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Il mostro di Frankenstein. La guerra cognitiva russa e la narrativa che cuce ideologie morte

13 Giugno 2026 ore 11:57

C’è una scena ricorrente nei romanzi gotici dell’Ottocento: il dottore folle che di notte fruga nei cimiteri, strappa arti da cadaveri diversi e li cuce insieme sperando di ridar vita a qualcosa che non ha mai avuto una vita unitaria. È la metafora più precisa per descrivere l’architettura della guerra cognitiva russa nel conflitto ucraino: una narrativa “Frankenstein” che assembla frammenti di ideologie morte — anticapitalismo, antimperialismo, nostalgia sovietica, neopaganesimo slavo, suprematismo bianco, retorica pacifista — e li cuce in un mostro coerente solo nell’odio per l’Occidente liberaldemocratico.

Il paradosso al cuore dell’operazione è tanto evidente quanto sistematicamente ignorato: la Russia di Putin giustifica la propria invasione dell’Ucraina come una “missione di denazificazione”, mentre le sue unità d’élite sul campo ostentano apertamente la simbologia del Terzo Reich. Il Gruppo Rusich, guidato da Alexei Milchakov, neonazista dichiarato, sfoggia rune Waffen-SS e il Kolovrat, variante slava della svastica. La brigata “Española” era identificata dal codice 88 — abbreviazione cifrata di “Heil Hitler” — operativa fino alla fine del 2025. Dmitry Utkin, fondatore operativo del Gruppo Wagner, portava tatuati sulle clavicole i simboli delle SS, e il nome stesso “Wagner” fu scelto come omaggio al compositore prediletto di Hitler. Denazificare l’Ucraina usando neonazisti: la contraddizione non è un errore logico, è un metodo.

Quel metodo si chiama guerra cognitiva. Non è propaganda nel senso tradizionale del termine — la diffusione di un messaggio univoco verso un pubblico passivo. È qualcosa di più sofisticato e più destabilizzante: la produzione industriale di contraddizioni, l’inquinamento sistematico del campo semantico, la trasformazione del dubbio in arma. L’obiettivo non è convincere che la Russia ha ragione, ma convincere che non esiste una ragione verificabile, che tutto è relativo, che “anche dall’altra parte ci sono nazisti”, che la verità è irraggiungibile. In questo spazio di nebbia cognitiva il mostro di Frankenstein prospera, perché nessuno ha più gli strumenti per identificarne le suture.

La specificità italiana di questa operazione merita attenzione particolare. L’Italia si è rivelata il laboratorio più fertile per testare la saldatura tra opposti estremismi. Il meccanismo è stato elaborato attraverso la cosiddetta “Quarta Teoria Politica” di Alexander Dugin — importata e adattata al contesto italiano da figure come Orazio Maria Gnerre — che propone un asse trasversale tra estrema destra e sinistra antagonista unificato dall’avversione all’atlantismo e al liberalismo. Il risultato è una narrativa in cui il pugno chiuso copre il saluto romano, e la lotta al “fascismo ucraino” diventa l’involucro ideologico che nasconde la più grande forza mercenaria neonazista e reazionaria del XXI secolo.

Il volto umano di questo inganno ha un nome: Edy Ongaro, militante veneto della sinistra radicale morto nel 2022 combattendo con il Battaglione Prizrak nel Donbass. La sua figura è stata trasformata da Mosca in un’icona propagandistica: il “nuovo partigiano internazionalista” che dà una parvenza di antifascismo a un’invasione condotta da unità dichiaratamente neonaziste. Il cortocircuito è deliberato: se anche un militante di sinistra combatte per il Donbass, allora forse lì davvero c’è qualcosa che vale la pena difendere. La logica del testimone oculare ideologicamente orientato, trasformato in strumento di influenza post-mortem.

Questa “disinformazione a cascata” — che non mira a formare una convinzione ma a saturare l’ambiente informativo di rumore — trova in Italia una rete di amplificatori che va dai canali Telegram privi di fact-checking agli ospiti fissi dei talk show di prima serata. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ospita regolarmente propagandisti del Cremlino nei propri spazi mediatici mainstream. La soglia di riconoscimento del mostro di Frankenstein si abbassa ogni volta che il mostro viene invitato a sedersi al tavolo come interlocutore legittimo.

La sfida che il conflitto ucraino pone alle democrazie europee non è quindi soltanto militare né soltanto economica: è cognitiva. Richiede la capacità di riconoscere le suture del mostro di Frankenstein — di distinguere l’anticapitalismo genuino dalla sua versione teleguidata da Mosca, il pacifismo autentico dalla sua variante funzionale al disarmo dell’aggredito, il giornalismo di inchiesta dal “dubbio metodico” che si trasforma in rendita di posizione. Richiede, in ultima analisi, quella che potremmo chiamare immunità narrativa: la capacità collettiva di non essere reclutati come parti del corpo del mostro, ignari che le nostre braccia siano già cucite al torso di qualcun altro.

Il dottor Frankenstein, nel romanzo di Mary Shelley, alla fine è divorato dalla propria creatura. La domanda aperta, per l’Europa, è se saremo capaci di riconoscere il mostro prima che bussi alla porta.

L’Europa dei volenterosi e la pace che non arriva. L’opinione di Guandalini

13 Giugno 2026 ore 11:50

Per l’Ucraina bisogna spingere sul negoziato e sulla fine delle violenze. Sono le parole di Papa Leone XIV. Sparse nell’atto multitudinario, nell’evento di popolo, titolava El País, della sua visita in Spagna. Il vertice dei volenterosi di domenica 7 giugno a Londra ha provato e riprovato a trovare format congeniali per spalancare all’Europa le porte a un ruolo di pace, di mediazione ma, purtroppo, con esiti inconcludenti. Posticci. Il giorno dopo non ci sono notizie sulle prime pagine dei giornali europei. Zero su quelli inglesi. Per i tedeschi è pervenuto il Süddeutsche Zeitung con un pezzo dedicato agli attacchi ucraini a San Pietroburgo. I fogli francesi: Le Figaro ha preferito spostarsi verso la parata del 14 luglio annunciando la presenza in volo degli aerei ucraini.

I volenterosi di punta, Macron, Merz, Starmer, tre leader senza popolo a casa loro, mancano di quella terzietà necessaria per intraprendere la marcia diplomatica. L’Europa tutta ha compiuto il grave errore di aver trasformato una crisi locale in una crisi mondiale. E questo fa sì che ogni passo sia condizionato da questo. Il copione ha avuto uno svolgimento contorto, a tratti ipocrita e compassionevole. Invio di armi, no all’invio di armi, invio solo per la difesa ma non siamo in guerra con la Russia, invio di armi per la pace, pace giusta e duratura, l’Ucraina nella Nato ma anche no, l’Ucraina nell’Unione europea ma chissà se ce la farà, stiamo con Zelensky fino alla vittoria della guerra, la pace si fa con la forza.

Il conflitto in Ucraina, il più lungo in Europa dal 1945, ha superato i 1418 giorni della Grande Guerra Patriottica tra Unione Sovietica e Terzo Reich, ha generato anche paure e tensioni tra le popolazioni europee che, dopo il trauma vissuto con la pandemia, subiscono un allarmistico susseguirsi di dichiarazioni autorevoli di invasioni prossime venture della Russia. Il cattolicissimo premier polacco Donald Tusk, a proposito degli aiuti necessari verso Zelensky, affermava «soldi oggi o sangue domani», proprio nel momento in cui Papa Leone dichiarava che «si usa la paura per un’ingiustificata corsa al riarmo».

Sorprende la superficialità di linguaggio con la quale i leader politici europei parlano di pericolo di terza guerra mondiale. La sensazione è che non aspettassero altro per dirlo. In attesa di un errore, di un incidente per giustificare la tensione. Un avvertimento che alimenta l’escalation. Per avvalorare le tesi che abbiamo sentito a ripetizione nel corso della guerra russo-ucraina, il pericolo di Putin alle porte dell’Europa, pretesto valido per accendere qualsivoglia miccia, armatevi e partite. Il premier polacco ha detto che siamo più vicini che mai a un conflitto da seconda guerra mondiale. La cautela nel tracciare scenari catastrofici imminenti — l’isteria la lascio ai talk tv (i quali riducono la realtà a vaniloquio, ha scritto Aldo Grasso) impegnati a montare tifoserie da Sturmtruppen, opinionisti e generali a riposo e in servizio seduti al fronte nel salotto di casa — va usata per evitare un incontrollato inasprimento che può portarci effettivamente nel baratro.

Ha detto il filosofo Massimo Cacciari durante un dibattito a Reggio Emilia: «Il ruolo dell’Europa doveva essere e dovrebbe essere anche in futuro quello di fare da ponte tra Occidente e Oriente; è una follia aver pensato un futuro senza l’Est Europa, senza la Russia. Solo così l’Europa può aspirare a essere una potenza. La reazione dell’Europa di armarsi e di andare alla guerra è sbagliata».

Per questo serve che l’Europa nomini un mediatore di pace delegato a incontrare Putin e Zelensky per iniziare a vedere la pace possibile. È un’attesa lunga. Dura da quattro anni. Il nome di Angela Merkel è il più congeniale allo scopo.

Si risolve il conflitto russo-ucraino partendo dal dicembre 1991. Nei mesi successivi Boris Eltsin, che prese il posto di Mikhail Gorbaciov dopo il fallito colpo di Stato nell’agosto dello stesso anno, accelerò la separazione delle repubbliche sovietiche decretando la fine dell’Urss. Il 31 maggio 1991 organizzai a Mantova nella Sala Polivalente del Palazzo Te il secondo International Colloquium Investire all’Est, figlio del primo evento in assoluto dopo la caduta del muro di Berlino, tenutosi a Roma nel marzo del 1990 (da cui fu pubblicato il libro da me curato, Investire all’Est, con prefazione dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Consultai gli stessi economisti vicini a Gorbaciov per capire la situazione interna al Paese e loro mi confermavano che ormai il segretario del Pcus e Presidente dell’Unione Sovietica non godeva più dell’apprezzamento del popolo. Oggi addirittura è stato rimosso dalla memoria storica dei russi (avremo modo di sviluppare prossimamente un’ipotesi corrente che segnala come la storia dell’Unione Sovietica si sarebbe svolta diversamente se alla guida della nazione — segretario del PCUS dal 1982 al 1984 — fosse rimasto per più tempo Yuri Andropov, capo del Kgb dal 1967 al 1982, oggi rivalutato; a una sua biografia c’è la prefazione di Putin, che disse «non conosciamo il paese in cui viviamo», teorico delle riforme graduali, aveva in mente lo stesso svolgimento del socialismo di mercato cinese).

La vicenda ucraina, le trattative per una pace equa e duratura, parte dalla storia lunga della minoranza russofona, maggioranza in Donbass (e nella Crimea annessa nel 2014) e a Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv, e dal rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. L’ex premier tedesca Angela Merkel ha dettagliato di recente un’analisi storicamente incontrovertibile. I Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia hanno una grossa responsabilità per lo scoppio del conflitto nell’Est, dal dialogo con Putin dopo il fallimento degli accordi di Minsk fino alla guerra in Ucraina.

Le trattative con i russi devono partire da qui. Voltarsi indietro per andare avanti. La questione, come ho già avuto modo di scrivere su Formiche.net, gira attorno ai territori conquistati da Putin e a quella frase che abbiamo ricordato, detta da Trump: «Zelensky, devi prepararti a cedere territori». Realismo e pragmatismo rendono evidente che da lì non ci si può scostare. E di rincalzo, tempo fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della Sera disse: «Zelensky sa che dopo tre anni di guerra gli obiettivi che si era posto devono essere cambiati; non può ottenere tutto, deve mediare tra quel che sarebbe giusto e quel che è accettabile».

Non ha vinto né la Russia né l’Ucraina. Sul terreno ci sono due milioni di morti, da una parte e dall’altra, e distruzioni ovunque. Zelensky e Putin devono rispondere di questo. Con lo spirito di quella frase inserita nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi: «Il buon senso c’era: ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

“Voglio che sembri carnosa e giovane”: la Barbie umana si sottoporrà a un intervento per la vagina con il grasso dei cadaveri. Il costo? 25-30mila dollari

13 Giugno 2026 ore 11:49

Non più solo i filler dermici per il viso, il peeling per eliminare le cellulare morte e la biorivitalizzazione della cute. La medicina estetica sulla zona genitale, a quanto pare, è richiesta. Marisa Iglesias, la donna autoproclamatosi la “Barbie umana”, ha deciso di portare all’estremo gli interventi sul suo corpo. A luglio, si sottoporrà a un restyling della vagina con l’iniezione di tessuto di donatori deceduti. Un’operazione distante dalla semplice labioplastica, ma che legherà il rimodellamento delle labbra vaginali al trasferimento di grasso e alla riduzione del cappuccio clitoride.

Quest’ultima, suggerita alla cliente dal chirurgo plastico Ariel Ourian, che si occuperà dell’intero processo in una clinica di Beverly Hills. “Gli ho chiesto perché ne avessi bisogno”, ha raccontato Iglesias, come riporta il New York Post. E il medico ha risposto che ne avrebbe guadagnato in “sensazioni”. “Molte donne non mettono nemmeno uno specchio laggiù per vedere le loro zone intime. Perché non costruire la versione migliore di noi stesse?”, ha riflettuto l’influencer argentina.

Lei, tra l’altro, non è nuova a stare in bilico sull’estremità dei confini cosmetici. A 26 anni è volata dalla sua Buenos Aires a Los Angeles perché pensava che in California “tutti somigliassero alla gente di Baywatch”. Nel 2022 il primo intervento per accrescere il seno e ottenere un “look alla Pamela Anderson”. Poi, una lunga serie di trattamenti: lifting ai glutei, terapia con le sanguisughe (usata anche nella medicina estetica) e infusioni di cellule staminali. Oltre che un regime di benessere alternativo che comprende l’uso di bevande di insetti vivi. L’anno scorso ha pure ricevuto una trasfusione con il sangue del figlio per combattere l’invecchiamento.

Ora, attraverso il grasso dei cadaveri, mira a ridisegnare anche uno dei suoi organi genitali. “Allo stesso modo in cui perdiamo volume sul viso con gli anni, succede laggiù sulle labbra vaginali – ha specificato Iglesias –. Volevo sembrassero un po’ più carnose e giovani. Questo è fondamentalmente un lifting per la vagina”. Tutta la procedura, per cui la donna spera in un’anestesia locale, dovrebbe costare tra i 25.000 e i 30.000 dollari e richiedere un recupero di circa due settimane.

Per Iglesias, però, quelle a cui si è sottoposta nel tempo non sono procedure drastiche: “Considero estremo rimuovere le costole o cambiare la struttura ossea. Non è qualcosa che farei. Abbiamo la possibilità di avere un bell’aspetto e sentirci meglio con noi stessi. Allora, perché no?”

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“Non più di 10 milioni di abitanti”: la Svizzera vota la stretta sull’immigrazione

13 Giugno 2026 ore 11:48

Un referendum per limitare il numero degli abitanti prima che questo raggiunga quota 10 milioni. E’ la proposta di legge avanzata dal Partito Popolare Svizzero, corrente populista detentrice della maggior parte dei seggi parlamentari, su cui la popolazione dei cantoni sarà chiamata ad esprimersi questa domenica. I cittadini voteranno per decidere se limitare a 10 milioni il numero dei residenti permanenti entro il 2050, imponendo una stretta sull’immigrazione e rescindendo l’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Ue e Svizzera entrato in vigore nel 2002. Un possibile punto di svolta che modificherebbe la Costituzione e, secondo il ministro della Giustizia, Beat Jans, potrebbe provocare una sorta di “Brexit svizzera”, isolando la Confederazione da Bruxelles.

Secondo i promotori, che sottolineano come gli stranieri rappresentino oltre un quarto dei cittadini, la priorità è contrastare “gli effetti negativi dell’immigrazione di massa“, tra cui la carenza di alloggi, l’aumento degli affitti, il sovraffollamento dei treni e la congestione del traffico. In caso di approvazione del testo referendario, se la popolazione dovesse superare i 9,5 milioni prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero obbligati ad adottare provvedimenti nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare, e ad invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali che contribuiscono alla crescita demografica. L’attuazione di queste misure metterebbe in discussione la partecipazione svizzera agli accordi di Schengen e di Dublino con l’Ue, compromettendo la cooperazione su sicurezza e accoglienza.

Gli oppositori del progetto hanno soprannominato la proposta “iniziativa del caos“, sostenendo che il disegno anti-immigrazione potrebbe avere ricadute economiche gravi. In prima fila il mondo imprenditoriale, preoccupato per l’aggravarsi della carenza di manodopera e per un possibile deterioramento dei legami economici con l’Europa. Sulla stessa linea anche gli operatori sanitari, secondo cui una riduzione del numero di immigrati potrebbe compromettere i servizi, visto che quasi la metà dei medici che operano sul suolo svizzero è di nazionalità straniera. “È davvero questo il momento giusto per rompere con l’Europa?”, recita uno dei manifesti contro il quesito referendario, con il ritratto di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.

Stando agli ultimi sondaggi, la Svizzera sembra spaccata tra il fronte del No e quello del Sì. L’ultima rilevazione fatta dall’istituto gsf.bern dava il primo al 52%, preannunciando un testa a testa serrato. Ma le previsioni più recenti sono state effettuate prima del 28 maggio, giorno in cui un uomo turco-svizzero, armato di coltello, ha ferito tre persone in quello che le autorità hanno definito un atto terroristico. Un episodio che potrebbe mobilitare ulteriori sostenitori in favore di un referendum che potrebbe cambiare la storia elvetica.

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“È un momento molto bello della mia vita”: a 67 anni la prima volta di Carlo Ancelotti al Mondiale

13 Giugno 2026 ore 11:47

Dice “è un enorme onore e anche una responsabilità rappresentare il Brasile”. Aggiunge: “È un momento molto bello della mia vita”. E conclude: “Faccio questo grande passo con felicità e allegria, sono ottimista”. C’è sempre una prima volta, anche a 67 anni appena compiuti e dopo un percorso leggendario come quello che ha portato Carlo Ancelotti a essere l’allenatore italiano più decorato di tutti i tempi: 30 trofei, tra i quali spiccano le 5 Champions e i campionati vinti in Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Al timone del Brasile, ereditato nell’estate 2025, c’è l’esordio in panchina, contro il Marocco al MetLife Stadium di East Rutherford (New Jersey, non lontano da New York), in questo mondiale controverso sparso in tre nazioni delle quali una, il Canada, è un po’ anche casa sua: spettacolare la villa che possiede dalle parti di Vancouver. Ancelotti ha una missione da compiere ed è quella che gli chiedono i 213 milioni di abitanti del quinto paese più esteso del pianeta – 8.514.877 kmq -: vincere la Hexa, la sesta coppa del mondo. Lui ci crede: nei mesi che hanno preceduto la manifestazione, ha mostrato un discreto ottimismo.

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Ancelotti è il primo ct straniero a pilotare il Brasile in un mondiale: sa benissimo che avrà i fari puntati addosso e che, alla prima caduta, si scatenerà l’inferno. Il curriculum di 31 anni di carriera in panchina, per un totale di 1.405 partite (837 vittorie, 308 pareggi, 260 sconfitte, media-successi 59,57%) nei club e 12 (7 vittorie, 2 pari e 3 ko) al timone della Seleçao, si traduce in esperienza, saggezza e capacità di affrontare i mari più tempestosi. In questo lungo cammino, Ancelotti ha “bucato” solo una tappa: la Juventus, nel biennio 1997-1999. Era giovane, commise qualche errore, ma si ritrovò anche contro un ambiente che non lo aveva mai accettato.

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Il Brasile rappresenta il coronamento di un sogno. Carlo ha allenato il Real Madrid (“il miglior club del mondo”) e ora gestisce la nazionale più vincente di sempre al mondiale. Un eventuale trionfo aggiungerebbe il suo nome a quelli di Vicente Feola (1958), Aymoré Moreira (1962), Zagallo (1970), Carlos Alberto Parreira (1994) e Scolari (2002). Il Marocco, quarto nell’edizione di Qatar 2022 e campione d’Africa dopo il successo a tavolino sul Senegal, è un test d’ingresso consistente. Carlo, che in panchina sarà affiancato dal figlio Davide, dal preparatore Francesco Mauri e dall’assistente Paul Clement, sa che non sarà facile domare i Leoni dell’Atlante.

In conferenza stampa, con la tuta della Seleçao e gli occhiali che gli danno l’aria di un professore, ha raccontato: “Il Marocco è una squadra molto ben organizzata, con qualità in tutti gli aspetti. Dobbiamo giocare una partita completa. Non possiamo dimenticare nulla, né in fase difensiva, né in fase offensiva, né in transizione. Dobbiamo essere vigili in difesa ed essere solidi sui calci piazzati che sono uno dei nostri punti di forza”.

La perdita last minute per infortunio di Wesley, sostituito dall’atalantino Ederson, ha creato qualche problema di formazione a Carletto: il romanista veniva da una grande stagione ed era una pedina strategica di questo Brasile. Vinicius, Marquinhos e Casemiro, guidati da Ancelotti nei club, sono i pilastri della squadra. Gli ultimi test, 6-2 contro Panama e 2-1 sull’Egitto, sono serviti a rodare il motore. La presenza del regista italiano Paolo Sorrentino, che sta girando un docufilm sulla storia di Ancelotti, ha dato un soffio di leggerezza a questa vigilia. Dalla leggerezza alla bellezza il passo è breve. Un premio Oscar e un gigante della panchina: già così è un film da non perdere.

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Un evento di arti marziali da 60 milioni di dollari alla Casa Bianca: l’ultima follia di Donald Trump per i suoi 80 anni

13 Giugno 2026 ore 11:45

C’è un evento sportivo che in questi giorni negli Stati Uniti sta facendo parlare tanto quanto o addirittura più dei Mondiali di calcio. E si svolgerà alla Casa Bianca per la prima volta nella storia. Nel giorno del suo 80esimo compleanno (dove verranno celebrati anche i 250 anni dell’indipendenza americana, il cui anniversario però è il 4 luglio), Donald Trump ha infatti organizzato l’UFC Freedon 250, un evento di Ufc (arti marziali), all’interno della sua residenza ufficiale. Un’idea nata due anni fa con Dana White, CEO dell’UFC – quando il tycoon partecipò a una serata di Ufc al Madison Square Garden e venne accolto da applausi e cori “Usa, Usa” – e a cui adesso Trump ha dato seguito. L’evento – a spese della Ufc – è costato 60 milioni di dollari.

La serata vedrà lottatori affrontarsi in un ring montato all’interno di un enorme ottagono di 27 metri chiamato “The Claw” e – come dichiarato dall’amministrazione americana – sarà tutto esaurito, con oltre 4mila spettatori presenti. Si affronteranno Ilia Topuria, campione dei pesi leggeri, e Justin Gaethje, leggenda della MMA americana. Prima di loro invece si sfideranno Alex Pereira e Cyril Gane: in palio c’è la cintura dei pesi massimi. Gli atleti entreranno all’interno dell’ottagono direttamente dal famoso studio ovale, dove si trova la nota “resolute desk” di Trump. Al “Lincoln memorial”, invece, dove c’è la famosa statua di Abramo Lincoln seduto, si svolgeranno le conferenze stampa e le premiazioni.

Chi non è riuscito ad accaparrarsi un biglietto per l’UFC Freedon 250 – così è chiamato l’evento – è invitato a tentare la fortuna sul sito online Tickemaster, ma con poche speranze. Ma nessun problema, ha precisato Trump: chi non sarà presente potrà vederla in diretta tv e in streaming, anche sul maxischermo all’esterno della White House, con 85mila posti grauiti a disposizione. Il tutto organizzato grazie soprattutto all’amico da oltre 20 anni di Trump, Dana White, presidente della Ufc. Il programma di domenica prevede inoltre una cerimonia privata riservata all’élite del movimento trumpiano. C’è il rischio maltempo e non si esclude – come riportano alcuni media internazionali – una possibile invasione di zanzare. L’evento sarà trasmesso anche in diretta tv e streaming.

In un video pubblicato sui social ieri, 12 giugno, Donald Trump ha paragonato l’arena della Ultimate Fighting Championship (UFC) costruita davanti alla Casa Bianca alla Torre Eiffel di Parigi. Parlando della struttura dentro alla quale c’è il ring, Trump ha ricordato la storia del famosissimo monumento francese. Costruito inizialmente per l’Esposizione Universale del 1889, avrebbe dovuto essere smantellata subito dopo la manifestazione.

Intanto le prove dello spettacolo aereo organizzato in vista dell’evento UFC hanno provocato ritardi agli aerei in partenza, compresi anche quelli di alcuni membri del Congresso. Un volo Delta diretto da Washington a Detroit è rimasto fermo sulla pista a causa della temporanea chiusura dello spazio aereo attorno all’aeroporto Reagan National. Tra i passeggeri c’erano deputati democratici e repubblicani del Michigan.

Il pilota avrebbe spiegato ai passeggeri che il ritardo era legato alle prove per l’evento e avrebbe aggiunto, con ironia, che eventuali proteste andavano rivolte ai “loro rappresentanti al Congresso” (cioè loro stessi). La Casa Bianca ha poi confermato che le limitazioni al traffico aereo erano state pianificate per consentire le prove dello spettacolo previsto prima dell’evento di arti marziali.

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Il divario quantistico tra Usa e Cina si assottiglia. E Pechino sogna il vantaggio

13 Giugno 2026 ore 11:40

L’avanzata della Cina nel campo delle tecnologie quantistiche sembra spingersi ben oltre la ricerca di laboratorio, assumendo una dimensione sempre più concreta e quindi strategica. Lo evidenzia bene Sunny Cheung in un’analisi pubblicata da Jamestown Foundation, stressando il fatto che Pechino abbia ormai conquistato un vantaggio significativo nelle comunicazioni quantistiche sicure, mentre gli Stati Uniti mantengono ancora la leadership nei principali indicatori della computazione quantistica. Anche se questo divario si sta riducendo rapidamente. Per il Partito comunista cinese le tecnologie quantistiche rappresentano uno strumento essenziale per superare i colli di bottiglia tecnologici causati dalle restrizioni occidentali e rafforzare la competitività industriale e militare del Paese. Non a caso, la rivista teorica Qiushi ha recentemente definito il settore di “incommensurabile importanza strategica”, sottolineando come possa contribuire a risolvere il problema della dipendenza tecnologica dall’estero.

Nel suo studio Cheung propone una “scorecard” composta da undici indicatori suddivisi nelle tre categorie di tecnologie fondamentali, applicazioni pratiche ed ecosistema industriale. Il risultato fotografa una competizione ormai molto equilibrata, con Washington che mantiene il vantaggio in quattro parametri, Pechino guida in cinque, mentre due risultano sostanzialmente in parità. Dietro questi numeri, però, emergono dinamiche differenti, poiché gli Stati Uniti continuano a primeggiare nella ricerca di base e nello sviluppo dei processori quantistici, mentre la Cina ha concentrato gli investimenti sull’implementazione concreta delle tecnologie, soprattutto nel settore delle comunicazioni protette.

Uno dei risultati più significativi riguarda la cosiddetta “quantum advantage”, cioè la capacità di un computer quantistico di svolgere calcoli impossibili per qualsiasi supercomputer tradizionale. Negli ultimi dodici mesi due sistemi cinesi hanno stabilito nuovi record mondiali: il processore superconduttore Zuchongzhi 3.0 e soprattutto il computer fotonico Jiuzhang 4.0, che secondo i ricercatori sarebbe in grado di completare un’operazione che richiederebbe a un computer classico circa 10⁴² anni. Sebbene queste stime siano oggetto di continuo dibattito scientifico, il risultato testimonia la crescente competitività della ricerca cinese.

Il vero punto di forza di Pechino resta però la sicurezza delle comunicazioni. La Cina dispone già di una rete quantistica terrestre superiore ai 10.000 chilometri che collega grandi città, enti governativi, istituzioni finanziarie e centri di ricerca. A questa si affiancano i satelliti Micius e Jinan-1, che hanno dimostrato collegamenti quantistici su migliaia di chilometri, consentendo comunicazioni praticamente impossibili da intercettare senza alterarne il contenuto. Nessun Paese occidentale dispone oggi di un’infrastruttura paragonabile. La leadership cinese deriva soprattutto dallo sfruttamento del cosiddetto “entanglement quantistico”, il fenomeno che consente di rilevare qualsiasi tentativo di intercettazione di un messaggio. Grazie a un decennio di investimenti pubblici, Pechino è riuscita a trasformare una tecnologia sperimentale in una rete operativa, creando un vantaggio strutturale che potrebbe avere importanti implicazioni sia civili sia militari.

Gli Stati Uniti conservano comunque un vantaggio significativo in diversi aspetti della computazione quantistica. Google e Ibm guidano ancora nella precisione delle operazioni logiche, nella correzione degli errori e nello sviluppo dell’ecosistema software, elementi essenziali per costruire futuri computer quantistici universali. Tuttavia, anche in questi ambiti la Cina sta recuperando rapidamente terreno. Alla fine del 2025 il processore Zuchongzhi 3.2 è infatti riuscito a superare la cosiddetta soglia di correzione degli errori, dimostrando che il proprio approccio hardware può essere scalabile, sebbene rimanga ancora meno efficiente rispetto ai sistemi sviluppati da Google.

In ogni caso, secondo l’autore dello studio sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive sull’esito della competizione. Le tecnologie quantistiche restano infatti in una fase relativamente iniziale e nessun esperto ritiene realistico che un computer quantistico possa compromettere nel breve periodo gli attuali sistemi di crittografia. E anche se la distanza tra Stati Uniti e Cina si è ridotta sensibilmente nell’ultimo anno, e molti programmi cinesi stanno avanzando più rapidamente di quanto stimato da numerose valutazioni occidentali, Washington ha ancora margine d’azione per non perdere la competizione.

La corsa quantistica si sta quindi delineando come uno dei principali fronti della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. Se gli Stati Uniti continuano a dominare la ricerca di frontiera, la Cina sta dimostrando una crescente capacità di trasformare i risultati scientifici in infrastrutture operative, consolidando un vantaggio concreto nelle comunicazioni sicure e rafforzando uno dei pilastri della propria strategia di sicurezza nazionale.

 

“Ho avuto un tumore alla pelle. La mia è chiara, molto sensibile, come quella di Sinner”: Paola Ferrari risponde agli insulti social sul suo aspetto fisico

13 Giugno 2026 ore 11:38

A Paola Ferrari negli ultimi giorni hanno scritto di tutto sui social. Da quando sono cominciati i Mondiali di calcio 2026 e lei conduce i pre e post-partita della sera su Ra1 con Simona Rolandi, Marco Tardelli e Roberto Falcao, sono piovuti addosso insulti, cattiverie e volgarità di ogni sorta per il suo aspetto fisico. C’è chi dà la colpa all’eccesso di ritocchi estetici, chi alle luci, chi al trucco sbagliato. “Sono ripetitivi e poco originali. Ho letto che qualcuno ha scritto ‘C’è la plastica su Rai1’. Io dico: cambiate canale per la plastica”, risponde la giornalista sportiva in un’intervista al Corriere della Sera senza sottrarsi alle domande.

Del resto, da anni è abituata a commenti di questo tenore, che lei bolla come “la solita barzelletta”. Forse per questo liquida le critiche a semplici “sfottò che non mi fanno né caldo, né freddo” per poi allargare l’orizzonte e sottolineare come per lei gli attacchi alle donne siano “puerile e stancante questa misoginia”. Per la Ferrari c’è un solo modo per reagire: continuare ad essere libere di fare e di agire come meglio si crede. “Se vogliamo ci rifacciamo, altrimenti no. Anche perché, se sei bella vuol dire che ti sei rifatta, però se non ti rifai sei una vecchia incartapecorita”.

Poi però confessa di essersi arrabbiata in passato, anche perché gli attacchi sul suo aspetto fisico arrivavano dopo un problema di salute molto grave: “Come ho raccontato, io ho avuto un tumore alla pelle. La mia è chiara, molto sensibile, come quella di Sinner. Anzi colgo l’occasione, in vista dell’estate, per dire a tutti: attenzione, le pelli chiare sono a rischio melanomi”.

A causa del tumore fu sottoposta ad un delicato intervento a seguito del quale venne ricucita con 24 punti in faccia: “Ora non si vedono quasi più perché i nostri chirurghi sono bravissimi”, rivela. Quanto al presunto problema agli occhi di cui hanno scritto alcuni haters sui social in questi giorni, lo nega tassativamente: “No, nessun problema agli occhi. Noi arriviamo dopo ore e ore di lavoro. Ma sono comunque in forma, seguo una disciplina, esercizio fisico”.

La sua idea è sui social sia in atto una deriva senza possibilità di ritorno (“preferivo un mondo senza social”) e alle giovani colleghe che sognano di fare il suo lavoro dà un consiglio netto su come porsi rispetto agli “odiatori di mestiere”: “Se ti va rispondi per le rime, come fa la mia amica Alba (Parietti); se no ignorali. Ma soprattutto vivi la tua vita e non lasciare che niente e nessuno condizioni le tue scelte e la tua felicità”.

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Il Papa ha capito l’IA più di tanti politici. Parla lo youtuber Gaito

13 Giugno 2026 ore 11:35

Quando Leone XIV ha pubblicato la Magnifica Humanitas, la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, i media si sono quasi all’unisono concentrati principalmente su una parola, “disarmare”. Il risultato è stato prevedibile, con titoli che evocavano prese di posizione papali sui conflitti armati e sull’agenda geopolitica. Tutto giusto, ma non sufficiente a restituire il quadro di quanto espresso dal Pontefice. Raffaele Gaito, divulgatore digitale con oltre 200.000 iscritti su YouTube, autore del volume In cosa posso esserti utile. Guida molto pratica e poco emotiva all’intelligenza artificiale (Mondadori, 2026), ha dedicato un video sui suoi canali social proprio a smontare quella lettura.

«Hanno preso una frase, anzi una singola parola molto forte, “disarmare”, ed è stato facile costruire una notizia attorno a quel termine», dice Gaito a Formiche.net. Nel documento pontificio, il verbo compare in riferimento a un meccanismo di dominio legato all’intelligenza artificiale, ovvero la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori privati. «Il pericolo di lasciare tutto nelle mani di un gruppo di imprenditori della Silicon Valley e di utilizzare queste tecnologie senza una seria riflessione etica. Il messaggio è evidente fin dalle prime pagine».

Tre livelli di lettura

Restando al di là del contenuto di natura spirituale, e quindi religiosa, materie di cui Gaito non si occupa, il divulgatore identifica nell’enciclica almeno tre livelli di significato distinti. Il primo è storico. «Il fatto stesso che esista un’enciclica dedicata all’intelligenza artificiale ha un valore non indifferente. Ci fa capire quanto la tecnologia sia ormai presente nelle nostre vite e quanto stia già incidendo in modo trasversale sulla società». Il secondo è politico, nel senso più ampio del termine. L’enciclica ha detto cose che altri non hanno detto. «Il Papa ha condiviso riflessioni che ci saremmo aspettati da altri soggetti, ma che non sono arrivate, né dalla politica, né tantomeno dal mondo accademico o da quello degli intellettuali». Molti di coloro che seguono i suoi canali, racconta Gaito, gli hanno scritto chiedendogli se non trovasse paradossale che fosse stato il Papa a colmare quel vuoto. «E io dico sì, e nel frattempo i politici stanno lì a guardare e forse il Papa e il suo team, che hanno lavorato a questa enciclica, hanno compreso più di tanti l’impatto che ha questa tecnologia».

Il terzo livello riguarda il contenuto. Gaito spiega infatti di avere costruito negli anni una divulgazione esplicitamente centrata sulla persona, il che lo porta ad essere particolarmente diretto su questo punto. «È un messaggio in cui io mi ritrovo molto. Sono diversi anni ormai che condivido il mio pensiero sull’intelligenza artificiale, raccontando i pro e i contro, i benefici e le limitazioni e così via, e mi sono rivisto in molte di quelle parole».

Il tifo da stadio che non aiuta il dibattito

Uno dei nodi più discussi dell’enciclica è il modo in cui il tema dell’intelligenza artificiale viene trattato nel dibattito pubblico. Leone XIV chiede di non essere spettatori passivi. «L’intelligenza artificiale spesso viene trattata in modo divisivo. Sei a favore o sei contrario. Il tifo da stadio non fa bene al dibattito», spiega Gaito, che tuttavia individua un ostacolo strutturale. «La tecnologia è qua, è già nelle nostre vite. Non stiamo parlando del futuro ma del presente. Cercare di comprenderla significa raccontarne le potenzialità e i limiti, gli aspetti positivi e i rischi, far capire quello che c’è dietro». Un approccio che però, riconosce, non è commercialmente conveniente. «Questo approccio razionale, molto concreto, quindi poco emotivo, è una cosa molto rara. È una cosa che non funziona quanto funziona urlare allo scandalo e fare il titolone che magari ti fa vendere una copia in più o ti fa ottenere un clic in più».

Algoritmi che decidono vite

L’enciclica dedica poi ampio spazio al tema delle disuguaglianze prodotte dall’intelligenza artificiale. Non un problema teorico, dice Gaito. «Già in realtà c’è. Il fatto è che molte persone non lo sanno. Ogni volta che apriamo un social c’è un algoritmo che decide cosa mostrarci, e quella roba ci influenza quotidianamente. Ma la parte grave è quando è un’IA a decidere che magari non puoi avere un mutuo, un’assicurazione oppure no, persino se puoi essere assunto o licenziato. Ecco, in quei casi la questione diventa molto importante, perché non ci si può nascondere dietro la scusa del “l’ha deciso l’algoritmo”, con un effetto scaricabarile, nel quale nessuno si prende la responsabilità e nessuno paga le conseguenze». La risposta, per Gaito, passa per la regolazione e la trasparenza. «Bisogna pretendere che il legislatore vada in una certa direzione, che le aziende decidano un certo livello di trasparenza e che ci sia una supervisione umana».

Il manifesto di Palantir e il sogno infranto

Poi c’è il tema della concentrazione del potere nelle mani di grandi attori privati che, scrive Leone XIV, «fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Già Gaito nelle scorse settimane aveva analizzato sul suo canale il manifesto pubblicato da Palantir, la società di analisi dei dati fondata da Peter Thiel. «Io ho definito quel manifesto come una delle cose più distopiche che abbia mai incontrato nella mia vita, in questo lavoro che faccio da una ventina d’anni». Poi rincara la dose. «Probabilmente, fino a qualche anno fa, l’avremmo letto con il sorriso sulle labbra. Avremmo detto: vabbè, questi sono un po’ strani, sono i soliti soggetti un po’ particolari che vivono in Silicon Valley, fuori dal mondo. Oggi, purtroppo, quella cosa non mi fa più sorridere. È da prendere molto seriamente, perché è la visione del mondo che hanno alcune persone, e che non mette l’uomo al centro, assolutamente no, e che vogliono imporre al resto del mondo». Il raffronto con l’enciclica è conseguenziale. «Qualsiasi cosa leggevo lì dentro, uno, mi spaventava; due, ero in profondo disaccordo; e tre, se vogliamo fare il parallelismo con l’enciclica, era estremamente lontana da quella visione che invece abbiamo letto nel documento del Papa. Le due visioni si oppongono proprio: sono antitetiche».

La questione, per Gaito, è che ormai il modello del “fondatore che costruisce nel garage e cambia il mondo” è scomparso. «Io ero un ex-ragazzino cresciuto con il mito della Silicon Valley. Un po’ alla volta mi è crollato, da diverso tempo ormai. Leggere un documento del genere è stata proprio la pietra finale messa su quel sogno. A un certo punto, hanno avuto un potere enorme tra le mani, e da quel momento hanno iniziato a fare un po’ quello che volevano. Senza controllo. Perché quando diventi più potente e ricco di uno Stato non è sicuramente la multa della Comunità Europea a fermarti».

Il paragrafo 107 e la questione della governance

Quale paragrafo dell’enciclica consiglierebbe quindi Gaito a chi lavora ogni giorno con l’IA? «C’è questo passaggio che io trovo potentissimo, al paragrafo 107, dove dice che non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi. Riassume perfettamente quello che penso. La lezione è: non dimentichiamoci che di fronte abbiamo degli esseri umani. In un mondo che va alla velocità della luce e dove il dato regna sovrano, ricordiamoci che dietro quei dati ci sono sempre delle persone, con esigenze e problematiche, oltre che sogni e obiettivi». Paradossalmente, però, potrebbe essere proprio l’IA a restituire spazio alle relazioni umane. «Se la usiamo per automatizzare quella parte più noiosa, più macchinosa del lavoro, possiamo liberare tempo da dedicare alle persone, a ricostruire quelle relazioni che forse abbiamo un po’ messo da parte negli ultimi anni. Dobbiamo capire che è una scelta. Non dobbiamo subire questa tecnologia. Possiamo decidere noi in che direzione vogliamo indirizzarla».

 

Caso ricina, denunciata per favoreggiamento un’amica della famiglia Di Vita: dalle chat incongruenze con la sua testimonianza

13 Giugno 2026 ore 11:31

Si infittisce il mistero sul giallo di Pietracatella, il comune in provincia di Campobasso dove, tra il 27 e il 28 dicembre 2025, sono morte Sara Di Vita e sua madre Antonella di Ielsi per avvelenamento da ricina. Sono passati più di cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione: ora una stretta amica della famiglia Di Vita è stata denunciata a piede libero per favoreggiamento e per aver ostacolato le indagini.

Gli agenti hanno deciso di procedere dopo un’interrogatorio in questura della donna, l’ennesimo degli ultimi mesi. Tra gennaio e oggi, l’amica di famiglia è stata sentita tre volte negli uffici della Squadra Mobile come persona informata dei fatti e ha sempre negato tensioni e problemi all’interno del nucleo familiare. Le sue parole però sono state smentite, secondo gli investigatori, dai riscontri oggettivi: contrariamente a quanto dichiarato, la donna era a conoscenza dei problemi e gli agenti hanno ritenuto che abbia agito per ostacolare le indagini. La Squadra Mobile di Campobasso negli ultimi giorni ha ottenuto i primi responsi dai telefoni sequestrati nella casa di Pietracatella lo scorso 4 maggio. Proprio all’interno degli smartphone sono presenti alcune chat che proverebbero le tensioni familiari, soprattutto nel passato della coppia Di Vita, e quindi incongruenze con le testimonianze resa dall’amica di famiglia. Nel dettaglio i contenuti riguardano i telefoni delle due vittime, il cellulare della sorella maggiore Alice Di Vita, un tablet, un pc e due modem della casa.

Dall’inizio dell’inchiesta ci sono state oltre 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali però è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti.

Intanto proseguono gli interrogatori ad altri conoscenti dei Di Vita, ma non è ancora stato fissato il nuovo sopralluogo nella casa di Pietracatella, in via Risorgimento, sotto sequestro ormai da cinque mesi e mezzo. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’abitazione. A inizio giugno la trasmissione televisiva Dentro la Notizia ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri dal comune del presunto duplice omicidio. Per fine mese sono anche attesi i risultati delle autopsie sui corpi delle due vittime.

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Enzo Iacchetti: “Non sappiamo quale sarà il futuro di Striscia la Notizia e questo mi dispiace. Io andrei avanti anche solo con due luci, una velina e 10 minuti di trasmissione”

13 Giugno 2026 ore 11:29

C’è grande attesa per i prossimi Palinsesti Mediaset, quando a luglio l’amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi nel consueto incontro con la stampa snocciolerà tutte le novità della prossima stagione del Biscione. E gli occhi sono anche puntati su un titolo storico come quello di “Striscia la Notizia” di Antonio Ricci. Dopo l’esperimento in prima serata del tg satirico, un cambiamento importante dopo 36 anni, c’è da capire quali saranno gli sviluppi.

Intanto uno dei conduttori storici del tg, siede al bancone dal 1995, Enzo Iacchetti in una intervista a La Stampa ha dichiarato: “Per uno che aveva studiato ragioneria e non voleva finire in banca direi di sì. Il primo contratto era di una settimana. Poi un mese. Poi sono diventati trent’anni abbondanti. Oggi non sappiamo quale sarà il futuro del programma e questo mi dispiace. Anche se gli ascolti non sono più quelli di una volta, Striscia è entrata nella vita di generazioni”.

Poi ha proposto una soluzione: “Io andrei avanti anche solo con due luci, una velina e dieci minuti di trasmissione. Il cuore di Striscia sono sempre stati l’inchiesta e la satira. Per strada la gente mi dice ancora: ‘Non posso pensare che non ci sia più’. Magari oggi fa un milione di spettatori invece di quindici, ma è un milione che vuole bene”.

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Spurs-Kniks, verso gara 5: Anunoby, lampi da MVP. Alcuni appunti sul gioco di Wembanyama | NBA Freestyle

13 Giugno 2026 ore 11:27

Crollo Spurs, Cuore Knicks

Tante cose da dire. Tante cose già dette. Una serie finale strana. Finora. Più combattuta di quanto dica il 3-1 per New York. Ci sono troppi fattori da valutare. Sarebbe troppo semplicistico imputare l’andamento delle varie partite a pochi episodi o alle prestazioni di questo o quel giocatore. Il talento e la gioventù degli Spurs si stanno scontrando con la solidità e la determinazione dei Knicks. Questo è un dato di fatto. San Antonio viene da sette partite contro un colosso come Oklahoma City e prima ancora aveva assaggiato la dura difesa perimetrale di Minnesota per ben sei gare. New York si è sbarazzata di Cleveland con un 4-0 e ha incrociato le braccia. La stanchezza, la freschezza atletica va considerata. Sì, certo, ma non basta. I Knicks non hanno (quasi) mai sbagliato quando contava, nelle situazioni in cui “questo deve andare dentro oppure sono guai”. Vero, ma c’è dell’altro. Fare quello che ha fatto Fox in gara 4 è stupido perfino nelle serie minori? Si. Non tenti la conclusione in contropiede con un uomo addosso con quei pochi secondi da giocare, se sei in vantaggio. Fai melina, cerchi un fallo, sei un palleggiatore, che diamine! In più, nell’azione successiva fai un fallo tattico che ha solo l’effetto di permettere all’attacco di New York di organizzarsi. Però, come si fa ad arrivare con l’acqua alla gola dopo essere stati avanti anche di 18-19 punti (lasciamo perdere i 29 punti del massimo vantaggio…) a 9 minuti dal termine del quarto quarto? Gli Spurs hanno smesso di eseguire, non hanno saputo gestire bene il ritmo, hanno ribaltato poco il campo, hanno dimenticato di avere un giocatore alto 2.28 che ha un vantaggio enorme nei pressi del canestro contro chiunque. Mancanza di un palleggiatore in grado di dettare i tempi, forse. I Knicks ne hanno approfittato, in casa, con le urla del Madison Square Garden udibili perfino nel Connecticut. Sono stati bravi. E San Antonio ha perso via via ogni certezza. Inesperienza, pressione, certo. Nelle quattro partite di finale, i Knicks hanno segnato 107 punti di media, gli Spurs 105. Brunson e compagni hanno tirato da tre complessivamente con il 37,8%, mentre San Antonio col 34,2%. Dal campo? 43,6% New York e 42,7% San Antonio. Stoppate: 5,5 per gli Spurs e 5 per New York. Sostanzialmente, cifre allineate. La situazione è molto più complessa. Buona gara 5. Può succedere ancora di tutto (è una speranza…).

Che giocatore OG Anunoby

Un fisico michelangiolesco, una solidità estrema, una mano bella come il sole. Tre frasi per descrivere un giocatore che, al momento, nella Grande Mela potrebbe pure camminare sulle acque e nessuno accuserebbe l’Intelligenza Artificiale di aver modificato il video. In gara 4, ha segnato 33 punti con 7 su 9 da tre. Al di là del tap in che può potenzialmente riportare a New York un titolo agognato da troppo tempo, OG Anunoby in queste finali sta giocando un basket spettacolare. Tempismo perfetto. Definirlo un semplice 3&D (tiro da tre e difesa) è riduttivo, a tratti offensivo. Si, il “nuovo” idolo del Madison sta tirando da tre con il 55,6% e quando carica il tiro gli avversari recitano già le proprie preghiere. Si, il giocatore dei Knicks è un difensore eccellente, con mobilità laterale e capacità di reggere i contatti anche contro gente fisicamente imponente. Ma Anunoby sa fare anche altro, come puntare l’uomo in palleggio, virare a centro area e inchiodare a due mani a difesa schierata o riempire le corsie in contropiede come un levriero. Sta segnando 23,8 punti di media, è il secondo realizzatore di New York dopo Jalen Brunson. Un pensierino per l’MVP delle finali, in caso di vittoria Knicks, si può scommettere che lo faranno.

Dylan Harper non trema, mai!

Una gara 4, quella di Harper, con lampi di talento così abbagliante, che Ben Stiller e Timothée Chalamet hanno a un certo punto dovuto indossare occhiali da sole. Ah, sotto gli occhi anche del padre Ron, che ha abbastanza anelli al dito da poter aprire domani una gioielleria in centro a Milano. Forse il suo primo passo potrebbe essere un po’ più esplosivo, e lo stacco da terra non è quello di un Zach LaVine, per dire, ma ha giocato come se nella carta d’identità avesse scritto almeno 26 o 27 anni. E di anni ne ha appena 20. È fortissimo nella parte alta del corpo, gioca con grande personalità, freddezza, sembra non subire per nulla la pressione. Eppure, stiamo parlando delle finali NBA: se giochi a basket più in alto di così non puoi andare. Certo, a tratti, i pochi anni che ha si sono visti in modo lampante, soprattutto al capitolo selezione tiro. Per lui 21 punti con 3 su 6 dal perimetro e la sensazione che sia a un tiro da fuori per essere già un All Star il prossimo anno.

Wembanyama: stanchezza e stupidaggini

Che è un “dominatore dell’universo” è stato detto più volte, è innegabile, così è e così sarà. Però alcuni appunti sul gioco di Wembanyama in gara 4 ha senso fissarli nella mente. Uno: sicuramente ha avuto un calo fisico durante la gara, è stato in campo tanto tempo, è super utilizzato e viene da una traversata playoff non semplice. Due: il francese deve smetterla con i flagrant. Lo aveva fatto contro Gobert, è stato espulso. Lo ha rifatto contro Karl-Anthony Towns. E da quel momento in poi, ha smesso di giocare, si è spento, è calato. Queste sciocchezze contano anche per questi motivi. Deve abbassare i gomiti, controllarsi, non reagire e non cadere nelle provocazioni se vuole diventare un campione. Basta stupidaggini. Tre: Wembanyama si intestardisce troppo sul tiro da fuori. Ha giocato quasi esclusivamente con i movimenti da guardia. Avrebbe dovuto avvicinarsi di più al canestro, soprattutto nella seconda parte della partita in cui era chiaramente fuori ritmo al tiro e in generale in attacco. Inoltre, è stata corretta la scelta di andare in raddoppio su Brunson che doveva prendersi il tiro finale, con nessuno a tagliare fuori Anunoby per il tap in vincente?

Keldon Johnson: sesto uomo in calo

Qualcuno ha visto Keldon Johnson? Si, il sesto uomo dell’anno. Quell’ala che entrava dalla panchina e garantiva punti, difesa, contropiede, personalità. Se qualcuno lo vede, gli dica pure che i playoff sono iniziati da un pezzo e che addirittura c’è una finale in corso, dove la sua squadra si sta giocando il titolo. Clamoroso crollo di prestazioni rispetto alla stagione regolare, in cui aveva segnato 13,2 punti con 5,4 rimbalzi e il 36,3% da tre. In finale, Johnson è sceso a 3,8 punti con 2,5 rimbalzi e il 20% da oltre l’arco. La panchina degli Spurs, considerata lunga, è diventata lo stecco di un ghiacciolo se anche Kornet, che dava respiro a Wembanyama, con 6,5 punti, 6,1 rimbalzi e 1 stoppata a partita in stagione, si è ritrovato a segnare nemmeno un punto di media con 2,3 rimbalzi e zero stoppare. Quando si dice, quando il gioco si fa duro…

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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Mogol apre la stagione tra le meraviglie UNESCO di Tivoli a VILLÆstate

13 Giugno 2026 ore 11:19

L’estate 2026 accende i riflettori su Tivoli e sui suoi tesori più preziosi. Le straordinarie Villa Adriana e Villa d’Este, entrambe riconosciute Patrimonio dell’Umanità UNESCO, si trasformano in un laboratorio culturale a cielo aperto grazie a VILLÆstate 2026, il cartellone che intreccia musica, teatro, letteratura e spettacolo dal vivo in uno dei contesti più suggestivi del Lazio.

A pochi chilometri da Roma, i due complessi monumentali offriranno al pubblico un modo nuovo di vivere il patrimonio storico, non più soltanto come luogo della memoria, ma come spazio vivo e contemporaneo, capace di dialogare con artisti, scrittori e protagonisti della cultura italiana.

Mogol inaugura la rassegna con “Emozioni”

L’appuntamento inaugurale è fissato per il 21 giugno nell’area archeologica di Villa Adriana. Protagonista della serata sarà Mogol, ospite d’onore dello spettacolo “Emozioni – Viaggio tra le canzoni di Battisti Mogol”.

Accanto a lui salirà sul palco Gianmarco Carroccia, accompagnato da un ensemble di musicisti, per ripercorrere alcuni dei brani che hanno segnato la storia della musica italiana. Tra racconti, aneddoti e interpretazioni dal vivo, il pubblico potrà immergersi nell’universo artistico nato dal celebre sodalizio con Lucio Battisti. Nel corso della serata il direttore dell’Istituto, Alberto Samonà, consegnerà inoltre a Mogol il primo Premio Tibur – VILLÆ, riconoscimento destinato a personalità che abbiano contribuito in modo significativo alla crescita culturale del Paese.

Da Pinocchio a Marguerite Yourcenar

Il programma proseguirà per tutta l’estate con appuntamenti dedicati ai grandi temi della cultura italiana. Tra gli eventi più attesi, gli spettacoli ispirati alle celebri Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, il progetto “Eterno Pinocchio” per celebrare il bicentenario di Carlo Collodi e la rassegna teatrale Heroides al Santuario di Ercole Vincitore.

Spazio anche alla musica popolare con Ambrogio Sparagna, all’arte contemporanea e alle letture poetiche di Davide Rondoni dedicate a San Francesco e al Cantico delle Creature.

Per la serata inaugurale gli ultimi posti disponibili potranno essere prenotati online acquistando il biglietto d’ingresso a Villa Adriana. Un’occasione per assistere a uno spettacolo unico, immersi nella bellezza senza tempo di uno dei siti archeologici più affascinanti d’Italia.

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Un giudice federale riconosce a Blake Lively il rimborso delle spese legali, ma non ulteriori risarcimenti nella controversia relativa al film “It Ends With Us”

13 Giugno 2026 ore 11:15

Il giudice Lewis J. Liman ha stabilito venerdì 12 giugno, in una sentenza scritta, che Blake Lively può ottenere il rimborso delle spese legali e dei costi sostenuti per la sua difesa contro la controquerela intentata da Justin Baldoni dopo che lei lo aveva citato in giudizio nel dicembre 2024, in merito al loro film del 2024 “It Ends With Us“.

Lively e Baldoni hanno raggiunto un accordo extragiudiziale il mese scorso, proprio mentre stava per iniziare il processo per le accuse di ritorsione mosse dall’attrice. L’attrice non ha ricevuto denaro dall’accordo, ma le è stato consentito di richiedere il rimborso delle spese legali.

Nella sua sentenza scritta, Liman ha citato una legge californiana volta a proteggere le vittime di molestie sessuali e discriminazioni da cause legali ritorsive intese a intimidire e mettere a tacere le vittime. Il giudice ha affermato che “la legge prevede che il querelante debba pagare le spese legali e i costi del convenuto se una richiesta di risarcimento per diffamazione presentata in risposta a una causa viene respinta, anche se i fatti del caso non sono stati accertati attraverso la raccolta di prove”.

Liman ha affermato che l’unica eccezione sarebbe se Baldoni e la sua casa di produzione, Wayfarer Studios LLC, potessero dimostrare che Lively ha agito con dolo quando lo ha citato in giudizio. Ha affermato che Baldoni e Wayfarer hanno fornito poche prove a sostegno di tale affermazione e nessuna che dimostri che lei abbia agito con dolo. Il giudice ha respinto le sue richieste di triplicare i danni e di ottenere anche danni punitivi ai sensi della legge californiana, affermando che non rientravano nelle “norme procedurali federali attentamente elaborate per proteggere i diritti delle parti“.

Lively e Baldoni hanno raggiunto un accordo extragiudiziale il mese scorso, proprio mentre stava per iniziare il processo relativo alle accuse di ritorsione mosse da Lively. L’attrice non ha ricevuto denaro dall’accordo, ma le è stato consentito di richiedere il rimborso delle spese legali.

In una dichiarazione, gli avvocati di Lively, Michael Gottlieb ed Esra Hudson, hanno interpretato la decisione del giudice come una vittoria, affermando che “il riconoscimento delle spese legali dimostra chiaramente che la signora Lively ha presentato le sue richieste in buona fede, che non vi erano prove di malizia e che è lei la parte vincente“.

Lively aveva accusato Baldoni, insieme alla sua casa di produzione, di molestie sessuali e ritorsioni alla fine del 2024. Ha affermato che l’attore ha orchestrato un tentativo di danneggiare la sua reputazione e credibilità pubblica. Baldoni, che ha diretto il dramma romantico dai toni cupi e ne è stato anche protagonista insieme a Lively, ha negato di averla molestata o di aver orchestrato una campagna diffamatoria. Ha affermato che le accuse sul suo comportamento erano state inventate da Lively nell’ambito di un tentativo di assumere il controllo creativo del film.

Baldoni ha quindi intentato una controcausa, accusando Lively e suo marito, l’attore di “Deadpool” Ryan Reynolds, di diffamazione ed estorsione. Liman ha respinto la controcausa di Baldoni l’anno scorso e poi, alcune settimane fa, ha respinto anche le accuse di molestie sessuali mosse da Lively, affermando che non poteva presentarle in quanto lavoratrice autonoma e non dipendente della produzione.

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Mondiali 2026, Paraguay-Usa: l’invasione di campo è tutta da ridere

13 Giugno 2026 ore 11:07

Durante l’incontro Paraguay-Usa ai Mondiali 2026, vinto dagli americani per 4-1, un tifoso di casa ha tentato l’invasione di campo ma poco dopo il salto sul campo da gioco è stato bloccato dalla sicurezza scatenando l’ilarità del pubblico sugli spalti.

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“La sessualità è vissuta in maniera violenta su un sito porno. È più sano che i ragazzi parlino di sesso e affettività a scuola. Mia figlia ha fatto così”: così Luisa Ranieri

13 Giugno 2026 ore 11:03

Luisa Ranieri è stata ospite a piazza Maggiore a Bologna per La Repubblica delle Idee 2026 e oltre a parlare del suo percorso cinematografico e dei prossimi impegni professionali (verrà girata la seconda stagione de “La Preside”), l’attrice – da sempre attenta a ciò che accade nella società- ha posto l’accento sul rapporto che i ragazzi di oggi hanno con Internet e la sessualità.

“Oggi i ragazzi si informano sui telefonini, si informano sui siti dove le informazioni sono portate, comunque la sessualità è vissuta in maniera violenta su un sito porno...Non è una sessualità che può essere tra due giovani che si innamorano e scoprono la sessualità, guardandosi negli occhi”.

“Quindi, secondo me, – ha aggiunto – oggi noi genitori non possiamo entrare in una sfera che è troppo intima dei figli. L’educazione sessuale è importante. Secondo me si devono cercare le cose e invece che andare su Internet è molto più sano parlarne
scientificamente di quello che accade tra due persone. Mia figlia grande l’ha fatto a scuola, non mi sono opposta, penso che sia giusto che loro crescano con i loro strumenti”.

E poi ha concluso: “Sono favorevole all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, è molto più sano parlarne scientificamente che formarsi su telefonini e siti porno”.

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I mille e uno volti di Barbara d’Urso

13 Giugno 2026 ore 11:00

L’immortalità, quella che da sempre l’uomo rincorre attraverso la scienza, sembra appartenere soltanto ai divi e alle divine della nostra amata televisione. Ci sono personaggi che nascono, crescono e, metaforicamente, “muoiono” davanti alle telecamere, occupando uno spazio più che speciale nel cuore dei telespettatori. Entrano nelle nostre case ogni giorno e, con il passare degli anni, quei volti finiscono per diventare quasi dei veri e propri membri della famiglia. Barbara d’Urso, l’ex wonder woman di Cologno Monzese, è stata senza dubbio una di loro. Per decenni ha incarnato un modo ben preciso di fare televisione: popolare, immediato, emotivo, capace di mescolare cronaca, spettacolo e quel benamato varietà che non passa mai di moda.

Il lungo addio a Mediaset e le occasioni sfumate

Oggi, però, dopo l’uscita da Mediaset, la regina che dominava i palinsesti vive una stagione completamente diversa. Il suo nome, pur essendo spesso accostato a nuovi progetti, a possibili ritorni e a clamorose avventure televisive, finisce quasi sempre per perdersi nel nulla. Puntualmente qualcosa cambia e le opportunità sfumano. È come se Barbara d’Urso fosse diventata un personaggio in cerca d’autore, proprio lei che negli ultimi quindici anni è stata la creatrice e l’artefice di tanti personaggi televisivi.

Una professionista che ha fatto della televisione la sua vita

Eppure sarebbe ingiusto ridurre la sua storia a quella di una conduttrice in difficoltà. Barbara d’Urso è una stakanovista, una professionista preparata che ha costruito la sua carriera con il lavoro e con una dedizione quasi assoluta. Ha condotto in diretta programmi di intrattenimento, talk show, reality e contenitori pomeridiani, trasformandosi in una vera e propria mattatrice della televisione italiana. Il suo stile può piacere o meno, ma è difficile negare che abbia saputo cavalcare il piccolo schermo come poche altre. Se da una parte c’è chi ritiene che il suo ciclo televisivo si sia concluso naturalmente, dall’altra c’è chi pensa che la lunga e complessa diatriba con Mediaset, tra dichiarazioni pubbliche e questioni legali, abbia inevitabilmente segnato la fine di un’epoca.

In mezzo c’è lei, che continua a difendere il proprio percorso professionale e il lavoro di una vita intera.

Anche il capitolo legato a Ballando con le Stelle ha raccontato molto di questa fase. Barbara d’Urso torna ciclicamente al centro dell’attenzione, accende la curiosità del pubblico e poi scompare, lasciando dietro di sé la sensazione di un’occasione mancata.

La fragilità del successo e il desiderio di rinascita

Forse il punto è proprio questo. La televisione cambia troppo velocemente e, troppo spesso, dimentica con la stessa rapidità con cui consacra i suoi protagonisti. Un giorno sei la regina degli ascolti, il giorno dopo sembri non esistere più. È successo a molti e Barbara d’Urso non fa eccezione. La differenza è che il suo personaggio è stato così grande da rendere ancora più evidente il contrasto tra il prima e il dopo.

Quello che oggi resta, e che a molti dispiace, è l’ombra di un passato glorioso, che si contrappone alla voglia di vederla rinascere.

I mille e uno volti di Barbara d’Urso, in fondo, raccontano anche questo: la fragilità del successo, la velocità con cui cambia il mondo dello spettacolo e la forza necessaria per non arrendersi quando i riflettori si abbassano. Ed è forse questa la sua sfida più importante: non tornare semplicemente in televisione, ma trovare una nuova dimensione capace di valorizzare l’esperienza, il carattere e la determinazione che l’hanno resa, nel bene e nel male, una delle protagoniste assolute della televisione italiana.

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Leapmotor B05, autonomia e prezzo per cambiare il mercato

13 Giugno 2026 ore 10:55

Leapmotor B05 debutta su strada in Europa con prezzi aggressivi, fino a 482 km WLTP e sviluppo tecnico con Stellantis.

La nuova Leapmotor B05 arriva su strada in Europa con un obiettivo chiaro: portare nel segmento C elettrico una berlina compatta dal prezzo aggressivo, con tecnologia avanzata e una messa a punto pensata per i gusti dei clienti europei. Il debutto dinamico nel Media Drive internazionale in Germania non è quindi solo una prova prodotto, ma un passaggio strategico per Leapmotor e per Stellantis, che attraverso la partnership con il marchio cinese punta a presidiare una fascia di mercato sempre più competitiva: quella delle auto elettriche accessibili, dove prezzo, autonomia, software e qualità percepita stanno diventando decisivi.

La B05 è il primo modello Leapmotor con una vocazione più sportiva e una progettazione orientata esplicitamente al mercato europeo. La scelta di presentarla sulle strade del Rheingau, tra percorsi collinari, tratti lungo il Reno e attraversamenti urbani, serve a mettere in evidenza la doppia funzione dell’auto: essere abbastanza reattiva per chi cerca piacere di guida, ma anche sufficientemente confortevole per l’uso quotidiano. È un equilibrio non banale, perché molti modelli elettrici di nuova generazione devono convincere clienti abituati alle compatte termiche europee, ancora molto forti sul piano dinamico e della fruibilità.

Il dato più rilevante è il posizionamento economico. In Italia, la Leapmotor B05 parte da 26.900 euro di listino, ma con la promozione di lancio il prezzo della versione 56,2 kWh Life scende a 22.900 euro, grazie a un contributo di 3.000 euro e a un ulteriore bonus di 1.000 euro in caso di permuta o rottamazione. La versione 67,1 kWh Life viene proposta a 25.400 euro, mentre la 67,1 kWh Design arriva a 26.900 euro. A completare l’offerta c’è un finanziamento con TAN 4,99%, pensato per sostenere il lancio commerciale.

Per il mercato europeo, questa è una soglia importante. Il segmento delle elettriche compatte resta frenato dal prezzo, soprattutto per i clienti privati. Leapmotor prova a inserirsi in questo spazio con un prodotto che promette autonomia fino a 482 km WLTP, ricarica rapida e dotazioni digitali estese, spingendo sulla leva del rapporto tra contenuti e costo. È una strategia che può mettere pressione non solo ai marchi generalisti europei, ma anche agli altri costruttori cinesi che stanno cercando spazio nel continente.

Sul piano tecnico, la B05 adotta un’architettura Cell-to-Chassis, che integra la batteria nella struttura del veicolo. Questa soluzione consente di migliorare rigidità, efficienza e sfruttamento degli spazi interni, tre elementi centrali nell’evoluzione delle piattaforme elettriche. La gamma prevede due batterie: una da 56,2 kWh, con autonomia dichiarata fino a 401 km WLTP, e una da 67,1 kWh, capace di arrivare fino a 482 km WLTP. La ricarica rapida fino a 168 kW permette di passare dal 30 all’80% in circa 17 minuti, un valore competitivo per la categoria.

La messa a punto del telaio è uno degli aspetti più significativi del progetto. La B05 è stata sviluppata con il contributo del team globale chassis di Stellantis, elemento che chiarisce il ruolo industriale dell’alleanza. Non si tratta soltanto di distribuire in Europa un prodotto cinese, ma di adattarlo alle aspettative locali in termini di comfort, precisione, stabilità e comportamento stradale. La configurazione a trazione posteriore, la distribuzione dei pesi 50:50, le sospensioni anteriori McPherson e il retrotreno multilink indicano una scelta tecnica orientata a dare alla vettura un carattere più dinamico rispetto alla media delle elettriche compatte.

Il motore elettrico eroga fino a 218 CV e 240 Nm di coppia, con accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,7 secondi e funzione Launch Control. Sono numeri che non trasformano la B05 in una sportiva pura, ma le consentono di proporsi come alternativa più brillante rispetto a molte compatte elettriche pensate quasi esclusivamente per la razionalità. Il design segue la stessa impostazione: silhouette da coupé, porte senza cornice, maniglie integrate, firma luminosa a lama, cerchi aerodinamici da 19 pollici e coefficiente di resistenza aerodinamica pari a 0,26.

L’abitacolo punta su digitalizzazione e comfort. La plancia integra un display centrale da 14,6 pollici e un quadro strumenti digitale da 8,8 pollici, con piattaforma software Leapmotor, Apple CarPlay e Android Auto. La Leapmotor App permette di gestire da remoto climatizzazione, ricarica, stato del veicolo e chiave digitale. Materiali come l’eco-pelle conforme agli standard OEKO-TEX, sedili riscaldati, tetto panoramico e soluzioni di stivaggio confermano la volontà di alzare la qualità percepita, un aspetto fondamentale per convincere il pubblico europeo.

Anche la sicurezza diventa parte del posizionamento. La B05 offre 21 funzioni ADAS, supportate da 14 sensori e telecamere, una struttura ad alta resistenza e 7 airbag. La rigidità torsionale dichiarata di 34.500 Nm/° contribuisce sia alla protezione passiva sia alla qualità dinamica. In un mercato dove la fiducia verso nuovi marchi resta un fattore decisivo, la dotazione di assistenza alla guida e sicurezza può incidere sulla percezione del prodotto quanto autonomia e prezzo.

La B05 si rivolge soprattutto a clienti urbani e giovani, attenti a design, tecnologia e costi di gestione, ma il suo significato va oltre il target dichiarato. Per Leapmotor è un passaggio di crescita internazionale; per Stellantis è un banco di prova della strategia con cui affrontare la concorrenza cinese non solo difendendosi, ma integrando prodotto, rete e competenze tecniche. La vera sfida sarà trasformare un prezzo competitivo in volumi reali, costruendo fiducia su assistenza, valore residuo, software e disponibilità della rete.

In questo senso, la Leapmotor B05 è uno dei modelli da osservare nel 2026. Non perché risolva da sola il problema dell’accessibilità elettrica, ma perché mostra una direzione precisa: l’auto elettrica europea del prossimo ciclo dovrà essere più conveniente, tecnologica e adattata alle esigenze locali. Chi riuscirà a combinare questi elementi avrà un vantaggio competitivo rilevante. Leapmotor prova a farlo partendo da un prodotto concreto, con numeri aggressivi e un posizionamento studiato per entrare nel cuore del mercato.

Scheda 

Modello: Leapmotor B05
Segmento: berlina compatta elettrica di segmento C
Mercato di riferimento: Europa, con lancio anche in Italia
Prezzo Italia: da 26.900 euro di listino
Prezzo lancio B05 56,2 kWh Life: 22.900 euro
Batterie: 56,2 kWh e 67,1 kWh
Autonomia: fino a 401 km WLTP e 482 km WLTP
Ricarica rapida: fino a 168 kW, dal 30 all’80% in circa 17 minuti
Potenza: fino a 218 CV
Coppia: 240 Nm
Accelerazione 0-100 km/h: 6,7 secondi
Trazione: posteriore
Assetto: McPherson anteriore, multilink posteriore
ADAS: 21 funzioni, 14 sensori e telecamere
Piattaforma batteria: Cell-to-Chassis
Partnership tecnica: sviluppo chassis con contributo del team globale Stellantis

Leapmotor B05, autonomia e prezzo per cambiare il mercato
Leapmotor B05, autonomia e prezzo per cambiare il mercato
Leapmotor B05, autonomia e prezzo per cambiare il mercato
Leapmotor B05, autonomia e prezzo per cambiare il mercato
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Ascolti tv, Rai1 domina con i Mondiali 2026: Quarto Grado assapora (per ora) l’assenza di Ore 14 sera

13 Giugno 2026 ore 10:48

Ascolti tv 12 giugno 2026: Rai1 batte tutti con i Mondiali 2026. Quarto Grado sale all’11% di share, in attesa del ritorno di Ore 14 Sera

Nel prime time Rai1 ha trasmesso la telecronaca diretta dell’incontro di calcio Canada-Bosnia valevole per i Mondiali 2026 che ha totalizzato una media di 4.097.000 telespettatori ed il 24,8% di share.

