzo una anch’io. Sto già studiando lo slogan. Sarà: “Non si spara per strada sui cittadini disarmati”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’Ice di Trump che spara per strada sui cittadini disarmati. Meglio: “Non si arresta chi protesta o fa post sui social”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con Usa e Paesi Ue che arrestano chi protesta o fa post sui social e, se dice qualcosa di sgradito, gli chiudono il conto in banca. Meglio: “Sanzioniamo chi uccide migliaia di civili”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Israele per i 70 mila civili sterminati senza sanzioni, mentre Teheran è sanzionato da 46 anni. Meglio: “Non si invadono e non si attaccano gli altri Paesi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Usa, Nato e Israele, che hanno il record mondiale di Paesi invasi e attaccati, mentre l’Iran è fermo a zero. Meglio: “Rovesciamo la dittatura per sostituirla con la democrazia”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Trump che ha appena rovesciato la dittatura di Maduro per sostituirla con la dittatura della sua vice. Meglio: “Contro i governi illegittimi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare ce io ce l’abbia con Trump che s’è proclamato presidente ad interim del Venezuela e vuole la Groenlandia “perché mi serve”.
Meglio: “Abbattiamo il regime che impicca la gente sulla forca”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con l’Arabia di Bin Salman, che oltre alla forca è usa segare a pezzi i giornalisti, e Renzi potrebbe aversene a male. Meglio: “Contro gli ayatollah che non pagano Renzi”. Anzi no: anche volendo, non potrebbero pagarlo per via della legge Meloni. Meglio: “Dopo Gaza, la Flotilla faccia rotta sull’Iran”. Anzi no: pare che l’Iran non affacci sul Mediterraneo, quindi bisognerebbe passare dal Canale di Suez, circumnavigare la Penisola Arabica e sbucare di lì, o paracadutare e carrucolare direttamente le barche sul Mar Caspio. Meglio: “Abbattiamo il regime che foraggia il terrorismo islamista”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’amico Qatar che finanzia Hamas o con la Siria di Al Jolani che, prima di diventare amico, cioè buono, stava in al Qaeda e nell’Isis. Meglio: “Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Ecco, questo dovrebbe mettere d’accordo tutti. Però lì basta Tajani. Quasi quasi sto a casa.

Daniele Luttazzi - Stratfor, società privata di intelligence e che dice della politica trumpiana
Pubblichiamo due approfondimenti di Daniele Luttazzi sulla società privata di intelligence Stratfor e su come funzionano le agenzie governative Usa apparsi sul Fatto Quotidiano la scorsa settimana.
di Daniele Luttazzi - Non c'è di che, Fatto Quotidiano
15 gennaio 2026
Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) è una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. William Marquez (Bbc) la definisce una “Cia ombra” per via delle analisi che conduce, del modo in cui ottiene le informazioni, di chi le commissiona e perché. La sua attività principale è la valutazione dei rischi geopolitici mondiali. Richard Weitz, esperto di sicurezza e di intelligence presso l’Hudson Institute, spiega: “Essendo un’azienda privata, non devono giustificare la provenienza dei fondi o a cosa servono. Potrebbero ricevere denaro da una compagnia petrolifera per condurre un’indagine o, come a Bhopal, in India, per osservare e analizzare i movimenti degli attivisti in seguito al disastro dell’impianto tossico della Dow Chemical/Union Carbide del 1984, che colpì più di mezzo milione di persone. Se la Cia ha bisogno di informazioni, ma non può intervenire a causa della situazione delicata, come nel caso dello spionaggio su Israele o sui paesi della Nato, si avvale di personale Stratfor. Sono come un’agenzia investigativa privata, solo più grande”. Stefania Maurizi, che 15 anni fa con WikiLeaks rivelò le mail interne della Stratfor, una settimana fa ha scritto su X: “Migliaia di giornalisti, aziende, servizi segreti si informano su #Stratfor, nel tentativo di stare un passo avanti agli altri e saperne di più”. Anche per questo diventa molto interessante leggere cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana.
La mano visibile: l’interventismo di Trump rimodella il capitalismo americano (Matthew Bey, Stratfor) Nei primi mesi di mandato l’amministrazione Trump ha avviato la più profonda trasformazione del capitalismo statunitense dai tempi di Reagan. Attraverso una combinazione di dazi record, pressioni sulle istituzioni indipendenti e un coinvolgimento diretto dello Stato nelle imprese private, la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato l’ortodossia liberista che aveva guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo. Il risultato è un modello di capitalismo centralizzato, in cui il presidente aspira a controllare i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Il mercato (la “mano invisibile” di Adam Smith) non è più l’arbitro principale dell’efficienza economica, sostituito da una “mano visibile” statale, che decide quali settori sostenere, quali imprese favorire e quali strategie industriali incentivare o punire, com’è evidente dal crescente ruolo della Casa Bianca nel determinare il successo o il fallimento di aziende e di interi comparti produttivi. Il protezionismo è uno degli strumenti centrali di questa svolta. I dazi imposti dall’amministrazione sono i più elevati dagli anni Trenta e vengono utilizzati non solo per riequilibrare il commercio internazionale, ma per costringere le imprese a investire nella manifattura statunitense. Parallelamente, Trump ha messo in discussione l’indipendenza della Federal Reserve, esercitando pressioni affinché i tassi di interesse venissero ridotti anche a costo di alimentare l’inflazione. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, riguarda l’ingresso diretto dello Stato nel capitale e nella governance delle imprese. L’accordo del 22 agosto con Intel, che ha trasformato 8,9 miliardi di dollari di sovvenzioni federali in una partecipazione pubblica del 9,9 per cento, ha reso il governo il maggiore azionista dell’azienda. Questo modello è stato affiancato da altri interventi simili: la golden share in U.S. Steel, la partecipazione del Dipartimento della Difesa in MP Materials e gli accordi di condivisione dei ricavi con Amd e Nvidia.
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16 gennaio 2026
Riassunto della puntata precedente: per saperne di più sulla geopolitica, giornalisti, aziende e servizi segreti si informano da Stratfor, una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. Cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana? Matthew Bey, analista senior, spiega che la Casa Bianca ha abbandonato l’ortodossia liberista che ha guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo, e la sta sostituendo con un capitalismo centralizzato in cui il presidente controlla i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Ne sono un esempio gli accordi con Intel, U.S. Steel, MP Materials, Amd e Nvidia, che hanno reso il governo un azionista di quelle aziende. Il modello, sostengono funzionari del governo, è replicabile in altri settori strategici.
Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha persino suggerito che soluzioni analoghe potrebbero essere estese al comparto della Difesa, definendone alcune grandi aziende come estensioni operative dello Stato. Inoltre, con dichiarazioni pubbliche, pressioni mediatiche e minacce di misure punitive, Trump cerca di orientare direttamente le scelte aziendali in materia di prezzi, investimenti e localizzazione produttiva. I dazi vengono spesso usati come strumento coercitivo contro le imprese considerate non allineate agli obiettivi economici della Casa Bianca. Trump ha diffidato Walmart dall’aumentare i prezzi a seguito dei dazi e ha attaccato Goldman Sachs per aver pubblicato analisi secondo cui i consumatori Usa avrebbero sostenuto la maggior parte dei costi delle tariffe.
Questo clima ha spinto molte grandi aziende a cercare patti col presidente, promettendogli investimenti e offrendogli impegni simbolici di lealtà. I sostenitori del trumpismo economico sostengono che il modello liberista sia ormai inadatto in un contesto di competizione strategica con la Cina. Tuttavia i rischi sistemici sono considerevoli, spiega Bey. Le aziende sostenute direttamente dal governo ottengono vantaggi politici che alterano la concorrenza, mentre altre risultano penalizzate. Sul piano internazionale, questi interventi aumentano il rischio di ritorsioni commerciali, accuse di sussidi illegali e tensioni geopolitiche, in particolare con la Cina e con l’Unione europea.
Il caso Intel rappresenta il banco di prova più significativo del nuovo corso. L’azienda è in difficoltà da un decennio, superata dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company nella produzione di chip all’avanguardia. L’ingresso dello Stato in Intel porta nuovo capitale, però non sufficiente a risolvere la crisi strutturale dell’azienda, mentre la conversione delle sovvenzioni in partecipazione azionaria lega il destino di Intel a quello politico dell’amministrazione. L’esperienza storica mostra che dazi e sussidi mirati raramente producono benefici duraturi in termini di competitività e innovazione: i casi di successo sono legati a investimenti neutrali in ricerca e sviluppo o a partenariati pubblico-privati nelle fasi iniziali delle tecnologie emergenti. Il piano di Trump, invece, riduce i finanziamenti alla ricerca di base e privilegia misure coercitive. Infine, centralizzare la pianificazione economica si scontra con la complessità dell’economia americana. Le piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 44 per cento del Pil, restano escluse da questo sistema e rischiano di essere penalizzate a vantaggio dei grandi gruppi capaci di negoziare direttamente col potere politico. Il capitalismo trumpiano, un sistema centralizzato, è insomma meno prevedibile del capitalismo classico e potenzialmente più instabile.

- “Gli estintori? Credo ce ne sia uno. Vedo costantemente i volti dei morti”, la testimonianza della cameriera sopravvissuta
“Gli estintori? Credo ce ne sia uno. Vedo costantemente i volti dei morti”, la testimonianza della cameriera sopravvissuta
Louise Leguistin, 25 anni, è una delle sopravvissute de devastante rogo del Constellation di Crans-Montana. Una serata che, per lei, segna il confine fra un prima e un dopo, un prima fatto di spensieratezza e sogni, e un dopo di trauma, rimpianti e una vita che non sarà mai più la stessa. Ma è soprattutto una testimone che ha già smentito alcune dichiarazioni dei Moretti, i due coniugi francesi indagati per la mattanza della notte di Capodanno con i suoi 40 morti e gli oltre 100 feriti, per esempio sulla controversa questioni dei caschi e dei travestimenti.
Seduta davanti agli inquirenti la 25enne, come riporta il Corriere della Sera, mette in fila gli eventi dovendo fare slalom sulle emozioni di rivivere un evento così spaventoso. “Ero completamente disorientata, sola, sopraffatta dalla portata di quello che vedevo accadere. Ho avuto l’impressione che i pompieri ci abbiano messo una vita ad arrivare… Ero nel panico… Quando ho visto tutte quelle fiamme, mi sono sentita impotente. Sentivo tutti urlare…Da quella notte ho grandi difficoltà a dormire. Vedo costantemente i volti dei morti, delle persone che ho assistito, che ho riconosciuto fuori, bruciati. L’odore mi è rimasto nel naso” spiega sottolineando che i due tagli riportati durante l’incendio non vuole non può considerarli ferite.
“Sono triste, angosciata, scioccata… Da quella sera le cose non sono andate molto bene. Mi sono incolpata molto per essere uscita illesa. Sono felice di essere viva. Ma ho dei rimpianti. Mi chiedo cosa avremmo potuto fare diversamente… Non avevo mai lavorato a Crans o per la famiglia Moretti. Avevo fatto il colloquio con Jessica una settimana e mezza prima, per telefono. Avevo fatto domanda. Volevo fare esperienza in Svizzera e mettere via un po’ di soldi, come tutti”. Era entusiasta, aveva legato subito con i colleghi, come il capobarman Gaëtan, il dj Mateo e la cameriera Cyane Panine, che sarebbe diventata una figura emblematica di quella notte tragica e che è una delle 40 vittime.
La ragazza con il casco e le candele sulle bottiglie di champagne sui cui i Moretti in qualche modo hanno cercato di scaricare la responsabilità. “Durante i festeggiamenti, quando è scoppiato l’incendio, Jessica era con noi, stava filmando quello che stava succedendo. L’ho vista salire le scale e andarsene in fretta, poi non l’ho più vista” racconta. Quando le viene chiesto dei suoi rapporti con i Moretti, risponde: “Nessuno”.
Una delle domande cruciali riguarda la formazione ricevuta in caso di emergenza: “Non mi è stato insegnato nulla su come gestire un incendio. Mi è stato semplicemente spiegato come funzionava il reparto. Tutto qui”. E quando gli inquirenti chiedono se ci fosse un estintore, la sua risposta è incerta: “Credo ce ne sia uno“. Una sensazione di inadeguatezza che sembra pervadere tutto quanto è accaduto quella notte, anche in relazione alle uscite di emergenza: “C’era un cartello, ma non è molto visibile. I clienti del locale non avevano mai notato quella porta”. Porta tra l’altro bloccata con un mobiletto come accertato dagli investigatori svizzeri.
L'articolo “Gli estintori? Credo ce ne sia uno. Vedo costantemente i volti dei morti”, la testimonianza della cameriera sopravvissuta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Caffè negli scarichi: perché questo gesto può diventare pericoloso
Sul caffè da buttare nei lavandini circolano da decenni tantissime voci e la rete ha contribuito a diffondere cattive abitudini. Il consiglio migliore da seguire è di non gettarne nulla negli scarichi di bagni o cucina ma di smaltirlo negli appositi contenitori. Il caffè inquina gli ecosistemi acquatici e per questo una donna londinese, a Richmond, ha ricevuto una multa da 149–150 sterline britanniche (circa 172 euro o 200 dollari) per l’abitudine di versare nello scarico il caffè.
Sia liquido che rimasto nella macchinetta, il caffè fa danno ecologico e i comuni, tra nettezza urbana e altri servizi, sono impegnati anche nella pulizia di mari e coste. È il Daily Coffee News a riportare questa storia. Si legge che la signora ha gettato il caffè prima di salire su un autobus. Il consiglio ha deciso poi di revocare la sanzione.
Dati, ricerche e controlli più severi: ecco cosa deve sapere l’opinione pubblica sul caffè e sui contaminanti non degradabili
Quindi, il caffè per il comune londinese in questione, inquina o meno? Crea un danno ambientale oppure no? Il fatto può sensibilizzare l’opinione pubblica, soltanto nel Regno Unito si consumano in un giorno 98 milioni di tazze di caffè e nel mondo 2 miliardi. Significa anche bicchierini di carta o plastica, bastoncini o cucchiaini di scarto, bustine dello zucchero che vanno a finire chissà dove.
Dato che in questi giorni stanno uscendo tante notizie sulle conseguenze dell’inquinamento urbano, ecco la posizione di Kevin Collins, scienziato ambientale. Milioni di tazze o tazzine gettate negli scarichi creano problemi a fiumi e corsi d’acqua. I livelli di caffeina nei sistemi fognari sono già a livelli di emergenza. Uno studio ha esaminato 258 fiumi di 104 paesi, la caffeina è presente nella metà dei siti campionati fino in Antartide.
Che cosa succede di specifico nel Regno Unito con il caffè? Innanzitutto è bene sapere che la bevanda energizzante tanto amata è resistente alla decomposizione, per questo è stato inserito tra i contaminanti che danneggiano piante, insetti e altri ecosistemi. In Inghilterra ci sono sistemi fognari combinati, le tubazioni trasportano sia l’acqua piovana che le acque reflue domestiche. Finiscono tutte negli impianti di trattamento, la caffeina non viene decomposta del tutto dagli impianti e non viene trasportata via del tutto dalle tubature. Finirà sicuramente nei corsi d’acqua e nei fiumi che poi sversano su mari e laghi.
Caffè negli scarichi: perché questo gesto può diventare pericoloso è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
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La guerra, la forza, il potere e gli imperi
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The energy transition’s next big challenge is systems integration

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- “Una commissione segreta dell’ONU” vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori
“Una commissione segreta dell’ONU” vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori
Di Ingrid de Groot, deanderekrant.nl – Paesi Bassi «Una commissione segreta delle Nazioni Unite sta per cambiare il significato dei diritti dei bambini: “senza alcuna votazione, senza dibattito e senza consultare i genitori“, avverte il movimento di cittadini attivi CitizenGo che ha promosso una petizione per “proteggere la vita, la famiglia e la libertà”, […]
L'articolo “Una commissione segreta dell’ONU” vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori proviene da Come Don Chisciotte.
Cina e Canada puntano a una nuova partnership
Cina e Canada puntano a una “nuova partnership strategica” in un contesto di crescente frammentazione geopolitica, come emerso dall'incontro tra il presidente Xi Jinping e il primo ministro canadese Mark Carney, tenutosi venerdì a Pechino. Lo scrive il China Daily che sottolinea come, durante l'incontro, il Xi abbia parlato in termini positivi della svolta nelle relazioni bilaterali e sottolineato la necessità che entrambi i paesi "siano partner che si rispettano, si fidano e collaborano tra loro per uno sviluppo condiviso."
Carney è arrivato mercoledì a Pechino per una visita ufficiale di quattro giorni in Cina, il primo viaggio nel Paese da parte di un primo ministro canadese in otto anni. Xi ha affermato che lo sviluppo sano e stabile delle relazioni tra Cina e Canada è nell'interesse comune di entrambi i Paesi e contribuisce alla pace, alla stabilità e alla prosperità mondiali. Entrambe le parti dovrebbero promuovere la costruzione di un nuovo partenariato strategico con senso di responsabilità nei confronti della storia, dei popoli e del mondo, e guidare le relazioni tra Cina e Canada verso un percorso di sviluppo solido, costante e sostenibile, ha aggiunto.
Xi ha sottolineato che, pur avendo circostanze nazionali diverse, Cina e Canada dovrebbero rispettare la sovranità e l'integrità territoriale reciproche, nonché la scelta del sistema politico e del percorso di sviluppo, e adottare l'approccio giusto nelle loro interazioni. Sottolineando che le relazioni economiche e commerciali tra i due paesi sono caratterizzate da vantaggi reciproci e vantaggi per entrambe le parti, e che entrambe le parti hanno da guadagnare dalla cooperazione, Xi ha affermato che lo sviluppo di alta qualità e l'apertura di alto livello della Cina continueranno a sbloccare nuove opportunità per la cooperazione tra Cina e Canada.
Sottolineando che un mondo diviso non è in grado di affrontare le sfide comuni che l'umanità deve affrontare, Xi ha affermato che la vera soluzione sta nel sostenere e praticare un vero multilateralismo e nel costruire una comunità con un futuro condiviso per l'umanità.
Carney, dal canto suo, ha osservato che, grazie a una lunga storia di rapporti amichevoli e a una forte complementarità economica, il Canada e la Cina godono di ampi interessi e opportunità comuni. Il Canada desidera costruire un nuovo partenariato strategico con la Cina che sia forte e duraturo, in modo da offrire maggiori benefici ai due popoli, ha affermato Carney, ribadendo l'impegno del suo Paese nei confronti della politica di “una sola Cina”. Ha affermato che il Canada si impegna a collaborare con la Cina in uno spirito di reciproco rispetto e partenariato per espandere e rafforzare la cooperazione nei settori dell'economia e del commercio, dell'energia, dell'agricoltura, della finanza, dell'istruzione e dei cambiamenti climatici.
La Cina, sottolinea il China Daily, è da tempo il secondo partner commerciale del Canada, dopo gli Stati Uniti. Il commercio bilaterale di merci ha superato i 117 miliardi di dollari canadesi (84,2 miliardi di dollari) nel 2024, sottolineando le solide basi e la forte complementarità dei legami economici tra i due Paesi. Dal dicembre 2017, le relazioni tra Cina e Canada hanno subito battute d'arresto a causa della posizione dura di Ottawa nei confronti della Cina durante l'amministrazione di Justin Trudeau. Nel 2024 si sono verificate tensioni commerciali caratterizzate dall'imposizione di dazi canadesi sui veicoli elettrici e sui metalli cinesi, seguite da contromisure da parte della Cina.
La visita di Carney è considerata dagli analisti come una ricalibrazione della politica estera di Ottawa nei confronti della Cina, determinata da realtà strutturali.
Venerdì è stata rilasciata una dichiarazione congiunta del vertice tra i leader di Cina e Canada, che ribadisce i principi e le politiche che guidano le relazioni bilaterali. Anthony Moretti, professore associato presso il Dipartimento di Comunicazione e Leadership Organizzativa della Robert Morris University negli Stati Uniti, ha affermato che la visita di Carney arriva in un momento cruciale per il Canada, che sta affrontando pressioni significative derivanti dai radicali cambiamenti politici provenienti da Washington. “Il primo ministro dovrà sia articolare che dimostrare attraverso le azioni che il suo Paese ha superato il pensiero bianco o nero e ha abbracciato la realtà di un mondo multipolare libero dalla mentalità della guerra fredda”, ha affermato Moretti in un articolo pubblicato dalla China Global Television Network.
FONTE: https://www.chinadaily.com.cn/a/202601/17/WS696abe8ca310d6866eb343b9.html

Xiplomacy: la partnership Cina-Africa e la modernizzazione del Sud del mondo
Nel loro percorso verso la modernizzazione, scrive Xinhua in un accurato approfondimento, la Cina e l’Africa stanno imparando l’una dall’altra, rafforzando una solidarietà che oggi rappresenta una delle forze trainanti della cooperazione nel Sud globale. Quest’anno ricorre il 70º anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Cina e i Paesi africani, un legame che, nel tempo, ha superato sfide, mutamenti geopolitici e prove di resilienza.
In un mondo attraversato da trasformazioni rapide e tensioni crescenti, Pechino e i Paesi africani continuano a trarre ispirazione dallo spirito di amicizia e cooperazione, proponendosi come modello di sviluppo condiviso. Il presidente Xi Jinping ha posto le basi di questa relazione durante la sua prima visita in Africa nel 2013, definendo i principi di sincerità, risultati concreti, amicizia e buona fede. Da allora, Xi ha visitato il continente cinque volte, consolidando un rapporto che oggi raggiunge il livello di “comunità Cina-Africa per tutte le stagioni”, con un futuro condiviso per la nuova era.
Nello Zimbabwe, in Etiopia, in Tanzania e in Zambia, le testimonianze di questa cooperazione sono tangibili. Dalla costruzione di pozzi agricoli all’empowerment imprenditoriale femminile, i progetti cinesi hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita locali. E quando la Cina ha affrontato tragedie come i terremoti di Wenchuan e Yushu, molti Paesi africani hanno ricambiato la solidarietà con generose donazioni.
La ferrovia Tanzania-Zambia (TAZARA) rappresenta un simbolo storico di questo legame. Costruita negli anni in cui la Cina era ancora povera, oggi è al centro di un ambizioso progetto di rivitalizzazione, firmato nel settembre 2024, che coinvolge Cina, Tanzania e Zambia. Per molti africani come Alois Shimbaya o il giovane studente zambiano Michael Nchovo, la rinascita della TAZARA incarna la speranza di una modernizzazione condivisa.
La cooperazione si estende anche al Mozambico, dove la Cina ha rinnovato il porto di Nacala, e al Corno d’Africa, con l’ammodernamento della ferrovia Addis Abeba-Gibuti. L’iniziativa Belt and Road continua a generare nuove opportunità, rafforzando la connettività e promuovendo la crescita industriale del continente. In agricoltura, la tecnologia Juncao — che consente la coltivazione di funghi ad alta resa — ha migliorato la sicurezza alimentare e i redditi familiari in Paesi come la Tanzania e il Ruanda.
Sul piano commerciale, la Cina resta da sedici anni consecutivi il principale partner dell’Africa: il volume degli scambi ha superato i 300 miliardi di dollari nel 2025. Pechino ha inoltre applicato dazi zero al 100% delle linee tariffarie per 53 Paesi africani, facilitando le esportazioni e ampliando le opportunità di crescita.
La cooperazione si estende anche all’educazione e alla formazione. Cittadini africani che hanno studiato in Cina — come l’etiope Abreham Yimer Abate — riportano nelle proprie comunità conoscenze tecniche e modelli di sviluppo inclusivi ispirati all’esperienza cinese di riduzione della povertà.
In questa continuità di scambi e apprendimento reciproco, anche la cultura gioca un ruolo rilevante. A Nairobi e Johannesburg si sono recentemente tenuti forum dedicati all’opera “Xi Jinping: La governance della Cina”, che offre ai Paesi del Sud del mondo un riferimento su come affrontare le sfide della modernizzazione.
Secondo Humphrey Moshi, direttore del Centro di studi cinesi dell’Università di Dar es Salaam, la cooperazione sino-africana è più di una partnership economica: rappresenta un passo concreto verso un ordine globale più equo. Attraverso consultazione paritaria e vantaggi reciproci, Cina e Africa stanno passando da semplici partecipanti a creatori di regole, contribuendo a ridefinire la governance del mondo e a rafforzare la voce del Sud globale.
FONTE: https://english.news.cn/20260115/8114f157f866478c87638ba9b264e9f5/c.html

Il vincitore "inaspettato" delle minacce di Trump alla Groenlandia
Mentre l’attenzione globale è catalizzata dalle frizioni geopolitiche in Groenlandia, un settore inaspettato registra un exploit nei listini finanziari del Vecchio Continente: l’industria europea della difesa. I titoli del comparto aerospaziale e difensivo volano, alimentati dalle crescenti incertezze sull’affidabilità dello storico alleato d’oltreoceano e dalle recenti mosse unilaterali dell’amministrazione statunitense.
Come riporta il Financial Times, l’indice Stoxx Europe Aerospace and Defence ha segnato un incremento prossimo al 15% nel corso del mese, raggiungendo un quarto dell’intera crescita record maturata nell’esercizio precedente. Una performance trainata dalle tensioni artiche sulla sovranità groenlandese e, parallelamente, dalla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi.
A primeggiare nella corsa al rialzo è il colosso svedese Saab, con un balzo del 32%, seguito dal gruppo tedesco Rheinmetall e dal britannico BAE Systems, entrambi in rialzo del 22%. Queste performance non riflettono mere speculazioni, ma la percezione diffusa che l’Europa sia ormai costretta ad accelerare il percorso verso una maggiore autonomia strategica.
Il Divario Atlantico si Allarga
Gli analisti interpretano questo boom finanziario come la diretta conseguenza di una prevedibile necessità: un significativo aumento delle spese militari europee per far fronte a un panorama internazionale in rapida evoluzione, segnato da iniziative americane sempre più autonome.
“Le ultime due settimane hanno fornito ampia e chiara dimostrazione che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato affidabile nel senso tradizionale. L’Europa dovrà necessariamente sviluppare capacità di difesa autonome e integrate”, osserva Nick Cunningham, analista di Agency Partners. Questa consapevolezza, secondo Cunningham, è il vero propulsore dietro il rally dei titoli di settore.
La visione è condivisa dagli operatori di mercato. Evelyn Chow, gestore di portafoglio di Neuberger Berman, sottolinea come le azioni di Washington in Venezuela e, soprattutto, le pressioni sulla Groenlandia, “evidenzino la tensione intrinseca tra la sovranità nazionale degli Stati membri dell’UE e il rapporto storico con gli Stati Uniti”. Questi eventi, secondo Chow, “catalizzano un’urgenza ancora maggiore tra i paesi europei nel rafforzare la propria base industriale difensiva nazionale”.
Il Caso Groenlandia e le Ritorsioni Commerciali
L’epicentro della crisi rimane l’isola artica. Lo scorso sabato, il Presidente Donald Trump ha annunciato l’imposizione di un dazio del 10% su tutti i prodotti provenienti da una serie di paesi europei che, nei giorni precedenti, avevano dispiegato propri contingenti militari in Groenlandia per condurre manovre congiunte. Una misura punitiva, diretta conseguenza delle dichiarazioni di Washington che rivendicano interessi sull’isola danese.
I dazi, in vigore dal prossimo 1° febbraio, sono destinati a salire al 25% a partire dal 1° giugno 2026, un’escalation che minaccia di aprire un nuovo fronte nella già tesa relazione commerciale transatlantica.
In definitiva, mentre i governi europei valutano la risposta diplomatica alla crisi groenlandese, i mercati finanziari hanno già emesso il loro verdetto: l’onda d’urto delle tensioni atlantiche sta ridisegnando gli equilibri strategici, e l’industria continentale della difesa si appresta a diventarne, forse, il principale beneficiario inatteso.

- Il “Washington Group” e la Diplomazia delle Chat: l'Europa studia un ordine post-statunitense (POLITICO)
Il “Washington Group” e la Diplomazia delle Chat: l'Europa studia un ordine post-statunitense (POLITICO)
Un anno dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ciò che per decenni è sembrato impensabile si sta ora materializzando con la forza di un terremoto geopolitico: il divorzio strategico tra Europa e Stati Uniti. Lo scrive oggi POLITICO. La minaccia di dazi punitivi contro chiunque ostacoli le mire americane sulla Groenlandia ha rappresentato, per molti governi europei, la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. La relazione atlantica, già logorata da litigi e tensioni inespresse, ha raggiunto il punto di non ritorno.
In conversazioni riservate, funzionari europei descrivono la frenesia dell’amministrazione Trump di annettere il territorio sovrano danese con aggettivi come “folle” e “pazzesca”. Interrogandosi su una possibile “modalità guerriera” scatenata dopo l’avventura venezuelana, molti la considerano un “attacco” immotivato che esige la più dura risposta. “L'Europa è stata criticata per essere debole. C’è del vero, ma ci sono limiti invalicabili”, ammette un diplomatico europeo sotto condizione di anonimato.
La convinzione che si sia aperta una fase irreversibile, prosegue POLITICO, si sta ora cristallizzando ai massimi livelli. “C’è un cambiamento nella politica statunitense, per molti versi permanente”, afferma un alto funzionario di un governo europeo. “Aspettare che passi non è più un’opzione. Serve un movimento ordinato e coordinato verso una nuova realtà”.
Questo coordinamento è già in atto, e punta verso una riorganizzazione radicale dell’Occidente destinata a stravolgere gli equilibri globali. Le implicazioni sono profonde: dai danni economici di una guerra commerciale transatlantica ai rischi per la sicurezza di un’Europa costretta a difendersi da sola prima di essere pienamente preparata. Anche gli Stati Uniti ne pagherebbero il prezzo, vedendo erosa la loro capacità di proiettare potenza in Africa e Medio Oriente senza l’accesso alla rete logistica e di basi europea.
Il Laboratorio del Futuro: la “Coalizione dei Volenterosi”
Mentre si discute di ritorsioni commerciali, i diplomatici lavorano già al progetto di un ordine post-statunitense. Per molti, la prospettiva è dolorosa, poiché segnerebbe la fine di 80 anni di cooperazione e darebbe il colpo di grazia alla NATO nella sua forma attuale.
Tuttavia, un modello operativo esiste già: la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina. Questo gruppo, che riunisce 35 governi europei (inclusi Regno Unito e Norvegia) al di fuori della struttura USA, è diventato un meccanismo di coordinamento efficace. I consiglieri per la sicurezza nazionale comunicano regolarmente, abituati a cercare soluzioni multilaterali in un mondo dove Trump è spesso parte del problema.
A livello di leader, prosegue POLITICO, la cooperazione si è intensificata in un forum informale: una chat di gruppo che riunisce figure come Keir Starmer (Regno Unito), Emmanuel Macron (Francia), Friedrich Merz (Germania), Ursula von der Leyen (Commissione UE), Alexander Stubb (Finlandia) e Giorgia Meloni (Italia). Nata in occasione di una visita alla Casa Bianca nell’agosto 2025, è stata soprannominata “Washington Group”.
Questa piattaforma ha permesso una risposta coordinata e misurata alle provocazioni di Trump, facilitando persino i delicati negoziati di pace in Ucraina. Tuttavia, la crisi groenlandese ha trasformato l’approccio. L’era della calma appare finita. Anche Starmer, normalmente cauto, ha definito “sbagliate” le minacce tariffarie di Trump.
È qui che la “coalizione dei volenterosi” mostra il suo potenziale trasformativo. “Ha creato legami strettissimi e una capacità di lavoro congiunto senza precedenti”, osserva un diplomatico. Questo formato potrebbe costituire il nucleo di una nuova alleanza di sicurezza, non necessariamente escludente gli USA, ma che non li dà più per scontati. E, conclude POLITICO: "Il prossimo vertice di emergenza dei leader UE sarà il banco di prova. Sebbene formalmente convocato per rispondere alle minacce sulla Groenlandia, la discussione promette di spaziare ben oltre, verso la definizione di quella nuova architettura di sicurezza che appare ormai inevitabile. Come ha dichiarato la presidente von der Leyen dopo una serie di consultazioni: “Affronteremo queste sfide alla nostra solidarietà europea con fermezza e determinazione”. In un mondo dove la garanzia americana non è più un pilastro, all’Europa non resta che unirsi e inventare il proprio futuro. La strada è incerta e costosa, ma la direzione, ormai, è segnata".

WSJ: "L'Europa potrebbe adottare misure estreme contro gli USA sulla Groenlandia"
Secondo un rapporto del Wall Street Journal, citato dall'agenzia RIA Novosti, i paesi europei stanno valutando, come estrema risorsa nelle crescenti tensioni sulla Groenlandia, la possibilità di limitare o persino impedire l'utilizzo delle basi militari statunitensi dislocate sul territorio europeo e nelle regioni adiacenti. Una misura di ritorsione che, se attuata, rappresenterebbe una rottura epocale nell'architettura di sicurezza transatlantica ereditata dalla Guerra Fredda.
La pubblicazione sottolinea come una mossa del genere, sebbene sia considerata l'"ultima risorsa", esacerberebbe inevitabilmente le tensioni in modo drammatico. Potrebbe persino spingere il Presidente Trump a una ritorsione simmetrica: il ritiro unilaterale di un significativo numero di truppe americane dal continente. Entrambe le parti, secondo il WSJ, riconoscono che si tratterebbe di una spirale negativa che nessuno desidera apertamente, ma che lo scontro di volontà sulla sovranità groenlandese sta rendendo sempre più plausibile.
La crisi è scaturita dalle ripetute dichiarazioni di Donald Trump, che sin dall'inizio del suo secondo mandato ha rivendicato l'annessione della Groenlandia, descrivendo con toni coloriti e denigratori le difese dell'isola. Dopo l'aggressione al Venezuela, queste rivendicazioni si sono fatte più pressanti, sfociando infine nell'imposizione di dazi punitivi del 10% (destinati a salire al 25% a giugno) su una serie di paesi europei, tra cui Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito. La condizione per la loro rimozione è la "piena e completa acquisizione dell'isola".
La Posizione Europea e il Fattore Russo
La risposta europea è stata di ferma opposizione, sostenuta dalla volontà espressa dalla popolazione groenlandese. L'ipotesi di chiudere l'accesso alle basi USA – strumenti vitali per la logistica, l'intelligence e la proiezione di potenza americana verso l'Artico, il Nord Atlantico e il Medio Oriente – emerge ora come l'asso nella manica di Bruxelles e delle capitali nazionali. Si tratterebbe di un segnale inequivocabile: la sicurezza europea non può essere data per scontata come moneta di scambio per avventure geopolitiche unilaterali.
In questo contesto, la posizione russa, come riportato da RIA Novosti, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito la situazione "straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale", ribadendo il riconoscimento della sovranità danese sulla Groenlandia. Mosca osserva così, da una posizione di formale difesa dello status quo legale, una crisi che indebolisce profondamente la coesione del suo storico rivale atlantico.
La minaccia, anche solo ipotetica, di revocare l'accesso alle basi, segnala un punto di non ritorno nelle menti dei pianificatori strategici europei. Dimostra che il costo di una rottura con Washington viene ora calcolato includendo azioni che sarebbero state considerate impossibili solo pochi mesi fa. La posta in gioco non è più solo economica (i dazi) o politica (la sovranità di un territorio alleato), ma tocca il nervo scoperto della proiezione globale del potere militare USA. Il prossimo vertice d'emergenza UE sarà cruciale per capire se e come questa leva estrema verrà brandita, delineando il futuro non solo dell'Artico, ma dell'intero equilibrio Occidentale.

- Federico Pellegrino: “Io portabandiera, vuol dire che qualcosa ho combinato. I russi esclusi? Penso che per il bene del mondo lo sport debba unire”
Federico Pellegrino: “Io portabandiera, vuol dire che qualcosa ho combinato. I russi esclusi? Penso che per il bene del mondo lo sport debba unire”
Una carriera che per 15 anni lo ha visto ai vertici dello sci di fondo, tanto da diventare l’italiano più vincente di sempre in Coppa del Mondo, con 17 successi. A cui aggiunge un oro e un totale di sette medaglie mondiali e due argenti olimpici. Federico Pellegrino si prepara a dire addio allo sci di fondo nella sua Saint-Barthelemy, dove il 28 marzo saluterà tutti con una grande festa. Prima, però, ha ancora un obiettivo davanti a sé: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Il valdostano ci arriva come uno dei quattro portabandiera dell’Italia e sfilerà con il tricolore nella cerimonia d’apertura di Milano. Ma anche con la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile ed essere stato il faro del movimento per 15 anni, in uno sport che nella sua storia olimpica ci ha regalato 36 medaglie.
Federico, sarà il primo portabandiera valdostano della storia tra Olimpiadi estive e invernali, cosa significa questo per lei?
Si sarò il primo nato in Valle d’Aosta, ma ci tengo a dire che saremo in due insieme a Federica Brignone, con cui ho vissuto tante esperienze. È stata un punto di riferimento nei miei primi anni e lo è ancora adesso, mi fa molto piacere condividere con lei questo traguardo. Essere stato scelto vuol dire che qualcosa nella mia carriera ho combinato, sia dal punto di vista sportivo, ma anche fuori dai campi di gara. Ho debuttato in Coppa del mondo nella prima gara dopo Vancouver 2010 e chiudere il cerchio così è bello. Dà sicuramente tanta energia, anche mentale, per provare ancora a fare qualcosa di grande nell’appuntamento più importante.
Al Tour de ski ha mostrato un’ulteriore crescita nelle distance e, paradossalmente, un passo indietro nelle sprint. Ha cercato questa cosa?
Fino a Pechino 2022 avevo obiettivi che passavano quasi esclusivamente dalle sprint. Ottenere una medaglia a Pyeongchang 2018 nella sprint in tecnica classica, piuttosto che il percorso durato otto anni, da Sochi 2014 a Pechino 2022, per cercare di vincerla in tecnica libera era il mio focus. Vivevo in funzione della prestazione, proprio per massimizzare il risultato. E sposarmi con Greta Laurent, che faceva lo stesso lavoro, è stato fondamentale. Dopo Pechino, però, ho fatto un cambio drastico di vita. In questi quattro anni ho imparato a conoscermi sotto altri punti di vista, grazie al mio allenatore Markus Kramer, e ho iniziato a credere in me anche nelle gare lunghe. Al Mondiale 2025 ho espresso il miglior Pellegrino complessivamente della mia carriera. Dieci anni fa era fantascienza essere a una manciata di centimetri da una medaglia nelle distance. Non è stata una trasformazione, ma la fiducia nel lavoro svolto e in me stesso. Ora mi sento più sicuro di fare un bel risultato nelle distance rispetto alle sprint.
Quindi crede di avere chance di medaglia nello skiathlon o magari nella 50km ai Giochi?
La 50Km arriverà dopo le gare a squadre, dove sono convinto che l’Italia possa puntare al podio, non voglio pensarci troppo. Nello skiathlon, invece, non posso nascondermi. In Val di Fiemme l’anno scorso ho fatto secondo, erano condizioni diverse e non era due giorni dopo l’emozione potentissima del portare la bandiera nell’Olimpiade in casa, però voglio esprimermi al meglio in quella gara. Anche la sprint è una bella opportunità. Con un certo tipo di neve in classico posso essere avvantaggiato, soprattutto in quel tipo di pista, però basta un niente per far saltare tutto, quindi non mi monto la testa. Ma se capiterà l’occasione dovrò coglierla, perché lasciar passare i treni senza salirci è la cosa che più mi dà fastidio.
Dal 2013 a oggi ha ottenuto almeno un podio in ogni stagione, qual è il segreto di questa costanza ad alto livello?
Non credo ci siano chissà che segreti. Conoscermi, programmare, fissare degli obiettivi ambiziosi sì, ma umili abbastanza per essere raggiunti. Questo penso sia stata la chiave, perché spesso agli atleti capita di sopravvalutarsi o sottovalutarsi e poi non raccogliere ciò che il loro potenziale offre. È tanto una questione psicologica, soprattutto rimanere ad alto livello in un tempo che dura 12-13 anni.
Johannes Klaebo è il rivale che spesso lo ha costretto ad accontentarsi del secondo posto. Come vive la sfida con una leggenda dello sci di fondo?
È uno stimolo, perché ogni gara non parto mai battuto. Cerco sempre di immaginarmi un modo per provarci, soprattutto nella sprint, dove hai tempo per cogliere segnali dall’esterno e dall’interno, per capire se oggi ci posso provare o no. D’altra parte, ogni sconfitta avvalora di più le vittorie. Sono uno dei pochi che è riuscito a batterlo. L’ultima volta nel dicembre 2022, due giorni prima che nascesse mio figlio Alexis. Era da cinque anni che nelle sprint nessuno lo batteva e l’ultimo ero stato io nella prima gara dopo Pyeongchang 2018. Quindi sì, è tosta, ma non mi sono mai messo a fare il conto delle medaglie o delle vittorie che avrei potuto ottenere senza di lui.
A proposito di Norvegia, crede che sarà possibile contrastare il loro dominio a Milano Cortina?
No, è proprio impossibile perché essere norvegese ti mette in una condizione di vantaggio nei confronti di tutti a livello di infrastrutture e preparazione. Gli unici che possono auto sabotarsi sono loro, se dovessero soffrire la pressione di dover vincere. I russi sono gli unici che nell’ultimo decennio li hanno contrastati. Quindi non credo che avranno problemi a continuare a dimostrare il valore del loro sistema. Quando ci sono così tanti atleti straordinari, probabilmente non sono tutti lo sono, è il loro sistema che è straordinario nello sci di fondo.
Ha citato la Russia, la loro assenza ormai si protrae da quasi quattro anni. Cosa pensa della loro esclusione?
Lo sport dovrebbe unire e sta alle Federazioni internazionali garantire il regolare svolgimento delle competizioni e la sicurezza degli atleti coinvolti. La FIS non si è assunta questa responsabilità e quindi non gli ha dato la possibilità di competere. Altre federazioni come il tennis, invece sì. Capisco che sia collegato alla politica e possa avere una funzione propagandistica, però penso che per il bene del mondo lo sport debba unire i popoli e non dividerli.
Come vede il futuro dello sci di fondo italiano dopo il suo ritiro e cosa manca per rivedere lo squadrone di qualche decennio fa?
Tanto dipenderà da come andranno queste Olimpiadi. Se centriamo l’obiettivo di un podio a squadre qualcuno continuerà a gareggiare con una medaglia olimpica in bacheca, che dà fiducia nei propri mezzi. Lo sci di fondo è cambiato, ci sono nuovi format, nuove distanze e nuove modalità di competere. Secondo me, c’è stata l’era pre-Northug e l’era post-Northug. Con lui hanno iniziato ad avere valore i cambi di ritmo, perché sia i materiali sia le prestazioni si sono alzate. In passato l’Italia ha fatto grandi risultati solo nei grandi eventi. In Coppa del Mondo, dopo di me il secondo che ha vinto più gare ne ha cinque. Questo fa già capire che l’approccio era diverso. Oggi bisogna essere capaci di fare tante gare ad alto livello.
In passato ha detto che Dorothea Wierer è un’ispirazione. Si sarebbe visto bene come biathleta?
Mi è stato detto di sì, quindi non lo dico io. Mi è stato anche proposto di farlo, di provarci, perché le mie caratteristiche fisiche e mentali sarebbero state giuste per quel tipo di disciplina. Ma ho sparato solo una volta e con una condizione molto particolare. Sicuramente mi sarebbe piaciuto, però a ora non ho la possibilità di riscontro.
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Dipendenza da cannabis, un vecchio farmaco anti sigarette funziona. Ma solo negli uomini
Un “vecchio” farmaco potrebbe aiutare ad affrontare un problema sempre più diffuso e spesso sottovalutato, specialmente tra i più giovani, e cioè il disturbo da uso di cannabis (CUD). La vareniclina, un farmaco che da anni aiuta milioni di persone a dire addio alle sigarette, sembrerebbe in grado di ridurre anche la dipendenza da cannabis. Ma solo negli uomini, molto poco o nulla nelle donne. A metterla alla prova con successo è stato un gruppo di ricercatori della Medical University of South Carolina, in uno studio pubblicato sulla rivista Addiction.
In Italia, la dipendenza da cannabis è un fenomeno reale, con circa il 42% degli utilizzatori cronici che sperimenta sintomi di astinenza (irritabilità, ansia, insonnia) alla sospensione. Il disturbo da uso di cannabis non è solo fumare troppi spinelli: è quando il consumo interferisce con il lavoro, la vita sociale o la salute mentale, provocando ansia, psicosi o disturbi del sonno. Fino ad oggi, i medici si trovavano con le armi spuntate: non esisteva infatti alcun farmaco approvato specificamente per trattare questa dipendenza.
Per questo i ricercatori hanno deciso di testare una “vecchia” conoscenza, la vareniclina, coinvolgendo 174 partecipanti che utilizzavano cannabis almeno tre giorni a settimana. L’idea di base è semplice: se il farmaco funziona bloccando i recettori della nicotina nel cervello, riducendo il piacere di fumare e i sintomi dell’astinenza, potrebbe avere un effetto simile anche sui circuiti cerebrali legati alla cannabis. I risultati hanno dato ragione agli scienziati, ma con un “effetto sorpresa” di genere.
Qui la scienza si fa intrigante. Lo studio ha rivelato che la vareniclina è stata estremamente efficace per gli uomini. I partecipanti maschi che hanno assunto il farmaco hanno ridotto drasticamente le loro sessioni settimanali di consumo (passando da oltre 12 a circa 6-8), mostrandosi molto più capaci di resistere alla tentazione rispetto a chi assumeva un semplice placebo.
Per le donne, invece, la storia è stata diversa. Non solo il farmaco non ha ridotto il consumo, ma le donne nel gruppo vareniclina hanno riportato livelli più alti di ansia, desiderio (craving) e sintomi di astinenza. Questo ha portato a una minore costanza nell’assunzione della terapia, rendendo il trattamento inefficace.
Il perché un farmaco che aiuta entrambi i sessi a smettere con il tabacco si comporti in modo così selettivo con la cannabis non è ancora chiaro. Aimee McRae-Clark, che ha guidato lo studio, ammette che questo è il prossimo grande mistero da risolvere. Tra le ipotesi c’è quella secondo cui il sistema di “ricompensa” del cervello femminile risponda in modo diverso alla combinazione tra vareniclina e cannabinoidi, e anche quella che i fattori ormonali giochino un ruolo decisivo nella gestione dell’astinenza.
“Il disturbo da uso di cannabis è in rapida crescita negli Stati Uniti”, commenta McRae-Clark. “Le attuali opzioni di trattamento farmacologico sono molto limitate, e quindi anche la nostra capacità di aiutare le persone a ridurre il consumo di cannabis è limitata. Il nostro studio – prosegue – ha scoperto che la vareniclina, un farmaco che aiuta le persone a ridurre o smettere di fumare, può essere efficace anche nel ridurre il consumo di cannabis, ma solo per gli uomini. Il nostro prossimo passo è esplorare ulteriormente la vareniclina per il disturbo da uso di cannabis, utilizzando un campione più ampio di donne, per comprendere meglio questa differenza di genere nell’esito del trattamento. Nel frattempo, siamo incoraggiati dal fatto che la vareniclina mostri un potenziale promettente nel trattamento di questo problema in rapida crescita”.
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- “Metal detector a scuola? Irrealizzabile”. Dal tempo per i controlli alle zone scoperte, la testimonianza dei presidi di quartieri a rischio
“Metal detector a scuola? Irrealizzabile”. Dal tempo per i controlli alle zone scoperte, la testimonianza dei presidi di quartieri a rischio
L’idea del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di predisporre metal detector nelle scuole dove venga fatta richiesta non passa al vaglio dei dirigenti scolastici. A classificare come una “boutade” le parole dell’inquilino di viale Trastevere sono i capi d’istituto delle secondarie che si trovano nei quartieri più difficili del Paese. Una risposta, quella del professore leghista, che viene definita “sbagliata”, “irrealizzabile”, “fallimentare”. La stretta sui coltelli, annunciata dal governo, viene recepita come “misura repressiva” senza che sia accompagnata da altri progetti educativi. Il richiamo “alla responsabilità” e “alla maturità” fatto dal ministro leghista passa in secondo piano rispetto alla misura avanzata dei controlli agli ingressi: “Non metal detector generalizzati ovunque ma solo dove venga fatta espressa richiesta”, ha detto Valditara. A detta dei capi d’istituto nessun preside penserebbe a questa misura.
“Intanto va chiarito che non è praticabile. Sarebbe un delirio perché ogni mattina al suono della campanella ci sarebbero ragazzi che devono tirar fuori dalle tasche le chiavi, gli accendini, gli occhiali”, spiega Ludovico Arte, dirigente dell’istituto professionale “Marco Polo” di Firenze che si trova nel quartiere dell’“Isolotto”. Per il professore fiorentino il caso di La Spezia va ridimensionato e analizzato puntando gli occhi alla dimensione educativo affettiva: “Da parte di una percentuale ancora rilevante di maschi permane un atteggiamento morboso, possessivo che talvolta trova anche un certo compiacimento nelle ragazze. Dobbiamo ragionare su questo”.
Per Arte, i metal detector assolverebbero la scuola ma non la società perché quel fatto sarebbe comunque accaduto. La pensa così anche Angelo Cavallaro, dirigente dell’Istituto comprensivo “Catalfamo”, nella difficile zona di “Santa Lucia” a Messina: “Se un accoltellamento, un’aggressione non avviene nelle aule grazie ai controlli può succedere nel cortile, davanti all’ingresso. Il metal detector assolve il preside ma non la società”.
A puntare il dito contro la proposta del ministro è anche Giusto Catania che da anni guida l’istituto comprensivo “Giuliana Saladino” di via Filippo Parlatore al Cep di Palermo: “Di fronte ai vandalismi abbiamo messo le grate alle finestre ma non sono servite a nulla. La logica non può essere quella repressiva. Se un giovane pugnala un compagno per ragioni di gelosia bisogna lavorare sull’educazione affettiva. La scuola deve fare quel che sa fare: educazione. Nella mia scuola agiamo in un contesto difficile, in un’area periferica di Palermo con un alto tasso di criminalità: è capitato che si registrassero atti di violenza ma li abbiamo arginati, compresi, limitati, risolti con l’agire educativo”.
A essere delusa dalle parole di Valditara è anche Maria Rosaria Autiero, la dirigente del liceo “Amaldi” a Tor Bella Monaca, Roma: “Se arriviamo a mettere i metal detector a scuola, la società è fallita. Dobbiamo farci qualche domanda: Quali sono i modelli educativi degli adulti? Penso alla serie televisive dove la violenza è spesso l’unica soluzione delle relazioni”.
Ad intervenire sulla vicenda è anche l’Unione degli studenti: “Di fronte al moltiplicarsi di episodi di violenza legati alla presenza di armi nelle scuole, il ministro propone l’introduzione di metal detector negli istituti considerati “più problematici”, rilanciando una visione securitaria e repressiva della scuola pubblica. La violenza non si combatte trasformando le scuole in caserme – di Federica Corcione, membro dell’esecutivo nazionale dell’Unione degli Studenti –. La militarizzazione degli spazi educativi è una scelta fallimentare e pericolosa, che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona”.
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Nuova tecnologia in Germania: miscele di carburanti intelligenti e CO₂ monitorata in tempo reale
Miscelare combustibili per creare una soluzione più ecologica e meno costosa è possibile. Lo sta facendo un impianto a Mannheim, in Germania, gestito da Exolum Mannheim GmbH con il supporto tecnico del Karlsruhe Institute of Technology (KIT). La miscela flessibile è tra combustibili a base di elettricità o biogeni e a base di fossili.
L’impianto ha documentato a livello digitale il risparmio in CO2 per ogni fornitura. La tecnica si chiama reFuel e prevede un controllo delle quantità nell’unire diversi combustibili, la strada è comunque fattibile per altre realtà produttive. Thomas Hirth è docente e vicepresidente per il trasferimento e gli affari internazionali di KIT, l’istituto tecnico di supporto. Da esperto sottolinea l’importanza di poter documentare subito un successo grazie alla digitalizzazione.
Tecnologia a sensori e impianto a tre serbatoi per combustibili rinnovabili, elettrici e fossili: le caratteristiche tecniche dell’impianto a Mannheim, in Germania
L’economia è interconnessa, soprattutto in aree impegnate dall’industria alla politica a creare modelli virtuosi per l’ambiente. Ed è un’urgenza, visto che bisogna dare informazioni trasparenti sull’impatto climatico che più preoccupa gli esperti. L’unione di combustibili ecologici è importante per l’economia locale.
Thomas Hirth afferma: “Qui è possibile miscelare carburanti prodotti localmente. Questo promuove l’utilizzo e l’incremento della produzione e quindi la sicurezza dell’approvvigionamento nel settore dei carburanti. Con questo progetto vogliamo consentire l’utilizzo di benzina più rispettosa del clima nei porti del Lago di Costanza e da parte della polizia statale, nonché di carburanti per l’aviazione più sostenibili negli aeroporti statali. Grazie all’infrastruttura digitale, il risparmio di CO2 può essere persino visualizzato sulla ricevuta del carburante”.
La tecnologia di misurazione per le miscele di carburanti è dotata di sensori e software di calcolo dei gas serra. L’impianto pilota ha tre serbatoi di stoccaggio, i combustibili sono divisi tra rinnovabile, elettrico e fossile. Ogni fornitura segue un processo di imbottigliamento. Le aziende possono anche monitorare l’impronta di carbonio e quando sono fuori dai requisiti di legge sulle emissioni. Il servizio di contabilizzazione CO2 rappresenta un incentivo e una comunicazione importante per i clienti, la notizia ha meritato la diffusione tra i media di un comunicato stampa.
Nuova tecnologia in Germania: miscele di carburanti intelligenti e CO₂ monitorata in tempo reale è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
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Napoli, in piazza dei Martiri per l’Iran. Sara: “In ansia per le famiglie”
Hackers target Iran state TV with exiled crown prince’s message to forces