Su Rai2 il telefilm Noi ha fatto registrare una media di 714.000 telespettatori ed il 4,8% di share.

Su Rai3 il lungometraggio La principessa Sissi ha ottenuto una media di 857.000 telespettatori ed il 5,3% di share.

Su Canale 5 la telenovela L’erede ha ottenuto una media di 1.287.000 telespettatori pari al 12,1% di share.

Su Italia 1 il film I predatori dell’arca perduta ha totalizzato una media di 575.000 telespettatori ed il 4,2% di share.

Su Rete 4 Quarto Grado ha fatto registrare una media di 1.240.000 teste e l’11% di share, quindi il varietà Propaganda live su La7 ha portato a casa una media di 824.000 telespettatori ed il 6,9% di share.

Su Tv8 il telefilm I delitti del BarLume ha ottenuto una media di 206.000 telespettatori e l’1,9% di share.

Sul Nove il varietà I migliori fratelli di Crozza ha totalizzato una media di 310.000 telespettatori ed il 2,6% di share.

Ascolti tv 12 giugno per l’access prime time

Per quel che riguarda l’access time su Canale 5 il quiz La Ruota della Fortuna ha totalizzato una media di 4.735.000 telespettatori ed il 27,5% di share. Caro Presidente ti racconto con 3.464.000 ed il 20,4% di share.

Nell’analisi minuto per minuto della serata vediamo al comando la curva del Tg1 che parte attorno al 20% per poi salire gradualmente e chiudere al 24% e con la curva del Tg5 che scorre fin verso la soglia del 23% di share in crescendo. La curva del Tg La7 tocca il 9% di share.

Nell’access time vediamo in testa la curva della Ruota della fortuna, che vola fino al 31% di share, in calo con Caro Presidente ti racconto e con la curva dei Mondiali 2026 su Rai1 ferma sulla soglia del 25% di share. Abbiamo poi la curva di La7 con Otto e mezzo al 9% di share, seguita dalla curva di Un posto al sole ferma attorno all’8% di share.

Passando al prime time vediamo in testa per tutto il periodo la curva dell’incontro di calcio Canada-Bosnia per i Mondiali 2026 fino al 27% di share. Seguono quasi appaiate le curve di Canale 5 e Rete 4 con L’erede e Quarto grado nei pressi della soglia del 10% di share o poco sopra.

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L'humanitas come forza rivoluzionaria: il Papa contro le mafie

13 Giugno 2026 ore 08:30
“L'intervento di Papa Leone XIV contro la criminalità organizzata ha segnato un punto di non ritorno, tracciando una linea netta tra la retorica istituzionale e la profezia evangelica”. Ne parla il professor Vincenzo Musacchio

© RaiNews

Elezioni Perù, il Paese è spaccato: la figlia di Fujimori avanti di meno di un punto percentuale. L’ultima parola alla Giuria speciale

13 Giugno 2026 ore 10:55

Lotta in Perù, fino all’ultimo voto. Ci è voluta una settimana per passare al setaccio gli ultimi 3mila verbali, provenienti dalle zone rurali e dall’estero. Il Perù resta tuttavia spaccato, anche nella geografia del voto. Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore e candidata ultraconservatrice, risulta eletta con il 50,012% dei voti, mentre il progressista Roberto Sánchez è arrivato secondo, con il 49,988%. La differenza è minima: meno di un punto percentuale, 4.519 voti.

I voti di Fujimori sono quasi tutti a Lima e nel Settentrione del Paese, dove si sogna uno Stato onnipresente – la famigerata “mano dura” – in termini di sicurezza, ma assente in economia. Altra linea di divisione importante riguarda lo scontro Usa-Cina, che si contendono i porti del Paese a suon di investimenti (anche militari, nel caso di Washington). Sánchez ha invece vinto a Sud, nelle regioni più povere del Paese, tra la gente delle Ande, di solito disprezzata nei grandi centri urbani.

Ora tocca alla giuria speciale

Ma per la proclamazione si dovrà ancora attendere, probabilmente metà luglio. I verbali, registrati dall’Onpe, l’autorità elettorale, saranno messi al setaccio dalla Giuria elettorale speciale: entità tenuta a verificare, entro trenta giorni, eventuali impugnazioni e irregolarità. In bilico oltre mille verbali, secondo lo stesso Onpe. “Si tratta di un processo nuovo, introdotto di recente, e consiste nel riconteggio dei voti”, spiega ai media la portavoce della Giuria, Grecia Reintería. L’invenzione è nata a seguito degli scandali e irregolarità che hanno travolto l’Onpe dopo il primo turno, con denunce su presunti favoritismi e contratti milionari. Dieci funzionari sono tuttora sotto inchiesta mentre Piero Corvetto, l’allora presidente dell’Onpe, è stato spinto alle dimissioni. La fiducia sull’ente è ai minimi. A tal punto che, alla chiusura dei seggi, l’Onpe ha voluto subito rassicurare gli elettori: “Niente brogli“. Almeno stavolta.

L’ombra di Fujimori e le ferite mai rimarginate

La frattura è profonda. E va oltre la singola puntata elettorale. Pesa, appunto, l’ombra dell’ex dittatore Alberto Fujimori (1938-2024) che, un po’ alla Kronos, ha divorato una generazione di politici e i tre poteri dello Stato, usando il pretesto dell’autogolpe perpetrato nel 1992. In seguito Fujimori è stato condannato a 25 anni nel 2009, ma la sua figura è stata riabilitata da un’assidua propaganda sostenuta dalle élites del Paese. “C’erano migliaia di persone ai suoi funerali“, ricorda il politologo Gonzalo Banda, ricercatore all’University College London, sottolineando che a Lima e nel Perù settentrionale “c’è un fujimorismo che resiste, con una base sociale e politica molto grande”.

Invece, nelle regioni meridionali – specie ad Apurimac e Ayacucho, dove Sánchez ha preso circa l’80% – brucia ancora la ferita lasciata dalla deposizione del presidente di sinistra Pedro Castillo, previa mozione di censura del Parlamento e scontri sociali che lasciarono decine di morti da quelle parti. Manca però un confronto autentico. “Qui si ricorre a ogni forma di discriminazione al fine di squalificare chi non vota diversamente”, dice l’analista Ana María Torres. Già in passato l’ex candidato ultraconservatore Rafael López Aliaga, chiamò quell’elettorato “gente spazzatura” e, alle elezioni precedenti, la stessa Keiko Fujimori chiese l’annullamento di alcuni verbali provenienti da sud, perché “inattendibili“. Si arrivò anche a dire – parole dell’ex presidente Pablo Kuczynski – che alla gente delle Ande “non arriva l’ossigeno al cervello”. E perciò “vota male“.

Usa e Cina si prendono i porti

Perù resta osservato speciale di Washington e Pechino. Di recente gli Stati Uniti hanno assicurato l’investimento di 7 miliardi nel Porto di Corío, situato nell’Arequipa meridionale. Il doppio di quanto investito dalla Cina nel Porto di Chancay, al centro di una spinosa controversia giudiziaria, che impedisce a Lima di controllare i movimenti di Pechino nell’Infrastruttura. Il Porto di Chancay – costruito da Cosco Shipping Ports e inaugurato nel 2024, durante una visita di Xi Jinping – resta al centro delle preoccupazioni del Dipartimento di Stato Usa, che lo reputa in mano a “proprietari cinesi predatori”.

L’influenza di Pechino sul Paese sudamericano si è palesata durante i governi di Dina Boluarte, caduto nell’ottobre 2025, e quello di José Jerí, che ha sostenuto riunioni segrete con imprenditori cinesi come Zhihua Yang, già noto ai circuiti di potere di Lima. Nel frattempo gli Usa giocano tutte le loro carte, attraverso il rinnovo del Trattato di libero scambio Lima-Washington, la designazione di Perù ad “alleato principale non membro della Nato”, l’investimento di 1,5 miliardi di dollari sulla Base navale de El Callao e alcune mosse coercitive per forzare Lima all’acquisto di una trentina di F-16 targati Lockheed Martin.

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Studente minaccia professore con una pistola a pallini: “Dammi le sigarette o ti sparo”. L’episodio a Mirandola (Modena)

13 Giugno 2026 ore 10:55

Minacciato con una pistola a pallini. È successo all’istituto superiore Galileo Galilei di Mirandola, in provincia di Modena, dove uno studente ha puntato l’arma giocattolo su un professore, pretendendo le sue sigarette. “Dammi le sigarette o ti sparo”. A riportarlo la Gazzetta di Modena, secondo cui l’episodio sarebbe avvenuto il 21 maggio durante le ore di lezione in una classe prima del professionale, con il docente alla cattedra preso alle spalle da un gruppo di studenti, uno dei quali gli avrebbe puntato l’arma alla tempia.
La pistola a pallini era una riproduzione fedele di un’arma vera e l’episodio, da quanto si apprende, è stato ripreso con un video.

Il professore ha formalizzato la segnalazione con una nota sul registro di classe e informato il dirigente scolastico. La scuola mantiene il riserbo sui provvedimenti disciplinari. Della scuola in questione si era già parlato, perché vi era avvenuto un “incontro di boxe” durante la ricreazione, che aveva portato il consiglio d’istituto a escludere dagli scrutini di fine anno gli studenti protagonisti.

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JP Morgan analizza presente e futuro della competizione Usa-Cina sull’AI

13 Giugno 2026 ore 10:52

Quando una banca pubblica un report di oltre trenta pagine sulla rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vale la pena fermarsi un momento. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per ciò che racconta sullo stato del dibattito.

L’autore non è un laboratorio di ricerca, una Big Tech o un think tank specializzato in sicurezza internazionale. È JPMorgan Chase. E il fatto che una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta abbia deciso di dedicare risorse a una lettura sistemica della competizione sull’intelligenza artificiale è probabilmente il primo elemento interessante della storia.

Negli ultimi anni abbiamo imparato ad associare l’AI ai modelli, ai chip e alle nuove applicazioni che arrivano sul mercato a una velocità impressionante. Il report parte invece da una constatazione diversa: l’intelligenza artificiale sta progressivamente diventando una variabile capace di influenzare crescita economica, investimenti, infrastrutture, sicurezza nazionale e politica industriale. Per questo motivo, limitarne l’analisi alla dimensione tecnologica rischia di offrire una fotografia parziale.

La tesi centrale è che la competizione tra Washington e Pechino debba essere osservata come una competizione tra sistemi. I modelli contano, naturalmente. Così come contano i semiconduttori e la capacità di innovazione. Tuttavia, guardare soltanto a questi elementi rischia di nascondere dinamiche più profonde che stanno emergendo sotto la superficie.

Una delle più evidenti riguarda l’energia. L’espansione dell’intelligenza artificiale richiede una quantità crescente di elettricità e di infrastrutture fisiche. Da questo punto di vista la Cina sta accumulando vantaggi che raramente occupano le prime pagine. Mentre negli Stati Uniti aumentano i dibattiti locali sui costi ambientali e territoriali dei nuovi data center, Pechino continua a investire in capacità produttiva, reti e infrastrutture energetiche con una velocità difficilmente replicabile dalle economie occidentali.

Anche sul fronte dei modelli il quadro appare meno lineare di quanto suggeriscano le classifiche che dominano il dibattito pubblico. La questione non riguarda soltanto chi riesce a sviluppare il sistema più avanzato, ma anche chi riesce a distribuirlo più rapidamente e a integrarlo nel tessuto economico. È una differenza sottile ma importante. La storia dell’innovazione mostra che il successo di una tecnologia dipende spesso dalla sua diffusione molto più che dalle sue caratteristiche tecniche originarie.

Da qui emerge una domanda che attraversa l’intero report: quale Paese sarà più efficace nel trasformare il potenziale dell’intelligenza artificiale in vantaggio economico, industriale e geopolitico?

Nella prossima edizione di Indo-Pacific Salad partiremo proprio da questo interrogativo. Analizzeremo perché il mondo della finanza sta osservando l’AI con crescente attenzione, perché il tema della fiducia potrebbe rivelarsi altrettanto importante di quello dell’apertura dei modelli e perché molte delle categorie utilizzate per interpretare l’innovazione cinese stanno mostrando segni evidenti di invecchiamento.

Perché la competizione tecnologica del prossimo decennio si giocherà certamente nei laboratori. Ma il suo esito dipenderà sempre di più da ciò che accade fuori da essi.

Se vuoi ricevere analisi come questa ogni settimana, puoi seguire “Indo-Pacific Salad”. Tecnologia, geopolitica e competizione strategica raccontate attraverso le connessioni che spesso sfuggono al ciclo quotidiano delle notizie. Per iscriverti alla newsletter, basta seguire il link

“Dopo una serie di esami, i miei medici mi hanno detto che ho l’Alzheimer. Questa sarà la mia ultima edizione”: la notizia choc del mezzobusto Bill Ritter

13 Giugno 2026 ore 10:46

Comunicazione scioccante da parte di Bill Ritter, volto storico di Wabc-Tv/Abc7 e uno dei “mezzibusti” più riconoscibili dell’informazione televisiva newyorkese, ha dato ieri sera, 12 giugno, in diretta la notizia più difficile della sua carriera. Durante l’edizione delle 18 di venerdì, il giornalista ha annunciato ai telespettatori che quella sarebbe stata la sua ultima conduzione di Eyewitness News, dopo aver ricevuto una diagnosi di Alzheimer.

“Dopo una serie di esami, i miei medici mi hanno detto che ho l’Alzheimer – ha dichiarato in diretta -. È una fase iniziale, e dicono che i trattamenti stanno tenendo la malattia sotto controllo. Per ora. Ma non c’è alcuna garanzia, perché una cura non esiste ancora. Quindi, a meno che qualcuno non trovi un rimedio miracoloso, e presto, questa sarà la mia ultima edizione da anchor”.

E infine: “I miei figli dicono che sono coraggioso. Ma non sono io: sono loro a esserlo. E lo è mia moglie Kathleen. Mi mancherà raccontarvi le notizie. Con la verità, e con i fatti, ovunque portino. È stato un onore. Vi auguro salute e pace. E prendiamoci cura gli uni degli altri”

Ritter, 76 anni, era alla guida dell’edizione delle 18 dal 2001. Nonostante l’addio alla scrivania del telegiornale, non lascerà l’emittente: continuerà a lavorare per Wabc/Eyewitness News, concentrandosi proprio sui temi legati alla salute, in particolare sull’aumento dei casi di Alzheimer e sulle difficoltà che affrontano pazienti e famiglie. “Voglio raccontare come il costo delle cure sia diventato insostenibile e come questo Paese potrebbe iniziare a cambiare le cose”, ha spiegato.

Il padre di Ritter è morto con la stessa malattia nel 1998, e da allora il giornalista è stato attivo in numerose iniziative di sensibilizzazione. “Non sono nuovo a tutto questo”, ha ricordato.

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Incendio in un casolare abbandonato a Campagnano di Roma: morto un senzatetto di 68 anni

13 Giugno 2026 ore 10:45

Si era rifugiato in un casolare per dormire, una struttura abbandonata adibita a riparo di fortuna da altri senzatetto come lui. Un 68enne romeno è morto a Campagnano di Roma, vicino al lago di Bracciano, nella notte del 12 giugno, quando intorno alle 23.30 il complesso ha preso fuoco. Sul posto una squadra dei Vigili del Fuoco, con l’ausilio di un’autobotte, è intervenuta in vicolo del Tifo per cercare di domare le fiamme: una volta spento il rogo i soccorritori hanno ritrovato il corpo carbonizzato della vittima.

La salma dell’uomo è stata portata al Policlinico Gemelli per l’esame autoptico che dovrà accertare le cause della morte e verificare se al momento dell’incendio il 68enne fosse già senza vita. Sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri per gli accertamenti di competenza e per cercare di ricostruire la dinamica del rogo e comprendere come possa essere divampato.

Immagine d’archivio

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Takaichi a Roma prima del G7 cerca sponde europee per il nuovo Indo-Pacifico

13 Giugno 2026 ore 10:44

La visita europea di Sanae Takaichi, prevista alla vigilia del G7 in Francia, arriva in un momento in cui Tokyo sta cercando di trasformare la propria agenda regionale in una proposta più ampia per la governance economica e strategica internazionale. La premier nipponica sarà ricevuta a Villa Pamphilj lunedì mattina dall’omologa italiana, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le due prime ministre parleranno della dimensione bilaterale e del contesto internazionale, dove Roma e Tokyo seguono le oscillazioni geopolitiche di questa fase storica con lenti, interessi, priorità e preoccupazioni del tutto simili.

Secondo quanto emerge dagli orientamenti che il governo giapponese intende portare al vertice dei leader, il Giappone si presenterà al G7 come rappresentante di un’Asia particolarmente esposta alle conseguenze delle tensioni in Medio Oriente e alle possibili perturbazioni del mercato energetico globale. Una posizione che anche l’Italia ha espresso più volte come centro del Mediterraneo (non più tardi di oggi, il vicepremier Antonio Tajani, in un’intervista, ragionava sulla necessità che il cessate il fuoco tra Usa, Israele e Iran si trasformasse in qualcosa che “regga nel tempo”).

Da qui, Tokyo ha scelto di promuovere tre iniziative alla riunione dei sette: la difesa di un commercio aperto e trasparente contro restrizioni alle esportazioni ritenute ingiustificate, il rafforzamento delle riserve strategiche di petrolio attraverso una cooperazione più stretta con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e una maggiore collaborazione tra Paesi produttori e consumatori.

La questione energetica, tuttavia, sembra essere soltanto una parte della storia. Dietro la missione europea di Takaichi emerge infatti un obiettivo politico più ampio: verificare il grado di convergenza con partner chiave del continente sulla versione aggiornata del Free and Open Indo-Pacific (Foip), il quadro strategico attraverso cui Tokyo definisce oggi il proprio ruolo internazionale.

Nel discorso di politica estera pronunciato ad Hanoi il 2 maggio, la premier nipponica ha delineato un’evoluzione del Foip (concetto coniato dal suo mentore politico, il compianto Shinzo Abe) che amplia sensibilmente il perimetro originario dell’iniziativa. Accanto ai tradizionali riferimenti alla sicurezza e alla stabilità regionale, il nuovo approccio attribuisce un ruolo centrale alla costruzione di un ecosistema economico fondato sull’intelligenza artificiale e sui dati, al rafforzamento delle catene di approvvigionamento di energia e beni essenziali, alla definizione di regole condivise per i nuovi settori economici e alla cooperazione tra pubblico e privato. La sicurezza economica occupa ormai uno spazio comparabile a quello della sicurezza tradizionale.

In questa prospettiva, le proposte che Tokyo intende avanzare al G7 possono essere lette come una traduzione concreta dei principi del nuovo Foip. La difesa della libertà di navigazione, inclusa la sicurezza dello Stretto di Hormuz, richiama la centralità delle rotte marittime aperte. Il rafforzamento delle riserve energetiche punta ad aumentare la resilienza delle economie più dipendenti dalle importazioni. Il dialogo tra produttori e consumatori risponde invece alla necessità di costruire meccanismi di cooperazione in un sistema internazionale attraversato da crescenti frammentazioni.

Roma assume così un significato che va oltre la dimensione bilaterale. Per Tokyo, l’Italia rappresenta uno dei partner europei con cui negli ultimi anni è emersa una crescente sintonia su temi come sicurezza economica, filiere strategiche, tecnologie critiche, energia, difesa e stabilità dell’Indo-Pacifico.

Anche il rapporto tra Takaichi e Meloni contribuisce a creare un terreno favorevole. Le due leader condividono una visione che attribuisce crescente importanza alla resilienza nazionale, alla protezione delle infrastrutture strategiche e alla riduzione delle vulnerabilità economiche. Sul piano politico, entrambe guidano governi conservatori, condividono esperienze simili passate e sfide future, e sono oggi le uniche donne alla guida di Paesi del G7 – un elemento che rafforza la visibilità del loro dialogo ma che non ne esaurisce il significato.

L’interesse di Tokyo sembra piuttosto concentrarsi sulla possibilità di consolidare un asse con governi europei considerati sensibili ai temi della sicurezza economica e della competizione strategica globale. In questo quadro, la tappa italiana e quella britannica assumono il valore di un passaggio diretto, sebbene nel quadro del dialogo multilaterale in Francia.

La sfida per il Giappone sarà capire se una visione nata per l’Indo-Pacifico possa essere progressivamente condivisa anche da partner geograficamente lontani ma esposti alle stesse vulnerabilità. La crisi energetica, le tensioni sulle catene di approvvigionamento e la competizione tecnologica stanno infatti riducendo la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

È su questo terreno che Takaichi sembra voler giocare la partita del G7: proporre una cornice più ampia entro cui affrontare le nuove interdipendenze della sicurezza globale. In questa prospettiva, Roma occupa una posizione particolare. L’Indo-Mediterraneo, richiamato recentemente da Meloni e Narendra Modi come spazio strategico di crescente integrazione, offre un possibile punto di raccordo tra le priorità europee e quelle dell’Indo-Pacifico.

Se il celebre discorso “Confluence of the Two Seas” pronunciato da Shinzo Abe a New Delhi nel 2007 ha fornito la base concettuale dell’Indo-Pacifico come unico teatro geopolitico, l’evoluzione del Foip potrebbe oggi riflettere una realtà diversa: energia, catene del valore, infrastrutture critiche e sicurezza marittima collegano ormai in modo sempre più diretto il Pacifico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La sfida che accompagna la diplomazia giapponese, come quella italiana e indiana, è come tradurre questa interdipendenza in una convergenza strategica più ampia tra Asia ed Europa.

“Purtroppo vedo poco mia figlia, una o due volte alla settimana. Sono rientrato di notte, lei era ancora super attiva. L’ho presa e si è addormentata sopra di me”: così Damiano Carrara

13 Giugno 2026 ore 10:36

È giudice fisso di “Bake Off Italia” dal 2017, ha vinto con il fratello Massimiliano “Pechino Express 2024” mentre ha aperto la seconda pasticceria “Aurea – More than pastry” a Marina di Massa. Damiano Carrara si è raccontato al mensile “I piaceri del gusto” parlando anzitutto della esperienza televisiva con lo show di Real Time che mette al centro gli aspiranti pasticceri.

“Il segreto è che io sono stato un concorrente prima di essere un giudice:- ha affermato – so esattamente cosa si prova e mi rivedo in loro al 100%. Il mio consiglio fisso è sempre lo stesso: ragazzi, non complicatevi la vita. Anche quest’anno ci sono concorrenti fortissimi che sanno ascoltare e stanno crescendo tantissimo proprio semplificando le loro idee”.

E ancora: “Io non cerco mai di sabotarli, anzi, provo a dare la dritta giusta per migliorare il piatto. Ricordiamoci che si mangia prima con gli occhi e poi con la bocca, ma soprattutto si mangia con un’idea. Dobbiamo fare come i grandi chef: scatenare un’emozione. Avete presente il film ‘Ratatouille’, quando il critico gastronomico assaggia quel piatto così semplice e torna di colpo all’infanzia? Ecco, il bello è proprio questo. La vera sfida oggi è creare un dolce pazzesco e complesso che però al palato risulti immediato, leggero e accessibile”.

Damiano Carrara e sua moglie Chiara Maggenti hanno avuto una bambina nata il 10 agosto 2024, di nome Dafne: “È ancora più bello di quanto potessimo immaginare. Purtroppo la vedo poco, giusto una o due volte alla settimana. Ieri notte, per dire, sono rientrato tardissimo da Milano: quando sono arrivato a mezzanotte e mezza lei era ancora sveglia e super attiva. L’ho presa in braccio, l’ho portata a letto e si è addormentata sopra di me. Momenti fantastici”.

E infine: “A casa cucino sempre io, ma la verità è che siamo fortunati perché lei mangia di tutto. L’abbiamo abituata a viaggiare con noi fin da piccolissima. Ha quasi due anni e zero problemi con il cibo”.

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“De Gregori ha perfettamente ragione. Già non ne capiscono i politici, ci si mettono pure i cantanti o gli attori. Lo ammiro”: parla Giancarlo Giannini

13 Giugno 2026 ore 10:34

Giancarlo Giannini è sbarcato al 72esimo Taormina Film Festival per ricevere il premio alla Carriera, presentare il film fuori concorso”Baracoa” di Luis Ernesto Doñas e fare un omaggio a Lina Wertmüller con “A journey meet Mimì”, un documentario che raccoglie le voci – tra cui quella di Giannini – di chi ha lavorato con la regista e sceneggiatrice premio Oscar, morta nel 2021.

Durante un incontro con la stampa l’attore ha commentato anche le parole di Francesco De Gregori – da giorni al centro di polemiche – che aveva dichiarato di provare “imbarazzo” quando “gli artisti si schierano in maniera netta su questioni internazionali”.

“De Gregori ha perfettamente ragione. – ha risposto Giannini – Già non ne capiscono i politici, ci si mettono pure i cantanti o gli attori. Sono d’accordo con lui, lo ammiro”.

Come riporta Vanity Fair, l’attore ha anche parlato della morte: “Per me è solo una grande avventura. Finalmente non dovrò più pensare troppo e tutto diventa finalmente naturale. Però so che anche lì, davanti alla porta del Paradiso, troverò San Pietro. E gli chiederò una cosa sola: è nato prima l’uovo o la gallina? E già so che mi risponderà male e mi manderà via”.

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Mondiali, i risultati della notte: lo show al debutto degli Usa contro il Paraguay. La Bosnia strappa un pari

13 Giugno 2026 ore 10:32

Per gli Stati Uniti è stato un debutto da sogno. Nella notte italiana tra venerdì 12 e sabato 13 giugno la Nazionale guidata dal ct Mauricio Pochettino ha dominato la partita d’esordio del suo Mondiale al SoFi Stadium di Inglewood, in California, battendo per 4-1 il Paraguay. Decine di celebrità americane hanno assistito dagli spalti, tra cui Tom Cruise, George Lucas, Bill Gates, Halle Berry, Leonardo DiCaprio e Kareem Abdul-Jabbar. In campo lo show non è mancato.

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Gli Usa potevano patire un po’ di pressione, invece l’inizio di match è stato dirompente, con protagonisti anche i due Serie A Pulisic e McKennie. Proprio da loro due è nato l’autogol di Bobadilla che già al settimo minuto ha indirizzato la sfida. Poi il protagonista del match è diventato Folarin Balogun, che ha firmato una splendida doppietta. Nel secondo tempo Di Mauricio ha segnato il gol della bandiera per il Paraguay. Nei minuti di recupero, la perla di Giovanni Reyna che ha regalato il quarto gol agli americani. Non erano mai stati così tanti per la nazionale statunitense in una partita di Coppa del Mondo.

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Nel pomeriggio americano invece ha debuttato l’altra Nazionale di casa di questi Mondiali. Al Canada però è andata meno bene contro la Bosnia, la Nazionale che ha eliminato l’Italia. Nell’incontro che ha aperto il Gruppo B a Toronto, i bosniaci sono passati in vantaggio al 21′ con Lukic. Nella ripresa il pareggio del Canada, più che meritato, firmato al 78′ da Larin. A completare il girone sarà la sfida tra Qatar e Svizzera in programma questa sera. Nel gruppo D invece in testa ci sono gli Usa, che dovranno aspettare domani per studiare i rivali: Australia e Turchia.

Mondiali, i risultati delle partite

Usa-Paraguay 4-1 (nel pt 7′ aut. Bobadilla, 31′ e 50′ Balogun; nel st 28′ Mauricio, 53′ Reyna)

Canada-Bosnia 1-1 (nel pt 21′ Lukic, 34′ Larin)

La classifica dei gironi

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“Noi sfruttati a 4 euro l’ora. Basta salari da fame, tagli e precarietà”: in piazza lo sciopero dei lavoratori della cultura

13 Giugno 2026 ore 10:25
“Siamo sfruttati, invisibili, ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.
“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).
Diverse realtà che, dopo più di un anno di confronto, sono riuscite a stilare un programma di rivendicazioni condivise, in grado di andare oltre la frammentazione del settore, per cercare soluzioni e lotte comuni, di fronte alle condizioni inaccettabili di precarietà strutturale, ai ripetuti tagli governativi al finanziamento pubblico, ai processi ormai continui di esternalizzazione, alle carenze croniche nel personale.
“Siamo accomunate dalla precarietà, siamo stagiste, finte partite IVA, lavoratori con contratti brevi, lunghi e medi. A collaborazione, a prestazione occasionale, in nero, lavoriamo coi corpi, con le nostre parole e con i nostri saperi”, c’è chi ha rivendicato dalla piazza. “Dopo 20, 30 anni della stessa narrazione, che vuole i lavoratori separati, vogliamo invertire la rotta. E dire che i salari di questo settore fanno schifo. Serve un salario minimo, perché il paradosso molto spesso è che chi tiene aperti i musei, le biblioteche, i teatri non può permettersi di fruire di un museo o di vedere uno spettacolo a teatro, perché viene pagato troppo poco. Quindi serve un reddito universale, perché in questo settore spesso e volentieri c’è tantissimo lavoro che non viene pagato”, ha rivendicato Tiziano Trobia, coordinatore nazionale delle Clap. Perché, ha sottolineato un’attrice in piazza, “il lavoro non è solamente il momento in cui si va sul palco e si fanno le prove, ma è tutto quello che viene prima, la preparazione, la scrittura. E tutto poi quello che viene dopo, come la promozione”. Eppure, ha aggiunto, “questa parte del lavoro non ha un riconoscimento economico e questo vuol dire che viviamo in una precarietà economica enorme, che non ci permette di immaginare un futuro, farci delle famiglie o di avere un mutuo”.

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FOGGIA, ESTORSIONE DOPO FURTO DI CAVALLI: TRE IN CARCERE

13 Giugno 2026 ore 10:23

I carabinieri della compagnia di San Severo (FG) hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’Ufficio Gip del Tribunale di Foggia su richiesta della locale Procura, nei confronti di tre persone accusate, a vario titolo ed in concorso tra loro, del reato di estorsione aggravata. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia e condotta dalla Sezione Operativa del Nucleo Operativo e Radiomobile di San Severo con il supporto della Stazione Carabinieri di Serracapriola, e’ scaturita dal furto di due cavalli, avvenuto nell’ottobre 2025, nelle campagne di Serracapriola, piccolo centro dell’Alto Tavoliere. A seguito della denuncia, uno dei proprietari degli animali sarebbe venuto in contatto con un uomo che, offrendosi come intermediario in grado di favorire il recupero dei cavalli, avrebbe prospettato, quale condizione indispensabile per la loro restituzione, il pagamento di una somma di denaro pari a 5.000 euro. Le vittime, temendo di perdere definitivamente gli animali, avrebbero avviato una trattativa sul prezzo da corrispondere, culminata nella definitiva consegna di 3.250 euro. L’attivita’ investigativa – riferiscono gli inquirenti – ha consentito di documentare con esattezza tutte le fasi della vicenda, dalla pretesa estorsiva alle modalita’ concordate per la restituzione degli animali, fino all’individuazione del luogo in cui erano custoditi. I militari, inoltre, hanno monitorato l’incontro organizzato per lo scambio del denaro e la restituzione dei cavalli, intervenendo dopo l’avvenuta consegna. Nel corso dell’operazione, i Carabinieri hanno recuperato parte della somma versata dalle vittime, rinvenendola nella disponibilita’ di uno degli indagati.

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“Sentivo la pressione per la presenza costante del pubblico. La gente conosceva il mio indirizzo e per due anni ho vissuto con la folla sotto casa”: così Can Yaman

13 Giugno 2026 ore 10:18

Can Yaman è stato uno dei protagonisti al Taormina Film Festival. L’attore turco ha raccontato della serie spagnola “Il labirinto delle farfalle” , dove interpreta un agente segreto, ma il personaggio ha preso una direzione diversa da quella iniziale. “All’inizio ero una specie James Bond in purezza, – ha affermato – poi con le varie bozze hanno iniziato ad ammorbidire tutto. È diventato una specie di Bond molto umano, che si sacrifica per le donne. Un thriller romantico, completo: c’è l’azione, la parte più maschile, ma anche la tenerezza con una bambina e con le donne. Mi si addice tantissimo”, racconta all’Adnkronos.

Poi una serie comedy “Bro” in cui interpreta un avvocato brillante con la legge ma impacciato nella vita sociale. “È stata una mia idea affrontare un ruolo comico che non mi assomiglia per niente. Non volevo più interpretare l’eroe o il ‘figo’ dopo ‘Sandokan’: sentivo il bisogno di sorprendere il pubblico e di provare qualcosa che non avevo mai fatto. Quando il produttore mi ha chiesto cosa volessi fare, ho risposto senza esitazioni: una commedia”.

In questa serie – di cui l’attore turco ha potuto rivelare pochi dettagli – interpreta “un avvocato geniale con la legge, ma un pò impacciato nei rapporti sociali. Per costruire il personaggio ho recuperato una parte della mia infanzia, quando non ero molto socievole e studiavo tantissimo. Tirerò fuori quella fase della mia vita per interpretarlo al meglio. Speriamo che vada tutto bene”, conclude.

Poi un bilancio come ha confessato a Vanity Fair: “Nel corso degli anni sono maturato e ho imparato a gestire meglio questa situazione. A viverla senza ansia, senza stress. Cinque o sei anni fa sentivo la presenza costante del pubblico come una pressione. Oggi la vivo in modo più professionale, più maturo. Ho imparato anche a proteggere la mia vita privata. All’epoca la gente conosceva il mio indirizzo e per due anni ho vissuto con la folla sotto casa. Ormai non è più così. Sono molto più sereno. Mi concedo nei festival, negli eventi, e riesco a vivere tutto questo sempre meglio”.

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Mps, Tajani: “Non credo proprio che andremo verso golden power”

13 Giugno 2026 ore 10:14

Mps, Tajani sull’ipotesi di golden power: “L’azione di Intesa Sanpaolo, a quanto pare, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’eurozona per valore”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani respinge l’ipotesi dell’utilizzo del golden power sulle operazioni lanciata su Monte dei Paschi di Siena. “Non credo proprio si vada in questa direzione. – ha detto il vicepremier a Milano Finanza – L’azione di Intesa Sanpaolo, a quanto pare, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’eurozona per valore. Rafforzerà Mediobanca“.

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“Le banche, e questo è il nostro principio, servono l’Italia e il mondo dell’economia, non i partiti e i governi. La politica – indica più in generale Tajani – deve dettare le regole e verificare l’efficienza dei meccanismi che controllano il sistema bancario. Spetta poi alla Consob, all’Agcm, alla Bce e a Banca d’Italia valutare, non alla politica. Il nostro obiettivo come governo è che il risparmio italiano sia ben gestito e che arrivi alle imprese e alle famiglie”.

“Le banche pagano già un’Ires maggiorata. – continua Tajani in merito alla proposta di Matteo Salvini per una tassazione straordinaria – Bisogna agire con equilibrio e buon senso, altrimenti gli investitori esteri si allontaneranno dall’Italia e a uscirne penalizzati saranno i normali cittadini e le imprese”. Il vicepremier poi conclude: “Io non difendo le banche, difendo gli italiani”.

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Ambra Angiolini: “Quell’emotività in esubero che in passato mi ha fatto attraversare bulimia e depressioni varie qui diventa un superpotere. Se riesco ad avere la meglio su WhatsApp, sono felice”

13 Giugno 2026 ore 10:10

Un “soliloquio di gruppo”, così Ambra Angiolini definisce lo spettacolo teatrale “La misteriosa scomparsa di W” di Stefano Benni, dal 14 giugno in tournée con la prima nazionale sold out al Ravenna Festival, con le composizioni sonore di Dardust. Un testo che l’attrice conosce bene visto che lo ha recitato a gennaio 2010 con la regia di Giorgio Gallione e ora si ritrova proprio a dirigere se stessa. “Il primo anno scrissero che era meglio che tornassi a cantare, il che è tutto dire, il secondo che ero interessante, il terzo bravissima. Con Stefano ridevamo, la verità è che ci stavo provando, non ero in guerra con nessuno se non con me stessa”, ha raccontato

Il 9 settembre 2025 Stefano Benni, “il Mick Jagger della letteratura”, è morto: “Ho pensato che il modo più bello per ringraziarlo fosse metterlo di nuovo sul palco”.

E quindi: “Partire da qui come primo passo nel- la regia mi è sembrato naturale. Ho voluto ampliare la mia responsabilità creativa, prendendomene rischi e paure, per andare oltre il lamento che condivido con molte donne che hanno l’ambizione di essere proprietarie del proprio marchio e trasformarlo in azione. O quanto meno provarci”.

“Se per quell’ora e qualcosa riesco ad avere la meglio su WhatsApp, sono felice. – ha concluso – Quell’emotività in esubero che in passato mi ha fatto attraversare bulimia e depressioni varie qui diventa un superpotere, come le ragnatele di Spiderman. Il teatro è la mia dimensione più reale. Anche quando va male sento di aver fatto qualcosa che mi corrisponde davvero. Mi fa sentire in pace. Non risolta, ma in pace”.

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“Come ogni cittadino di Reggio sono lì a dire: come ca**o è possibile?”: Ligabue commenta il fallimento del Festival alla RCF Arena di Campovolo

13 Giugno 2026 ore 10:09

Qualche ora prima di salire sul palco dell’Olimpico di Roma, ieri 12 giugno, Luciano Ligabue ha parlato alla stampa anche del legame con Campovolo. L’artista non si è sottratto a una riflessione sulla recente polemica legata all’annullamento dei concerti dell’Hellwatt/Pulse of Gaia nella celebre spianata, nota anche come Rcf Arena di Reggio Emilia.

“Quel progetto è il sogno e la fatica del mio ex manager Maioli, – ha commentato l’artista – che lì si è giocato tutto. Per dare a Reggio un lascito, un’arena che potenzialmente poteva essere il posto della musica per l’intero Nord Italia, ha fatto battaglie per sette anni. Io faccio il tifo per lui, lo sapete quanto ci vogliamo bene”.

E ancora: “Io ho sempre voluto starci fuori perché credevo che il mio nome abbinato a questa cosa non andasse bene, ma anche per non avere grattacapi, dei pensieri in più. Però come ogni cittadino di Reggio sono lì a dire: come cazzo è possibile? Molta gente lo chiede anche a me come se potessi saperlo. Io non lo so come è possibile, ma sono mosso da un’enorme tristezza”.

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Manager/ Messina, Castagna, Cimbri, Orcel e…: ecco tutti i volti protagonisti del nuovo risiko bancario

13 Giugno 2026 ore 10:00

Manager / Da Carlo Messina a Luigi Lovaglio, tutti i protagonisti del risiko bancario

Negli ultimi giorni Intesa Sanpaolo è entrata direttamente nel dossier su Monte dei Paschi di Siena, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sull’intero capitale della banca senese. La proposta è arrivata a meno di 24 ore di distanza dall’iniziativa di aggregazione avanzata da Banco BPM, segnando un’ulteriore accelerazione del risiko bancario italiano. Nel dettaglio, l’offerta prevede un corrispettivo composto da 1,6 azioni di nuova emissione di Intesa Sanpaolo e 1 euro in contanti per ogni azione MPS, per una valorizzazione pari a 10,091 euro per azione. Il prezzo incorpora un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni ufficiali del 5 giugno e del 17,4% rispetto alla media ponderata degli ultimi tre mesi.

L’operazione, comunicata ai sensi dell’articolo 102 del Testo unico della finanza, punta all’acquisizione dell’intero capitale di Monte dei Paschi di Siena, pari a circa 3,036 miliardi di azioni, e ridisegna in modo significativo gli equilibri del settore bancario italiano. Ma chi sono i protagonisti del risiko?

Chi è Carlo Messina, l’Ad di Intesa Sanpaolo

Carlo Messina è amministratore delegato e direttore generale di Intesa Sanpaolo, ruolo che ricopre stabilmente dal 2013 dopo una lunga carriera interna al gruppo e alle sue precedenti incarnazioni. Laureato in Economia e Commercio alla LUISS nel 1987, inizia la sua carriera nella Banca Nazionale del Lavoro, occupandosi di corporate finance e mercati primari. Negli anni Novanta prosegue il suo percorso in Banco Ambrosiano Veneto, dove si concentra su pianificazione e controllo strategico, fino a entrare in Banca Intesa nel 1998.

Con la nascita di Intesa Sanpaolo assume progressivamente ruoli sempre più centrali nella governance, fino alla nomina ad amministratore delegato nel 2013 e direttore generale. Sotto la sua guida il gruppo diventa il principale istituto bancario italiano per dimensioni e capitalizzazione, con un forte orientamento alla redditività e al consolidamento. Tra le operazioni più rilevanti della sua gestione figura l’offerta pubblica di scambio su UBI Banca, completata nel 2020, che ha ulteriormente rafforzato la posizione di Intesa nel panorama nazionale.

Leggi anche: Risiko bancario, contromossa di Intesa su tutta Mps: “Opas da 30,6 miliardi, premio del 12,5%”

Chi è Giuseppe Castagna, l’Ad di Banco BPM

Giuseppe Castagna è amministratore delegato di Banco BPM, uno dei principali gruppi bancari italiani per presenza territoriale e quota di mercato. Nato a Napoli nel 1959, si laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II. Inizia la sua carriera nella Banca Commerciale Italiana, dove resta per oltre trent’anni attraversando diverse fasi del sistema bancario italiano, fino a ricoprire ruoli apicali anche in Intesa Sanpaolo e nel Banco di Napoli.

Alla guida di Banco BPM, Castagna ha lavorato al rafforzamento del posizionamento industriale dell’istituto, consolidando la presenza nelle aree chiave del Nord Italia e mantenendo un modello di banca fortemente radicata sul territorio. Il gruppo, nato dalla fusione tra Banco Popolare e BPM, è oggi il quarto istituto bancario italiano per dimensioni.

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Chi è Carlo Cimbri, presidente del gruppo Unipol

Carlo Cimbri è presidente del gruppo Unipol e figura centrale nell’equilibrio tra assicurazioni e credito nel nuovo risiko. Nato a Cagliari nel 1965, si laurea con lode in Economia e Commercio all’Università di Bologna. Entra in Unipol nel 1990 e percorre tutte le tappe del management interno fino ai vertici del gruppo, assumendo prima il ruolo di direttore generale e poi quello di amministratore delegato.

La sua carriera è legata in modo particolare alla fase di consolidamento del gruppo, culminata nell’operazione di salvataggio e integrazione di Fondiaria-SAI e nella successiva nascita di UnipolSai, che ha rafforzato significativamente la dimensione industriale del gruppo. Oggi Unipol si colloca tra i principali attori del sistema finanziario italiano non solo nel comparto assicurativo, ma anche come azionista rilevante in diverse realtà bancarie, assumendo un ruolo strategico nelle operazioni di consolidamento del settore.

Chi è Andrea Orcel, l’ad di UniCredit

Anche se per ora ufficialmente fuori dal risiko, Unicredit osserva con attenzione la partita appena iniziata. Al timone di Piazza Gae Aulenti c’è Andrea Orcel. Nato a Roma nel 1963, si laurea in Economia e Commercio alla Sapienza con una tesi sulle acquisizioni ostili, anticipando il focus che caratterizzerà tutta la sua carriera. Dopo un passaggio alla Boston Consulting Group, entra nel mondo dell’investment banking con Merrill Lynch e successivamente Goldman Sachs, costruendo una lunga esperienza tra Londra e Parigi.

Nel corso della sua carriera segue alcune delle più grandi operazioni di finanza straordinaria degli ultimi decenni, contribuendo alla nascita e allo sviluppo di grandi gruppi bancari europei. Nel 2011 entra in UBS e, dopo una controversa vicenda legata al mancato passaggio in Santander, approda alla guida di UniCredit nel 2021. Sotto la sua leadership, UniCredit ha assunto un ruolo sempre più attivo nel processo di consolidamento bancario europeo, con una strategia improntata alla crescita esterna e alla razionalizzazione delle partecipazioni.

Chi è Luigi Lovaglio, l’Ad di Monte dei Paschi di Siena

Luigi Lovaglio è amministratore delegato e direttore generale di Monte dei Paschi di Siena dal febbraio 2022, ruolo in cui è stato successivamente riconfermato nel 2023 e nel 2026. Classe 1956, Lovaglio vanta oltre quarant’anni di esperienza nel settore bancario, maturata in larga parte all’interno del gruppo UniCredit, dove è entrato nel 1973. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità tra Italia ed Europa centro-orientale, contribuendo in particolare allo sviluppo internazionale del gruppo.

Tra i ruoli più rilevanti, quello di vertice in Bank Pekao, dove ha guidato una fase di forte crescita e consolidamento, portando l’istituto a diventare uno dei principali player del mercato polacco per capitalizzazione e solidità patrimoniale. Nel 2019 è stato nominato amministratore delegato del Credito Valtellinese, esperienza che ha preceduto il suo ritorno al centro della scena bancaria italiana con la guida di MPS. Dal luglio 2022 è inoltre consigliere dell’ABI, di cui dal 2025 è membro del comitato esecutivo. La sua leadership in Monte dei Paschi di Siena è stata segnata da una fase di forte rilancio industriale. Nel novembre 2022 ha guidato un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, operazione decisiva per il rafforzamento patrimoniale della banca. Da lì è iniziato un percorso di consolidamento che ha portato a un progressivo miglioramento della redditività e del profilo di rischio dell’istituto.

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Kilian e Lukman a “Remigrazione e Riconquista”: dove dovrebbe andare chi è già a casa?

13 Giugno 2026 ore 10:00

Nel giorno della manifestazione prevista a Roma, il confronto sulla remigrazione si inasprisce e nel dibattito si inserisce la lettera aperta di due giovani, nati e cresciuti in Italia, figli di immigrati: «Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica!»

Il corteo per la remigrazione a Roma continua a suscitare reazioni contrastanti nell’opinione pubblica, alimentando un acceso confronto anche a livello istituzionale. La manifestazione, promossa dal comitato Remigrazione e Riconquista, ha infatti innescato una mobilitazione di senso opposto organizzata dal Coordinamento permanente Roma Città Antifascista, che scende in piazza nello stesso giorno e alla stessa ora. Tuttavia, in questo clima sempre più polarizzato, la replica che ha maggiormente attirato l’attenzione è stata la lettera aperta di Kilian e Lukman, due giovani italiani di seconda generazione che hanno deciso di raccontare pubblicamente cosa significhi sentirsi chiamati in causa in un dibattito disumanizzante, che finisce per relegare sullo sfondo le persone e mettere al primo posto le idee politiche.

L’Identità e l’appartenenza di Kilian e Lukman si scontrano con l’ideologia del corteo sulla remigrazione

«Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani. Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa». Inizia così il testo di quella lettera, nata dalla convinzione che «il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole». Kilian e Lukman si presentano dunque come farebbe un qualunque studente della loro età, in maniera del tutto naturale. Non a caso, uno dei due sta per affrontare l’esame di maturità mentre l’altro studia Psicologia in Sapienza. E lo fanno non rivendicando alcuna appartenenza ideologica, bensì condividendo, con chiunque decida di leggere e comprendere le loro parole, una quotidianità fatta di scuola, studio, lavoro e famiglia.

«Siamo due ragazzi italiani. Non siamo una teoria da discutere in televisione», scrivono, spiegando come il tema della remigrazione rappresenti per loro non un argomento astratto, ma una questione che tocca direttamente le radici della loro esistenza. «Quando sentiamo parlare di remigrazione – proseguono – pensiamo» ai genitori che lavorano e pagano le tasse, ai sacrifici che hanno affrontato per garantire ai figli un futuro e delle opportunità migliori. «Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di famiglie italiane ogni giorno», rivelano.

Pertanto, «quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?». È questo ciò che si e ci domandano, sottolineando di essere cresciuti in Italia, di aver studiato nelle scuole italiane e di aver vissuto la Capitale, giocando nei campetti di quartiere e trascorrendo del tempo con gli amici di sempre. Una vera e propria appartenenza, quindi, che non è mai stata vissuta come qualcosa da conquistare o dimostrare, ma come parte integrante della propria identità.

Secondo Kilian e Lukman, inoltre, il rischio maggiore è l’assuefazione a parole e concetti che fino a pochi anni fa avrebbero suscitato indignazione: «Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua», svelano, denunciando una crescente tendenza a discutere della vita delle persone come se si trattasse soltanto di numeri o statistiche. «La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. – concludono – Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle. […] Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?».

In definitiva, Kilian e Lukman non ci offriranno soluzioni e di certo non porranno fine ad un dibattito che è destinato ad infervorarsi nel corso dei prossimi giorni, ma perlomeno riportano, o tentano di riportare, la discussione sul piano umano, ricordando che dietro ogni slogan, manifesto o proposta ci sono esseri umani in carne ed ossa, con una storia, una famiglia e possibilmente un futuro.

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Intelligenza artificiale: così regolamentiamo un futuro che non sappiamo costruire

13 Giugno 2026 ore 09:56

Mentre il resto del mondo corre sulla pista dell’Intelligenza Artificiale, l’Italia ha fatto quello che le riesce meglio: ha tirato fuori il calamaio e si è affrettata a varare lo schema di decreto legislativo per l’adeguamento dell’ordinamento nazionale all’AI Act europeo. Siamo tra i primi della classe nell’individuare le autorità di vigilanza – AgID e ACN – e nel tradurre in burocratese sanzioni e paletti per chi violerà il Regolamento UE 2024/1689. Sia chiaro: governare i rischi di questa transizione, proteggere i dati e porre argini etici è non solo giusto, ma sacrosanto. Il problema sorge quando, dentro il perimetro di regole che abbiamo appena edificato con encomiabile tempestività, scopriamo che al momento c’è solo il vuoto.

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C’è qualcosa di tragicomico nel vedere un Paese in palese declino industriale e demografico che si concentra ossessivamente solo sulla disciplina del fenomeno, dimenticandosi di scriverne la parte industriale. La politica ha confuso la strategia con il compitino ben fatto. L’Europa chiama? Noi rispondiamo con un faldone di divieti, convinti che basti normare un mercato per diventarne leader. Ma l’efficienza burocratica non genera innovazione. Se da un lato è vitale stabilire cosa non si debba fare per tutelare i cittadini, dall’altro è disarmante l’assenza totale di piani per attrarre investimenti, capitali esteri e grandi player globali. Stiamo di fatto creando il codice della strada più sicuro del mondo per un deserto dove non circola ancora nessuna vettura.

Quando poi la politica prova a parlare di sviluppo, cade nell’altra grande fascinazione nazionale: la parola magica “incentivi”. Ma intendiamoci, non parliamo di investimenti strutturali capaci di creare un vero ecosistema dell’AI, si preferisce invece la logica miope del bonus a pioggia e dei finanziamenti di spesa fini a se stessi. Si stanziano fondi per la digitalizzazione di facciata, per comprare computer nuovi negli uffici, senza mai avere il coraggio di immaginare quale idea di futuro vogliamo effettivamente costruire. È la politica del giorno per giorno, dove il successo si misura in risorse stanziate e mai in impatto generato sulla produttività reale.

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Il copione, d’altronde, è già scritto e lo abbiamo visto recitare mille volte. Finché ci sono i miliardi dell’Europa, si spende senza una vera strategia di ritorno economico. Poi, puntualmente, i rubinetti si chiudono e i soldi finiscono. A quel punto la narrazione cambia magicamente e i politici che fino al giorno prima parlavano di sovranità tecnologica passano alla modalità “vittime”, andando a elemosinare flessibilità e aiuti alla tanto vituperata Bruxelles. Usiamo le regole europee come scudo per imbrigliare lo sviluppo interno, poi chiediamo all’Europa di salvarci dal declino che noi stessi non abbiamo saputo contrastare. Regolare l’AI è doveroso, ma pretendere di farlo senza avere uno straccio di piano per attrarre chi l’AI la crea davvero è pura illusione.

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Mondiali 2026, gli USA travolgono il Paraguay: nella notte debutta il Brasile di Ancelotti

13 Giugno 2026 ore 09:44

Mondiali 2026, gli USA battono 4-1 il Paraguay all’esodio. Nella notte il Brasile debutta con il Marocco

Gli Stati Uniti vincono all’esordio ai Mondiali 2026 al SoFi Stadium di Inglewood, a sud di Los Angeles. La Nazionale guidata da Pochettino batte il Paraguay per 4 a 1 con la rete di Damián Bobadilla e la doppietta di ‎Folarin Balogun nel primo tempo. Nel secondo tempo Di Mauricio segna il gol della bandiera per i sudamericani. Giovanni Reyna quindi chiude l’incontro allo scadere.

Il presidente Donald Trump non era presente al debutto della nazionale statunitense contro il Paraguay, ma in sua vece ha inviato allo stadio di Los Angeles una delegazione guidata dal segretario di Stato Marco Rubio, inquadrato in qualche occasione sui maxischermi accanto al presidente della Fifa Gianni Infantino, che ha lanciato una frecciata sulla mancata qualificazione dell’Italia.

Nel weekend ci sarà poi l’atteso debutto del Brasile guidato da Carlo Ancellotti che nella notte tra sabato e domenica affronterà il Marocco al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey.

Mondiali 2026: il calendario del weekend

13 GIUGNO

Ore 3:00 – Usa-Paraguay (Gruppo D) – DAZN

Ore 21:00 – Qatar-Svizzera (Gruppo B) – DAZN

14 GIUGNO

Ore 24:00 – Brasile-Marocco (Gruppo C) – Rai e DAZN

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CINA, GOVERNO AVVERTE: “TARTARUGHE-SPIA RUBANO SEGRETI MILITARI”

13 Giugno 2026 ore 09:36

Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.

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Stati Uniti - Paraguay 4-1: la sintesi della partita

13 Giugno 2026 ore 09:25
Gli Usa dominano la sfida e si impongono con un netto 4-1 nei Mondiali 2026. Protagonista del match Balogun, autore di una doppietta che indirizza la gara a favore della squadra americana

© RaiNews

Servizi in orbita, anti-drone e filiere. Così si chiude Ila Berlin

13 Giugno 2026 ore 10:02

Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.

Thales Alenia Space e Leonardo nel programma ISOS

Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.

Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.

MBDA tra droni, attacco di precisione e Ucraina

Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.

Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.

OHB Italia e Cosine nella missione Ramses

Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.

Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.

Piemonte e Renania rafforzano la filiera

La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.

L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.

“La parola chemio fa paura, preferisco chiamarle infusioni. Quando l’ho saputo io e Andrea ci siamo messi a piangere”: Natalia Paragoni racconta del linfoma di Hodgkin

13 Giugno 2026 ore 09:55

Un percorso difficile, iniziato durante uno dei momenti che avrebbero dovuto essere tra i più felici della sua vita. Natalia Paragoni ha scelto di raccontare pubblicamente della sua malattia, il linfoma di Hodgkin, diagnosticato quando era all’ottavo mese di gravidanza della sua seconda figlia, Beatrice, nata dall’amore con Andrea Zelletta. L’influencer, seguita da oltre un milione e mezzo di persone sui social, ha iniziato la chemioterapia poco dopo il parto, avvenuto il 5 maggio. Nelle ultime settimane ha condiviso con i follower anche il cambiamento più visibile legato alle cure: prima un taglio a caschetto, poi uno ancora più corto, scelto per affrontare gradualmente la perdita dei capelli.

Ripercorrendo le fasi che hanno portato alla diagnosi, la Paragoni ha raccontato al Corriere della Sera che l’incertezza è stata una delle parti più difficili da gestire: “Ho scoperto di avere un linfoma diverse settimane prima di sapere esattamente quale fosse. La prima biopsia aveva confermato che si trattava di un linfoma, ma non era riuscita a identificarne la tipologia. È stato un periodo molto difficile, perché sapevo che c’era qualcosa che non andava, ma non avevo ancora tutte le risposte. Dopo il parto e dopo l’intervento per rimuovere il linfonodo, è arrivato il risultato definitivo. Ricordo perfettamente quel momento: io e Andrea ci siamo messi a piangere”.

Da allora è iniziato il percorso terapeutico. L’ex corteggiatrice di Uomini e Donne ha raccontato di aver ricevuto subito spiegazioni chiare dai medici sul tipo di cure da affrontare: “I medici mi hanno subito spiegato con molta chiarezza la situazione e il percorso che dovrò seguire. In questo momento sto seguendo le cure previste e, una volta terminato questo primo ciclo, saranno gli esami di controllo a indicare i passi successivi”. Accanto a lei, oltre al compagno, ci sono soprattutto le figlie, che rappresentano la principale fonte di forza: “Credo che la maternità ti cambi profondamente e ti faccia scoprire risorse che non sapevi di avere. Ci sono momenti in cui mi sento fragile, perché sarebbe strano il contrario, ma poi guardo loro, Andrea e tutte le persone che amo e ritrovo immediatamente il motivo per andare avanti con determinazione”. Su Zelletta: “Quando una persona che ami affronta qualcosa di così importante, inevitabilmente lo affronti insieme a lei. Io e Andrea ci sosteniamo a vicenda e sapere di poter contare su di lui è una delle cose che mi dà più forza”.

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“Alberto Stasi uscirà dal carcere, affidamento in prova ai servizi sociali”, il via libera del Tribunale di Sorveglianza

13 Giugno 2026 ore 09:53

Alberto Stasi uscirà dal carcere. La conferma arriva dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha depositato il provvedimento con cui dà il via libera formale, scontato anche dopo l’ok della Procura generale, all’affidamento in prova ai servizi sociali. Stasi potrà così lasciare il carcere dopo circa dieci anni e mezzo.

Era entrato a Bollate nel dicembre 2015 e da poco più di un anno era in semilibertà, ossia doveva rientrare nella casa di reclusione la sera. Condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrà scontare gli ultimi circa due anni di pena con la misura alternativa al carcere. L’ordinanza è stata depositata questa mattina. La Procura generale, nell’udienza di ieri, aveva espresso parere positivo per la buona condotta e le relazioni sul detenuto. L’affidamento in prova è l’ultimo passo prima della libertà per Stasi. Si attende ancora che la difesa depositi la richiesta di revisione.

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Gli schiavi bambini del neocolonialismo verde

13 Giugno 2026 ore 09:39

Kabila ha cinque anni e non ha mai visto un’auto elettrica in vita sua. Si sveglia tutti i giorni all’alba per percorrere chilometri a piedi con suo padre e altri bambini come lui, fino alla miniera di Rubaya a Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. È un creuseur: passa anche dieci, dodici ore, infilandosi in cunicoli stretti e bui per scavare a mani nude, in mezzo al fango, minerali grezzi di coltan. Rischia la vita per uno o due dollari al giorno, che bastano appena a sfamare la famiglia. Lo scorso 28 gennaio, la sua miniera è franata, causando la morte di oltre 220 persone, tra cui molti bambini suoi amici. Ma continuare a scavare con le sue piccole mani è l’unico modo per sopravvivere. Intanto, dall’altra parte del mondo, tra i palazzi di cristallo e di acciaio di Bruxelles, la parola d’ordine è Green Deal. Si legifera per salvare il pianeta entro il 2050, anno in cui l’Unione Europea ha stabilito per legge che l’Europa dovrà diventare il primo continente a “impatto climatico zero”. Un piano che mobilita mille miliardi di fondi europei e nazionali entro il 2030, per spingere le imprese private a finanziare il resto della svolta green. 

 

Sfruttati come creuseur per estrarre coltan e cobalto nella Repubblica Democratica del Congo 

 

È la grande ipocrisia della transizione ecologica: l’illusione di un pianeta pulito, sepellendo il futuro dei bambini nel fango e sotto le frane. I numeri del fenomeno sono spietati. Sarebbero centomila i minori sfruttati per l’estrazione delle terre rare, nella Repubblica Democratica del Congo. Almeno 40mila – secondo Human Rights Watch – solo per il cobalto, che rappresenta il 70 per cento dell’esportazione mondiale, necessario per alimentare le batterie al litio. Bambini che lavorano in condizioni estreme, senza alcuna protezione, picchiati e maltrattati, se oltrepassano i confini delle miniere. I rari tentativi di porre rimedio sono falliti. Persino, il Supply chain act, nato per obbligare le multinazionali a rispettare i diritti umani, lungo la filiera, si è rivelato un’arma spuntata. Spesso, infatti, i colossi europei usano lo scudo dei subfornitori per dichiararsi formalmente a posto. Oppure, mescolano i minerali estratti dai bambini con quelli industriali per ripulire la filiera. E mentre anche l’Italia arranca nel tradurre la transizione ecologica in realtà, affidandosi ai miliardi del Pnrr – di qualche giorno fa, un’altra tranche di 12,8 miliardi di euro da parte della Commissione europea – e ai decreti d’urgenza, nel resto del mondo si consuma una guerra silenziosa: quella delle terre rare. Diciassette elementi chimici della tavola periodica, strategici nei processi produttivi della transizione ecologica e per la manifattura di tecnologie in campo civile e militare. In Europa, solo Svezia, Finlandia e Portogallo possiedono giacimenti. Il 60 per cento delle terre rare mondiali viene prodotto dalla Cina, che ne processa e raffina quasi il 90 per cento. Un monopolio globale trasformatosi da una questione di mercato ad un’arma geopolitica. Tanto da portare Donald Trump a imporre dazi al Dragone per frenarne l’avanzata tecnologica, costringendo Xi Jinping a limitare l’esportazione delle terre rare. Per ora, c’è una tregua temporanea: stop a nuovi dazi Usa, in cambio del congelamento delle restrizioni cinesi, ma la dipendenza strategica di Washington resta irrisolta. L’Occidente è costretto, quindi, a cercare nuove alleanze, in Africa e America Latina, soprattutto in Brasile, nuove frontiere come la Groelandia e a stringere nuovi accordi con India, Ucraina e Australia. Con i rischi di nuovi teatri di sfruttamento, nei Paesi del Terzo Mondo. 

 

I tunnel per estrarre mica in Madagascar

 

Uno degli scenari più drammatici è il Madagascar. Qui, i minori – circa 11mila, secondo l’Unicef – rappresentano circa la metà della manodopera impiegata nelle miniere di mica, fondamentale per isolare le batterie delle auto elettriche e i microchip, ad Anosy, Ihorombe e Androy. Il lavoro in miniera è cresciuto a dismisura a causa della siccità, mentre i salari irrisori costringono le famiglie a portare con sè i figli, a partire dai cinque anni, a lavorare in condizioni difficili e insicure. Infilati ore e ore, dentro tunnel sotterranei precari, che possono cedere da un momento all’altro. Esposti alla polvere che può causare una fibrosi irreversibile, con sangue nella tosse. Privati dei diritti fondamentali, come l’accesso ai servizi sanitari di base e l’istruzione. È il prezzo della transizione verde. I forti impatti ambientali nei Paesi in via di sviluppo della corsa all’oro bianco comportano gravi conseguenze sulle condizioni delle popolazioni. 

 

Il “Triangolo del litio” in America Latina con gravi danni ambientali  

 

Questo paradosso si consuma in America Latina, nel cosiddetto “Triangolo del litio”, con un mercato stimato di circa 116 miliardi di euro all’anno, nel 2030. E poco importa se per bloccare le emissioni delle auto, è scoppiata una guerra che coinvolge Cile, Argentina e Bolivia, dove si trova l’80 per cento delle riserve mondiali. Qui, la transizione ecologica si è trasformata in una nuova forma di colonialismo estrattivo, con un drammatico sfruttamento ambientale e idrico. Secondo gli studi dell’università di Antofagasta in Cile, per ogni tonnellata di minerale estratto sono necessari due milioni di litri di acqua. Uno squilibrio idrico che sta provocando il prosciugamento di fiumi e falde acquifere, compresi i laghi e le zone umide ai margini della distesa di sale e nelle montagne, riducendo le già provate popolazioni indigene allo stremo. Nel 2023, le comunità locali di Jujuy, nel nord dell’Argentina, hanno iniziato una protesta, bloccando le principali strade nazionali, contro la riforma costituzionale a favore dell’industria mineraria e del litio, che dichiara la terra indigena di pubblica utilità, limitando il diritto di protesta. Nel solo Salar de Atacama, in Cile, le compagnie minerarie sprecano oltre 170 milioni di litri d’acqua al giorno, causando l’abbassamento dei livelli d’acqua sotterranea dolce di oltre dieci metri, negli ultimi quindici anni, e lo sprofondamento del suolo a un ritmo di uno, due centimetri l’anno. Per costruire le batterie ecologiche europee, si avalla un sistema economico che condanna minori indigeni alla disidratazione, all’avvelenamento chimico e al lavoro forzato, in condizioni climatiche disumane. Bevono acqua fortemente salmastra o da fonti inquinate da arsenico, litio e altri metalli pesanti, con un grande aumento della mortalità infantile. 

La transizione ecologica di Bruxelles rischia di passare alla storia come un grande inganno globale: un’ecologia d’élite che, per curare i giardini dell’Occidente, condanna il futuro dei figli degli ultimi della Terra. 

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“Ho imparato a ipnotizzare i polli. Basta tracciare una linea per terra davanti a loro e si immobilizzano, convinti di essere intrappolati”: lo rivela Robert Pattinson

13 Giugno 2026 ore 09:29

Robert Pattinson ha fatto discutere al cinema grazie al film “The Drama – Un segreto è per sempre” di Kristoffer Borgli, dove ha recitato con Zendaya. Una commedia romantica apparentemente romantica che segue i preparativi di un matrimonio da favola, per poi trasformarsi bruscamente in un thriller. Forse non tutti sanno che l’altra passione dell’attore è la musica: “Porto con me sempre la mia chitarra. La musica stimola la mia creatività, i dialoghi di un film sono come i testi di una canzone: la musica è istinto ed emozioni”.

L’attore di Hollywood poi ha confessato a “La Repubblica – U” un’altra curiosità legata alla sua esperienza sul set: “Ho imparato a come ipnotizzare i polli! Basta tracciare una linea per terra davanti a loro e si immobilizzano, convinti di essere intrappolati”.

Prima ancora di sbarcare il lunario al cinema: “Facevo il modello per un magazine da teenager: c’era una specie di gioco a eliminazioni, per cui in ogni numero i lettori votavano per decidere i modelli da tenere o eliminare”.

“Per quasi un anno sono rimasto in cima alla classifica, – ha continuato – forse piacevo per il look androgino che era molto di moda in quegli anni. Amavo andare ai casting, anche se le audizioni come modello erano abbastanza deprimenti: facevi anticamera ore e poi, quando era il tuo turno, non ti guardano nemmeno in faccia, sfogliavano solo il portfolio. Le audizioni come attore invece erano molto divertenti. La prima fu per Troy, con Brad Pitt”.

Il piano B, forse più di uno c’era: “Mi sarebbe piaciuto fare lo psicologo. Nel corso degli anni ho conosciuto tante persone andate in crisi a causa di vere sciocchezze. O forse il produttore musicale. Avrei scelto comunque un mestiere creativo”.

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Libano, Israele annuncia raid nel sud: “Hezbollah ha violato cessate fuoco”

13 Giugno 2026 ore 09:24

Le forze israeliane hanno diffuso un avviso di evacuazione per diverse comunità a sud del Libano. In un messaggio in arabo hanno motivato l’operazione denunciando presunte “ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah“. Il portavoce delle Idf ha quindi chiesto agli abitanti di una ventina di comunità di “spostarsi immediatamente nelle aree a nord del fiume Zharani”.

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Secondo quanto riporta Haaretz, l’avviso è arrivato dopo che il canale libanese Al Mayadeen ha riportato che le forze israeliane hanno bombardato aree del sud del Libano. In precedenza le Idf hanno affermato di aver intercettato un “oggetto aereo sospetto” entrato dallo Libano nello spazio aereo di Israele, facendo suonare le sirene di allarme a Metula e Misgav Am, nel nord del Paese.

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Asia Argento: “Stavo morendo. Ma invece di uccidermi, la mia malattia mi ha salvata. Non guarirò mai, ma adesso posso dire di essere una ex alcolista”

13 Giugno 2026 ore 09:23

Asia Argento ha presentato allo scorso Festival del cinema di Cannes il nuovo film”Death Has No Master – La morte non ha padroni” di Jorge Thielen Armand, un horror politico ambientato in Venezuela. “Negli ultimi anni non ho avuto grandi opportunità. – ha affermato l’attrice a “Sette” de “Il Corriere della Sera” – Ho continuato a lavorare perché è il mestiere che faccio da 41 anni e anche quello con cui pago il mutuo e mantengo i miei figli. Ma questo che mi è arrivato dal Venezuela e dal Canada è stato un vero regalo”.

Il discorso si sposta poi sul percorso personale: “Ho imparato tanto da quello che è successo, ho fatto errori enormi. Non ho ponderato i tempi, ho parlato senza riflettere, ho fatto gesti avventati. Ho visto tutti i miei errori. Ho fatto un’autoanalisi, cercando di non focalizzarmi su quello che mi hanno fatto gli altri, ma sulla mia parte”.

E ancora: “Pensavo sempre ‘mi hanno fatto questo, mi hanno detto quello…’, invece ora vedo che ho sempre avuto il 50 per cento di responsabilità”.

Un nuovo corso dettato “dalla sobrietà, e se scegli di fare un certo per- corso per salvarti la vita, sei costretta a vedere tutte queste cose. Mi sono salvata dall’alcolismo. In questi anni l’analisi, il buddismo, l’ayahuasca e altro ancora non hanno funzionato. Ma ho finalmente trovato quello che mi sta salvando, un giorno alla volta. È il percorso dei 12 passi, per affrontarlo devi essere disposta a guardare tutto quello che sei veramente. Stavo morendo. Ma invece di uccidermi, la mia malattia mi ha salvata perché mi ha portata alla via d’uscita. O meglio, non guarirò mai, ma adesso posso dire di essere una ex alcolista”.

“Perché so che c’è chi ci ricade dopo venti anni… – ha concluso – Ho atteggiamenti, paure, risentimenti che accomunano tutti gli alcolisti. È come quando hai il diabete, non guarisci mai. La soluzione è lavorare con i 12 passi e stare in contatto con persone che fanno il mio stesso percorso spirituale”.

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Meloni, Schlein e Ferragni vittime di deepfake sessuali: scatta il blitz, oscurato il sito cFake

13 Giugno 2026 ore 09:16
La piattaforma era utilizzata per la diffusione online di immagini e video a sfondo sessuale, anche realizzati mediante intelligenza artificiale. Tra le vittime personalità come la premier Giorgia Meloni, Chiara Ferragni, Elly Schlein, Laura Pausini

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Robot aspirapolvere fugge dalla pizzeria, l’appello del proprietario: “Sentivo il suo rumore mentre lavorava, poi il silenzio. A chi ce lo riporta offriamo una pizza”

13 Giugno 2026 ore 09:15

Un “nostro collaboratore molto valido (…) è scappato dalla pizzeria martedì sera”, senza più essere ritrovato. E pur di riaverlo con sé il prima possibile, il titolare dell’attività, Stefano Borile, ha tappezzato Saletto (Borgo Veneto, in provincia di Padova), di volantini. Non si tratta di un pizzaiolo o di un cameriere né, tantomeno, di un ipotetico amico a quattro zampe mascotte del locale. I dipendenti del locale sono alla disperata ricerca del loro robottino delle pulizie: “Cerchiamo questo aspiratore” che, durante il suo “turno di lavoro” è scappato, facendo perdere completamente le sue tracce, ha spiegato il gestore della pizzeria a “Il Mattino di Padova”.