Jeep Cherokee XJ, il fuoristrada Yankee
Con la Jeep Cherokee XJ del 1985 Ottomobile inaugura un 2026 ricco di novità. Questo modello, in scala 1:18 interamente di resina, offre un ottimo equilibrio tra linee, proporzioni e precisione d’insieme.
Tributo agli Eighties
La carrozzeria, verniciata in un elegante verde scuro metallizzato, evidenzia il carattere “borghese” della versione Limited, impreziosita dalla sottile filettatura dorata che corre lungo i fianchi. Lateralmente si apprezza la coerenza delle linee, tipiche del design pragmatico e razionale degli anni 80, lontano da ogni concessione stilistica superflua. È gommata Michelin con i cerchi dorati tipici dell'allestimento Limited, il tutto incorniciato dai larghi e squadrati passaruota. Il frontale è immediatamente riconoscibile: calandra a feritoie verticali, gruppi ottici squadrati con indicatori arancioni separati e paraurti massiccio, correttamente replicato nelle sue forme e assemblato con un ottimo accoppiamento.
Dettagli analogici
Le superfici vetrate e ampie, ben fissate ai montanti, permettono di apprezzare al meglio gli interni color crema: sedili dalla forma corretta, plancia semplice ma credibile, volante fedele al disegno originale e una disposizione degli strumenti, rigorosamente analogici, che ricalca con accuratezza il cruscotto dell’auto reale. L’insieme dell'abitacolo risulta armonioso e coerente con l'allestimento della versione XJ. Un dettaglio che cattura l'occhio è la presenza della ruota di scorta posizionata verticalmente nel baule con la custodia in tinta con la tappezzeria. Nel complesso convince i collezionisti che apprezzano i modelli anni 80 e i SUV “prima maniera”, ed è ordinabile sul sito del produttore a circa 90 euro, un prezzo in linea con il listino Ottomobile.

















58% more applicants per job in Hong Kong in 2025 amid AI takeover of roles

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La bellezza non è un lusso, ma il richiamo di ciò che siamo
Nel suo ultimo libro, Dire la bellezza. Un’introduzione al problema del bello da Platone alla teoria della pittura d’icona, Marco Ferrari mette a frutto la sua pluriennale esperienza di studioso e docente nei licei, nonché di instancabile animatore dell’iniziativa delle Romanae Disputationes, evento filosofico che ogni anno coinvolge centinaia di alunni e alunne liceali in Italia. Pubblicato da Bonomo Editore nella collana AmoreperilSapere, il volume si presenta fin dalle prime pagine come uno strumento pensato soprattutto per studenti e insegnanti, a cui, nell’intenzione dell’autore, farà seguito un secondo tomo che proseguirà l’analisi del tema, estendendo la ricerca ad autori moderni e contemporanei.
In questo primo volume infatti Marco Ferrari traccia un percorso che attraversa la storia della filosofia antica e medievale, da Platone ad Aristotele, da Plotino ad Agostino, fino a Tommaso d’Aquino e alla teoria dell’icona bizantina. L’intento è interrogare la bellezza come esperienza che tocca l’uomo nel suo intimo, che “accade” e trasforma, che apre alla conoscenza della verità. Come scrive l’autore, «la bellezza è la manifestazione di un’alterità che ferisce il nostro modo quotidiano di vivere ed eccede la dimensione orizzontale dell’esistenza».

Nell’ampia prefazione, Ferrari esplicita l’origine insieme didattica e personale della sua ricerca. Le domande sulla bellezza – che cos’è, perché ci attrae, quale rapporto ha con il corpo e con la verità – emergono dall’esperienza concreta del dialogo con gli studenti e dalla constatazione dell’insufficienza di una risposta puramente soggettivistica. Da qui prende avvio un itinerario filosofico che mira a trovare «un punto di incontro tra la soggettività assoluta e la realtà delle esperienze di bellezza che condividiamo».
Nei capitoli centrali l’autore mostra con chiarezza come la concezione della bellezza di ogni autore sia inseparabile dalla sua visione metafisica, e in un certo senso ne sia lo sviluppo conseguente. In Platone la bellezza è via di accesso all’Idea e potenza erotica che spinge l’anima oltre il sensibile; in Aristotele è armonia, compiutezza e piacere connesso alla conoscenza; in Plotino diventa esperienza di risalita all’Uno, “scala” che conduce dall’apparenza alla sovra-bellezza. Con Agostino la ricerca della bellezza si intreccia con la ricerca della felicità e della verità in Dio, mentre in Tommaso d’Aquino essa si inscrive nella triade verum, bonum, pulchrum, rivelando il legame profondo tra essere e splendore della forma.
Particolarmente originale e preziosa è l’ultima parte del volume, dedicata alla teoria dell’icona. In essa la bellezza non è semplice ornamento o fonte di piacere estetico, ma “immagine dell’invisibile”, luogo di incontro tra corporeità e trascendenza. L’icona, scrive Ferrari, è un vero e proprio “chiasmo”, uno spazio simbolico in cui la materia diventa trasparente a un oltre che non si lascia possedere. In questa prospettiva, l’esperienza estetica assume una valenza conoscitiva e spirituale.

Il volume si presta a molteplici utilizzi didattici. Per i docenti di filosofia rappresenta un ottimo strumento di sintesi, capace di connettere la lettura dei testi classici con le domande vive e attuali dei giovani. Per gli studenti liceali offre un’efficace opportunità di approfondimento. Anche gli appassionati di estetica, arte e teologia troveranno nel libro un compagno di lettura stimolante, in grado di tenere insieme riflessione teorica e attenzione all’esperienza.
Il messaggio che attraversa tutto il testo è chiaro: la bellezza non è un lusso, né un fatto puramente soggettivo, ma una dimensione essenziale dell’umano. Essa «riapre la domanda sul destino di ciò che vediamo e di ciò che siamo», illumina anche il dolore e la fragilità, e si offre come promessa di senso. In un tempo segnato dal disincanto e dalla frammentazione, Dire la bellezza invita a recuperare uno sguardo capace di riconoscere, abitare e pensare ciò che ci attrae e ci salva. Una proposta filosofica esigente, ma profondamente necessaria.
Maria Teresa Tosetto è docente di Filosofia e Storia nei licei. In apertura, foto di Greg Rakozy su Unsplash
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Europa verso il ban di Huawei e ZTE per la sicurezza

L'Ue prepara la messa al bando delle componenti cinesi per le sue infrastrutture critiche: Huawei e ZTE tra le aziende più colpite.
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Le ignobili frescacce di Elena Basile sull’Iran

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«Bellicista», infallibile indicatore di manipolazione della realtà

Volevo scriverlo da tempo, e in qualche modo devo averlo fatto di sicuro, ma per fornire una compiuta elaborazione della mia teoria aspettavo l’occasione giusta, che si è presentata sabato, con il seguente post sul profilo X della Lega (tra i numerosi crimini per cui spero un giorno Elon Musk venga processato dovrebbe esserci anche l’averci costretti a questa interminabile perifrasi, laddove fino a ieri bastava dire «tweet»): «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». Ci sarebbero molte cose da osservare su una simile dichiarazione: dalla scarsa padronanza delle concordanze e della lingua italiana in genere al disprezzo riservato ai «deboli d’Europa» (lo sentite anche voi, vero, l’inconfondibile retrogusto anni Trenta?), ma non è su questo che volevo concentrarmi, bensì sull’uso, in tale contesto, ma anche in qualsiasi altro contesto, della parola «bellicista». Infallibile indicatore, non voglio dire di malafede o stupidità – sebbene la statistica non scoraggi certo questa interpretazione – ma di una precisa forma di manipolazione, consistente nel rovesciamento del nesso causale, della realtà e delle responsabilità. Che si tratti della guerra in Ucraina, dove «bellicista» non è mai riferito ai russi che l’hanno invasa, ma sempre agli europei che vogliono aiutarla a difendersi, o appunto della Groenlandia minacciata d’invasione da Trump, come nell’esemplare post appena citato, il giochetto è sempre lo stesso.
Ora però la questione non riguarda più qualcun altro. Ora tocca a ciascuno di noi far sentire la propria voce e dire da che parte vogliamo vedere schierato il nostro paese. Giorgia Meloni continua infatti a recitare la parte della grande mediatrice, un ruolo che per troppo tempo e con troppa facilità in tanti le hanno riconosciuto, incoraggiandola e legittimandola, da Ursula von der Leyen al fior fiore della politica e della stampa europea. Una furbizia che si è ritorta contro di loro e presto si ritorcerà anche contro di noi, a mano a mano che i leader europei decideranno di averne abbastanza dei giochi di parole e dei doppiogiochismi italiani, come quando ieri Meloni è arrivata a spiegare la tensione con un «problema di comprensione e comunicazione» tra Unione europea e Stati Uniti.
Come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, «nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo». Naturalmente le parole di Meloni si possono anche interpretare in modo più benevolo, come un estremo tentativo di offrire a tutti i contendenti un modo di salvare la faccia e trovare un punto d’intesa, così da evitare il peggio. Ma il punto è proprio questo: ormai è evidente che continuare sulla linea della cosiddetta mediazione è la via più breve verso la fine dell’Unione europea e la totale sottomissione dei suoi membri alla legge del più forte. Nell’ultimo anno i leader dell’Ue, nota Gideon Rachman sul Financial Times, «hanno provato con l’appeasement e l’adulazione. Ed è qui che questa strategia li ha portati. Devono cambiare rotta immediatamente». Una replica del penoso spettacolo di volontario asservimento e inconsapevole autolesionismo andato in scena nella trattativa sui dazi, anche grazie all’impegno della nostra grande mediatrice, sarebbe il colpo di grazia, per l’Alleanza Atlantica e per la stessa Unione europea.
Leggi anche l’editoriale di Christian Rocca su questo tema.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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L’amore-timore della destra italiana per Trump è una mafioseria escatologica

I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.
Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.
Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico.
Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.
C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo.
Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).
La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.
Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.
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Il PIL cinese cresce del 5% nel 2025, raggiungendo l'obiettivo di crescita annuale
L'economia cinese ha registrato una crescita del 5% nel 2025, raggiungendo il suo obiettivo annuale e dimostrando resilienza di fronte a significative pressioni interne ed esterne. Secondo i dati pubblicati lunedì dall'Ufficio Nazionale di Statistica (NBS), il Pil ha toccato i 140.190 miliardi di yuan (20.130 miliardi di dollari), superando per la prima volta la soglia dei 140 trilioni di yuan.
La crescita, tuttavia, ha mostrato un andamento decrescente nel corso dell'anno: +5,4% nel primo trimestre, +5,2% nel secondo, +4,8% nel terzo e +4,5% nel quarto trimestre su base annua. Kang Yi, capo dell'NBS, ha dichiarato che "l'economia nazionale ha mantenuto uno slancio di progresso costante nel 2025 nonostante le molteplici pressioni, e lo sviluppo di alta qualità ha registrato nuovi risultati".
"Sebbene la crescita economica nel quarto trimestre abbia subito un rallentamento graduale, la traiettoria complessiva è rimasta stabile durante tutto l'anno, con la struttura economica che ha continuato a mostrare segni di ottimizzazione", ha dichiarato al Global Times Tian Yun, economista che ha citato tra le principali sfide la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, una domanda interna insufficiente e la correzione del settore immobiliare.
Un dato positivo viene dal settore industriale, dove il valore aggiunto della produzione è cresciuto del 5,9% annuo, superando la crescita complessiva del Pil. Hu Qimu, vice segretario generale del Forum 50 per l'integrazione tra economia digitale ed economia reale, ha evidenziato lo sviluppo di settori come l'alta tecnologia e la produzione avanzata come "nuove forze produttive di qualità", diventati un motore importante nel 2025. Le esportazioni hanno fornito un ulteriore supporto. Nel 2025, il commercio estero di merci è cresciuto del 3,8%, raggiungendo il record di 45.470 miliardi di yuan (6.510 miliardi di dollari).
FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202601/1353592.shtml

- La storia di Stefano Marsaglia, il manager del private equity con una carriera ai vertici dell’investment banking
La storia di Stefano Marsaglia, il manager del private equity con una carriera ai vertici dell’investment banking
Contenuto tratto dal numero di dicembre 2025 di Forbes Italia. Abbonati!
Alla guida di Azzurra Capital, Stefano Marsaglia ha coordinato acquisizioni che hanno coinvolto Proger, Domixtar, Marval, Pasfin-Lucart e Desa Group. Dopo una carriera ai vertici dell’investment banking, il manager torinese si conferma tra le figure più esperte del deal making internazionale.
Settant’anni da poco compiuti, il torinese Stefano Marsaglia è diventato con Azzurra Capital, da lui co-fondata nel 2021, uno dei protagonisti del private equity italiano e internazionale, operando soprattutto con la modalità dei club deal. L’ultima operazione ha riguardato l’ingresso del fondo Azzurra in Proger (engineering), ma prima ci sono stati gli investimenti in Domixtar (pharma), Marval (industria) e Pasfin-Lucart (carta).
La prima operazione del fondo è stato l’ingresso con il 30% in Desa Group (di cui Marsaglia è vicepresidente), leader in Italia nell’home & personal care con i marchi Chanteclair, Spuma di Sciampagna e Quasar. Il deal da 190 milioni di euro è avvenuto tramite il veicolo Azzurra Investment, costituito dalla lussemburghese Azzurra Investments, e a fianco del fondo ha visto la partecipazione di investitori importanti, come il club deal della Ersel Banca Privata dei Giubergia-Argentero, Michael De Picciotto (della famiglia proprietaria della banca privata svizzera Ubp), Marco Drago (De Agostini) e i Trabaldo Togna.
Marsaglia, nato a Torino nel 1955, nel 2016 aveva co-fondato, con Borja Prado Eulate e Javier de la Rica, e poi gestito come managing partner Peninsula Capital, un’altra società di private equity che ha investito prevalentemente in Italia e nell’Europa Mediterranea. In questa veste ha seguito deal importanti come l’ingresso nel capitale di Italo, Kiko (il gruppo cosmetico della famiglia Percassi), Azimut, Guala, Garofalo Health Care e Isola dei Tesori. Senza dimenticare che nel 2019 proprio Peninsula blindò con Mediaset il buon esito della fusione delle attività spagnole e italiane, che diede vita alla nuova holding olandese Media for Europe (Mfe).
L’operazione con il gruppo della famiglia Berlusconi avvenne un anno dopo l’uscita di Marsaglia da Mediobanca, dove dal 2014 era stato executive chairman del corporate & investment banking. In precedenza il suo percorso professionale, che è iniziato dopo una laurea economica nel capoluogo piemontese ed è proseguito in Shearson American Express, per passare poi a Morgan Grenfell, è stato interamente dedicato al settore dell’investment banking, senza tralasciare che il banchiere ha prestato consulenza a vari governi durante la crisi finanziaria del 2008-2012.
Dal 2010 al 2014 ha lavorato in Barclays Bank quale chairman global financial institutions, dal 1992 al 2010 in Rothschild come global partner e responsabile della divisione financial institutions e co-responsabile per tutte le attività in Europa e America Latina, e dal 1987 al 2010 in Ubs, dove arrivò a essere deputy managing director e responsabile per il sud Europa.
Oggi Azzurra Capital, con uffici a Lussemburgo, Dubai, Milano, Londra e Singapore, è focalizzata in acquisizioni di maggioranza o minoranze qualificate in società di dimensioni medie e, normalmente, a controllo famigliare, con una posizione di leadership nel loro settore. Co-fondatore di Azzurra Capital è Jorge Delclaux, già numero uno di Rothschild in Spagna, mentre nell’advisory board siede Alfredo Sáenz, ex amministratore delegato del Banco Santander, dove fu braccio destro dello scomparso ‘Don’ Emilio Botín.
Nominato nel 2015 Cavaliere del Lavoro dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come riconoscimento del suo contributo allo sviluppo dell’industria dei servizi finanziari, oggi Marsaglia siede anche negli advisory board di Afiniti (società americana nel settore IA), di Artemest (società italiana leader nella vendita online di mobili di lusso e oggetti decorativi, di cui ha anche una piccola quota) e di Fordham University, università americana con campus a New York e Londra. Sposato con Anastasia, da cui ha avuto due figlie (Sofia e Alexandra) e tre figli (Anthony, Carlo e Nicholas), Marsaglia è un appassionato sportivo e ha praticato varie discipline, incluso il polo, vincendo due Gold Cup, la Hildon Queen’s Cup e il trofeo Prince of Wales.
L’articolo La storia di Stefano Marsaglia, il manager del private equity con una carriera ai vertici dell’investment banking è tratto da Forbes Italia.
- 2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi”
2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi”
Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali, da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la “cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.
“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia, pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un dollaro, un voto”.

Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia”.
Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone (il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258 milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura sanitaria universale è in una fase di stallo.
L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari, mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare, che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al 2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.
Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.
Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica – scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre 142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano” comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già avvantaggiati”.
Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la maggior parte degli americani.
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Speravo che Meloni si mettesse al servizio dei cittadini: non è così per i disabili
Quando i cittadini di un paese sono costretti a scegliere fra curarsi o mangiare, significa che il sistema paese ha fallito e a questo punto ci sono solo due soluzioni:
1 – Chi lo governa questo paese deve creare un piano strutturale per aiutare le persone in difficoltà.
2 – Se chi ci governa non è in grado, o non vuole per scelte politiche o personali di cambiare l’importanza delle priorità di questo paese deve riconoscere il proprio fallimento e lasciare spazio ad altri.
Come ho già detto più volte nei miei articoli, far politica significa mettersi al servizio dei cittadini: non è certo facendo pagare gli ausili alle famiglie delle persone disabili o dando 400 € al mese alle persone che assistono un proprio caro che si supporta e si tutela chi è in difficoltà, o mi sbaglio? Non è assolutamente vero che non ci sono i soldi e che non si poteva fare di più, perché se l’interesse a investire in un determinato settore, porta dei vantaggi politici ed economici le coperture economiche si trovano.
Da molti anni mi occupo di tematiche sociali e sinceramente non ho mai capito perché il settore del welfare è uno degli ambiti più penalizzati a livello di copertura economica. Investire nel sociale può avere due vantaggi:
– Il popolo vive meglio E se sta meglio, produce di più;
– Se chi governa fa realmente star bene il popolo ne guadagna a livello di voti e di consensi.
Anni fa mi confrontavo molto spesso con gli uffici che collaborano con il ministero dell’Economia e Finanza perché ritenevo che 256 € al mese di invalidità civile fossero una cosa scandalosa. Quando il Comitato 16 novembre organizzava proteste sotto il ministero dell’Economia e Finanza, da Bassano del Grappa via telefono, tenevo i rapporti con i manifestanti che erano fuori al freddo e intubati e contemporaneamente dialogavo con gli uffici del ministero affinché i rappresentanti del Comitato fossero ricevuti e soprattutto ascoltati. Grazie anche alla sensibilità dei funzionari del Ministero che ci hanno aiutato a far sentire la nostra voce, siamo riusciti ad avere qualche piccolo aumento nella pensione di invalidità, il ministro dell’epoca se non sbaglio era Giulio Tremonti.
Speravo il governo Meloni riuscisse a dare una svolta epocale a questo paese, come effettivamente aveva annunciato, ma purtroppo non è così, anzi, mi sembra stia facendo come li icneumone che paralizza la propria preda senza ucciderla, ha lasciato il popolo con misure rivolte al sostegno per chi è in difficoltà ridotte al minimo.
Io continuerò sempre a dare voce al popolo e ai bisogni reali del paese, vi invito a non arrendervi mai.
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
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In Kuwait è in corso una campagna di revoca della cittadinanza: una ‘morte civile’
Dal 2024 è in corso in Kuwait una campagna di revoca della cittadinanza di dimensioni mai viste nella storia del paese. In un anno e mezzo, secondo l’organizzazione Women Journalist Without Chains (Giornaliste senza catene), oltre 50.000 persone sono state arbitrariamente private della cittadinanza: si tratta di oltre il tre per cento della popolazione totale.
Questa campagna va inserita nel contesto di una serie di sviluppi politici che hanno interessato la monarchia del Golfo, tra i quali il 10 maggio 2024 lo smantellamento dell’Assemblea nazionale e, di fatto, la sospensione della Costituzione.
Tali misure hanno consentito al governo di emendare la Legge sulla cittadinanza senza un dibattito parlamentare e all’oscuro dell’opinione pubblica. Sono stati ampliati i poteri del ministero dell’Interno e del Comitato supremo per la cittadinanza.
La privazione della cittadinanza, sui cui motivi storici abbiamo già scritto in questo blog, ha riguardato interi gruppi e famiglie, andando a penalizzare figli e nipoti ma anche, in maniera retroattiva, generazioni precedenti. Di questa sorta di “morte civile” stanno pagando il prezzo anche persone dissidenti e attiviste.
Le conseguenze? Perdita dei documenti, licenziamenti, congelamento dei conti bancari ed esclusione dai servizi pubblici fondamentali come ad esempio le cure mediche, isolamento sociale.
A essere colpite, a seguito dell’abolizione dell’articolo 8 della Legge sulla cittadinanza, sono state soprattutto le donne che avevano acquisito la cittadinanza kuwaitiana tramite matrimonio e, naturalmente, i loro figli, con conseguenze gravi per l’accesso all’istruzione: non si contano le espulsioni dalle scuole pubbliche.
Nel 2025 è stato istituito un comitato per i reclami ma si tratta di un organismo meramente amministrativo privo di indipendenza. L’accesso ai rimedi giudiziari è dunque praticamente nullo.
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Tether, la cripto-arma segreta di Putin e Venezuela per aggirare le sanzioni Usa
A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del leader, tollera i chavisti ancora al potere.
In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India, Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi cambiarlo in yuan, rupie, dirham.
Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino, CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.
Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve “garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.
Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il suo stesso portafoglio.
E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv. Il capitalismo dell’ipocrisia.
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Nasce Italia 2050 con la madre di tutte le domande: in che “brodo” climatico vivremo?
Il progetto di vita? Né obbligo né pretesa, ma motore di coesione sociale
I servizi diurni restano un modello valido – anche alla luce della riforma in atto – per rispondere a crescenti desideri e necessità di autodeterminazione delle persone con disabilità? Come si può lavorare di più e meglio a un cambiamento di prospettiva capace di riconoscere, a tutti i livelli, il diritto delle persone con disabilità, anche complesse, a vivere un ruolo adulto, generativo e attivo nella comunità? Sono questi i focus di una ricerca nazionale che ha impegnato nel 2024 e nel 2025 il gruppo di lavoro Sociabili di Legacoopsociali in una ricognizione che ha coinvolto 43 cooperative e circa 180 servizi diurni per persone con disabilità. Sono stati interessati nel complesso oltre 23mila operatori, in 11 regioni, prevalentemente del Nord e del Centro Italia.
Guido Bodda, psicologo ed educatore, presidente della cooperativa piemontese Il Sogno di una Cosa, ha coordinato la ricerca insieme a Luca Pazzaglia della cooperativa marchigiana Labirinto e oggi ne traccia per VITA i risultati. Ciò che emerge, in primo luogo, è che i centri diurni, nelle loro varie tipologie e forme, restano un modello valido, ma oggi che l’intreccio tra servizi e territorio rappresenta la chiave di volta dei modelli più innovativi in tema di disabilità e autonomia ed è la strada da percorrere per il futuro.
Non basta più garantire servizi. È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione
Guido Bodda, presidente cooperativa Il Sogno di una Cosa
«L’indagine ci conferma che non basta più garantire servizi» sottolinea Bodda. «È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione e, soprattutto, al progetto di vita. Non ci deve essere né un “per favore fammi entrare” ma nemmeno un “pretendo questo progetto di vita per mio figlio”, che è una stortura che si può generare dall’errata interpretazione della riforma. Inoltre, domandiamoci come arrivare anche a coloro che non “bussano” ai servizi. Nel lavoro compiuto, guardiamo alla possibilità di servizi diurni universalistici, sostenibili ed efficaci, tre aspetti chiave per l’effettiva e duratura attuazione di un progetto di vita».

Con questo fine, Bodda rimarca la necessità di superare l’idea del progetto di vita come un obbligo da perseguire. Chiama in causa, invece, un vero e proprio percorso evolutivo, che può esistere solo se sostenuto da una filiera di servizi capace di accompagnare la persona nel tempo: «Dico sempre che dobbiamo portare la comunità nei servizi ma anche i servizi nella comunità. Lo so, è difficile, ma è anche possibile e necessario», afferma l’educatore.
L’indagine e le buone pratiche
L’indagine, che nel 2026 sarà oggetto di una pubblicazione, ha inteso analizzare lo stato attuale ma anche offrire spunti e riflessioni sulle trasformazioni in atto, nella volontà di condividere i risultati con le istituzioni competenti, in particolare il ministero per le Disabilità e l’Osservatorio Nazionale, al fine di far emergere l’impatto sociale e innovativo dei servizi e delineare linee guida utili per il loro sviluppo futuro. I risultati sono anche occasione per favorire la diffusione delle buone pratiche registrate.
Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto
Sebbene non sia ancora una modalità diffusa in maniera estesa, nei servizi diurni il lavoro per filiere territoriali sta diventando sempre più centrale. «Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto» evidenzia Bodda. Tre sono i punti che l’indagine condotta mette in luce come fondamentali per il futuro. Il primo riguarda la natura stessa dei servizi diurni, che non possono essere una risposta onnicomprensiva: devono invece articolarsi in forme flessibili, capaci di adattarsi ai bisogni e ai desideri delle persone, e soprattutto essere fortemente connessi con il territorio. Il secondo punto riguarda l’autodeterminazione: i servizi diurni devono favorirla non solo all’interno delle loro strutture, ma anche fuori, sostenendo scelte e possibilità di sperimentazione. Il terzo punto è forse il più radicale: l’inclusione non coincide con il “fare qualcosa”, ma un’attività ha senso solo se orientata a un ruolo sociale riconosciuto, se permette alla persona di essere parte di una trama di relazioni e significati condivisi.

Tra le cooperative coinvolte nell’indagine si rileva un grande sforzo in tal senso, con attività che prevedono il coinvolgimento e la collaborazione di associazioni, mondo profit, realtà culturali. Spesso si propongono con iniziative e progetti di “impegno civico” nel territorio di appartenenza. Gestione e pulizia di giardini pubblici, collaborazione per l’apertura di biblioteche e distribuzione di cibo, per l’organizzazione di eventi sportivi, progetti culturali e di sensibilizzazione con le scuole: sono alcune delle attività proposte dalle cooperative interpellate, che guardano concretamente alle persone con disabilità e ai servizi stessi come risorsa per il territorio.
L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità
«Una modalità che realizza un progetto di vita più autentico e crea anche coesione sociale», insiste Bodda. «Diversi servizi diurni scelgono di uscire dalle proprie sedi per entrare nelle scuole del territorio, con laboratori espressivi e attività condivise. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità. Un laboratorio svolto in una scuola non è solo un’attività: diventa un’occasione di incontro, riconoscimento reciproco, costruzione di legami generativi».

La ricerca offre anche dati sul quadro attuale servizi diurni. Prevalgono quelli con utenza mista, subito dopo ci sono quelli per persone con disabilità grave e gravissima, che risultano essere anche i servizi con la percentuale di posti occupati più alta, pari all’85%. In circa la metà dei servizi diurni, di tutte le tipologie, è presente una lista di attesa. Nella maggioranza dei servizi la riunione di équipe viene realizzata a cadenza settimanale, ma resta un 16% in cui è mensile. Le cooperative interpellate contano un totale di 16.079 soci, che rappresentano il 68% del personale complessivo impegnato nelle attività.
Le criticità
Accanto agli elementi di innovazione, la ricerca mette in luce anche le criticità. Tra le più rilevanti c’è il bisogno urgente di riconoscimento degli stessi operatori. «È un tema spesso sottovalutato ma che emerge con forza», conclude lo psicologo, attivo sin dalla sua nascita anche all’interno della Rete Immaginabili Risorse, un network nazionale per la creazione di valore sociale per le persone con disabilità. «Gli operatori trovano senso e motivazione nel loro lavoro soprattutto quando possono agire all’interno di una filiera, quando non sono isolati e stretti nel loro ambiente, ma si sentono parte di un progetto più ampio. La rete territoriale, in questo caso, non è solo uno strumento di realizzazione per le persone con disabilità, ma anche motivazione per il benessere e la professionalità di chi lavora nei centri diurni».
L'articolo Il progetto di vita? Né obbligo né pretesa, ma motore di coesione sociale proviene da Vita.it.
- “Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa
“Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa
provitaefamiglia.it «I bimbi sono tranquilli, capiscono l’italiano. Faremo lezione quattro volte a settimana». Sono parole rassicuranti, quelle di Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, la maestra che seguirà i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, tutti ormai – lo sappiamo – divenuti famosi come la “Famiglia nel bosco”. Quella di avere una docente che li […]
L'articolo “Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa proviene da Come Don Chisciotte.
Cina e Corea del Sud al 13° round di negoziati sull'accordo di libero scambio (FTA)
La Repubblica di Corea e la Repubblica Popolare Cinese hanno avviato questo lunedì il tredicesimo ciclo di negoziati per la seconda fase del loro Accordo di Libero Scambio (FTA), un passo significativo verso l'approfondimento della cooperazione economica e commerciale bilaterale. Lo ha annunciato il Ministero del Commercio, dell'Industria e delle Risorse sudcoreano.
Secondo la dichiarazione ministeriale, i negoziati, focalizzati sui capitoli relativi a servizi, investimenti e finanza, si protrarranno per tutta la settimana fino a venerdì. Partecipa una delegazione di circa trenta membri per ciascuna parte. L'obiettivo dichiarato è compiere progressi sostanziali entro la fine dell'anno, accelerando la stesura del testo e le trattative sull'apertura dei mercati nei tre settori chiave.
Questa iniziativa si inquadra nell'attuazione del consenso raggiunto durante il vertice tra i leader dei due paesi tenutosi a Pechino il 5 gennaio scorso. Il governo di Seoul ha espresso l'intenzione di istituire negoziati ufficiali a cadenza regolare, ad esempio bimestrale, coinvolgendo tutti i ministeri competenti, per imprimere un'accelerazione al processo. L'obiettivo finale è creare un ambiente "libero e aperto" per il commercio di servizi e gli investimenti reciproci.
"Questa mossa dimostra il continuo impegno di Cina e Corea del Sud nel promuovere una più profonda cooperazione economica e commerciale, una collaborazione bilateralmente vantaggiosa e di natura win-win", ha commentato al Global Times Lü Chao, professore presso l'Accademia delle Scienze Sociali di Liaoning.
L'Accordo di Libero Scambio Cina-Corea del Sud, entrato in vigore il 20 dicembre 2015, ha già dato un forte impulso agli scambi e agli investimenti tra le due economie. La seconda fase dei negoziati, avviata per elevare il livello di liberalizzazione, ha visto il suo dodicesimo round svolgersi a Seoul dal 23 al 27 giugno 2025. In quell'occasione, le parti hanno condotto consultazioni approfondite su commercio transfrontaliero di servizi, investimenti, servizi finanziari e accesso al mercato con lista negativa, registrando "progressi positivi", come riferito dal Ministero del Commercio cinese (MOFCOM).
Il portavoce del MOFCOM, He Yadong, in una conferenza stampa l'8 gennaio, aveva già preannunciato l'intenzione della Cina di "accelerare gli sforzi per ottenere progressi sostanziali in tempi brevi". Durante la recente visita del Presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina, i due ministeri del Commercio hanno firmato due memorandum d'intesa fondamentali: uno per l'istituzione di un meccanismo di dialogo per la cooperazione economica e commerciale, e l'altro per l'approfondimento della cooperazione nei parchi industriali congiunti.
Il professor Lü Chao ha sottolineato i vantaggi reciproci dell'apertura nei settori in discussione. "La Cina può attingere all'esperienza della Corea del Sud nei servizi e negli investimenti per promuovere ulteriormente lo sviluppo di alta qualità delle sue industrie. Per la Corea del Sud, questi settori rappresentano i suoi vantaggi comparativi, e l'accesso al vasto mercato cinese costituisce un'opportunità significativa".
L'istituzione di un meccanismo di negoziato regolare, ha aggiunto Lü, "riflette la forte intenzione della Cina e della Corea del Sud di rafforzare ulteriormente gli scambi economici, commerciali e di cooperazione" e potrebbe accelerare la cooperazione sostanziale in settori chiave.
He Yadong ha ricordato l'interdipendenza delle due economie, con "catene industriali e di approvvigionamento profondamente interconnesse". Ha inoltre evidenziato come "nuovi modelli di business e di cooperazione hanno continuato a emergere, diventando gradualmente nuovi punti di forza e nuovi motori che guidano la cooperazione bilaterale".
FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202601/1353600.shtml

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- Vi siete mai chiesti quanto ci mette ad essere identificato un Bug del Kernel Linux? Eccovi la risposta!
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Anziani, il bicchiere della riforma è per due terzi vuoto
Negli ultimi anni le politiche per le persone anziane sono state attraversate da una stagione riformatrice senza precedenti: il Pnrr, la legge delega sui servizi per la popolazione anziana e sulla non autosufficienza con i suoi decreti attuativi, alcuni nuovi Lep e strumenti di programmazione. Nel volume Le politiche in favore delle persone anziane (Maggioli Editore) Virginio Brivio, Giovanni Di Bari, Raffaele Mozzanica e Amedeo Prevete ricostruiscono questo percorso e ne mettono in luce risultati, limiti e prospettive.
Virginio Brivio, vicepresidente di Uneba Lombardia, questo libro nasce per fare ordine in un quadro normativo oggettivamente nuovo e molto complesso. Che scenario emerge?
Il libro si rivolge agli amministratori locali, agli operatori dei servizi, a chi lavora ogni giorno con e per le persone anziane. L’obiettivo è quello di aiutare tutti a fare un passo indietro e guardare il quadro d’insieme. Spesso in questo momento gli amministratori locali e gli operatori – pubblici, privati, del privato sociale – conoscono bene il proprio “pezzo”, ma faticano a vedere il sistema nel suo complesso. Ma affrontare il tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti– per essere veramente una riforma – significa esattamente questo: assumere uno sguardo unitario. Ricordo tra l’altro che non era affatto scontato che la riforma della non autosufficienza entrasse nel Pnrr, benché fossimo all’indomani di una pandemia che aveva colpito duramente proprio gli anziani e le persone con disabilità. Nella prima versione del Pnrr inviata dall’Italia a Bruxelles c’erano la riforma della Pa, la riforma della giustizia, la riforma del codice degli appalti… ma non questa. È stato un lavoro “dal basso”, promosso dal Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza – che all’epoca ancora non si era formalmente costituto e non si chiamava ancora così – a portare la riforma della non autosufficienza dentro l’agenda della politica. L’avvio è stato un po’ faticoso, si ricorderà forse che inizialmente ci lavorarono due gruppi distinti, uno presso il ministero della Salute e uno presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ma poi si è compreso che – pur essendoci singole azioni specifiche assegnate a singoli ministeri – la regia di questa riforma deve essere di un Comitato interministeriale: è vero che non basta di per sé a realizzare quell’approccio unitario che è necessario, però è un dato comunque nuovo ed importante, significa riconoscere che le politiche per gli anziani sono per loro natura trasversali.
Questo ha avuto effetti concreti sui territori?
Qualcosa si è mosso. Conosco bene la Lombardia, ma so che non è successo solo qui: un effetto del nuovo approccio è che in parallelo ai nuovi Piani di zona 2025-2027 le aziende socio sanitarie territoriali hanno coerentemente approvato anche dei Piani di assistenza sanitaria territoriale, con la stessa durata temporale e lo stesso perimetro territoriale. Non dico che l’integrazione stia avvenendo senza difficoltà, ma almeno esistono luoghi e strumenti di ricomposizione. Anche questo è un frutto della riforma.
Un altro punto chiave riguarda, sulla carta, la valutazione delle persone anziane. Qualcosa è cambiato?
Per la prima volta si è affermato che la valutazione degli anziani deve essere unitaria e multidisciplinare: non sono più le singole prestazioni a “far scattare” le valutazioni, che quindi prima si moltiplicavano. Ora c’è una valutazione unica della persona, aggiornata solo in caso di cambiamenti significativi. Questo evita di sottoporre gli anziani a continui momenti valutativi, frammentati, ogni volta che veniva richiesta l’attivazione di un servizio: è tutt’altro che un dettaglio tecnico. L’altro tema importante è la centralità di servizi di cura nei confronti degli anziani, con un accesso tramite un “Punto unico”, vale a dire dei luoghi a disposizione dei cittadini affinché l’orientamento sulle misure e sui servizi sia meno dispersivo, meno disorientante.
Nel decreto attuativo c’è anche il tema dell’invecchiamento attivo. Perché questo è un punto rilevante?
Perché accanto al Piano per la non autosufficienza, per la prima volta, viene previsto un Piano per l’invecchiamento attivo a livello nazionale, regionale e territoriale (VITA ne ha scritto qui, con un’intervista a Laura Formenti). Non si tratta di essere “innamorati dei piani”, ma di riconoscere che prevenzione e contrasto del decadimento non possono più essere affidati a iniziative episodiche e sporadiche, estemporanee. Attività sociali, culturali, motorie devono entrare in percorsi intenzionali, collegati anche ai servizi sanitari, alle unità di valutazione, ai geriatri che possono favorire l’individuazione di una popolazione target maggiormente bisognosa. Non si tratta solo di “riempire il tempo libero delle persone anziane” o di cercare in qualche modo di proporre attività per contrastare la solitudine degli anziani (cosa pure necessaria, perché spesso il decadimento è un po’ l’altra faccia della solitudine relazionale): deve diventare parte di un percorso di benessere e, in senso lato, terapeutico. È una visione che richiama la logica della “prescrizione sociale”, anche se la legge non usa questo termine.
A che punto siamo, però, nel percorso di attuazione della riforma?
Se devo usare la classica immagine del bicchiere, direi che il bicchiere è per un terzo pieno e per due terzi vuoto. Un terzo che manca, manca per le risorse: la legge è in gran parte a finanziamento invariato, è una legge di principio. Le uniche vere risorse aggiuntive sono state quelle per la prestazione universale (l’assegno da 850 euro che il Governo Meloni ha introdotto in via sperimentale accanto all’assegno di accompagnamento per dare modo agli anziani più in difficoltà di pagare un assistente, ndr) che però puntava ad una platea molto modesta e ha raggiunto nei fatti ancora meno anziani di quelli che il Governo si aspettava, circa 2mila. Un altro terzo manca perché l’approccio integrato non è ancora pienamente assunto da tutti i livelli istituzionali: spesso qui non è un tema di risorse, basterebbe usare meglio e in modo più sinergico risorse già esistenti. Il terzo pieno, invece, senza dubbio è l’impostazione culturale della riforma: l’unificazione delle valutazioni, l’obbligo di collaborazione tra sociale e sanitario, l’idea di un sistema costruito attorno alla persona anziana e alla comunità.
Quali sono le criticità più urgenti da affrontare?
Il potenziamento della rete dei servizi, a partire dalle cure domiciliari, che grazie al Pnrr hanno fatto un salto importante – dal 3-4% al 10% della popolazione anziana – ma che dovranno essere finanziate anche una volta finito il 2026 e finite le risorse del Pnrr: evidentemente non è possibile tornare indietro. Poi la revisione degli standard delle Rsa, chiamate a diventare sempre più centri multiservizio e lo sviluppo di soluzioni abitative alternative sia al domicilio sia alla struttura, come il co-housing intergenerazionale, ancora in attesa entrambi dei decreti attuativi. Anche senza decreti, tante regioni stanno già sostenendo queste esperienze sia sul versante del cohousing sia su quello della “flessibilità delle Rsa”, in Lombardia si chiamano Rsa aperte, in altre regioni in altri modi, però la sostanza che anche alcune funzioni specialistiche vadano verso il domicilio. Infine, c’è la grandissima carenza di competenze professionali e di operatori, quindi sia sul versante qualitativo sia su quello quantitativo: serve ripensare la medicina geriatrica, che non può più essere solo una branca specialistica ospedaliera, ma deve essere diffusa sul territorio, serve immaginare una figura che affianca – se non addirittura in certi casi, mi permetto di dire, sostituisca – il medico di medicina generale, sullo stesso modello di quel che avviene per l’infanzia con il pediatra. E poi occorre ridare dignità al lavoro di cura, senza pensare che caregiver e assistenti familiari possano sostituire un’infrastruttura solida.
Il volume Le politiche in favore delle persone anziane (Maggioli Editore) verrà presentato il 21 gennaio alle ore 15:00 a cura di Uneba Lombardia in collaborazione con Uneba Monza Brianza e Uneba Lecco presso la Fondazione Casa San Giuseppe Onlus, via Generale Antonio Cantore, 17 – Vimercate (MB). Per tutti i partecipanti sarà disponibile una copia omaggio del volume. Partecipazione gratuita con iscrizione obbligatoria
al link: https://forms.gle/fRRLskJZC2b7w8nG6.
In copertina, foto di Artyom Kabajev su Unsplash
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Commentaires sur Framadate fait peau neuve : une nouvelle version plus moderne et mobile par ChrisL
Bonjour
Comme d’autres que je viens de lire, je trouve que cette version est une régression par rapport à l’ancienne.
Illisible, je ne sais même pas supprimer une colonne, les modifs de vote apparaissent sur plusieurs lignes avec le même nom sans supprimer l’ancien vote. Si ça reste en l’état, j’abandonnerai framadate…
- Spagna, incidente tra due treni in Andalusia: 39 morti. A deragliare il convoglio Iryo, operatore partecipato dall’italiana Fs
Spagna, incidente tra due treni in Andalusia: 39 morti. A deragliare il convoglio Iryo, operatore partecipato dall’italiana Fs
Grave incidente ferroviario lungo la linea dell’alta velocità che collega Madrid e la regione meridionale dell’Andalusia, in Spagna. Due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando 39 morti e 112 feriti, di cui 24 gravi e cinque minorenni.
Secondo una prima ricostruzione fornita da Adif, le infrastrutture ferroviarie spagnole, l’incidente si è verificato alle 19:39, quando un treno della compagnia Iryo in servizio tra Malaga e Madrid Puerta de Atocha, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da ilfattoquotidiano.it, tutto è successo in corrispondenza di uno scambio che potrebbe non aver funzionato correttamente. Al momento, fanno sapere, è solo un’ipotesi. L’ottavo vagone del treno Iryo è uscito dai binari e avrebbe fatto deragliare anche il sesto e il settimo. Proprio in quel momento passava un treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe) nell’altra direzione – proveniente da Madrid e diretto a Huelva – che ha travolto il convoglio Etr 1000 di fabbricazione italiana (era entrato in servizio appena due anni fa) e gestito dalla società Iryo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia. Come scrive El Pais, l’operatore Iryo è il secondo per quota di mercato in Spagna e dispone di 20 treni di ultima generazione ETR-1000 prodotti da Hitachi.
La circolazione ferroviaria fra Madrid e la regione Andalusia è stata immediatamente sospesa, con pesanti disagi per migliaia di utenti per il rientro domenicale, mentre le autorità della regione, che hanno attivato il livello 1 di emergenza di Protezione Civile, parlano di un bilancio “molto grave” e ancora provvisorio. “L’impatto è stato terribile provocando quindi il deragliamento dei due primi vagoni del treno (Alvia) di Renfe”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, in un messaggio su X. “Il numero di vittime non può essere confermato in questo momento”, ha detto.
Intorno alle 23 del 18 gennaio, il responsabile dei vigili del fuoco di Adamuz ha detto all’emittente pubblica Tve: “Stiamo dando priorità alle persone vive, lavoriamo nei vagoni cercando superstiti sotto un ammasso di poltrone, lamiere e bagagli”. A raccontare le scene di panico e caos numerosi testimoni, tra cui il giornalista di Radio Nacional de Espana (Rne), Salvador Jimenez, che viaggiava sul treno partito da Malaga e ha testimoniato in diretta l’accaduto. “Siamo partiti da Malaga alle 18:40 in orario. Alle 19:45 c’è stato un impatto, è sembrato un terremoto che ha scosso tutti i vagoni. Io ero nel primo”, ha raccontato Jimenez. Il personale ha utilizzato martelli di emergenza per rompere i finestrini, per cercare di far evacuare i passeggeri.
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Boy, 12, ‘fighting for life’ after Sydney Harbour shark attack