Il robot, poco dopo essere stato acceso per iniziare a pulire il pavimento del ristorante, è fuggito, quatto quatto, dalla porta d’ingresso, approfittando di un momento di distrazione del proprietario. Borile stesso ha provato a ricostruire la dinamica. “Erano circa le cinque del pomeriggio. Ho messo il robot a pulire davanti alla pizzeria e nel frattempo sono andato in cucina a preparare la serata. Sentivo il suo rumore mentre lavorava, sbatteva contro i vari ostacoli e continuava il percorso. Poi, all’improvviso, silenzio”, ha raccontato il pizzaiolo che, nonostante non vedesse il robottino, era convinto fosse finito poco fuori la sua attività. “Ho controllato sotto gli scaffali e in tutti gli angoli. Pensavo fosse semplicemente uscito dalla porta”.

Invece, grazie alla geolocalizzazione disponibile sull’app del dispositivo, Borile ha scoperto che il suo robot aveva fatto come Pollicino, ma senza briciole di pane. “Ho visto che risultava molto distante dalla pizzeria. Ho seguito la traccia, controllato vicino alle auto e nelle zone circostanti, ma niente. Poi la batteria si è scaricata, ma nell’ultimo punto segnato dall’app non lo abbiamo trovato”.

La tecnologia ci stupisce ogni giorno di più ma, nonostante ciò, rimane impensabile che l’androide si sia volatilizzato. È più probabile che, qualche passante, vedendo il robottino inerme ed incustodito, se lo sia portato con sé. Borile, però, non intende arrendersi e, “se qualcuno lo trova e ce lo riporta, offriamo una pizza”, ha aggiunto il gestore. L’appello ha incuriosito sia i cittadini del Borgo che molti utenti sui social. Una ragazza, con l’AI, ha scherzato creando un meme del robot in vacanza a Jesolo. C’è chi, invece, non ha escluso una fuga d’amore con un androide “femmina”. Sarà andata così?

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“La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare”. Perché Ultimo è diventato un fenomeno di massa? C’entrano Renato Zero e Vasco Rossi

13 Giugno 2026 ore 09:11

“Quando ascoltavo la gente parlare mentre dava lezioni / non ho saputo imparare ed ora disegno le delusioni, le conclusioni / […] Ero un bambino diverso […] / Sempre collocato nel gruppo dei perdenti”. Sono le parole di Ultimo in una delle sue canzoni più amate e considerata ormai un vero e proprio manifesto per il suo popolo: “Sogni appesi”. E non è un caso.

Proprio in quelle parole si nasconde il segreto del successo di quello che non è un fenomeno musicale, ma un vero e proprio fenomeno di massa. Ma come nasce questa ondata di donne e uomini che culminerà nel concerro evento del “Raduno degli ultimi” che si terrà il 4 luglio a Tor Vergata a Roma? Lo spiega il volume “Il popolo di Ultimo” (Gallucci editore) di Mattia Marzi, dal 12 giugno in libreria.

“La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare. Anche quando parti da Ultimo” e “Sono una grandissima fan di Vasco da sempre ma ora Nic ci ha rubato l’anima: tu porterai avanti la storia e la favola di tutti noi”. Sono sono alcuni dei commenti dei fan del cantautore che si cullano sulle note di “Colpa delle favole”, Piccola stella”, “Rondini al guinzaglio” e “Il ballo delle incertezze”. Ma c’è di più oltre alle canzoni.

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Per la Fifa Yamal vale quanto Circati: come funziona il sistema che premia i piccoli club al Mondiale

13 Giugno 2026 ore 09:11

Yamal del Barcellona vale l’australiano Circati del Parma, il Paris Saint Germain bi-campione d’Europa si trova allo stesso livello del Volendam appena retrocesso nella seconda divisione olandese. È quanto emerge dal primo, grezzo computo sugli indennizzi previsti dalla Fifa ai club per l’utilizzo dei propri giocatori durante il Mondiale. Il quale, come ampiamente illustrato, sarà il più ricco di sempre, specialmente sotto il profilo dei ricavi per Infantino e compagnia. Una volta tanto, la fetta minore della torta spetta ai top club, il cui compenso per il “prestito” dei propri atleti è destinato a seguire in maniera inversamente proporzionale il trend economico della coppa del mondo, muovendosi verso il basso anziché verso l’alto. Tutto questo grazie a una specie di cortocircuito creato dalla politica dell’uno vale uno tanto cara ai vertici della Fifa, per ragioni squisitamente di convenienza, ovvero elettorali. Ma, dopo il contentino alle piccole Federazioni con l’allargamento del Mondiale a 48 squadre, ecco un sistema di compensi totalmente egualitario che aiuta i piccoli club a scapito dei grandi. Per una volta si può affermare che questa Fifa, indifendibile sotto diversi punti di vista, ha fatto anche cose buone.

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Da Sudafrica 2010 sono stati introdotti gli indennizzi ai club per il “prestito” dei giocatori, allineandosi a quanto fatto dalla Uefa due anni prima per l’Europeo in Austria e Svizzera. Si partì con 40 milioni di dollari, per passare ai 70 di Brasile 2014 e ai 209 di Russia 2018. In Qatar invece la cifra rimase bloccata, e ciò significava una diminuzione degli introiti, visto che le rose erano passate da 23 a 26 giocatori e, pertanto, bisognava sommare 96 elementi in più al riparto delle risorse. La Fifa poteva permettersi questa inversione di tendenza, rispetto all’aumento dei guadagni, in quanto è sempre stata molto meno ricattabile della Uefa dai top club e dai grandi campionati europei. Per il Mondiale 2026, la cifra complessiva destinata alle società è aumentata del 70%, arrivando a 355 milioni di dollari. Ma l’indennizzo per singolo giocatore, al giorno, si è praticamente dimezzato rispetto al Qatar: da 10mila dollari a 5mila. Questo perché, per la prima volta, la Fifa ha incluso nella lista anche i preconvocati, iniziando il conteggio giornaliero dal 25 maggio, e destinando quindi 100 milioni solo per gli esclusi. Altri 5 milioni sono stati tolti per spese varie, tra cui i costi amministrativi, portando quindi il budget a 250 milioni. Una cifra che, considerato il numero delle nazionali portato a 48, ha determinato il citato compenso di 5mila dollari (circa 4.350 euro) per giorno a giocatore.

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L’altro aspetto importante di questo sistema riguarda il principio di uguaglianza. A differenza della Uefa, che divide in tre categorie i campionati nei quali i giocatori sono attivi, con lo scopo di definire un quadro più realistico dei costi sostenuti dai club per i propri atleti, la Fifa pone tutti sullo stesso livello. Non ci sono distinzioni tra i quasi 354 milioni di euro del payroll del Manchester City, il club con più giocatori (19) al Mondiale, e il milione e mezzo di euro di squadre delle B olandese quali RKC Waalwijk, Den Bosch o Almere City, tutte favorite dalla presenza di Curacao, di fatto una versione C della nazionale oranje, visti i legami ancora molto stretti con i Paesi Bassi. Ovviamente, più lunga è la permanenza di giocatori, più alto sarà il compenso. Per la fase a gironi, appannaggio di tutti, le cifre oscillano tra i 160 e 175 milioni di dollari a giocatore. Considerando solo questo dato, emergono casi interessanti: lo Slavia Praga, che avrà 10 giocatori alla coppa del mondo, si assicurerà un minimo di 1.3 milioni di euro, cifra la quale, a fronte di un fatturato complessivo attorno ai 10 milioni, significa un’entrata extra del 13% rispetto al proprio budget. Per il Milan, anch’egli con 10 giocatori (è la squadra italiana con più elementi), la medesima somma significa lo 0,26% del fatturato.

Il Como parte dalla stessa base dei belgi dello Charleroi, prestando entrambi 3 calciatori, ma mentre con i rimborsi della fase a gironi (circa 392mila euro) i secondi possono pagare un mese di stipendi all’intera rosa, i lariani arriverebbero a malapena a un decimo della mensilità. Eppure, tra i club italiani, il Como è uno di quelli destinati a guadagnare di più dalla competizione, in relazione al proprio volume di affari. Meglio della squadra di Fabregas ci sono le neopromosse Frosinone e Venezia, con rispettivamente 1 e 3 tesserati alla coppa del mondo, il cui compenso base rappresenta il 2.33% del fatturato complessivo, per i ciociari, e lo 0.79% per i veneti (il Bodø/Glimt, per rendere l’idea, viaggia sugli stessi numeri).

Indubbiamente le big sono destinate a vedere crescere le proprie entrate, secondo il seguente schema: 210-225mila dollari a giocatore per giorno agli ottavi; 235-245 ai quarti; 260-265 alle semifinali; 285 alle finali. Rimangono comunque sempre bruscolini per il giro di soldi che gravitano attorno ai top club, per i quali il Mondiale XXL non porta che minuscoli benefici, incrociando oltretutto le dita per eventuali gravi infortuni a qualche big. Perché il crociato di Haaland non vale come quello del compagno di squadra Falchener, di stanza al Viking. Per una volta, però, l’interessato sguardo rivolto verso il basso da parte della Fifa ha prodotto risultati degni di nota a sostegno delle realtà minori, siano esse federazioni o club.

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Maturità: le possibili tracce per la prima prova da Svevo a Montale. Anniversari, trend e autori già usciti negli anni scorsi

13 Giugno 2026 ore 09:10

Meno otto. Mancano pochi giorni al via alla Maturità (non si chiama più esame di Stato) 2026. Gli studenti, in primis ma anche gli insegnanti stanno scommettendo sugli argomenti che usciranno per il primo scritto. Alcuni elementi da tenere in considerazione sono le scelte degli anni passati, gli anniversari ma anche i trend del momento. Abbiamo fatto un’analisi prendendo in considerazione quanto emerge dai social, dalla Rete ma raccogliendo anche informazioni utili.

Prima tipologia (A) Analisi del testo – L’anniversario da tenere d’occhio, in questo caso, sono i cent’ anni dalla nascita di Giangiacomo Feltrinelli (1926-2026) che potrebbero dare spunto per un tema sull’editoria, la diffusione della cultura. Gli autori scelti negli ultimi cinque anni (le proposte sono due) sono: Pascoli (2022), Verga (2022), Quasimodo (2023), Moravia (2023), Ungaretti (2024), Pirandello (2024), Pasolini (2025) e Tomasi di Lampedusa (2025). Quelli “storicamente in ritardo” e quindi molto ripetuti nei pronostici sono: Gabriele D’Annunzio (assente da moltissimo tempo); Eugenio Montale (ultimo anno 2012), Italo Svevo (2009), Umberto Saba (2000) e Giacomo Leopardi (mai uscito nella tipologia A). In molti, sono convinti che il tema mito della macchina e della velocità, potrebbe favorire il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti di cui tra l’altro nel 2026 ricorrono i 150 anni dalla nascita ma anche il contrasto tra natura e progresso in Giacomo Leopardi (la “natura matrigna” della Ginestra) o San Francesco d’Assisi (a 800 anni dalla morte) con il suo Cantico delle creature. In pole position anche Svevo e “Il male di vivere” di Eugenio Montale di cui si è molto parlato ultimamente. Se sui social dedicati alla Maturità fino a poche settimane fa c’era Gabriele D’Annunzio ora il primato passa a Giovanni Verga. Tra i nomi citati (come ogni anno) anche Alessandro Manzoni, Italo Calvino, Giovanni Pascoli, Primo Levi e Elsa Morante. Tra le novità Carlo Collodi, probabilmente trainato anche dalle celebrazioni per i 200 anni dalla nascita dell’autore di “Pinocchio”: una traccia che potrebbe parecchio piacere al nostalgico ministro di Destra. In Rete, “girano” anche le figure di Dario Fo e Alda Merini, forse un po’ troppo “lontane” dalla sensibilità del governo.

La tipologia B è quella del testo argomentativo con tre proposte – Qui gli anniversari da prendere in considerazione sono: gli 80 anni della Repubblica Italiana (1946-2026); i 165 anni dell’Unità d’Italia (1861-2026) e i 40 anni dal Maxiprocesso di Palermo (1986-2026) anche se già lo scorso anno tra i temi c’era Paolo Borsellino. Gli argomenti che si sono ripetuti più spesso negli ultimi anni sono: tecnologia e innovazione; comunicazione e social media; memoria storica e democrazia; rapporto individuo – società; cultura, lettura e informazione. Visti gli argomenti già usciti, potrebbero essere particolarmente plausibili l’intelligenza artificiale e il lavoro; la disinformazione e i social media (altro tema caro a Valditara); la pace e i conflitti internazionali; l’educazione civica e la Costituzione; lo sviluppo sostenibile e l’energia. In Rete si parla meno dell’ipotesi di una traccia collegata ai 25 anni dall’11 settembre mentre resta tra i papabili il ricordo di Chernobyl, a 40 anni dal disastro nucleare. Anche qui potrebbe spuntare San Francesco collegato alla pace. Da tenere in considerazione anche i 100 anni dalla morte di Antoni Gaudí (1926-2026) per parlare di arte, architettura, patrimonio culturale.

Tipologia C, l’attualità con due proposte – Ci sono due spunti che sono dati dagli anniversari. Il primo: gli 80 anni delle Nazioni Unite (1945-2025/26). Il secondo i 100 anni dalla nascita di Marilyn Monroe (1926-2026) per argomentare su mass media, società dell’immagine, ruolo della donna. I temi usciti negli ultimi anni riguardano la legalità e la cittadinanza (Borsellino, Dalla Chiesa); i giovani e la società; la comunicazione digitale; i valori civili l’impatto sul lavoro/studio. La traccia legata alle guerre e alle crisi internazionali, non sembra più essere presa in considerazione mentre in classifica restano la violenza sulle donne e la parità di genere così anche la salute mentale dei giovani. Da non sottovalutare i cambiamenti climatici e la necessità di una transizione ecologica equa che sono costantemente al centro del dibattito pubblico mentre pare arduo che spunti il fenomeno delle Migrazioni.

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Esame di maturità, 10 libri da leggere per superare la prova scritta: dalla Russia a Pasolini, fino al sovrumano

13 Giugno 2026 ore 09:10

Mancano meno di venti giorni al primo scritto della Maturità. Il programma scolastico è ormai terminato ma a volte, per poter affrontare il famoso tema non basta aver studiato bene l’Ottocento e il Settecento oppure aver conosciuto molti autori della letteratura italiana. Il primo scritto prevede l’analisi di un testo letterario in prosa o poesia di un autore italiano vissuto tra l’Unità d’Italia e il Novecento, ma anche tre tracce su un tema specifico accompagnato da un testo di riferimento che può essere di arte o storico. Infine due tracce che affrontano tematiche vicine all’esperienza degli studenti o al dibattito pubblico e sociale contemporaneo. Vale quindi la pena di aver letto o di prendere in mano qualche buon libro prima di arrivare all’esame. Ne abbiamo scelti alcuni per voi.

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“Appunti di Russia. Viaggio nella normalità di un Paese in guerra”, di Nicolas Rodigari (Ediciclo editore)

Un libro per comprendere la Russia di oggi trovando spunti anche del passato. L’autore laureato in filosofia e relazioni internazionali (una combinazione – scrive – “forse necessaria per capire” il Paese) compie un viaggio nello Stato capeggiato da Putin proprio ora che la Russia è sempre più isolata e impenetrabile per capire cosa pensano davvero i suoi abitanti tra propaganda di regime e distorsioni mediatiche. Un cammino tra sanzioni, censure e buste di rubli necessarie per affrontare quest’impresa che “non è certo un romanzo russo – dice Rodigari – ma ci somiglia parecchio”.

“La rivoluzione incompiuta. La Chiesa dopo Papa Francesco”, di Marco Politi (Il Millimetro)

Il tema del cristianesimo è di fondo in ogni argomento. Marco Politi, è uno dei maggiori esperti di Vaticano. La morte di Papa Francesco ha lasciato irrisolto un conflitto interno alla Chiesa cattolica che sta attraversando una crisi profonda, segnata dal calo dei fedeli e delle vocazioni e dalle tensioni tra riformisti e tradizionalisti. Questo testo scritto in maniera agevole aiuta a comprendere con chiarezza le dinamiche della Chiesa su alcuni temi rilevanti come la comunione per i separati o la benedizione delle coppe gay.

“Sulla porta del mondo. Storie di migranti italiani”, di Luigi Dal Cin (Terre di mezzo editore)

Un libro straordinario perché in 200 pagine riesce a condensare la storia dell’emigrazione italiana (il Belgio, la tragedia di Marcinelle, Corrado Alvaro e il suo “Quasi una vita”, vincitore del premio Strega nel 1951, Petrosino etc), l’immigrazione di oggi in Italia e l’emigrazione attuale degli italiani nel mondo attraverso un’analisi dettagliata ma anche con le storie che Dal Cin è riuscito a recuperare attraverso la Fondazione “Migrantes”. Un buon “bigino” (senza offesa per l’autore e l’editore) utile agli studenti che vogliono approfondire questa tematica tanto antica ma anche attuale dei “cervelli in fuga”.

“The passenger. Artico”, di Morten A. Strøksnes (Iperborea)

Si è parlato tanto in quest’ultimo anno di Polo Nord, di Groenlandia tanto che questo luogo ai confini del mondo è diventato pane quotidiano anche per noi Europei. Perché è così importante? Ma chi abita questa parte di mondo? Improvvisamente – “grazie” a Trump – l’Artico è diventato d’attualità. Per conoscerlo, questo lavoro edito da Iperborea, è indispensabile per affrontare la tematica sia dal punto di vista geopolitico che sociale. In appendice sono segnalati anche alcuni film e documentari per approfondire.

“Hokusai e il Fujisan” di Eva Bensard e Daniele Catalli (Ippocampo edizioni)

Mai come oggi si parla di Giappone. E quando si cita questo Paese subito vien in mente Hokusai, un pittore e incisore giapponese, conosciuto principalmente per la sua produzione di ukiyo-e. La sua “onda” e i dipinti del monte Fujisan sono i protagonisti principali. Questo libro -illustrato – non è per bambini e può essere adoperato anche dai maturandi per arrivare preparati qualora tra i temi artistici dovesse spuntare proprio questo nome. Il narratore ci guida alla scoperta non solo del più grande maestro della stampa giapponese ma anche su quella cima tanto legata a Hokusai.

“Pasolini e i giovani”, di Roberto Carnero (Interlinea)

Pier Paolo Pasolini è spesso citato nel tototema. Questo libro indaga la tematica dei giovani nell’opera dello scrittore in cui si evidenza tutta l’attualità e la capacità di parlare, oggi, alle nuove generazioni, senza evitare di interrogarsi sullo “scandalo” provocato dalla vita e dalla sua morte. Pasolini è senz’altro l’autore italiano del Novecento attualmente più studiato. I giovani in questo libro del professor Carnero sono una presenza centrale nell’opera pasoliniana come personaggi, come oggetto di analisi sociale, come interlocutori.

“La disperanza. Un sentimento del nostro tempo”, di Franco Marcoaldi (Einaudi)

Il concetto è totalmente una novità ed è entrato a far parte del vocabolario di quest’ultima epoca. Dietro questa parola ci sono le voci di alcuni giganti del pensiero e della poesia: da Caproni a Mutis, da Montaigne a Camus, da Canetti a Huizinga. L’autore offre attraverso queste pagine edite per la prestigiosa collana “Gli struzzi”, l’opportunità di comprendere questa nuova filosofia che ha a che fare con “la rassegnazione attiva”, fattiva e vitale. La disperanza non è nulla di cupo ma è “il restare umani in un’epoca disumana”.

“Amicizia. Un incontro che riempie la vita”, di Josè Tolentino de Mendoca (Piemme)

Il tema dell’amicizia ha spesso sfiorato gli argomenti della Maturità. Questo libro parla di uno dei valori più importanti per ciascuno di noi ma ha uno sguardo anche universale perché l’amicizia può superare i confini per unire nel suo abbraccio i popoli diversi rendendo così il mondo un posto migliore, un luogo di pace. Queste pagine sono un buono spunto per fare una riflessione sul significato di questa parola che non può essere data per scontata.

“Oltre i limiti della nostra intelligenza”, di Nello Cristianini (Il Mulino)

Non poteva mancare un libro sull’AI. Nello Cristianini, professore di Intelligenza artificiale presso l’Università di Bath offre una panoramica chiara e attuale sull’evoluzione dell’AI, dalle origini con Turing agli strumenti moderni come ChatGPT. L’autore esplora il concetto di tecnologie “sovrumane”, capaci di superare l’intelligenza umana in alcuni ambiti, e riflette su cosa significhi davvero convivere con macchine così potenti. Un testo alla portata di tutti.

“Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno”, di Emanuele Coccia (Einaudi)

Un altro dei valori di cui si parla molto non solo nelle canzoni è quello dell’amore. Da Ovido a Umberto Galimberti, si parla dell’Eros. Questo libro analizza il sentimento che più ci sfugge passando dalla filosofia alla politica alla religione al diritto e alla letteratura. Un viaggio per nulla banale che può aiutare un maturando ad affrontare questo argomento senza scadere nei toni semplicistici o nella solita retorica legata a questa meravigliosa parola adoperata dai filosofi di ogni epoca.

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Maturità 2026, personalizzazione, senso critico e punteggiatura: i dieci consigli dell’esperto per affrontare il tema

13 Giugno 2026 ore 09:10

Ogni anno migliaia di studenti si trovano davanti alla stessa sfida: la prima prova dell’Esame di Stato (da quest’anno chiamato solo Maturità). Il cosiddetto tema, che, come abbiamo già spiegato, ha tre tipologie possibili tra cui scegliere: analisi ed interpretazione di un testo letterario; testo argomentativo; tema di attualità. L’obiettivo non è solo valutare le conoscenze acquisite durante il percorso scolastico, ma anche la capacità di ragionare, argomentare e scrivere in modo chiaro ed efficace.

Ci siamo fatti aiutare da un esperto, il professore Gian Carlo Visitilli, scrittore e giornalista per dare dieci consigli preziosi per affrontare la prima prova. Il docente insegna lettere al liceo “Tommaso Fiore”, da anni svolge il ruolo di presidente di commessione all’esame di Stato ed è autore di numerosi libri tra cui l’ultimo “Prof te la imparo io” edito da “Meridiana”.

Ecco dieci suggerimenti per affrontare il “tema” con maggiore sicurezza.

1 – La personalizzazione. “Può essere una traccia di letteratura, di storia, di attualità ma lo studente – dice Visitilli – deve poter inserire quel ‘secondo me’ che permette di rendere il testo più vivo, meno asettico”. Un sinonimo di maturità che viene preso in considerazione dalle commissioni.

2 – Per chi sceglie una traccia che non è quella d’attualità è importante “comunque contestualizzare all’oggi, al nostro tempo, mostrando di non aver paura di esprimere un proprio punto di vista rispetto a quanto accade”.

3 – Avere senso critico. “Lo studente – a detta di Visitilli – deve saper analizzare la traccia con degli elementi che sappiano esprimere ciò che la Scuola gli ha insegnato in questi anni”.

4 – Buona la prima. Non serve tornare e ritornare sul testo scritto o rimuginare ciò che si vuole scrivere. Secondo il professore pugliese ciò che si esprime “di getto” ha una forza vincente ma serve adoperare bene il tempo per leggere alla fine almeno due volte l’elaborato.

5 – Fare molta attenzione ai segni di interpunzione (il punto, la virgola, i due punti, il punto e virgola etc). “Negli ultimi anni nei panni di presidente di commissione – precisa il professore – ho notato che gli studenti hanno un flusso di coscienza nello scrivere senza sosta. La punteggiatura, invece, è essenziale in un testo affinché sia compreso da chi legge”.

6 – Non scrivere come si parla o come si messaggia. “Non c’è più distinzione – puntualizza lo scrittore – tra discorso diretto e indiretto. Spesso si esprimono nel linguaggio scritto come se fossero sui social, scrivono come su WhatsApp”.

7 – Povertà di linguaggio. Da tempo si dice che i giovani hanno un linguaggio meno ricco rispetto al passato. Anche per Visitilli è importante che adoperino più parole, utilizzando bene il dizionario per evitare gaffe ma anche i sinonimi e contrari.

8 – Usare il tempo presente. Il docente interpellato dal Fattoquotidiano.it promuove i ragazzi per l’uso del congiuntivo ma suggerisce di usare bene il presente.

9 – È preferibile utilizzare un linguaggio formale ma chiaro, evitando espressioni colloquiali, frasi troppo lunghe o termini di cui non si conosce il significato preciso.

10 – Il primo errore da evitare è scegliere una traccia troppo in fretta. È importante leggere tutte le proposte con calma, individuando quella che meglio si adatta alle proprie conoscenze e capacità.

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Vacanze estive al via, a giugno attesi 27,2 milioni di turisti italiani (+0,9%). Con gli stranieri si sale a 67,1 milioni

13 Giugno 2026 ore 09:10

Vacanze estive, Assoturismo: 27,2 milioni di italiani in viaggio a giugno, totale presenze a 67,1 milioni

Finisce la scuola e, con l’avvio del primo fine settimana utile, prende ufficialmente il via la stagione estiva del turismo in Italia, che entra così nella sua fase più intensa. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle rilevazioni raccolte tra gli operatori del settore, nel mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, con un incremento dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Un segnale che conferma la tenuta della domanda interna, che si mostra anche quest’anno come il principale motore dell’avvio della stagione estiva. Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – tra alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero infatti sfiorare gli 8 milioni, registrando una crescita dello 0,6% su base annua. “È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive”, sottolinea Assoturismo.

Leggi anche: Turismo, il rapporto della Banca D’Italia: “Settore in espansione in Puglia, ma retribuzioni sotto la media”

Accanto alla componente domestica, resta comunque rilevante il contributo del turismo internazionale. Le presenze straniere sono stimate in circa 39,8 milioni, in lieve aumento dello 0,2%, mentre gli arrivi dovrebbero attestarsi poco sopra gli 11 milioni, in calo dello 0,2% rispetto all’anno precedente. Nel complesso, il movimento turistico del mese di giugno dovrebbe superare i 19 milioni di arrivi e raggiungere circa 67,1 milioni di presenze complessive, con una crescita rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% su base annua. La domanda straniera continuerà comunque a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%, confermando un equilibrio ancora fortemente sbilanciato verso i flussi internazionali.

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Eppur si muove: ecco perchè l’Altare della Patria sta lentamente cedendo

13 Giugno 2026 ore 09:08

Un simbolo di Roma osservato anche dallo spazio

Il Vittoriano, uno dei simboli più riconoscibili di Roma e dell’Italia, si sta muovendo. Non si tratta di un crollo imminente né di una situazione di emergenza, ma di un fenomeno lento e costante che gli esperti tengono sotto osservazione da anni. A rivelarlo è uno studio coordinato dalla Sapienza insieme a Ispra e realizzato attraverso Nhazca, società nata come spin-off di ricerca del Dipartimento di Scienze della Terra dell’ateneo romano.

Grazie all’analisi di oltre 300 immagini radar raccolte dai satelliti tra il 2002 e il 2019, i ricercatori hanno ricostruito con precisione millimetrica l’evoluzione strutturale del monumento che domina Piazza Venezia. Il risultato? Il lato nord-occidentale del Vittoriano mostra un progressivo abbassamento di circa un millimetro all’anno.

Cosa sta succedendo

Il monitoraggio è stato effettuato utilizzando la tecnologia A-DInSAR, una sofisticata tecnica di interferometria radar che permette di rilevare spostamenti minimi senza installare sensori direttamente sull’edificio.

Le analisi hanno evidenziato un comportamento non uniforme della struttura. Mentre la porzione orientale dell’Altare della Patria appare sostanzialmente stabile, quella nord-occidentale registra una lenta deformazione. Sul muro perimetrale affacciato su Piazza Venezia, nel periodo esaminato, l’abbassamento complessivo ha raggiunto circa cinque millimetri. Numeri apparentemente insignificanti, ma estremamente preziosi per gli studiosi che si occupano della conservazione dei grandi monumenti storici.

Nessun allarme ma controlli sempre più precisi

Gli esperti sottolineano che il fenomeno rientra nei normali processi di assestamento che possono interessare strutture monumentali di enormi dimensioni. Proprio per questo il dato più importante non è tanto il millimetro perso ogni anno, quanto la possibilità di rilevarlo con precisione e continuità.

Per una città come Roma, costruita su stratificazioni millenarie e caratterizzata da un patrimonio archeologico unico al mondo, il monitoraggio satellitare rappresenta ormai uno strumento fondamentale. Tecnologie sempre più avanzate consentono infatti di individuare variazioni impercettibili prima che possano trasformarsi in criticità.

Il Vittoriano, inaugurato nel 1911 e dedicato a re Vittorio Emanuele II, continua dunque a vegliare sulla Capitale. Ma ora sappiamo che, sotto il suo candido marmo botticino, il gigante di Piazza Venezia si muove lentamente. Talmente lentamente da sfuggire agli occhi dei romani e dei milioni di turisti che ogni anno lo ammirano, ma non ai satelliti che osservano la città dall’alto.

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Lega, Fontana rilancia la “doppia Lega” e prende le distanze da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”

13 Giugno 2026 ore 09:06

La Lega deve tornare a mettere i territori al centro della propria identità politica. È questo il messaggio lanciato dal presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, intervenuto nella serata di venerdì 12 giugno a Zapping su Rai Radio1, dove ha commentato il dibattito interno al partito dopo il recente Consiglio federale. La proposta della cosiddetta “doppia Lega”, ha spiegato il governatore, “è una proposta che è stata avanzata e alla quale noi crediamo. Deve essere messo al centro dell’attenzione il problema della territorialità”.

Secondo Fontana, il punto non riguarda soltanto il Nord, ma l’intero equilibrio del Paese. “Il nostro Paese è molto composito, ha esigenze e specificità molto differenti, e quindi noi crediamo che sia necessaria e opportuna una risposta a ognuna di queste esigenze”, ha osservato. Da qui l’idea di un partito nazionale capace però di lasciare spazio ad articolazioni territoriali dotate di autonomia politica. “Il nostro movimento deve essere il partito che porta avanti le esigenze dei territori, non solo quelle del nord ma anche del centro e del sud. Dobbiamo fare in modo che vengano maggiormente ascoltati e rispettati i singoli territori”.

Il modello Csu-Cdu e il ruolo di Zaia

Fontana ha richiamato esplicitamente il modello tedesco Csu-Cdu, con “patti di desistenza e autonomie”, come possibile riferimento per la nuova architettura interna della Lega. Una formula che, nelle intenzioni del governatore lombardo, consentirebbe di tenere insieme una linea nazionale e una rappresentanza più marcata delle istanze locali.

In questo quadro, Fontana ha indicato Luca Zaia come una figura adeguata a rappresentare la componente territoriale del partito. Il presidente del Veneto, ha detto, “è una persona che sicuramente ha dimostrato di essere particolarmente vicina ai territori e apprezzata dai territori. Ci sono dei riscontri anche elettorali che dimostrano in maniera chiara che è una persona apprezzata e che ama il territorio. Quindi credo che sarebbe un’ottima persona”. Alla domanda se una simile impostazione possa produrre una diarchia con Matteo Salvini, Fontana ha escluso questa lettura. “Non vedo una diarchia”, ha risposto, “vedo competenze diverse, funzioni diverse: chi si occupa più del territorio e chi fa la sintesi a livello nazionale”.

La distanza da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”

Nel corso dell’intervista, Fontana è tornato anche sul rapporto con Roberto Vannacci, ex vicesegretario della Lega. Il governatore ha scelto toni misurati, ma il giudizio politico è netto. “Non ho nulla contro il generale, che è una persona capace e intelligente”, ha premesso, “ma io dicevo che il suo tipo di politica non collima con quelle che sono state le fondamenta del nostro partito. C’era una incompatibilità ideologica”. Secondo Fontana, la distanza era già evidente prima della rottura formale. “A dire il vero, io avevo visto che stava già percorrendo strade diverse, quando vedevo delle riunioni organizzate alle quali non potevano partecipare i rappresentanti della Lega… non bisognava essere dei fini Churchill per capirlo”. Una battuta che rende plasticamente il clima interno: nessuna sorpresa, almeno per chi osservava da vicino le mosse del generale.

L’affondo sul governo: “Leggi troppo centraliste”

Il presidente lombardo ha poi allargato il ragionamento al rapporto tra territori e governo nazionale, criticando alcune scelte legislative dell’esecutivo. “Il governo fa leggi che non vanno nella direzione del rispetto dei territori. Leggi che tendono un po’ a essere centraliste, che non va nella direzione del futuro”, ha affermato Fontana. Per il governatore, la competizione globale impone maggiore autonomia decisionale alle aree più produttive del Paese. “Nel futuro credo ci debba essere una relazione maggiore con i territori, non con lo Stato-nazione”, ha aggiunto. La Lombardia, ha ricordato, “è la regione più produttiva del Paese” e ha bisogno di “maggior velocità” e “maggior flessibilità” per competere con le altre realtà economiche internazionali.

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Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”

13 Giugno 2026 ore 09:05

Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha rivendicato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.

Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.

Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.

Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.

L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.

Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.

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La strada più colorata della città? Gay Street è pronta a dare spettacolo

13 Giugno 2026 ore 09:00

La strada più colorata della città? Gay Street è pronta a dare spettacolo

In via di San Giovanni in Laterano, esattamente di fronte al Colosseo, una settimana di eventi dedicata a cultura, diritti, nclusione e valorizzazione delle differenze.

Con la direzione artistica di Ezio Cristo, la manifestazione è promossa e organizzata da un gruppo di imprenditori attivi nel tessuto culturale e sociale della Capitale e nasce con l’obiettivo di creare uno spazio aperto di incontro, confronto e celebrazione, attraverso un programma che unisce approfondimento culturale e intrattenimento, nella piena valorizzazione della Gay Street romana, luogo storico e simbolico per la comunità LGBTQIA+ della Capitale.

Madrina della manifestazione sarà Vladimir Luxuria che il 16 giugno sarà protagonista del tradizionale taglio del nastro dando il via a sei giorni di appuntamenti aperti a tutti.

Tra gli appuntamenti più attesi della manifestazione, la sera del 19 giugno, il concerto di Francesco Sarcina e Le Vibrazioni, una delle band più amate e rappresentative del panorama pop-rock italiano.

Il calendario di Walk with Pride prevede talk, incontri, presentazioni di libri e film, riconoscimenti a personalità impegnate nella promozione dei diritti e dell’inclusione, oltre a un concorso drag che celebrerà il talento artistico e performativo della scena italiana.

Tra gli ospiti attesi figurano Imma Battaglia, Francesca Pascale, Antonella Elia, Priscilla, Francesco Montanari e Gabriele Piazza con lo spettacolo satirico “Eterofobo”, insieme ad altri protagonisti del mondo della cultura, dello spettacolo e dell’attivismo. Le serate saranno animate da momenti di intrattenimento e musica grazie alla partecipazione di alcune tra le più note organizzazioni di eventi della capitale, che cureranno dj set e performance dal vivo. “Walk with Pride” si propone come un’occasione per raccontare una società più aperta, inclusiva e consapevole, attraverso il dialogo tra arte, cultura, spettacolo e partecipazione civile, nel cuore di una delle città più amate al mondo.

Le dichiarazioni di Ezio Cristo

“La Gay street è forse il primo simbolo identificativo del movimento lgbtqia+ romano”-dice il Direttore Artistico Ezio Cristo-“e gli eventi della manifestazione Walk with Pride sono la sintesi logica e significativa di tutto quello avviene durante l’anno. La gay street è il luogo di condivisione e incontro per eccellenza e sempre aperto alla comunità e non, ai romani così come ai tantissimi turisti che si ritrovano davanti al Colosseo ogni giorno e ogni notte. Credo in un Pride diffuso: ogni realtà aggregativa, anche la più piccola dovrebbe avere uno spazio. Non dovrebbe esserci solo un luogo dove si concentrano tutti gli eventi, le serate o le organizzazioni, ma sarebbe bello se i vari quartieri di Roma avessero i loro punti di riferimento”.

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Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: in testa Balogun. Tutti a caccia del record

13 Giugno 2026 ore 08:38

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Folarin Balogun – Stati Uniti

2 gol

United States’ Folarin Balogun celebrates scoring his side’s second goal against Paraguay during a World Cup Group D soccer match in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Friday, June 12, 2026. (AP Photo/Marcio J. Sanchez)

2) Giovanni Reyna – Stati Uniti

1 gol

2) Mauricio – Paraguay

1 gol

2) Cyle Larin – Canada

1 gol

Canada’s Cyle Larin (9) celebrates after scoring his sides first goal of the game in the second half of the World Cup Group B soccer match between Canada and Bosnia, Friday, June 12, 2026, in Toronto. ( (AP Photo/Sam Balkansky)

2) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina

1 gol

2) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol

2) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol

2) Julian Quinones – Messico

1 gol

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

2) Raul Jimenez – Messico

1 gol

2) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

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Uomo risolve due cubi di Rubik durante un lancio con il paracadute: record mondiale

di: admin
13 Giugno 2026 ore 07:19

Un appassionato di cubo di Rubik ha risolto due rompicapo a mezz’aria nel corso del suo primo giorno di paracadutismo, conquistando così un record mondiale del Guinness dei primati. Lo riporta UPI.

 

Ishaan Hadkar, 24 anni, che risolve cubi rompicapo fin dall’età di 10 anni, ha effettuato il suo primo lancio con il paracadute sopra Oceanside, in California, con l’obiettivo di battere il Guinness World Record per il maggior numero di cubi risolti in un singolo lancio.

 

Il primo tentativo dello Hadkar, che coincideva anche con il suo esordio assoluto da un aereo, si è interrotto prematuramente.

 

A man sets a world record by solving a Rubik’s Cube while skydiving from 13,000 feet over California. pic.twitter.com/jPZEqQAwsG

— ABC News (@ABC) June 13, 2026


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«Non avevo assolutamente idea di cosa aspettarmi o di come mi sarei sentito. Durante il mio primo tentativo di record, che è stato anche il mio primo lancio con il paracadute in assoluto, uno dei miei cubi si è rotto a mezz’aria», ha raccontato al Guinness World Records. «Ma non volevo arrendermi, quindi sono salito subito sul primo aereo disponibile e ho tentato di nuovo il record il minuto dopo.»

 

Lo Hadkar è riuscito a risolvere due cubi prima di atterrare da 13.000 piedi, ottenendo il record al secondo tentativo.

 

«È stata sicuramente una sfida, soprattutto non avendo alcuna esperienza precedente di paracadutismo. Quel giorno c’era vento e cielo nuvoloso, e in più bisognava fare i conti con velocità di circa 190 km/h durante la caduta libera», ha detto. «Ho comunque usato la stessa tecnica di risoluzione che uso a terra, ma ho dovuto tenere il cubo molto più stretto del solito a causa della forza del vento.»

 

Il paracadutista ha affermato di aver risolto il primo cubo in caduta libera e il secondo sotto il paracadute.

 

«Con i record, non c’è mai una vera fine. Subito dopo l’atterraggio, il mio primo pensiero è stato che probabilmente avrei potuto risolvere cinque cubi in aria! Detto questo, sono stato assolutamente entusiasta che il record sia stato approvato dal Guinness World Records. È stata una tappa fondamentale nel mio percorso di 14 anni nel mondo del cubo di Rubik», ha affermato.

 

Non si tratta di un caso singolo: in tanti sembrano aver incrociato la passione per i lanci nel vuoto con quella per la soluzione dell’iconico giuoco enigmistico. in rete abbondano video di paracadutisti rubikisti, che provano di ottenere il record precipitando cubo alla mano.

 

“It seems that solving a Rubik’s Cube on the ground has become far too boring for adventurer Tom Kopec. Taking the challenge to new heights—literally—he decided to solve it while skydiving, completing the feat in a staggering 23.33 seconds!” pic.twitter.com/vcJFBCg1BG

— MOSCOW NEWS 🇷🇺 (@MOSCOW_EN) April 29, 2026

How do you hold onto (and solve) a Rubik’s Cube while skydiving? Take notes from this teen. pic.twitter.com/R3XaF1k2tx

— USA TODAY Video (@usatodayvideo) November 1, 2023

Solving a Rubik’s Cube while skydiving

[📹 jeffprovenzano]pic.twitter.com/qeOrTCd0iT

— Massimo (@Rainmaker1973) January 20, 2025

Rubik’s Cube Record by @sam__sieracki @skydivejbay
Film by Heath Baird & Benjamin de la Carrera
Featured on @apfskydive -Australian Parachute Federation #skydivevids #skydivevideo #skydiving #paragear https://t.co/H4lToVS6wc pic.twitter.com/7PP4PMAy2U

— Para Gear (@ParaGear) October 12, 2023

 

Skydiver Attempts Rubik’s Cube Record. #RubiksCube #ParaGear #Skydiving #ExtremeSports #Win #GoForIt https://t.co/H4lToVS6wc -Since 1960! pic.twitter.com/Z7WqSi7vpE

— Para Gear (@ParaGear) November 1, 2017


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Si tratta con ogni evidenza di un trend che avevamo sottovalutato assai.

 

Il lettore non si disperi: c’è qui Renovatio 21 per informarvi di queste realtà ignote ed abissali. Ad esempio, alzi la mano, senza sentirsi il colpa, chi aveva mai sentito parlare di mirmecotraffico e cantarotraffico. Ecco, siamo qui per questo.

 

Il mondo è un posto davvero interessante, perfino molto divertente – se lo si prende con leggerezza ed un, giusto, necessario, cucchiano di follia.

 

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Mondiali, la classifica dei gironi: gli Usa volano in testa al gruppo D

13 Giugno 2026 ore 07:15

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

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Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

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Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

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Nuova sentenza Pfizergate per la Von der Leyen

di: admin
13 Giugno 2026 ore 07:04

Un consulente della Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) ha dichiarato che la Commissione europea avrebbe dovuto rendere pubblici i dettagli dei contratti stipulati con le case farmaceutiche per la fornitura dei vaccini anti-COVID. Tra questi contratti figurava anche un accordo con Pfizer, negoziato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen tramite messaggio di testo.

 

In un parere pubblicato giovedì, l’avvocato generale Athanasios Rantos ha sostenuto che l’insistenza della commissione sulla segretezza ha reso impossibile sapere se i suoi negoziatori per i vaccini avessero conflitti di interesse con le aziende farmaceutiche da cui avevano acquistato i vaccini.

 

Tra il 2020 e il 2021, la Commissione ha firmato sei accordi di acquisto anticipato con aziende farmaceutiche, tra cui Pfizer, AstraZeneca e Moderna. Il valore complessivo dei contratti ammontava a 71 miliardi di euro.

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Quando gli eurodeputati dei Verdi e oltre 3.000 cittadini hanno chiesto informazioni sul processo negoziale, la commissione ha oscurato i nomi di tutti i suoi negoziatori e molte delle clausole contrattuali. Gli avvocati della commissione hanno sostenuto che tali oscuramenti erano necessari per proteggere i negoziatori dai «teorici della cospirazione».

 

Nel 2024 la Commissione ha perso una battaglia legale per mantenere segreti questi dettagli, ma ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Il parere di Rantos non è giuridicamente vincolante, ma influenzerà la sentenza definitiva della Corte.

 

L’anno scorso, il tribunale si è pronunciato contro von der Leyen nel caso «Pfizergate», incentrato sulle sue trattative con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Nel 2021, la von der Leyen ha dichiarato al New York Times di aver negoziato con Bourla, tramite messaggi SMS, un accordo da 35 miliardi di euro per 900 milioni di dosi di vaccino anti-COVID.

 

Il giornale ha intentato causa per ottenere l’accesso ai messaggi, sostenendo che la von der Leyen avrebbe potuto utilizzare gli SMS per eludere le leggi europee sulla trasparenza. La Commissione ha affermato che i messaggi erano andati persi, ma lo scorso maggio la Corte ha stabilito che l’organo esecutivo dell’UE non era riuscito a fornire «spiegazioni credibili che consentissero al pubblico e alla Corte di comprendere perché tali documenti non siano reperibili».

 

Lo scorso luglio, la von der Leyena era sopravvissuta a un voto di sfiducia promosso dai partiti di destra al Parlamento europeo a seguito dello scandalo. In prima fila, eravi l’ex premier magiaro Vittorio Orban, che chiedeva apertis verbis la defenestrazione dell’Ursula.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa un tribunale belga ha stabilito che Polonia e Romania devono adempiere ai loro obblighi previsti dall’accordo con l’UE e acquistare vaccini anti-COVID per un valore di 1,9 miliardi di euro da Pfizer e BioNTech.

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Il controverso accordo sui vaccini dell’UE ha dato origine al cosiddetto scandalo Pfizergate, in cui la Commissione europea e la stessa von der Leyen sono state accusate di aver nascosto i dettagli delle trattative con Pfizer e AstraZeneca.

 

La Von der Leyen aveva precedentemente cancellato o «perso» centinaia di messaggi relativi alla negoziazione con il CEO di Pfizer Albert Bourla di un contratto da 700 milioni di euro durante il suo discusso incarico come ministra della Difesa tedesca e a un accordo da 35 miliardi di euro per i vaccini mRNA di Pfizer.

 

La Corte di Giustizia dell’UE ha già stabilito che le comunicazioni ufficiali, anche da dispositivi personali, devono essere adeguatamente archiviate, e la Commissione si è impegnata a rivedere i propri protocolli in seguito a questa sentenza.

 

La Von der Leyen, ex medico e controverso ex ministro della Difesa tedesco (nonché moglie di uno specialista in mRNA), ha respinto le accuse come «bugie» e bollato i critici come complottisti, agenti di Putin (poi definito «predatore») e no-vax.

 

Come riportato da Renovatio 21, alcuni eurodeputati mesi fa hanno trollato la Von der Leyen offrendole un telefono con una memoria più capiente.

 

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Mondiali, la bandiera inglese è stata definita «intimidatoria» per i migranti

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:59

Alcuni consigli comunali in Inghilterra hanno sconsigliato ai residenti di esporre la bandiera nazionale, la croce di San Giorgio, su proprietà pubbliche, citando norme di sicurezza, preoccupazioni per la coesione sociale e la necessità di mantenere un ambiente accogliente, secondo quanto riportato dai media locali.

 

L’avvertimento arriva alla vigilia dei Mondiali. L’Inghilterra giocherà la sua prima partita, contro la Croazia, il 17 giugno.

 

Il dibattito si è ampliato mercoledì, quando l’Independent Monitoring Boards (IMB), l’organismo che sovrintende alle carceri e ai centri di detenzione per immigrati, ha pubblicato un rapporto in cui avverte che le spille con la bandiera inglese indossate dal personale dei centri di detenzione potrebbero essere percepite dai detenuti come un segno di «pregiudizio o addirittura di intimidazione», soprattutto alla luce delle recenti proteste anti-immigrazione in cui l’esposizione della bandiera ha avuto un ruolo di primo piano.

 

Il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha colto al volo l’occasione del dibattito, scrivendo su Facebook: «Indossate una spilla dell’Inghilterra? Esponete una bandiera inglese fuori casa? Secondo la nostra classe politica, ora state intimidando i migranti!».

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«I consigli comunali progressisti dovrebbero smetterci di vergognarsi della nostra identità e cultura nazionale e iniziare invece a celebrarla» ha dichiarato al Daily Mail il ministro ombra degli Interni, Chris Philp, ha criticato l’approccio dei consigli comunali, dichiarando

 

La controversia trae origine dalla campagna «Operation Raise the Colours», che si ritiene sia nata a Birmingham nell’agosto del 2025 per poi diffondersi in tutta l’Inghilterra. I sostenitori affermavano che l’iniziativa mirava a promuovere il patriottismo e l’orgoglio nazionale affiggendo la croce di San Giorgio e la bandiera britannica su lampioni, ponti e altri spazi pubblici, mentre i critici sostenevano che fosse legata a sentimenti anti-immigrazione e a tentativi di marcare il territorio in comunità con un’elevata presenza di immigrati.

 

Negli ultimi anni la Gran Bretagna è stato teatro di importanti proteste e disordini contro l’immigrazione, con accuse alle autorità di non riuscire a controllare l’immigrazione clandestina e ad affrontare adeguatamente i crimini commessi da migranti e altre minoranze etniche.

 

Questa settimana a Belfast sono scoppiate proteste e disordini contro i migranti dopo che un richiedente asilo sudanese è stato accusato dell’omicidio con presunto tentativo di decapitazione di un residente locale, mentre manifestazioni si sono svolte anche davanti agli hotel che ospitano richiedenti asilo in Scozia e Inghilterra.

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Terza petroliera in fiamme al largo dell’Oman dopo gli attacchi USA

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:50

Una petroliera petrolchimica ha preso fuoco al largo delle coste dell’Oman dopo essere stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze statunitensi. Si tratta del terzo incidente di questo tipo questa settimana nello Stretto di Ormuzzo.

 

Il ministero degli Esteri indiano ha definito gli attacchi profondamente preoccupanti e ha affermato che tutti i 20 membri dell’equipaggio indiano a bordo della nave sono al sicuro.

 

L’incidente si verifica dopo che mercoledì Nuova Delhi ha presentato una protesta diplomatica all’incaricato d’affari statunitense in seguito alla morte di tre indiani quando un’altra petroliera è stata colpita.

 

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver agito contro la MT Jalveer, battente bandiera della Guinea-Bissau, poiché «tentava di trasportare petrolio dall’Iran attraverso il Golfo dell’Oman».

 

BREAKING: U.S. forces disabled an oil tanker in the Gulf of Oman overnight after it allegedly violated the naval blockade against Iran.

CENTCOM says the Guinea-Bissau flagged tanker M/T Jalveer was attempting to transport Iranian oil through the Gulf of Oman when U.S. aircraft… pic.twitter.com/1fCaV1Mj21

— Fox News (@FoxNews) June 11, 2026

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Secondo quanto riportato, un aereo avrebbe lanciato due missili Hellfire nella sala macchine della nave dopo che l’equipaggio si era «ripetutamente rifiutato» di obbedire agli ordini delle forze statunitensi.

 

Il ministero degli Affari Esteri indiano ha descritto l’incidente come un «incidente di sicurezza marittima» e ha affermato che l’equipaggio interamente indiano della Jalveer è al sicuro. «I continui incidenti che colpiscono la navigazione commerciale nella regione sono motivo di profonda preoccupazione», ha aggiunto.

 

Un portavoce del ministero dei Trasporti marittimi ha dichiarato che l’equipaggio è stato evacuato al porto di Shinas e che il ministero sta monitorando la situazione e coordinandosi con il ministero degli Esteri indiano, le missioni diplomatiche e la Marina indiana. La Marina omanita sta fornendo assistenza nelle operazioni di evacuazione, come riportato dall’ambasciata indiana in Oman su Twitter.

 

Mercoledì, tre membri dell’equipaggio indiano della MV Settebello sono morti in un attacco delle forze statunitensi nella stessa area. Lunedì, invece, la MT Marivex è stata colpita, ma tutto il suo equipaggio indiano è stato tratto in salvo. Si presume che tutte e tre le petroliere stessero tentando di eludere il blocco navale statunitense intorno all’Iran.

 

Gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale ed economico a tutti i porti iraniani dalla metà di aprile. Washington afferma che si tratta di una rappresaglia per le restrizioni iraniane al transito delle navi mercantili attraverso lo Stretto ormusino, attraverso il quale transitava circa un quinto dell’energia mondiale prima dell’inizio del conflitto.

 

Dopo la morte dei membri dell’equipaggio della Settebello, Nuova Delhi ha espresso la propria preoccupazione anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineando che diversi cittadini indiani erano morti o risultavano dispersi a causa di attacchi nella regione.

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L’enciclica Magnifica Humanitas: commento di un sacerdote FSSPX

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:48

I cattolici si aspettano che il Papa spieghi in che modo l’uso dell’intelligenza artificiale sia moralmente buono e in che modo non lo sia, in relazione a una morale definita in riferimento alla Legge di Dio.

 

La prima Enciclica di Papa Leone XIV è datata 15 maggio 2026, un anno dopo l’elezione di Robert Francis Prevost al Sommo Pontefice. Con un totale di 245 paragrafi, il testo del nuovo Papa non è né più né meno lunga delle Encicliche del suo predecessore.

 

Come spiega nel paragrafo 3 del Capitolo 1, Leone XIV ha voluto approfittare del 135° anniversario dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891, per estendere a suo modo «questa riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo Dottrina Sociale della Chiesa». E questo dovrebbe già bastare a destare costernazione tra i cattolici, o quantomeno ad aggravare ulteriormente la perplessità in cui i poveri fedeli si trovano da oltre sessant’anni, dal Concilio Vaticano II.

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Una nuova concezione della dottrina sociale

In effetti, lo scopo di un documento del Magistero della Chiesa, come un’enciclica papale, non è quello di condurre una «riflessione», ma di dispensare, con la stessa autorità di Dio, un insegnamento, di dichiarare e spiegare il significato della verità rivelata da Dio. E la dottrina sociale della Chiesa non è, almeno non principalmente, una riflessione «sulla società, l’economia e la politica». Essa fa parte della dottrina morale che la Chiesa insegna ai suoi fedeli nel nome di Dio, ovvero la dottrina che dovrebbe mostrarci come regolare le nostre azioni per la salvezza eterna delle nostre anime.

 

Ora, la regola che governa le azioni umane è l’eterna legge divina, che si esprime sia nella legge divina naturale (cioè nei Dieci Comandamenti rivelati da Dio a Mosè) sia nella legge divina positiva (cioè nei precetti e nei consigli del Vangelo, rivelati da Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, e fedelmente trasmessi nella Santa Chiesa dai suoi apostoli e dai loro successori, i vescovi). D’altra parte, queste azioni umane non sono mai puramente individuali, poiché l’umanità, per sua natura, non può raggiungere la perfezione umana, tanto meno la perfezione soprannaturale della santità e salvare la propria anima, senza vivere in società, cioè senza coordinare le proprie azioni con quelle degli altri sotto la guida di un’autorità, al fine di ottenere, con l’aiuto degli altri, ciò che non potrebbe conseguire con la sola attività individuale.

 

Ecco perché la «dottrina sociale» della Chiesa è parte integrante della dottrina morale, o, più precisamente, ne è la piena espressione, in conformità alle esigenze della natura umana, di questa dottrina morale: una dottrina morale, se vogliamo, considerata in tutto ciò che la natura umana implica, compresa la vita in società. E questa dottrina sociale non è altro che l’insegnamento con cui il Papa e i vescovi indicano ai fedeli come le loro azioni, compiute nel contesto di questa vita sociale, debbano conformarsi alla legge di Dio.

 

La «riflessione» che rappresenta la Dottrina Sociale della Chiesa nello spirito di Papa Leone XIV è descritta come ðun patrimonio di sapienza in cui troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, e linee guida concrete per agire». La vaghezza di queste espressioni, che non fa alcun riferimento all’elevazione gratuita dell’umanità all’ordine soprannaturale, non soddisferà nessuno tra i cattolici che desiderano rimanere fedeli alle promesse del loro battesimo. Ciò è tanto più vero in quanto lo scopo di questa riflessione non appare più chiaramente dettato dalla salvezza eterna delle anime: questa dottrina sociale “ci aiuta ad analizzare con lucidità le sfide del presente, individuando le vie appropriate per vivere un’autentica testimonianza cristiana nella gioia e nel servizio al mondo” […] «che preservi la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta» (§ 3).

 

Questa vuota fraseologia, che si diletta con il vocabolario standardizzato della nuova teologia conciliare, fatica a indicarci l’oggetto formale e appropriato della dottrina sociale della Chiesa. Ma questa inadeguatezza non è nuova: le sue radici profonde affondano nella costituzione pastorale Gaudium et spes, un vero capolavoro di chiacchiere incoerenti – e di fumo negli occhi modernista.

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Dalla Legge di Dio alla Dignità Umana

Ma, al di là di questa assurdità, la vera tragedia è che, per usare l’espressione di Pierre Gaxotte, questo inganno di parole non è innocente, perché spiana la strada agli errori della mente. Al di là di questo discorso inizialmente esitante, la nuova «dottrina sociale» trova il suoIl profondo significato risiede nel suo riferimento ai fondamenti e ai principi richiamati nel Capitolo 2 dell’Enciclica: il fondamento di questa dottrina è l’erronea idea di dignità umana, introdotta dal Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, ma anche nella Costituzione pastorale Gaudium et spes; i suoi principi sono la nuova, erronea idea di bene comune e di ordine sociale derivante da questo errato fondamento della dignità umana.

 

L’essenza dell’Enciclica è dunque condensata nei paragrafi da 48 a 58. È qui che risiede il nucleo, perché è qui che il papa ci indica, questa volta con un linguaggio sufficientemente chiaro e preciso, quale sia il vero oggetto formale – o idea guida – di tutta la sua argomentazione. Infatti, quest’Enciclica affronta, come oggetto, le nuove tecnologie che si sono diffuse nell’uso umano – in particolare e soprattutto l’intelligenza artificiale. Ma se l’Enciclica ne parla, è per spiegare come essa debba essere utilizzata in conformità a una nuova dottrina sociale il cui fondamento è la dignità ontologica della persona umana, «immagine del Dio Trino». Il cuore stesso dell’Enciclica, il nucleo di questa questione, si trova nel paragrafo 52, che nessun cattolico degno di questo nome potrebbe leggere senza provare un profondo senso di riverenza:

 

«Quando parliamo di dignità, non usiamo sempre la parola nello stesso senso: a volte ci riferiamo alla dignità morale, cioè al modo in cui una persona orienta le proprie scelte e azioni; altre volte pensiamo alla dignità sociale, cioè alle condizioni di vita di una persona e al rispetto concreto che la società le riserva; in altri casi ancora ci riferiamo alla dignità esistenziale, cioè al modo in cui una persona percepisce il valore di sé e della propria vita. Queste dimensioni della dignità possono aumentare o diminuire. Al di là di questi significati, tuttavia, esiste un livello più profondo e importante: la dignità ontologica. Questa è la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente in virtù della sua esistenza, dell’essere stato voluto, creato e amato da Dio. Nessun peccato, nessuna mancanza, nessuna umiliazione, nessuna esclusione possono diminuire il profondo valore di una vita umana che Egli stesso ha voluto e chiamato all’esistenza».

 

L’uomo al centro della riflessione. Questa è la prospettiva da cui Papa Leone XIV intende valutare ogni altra cosa. L’uso delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale viene considerato in relazione alla «dignità inerente a ogni essere umano semplicemente in virtù della sua esistenza, dell’essere stato voluto, creato e amato da Dio», un uso che deve contribuire allo «sviluppo integrale della persona”, in riferimento all’enciclica Populorum Progressio (1967) di Papa Paolo VI, ovvero uno sviluppo «orientato alla promozione di ogni singolo individuo e della persona nella sua interezza». Pertanto, «lo sviluppo integrale della persona è l’orizzonte da cui possiamo comprendere le trasformazioni del nostro tempo, comprese quelle della rivoluzione digitale» (§ 85).

 

E la domanda fondamentale a cui la «riflessione» dell’Enciclica cerca di rispondere è questa: «Queste innovazioni tecnologiche, in particolare l’intelligenza artificiale, (…) contribuiscono davvero alla crescita degli individui e dei popoli nell’umanità e nella fraternità, nel rispetto della casa comune e delle generazioni future?» (§ 85). Non per condurre le persone sulla via del Paradiso, ma per aiutarle a crescere nel rispetto del mondo e dell’umanità quaggiù. Il santo Curato d’Ars promise al bambino che incontrò durante il suo cammino che gli avrebbe mostrato la via del Paradiso: «Tu mi hai mostrato la via per Ars, io ti mostrerò la via per il Paradiso». Se fosse ancora vivo oggi, attento alle parole di Papa Leone XIV, per non abbandonare la Barca di Pietro rompendo la comunione gerarchica, non dovrebbe dire al bambino questa volta: «Tu mi hai mostrato ChatGPT, io ti spiegherò come adottare un atteggiamento ecologico»?…

 

Il messaggio di Leone XIII, nell’enciclica Rerum novarum, era di tutt’altro livello. Il papa ha parlato delle innovazioni – più economiche che tecniche – del suo tempo, ma ne ha parlato per spiegarne il corretto utilizzo secondo la legge di Dio, per praticare la vera giustizia, che è di ordine soprannaturale, e non per ostacolare la salvezza delle anime. Il fondamento che ha ispirato tutto il discorso di questo Papa è stata la grande realtà dei Novissimi, una realtà che è stata l’idea guida di tutto l’insegnamento della Chiesa fin da quando il Verbo Incarnato è venuto a predicare il Regno dei Cieli. Ora, la nuova enciclica del nuovo Papa viene a predicarci il nuovo Regno della nostra casa comune e della fraternità universale.

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L’oblio del peccato e la fine del mondo

In definitiva, la grande idea assente da Magnifica humanitas è proprio l’idea che sta alla base della morale e, con essa, dell’intera dottrina sociale della Chiesa: l’idea di peccato. L’angolo da cui affrontare i problemi che l’uso dell’Intelligenza Artificiale può porre è proprio questo: i cattolici si aspettano che il papa dica loro in quali modi tale uso sia moralmente buono e in quali no, in relazione a una morale definita in riferimento alla Legge di Dio.

 

I cattolici si aspettano che il papa dica loro in quali modi tale uso sarebbe peccaminoso e comprometterebbe la salvezza delle loro anime. Ma questo significherebbe adottare un atteggiamento «teocentrico», se non addirittura «cristocentrico», in cui l’umanità deve trovare la sua vera dignità non in sé stessa, ma nella dipendenza che deve legare le sue azioni all’assoluto di Dio. Il fondamento indicato da Leone XIV nel capitolo 2 della sua Enciclica verrebbe così sovvertito.

 

Eppure le parole del Vangelo (Matteo 16,26-27) non saranno dimenticate: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua? O che cosa può dare l’uomo in cambio dell’anima sua?». L’IA?

 

Don Jean-Michel Gleize

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Sapienza Università di Roma via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0

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I malori della 24ª settimana 2026

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:42

Los Angeles, California, Stati Uniti d’America: «Ha avuto un malore fatale durante una passeggiata serale: morto William Hasley, lo sceneggiatore dei Puffi». Lo riporta Il Fatto Quotidiano.

 

Monte Nai, città metropolitana di Cagliari: «Costa Rei, malore mentre è al mare con la famiglia: muore un imprenditore di San Vito». Lo riporta L’Unione Sarda.

 

Abano Terme, provincia di Padova: «Malore mentre gioca a padel: broker muore dopo nove giorni». Lo riporta Il Mattino di Padova.

 

Calascio, provincia dell’Aquila: «Malore in bici e caduta nel burrone: muore imprenditore di 54 anni». Lo riporta Il Capoluogo.

 

Peccioli, provincia di Pisa: «Si accascia a terra e muore durante la corsa podistica: malore fatale per un uomo di 61 anni». Lo riporta La Nazione.

 

Campo San Martino, provincia di Padova: «Malore mentre lavora in un cantiere, morto operaio di 45 anni». Lo riporta PadovaOggi.

 

Ravenna: «Malore fatale mentre era in bici. Ex calciatore muore a 47 anni». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Bassano del Grappa, provincia di Vicenza: «Malore fatale mentre passeggia lungo il Brenta con gli amici: muore papà di 48 anni». Lo riporta Il Giornale di Vicenza.

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Finale Ligure, provincia di Savona: «ucciso da un malore a bordo piscina». Lo riporta La Stampa.

 

Pasian di Prato, ente di decentramento regionale di Udine: «Lutto nel Friuli Collinare: morto per un malore il medico di base e colonna della FIGC». Lo riporta Messaggero Veneto.

 

Marina Romea, provincia di Ravenna: «Colto da un malore mentre va in bici: soccorso dall’elicottero, 45enne grave in ospedale». Lo riporta RavennaToday.

 

Scorzè, citàtà metropolitana di Venezia: «malore alla San Benedetto: muore operaio di 48 anni». Lo riporta La Nuova Venezia.

 

Marina di Ravenna, provincia di Ravenna: «Elicottero del 118 a Marina di Ravenna: malore in spiaggia per un ultrasettantenne». Lo riporta Ravenna Notizie.

 

Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Malore improvviso alla guida, l’auto precipita da un poggio: un morto e un ferito». Lo riporta La Nazione.

 

Udine: «Malore improvviso, morto a 62 anni : aveva guidato i carabinieri di Udine, Gorizia e Trieste». Lo riporta Messaggero Veneto.

 

Sassuolo, provincia di Modena: «malore a 21 anni. Stamattina i funerali. Donati gli organi». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Marzamemi, provincia di Siracusa: «Maxi rissa davanti al suo locale, ha un malore e muore». Lo riporta ANSA.

 

Bedizzole, provincia di Brescia: «Tragedia lungo il fiume, cade in acqua dopo un malore e muore: la vittima è il 75enne». Lo riporta il Dolomiti.

 

Ballabio, provincia di Lecco: «Grande dolore in Valsassina, giovane papà stroncato da un malore». Lo riporta LeccoToday.

 

Porto Recanati, provincia di Macerata: «Malore fatale dopo essere tornata a casa dal lavoro: morta l’infermiera . Le ultime parole al compagno: “Non sto bene”». Lo riporta Corriere Adriatico.

Baricella, città metropolitana di Bologna: «Morì per un malore, salvati i suoi sedici cani». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Marotta, provincia di Pesaro e Urbino: «Malore fatale in automobile». Lo riporta CentroPagina.

 

Veroli, provincia di Frosinone: «Malore fatale in un bar. Morto un anziano». Lo riporta Ciociaria Oggi.

 

Bari: «Tragedia a Bari: studentessa trovata senza vita in casa, l’ipotesi è di un malore improvviso». Lo riporta Borderline24.

 

Bellaria Igea Marina, provincia di Rimini: «Il malore, la caduta in acqua e il salvataggio dei bagnini: gravissima una delle sei anziane trentine». Lo riporta Il T Quotidiano.

 

Cremona: «Malore fatale per una 37enne». Lo riporta Crema News.

 

Valvasone Arzene, ente di decentramento regionale di Pordenone: «Malore nel sonno, muore a 29 anni accanto alla fidanzata». Lo riporta Il Gazzettino.

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Villa di Chiavenna, provincia di Sondrio: «Malore fatale: muore escursionista in Valchiavenna». Lo riporta SondrioToday.

 

Scorzè, città metropolitana di Venezia: «Operai morti per caldo e malore». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Fano, provincia di Pesaro e Urbino: «Anziana malore morta in auto sulla statale Metaurilia». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Ascoli Piceno: «Malore in acqua, perde la vita un anziano turista». Lo riporta Il Resto del Carlino

 

Lido di Camaiore, provincia di Lucca: «Tragedia alla “Notte dei Giganti”: muore davanti alla moglie, malore fatale per un barista». Lo riporta La Nazione.

 

Castel di Lama, provincia di Ascoli Piceno: «scompare di casa, lo ritrovano morto: malore fatale». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Como: «Malore fatale sul sentiero sopra Como: morto un uomo di 67 anni». Lo riporta QuiComo.

 

Civitanova Marche, provincia di Macerata: «Un malore in casa, morto 80enne». Lo riporta Cronache Maceratesi.

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Penna San Giovanni, provincia di Macerata: «Assessore muore dopo un malore, “Era amato da tutti in paese”». Lo riporta Cronache Maceratesi.

 

Agropoli, provincia di Salerno: «accusa un malore in casa: muore pasticciere 49enne». Lo riporta Il Mattino.

 

Toscolano Maderno, provincia di Brescia: «Malore al rifugio Pirlo allo Spino, soccorso un escursionista di 70 anni». Lo riporta GardaPost.

 

Montegranaro, provincia di Fermo: «Montegranaro in lacrime per l’ex calciatore stroncato da un malore: aveva 63 anni». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Malore alla guida e schianto contro il guard rail: muore un volontario». Lo riporta Città della Spezia.

 

Treia, provincia di Macerata: «Treia, uomo di 73 anni stroncato da un malore mentre taglia l’erba: in lacrime per la scomparsa di ». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Modena: «Colto da un malore in farmacia: salvato con il massaggio cardiaco». Lo riporta Gazzetta di Modena.

 

Tolentino, provincia di Macerata: «morta in piscina: dramma a Villa. Ipotesi malore». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Brescia: «Ha un malore e cade in moto: muore a 66 anni». Lo riporta Il Giorno.

 

Venaria Reale , provincia di Torino: «Colto da infarto mentre fa jogging nel parco: salvato da passanti e 118». Lo riporta TorinoToday.

 

Angri, provincia di Salerno: «muore per un malore». Lo riporta Il Mattino.

 

Cordignano, provincia di Treviso: «Malore fatale durante viaggio di fede: opitergino muore a Medjugorje». Lo riporta Oggi Treviso.

 

Brescia, provincia di Brescia: «Stroncata da un malore improvviso». Lo riporta BresciaToday.

 

Monticolo, provincia autonoma di Bolzano: «Sessantenne muore dopo un malore in acqua al lago di Monticolo». Lo riporta TV33.

 

Grosseto, provincia di Grosseto: «Morto in bicicletta per un malore». Lo riporta La Nazione.

 

Treviso, provincia di Treviso: «si è spenta a 61 anni dopo un malore in casa». Lo riporta Oggi Treviso.

 

Reggio Emilia: «Auto ribaltata finisce in canale: muore a 21 anni». Lo riporta Il Mattino.

 

Fano, provincia di Pesaro e Urbino: «colta da malore, martedì i funerali». Lo riporta Vivere Fano.

 

Firenze: «Due vittime sulle strade fiorentine: morto l’84enne colto da malore in auto». Lo riporta Firenze Dintorni.

 

Tolentino, provincia di Macerata: «Cade in piscina: vittima 69enne, ipotesi malore». Lo riporta AnconaToday.

 

Versilia, provincia di Lucca: «Ha un malore sul bus, chiede di scendere e muore». Lo riporta VersiliaToday.

 

Vigolzone, provincia di Piacenza: «Malore fatale per un 86enne». Lo riporta Piacenza Sera.

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Montesilvano, provincia di Pescara: «Malore in spiaggia: muore 60enne». Lo riporta Notizie d’Abruzzo.

 

Venezia: «Maestra d’asilo stroncata dalla malattia a 45 anni: aveva perso il papà pochi mesi fa a causa di un malore». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Chieti Scalo, provincia di Chieti: «Malore sul filobus a Chieti Scalo: muore un 64enne». Lo riporta Notizie d’Abruzzo.

 

Civitanova Marche, provincia di Macerata: «malore sul trattore: perde il controllo, si ribalta e muore schiacciato». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Torre del Lago, provincia di Lucca: «s’accascia mentre va al mare con il cane: muore per un malore». Lo riporta Il Tirreno.