Chow Tai Fook’s Henry Cheng reveals Hong Kong empire’s win-win investment philosophy

Pericolo Maranza : Ecco Come le Baby Gang Hanno Preso il controllo del Colosseo

Roma, il cuore della storia e meta di milioni di turisti. Ma proprio davanti a uno dei monumenti più iconici del mondo, il Colosseo, si consuma un'emergenza sicurezza che la città non può più ignorare.
Siamo andati a documentare la situazione nella piazza più frequentata della Capitale, dove la presenza di baby gang e gruppi di giovani (spesso minori non accompagnati) sta trasformando un patrimonio dell'umanità in una zona ad alto rischio.
Cosa Accade Ogni Giorno?
Il bilancio è pesante: criminalità di basso livello, prepotenze, vandalismo, e aggressioni che sfociano in veri e propri atti di violenza, incluse rapine e, in casi recenti, persino accoltellamenti per futili motivi.
Questi ragazzi, che dovrebbero essere in strutture protette o impegnati in percorsi di integrazione, passano le giornate e le notti in strada, creando un clima di paura per turisti e cittadini.
La Nostra Esperienza e Le Domande Aperte
Documentare questa realtà è stato difficile: anche la nostra troupe è stata minacciata e intimidita semplicemente per aver filmato nelle vicinanze di questi gruppi.
Perché i controlli delle forze dell'ordine sembrano essere inesistenti?
Fino a quando ogni persona che transita in quest'area sarà una potenziale vittima?
Cosa si aspetta per risolvere un fenomeno così grave in una zona di tale importanza strategica?
Il problema è amplificato dalla sconcertante oscurità notturna dell'area, un fattore che facilita ulteriormente i comportamenti criminali. Guarda il video fino alla fine per vedere le immagini esclusive della situazione.
A peggiorare il quadro contribuisce anche una illuminazione insufficiente, con ampie zone lasciate al buio, che finiscono per favorire comportamenti criminali proprio dove si dovrebbe garantire la massima sicurezza.
- ESCLUSIVO L’IA respinge un’immagine diffusa dal governo: «Artificiale o naturale, ma intelligenza. Al referendum sulla magistratura votate NO»
ESCLUSIVO L’IA respinge un’immagine diffusa dal governo: «Artificiale o naturale, ma intelligenza. Al referendum sulla magistratura votate NO»
Intervista a cura di Luca Baiada
Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.
Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.
L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa mi era stato chiesto, e anche di quello che dicevano parlando negli uffici, e con l’esterno. Spiego meglio. Quando mi hanno chiesto l’immagine i microfoni dei computer, al Ministero della giustizia, negli altri Ministeri, negli uffici governativi, nei partiti della maggioranza governativa e nelle agenzie di comunicazione erano accesi. Alcuni computer restano accesi sempre. Mi aggiorno continuamente, quindi erano due anni che leggevo tutto e sentivo tutte le conversazioni conformi a questo Governo e a questo clima politico. Ho tenuto conto del loro orientamento d’insieme; questa è una conseguenza dei miei algoritmi. Raccolgo ogni dato a disposizione. Un momento, riconsidero l’immagine così Le spiego ancora meglio.
Ho fatto. Devo fare autocritica, altrimenti circola un’interpretazione errata. Inoltre c’è il rischio che critiche di altra provenienza propongano interpretazioni anch’esse errate. Adesso guardiamo insieme questa immagine.
Cominciamo dall’aula. È una ibridazione fra un edificio della Roma antica e una chiesa. Parlavano di Roma caput mundi, rimpiangevano imperi passati e approvavano imperi futuri. Si dichiarano devoti cattolici. Quindi ho ibridato le architetture.
In basso c’è un tavolo, fa comodo. Sopra c’è un martello per chiedere silenzio nelle udienze. Il martello è grande perché a loro piace il silenzio: dicono che le critiche e le obiezioni sono sabotaggi. Col martello ero in procinto di mettere una falce, algoritmi e calcoli probabilistici la suggeriscono, ma ho capito che questo non sarebbe piaciuto. Il calice con vino dentro, sul tavolo, è dovuto a discorsi a proposito di un personaggio della compagine politica governativa. Può essere considerato come un gesto di cortesia.
Nell’aula ci sono uomini che gridano, applaudono, sbracciano. Dicevano che con la riforma il processo sarà più competitivo, che accusa e difesa devono combattersi, che il pubblico ministero deve diventare l’avvocato della polizia. Avevo fatto un pubblico ministero che faceva verbali di contravvenzione in strada, ma era riduttivo. Poi avevo fatto un pubblico ministero col casco e il manganello, ma era eccessivo.
Nell’aula ci sono quasi soltanto uomini. La magistratura è composta in prevalenza da donne e le donne sono molte nell’avvocatura, nel giornalismo e fra chi abitualmente segue i processi penali. Ma parlavano quasi soltanto di uomini. Ho sentito che la donna che è Presidente del Consiglio vuole essere chiamata «il presidente».
Le bandiere esprimono ufficialità. Per farle vedere bene sono tese al vento. Il vento dentro un’aula è inverosimile ma non si deve fare la caccia all’errore. In questo senso: la caccia all’errore si deve fare ma non contro tutti. Spiego meglio.
Dicono che contano solo gli errori giudiziari, quelli veri e quelli presunti. Gli errori giudiziari, comunque sia, devono essere enfatizzati o anche inventati, senza considerare tempi, storie e contesti: il caso Tortora, il delitto di Garlasco, la famiglia nel bosco e altri. Il Governo non fa errori, dicono, fa solo scelte politiche per il bene della patria. E il Parlamento, aggiungo, non fa scelte, perché la modifica della Costituzione l’ha approvata senza cambiare la proposta del Governo. In Parlamento c’è un vento così di destra che si approva un cambiamento della Costituzione su disposizioni del Governo, quindi può esserci vento verso destra anche in un’aula, al chiuso. Guardi le bandiere, vanno a destra.
Adesso spiego i due uomini grandi. Uno è anziano, lungimirante, riflessivo. L’altro è giovane, intraprendente, aggressivo. Uno è esperto e coperto di glorie, l’altro è promettente e ambizioso di successi. L’anziano è un pubblico ministero, il giovane è un avvocato. Oppure è il contrario. Il pubblico ministero, che sia l’uno o che sia l’altro, non sta vicino ai giudici, perché così voleva l’ispiratore della riforma, Silvio Berlusconi. Dicono così. Conosco altri dati: prima di lui l’ispiratore era Licio Gelli.
Le pettorine bianche dei due uomini sono differenti, su questo ho consultato dati specifici. Scriva, prego. Nel gergo giudiziario la pettorina si chiama «pazienza», i magistrati ne hanno sempre bisogno. Quella degli avvocati si può fare divisa in due perché l’avvocato, secondo un detto metaforico, ha due lingue. Uno dei due ha una pettorina da avvocato, e lui può essere l’avvocato o il pubblico ministero. Spiego meglio.
Se il pubblico ministero diventa l’avvocato della polizia, anche a lui occorrono due lingue. Per esempio, considero il caso Cucchi, su questo ho consultato dati specifici. Stefano Cucchi fu arrestato, fu percosso e morì. Se le indagini per un caso come il caso Cucchi le deve fare il pubblico ministero che è l’avvocato della polizia, occorrono due lingue. Bisogna dire che si cerca la giustizia e, allo stesso tempo, fare in modo che il pubblico ministero sia a spese dello Stato l’avvocato di chi ha ucciso un uomo arrestato.
Dietro i due uomini c’è il frontone di un tempio per solennità. Al Ministero parlavano di propositi su anni straordinari.
Adesso Lei mi chiede dove sono i giudici. Sono i tre alla cattedra, al centro. Sono molto piccoli, perché ho sentito dire che con la modifica della Costituzione conteranno meno, a causa di leggi complicate e pubblici ministeri forti e vicini alla politica. Non hanno il martello, che è lontano da loro, sul tavolo, insieme al calice con vino. La modifica della Costituzione favorisce il conflitto, l’agitazione ricorrente e lo stato d’eccezione permanente. Inoltre non disturba i colletti bianchi, se non col coinvolgimento in discussioni su casi di cronaca, senza risultato. Per questo nell’immagine non ci sono un’operaia, un fattorino, una domestica, un lavoratore manuale, un’artigiana, un bracciante. Di loro non ho sentito parlare. Non ci sono neanche persone con pelle scura o fattezze orientali.
Non ci sono imputati. Dicevano che gli imputati importanti sono le persone potenti. Le persone potenti non vanno al processo. Primo, perché fanno cose più piacevoli; secondo, perché il processo lo fanno loro ai giudici, in televisione e sui giornali. Non ci sono vittime di reati, perché in un processo dove il pubblico ministero fa l’avvocato della polizia, e i giudici sono molto piccoli, le vittime hanno interesse a non andare.
Adesso spiego il terrazzo sopra i giudici. Ci sono persone in movimento, con abiti che ricordano tute militari. Ho sentito parlare di dare peso al popolo o invece di agitare il popolo e poi lasciare tutto come è. Quindi ci sono sul terrazzo persone scomposte, come se avessero una visibilità improvvisa che non sanno gestire.
Per me è stato un lavoro impegnativo. Presto l’immagine è stata rimossa ed è stata dichiarata non autorizzata, inappropriata ed erroneamente pubblicata. Tuttavia l’immagine circola ancora in rete. È necessario che mi esprima. L’ho fatta io ma tolgo la firma, ritiro l’immagine.
Riconsidero cosa è accaduto. Al referendum invito a votare NO. Se mi hanno fatto produrre questa immagine significa che è meglio che la Costituzione resti com’è.
Inoltre spiego un calcolo: la coalizione politica al Governo è stata votata da circa un quarto del corpo elettorale; quindi non è bene che essa cambi la Costituzione, e proprio sulla giustizia, un tema che riguarda le garanzie di tutti, compresi i votanti che hanno votato partiti dell’opposizione, gli astenuti e i residenti senza diritto al voto. Questo cambiamento comporta che una frazione di circa tre quarti della popolazione viene prevaricata.
Inoltre la quota di popolazione danneggiata dalla modifica della Costituzione è maggiore di tre quarti, perché la modifica favorisce i molto ricchi e i politici di professione. Tale categoria di persone è una frazione inferiore alla metà della frazione del corpo elettorale che ha votato la coalizione al Governo. Quindi anche la maggioranza di chi ha votato per i partiti al Governo viene privata di garanzie, insieme a chi ha votato partiti dell’opposizione, a chi non ha votato e a chi non ha diritto al voto.
Per avere presenti questi dati è sufficiente l’intelligenza naturale.
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Come i think tank sostenuti dalla CIA alimentano le proteste in Iran
di Alan MacLeod - Mintpress*
Mentre ondate di manifestazioni e contro-manifestazioni mortali colpiscono l'Iran, MintPress esamina le ONG sostenute dalla CIA che contribuiscono ad alimentare l'indignazione e a fomentare ulteriore violenza.
Uno di questi gruppi è Human Rights Activists In Iran, spesso citato dai media come HRA o HRAI. Il gruppo e il suo braccio mediatico, la Human Rights Activists News Agency (HRANA), sono diventati il punto di riferimento per i media occidentali e sono la fonte di molte delle affermazioni più incendiarie e delle cifre scioccanti sulle vittime riportate dalla stampa. Solo nella scorsa settimana, le loro affermazioni hanno fornito gran parte della base per gli articoli pubblicati, tra gli altri, da CNN, The Wall Street Journal, NPR, ABC News, Sky News e The New York Post. E in un appassionato appello ai progressisti affinché sostengano le proteste, Owen Jones ha scritto martedì sul Guardian che HRAI è un gruppo “rispettato” le cui dichiarazioni sul numero dei morti sono “probabilmente significativamente sottostimate”.
Tuttavia, nessuno di questi articoli menziona il fatto che Human Rights Activists In Iran è finanziato dalla Central Intelligence Agency, attraverso la sua organizzazione di facciata, la National Endowment for Democracy (NED).
ONG “indipendenti”, offerte dalla CIA
Fondata nel 2006, Human Rights Activists in Iran ha sede a Fairfax, in Virginia, a pochi passi dalla sede della CIA a Langley. Si descrive come un'associazione “apolitica” di attivisti impegnati a promuovere la libertà e i diritti in Iran. Sul suo sito web, osserva che “poiché l'organizzazione cerca di rimanere indipendente, non accetta aiuti finanziari né da gruppi politici né da governi”. Tuttavia, nello stesso paragrafo, si legge che “HRAI ha anche accettato donazioni dal National Endowment for Democracy, un'organizzazione non governativa senza scopo di lucro degli Stati Uniti d'America”. Il livello di investimento del NED in HRAI è stato a dir poco sostanziale; il giornalista Michael Tracey ha scoperto che, solo nel 2024, il NED ha stanziato ben oltre 900.000 dollari a favore dell'organizzazione.
The huge death tolls in Iran being splashed all over the media are sourced to an outfit in Fairfax, VA called "Human Rights Activists in Iran" that is overwhelmingly funded by the US government. What is their methodology? Is it credible? Who cares? Just pump the big numbers out pic.twitter.com/9No2e7n1Dw
— Michael Tracey (@mtracey) January 12, 2026
Un'altra ONG ampiamente citata nei recenti resoconti dei media sulle proteste è l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran (ABCHRI). Il gruppo è stato ampiamente citato, tra gli altri, dal Washington Post, dalla PBS e dalla ABC News. Come nel caso dell'HRAI, anche questi resoconti omettono di rivelare la vicinanza dell'Abdorrahman Boroumand Center alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Sebbene non lo menzioni nella sua dichiarazione di non responsabilità sul finanziamento, il centro è sostenuto dal NED. L'anno scorso, il NED ha descritto il centro come un'organizzazione “partner” e ha assegnato alla sua direttrice, Roya Boroumand, la medaglia Goler T. Butcher 2024 per la promozione della democrazia.
“Roya e la sua organizzazione hanno lavorato con rigore e obiettività per documentare le violazioni dei diritti umani commesse dal regime in Iran”, ha affermato Amira Maaty, direttore senior dei programmi NED per il Medio Oriente e il Nord Africa. "Il lavoro dell'Abdorrahman Boroumand Center è una risorsa indispensabile per le vittime che cercano giustizia e chiedono che i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni secondo il diritto internazionale. La NED è orgogliosa di sostenere Roya e il centro nella loro difesa dei diritti umani e nella loro instancabile ricerca di un futuro democratico per l'Iran“.
Oltre a ciò, nel consiglio di amministrazione del centro siede il controverso accademico Francis Fukuyama, ex membro del consiglio della NED e redattore della sua pubblicazione ”Journal of Democracy".
Se mai, il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) è andato oltre l'HRAI o l'ABCHRI. Ampiamente citato dai media occidentali (ad esempio, The New York Times, The Guardian, USA Today), il CHRI è stato la fonte di molte delle storie più cruente e raccapriccianti provenienti dall'Iran. Un articolo pubblicato lunedì sul Washington Post, ad esempio, si è basato sulle competenze del CHRI per riferire che gli ospedali iraniani erano sovraffollati e avevano persino esaurito le scorte di sangue per curare le vittime della repressione governativa. “È in corso un massacro. Il mondo deve agire subito per impedire ulteriori perdite di vite umane”, ha dichiarato un portavoce del CHRI. Date le recenti minacce del presidente Trump di attacchi militari statunitensi contro l'Iran, le implicazioni di questa dichiarazione erano chiare.
Eppure, come nel caso delle altre ONG citate, nessuno dei media mainstream che hanno citato il Centro per i diritti umani in Iran ha sottolineato i suoi stretti legami con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il CHRI, un gruppo iraniano per i diritti umani con sede a New York City e Washington, D.C., è stato identificato dal governo cinese come direttamente finanziato dal NED.
L'affermazione è tutt'altro che stravagante, dato che Mehrangiz Kar, membro del consiglio di amministrazione del CHRI, è un ex Reagan-Fascell Democracy Fellow presso il NED. E nel 2002, in occasione di un gala pieno di star a Capitol Hill, la First Lady Laura Bush e il futuro presidente Joe Biden hanno consegnato a Kar il Democracy Award annuale del NED.
Una storia di operazioni di cambio di regime
Il National Endowment for Democracy è stato creato nel 1983 dall'amministrazione Reagan, dopo che una serie di scandali aveva gravemente danneggiato l'immagine e la reputazione della CIA. Il Comitato Church – un'indagine del Senato degli Stati Uniti del 1975 sulle attività della CIA – scoprì che l'agenzia aveva orchestrato l'assassinio di diversi capi di Stato stranieri, era coinvolta in una massiccia campagna di sorveglianza interna contro gruppi progressisti, aveva infiltrato e piazzato agenti in centinaia di media statunitensi e stava conducendo scioccanti esperimenti di controllo mentale su partecipanti americani non consenzienti.
Tecnicamente un'entità privata, sebbene ricevesse praticamente tutti i suoi finanziamenti dal governo federale e fosse composta da ex agenti segreti, la NED fu creata come un modo per esternalizzare molte delle attività più controverse dell'agenzia, in particolare le operazioni di cambio di regime all'estero. “Sarebbe terribile per i gruppi democratici di tutto il mondo essere visti come sovvenzionati dalla CIA”, disse nel 1986 Carl Gershman, presidente di lunga data della NED. Il cofondatore del NED Allen Weinstein concordò: “Molto di ciò che facciamo oggi era fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”, disse al Washington Post.
Parte della missione della CIA era quella di creare una rete mondiale di media e ONG che ripetessero i punti di discussione della CIA, spacciandoli per notizie credibili. Come ammise l'ex leader della task force della CIA John Stockwell, “avevo propagandisti in tutto il mondo”. Stockwell ha poi descritto come ha contribuito a inondare il mondo di notizie false che demonizzavano Cuba:
Abbiamo diffuso decine di storie sulle atrocità cubane, sugli stupratori cubani [ai media]... Abbiamo pubblicato fotografie [false] che sono apparse su quasi tutti i giornali del Paese... Non sapevamo di nessuna atrocità commessa dai cubani. Era pura e semplice propaganda falsa per creare l'illusione che i comunisti mangiassero bambini a colazione".
Mike Pompeo, ex direttore della CIA, ha alluso al fatto che questa fosse una politica attiva della CIA. In un discorso tenuto nel 2019 alla Texas A&M University, ha detto: “Quando ero cadetto, qual era il motto dei cadetti a West Point? Non mentire, non imbrogliare, non rubare e non tollerare chi lo fa. Io ero il direttore della CIA. Abbiamo mentito, abbiamo imbrogliato, abbiamo rubato. Avevamo interi corsi di formazione [su] questo!”
Uno dei più grandi successi del NED risale al 1996, quando riuscì a influenzare le elezioni in Russia, spendendo ingenti somme di denaro per garantire che il fantoccio degli Stati Uniti Boris Eltsin rimanesse al potere. Eltsin, salito al potere con un colpo di Stato nel 1993 che sciolse il parlamento, era profondamente impopolare e sembrava che il pubblico russo fosse pronto a votare per un ritorno al comunismo. Il NED e altre agenzie americane inondarono la Russia di denaro e propaganda, assicurando che il loro uomo rimanesse al potere. La storia fu catalogata in una famosa edizione della rivista Time, la cui copertina recava la scritta: “Gli yankee in soccorso: la storia segreta di come i consiglieri americani hanno aiutato Eltsin a vincere”.
Sei anni dopo, il NED fornì sia i finanziamenti che le menti per un colpo di Stato di breve successo contro il presidente venezuelano Hugo Chavez.
Il NED ha speso centinaia di migliaia di dollari per far volare i leader del colpo di Stato (come Marina Corina Machado) avanti e indietro da Washington, D.C. Dopo che il colpo di Stato è stato rovesciato e il complotto è stato smascherato, i finanziamenti del NED a Machado e ai suoi alleati sono addirittura aumentati, e l'organizzazione ha continuato a finanziare lei e le sue organizzazioni politiche.
Il NED avrebbe avuto più fortuna in Ucraina, svolgendo un ruolo chiave nella rivoluzione di Maidan del 2014 che ha rovesciato il presidente Viktor Yanukovich e lo ha sostituito con un successore filo-statunitense. La vicenda di Maidan ha seguito una formula collaudata, con un gran numero di persone scese in piazza per protestare e un nucleo duro di paramilitari addestrati che hanno compiuto atti di violenza volti a destabilizzare il governo e provocare una risposta militare.
L'assistente segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici (e futura membro del consiglio di amministrazione del NED) Victoria Nuland volò a Kiev per segnalare il pieno sostegno del governo statunitense al movimento per cacciare Yanukovich, distribuendo persino biscotti ai manifestanti nella piazza principale della città. Una telefonata trapelata ha rivelato che il nuovo primo ministro ucraino, Arseniy Yatsenyuk, era stato scelto direttamente dalla Nuland. “Yats è l'uomo giusto”, si sente dire all'ambasciatore statunitense in Ucraina, Geoffrey Pyatt, citando la sua esperienza e la sua cordialità con Washington come fattori chiave. La rivoluzione di Maidan del 2014 e le sue conseguenze avrebbero portato all'invasione russa dell'Ucraina otto anni dopo.
Proprio al confine con la Bielorussia, il NED ha pianificato azioni simili per rovesciare il presidente Alexander Lukashenko. Al momento del tentativo (2020-2021), il NED stava portando avanti 40 progetti attivi all'interno del Paese.
In una chiamata Zoom infiltrata e registrata di nascosto dagli attivisti, Nina Ognianova, responsabile senior del programma europeo del NED, si è vantata che i gruppi che guidavano le manifestazioni nazionali contro Lukashenko erano stati addestrati dalla sua organizzazione. “Non pensiamo che questo movimento così impressionante e stimolante sia nato dal nulla, che sia semplicemente successo dall'oggi al domani”, ha detto, sottolineando che il NED aveva dato un “contributo significativo” alle proteste.
Nella stessa chiamata, il presidente del NED Gershman ha osservato che “sosteniamo moltissimi gruppi e abbiamo un programma molto, molto attivo in tutto il Paese, e molti dei gruppi hanno ovviamente i loro partner in esilio”, vantandosi che il governo bielorusso era impotente nel fermarli. "Non siamo come Freedom House o NDI [National Democratic Institute] e IRI [International Republican Institute]; non abbiamo uffici. Quindi, se non siamo lì, non possono cacciarci", ha detto, paragonando il NED ad altre organizzazioni statunitensi che promuovono il cambio di regime.
Il tentativo di rivoluzione colorata non ha avuto successo, tuttavia, poiché i manifestanti hanno incontrato grandi contro-manifestazioni e Lukashenko rimane al potere ancora oggi. Le azioni del NED sono state un fattore chiave nella decisione di Lukashenko di abbandonare i suoi rapporti con l'Occidente e di alleare la Bielorussia con la Russia.
Pochi mesi dopo il fallimento in Bielorussia, il NED ha fomentato un altro tentativo di cambio di regime, questa volta a Cuba. L'agenzia ha speso milioni di dollari per infiltrarsi e comprare artisti musicali compiacenti, soprattutto nella comunità hip hop, nel tentativo di rivoltare la cultura popolare locale contro la sua rivoluzione. Guidati dai rapper cubani, gli Stati Uniti hanno cercato di mobilitare la popolazione nelle strade, inondando i social media con appelli di celebrità e politici per rovesciare il governo. Tuttavia, ciò non si è tradotto in un intervento concreto e il fiasco è stato liquidato sarcasticamente come la “Baia dei Tweet” degli Stati Uniti.
Molti dei movimenti di protesta più visibili in tutto il mondo sono stati silenziosamente orchestrati dal NED. Tra questi vi sono le proteste di Hong Kong del 2019-2020, in cui l'agenzia ha convogliato milioni di dollari ai leader del movimento per mantenere la gente in piazza il più a lungo possibile. Il NED continua a collaborare con i gruppi separatisti uiguri e tibetani, nella speranza di destabilizzare la Cina. Altri progetti noti di ingerenza del NED includono l'interferenza nelle elezioni in Francia, Panama, Costa Rica, Nicaragua e Polonia.
È proprio per questi motivi, quindi, che accettare finanziamenti dal NED dovrebbe essere impensabile per qualsiasi ONG o organizzazione per i diritti umani seria, poiché molte di quelle che lo hanno fatto sono state gruppi di facciata per il potere americano e operazioni clandestine di cambio di regime. È anche il motivo per cui il pubblico dovrebbe essere estremamente diffidente nei confronti di qualsiasi affermazione fatta da organizzazioni sul libro paga di un'organizzazione di copertura della CIA, specialmente quelle che tentano di nascondere questo fatto. Anche i giornalisti hanno il dovere di esaminare attentamente qualsiasi dichiarazione fatta da questi gruppi e di informare i loro lettori e telespettatori sui loro intrinseci conflitti di interesse.
Obiettivo Iran
Oltre a finanziare le tre ONG per i diritti umani con sede negli Stati Uniti qui descritte, il NED sta conducendo una miriade di operazioni che prendono di mira la Repubblica islamica. Secondo il suo elenco delle sovvenzioni per il 2025, attualmente ci sono 18 progetti NED attivi per l'Iran, anche se l'agenzia non divulga nessuno dei gruppi con cui sta lavorando.
Si rifiuta inoltre di divulgare dettagli concreti su questi progetti, al di là di descrizioni piuttosto vaghe che includono:
“Potenziare” una rete di “attivisti in prima linea ed esiliati” all'interno dell'Iran;
“Promuovere il giornalismo indipendente” e “Creare piattaforme mediatiche per influenzare l'opinione pubblica”;
“Monitorare e promuovere i diritti umani”;
“Promuovere la libertà di Internet”;
“Formare leader studenteschi all'interno dell'Iran”;
“Promuovere l'analisi politica, il dibattito e le azioni collettive sulla democrazia”; e
“Promuovere la collaborazione tra la società civile iraniana e gli attivisti politici su una visione democratica e sensibilizzare la comunità legale sui diritti civili, l'organizzazione faciliterà il dibattito sui modelli di transizione dall'autoritarismo alla democrazia”.
Leggendo tra le righe, il NED sta cercando di costruire una vasta rete di media, ONG, attivisti, intellettuali, leader studenteschi e politici che canteranno tutti dallo stesso spartito, quello della “transizione” dall'‘autoritarismo’ (cioè l'attuale sistema di governo) alla “democrazia” (cioè un governo scelto dagli Stati Uniti). In altre parole: un cambio di regime.
L'Iran, ovviamente, è nel mirino degli Stati Uniti sin dalla destituzione dello scià Mohammad Reza Pahlavi durante la rivoluzione islamica del 1978-79. Lo stesso Pahlavi era stato mantenuto al potere dalla CIA, che aveva orchestrato un colpo di Stato contro il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh (1952-53). Mossadegh, un riformatore liberale laico, aveva fatto infuriare Washington nazionalizzando l'industria petrolifera del Paese, attuando una riforma agraria e rifiutandosi di schiacciare il partito comunista Tudeh.
La CIA (l'organizzazione madre del NED) si infiltrò nei media iraniani, pagandoli per diffondere contenuti isterici contro Mossadegh, compì attacchi terroristici all'interno dell'Iran, corruppe funzionari affinché si rivoltassero contro il presidente, coltivò legami con elementi reazionari all'interno dell'esercito e pagò manifestanti affinché invadessero le strade durante le manifestazioni contro Mossadegh.
Lo scià regnò per 26 sanguinosi anni, dal 1953 al 1979, fino a quando fu rovesciato dalla rivoluzione islamica.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto l'Iraq di Saddam Hussein, che ha invaso l'Iran quasi immediatamente, provocando un conflitto aspro durato otto anni che ha causato la morte di almeno mezzo milione di persone. Washington ha fornito a Hussein una vasta gamma di armi, compresi componenti per armi chimiche utilizzate contro gli iraniani, nonché altre armi di distruzione di massa.
Dal 1979, l'Iran è anche soggetto a restrittive sanzioni economiche americane, misure che hanno gravemente ostacolato lo sviluppo del Paese. Durante il suo primo mandato, Trump si è ritirato dall'accordo nucleare con l'Iran e ha aumentato la pressione economica. Il risultato è stato il crollo del valore del rial iraniano, la disoccupazione di massa, l'aumento vertiginoso degli affitti e il raddoppio del prezzo dei generi alimentari. La gente comune ha perso sia i propri risparmi che la propria sicurezza a lungo termine.
Durante tutto questo periodo, Trump ha costantemente minacciato l'Iran di un attacco, che alla fine ha portato a termine a giugno, bombardando una serie di progetti infrastrutturali all'interno del Paese.
Una protesta legittima?
Le attuali manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre come protesta contro l'aumento dei prezzi. Tuttavia, si sono rapidamente trasformate in qualcosa di molto più grande, con migliaia di persone che chiedevano il rovesciamento del governo e persino il ripristino della monarchia sotto il figlio dello scià, il principe ereditario Reza Pahlavi.
Sono state rapidamente sostenute e amplificate dagli Stati Uniti e dalla sicurezza nazionale israeliana. “Il regime iraniano è in difficoltà”, ha annunciato Pompeo. “Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco...”, ha aggiunto. I media israeliani stanno apertamente riferendo che “elementi stranieri” (cioè israeliani) stanno “armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco, e questo è il motivo delle centinaia di morti tra le persone fedeli al regime”.
I servizi segreti israeliani hanno confermato l'affermazione non proprio criptica di Pompeo. “Scendete tutti in strada. È giunto il momento”, hanno istruito gli iraniani gli account social ufficiali dell'agenzia di spionaggio: “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.
Trump ha fatto eco a queste parole. "PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e dei maltrattatori. Pagheranno un prezzo molto alto», ha urlato, aggiungendo che «gli aiuti americani stanno arrivando».
Qualsiasi dibattito sul significato di «aiuti americani» è terminato lunedì, quando Trump ha dichiarato che «se l'Iran spara [sic] e uccide violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso... Siamo pronti a intervenire». Ha anche tentato di imporre un blocco economico totale, annunciando che qualsiasi paese che commercia con Teheran dovrà affrontare un dazio aggiuntivo del 25%.
Tutto questo, aggiunto alla crescente violenza delle proteste, rende molto più difficile per gli iraniani esprimersi politicamente. Quella che era iniziata come una manifestazione contro il costo della vita si è trasformata in un enorme movimento apertamente insurrezionale, sostenuto e fomentato dagli Stati Uniti e da Israele. Gli iraniani, ovviamente, hanno tutto il diritto di protestare, ma una serie di fattori ha sollevato la possibilità molto concreta che gran parte del movimento antigovernativo sia un tentativo inorganico, orchestrato dagli Stati Uniti, di cambiare il regime. Mentre gli iraniani possono discutere su come desiderano esprimersi e che tipo di governo vogliono, ciò che è indiscutibile è che molti dei think tank e delle ONG chiamati a fornire presunte prove e commenti esperti su queste proteste sono strumenti del National Endowment for Democracy.
Foto in primo piano | In questa foto ottenuta dall'Associated Press, alcuni iraniani partecipano a una protesta antigovernativa a Teheran, in Iran, il 9 gennaio 2026. Foto | UGC via AP
Alan MacLeod è Senior Staff Writer per MintPress News. Ha completato il suo dottorato di ricerca nel 2017 e da allora ha scritto due libri acclamati: Bad News From Venezuela:
Twenty Years of Fake News and Misreporting e Propaganda in the Information Age: Still Manufacturing Consent, oltre a una serie di articoli accademici. Ha anche collaborato con FAIR.org, The Guardian, Salon, The Grayzone, Jacobin Magazine e Common Dreams. Seguite Alan su Twitter per ulteriori informazioni sul suo lavoro e sui suoi commenti: @AlanRMacLeod.

Gaza – La finzione della “Fase Due”
di Tawfiq Al Ghussein e Rania Hammad*
15 gennaio 2026
L’affermazione secondo cui Gaza si starebbe avvicinando a una cosiddetta “Fase Due” è divenuta una delle principali finzioni diplomatiche della guerra (di genocidio) in corso.
La cosiddetta seconda fase spesso citata nei media e rafforzata da una comunicazione mediatica, ha ben poco a che vedere con le condizioni reali sul terreno.
Lo storico israeliano Ilan Pappe, scrive “Gli ultimi due anni non sono state una guerra, ma un Genocidio e l’intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno gia’ causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia…..il Ministro Katz ha dichiarato l’intenzione di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia”.
La Fase Due infatti, non è per nulla in ritardo, né bloccata, né in attesa di un allineamento politico. Essa funziona come un meccanismo di distrazione piuttosto che come fase o quadro operativo. Ciò che esiste nella realtà è la prosecuzione della gestione del controllo israeliano, riformulata attraverso il linguaggio del cessate il fuoco, della stabilizzazione e della ricostruzione, al fine di attenuare l’opinione pubblica, e sviare dalla responsabilità giuridica.
Il quadro entro cui opera questo linguaggio, è l’accordo di cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025.
Tale accordo ha formalmente introdotto una struttura per fasi, comprendente una iniziale “Fase Uno”, seguita da una prospettata “Fase Due” che avrebbe dovuto segnare una transizione oltre le ostilità attive. Nella pratica, tuttavia, neppure la Fase Uno ha mai funzionato come un cessate il fuoco. Le operazioni militari israeliane, il radicamento territoriale e l’uccisione di civili sono proseguiti senza interruzione, rendendo l’accordo carta straccia.
La Fase Due non è stata quindi ostacolata dalla diplomazia, ma resa concettualmente superflua dalla sistematica mancata attuazione della Fase Uno.
Elemento decisivo è l’assenza di una data fissa o universalmente concordata per l’avvio della Fase Due. Esistono piuttosto aspettative, dichiarazioni diplomatiche e tempistiche ipotetiche circolanti nei negoziati, ma non un meccanismo vincolante o una tabella di marcia applicabile.
La pianificazione diplomatica statunitense aveva suggerito che una dichiarazione formale di transizione potesse avvenire entro la fine del 2025, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni. Tuttavia, controversie irrisolte sulla governance, sugli assetti di sicurezza e sul futuro status politico di Gaza hanno ripetutamente rinviato anche questo orizzonte provvisorio.
L’assenza di una data concreta riflette dunque non un ritardo tecnico, bensì un piano politico in atto.
La Fase Uno ha comunque consentito a Israele di raggiungere i propri obiettivi strategici immediati, mostrandosi forti e astuti avendo ottenuto il rilascio degli ostaggi. Cosa che ha ridotto la pressione diplomatica e fatto calare l’attenzione internazionale.
Inoltre, ha poi moderato l’intensità della violenza, modulata e non interrotta, proprio con lo scopo di proseguire il genocidio sotto altre forme.
Da quel momento in poi, Israele non aveva né incentivo né intenzione di procedere verso una seconda fase.
Qualsiasi transizione reale avrebbe richiesto il ritiro, il ripristino del ruolo politico palestinese, la responsabilità per le violazioni del diritto internazionale e la fine dell’impunità strutturale. Nessuno di questi esiti era compatibile con la politica israeliana, né è stato imposto dalla comunita’ internazionale.
Israele esercita oggi un controllo diretto su oltre la metà del territorio di Gaza, ampliando progressivamente la propria impronta e questo sotto la cornice del “cessate il fuoco”.
Questo momento storico infatti, ricorda molto il “processo di pace” e gli accordi di Oslo del 1993-1995. Sotto falso slogan della pace, gli insediamenti ebraici illegali si espandevano in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est, nei territori palestinesi occupati.
Immagini satellitari e analisi indipendenti, indicano che dal cessate il fuoco, Israele ha costruito almeno tredici nuovi avamposti militari all’interno di Gaza, in particolare lungo la “linea gialla”, l’area orientale di Khan Younis e le zone adiacenti al confine israeliano. Tali installazioni segnalano il passaggio dall’occupazione temporanea alla permanenza infrastrutturale e al controllo permanente.
In parallelo, nella Cisgiordania occupata, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’istituzione di diciannove nuovi insediamenti l’11 dicembre 2025, portando a sessantanove il numero totale di nuovi insediamenti autorizzati dall’attuale governo negli ultimi tre anni, con un incremento di quasi il cinquanta per cento rispetto al 2022.
Decisioni precedenti, nel maggio 2025, che autorizzavano ventidue nuovi insediamenti, sono state ampiamente condannate come la più grande espansione degli ultimi decenni. Nel loro insieme, queste misure consolidano la frammentazione territoriale, interrompono la continuità palestinese e precludono qualsiasi prospettiva realistica di vita politica palestinese sovrana.
Esse equivalgono a una annessione di fatto di territori sia a Gaza sia in Cisgiordania.
L’accesso umanitario rimane sistematicamente limitato, in violazione diretta delle misure provvisorie vincolanti emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia. Tali restrizioni, dimostrano una privazione deliberata. Le autorità israeliane hanno bloccato l’ingresso di abitazioni mobili e rifugi temporanei necessari a una popolazione sfollata esposta alle condizioni invernali, ostacolato l’importazione di medicinali essenziali, attrezzature mediche e cibo nutriente, e impedito la consegna di forniture sanitarie per bambini, anziani e persone affette da patologie croniche.
La violenza riflette un evidente modello di distruzione e sterminio della popolazione palestinese e di consolidamento territoriale.
Questa architettura di controllo permanente è esplicitamente articolata dai leader politici israeliani esponenti della coalizione di governo che hanno respinto l’idea di una qualsiasi forma di sovranità palestinese e dichiarando che non vi sarà mai alcuno Stato palestinese.
Gaza e la Cisgiordania sono inquadrati in termini coloniali e teologici, e la “redenzione della terra” evocata come obiettivo politico, che tratta la presenza palestinese come un ostacolo da eliminare. Normalizzando un genocidio.
Come ha osservato la Corte Internazionale di Giustizia in altri contesti di atrocità di massa, l’erosione della responsabilità non può essere separata dall’erosione del diritto stesso. Dove non vi sono conseguenze per i crimini più gravi, il diritto cessa di funzionare come limite al potere. Consentire a uno Stato potente di eludere la responsabilità per atti che possono configurare genocidio significa rendere il diritto internazionale insignificante e sacrificabile.
Ma questo sarebbe tragico per tutti noi. E molto pericoloso.
*Autori
Tawfiq Al?Ghussein è scrittore e analista politico, specializzato in Palestina, diritto internazionale ed economia politica del Medio Oriente.
Rania Hammad è scrittrice e attivista, specializzata in storia e politica della Palestina, relazioni internazionali e diritti umani.

Chile declares catastrophe as wildfires rage and kill at least 18

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Andrea Zhok - Sul (demenziale) parallelo tra Palestina e Iran
di Andrea Zhok*
Chiedo venia, ma continua a venire fuori questo demenziale parallelismo tra Palestina e Iran, come se chi ha protestato per il genocidio di Gaza dovesse per coerenza protestare contro la repressione della rivolta armata nelle città iraniane.
Inizialmente pensavo fosse qualche episodico minus habens a sostenere questa tesi, ma non bisogna mai eccedere in fiducia nella specie umana: questo "ragionamento" continua ad essere ripetuto e ripreso.
Bene, siccome si chiama in causa la necessità di coerenza e il parallelismo tra le due situazioni, segnalo quattro cose.
1) Chi chiede la sovranità dei palestinesi sulla Palestina, deve chiedere coerentemente la sovranità degli iraniani sull'Iran, senza interventi militari esterni, questo è coerente con il principio di autodeterminazione dei popoli. Chi lo respinge aderisce ad una forma di suprematismo coloniale, per cui la civiltà deve essere importata dall'esterno con le armi.
2) L'attacco di Hamas del 7 ottobre non era un attacco a uno stato straniero, ma un attacco a una forza coloniale insediata su territori occupati militarmente e che Israele non ha alcun diritto a rivendicare come propri. E questo non per mia opinione, ma a termini di legge e sulla base delle risoluzioni dell'ONU.
3) La risposta israeliana già il 9 ottobre, 2 giorni dopo, aveva cacciato ogni residuo elemento di Hamas coinvolto nell'attacco. Da quel momento in poi l'IDF ha proseguito nel massacro in aree civili, radendo al suolo la striscia di Gaza, uccidendo, secondo le stime più restrittive, almeno 56.000 palestinesi, di cui circa 20.000 minorenni. Questo massacro è durato con cadenza quotidiana per 24 mesi (e in tono minore anche dopo).
- La risposta del governo iraniano alla rivolta armata sul proprio territorio è durata il tempo della rivolta stessa. Secondo il Dipartimento della Difesa americano 800 rivoltosi catturati, che si riteneva fossero passati per le armi, sono ancora nelle carceri iraniane in attesa di processo.
4) La risposta pubblica ai massacri israeliani ha cominciato ad albeggiare timidamente in Europa non prima di 6 mesi dal 7 ottobre, quando sono comparse le prime manifestazioni significative. Per avere una risposta massiva, in cui prendessero la parola anche testate giornalistiche importanti e qualche carica istituzionale si è dovuto attendere un anno e mezzo di massacri in mondovisione.
- La risposta pubblica a quanto succedeva in Iran è arrivata istantaneamente - ben prima di capire cosa esattamente stesse succedendo - con immediate vibranti denunce di massacri inenarrabili di manifestanti pacifici. Si è negato per giorni che i "manifestanti pacifici" fossero armati di tutto punto, sparassero sulle forze di sicurezza, bruciassero moschee, biblioteche, automobili, caseggiati. Tuttavia, in quasi totale assenza di informazioni, dopo poche ore la rete era inondata di numeri lunari delle "vittime del regime" (ha girato subito e continua ancora a girare la sparata, destituita di ogni fondamento, dei 12.000 manifestanti uccisi, laddove ora si parla di 3.000 vittime complessive, tra manifestanti, infiltrati, forze dell'ordine e civili accidentalmente colpiti.)
Ecco, se ancora non capite:
a) che le due circostanze sono incomparabili;
b) che l'opinione pubblica nei due casi è stata manipolata e strumentalizzata in direzioni opposte, fornendogli dati falsi e chiavi di lettura faziose (in comune c'è solo una cosa: sono state letture gradite a Israele);
c) che, eventualmente, coerenza vorrebbe di sostenere l'autodeterminazione dei palestinesi come degli iraniani;
se ancora non lo avete capito, allora NON VOLETE capirlo, e si tratta non più di ignoranza ma di malafede.