 

Lunata, provincia di Lucca: «Malore in auto, muore a 64 anni». Lo riporta LuccaInDiretta.

 

San Venerio, provincia della Spezia: «Malore in strada a San Venerio: muore un’anziana». Lo riporta Città della Spezia.

 

Castenedolo, provincia di Brescia: «Stroncato da un malore improvviso, il calcio bresciano piange». Lo riporta BresciaToday.

 

Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Volontario muore sulla Ripa. Ha avuto un malore alla guida. Stava trasportando un assistito». Lo riporta La Nazione.

 

Messina: «Malore sul bus shuttle: soccorso un passeggero». Lo riporta MessinaToday.

 

Giaveno, provincia di Torino: «Malore a Giaveno: cameriere si sente male al ristorante». Lo riporta L’Agenda News.

 

Salbertrand, provincia di Torino: «Malore sul regionale per Bardonecchia: stop d’emergenza a Salbertrand». Lo riporta Torino Cronaca.

 

Venaria Reale, città metropolitana di Torino: «Malore durante la corsa alla Mandria: 60enne rianimato e ricoverato in gravi condizioni». Lo riporta Giornale La Voce.

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Pont Canavese, città metropolitana di Torino: «Malore in casa, cade e batte la testa: pensionato 77enne elitrasportato alle Molinette». Lo riporta Giornale La Voce.

 

San Clemente, provincia di Caserta: «Malore a bordo dell’autobus, passeggero soccorso dall’autista». Lo riporta CasertaNews.

 

Gemona, ente di decentramento regionale di Udine: «Il portalettere di Gemona soccorre un uomo colto da malore». Lo riporta TG Poste.

 

Rimini: «Detenuto aggredisce le guardie e i medici dopo aver finto un malore». Lo riporta SetteSere.

 

Ancona: «Malore sul treno, 26enne soccorso dalla Croce Gialla». Lo riporta AnconaToday.

 

Brescia: «Malore alla guida in tangenziale sud a Brescia: grave automobilista». Lo riporta Giornale di Brescia.

 

Agrigento: «Malore, donna intubata a Porta di Ponte». Lo riporta Agrigento Notizie.

 

Giussano, provincia di Monza e Brianza: «Operaio 46enne ha un malore sul tetto della ditta: intervengono i vigili del fuoco con l’autoscala, è grave». Lo riporta Il Cittadino di Monza e Brianza.

 

Campo nell’Elba, provincia di Livorno: «Escursionista accusa un malore, interviene l’elicottero dei Vigili del Fuoco». Lo riporta Elbareport.

 

Montefiascone, provincia di Viterbo: «Malore durante una competizione, struttura sportiva sgomberata». Lo riporta RaiNews.

 

Capo Noli, provincia di Savona: «Malore in bici a Capo Noli: sessantenne in codice rosso». Lo riporta Lokkio.

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Riccione, provincia di Rimini: «Malore in strada, bagnino lo salva: “Ho praticato il massaggio cardiaco”». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Palaia, provincia di Pisa: «Colto da malore e poi da arresto cardiaco: 42enne rianimato e ricoverato in gravi condizioni». Lo riporta La Nazione.

 

Ravenna: «Colto da un malore in bici. Ciclista grave in ospedale». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Pandino, provincia di Cremona: «Pandino, malore alla guida: 63enne di Crema ricoverato in condizioni critiche». Lo riporta Crema Oggi.

 

Piacenza: «All’udienza di separazione insulta la giudice e viene colto da malore». Lo riporta Libertà.

 

Sacile, ente di decentramento regionale di Pordenone: «Anziano colto da un malore : soccorso da tre studentesse in vacanza». Lo riporta Messaggero Veneto.

 

Odense, Regno di Danimarca: «Nuovo malore in campo per l’ex giocatore dell’Inter Christian Eriksen». Lo riporta Sky TG24.

 

Milano: «Sinner, ieri 4 ore in ospedale dopo il malore: se la macchina di vittorie diventa umana. Il check Up». Lo riporta RaiNews.

 

Catania, provincia di Catania: «Malore per il cardinale Paolo Romeo: l’ex presidente della Cesi ricoverato al San Marco». Lo riporta CataniaToday.

 

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La Russia non cerca il conflitto: parla un alto generale della NATO

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:41

La Russia non intende attaccare il territorio della NATO, ha affermato il più alto comandante militare del blocco, nonostante gli avvertimenti di alcuni funzionari europei secondo cui i membri dovrebbero prepararsi a un possibile scontro armato con Mosca.

 

Dal 2022, vari Stati membri della NATO hanno approvato piani per incrementare in modo significativo le proprie spese per la difesa, citando il conflitto in Ucraina. La Russia, tuttavia, ha ripetutamente sostenuto che non attaccherà l’alleanza guidata dagli Stati Uniti a meno che non venga colpita per prima.

 

«Ho seguito con molta attenzione le informazioni dell’Intelligence», ha dichiarato il generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR), durante una tavola rotonda all’ILA Berlin Air Show di giovedì, come riportato dal Financial Times.

 

«La Russia non cerca il conflitto… Capiscono il concetto di ‘alleanza difensiva’ e capiscono che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici», ha aggiunto il generale.

 

Alcuni funzionari occidentali hanno manifestato preoccupazione per il fatto che Washington sia stata distratta dal prolungato conflitto con l’Iran e che il recente piano del presidente statunitense Donald Trump di ridurre il numero di truppe americane di stanza in Germania invierebbe «un segnale sbagliato» alla Russia.

 

Il generale Carsten Breuer, massimo ufficiale militare tedesco, ha dichiarato giovedì a Politico che la NATO dovrebbe essere pronta a un potenziale confronto con la Russia entro il 2029, difendendo al contempo un importante programma di riarmo promosso dal ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius.

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Anche il presidente ceco Petr Pavel ha di recente esortato il blocco a «mostrare i denti», mentre il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha sostenuto che la NATO deve dimostrare la sua disponibilità a «irrompere» nella regione russa di Kaliningrad, un’exclave sul Mar Baltico. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha condannato queste dichiarazioni definendole «al limite della follia» e prova di un’ostilità «maniacale» nei confronti della Russia.

 

Intervenendo al Forum economico internazionale di San Pietroburgo la scorsa settimana, il presidente russo Vladimir Putin ha nuovamente escluso qualsiasi intenzione di invadere il territorio della NATO.

 

«Quale ragione avremmo per attaccare l’Europa e dichiarare guerra alla NATO? Come ho già detto, non si tratta solo di pura follia, ma anche di una provocazione deliberata», ha affermato.

 

L’ex capo della Marina tedesca, il viceammiraglio in pensione Kay-Achim Schoenbach, ha avvertito all’inizio di questa settimana che l’UE potrebbe «assumere senza accorgersene il ruolo di belligerante». La pace e la stabilità in Europa possono essere raggiunte solo «con la Russia, e non contro di essa», ha affermato.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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La lunga estate calda: notti tropicali, bombe d’acqua e il mese da bollino rosso

13 Giugno 2026 ore 08:36
Ci aspetta un’estate estrema: caldo record, notti tropicali e quel mese nel mirino. Le previsioni mese per mese. Secondo le più recenti proiezioni stagionali l'Italia potrebbe vivere una stagione caratterizzata da temperature superiori

© RaiNews

Roma, sequestrati 11,5 chili di cocaina a Ponte di Nona: arrestato un 41enne

13 Giugno 2026 ore 08:19

Droga, base dello spaccio in un attico abusivo a Roma. La Polizia sequestra oltre 11 chili di cocaina

Oltre undici chili e mezzo di cocaina pronti a rifornire le piazze di spaccio della Capitale e una base logistica allestita in un attico abusivo ricavato sul terrazzo di uno stabile di edilizia popolare. È quanto scoperto dalla Polizia di Stato nel quartiere Ponte di Nona, a Roma, dove gli agenti del VI Distretto Casilino e delle Volanti hanno arrestato un quarantunenne italiano con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L’indagine è partita dal continuo e sospetto via vai di persone all’interno del complesso residenziale. Gli investigatori hanno così predisposto un servizio di osservazione con pattuglie posizionate in punti strategici dell’area, riuscendo a monitorare i movimenti di un uomo che si aggirava con fare sospetto tra il terrazzo e il vano scale del palazzo.

L’uomo è stato fermato al secondo piano mentre trasportava una vistosa busta gialla. Alla vista dei poliziotti ha tentato di disfarsene, ma gli agenti sono riusciti a recuperarla immediatamente. All’interno sono stati trovati dieci panetti di cocaina per un peso complessivo superiore agli 11,5 chilogrammi. Durante il controllo sono stati sequestrati anche due smartphone, ritenuti dagli investigatori strumenti utilizzati per gestire contatti, ordinazioni e consegne della droga. La successiva perquisizione ha portato alla scoperta di un mazzo di chiavi che ha consentito agli agenti di individuare un locale tecnico situato sul terrazzo dello stabile e trasformato abusivamente in una sorta di attico.

Secondo gli inquirenti, l’ambiente era stato adibito a vera e propria base operativa per il confezionamento e la gestione dello stupefacente. Al suo interno sono stati trovati strumenti per la pesatura e il confezionamento della cocaina, elementi che hanno contribuito a delineare il quadro indiziario a carico del quarantunenne. L’arresto è stato successivamente convalidato dall’autorità giudiziaria.

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Maxi fusione a Hollywood, via libera Usa all’accordo Paramount-Warner Bros Discovery da 110 miliardi

13 Giugno 2026 ore 08:13

Paramount-Warner Bros Discovery, via libera degli Usa alla maxi fusione da 110 miliardi

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha approvato l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance, un’operazione da 110 miliardi di dollari destinata a ridisegnare gli equilibri dell’industria dell’intrattenimento globale. Il via libera rappresenta un passaggio decisivo per la società americana, che ora dovrà ottenere anche l’autorizzazione delle autorità di regolamentazione europee prima di completare l’accordo. L’approvazione è arrivata senza alcuna condizione. Paramount Skydance, quindi, non sarà costretta a cedere asset o attività per ottenere l’ok definitivo. Secondo quanto comunicato dal dipartimento di Giustizia, le prove raccolte durante l’indagine hanno evidenziato che la fusione “non è suscettibile di arrecare danni alla concorrenza o ai consumatori americani”.

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Le valutazioni delle autorità statunitensi hanno riguardato diversi settori del business dell’intrattenimento, compresi i servizi di streaming, la televisione lineare e l’intera filiera cinematografica, dallo sviluppo dei contenuti alla produzione fino alla distribuzione nelle sale. “Siamo grati per l’approfondita revisione di questa transazione da parte del dipartimento di Giustizia, così come per il lavoro delle altre agenzie che hanno completato le loro verifiche e hanno finora dato il via libera”, ha dichiarato Paramount in una nota.

L’operazione rappresenta una delle più grandi fusioni mai realizzate nel settore dei media e dell’intrattenimento e potrebbe avere un impatto significativo sul mercato globale, in un momento in cui le principali società del comparto stanno puntando a rafforzarsi per affrontare la crescente competizione nello streaming e nella produzione di contenuti.

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Nasce Progetto Civico Italia: le reazioni dei leader del campo largo

13 Giugno 2026 ore 08:00

Conte: “Rafforza il campo progressista”. Schlein: “Dobbiamo essere all’altezza delle aspettative”. Bonelli e Fratoianni: “Ben venga aiuto al centrosinistra”

Alessandro Onorato lancia Progetto Civico Italia, una realtà che, come dichiara dal palco l’assessore capitolino ai Grandi Eventi, allo Sport, al Turismo e alla Moda di Roma Capitale, si schiera nel campo progressista non come segmento accessorio né come spazio residuale di centro, mirando alla costruzione di un’unica aggregazione diretta al voto. Fra le priorità: sicurezza, formazione scolastica, vita nelle piazze, nei parchi, certezza delle pene e recupero sociale dei detenuti. Ricetta da consegnare al campo largo, che guarda al PCI con interesse, apprezzamento e curiosità.

Giuseppe Conte promuove il PCI: “Rafforza il campo progressista”

Partito Civico nasce come movimento di vocazione progressista. È dunque inevitabile che incassi la simpatia del leader del Movimento 5 Stelle,  Giuseppe Conte: “Progetto Civico Italia è costruito su solidità civiche e amministrative. È un contributo che rafforza il progetto progressista a cui tengo molto. L’obiettivo non è vincere, ma cambiare il paese. Con l’opposizione abbiamo già definito diversi punti in comune anche in politica estera, benché ne dica la destra. Questa nuova forza politica può aiutarci e ha in dote le antenne che gli amministratori hanno sui territori. La democrazia è al bivio, corriamo il rischio di una torsione illiberale. Adesso tocca a noi. Dobbiamo rimettere in mano ai cittadini le sorti della Repubblica e restituire la voglia di partecipazione”.

Elly Schlein: “Condividiamo gli stessi valori”

La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein spinge verso la creazione di un pacchetto di misure riformiste a burocrazia zero e sostenibilità sociale da condividere con la coalizione. “Dobbiamo essere all’altezza delle aspettative ma non contro i nostri avversari. Piuttosto per migliorare il paese. Si parla di alleanze e programmi ma siamo già convergenti su tante battaglie. In primis, lottare contro lo smantellamento della sanità. Difendiamo la scuola pubblica, gli investimenti, lottiamo contro il caro vita. Non possiamo avere le bollette più care d’Europa. C’è tanto lavoro ma siamo pronti ad accogliere, ascoltare, allargare l’offerta politica condividendo gli stessi valori. Non c’è miglior programma che attuare gli articoli della nostra meravigliosa costituzione”.

AVS: “Progetto Civico benvenuto, ora programma condiviso”

Progetto Civico rientra a pieno titolo nel campo largo, alveo dove c’è anche Alleanza Verdi e Sinistra che plaude all’iniziativa ma non perde l’occasione per invocare anche un “programma chiaro, condiviso e coraggioso”. Pensieri e parole del leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: “Al partito tutto ciò che contribuisce a rendere più forte il centrosinistra rispetto a questa destra brutta e pericolosa è il benvenuto ma deve essere poi definito all’interno di un programma credibile che come dico da tempo deve essere ambizioso”. Gli fa eco Angelo Bonelli (Verdi): “Guardiamo con interesse la proposta di Onorato, tutto ciò che si muove fra amministratori e amministrativi  per rafforzare la proposta politica e programmatica del centrosinistra è estremamente positivo”.

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Usa-Iran, accordo mai così vicino. Washington ottimista all’85%, la firma in Svizzera. Teheran: “Un faccia a faccia? Un’illusione americana”

13 Giugno 2026 ore 07:59

Medio Oriente, Washington neutralizza i droni iraniani nello Stretto di Hormuz. Ma la tregua tra Usa e Teheran è più vicina

Mentre le tensioni nel Golfo Persico restano elevate, si rafforzano i segnali di una possibile svolta diplomatica tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom) ha reso noto di aver abbattuto diversi droni d’attacco lanciati da Teheran contro navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz. Secondo Washington, il traffico marittimo prosegue regolarmente e il corridoio strategico rimane aperto. Sul fronte diplomatico, però, la prospettiva di un accordo appare più vicina che mai. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il memorandum d’intesa con gli Stati Uniti potrebbe essere firmato “nei prossimi giorni”, inizialmente in forma digitale. “Non siamo mai stati così vicini alla conclusione”, ha affermato, ribadendo che Teheran intende gestire internamente le proprie scorte di uranio altamente arricchito attraverso un processo di diluizione.

Le indiscrezioni indicano la Svizzera, e in particolare l’area del lago di Ginevra, come possibile scenario simbolico della firma. Secondo Reuters, il vicepresidente americano J.D. Vance potrebbe sottoscrivere l’intesa per conto di Washington, mentre l’Iran sarebbe rappresentato dal presidente del Parlamento Mohammed Ghalibaf. Tuttavia, da Teheran arrivano nuove smentite e l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, definisce “un’illusione americana” l’ipotesi di un incontro faccia a faccia. Intanto il Pakistan, che sta svolgendo un ruolo di mediazione, ha annunciato di aver raggiunto un testo definitivo e condiviso dell’accordo di pace, invitando a non dare credito alle campagne di disinformazione che puntano a sabotare l’intesa. A Washington cresce l’ottimismo: secondo fonti citate da Bloomberg, le possibilità di una firma sarebbero comprese tra l’80 e l’85%.

Leggi anche: Iran-Usa, l’analista: “Possibile svolta in arrivo, ma servirà tempo per equilibrare gli interessi. Ma sul nucleare…”

Restano tuttavia profonde divergenze sui contenuti dell’accordo. Donald Trump rivendica di aver ottenuto lo smantellamento del programma nucleare iraniano, la distruzione del materiale arricchito e la garanzia che Teheran non sosterrà più gruppi armati nella regione. Una versione contestata dalla Repubblica islamica, secondo cui la questione nucleare resterebbe aperta e verrebbe affrontata soltanto nei sessanta giorni successivi alla firma del memorandum. Le tensioni coinvolgono anche Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari, assicurando piena sintonia con Trump, mentre il ministro della Difesa Israel Katz ha escluso un ritiro delle forze israeliane dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza.

Tra annunci, smentite e reciproche accuse, il negoziato resta appeso agli ultimi nodi politici. Ma, dopo mesi di escalation militare e diplomatica, la prospettiva di una tregua appare oggi più concreta che in passato.

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In libreria l’avvincente storia della cuoca che nutrì Sir Winston Churchill

13 Giugno 2026 ore 07:59

Arriva in libreria il 17 giugno La cuoca di Churchill di Annie Gray (Slow Food Editore), il romanzo ispirato alla vera storia di Georgina Landemare, la donna che per quattordici anni cucinò per il premier britannico accompagnando con i suoi piatti alcuni dei momenti più delicati della storia del secolo scorso.

Dietro i grandi della storia c’è spesso una cucina

Ci sono vite che scorrono lontano dai riflettori ma che, in modo silenzioso, finiscono per lasciare un segno nella grande Storia. È il filo conduttore di La cuoca di Churchill, il nuovo romanzo di Annie Gray in uscita il prossimo 17 giugno, che racconta l’esistenza straordinaria di Georgina Landemare, la donna che durante gli anni più difficili della Seconda guerra mondiale si prese cura della tavola di Winston Churchill.

Il volume si inserisce nel filone delle biografie romanzate che riportano alla luce figure rimaste per decenni nell’ombra, proprio come accaduto con titoli di successo quali La cuoca dei Kennedy e La ragazza delle meraviglie. Libri che trasformano documenti, lettere e testimonianze dimenticate in racconti capaci di restituire voce a protagonisti invisibili.

In libreria l’avvincente storia della cuoca che nutrì Sir Winston Churchill

La donna che conquistò il mondo dei fornelli

Nata in un modesto villaggio rurale dell’Inghilterra vittoriana, Georgina Landemare crebbe in un ambiente fatto di sacrifici, lavoro e tradizioni culinarie tramandate di generazione in generazione. Contro ogni aspettativa riuscì però a imporsi in un settore quasi esclusivamente maschile, diventando una delle poche chef donne dell’epoca.

Quando entrò al servizio di Winston e Clementine Churchill nel 1940, nessuno poteva immaginare che sarebbe rimasta accanto alla famiglia per ben quattordici anni, più a lungo di qualsiasi altro membro dello staff domestico.

Tra diplomazia, guerra e atmosfere da Downton Abbey

Per Churchill il cibo non era un semplice piacere, ma uno strumento di relazione e diplomazia. Le cene organizzate da Georgina contribuirono a creare quell’atmosfera conviviale che il premier britannico considerava essenziale nei rapporti politici e internazionali.

Attraverso la sua vicenda personale, Annie Gray ricostruisce un intero mondo: quello delle grandi dimore inglesi, del servizio domestico, della cucina britannica tra gli ultimi fasti dell’età edoardiana e le privazioni imposte dal conflitto mondiale. Un romanzo che unisce rigore storico e narrazione, destinato a conquistare gli appassionati di storia, le lettrici in cerca di figure femminili forti e chi continua a sentire la nostalgia delle eleganti atmosfere di Downton Abbey.

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Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione

13 Giugno 2026 ore 07:56

Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.

La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.

La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.

La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.

Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.

Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.

La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.

Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.

Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.

Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.

Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.

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I nuovi romanzi di Lynch e Vuillard fanno i conti con le radici marce della nostra contemporaneità

13 Giugno 2026 ore 07:55

C’è un filo invisibile e insanguinato che lega le brughiere desolate dell’Irlanda ottocentesca ai deserti polverosi del Nuovo Messico. Un filo fatto di fango, miseria nera e di quella violenza strutturale che il capitalismo nascente ha sempre contrabbandato per “civilizzazione” o progresso economico.

La letteratura, quando decide di non piegarsi alle logiche consolatorie dell’intrattenimento da classifica o dei salotti borghesi, ha il dovere politico e morale di scavare lì, tra le costole dei vinti, per restituirci la carne viva della Storia. A compiere questa operazione chirurgica e spietata sono oggi due romanzi straordinari, capaci di smantellare i miti fondativi della modernità occidentale attraverso una lingua che si fa polvere, sangue e poesia.

Il primo è Cielo rosso al mattino di Paul Lynch (traduzione di Riccardo Michelucci; 66thand2nd). Prima di vincere il Booker Prize con il distopico Il canto del profeta, Lynch aveva già marchiato a fuoco la narrativa contemporanea con questo esordio folgorante, ambientato nel 1832. La storia di Coll Coyle, un bracciante irlandese in fuga dopo aver ucciso accidentalmente il figlio del suo spietato padrone terriero, non è semplicemente un thriller storico o una caccia all’uomo. È un’odissea esistenziale sulla condizione umana.

Lynch possiede una scrittura materica, ipnotica, che evoca lo spettro biblico di Cormac McCarthy ma si radica nel ritmo di una ballata celtica cupa e visionaria. La fuga di Coll attraversa l’oceano fino ai cantieri delle ferrovie della Pennsylvania, dove il sogno americano si rivela per quello che è: un immenso mattatoio per immigrati sacrificabili, carne da cannone per i binari dell’industrializzazione selvaggia.

La traduzione di Michelucci restituisce intatta questa lingua arcaica e brutale, dove la natura non è mai sfondo, ma un dio indifferente che osserva l’inevitabile rovina degli uomini.

Se Lynch lavora sul respiro epico e tragico del singolo individuo schiacciato dal destino, Éric Vuillard con Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (traduzione di Alberto Bracci Testasecca; Edizioni E/O) compie un’operazione di decostruzione storica radicale, fedele al suo stile unico che oscilla tra il saggio politico e la prosa d’arte. Vuillard prende il mito pop per eccellenza del West, Billy the Kid, e lo spoglia di ogni retorica hollywoodiana o romantica. Il leggendario fuorilegge non è un eroe solitario, ma un ragazzino disperato, un orfano tra i tanti prodotti dalle violente recinzioni dei latifondisti e dalle prime grandi speculazioni finanziarie sulla terra.

Il West di Vuillard non è lo spazio della libertà, ma il laboratorio a cielo aperto del monopolio economico americano, dove lo sceriffo Pat Garrett non rappresenta la giustizia, bensì gli interessi dei baroni del bestiame e delle compagnie ferroviarie. Con una scrittura tagliente, ironica e implacabile, l’autore francese ci mostra come l’epopea della frontiera sia stata in realtà una gigantesca operazione di pulizia di classe, trasformata poi in spettacolo per coprire i crimini dei vincitori.

Leggere questi due libri in diagonale significa fare i conti con le radici marce della nostra contemporaneità. Sia Lynch che Vuillard, pur con strumenti stilistici diversi – il primo attraverso una narrazione densa, terragna e lirica, il secondo con una prosa chirurgica, saggistica e fortemente politica – ci dicono la stessa identica cosa: la Storia la scrivono i padroni, ma è sui corpi degli orfani, dei fuggiaschi e degli sfruttati che è stato edificato il nostro presente. Due letture necessarie, feroci, che non concedono sconti e che ci ricordano perché la grande letteratura ha ancora il dovere civile di esistere.

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Deforestazione, cemento e la rivoluzione dei fenicotteri: dove sta andando l’Albania?

13 Giugno 2026 ore 07:41

Sono trascorsi davvero parecchi anni da quando, complice una mia conoscenza, volevo fare un viaggio in Albania, sicuro che, caduto il regime totalitario di Enver Hoxha e il conseguente arrivo di capitali esteri, quella terra avrebbe subito una drastica trasformazione territoriale. Buon profeta, si fa per dire, meglio: facile profeta.

Ed ecco, che, in una terra tradizionalmente dedita ad agricoltura e pastorizia, fa il suo prepotente ingresso l’edilizia, specie nella capitale e sulla costa. Tirana è diventata una nuova Milano, e, guarda caso, l’architetto – anzi l’archistar – di riferimento è quello Stefano Boeri assurto a fama universale grazie al Bosco Verticale.

Un’espansione edilizia senza precedenti quella di Tirana, iniziata quando primo cittadino era quell’Edi Rama (socialista…), sindaco dal 2000 al 2011 e dal 2013 primo ministro. Boeri si è aggiudicato prima il progetto Tirana 2030 (che è il piano regolatore della città) e poi il progetto Tirana Riverside (concepito per i 4000 sfollati del terremoto del 2019). A guardarli sul sito della Stefano Boeri Architetti, colpisce il verde a macchia d’olio che li caratterizza.

Sia come sia, voxeurop.eu riporta che a Tirana oggi si contano 52.000 alloggi vuoti; i prezzi di vendita in un centro gentrificato viaggiano tra i 2.500 e i 4.500 euro/mq, quando il reddito mensile lordo di un albanese è 850 euro. Ed è quasi impossibile trovare un bilocale in affitto a meno di 600 euro/mese. Eppure il piano regolatore è concepito per ospitare 1,6 milioni di abitanti, quando Tirana ne conta appena 590.000. E intanto ovviamente si sta assistendo all’espulsione dalla cinta urbana dei meno abbienti e l’acquisto delle proprietà immobiliari da parte di fondi stranieri.

Converrete, come accennavo, che il paragone con Milano è impressionante. Con in più qui anche il riciclaggio di denaro. Ma l’esplosione dell’edilizia non si limita alla capitale. Se nel 2015 sono stati concessi permessi per la costruzione di nuovi edifici residenziali pari ad una superficie di 50 chilometri quadrati, nel 2022 l’estensione è stata di ben 2.071 chilometri quadrati: oltre 40 volte di più, e il trend è destinato a perdurare.

Questo in un paese che si svuota: tra il 2011 e il 2023 l’Albania ha perso quasi mezzo milione di abitanti. Ma allora dove finisce il cemento? Facile a dirsi: soprattutto nell’industria più impattante al mondo, quella turistica, e specialmente, ça va sans dire, sulla costa. E questo mentre nell’interno il paese è sempre meno verde. Secondo l’istituto di statistica albanese (Instat) dal 2018 al 2023 il paese ha perso 320.000 ettari di fondo forestale e pascoli, nell’indifferenza delle autorità pubbliche e nonostante una teorica moratoria sui tagli. E il maggior importatore di legno è la nostra Italia, con addirittura il 61% delle quote.

Deforestazione nell’interno, con relative piste forestali, e cementificazione sulla costa: un mix micidiale. Ma andiamo nello specifico sulla costa, nel sud del paese, dove in questi giorni è salita alla ribalta internazionale l’isola di Saseno – o Sazan come la chiamano gli albanesi – disabitata, circondata da un mare cristallino, e miracolosamente salvatasi da speculazioni edilizie grazie a servitù militari oggi non più in essere (durante il regime comunista di Enver Hoxha furono costruiti oltre 3.600 bunker e gallerie sotterranee, progettate per resistere a un attacco nucleare).

È qui che il genero di Trump, Jared Kushner, straricco imprenditore ebraico ortodosso, accortosi dell’esistenza dell’isola durante una crociera, vorrebbe realizzare un mega resort investendo 1,4 miliardi di dollari. Una storia vecchia questa dei resort, se pensiamo che ormai quando si parla di investimenti nel mondo del turismo non si parla di camping o di aree attrezzate, ma solo di opere di grave impatto, destinate in buona parte ad élite (“ecco è così che va il mondo”).

E nel 2025 gli è stata concesso un permesso per costruire, facilitato – guarda caso – da una legge che sembra creata ad hoc sugli “investimenti strategici” del 2024. Infatti la norma ha creato una nuova categoria di progetti urbanistici che possono operare anche sul suolo pubblico e in deroga alle regolari procedure di assegnazione di appalto, mentre altri emendamenti hanno allentato i vincoli sulle aree protette.

Ma l’operazione immobiliare (aumentando il proprio valore a circa quattro miliardi di dollari, prevedendo 10.000 posti letto) si estenderebbe anche sulla costa (sempre grazie alla legge speciale di cui sopra), nell’area protetta di Vjosa-Narta (l’area del delta del fiume Vjosa), uno dei siti naturali di maggior pregio in Europa, un intatto paesaggio di lagune, dune, pinete e zone umide che ospita alcune delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo (ben 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa). Area in cui ad aprile sono state realizzate delle trincee in filo spinato e sono già entrati in opera dei mezzi operativi, distruggendo parte delle dune.

Ambedue gli investimenti in realtà non fanno capo direttamente a Kushner, bensì al fondo di investimento da lui creato, la Affinity Partners, con anche capitali dei paesi arabi, in particolare qatarioti. A margine ma non troppo, consideriamo il fatto che l’Albania ha aderito al Board of Peace di Trump (il socialista Rama è buon amico non solo di Trump, ma anche di Netanyahu), e che (gossip) Ivanka Trump è stata vista pranzare con Edi Rama, che ovviamente considera un’occasione da non perdere il faraonico investimento.

Ma non tutto sembra andare nella direzione auspicata dal governo, visto che: uno, l’Albania vuole aderire all’Ue, e questa le ha intimato di osservare le normative vigenti di tutela ambientale; due, si sono mosse in difesa di questo patrimonio naturale e in particolare per l’area costiera ben 28 associazioni ambientaliste e nel paese vi sono state e sono tuttora in corso vere e proprie sollevazioni popolari (ma anche in altri paesi, Italia compresa). Un movimento di protesta al grido “l’Albania non è in vendita” e già denominato la “Flamingo revolution”, la “Rivoluzione dei fenicotteri“. Movimento liquidato così da Rama: “Se non ci fosse Jared, a nessuno importerebbe niente di quello che sta succedendo in Albania”.

Il fatto che chiami Kushner per nome e il contenuto dell’affermazione la dicono lunga sul personaggio. A margine ma non troppo, conviene ricordare che il fondo Affinity Partners voleva realizzare l’anno scorso una Trump Tower (in omaggio all’illustre cognato) a Belgrado (anche qui grazie ad una normativa speciale ad hoc) e che il progetto non è andato in porto a causa di un procedimento della Procura per abuso d’ufficio e falsificazione di un documento ufficiale.

Guarda caso, per quest’altra operazione immobiliare a carattere turistico invece in corso, la Spak, la procura anti-corruzione albanese indipendente nata nel 2019, ha intanto avviato delle indagini sulle modifiche apportate nel 2024 allo status di protezione dell’area e alla proprietà dei terreni, cambiamenti che hanno aperto la strada allo sviluppo turistico.

Diciamo in conclusione che da queste vicende l’immagine pubblica del governo albanese non ne esce molto bene.

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Orari F1 Gp Barcellona: Antonelli contro tutti, la Ferrari in attesa | Dove vedere qualifiche e gara in tv e streaming

13 Giugno 2026 ore 07:12

A Barcellona si arriva con un solo uomo nel mirino di tutti: Andrea Kimi Antonelli. Il 19enne bolognese della Mercedes ha appena conquistato a Monaco la quinta vittoria consecutiva e si presenta in Catalogna da leader sempre più solitario del Mondiale, dopo aver dominato anche su una pista che, almeno sulla carta, non avrebbe dovuto esaltare le caratteristiche della sua monoposto. Il Montmeló, tradizionalmente considerato il banco di prova più attendibile della stagione, dirà se il dominio della Mercedes è destinato a proseguire oppure se gli avversari potranno finalmente ridurre il divario.

Tra i temi più caldi del weekend c’è anche il caso Aduo, il sistema introdotto dalla FIA per concedere finestre di sviluppo supplementari ai costruttori di power unit meno competitivi. A sorpresa, la prima valutazione federale avrebbe indicato la Red Bull-Ford come motore di riferimento del campionato, davanti a una Mercedes che ha vinto tutte le gare disputate finora. Un risultato che ha spinto il team di Milton Keynes a chiedere ulteriori verifiche e che potrebbe avere conseguenze importanti sugli sviluppi tecnici della seconda parte di stagione.

Grande attesa anche in casa Ferrari, chiamata a reagire dopo il deludente fine settimana di Monaco. Charles Leclerc arriva in Spagna con il desiderio di lasciarsi alle spalle il ritiro nel GP di casa e con una novità tecnica sotto osservazione: il possibile cambio nell’impianto frenante, seguendo la strada già intrapresa da Lewis Hamilton. Proprio il sette volte campione del mondo, ora secondo nella classifica Piloti, invita però alla prudenza: gli aggiornamenti attesi a Barcellona potrebbero rappresentare un primo passo, ma il vero avversario della Rossa al momento può essere più la McLaren, anche guardando ai tempi delle libere del venerdì. La Mercedes continua a sembrare irraggiungibile.

F1 GP Barcellona 2026: dove vederlo in tv e streaming

Il Gran Premio MSC Cruises de Barcelona-Catalunya 2026, in programma sul circuito di Montmelò da venerdì 12 a domenica 14 giugno, viene trasmesso in diretta su Sky (il canale di riferimento è Sky Sport F1canale 207) ed è disponibile anche in mobilità tramite Sky Go e in streaming per gli abbonati alla piattaforma Now. Il weekend è visibile anche su TV8, che propone in chiaro e in differita le qualifiche del sabato e la gara della domenica.

F1 GP Barcellona 2026: gli orari e la diretta tv

Di seguito tutti gli orari televisivi del Gran Premio di Barcellona.

Sabato 13 giugno 2026
12:30-13:30 – F1 Prove Libere 3 – Sky, Sky Go e Now – Diretta
16:00-17:00 – F1 Qualifiche – Sky, Sky Go e Now – Diretta

Domenica 14 giugno 2026
15:00 – F1 Gara –Sky, Sky Go e Now – Diretta

F1 GP Barcellona 2026: gli orari delle repliche in chiaro

Di seguito tutti gli orari per vedere le qualifiche e il Gran Premio di Barcellona in replica gratis in chiaro su TV8, dove vengono trasmessi in differita.

Sabato 13 giugno 2026
18:30 – F1 Qualifiche – TV8 (in chiaro) – Differita

Domenica 14 giugno 2026
18:00 – F1 Gara (66 giri) – TV8 (in chiaro) – Differita

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Mondiali 2026, le partite di oggi: nella notte Brasile-Marocco, l’esordio di Ancelotti | Orari e dove vederle in tv

13 Giugno 2026 ore 07:01

Il Mondiale 2026 entra nel vivo con il primo vero big match: oggi, alla mezzanotte italiana tra il 13 e il 14 giugno, fa il suo debutto il Brasile di Carlo Ancelotti. Di fronte c’è il Marocco, semifinalista dell’ultima edizione. Un match già decisivo per i destini del gruppo C, dove sono inserite anche Scozia e Haiti, che si affronteranno nella notte italiana. Se la Nazionale caraibica è considerata la cenerentola del girone, la lotta per gli altri tre posti è apertissima.

Per Ancelotti, alla sua prima da ct al Mondiale, è un esordio complicato: in Brasile in molti confidano nella sua sapienza, ma la Nazionale verdeoro ancora deve trovare alcuni punti fermi e ha perso alcune pedine importanti, come Rodrygo e Wesley. Di fronte c’è il Marocco, che ha cambiato tanto rispetto a 4 anni fa, ma forse è ancora più forte, come dimostra l’ultima Coppa d’Africa. Il match è visibile anche in chiaro, su Rai 1.

Prima, alle ore 21 italiane, si gioca QatarSvizzera. La Nazionale elvetica è arrivata ai Mondiali un po’ in sordina, ma ha l’esperienza per sfruttare un gruppo B in cui non ci sono favorite: le altre due sono Canada e Bosnia (ci sarebbe finita l’Italia, quanti rimpianti…). A San Francisco però deve partire subito con 3 punti per evitare al contrario brutte sorprese.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 13 e 14 giugno

Qatar-Svizzera (girone B)
Orario: 21:00
Stadio: San Francisco Bay Area Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Brasile-Marocco (girone C)
Orario: 00:00 (notte tra il 13 e il 14 giugno)
Stadio: New York/New Jersey Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Haiti-Scozia (girone C)
Orario: 3:00 (notte tra il 13 e il 14 giugno)
Stadio: Boston Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 13 e 14 giugno, la sfida tra Brasile e Marocco di mezzanotte si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Qatar-Svizzera e Haiti-Scozia invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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Progetto Civico, Onorato: “Noi lievito del centro sinistra”

13 Giugno 2026 ore 07:00

Il campo largo si arricchisce di un nuovo componente. L’assessore capitolino lancia la sfida: “Se serve, saremo alle primarie”

Al  Palazzo dei Congressi dell’Eur si celebra la prima assemblea nazionale di Progetto Civico Italia. Lo slogan “Facciamolo Succedere” dà l’idea delle intenzioni di un movimento ambizioso e dalle idee chiare: non sarà una costola del PD né del Movimento 5 Stelle.  Alessandro Onorato rivendica il proprio ruolo e  traccia immediatamente i confini della sua “creatura”. L’assessore ai Grandi Eventi, Turismo e Sport del Campidoglio lancia una sfida, oltre che un progetto. L’idea non è solo quella di contribuire a dare una voce al campo largo, quanto di farsi sentire. 

Progetto Civico una voce lontana dalla realtà del transatlantico

Progetto Civico Italia nasce, per stessa ammissione di Alessandro Onorato, come una realtà lontana dai Palazzi. Ritiene che all’interno del PCI, acronimo su cui ha anche scherzato su, vi siano le risorse attualmente mancanti al campo progressista. “Noi arriviamo dal mondo degli amministratori, non siamo abituali frequentatori del Transatlantico ma gente che lavora senza perdersi in ragionamenti pindarici. Siamo per il fare e quello che possiamo fare. Il nostro intento è di dare una mano non solo a governare le città, ma anche a tutto il centro sinistra a livello nazionale”. In questo senso Onorato non chiude a qualsiasi alleanza: “Non sventoliamo cartellini gialli e rossi. Siamo abituati a unire e non a dividere”.

Un progetto che non è moderato: “Non siamo una forza di centro”

Onorato ha poi ribadito la collocazione assolutamente progressista del PCI: “Progetto Civico non è una forza di centro. È una etichetta dei giornalisti, per definirci moderati. Personalmente non ho mai conosciuto un sindaco o un consigliere comunale o un assessore moderato”. A questo termine, il politico romano ne preferisce un altro. “L’acronimo di Progetto Civico Italia è PCI, non è male. Anzi è proprio un bel messaggio da inviare a chi ci ritiene a destra della sinistra. Siamo innovatori. Aggiungeremo qualcosa, senza portare divisioni. Saremo il lievito del centrosinistra, una ventata di freschezza all’interno della coalizione. E sia chiaro, il nostro campo politico è quello progressista”.

Onorato e le primarie: “Se ci saranno, qualcuno del progetto ne farà parte”

Una collocazione che allontana definitivamente l’idea che secondo Progetto Civico Italia ci sia ancora spazio per un Terzo Polo. Onorato boccia l’ipotesi: “Noi crediamo che oggi più che mai si debba decidere se stare al centrodestra o nel centrosinistra. Mi sembra che il terzo polo sia ormai ininfluente”. Dentro al campo largo, dunque, con l’idea di piantarci bene i piedi e, se ci sarà l’occasione, per recitare da protagonista: “Mi sembra di capire che le primarie non siano ancora messe  n programma all’ordine del giorno ma qualora ci fossero è evidente che qualcuno del Progetto Civico Italia ne farà parte. Oggi siamo concentrati su altro, ma se ci sarà bisogno di fare una sintesi, è ovvio, parteciperemo anche noi”.

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Produttività, il vero ritardo dell’Italia: lavoriamo tanto, ma generiamo troppo poco valore

13 Giugno 2026 ore 06:46

La produttività del lavoro per ora lavorata misura una cosa molto semplice: quanto valore economico viene generato da ogni ora di lavoro.

Non dice quante ore si lavora. Non premia chi resta più tempo in azienda, chi arriva prima o chi spegne la luce per ultimo, abitudine che in molte imprese viene ancora scambiata per eroismo produttivo. Dice invece quanta ricchezza viene prodotta in un’ora di lavoro effettivo. È una differenza decisiva.

Due Paesi possono lavorare lo stesso numero di ore, ma ottenere risultati molto diversi. Uno può produrre più valore perché ha imprese meglio organizzate, tecnologie più integrate, personale più formato, processi più efficienti, manager più capaci e capitale investito meglio. L’altro può lavorare molto, anche moltissimo, ma disperdere energia in errori, attese, passaggi inutili, bassa digitalizzazione, scarsa delega e organizzazioni troppo dipendenti dall’improvvisazione.

Il grafico sulla produttività del lavoro per ora lavorata di Bergeaud, Cette e Lecat (che consente di osservare la produttività su un arco storico molto lungo 1990-2024) racconta proprio questo: l’Italia non è ferma perché lavora poco, ma perché da ogni ora lavorata estrae meno valore rispetto agli altri grandi Paesi avanzati.

La particolarità italiana non è soltanto il livello raggiunto nel 2024. È soprattutto la forma della curva. Fino alla metà degli anni Novanta l’Italia cresce, recupera terreno e si avvicina alle economie più produttive. Poi la dinamica rallenta, si appiattisce e perde progressivamente forza. Mentre Stati Uniti, Germania e Francia continuano, pur tra crisi e rallentamenti, ad aumentare il valore generato da ogni ora lavorata, l’Italia resta quasi inchiodata.

Nel 2024 il nostro Paese produce 68,2 dollari di valore per ora lavorata, sotto la media dell’eurozona, pari a 70,2, e lontano dalla Germania, a 83,0, dalla Francia, a 81,6, e dagli Stati Uniti, a 84,6.

Il punto, però, non è costruire l’ennesima classifica deprimente. Il punto è capire che cosa c’è dietro quei numeri.

Qui entra in gioco la produttività totale dei fattori. È un indicatore più sofisticato della produttività del lavoro, perché non misura solo quanto produce ogni ora lavorata, ma quanto valore nasce dalla combinazione tra lavoro, capitale, tecnologia, organizzazione, competenze e qualità delle decisioni. In altre parole, misura l’intelligenza complessiva del sistema produttivo e della imprenditoria nostrana.

Tradotto nel linguaggio delle PMI: non basta lavorare tanto. Non basta comprare un nuovo macchinario. Non basta installare un gestionale se poi viene usato come un quaderno elettronico mal compilato. Non basta introdurre un sistema di controllo di gestione e poi non guardare neppure un dato che non sia il fatturato. La produttività cresce quando l’impresa riesce a combinare meglio persone, strumenti, metodo, responsabilità e decisioni.

Una piccola impresa può avere titolari presenti dodici ore al giorno, dipendenti sotto pressione, clienti da servire, consegne da rispettare e margini da difendere. Ma se ogni decisione passa sempre dalla stessa scrivania, se i ruoli non sono chiari, se la delega è solo una parola elegante, se gli errori si ripetono, se il magazzino non dialoga con la produzione e se il commerciale vende promesse che l’organizzazione non riesce a mantenere, allora l’impresa lavora molto ma produce poco valore aggiunto.

È qui che il dato macroeconomico diventa una faccenda molto concreta. La stagnazione della produttività italiana vive dentro le giornate ordinarie delle aziende: pressioni inutili, processi non scritti, informazioni disperse, software non integrati, competenze non valorizzate, giovani assunti senza percorso, capi intermedi lasciati soli, imprenditori che vorrebbero crescere ma continuano a governare tutto con il controllo diretto del fiuto.

Istat segnala che nel 2024 la produttività del lavoro è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023, perché le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto. Nell’intero periodo 1995-2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media soltanto dello 0,3% annuo. Numeri piccoli, quasi educati. Ma dietro quella cortesia statistica c’è una diagnosi pesante.

Il Rapporto annuale Istat 2026 aggiunge un ulteriore elemento: tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori ha registrato una sostanziale stagnazione, dopo un contributo positivo nel quinquennio precedente la pandemia. Questo significa che il Paese fatica a fare il salto più importante: non lavorare di più, ma lavorare meglio.

E lavorare meglio vuol dire costruire organizzazioni meno dipendenti dall’improvvisazione.

Per le PMI italiane questo è il nodo centrale. Molte imprese hanno competenze artigianali, relazioni commerciali solide, capacità di adattamento, reputazione e conoscenza del prodotto. Ma spesso questi punti di forza restano intrappolati in modelli organizzativi fragili. L’impresa sa fare, ma non sempre sa scalare. Sa risolvere, ma non sempre sa prevenire. Sa vendere, ma non sempre sa misurare. Sa sacrificarsi, ma non sempre sa trasformare il sacrificio in efficienza.

Il risultato è che la bassa produttività diventa una tassa invisibile. Riduce i margini, limita gli aumenti salariali, rende più difficile investire, aumenta la dipendenza dal credito bancario ed espone l’impresa agli shock esterni. Soprattutto crea un clima in cui tutti hanno la sensazione di correre, ma pochi vedono davvero avanzare l’organizzazione.

La domanda vera, allora, non è: “Quanto abbiamo lavorato?”. La domanda vera è: “Quanto valore abbiamo prodotto rispetto alle risorse che abbiamo consumato?”. Dove si perde tempo? Dove si ripetono gli errori? Dove le persone migliori sono sottoutilizzate? Dove il titolare accentra o delega troppo? Dove la tecnologia non produce efficienza? La produttività non è una variabile tecnica tra le altre. È la condizione necessaria di tutto il resto: salari, margini, investimenti, competitività, sostenibilità del debito, capacità di trattenere capitale umano. L’Italia non ha bisogno semplicemente di lavorare di più. Ha bisogno di smettere di sprecare lavoro, capitale e intelligenza.

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Trump chiede un aumento di 350 miliardi di dollari per la spesa militare

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:28

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato i repubblicani al Congresso ad approvare un pacchetto di spesa militare da 350 miliardi di dollari che imporrebbe anche nuove e radicali regole elettorali a livello nazionale prima delle elezioni di medio termine.

 

In un post pubblicato giovedì su Truth Social, Trump ha esortato i legislatori ad agire «immediatamente» su quello che ha definito «Recon 3.0», un nuovo disegno di legge sul bilancio che i repubblicani sperano di approvare senza il sostegno dei democratici.

 

Trump ha affermato che i fondi sono necessari per portare il bilancio militare statunitense a 1.500 miliardi di dollari e «costruire l’arsenale della libertà». Ha aggiunto che il pacchetto finanzierà lo scudo antimissile Golden Dome, il caccia F-47, il bombardiere B-21, i droni, le capacità militari spaziali e nuove scorte di munizioni.

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Il presidente ha sostenuto che il disegno di legge sulla spesa avrebbe creato centinaia di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti negli Stati Uniti, ricostruito l’industria americana e garantito il «dominio globale» senza alimentare l’inflazione.

 

Questa iniziativa giunge dopo che la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e anni di sostegno militare all’Ucraina hanno messo a dura prova le scorte di armamenti americani, tanto che il Center for Strategic and International Studies ha affermato che potrebbero essere necessari tre anni o più per sostituire alcuni missili avanzati.

 

Il presidente ha anche scritto che il disegno di legge includerà il Save America Act, che rafforzerebbe le misure di sicurezza elettorale e richiederebbe a tutti gli elettori di esibire un documento d’identità con foto e una prova della cittadinanza statunitense. Vieterebbe inoltre, in larga misura, il voto per corrispondenza, salvo in caso di malattia, disabilità, servizio militare o viaggio.

 

A differenza di quanto accade nella maggior parte dei Paesi, negli Stati Uniti le regole per votare variano da stato a stato, e alcuni consentono ancora di votare senza mostrare un documento d’identità con foto o una prova di cittadinanza. Queste regole permissive hanno ripetutamente sollevato preoccupazioni in merito a possibili frodi elettorali, con i repubblicani che chiedono controlli obbligatori dei documenti d’identità a livello nazionale. I democratici sostengono che tali requisiti renderebbero più difficile il voto per i cittadini aventi diritto.

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Il presidente ha affermato che il Save America Act vieterebbe anche agli uomini di partecipare agli sport femminili e proibirebbe gli interventi chirurgici di «mutilazione transgender» sui bambini.

 

Tuttavia, la legge deve ancora affrontare ostacoli considerevoli, anche all’interno dello stesso partito di Trump. Alcuni importanti esponenti repubblicani hanno espresso dubbi sulla capacità del Congresso di approvare un altro importante disegno di legge di bilancio prima delle elezioni di medio termine, mentre il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha affermato che il Save America Act non dispone dei voti necessari secondo le normali procedure.

 

I conservatori fiscali potrebbero inoltre chiedere tagli alla spesa per compensare l’aumento di 350 miliardi di dollari per le spese militari.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise?

13 Giugno 2026 ore 06:26

Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, che costringono a guardare dritto negli occhi l’abisso della crudeltà umana. La notizia rimbalzata in queste ore è raggelante: la dogana armena, presso il valico di Agarak, ha intercettato e confiscato centinaia di chili di capelli naturali non dichiarati provenienti dall’Iran. Solo nell’ultimo gravissimo episodio, ben 26 chili di ciocche erano meticolosamente occultati nei cuscini della cabina di un camion.

Non si tratta di un caso isolato. I dati ufficiali tracciano un quadro sistematico e inquietante: tra gennaio e giugno si sono registrati 11 sequestri transfrontalieri, per un totale impressionante di 621 ciocche e oltre 135 chilogrammi di capelli umani.

La maschera della povertà e la fame in Iran

La spiegazione ufficiale e più immediata, ripresa dal Jerusalem Post, parla di una disperazione finanziaria assoluta. Ci dicono che l’inflazione alle stelle sta spingendo le donne iraniane a vendere le proprie chiome, e persino i propri organi, per sfamare i figli. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credere che questa sia l’unica, mostruosa verità. Dietro questo contrabbando si nasconde un’ombra ben più sinistra, un grido d’allarme lanciato con forza dagli attivisti.

L’inferno dei sacchi neri a Kahrizak

A gennaio, l’Iran è stato travolto da una nuova, violentissima ondata di proteste nazionali. La risposta del regime teocratico è stata un massacro di massa: secondo le drammatiche denunce della fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, migliaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze governative. I video agghiaccianti verificati da CNN e AFP mostrano il piazzale dell’obitorio di Kahrizak, a Teheran, trasformato in un inferno a cielo aperto: decine e decine di sacchi neri contenenti corpi umani allineati sul terreno sterrato. Dentro la struttura, i monitor scorrono le foto di almeno 250 giovani corpi in attesa di un nome. Fuori, le urla strazianti delle madri che cercano disperatamente i figli spariti nel nulla. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights parlano apertamente di “crimini di immane gravità”.

A me viene un sospetto a chi appartengono davvero quelle ciocche sequestrate?

I corpi di moltissime di queste ragazze uccise o inghiottite dalle carceri non sono mai stati restituiti. Il regime nega i cadaveri, impone sepolture segrete e, attraverso i media di Stato come Tasnim, mette in scena farse televisive obbligando i parenti a dichiarare falsità.

Vedere camion carichi di quintali di capelli umani varcare clandestinamente i confini, nascosti nei cuscini proprio nei mesi successivi a questo massacro, mi fa sorgere una domanda legittima e spaventosa: e se quei capelli appartenessero a loro? Se quelle ciocche fossero state recise dai corpi senza vita delle ragazze violate, uccise e ammassate nei sacchi neri di Kahrizak e di tutte le altre città in cui ci sono state le manifestazioni? Il popolo iraniano conosce troppo bene la ferocia della Repubblica Islamica per credere a una semplice violazione doganale. In quel carico vede il macabro profanamento di chi ha osato sfidare il potere.

Il simbolo della rivoluzione: Donna, Vita, Libertà

In Iran il capello non è un dettaglio estetico. È il simbolo politico e spirituale di una rivoluzione nata dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale perché una ciocca sfuggiva dal velo. Da quel giorno, tagliarsi i capelli in pubblico è diventato il più potente atto di sfida globale contro l’oppressione. Il grido “Donna, Vita, Libertà” ha fatto tremare la teocrazia attraverso la rivendicazione di quel corpo e di quella chioma.

Pensare che oggi il regime, o le reti criminali ad esso collegate, possano lucrare sul mercato nero vendendo i capelli delle stesse giovani che ha perseguitato, gassato nelle scuole, torturato e ucciso in nome dell’hijab obbligatorio, rappresenta un livello di perversione e barbarie intollerabile. Non possiamo girarci dall’altra parte. Non possiamo archiviare l’orrore del massacro di gennaio 2026, come un effetto collaterale della crisi. Dobbiamo continuare a essere la voce di quelle ragazze e di un popolo che non smette di lottare per la propria dignità.

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Sono 5 mesi che aspetto il regalo del signor Temu: voglio i miei pennarelli!!!

13 Giugno 2026 ore 06:21

Signor Temu, mia moglie mi aveva detto che ero un fesso a pensare che veramente Lei mi avrebbe mandato in regalo più di 300 pennarelli acrilici!
Ma io amo il popolo cinese, da ragazzo vendevo per strada il libretto rosso di Mao e 52 anni fa sono venuto in Cina.
E invece devo dare ragione a mia moglie.
I 300 pennarelli acrilici in regalo non sono arrivati! Mia moglie ieri mi ha detto: “Ma come fai ad aspettarti che il signor Temu ti mandi i pennarelli? Ma sei rincoglionito? In regalo? Ma figurati!!!”

Va beh… In regalo… Cioè io avevo fatto una giochino, con 3 bicchieri, mi sembra, e avevo vinto una confezione, poi due poi 3… E, va beh, poi è venuto fuori che in realtà dovevo comprare 43 euro di prodotti. E allora li ho comprati anche se non mi servivano… Tanto, ho detto tra me e me, più di 300 pennarelli valgono molto più di 300 euro.
Ora, signor Temu, è chiaro che i pennarelli Lei non me li manda più.

Ora non posso dire che lei sia un truffatore che mi ha imbrogliato, sicuramente i suoi avvocati potranno dimostrare che sono uno stupido… Ma lei signor Temu lo sapeva che stava usando un amo per i polli!!!
E anche se è uno degli uomini più ricchi del mondo, anche se ha più avvocati dei denti che ha in bocca, io le voglio dire che non le è convenuto illudermi.
Perché io amo la Cina, fin da ragazzino.
E allora io difenderò l’onore della Cina.
E guardi, non so quanto camperò ancora, ma io continuerò a raccontare che Lei con me non si è comportato bene, anche se magari i suoi avvocati dimostreranno che non ha commesso un reato.

E alla fine i 43 euro che io le ho mandato non saranno per lei un buon affare. Io continuerò a lamentarmi. E, guardi, io ho molti amici che mi vogliono bene, e sono sicuro che condivideranno questo articolo sui loro social. E poi ho 3 figli e 3 nipoti, e gli ho fatto giurare che continueranno a raccontare che il loro padre, il loro nonno, è stato preso in giro dal Signor Temu, uno degli uomini più ricchi del mondo che ha convinto un povero vecchio a spendere 43 euro per avere un regalo.
Diranno: “Forse nostro padre, forse nostro nonno, non era molto furbo e l’emozione di avere più di 300 pennarelli acrilici in regalo aveva offuscato la sua mente. Ma il signor Temu non si è comportato bene.”

Signor Temu, i miei antenati hanno distrutto l’esercito di Federico Barbarossa ad Alessandria e le hanno suonate ai nazisti e ai fascisti.
Siamo gente testarda.
E lei non fa un bel servizio alla Cina.

E ora vorrei dire due parole alla signora Meloni:

Signora Meloni, Lei che difende gli italiani, Le par bello che si permetta che degli anziani vengano presi in giro con delle promesse di regali di più di 300 pennarelli acrilici che poi non arrivano e io ho comprato pure 43 euro di sciocchezze che non mi servivano?
Ma non esiste il reato di circonvenzione di incapace? Io mi dichiaro incapace. Non esiste una legge che vieta di fare promesse da marinaio, di ciurlare per il manico, di dire Roma per toma? La faccia questa legge!!!
Non fate niente per proteggere i cittadini dai furbi di internet. Lo sa quanto poliziotti avete assegnato alla Polizia Postale? Lei dovrebbe saperlo! Io non lo so ma son sicuro che sono pochi perché continuo a sentire di gente che ha subito dei perculamenti e anche dei raggiri e perfino delle truffe.
In internet rubano più soldi di tutte le rapine e i furti nelle case. E non li pigliate mai. E a nessuno in Parlamento gliene frega niente.

Ma lei è per la legge o solo per la pubblicità?

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Sacerdote è stato preso di mira per aver negato la Comunione ad un omosessuale «sposato»

di: admin
13 Giugno 2026 ore 06:17

Un parroco in Spagna è al centro di proteste per aver impedito a un omosessuale di ricevere la Santa Comunione. Lo riporta LifeSite.

 

Un uomo afferma che il 30 maggio un parroco nella sua città natale, Villanueva del Rio y Mina, gli ha chiesto di rimanere dopo la Messa e lo ha informato che, sebbene avesse ricevuto la Comunione quel giorno, non gli sarebbe più stato permesso di ricevere l’Eucaristia perché è «sposato» con un uomo. «Mi ha detto che doveva parlarmi di un argomento un po’ spiacevole», ha scritto l’omosessuale «sposato»in un post su Facebook. «Mi ha fatto capire che non mi avrebbe mai più dato la comunione».

 

«Mi disse che quando mi dava la comunione mi stava dando del “veleno” e che sia io che mio marito eravamo persone “indegne” e condannate a vivere in eterno in purgatorio», ha affermato l’uomo.

 

L’uomo ha affermato di aver reagito immediatamente alle parole del prete alzando la voce. «Ho gridato a tutti i presenti sulla porta della parrocchia ciò che quell’uomo aveva detto. Mi sono sentito molto nervoso e umiliato dal mio parroco», ha detto. «Nei miei 40 anni di fede cristiana, non mi era mai capitata una cosa così terribile e sconvolgente».

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«Vorrei aggiungere che queste parole non sono state usate solo con me. Molte persone mi hanno avvicinato per dirmi che era successa loro qualcosa di simile. Persone di diversi gruppi, divorziati, coppie, ecc.», ha aggiunto l’omosessuale, che ha poi inevitabilmente citato papa Francesco: «La Chiesa è casa per tutti, tutti, tutti.»

 

Secondo quanto riportato dal quotidiano locale Viva Seville, in un successivo incontro tra il parroco e l’uomo, il sacerdote non ha fatto marcia indietro: martedì 2 giugno, diversi giorni dopo l’incidente, il sacerdote ha contatto l’omosessuale telefonicamente per scusarsi del modo in cui gli si era rivolto e per invitarlo nel suo ufficio. Tuttavia, secondo la testimonianza del denunciante, il sacerdote ha mantenutola sua posizione anche durante l’incontro.

 

«Si è scusato, ma è rimasto fermo sulla sua posizione. Ha ribadito che non poteva darmi la Comunione perché sono sposato pubblicamente con un uomo – tutta la città sa del mio matrimonio – e farlo equivarrebbe a convalidare la mia posizione», spiega.

 

L’omosessuale afferma di aver anche informato il sacerdote della sua intenzione di portare la questione ai media. La risposta che ha ricevuto, secondo il suo racconto, è stata che «è molto comune che persone come te facciano questo genere di cose», un’osservazione che ha interpretato come un ulteriore riferimento al suo orientamento sessuale.

 

Secondo quanto riferito, l’Arcidiocesi di Siviglia sta raccogliendo informazioni sull’accaduto al fine di rilasciare una dichiarazione.

 

Questo episodio è simile a un altro avvenuto nel 2012, quando un parroco dell’Arcidiocesi di Washington, DC, aveva coperto l’Ostia mentre una donna lesbica, presente al funerale della madre, si avvicinava per ricevere l’Eucaristia. Il parroco le aveva detto: «Non posso darti la Comunione perché vivi con una donna, e agli occhi della Chiesa questo è un peccato».

 

Il sacerdote, padre Marcel Guarnizo, era stato conseguentemente privato delle sue facoltà sacerdotali dall’allora cardinale arcivescovo di Washington, Donald Wuerl.

 

Come riportato da Renovatio 21, in un altro caso di due anni fa un prete della Florida aveva difeso la Santa Eucarestia da una donna lesbica irata che aveva schiacciato diverse ostie e cercato di amministrarsi illecitamente la Santa Comunione. In quel caso il sacerdote, nella difesa del Santissimo, era arrivato a mordere il braccio della agguerrita lesbica, che poi definì alla polizia la Santa Eucarestia come «un biscotto».

 

 

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Immagine di Ingo Mehling via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Natalità giapponese ai minimi storici

di: admin
13 Giugno 2026 ore 05:56

A maggio, il ministero degli Affari Interni e delle Comunicazioni giapponese ha pubblicato dati che mostrano come il numero di bambini sotto i 15 anni nel Paese del Sol Levante sia sceso a un nuovo minimo storico: 13,29 milioni, ovvero 350.000 in meno rispetto all’anno precedente.

 

Per comprendere la portata e la drammaticità di ciò che sta accadendo, vale la pena ricordare che nel 1950, agli albori del miracolo economico giapponese, i bambini sotto i 15 anni rappresentavano il 35,1% della popolazione giapponese. Mezzo secolo dopo, nel 2000, la percentuale di bambini era scesa al 14,5%. Nel Paese risuonarono i campanelli d’allarme, furono introdotte misure, ma la tendenza non poté essere invertita. E ora, secondo i risultati del 2025, la percentuale di bambini sul totale della popolazione ha toccato un nuovo minimo storico, scendendo ad appena il 10,8%.

 

La riduzione del numero di figli nella società giapponese a livelli un tempo impensabili è legata al calo dei tassi di natalità, che in Giappone diminuiscono ancora più rapidamente che nei paesi sviluppati di America ed Europa. Il tasso di fertilità totale è sceso sotto 1,2 a livello nazionale, mentre a Tokyo il numero medio di figli per donna è calato a soli 0,99.

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A sua volta, il calo della fertilità è collegato al continuo declino del numero di matrimoni. In oltre 45 anni di ininterrotto calo del numero di figli, le giovani generazioni giapponesi sono diventate a loro volta molto più piccole. Ancora più importante, un numero crescente di giovani giapponesi non desidera affatto formare una famiglia, né tantomeno mantenere relazioni sessuali stabili.

 

La causa principale è considerata nel fatto che il Giappone è un paese di individualismo trionfante. Con la partecipazione di strateghi americani di ingegneria sociale, il Giappone ha creato un modello di modernizzazione accelerata costruito attorno a una tradizione nazionale svuotata e a un elevato tenore di vita come modello centrale di costruzione del significato della cultura di massa.

 

Come riportato da Renovatio 21, il premier nipponico tre anni fa aveva affermato che il Paese stava precipitando dal precipizio demografico.

 

Nel 2022 era emerso che la pandemia aveva portato a un nuovo minimo storico delle gravidanze con altri 20mila nati in meno.

 

I dati giapponesi nel periodo post-bellico indicavano l’aborto di circa un terzo dei concepiti, con casi allucinanti di infanticidi – che oggi la Finestra di Overton vuole che chiamiamo «aborti post-natali» – come quello di Miyuki Ishikawa, detta «Oni-sanba», ostetrica che avrebbe ucciso almeno 86 bambini (qualcuno parla di una cifra doppia) affidatile negli anni dell’immediato dopoguerra.

 

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Garlasco, Alberto Stasi può uscire dal carcere, via libera all'affidamento: la decisione del giudice

13 Giugno 2026 ore 05:52
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha depositato il provvedimento con cui dà il via libera formale, scontato anche dopo l'ok della Procura generale, all'affidamento in prova ai servizi sociali.

© RaiNews

Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

13 Giugno 2026 ore 04:45

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione

13 Giugno 2026 ore 04:45

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.

Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.

Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.

Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.

Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.

Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.

Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati. 

Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi. 

Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.

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Il plebiscito finanziario di SpaceX eleva Musk a padrone assoluto del potere globale

13 Giugno 2026 ore 04:45

I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.

SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.

L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.

C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.

A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?

La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.

Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.

Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.

Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa  (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.

Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.

Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.

Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.

Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.

La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.

È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.

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Il gelato cerca il futuro e trova il burro

13 Giugno 2026 ore 04:45

Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità. 

La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato. 

La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.

Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.

E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale. 

Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.

Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.

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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

13 Giugno 2026 ore 04:45

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.

Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.

In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».

L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).

Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.

Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.

“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.

I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.

Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.

Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.

Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.

Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?

È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?

È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?

È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?

La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.

Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.

I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.

Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».

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La pedagogia dell’ascolto e la protesta nonviolenta di Danilo Dolci

13 Giugno 2026 ore 04:45

C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.

Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.

Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.

Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.

Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.

Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.

Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

13 Giugno 2026 ore 04:45

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

13 Giugno 2026 ore 04:45

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

13 Giugno 2026 ore 04:45

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale stia iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Lo sfarzo di Üsküdar, la moschea più grande della Turchia, e le bambine con il velo

13 Giugno 2026 ore 04:45

Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice. 

È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.

Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città. 

L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […] 

A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.

Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio. 

Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul. 

 

Tratto da “Istanbul. Cronache graffianti dalla città degli imperatori”, di Marta Federica Ottaviani, Paesi Edizioni, pp. 176, 16 euro

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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

13 Giugno 2026 ore 04:45

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.

A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.

Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.

C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».

Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.

Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.

Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.

Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.

Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.

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L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale

13 Giugno 2026 ore 04:45

L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.

Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.

Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.

Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.

L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.

Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.

Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.

L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.

L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.

Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.

Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.

A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.

Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.

A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.

Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.

L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.

La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.

L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.

Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

L'articolo L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale proviene da Linkiesta.it.

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Meloni vuole Draghi per negoziare con Mosca. L’Ue pensa a lei per trattare con Trump

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Nola, cullatori e Gigli

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Comunque vada «Israele non si ritirerà da Libano, Siria e Gaza». Parola di Katz

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Bilaterale tra Meloni e Macron: prove tecniche di disgelo

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Bad boy nella Polonia omofoba: anatomia di un queer drama

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I lavoratori della cultura incrociano le braccia: «Basta sfruttamento»

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Eleonora Strino, una chitarra può bastare

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Una luminosa chiarezza espositiva, costruita con sapiente alternanza fra gioco accordale e nitide note singole scolpite è la cifra che subito appassiona nell’approccio alla chitarra di Eleonora Strino, nome di […]

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Ridurre le disuguaglianze per essere sostenibili

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Anne Guglielmetti, nella insurrezione di una primavera

13 Giugno 2026 ore 00:01

Mariette Copiel è la protagonista di Due donne e un giardino di Anne Guglielmetti, pubblicato da Edizioni In transito (pp. 128, euro 16) nella traduzione di Luca Sanfilippo. È una […]

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Ernesto De Martino, cronaca di una spedizione

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È storia il tarantismo, da quando una pattuglia di antropologi, musicologi e altri specialisti hanno cominciato ad assommare testi, fotografie, video e registrazioni, è storia della popular music più stratificata […]

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A Gaza non è cambiato niente: la fame è ancora usata come un’arma

13 Giugno 2026 ore 00:01

A Gaza permangono le restrizioni all’ingresso di aiuti umanitari e si moltiplicano gli allarmi per l’aggravarsi della crisi di sicurezza alimentare: i principali programmi di soccorso continuano a ridimensionare i […]

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«La damnation de Faust», la leggenda drammatica di Berlioz tra incanto e follia

13 Giugno 2026 ore 00:01

Nell’introduzione all’edizione Garnier del Faust di Goethe tradotto da Gérard de Nerval, Maurice Marache scrive: «Il genio del romanticismo francese è più l’immagine di una nostalgia che l’espressione di un […]

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“Basta col massacro a Gaza, Ucraina, Sudan e i 56 massacri in corso nel mondo”: il messaggio di Ligabue a Roma con “Il mio nome è mai più” – IL VIDEO

13 Giugno 2026 ore 00:01

Luciano Ligabue durante il concerto allo Stadio Olimpico di Roma, il 12 giugno, ha mandato un messaggio molto chiaro sulla sua posizione contro le guerre. Il palco è immerso nell’oscurità. L’artista, con la chitarra acustica tra le mani, si esibisce in solitaria sull’estremità della passerella. Al ritornello, la band entra in scena con la propria musica mentre il palco si accende di un’intensa luce rossa. Sugli schermi compaiono le scritte “Basta col massacro a Gaza”, “Basta col massacro in Ucraina”, “Basta col massacro in Sudan” e “Basta con i 56 massacri in corso nel mondo”.

Ma non è tutto perché più avanti con il concerto il cantautore parla della violenza sulle donne con l’ultimo inedito “Nessuno è di qualcuno”. “Adesso vi facciamo sentire l’ultima canzone che ancora non è uscita, ma l’abbiamo già fatta dal vivo un po’ di tempo fa. – ha detto – È una canzone che io voglio dedicare a tutte le donne e le ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza e in Italia, a quanto pare, è una su tre”.

Il palco è illuminato da luci rosse e bianche. Sullo schermo centrale, su uno sfondo nero viene proiettato il testo della canzone scritto in bianco e arricchito da grafiche rosse che rappresentano il mondo e grafiche astratte. Su tutti gli schermi viene proiettato un video in bianco e nero con alcuni volti dello spettacolo che ripetono “Nessuno è di qualcuno” seguito dalla scritta bianca su fondo nero “Una Nessuna Centomila”. A parlare sono: Pierfrancesco Favino, Linus, Marco D’Amore, Rosario Fiorello, Marco Bocci, Luca Zingaretti, Luca Argentero, Salvatore Esposito, Stefano Fresi, Edoardo Leo, Giorgio Panariello, Marco Giallini, Raul Bova, Giuseppe Fiorello, Vinicio Marchioni, Amadeus e, naturalmente, Fiorella Mannoia.

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Autonomia, tra rischio secessione e stallo

13 Giugno 2026 ore 00:01

Le preintese fotocopia con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per devolvere loro quattro importanti materie (protezione civile, professioni, previdenza complementare e finanza pubblica in tema di sanità) aggirano […]

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Ligabue all’Olimpico di Roma: “De Gregori è patrimonio italiano, ma non condivido più di tanto il suo pensiero. Sul palco parlo delle 56 guerre nel mondo. Sanremo è col coltello tra i denti. Se mi invitano come ospite? Mai dire mai”

13 Giugno 2026 ore 00:01

Luciano Ligabue è tornato allo Stadio Olimpico di Roma stavolta per la celebrazione “La notte di certe notti”. Erano in 54mila, come confermato dagli organizzatori, ad applaudire ieri 12 giugno l’artista che ha proposto una scaletta di 26 brani suddivisi in quattro parti per ogni album: “Ligabue” (1990), “Miss Mondo” (1999), “Fuori come va?” (2002), “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn” (1991). Il bis è affidato a “I ragazzi non in giro” e naturalmente “Certe Notti”.

Abbiamo incontrato l’artista che ha raccontato la genesi dello spettacolo pensato per gli stadi, che proseguirà mercoledì 17 giugno all’Allianz Stadium di Torino, sabato 20 giugno (a un anno da Campovolo 2025) allo Stadio San Siro di Milano e a settembre e ottobre con un tour nei palazzetti. Si inizia il 22 settembre dall’Arena di Verona per poi chiudere il 24 ottobre all’Unipol Dome, ultima data live di Ligabue per il 2026. E il 2027? “Mi fermo in Italia, ma all’estero succederà qualcosa”.

Su un prossimo album le idee sono chiare. “Allora diciamolo chiaramente, – ha concluso Ligabue – io di canzoni ne ho un fottio. È l’ultimo dei problemi avere delle canzoni. Poi da qui a pubblicarle è un’altra cosa proprio perché il mondo è cambiato. Qualcosa uscirà prima o poi. Abbiamo un brano che non abbiamo fatto uscire, ma c’è del materiale che è già stato realizzato in buona parte”.

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In vigore il Patto, in Europa tramonta il diritto d’asilo

13 Giugno 2026 ore 00:00

«Come Ue ci siamo assunti molte responsabilità. Prima non avevamo un sistema ed è per questo che alla fine non avevamo controllo su ciò che accadeva nell’Unione», ha dichiarato ieri […]

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Agguato mortale al curdo Yilmaz Tas, indagini fino in Germania

13 Giugno 2026 ore 00:00

Un’esecuzione sulle colline livornesi e un’indagine che porta almeno fino alla Germania. A pochi giorni dall’omicidio di Yilmaz Tas, trentenne curdo di nazionalità turca ucciso nella notte dell’8 giugno al […]

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Tenerife, il papa: basta indifferenza verso naufragi e assenza di soccorso

12 Giugno 2026 ore 23:59

Non c’erano dubbi che la scelta di Robert Prevost di chiudere ieri i suoi cinque giorni di viaggio in Spagna alle isole Canarie sia stata tutta politica e simbolica. Le […]

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Indagine intorno all’assassinio di Alessandro de’ Medici a Firenze nel 1537

12 Giugno 2026 ore 23:47

La vicenda relativa all’assassinio di Alessandro de’ Medici, primo duca di Firenze, che fu brutalmente ucciso per mano del cugino Lorenzino nella notte del 5 gennaio del 1537, dovette suscitare […]

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Putin ha in campo 700mila uomini e ammette le difficoltà, Kiev chiede altri 20 mld per la guerra

12 Giugno 2026 ore 21:27
Il capo del Cremlino rivela l'entità del contingente ma riconosce la lentezza dell'avanzata. L'Ucraina prepara la richiesta a Ramstein mentre cresce l'allarme per un possibile lancio del missile ipersonico Oreshnik

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Tra alpinisti sono morti precipitando dalla parete Nord del Gran Paradiso: “Due sono italiani”

12 Giugno 2026 ore 22:32

Tre alpinisti sono morti dopo essere precipitati dal Gran Paradiso, sul versante della Valle d’Aosta. Secondo quanto si apprende due di loro sono italiani e sarebbero precipitati per quattrocento metri lungo la parete Nord.

Dopo aver dormito al rifugio Federico Chabod, in Valsavarenche, a 2.750 metri di quota, sono partiti venerdì mattina, alle tre circa, in direzione della cima (4.061 metri). La chiamata di soccorso è arrivata alla centrale unica di Aosta poco dopo le 19.30, per il loro mancato rientro. Sono immediatamente partite le operazioni del soccorso alpino valdostano e del soccorso alpino della guardia di finanza di Entreves. Grazie anche a un localizzatore Gps, attivato da uno degli alpinisti, i corpi sono stati individuati a una quota di circa 3.600 metri.

La salita, classificata come “Abbastanza Difficile Superiore” e “Difficile Inferiore”, richiede un’ottima preparazione fisica, tecnica e la conoscenza dell’ambiente d’alta quota. A fine maggio, sempre sulla parete Nord del Gran Paradiso, in un incidente era morto un altro alpinista.

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Nasce il Pci ispirato da Bettini (ma significa Progetto Civico Italia). Onorato: “Siamo il partito degli amministratori”

12 Giugno 2026 ore 21:07

“Quasi 700 amministratori, diecimila iscritti veri, 400 comitati civici e siamo migliaia di persone”. Alessandro Onorato, assessore allo sport, turismo e grandi eventi del Comune di Roma, si presenta così al Palazzo dei Congressi a Roma, per l’assemblea nazionale di un nuovo partito di centrosinistra. Formazione politica nata su impulso di Goffredo Bettini e spinto anche dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. “Vogliamo contribuire alla rinascita dell’Italia e il nostro campo politico è chiaro” afferma Onorato che alla domanda si la nuova formazione è un partito politico centrista e moderato, replica: “io non ho mai visto un sindaco o un amministratore moderato”. Tutti i leader del ‘fronte progressista’ erano presenti ad eccezione di Matteo Renzi, che invitato, ha declinato l’invito.

Sullo sfondo resta il cantiere per il programma. Alla domanda se ci sia già una data per iniziare a scrivere il programma coi, une, Giuseppe Conte preferisce elogiare il nascente progetto politico civico. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlien, invece, è l’unica a non aver fatto punto stampa e a parlare solo dal palco. Ma la necessità di accelerare è apertamente affermata dal segretario di +Europa, Riccardo Magi.

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Mattarella alla chiusura dell’anno accademico dell’Accademia Nazionale dei Lincei

12 Giugno 2026 ore 21:10

(Agenzia Vista) Roma, 12 giugno 2026
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto a Palazzo Corsini a Roma all’adunanza solenne per la chiusura dell’anno accademico 2025-2026 dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Nel corso della cerimonia, aperta dalla relazione di Roberto Antonelli, Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, sono stati conferiti il Premio Nazionale “Presidente della Repubblica 2026” e proclamati i vincitori del “Premio Linceo per la linguistica” e del Premio “Ministro della Cultura 2026”.
Courtesy: Quirinale
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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“Pressioni e auto incendiate per imporre assunzioni nell’indotto dell’Hitachi”: sindacalista arrestato a Reggio Calabria

12 Giugno 2026 ore 20:48

“Un soggetto che non si limita a svolgere ordinaria interlocuzione sindacale, ma pretende di incidere direttamente sulle scelte organizzative dell’impresa, rivendicando una sorta di prerogativa nella selezione del personale e reagendo con crescente pressione e finanche aggressività alla mancata considerazione dei nominativi segnalati”. Il profilo tracciato dal gip Claudia Colli è quello di Maurizio Chiarolla, sindacalista della Confsal-Fismic. È lui il principale indagato finito in carcere nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha aperto uno squarcio sulle dinamiche sindacali all’interno dell’ex stabilimento Omeca, oggi gestito dall’Hitachi che, in riva allo Stretto, costruisce i vagoni ferroviari per mezza Europa.

L’arresto ha scosso la politica reggina perché Chiarolla lo scorso maggio è stato candidato (non eletto) del centrosinistra alla presidenza della V circoscrizione Reggio Centro-Sud. L’indagine non riguarda l’attività politica di Chiarolla, ma quella sindacale e in particolare “le pressioni reiterate, anche attraverso l’evocazione strumentale dello sciopero, sugli amministratori o sui referenti delle aziende dell’indotto, con l’obiettivo di far assumere lavoratori vicini alla propria sigla”. Pressioni che, per gli investigatori della polizia, sono arrivate addirittura all’incendio delle auto di altri sindacalisti e dei manager delle aziende che lavorano in subappalto per l’Hitachi.

Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, infatti, il gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato anche altri due soggetti: Salvatore Aricò e Roberto Puglia. Tutti e tre sono accusati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Chiarolla e gli altri indagati, – si legge nel capo di imputazione – “compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere i sindacalisti concorrenti, Antonio Hanaman, rappresentante Cisl, e Gabriele Labate, rappresentante Uil, a desistere dall’intraprendere ogni iniziativa sindacale che potesse ostacolare l’assunzione, da parte delle società operanti all’interno dello stabilimento Hitachi Rail spa di Reggio Calabria, di lavoratori sponsorizzati da Maurizio Chiarolla, quale rappresentante del sindacato Confsal-Fismic”.

I metodi andavano oltre la dialettica aziendale e, perciò, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2025, le auto dei due sindacalisti sono state incendiate. Stando alla ricostruzione della Squadra mobile, il rogo sarebbe stato innescato da un quarto indagato per il quale il gip ha rigettato l’arresto. Un fatto che, secondo la Dda, risulta “aggravato dall’essere commesso utilizzando il metodo mafioso”. Le modalità, infatti, sono state “oggettivamente evocative dell’intimidazione mafiosa tipica del territorio in cui il reato è stato consumato e per finalità tipiche delle associazioni di stampo mafioso ossia acquisire il controllo ed il dominio su attività economiche, anche connesse all’esecuzione di commesse pubbliche”.

Per il gip non ci sono dubbi sul coinvolgimento di Chiarolla che è stato anche intercettato mentre ai suoi sodali diceva: “Andiamo ora con la tua macchina e vediamo le macchine?… A tipo passeggiata?”. Secondo il magistrato, per tutti gli indagati sussistono “i gravi indizi di colpevolezza” e, con riguardo all’ex candidato del centrosinistra “sussiste in misura particolarmente intensa il pericolo di reiterazione, emergendo il suo ruolo di promotore e diretto interessato al risultato estorsivo”.

L’inchiesta della Dda è partita da un’altra tentata estorsione per la quale Maurizio Chiarolla non è stato arrestato ma è comunque indagato. La vicenda inizia, infatti, il 30 giugno 2024 con l’incendio di un’altra auto, questa volta di Nunzio Blandini, manager della Miri Spa. Pure a quest’ultimo, secondo gli inquirenti, il sindacalista voleva imporre assunzioni di operai e voleva costringerlo a omettere licenziamenti di soggetti iscritti alla Confsal-Fismic. Per convincerlo nei giorni successivi all’incendio dell’auto, il manager aveva ricevuto una busta contenente una lettera minatoria con frasi del tipo: “Ti osserviamo”, “prossimo passaggio è la macchina di tuo figlio”, “toccherà la tua porta di casa con moglie e figlia dentro… farete la fine dei topi”, “non pensare di denunciare… i primi a pagare saranno la tua famiglia”.

“La condotta ricostruita – si legge nelle carte della Dda – si sostanzia in condotte minacciose, culminate negli incendi delle autovetture delle persone offese, poste in essere quale strumento di coercizione per costringere i sindacalisti concorrenti a desistere da iniziative sindacali ostative”. Gli imprenditori dovevano “assecondare le pretese di Maurizio Chiarolla e della sua area sindacale in materia di assunzioni, licenziamenti e gestione delle relazioni sindacali nello stabilimento Hitachi di Reggio Calabria”. Non si tratta di “una mera ritorsione personale, – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – bensì l’imposizione di una posizione dominante della sigla sindacale riconducibile a Chiarolla e, tramite essa, l’incidenza sulle assunzioni, sulle scelte di gestione del personale e, in definitiva, sull’assetto dell’appalto e delle commesse connesse allo stabilimento Hitachi”. Il colosso giapponese è completamente estraneo alle indagini della Direzione distrettuale antimafia. Ma all’interno dell’ex Omeca – riferisce una delle parti offese – circolano “voci di richieste di somme di oltre cinque mila euro a lavoratore per favorire assunzioni” nelle ditte che lavorano in subappalto. Questo, però, al momento non è oggetto dell’inchiesta.

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Infantino: "Se allarghiamo ancora il Mondiale forse l'Italia si qualifica", è polemica

12 Giugno 2026 ore 20:41
Bufera sulle parole del numero uno della FIFA (svizzero di origine italiana) che ironizza sulla mancata qualificazione degli azzurri. Il ministro dello Sport Abodi: "Sono perplesso ma prima di esprimermi vorrei parlare con lui”

© RaiNews

Vannacci, Meloni sente Salvini e Tajani: i partiti di maggioranza mandano amministratori locali all’assemblea di Futuro Nazionale

12 Giugno 2026 ore 20:11

Segretari cittadini di Roma o dirigenti locali. Nessun esponente nazionale, ma comunque non è una diserzione totale nei confronti del generale Roberto Vannacci. Sarebbe questa la decisione che i leader del centrodestra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini avrebbero preso nelle ultime ore su chi mandare all’Assemblea costituente di Futuro Nazionale che si terrà a Roma sabato e domenica. Vannacci aveva invitato tutti i partiti e alla fine, dopo contatti tra i leader, il centrodestra avrebbe deciso di rispondere mandando esponenti locali dei tre partiti, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. La decisione non è ancora ufficiale ma nelle prossime ore lo diventerà con un comunicato congiunto.

Nel pomeriggio si sono sentiti al telefono Meloni, Salvini e Tajani per coordinarsi ed è stato deciso di non chiudere del tutto la porta al generale. Una mossa sorprendente alla luce dei rapporti ormai ai minimi con la Lega e anche dopo l’attacco – il primo – che mercoledì Meloni ha fatto al generale Vannacci rispondendo al deputato Emanuele Pozzolo: “Fate il gioco della sinistra, altro che vera destra”, ha detto la premier.

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Bankitalia, l’energia mette ko la crescita: possibile Pil negativo nel 2026

12 Giugno 2026 ore 19:21

Bankitalia, Pil allo 0,5% nel 2026, in calo a 0,4% nel 2027

Secondo le stime di Bankitalia la crescita del prodotto “rimarrà contenuta sia quest’anno sia il prossimo, per tornare a rafforzarsi nel 2028”. Sull’attività incide l’indebolimento della domanda interna, frenata dal rincaro dell’energia e dall’ulteriore aumento dell’incertezza geopolitica. In media d’anno il prodotto interno lordo crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, dello 0,4 per cento nel 2027 e dello 0,9 nel 2028. Rispetto alle proiezioni dello scorso aprile, le stime sono state riviste marginalmente al ribasso nel 2027 – principalmente per gli effetti sui consumi di prezzi delle materie prime più elevati – e al rialzo nel 2028.

Queste proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 elaborate dagli esperti della Banca d’Italia nell’ambito dell’esercizio coordinato dell’Eurosistema, viene precisato, sono basate sulle informazioni disponibili al 21 maggio per la formulazione delle ipotesi tecniche e al 27 maggio per i dati congiunturali. Esse non includono quindi i dati dei conti nazionali diffusi dall’Istat lo scorso 29 maggio, nei quali la crescita del Pil nel primo trimestre è stata rivista al rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alla stima preliminare pubblicata il 30 aprile. Tenendo conto di questa revisione e a parità di altre condizioni, la crescita del Pil nel 2026 si collocherebbe allo 0,6 per cento.

Bankitalia, con nuovo forte balzo prezzi energia possibile Pil negativo nel 2026

In caso di un forte balzo del prezzo dell’energia, petrolio e gas, il Pil dell’Italia potrebbe chiudere in rosso nel 2026. E’ quanto sima la Banca d’Italia nelle ultime previsioni macro. L’ipotesi è quella di uno scenario severo dove il prezzo del petrolio sarebbe più elevato che nello scenario di base per oltre il 60 per cento. In questo scenario il prezzo del gas si porterebbe su livelli più che doppi. “A questi incrementi si accompagnerebbero un ulteriore aumento dell’incertezza e un forte indebolimento degli scambi internazionali”. La crescita del prodotto risulterebbe, rispetto alla proiezione centrale sopra descritta, inferiore di circa 0,4 punti percentuali nell’anno in corso, di quasi 1,5 punti nel prossimo e di oltre mezzo punto nel 2028. L’inflazione al consumo risulterebbe più elevata rispetto alla proiezione centrale per oltre un punto percentuale nell’anno in corso, quasi due punti nel 2027 e circa mezzo punto percentuale nel 2028.

LEGGI ANCHE: La Bce alza i tassi di un quarto di punto al 2,25%. È la prima stretta da settembre 2023

Bankitalia, l’inflazione sale al 3,1% nel 2026, poi al 2% nel 2027

L’incertezza su queste proiezioni è elevata”, spiega Bankitalia, poiché ulteriori e più persistenti rincari delle materie prime eserciterebbero maggiori pressioni inflazionistiche e peserebbero in misura significativa sulla crescita, specie se accompagnate da tensioni finanziarie e da un deterioramento dell’economia mondiale. Sviluppi più favorevoli potrebbero invece derivare da una discesa più rapida dei prezzi delle materie prime a seguito di una risoluzione del conflitto, da ricadute positive delle politiche adottate a livello europeo per incrementare le spese per la difesa, nonché da un’intensificazione del processo di adeguamento del capitale produttivo alla transizione digitale e ambientale.

I prezzi al consumo sono previsti in aumento del 3,1 per cento nella media del 2026, del 2,0 nel 2027 e dell’1,9 per cento nel 2028. Al netto delle componenti energetica e alimentare, l’inflazione rimarrebbe in prossimità del 2 per cento in tutto il triennio. È quanto emerge dalle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 elaborate dagli esperti della Banca d’Italia nell’ambito dell’esercizio coordinato dell’Eurosistema. Rispetto alle previsioni pubblicate in aprile, le stime di inflazione sono superiori di 0,5 punti percentuali nel 2026 e 0,2 nel 2027, prevalentemente per via di ipotesi di prezzi delle materie prime più elevati.

Bankitalia, Unc: previsioni allarmanti, crollano i consumi

Previsioni allarmanti. I consumi crollano, passando dal +1,1% del 2025 a un misero +0,4% del 2026, per poi scendere ulteriormente a +0,3% nel 2027“. Lo afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando le proiezioni macroeconomiche di Bankitalia. “E’ evidente che o si ridà capacità di spesa a chi fatica ad arrivare a fine mese e ha un elevata propensione marginale al consumo o il Paese continuerà a crescere dello zero virgola, visto che i consumi rappresentano circa il 60% del Pil. Per questo si deve combattere l’inflazione che riduce il potere d’acquisto delle famiglie, soprattutto dei ceti meno abbienti, e che nelle stime di Bankitalia decollerà al 3,1% nel 2026. Per farlo bisogna ridurre le imposte sulle bollette di luce e gas di famiglie e imprese, dato che, come dice giustamente Bankitalia, l’inflazione riflette principalmente l’aumento dei prezzi dell’energia. Il Governo non può continuare a lavarsene le mani”, conclude Dona.

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Tajani ricorda Silvio Berlusconi: Uomo straordinario e grande europeista

12 Giugno 2026 ore 19:11

(Agenzia Vista) Roma, 12 giugno 2026
“La scomparsa di Silvio Berlusconi per me personalmente è stata una grande perdita, un uomo con il quale ho lavorato per tanti anni. Voglio ricordare l’aspetto umano, oltre quello politico”, così il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine della Conferenza dei consoli d’Italia alla Farnesina.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Tajani su voli estivi: Nessun volo cancellato, Ita viaggerà senza problemi

12 Giugno 2026 ore 19:10

(Agenzia Vista) Roma, 12 giugno 2026
“Beh, buone notizie per gli italiani. Mi pare che sia di grande interesse quello che ha detto il presidente di ITA che quest’estate ITA Airways volerà senza problemi, quindi non verranno cancellati i voli. Questo è un messaggio fondamentale per chi viene dall’estero nel nostro Paese a trascorrere le vacanze, gli italiani che ritornano dall’estero, gli italiani che partono, gli italiani che viaggiano all’interno del territorio nazionale. È una bella notizia che si aggiunge alla bella notizia dell’incremento straordinario dell’export, quindi vuol dire che la nostra economia, nonostante tutto, va nella giusta direzione, cresce la produzione industriale. Quindi una serie di buone notizie che dimostrano che questo Paese può andare avanti, può superare le difficoltà.”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine della Conferenza dei consoli d’Italia alla Farnesina.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Meloni ‘saluta’ il cane Briciola, mascotte dei Carabinieri

12 Giugno 2026 ore 19:10

(Agenzia Vista) Roma, 11 giugno 2026
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung a Villa Doria Pamphilj. Presente anche Briciola, il cane mascotte dei Carabinieri.
Courtesy: Palazzo Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Lollobrigida su controlli agroalimentare: Meno burocrazia per onesti e tolleranza zero per criminali

12 Giugno 2026 ore 19:10

(Agenzia Vista) Roma, 12 giugno 2026
“Sono due anni che abbiamo messo in piedi questa cabina di regia, adesso è stata integrata anche dalle rappresentanze del mondo agricolo. Ma l’abbiamo fatta diventare legge perché l’efficacia di un lavoro congiunto si è dimostrata esattamente capace di rendere la vita degli imprenditori onesti più semplice, con meno controlli non mirati. E invece avere controlli mirati basati sul fattore del rischio, su degli indicatori specifici che ti permettono di colpire chi commette crimini. Questo era l’obiettivo che ci siamo posti. C’è ancora molto da fare, figuriamoci, ma molto è stato fatto e i risultati che abbiamo davanti agli occhi, che sono stati oggi rendicontati, sono dei risultati importantissimi.”, così Francesco Lollobrogida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, a margine dell Cabina di regia su controlli agroalimentari al Ministero dell’Agricoltura.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Burkina Faso, la repressione della giunta verso Ong e associazioni

12 Giugno 2026 ore 19:29

Lo scorso martedì, le autorità militari del Burkina Faso hanno sospeso altre 247 associazioni, portando a oltre 900 il numero totale di organizzazioni chiuse o sciolte dall’inizio della nuova ondata […]

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Legge elettorale, le opposizioni chiedono di introdurre il voto fuorisede. The Good Lobby: “Bene, ora serve risposta stabile e concreta per milioni di elettori”

12 Giugno 2026 ore 19:16

Introdurre in maniera definitiva il voto fuorisede alle elezioni Politiche, alle Europee e ai referendum. È quanto prevede un emendamento alla legge elettorale presentato congiuntamente da tutte le forze di opposizione. Si tratta di una delle 326 proposte emendative congiunte del centrosinistra (in totale gli emendamenti presentati sono stati oltre 770) che viene accolta positivamente dalle associazioni impegnate da anni nel riconoscimento del diritto di voto a distanza per i quasi 5 milioni di cittadini che vivono lontani dalla propria residenza per ragioni di studio, lavoro o salute. “È il segno della rilevanza che il diritto di voto fuori sede ha assunto nel dibattito pubblico e politico”, commenta Yari Russo, campaigner di The Good Lobby e rappresentante della Rete Voto FuoriSede.

Associazioni che nei mesi scorso hanno raccolto oltre 50mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a garantire pienamente il diritto di voto per chi vive lontano dal proprio Comune di residenza. “Negli ultimi mesi – spiega Russo – abbiamo intensificato le interlocuzioni con le forze parlamentari di maggioranza e opposizione, che sembrano dimostrare un consenso unanime sulla necessità di garantire il diritto di voto a distanza. Auspichiamo che ora si passi però dalle parole ai fatti, e che maggioranza e opposizione possano convergere su questo o su altri emendamenti per dare una risposta concreta e stabile a milioni di elettori fuorisede”.

Il voto fuorisede era stato sperimentato alle Europee del 2024 (ma solo per gli studenti), poi è stato replicato e ampliato anche ai lavoratori in occasione dei referendum su cittadinanza e lavoro del giugno del 2025. Ma per il referendum sulla Giustizia, governo e maggioranza hanno deciso di bloccare la sperimentazione. L’Italia – come ricordano le associazioni – è al momento l’unico Paese europeo, insieme alle più piccole isole di Malta e Cipro, a non disporre dell’importante strumento elettorale democratico del voto a distanza.

Il voto fuorisede è stata una delle principali richieste avanzate da associazioni e studenti nel corso le audizioni in commissione Affari Costituzionali alla Camera, con tanto di lezione da parte di una studentessa al deputato Fdi, Angelo Rossi, contrario al provvedimento (qui il video del botta e risposta). Nonostante questo, però, nel testo della riforma elettorale votato dalla maggioranza non c’è nessun riferimento al tema. Oggi però arriva l’emendamento delle opposizioni, ma per approvarlo saranno necessari i voti anche dei parlamentari di maggioranza.

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Nicole Minetti, il tribunale “prende atto” della grazia del Quirinale: sospesa l’esecuzione della pena di 3 anni e 11 mesi

12 Giugno 2026 ore 19:06

Il tribunale di sorveglianza di Milano ha revocato l’esecuzione della pena per Nicole Minetti, l’ex consigliera regionale della Lombardia condannata a 3 anni e 11 mesi. La pena era stata accumulata in due diversi processi, quello cosiddetto “Ruby bis” per favoreggiamento della prostituzione e quello sulle “spese allegre” al Pirellone nel quale Minetti era stata condannata per peculato. La revoca decisa dal giudice è una presa d’atto della grazia concessa a febbraio dal presidente della Repubblica. L’atto di clemenza sospende la pena (poi la estingue dopo 5 anni senza reati). Come noto, il provvedimento di grazia è stato confermato dopo che la Procura generale di Milano ha sostenuto di aver eseguito tutte le verifiche necessarie dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

La decisione del tribunale è un mero passaggio formale che chiude il caso. I giudici Marcello Bortolato (presidente) e Paola Braggion, in poche righe, prendono atto dell’atto del Quirinale. Tecnicamente hanno decretato “il non luogo a deliberare” sull’istanza di affidamento in prova con cui Minetti voleva scontare la pena, una richiesta avanzata dai legali Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi.

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Primo sciopero della cultura in Italia contro la struttura del sistema: poca conoscenza e scarsa trasparenza

12 Giugno 2026 ore 19:04

Nelle ultime due settimane, il settore culturale italiano s’è caratterizzato per una complessiva sonnolenza, forse provocata anche dalla calura estiva… A fronte di una crisi diffusa e pervasiva, sembra prevalere rassegnazione. Anzi, mestizia.

Nella giornata di venerdì 12 giugno… un sussulto: è stato proclamato dalla Cgil un inedito “sciopero della cultura”, iniziativa mai promossa in passato in Italia. Ha dichiarato Maurizio Landini, leader della Confederazione: “i lavoratori rivendicano il riconoscimento della dignità economica e professionale, negata paradossalmente proprio nel nostro Paese. E condannano i tagli alla spesa culturale, la precarietà strutturale, i salari bassi e le tutele insufficienti”. Fp Cgil e NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) Cgil chiedono “contratti di filiera giusti, la reinternalizzazione dei servizi, la stabilizzazione dei lavoratori, tutele adeguate per i lavoratori discontinui, il contrasto all’abuso del lavoro autonomo e maggiori investimenti nel settore culturale”.

È la prima volta nella storia del Paese in cui scioperano tutti insieme: personale dei musei, biblioteche, archivi, teatri, ma anche lavoratori e lavoratrici autonome dell’editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale. Si sono tenuti per l’intera giornata presidi in diverse città italiane: agli Uffizi un intero piano ha chiuso, così come hanno chiuso una decina di padiglioni della Biennale di Venezia, biblioteche e musei civici o universitari, musei statali, archivi di Stato e tante mostre private…

Non è possibile stimare l’adesione complessiva all’iniziativa, anche perché l’“universo” del “lavoro culturale” non è mai stato oggetto in Italia di adeguato studio ed approfondita analisi (non vi è nemmeno una risposta scientificamente validata su quanti siano realmente i lavoratori del sistema culturale): si tratta peraltro di realtà policentriche e multidimensionali, che oscillano tra la “stabilità” delle istituzioni museali alle infinite forme di precarietà, basti pensare agli attori teatrali.

“Nonostante le precettazioni, il comportamento di tante istituzioni che hanno scelto di non informare sullo sciopero, la parcellizzazione del lavoro, oggi stiamo scioperando a migliaia. Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Gli amministratori, dagli enti locali al Governo, devono ascoltarci. Si alzino i salari, non i biglietti”, hanno dichiarato le attiviste del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” dalle piazze…

Il deficit di conoscenza riguarda non soltanto la dimensione lavorativa, ma la struttura stessa del sistema culturale italiano, il suo assetto economico-organizzativo: eclatante, ai limiti dell’incredibile, la dinamica del settore cinematografico e audiovisivo… In gestazione a Montecitorio una nuova legge per il settore (incardinata presso la VII Commissione, presieduta da Federico Mollicone di Fratelli d’Italia), ma a metà 2026 non è ancora stata pubblicata – come ho già denunciato anche su questo blog – la relazione annuale che il Ministero della Cultura deve trasmettere al Parlamento, ovvero la “valutazione di impatto” per l’anno… 2024 (nota bene: duemilaventiquattro)!

Questa relazione doveva essere trasmessa a Camera e Senato entro settembre 2025, e a distanza di nove mesi da questo termine (previsto dalla stessa Legge n. 220 del 2016, la cosiddetta “Legge Franceschini”) è ancora misteriosamente custodita nella cassaforte della Direzione Cinema e Audiovisivo, guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni, che è anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, anomalia più unica che rara nella P.A. italiana (una combinazione di incarichi tra ruolo “amministrativo” e ruolo “politico”), denunciata il 3 giugno scorso dalla Cisl e Flp e Unsa. Conterrà forse dati pericolosi o finanche esplosivi?!

Va ricordato che nelle precedenti edizioni della “valutazione” non è mai stato segnalato il crash ovvero il collasso contabile da centinaia di milioni di euro del “tax credit”… Un esempio sintomatico del (mal) governo del sistema, ovvero – nel caso in ispecie – di una pubblica amministrazione estremamente lenta, che ritarda i processi gestionali, mettendo in ginocchio migliaia di produttori, organizzatori culturali ed artisti, ed ostacola paradossalmente la stessa “politica”, allorquando non mette a disposizione un minimo di strumentazione tecnica per comprendere come correggere la rotta, in un settore che attraversa una delle fasi più critiche della sua storia…

Si naviga a vista, si governa nasometricamente. Non che ai tempi del centro-sinistra le cose andassero granché meglio, ma certamente il centro-destra non ha promosso quella “tecnocrazia” (e “meritocrazia”) che pure era stata sventolata come vessillo del cambiamento possibile, in primis dalla Premier Giorgia Meloni durante la campagna elettorale.

Nel mentre il cinema italiano boccheggia, la produzione arranca, al Festival di Cannes veniamo ignorati… si organizzano simpatiche iniziative come la seconda edizione dell’“Italian Global Series Festival 2026”, che si terrà dal 3 all’11 luglio 2026 a Rimini e Riccione, un festival ideato e organizzato dall’Apa ovvero l’Associazione Produttori Audiovisivi, presieduta da Chiara Sbarigia, che è stata anche Presidente di Cinecittà spa fino a giugno 2025. Festival realizzato in collaborazione con Cinecittà – giustappunto – assieme a Regione Emilia-Romagna, Siae, Enel, Gruppo Fs, ecc.

Quanto costa questa kermesse?! Quali risultati reali produce?! Non è dato sapere. Trasparenza zero, ancora una volta, anche nell’utilizzazione del pubblico danaro: secondo quanto risulta il Ministero della Cultura le assegna 2 milioni di euro, con una sorta di affidamento diretto all’Apa, attraverso i misteriosi “progetti speciali” di Cinecittà. Si tratta di un evento “fortemente voluto” (si legge nei comunicati stampa) dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che casualmente ha in Emilia-Romagna il collegio elettorale che le ha assegnato il seggio senatoriale.

Questa ennesima kermesse è realmente utile per la promozione del settore?! Nessuno si è posto la domanda, e quindi nessuno può dare una risposta. Un ennesimo caso di “politica culturale” approssimativa e di allocazione delle risorse pubbliche priva di valutazioni di impatto (vedi supra…).

Lo Stato italiano non dispone ancora degli strumenti conoscitivi necessari per governare razionalmente le politiche culturali.

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“Impegnatevi nelle vostre c***o di vite”. Il discorso ai giovani del sindaco di Matera diventa virale (tra le polemiche)

di: F. Q.
12 Giugno 2026 ore 19:02

Ha invitato i ragazzi a “impegnarsi nella loro c**** do vita” per renderla più bella. Questo il breve discorso condito con parolacce che il sindaco di Matera ha rivolto ai giovani alla Festa dello Studente, salvo poi scusarsi quando le riprese sono diventate virali e sono arrivate le critiche. Il primo cittadino Antonio Nicoletti ha usato toni decisamente colloquiali per catturare l’attenzione del pubblico.

“Chi l’altro giorno mi ha ascoltato dal vivo (qualche migliaio di ragazzi che, alla fine di una bellissima Festa dello studente, stavano ancora cantando e urlando di entusiasmo) ha capito perfettamente il senso del mio messaggio: un invito al rispetto per se stessi e per gli altri, e all’impegno per rendere più belle le nostre vite e la nostra città – ha detto in un comunicato – Oggi, invece, c’è chi si scandalizza per il tono della mia voce o per alcune parole che hanno accompagnato quel messaggio. Probabilmente, se in quel momento avessi usato un tono più istituzionale, nessuno mi avrebbe sentito. Detto questo, se qualcuno si è sentito offeso da quelle parole, me ne scuso sinceramente”. Nicoletti ha voluto sottolineare: “Il senso di ciò che ho detto voglio ribadirlo, perché non valeva solo per quei ragazzi e per quella serata: vale sempre e per tutti. Coltivate il rispetto. Impegnatevi per migliorare le vostre vite e la comunità in cui vivete. E, aggiungo oggi, lasciate da parte la cattiveria, anche quando si nasconde dietro il travestimento del finto perbenismo”.

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El Niño è iniziato, estate torrida in arrivo? Ecco che cosa aspettarsi

12 Giugno 2026 ore 18:36

El Niño è ufficialmente iniziato: rischio temperature record nei prossimi mesi

Recentemente i meteorologi avevano preannunciato l’imminente giungere di El Niño. Adesso è arrivata la certezza: la manifestazione meteorologica definita da più fronti come un evento “estremo” capace di causare la crescita delle temperature a livello globale, ha formalmente preso il via. I modelli, secondo quanto riferito dalla Bbc sulla base dei dati della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) statunitense, indicano che l’anno corrente “potrebbe essere super” per ciò che concerne il caldo, così come il 2027, provocando effetti a catena sulle condizioni meteorologiche, sulle riserve alimentari e sui mercati finanziari. Numerose proiezioni indicano inoltre che tale dinamica rischia di tramutarsi in un cosiddetto “super El Niño”, posizionandosi tra le più acute mai documentate.

È arrivato El Niño 

“Le condizioni di El Niño si sono sviluppate nel corso dell’ultimo mese, come dimostrato dalle temperature superficiali del mare (Sst) superiori alla media nell’Oceano Pacifico equatoriale, dalla zona centrale a quella orientale”, hanno dichiarato nel più recente report gli studiosi della Noaa. Gli esperti hanno inoltre rilevato una variazione nella traiettoria delle correnti aeree sopra il Pacifico equatoriale, a dimostrazione del fatto che la componente atmosferica sta rispondendo al surriscaldamento idrico, e non soltanto all’incremento termico delle acque in quanto tale.

Le modalità di valutazione dell’intensità

Il vigore di El Niño viene calcolato analizzando lo scostamento al rialzo delle temperature marine superficiali rispetto alla norma in un’area cruciale del Pacifico. Un fenomeno di grande entità viene identificato da una crescita superiore a 1,5 °C sulla media; una manifestazione di eccezionale portata da un incremento oltre i 2 °C. Stando alle stime di giugno diffuse dalla Noaa, “c’è una probabilità del 63% che si verifichi un El Niño molto forte tra novembre e gennaio, che si classificherebbe tra i più grandi eventi di El Niño registrati storicamente a partire dal 1950”, ha comunicato l’ente.

I climatologi predicano cautela

La comunità scientifica esorta comunque alla moderazione nel valutare gli effetti di questo scenario: “Anche gli eventi El Niño molto forti non portano all’impatto previsto ovunque, ma eventi più intensi possono aumentare significativamente le probabilità a favore degli esitesiti attesi.”

L’avviso delle Nazioni Unite

Di recente pure le Nazioni Unite avevano diffuso un monito, chiarendo che il periodo imminente rischia di rivelarsi il più torrido della storia. “Quello che emerge chiaramente dai diversi strumenti di previsione è che l’evento sarà forte”, aveva evidenziato a Ginevra, nel corso di un incontro con i giornalisti, il direttore delle proiezioni meteorologiche della Wmo, Wilfran Moufouma Okia. “Il nostro ultimo aggiornamento segnala il ritorno di un evento El Niño – aveva detto Okia -, caratterizzato da uno spostamento verso temperature superficiali più calde nel Pacifico equatoriale. Questo avrà un impatto sulla temperatura globale, ma modificherà anche i regimi delle precipitazioni in tutto il mondo”.

Il precedente fenomeno

Il più recente El Niño, manifestatosi nel periodo 2023-2024, si è collocato tra i “cinque più forti mai registrati” e ha alimentato la fiammata climatica del 2024, che ad oggi resta insuperata sotto il profilo delle temperature del pianeta.

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“Minetti non deve scontare la pena”, i giudici prendono atto della grazia

12 Giugno 2026 ore 18:30

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha dichiarato decaduto il titolo esecutivo della pena per Nicole Minetti, a seguito della grazia concessa a febbraio dal Presidente della Repubblica all’ex consigliera lombarda condannata a un totale di 3 anni e 11 mesi per il caso Ruby bis e per la vicenda delle “spese allegre” al Pirellone. Atto di clemenza che sospende la pena (poi la estingue dopo 5 anni senza reati) e che è stato di fatto confermato anche a seguito dei recenti accertamenti delle Procura generale milanese dopo l’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano. La decisione è un mero passaggio formale che chiude il caso. 

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 Nel provvedimento della Sorveglianza (presidente Marcello Bortolato e altra giudice togata Paola Braggion), in poche righe, i giudici prendono atto dell’intervenuto provvedimento di grazia, che sospende la pena (la estingue se nei 5 anni successivi la persona non commetterà reati). E tecnicamente hanno decretato “il non luogo a deliberare” sull’istanza di affidamento in prova con cui Minetti voleva scontare la pena. Richiesta che era arrivata, però, prima che venisse concessa la grazia lo scorso 18 febbraio, dopo la domanda presentata dai legali Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi per conto dell’ex igienista dentale. Anche la sostituta pg Valeria Marino nell’udienza di oggi pomeriggio, di pochi minuti e solo formale, aveva chiesto ai giudici di prendere atto, in sostanza, della grazia concessa dal presidente della Repubblica. E così è stato con la decisione arrivata in poche ore.

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Se quasi metà del Paese non vota, forse non è antipolitica: è una domanda politica senza casa

12 Giugno 2026 ore 18:13

Il commento

Ogni elezione viene raccontata nello stesso modo. Chi ha vinto, chi ha perso, chi cresce, chi arretra, quale coalizione tiene, quale leadership si rafforza, quale si indebolisce. È il rito consueto della politica italiana, fatto di percentuali, dichiarazioni, conferenze stampa e interpretazioni immediate. Poi, quasi sempre, resta sullo sfondo il dato più importante: milioni di cittadini non votano più. I numeri sono noti, eppure ogni volta scivolano in secondo piano. Alle ultime elezioni politiche l’affluenza si è fermata sotto il 64 per cento, minimo storico della Repubblica. Alle europee è scesa per la prima volta sotto la soglia psicologica del 50 per cento. In molte regionali, ormai, vota meno di un avente diritto su due. Nel 1976 si recava alle urne oltre il 93 per cento degli italiani: quasi trenta punti perduti nell’arco di due generazioni, senza che nessuno abbia mai davvero pagato un prezzo politico per questo.

Non per distrazione. Non sempre per rabbia. Non necessariamente per qualunquismo. Molto spesso perché non si trova più un luogo politico nel quale riconoscersi. Anche quando la partecipazione viene descritta come sufficiente o perfino incoraggiante, la realtà rimane lì, evidente: una parte enorme del Paese osserva la politica da fuori. Lavora, produce, studia, amministra, fa impresa, insegna, innova, cura associazioni, partecipa al volontariato, costruisce comunità locali. Ma quando arriva il momento del voto, non sente più che quell’offerta politica parli davvero la sua lingua. Questa è la questione centrale.

Non siamo davanti soltanto a una crisi di fiducia nei partiti. Siamo davanti a una crisi di rappresentanza di interi mondi sociali, culturali e produttivi. Mondi che non sono estremisti, non vivono di rancore permanente, non chiedono scorciatoie populiste. Chiedono serietà, competenza, libertà, responsabilità, modernizzazione dello Stato, buona amministrazione, autonomia dei territori, Europa pragmatica, crescita economica e coesione sociale. C’è un’Italia che non si riconosce più nella politica urlata, ma nemmeno in quella immobile. Non ama la propaganda, ma non sopporta l’inerzia. Non crede all’uomo solo al comando, ma non accetta che l’unica alternativa sia una somma di debolezze. Non chiede rivoluzioni, chiede riforme. Non chiede privilegi, chiede responsabilità.

Questa Italia esiste. Solo che è dispersa. È nelle esperienze civiche che amministrano i comuni senza ideologia. È nei territori che chiedono più potere decisionale perché conoscono meglio i propri problemi. È nelle università, nei giovani che non vogliono vivere di sussidi ma di opportunità. È nelle imprese che competono sui mercati globali. È nei professionisti che ogni giorno misurano l’inefficienza della burocrazia. È negli amministratori locali che sanno quanto sia lontana, spesso, la decisione pubblica dalla vita reale delle comunità. Per troppo tempo questa domanda è stata letta con categorie vecchie. La si è chiamata centro, moderazione, civismo, terza via. Tutte parole in parte vere, ma insufficienti. Forse serve una definizione più ambiziosa: una nuova comunità politica liberale, federalista e riformista.

Liberale, perché senza libertà economica, merito, concorrenza, impresa e responsabilità individuale non esiste crescita duratura. Federalista, perché un Paese complesso non può essere governato solo dal centro, con decisioni uniformi, lente e spesso lontane dai territori. Il federalismo, nel suo significato più serio, non è egoismo locale. È distribuzione della responsabilità. È l’idea che chi decide debba rispondere più direttamente delle proprie scelte. È il contrario dello scaricabarile istituzionale. Riformista, infine, nel senso più pulito della parola: non come appartenenza a una parte politica, ma come metodo. Riformista è chi non si accontenta di denunciare i problemi, ma prova a correggerli. È chi preferisce cambiare una procedura piuttosto che fare un comizio contro la burocrazia. È chi sa che scuola, giustizia, sanità, infrastrutture, fisco, pubblica amministrazione e sicurezza non si migliorano con gli slogan, ma con decisioni serie, misurabili, verificabili.

Questa cultura politica non nasce contro qualcuno. Nasce per rappresentare qualcosa. Nasce per dare forma a energie che già esistono ma non si incontrano abbastanza: esperienze territoriali, mondi civici, cultura liberale, giovani universitari, amministratori, professionisti, associazioni, imprese, competenze tecniche, sensibilità europeiste, autonomie responsabili. Non serve una fusione forzata. Serve un luogo politico. Un luogo nel quale identità diverse possano collaborare senza annullarsi. Un luogo nel quale chi porta radicamento territoriale possa incontrare chi porta cultura economica, chi viene dall’amministrazione locale possa dialogare con chi viene dall’università, chi conosce la provincia produttiva possa confrontarsi con chi guarda all’Europa, alla tecnologia, alla finanza, all’innovazione. La politica italiana ha spesso cercato contenitori. Oggi avrebbe bisogno di un’infrastruttura politica.

Un’infrastruttura non è una sigla fragile costruita per una stagione elettorale. È qualcosa che collega, organizza, rende possibile il movimento. Le strade non decidono dove devono andare le persone, ma permettono alle persone di incontrarsi. Le ferrovie non impongono una destinazione, ma costruiscono connessioni. Una vera infrastruttura politica dovrebbe fare questo: collegare mondi compatibili, oggi separati, e trasformare una somma di energie disperse in una proposta di governo.

La sfida, però, non può restare culturale. A un certo punto deve diventare elettorale. Perché la rappresentanza, in democrazia, non vive soltanto nei convegni, nei manifesti, nei centri studi o nelle buone intenzioni. Vive nelle schede, nei consigli comunali, nelle regioni, in Parlamento. Vive nella capacità di presentare candidati credibili, programmi seri, classi dirigenti preparate. Vive nella forza di portare dentro le istituzioni ciò che oggi resta fuori. Le prossime competizioni amministrative, regionali e politiche saranno un banco di prova. Nei grandi comuni, soprattutto, si vede già una domanda crescente di candidature civiche, competenti, meno dipendenti dalle imposizioni nazionali e più legate alla vita concreta delle città. È un segnale da non sottovalutare. Le città sono spesso il luogo dove le trasformazioni arrivano prima: casa, lavoro, sicurezza, mobilità, immigrazione, innovazione, università, povertà nuove, grandi investimenti, rigenerazione urbana.

Chi saprà parlare a queste domande con serietà potrà intercettare una parte importante di quella maggioranza silenziosa che oggi non vota o vota senza convinzione. Non basterà dire «siamo nuovi». La politica italiana è piena di novità invecchiate in pochi mesi. Bisognerà dimostrare di essere utili. Utili a semplificare lo Stato. Utili a difendere chi produce. Utili a costruire opportunità per i giovani. Utili a dare più responsabilità ai territori. Utili a rendere il fisco più comprensibile e meno punitivo. Utili a rafforzare scuola, università e formazione tecnica. Utili a portare investimenti nelle infrastrutture, nella difesa, nello spazio, nell’energia, nella transizione industriale, nella sicurezza digitale.

Una cultura liberale, federalista e riformista deve avere il coraggio di dire che la crescita non è una colpa, che l’impresa non è un sospetto, che il merito non è una parola di destra o di sinistra, che l’autonomia non è separazione, che l’Europa non è una religione ma uno spazio politico ed economico nel quale l’Italia deve contare di più. Deve anche dire che la solidarietà non può essere separata dalla responsabilità. Che il welfare non può diventare assistenzialismo passivo. Che lo Stato deve aiutare chi resta indietro, ma deve anche liberare chi può correre. Che un Paese moderno non umilia le proprie energie migliori, ma le mette al servizio di un disegno collettivo.

La vera alternativa, oggi, non è tra destra e sinistra nel modo in cui le abbiamo conosciute per decenni. La vera alternativa è tra una politica che continua a vivere di appartenenze consumate e una politica che prova a ricostruire rappresentanza dove oggi c’è vuoto. Quel vuoto non resterà vuoto per sempre. Può essere riempito dalla rassegnazione. Può essere occupato dal populismo. Può diventare astensione permanente. Oppure può trasformarsi in una nuova proposta politica, seria, plurale, organizzata. Il punto è tutto qui.

Esiste già una parte del Paese che condivide valori, linguaggi e preoccupazioni simili, ma si comporta come se fosse sola. Esistono amministratori, giovani, professionisti, mondi civici, esperienze territoriali, culture liberali e riformiste che potrebbero riconoscersi in una stessa prospettiva, ma non hanno ancora costruito il luogo nel quale incontrarsi. Allora la domanda finale non è retorica. È politica. Se quasi metà del Paese non vota più, si può continuare a considerarla soltanto astensione? O bisogna finalmente chiedersi se lì dentro non ci sia una domanda enorme di rappresentanza? Si può riconoscere, guardando la realtà negli occhi, che esiste una comunità dispersa, ma non minoritaria, che aspetta solo di trasformare il disincanto in partecipazione? Si può costruire il luogo nel quale liberalismo, federalismo, civismo e riformismo diventino non un esercizio intellettuale, ma una forza organizzata, capace di misurarsi nelle città, nelle regioni e nel Paese? Perché forse il tempo delle analisi è quasi finito. E quello degli incontri dovrebbe cominciare adesso.

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La Cassazione: “Siano a carico del Ssn le rette delle Rsa per Alzheimer avanzato, stato vegetativo permanente o patologie neurologiche degenerative gravi”

12 Giugno 2026 ore 18:55

“Tra il 27 e il 28 maggio 2026, la Corte di Cassazione ha depositato cinque ordinanze su casi distinti, tutte convergenti su un punto: chi ricovera in Rsa un familiare affetto da Alzheimer avanzato, da stato vegetativo permanente o da patologie neurologiche degenerative gravi ha diritto a che il Servizio Sanitario Nazionale copra l’intera retta”. A spiegarlo è una nota dell’associazione veronese di promozione sociale Noctua che sottolinea come la quota di compartecipazione che strutture e ASL hanno per anni richiesto alle famiglie non è dovuta.

La questione riguarda la cosiddetta lungoassistenza: la fase in cui il paziente non migliora né peggiora rapidamente, resta nella struttura per mesi o anni e le spese di ricovero continuano ad accumularsi. Le ASL chiamate in causa sostenevano che in questa fase trovasse applicazione automatica la ripartizione forfettaria dei costi al 50% prevista dalla tabella allegata al DPCM 29 novembre 2001, con metà della spesa di ricovero a carico di utente e/o del Comune. “La Cassazione ha chiarito che questa logica non regge quando le prestazioni erogate hanno ‘particolare rilevanza terapeutica’ e la componente sanitaria risulta inscindibile da quella assistenziale. In questi casi si applica l’articolo 3, comma 3, del DPCM 14 febbraio 2001: copertura totale a carico del fondo sanitario, ‘anche nelle fasi estensive e di lungoassistenza’ – spiega l’associazione veneta -. Il caso di riferimento è quello deciso con l’ordinanza n. 16601/2026 (R.G. 25695/2022, dep. 27 maggio 2026). La paziente, una donna veronese in stato vegetativo permanente da encefalopatia post-anossica, tetraplegica, tracheostomizzata, alimentata con sonda gastrostomica, è rimasta ricoverata in una struttura della provincia di Verona per quasi nove anni, dall’ottobre 2008 al marzo 2017. Le rette contestate ammontano a 169.408,85 euro (125.657,62 per il periodo ottobre 2008 – gennaio 2015 e 43.751,23 per il periodo febbraio 2015 – marzo 2017). Il Tribunale di Verona ha condannato la struttura a restituire 129.657,62 euro. La Corte d’Appello di Venezia ha confermato con sentenza n. 1818 del 3 agosto 2022. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell’ULSS n. 9 Scaligera”.

Poi c’è un’ordinanza relativa a una paziente con Alzheimer ricoverata in Emilia-Romagna, invalida al cento per cento, che “ha aggiunto un principio di rilievo: l’assenza di un piano terapeutico personalizzato formalmente redatto non esclude il diritto alla gratuità totale. La Cassazione ha riconosciuto che la gravità clinica dell’Alzheimer avanzato è documentata e nota; non occorre che ogni famiglia dimostri caso per caso l’intensità dell’assistenza ricevuta”. In primo grado la Cooperativa Proges era stata condannata a restituire 53.742,41 euro, la Cassazione ha ora confermato quella impostazione. Le altre tre ordinanze seguono lo stesso orientamento. “Sul piano pratico, le conseguenze sono due. I contratti di ricovero che pongono a carico dei familiari quote relative a prestazioni integralmente finanziate dal SSN sono nulli per violazione di norme imperative: non c’è causa giustificatrice, perché non si può assumere in via privata un’obbligazione che la legge assegna a un ente pubblico. Chi ha già pagato può chiedere la restituzione delle somme versate all’ASL territorialmente competente, agendo per indebito oggettivo ai sensi dell’articolo 2033 del codice civile. I termini di prescrizione ordinari decorrono da ogni singolo pagamento”, spiega ancora Noctua.

“La norma che impone la copertura totale da parte del SSN esiste dal 2001. Per vent’anni, ASL e strutture hanno applicato sistematicamente la ripartizione al 50% anche nei casi in cui era evidente che le prestazioni erogate fossero di natura sanitaria intensiva. Il caso veronese ha attraversato tre gradi di giudizio: in tutti e tre la famiglia ha ottenuto ragione. Ora la Cassazione ha chiarito il principio in modo netto, con cinque pronunce in quarantotto ore. Le famiglie che si trovano in questa situazione hanno argomenti solidi per agire”, commenta l’avvocato Maria Luisa Tezza dell’Ufficio Legale di Noctua APS. “Siamo soddisfatti che la Suprema Corte abbia confermato con chiarezza un principio che tutela le famiglie in una delle situazioni più difficili: quella di chi ha un congiunto gravemente malato e si trova a dover sostenere costi che la legge assegna al servizio pubblico”, aggiunge il presidente dell’associazione, Letizia Lanzi.

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Leone d’Oro a Emma Dante tra Beatrice Venezi e spillette ProPal: alla Biennale Teatro è arrivato un po’ di pepe

12 Giugno 2026 ore 18:45

No, il generale Roberto Vannacci ancora non si è presentato alla Biennale di Venezia, nonostante il suo plauso per la riapertura del padiglione russo, ma potrebbe persino sbarcare presto in Arsenale, chissà. Intanto, ha fatto capolino alla cerimonia ufficiale dei Leoni d’Oro alla Biennale Teatro, nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian – assenti in blocco le autorità politiche e ministeriali – un’elegantissima Beatrice Venezi.

Sì, la direttrice d’orchestra che ora ha intentato causa al Teatro La Fenice e dichiarato chiaro e tondo: ‘Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via’. E’ anche salita sulla magnifica terrazza sopra il palazzo e si è seduta proprio al primo tavolo riservato agli ospiti d’onore, per il notevole buffet che segue ogni premiazione: sorridente e ammiratissima, non si è quasi mai mossa dal posto accanto al Presidente Pietrangelo Buttafuoco.

In quanto a smarcarsi dai suoi ex Fratelli d’Italia ormai va via sereno, il giornalista-scrittore d’origine siciliana: ha entusiasticamente partecipato a una premiazione caratterizzata dalla presenza per il Leone d’Oro alla carriera della sua conterranea Emma Dante, alla quale si è rivolto con un amichevole tu. L’illustre regista, peraltro alquanto profilata politicamente sul fronte progressista, è un’orgogliosa donna femminista dichiarata (come ha sottolineato con una battuta anti-patriarcale alla fine del suo discorso), per così dire un po’ agli antipodi della direttrice-vamp che le dava le spalle dal primo tavolo del buffet. Chissà, se non la stessa Dante magari qualcuno della sua pugnace Sud Costa Occidentale avrà pure messo all’occhiello qualche settimana fa la spilletta con la chiave di violino che gli orchestrali della Fenice hanno coniato per la lotta contro la nomina della Venezi.

A proposito di simboli esibiti e di compagnie, tutta la comitiva che ha accompagnato davvero festosamente il Leone d’Argento Mario Banushi aveva appuntata sui vestiti la piccola chiave della Nakba palestinese. Ancora, il regista greco d’origine albanese, il più giovane premiato in assoluto nella storia della rassegna, ha voluto ringraziare con una toccante dedica i genitori, raccontando le dure traversie della loro migrazione. Ha accennato pure alla sua stessa condizione d’emarginazione sociale da piccolo, con i professori che lo vedevano già destinato tutt’al più ‘a fare le pulizie’ da grande e i crudeli compagni greci che lo buttavano nel bidone della spazzatura. E ha concluso ringraziando la mamma, presente in prima fila: ‘per tutti gli stracci che hai dovuto passare per terra, oggi puoi prendere in pugno un Leone’.

Gli schiaffi alla destra al potere non stati magari plateali, ma tra spillette ProPal e questa celebrazione del riscatto del migrante, considerando pure il doppio scacco al femminile, è arrivato un po’ di pepe sulla seconda Biennale Teatro affidata all’attore americano Willem Dafoe. Almeno negli intenti questa rassegna si proponeva di trovare soprattutto sul piano internazionale espressioni artistiche ‘allo stato puro’, con un titolo come ‘Alter Native’ – o ‘ALTER NATIVE’ in maiuscolo, o ancora in altre due-tre versioni variamente esibite, segnale già anche solo questo di una linea editoriale forse non così nitida.

Si vede che Dafoe si ritrova nell’evocazione di una certa contro-cultura degli anni Settanta del vecchio Novecento, in cui peraltro s’è formato a New York, come ha voluto far vedere alla sua prima Biennale. A questa sensibilità ha reso omaggio anche la stessa Dante, raccontando l’emozione di essersi trovata, a sorpresa, l’attore già piuttosto celebre in platea come spettatore, vent’anni fa ormai, a Roma, per un suo cult intitolato Il festino.

In questa chiave ‘alter-native’ si spiega, per esempio, la produzione di Promemoria di Davide Iodice, lavoro con gli adorabili anziani veneziani nella casa di riposo San Giobbe. Ma un’alternativa si vedrà se maturerà soprattutto dopo, per le prossime edizioni. Il nuovo Presidente ha ridotto a due anni il mandato dei direttori: ora scadono insieme Dafoe al Teatro, Sir Wayne McGregor alla sua sesta rassegna della Danza e la giovane techno-berlinese d’adozione Caterina Barbieri alla Musica.

Vedremo che cosa succederà, anche perché si tratta di nomine che vengono proposte da Buttafuoco, per ora saldo al comando nonostante la quasi rottura con Giorgia Meloni e le ispezioni ministeriali del suo amico-allievo Alessandro Giuli. E’ il Ministro che poi deve sottoscrivere le indicazioni dei nuovi direttori, e magari approvarle con il timbro ‘eccellente’, come ha fatto nel caso della Venezi alla Fenice, salvo repentinamente trovare ‘giusta e insindacabile’ la scelta di licenziarla. Forse l’ospite più notevole della cerimonia e del buffet per i Leoni non era lì per caso.

© Andrea Avezzù per Biennale

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Israele se ne frega dell’accordo tra Usa e Iran: “Non ci ritiriamo dai territori occupati in Libano”

12 Giugno 2026 ore 18:41

Lo stop alla guerra in tutti i Paesi coinvolti non piace a Israele. Nonostante le bozze d’accordo tra Washington e Teheran prevedano l’interruzione delle ostilità anche in Libano, dove invece lo Stato ebraico sta portando avanti una campagna di occupazione militare del Sud, ben oltre i confini stabiliti dalle Nazioni Unite, da Tel Aviv fanno sapere che non c’è alcuna intenzione da parte del governo Netanyahu di interrompere le operazioni militari nel Paese dei Cedri. “Il nostro concetto di sicurezza è chiaro e preciso – ha dichiarato il ministro della difesa, Israel Katz – Stiamo combattendo contro minacce vicine e lontane e puntiamo a soluzioni definitive, non a compromessi o concessioni. Siamo determinati a continuare a perseguire una politica di sicurezza ferma che preservi i risultati raggiunti e non comprometta la nostra capacità di combattere l’asse del male sciita guidato dall’Iran e l’asse del male sunnita guidato dai Fratelli Musulmani”.

La domanda che sorge immediata è cosa può succedere nel caso in cui Israele continui gli attacchi nel Paese, dato che Hezbollah ha invece benedetto lo stop alle ostilità previsto dall’intesa. Se il Partito di Dio, attaccato da Tel Aviv, dovesse rispondere non è chiaro quali altre potenze entrerebbero in gioco. Gli Stati Uniti sembrano volersi sfilare dal pantano mediorientale, mentre l’Iran nei giorni scorsi ha ribadito di essere pronto a difendere il partito armato sciita, suo alleato nell’area, in caso di attacchi da parte di Israele. E questo esporrebbe lo Stato ebraico a uno scontro con Teheran senza il supporto dell’alleato americano.

Ma per Katz non sembrano esserci margini di discussione: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza – ha aggiunto – L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. E critica la decisione di Donald Trump di scendere a patti con gli ayatollah: “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali – ha concluso in riferimento al fatto che nella bozza non viene citato lo smantellamento del programma missilistico iraniano e il disarmo delle milizie filo-Iran in Siria, Iraq e Libano – Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”.

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Space X sold out allo sbarco in Borsa, ma Elon Musk tiene stretto il controllo. Risparmiatori italiani tagliati fuori

12 Giugno 2026 ore 18:30

Lo sbarco al Nasdaq di SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, non è andata a genio ai risparmiatori italiani. La più grande offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia è stata autorizzata in Europa da un prospetto approvato il 5 giugno dall’autorità finanziaria tedesca Bafin. Il prospetto ha limitato l’offerta al pubblico retail nel Vecchio Continente ai cittadini di soli sette Paesi: Germania, Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna e Svezia. Gli investitori al dettaglio in questi Stati hanno potuto sottoscrivere le azioni direttamente. In Italia è stato possibile aderire sono tramite banche. L’Italia invece è stata esclusa da questa lista di accesso diretto, tagliando fuori milioni di risparmiatori italiani dalle fasi di collocamento iniziale. SpaceX non è più solo una società di lanci: oggi è l’azienda leader della Space Economy. La società poggia su tre pilastri strategici: Space (servizi di lancio con i razzi Falcon e il futuro Starship), Connectivity (la rete Starlink che ha oltre 10 milioni di abbonati) e AI (che include xAI, il modello Grok e la piattaforma X). Sebbene i ricavi nel 2025 siano stati di 18,7 miliardi di dollari, la società ha chiuso l’anno con una perdita netta di 4,9 miliardi, principalmente a causa degli enormi investimenti in ricerca e sviluppo per Starship e l’infrastruttura Ia.

Nonostante il collocamento dei titoli quotati al listino hi-tech newyorkese Nasdaq, Elon Musk mantiene un controllo ferreo. Grazie a una struttura azionaria a doppia classe, dove le azioni di classe B garantiscono 10 voti ciascuna, il miliardario sudafricano-americano vicino a Donald Trump detiene circa l’83,6% del potere di voto post-Ipo. I diritti decisionali dei soci di minoranza in sostanza non esistono: l’operazione ha aumentato solo il patrimonio del tycoon. Il successo dell’operazione è nelle cifre. SpaceX ha collocato 555,6 milioni di azioni a un prezzo di 135 dollari l’una, raccogliendo circa 75 miliardi di dollari (che potrebbero salire a 86 miliardi con l’opzione greenshoe). La domanda complessiva è stata di oltre quattro volte superiore all’offerta. Particolarmente eclatante il dato del retail: i piccoli investitori hanno inserito ordini per oltre 100 miliardi di dollari, cifre che hanno costretto le banche a drastici riparti rispetto al totale dei titoli disponibili.

Al prezzo di sbarco, SpaceX vanta una capitalizzazione di mercato di circa 1.700 miliardi di dollari, diventando una delle aziende più preziose del pianeta e superando giganti come Meta, la stessa Tesla e avvicinandosi al valore di Ipo del 2019 di SaudiAramco, che però sconta sei anni e mezzo di inflazione. Questo balzo proietta Musk verso il primato come primo proprietario di un patrimonio da mille miliardi di dollari (trilionario) della storia. La sua fortuna, considerato il 40% posseduto in SpaceX e la partecipazione in Tesla (superiore al 10%), è stimato in tempo reale tra i 982 e i 1.000 miliardi di dollari. Le norme europee sui collocamenti azionari sono molto più severe rispetto a quelle statunitensi e l’altissima domanda globale ha saturato rapidamente le azioni disponibili. Chi voleva speculare sul rialzo del primo giorno di quotazione, comprando il titolo direttamente, è rimasto tagliato fuori. Peccato per gli italiani che volevano saltare sul carro dell’amico di Trump. Nonostante i buoni rapporti tra Palazzo Chigi, l’affare non è andato in porto.

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Tenerife, problema tecnico per il volo di rientro del Papa a Roma: Leone XIV torna con l’aereo di re Felipe VI

12 Giugno 2026 ore 18:13

Si conclude con un imprevisto la visita di Papa Leone XIV alle Canarie. L’aereo papale, diretto a Fiumicino, doveva decollare alle 17 dall’aeroporto di Tenerife-Nord, al termine del viaggio apostolico del pontefice in Spagna tra il 6 e il 12 giugno. Un problema tecnico, però, ha costretto il volo Iberia ad annullare la partenza. L’annuncio del comandante è arrivato proprio mentre il velivolo stava per iniziare la fase di decollo, con grande sorpresa da parte degli oltre 80 giornalisti e operatori video a bordo: “Sono spiacente di informarvi che il guasto richiede tempo – ha detto il pilota – e per questo motivo ci stiamo organizzando per sbarcare i passeggeri”. A quel punto è stato il re Felipe VI di Spagna in persona, congedatosi poco prima, a risalire sull’aereo e scortare il pontefice nella sala vip del terminal. Poco dopo lo hanno seguito il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e altri membri del seguito papale. Il guasto è tale da non poter essere riparato immediatamente e per questo il Papa è ripartito verso l’Italia con l’aereo del re di Spagna. Il personale della Santa Sede e i giornalisti faranno invece ritorno nelle prossime ore con un altro velivolo messo a disposizione da Iberia.

Leone XIV doveva arrivare nella tarda serata a Roma dopo la prima visita in un paese europeo da quando si è insediato. La tappa finale sono state proprio le Canarie, dove ora si trova bloccato: sulle isole spagnole ha tenuto un discorso sul dramma migratorio, visitando anche i centri di accoglienza oltre che organizzazioni umanitarie impegnate nell’accompagnamento e l’integrazione.

L’agenda del viaggio è stata intensa, dal ricevimento dei monarchi Felipe VI e Letizia nella capitale, alla messa del Corpus Christi in Plaza Cibeles, con oltre 1 milione e 200mila persone. Prevost ha anche tenuto una veglia con 600mila giovani e ha tenuto uno storico discorso, il primo per un Papa, nel parlamento spagnolo. A Barcellona poi ha visitato il Monastero di Montserrat, richiamando il valore della cultura e della spiritualità, presiedendo la cerimonia solenne nella Sagrada Familia per l’inaugurazione e la benedizione della Torre di Gesù, la più alta della Chiesa nel mondo, nel centenario della morte del suo architetto, Antoni Gaudì.

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Intesa Sanpaolo avvia i Piani di Incentivazione a Lungo Termine 2026-2029

12 Giugno 2026 ore 18:06

Intesa Sanpaolo: al via ai Piani di Incentivazione a Lungo Termine 2026-2029, oltre 52 mila dipendenti aderiscono al LECOIP

Il Consiglio di Amministrazione di Intesa Sanpaolo, riunitosi oggi, ha deliberato l’avvio dei Piani di Incentivazione a Lungo Termine 2026-2029, basati su strumenti finanziari e approvati dall’Assemblea degli azionisti del 30 aprile 2026. I piani riguardano due principali strumenti: il Performance Share Plan 2026-2029, destinato al management, inclusi il Consigliere Delegato e CEO, i restanti Risk Taker Apicali e gli altri Risk Taker di Gruppo del perimetro italiano ed estero; e il LECOIP 2026-2029, rivolto alla restante popolazione di dipendenti, inclusi i Professional del perimetro italiano del Gruppo.

In esecuzione della delibera, Intesa Sanpaolo procederà il 30 giugno 2026, con riferimento al LECOIP, agli aumenti di capitale posti al servizio del Piano, con l’emissione delle relative azioni. Per quanto riguarda il Performance Share Plan, saranno invece assegnati a ciascun manager i Diritti PSP, ciascuno dei quali attribuisce il diritto a maturare, al termine del Piano, un’azione Intesa Sanpaolo, subordinatamente al verificarsi delle condizioni previste dal regolamento e nel rispetto dei limiti stabiliti dall’Assemblea.

Per l’attuazione del LECOIP, il Consiglio ha deliberato di esercitare la delega conferita dall’Assemblea per gli aumenti di capitale a favore dei dipendenti del Gruppo. In particolare, è previsto un aumento di capitale a titolo gratuito, con emissione di massime 76 milioni di azioni ordinarie Intesa Sanpaolo, destinate all’attribuzione delle cosiddette Free Share e Matching Share. È inoltre previsto un aumento di capitale a pagamento, con esclusione del diritto d’opzione a favore dei dipendenti Professional, per un importo massimo complessivo, incluso il sovrapprezzo, di 720 milioni di euro. L’operazione comporterà l’emissione di massime 170 milioni di azioni ordinarie Intesa Sanpaolo, le cosiddette Azioni Scontate, con l’applicazione di uno sconto massimo del 18% sul prezzo di mercato del titolo, calcolato come media dei prezzi osservati nei 30 giorni precedenti alla data di emissione.

Al LECOIP hanno aderito complessivamente 52.863 dipendenti del Gruppo, pari all’83,7% degli aventi diritto. Il controvalore corrispondente alle Free Share e alle Matching Share è pari a circa 167 milioni di euro. Il numero finale di Free Share, Matching Share e Azioni Scontate sarà determinato sulla base della media dei prezzi dell’azione ordinaria Intesa Sanpaolo rilevati nei 30 giorni precedenti il 30 giugno 2026, data di emissione. Per le Azioni Scontate sarà inoltre applicato lo sconto definito nel rispetto del limite massimo previsto.

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Tenerife, problema tecnico all’aereo del Papa. Leone XIV tornerà a Roma con il velivolo del re di Spagna

12 Giugno 2026 ore 18:05

Problema tecnico all’aereo del Papa. Il ritorno a casa con il mezzo del re di Spagna

Papa Leone XIV farà rientro a Roma con l’aereo del Re di Spagna, offerto gentilmente da Sua Maestà. Lo fa sapere la sala stampa della Santa Sede sottolineando che l’aereo decollerà attorno alle ore 18:00 (ora locale) e sarà a Roma per le 23:00 (ora di Roma) circa. Il personale della Santa Sede e i giornalisti del Volo Papale faranno ritorno nelle prossime ore con un altro aereo messo a disposizione da Iberia.

Guasto all’aereo papale prima del decollo, Leone XIV lascia il velivolo: re Felipe VI di Spagna lo accompagna nella sala vip

Imprevisto per Leone XIV poco prima del rientro a Roma. L’aereo papale, pronto al decollo dalla base aerea di Tenerife, alle Isole Canarie, è stato costretto a interrompere le procedure di partenza a causa di un problema tecnico rilevato poco prima della partenza. A informare i presenti è stato il comandante del volo, che ha annunciato l’inconveniente mentre il velivolo si preparava a lasciare la pista. Il Pontefice ha quindi dovuto interrompere l’imbarco e lasciare l’aereo in attesa che il guasto venisse verificato e risolto.

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A colpire è stato anche il gesto di re Felipe VI di Spagna. Il sovrano, che aveva appena salutato il Papa sulla pista, è risalito a bordo del velivolo dopo essere stato informato della situazione. Pochi minuti più tardi, insieme a Leone XIV, è sceso dall’aereo e lo ha accompagnato nella sala vip della base aerea di Tenerife, dove il Pontefice ha atteso gli sviluppi. La scena è stata raccontata dai giornalisti presenti al seguito del viaggio apostolico e confermata dalle agenzie internazionali. Al momento non sono stati diffusi dettagli sulla natura del problema tecnico né sui tempi necessari per la ripartenza del volo diretto a Roma.

L’inconveniente si è verificato al termine della visita di Leone XIV nelle Isole Canarie, dove il Pontefice aveva partecipato agli appuntamenti previsti dal suo programma pastorale. La sicurezza del volo ha imposto lo stop alle operazioni di decollo e il rientro temporaneo del Papa al terminal dell’aeroporto.

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Ore 14 pomeridiano e prime time resta su Rai2: dopo Milo Infante, chi sarà il nuovo conduttore? Il nome in pole

12 Giugno 2026 ore 18:04

D’ora in poi affezioniamoci ma con distacco, direbbe qualcuno, dopo la decisione di Milo Infante di passare a Mediaset. Sempre quel qualcuno dice che la “star” della cronaca in tv, da quelle parti, resterà sempre e comunque Gianluigi Nuzzi e come dargli torto con i numeri che fa, sia a Quarto grado che a Dentro la notizia, entrambi programmi confermati con la sua conduzione.