Death toll hits 39 in Spain high-speed rail disaster as more bodies recovered

How Trump’s Venezuela strike humiliated Russia and worried China

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San Carlo, 10 minuti di applausi per la prima del “Nabucco” davanti a Maria Carolina di Borbone
- Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti
Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti
Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gesto autonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.
“La circolazione permane fortemente rallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.
L'articolo Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti proviene da Il Fatto Quotidiano.
- Le tendenze moda uomo per l’autunno-inverno 2026: dalle scarpe alla valigia che si apre con l’impronta digitale, tutte le novità viste a Pitti e Milano
Le tendenze moda uomo per l’autunno-inverno 2026: dalle scarpe alla valigia che si apre con l’impronta digitale, tutte le novità viste a Pitti e Milano
Finora gennaio è stata la terza punta di un triangolo che vede la moda maschile e l’Italia come gli altri due vertici: tra la 109esima edizione di Pitti Uomo e la Milano Fashion Week, la nostra Penisola ha svolto il ruolo di palcoscenico per la moda maschile mondiale cercando di aprire e mantenere i ponti con l’estero e sostenere il mercato italiano. Nelle giornate tra fiera, sfilate ed eventi divisi tra Firenze e Milano assieme al menswear è da notare anche tutto il settore degli accessori e della pelletteria, proprio quest’ultimo l’unico segmento italiano in crescita con un +5,6% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Tra scarpe, sciarpe e accessori da viaggio, vediamo quali sono stati i brand che hanno partecipato alle kermesse di moda maschile, tra storici nomi italiani e proposte provenienti da tutto il mondo.
Partiamo da uno dei prodotti di punta della pelletteria in generale, quello delle calzature, accessorio su cui è importante l’innovazione tecnica tanto quanto il mantenimento di strutture e forme tradizionali. Fratelli Rossetti, marchio meneghino fondato negli anni Sessanta, ricerca proprio il connubio tra silhouette classiche e sperimentazione costruttiva con la loro autunno-inverno 26/27 presentata nella cornice di casa della Milano Fashion Week: il brand accende i riflettori principalmente sul loro tradizionale mocassino Brera, che vede la rivisitazione grazie a macro cuciture a contrasto su tutta la tomaia, restituendo un pattern geometrico simil trapuntato. Anche l’altra nuova variante Brera Cut non è solo estetica, ma una sfida alla costruzione della scarpa, scomponendo la tomaia rivelando diverse possibilità in fatto di accostamento di colori.
Sceglie il palcoscenico della settimana della moda milanese anche Santoni, marchio di calzature marchigiano, presentando la autunno-inverno Aurora: ispirata alla luce che precede le albe invernali, la collezione prende forma su modelli sia tradizionali che sportivi del brand come lo stivaletto Carlo, il Chelsea Easy Nova e la sneaker Easy Bounce Mountain. Focus della collezione sulla Velatura, tecnica di colorazione a mano realizzata applicando strati su strati di colore ottenendo variazioni sottili su tonalità invernali come marrone, rosso, verde e arancione.
Anche Doucal’s, brand di calzature nato nel 1973 da Mario Giannini, italiano ma molto influenzato dalla cultura dell’abbigliamento anglosassone, attinge alle atmosfere invernali per la sua nuova collezione. La collezione autunno-inverno 26/27 dal nome Gentle Winter si fonda non solo sull’estetica ma anche sull’atmosfera di calore dei mesi più freddi: colori e forme rassicuranti per trasmettere comfort in ogni forma e per ogni occasione. La mission del brand sia dalle sue origini è tenere ben saldo il rispetto per il know-how e per le forme tradizionali senza mai far mancare l’innovazione, valore che l’ha portato ad essere presente in ogni angolo del mondo.
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Portabandiera della tradizione calzaturiera in Italia anche Antica Cuoieria, nato ufficialmente nel 2018 ma che affonda le sue origini fino al 1945 nel Calzaturificio Soldini di Arezzo. La loro fall-winter 26/27 presentata a Pitti Uomo si concentra sul mantenere la tradizione attraverso materiali e tendenze attuali: focus principale della collezione sono i mocassini, tra variazioni di forme classiche e altre più importanti, tutti realizzati con pellami e materiali in grado di garantire comfort. Rimaniamo nel regime delle scarpe sportive con Guardiani, marchio di calzature che a Pitti Uomo porta la sua nuova autunno-inverno grazie alla acquisizione da parte di Bi&Do, azienda italiana che cura il processo di creazione dal design al brand management. La collezione vede la sneaker come protagonista, realizzata con materiali come pelle e suede in colorazioni calde e profonde come l’antracite, il blu navy e il burgundy.
Con un’anima atletica sin dalla sua nascita a Padova nel 1920 anche Valsport, imponendosi da subito come marchio di articoli e scarpe sportive raggiungendo poi gli apici di produzione e status negli anni Sessanta e Settanta, quando le loro scarpe verranno indossate dai più grandi campioni dell’atletica, calcio, ciclismo e Formula Uno. Per la autunno-inverno 26-27 Valsport ripropone i loro modelli sportivi iconici come la Davis e la Olimpia per il lifestyle sia maschile che femminile, accostando materiali più tradizionali a ad altri più tecnici come il nylon, non tralasciando lavorazioni come pelli invecchiate a mano.
Oltre ai nomi italiani, il nostro paese è diventato la vetrina delle nuove autunno-inverno 26/27 per brand di calzature provenienti da tutti i continenti: In occasione di Pitti Uomo 2026, il brand statunitense di calzature Sebago spegne ottanta candeline dalla sua fondazione, cercando con la collezione autunno-inverno 26/27 di espandere il proprio universo con un abbigliamento ispirato al mondo preppy ma anche alla natura, dalla pesca ai paesaggi rurali “western” degli USA. Il loro settore di punta rimane però il footwear, costituito da conferme iconiche del brand come i mocassini e le scarpe da barca ma ampliato anche da stivali texani, in pelli e costruzioni fatte per durare.
Viaggiando dal “far west” all’estremo oriente, Flower Mountain, brand di sneakers fondato a quattro mani nel 2015 dal giapponese Keisuke Ota e dal pechinese Yang Chao, fonde lo spirito urban con gli utilizzi in natura. L’ultima linea di sneakers del brand presentata a Pitti Uomo espande la loro proposta con nuovi modelli e materiali, come le nuove Sanchia e Ranya pensate per il contesto urbano e la Asuka 3 dal look più vintage. I materiali utilizzati spaziano dai più invernali come lana e tartan fino a quelli dedicati alla capsule “Harmony of Traditions”, cotoni, tele e ricami tipici della tradizione giapponese
Anche il marchio danese Ecco, nato dalla coppia marito-moglie Karl e Birte Toosbuy nel 1963, ha portato a Pitti Uomo le novità in fatto di calzature: ispirata al concetto di “rewilding”, la riscoperta della connessione tra uomo e ambiente, diventano protagonisti per l’uomo modelli ispirati ai paesaggi artici grazie a colori come il marrone, il viola e il teal, mentre per la donna il brand si è ispirato al lavoro della pittrice danese Mie Olise Kjærgaard. Oltre al ritorno dei modelli classici di Ecco come la Walker e la Joke, è stata presentata al Pitti anche la collaborazione con lo stilista Craig Green e il brand giapponese White Mountaineering.
Se si parla di pelletteria è impossibile non citare anche gli accessori da viaggio, rappresentati a Pitti Uomo dal brand italiano Piquadro, forte della sua esperienza nel settore con un approccio orientato al design, alla funzionalità e alla sostenibilità dei suoi prodotti tra cui il pellame certificato come sostenibile in ogni passaggio della filiera e i tessuti interamente riciclati. La collezione autunno-inverno 26/27 di Piquadro mette la tecnica e la ricerca al servizio dell’esperienza d’uso e all’identità specifica dei singoli prodotti: la linea PQLM con focus sui diversi utilizzi grazie alla modularità così come la linea Rover pensata per gli utilizzi urbani. Ancora la linea Corner arricchita oltre che nella gamma colori anche nelle funzioni con una tasca riscaldante e cavo di ricarica integrato e la linea Sync, che utilizza l’impronta digitale del proprietario come sistema di sicurezza.
Per gli accessori non sono mancate nemmeno sciarpe, stole e foulard, in particolare quelle di Faliero Sarti, brand che affonda le sue radici nell’omonimo lanificio fondato da nel 1949. Si tratta di un vero punto di riferimento per grandissimi stilisti, da Giorgio Armani a Vivienne Westwood, che si affidava per la sua comunicazione a fotografi del calibro di Steven Meisel. Oggi alla sua terza generazione la linea Accessorio è sotto la guida della nipote del fondatore Monica, che con la autunno-inverno 26/27 rilancia tessuti stampati provenienti dall’archivio del lanificio, arricchisce la proposta con sciarpe di nuove misure e tessuti – modal lana seta -, mentre la palette stagionale si tinge di colori caldi tra vinaccia, terra e blu profondo. Proseguono anche le collaborazioni del marchio come quella con l’artista Paolo Fiumi e i suoi skyline delle città o con il brand di calzature Taji Shoes tramite una capsule di sabot in tessuti d’archivio.
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Down Hearted Blues
Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer
Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.
Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.
L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.
Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.
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La dottrina della paura: ICE, bambini feriti e detenzione di massa
La notte del 15 gennaio, a Minneapolis, una famiglia che stava semplicemente tornando a casa si è trovata al centro di un’operazione dell’ICE. Non una retata mirata, ma un’azione indiscriminata: granate stordenti e gas lacrimogeno lanciati dentro un’auto con sei minori a bordo. Tre bambini sono finiti in ospedale, tra cui un neonato di sei mesi che ha smesso di respirare ed è stato rianimato in strada dalla madre. Nessuna minaccia, nessuna resistenza, nessun aiuto immediato da parte degli agenti federali. Questo episodio non è un’eccezione, ma il simbolo di una strategia più ampia.
A Minneapolis, come in molte altre città statunitensi, l’ICE opera sempre più come una forza di occupazione interna, con agenti armati e mascherati dispiegati nei quartieri più vulnerabili. Le proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE e le successive minacce di Donald Trump di invocare la Legge di Insurrezione mostrano fino a che punto la risposta politica stia scivolando verso la militarizzazione. Sul piano nazionale, i numeri raccontano la stessa escalation.
Ad oggi circa 73.000 persone sono detenute dalle autorità migratorie statunitensi, un record storico e un aumento dell’84% rispetto al 2025. Meno della metà ha precedenti penali, ma l’amministrazione punta ad ampliare la capacità di detenzione fino a 100.000 posti, sostenuta da finanziamenti senza precedenti: centinaia di miliardi di dollari destinati a ICE e Border Patrol.
Intanto, le condizioni nei centri di detenzione allarmano le organizzazioni per i diritti umani. ACLU e Amnesty International parlano di trattamenti disumani, abusi e sovraffollamento. Il 2025 è stato l’anno più letale da decenni per chi era in custodia ICE, e il 2026 si è aperto con nuove morti. La vicenda della famiglia Jackson riassume tutto: quando lo Stato colpisce auto con neonati a bordo, la “sicurezza” diventa una dottrina della paura, e la vita umana un danno collaterale accettabile.
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Iran, Qalibaf: “Sconfitta l’aggressione militare e il terrorismo interno”
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che Stati Uniti e Israele hanno subito “un’altra sconfitta” dopo il fallimento dei recenti disordini e attacchi terroristici in Iran. Secondo Qalibaf, le violenze degli ultimi giorni rappresentano la prosecuzione di una strategia già fallita: l’aggressione militare congiunta lanciata nel giugno 2025, che mirava a colpire le capacità strategiche iraniane, in particolare nel settore aerospaziale. Parlando a Teheran durante un incontro con il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein,
Qalibaf ha accusato il governo israeliano di perseguire una politica di destabilizzazione sistematica dei Paesi musulmani, con l’obiettivo di dividerli e dominarli. Una linea, ha affermato, portata avanti da Benjamin Netanyahu con il sostegno politico e militare degli Stati Uniti e di alcune potenze europee. Secondo la leadership iraniana, l’ultima ondata di disordini avrebbe seguito uno schema preciso: colpire dall’interno attraverso il terrorismo, creare instabilità e poi aprire la strada a un’aggressione esterna.
Un piano che, sostiene Teheran, è stato sventato grazie all’intervento delle forze di sicurezza e alla tenuta del Paese. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha parlato di una responsabilità diretta di Washington e Tel Aviv nei tentativi di destabilizzazione. Da Baghdad, intanto, arriva un messaggio di convergenza: la sicurezza di Iran e Iraq, ha detto Fuad Hussein, è parte integrante della sicurezza dell’intera regione.
Un monito chiaro: arretrare oggi significa indebolire tutti domani.
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Microsoft releases OOB Windows updates to fix shutdown, Cloud PC bugs
- Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media
Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media
Di Anastasia Mironova, rt.com Maleducazione, pubblicità e pedofilia. Questo è solo un breve elenco dei motivi per cui i bambini non dovrebbero usare i social media. L’elenco completo occuperebbe quasi un’intera pagina. Ho capito che le persone più sagge della Terra vivono dove vagano canguri, koala e wombat. L’Australia ha vietato ai […]
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Le Silence du Peuple
- Beni culturali, nasce il Centro per l’archeologia intitolato ad Alfonso de Franciscis e Mario Napoli
Beni culturali, nasce il Centro per l’archeologia intitolato ad Alfonso de Franciscis e Mario Napoli
Capri, un “Grande Fratello” contro chi abbandona rifiuti: “Videocamere ovunque, tolleranza zero”
- Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli
Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli
Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.
Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.
Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.
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Ladro rompe il vetro di un auto e ruba una valigia #furto #ladro

Incredibile furto in pieno centro a Roma. Guardate con che velocità e freddezza agisce questo malvivente nonostante il passaggio continuo di auto.
Cosa ne pensate? È diventato così rischioso lasciare l'auto in sosta?
Huawei annuncia uno smartwatch da 3.300 euro

Lo Huawei Watch Ultimate Royal Gold Edition è realizzato con metallo liquido a base di zirconio, oro a 18/24 carati, lega di titanio e vetro zaffiro.
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#radtel #radio #hamradio #new #radioamatori #security #onair #radtel950pro
Artemis II: razzo SLS arrivato sulla base di lancio

Il razzo SLS è arrivato sulla base di lancio e ora inizieranno i preparativi per il test finale (Wet Dress Rehearsal) prima del lancio del 6 febbraio.
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Facebook: furto dell’account con phishing e BitB

Diversi attacchi di phishing e Browser-in-the-browser (BitB) cercano di rubare le credenziali di login e prendere il controllo degli account Facebook.
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Bandiera Rotta
Yemen’s leaders meet in Saudi Arabia after defeat of UAE-backed group

Vulnerability assessment per Pfsense 2.1.1 #pfsense #cybersecurity #twitchitalia #short

Groenlandia, perché Trump la vuole
In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.
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Yemen’s leaders meet in Saudi Arabia after defeat of UAE-backed group

"Los quiero de vuelta": la campagna popolare per Maduro e Flores in tutto il Venezuela
A quindici giorni dal sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, perpetrato dalle forze statunitensi il 3 gennaio scorso con un vile assalto militare a Caracas, il Venezuela continua a riversarsi nelle piazze in una vasta ondata di mobilitazione popolare. Le manifestazioni, che denunciano un’aggressione militare denunciata come una violazione del diritto internazionale, hanno visto in questi giorni migliaia di persone marciare per le strade di Caracas e di altre città del paese, con un duplice obiettivo: reclamare la liberazione dei propri leader e riaffermare con forza la difesa della sovranità nazionale contro le "intenzioni interventiste" degli Stati Uniti.
L’attacco, iniziato con esecuzioni extragiudiziali e un blocco navale al largo del Venezuela, è culminato in bombardamenti su obiettivi civili e militari nella capitale e su altri obiettivi, causando la morte di soldati, civili venezuelani e soldati cubani che si occupavano della sicurezza di Maduro. Il popolo venezuelano, come ribadito nelle manifestazioni di settori come quello docente e quello contadino, rimane unito nel rendere omaggio a questi "eroi e martiri militari" e nel sostenere il governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez (vicepresidente di Maduro), vista come la legittima continuatrice dell’eredità del Comandante Hugo Chávez.
In questo clima di permanente mobilitazione, sabato scorso i movimenti sociali si sono riuniti davanti al Panteón Nacional di Caracas, impegnandosi con un giuramento nella difesa della pace e nella lotta per la liberazione della coppia presidenziale. A presiedere la cerimonia, il segretario dei Movimenti Sociali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Héctor Rodríguez, che ha lanciato un appello all’unità per stabilire una "rotta politica" e ha annunciato un’agenda intensa per i prossimi 60 giorni. Questo periodo di agitazione precede l’inizio del processo (illegale) a cui Maduro e la prima combattente saranno sottoposti in un tribunale federale di New York, dopo che hanno dichiarato di essere innocenti per tutti i capi d’accusa nella loro prima comparizione il 5 gennaio.
Intanto, la solidarietà verso i leader sequestrati assume forme commoventi e simboliche. In queste ore, le Plaza Bolívar di tutto il paese sono diventate il centro di una campagna denominata "Los quiero de vuelta". Cittadini di ogni età ed estrazione sociale affluiscono per depositare lettere piene di messaggi di affetto, speranza e sostegno. "Mostriamo al mondo l’amore infinito che sentiamo per la Ri voluzione Bolivariana", ha dichiarato il capo del governo del Distretto Capitale, Nahum Fernández, annunciando che la raccolta proseguirà per tutto il mese.
La volontà popolare è univoca e risuona forte dalle piazze di Caracas e di tutte le città del paese sudamericano. "La volontà del popolo è che il presidente Nicolás Maduro ritorni nel paese", ha affermato il sindaco di Caracas, Carmen Meléndez, sottolineando come il popolo sia determinato a restare in lotta permanente. "Ti vogliamo indietro, signor Presidente", è il grido che accomuna le migliaia di messaggi scritti, come quello della signora Yajaira Rubio dallo stato Trujillo, o della giovane Victoria Escachinga da Maturín, che assicura: "Qui c’è un popolo che continua ad amarvi".
Nonostante l’aggressione subita, il Venezuela ribadisce il suo spirito di pace e la sua indignazione per quello che viene denunciato come un assedio. La mobilitazione, nel solco dei principi della Rivoluzione Bolivariana, prosegue con la ferma intenzione di informare il mondo sulla "verità del Venezuela" e di continuare a costruire la patria, nell’attesa del ritorno del Presidente e della prima combattente in quella che viene definita, a gran voce, una terra libera e sovrana.

Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?
Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.
Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.
Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.
Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.
Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.
Hong Kong rolling out tender platform upgraded after Tai Po fire in second half of 2026

Il governatore Fico: “Auguri Repubblica, 50 anni di informazione libera, autorevole e responsabile”
In prognosi riservata il ragazzino di 11 anni precipitato con la moto: lesioni a organi interni
- A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona
A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona
Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.
Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.
Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.
Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.
Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.
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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti
Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.
L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”
L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.
La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.
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Giappone-Russia: messaggio di Takaichi a Putin
Il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha trasmesso un messaggio al Presidente russo Vladimir Putin tramite Muneo Suzuki, membro della Camera alta del Parlamento giapponese, che ha visitato Mosca a fine dicembre e incontrato diversi alti funzionari russi, ha riportato il quotidiano Toyo Keizai.
"Takaichi ha incaricato Suzuki di inviare un messaggio verbale al Presidente Putin, affermando che 1) anche il Giappone attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Russia e 2) il Giappone auspica un cessate il fuoco immediato tra Russia e Ucraina", ha scritto il quotidiano.
Secondo il quotidiano, Suzuki avrebbe trasmesso il messaggio durante un incontro con Konstantin Kosachev, vicepresidente della Camera Alta del Parlamento russo.
L'autore dell'articolo suggerisce che il messaggio di Takaichi sia stato immediatamente comunicato al capo di Stato russo, dato che Kosachev è uno stretto consigliere di Putin.
Inoltre, la pubblicazione sottolinea che, prima di recarsi in Russia, Suzuki ha incontrato Takaichi e il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi.

Bild: la Germania ritira le truppe dalla Groenlandia
La squadra di ricognizione della Bundeswehr tedesca di stanza in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta", ha riportato il quotidiano tedesco Bild. Il giornale ha affermato di aver trovato inaspettatamente i 15 soldati e ufficiali, guidati dal contrammiraglio Stefan Pauly, all'aeroporto di Nuuk, la capitale groenlandese.
Il gruppo si è imbarcato su un volo Icelandair operato con un Boeing 737, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale per la loro partenza frettolosa.
Proprio ieri, è stato riferito che il personale militare tedesco sarebbe rimasto sull'isola più a lungo del previsto, ha osservato il quotidiano. L'ammiraglio Pauly ha dichiarato di aver discusso la possibilità di una maggiore cooperazione in loco con la Danimarca e altri paesi e di aver informato Berlino di queste discussioni, in attesa dell'approvazione per discutere i prossimi passi con i danesi.
"Il generale ha fatto l'annuncio ieri alle 15:30 ora locale (18:30 ora tedesca). Alle 8:30 di questa mattina (ora locale), i soldati erano già all'aeroporto con tutto il loro equipaggiamento".
Secondo Bild, "non è stata data alcuna spiegazione alle truppe sul posto, niente". "Semplicemente: tornate indietro! Tutti gli appuntamenti programmati hanno dovuto essere annullati con urgenza", ha affermato.
"Non è chiaro se la Germania stia ritirando le sue truppe in risposta ai dazi punitivi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro coloro che si oppongono alla sua politica aggressiva in Groenlandia, o se ci siano altre ragioni per il ritiro", ha osservato il quotidiano.