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Ma mentre Infante si avvia verso Mediaset, con tutto un futuro da scrivere, in Rai si sta decidendo in queste ore il futuro di Ore 14.

Sul tavolo c’era la possibilità di togliere il programma dal pomeriggio di Rai2 e mettere un format stile Detto fatto, magari affidandolo ad Andrea Delogu. Ma il ragionamento è stato: non è che dobbiamo per forza chiudere bottega se un conduttore se ne va.

Ore 14 quindi resterà, sia nella versione quotidiana che -soprattutto- in quella serale. Si stanno individuando le figure adatte per la conduzione. Massimo Giletti è già ampiamente impegnato ne Lo stato delle cose, programma che ha faticato ad ingranare la marcia giusta e che ora sarebbe un delitto chiudere, infatti tornerà in autunno nel prime time del lunedì di Rai3.

Una figura adattissima a condurre Ore 14 e che è in Rai è sicuramente Salvo Sottile, attualmente impegnato con Far West e che potrebbe essere la soluzione ideale, avendo lui già condotto programmi di cronaca, come per esempio proprio Quarto grado nelle sue prime 4 edizioni. Sottile dunque al momento è in pole position per condurre Ore 14, sia la versione pomeridiana, che quella in prime time su Rai2 e certamente potrà fare bene. Si attende solo la conferma alla presentazione dei palinsesti ad Ancona il 3 luglio.

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Toyota avverte Bruxelles: il “made in EU” non può escludere gli alleati storici

12 Giugno 2026 ore 18:02

L’Industrial Accelerator Act finisce nel mirino di Toyota: il colosso giapponese è insoddisfatto dall’attuale impostazione dei requisiti della strategia per salvaguardare l’automotive “Made in EU” messa a punto da Bruxelles. Al congresso della testata specializzata Automotive News Europe, Yoshihiro Nakata, numero uno della filiale europea di Toyota, pur sostenendo gli obiettivi di fondo del nuovo regolamento, ha lanciato un monito chiaro: l’industria europea non può fare a meno dell’apporto dei suoi storici alleati globali.

Secondo l’analisi dettagliata presentata da Toyota, l’attuale formulazione dell’Industrial Accelerator Act rischia infatti di essere troppo restrittiva ed escludente. Nakata ha sottolineato come la forza, la solidità e la competitività del Vecchio Continente siano storicamente rafforzate dal contributo fondamentale di partner internazionali chiave come il Giappone, il Regno Unito e la Turchia.

L’esclusione di questi Paesi dai nuovi criteri di ammissibilità potrebbe innescare un effetto domino pericoloso, compromettendo gli investimenti futuri sul territorio, i livelli occupazionali e il trasferimento tecnologico tra regioni. In un mercato globale caratterizzato da una concorrenza spietata, i ritardi burocratici e i criteri troppo rigidi rischiano di indebolire la posizione dell’Unione Europea, proprio mentre le regioni concorrenti (Cina in primis) continuano a progredire.

“Riteniamo che alcuni partner strategici, come ad esempio Regno Unito, Giappone e Turchia, debbano essere riconosciuti allo stesso modo nel Made in EU”, ha affermato perentorio il manager giapponese: “La resilienza dell’Europa si fonda non solo sulla produzione locale, ma anche sulla collaborazione con i partner per creare economie di scala regionali e un successo condiviso. Lavorando insieme, siamo tutti più forti”.

Il discorso di Yoshihiro Nakata ha toccato anche il delicato tema del pacchetto Automotive e dei regolamenti comunitari per il taglio delle emissioni di gas serra. Toyota ha ribadito la propria visione storica, invocando un approccio alla decarbonizzazione che sia tecnologicamente neutrale. Si tratta di una strategia, secondo la Casa automobilistica, necessaria per rispecchiare la reale domanda dei clienti e, al tempo stesso, tutelare l’ambiente senza forzature ideologiche. La transizione energetica dovrebbe, secondo Toyota, godere di una flessibilità tale da potersi adattare all’incertezza del mercato e alle fluttuazioni della domanda dei consumatori.

Per la multinazionale nipponica la partita non si gioca solo sulla diffusione di veicoli elettrici a batteria o di veicoli a celle di combustibile a idrogeno ma anche sul contributo ambientale che potrebbero dare le vetture ibride plug-in. Dall’altro, è essenziale puntare con decisione sui carburanti rinnovabili. Questi ultimi, per Nakata, rappresentano un fattore chiave per la decarbonizzazione, perché sono in grado di ridurre significativamente le emissioni di carbonio, contribuendo al know-how tecnologico europeo e garantendo la resilienza energetica di fronte alle sfide geopolitiche attuali.

In chiusura del suo intervento, il dirigente di Toyota ha rivolto un appello diretto ai legislatori europei per una rigorosa e tempestiva attuazione del regolamento AFIR, ovvero la normativa sulle infrastrutture per i combustibili alternativi. L’obiettivo deve essere il rispetto stringente degli impegni presi per lo sviluppo delle reti di ricarica e, in particolare, delle infrastrutture di rifornimento di idrogeno, un tassello giudicato fondamentale per la decarbonizzazione del trasporto pesante.

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Fincantieri premiata agli Italian Hydrogen Technology Awards 2026 per il progetto IPCEI Wave 2 The Future

12 Giugno 2026 ore 17:59

Fincantieri protagonista agli Italian Hydrogen Technology Awards 2026 con il progetto IPCEI Wave 2 The Future

Fincantieri è stata premiata nell’ambito degli Italian Hydrogen Technology Awards 2026, assegnati in occasione di Hydrogen Expo, la manifestazione dedicata alle tecnologie per lo sviluppo della filiera dell’idrogeno tenutasi a Piacenza. Il riconoscimento è stato attribuito al Gruppo per il progetto IPCEI Wave 2 The Future, iniziativa considerata dalla giuria di carattere pionieristico per l’evoluzione della decarbonizzazione nel settore marittimo. Il premio conferma il ruolo di Fincantieri come protagonista dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità nella cantieristica navale. Il progetto si inserisce infatti nel percorso strategico del Gruppo guidato dall’amministratore delegato Pierroberto Folgiero, orientato al raggiungimento dell’obiettivo net-zero entro il 2035.

IPCEI Wave 2 The Future punta allo sviluppo di sistemi di propulsione avanzati basati sull’idrogeno e su soluzioni ibride, con l’obiettivo di accelerare la transizione energetica del comparto navale. Tra le tecnologie previste figurano motori a combustione interna alimentati a idrogeno, fuel cell PEM abbinate a batterie al litio e sistemi di controllo energetico di nuova generazione. Il progetto comprende inoltre lo sviluppo di un ciclo combinato gas-vapore a idrogeno ad alta efficienza per la produzione elettrica. A queste soluzioni si affiancano sistemi innovativi di stoccaggio dell’idrogeno a bordo e l’integrazione di fuel cell PEM e SOFC, Solid Oxide Fuel Cell, ampliando ulteriormente la portata tecnologica dell’iniziativa.

Alcune delle tecnologie sviluppate nell’ambito del progetto trovano applicazione su Viking Libra, la prima nave da crociera a integrare un sistema containerizzato alimentato a idrogeno, la cui consegna è prevista alla fine di quest’anno. Su questa unità, l’idrogeno alimenta fuel cell PEM da 6 MW sviluppate da Isotta Fraschini Motori, società parte del Gruppo Fincantieri, e ottimizzate per il settore crocieristico. Il riconoscimento ottenuto agli Italian Hydrogen Technology Awards sottolinea dunque la capacità di Fincantieri di guidare l’innovazione della cantieristica navale verso una nuova generazione di navi a emissioni ridotte. Una strategia che unisce ricerca, sviluppo industriale e sostenibilità, confermando la visione del Gruppo nella costruzione del futuro del trasporto marittimo.

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L’area Self del Salone del Libro continua a crescere. E gli autori cosa pensano?

12 Giugno 2026 ore 17:59

L’area Self del Salone del Libro di Torino continua a crescere, quest’anno erano presenti 350 autori e l’incasso delle vendite dei libri è triplicato rispetto all’edizione 2025. Ma la responsabile del Progetto Sara Speciani pensa ai miglioramenti per la prossima edizione, ad esempio sistemare meglio la libreria. E gli autori cosa pensano? Anche loro sono soddisfatti, Sara Cipriani, Edy Tassi e Amedeo Mettifogo hanno evidenziato i punti di forza e suggerito qualche cambiamento per il 2027.

Sara Cipriani nel 2026 ha vinto il Premio Self Publishing indetto dal Festival del Romance e fatto il suo esordio in libreria. È alla seconda esperienza nell’area Self Publisher. La prima volta è stata emozionante, ma tornare il secondo anno le ha permesso di vivere l’evento con ancora più intensità e serenità, anche grazie all’esperienza maturata e al supporto dell’organizzazione

Anche Amedeo Mettifogo, autore self di narrativa fantasy, ha partecipato al Salone del libro di Torino per due anni consecutivi, esponendo i suoi romanzi nella Libreria Self.
Mentre Edy Tassi è alla sua prima esperienza nell’area Self. Ha al suo attivo sette romanzi rosa e ha tradotto più di ottanta titoli per le maggiori case editrici italiane come Harlequin Mondadori, Piemme, Sperling & Kupfer e Always Publishing.

Tutti ritengono che partecipare sia molto utile, in particolare Cipriani pensa che per un autore indie sia un’opportunità preziosa, perché permette di incontrare dal vivo i lettori che magari non conoscono il mondo dell’editoria indipendente. Inoltre, condividere lo spazio e l’esperienza con altri autori, confrontarsi, scambiare idee sul percorso scelto, è un arricchimento. Senza contare che il Salone del Libro è uno degli eventi più importanti del settore editoriale e che poterne far parte rappresenta un onore e una grande soddisfazione personale e professionale.

Per Mettifogo la Libreria Self può essere una grande opportunità sotto molti punti di vista. Grazie a questa iniziativa anche gli autori Self possono partecipare alla fiera del libro più grande d’Italia, hanno una vetrina dove poter mostrare le loro opere ma, soprattutto, hanno la possibilità di instaurare rapporti e amicizie con nuovi lettori e colleghi.

Per Tassi tutte le occasioni di visibilità sono utili e il Salone è una palestra particolarmente intensa. È un contesto affollato e stimolante dove si impara a collaborare, a non vedere soltanto il proprio libro e, allo stesso tempo, a superare quella naturale timidezza e a compiere i primi passi verso il lettore. Però va considerato l’investimento economico. Oltre alla quota di partecipazione e all’acquisto delle copie da mettere in vendita, occorre tener conto dei costi della trasferta. Decidere se e come partecipare, quindi, impone di fare importanti valutazioni economiche e strategiche.

Per quanto concerne i cambiamenti, Sara Cipriani non ha particolari suggerimenti, solo l’auspicio di una crescita con spazi sempre più ampi e magari con un maggior numero di panel dedicati agli autori. Sempre più lettori comprendono che essere autori indipendenti è una scelta consapevole, un percorso editoriale che merita lo stesso rispetto di quello tradizionale.

Per Amedeo Mettifogo la Libreria Self è un progetto relativamente giovane, quindi non è perfetta, ma si può migliorare. Anche se apprezza il lavoro fatto da parte dello staff, pensa che ci vorrebbe una selezione dei libri più severa e meno autori. E poi si sofferma sull’esigenza di creare turni di lavoro al banco. Ma spera di tornare al SalTo perché ogni volta ritrova con un carico di emozioni e di incontri.

Edy Tassi suggerisce di mettere i libri in ordine alfabetico nella libreria dell’area per rendere la consultazione più intuitiva. Infine, consiglia una gestione che permetta agli autori una maggiore presenza ai tavoli. Il contatto diretto con i lettori è molto stimolante e rende l’esperienza ancora più efficace e gratificante per chi decide di partecipare.

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“È iniziato El Niño”. L’allarme del servizio meteorologico Usa: “Probabile che diventi un evento ‘super'”

12 Giugno 2026 ore 17:58

Lo si annunciava da mesi, ora è arrivato. Il Servizio Meteorologico degli Stati Uniti, Noaa, ha annunciato che El Niño è iniziato nel Pacifico tropicale. L’agenzia federale americana prevede che il fenomeno meteorologico si intensificherà fino a raggiungere un livello moderato o forte in autunno. Stando alle previsione dei meteorologi c’è una probabilità del 63% che le temperature superficiali del mare aumentino di 2,0 gradi nella regione del Pacifico monitorata. Superata quella soglia la Noaa riqualifica l’evento come Super Niño: un’anomalia per quell’area del globo che si verifica in media ogni 15 anni con effetti devastanti.

El Niño è un evento raro ma che si forma ciclicamente, in media ogni 2-7 anni. Quando si verifica, produce un riscaldamento da 0,5 a 3 gradi delle acque superficiali del Pacifico centro meridionale ed orientale, di fronte alle coste dell’America Latina, producendo però effetti in tutto il mondo. Dura dai 9 ai 12 mesi e tra gli effetti principali ci sono inverni caldi e secchi nel Nord degli Stati Uniti e tempeste e neve negli stati meridionali. Nonostante la sua ciclicità, si tratta di un fenomeno difficile da prevedere perché, come spiegato da Ken Graham, direttore della Noaa, “ogni El Niño è diverso. Ognuno è unico e lascia la propria impronta sul nostro clima”.

Di solito è proprio nel periodo invernale che El Niño tende ad essere più intenso, soprattutto per l’emisfero settentrionale del mondo. In un tipico inverno caratterizzato da questo evento atmosferico, la corrente sull’Oceano Pacifico settentrionale si sposta verso sud, muovendo le tempeste verso la fascia meridionale degli Stati Uniti. Per questi motivi, spesso si traduce in un inverno più caldo del normale nell’America del Nord. Come un effetto a catena, i venti in quota più forti tendono a sopprimere lo sviluppo di tempeste e uragani nel bacino atlantico, mentre quelli più deboli favoriscono lo sviluppo di cicloni tropicali nei bacini del Pacifico orientale e centrale. Da qui il rischio di inondazioni dovute all’alta marea, soprattutto nella costa occidentale degli Stati Uniti.

Gli effetti di El Niño colpiscono anche la fauna marina e gli altri organismi oceanici, provocando cambiamenti nella migrazione dei pesci. Le specie di acqua calda infatti si spostano verso nord, mentre quelle che prediligono temperature più fredde si spostano ancora più a nord del normale, prediligendo acque profonde. Tutti comportamenti fuori dalla normalità che influiscono negativamente su crescita, sopravvivenza e riproduzione, provocando, come accaduto in passato, anche la formazione di alghe nocive nelle coste a ovest degli Stati Uniti.

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Il risultato dell’autobavaglio del Csm sarà una giustizia troppo pavida verso i potenti

12 Giugno 2026 ore 17:38

Le nuove linee guida approvate dal Csm, che stabiliscono le regole sull’informazione giudiziaria da dare ai media, prevedendo l’obbligo per i procuratori di aggiornare e rettificare i precedenti comunicati, nascono da una constatazione difficilmente contestabile: troppo spesso l’annuncio di un’indagine o di un arresto riceve una grande esposizione mediatica, mentre le eventuali archiviazioni e le assoluzioni, ovvero il ridimensionamento delle accuse iniziali passano spesso inosservate.

È un problema reale. Un sistema giudiziario che impiega anni, talvolta decenni, per arrivare ad una decisione definitiva espone cittadini ed imputati al rischio di una condanna anticipata sul piano dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, l’obiettivo di garantire una comunicazione più equilibrata e rispettosa della presunzione di innocenza mi appare condivisibile. Il problema emerge, però, quando questo meccanismo viene calato nella realtà degli uffici giudiziari italiani, già alle prese con carenze di organico, arretrati cronici e carichi di lavoro spesso insostenibili. Ogni nuovo obbligo amministrativo richiede tempo, personale, procedure, controlli e responsabilità: un tempo che viene sottratto all’attività principale della magistratura, che è di indagare e giudicare.

A questi adempimenti si accompagna poi il rischio di rilievi disciplinari per chi non ottempera correttamente agli obblighi informativi. Perciò, l’effetto è quello che in gergo è stato definito “autobavaglio”. Non si tratta di un divieto esplicito, ma di un sistema di incentivi e disincentivi, che induce prudenza, oltre ogni ragionevole limite. Per un procuratore o un magistrato dirigente, ogni comunicato può trasformarsi in una futura incombenza, in una verifica, in una possibile contestazione. Ed a beneficiare di questo clima sono, di fatto, soprattutto coloro che dispongono già di strumenti per proteggere la propria immagine pubblica: grandi imprenditori, manager, politici, professionisti influenti, vale a dire i cosiddetti colletti bianchi. Figure che possono permettersi uffici stampa, consulenti della comunicazione e studi legali capaci di presidiare ogni fase del procedimento.

Il rischio maggiore riguarda le indagini più complesse e delicate: reati come la corruzione, il traffico di influenze, lo scambio politico-mafioso o le grandi frodi economiche raramente producono prove immediate e schiaccianti. Si tratta quasi sempre di procedimenti lunghi, costruiti attraverso intercettazioni, riscontri documentali e collaborazioni investigative. In questo contesto, un sistema che aumenta gli oneri burocratici per chi conduce le indagini potrebbe produrre un effetto deterrente sulla propensione ad affrontare le inchieste più controverse ed impegnative, quelle, cioè, che coinvolgono centri di potere economico e politico, e che già espongono magistrati e investigatori a forti pressioni pubbliche.

Il risultato potrebbe essere una giustizia troppo pavida verso i potenti, per la quale l’unica preoccupazione diventa quella di osservare le prescrizioni formali e “mettere le carte a posto”. Ma una giustizia nella quale la tutela della reputazione degli indagati assume un peso crescente finisce per far passare in secondo piano il diritto dei cittadini ad essere informati su fenomeni di rilevante interesse pubblico.

Il punto, perciò, è che queste riforme si concentrano eccessivamente sugli effetti mediatici della giustizia, trascurando di affrontare le cause profonde della sua inefficienza. Se un procedimento penale si conclude dopo dieci anni con un’assoluzione o una prescrizione, il problema principale non può essere il comunicato stampa della procura, bensì che lo Stato ha impiegato dieci anni per accertare se una persona fosse colpevole o innocente.

Le nuove norme rischiano così di intervenire sul sintomo anziché sulla malattia. Queste riforme è che introducono obblighi informativi, procedure, verifiche e adempimenti amministrativi per gli uffici giudiziari, ma non affrontano con la stessa determinazione le croniche carenze di organico, gli arretrati, la complessità procedurale e l’insufficienza delle risorse che rendono la giustizia italiana una delle più lente d’Europa. Invero, non viene riservata un’adeguata attenzione al cittadino comune, che attende anni una sentenza civile, alla vittima che aspetta giustizia per tempi interminabili o all’imputato privo di notorietà, che resta intrappolato in procedimenti destinati a durare oltre ogni ragionevole limite.

Si crea così una singolare inversione di priorità. Da un lato si rafforzano le tutele comunicative per chi è coinvolto in procedimenti ad alta esposizione mediatica; dall’altro rimangono sostanzialmente irrisolti i problemi che incidono quotidianamente sulla vita di milioni di persone: la lentezza dei processi, la scarsità di personale, le inefficienze organizzative e la difficoltà di ottenere decisioni in tempi ragionevoli.

Il rischio è che la politica finisca per occuparsi principalmente dell’immagine della giustizia anziché del suo funzionamento, dimenticando che il vero scandalo non è che un’indagine venga raccontata dai giornali, bensì che troppo spesso servano anni per sapere come quella vicenda finirà. E finché questo nodo non verrà affrontato, ogni riforma della comunicazione giudiziaria rischierà di apparire come un intervento marginale, utile forse a proteggere la reputazione di chi esercita un potere, ma insufficiente a migliorare la giustizia uguale per tutti.

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Vivo al debutto in Italia nel settore smartwatch: in arrivo il Watch GT2

12 Giugno 2026 ore 17:34

Vivo ha annunciato l’arrivo in Italia del Watch GT2, uno smartwatch squadrato con uno schermo AMOLED da 2,07″ che promette fino a 25giorni di utilizzo con una singola carica della batteria.

Con un design semplice che si presta bene in tutte le situazioni, lo smartwatch di vivo offre funzionalità per il monitoraggio dell’attività sportiva, con disponibili 100 diversi programmi tra cui quelli per Tennis, Padel e per le attività acquatiche – con una resistenza fino a 5ATM-, presentando anche varie funzionalità a supporto del benessere come il monitoraggio della frequenza cardiaca, della saturazione dell’ossigeno nel sangue, dello stress e del rumore ambientale.

Il Vivo Watch GT2 ha a bordo BlueOS, sistema sviluppato dall’azienda stessa che promette un’esperienza d’uso fluida, e permettendo all’orologio di vivo di essere compatibile sia con gli smartphone Android, come quelli di vivo stessa, sia con quelli iOS.

Lo smartwatch di vivo, il primo della casa ad arrivare in Italia, è già disponibile in due colorazioni – Obsidian Black e Stellar White – con un prezzo che parte da 149€

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Macron annuncia il primo vertice bilaterale con Meloni: si terrà il 25 giugno ad Antibes e ci saranno 9 ministri

12 Giugno 2026 ore 17:33

Si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra, il primo vertice intergovernativo tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Si tratta del primo bilaterale di alto livello tra Italia e Francia da quando la presidente del Consiglio è a Palazzo Chigi ed è anche il primo dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato da Mario Draghi e Macron nel novembre del 2021 davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’ultimo vertice bilaterale tra i due governi si era tenuto a fine febbraio del 2020, pochi giorni prima del lockdown per la pandemia: Macron e l’allora premier Giuseppe Conte si erano incontrati a Napoli. Poi la tradizione si era interrotta. Le tensioni e il rapporto difficile tra il presidente francese e la premier Meloni hanno reso complessa l’organizzazione del nuovo summit. Ma alla fine è arrivato l’annuncio dell’Eliseo. Al vertice prenderanno parte anche “9 ministri da una parte e dall’altra”, una sorta di Consiglio dei ministri congiunto fra Italia e Francia.

“Questo vertice – sottolinea Parigi -permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture”. Secondo quanto trapela, il principale argomento del bilaterale dovrebbe essere il via libera al cosiddetto progetto Bromo, una joint venture strategica siglata tra Leonardo, Airbus e la francese Thales. A margine si terrà un “Business forum franco-italiano” e una visita alla sede di Thales Alenia Space, società franco-italiana, a Cannes, ha precisato l’Eliseo. La presidenza francese riferisce inoltre che Macron e Meloni “si confronteranno anche sui grandi temi europei e internazionali e discuteranno i modi per rafforzare i legami tra le società civili francese e italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura“.

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Toscano Raddoppia – Live con Francesco Toscano – 12 giugno 2026

12 Giugno 2026 ore 16:03



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Esercitazioni militari e cani robot: Saxa Rubra sembra un teatro di guerra nella giornata per i bimbi dei dipendenti Rai

12 Giugno 2026 ore 17:23

C’è un vecchio mantra secondo cui in Rai si percepisce molto prima l’aria che tira nella politica. E ci si adegua subito. Viene da pensare questo nel vedere l’intrattenimento offerto per il Bimbo Day, la giornata di venerdì 12 giugno in cui, come tutti gli anni, sono ammessi i figli dei dipendenti e ai piccoli vengono mostrati gli studi, come si fanno i programmi, i segreti della tv, eccetera. Ebbene, quest’anno il Bimbo Day è in salsa vannacciana, con l’esercito coinvolto nell’intrattenimento dei piccoli. Soprattutto Saxa Rubra, a Roma, sembrava di stare in un teatro di guerra. Gonfiabili, pneumatici a terra, simil-trincee, cani robot, che poi magari avranno anche divertito i piccoli, ma che poco c’entrano con le prerogative della tv pubblica e con quello che avviene ogni giorno davanti e dietro le telecamere. “Rai militarizzata! Manco ai tempi dei balilla! Sembra di stare in un teatro di guerra. Cosa c’è di educativo in tutto questo?”, i commenti raccolti nelle chat dei dipendenti.

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L’iniziativa era stata annunciata all’inizio del mese con tanto di comunicato stampa, in cui si illustrava come quest’anno, all’interno delle varie attività, sarebbero stati coinvolti Esercito e Polizia di Stato, oltre a Croce Rossa, gruppi scout e altri soggetti. In particolare, “visti gli spazi offerti a Saxa, la Polizia di Stato si è resa disponibile a partecipare alla giornata con unità cinofile e a cavallo, operatori specializzati del reparto motociclisti e reparto volanti, e anche l’Esercito è disponibile a partecipare alla giornata con dimostrazioni di interventi di protezione civile”. Insomma, sorride qualcuno, sembra che in Rai si stiano già adeguando all’ascesa del generale Roberto Vannacci che, se continua così, tra qualche tempo potrà far pesare la sua forza politica su nomine e assetti della tv di Stato.

Intanto ci si porta avanti con esercitazioni militari in onore dei più piccoli. “Invece di mostrare studi televisivi, regie e redazioni, si offre spazio alla presenza militare, come se fosse naturale accompagnare i più piccoli dentro la cultura del riarmo. È una scelta che riflette il clima politico e culturale imposto dal governo Meloni, che sta normalizzando la dimensione militare in ogni ambito della vita pubblica”, attacca Angelo Bonelli (Avs). Critica anche l’Usigrai. “A Saxa Rubra i cani robot, le cassette di munizioni, i percorsi di guerra e scene del crimine. Cosa c’entrano queste dimostrazioni con Bimbo Day? Abbiamo la massima considerazione per l’Esercito e le altre realtà che l’azienda ha coinvolto, ma riteniamo totalmente fuori luogo che la loro partecipazione sia legata a questa giornata dedicata ai figli dei dipendenti”, sostiene una nota del sindacato dei giornalisti della tv pubblica. Sarà però contento almeno il generale Vannacci. E forse pure Giorgia Meloni e Guido Crosetto. Avanti marsc’!

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Garlasco, Stasi verso l’affidamento in prova ai servizi sociali: parere favorevole dalla procura

12 Giugno 2026 ore 17:23

Alberto Stasi potrebbe presto uscire dal carcere. Condannato in via definitiva per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta di Garlasco nel 2007, Stasi potrebbe presto ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Un provvedimento che dovrà arrivare dal tribunale di sorveglianza di Milano.

A differenza di quanto emerso in un primo momento, infatti, per cui sembrava una decisione già stabilita, i giudici, dopo l’udienza che si è svolta nel pomeriggio di oggi in gran segreto, sono tecnicamente in riserva dopo la camera di consiglio, e dovrebbero depositare l’ordinanza entro cinque giorni, come riporta l’Ansa.

La procura generale, diretta da Francesca Nanni e con il sostituto pg Valeria Marino, aveva già dato parere favorevole vista la buona condotta da detenuto in questi anni e per le relazioni positive dell’equipe del carcere di Bollate.

Stasi si trova già in regime di semilibertà. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del suo processo, per il quale la difesa presenterà istanza. Per il caso Garlasco, infatti, è attualmente aperto un nuovo filone di inchiesta che vede Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi.

L’affidamento in prova si tratta di una richiesta standard per i condannati che sono alle prese con l’ultima parte della pena. Dal 2015 Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, è detenuto a Bollate e dal 2023 lavora all’esterno dell’istituto penitenziario con mansioni amministrative e contabili, rientrando in cella la sera. La sua fine pena è prevista nel 2028.

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SpaceX sbarca a Wall Street. Esordio col botto per Musk

12 Giugno 2026 ore 17:18

L’obiettivo è e rimane Marte. Ma prima di conquistare il pianeta rosso, Elon Musk ha messo la sua bandiera su Wall Street. Quando la campanella è suonata, alle 15.30 italiane, il mondo finanziario ha smesso di trattenere il fiato per quella che dovrebbe essere, se il mercato non deluderà le aspettative, l’Ipo più grande di sempre. SpaceX, la compagnia spaziale dell’uomo più ricco del mondo, è ufficialmente una società quotata al Nasdaq, il listino della borsa americana riservato ai titoli delle tecnologia. E la partenza è stata col botto: 174 dollari ad azione, contro i 135 offerti. Vale a dire un rialzo del 30%. Le prime indicazioni suggerivano un’importante apertura in rialzo, tra il 25% e il 30% sopra il prezzo Ipo, portando il titolo tra i 168 e i 175 dollari. Con una quantità di azioni flottanti molto ridotta, una domanda travolgente e l’acquisto imminente da parte di Etf e indici passivi, il debutto è stato dei più volatili e seguiti della storia dei mercati.

Il tutto, pochi minuti dopo che lo stesso Musk aveva celebrato, con un video comparso sui maxischermi del Nasdaq, l’ingresso in Borsa di SpaceX, definendolo un passaggio storico per l’azienda aerospaziale e rilanciando le ambizioni del gruppo nell’esplorazione spaziale. Intervenendo dalla sede di Starbase, in Texas, poco prima dell’apertura di Wall Street, il fondatore e amministratore delegato della società ha affermato che SpaceX punta a trasportare esseri umani sulla Luna, su Marte e, in prospettiva, ancora più lontano. “SpaceX vuole essere in grado di portarvi sulla Luna, su Marte e, in futuro, anche oltre”. Ambizioni che collimano con gli orizzonti dell’Ipo.

Vale la pena ricordare l’obiettivo: raccogliere 75 miliardi di dollari, oltre il doppio di Saudi Aramco (29,4 miliardi), la big oil saudita quotatasi due anni fa. Con una valutazione di circa 1.750 miliardi, SpaceX ha previsto la vendita di circa 556 milioni di azioni a, come detto, 135 dollari ciascuna. La domanda è stata travolgente, con gli investitori retail hanno presentato ordini per oltre 70 miliardi, mentre circa mille investitori istituzionali hanno chiesto di partecipare al collocamento (la sola BlackRock avrebbe presentato ordini per almeno 5 miliardi). Quello che Musk vende agli investitori, più ancora delle attività che già generano ricavi come il lanciatore Falcon o la rete Starlink (il 65% del totale), è un potenziale fatto di mercati e tecnologie che ancora non esistono, come i data center nello spazio: nessun’altra azienda di queste dimensioni parla di colonizzare la Luna o Marte.

La società è talmente sicura del proprio richiamo da aver riservato una quota insolitamente ampia delle nuove azioni agli investitori individuali, pronti secondo Bloomberg ad assorbire fino a 100 miliardi di dollari di titoli. Banchieri e trader si attendevano comunque una seduta nervosa, anche per il peso degli investitori retail: chi prevede una corsa agli acquisti da parte dei piccoli risparmiatori teme che possano uscire con la stessa rapidità con cui sono entrati. Anche sul prezzo Musk ha rotto gli schemi. Invece di presentare agli investitori una forchetta da affinare con i loro riscontri, la società ha fissato, come detto, fin dall’inizio una cifra esatta, 135 dollari, rinunciando alla tradizionale fase di scoperta del prezzo.

Abolire il corpo diplomatico dell’Ue? Una presa d’atto. La versione dell’amb. Castellaneta

12 Giugno 2026 ore 17:10

Nei giorni scorsi, le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times sulla (profonda) proposta di riforma del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), avanzata da Francia e Germania, meritano una riflessione che va oltre il dibattito sulle competenze dell’Alto Rappresentante o sul ruolo dell’attuale titolare dell’incarico, Kaja Kallas. La discussione – che sembra essere stata avviata anche insieme ad altre capitali europee – rappresenta infatti qualcosa di più profondo: una presa d’atto della realtà geopolitica e istituzionale europea dopo quindici anni di esperienza del sistema introdotto dal Trattato di Lisbona.

Quando il Seae venne creato nel 2010, l’ambizione era quella di conferire all’Unione europea una maggiore coerenza e visibilità internazionale, dando peraltro finalmente attuazione concreta al cosiddetto “secondo pilastro”, quello della Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc). Si immaginava che una diplomazia comune potesse accompagnare il graduale consolidamento di una politica estera europea. Tuttavia, il processo si è sviluppato in modo inverso: si è costruita una struttura diplomatica senza che esistesse una reale sovranità politica europea in materia di politica estera e di sicurezza.

Dopo quindici anni, il bilancio appare inevitabilmente contrastato. Il Seae dispone oggi di oltre 140 delegazioni nel mondo e di risorse significative, ma le principali decisioni strategiche continuano a essere assunte nelle capitali nazionali. Le grandi crisi degli ultimi anni lo hanno dimostrato con chiarezza: dall’invasione della Crimea alla Brexit, dalla guerra in Ucraina alle relazioni con la Cina, passando per il Medio Oriente, i momenti decisivi hanno visto protagonisti soprattutto i governi nazionali, spesso in stretto coordinamento con Washington e Londra (dopo l’uscita di quest’ultima dalla Ue). L’esempio più recente e lampante è il cosiddetto formato “E3” tra Francia, Germania e Regno Unito per la soluzione della guerra in Ucraina, che ha finito peraltro per scontentare i Paesi esclusi ma comunque rilevanti e in grado di avere voce in capitolo, tra cui la Polonia e anche l’Italia.

Non si tratta di un fallimento personale degli Alti Rappresentanti che si sono succeduti nel tempo, da Catherine Ashton a Federica Mogherini, da Josep Borrell fino a Kaja Kallas (tutte personalità estremamente valide dal punto di vista professionale). Il problema è strutturale. Le diplomazie sono strumenti di una volontà politica; non possono sostituirla. Nella storia europea, le grandi diplomazie nazionali sono sempre state l’espressione di un centro decisionale chiaramente identificabile. L’Unione europea, invece, continua a essere una comunità di Stati che mantengono la sovranità sulle questioni fondamentali della politica estera e della difesa. Senza una corrispettiva cessione di sovranità, dunque, appare evidente che il Seae finisca per essere una specie di ‘arma spuntata’.

La conseguenza, dunque, è che l’Europa continua a presentarsi sulla scena internazionale con una pluralità di voci: l’Alto Rappresentante, la Commissione europea, il Consiglio europeo, i governi nazionali e i singoli commissari. Una complessità che spesso genera sovrapposizioni e riduce l’efficacia dell’azione esterna.

Le ipotesi di riforma oggi sul tavolo sembrano riflettere una crescente consapevolezza: funzionano soprattutto le cooperazioni rafforzate tra gli Stati che condividono interessi e priorità strategiche, mentre l’idea di una vera politica estera e di difesa comune appare sempre più lontana. Non è un caso che le iniziative più incisive degli ultimi anni siano nate da accordi tra gruppi di Paesi o dal protagonismo delle principali capitali europee, piuttosto che da una direzione unitaria delle istituzioni comunitarie. A rendere ancora più evidente questa dinamica contribuisce il mutato contesto internazionale. La competizione tra grandi potenze, la guerra in Ucraina, la sicurezza tecnologica ed energetica e la crescente instabilità regionale richiedono decisioni rapide e politicamente vincolanti. Ma l’Ue continua a non disporre di un vero centro politico capace di definire interessi strategici comuni e di imporne l’attuazione.

A ciò si aggiungono le tensioni sempre più frequenti nei rapporti transatlantici. I danni prodotti dalla guerra dei dazi con gli Usa, così come gli altri temi su cui c’è crescente attrito tra Bruxelles, le capitali europee e Washington, contribuiscono a chiarire ulteriormente il quadro. In assenza di una posizione europea realmente condivisa, gli Stati membri tendono inevitabilmente a difendere interessi nazionali differenti, rendendo ancora più difficile la costruzione di una linea comune.

Per questo la discussione sul futuro del Seae non dovrebbe essere interpretata come un semplice riassetto burocratico. Essa rappresenta piuttosto il riconoscimento di una realtà politica: il deficit europeo non è tanto un deficit di diplomazia quanto un deficit di decisione strategica. Finché non emergerà una vera sovranità politica europea in materia estera e di sicurezza, qualsiasi struttura diplomatica comune rischierà di restare priva del fondamento politico necessario per esercitare un’autentica influenza internazionale. L’auspicio, dunque, è quello di volgere in positivo queste proposte di riforma, non per soffocare l’ambizione europea di voler diventare anche un ‘gigante’ geopolitico, ma per aiutarla a raggiungerla sulla base di un approccio pragmatico, realistico e flessibile.

L’IA arriva al G7. L’appello dei vescovi ai leader, nel nome di Prevost

12 Giugno 2026 ore 17:08

L’appello lanciato da Città del Vaticano è forte, indirizzato ai leader che si riuniranno a Evian dal 15 al 17 giugno. Due giorni in cui al G7 si farà il punto della situazione. Impossibile quindi non parlare di intelligenza artificiale. L’augurio da parte dei presidenti delle Conferenze episcopali dei sette paesi più importanti al mondo è che possano dibatterne seguendo i principi espressi da papa Leone XIV. “Chiediamo ai leader del G7 e alle aziende tecnologiche di stabilire regole internazionali chiare affinché le nuove tecnologie siano poste al servizio della persona umana e del bene comune”, scrivono ricalcando quanto scritto dal Pontefici nell’enciclica Magnifica Humanitas. “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia ma impedirle di dominare l’umano”, sottolineano. “Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. Deve rimanere sotto il controllo umano ed essere governata da chiari principi etici”.

Tra le firme della petizione ci sono anche quelle del presidente della Cei, Matteo Zuppi, e il presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, Monsignor Mariano Crociata. Anche loro riaffermano la necessità di mettere al centro “la dignità di ogni persona umana”, al centro di qualsiasi rivoluzione. “Le istituzioni internazionali restano indispensabili per prevenire i conflitti, proteggere le popolazioni civili e promuovere la giustizia dei popoli”, ricordano.

Anche per questo, i vertici delle Conferenze episcopali mettono l’accento su un timore che li accomuna: la riduzione della spesa pubblica. “Destano viva preoccupazione i recenti tagli agli aiuti pubblici allo sviluppo in diversi paesi del G7. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Milioni di persone vedono diminuire le loro possibilità di accedere a cibo, salute, istruzione e protezione. Chiediamo agli Stati del G7 di rinnovare il loro impegno a favore della solidarietà internazionale e di un partenariato equo con i Paesi del Sud. Le politiche di sviluppo devono avere come scopo prioritario la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, nonché la tutela delle persone più vulnerabili”.

Un primo passo verso quello che viene auspicato sembra già essere stato compiuto. Dal G7 di Evian verrà partorito un manifesto sull’IA promosso dai giovani da tutto il mondo. Il documento conterrà le preoccupazioni sulla tecnologia che si spera vengano prese in considerazione della politica. Al contrario di quel che si potrebbe pensare, infatti, attorno all’IA ci sono molte paure – sempre collegate al ruolo che potrà avere l’uomo nella transizione digitale. Come afferma il Paris Peace Forum in una nota, questa iniziativa rientra nell’agenda della presidenza di turno francese. Non a caso prenderanno parte all’evento di lancio del 15 giugno anche la viceministra responsabile per l’IA e il Digitale, Anna Le Hénanff, e l’Alta commissaria per l’infanzia, Sarah El Ha’ry.

I monaci di Cellole aprono le porte ai giovani e ai prof a San Gimignano: ritiri ed esperienze vissute nel ritmo della comunità

12 Giugno 2026 ore 17:08

Il monastero di Cellole, secondo la Regola di Bose, apre le porte ai docenti e ai ragazzi. La comunità monastica situata sulle colline di San Gimignano, dal 27 luglio al primo agosto ospiterà una settimana estiva rivolta ai giovani tra i 18 e i 35 anni dal titolo “L’Arte di Vivere e i suoi linguaggi” mentre dal 24 al 27 agosto organizzerà il sesto ritiro spirituale e formativo rivolta a insegnanti, educatori e dirigenti scolastici con Franco Vaccari, psicologo e fondatore di Rondine Cittadella della Pace, e Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, tra le voci più autorevoli in Italia sui temi dell’educazione e dell’accompagnamento delle giovani generazioni.

La prima iniziativa nasce dal desiderio di offrire ai giovani uno spazio in cui interrogarsi sul senso dell’esistenza, sulle sfide del nostro tempo e sulle forme attraverso cui l’essere umano esprime la propria ricerca di significato. Per sei giorni i partecipanti vivranno accanto alla comunità monastica di Cellole, condividendone ritmi, attività quotidiane e momenti di incontro.

Ogni pomeriggio sarà dedicato a un tema specifico attraverso il dialogo con ospiti che hanno trasformato la propria professione in una ricerca esistenziale e umana. Martedì 28 luglio sarà a Cellole, Omar Pedrini, cantautore rock, ex leader dei Timoria per parlare del del linguaggio della musica; mercoledì 29 luglio il relatore sarà il poeta Marco Piatti, che guiderà una riflessione sul linguaggio della poesia mentre il ì 30 luglio toccherà a Giovanni Covini, regista ad approfondirà il linguaggio della cura.

Venerdì 31 sarà fratel Emiliano Biadene, monaco, ad accompagnare i partecipanti nel linguaggio dell’Interiorità. Accanto agli incontri culturali, il programma prevede attività manuali insieme ai monaci (orto, giardinaggio, cucina e manutenzione del monastero), momenti di confronto, spazi di amicizia e la possibilità di partecipare liberamente alla preghiera monastica.

La partecipazione non prevede una quota fissa. La comunità chiede a ciascuno un contributo libero secondo le proprie possibilità, con una spesa orientativa media di circa 250 euro a persona, nella convinzione che nessuno debba essere escluso per motivi economici. Le iscrizioni sono aperte tramite il modulo online predisposto dal monastero.

Il secondo appuntamento per i docenti avrà come tema “Allenare alla vita attraverso la conoscenza del conflitto”, promosso nell’ambito del progetto “Educare alla vita”. Franco Vaccari guiderà una riflessione dal titolo “Dallo scontro all’incontro: un percorso di rinascita”, mentre Alberto Pellai affronterà il tema della “Generazione fragile: come allenare alla vita”, interrogandosi su ciò che accade oggi nell’età evolutiva e su quali strumenti siano necessari ai più giovani per affrontare le sfide della vita.

“Siamo molto contenti di offrire questa opportunità di confronto e riflessione. Siamo immersi in una cultura aggressiva e competitiva, che crea scarti e marginalità umane. È importante riacquisire la consapevolezza che ciò che apparentemente sembra solo dannoso e di ostacolo, nasconde a volte una possibilità di rinascita e ripartenza nella vita”, afferma fratel Emiliano. Altre informazioni si possono trovare sul sito della comunità oppure scrivendo a ospiti@monasterocellole.it.

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Scontro social Meloni-Conte. “Video dell’Aula con il mio volto è una fake news, ero al Quirinale”. “Era per contestualizzare, la butta in caciara”

12 Giugno 2026 ore 17:08

Botta e risposta social tra Giorgia Meloni e Giuseppe Conte. La premier ha risposto a un post pubblicato su X dal leader del Movimento 5 stelle, accusandolo di diffondere fake news. Nel post Conte pubblicava un breve taglio del suo intervento di ieri alla Camera dopo le comunicazioni della presidente della premier in vista del Consiglio Ue. Un video montato con, in controcampo, per pochi secondi, il volto della presidente del Consiglio che però in quel momento non era presente in Aula.

“Mi spiega come avete fatto a montare mie espressioni sul video del suo intervento, considerato che in quel momento io ero al Quirinale e quindi non in Parlamento? Lo chiarisco solo per ricordare a tutti quanto la vostra politica si fondi su mistificazioni della realtà e fake news”, ha attaccato Meloni commentando la clip.

Poco dopo la controreplica di Conte, sempre via social, che chiarisce il perché della scelta. “Non avrei mai immaginato che tra crollo del potere d’acquisto, Italia fanalino di coda sulla crescita, stazioni di carburante come gioiellerie, inchieste per corruzione e 13 miliardi bloccati sul Ponte, riuscisse a trovare il tempo per seguire i miei social e aggiornarsi sui i miei post”, risponde Conte.

Per poi proseguire: “Mi sorprende, peraltro, che l’unica sua premura sia stata di segnalare che nel mio video compare il suo viso, quando in realtà lei si era allontanata, e non ha potuto seguire in diretta il mio intervento che ho fatto dopo le sue comunicazioni, quando era tenuta ad ascoltare non solo gli interventi di maggioranza ma anche di opposizione“. L’ex premier quindi ammette il montaggio del video, sottolineando però che è “servito a ‘contestualizzare’ il mio intervento, a precisare che quelle domande e richieste di chiarimenti erano rivolte a lei”. “Sono domande e richieste che avanzano milioni di cittadini, famiglie e imprese che sono in difficoltà e gradirebbero risposte da lei – prosegue ancora il leader M5s – Risposte però anche ancora oggi, dopo quasi 4 anni di governo, non arrivano. E non arrivano perché non sa che dire, non ha ricette, non ha soluzioni”. Ecco quindi, affonda Conte, “che impiega il tempo sui miei social alla ricerca di distrazioni e diversivi che la facciano passare per vittima. Tutto torna utile, purché non si affrontino le priorità e le urgenze dei cittadini. Insomma, tutto fa brodo per buttarla in ‘caciara’“.

“Se si appassiona nel seguire i miei video, a quando un confronto serio sulle questioni urgenti che pongo e che gli italiani pongono insieme a me alla sua attenzione?”, conclude Conte.

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L’incoerenza dei costruttori europei di auto: chiedono protezione dai cinesi dopo aver goduto della globalizzazione

12 Giugno 2026 ore 17:03

Prima o poi arriva il momento in cui un’industria chiede protezione. Il problema è farlo dopo aver passato anni a spiegare che non ce n’era bisogno. Volkswagen, Stellantis e Renault chiedono a Bruxelles una regola semplice: per essere considerata europea, un’auto deve avere almeno il 70 per cento del proprio valore (tra produzione e componentistica) generato in Europa. La proposta avrebbe pure una sua logica, ma arriva in ritardo. Per un paio di lustri l’automotive del Vecchio continente si è infatti persa in due, pericolose, illusioni. La prima era che la globalizzazione avrebbe continuato a funzionare all’infinito, la seconda che la sua leadership tecnologica fosse, e sarebbe rimasta ancora a lungo, inattaccabile.

Nel frattempo, la Cina arrivava a controllare materie prime, costruiva una filiera completa delle batterie (il 90% del totale mondiale oggi è in mano ad aziende di Pechino), investiva in software, semiconduttori e fabbriche. Il tutto mentre l’Europa si limitava a discutere, non si sa bene su cosa. Ora i costruttori occidentali si lamentano per costi energetici elevati, regole asfissianti e concorrenza cinese. Hanno ragione, sono problemi reali. Ma sono anche noti da anni. Alcuni erano evidenti già prima della pandemia. Altri lo sono diventati quando le prime elettriche made in China hanno iniziato a sbarcare nei nostri porti con prezzi e contenuti difficili da ignorare.

Basta dunque una percentuale scritta su un pezzo di carta per recuperare quello che è stato perso? Perché non basta stabilire dove viene assemblata un’auto, bisogna capire chi ne detiene le tecnologie chiave. Chi produce gli accumulatori e sviluppa il software. Chi ha mezzi e capacità per costruirle. Se una batteria rappresenta una quota enorme del valore di un’auto elettrica, la partita si gioca molto prima che quella esca dalla catena di montaggio.

C’è, nondimeno, un’altra contraddizione. Le stesse aziende che oggi chiedono protezione hanno costruito per anni catene di fornitura globali per risparmiare e aumentare i margini. Nulla di illegittimo. Era il modello dominante. Se per loro andava bene, è difficile convincere tutti che la soluzione sia solo cambiare le regole. Anche perché qualche rischio c’è. Una soglia del 70% potrebbe trasformarsi in nuova burocrazia, facendo lievitare i costi e complicando ancor di più una transizione (quella all’elettrico) che procede già più lentamente del previsto. Non a caso diversi costruttori stanno contestando l’impostazione di Bruxelles. L’industria europea ha perso terreno perché altri hanno investito prima e con maggiore coerenza industriale. Non perché mancava una cervellotica definizione di “Made in Europe”. Che a questo punto potrebbe solo rallentare l’emorragia, non certo fermarla.

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Meloni ‘saluta’ Briciola, il cane mascotte dei Carabinieri, durante incontro con premier coreano

12 Giugno 2026 ore 17:02

(Agenzia Vista) Roma, 11 giugno 2026
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung a Villa Doria Pamphilj. Presente anche Briciola, il cane mascotte dei Carabinieri.
Courtesy: Palazzo Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Stellantis, Volkswagen e Renault sfidano Bruxelles

12 Giugno 2026 ore 17:00

Stellantis, Volkswagen e Renault chiedono una regola Made in Europe per difendere produzione, batterie e filiera UE.

StellantisVolkswagen e Renault chiedono all’Unione europea una nuova regola industriale per definire davvero che cosa significhi Made in Europe nell’automotive. I tre gruppi, che insieme rappresentano circa il 60% della produzione automobilistica europea, hanno sottoscritto un impegno comune per spingere Bruxelles verso un criterio semplice: almeno il 70% dei veicoli venduti in Europa dovrebbe incorporare almeno il 70% di valore generato nei 27 Paesi dell’UE. La formula, sintetizzata nel concetto “70:70 nell’UE27”, è molto più di una battaglia di etichetta. È un tentativo di difendere produzione, occupazione, batterie, componentistica e ricerca europea nella fase più fragile della transizione elettrica.

La richiesta arriva in un momento in cui l’industria dell’auto europea è sotto pressione su più fronti. La domanda di auto elettriche cresce meno rapidamente del previsto in diversi mercati, i costi industriali restano elevati, le normative ambientali impongono investimenti pesanti e la concorrenza globale, in particolare asiatica, si muove con prezzi aggressivi e filiere più integrate. In questo scenario, il rischio per i costruttori europei è che l’elettrificazione riduca progressivamente il valore prodotto nel continente, spostando fuori dall’Europa una parte decisiva della catena industriale.

Il punto centrale della proposta è la definizione di contenuto di valore regionale. Non basta assemblare un veicolo in uno stabilimento europeo per considerarlo realmente Made in Europe. Secondo i tre gruppi, la soglia del 70% dovrebbe tenere conto dell’intera catena del valore, dalla progettazione all’ingegneria, dalla produzione avanzata alla componentistica strategica, fino alle batterie e ai sistemi legati alla nuova architettura del veicolo elettrico. È qui che si gioca la partita economica: nell’auto a batteria il valore non è più concentrato solo su motore termico, trasmissione e meccanica tradizionale, ma si sposta verso celle, software, elettronica di potenza e piattaforme digitali.

Per i costruttori, una definizione chiara e uniforme del Made in Europe servirebbe a dare certezza agli investimenti. Se l’Europa vuole restare una potenza automobilistica globale, sostengono le aziende, deve creare un quadro realistico, capace di riconoscere il divario di costo rispetto ai concorrenti internazionali e, allo stesso tempo, premiare chi produce, sviluppa e acquista valore industriale dentro l’Unione. Il messaggio a Bruxelles è diretto: senza regole semplici e incentivi mirati, la transizione rischia di accelerare la dipendenza europea da tecnologie, materiali e componenti prodotti altrove.

La richiesta ha anche un forte significato politico-industriale. StellantisVolkswagen e Renault non chiedono soltanto compensazioni economiche per i maggiori costi europei, ma un meccanismo che spinga realmente alla localizzazione e al reshoring. In altre parole, gli incentivi pubblici non dovrebbero limitarsi a sostenere la domanda di veicoli elettrici, ma favorire la produzione europea delle parti strategiche. Questo riguarda in modo particolare le batterie, considerate l’elemento più sensibile della nuova catena del valore: senza una filiera continentale competitiva, l’Europa rischia di vendere auto elettriche progettate e assemblate localmente ma dipendenti da forniture esterne per la componente più costosa.

L’impatto potenziale riguarda tutta la filiera. Per i grandi costruttori, la regola 70:70 potrebbe diventare uno strumento per pianificare investimenti in piattaforme, impianti e fornitori europei. Per le aziende della componentistica, significherebbe maggiore visibilità industriale e più possibilità di partecipare alla trasformazione del prodotto. Per i lavoratori, potrebbe contribuire a proteggere competenze e occupazione nei siti produttivi europei. Per i consumatori, però, la sfida resta doppia: rafforzare il Made in Europe senza far aumentare troppo i prezzi finali delle auto elettriche.

Proprio il tema dell’accessibilità economica è uno dei passaggi più delicati. I tre gruppi chiedono politiche capaci di rendere le vetture elettriche più accessibili, con una particolare attenzione alle auto di piccole dimensioni. È un punto cruciale per il mercato europeo, dove citycar e compatte hanno storicamente avuto un ruolo centrale, ma oggi sono tra i segmenti più difficili da elettrificare con margini sostenibili. Batterie costose, normative complesse e volumi incerti rendono complicato produrre utilitarie elettriche a prezzi competitivi. Per questo viene invocata una flessibilità pragmatica, soprattutto sui modelli più piccoli.

La proposta può avere conseguenze anche sullo scenario competitivo. Una regola Made in Europe costruita sul contenuto di valore regionale potrebbe rafforzare i costruttori radicati nel continente e rendere meno conveniente importare veicoli o componenti strategici da aree extra UE. Allo stesso tempo, Bruxelles dovrà evitare che la misura venga percepita come una barriera protezionistica rigida. Il confine è sottile: sostenere l’industria europea senza chiudere il mercato, difendere la filiera senza alzare eccessivamente i costi, proteggere l’occupazione senza rallentare la diffusione dell’elettrico.

L’impegno comune di Stellantis, Volkswagen e Renault indica quindi una svolta nel dibattito europeo sull’auto. Dopo anni in cui la discussione si è concentrata soprattutto su emissioni, scadenze normative e incentivi alla domanda, i costruttori riportano al centro la questione della sovranità industriale. Il punto non è solo quante auto elettriche verranno vendute in Europa, ma quanta parte del loro valore resterà dentro l’Europa. È su questa percentuale che si giocherà una parte decisiva del futuro industriale del continente.

Scheda 

Protagonisti: StellantisVolkswagen GroupRenault Group
Peso industriale: circa 60% della produzione automobilistica europea
Tema centrale: definizione di Made in Europe per il settore auto
Formula proposta: 70:70 nell’UE27
Obiettivo: 70% dei veicoli venduti in Europa con 70% di valore generato nei Paesi UE
Ambiti coinvolti: progettazioneingegneriaproduzionebatteriecomponentisticafiliera industriale
Richieste principali: regole semplici, incentivi mirati, sostegno alle batterie europee, reshoring e maggiore accessibilità delle auto elettriche
Nodo di mercato: competitività europea nella transizione verso l’auto elettrica

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Iran-Usa, l’analista: “Possibile svolta in arrivo, ma servirà tempo per equilibrare gli interessi. Ma sul nucleare…”

12 Giugno 2026 ore 16:58

Intesa Usa-Iran, l’esperto: “C’è una trattativa avanzata, ma servirà tempo”

Mentre le indiscrezioni su una bozza di accordo riservato tra Stati Uniti e Iran si fanno sempre più insistenti e le dichiarazioni di Donald Trump su un’intesa già raggiunta si scontrano con le frenate di Teheran e i malumori di Benjamin Netanyahu, il confronto tra Washington e la Repubblica Islamica entra in una fase sempre più ambigua, sospesa tra diplomazia sotterranea e scetticismo degli alleati

Sullo sfondo, nodi strategici come il controllo dello Stretto di Hormuz e il congelamento del programma nucleare restano al centro di una partita geopolitica che ridisegna gli equilibri del Medio Oriente.

I dettagli diplomatici trapelati nelle ultime ore – tra l’ipotesi di un vertice a Ginevra con il vicepresidente JD Vance, la mediazione del Qatar e la prospettiva di una tregua di sessanta giorni estesa al Libano – sollevano interrogativi cruciali: siamo di fronte a una reale svolta diplomatica o all’ennesimo annuncio politico prematuro? E in caso di fumata bianca, chi uscirebbe davvero vincitore e chi sconfitto da questa lunghissima crisi?

A fare chiarezza è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la profondità dei negoziati in corso e le possibili evoluzioni sul campo: “L’accordo esiste ed è in fase avanzata. Possibile svolta, dunque, ma che necessiterà di altro tempo per equilibrare gli interessi dei due contendenti”.

Trump parla di “accordo raggiunto”, Teheran dice che non è ancora finalizzato, Netanyahu sostiene di essere stato tenuto all’oscuro. È una svolta reale o l’ennesimo annuncio politico prematuro? Quanto dobbiamo credere a questa intesa? 

“Probabilmente entrambe le cose. Il negoziato esiste ed è in fase avanzata. Negli ultimi giorni il Qatar è tornato a fare da mediatore tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati della Casa Bianca, mentre circolano alcune notizie riguardanti un possibile incontro a Ginevra con il vicepresidente James David Vance. Le indiscrezioni trapelate parlerebbero di un memorandum che proroga di sessanta giorni il cessate il fuoco, estendendolo al fronte libanese. Resterebbe da sciogliere il nodo sullo Stretto di Hormuz, al centro del dilemma statunitense. La trattativa sul materiale nucleare verrebbe invece rinviata ad una seconda intesa. Possibile svolta, dunque, ma che necessiterà di altro tempo per equilibrare gli interessi dei due contendenti”. 

Se l’accordo fosse vero, chi esce davvero vincitore da questa crisi? 

“Washington uscirebbe dal confronto con una fittizia vittoria tattica e morale, garantita dalla riapertura di Hormuz, ma risulterebbe sconfitta sul piano strategico qualora lo stretto non tornasse sotto la propria gestione e la questione nucleare restasse irrisolta. Teheran, dal canto suo, ha dimostrato di saper resistere agli attacchi congiunti degli Stati Uniti e dello Stato ebraico, oltre a imporre la propria volontà su un nodo essenziale della globalizzazione americana.

Allo stato attuale, sul piano strategico, la Repubblica Islamica risulta l’unica vincitrice. Il proseguimento della resistenza dipenderà dal fattore tempo e dalle pressioni esterne, anche mandarine. Di converso, in una pace priva di nemico, il rinfocolarsi delle divisioni interne potrebbe portare ad una lotta intestina. Il perdente netto risulterebbe invece Israele. La guerra avviata per decapitare il programma nucleare e sfaldare l’Impero iraniano lungo le faglie etniche interne non avrebbe raggiunto alcuno dei propri obiettivi”.

Anche ammesso che l’accordo venga firmato, quanto può durare? Siamo davanti a una vera stabilizzazione della regione o semplicemente a una tregua destinata a saltare alla prima crisi?

“La firma dell’intesa porterebbe a un congelamento delle tensioni, almeno per sessanta giorni, per poi avviare una trattativa più approfondita nei mesi successivi. La stabilizzazione generale della regione mediorientale risulta illusoria, visti i moti di assestamento tra l’ascesa dello Stato ebraico, la resistenza persiana, l’intervento della potenza d’oltre Atlantico, l’avanzamento ancirano e l’arretramento russo. Il tutto si colloca dentro un quadro di estrema precarietà sistemica.

Indipendentemente dal momento, i due soggetti dovranno comunque trovare un accordo duraturo. Washington per non continuare a impelagarsi in quadranti non strategici e concentrarsi attivamente nell’Indo-Pacifico in funzione di contenimento della Cina. Teheran per non soffocare nel blocco e nelle pressioni statunitensi a Hormuz, per non perdere definitivamente la propria proiezione mediorientale affidata agli agenti Hezbollah, Hamas, Huthi e milizie sciite, e soprattutto per non implodere internamente. L’incognita resta Israele, i cui interessi divergono da quelli degli Stati Uniti e il cui obiettivo rimane l’annichilimento della Repubblica Islamica”.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

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Infantino: “Per riportare l’Italia ai Mondiali la prossima volta chiameremo 208 nazionali”

12 Giugno 2026 ore 18:01
Il numero uno del calcio in un’intervista ai brasiliani di CazéTV: “Ipotesi di allargare il torneo, gli azzurri devono esserci”. Abodi: “Quanto letto mi lascia perplesso. Prima di esprimermi vorrei parlare con lui”

© RaiNews

Il caso dei droni affonda (ancora di più) l’ex presidente sudcoreano Yoon

12 Giugno 2026 ore 16:46

L’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol è stato condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di aver autorizzato l’invio di droni in Corea del Nord nell’ottobre 2024 per creare un pretesto che giustificasse la successiva dichiarazione della legge marziale. La sentenza, pronunciata dal Tribunale distrettuale centrale di Seul, rappresenta un nuovo e pesante capitolo della vicenda giudiziaria che ha travolto l’ex leader conservatore dopo la sua destituzione.

Secondo i giudici, Yoon si sarebbe reso colpevole di abuso di potere e di favoreggiamento del nemico, avendo preso parte fin dall’inizio alla pianificazione delle incursioni con droni oltre il confine. I procuratori speciali sostengono che l’operazione fosse finalizzata a “fabbricare condizioni di guerra” per creare un clima di emergenza nazionale e legittimare così la controversa proclamazione della legge marziale del dicembre 2024, poi dichiarata incostituzionale.

L’ex presidente ha però respinto tutte le accuse. I suoi avvocati hanno sostenuto che Yoon non ordinò né approvò successivamente la missione, affermando che i voli dei droni costituivano una risposta alle ripetute provocazioni di Pyongyang, che nei mesi precedenti aveva inviato oltre il confine numerosi palloni aerostatici carichi di rifiuti e materiale propagandistico.

L’episodio incriminato risale al 2024, quando la Corea del Nord accusò Seul di aver fatto sorvolare tre volte la capitale Pyongyang da droni incaricati di lanciare volantini di propaganda. All’epoca il ministro della Difesa Kim Yong-hyun fornì una risposta ambigua, mentre il ministero dichiarò di non poter né confermare né smentire l’accaduto. L’incidente provocò un forte aumento delle tensioni tra i due Paesi, senza però sfociare in uno scontro militare. Secondo l’accusa, l’operazione avrebbe inoltre compromesso la sicurezza nazionale, poiché alcuni droni precipitati in territorio nordcoreano avrebbero consentito la divulgazione di informazioni riservate sulle capacità operative delle forze armate sudcoreane.

La nuova condanna si aggiunge a quella già inflitta a febbraio, quando Yoon era stato condannato all’ergastolo per insurrezione, con l’accusa di aver tentato di paralizzare l’Assemblea nazionale attraverso la dichiarazione della legge marziale. Anche in quel caso l’ex presidente ha presentato ricorso, sostenendo di aver agito esclusivamente nell’interesse del Paese. Yoon era stato definitivamente rimosso dalla carica dopo che la Corte costituzionale aveva confermato il suo impeachment, aprendo la strada alle elezioni anticipate vinte dall’attuale presidente Lee Jae Myung.

La vicenda si inserisce in un contesto di persistente tensione tra le due Coree, ancora tecnicamente in guerra. L’utilizzo di droni continua infatti a rappresentare uno dei principali punti di attrito lungo il confine. All’inizio di quest’anno lo stesso presidente Lee aveva espresso rammarico dopo che un’indagine aveva rivelato il coinvolgimento di funzionari governativi nell’invio di droni verso il Nord nel gennaio 2025. Un gesto definito “saggio” dalla sorella del leader nordcoreano Kim Yo-jong, senza tuttavia tradursi in un reale miglioramento delle relazioni, poiché Pyongyang continua a considerare Seul il proprio “nemico più ostile”.

Lo sguardo di Meloni, il visore di Pichetto, il ritratto di Mattarella. Queste le avete viste?

12 Giugno 2026 ore 16:45

C’è ancora poco mare per i politici italiani, anche se la bella stagione è ormai iniziata prepotentemente. Per la presidente del Consiglio infatti nessuna vacanza, anzi, una settimana fitta di impegni l’ha vista partecipare, tra le altre cose, prima all’assemblea di Confcommercio e poi in Aula per le comunicazioni in previsione del Consiglio europeo.

Laura Ravetto invece si mostrava insieme ai nuovi ingressi di Futuro Nazionale alla conferenza stampa della forza politica di Roberto Vannacci, mentre il ministro Pichetto Fratin provava un visore al Forum PA. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, invece, ha incontrato una rappresentanza della Marina Militare, in occasione della Giornata della Marina Militare, che lo ha omaggiato con un ritratto.

E poi un ricordo di Silvio Berlusconi, a tre anni dalla sua morte.

Queste le avete viste?

 

Laura Ravetto alla conferenza stampa di Futuro Nazionale (06/06/2026, Viareggio, Instagram)

 

Claudio Borghi (06/06/2026, Instagram)

 

Roberto Vannacci con la moglie Camelia Mihăilescu inaugurazione del Museo Mitoraj (06/06/2026, Pietrasanta, Instagram)

 

Anna Ascani al suo addio al nubilato (07/06/2026, Instagram)

 

Matteo Salvini all’Urban Mobility Summit 2026 (08/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Gilberto Pichetto Fratin al Forum PA (08/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Sergio Mattarella incontra una rappresentanza della Marina Militare, in occasione della Giornata della Marina Militare (08/06/2026, Roma, Quirinale)

 

Fausto Bertinotti e Gianfranco fini al festival letterario “Le Conversazioni” (08/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Claudio Lotito al forum “Futuro Capitale. La Nuova Italia” (09/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Carlo Fidanza alla riunione del Gruppo Ecr (10/06/2026, Riga, Instagram)

 

Giulio Tremonti, Maurizio Lupi, Walter Rizzetto, Maria Elana Boschi all’Assemblea di Confcommercio 2026 (10/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Roberta Pinotti e Angelino Alfano aDiplosec2026 (11/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Lorenzo Fontana con il pallone consegnato da Gilbert Rugby Italia con il Nastro Rosa per la ricerca contro il cancro al seno (11/06/2026, Roma, Instagram)

 

Antonio Iannone e Giorgia Meloni nel corso delle comunicazioni della presidente del Consiglio prima del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Instagram)

 

Giorgia Meloni al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Filippo Sensi mostra un disegno di Roberto Vannacci durante le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

DALL’ARCHIVIO

Vittorio Sgarbi e Silvio Berlusconi alla Biennale Internazionale di Antiquariato a Palazzo Venezia (2005, Roma, Umberto Pizzi)

Hormuz aperto (come è sempre stato), sgarbo a Israele e nessun accordo sul nucleare: ecco perché l’intesa con l’Iran non è la vittoria di Trump

12 Giugno 2026 ore 16:41

“Abbiamo messo fine alla guerra con l’Iran. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari“. Con la solita ansia da dichiarazionismo, che gli è costata una quarantina di smentite in poco più di due mesi, Donald Trump ha ufficializzato l’intesa mentre a Teheran ancora non la davano per certa. Solo ore dopo i media iraniani si sono allineati alla versione circolata sui canali americani. Ma da quanto si apprende, i termini della bozza d’accordo non sono così favorevoli agli Stati Uniti come il tycoon vuol far credere: “Abbiamo vinto la guerra, Teheran non avrà mai l’atomica, era il 95% della questione”. In realtà, per adesso, l’accordo rinvia tutte le contrattazioni sul nucleare degli ayatollah. Forse se ne è accorto pure il presidente Usa che nel pomeriggio ritratta: “I termini dell’intesa fatti circolare da Teheran sono una fake news. Farebbero bene a rimettersi in riga”.

Nessun intesa sul nucleare iraniano

Sia la bozza diffusa da Axios sia quella pubblicata dai media iraniani precisano una cosa: nessuna decisione è ancora stata presa sul nucleare di Teheran, se non quella di discutere la questione in dei negoziati finali ad hoc che si svolgeranno nei 60 giorni successivi alla firma di questo primo accordo preliminare. Dire quindi che “l’Iran non avrà mai l’atomica” è un tentativo maldestro del tycoon di intestarsi una vittoria che, al momento, non c’è, anche perché nel memorandum dovrebbe essere inserito solo un vago impegno iraniano a non costruire la bomba atomica, ma non si parla di arricchimento dell’uranio.

Anzi, il fatto che la questione più importante e il motivo per cui si è deciso di scatenare due guerre con Teheran nell”arco di pochi mesi, stando alle parole di Usa e Israele, sia stata esclusa dall’accordo mostra la debolezza di Washington al tavolo negoziale, più interessata a mettere la parola fine sul conflitto, con conseguente riapertura dello Stretto di Hormuz, che a ottenere un nuovo impegno sul nucleare dalla Repubblica Islamica. Se ne parlerà nei prossimi mesi, quindi, ma le ipotesi d’intesa circolate fino a oggi non fanno ben sperare la Casa Bianca. Non è chiaro, ad esempio, se Teheran accetterà di consegnare il proprio uranio arricchito direttamente agli Usa, poco probabile, o a un Paese terzo garante, era circolata l’ipotesi Russia. Fatto sta che questo, comunque, non le impedirebbe di continuare ad arricchirne altro. Inoltre, dopo gli attacchi subiti, l’Iran sa bene che la possibilità di costruire una bomba a breve termine rappresenta un deterrente importante per Paesi che mirano al rovesciamento del regime. In tutti questi casi, comunque, quello di Trump sarebbe un accordo al ribasso rispetto a quello siglato nel 2015 da Barack Obama e che lui stesso ha stracciato unilateralmente definendolo “il peggior accordo della storia“.

Stretto di Hormuz, la vittoria dimezzata

La principale e più importante novità dell’intesa in fase di firma è la riapertura dello Stretto di Hormuz con i flussi che, anche se gli iraniani smentiscono, nel migliore dei casi torneranno ai livelli pre-guerra. Una vittoria di Donald Trump? Non proprio. Innanzitutto viene ripristinata una situazione che era in essere già in passato e che non era mai stata messa in discussione, ossia la libertà di navigazione attraverso lo Stretto. Secondo, si è dato all’Iran la possibilità di sperimentare le conseguenze e l’effettiva efficacia del blocco navale, mostrandogli le pesanti conseguenze economiche che questo è in grado di arrecare alle grandi potenze mondiali. Così, in caso di nuove tensioni, Teheran non si farà scrupoli a riproporre il blocco come arma di ricatto. E dalla Repubblica Islamica si precisa anche che “l’Iran non si impegna in questo documento a cedere la gestione dello Stretto o la restaurazione delle condizioni che esistevano prima dell’aggressione militare americana e israeliana”, scrive Irna. Più che una vittoria, quella di Trump sembra una vittoria dimezzata.

Incognita Israele

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Fincantieri consegna a Monfalcone “Mein Schiff Flow”, nuova nave da crociera dual-fuel per TUI Cruises

12 Giugno 2026 ore 16:41

Fincantieri celebra a Monfalcone “Mein Schiff Flow”, la nuova nave dual-fuel da 160mila tonnellate per TUI Cruises

Fincantieri e TUI Cruises, joint venture tra TUI AG e Royal Caribbean Cruises, hanno celebrato presso il cantiere di Monfalcone la consegna di “Mein Schiff Flow”, seconda di due navi da crociera della classe InTUItion di nuova concezione dual-fuel, progettata per l’utilizzo di Gas Naturale Liquefatto, LNG, e Marine Gas Oil, MGO. Alla cerimonia di consegna hanno partecipato il Prefetto di Gorizia, Ester Fedullo, il Sindaco di Monfalcone, Luca Fasan, le autorità civili e militari del territorio, Wybcke Meier, CEO di TUI Cruises, Biagio Mazzotta, Presidente di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Fincantieri, Luigi Matarazzo, Direttore Generale della Divisione Navi Mercantili di Fincantieri, e Cristiano Bazzara, Direttore dello stabilimento di Monfalcone.

Con una stazza lorda di circa 160.000 tonnellate e una capacità di circa 4.000 passeggeri, “Mein Schiff Flow” nasce da un progetto di nuova generazione sviluppato da Fincantieri per coniugare innovazione, sostenibilità ed efficienza energetica. L’obiettivo è ridurre i consumi operativi e minimizzare l’impatto ambientale, nel pieno rispetto degli standard normativi più recenti. La nave è progettata per utilizzare la propulsione a LNG ed è predisposta anche per l’impiego di combustibili alternativi a basse emissioni, come bio-LNG ed e-LNG. “Mein Schiff Flow” sarà inoltre dotata di convertitori catalitici conformi allo standard Euro 6, di una turbina a vapore che sfrutta il calore residuo dei generatori diesel e di un sistema di connessione elettrica alla banchina. Queste soluzioni consentiranno un funzionamento pressoché privo di emissioni durante le soste in porto, che rappresentano circa il 40% del tempo operativo della nave.

A bordo è presente anche un innovativo sistema di trattamento dei rifiuti, progettato per trasformare le sostanze organiche in componenti riciclabili attraverso un processo termico. Una tecnologia che si inserisce nel più ampio impegno per rendere le nuove unità crocieristiche sempre più efficienti e sostenibili.

Con la consegna di Mein Schiff Flow celebriamo un nuovo traguardo nella collaborazione con TUI Cruises e confermiamo il ruolo strategico del cantiere di Monfalcone come centro di eccellenza della cantieristica mondiale”, ha dichiarato Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Fincantieri. “Qui innovazione, sostenibilità e competenze industriali si trasformano ogni giorno in capacità produttiva e competitività internazionale. Questo risultato testimonia la forza di un ecosistema che continua a evolvere, investendo nelle tecnologie del futuro e valorizzando il saper fare industriale italiano. Desidero ringraziare tutte le persone che, con professionalità, passione e impegno, hanno contribuito a rendere possibile questo importante traguardo”.

La consegna di “Mein Schiff Flow” conferma una partnership tra Fincantieri e TUI Cruises fondata su fiducia reciproca e su una solida collaborazione industriale. In questo percorso si inserisce anche il contratto firmato lo scorso settembre per la costruzione di due nuove unità della classe InTUItion, gemelle di “Mein Schiff Relax” e “Mein Schiff Flow”, che saranno consegnate rispettivamente nel 2031 e nel 2032. Le nuove navi saranno realizzate secondo i più avanzati standard ambientali, rafforzando ulteriormente il rapporto con TUI Cruises e Royal Caribbean e confermando la capacità di Fincantieri di supportare la crescita dei principali operatori crocieristici mondiali.

La consegna consolida inoltre la centralità del cantiere di Monfalcone nella costruzione di navi da crociera di ultima generazione. Principale stabilimento del Gruppo, il sito ha realizzato oltre 45 navi da crociera e conta ogni giorno circa 6.500 persone al lavoro. Il cantiere rappresenta così un motore industriale e occupazionale di riferimento per il territorio e un asset centrale per l’innovazione e l’evoluzione della cantieristica navale italiana.

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Dai semiconduttori all’Africa. Tutte le intese tra Roma e Seul

12 Giugno 2026 ore 16:38

Non solo Indopacifico e Hormuz, ma anche capisaldi della geopolitica futura come chip, IA e spazio con nel mezzo il piano d’azione strategico 2026-2030. Ricco il paniere di temi fra Italia e Repubblica di Corea: il vertice di oggi a Villa Doria Pamphilj tra Giorgia Meloni e Lee Jae Myung ha decretato una svolta fra Roma e Seul. Il bilaterale, la cerimonia di scambio degli accordi e il forum imprenditoriale di alto livello, con la partecipazione di una qualificata delegazione di aziende coreane e italiane, racconta di un’accelerazione oggettiva impressa alle relazioni fra i due Paesi.

Si tratta del terzo incontro tra il presidente Meloni e il presidente Lee in meno di un anno (dopo quelli del 19 gennaio 2026 a Seul e del 24 settembre 2025 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York) che punta forte sulla collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa. Quattro gli accordi siglati nel settore della cooperazione allo sviluppo, nel campo delle scienze, delle tecnologie avanzate e delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nella collaborazione nel campo dell’economia sociale e solidale e nel settore delle micro, piccole e medie imprese.

La delegazione italiana è stata composta dai ministri Tajani, Bernini; dai viceministri Valentini e Bellucci. Per la Repubblica di Corea presenti il vice primo ministro e ministro della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione, Bae Kyung Hoon; il ministro dell’interno e della sicurezza, Yun Ho-Jung; il vice ministro delle PMI e delle Start-Up, Yong-Seok Roh. La visita di Stato in Italia di Lee, che l’11 giugno è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si inserisce all’interno dell’ampia missione del leader sudcoreano in Europa, che ha visto il 10 giugno Lee partecipare al Vertice Ue-Corea a Bruxelles.

Il Paese è caratterizzato da un interscambio commerciale con l’Italia da circa 11 miliardi di euro, rendendolo il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. In cima al dialogo tra i due leader ci sono stati i semiconduttori, settore nel quale la Corea è uno dei leader mondiali, senza dimenticare anche la cooperazione industriale in settori nevralgici come spazio, automotive ed energia. Nel corso del loro incontro il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica di Corea hanno deciso di elevare le relazioni tra le due Nazioni al livello di Partenariato Strategico Speciale e hanno concordato il Piano d’azione strategico per il periodo 2026-2030.

Si tratta di un impegno per rafforzare la cooperazione economica, promuovendo le opportunità di investimento tra i rispettivi settori privati. Verrà creato, per questa ragione, un comitato di coordinamento congiunto per i semiconduttori, le materie prime critiche e la produzione automobilistica, sulla base del Memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale firmato il 9 novembre 2023 tra il ministero delle Imprese e del Made in Italy della Repubblica Italiana e il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Repubblica di Corea. Inoltre verrà data un’accelerata all’attuazione dell’accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea per massimizzare le opportunità derivanti dall’accordo Ue-Repubblica di Corea sul commercio digitale e verrà consentito ai rispettivi settori privati di cogliere le opportunità comuni nei mercati terzi, inclusa l’Africa.

In questo senso saranno preziose le sinergie tra il Piano Mattei per l’Africa e le iniziative attuate dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA) per promuovere la crescita, la prosperità e la creazione di posti di lavoro in Africa. In grande evidenza anche il XIV Programma Esecutivo sulla cooperazione scientifica e tecnologica per il periodo 2026-2028, attraverso progetti congiunti in aree di ricerca prioritarie quali: scienze ambientali e transizione energetica; fisica e scienza quantistica; materiali avanzati e nanotecnologie; patrimonio culturale; intelligenza artificiale in medicina e biotecnologia. Un’alleanza che spazierà anche alla cultura, al turismo, alla sicurezza e alla difesa.

Non solo accordi, anche l’attualità della geopolitica è stata inevitabilmente attenzionata dai leader: lo scambio di vedute è stato “sui principali dossier internazionali, riaffermando il comune impegno per la stabilità e la prosperità dell’Indopacifico e l’intenzione condivisa di contribuire agli sforzi in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz”.

BTP Italia Sì, ecco quanto rende e a chi conviene il nuovo titolo del Tesoro

12 Giugno 2026 ore 16:36

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) ha fissato all’1,60% il tasso annuo minimo garantito della prima emissione del BTP Italia Sì, il nuovo titolo di Stato indicizzato all’inflazione pensato per i piccoli risparmiatori. Il collocamento prenderà il via il 15 giugno 2026 e si concluderà il 19 giugno, salvo chiusura anticipata.

Quanto rende il BTP Italia Sì e a chi conviene

Il rendimento del titolo non si limita all’1,60%. A questo tasso reale minimo garantito si aggiunge infatti l’andamento dell’inflazione italiana, misurata attraverso l’Indice FOI al netto dei tabacchi. Ciò significa che le cedole semestrali aumenteranno in presenza di una crescita dei prezzi, offrendo una protezione del potere d’acquisto dei risparmi. Anche in caso di deflazione, il tasso minimo dell’1,60% resta garantito. Con scadenza fissata al 23 giugno 2031, il BTP Italia Sì prevede inoltre un premio finale extra dello 0,6% sul capitale investito per coloro che acquisteranno il titolo durante il periodo di collocamento e lo manterranno fino alla scadenza. Si tratta di un incentivo destinato a favorire il mantenimento dell’investimento nel lungo periodo.

In termini pratici, il rendimento effettivo dipenderà dall’andamento dell’inflazione nei prossimi cinque anni. Se l’inflazione dovesse attestarsi mediamente intorno all’1%, il rendimento lordo complessivo potrebbe arrivare a circa il 2,60% annuo; con un’inflazione del 2% salirebbe intorno al 3,60%, mentre con prezzi in crescita del 3% potrebbe superare il 4,60% annuo. A questi rendimenti va poi aggiunto il beneficio del premio fedeltà riconosciuto a scadenza.

Il nuovo titolo appare particolarmente adatto agli investitori che desiderano proteggere il capitale dall’erosione dell’inflazione, mantenendo al tempo stesso un elevato livello di sicurezza. Può risultare interessante anche per chi punta a costruire una componente prudente del proprio portafoglio e prevede di mantenere l’investimento fino al 2031. Grazie alla rivalutazione legata all’andamento dei prezzi, il BTP Italia Sì può rappresentare una soluzione per chi teme una ripresa dell’inflazione nei prossimi anni e vuole preservare il valore reale dei propri risparmi.

Quando potrebbe essere meno conveniente

Il titolo potrebbe risultare meno interessante per gli investitori che ritengono che l’inflazione resterà molto contenuta nel medio periodo o per chi potrebbe avere la necessità di vendere il titolo prima della scadenza. In quest’ultimo caso si perderebbe infatti il diritto al premio fedeltà dello 0,6%, mentre il prezzo di vendita dipenderebbe dalle condizioni di mercato del momento.

Come acquistare il nuovo BTP Italia Sì

Il BTP Italia Sì, identificato dal codice ISIN IT0005713539, potrà essere acquistato presso le banche, gli uffici postali o tramite home banking abilitato al trading. L’investimento minimo è di 1.000 euro e il collocamento avverrà alla pari, ossia al prezzo di 100. Il capitale nominale sottoscritto è garantito alla scadenza, mentre il rendimento sarà determinato dalla combinazione tra il tasso minimo reale dell’1,60% e l’evoluzione dell’inflazione italiana nel periodo di vita del titolo.

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TRENTO, 40 HUSKY PER LE SLITTE. PROCURA: “E’ MALTRATTAMENTO”

12 Giugno 2026 ore 16:36

La procura di Trento ha riconosciuto il reato di maltrattamento nei confronti degli oltre 40 Alaskan husky, sfruttati per il traino delle slitte (sleddog), che erano stati sequestrati con un’operazione del Corpo Forestale Trentino nel febbraio scorso in un allevamento nella zona di Millegrobbe a Lavarone in Trentino. “Sono pronti a trovare una famiglia che li ami e li accolga per il resto della loro vita gli oltre 40 Alaskan Husky sequestrati a febbraio a Millegrobbe”. I referti veterinari avevano documentato numerosi casi di denutrizione, disidratazione, debilitazione fisica, infestazioni parassitarie, dermatiti, ferite e altre patologie riconducibili alla prolungata mancanza di cure e a condizioni di detenzione incompatibili con il loro benessere.

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“Non sono incinta. La pancia che avete visto è quella di una persona che vive. E dietro un ‘pancino sospetto’ possono esserci dolore, cure e paure”: lo sfogo di Beatrice Arnera

12 Giugno 2026 ore 16:16

Altro che pancino sospetto, altro che “luna di miele in dolce attesa”. Beatrice Arnera non è incita e non ha preso affatto bene la copertina di Diva e Donna che annunciava la presunta gravidanza dell’attrice fidanzata con Raoul Bova. “Alla vigilia dell’estate un colpo di scena bollente. Raoul Bova e Beatrice Arnera, ormai inseparabili, si sono concessi una romantica fuga d’amore in Sicilia”, ha scritto il settimanale edito da Cairo. Poi, la frase sibillina: “Tra coccole, abbracci e baci appassionati, lui sfoggia un fisico d’acciaio e lei…”. Come a dire che la rotondità del pancino – per altro, va detto, appena visibile – sfoggiata in spiaggia in Sicilia, nasconderebbe un bebè in arrivo (lei ha avuto una figlia nel 2024 con l’ex compagno Andrea Pisani, Bova invece è già papà quattro volte). Un’indiscrezione in piena regola che non è affatto piaciuta a Beatrice Arnera, la quale ha risposto vergando una serie di storie al vetriolo su Instagram.

BEATRICE ARNERA SMENTISCE LA GRAVIDANZA E ATTACCA I GIORNALI

“Stamattina una persona mi ha fermata davanti alla scuola di mia figlia e mi ha detto ‘auguri!’ Mi è arrivato dritto in faccia che non era solo l’ennesima copertina di un giornale. Ma che quella cosa era arrivata nella vita vera, nella mia quotidianità”, ha raccontato Beatrice Arnera sui suoi social in un lungo sfogo che lascia trapelare l’amarezza e l’irritazione per la “fake news” sulla gravidanza. Poi attacca i giornali, o meglio, un certo tipo di giornali: “Pensavo che la frase ‘pancino sospetto’ fosse ormai solo un meme dedicato ad una vecchia stampa obsoleta e invece eccomi qui a commentare la copertina di un settimanale. Potrei limitarmi a dire che non sono incinta. E in effetti non lo sono. Ma, a differenza degli ultimi mesi, questa volta non resterò in silenzio”.

IL LUNGO SFOGO DELL’ATTRICE (DOPO UN ANNO DI GOSSIP SENZA SOSTA)

L’attrice di Buongiorno, mamma!, la serie di Canale 5, ormai da un anno è al centro del gossip (da quando sono scoppiate le prime indiscrezioni sulla sua storia d’amore con Raoul Bova) e non è la prima volta che utilizza i social per smentire notizie infondate o fornire senza intermediazioni la sua versione dei fatti (come quando replicò all’ex compagno Andrea Pisani). Questa volta se la prende con le notizie fasulle e lo “sguardo inquisitorio” di certa stampa. “Quella che avete visto non è semplicemente la copertina di un giornale che fa un’illazione. Quella che avete visto è la rappresentazione della legittimazione di uno sguardo che fa sentire chiunque autorizzato ad osservare, interpretare e commentare il corpo delle donne come se fosse uno spazio pubblico, come se fosse elemento di dibattito”, scrive su Instagram. “E no, non parlo solo del mio corpo ma di quello della vicina di ombrellone, dell’amica della vicina di casa, della ragazza che incroci nello spogliatoio della palestra. La normalizzazione dello sguardo inquisitorio alleggerito da vezzeggiativi come ‘pancino’ è una delle più grandi ferite inflitta alle donne nel 2026. Quello che spesso dimentichiamo è che dietro ad ogni corpo esiste una storia che nessuno conosce. La pancia che avete visto è quella di una persona normale, una persona che vive, mangia, respira, ride e si gode il mare”. E ancora: “Dietro un presunto ‘pancino’ può esserci semplicemente una giornata storta, un’intolleranza alimentare, un periodo di gonfiore. Oppure possono esserci percorsi molto più delicati, fatti di attese, tentativi, cure, paure, speranze e ferite che appartengono alla sfera più intima. Lo dico perché conosco bene quanto il tema della maternità possa essere complesso e quanto dolore possa nascondersi dietro domande e supposizioni che vengono pronunciate con leggerezza”.

LA RISPOSTA TRANCHANT DOPO LA COPERTINA DI DIVA E DONNA

Beatrice Arnera ha concluso il suo sfogo con una disamina sui corpi delle donne che, spiega, “non andrebbero osservati e analizzati, ma solo incontrati e ascoltati. Non parlo ai giornali, parlo a chi è dall’altra parte. Non lasciatevi fuorviare lo sguardo, continuate a vivere, sorridere, respirare, mangiare. Lasciate che il vostro corpo abiti il mondo e, che quel mondo, se lo goda”. Poi ecco arrivare la risposta tranchant “ai direttori di questi giornali”, quelli che secondo lei “consentono e alimentano questo tipo di stampa”. La chiosa è netta: “Mando un enorme abbraccio e auguro loro di non doversi trovare mai a rincuorare la loro compagna o la loro figlia sul loro aspetto fisico, solo perché forse magari non cagavano da due giorni”.

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“Un percorso che parla di studio, disciplina, curiosità e desiderio”: Federica Panicucci si è laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche e festeggia

12 Giugno 2026 ore 16:07

Grande festa per Federica Panicucci. La conduttrice di “Mattino Cinque” ha condiviso sui social il suo giorno speciale: la laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche.

Panicucci ha parlato di un traguardo “che sento profondamente mio“. E ancora: “Un percorso che parla di studio, disciplina, curiosità e desiderio. Arriva in una fase piena della mia vita e per questo ha un sapore ancora più intenso. Grata, emozionata e felice”.

Nelle sue storie Instagram, la conduttrice ha condiviso alcuni scatti dei festeggiamenti, immortalando i momenti più significativi della celebrazione. Ad accompagnarla in questa occasione speciale era presente il suo compagno Marco Bacini, al suo fianco per condividere la gioia della ricorrenza.

Federica Panicucci ha festeggiato con un elegante tailleur bianco, con la corona d’alloro e un bouquet colorato tra le mani. Poi con amici e parenti, la conduttrice ha proseguito la giornata in un ristorante di sushi a Milano, dove sono stati consegnati i tradizionali confetti rossi, in un elegante packaging, infine una torta alla frutta con la scritta “Congratulazioni”.

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Monopattini, dopo l’incidente a Milano il bilancio sale a 97 vittime sulle strade italiane dal 2020

12 Giugno 2026 ore 16:01

La tragedia di Eros Gagliardi, il 18enne morto a Milano dopo l’incidente in monopattino in via dell’Innovazione, si inserisce in un bilancio nazionale sempre più pesante. Secondo lo speciale Osservatorio Sapidata-Asaps, Associazione sostenitori e amici della polizia stradale, dall’inizio del 2026 le vittime di incidenti con monopattini in Italia sono salite a sei.

Dal 2020 a oggi i decessi complessivi sono stati 97. Il dato è cresciuto in modo costante negli ultimi anni: una vittima nel 2020, nove nel 2021, sedici nel 2022, ventuno nel 2023, ventitré nel 2024, ventuno nel 2025 e sei nei primi mesi del 2026. Numeri che accompagnano l’espansione della micromobilità elettrica nelle città, ma anche il moltiplicarsi dei problemi di sicurezza, soprattutto nei contesti urbani più trafficati.

A Milano quasi 500 violazioni in tre settimane

Il caso milanese arriva mentre sono in corso controlli mirati sui monopattini. Secondo i dati della Polizia locale, dal 17 maggio, giorno dell’entrata in vigore dell’obbligo di targa, al 7 giugno gli agenti hanno controllato circa 800 conducenti di monopattini elettrici in città. Le violazioni accertate sono state quasi 500. In 280 casi i guidatori erano senza casco, mentre in circa 200 casi i monopattini risultavano privi di targa. Un quadro che mostra come l’adeguamento alle nuove regole sia ancora parziale, nonostante la stretta normativa introdotta per rendere più sicura la circolazione e più facile l’identificazione dei conducenti in caso di incidente.

Casco, targa e divieto di passeggeri: le nuove norme

Le nuove norme hanno cambiato il quadro per chi utilizza un monopattino elettrico. Dal 2024 è obbligatorio indossare il casco, l’età minima per guidare è fissata a 14 anni ed è vietato trasportare passeggeri, animali o oggetti che possano ostacolare la guida. I monopattini, inoltre, non possono circolare sui marciapiedi, salvo eventuali diverse disposizioni locali. Per queste violazioni è prevista una sanzione di 50 euro. Dal 17 maggio 2026 è scattato anche l’obbligo del cosiddetto targhino, il contrassegno identificativo personale associato al proprietario del mezzo e non al veicolo. Il codice può essere richiesto tramite il Portale dell’Automobilista o presso gli uffici della Motorizzazione civile. La circolazione senza targa comporta una multa di 100 euro.

Da luglio arriva anche l’obbligo di assicurazione

La stretta non è finita. Dal 16 luglio scatterà anche l’obbligo di assicurazione per la responsabilità civile verso terzi. Una misura pensata per coprire i danni provocati in caso di incidente e per avvicinare ulteriormente la disciplina dei monopattini elettrici a quella degli altri mezzi che circolano su strada. Secondo gli ultimi dati Aci-Istat disponibili, relativi al 2024, gli incidenti stradali con monopattini elettrici sono stati 3.895, con 3.751 feriti e 23 morti. Nel frattempo, però, il numero dei mezzi effettivamente in regola resta difficile da quantificare. Prima dell’introduzione del contrassegno non esisteva un registro nazionale del parco circolante e, secondo alcune stime, i monopattini in Italia sarebbero circa 500mila, tra mezzi privati e sharing.

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Poltrone/ Valeria Ghezzi presidente ANEF confermata alla vice presidenza di Federturismo Confindustria

12 Giugno 2026 ore 15:57

Ghezzi all’Assemblea Federturismo Confindustria: “La montagna è un modello di sviluppo per il turismo italiano del futuro”

La montagna italiana non rappresenta soltanto una delle più importanti destinazioni turistiche del Paese, ma un vero laboratorio di sviluppo sostenibile, occupazione stabile e innovazione territoriale. È questo il messaggio portato da Valeria Ghezzi, Presidente di ANEF e confermata Vice Presidente di Federturismo Confindustria, nel corso dell’Assemblea Pubblica 2026 della Federazione, che si è svolta ieri pomeriggio al MAXXI di Roma sul tema “Nuovi Turismi verso il 2030: Economia stellare per occupazione stabile, sostenibilità, sviluppo”.

L’Assemblea ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e delle principali organizzazioni del settore per riflettere sulle sfide e sulle opportunità che attendono il turismo italiano nei prossimi anni, sancendo inoltre l’elezione di Massimo Caputi alla Presidenza di Federturismo Confindustria.

Nel panel dedicato al ruolo dei territori e delle destinazioni, Valeria Ghezzi ha evidenziato come il concetto di “nuovi turismi” trovi nella montagna una delle sue espressioni più significative. «La montagna sta vivendo una fase di riscoperta e di rinnovata attrattività, ma la sua storia turistica affonda le radici in una tradizione millenaria. Oggi gli stessi luoghi e gli stessi paesaggi vengono interpretati attraverso nuove esperienze, nuovi servizi e nuove modalità di fruizione, capaci di rispondere alle esigenze del viaggiatore contemporaneo», ha sottolineato Ghezzi.

La Presidente di ANEF ha ricordato come le aree montane abbiano dovuto affrontare per decenni fenomeni di spopolamento e difficoltà legate all’accessibilità, ai servizi e alle infrastrutture, ma rappresentino oggi una straordinaria opportunità per costruire un modello di sviluppo equilibrato e duraturo. In Italia i comuni montani sono circa 2.500, occupano il 35% del territorio nazionale e ospitano oltre 7 milioni di residenti. Più della metà di essi presenta un’economia fortemente legata al turismo, con livelli di presenze turistiche superiori al doppio della media nazionale.

«La montagna può offrire una risposta concreta a tre grandi obiettivi del turismo del futuro: occupazione stabile, sostenibilità e sviluppo», ha spiegato Ghezzi. «Grazie all’allungamento delle stagioni e alla crescente diversificazione delle esperienze, è possibile generare lavoro qualificato per gran parte dell’anno. Allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente naturale non rappresenta un vincolo ma una necessità strategica, perché il paesaggio e il territorio costituiscono il nostro principale prodotto turistico». Nel suo intervento Ghezzi ha inoltre ribadito il ruolo centrale degli impianti di risalita come infrastrutture di mobilità e di accesso alle terre alte, sempre più utilizzate non soltanto dagli sciatori ma anche da escursionisti, famiglie e visitatori interessati a vivere la montagna in tutte le stagioni.

I dati confermano il valore economico e sociale del comparto: ogni milione di euro di ricavi generato dai gestori degli impianti produce oltre 5 milioni di euro di spesa turistica sul territorio, circa 8 milioni di euro di giro d’affari complessivo e oltre 68 unità di lavoro annue a livello locale. Parallelamente, il settore continua a investire in innovazione e sostenibilità, con tecnologie che consentono significativi risparmi energetici e una riduzione costante dell’impatto ambientale.

«La montagna è un sistema complesso e interconnesso», ha concluso Ghezzi. «Il successo di una destinazione dipende dalla capacità di integrare infrastrutture, ospitalità, servizi, esperienze e qualità della vita delle comunità residenti. La vera sfida dei prossimi anni sarà costruire un’offerta sempre più integrata, innovativa e accessibile, capace di generare valore economico e sociale per l’intero territorio».

La conferma di Valeria Ghezzi alla Vice Presidenza di Federturismo Confindustria rappresenta un importante riconoscimento del ruolo strategico che il turismo montano e il sistema degli impianti di risalita svolgono all’interno dell’industria turistica italiana, sempre più chiamata a contribuire alla competitività e allo sviluppo del Paese.

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BERLUSCONI, L’ON. BRAMBILLA RICORDA IL PRESIDENTE ANIMALISTA: “CI MANCHI”

12 Giugno 2026 ore 15:47

“Ricordare Silvio Berlusconi vuol dire rievocare le tante vite che ha vissuto, da imprenditore geniale, da politico che ha cambiato la politica, da statista con il record della più lunga permanenza al governo del Paese, da dirigente sportivo che ha vinto più di chiunque altro. Per me sarà sempre il “mio presidente”, che con me e con milioni di italiani condivideva, tra l’altro, profondi sentimenti di amore e di rispetto per gli animali. La trasmissione che conduco su Rete 4, “Dalla parte degli animali”, è nata nel 2017 per sua ispirazione e suo desiderio. Sono orgogliosa di aver consegnato agli archivi tanti video-ricordi del Berlusconi animalista convinto, come tale, allora, poco noto al grande pubblico: il presidente che manda un saluto ai telespettatori nel 2019, che racconta “l’amore a prima vista” e la vita con Dudù (a lungo il cane più noto d’Italia), che fa appello per le adozioni nei canili, che deplora le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, che allatta l’agnellino Fiocco di Neve (le immagini fecero il giro del mondo), che presenta “Peter” il figlio di Dudù, gli altri barboncini bianchi, il chihuahua “Rambo”, Harley e Sole, uno dei cinque cani provenienti dal canile di Olbia. L’amore verso questi eterni fanciulli, ripeteva sempre, è davvero grande. Mi piace immaginare che in qualche modo lo ricordino anche loro con lo stesso affetto. Ci manchi, presidente”.

Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, ricorda Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della scomparsa.

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Dalle ferrovie ai porti. La nuova avanza cinese in Africa si sposta sul mare

12 Giugno 2026 ore 15:47

Sarà che l’aver perso il Canale di Panama brucia ancora. O più realisticamente che l’economie in via di sviluppo non hanno ancora generato i necessari anticorpi. Fatto sta che la Cina si sta ancora una volta infilando sotto le lenzuola dell’Africa. Film già visto per certi versi. Sono almeno una quindicina di anni, infatti, che Pechino permea costantemente il continente, le sue infrastrutture, le sue finanze. I risultati sono fin troppo noti, più volte raccontati da questo stesso giornale. Adesso però l’obiettivo sembra stringersi. Più che strade, ponti, gallerie, ferrovie, adesso sono i porti la nuova frontiera della penetrazione cinese in Africa. Un rapporto dell’Africa centre for strategic studies smaschera il Dragone.

“L’Africa occupa una posizione geostrategica cruciale lungo i corridoi marittimi globali che collegano Asia, Europa e Americhe. Per la Cina, l’accesso a queste rotte rappresenta una priorità sia economica che strategica. E per questo la stessa Cina ha creato nuovi corridoi marittimi che collegano i principali agglomerati portuali africani dell’Africa occidentale, settentrionale e meridionale con i principali porti cinesi di Qingdao, Tianjin e Yantai, e le adiacenti zone di libero scambio pilota. Queste rotte si aggiungono alle decine di linee dirette tra i porti africani e cinesi , a testimonianza della crescente integrazione dell’Africa nelle reti marittime incentrate su Pechino”, è la premessa del documento.

“La Cina si è progressivamente integrata nei sistemi che sono alla base delle attività marittime africane. L’integrazione negli ecosistemi marittimi africani va ben oltre la costruzione di porti, dal momento che il Dragone è oggi un importante finanziatore e gestore delle infrastrutture stradali, ferroviarie e logistiche africane collegate a questi porti, intrecciando strettamente le reti commerciali africane con quelle cinesi. Sistemi che includono software per le operazioni portuali, automazione, intelligenza artificiale e tecnologie di sicurezza informatica”. Ecco però il rovescio della medaglia.

“Questi vantaggi, tuttavia, sono accompagnati da notevoli vulnerabilità, tra cui l’eccessiva dipendenza per l’Africa da infrastrutture marittime costruite o finanziate dalla Cina e dalle relative tecnologie. Talvolta, tali accordi espongono i Paesi africani a un indebitamento insostenibile. Senza considerare che le aziende cinesi acquisiscono costantemente influenza su infrastrutture strategicamente importanti attraverso partecipazioni azionarie, contratti di locazione a lungo termine o accordi di gestione operativa”. Non è tutto. “La crescente attività militare cinese nei porti a duplice uso, che servono sia a scopi commerciali che navali, potrebbe inoltre coinvolgere i Paesi africani in rivalità geostrategiche e minare gli sforzi africani volti a diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza”.

Insomma, in buona sostanza “l’eccessiva dipendenza da infrastrutture fisiche, come quelle portuali, e digitali costruite e finanziate dalla Cina può limitare la concorrenza interna, sottrarre entrate indispensabili, sollevare preoccupazioni in materia di dati e sicurezza e potrebbe anche ridurre la flessibilità politica e il potere contrattuale, soprattutto quando i paesi non regolamentano le proprie abitudini e strategie di indebitamento”. La buona notizia è che alcuni governi africani hanno iniziato a reagire, specialmente sul versante della pesca, altra testa di ponte cinese. “Il Ghana sospende regolarmente le licenze dei pescherecci cinesi coinvolti nel trasbordo illegale e nella pesca di esemplari giovani. Il Senegal e il Gambia hanno inasprito le sanzioni e ampliato i pattugliamenti, mentre Guinea, Guinea-Bissau e Sierra Leone hanno fermato imbarcazioni attraverso operazioni congiunte con organizzazioni non governative internazionali”.

Ma lo sforzo di pochi potrebbe non bastare. “L’Africa si trova ad affrontare una tensione fondamentale derivante dal crescente coinvolgimento della Cina nei porti, nei corridoi commerciali e nelle reti marittime africane: l’ampliamento delle capacità può portare benefici economici, ma comporta anche il rischio di una riduzione dell’autonomia sulle infrastrutture critiche, nonché di una modifica delle norme di governance e regolamentari. Per mantenere la sovranità su queste infrastrutture i governi africani dovrebbero far rispettare le leggi nazionali esistenti che garantiscono il controllo sovrano sulle loro operazioni portuali e commerciali, emanarne di nuove se necessario ed evitare accordi che minino la loro autonomia politica o limitino la loro capacità di diversificare le partnership esterne”. Succederà?

Milano, Eros Gagliardi morto in monopattino a 18 anni: la miocardite dopo il Covid e il ritorno sui campi di calcio

12 Giugno 2026 ore 15:46

Dietro la cronaca dell’incidente avvenuto nella notte a Milano c’è la storia di un ragazzo che aveva già conosciuto la paura di dover rinunciare alla propria passione. Si chiamava Eros Gagliardi e avrebbe compiuto 19 anni ad agosto il giovane morto dopo lo schianto tra un monopattino elettrico e un’auto in via dell’Innovazione. Eros viaggiava come passeggero sul monopattino guidato da un amico. L’impatto con un’utilitaria è avvenuto attorno alla mezzanotte. Le sue condizioni sono apparse subito gravissime: soccorso e trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Niguarda, è morto poco dopo l’arrivo.

La passione per il calcio e lo stop per la miocardite

Eros amava il calcio. Una passione che aveva dovuto mettere in pausa durante la pandemia, quando aveva contratto una infezione al miocardio che lo aveva costretto a fermarsi per oltre un anno. In un’intervista rilasciata anni fa a “Sprint e Sport”, il giovane aveva raccontato il colpo ricevuto da quella diagnosi: “Quando mi hanno diagnosticato la miocardite è come se mi avessero dato una pugnalata al cuore, pensavo che tutti i miei sogni sarebbero svaniti e che non potessi più giocare a calcio”. Parole che oggi assumono un peso ancora più doloroso. Dopo un lungo percorso di cure, Eros era riuscito a ottenere l’idoneità sportiva e a tornare in campo con l’under 16 dell’Idrostar di Cesano Boscone. Un ritorno vissuto come una piccola conquista personale, dopo mesi segnati dall’incertezza.

“Ringrazio i miei genitori e la mia voglia di giocare”

Nella stessa intervista, Eros aveva descritto la fatica di un corpo costretto a fermarsi mentre la mente continuava a correre verso il campo. “Quando la testa è pronta a farti fare quello che hai sempre fatto ma il fisico non te lo permette più – aveva detto – inizi a pensare che forse davvero non tornerai mai come prima”. A sostenerlo, aveva raccontato, erano stati soprattutto i genitori: “In questo devo ringraziare i miei genitori che mi sono sempre stati vicini specialmente mio padre che mi ha sempre incoraggiato e non meno importante sono state la mia voglia e la mia passione di giocare a calcio”.

Lo schianto in via dell’Innovazione

La notte tra giovedì e venerdì, quella storia di tenacia si è interrotta sull’asfalto di via dell’Innovazione, alla periferia di Milano. Il monopattino su cui Eros viaggiava insieme a un amico si è scontrato con un’utilitaria. Feriti in modo lieve il conducente del mezzo elettrico e la persona alla guida dell’auto. Gli agenti della Polizia locale sono al lavoro per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente. Per Eros, che dopo la malattia era riuscito a tornare a fare ciò che amava, non c’è stato nulla da fare.

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Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

12 Giugno 2026 ore 15:32

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

“Quasi 7 laureati su 10 dicono no ai lavori sottopagati”: la fotografia dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea

12 Giugno 2026 ore 15:54

Sette giovani su dieci non accettano più lavori sottopagati, aumenta il tasso di occupazione tra i neolaureati e quasi il 60% di loro è donna. È la fotografia del “XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione” presentato all’Università degli Studi della Basilicata: dallo studio, che ha coinvolto 700mila laureati di 81 università diverse, emerge un Paese in cui i laureandi sono diventati sempre più attenti alle proposte di lavoro. Per la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo, il rapporto segnala che “lo sguardo di laureate e laureati sul lavoro è uno sguardo attento e ha precise direzioni sul piano valoriale”.

Occupazione all’80%: più coerenza tra studio e lavoro

Il report registra un netto aumento del tasso di occupazione che ruota intorno all’80% tra i neolaureati. A cinque anni dal conseguimento del titolo la quota sale al 91,7%. Numeri ottimi, considerando anche che, alla vigilia della laurea, il 76,4% degli studenti e delle studentesse dichiara di non voler accettare lavori non coerenti con il proprio percorso (nel 2016 la quota era dell’87,2%). Cresce anche la percezione che ci sia una buona coerenza tra studio e lavoro, giudicata da due persone laureate su tre “molto efficace o efficace”. Rimane però sempre un 39,4% (tra chi ha una laurea di primo livello) e un 32,5% (di secondo livello) che a un anno dal titolo non considerano utili per il mondo del lavoro le competenze acquisite in università. Gli strumenti di accompagnamento offerti dagli atenei pesano su queste statistiche, anche perché dal report emerge che chi ha preso parte alle iniziative di orientamento al lavoro, tra cui i tirocini curricolari, ha mostrato una probabilità di occupazione più alta del 10,1% a un anno dalla laurea e un minore disallineamento rispetto a chi non ne ha usufruito.

No ai lavori sottopagati: rimane però gender gap e divario territoriale

Una netta differenza rispetto a dieci anni fa, che si riflette anche sulle retribuzioni ritenute adeguate. Sette persone su dieci di chi sta per laurearsi dichiara di non essere disposto ad accettare compensi netti mensili inferiori a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno: nel 2016 era solo il 24,4%. Una presa di posizione che sembra ottenere anche buoni riscontri nella realtà. A un anno dalla laurea la media mensile netta è di circa 1500 euro, a cinque anni dal titolo si arriva a 1.903 euro per chi possiede una laurea di secondo livello (circa 100 euro in meno per il titolo di primo livello).

Dati positivi, al netto però di divari strutturali sempre presenti: il gender gap ad esempio fatica ad essere eliminato considerando che a parità di condizioni, gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese, nonostante la quota rosa rappresenti il 59,6% delle persone laureate. “A fronte di carriere universitarie mediamente migliori delle donne, più regolari negli studi e con voti di laurea più alti – si legge nel rapporto – permane una loro minore valorizzazione nel mercato del lavoro”.

Sempre evidenti anche le differenze territoriali: chi risiede al Nord ha avuto il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede al Sud. La stessa differenza permane anche nelle retribuzioni dal momento che chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno.

Statale di Milano, Torino e Bicocca tra gli atenei più virtuosi

Tra i poli più virtuosi rimane stabile l’Università Statale di Milano che si posiziona sopra la media per la maggior parte degli indicatori di qualità degli studi. Le retribuzioni sono superiori alla media nazionale e anche dal punto di vista occupazionale la Statale vanta tassi elevati, in aumento rispetto allo scorso anno (a cinque anni il tasso dei laureati di secondo livello è del 95,3%). Dati che “rafforzano il ruolo della Statale come ateneo attrattivo e competitivo a livello internazionale, capace di coniugare qualità della formazione e solidità degli sbocchi occupazionali” , commenta la rettrice Marina Brambilla secondo cui è “particolarmente significativo è il risultato sull’internazionalizzazione, soprattutto nei percorsi magistrali”.

Per quanto riguarda i laureati più richiesti è il Politecnico di Torino a distinguersi, con un esito occupazionale del 96,1% dei laureati magistrali a un anno dal titolo. A cinque anni dalla laurea la quota di occupati raggiunge addirittura il 98,8%. Non è però solo quantità ma anche qualità dei lavori a dare lustro al polo del capoluogo piemontese: oltre il 77% degli occupati può contare su un contratto a tempo indeterminato con una media di stipendio di 1.824 euro al mese, che sale a 2.250 euro a cinque anni dalla fine degli studi. Dal punto di vista dell’internazionalizzazione, il Politecnico di Torino registra i risultati migliori, triplicando la media nazionale: i laureati con cittadinanza straniera sono oggi il 18,1% del totale. Alla luce di questi numeri, non stupisce che l’83,5% dei laureati dichiara che sceglierebbe nuovamente l’Ateneo.

Record di velocità invece per l’università statale di Milano-Bicocca, dove gli studenti si laureano prima degli altri con il primo titolo di studio conseguito a 23,9 anni, a fronte di una media nazionale di 27,9 anni. Rapidità che va di pari passo con la qualità della formazione, perché stando ai numeri di Almalaurea, 9 su 10 lavorano a un anno dal titolo di studio. “Quasi 8 laureati su 10 alla Bicocca hanno avuto esperienze lavorative durante gli studi, contro circa 7 su 10 a livello nazionale. – sottolinea la pro-rettrice Sonia Migliorati – e questo, oltre a testimoniare l’attenzione dell’ateneo rispetto all’integrazione tra studio ed esperienze lavorative, può favorire l’occupabilità e l’acquisizione di competenze trasversali”.

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“Mondiale con troppe squadre? Vediamo se l’Italia si qualifica con 64, o forse dovrò metterne 228”: Infantino sfotte la Nazionale

12 Giugno 2026 ore 15:54

Come i leader mondiali a cui è più affezionato, anche Gianni Infantino ama perseverare nelle sue idee. Il presidente della Fifa ha costruito il suo enorme potere nel calcio anche grazie a questa prima Coppa del Mondo a 48 squadre. E non ha intenzione di fermarsi. È già in corso il dibattito per allargare i Mondiali di calcio fino a 64 squadre: vale la pena infatti ricordare che la prossima edizione del 2030 sarà quella del centenario, un secolo dopo la prima Coppa Rimet che si disputò in Uruguay. Per questo motivo, Infantino ha progettato un’edizione che coinvolgerà tre continenti e sei Paesi. Una specie di Leviatano del pallone.

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Mentre già si dibatte su questi Mondiali divisi fra tre Paesi (Usa, Canada e Messico) e con 48 squadre partecipanti, i prossimi rischiano di essere ancora peggio. Ad oggi il progetto non è definito: si sa solo che le partite inaugurali si giocheranno tra Uruguay, Argentina e Paraguay, per celebrare appunto il centenario. Mentre il resto della competizione si svolgerà tra Spagna, Portogallo e Marocco. Vista questa espansione gigantesca, soprattutto la Federazione del Sud America (CONMEBOL) sta spingendo per allargare il torneo a 64 squadre, ovvero il 30% di tutte le Nazionali affiliate alla Fifa.

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È musica per le orecchie di Infantino. Già il formato a 48 ha permesso di qualificarsi a tante nazioni che altrimenti il mondiale avrebbero solo potuto sognarlo. Sono gli stessi piccoli Paesi che votano nel congresso Fifa e costituiscono il consenso del presidente. Più squadre, più potere. Più partite, più soldi, ancora più potere. È questo il modello del presidente svizzero-italiano. Che distribuendo tra tre continenti l’edizione 2030, ha garantito agli amici dell’Arabia Saudita di avere i Mondiali 2034. E per difendere le sue mire, Infantino non si fa problemi anche a sfottere la Nazionale azzurra per la sua assenza ai Mondiali.

“Prima di tutto dobbiamo vedere come funzionerà questa prima Coppa del Mondo con 48 squadre”, ha detto Infantino rispondendo all’emittente brasiliana CazéTV in merito a un possibile ulteriore ampliamento dei Mondiali. “È chiaro che tutte le squadre qualificate rappresentano un evento di grande portata. Abbiamo persino discusso di 64 squadre, e in quel caso ci sarebbe lo stesso numero di partite, ma con una maggiore partecipazione di squadre e un maggiore coinvolgimento da parte di tutto il mondo”, ha detto il presidente FIFA, ammettendo che il progetto di prevedere 16 gironi (ma senza ripescaggio delle migliori terze) esiste eccome.

Poi la battuta sull’Italia. Nel corso dell’intervista all’ingresso dello stadio Azteca, Infantino ha sottolineato che un ulteriore aumento del numero di squadre qualificate potrebbe aiutare, ad esempio, l’Italia a tornare ai Mondiali. Il presidente FIFA ha commentato ridacchiando: “Vediamo se l’Italia si qualifica con 64 squadre, o forse dovrò metterne 228 per vedere se si qualificano”, ha concluso con una risata. Se lo può permettere. La stampa sportiva italiana da tempo gli ha steso un tappeto rosso, tra interviste celebrative e interventi scritti di proprio pugno per raccontare la favola del miglior Mondiale di sempre.

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Btp Italia Sì, rendimento minimo a 1,6 per cento per i risparmiatori individuali: via al collocamento dal 15 giugno

12 Giugno 2026 ore 15:48

Tasso minimo garantito all’1,60 per cento, per i Btp Italia Sì della prima emissione, da lunedì 15 giugno fino a venerdì 19 giugno alle ore 13 (salvo chiusura anticipata). Lo comunica in una nota il ministero dell’Economia e delle Finanze. Si tratta dei Buoni del tesoro poliennali per finanziare i debito pubblico dello Stato italiano. La sottoscrizione è riservata ai soli risparmiatori individuali e affini. Non c’è un tetto alle richieste: tutte le domande in regola giunte nel periodo di collocamento saranno accolte. Per il calcolare il valore delle cedole (i pagamenti corrisposti dallo Stato per ripagare l’investimento) con questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale (Indice Foi, senza tabacchi – Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi) rilevato nel periodo di riferimento.

Il Btp Italia Sì, ricorda il ministero, con godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031, prevede infatti cedole semestrali legate al tasso di inflazione nazionale oltre ad un premio finale extra dello 0,6% sul capitale sottoscritto riservato a coloro che lo acquistano nei giorni di emissione e lo detengono fino a scadenza. Al termine del collocamento il tasso minimo garantito potrà essere confermato o rivisto al rialzo, in base alle condizioni di mercato. La tassazione è agevolata al 12,5%, come previsto per i titoli di Stato (contro il 26% di altri investimenti) con l’esenzione dalle imposte di successione. Il titolo non incide sul calcolo Isee fino di 50 mila euro.

Il codice Isin del titolo necessario per identificarlo e acquistarlo durante il periodo di collocamento è IT0005713539. È possibile comprare Btp Italia Sì, oltre che in banca o all’ufficio postale, anche online mediante il proprio home-banking (con funzione di trading abilitata). L’emissione avrà luogo sul Mot (il Mercato Telematico delle Obbligazioni e Titoli di Stato di Borsa Italiana) attraverso Intesa Sanpaolo e UniCredit – dealer dell’operazione – e Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm – codealer dell’operazione. La data di regolamento di tutti gli ordini di acquisto eseguiti è unica e coincide con quella di godimento. Il Btp Italia Sì viene acquistato alla pari (100) per importi a partire dal lotto minimo di 1.000 euro durante i giorni del collocamento e potrà essere ceduto interamente o in parte prima della sua scadenza, senza vincoli e alle condizioni di mercato, sempre per lotti minimi da 1.000 euro nominali. Il capitale nominale sottoscritto è garantito a scadenza. Sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze (www.mef.gov.it) sono presenti tutti i documenti che illustrano sia le modalità di collocamento e distribuzione del titolo che le modalità di calcolo delle cedole.

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Blanco con il pappagallino sulla spalla si prepara per l’esame di maturità e torna sui libri – IL VIDEO

12 Giugno 2026 ore 15:48

Dalla musica ai libri di scuola. A quasi quattro anni dall’esplosione del suo successo, Blanco è alle prese con una sfida molto diversa dai concerti e dagli studi di registrazione: l’esame di maturità. Il cantante, che aveva interrotto il percorso scolastico dopo la firma del suo primo contratto discografico, ha deciso di riprendere gli studi e conseguire il diploma.

Nelle ultime ore l’artista ha condiviso sui social un breve video che lo ritrae mentre ripassa in vista degli esami di Stato ormai imminenti. Accanto a lui compare anche il suo inseparabile pappagallino giallo, protagonista di alcuni momenti della clip che ha subito attirato l’attenzione dei fan.

La decisione di tornare tra i banchi era stata annunciata alcuni mesi fa. Dopo aver lasciato la scuola per dedicarsi completamente alla carriera musicale, Blanco si è iscritto al liceo delle Scienze Umane con l’obiettivo di completare il percorso interrotto negli anni del debutto artistico. Una scelta che lo stesso cantante aveva spiegato all’inizio dell’anno, raccontando di aver maturato una diversa consapevolezza rispetto al passato.

In un’intervista rilasciata a Icon, aveva infatti spiegato di aver sentito il bisogno di investire nuovamente nella propria formazione personale: “Ho capito che è fondamentale crescere, arricchirsi. Non tutto gira intorno a questa roba”, aveva dichiarato, riferendosi al mondo della musica e al successo arrivato in giovanissima età.

A 23 anni, quindi, Blanco si prepara a vivere un’esperienza comune a migliaia di studenti italiani. Una parentesi insolita per una delle voci più popolari della musica italiana degli ultimi anni, ma che racconta la volontà di completare un percorso lasciato in sospeso e di affiancare alla carriera artistica anche il traguardo del diploma.

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Taylor Swift si commuove, è diventata la donna più giovane mai inserita nella Songwriters Hall of Fame: “È stato istintivo. Nessuno mi ha insegnato come farlo”

12 Giugno 2026 ore 15:43

Taylor Swift è diventata la donna più giovane mai inserita nella Songwriters Hall of Fame. Steven Spielberg ha presentato l’artista, giovedì sera 11 giugno, con un discorso sul potere della scrittura di canzoni. Tamar Braxton ha aperto la cerimonia di inserimento con un tributo al rivoluzionario cantautore, produttore e rapper R&B Christopher “Tricky” Stewart. Il gala si è tenuto al Marriott Marquis Hotel di New York.

Tra i premiati figuravano appunto Swift, ma anche Stewart, Gene Simmons e Paul Stanley dei Kiss, Alanis Morissette e Kenny Loggins. Sono stati celebrati anche autori non musicisti, tra cui il duo di autori Terry Britten e Graham Lyle, autori di “What’s Love Got To Do With It” di Tina Turner, e il cantautore Walter Afanasieff, che ha scritto “All I Want for Christmas Is You” di Mariah Carey.

“È stato istintivo. Nessuno mi ha insegnato come farlo”, ha detto Swift sul palco, parlando della sua attività di autrice di canzoni, con una voce roca che ha attribuito al fatto di aver cantato a squarciagola durante le esibizioni della serata e la storica partita NBA di mercoledì sera tra i New York Knicks e i San Antonio Spurs.

L’artista ha raccontato al pubblico di come la sua famiglia abbia stravolto le proprie vite per trasferirsi a Nashville quando era ancora una ragazzina. “Non potrò mai esprimere la mia gratitudine“, ha detto trattenendo a stento le lacrime, attribuendo il merito del loro sacrificio alla sua carriera.

Ha offerto un consiglio ai giovani cantautori: “Dovete davvero dare la priorità a ciò che amate, fino in fondo al vostro essere. Perché ne avrete bisogno”.

Steven Spielberg ha presentato Swift con un discorso a sorpresa sul potere della scrittura di canzoni. “C’è qualcosa di innegabile nel modo in cui le canzoni si imprimono nelle nostre anime”, ha detto, prima di concentrarsi su Swift. “In qualche modo Taylor ci conosce tutti fin troppo bene”. Swift ha iniziato il suo discorso ringraziando Spielberg. “Grazie a esempi come quello di Steven, ho avuto fiducia nella mia immaginazione”, ha detto.

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Nella magistratura un contropotere con forti attitudini tattiche

12 Giugno 2026 ore 15:39

Convinto votante NO al referendum del 22/23 marzo, il cui obiettivo reale era quello di salvare la Costituzione dall’ennesima manomissione truffaldina, non certo appoggiare cacicchi e poltronisti del Pd e neppure impedire la separazione delle carriere in magistratura, assisto perplesso allo stupore per la definitiva redenzione di Nicole Minetti a mezzo della signora giudice della Procura di Milano che ne ha reiterato la beatificazione: la dottoressa Francesca Nanni, che mi ricorda l’ineffabile copy lookologico di sciura meneghina incarnato dall’immigrata genovese Letizia Brichetto in Moratti (una perbenista – la leader berlusconiana – con palesi pulsioni verso quelli/e che piacciono alla gente che piace).

Dunque, lo stupore per chi credeva che la corporazione dei giudici fosse composta da Arcangeli Gabriele, pronti con la spada di fuoco a scacciare i reprobi dalle loro tane dorate. Quando chi come me – educato da una nonna àpote al criterio scettico del “denaro e santità/ metà della metà” – ha sempre considerato la Giustizia un prezioso contrappeso degli altri poteri, prudentemente concentrato sui movimenti in atto nei Palazzi del Potere; commisurando le proprie strategie agli equilibri vigenti. Ergo – come diceva il poeta milanese Nelo Risi – sempre “attenti dove il potere sta”. A Roma come a Cologno M. (Torino è messa fuori gioco dalla furia liquidatoria degli Elkann).

Un disincanto che, per quanto ricordo, risale a mezzo secolo fa: il 13 febbraio 1974 un trio di giovani magistrati, che poi vennero denominati “pretori d’assalto” – Mario Almerighi, Carlo Brusco e Adriano Sansa – avevano aperto un’indagine su presunti finanziamenti occulti da parte dei petrolieri tramite la loro associazione, l’Unione petrolifera, alle segreterie amministrative dei partiti di governo (DC, PSI, PRI e PSDI). Stando alle accuse si trattava di una tangente del 5%, ripartita sul peso politico dei vari partiti, sui vantaggi derivati alle aziende del settore da una politica energetica contraria alle centrali nucleari. Si scatenò una tempesta (caduta del governo Rumor IV quando il leader del PRI Ugo La Malfa ritirò la sua delegazione ministeriale, varo nel marzo 1974 della disciplina in materia di finanziamento dei partiti: la legge Piccoli) destinata a chetarsi rapidamente. Per cui il 24 gennaio 1979 la commissione inquirente assolse gli inquisiti, non riscontrando a loro carico elementi di reato.

Qualche mese dopo ospitai a cena uno dei tre pretori, che mi riferì un aspetto poco noto dell’accaduto: nei giorni caldi della vicenda il trio era stato ricevuto al Quirinale dal presidente Sandro Pertini, e loro si presentarono all’incontro portandosi dietro una cassa di documenti probatori. Per tutta risposta l’ospite non fece altro che avvertirli: si preparassero alla messa a tacere di tutta la faccenda, perché il sistema partitico della Prima Repubblica era ancora troppo forte.

Messaggio ricevuto: difatti vent’anni dopo scatta Mani Pulite – sotto la regia del Procuratore della Repubblica Milanese Francesco Saverio Borrelli – per far piazza pulita di una corruzione ambientale nota da tempo al Palazzo di Giustizia, solo perché in quel momento il sistema di potere dominante – il CAF dell’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani – era andato in crisi a Milano, dove la Lega di Umberto Bossi scalzava il sindaco socialista Pillitteri, eleggendo il proprio candidato Formentini.

L’occasione per avviare una nuova Tangentopoli in condizione politiche più favorevole di quelle al tempo dello scandalo petroli. E fu il crollo della prima Repubblica. Forte di questo risultato la magistratura italiana, che ancora nei primi decenni del secondo dopoguerra era appiattita (porto delle nebbie) sul sistema di potere dominante (Vaticano-DC-Confindustria?), imparava a barcamenarsi tra rapporti di forza, scambi e opportunità. Il caso più recente è stato la rimozione di Giovanni Toti, da anni notorio pivot di un intreccio concussivo partendo dal porto di Genova, sottoposto a indagini quando Giorgia Meloni gli rifiutò il terzo mandato, sancendone la vulnerabilità.

Come si giustifica ora il pasticciaccio per pulire le fedine e l’immagine di Minetti a Milano e Marcello Dell’Utri a Firenze? Ci si può leggere la Fase Uno di un nuovo disegno, messo a punto negli alambicchi degli apprendisti stregoni della politica – con in testa il vecchio cuore doroteo di Mattarella (quello che da Vice premier avallava i bombardamenti della Serbia e ora predica pace) – come sbiancatura del passato di Silvio Berlusconi (Bunga Bunga e collusioni mafiose) per accreditare Forza Italia a gamba sostitutiva di un nuovo centro senza i disturbatori Conte e Fratoianni. E la Schlein confinata nel ruolo di segretaria “voce che grida nel deserto”. Un restyling con il fattivo contributo di una magistratura dalle marcate attitudini tattiche.

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Contro il caporalato dobbiamo rinunciare allo sfruttamento come premessa | La trave nel piatto, la rubrica di Slowfood

12 Giugno 2026 ore 15:38

Quanta lungimiranza in quel titolo Buono pulito e giusto (Carlo Petrini, Einaudi 2005). Queste tre dimensioni sono entrate in crisi tutte insieme: non sono disgiunte, sono correlate. Ed è proprio nel disgiungerle e volerle affrontare separatamente che l’approccio riduzionista del secolo scorso mostra le sue fragilità.

Buono pulito e giusto è la nostra definizione di cibo di qualità e racchiude in sé la dimensione esistenziale del piacere e della bellezza (il buono), quella dell’armonia con la Terra Madre (il pulito) e quella della giustizia sociale (il giusto). Quindi evitiamo di insistere nell’errore di spezzettare la complessità globale e cadere nella retorica.

Molta retorica si è sprecata per raccontare quello che è accaduto ad Amendolara: ascrivendolo a fatto isolato. Accusando gli esecutori materiali, che certo devono pagare per quel che hanno fatto. Definendo i braccianti sfruttatigli invisibili”, “la massa silenziosa”. Ma non sono né invisibili né silenziosi. Sono migliaia di persone: invisibili solo se non si vogliono vedere, silenziose solo se non si vogliono sentire.

Quello che è accaduto ad Amendolara è persino innominabile, perché un livello di orrore a cui è difficile pensare, la mente vacilla: eppure i loro nomi devono essere menzionati, i nomi di quattro esseri umani, quattro giovani uomini con la loro esistenza, un miracolo unico e irripetibile, a cui è stato dato fuoco. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Safi Iayjad, 27. Amin Fazal Khogjani, 28 anni. Waseem Khan, 29.

Prima di ogni altra cosa risulta inaccettabile che esistano troppe zone d’ombra nel lavoro dove lo Stato latita e forme di sfruttamento come il caporalato prendono sempre più piede, da Sud a Nord: oltre all’agricoltura e alla produzione di cibo, esiste l’edilizia e il trasporto.

Poi bisogna iniziare a dirci che è necessario compiere delle rotture: di fronte a tanta violenza causata da storture strutturali, anche le rotture devono essere strutturali.

Questa gente muore sull’altare del prezzo basso alla vendita: sia chiaro, quando paghiamo 0,99 euro al chilo i pomodori (ma anche le fragole, le zucchine, i peperoni…) non stiamo pagando i pomodori. I pomodori ci arrivano gratis: noi stiamo pagando il carrello, la luce del supermercato, il camion che li ha portati, ma sicuramente non stiamo pagando i pomodori. E tantomeno stiamo pagando chi li ha raccolti.

Giorni fa ho preso parte ad una conferenza legata al progetto Fao “Mountain Partnership”: un progetto internazionale che mira a recuperare il lavoro artigianale di comunità montane, soprattutto il sapere artigianale femminile della tessitura. La Fao ha coinvolto quattro stilisti italiani per scoprire e valorizzare il lavoro e il sapere di queste donne. Tra questi c’era lo stilista Antonio Marras che spiegava cosa accade analogamente nel settore moda: quando acquistiamo un capo a 9,90 euro stiamo pagando la gruccia, la commessa, le luci, ma non stiamo pagando il vestito. Ecco esattamente quello che succede nel cibo: perché si tratta di un problema strutturale, di modello, non una criticità isolata.

E non si sottovaluta qui il prerequisito legato al prezzo del cibo: senza cibo si muore ed esso deve essere accessibile. Ma al contempo sarà necessario iniziare a fare analisi più radicali: perché se riteniamo che gli stipendi medi non consentono agli esseri umani di nutrirsi in modo buono, pulito e giusto, dobbiamo rivedere gli stipendi. Il prezzo del cibo viene stigmatizzato semplificando all’estremo la questione: “Ma il povero pensionato che prende 600 euro al mese, come fa a comprarsi cibo di qualità?”. Ecco forse dobbiamo discutere dell’adeguatezza di quella pensione, se non permette di alimentarsi con cibo di qualità, che è legato a doppia mandata alla salute.

L’altra rottura è legata allo sfruttamento: con il modello produttivo e consumista vigente, abbiamo accettato lo sfruttamento come premessa necessaria, funzionale e irrinunciabile. Sfruttamento delle risorse naturali, del suolo, della fertilità, della biodiversità, dell’acqua, degli animali, ma anche degli esseri umani. Se accettiamo in premessa lo sfruttamento perché ci promette una qualche forma di benessere, allora accettiamo anche quello che è successo ad Amendolara. Qui invece dobbiamo compiere una rinuncia: dobbiamo rinunciare allo sfruttamento in premessa.

La ricerca Ismea del 2025, riferita al 2024, sui costi e i redditi in agricoltura, evidenziava come su 100 euro di spesa alimentare in un supermercato, in caso di materia prima, al contadino ne vanno 7. Sette euro su cento che noi spendiamo. Nel caso poi di materia prima trasformata – ed è trasformato già il prezzemolo che compriamo nella busta – al contadino va 1,50 euro su 100.

Pertanto, quando affermiamo che se paghiamo una verdura 0,99 euro al chilo, non stiamo pagando la verdura, questo implica che non stiamo pagando i contadini che rimangono sempre schiacciati dalle pressioni del mercato. Allora chi fa i soldi in agricoltura? Sono le banche, i fondi di investimento, le grandi società finanziarie, le grandi multinazionali dell’agrobusiness e la grande distribuzione. In questa cornice è funzionale la grande agricoltura industriale delle pianure con le sue fragilità: la monocoltura, le sementi brevettate, il consumo di suolo a ritmi vertiginosi, ampio impiego di macchinari e sostanze di sintesi con le ricadute ambientali e sanitarie sotto gli occhi di tutti.

Quindi, di nuovo, il tema è strutturale: è tempo di aver coraggio di mettere in discussione il modello. Dobbiamo avere il coraggio di farlo perché non possiamo accettare quello che è successo ad Amendolara. Non possiamo accettare quello che è successo Satnam Singh vicino a Latina.

Quel modello non è né buono, né pulito, né giusto. Ma un’altra idea di mondo esiste: è possibile e anche urgente, e dovrà essere buona, pulita e giusta.

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“Anche davanti al caporalato più schifoso bisogna correre a cercare l’impresa committente che ne beneficia”: così con le inchieste di Milano l’erario ha recuperato oltre un miliardo e 60mila lavoratori sono stati stabilizzati

12 Giugno 2026 ore 15:38

Un miliardo e duecento milioni recuperati all’erario. Oltre duecento milioni all’Inps. E oltre 60mila lavoratori stabilizzati e regolarizzati. Sono i numeri che raccontano due anni e mezzo di lavoro del sostituto procuratore di Milano Paolo Storari e della sua squadra, protagonista delle inchieste più importanti sul caporalato degli ultimi anni. “E tutto questo senza (quasi) mai arrestare nessuno e senza intercettazioni, dunque con interventi ad altissimo impatto sulle imprese, ma a bassissimo impatto sulle persone” racconta Storari che insieme al comandante del Nucleo Carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro di Milano Tiziano De Renzis è intervenuto a un convegno organizzato dall’associazione Giuristi Democratici di Torino collaborazione con il consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino.

Introdotto dall’avvocata Giulia Druetta – una delle prime legali ad essersi occupata dei rider in Italia – il pm di Milano ha raccontato come è cambiato l’approccio al tema del caporalato da parte della Procura. “Di fronte alle cooperative spurie, una vecchia tecnica investigativa era quella di concentrare attenzione sulla cooperativa. Si arrestava qualcuno che si faceva qualche mese di custodia cautelare, poi usciva, patteggiava, lo Stato non prendeva nulla e la cooperativa precedente veniva sostituita da quella nuova. Era un po’ come pestare l’acqua con il mortaio” racconta Storari. Oggi invece “si è iniziato a capire che forse i beneficiari di questo sistema non erano solo le cooperative, ma anche i committenti. Il tema è diventato quello di come far responsabilizzare il committente”.

Una dinamica che si verifica in ambiti diversi: dai campi in agricoltura alle grandi case della moda, dalla logistica alle camere degli hotel. “Oggi di fronte a notizia di reato di caporalato, non devo correre ad arrestare il caporale, voglio dire anche, ma non tanto quello – precisa il pm – devo correre a capire quello che succede, a capire chi sta sopra e beneficia di questa attività. E incidere sull’organizzazione del lavoro. Perché altrimenti l’opificio o la cooperativa sarà sostituita immediatamente da un’altra cooperativa e nulla sarà cambiato”. Occorre agire sull’organizzazione del lavoro, dunque, cercando di capire come funziona la filiera. “Bisogna capire che il controllo gerarchizzato che c’era quarant’anni fa non esiste più” osserva il maggiore De Renzis. “Se noi troviamo un opificio che produce una borsa a 40 euro e poi quella stessa borsa la trovo in via Montenapoleone a settemila euro, e tra quella borsa e il negozio ci sono cinque, sei o sette intermediari c’è qualcosa che non funziona – aggiunge De Rensis – per massimizzare il profitto si allunga la produzione e i costi si scaricano sulla manovalanza dell’ultimo anello produttivo”. In una società “signorile di massa” come quella di oggi, “campiamo su una serie di disgraziati, è un dato di fatto ed è un problema di cui qualcuno si deve fare carico”. Non basta la Procura però, conclude Storari: “Bisogna cercare di creare, come è accaduto con l’antimafia, un’egemonia culturale su questo tema. Pensate, l’antimafia, ormai è un patrimonio di questo Paese, ma la lotta allo sfruttamento del lavoro non lo è ancora”.

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Edf 2025, Leonardo mette a segno 15 progetti e oltre 64 milioni

12 Giugno 2026 ore 15:20

Quindici progetti su diciotto candidature presentate, per finanziamenti europei che superano i 64 milioni di euro destinati direttamente al gruppo e che arrivano a circa 84 milioni se si considera anche il contributo delle società partecipate. Sono questi i numeri con cui Leonardo chiude la sua partecipazione all’edizione 2025 dell’European defence fund (Edf), lo strumento con cui l’Unione europea finanzia la ricerca e lo sviluppo capacitivo nel settore della difesa.

Il quadro generale dell’Edf 2025

Il bando 2025 dell’Edf, nel suo complesso, ha messo sul tavolo circa un miliardo di euro distribuiti su 33 inviti a presentare proposte. A fronte di 410 candidature arrivate da tutta Europa, la Commissione ne ha selezionate 57, che coinvolgeranno in totale 634 soggetti provenienti da 26 Stati membri, oltre a Norvegia e Ucraina. Una platea ampia, in cui le piccole e medie imprese pesano per il 38% dei partecipanti, segno della linea seguita da Bruxelles negli ultimi anni: allargare la base industriale coinvolta nei programmi comuni, evitando che la difesa europea resti un affare riservato a pochi grandi gruppi e a pochi paesi.

I due progetti guidati da Leonardo

Dei 15 progetti che vedono coinvolta Leonardo, 11 riguardano lo sviluppo capacitivo e 4 la ricerca. Tra questi, due portano la firma del gruppo italiano in qualità di capofila: Asimov (Autonomous system for inspection, maintenance, defence operations and manoeuVres) e Anemos (Airborne new european Mids operational solution). Asimov si inserisce nel filone dello sviluppo capacitivo e guarda alle operazioni e ai servizi in orbita per la difesa europea, un terreno su cui Leonardo è già presente con asset satellitari e su cui punta a consolidare un ruolo di primo piano. Anemos, invece, è un progetto di ricerca pensato per ampliare le capacità europee in materia di superiorità informativa e interoperabilità, attraverso nuove soluzioni di radiocomunicazione e forme d’onda avanzate per i sistemi di comunicazione tattica.

Una presenza trasversale sui domini operativi

Al di là dei due progetti guidati direttamente dall’azienda, la presenza di Leonardo nei consorzi finanziati dall’Edf 2025 tocca praticamente tutti i domini operativi su cui si sta orientando la difesa europea. Si va dal collaborative air combat in ambito aeronautico al land collaborative combat con integrazione aria-terra, passando per i sistemi di nuova generazione per il soldato, la digital ship e il naval combat cloud sul fronte navale. A questo si aggiungono le attività legate alla cyber defence, all’interoperabilità tra addestramento live, virtual e constructive, e a un insieme di tecnologie abilitanti (radar multi-banda 4D, sensori a infrarossi, componentistica elettronica avanzata) che secondo l’azienda costituiscono i mattoni su cui si regge l’autonomia strategica del continente.

F1, il dibattito sull’Aduo: chi può fermare la Mercedes di Kimi Antonelli? Il Gp di Barcellona è il vero banco di prova

12 Giugno 2026 ore 15:19

Già nel post gara di Monaco in paddock è cominciato il chiacchiericcio sui risultati dell’Aduo e tra colleghi alla domanda “li hai visti?” tutti hanno risposto stupiti “davvero?” quando hanno scoperto che la FIA ha valutato Red Bull-Ford come miglior power unit delle prime cinque gare mondiali. Inaspettato, quantomeno, visto il dominio di Mercedes finora – ha vinto tutte le gare – e la posizione in classifica che occupa la squadra di Milton Keynes.

Non è uscita ancora una nota ufficiale perché Red Bull ha chiesto alla federazione di approfondire la valutazione. Un esito che ha sorpreso perché, se confermato, significa che la macchina di Kimi Antonelli e George Russell fa la differenza con la parte elettrica del motore e restituisce credito al telaio costruito a Brackley. Ma soprattutto ha la facoltà di sviluppare ancora una monoposto che già sembra imprendibile per gli avversari.

Ma cos’è l’Aduo? È l’acronimo di Additional Development and Upgrade Opportunities che consente lo sviluppo addizionale della componente motore in finestre aggiuntive per la stagione in corso e successiva in base alla percentuale di differenza di prestazione rilevata all’interno della finestra di valutazione di riferimento. La prima è stata chiusa in Canada, poi Ungheria, Olanda e Messico.

Al momento lo scostamento di Mercedes da Red Bull, ricordiamolo benchmark secondo le federazione, è del 2%, dunque la possibilità di uno sviluppo aggiuntivo quest’anno e l’anno prossimo. La Ferrari è nella finestra del 4%, quindi avrà due possibili sviluppi da sfruttare per ogni stagione. Ora si aspetterà ancora per vedere l’esito del ricorso e la Fia aggiornerà, tema del giovedì nel paddock di Barcellona.

Circuito di Catalogna che è da sempre il vero banco di prova della stagione. Un circuito completo e di riferimento per capire i veri livelli della macchina portata in pista. Al Montmelò in tanti portano aggiornamenti, Ferrari soprattutto, ma nelle parole della vigilia i piloti hanno pinzato il freno: Mercedes sarà ancora fortissima.

A proposito di freni, Charles Leclerc dopo l’incidente di Monaco ha scelto di cambiare l’impianto andando nella stessa direzione di Lewis Hamilton. L’inglese, ora secondo nel mondiale (non accadeva dalla notte di Abu Dhabi in cui ha perso il titolo contro Verstappen nel 2021), si sta ritrovando e predica cautela: “Gli aggiornamenti non si portano in una settimana, noi continuiamo a spingere”. Voglia di rivalsa per i delusi di Montecarlo. Su tutti Russell: “Non mi sta andando dritto in weekend, ma non durerà per sempre”.

Anche Max Verstappen ha parlato della sua situazione: “Noi miglior motore? Fa piacere per chi ci ha lavorato, ma aspettiamo le verifiche”. Tanti temi per un weekend rovente – temperature altissime, altro banco di prova – che inizia ancora una volta nel segno di Kimi Antonelli a caccia di altri record.

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È morto Claudio Spadaro, l’agente dei servizi segreti Pigreco nella serie tv “Romanzo criminale”. Era tornato a Taranto per affrontare il tumore

12 Giugno 2026 ore 15:17

Mondo del cinema in lutto. È morto a 72 anni Claudio Spadaro, che dal 2008 al 2010 ha impersonato l’agente dei servizi segreti Pigreco nella serie tv “Romanzo criminale”.

L’attore si è spento a Taranto, dove era nato il 17 giugno 1953. I funerali sono stati celebrati oggi, 12 giugno, nella Chiesa del Santissimo Crocifisso della città ionica. Spadaro era tornato a casa nei mesi scorsi per affrontare il tumore che ne aveva progressivamente compromesso le condizioni di salute.