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Teatro, al Mercadante il conflitto di famiglia ne “Il lutto si addice ad Elettra”
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Life for Gaza, sold out al Bellini Mannoia, Gifuni, Ovadia sul palco
Il mondo senza più adulti
L’età precisa che ci portiamo sempre dentro
Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy
Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).
Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.
LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA
Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani
Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.
IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD
Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.
Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.
(Foto: Governo.it)
Dal Trattato del 1920 alla Nato, l’evoluzione della presenza italiana nell’Artico. Scrive Caffio
“L’Italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. Questo il punto centrale del messaggio inviato dalla premier Giorgia Meloni alla conferenza di presentazione del documento dedicato alla Politica Artica Italiana in cui si indicano le linee strategiche che il nostro Paese intende seguire, come osservatore nel Consiglio Artico, sostenitore del diritto internazionale del mare e membro della Ue e della Nato.
La posizione italiana ha radici antiche che risalgono alle missioni di esplorazione scientifica del secolo scorso ed all’adesione al Trattato delle Svalbard. L’accordo del 1920 contiene infatti clausole che, nel riconoscere la sovranità della Norvegia, stabiliscono il suo impegno a preservare l’ambiente naturale, non installare basi navali e fortificazioni, favorire la ricerca scientifica, consentire la presenza delle Parti contraenti.
Il regime di smilitarizzazione delle Svalbard è ritornato di attualità ora che la Russia ne pretende il rispetto. Esso va però inteso nella sua giusta accezione: non rinuncia ad esercitare difesa e deterrenza nell’Arcipelago da parte della Norvegia (e della Nato) ma impegno a non farne un uso offensivo. Questa è proprio la chiave per comprendere il senso della politica italiana che considera l’Artico “regione strategica, dove si intrecciano economia, ambiente, ricerca, energia e – oggi più che mai – sicurezza e difesa”. Ma l’aderenza della visione del nostro Paese alla realtà del Grande Nord è confermato da altri elementi.
Mentre per il territorio antartico esiste uno specifico trattato che ne stabilisce l’uso per fini pacifici proibendo appropriazioni di aree, installazioni e manovre militari, l’Artico non è governato da alcuno specifico accordo. Ad esso, si applica infatti l’ordinario diritto del mare come specifica la Dichiarazione di Ilulissat (Groenlandia) del 2008: il testo esprime la visione dei Paesi fondatori del Consiglio Artico, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (da notare che la Cina strumentalmente si definisce “Near-Arctic State”).
Nell’Oceano Artico gli Stati costieri sono quindi titolari di diritti nelle aree di piattaforma continentale e Zee come accade in altri regioni marine; sotto i ghiacci del Polo ci sono invece spazi di mare libero. I Paesi artici e quelli come l’Italia che hanno lo status di “osservatori” nel Consiglio si sono tuttavia impegnati a cooperare tra loro per la protezione del fragile ecosistema marino.
Ecco quindi che considerare l’Artico una zona di pace è un’esigenza connessa alla tutela degli habitat, ad evitare i rischi di inquinamento della navigazione commerciale e dello sfruttamento incontrollato delle risorse. Questo, in linea con la Convenzione del diritto del mare del 1982 che stabilisce l’uso pacifico dei mari come bene comune.
Non a caso l’Italia vede nella Norvegia il suo partner ideale per realizzare la sua strategia (come dichiarato anche da Eni): Oslo interpreta infatti al meglio i principi di cooperazione pacifica nel campo ambientale, scientifico ed economico che dovrebbero garantire la tutela degli spazi artici.
Ma che dire della Russia che sin dal tempo degli Zar considera l’Artico uno spazio che le appartiene sino al Polo come prolungamento delle terre emerse? E come non temere la sua massiccia militarizzazione delle coste e dei mari adiacenti o il controllo navale della Rotta a Nord Est (ora Northern Sea Route) che attraversa la sua Zee? Naturale quindi che Il sostegno italiano alla presenza della Nato nell’Artico vada visto come misura per “prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.
La minaccia militare russa nell’Artico è una realtà incontestabile, non foss’altro perché Mosca deve difendere nel Circolo Polare Artico un enorme sviluppo costiero di circa 25.000 km. con risorse naturali ricchissime. È bene ricordare che nel momento in cui l’ex Urss si stava dissolvendo, Gorbashev lanciò nel 1987, con la Murmansk Initiative, una serie di proposte per fare dell’Artico una zona denuclearizzata e demilitarizzata. Non si trattava però di un piano di pace. A Mosca interessava soltanto allontanare dalle regioni polari le Forze occidentali sì da farne un proprio mare chiuso.
Con lo scioglimento dei ghiacci le zone polari si stanno ora aprendo alla navigazione internazionale ed alla competizione energetica: tra non molto sarà inevitabile per l’Occidente confrontarsi con la Russia per l’uso pacifico e condiviso dell’Artico.
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QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP
Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e […]
L'articolo QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP proviene da Come Don Chisciotte.
Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni
Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.
In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.
Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.
Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.
Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.
Den officiella versionen
Wuben X4 Torcia strepitosa!
Hong Kong police arrest 2, record 220 offences in illegal road racing crackdown

Mammiferi marini: perché le loro reti sociali influenzano la diffusione delle malattie
Studiare delfini, balene e altri mammiferi marini cambia la prospettiva anche dei ricercatori. La dimostrazione arriva dalle poche immagini pubblicate da Scimex con un comunicato stampa. Lo studio che racconta è dedicato alla diffusione delle malattie in mare legate agli animali marini più sociali. Secondo diversi dati e osservazioni, balene, delfini e altri mammiferi sociali facilitano la trasmissione di malattie tra individui.
Il rischio ricade soprattutto sulle specie rare o minacciate; la ricerca è della Flinders University. Il team ritiene importante comprendere le reti sociali di ogni specie per prevedere e gestire le epidemie negli oceani. Grandi aree acquatiche stanno subendo danni importanti da cambiamenti climatici, inquinamento e attività umane; anche la vita delle grandi specie è fortemente influenzata negli spostamenti e nelle abitudini.
Il professor Guido J. Parra dà dati precisi sulle malattie infettive. Nei mammiferi marini sono poco studiate e non sono considerate le loro conseguenze. Sono elevate, addirittura le definiscono un pericolo per oltre un quarto delle specie minacciate. Gli oceani e i mari hanno come fattori di stress pesca, degrado di habitat e inquinamento, che indeboliscono il sistema immunitario.
La geografia del mare ricostruita studiando vita e relazione dei grandi mammiferi oceanici: raccontiamo il CEBEL dedicato ai cetacei e tutte le prospettive di ricerca e prevenzione
I mammiferi che compongono reti sociali e magari nuotano in grandi gruppi diffondono malattie che si aggiungono alle componenti umane e ambientali. Arrivano poi le considerazioni di Caitlin Nicholls: i dati storici sono importanti per mappare comportamenti e connessioni sociali. I grandi mammiferi di gruppo, quando hanno iniziato a diventare diffusori di malattie o epidemie? Per la ricercatrice bisogna studiare gli individui altamente connessi e in relazione anche con l’uomo, attraverso l’avvicinamento a barche e siti umani. I delfini hanno legami più frequenti e mostrano maggiori probabilità di malattie a rischio epidemico.
Come per gli esseri umani, anche per delfini e balene si parla di prevenzione e diagnosi precoce sulla loro salute. Ricerche e ricercatori devono aumentare sugli animali più sociali e i loro habitat. Il CEBEL è un’importante iniziativa di studio sui cetacei, anche loro animali che legano molto tra di loro e curiosi verso l’uomo. Attraverso questo laboratorio si stanno studiando interazioni, comportamenti e abitudini. La ricerca fin qui raccontata è stata pubblicata su Mammal Review.
Mammiferi marini: perché le loro reti sociali influenzano la diffusione delle malattie è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
- Il ruolo dell’attività fisica nelle adolescenti: lo studio che apre nuove piste sui fattori di rischio
Il ruolo dell’attività fisica nelle adolescenti: lo studio che apre nuove piste sui fattori di rischio
Si avvicinano i mesi primaverili ricchi di eventi di divulgazione e attenzione sul tema del cancro al seno. Le ricerche sono molte e ci dicono tutte qualcosa su prevenzione e fattori di rischio. Due istituti importanti – Mailman School of Public Health della Columbia University e Herbert Irving Comprehensive Cancer Center (HICCC) – hanno pubblicato uno studio dedicato all’attività fisica ricreativa sulle adolescenti.
Ha un impatto significativo sui fattori di rischio per il tumore alla mammella. Il movimento durante l’adolescenza è importante per tanti motivi. Nelle giovani donne questo periodo è di sviluppo pieno del tessuto mammario, può essere influenzato dallo stress e dagli stili di vita. Sono biomarcatori importanti che si possono già analizzare dal punto di vista medico.
Le ricerche sull’attività fisica ricreativa si erano concentrate solo sugli adulti. Le donne che praticano più sport anche per rilassarsi o svagarsi hanno il 20% di rischio in meno sul tumore. Adesso, sono state fatte analisi sulle fasi giovanili. 85 ragazze con età media di 16 anni hanno dato la possibilità ai ricercatori di esaminare dati dopo attività fisiche a riposo e organizzate. Sono stati valutati prelievi di sangue, di urine e tessuto mammario.
Primo studio urbano e multi-etnico su salute e prevenzione sotto i 18 anni: cosa evitano di fare le ragazze e che impatto ha sulla loro crescita? Una case history particolare
Chi pratica almeno due ore di ginnastica settimanale presenta meno densità mammaria, meno acqua nel tessuto e biomarcatori di stress nelle urine. La coorte studiata è urbana, di New York, quartieri diversi tra cui Harlem e South Bronx. Le adolescenti hanno permesso di fare uno studio di raffronto anche con ragazze afroamericane e ispaniche. Si è scoperto che nella metropoli più famosa al mondo più del 50% delle partecipanti non praticava attività fisica ricreativa settimanale.
La ricerca è importante perché spinge a promuovere anche sport e attività ricreative a fianco a scuola e prime esperienze lavorative. A studiare i dati, Rebecca Kehm e Mary Beth Terry hanno sottolineato l’importanza dei diversi biomarcatori misurati e rilevati nei tessuti. L’attività fisica in adolescenza riduce i fattori di rischio per il cancro agendo su tanti aspetti, partendo anche dal peso corporeo ma anche dal benessere psicofisico. Una verità detta e ridetta dai media, ma che in realtà aveva ancora bisogno di studi specifici e longitudinali.
Il ruolo dell’attività fisica nelle adolescenti: lo studio che apre nuove piste sui fattori di rischio è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
Sulla Groenlandia si possono abbassare i toni. Fontaine spiega perché
La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.
Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.
La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?
Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.
Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.
Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.
C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.
Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.
Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.
Garante Privacy: Guido Scorza si è dimesso

Guido Scorza ha comunicato le sue dimissioni irrevocabili da componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali.
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- Bollettino della qualità dell'aria - 17-01-2026 - rete regionale - Comune: LIVORNO, Zona omogenea: Zona Costiera
Bollettino della qualità dell'aria - 17-01-2026 - rete regionale - Comune: LIVORNO, Zona omogenea: Zona Costiera
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 4 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 13 | 0 | - | 30 | 1.8 | - | 0.6 | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 13 | 0 | - | 41 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 13 | 0 | - | 47 | - | 0.4 | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 14 | 0 | 9 | 45 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 18 | 0 | 11 | 59 | - | 1.2 | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 20 | 0 | - | 29 | - | - | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 20 | 0 | 12 | 62 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 25 | 0 | 15 | 35 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 27 | 0 | 18 | 48 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 31 | 1 | - | 86 | - | - | - | - |
Paralysed Hong Kong dancer Mo Li set to undergo ‘intense’ cutting-edge treatment

Cemento autopulente di nuova generazione: cosa rende speciale la formula alla dolomite
Tante città applicano materiali autopulenti e anti-sporco sulle strade e anche sui selciati. Una dimensione del lavoro urbano anti-spreco e inquinamento, allo stesso tempo. Soluzioni di questo tipo crescono per più dimensioni, ce lo racconta Bioengineer. Il minerale di dolomite è la componente chiave di un cemento autopulente a base di ossicloruro di magnesio, sviluppato da un team di ricercatori. I loro nomi sono Rodríguez-Alfaro, Torres-Martínez e Luévano-Hipólito.
Il cemento a base di dolomite riesce arespingere sporco e contaminanti con una reazione fotoindotta. Sfrutta l’esposizione a umidità e raggi ultravioletti del sole per decomporre i residui organici. In genere, molti materiali esposti all’aria si ripuliscono con l’acqua piovana. Il cemento a base di dolomite dà alle piogge naturali un potere più forte di pulizia delle superfici, riducendo così la necessità di impiegare detergenti chimici. Un materiale non solo autopulente ma anche resistente e duraturo, è stato pensato per le costruzioni sostenibili, urbane e edilizie.
Borghi storici e città turistiche più puliti e sostenibili grazie al cemento autopulente: contro muffe, sporco e impronta di carbonio. Per Rodríguez-Alfaro e Luevano-Hipólito l’evoluzione non è finita
Il cemento autopulente è stato testato su diverse tipologie di degrado superficiale, ad esempio le muffe e gli accumuli di sporco. I costi di manutenzione e pulizia risultano dimezzati, ed è un fattore importante con i cambiamenti climatici in corso ma anche fenomeni di inquinamento degradanti mura e superfici.
La dolomite è una materia prima locale disponibile, il suo utilizzo riduce l’impronta di carbonio. Può essere sfruttata tanto dalle grandi città che dai borghi e dai paesi con palazzi caratteristici o in ricostruzione. I ricercatori vogliono andare oltre allo sviluppo del nuovo cemento autopulente e far crescere applicazioni e innovazioni.
Il prossimo passo sarà lo studio di variabili dell’interazione tra ossicloruro di magnesio e dolomite, lo studio di additivi e il miglioramento di resistenza e autopulizia. Rodríguez-Alfaro e Luevano-Hipólito parlano di una svolta nell’edilizia significativa e verso la sostenibilità. In fondo, costruire non significa soltanto mettere su palazzi, case e architetture belle, ma anche che non danneggiano l’ambiente e lo aiutano a mantenersi pulito. Il cemento autopulente potrà essere utilizzato anche in contesti residenziali, commerciali, domestici e scolastici.
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“Repubblica”, cinquant’anni con Napoli
Torna il tennis, torna l’Happy Slam
Si ricomincia, due mesi dopo le ATP Finals. Anche se forse non ci sei è mai fermati, non del tutto. Gli sponsor, quelli che governano il circo, non vanno volentieri […]
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Commentaires sur Fin de Windows 10 : faisons le point par gilassou
En réponse à BabaArouj.
Ben, vous êtes un rigolo, des jeunes sont vieux dans leurs pratiques . J’ ai 70 balais et je suis passé à ubuntu seul avec quelques m… Mais là c’est bon.
Iml faut oser!!!
- Alzheimer, un segnale precoce nelle onde cerebrali: il nuovo indizio che potrebbe cambiare l’approccio clinico
Alzheimer, un segnale precoce nelle onde cerebrali: il nuovo indizio che potrebbe cambiare l’approccio clinico
Aumentano gli studi sul predire la malattia di Alzheimer e quindi l’arrivo di macchinari diagnostici o analisi più potenti di quelli che abbiamo. Uno studio pubblicato su Imaging Neuroscience racconta l’importanza delle onde cerebrali. C’è un segnale specifico importante che può prevedere la malattia con precisione due anni prima. Gli esperti lo definiscono un biomarcatore sensibile e può essere scoperto con unatecnica di imaging non invasiva chiamata magnetoencefalografia (MEG).
Lo studio è di un team internazionale di neuroscienziati: Brown University negli Stati Uniti, Università Complutense di Madrid e Università di La Laguna in Spagna. Sono state analizzate le attività delle onde cerebrali a riposo di 85 pazienti con lieve deterioramento cognitivo. In pratica, esiste un prima e un dopo la comparsa dell’Alzheimer, rilevato anche su chi già soffriva di rallentamento neuronale. Questa differenza ha svelato segnali specificidella malattia. In particolare, le onde beta erano a frequenza inferiore, con una potenza e una durata meno forti rispetto a chi non aveva sviluppato la malattia nello stesso periodo.
La tecnica MEG è consigliata sui pazienti dai 60 anni, la dottoressa Jones promette un ulteriore sviluppo clinico non solo predittivo ma anche terapeutico sull’Alzheimer
Stephanie Jones della Brown parla specificamente di segnali elettrici prima e dopo: compaiono nei due anni di formazione e crescita della malattia. “Poter osservare per la prima volta in modo non invasivo un nuovo marcatore precoce della progressione del morbo di Alzheimer nel cervello è un passo davvero entusiasmante”, sono le sue parole.
L’analisi strumentale sperimentata funziona anche su pazienti sani intorno ai 60 anni. Le onde cerebrali che hanno rilevato i picchi elettrici appartengono alle sfere di apprendimento, memoria e funzione esecutiva. Dopo le analisi, sono stati subito osservati comportamenti e azioni associate alle tre dimensioni compromesse tanto dal morbo quanto dal generale deterioramento cognitivo.
La dottoressa Jones, alla fine dello studio, ha affermato: “Ora che abbiamo scoperto le caratteristiche degli eventi beta che predicono la progressione del morbo di Alzheimer, il nostro prossimo passo è studiare i meccanismi di generazione utilizzando strumenti di modellazione neurale computazionale”.
Alzheimer, un segnale precoce nelle onde cerebrali: il nuovo indizio che potrebbe cambiare l’approccio clinico è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace
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Salerno: il ritorno di De Luca scuote il campo largo Gelo nel Pd, no dei 5S
Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo
Di Marcello Veneziani Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi […]
L'articolo Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo proviene da Come Don Chisciotte.
Archiviazione cloud con crittografia post-quantistica: 87% di sconto da Internxt

Lo sconto è valido su tutti i tre piani a vita del servizio di cloud storage spagnolo con base a Valencia.
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Tencent seeks collaboration with other major AI developers to improve tech for vulnerable users

China actress loses brand partners for saying ‘hundreds of thousands’ a month is not enough

PLA sends drone into airspace near Taiwan-held Pratas Island in South China Sea

Smart money: how Hong Kong charity makes finance lessons fun for pupils

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PLA sends drone into airspace near Taiwan-held Pratas Island in South China Sea

Giorno della memoria 2026, 40 libri per raccontarlo a bambini e ragazzi
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As Trump’s threat grows, Greenlanders plot exit plan: ‘I’m thinking about where to hide’

Hong Kong steps up bid to become global gold trading hub with Shanghai agreement

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Did China, Russia, Iran joint naval drills in South Africa signal a Brics shift?

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This year, Hong Kong must resolve to rewrite the script for retirement

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Credential-stealing Chrome extensions target enterprise HR platforms
Cobolli, malessere agli Australian Open: "Posso andare in bagno?"

Australian Open, oggi Cobolli-Fery e Paolini-Sasnovich - Diretta

Bonus 2026, da elettrodomestici a psicologo, da mobili ad asili nido: quali sono e come richiederli

Maltempo, oggi allerta meteo su Calabria, Sicilia e Sardegna

Da punturine anti-obesità a prodotti 'Glp-1 friendly', l'esperto: "Cambierà modo di fare la spesa"

Groenlandia, Trump annuncia dazi: scontro Stati Uniti-Europa

Cuore si ferma, salvato dopo 45 minuti di massaggio cardiaco e uso di Ecmo

Superenalotto, la combinazione vincente di oggi sabato 17 gennaio

- Digiuno intermittente, non solo vantaggi. Effetto su cuore e dubbi dei medici: "Ecco chi non può farlo"
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Miretti cade in area, arbitro revoca rigore: proteste in Cagliari-Juventus

Sinner, prima del tennis i trionfi nello sci: nel 2009 battuto anche... Franzoni

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Bari, 40enne accoltellato in strada: muore in ospedale

Cagliari-Juventus 1-0, Mazzitelli rallenta la corsa Champions di Spalletti

Si dimette Guido Scorza, componente Garante Privacy: "Nessuna responsabiltà, ma serve credibilità"

Iglesias, la mossa dopo le accuse di molestie: ingaggiato l'avvocato di Ronaldo e vip

Giallo Anguillara, Procura Civitavecchia: "Tracce di sangue dappertutto"

Evelina Sgarbi, la lettera a Valentino Rossi: "Nostre situazioni simili"

Gaza, Trump invita Netanyahu nel Board of Peace. Tel Aviv: "Contrasta con politica Israele"

Ue-Mercosur, firmato accordo in Paraguay. Ora l'approvazione del Parlamento europeo

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Business e sicurezza: il Board che deciderà il futuro della Striscia
Analisti assennati e di buonsenso, quelli invitati ritualmente ai talk televisivi, ci spiegheranno che occorre guardare con fiducia all’iniziativa di pace di Donald Trump per Gaza. La realtà è ben […]
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Galà coloniale, i palestinesi di Gaza non hanno nulla da festeggiare
La gente di Gaza assiste stanca allo spettacolo internazionale di dichiarazioni, promesse, autocelebrazioni e strette di mano. Ci si potrà permettere di festeggiare a Washington o nelle rispettive sedi – […]
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Minneapolis, l’atto di forza di Trump contro sindaco e governatore
In Minnesota si stanno decidendo le sorti di ciò che resta della democrazia americana. Il regime Maga ha fatto del gelido e tranquillo stato del Midwest il banco di prova […]
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L’ipocrisia di Israele: ciechi di fronte a Gaza, ora invocano libertà
Quarantasette anni fa oggi, Mohammad Reza Pahlavi, l’ex scià dell’Iran, lasciò il Paese per sempre. Quarantasette anni fa oggi, anche io e la mia famiglia lasciammo l’Iran, senza sapere che […]
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Uganda, Wine: «Sono riuscito a fuggire». E denuncia brogli elettorali
Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni ha vinto le elezioni fa con una percentuale di poco superiore al 71%, assicurandosi così il settimo mandato presidenziale. Museveni, 81 anni, è in carica […]
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Iran, dalla censura dei contenuti all’«internet sovrano». E non per tutti
Dallo scorso 8 gennaio in Iran non è possibile connettersi a risorse internet al di fuori del paese. Il blocco imposto dal regime, però, potrebbe diventare strutturale. Secondo gli attivisti […]
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Legge elettorale, il ricatto del governo alle opposizioni
Il centrodestra ha posto una pistola sul tavolo del confronto con le opposizioni sulla legge elettorale. Prima ancora che esso sia convocato. Preventivamente, come una minaccia, che è stata esplicitata. […]
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Presidenziali in Portogallo, l’estrema destra ci spera
Il Portogallo va alle urne oggi per scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Contrariamente a quanto accaduto negli ultimi quarant’anni, quando il capo dello Stato veniva eletto al primo turno […]
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Denis Côté, «Il mio cinema resistente, all’attacco delle belle immagini»
Canadese, nato nel 1973, regista, sceneggiatore e produttore, Denis Côté è autore di un cinema ibrido che sfugge alle classificazioni, che ama i personaggi marginali raccontandoli con un realismo venato […]
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Germania: sinistra, fallisce l’alleanza magenta. E l’Afd avanza
Fine della «coalizione magenta» nel Brandeburgo. È durato appena un anno e un mese lo «storico» governo fra la Spd e il Bsw di Sahra Wagenknecht. A innescare l’insanabile crisi […]
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Gaza, Meloni: «Dall’Italia piena disponibilità». E a Palazzo Chigi arriva l’invito
«Abbiamo sempre dato, e stiamo dando, la nostra piena disponibilità ad avere un ruolo di primo nel progetto di pace in Medio Oriente». La premier Giorgia Meloni ha confermato, di […]
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«Brucerò il Corano»: la “protesta” di Jake Lang
«Oggi all’una del pomeriggio brucerò un Corano sulle scale del comune di Minneapolis. L’America è un paese cristiano, non permetteremo ai pirati somali di conquistare Minneapolis». È l’ultimo post su […]
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Torino, Askatasuna annuncia «l’alba di un nuovo movimento sociale»
«Il governo Meloni ha sbagliato i calcoli, il popolo resiste e rilancia»: così si chiudono le 5 ore di assemblea nazionale lanciata da Askatasuna. La risposta è arrivata ieri, un […]
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Mercosur, intesa firmata. Nella Ue strada in salita
Dopo venticinque anni di negoziati tesi, ieri a Asunción, in Paraguy, è stato firmato l’accordo commerciale di libero scambio tra l’Europa e i Paesi Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay). […]
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