Dopo gli esordi sul grande schermo alla fine degli anni Settanta, Spadaro ha sbarcato il lunario con il film come “Corse a perdicuore” di Mario Garriba e “Sogni d’oro” di Nanni Moretti.

Nel corso degli anni ha collaborato con autori del calibro di Marco Bellocchio, Mario Monicelli, Ricky Tognazzi, Marco Tullio Giordana, Peter Greenaway e Franco Zeffirelli. Poi il ruolo di Benito Mussolini nel film “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli, accanto a Maggie Smith e Cher.

Successo anche con le produzioni televisive come “La Piovra”, “Distretto di Polizia”, “Don Matteo”, “Paolo Borsellino” e “Le indagini di Lolita Lobosco“.

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Dua Lipa e Callum Turner, continua la luna di miele in Italia: spunta una “location segreta” nel Sud tra lusso e avvistamenti in Porsche

12 Giugno 2026 ore 15:09

Prosegue in Italia la luna di miele di Dua Lipa e dell’attore Callum Turner, che dopo il matrimonio hanno scelto il Sud come scenario del loro viaggio romantico. La coppia, già avvistata nei giorni scorsi a Tropea, si è ora spostata in Basilicata, nel Materano, dove avrebbe fatto tappa a Bernalda. Secondo quanto riportato, i due avrebbero soggiornato a Palazzo Margherita, struttura di lusso realizzata dal regista Francis Ford Coppola, prima di proseguire verso la zona di Matera, la celebre città dei Sassi.

A rendere ancora più “da cartolina” il viaggio di nozze, anche alcuni avvistamenti della coppia in giro per Bernalda a bordo di una Porsche, dettaglio che ha rapidamente fatto il giro dei social, e ha contribuito ad alimentare la curiosità attorno alla loro presenza nel Materano. Il viaggio di nozze, tra mare, borghi e paesaggi della Basilicata e della Calabria, sta diventando a tutti gli effetti un piccolo “tour” del Sud Italia, seguito con curiosità anche dai fan della cantante sui social.

Intanto, mentre la coppia si gode il Sud Italia, arriva anche la soddisfazione da chi amministra i territori toccati dal loro passaggio. A Tropea, il sindaco Giovanni Macrì ha commentato con entusiasmo la scelta della cantante e dell’attore di includere la cittadina calabrese nel loro itinerario, sottolineando il valore attrattivo del borgo: “Ma quanto attrae e quanto ripaga l’esperienza identitaria e distintiva nel borgo di Tropea! E quanto vale, se addirittura, la scelta della nostra città, diventa la cornice speciale e naturale al tempo stesso di momenti iconici e unici, come un matrimonio o un viaggio di nozze”, ha dichiarato.

????GIRO D’ITALIA! Dua Lipa e Callum Turner sono stati avvistati in giro con una Porsche a BERNALDA (BASILICATA). pic.twitter.com/gF9RRkzH8f

— Dua Lipa Italia (@DLipaItaly) June 11, 2026

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Appalti Anas, Denis Verdini rinviato a giudizio per corruzione. Il figlio Tommaso patteggia due anni e dieci mesi

12 Giugno 2026 ore 15:08

L’ex parlamentare Denis Verdini è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’ambito di un filone del procedimento su presunti appalti pilotati dell’Anas. A deciderlo il giudice per l’udienza preliminare di Roma Tiziana Coccoluto, che ha fissato la prima udienza al 16 settembre. La gup ha approvato anche l’accordo complessivo di patteggiamento raggiunto dal figlio di Denis, Tommaso Verdini, con la Procura: Verdini junior, arrestato a dicembre 2023, aveva già patteggiato due anni e nove mesi di reclusione per la maggior parte delle accuse, pena alzata ora a due anni e dieci mesi da scontare ai lavori socialmente utili. Un altro degli imputati, l’ex manager di Anas Domenico Petruzzelli, è stato condannato a un anno e quattro mesi per corruzione con rito abbreviato, venendo invece assolto dall’accusa di turbativa d’asta.

Nei capi d’imputazione si legge che Tommaso Verdini, Denis Verdini e Fabio Pileri, titolari della società di consulenza imprenditoriale Inver, facilitavano le aziende loro clienti a vincere appalti attraverso l’accesso a informazioni riservate, apprese da dipendenti di Anas in cambio di denaro o di favori. In cambio della “messa a disposizione delle loro funzioni”, si legge nei capi d’imputazione, alcuni funzionari pubblici “accettavano la promessa di utilità” da parte dei Verdini e di Pileri, “consistite nei loro interventi e raccomandazioni in sedi politiche e istituzionali per la conferma in posizioni apicali di Anas, o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di organismi di diritto pubblico”. Gli imprenditori, invece, a “conoscenza degli appoggi in Anas garantiti dai rapporti personali di Pileri e dei Verdini”, ne rafforzavano “i propositi criminosi sollecitando tali interventi e remunerandoli con somme di denaro, giustificate attraverso fittizi contratti di consulenza”.

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Un pescatore trascina a riva uno squalo bianco e lo libera in pochi secondi: “Non puoi controllare cosa abbocca all’esca” – IL VIDEO

12 Giugno 2026 ore 15:04

Un episodio tanto spettacolare quanto controverso arriva dalla costa di Nantucket, dove un pescatore esperto ha trascinato a riva uno squalo bianco lungo circa due metri, dopo essersi accorto che l’animale agganciato alla lenza era in evidente difficoltà. Una volta sulla battigia, lo ha immobilizzato per pochi istanti e, dopo averne compreso la situazione, gli ha rimosso l’amo prima di ributtarlo in mare.

Il video, diventato virale e diffuso dal Nantucket Current, mostra il veterano della pesca Elliot Sudal mentre sta praticando surf casting sulla costa sud dell’isola nello stato del Massachusetts. L’uomo, inizialmente convinto di aver agganciato uno dei numerosi squali della zona, si rende conto solo in seguito che si tratta di uno squalo bianco e che l’animale è in difficoltà. È proprio in quel momento che decide di intervenire rapidamente per liberarlo.

Sudal, che pesca da anni in quella zona, ha raccontato a WBZ-TV la sua esperienza: “Ho catturato più di 1000 squali sandbar e centinaia di squali dusky dalla spiaggia, e la maggior parte li ho anche marcati lungo il percorso. Non stavo assolutamente cercando quello squalo bianco, non puoi controllare cosa abbocca all’esca”

Secondo il suo racconto, la decisione di condividere il video nasce dalla convinzione di aver gestito correttamente la situazione: “Credo di aver fatto tutto nel modo giusto in quella situazione. Lo squalo era nella risacca, ho rimosso l’amo e l’ho rimesso in mare in circa 15 secondi. Bisogna capire che la gente ti guarda, rispettare l’animale ed essere prudenti. Ho dovuto liberarlo in modo sicuro e veloce. È una creatura incredibile, mi sento fortunato ad aver potuto interagire con lui”.

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McDonald’s vola con Aeroitalia sul Boeing 737-800 

12 Giugno 2026 ore 14:59

Aeroitalia è lieta di annunciare che dal 30 maggio il Boeing 737-800 sta operando con la nuova e distintiva livrea McDonald’s sulla rotta tra Roma e Olbia. L’iniziativa nasce per il lancio in Italia della campagna global McDonald’s World Menu Heist, che porta nel nostro paese panini, bibite e snack provenienti da altri paesi.

Il velivolo è equipaggiato con i comfort degli SkyInteriors, offrendo ai passeggeri un’esperienza di viaggio ancora più moderna e piacevole. La speciale colorazione nasce da una collaborazione tra Aeroitalia e McDonald’s, che hanno deciso di unire le proprie forze per regalare ai viaggiatori un’esperienza unica e memorabile.

Infatti, la livrea McDonald’s World Menu Heist è immediatamente riconoscibile grazie ai suoi colori brillanti e agli elementi grafici distintivi. La parte superiore della fusoliera, dal muso fino alla coda, è caratterizzata da una fascia gialla sulla quale spicca la grande scritta nera “Carico speciale: gusto McDonald’s”, subito sopra al logo Aeroitalia accompagnato dalle bandiere di diverse nazioni, a sottolineare il carattere internazionale dell’iniziativa. Sulla coda, in verticale, campeggia la scritta “World Menu Heist” in nero su sfondo giallo, mentre il logo McDonald’s appare ben visibile sia vicino alla coda sia sul muso dell’aereo.

L’utilizzo di aerei con livree promozionali rappresenta una tradizione consolidata nel settore del trasporto aereo, contribuendo a promuovere partnership prestigiose e progetti innovativi.  Aeroitalia è orgogliosa di essere protagonista di questa tendenza e invita tutti i passeggeri a scoprire e fotografare il Boeing 737-800 nella sua esclusiva veste McDonald’s World Menu Heist.

L’iniziativa è stata ideata e curata dall’Agenzia di Comunicazione Ital Communications.

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“L’uccello è sceso in picchiata e gli ha rubato il pasto. Lui lo ha afferrato e ha iniziato a colpirlo al petto”: gabbiano ucciso da un turista a St Ives, si cercano testimoni

12 Giugno 2026 ore 14:58

Il gabbiano gli ha rubato il pranzo, lui lo ha afferrato e colpito ripetutamente fino a provocarne la morte. È quanto sostiene il Daily Mail, che riporta diverse testimonianze relative a un episodio avvenuto mercoledì 10 giugno a St Ives, popolare località balneare della Cornovaglia.

Secondo il tabloid britannico, il volatile si sarebbe lanciato sul cibo che l’uomo stava trasportando mentre passeggiava insieme alla moglie e al figlio. A quel punto, il turista avrebbe reagito afferrando l’animale e colpendolo più volte.

Tra i testimoni citati dal Daily Mail c’è Rosie Reynolds, che stava lavorando in un punto vendita di escursioni in barca nei pressi del porto. La donna sostiene di aver assistito all’intera scena. “Il gabbiano è sceso in picchiata e gli ha portato via il pasto. Lui lo ha afferrato e ha iniziato a colpirlo al petto mentre lo teneva bloccato”, ha raccontato al giornale. Secondo il suo resoconto, dopo alcuni colpi l’animale sarebbe rimasto immobile e sarebbe stato poi gettato a terra gravemente ferito.

Il Daily Mail riferisce anche la testimonianza di un commerciante della zona, che sostiene di aver servito l’uomo poco prima dell’accaduto. Secondo il suo racconto, il gabbiano avrebbe sottratto un panino al pesce. Un altro testimone, citato dal tabloid e intervenuto sui social, ha affermato di aver visto l’uomo colpire violentemente il volatile sul lungomare davanti a numerose persone, compresi alcuni bambini.

Nelle ore successive all’episodio diverse fotografie dell’uomo hanno iniziato a circolare sui social network. Il Daily Mail riferisce che alcuni utenti avrebbero identificato il presunto responsabile, ma al momento non risultano comunicazioni ufficiali da parte della polizia in merito alla sua identità.

Le autorità del Devon e della Cornovaglia hanno confermato di aver ricevuto una segnalazione indiretta dell’accaduto e hanno lanciato un appello ai testimoni: “Stiamo cercando persone che abbiano assistito all’episodio o che dispongano di immagini e filmati”, ha dichiarato un portavoce, citato dalla stampa britannica.

I gabbiani reali sono una specie protetta nel Regno Unito ai sensi del Wildlife and Countryside Act. In caso di accertamento delle responsabilità, chi danneggia o uccide deliberatamente questi animali può andare incontro a sanzioni severe, comprese multe elevate e pene detentive.

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Gwyneth Paltrow scelta come testimonial di un progetto immobiliare di lusso in Israele: scoppia la polemica – VIDEO

12 Giugno 2026 ore 14:57

Gwyneth Paltrow è stata ingaggiata come volto di un esclusivo progetto immobiliare nel centro di Israele. La scelta ha suscitato immediata indignazione sui social media, dove numerosi utenti hanno denunciato la stridente contraddizione tra l’immagine patinata della campagna pubblicitaria e le drammatiche condizioni di vita della popolazione civile a Gaza e in Libano, territori devastati dal conflitto in corso che vede contrapposti Israele e Iran. La notizia è stata riportata da diversi organi di stampa israeliani, tra cui il quotidiano Haaretz.

L’attrice premio Oscar è protagonista di uno spot pubblicitario diffuso questa settimana da Aviv Melisron, un gruppo immobiliare israeliano che promuove il progetto 51 Park a Herzliya, a nord di Tel Aviv. Il complesso residenziale di lusso prevede la costruzione di 646 appartamenti distribuiti su due edifici di 51 piani, situati tra due parchi comunali. Lo spot, girato a New York, ha iniziato ad essere trasmesso in Israele.

Nata da padre ebreo, Gwyneth Paltrow ha sempre manifestato apertamente il proprio sostegno a Israele. All’indomani del massacro del 7 ottobre 2023, l’attrice si è unita a decine di altre importanti personalità del mondo di Hollywood nella firma di una lettera aperta indirizzata all’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden, esortandolo a impegnarsi attivamente per ottenere la liberazione dei 251 ostaggi trattenuti nella Striscia di Gaza.

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Zapatero indagato anche per frode fiscale e contrabbando. A casa dell’ex premier spagnolo gioielli per 1,3 milioni di euro

12 Giugno 2026 ore 14:55

Altri guai per l’ex premier socialista spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero. La sua posizione nell’inchiesta sul caso Plus Ultra potrebbe peggiorare. Il giudice dell’Audiencia Nacional, José Luis Calama, ha deciso di ampliare le indagini nei suoi confronti ipotizzando anche i reati di frode fiscale e contrabbando in relazione ai gioielli per un valore stimato di 1,3 milioni di euro, trovati durante una perquisizione effettuata il 19 maggio nel suo studio.

Secondo l’ordinanza del magistrato, citata da Efe, l’origine dei preziosi “non risulta al momento giustificabile“. Il giudice istruttore ritiene che il possesso di beni di lusso di elevato valore, senza tracce fiscali sulla loro acquisizione, possa costituire un indizio di possibile incremento patrimoniale non dichiarato ai fini dell’Irpef.

Calama ipotizza inoltre un presunto reato di contrabbando, sostenendo che non vi sia documentazione che attesti i pagamenti di dazi e imposte eventualmente dovuti per l’importazione dei gioielli nell’Unione europea.
I reati per i quali l’ex premier socialista, in carica dal 2004 al 2011, risulta iscritto al registro degli indagati sono traffico di influenze, falsità documentale, organizzazione criminale, riciclaggio di denaro, frode fiscale e contrabbando. L’inchiesta si concentra sui compensi percepiti dall’ex premier in attività di consulenza, sui rapporti con imprenditori spagnoli e venezuelani su presunti flussi finanziari collegati al salvataggio di Plus Ultra.

Il leader socialista, che sarà interrogato il 17 e il 18 giugno, ha respinto le accuse e, attraverso la segretaria, durante la perquisizione del 19 maggio, ha attribuito i gioielli a eredità ricevute dalla madre e dalla suocera, ad acquisti e a “regali” di cui non sono stati forniti ulteriori dettagli.

Per la perizia sui gioielli, il giudice istruttore si è affidato alle competenze alla storica casa di aste Ansorena, una delle più autorevoli di Spagna, e alla collaborazione dell’Istituto Gemmologico Spagnolo, che ha verificato l’autenticità e le caratteristiche di smeraldi, rubini e zaffiri presenti in parure, bracciali e orecchini. I gioielli sono circa un centinaio, tra orologi, anelli, collane, bracciali e orecchini. Secondo quanto era stato riferito in precedenza dall’entourage dell’ex premier socialista, le gioie deriverebbero avrebbero un valore tra i 30mila e i 50mila euro. Ma la valutazione acquisita dagli inquirenti supera di gran lunga questa stima. Una discrepanza che ha indotto Luis Arroyo, consulente della comunicazione e considerato il portavoce di Zapatero, a scusarsi pubblicamente “per aver indotto in errore” sul valore dei gioielli. Arroyo ha ammesso che la valutazione dei gioielli, da lui indicata inizialmente, era errata.

Ora gli investigatori vogliono accertare la provenienza dei preziosi, per verificare se possano avere un collegamento con i presunti trasferimenti all’estero di fondi provenienti dal finanziamento della compagnia Plus Ultra.

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La Cina cancella i dialoghi con l’Ue mentre Bruxelles cerca una strategia comune

12 Giugno 2026 ore 14:55

La Cina ha cancellato senza spiegazioni due dialoghi previsti a giugno con l’Unione Europea: un confronto ministeriale sulle questioni digitali e un incontro con Olof Skoog, vice segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna. Ufficialmente Bruxelles e Pechino continuano a mantenere aperti i canali di comunicazione e la Commissione europea ha precisato che gli incontri saranno riprogrammati. Ma il tempismo della decisione ha attirato l’attenzione delle capitali europee.

La cancellazione arriva infatti in una fase di crescente attrito economico tra il Blocco e la Repubblica popolare. Bruxelles sta preparando una serie di strumenti destinati a limitare alcune forme di accesso delle imprese cinesi al mercato europeo, dal nuovo Industrial Accelerator Act alle restrizioni nel settore delle infrastrutture digitali e delle tecnologie energetiche. Allo stesso tempo la Commissione ha intensificato le indagini commerciali e ha definito “insostenibile” un deficit che ha ormai raggiunto circa un miliardo di euro al giorno.

Dietro la disputa commerciale si intravede però una questione più ampia. Secondo una fonte europea, Pechino “sottovaluta seriamente quanto funzionari e decisori europei siano preoccupati e irritati dalle pratiche commerciali cinesi”. Allo stesso tempo, aggiunge la stessa fonte, la leadership cinese sarebbe convinta che l’Unione abbia ancora difficoltà a trasformare questa crescente inquietudine in una posizione politica realmente unitaria. Ossia, “scommette che la rabbia europea non diventerà azioni di potere contro la Cina”.

È una valutazione che aiuta a leggere sia la pressione diplomatica esercitata da Pechino nelle ultime settimane sia il significato del prossimo Consiglio europeo. Il vertice del 18 e 19 giugno si svolgerà in un contesto particolarmente complesso, segnato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni in Medio Oriente, dalle ricadute sui mercati energetici e dalla crescente competizione economica globale. In questo quadro, il dossier Cina tende a intrecciarsi con temi che fino a poco tempo fa venivano affrontati separatamente: competitività industriale, sicurezza economica, energia, tecnologie strategiche e bilancio europeo. In sostanza, le nuove direttrici dell’autonomia strategica.

La discussione riflette una trasformazione più profonda del dibattito europeo. Per anni Bruxelles ha cercato di bilanciare cooperazione economica e gestione delle divergenze con Pechino. Oggi il confronto ruota sempre più attorno alle dipendenze strategiche create dall’integrazione economica degli ultimi due decenni.

Bart De Wever, primo ministro belga, è stato tra i leader più espliciti nel chiedere un cambio di approccio. A suo giudizio l’Europa continua a moltiplicare iniziative senza dotarsi di una strategia coerente, mentre la Cina opera secondo obiettivi di lungo periodo. Il rischio, sostiene, è che le divisioni interne impediscano all’Unione di rispondere efficacemente a una sfida che coinvolge settori centrali dell’economia europea, dall’automotive alla chimica fino alle tecnologie pulite.

Le preoccupazioni europee sono alimentate anche dalla dimensione del fenomeno. Il surplus commerciale cinese ha raggiunto livelli record e molti osservatori parlano apertamente del rischio di un secondo “China Shock”, con effetti potenzialmente destabilizzanti per alcuni comparti industriali europei. Tuttavia, all’interno dell’Ue continua a mancare il consenso sia sulla natura del problema sia sulla risposta più appropriata.

Una corrente privilegia strumenti di difesa commerciale contro sovracapacità produttiva e sussidi statali. Un’altra continua a puntare sulla reciprocità e sull’accesso al mercato cinese. Altri ancora ritengono che la sfida principale sia rafforzare la competitività europea attraverso investimenti, innovazione e politica industriale. La mancanza di una diagnosi condivisa rende più difficile costruire una linea comune.

Anche per questo il Consiglio europeo potrebbe produrre meno decisioni immediate di quanto alcuni governi auspicano. Le bozze preparatorie evitano riferimenti espliciti alla Cina e parlano piuttosto di “squilibri macroeconomici globali”, segnale delle persistenti sensibilità tra gli Stati membri. Nonostante il linguaggio sulla riduzione delle dipendenze e sul rafforzamento industriale si sia fatto più assertivo, molti governi restano prudenti di fronte all’ipotesi di un confronto economico diretto con Pechino.

La discussione, inoltre, non riguarda soltanto commercio e industria. Come spiega Tefta Kelmendi, Programme Lead for Climate Diplomacy and Geopolitics di E3G, la gestione delle pressioni economiche cinesi è diventata più urgente man mano che si moltiplicano gli shock geopolitici. “Le ultime tensioni con la Cina sull’Industrial Accelerator Act e possibili ulteriori misure di difesa del commercio mostrano che l’UE sta finalmente utilizzando i suoi strumenti in modo più strategico per proteggere i suoi interessi ed evitare di approfondire le dipendenze, anche sulle catene di approvvigionamento di energia pulita e tecnologia che sono cruciali per la transizione energetica”.

È proprio questo allargamento del dibattito a rendere la questione cinese diversa rispetto al passato. Le tensioni commerciali non vengono più percepite come un dossier isolato, ma come parte di una riflessione più ampia sulla resilienza europea. Energia, sicurezza, industria e competitività stanno progressivamente convergendo in una stessa agenda politica.

La cancellazione dei due incontri con Bruxelles appare quindi meno come un incidente diplomatico e più come il riflesso di una relazione entrata in una nuova fase. La domanda che accompagnerà i leader europei al vertice di giugno non è più se la Cina rappresenti una sfida strategica per l’Europa. Su questo il consenso si sta allargando. Il vero test sarà capire se gli Stati membri siano pronti a trasformare questa crescente consapevolezza in una strategia comune. Fino a quando la risposta resterà incerta, Pechino potrà continuare a considerare il malcontento europeo un problema gestibile piuttosto che una minaccia politica concreta.

Figuraccia in F1: errore nel cronometraggio, cambia il risultato del Gp di Monaco. Gasly sul podio

12 Giugno 2026 ore 14:49

L’ordine di arrivo del Gran premio di Montecarlo stravolto quasi una settimana dopo. La figuraccia della Formula 1 è stata resa ufficiale da un comunicato apparso online: sul terzino gradino del podio sale Pierre Gasly, con Isack Hadjar retrocesso in quarta posizione. Il motivo? Un errore nel cronometraggio.

Il francese dell’Alpine aveva effettivamente tagliato il traguardo da terzo, dietro alla Mercedes di Kimi Antonelli e alla Ferrari di Lewis Hamilton. Era però finito settimo per una doppia penalità (complessivamente 10 secondi) per eccesso di velocità in pit lane durante la gara. La scuderia di Enstone ha fatto ricorso ed avuto ragione , con la Fia che ha confermato che le penalità al pilota francese sono state annullate, riportandolo quindi sul terzo gradino del podio nel Gp di Monaco.

L’udienza preliminare si è tenuta giovedì, all’inizio del weekend del Gran Premio di Barcellona-Catalunya. Le prove portate da Alpine sono state decisive: c’è stato un errore nel cronometraggio dei tempi di percorrenza della corsia dei box. I sensori che rilevano il passaggio delle vetture, infatti, erano stati posizionati come al solito, ma c’è stata una modifica all’ingresso della pit lane che ha in realtà accorciato il percorso compiuto dai piloti. In poche parole, c’erano 77 centimetri di discrepanza tra la distanza rilevata dal cronometraggio ufficiale e la reale distanza minima di percorrenza della corsia dei box.

Non a caso, Gasly non è stato l’unico penalizzato. Tanti altri piloti, da Hamilton a Russell, hanno ricevuto una penalità. Avendola però scontata in gara – ci sono state due Safety Car e una bandiera rossa – non possono vedere risarcito il torto subito. Inoltre, l’Alpine è stato l’unico team a presentare ricorso, per provare a vedersi restituito il prezioso podio conquistato a Monaco. Gasly, che era delusissimo dopo la gara, si vede almeno formalmente restituito quello che si era guadagnato in pista. Nessuno però gli potrà mai ridare il brivido di salire sul podio a Montecarlo. Quell’onore è toccato ad Hadjar, che ora si ritrova quarto. Senza dimenticare che il Gp è stato di fatto falsato da questa penalità ingiuste. Una figuraccia clamorosa.

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Studentessa violentata a Milano, due ragazzi si presentano dalle pm e negano le violenze: “Rapporto solo con uno, era consenziente”

12 Giugno 2026 ore 14:45

Due ragazzi si sono presentati spontaneamente dai pm che indagano sulla presunta violenza sessuale avvenuta nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso a Milano. La vittima, una studentessa 20enne spagnola in Erasmus, aveva denunciato mezz’ora da incubo con un gruppo di ragazzi. Ora però almeno tre dei quattro presunti aggressori, a indagini ancora in corso, hanno deciso di farsi avanti.

Prima, davanti all’ufficio della pm Letizia Mannella, capo del pool di contrasto ai reati sessuali, che con la collega Rosaria Stagnaro coordina l’inchiesta della Squadra mobile della Polizia, è comparso un 24enne italiano, assistito dall’avvocato Francesco Furnari. Il giovane ha chiesto di essere sentito con testimonianza o interrogatorio ma le pm gli hanno detto di rendere dichiarazioni spontanee, ancora da non indagato, alla polizia giudiziaria. Il 24enne ha negato qualsiasi stupro, parlando invece di rapporti consenzienti non con lui ma con un altro dei quattro giovani. “Mi rendo disponibile a collaborare con l’autorità giudiziaria per ogni ulteriore chiarimento”, ha concluso il ragazzo, dicendo pure di voler “precisare che nel parcheggio dove abbiamo sostato ci sono delle telecamere comunali di cui chiedo l’acquisizione delle immagini”.

Secondo la sua versione la giovane sarebbe uscita volontariamente dal locale con lui e un altro amico e poi, sempre spontaneamente, sarebbe entrata in auto. Lì li avrebbe raggiunti il terzo con cui la studentessa avrebbe avuto “rapporti consenzienti”, mentre il quarto ragazzo “stava male” dopo la serata.

Anche un altro 20enne ha raccontato una versione simile. Difeso dall’avvocato Gianluigi Bonifati, è arrivato in Procura poco dopo e ha reso anche lui dichiarazioni spontanee davanti alla polizia giudiziaria.

In precedenza anche un altro ragazzo, il terzo, si era presentato davanti al commissariato di Milano. Il suo avvocato, Lorenzo Mascherpa, ha raccontato che il suo assistito ha letto notizie di cronaca e ha trovato “somiglianze” con la nottata passata da lui e i tre amici, che “avevano conosciuto” una studentessa spagnola. “Così si è messo a disposizione per spiegare di aver avuto lui un rapporto consenziente quella notte, ammesso poi che stiamo parlando della stessa vicenda, perché noi non abbiamo ricevuto alcun atto con contestazioni”, ha chiarito il difensore.

Intanto, investigatori e inquirenti lavorano da giorni per ricostruire quanto accaduto, sia con le analisi scientifiche che con le immagini di videosorveglianza e i dati delle celle telefoniche.

La studentessa, stando alle indagini scattate dopo la sua denuncia, avrebbe subito violenze definite “brutali”. In due l’avrebbero avvicinata all’interno del locale e l’avrebbero trascinata fuori. Poi, sarebbero arrivati gli altri due e gli abusi sarebbero proseguiti all’interno di un’auto e nel parcheggio. La ragazza, accompagnata da un’amica, è andata in taxi in ospedale, al presidio specialistico Mangiagalli dove le violenze sono state accertate, e poi in Questura a denunciare. Ascoltata a verbale, successivamente è rientrata in Spagna.

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Nel cuore dello shopping scovato il ladro di borse griffate, l’Arsenio Lupin dei furgoni dei corrieri

12 Giugno 2026 ore 14:44

Un cittadino Cubano di 31 anni è stato intercettato e ammanettato dalla Polizia di Stato

Il trucco utilizzato per mantenere il vano di carico aperto, senza che il conducente se ne accorgesse, non ha impedito alle Forse dell’Ordine di scoprire l’inganno. Il bottino di pelletteria di Alta Moda del valore di circa 4.000 Euro, sottratto tra via Condotti e via Borgognona, è rimasto solo per pochi minuti nelle mani dell’uomo, grazie alla tempestiva operazione del Poliziotti del I Distretto Trevi-Campo Marzio.

L’atteggiamento nervoso del trentunenne ha insospettito gli Agenti

L’uomo camminava velocemente tra la folla stringendo un sacco contenente scatole sigillate, poi, sentendosi osservato e seguito, ha tentato di entrare in un negozio, confondendosi tra i clienti, ma è stato bloccato prima che potesse raggiungere le uscite di sicurezza.

I poliziotti hanno trovato nella busta accessori di una nota maison internazionale del lusso

Gli scontrini erano assenti, dubbia la provenienza della merce. Andando, poi, a ritroso con l’indagine, data la vicinanza della boutique monomarca in piazza di Spagna, dopo aver mostrato al direttore del punto vendita codici a barre e lo speciale packaging, non ci sono stati dubbi. La merce faceva parte di una fornitura destinata ai magazzini e in consegna la mattina.

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Ok Boomer? Gen Z e accademici a confronto. Scopri il nuovo vodcast del Fatto Quotidiano sul futuro digitale

di: F. Q.
12 Giugno 2026 ore 14:37

Sapete che rispondere con una emoji col pollice alzato può essere interpretato come un comportamento passivo-aggressivo? O che non bisogna parlare di skin care a un professore universitario, perché potrebbe non sapere cosa sia? O ancora: sapete che persino i travel influencer hanno un cuore e sono capaci di non girare un video in un luogo che vogliono preservare dal turismo di massa?

Ecco, se non lo sapete dovete guardare Ok, Boomer?, il nuovo video-podcast del Fatto che mette a confronto due generazioni che di solito parlano l’una dell’altra, ma quasi mai l’una con l’altra: quella degli accademici – professori, ricercatori, studiosi che hanno passato la cinquantina – e quella di tiktoker, studenti, influencer e content creator che fanno parte della Gen Z. In ogni puntata verrà affrontato uno dei grandi temi che stanno ridefinendo il nostro rapporto con tecnologia, cultura, informazione e società. Da domani alle 15 sul canale Youtube del Fatto e sul fattoquotidiano.it, e da domenica mattina su tutte le altre piattaforme (Spotify, Apple Music e Amazon Music), ogni settimana il format ideato e condotto da Virginia Della Sala farà dialogare due mondi apparentemente molto lontani, con l’obiettivo non di farli scontrare, ma di creare conversazioni vere che aiutino a colmare il gap generazionale.

Ospiti della prima puntata, Raffaele Giuliani e il prof. Christian Ruggiero, chiamati a confrontarsi su social e politica, o meglio su come sia cambiata la politica al tempo dei social e su quanto i nuovi strumenti tecnologici avvicinino (o allontanino) le persone dalla partecipazione attiva. Nessuna lezione universitaria, ma uno scambio franco e ironico. Che, magari, vi aiuterà anche a capire con quale emoji rispondere – o non – a un messaggio whatsapp.

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HEINEKEN Italia, ad Assemini entra in funzione il parco fotovoltaico che alimenterà il birrificio Ichnusa

12 Giugno 2026 ore 14:34

HEINEKEN Italia, ad Assemini entra in funzione il parco fotovoltaico da 8,6 MW che coprirà il 100% del fabbisogno elettrico diurno dello storico birrificio sardo

Oltre 15.000 pannelli fotovoltaici, una capacità installata di 8,6 MW e un’estensione complessiva di 137.000 metri quadrati. Sono i numeri del nuovo parco solare realizzato da ENGIE Italia per HEINEKEN Italia all’interno dello storico birrificio Ichnusa di Assemini, appena entrato in funzione.

L’impianto produrrà circa 15 GWh di energia pulita all’anno e consentirà di coprire il 100% del fabbisogno elettrico diurno dello stabilimento sardo. Una soluzione particolarmente significativa per un sito produttivo come quello di Assemini, che potrà così contare su una fonte energetica stabile, competitiva e a basse emissioni, direttamente integrata con le attività industriali del birrificio.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra ENGIE Italia e HEINEKEN Italia, che hanno sottoscritto un Power Purchase Agreement, PPA, della durata di 15 anni. L’accordo conferma un modello di partnership sempre più diffuso per accompagnare le imprese nel percorso di transizione energetica. Strumenti come i PPA permettono infatti di stabilizzare i prezzi dell’energia nel medio e lungo periodo, proteggendo produttori e industrie dalla volatilità dei mercati energetici e, in particolare, dalle oscillazioni dei prezzi del gas.

Il parco fotovoltaico si inserisce nel più ampio percorso di evoluzione e miglioramento del birrificio Ichnusa, già interessato da un importante piano di investimenti avviato nel 2021. Nel panorama italiano, impianti fotovoltaici di grandi dimensioni, superiori a 1 MW, realizzati direttamente a servizio di siti industriali sono ancora poco diffusi. Per questo il progetto di Assemini si distingue come uno dei principali esempi di produzione rinnovabile on-site collegata direttamente a un impianto produttivo.

L’integrazione tra produzione e consumo rappresenta una leva concreta per ridurre l’impatto ambientale, migliorare l’efficienza energetica e rafforzare la resilienza delle imprese. In questa direzione, ENGIE Italia e HEINEKEN Italia stanno già valutando l’introduzione di soluzioni di accumulo tramite batterie, che consentirebbero di immagazzinare l’energia rinnovabile prodotta durante il giorno e renderla disponibile anche nei momenti di minore generazione. Lo sviluppo dello storage permetterebbe di rendere ancora più efficace l’integrazione tra produzione rinnovabile e consumi industriali.

La partnership con HEINEKEN Italia rappresenta un esempio concreto di come accompagniamo i nostri clienti industriali nella transizione energetica, offrendo soluzioni che uniscono sostenibilità e competitività”, ha dichiarato Monica Iacono, CEO ENGIE Italia. “Grazie a strumenti come i PPA e a soluzioni on-site, siamo in grado di garantire alle aziende stabilità dei prezzi nel lungo periodo, con risparmi complessivi tra il 20% e il 25%. In ENGIE stiamo sviluppando iniziative come questa in tutta Italia, con l’obiettivo di raggiungere 200 MW di capacità installata entro il 2030. È questo il valore di progetti come quello di Assemini: accelerare la decarbonizzazione, rafforzare la resilienza energetica delle imprese e, allo stesso tempo, puntare sull’efficienza energetica per ridurre i costi operativi e massimizzare l’utilizzo delle risorse”. Soddisfazione anche da parte di HEINEKEN Italia, che vede nell’impianto un tassello importante della propria strategia di crescita sostenibile.

Nel birrificio Ichnusa di Assemini abbiamo inaugurato, insieme a ENGIE, uno dei più grandi impianti fotovoltaici realizzati in Italia all’interno di un sito produttivo: un progetto che ci permette di produrre energia pulita localmente, coprendo il 100% del nostro fabbisogno diurno”, ha aggiunto Alexander Koch, Amministratore Delegato di HEINEKEN Italia. “È un passo importante nel percorso di crescita sostenibile della nostra azienda e un punto di riferimento tra i progetti fotovoltaici del Gruppo HEINEKEN in Europa. Il sole della Sardegna accompagna da sempre i momenti in cui si beve una Ichnusa. E da oggi, questo sole accompagna anche il modo in cui la produciamo”.

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Incendio distrugge il mini-zoo del Jungle Box: poi la scoperta inaspettata tra le macerie dopo il rogo

12 Giugno 2026 ore 14:30

Una sola sopravvissuta tra le fiamme. È la storia della piccola tartaruga che ha resistito al devastante incendio divampato nel centro giochi con mini-zoo “Jungle Box”, a Buntingford, dove inizialmente si era temuto che tutti gli animali ospitati nella struttura fossero morti.

Il rogo ha colpito nella notte il complesso situato nella zona industriale Watermill Industrial Estate, e ha costretto all’intervento di dieci mezzi dei vigili del fuoco del servizio Hertfordshire Fire and Rescue Service. Le fiamme hanno rapidamente avvolto il centro, un soft play che ospitava anche un’area con animali, tra cui suricati, gufi, iguane, tartarughe e serpenti.

Secondo quanto riportato dal “New York Post” un primo momento, i soccorritori avevano comunicato il peggio, convinti che nessun animale fosse sopravvissuto. Poi, durante le operazioni di bonifica e indagine sulle cause dell’incendio, è arrivata la scoperta inattesa: una piccola tartaruga ancora viva tra le macerie. La stessa squadra dei vigili del fuoco ha voluto condividere la notizia sui social: “Abbiamo alcune notizie confortanti da condividere dopo il devastante incendio al Jungle Box di Buntingford. Le indagini sulle cause dell’incendio sono ancora in corso. Mentre svolgevamo le indagini sull’incendio, abbiamo incredibilmente scoperto una piccola tartaruga ancora viva tra le macerie, nonostante le precedenti paure che tutti gli animali fossero morti. Un momento piccolo ma potente dopo un incidente molto difficile.”

Il rogo era stato segnalato intorno alle 3 del mattino, e una densa colonna di fumo nero era visibile a chilometri di distanza, e ha spinto le autorità a raccomandare ai residenti di tenere chiuse porte e finestre. Alcune strade della zona, tra cui Aspenden Road e London Road, sono state temporaneamente chiuse per motivi di sicurezza.

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Nasce Entera S.p.A.: firmato l’atto di fusione tra CrowdFundMe, Smart4Tech e WeAreStarting

12 Giugno 2026 ore 14:23

Finanza: CrowdFundMe incorpora Smart4Tech e WeAreStarting e cambia nome

Smart Capital S.p.A. (EGM-PRO: SMCAP) (“Smart Capital”), holding di partecipazioni industriali di tipo “permanent capital” specializzata in investimenti di Private Equity e di Private Investments in Public Equity e la sua controllata Smart4Tech S.p.A. (“S4T”), CrowdFundMe S.p.A., prima piattaforma italiana di crowdinvesting quotata su Euronext Growth Milan (“CFM”), e WeAreStarting S.r.l., società specializzata in equity crowdfunding e servizi alle imprese (“WAS”) rendono noto che in data odierna è stato stipulato l’atto di fusione per incorporazione di S4T e di WAS in CFM.

La fusione avrà efficacia civilistica a decorrere dall’ultima delle iscrizioni prescritte dall’articolo 2504 del codice civile. Gli effetti contabili e fiscali decorreranno dal 1° gennaio 2026.

Il predetto atto sarà depositato presso il competente Registro delle Imprese delle società partecipanti alla fusione e messo a disposizione del pubblico nei termini previsti dalla normativa vigente, presso la sede legale e nel sito internet di CFM nonché sul sito internet di Borsa Italiana sezione “Azioni/Documenti”.

Si comunica, inoltre, che i componenti del consiglio di amministrazione di CFM, nel contesto della medesima operazione di fusione, hanno rassegnato le proprie dimissioni con effetto a partire dalla data in cui l’assemblea dei soci delibererà la nomina del nuovo consiglio di amministrazione di CFM. A riguardo, il consiglio di amministrazione, riunitosi in data odierna, ha conferito al Presidente del consiglio di amministrazione di CFM ogni più ampio potere per procedere alla convocazione dell’assemblea degli azionisti, in sede ordinaria e straordinaria, per deliberare, inter alia, in merito al cambio di denominazione sociale da “CrowdFundMe S.p.A.” a “Entera S.p.A.” e al rinnovo dell’organo amministrativo.

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Addio a David Hockney, l’artista re della Pop Art: si è spento a Londra a 88 anni

12 Giugno 2026 ore 14:22

Addio a David Hockney: scompare un gigante dell’arte contemporanea

Il mondo dell’arte piange David Hockney. Il geniale pittore, fotografo e scenografo inglese si è spento oggi a Londra all’età di 88 anni. Nato a Bradford nel 1937, Hockney è stato uno dei protagonisti assoluti della Pop Art e tra i creativi più influenti del Novecento. Famoso per i suoi ritratti e per le celebri piscine californiane, nella sua lunghissima carriera non ha mai smesso di sperimentare, passando dalle tecniche classiche come la litografia e il foto-collage fino ai dipinti digitali realizzati su iPad.

Dalla California ai musei più importanti del mondo

Dopo gli studi al Royal College of Art di Londra, Hockney si era trasferito a Los Angeles, città che ha ispirato gran parte dei suoi capolavori, caratterizzati da colori accesi e uno stile unico. In settant’anni di carriera il suo motto è sempre stato lo stesso: Love Life, un inno all’amore per la vita. Le sue opere sono entrate a far parte delle collezioni dei musei più prestigiosi del pianeta, dal MoMA di New York al Centre Pompidou di Parigi, fino alla Tate Britain. Un successo globale che gli è valso premi e onorificenze altissime, come il titolo di Companion of Honour nel 1997 e la Legion d’Onore francese proprio in questo 2026.

L’ultima mostra a Londra: il testamento spirituale

Anche negli ultimi anni le grandi capitali hanno continuato a celebrare il suo talento con mostre di enorme successo, da Tokyo nel 2023 alla Fondation Louis Vuitton di Parigi nel 2025. Proprio in questi giorni, e fino al 23 agosto, la Serpentine Gallery di Londra sta ospitando la sua ultima personale: David Hockney: A Year in Normandie and Some Other Thoughts about Painting.

La mostra, nata in stretta collaborazione con l’artista, si trasforma oggi nel suo testamento spirituale. Per la prima volta a Londra viene esposta l’opera monumentale A Year in Normandie, un dipinto lungo ben novanta metri che, insieme ad alcune tele inedite, invita il pubblico a rallentare e a riscoprire la bellezza delle piccole cose quotidiane.

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Uilm, Davide Sperti è il nuovo segretario generale: “Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

12 Giugno 2026 ore 14:28

La Uilm ha un nuovo segretario generale dopo 16 anni. Il successore di Rocco Palombella, eletto nel 2010, è Davide Sperti: è stato eletto nel corso del congresso nazionale del sindacato metalmeccanico a Bari. Nato a Taranto nel 1983, Sperti ha iniziato la sua esperienza lavorativa nel 2007 nella fabbrica di Alenia Composite a Grottaglie. Il suo primo incarico come rappresentante dei lavoratori risale al 2014, quando divenne delegato sindacale della Uilm nello stabilimento dell’azienda specializzata nella produzione di componenti in fibra di carbonio per l’industria aerospaziale.

Chi è Davide Sperti, nuovo leader Uilm

Quattro anni più tardi inizia la scalata nella gerarchia della Uilm con l’elezione nella segreteria territoriale della Uilm Taranto per poi diventarne il segretario generale nel maggio 2022. Dallo scorso ottobre, l’incarico di segretario organizzativo della Uilm nazionale della quale da oggi è il nuovo leader. Per lui ci sarà un battesimo di fuoco: lunedì è già atteso da una giornata di tavoli nazionali con l’incontro tra sindacati e Stellantis, in programma alle 10.30, e il faccia a faccia al ministero dello Sviluppo economico sulla vertenza Electrolux, la multinazionale svedese intenzionata a licenziare 1.700 lavoratori negli stabilimenti italiani.

Da Stellantis a Electrolux: battesimo di fuoco

“Oggi raccolgo un’eredità importante e sono consapevole delle sfide che abbiamo di fronte – sono state le prime parole di Sperti – Viviamo un tempo segnato da profonde trasformazioni: la transizione ecologica, la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le crisi industriali aperte e i cambiamenti geopolitici stanno ridisegnando il mondo del lavoro e dell’industria. Per quanto riguarda l’Italia e il nostro settore, penso innanzitutto all’ex Ilva, a Electrolux e a Stellantis, vertenze simbolo dalla cui soluzione dipende il futuro di intere filiere strategiche per il nostro Paese”.

“Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

La Uilm, garantisce, sarà “in prima linea per difendere il lavoro, pretendere investimenti, contrastare delocalizzazioni e chiusure e chiedere al governo e alle imprese scelte chiare per l’industria italiana”. Il neo-segretario avvisa: “Non possiamo più limitarci a gestire le emergenze: serve una politica industriale che abbia finalmente una visione e che compia scelte concrete. Serve più coraggio. Il futuro non si aspetta: si costruisce. E noi vogliamo costruirlo insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, nelle fabbriche, nei territori e in tutti i luoghi in cui si decide il destino dell’industria italiana”. Quindi ha sottolineato che si batterà per la sicurezza sul lavoro: “Ci sono mille morti all’anno, tre al giorno. Se fossero per mafia, chiederemmo l’esercito nelle strade”.

L’addio di Palombella: “Vincoli alle multinazionali”

Con la sua elezione, finisce l’era di Palombella alla guida dei metalmeccanici della Uil. Anche lui tarantino, 70 anni e in carica dal 2010, ha attraversato da numero uno del sindacato tutta la stagione della crisi dell’Ilva, acciaieria nella quale – come aveva raccontato a Ilfattoquotidiano.it – aveva a lungo lavorato a partire dal 1973. Nel suo discorso durante l’assemblea – alla quale ha partecipato anche il presidente di Federmeccanica Simone Bettini – ha avvertito sui rischi dell’intelligenza artificiale e ha ammonito il governo sulle crisi aziendali: “Assistiamo a misure tampone, al rinvio di decisioni strutturali e alla chiarezza sul ruolo dello Stato per gestire transizioni epocali in filiere che solo a parole vengono definite strategiche. Per questo diciamo basta a passerelle politiche e basta aiuti a pioggia alle multinazionali senza vincoli occupazionali e sociali. Noi continueremo a lottare per difendere ogni singolo posto di lavoro e per un futuro industriale sostenibile”.

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Trump annuncia un accordo imminente. Ma i Pasdaran raffreddano gli entusiasmi

12 Giugno 2026 ore 14:28
Il presidente Usa: "Abbiamo ottenuto tutto quello che potevamo avere". CNN comunica che una cerimonia per la firma del memorandum d'intesa ci potrebbe essere già domenica a Ginevra tra Vance e Ghalibaf

© RaiNews

Vuoi trasferirti all’estero per la pensione? “Ecco il Paese dove vivere costa oltre il 50% in meno che negli Usa”: il report pubblicato dal New York Post

12 Giugno 2026 ore 14:25

Andare in pensione all’estero non è più soltanto il sogno di qualche avventuroso o di chi vuole vivere tutto l’anno in infradito. Per molti americani sta diventando una necessità. Tra inflazione, aumento dei costi sanitari e rincari che hanno colpito praticamente ogni voce di spesa, sempre più persone guardano oltre i confini degli Stati Uniti per immaginare il proprio futuro.

A fotografare questa tendenza è il Retirement Abroad Index 2026 di Expatriate Group, compagnia assicurativa britannica specializzata nei servizi per chi vive, lavora o studia all’estero. La classifica, riportata dal New York Post, individua i Paesi più attrattivi per chi desidera trascorrere la pensione fuori dal proprio Paese, tenendo conto di fattori come costo della vita, accessibilità dei visti, assistenza sanitaria e presenza di comunità di espatriati.

In cima alla graduatoria c’è una sorpresa: non il Portogallo, da anni considerato una delle mete preferite dai pensionati stranieri, ma le Filippine. Il Paese asiatico ha ottenuto un punteggio di 78 su 100 grazie a un costo della vita particolarmente basso, a procedure relativamente semplici per ottenere il visto e a una consolidata comunità internazionale.

Secondo il rapporto, nelle Filippine è possibile mantenere uno stile di vita confortevole con una spesa mensile compresa tra circa 860 e 2.500 dollari, una cifra che risulta nettamente inferiore rispetto agli Stati Uniti. Il New York Post sottolinea come il costo della vita americano abbia raggiunto livelli sempre più difficili da sostenere per chi vive con una pensione o con un reddito fisso, ricordando che secondo il consulente finanziario Dave Ramsey una famiglia statunitense spende in media oltre 6.500 dollari al mese.

Tra i punti di forza delle Filippine figurano anche la diffusione della lingua inglese, la presenza di strutture sanitarie private accreditate a livello internazionale nelle principali città e, naturalmente, il richiamo di spiagge tropicali, lagune e un clima caldo per gran parte dell’anno.

Al secondo posto si piazza la Thailandia, che da tempo rappresenta una delle destinazioni preferite dagli espatriati. Sul gradino più basso del podio troviamo invece la Colombia.

Non manca l’Europa. Il Portogallo si conferma tra le destinazioni più amate dagli stranieri e occupa il quarto posto, seguito dalla Spagna all’undicesimo, dalla Francia al quattordicesimo, dalla Grecia al diciassettesimo e da Malta al ventesimo.

La classifica completa dei migliori Paesi dove trasferirsi in pensione nel 2026 secondo Expatriate Group:

Filippine
Thailandia
Colombia
Portogallo
Sudafrica
Sri Lanka
Emirati Arabi Uniti (Dubai)
Malesia
Messico
Indonesia
Spagna
Panama
Qatar
Francia
Costa Rica
Nuova Zelanda
Grecia
Cipro
Cipro del Nord
Malta

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“Avrei fatto sesso con ognuno di loro. È la verità, il che dice molto di me, ma forse del mio lato oscuro”: Jennifer Lopez scatenata sul cast di “Una vita al massimo”

12 Giugno 2026 ore 14:23

Jennifer Lopez ha fatto una rivelazione sorprendente riguardo a una sua fantasia sessuale legata al mondo del cinema, confessando quale attore di un celebre film poliziesco cult le sarebbe piaciuto frequentare. L’attrice, impegnata nella promozione del suo ultimo film Netflix “The Office Romance” con il co-protagonista Brett Goldstein, nel corso di una puntata del podcast “Films To Be Buried With” di Brett Goldstein ha rivelato quale film l’avesse affascinata e coinvolta emotivamente.

Lopez ha risposto sicura “True Romance – Una vita al massimo”, uscito nelle sale nel 1993, diretto da Tony Scott e scritto da Quentin Tarantino. La superstar ha elencato il cast e ciò che rendeva ognuno di loro così attraente, arrivando alla sua piccante confessione.

“Quindi c’è Christian Slater, che lavora in un negozio di dischi e ha delle allucinazioni di Elvis, interpretato da Val Kilmer. – ha affermato – E poi c’è Patricia Arquette, che non poteva essere migliore nei panni della prostituta dal cuore d’oro, dolcissima, vero? E poi c’è suo padre, Dennis Hopper, e Christopher Walken. Voglio dire, onestamente, ho una sua foto a casa, Dennis Hopper, proprio per via di quel film. Poi c’è Brad Pitt. C’è James Gandolfini nei panni di un sicario. Brad Pitt è un drogato. L’altro è un poliziotto cattivo: Gary Oldman è il rasta”.

Fino al colpo di scena finale: “Avrei fatto sesso con ognuno di loro. È la verità, il che dice molto di me, ma forse del mio lato oscuro. Ma erano tutti incredibilmente bravi in ​​questo film. Le loro interpretazioni erano di altissimo livello, credibili e dinamiche”.

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Mondiali 2026, scatta la rivoluzione: debuttano le nuove regole del calcio

12 Giugno 2026 ore 14:22
Inni con tutta la squadra e lo staff in campo, ma non è l'unica novità: cambia anche il regolamento di gioco, con tempi più rigidi per rimesse e sostituzioni e il divieto di coprirsi la bocca durante le conversazioni

© RaiNews

Il Papa a Tenerife, prima del rientro a Roma: incontro coi migranti. Ai trafficanti: "Convertitevi"

12 Giugno 2026 ore 14:11
Il Pontefice incontra i rifugiati nel centro Las Raices dell'isola delle Canarie: "Non solo mura, le barriere da abbattere sono quelle della paura. Chi arriva deve rispettare la legge e imparare la lingua"

© RaiNews

Bulgaria: niente più armi all’Ucraina

12 Giugno 2026 ore 14:09

Questa settimana il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha dichiarato che Sofia non fornirà più aiuti militari all’Ucraina. Contestualmente il premier ha sottolineato la necessità di cercare con impegno una […]

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Byoblu nel caos tra perdite a bilancio e dipendenti senza stipendio

12 Giugno 2026 ore 14:04

Sono ore convulse per Byoblu, l’emittente che si autodefinisce “la TV dei cittadini“. Dalla festa nazionale della “liberazione dei media” celebrata solo il 25 aprile scorso ora la società benefit con oltre 3.100 soci, entrati nell’autunno del 2025, pare a un passo dal rischio del collasso finanziario.

La crisi di Byoblu è precipitata dopo l’annuncio dello scontro aperto tra la redazione e il fondatore Claudio Messora. Dal 5 giugno i giornalisti denunciano di non potere lavorare per il blocco degli accessi al sito internet e ai profili social della testata. In una nota ufficiale, la redazione lamenta la perdita di migliaia di articoli e inchieste, sostituiti dal nuovo progetto “Byoblu 3.0“, un blog che farebbe uso estensivo dell’intelligenza artificiale in sostituzione del lavoro umano, in contraddizione con le posizioni sempre enunciate da Messora. I giornalisti dichiarano di essere stati di fatto abbandonati senza certezze sul proprio futuro né accesso ai propri lavori d’archivio, mentre Messora ha rimosso ogni riferimento alla testata registrata dal sito, presentandolo ora come un blog personale. Il tutto mentre molti della quarantina di dipendenti lamentano di non aver ancora riscosso il proprio stipendio di maggio.

Le accuse cadono come bombe sul fondatore. Claudio Messora, secondo le biografie ufficiali, è nato ad Alessandria d’Egitto nel 1968. Nel 2007 ha aperto il suo canale YouTube e insieme il videoblog Byoblu.com, che si è evoluto in una testata giornalistica e nel canale televisivo nazionale del digitale terrestre 262. Tramite Byoblu Messora e i suoi giornalisti hanno realizzato inchieste, reportage e interviste guardate oltre 200 milioni di volte. Ritenuto per anni il numero tre del Movimento 5 Stelle dopo Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, ne è stato a lungo il responsabile della comunicazione al Senato e in Europa.

Dietro la facciata dell’informazione indipendente ora emergono però i timori di profondo dissesto finanziario. Secondo l’ultimo bilancio depositato al 31 dicembre 2024, la società editrice Media Pluralisti Europei (Mpe), una Spa benefit nata per gestire Byoblu, ha registrato una perdita d’esercizio di 1,07 milioni. Questo risultato ha portato il patrimonio netto in negativo per 673mila euro, determinando una situazione di grave perdita del capitale ai sensi dell’articolo 2447 del Codice Civile. La situazione non è migliorata nel 2025: Messora riferisce al Fatto dati (non ancora approvati dal consiglio di amministrazione) che indicano una nuova perdita d’esercizio di 1,59 milioni, con costi complessivi saliti a oltre 4 milioni a fronte di ricavi calati a soli 2,5 milioni e un patrimonio netto negativo per circa 800mila euro.

Il quadro operativo è segnato da debiti e criticità gestionali. Secondo fonti interne, negli ultimi mesi l’azienda ha dovuto far ricorso a due turni di cassa integrazione per i dipendenti e ha subito ingenti pignoramenti sui conti correnti a causa di cause di lavoro intentate da ex giornalisti licenziati. Anche il rapporto con i fornitori di contenuti è teso: la casa editrice risulterebbe debitrice di decine di migliaia di euro per diritti non versati ad autori di bestseller sulla medicina che hanno avviato azioni legali di recupero. Sul piano infrastrutturale, la crisi è esplosa a Natale 2025 con lo sfratto dagli storici studi televisivi di via privata Deruta a Milano. Il peso economico della presenza sul digitale terrestre (canale 262) è ingente, con costi di gestione che toccano le decine di migliaia di euro al mese.

In questo contesto di sofferenza per dipendenti e creditori, emergono i dettagli sui compensi del fondatore. Sempre secondo fonti aziendali, Claudio Messora riceve uno stipendio di 7.500 euro mensili come dipendente, a cui si sommavano diverse decine di migliaia di euro l’anno per le cariche di amministratore delegato e presidente. Tra i benefit figurava anche il pagamento del canone di locazione di una casa situata proprio di fronte agli studi televisivi. Nonostante le dimissioni, Messora ha recentemente richiesto con una diffida a Mpe il pagamento di royalties per l’utilizzo del marchio Byoblu, di cui rivendica la titolarità.

Il tentativo di salvataggio del 2025, basato sulla trasformazione da Srl a Spa e sull’azionariato diffuso, si è rivelato tecnicamente problematico. L’operazione ha coinvolto circa 3.180 nuovi azionisti, molti dei quali hanno sottoscritto titoli al prezzo di 100 euro l’uno, composto da appena 1 euro di valore nominale e ben 99 euro di sovrapprezzo, nonostante la perdita milionaria del 2024 fosse già conclamata. La valutazione a bilancio della testata è rimasta alta. Messora ha spiegato che il passaggio al modello azionario ha paradossalmente danneggiato i flussi di cassa, poiché i sostenitori hanno convertito le loro donazioni mensili (che erano ricavi immediati) in capitale sociale e riserve, poste che finiscono nello stato patrimoniale e non aiutano a coprire i costi operativi del conto economico.

L’avvitamento in spirale nella crisi è segnato da segnali contraddittori. Lo scorso 25 aprile Messora organizza una giornata di festa in diretta nazionale, rassicurando soci e telespettatori sulla continuità del progetto con toni entusiastici: “Questa storia non finisce mai”. Solo tre giorni dopo, il 28 aprile, la “doccia scozzese” in consiglio di amministrazione: Messora rende noto il patrimonio netto negativo e la necessità di una ricapitalizzazione urgente. In quella sede, assume l’incarico di convocare un’assemblea straordinaria dei soci entro il 30 maggio per deliberare sul futuro della società.

Tuttavia, con una decisione altrettanto improvvisa, il 5 maggio Messora rassegna le dimissioni da ogni carica, lasciando il Cda in regime di prorogatio. Secondo la redazione, le dimissioni sono avvenute senza un valido passaggio di consegne. Messora si difende sostenendo di essersi fatto da parte per lasciare il posto a una figura tecnica specializzata in ristrutturazioni societarie, dopo aver constatato la mancata convergenza del Cda sui tagli ai costi e l’insufficiente disponibilità dei soci a iniettare nuovo capitale.

Oggi, lo scontro all’interno di Media Pluralisti Europei è totale. Mentre i giornalisti continuano l’attività informativa solo attraverso il canale YouTube “Media Pluralisti”, l’ultimo rimasto nella loro disponibilità, nel consiglio di amministrazione regna una spaccatura profonda tra tensioni crescenti. Alcuni membri del Cda, sentendosi spiazzati dalle mosse del fondatore e dalla gestione dei fondi raccolti, starebbero valutando la presentazione di esposti formali alle autorità di vigilanza per fare chiarezza sulla correttezza delle procedure di aumento di capitale e sulla reale situazione contabile degli ultimi due anni.

Dal canto suo, in una serie di messaggi e in una lunga email al Fatto, Claudio Messora giustifica il dissesto finanziario con il passaggio dal modello delle donazioni a quello azionario: “Quello di cui non si è tenuto conto è che purtroppo chi acquista le azioni converte le donazioni in capitale: se acquisto una azione, poi non dono perché non ho un budget infinito. Quindi a fine anno in termini di flusso di cassa il risultato era identico, ma nel bilancio si trova uno squilibrio pesante, perché ci sono cifre enormi che non possono più andare all’attivo. Il primo anno siamo riusciti a compensare con le riserve. Quest’anno invece si è venuto a determinare un patrimonio netto negativo che non poteva essere più pareggiato dalle riserve, per circa 800 mila euro”. Il fondatore rivendica di aver pagato regolarmente gli stipendi di aprile e attribuisce l’oscuramento del sito byoblu.com esclusivamente al mancato saldo di fatture verso il fornitore da parte della società dopo le sue dimissioni.

Riguardo ai social, Messora ammette restrizioni cautelative a tutela del marchio Byoblu, di cui rivendica la titolarità. Nega di aver abbandonato la redazione: sostiene di essersi dimesso per lasciare spazio a un tecnico della ristrutturazione, avendo constatato l’impossibilità i tagliare i costi e l’insufficienza di nuovi capitali dai soci. Infine, descrive il progetto “3.0” come una misura d’emergenza per salvare il traffico Seo, affermando che l’intelligenza artificiale non sostituirà i giornalisti, ma li aiuterà nella cronaca ordinaria. Intanto però sul progetto della “Tv dei cittadini” le preoccupazioni dei dipendenti e degli azionisti si fanno sempre più forti.

Precisazione:

Nell’articolo si legge:

“Sempre secondo fonti aziendali, Claudio Messora riceve uno stipendio di 7.500 euro mensili come dipendente, a cui si sommavano diverse decine di migliaia di euro l’anno per le cariche di amministratore delegato e presidente.”

Tale affermazione non corrisponde al vero.

Non ho percepito uno “stipendio di 7.500 euro mensili come dipendente”. L’importo indicato si riferisce invece al compenso complessivo per le cariche di Amministratore Delegato e Presidente del Consiglio di Amministrazione.

Non è dunque corretto affermare che a tale importo “si sommavano diverse decine di migliaia di euro l’anno” per le cariche di Amministratore Delegato e Presidente, poiché quelle cariche erano appunto comprese nel compenso menzionato.

Esisteva inoltre un’indennità di 300 euro a seduta, comune a tutti i membri del Consiglio di Amministrazione, nonché il compenso di consigliere pari a 7.000 euro annui, anch’essa prevista per tutti i componenti del CdA, che non ho mai reclamato né riscosso.

A tutti questi compensi ho rinunciato, rassegnando le dimissioni, dal 5 maggio.

Vi chiedo pertanto di rettificare l’articolo, precisando che l’importo indicato non era uno stipendio da dipendente, ma il compenso complessivo per le cariche di Presidente e Amministratore Delegato, e che non vi si aggiungevano ulteriori “diverse decine di migliaia di euro l’anno” per tali medesime cariche.

Claudio Messora

Prendiamo atto della precisazione, ma ci chiediamo: se Messora ha preso 7.500 euro al mese solo da gennaio a marzo come presidente e ad, come mai nel 2025 ha preso 40mila euro? Compensi per cariche o stipendi?

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Il primo annuncio Var dei Mondiali è già un meme: l’inglese dell’arbitro è incomprensibile, le facce perplesse dei giocatori | Video

12 Giugno 2026 ore 14:03

Si candida già a diventare uno dei primi meme dei Mondiali 2026, ma stavolta il protagonista non è un calciatore. A rubare la scena durante la gara inaugurale tra Messico e Sudafrica è stato infatti l’arbitro brasiliano Wilton Sampaio, alle prese con una difficoltà che molti possono comprendere: spiegare una decisione complessa in una lingua che non è la propria, dopo 84 minuti di partita e davanti a 80mila spettatori.

L’episodio è avvenuto all’Estadio Azteca quando il Var ha richiamato il direttore di gara per rivedere un intervento di Zwane. Dopo aver osservato le immagini, Sampaio si è preparato a comunicare pubblicamente la decisione attraverso il sistema audio dello stadio. Peccato che l’annuncio non sia andato esattamente come previsto.

Le immagini, diventate rapidamente virali sui social, mostrano l’arbitro mentre si inceppa, balbetta e prova a formulare la spiegazione in inglese. Il risultato è stato un messaggio a tratti difficile da comprendere, tanto che diversi giocatori sudafricani, compreso Mudau, hanno osservato il direttore di gara con evidente perplessità. Soltanto quando Sampaio ha estratto il cartellino rosso, il significato della comunicazione è apparso chiaro a tutti.

In precedenza era stato espulso Sithole al 4’ della ripresa per fallo da ultimo uomo. Nel finale, dopo Zwane, è toccato anche al messicano Montes per gioco falloso. Tre espulsioni complessive che costituiscono un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Sampaio verrà ricordato per questo, ma anche per il suo inglese scolastico, a essere generosi.

Al di là dell’episodio, il Messico ha iniziato il torneo con una vittoria per 2-0 nel Girone A. I padroni di casa sono passati in vantaggio al 9’ del primo tempo con Quiñones e hanno raddoppiato al 22’ della ripresa grazie a Jiménez. Con il Sudafrica rimasto in inferiorità numerica per gran parte del secondo tempo, la squadra guidata dal ct Javier Aguirre ha controllato l’incontro senza particolari difficoltà, conquistando i primi tre punti di questo Mondiale.

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— Portugal4WordCup???????? (@impfelix121) June 11, 2026

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Helen Mirren: “Israele non può replicare crimini contro l’umanità”. E su Netflix: “Se vuole l’Oscar porti i film al cinema”

12 Giugno 2026 ore 13:53

“Zalone? Fa un’ottima pizza”. “Israele? Non può replicare crimini contro l’umanità”. “Netflix? Per vincere l’Oscar dovrà portare un film in sala”. Helen Mirren a ruota libera al 72esimo Taormina Film Festival. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera la 80enne attrice inglese ospite del festival diretto da Tiziana Rocca non si è sottratta a domande e riflessioni scomode o politiche.

Prima di ritirare il premio alla carriera dedicato ad Anna Magnani, Mirren prende subito il toro per le corna commentando un video finito sul web nei giorni scorsi dove un tizio per strada la vede mentre passeggia e le grida “Pu….a Sionista”. “L’episodio risale allo scorso novembre, non so perché sia uscito solo ora, non so come sia finito su Internet. E ignoro chi sia l’uomo che mi ha insultato. Ma ho capito che era mentalmente instabile”, spiega l’attrice che in Israele ha vissuto per sei mesi al tempo della Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) e che ha interpretato in un film pure una sua storia leader, Golda Meir.

“Ho grandi amici in quel paese. Da giovane ho avuto due fidanzati ebrei. Sono nata nel 1945, se ripenso alla tragedia immane vissuta in Israele con l’Olocausto, dobbiamo riflettere su ciò che stanno vivendo ora. Questa guerra è distruttiva per la stessa Israele. Come può replicare crimini contro l’umanità?”. Mirren ricorda poi le contraddizioni socio-politiche degli Stati Uniti odierne. Sposata dal 1997 con il regista Taylor Hackford, ha sempre osservato quello strano coacervo antropologico che sono gli Stati Uniti: “Non so se sia mai esistito il sogno americano. Io so cosa vuol dire essere inglese, mi vengono in mente il cottage e la tazza di tè. Gli Stati Uniti…La California è del tutto diversa dall’Alaska o dalla Louisiana (…) sono troppe le contraddizioni in Usa, alcuni Stati vogliono rimettere in discussione il voto delle donne. Assurdo? Certo. Talvolta agiscono forze oscure sotto la superficie”.

L’interprete di The Queen – per il quale vinse un Oscar nel 2007 – ha voluto poi ricordare la sovrana inglese scomparsa di recente. “Elisabetta mi invitò a un tè per pochi intimi. Non mi disse nulla del film, forse era il suo modo per farmi capire che l’aveva visto. Parlò tutto il tempo del suo grande amore: i cavalli”. Mirren si dedica infine all’amico Checco Zalone (“La prima volta l’ho visto in un suo film mentre ero in aereo. Non capivo nulla ma mi faceva ridere per come gesticolava, come si muoveva. Non l’avevo sentito nominare prima d’allora. Sono stata a casa sua, fa un’ottima pizza”) e al futuro del cinema in sala lanciando una freccia avvelenata a Netflix: “Non so se tra 40 anni continueremo a piangere o ridere in sala. So però che se Netflix vuol vincere l’Oscar, deve portare un film in sala”.

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Iran, Trump mette all’angolo l’Ue: “Abbiamo vinto da soli, Europa irrilevante”. Axios: “Accordo a Ginevra entro domenica”

12 Giugno 2026 ore 13:52

Netanyahu: “L’Iran non avrà armi nucleari, pieno accordo con Trump su questo”

“Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà”. Lo riferisce il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota.

Iran, Trump a La7: “Abbiamo vinto la guerra, Europa irrilevante”

“Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”: così il presidente Usa, Donald Trump, al telefono con Daniele Compatangelo, riportata questa mattina a Omnibus di La7, rispondendo a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Trump ha sostenuto inoltre che il sostegno degli alleati europei fosse “irrilevante”, rivendicando che gli Usa hanno raggiunto gli obiettivi senza il loro contributo.

Axios: “La firma dell’intesa Usa-Iran potrebbe avvenire a Ginevra”

La possibile cerimonia di firma di un “memorandum di intesa” tra Washington e Teheran potrebbe avvenire “nei prossimi giorni” a Ginevra: lo riporta Axios, spiegando che ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l’Europa nella giornata di iera, trasportando “materiale per un possibile viaggio” del vicepresidente Usa J.D. Vance, che Donald Trump ha indicato come la figura incaricata di firmare l’accordo preliminare, verso la città svizzera.

Iran, i dettagli dell’accordo con gli Usa

L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha rivelato nuovi dettagli di una bozza di memorandum d’intesa in 14 punti tra Iran e Stati Uniti, citando una fonte vicina al team negoziale iraniano. Secondo l’agenzia, la bozza include la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso; l’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica; Revoca completa del blocco navale entro 30 giorni; Impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie forze dalle zone limitrofe all’Iran; Riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni, secondo gli accordi iraniani; Sospensione delle sanzioni imposte sulle esportazioni di petrolio, prodotti petrolchimici e loro derivati, e garanzia del pieno accesso dell’Iran alle proprie risorse finanziarie; La presentazione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di piani di ricostruzione per l’Iran, del valore di almeno 300 miliardi di dollari.

Gli iraniani chiedono anche un periodo di 60 giorni per i negoziati al fine di raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, nonché delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA. Infine si chiede da part degli Usa il rinnovato impegno dell’Iran a rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e a non produrre armi nucleari. Si assicura anche l’impegno degli Stati Uniti, durante il periodo di negoziazione, a non aumentare la propria presenza militare nella regione e a non imporre nuove sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni, di cui la metà messa a disposizione dell’IRAN prima dell’inizio dei negoziati. Si parla anche dell’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo e dell’adozione dell’ACCORDO finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli iraniani chiedono anche un periodo di 60 giorni per i negoziati al fine di raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, nonché delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA. Infine si chiede da part degli USA il rinnovato impegno dell’Iran a rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e a non produrre armi nucleari. Si assicura anche l’impegno degli Stati Uniti, durante il periodo di negoziazione, a non aumentare la propria presenza militare nella regione e a non imporre nuove sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni, di cui la metà messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati. Si parla anche dell’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo e dell’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

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Tutta la politica si sta spostando a destra: un’assemblea pubblica per fermare e invertire questa tendenza

12 Giugno 2026 ore 13:44

Il dibattito in Parlamento in vista del vertice europeo del 18 e 19 giugno è stato disarmante, non per qualche coraggiosa iniziativa di pace ma per il pressappochismo e il servilismo del governo, le ipocrisie e le doppiezze dell’opposizione. Tutto si è ridotto alla polemica spicciola preelettorale. Nessuno ha proposto scelte nette e chiare, per la semplice ragione che ogni scelta vera oggi metterebbe in discussione la collocazione internazionale del nostro paese, quella che un tempo veniva definita “euroatlantica”.

Si deve restare nella Nato e non si devono mettere in discussione i trattati dell’Unione Europea; si è contro Trump – Meloni non riesce a nominarlo – ma si resta “ storicamente” alleati degli Usa; si attacca Netanyahu – Meloni si ferma a Ben Gvir – ma non si decide la rottura con Israele. Per Meloni non bisogna isolare lo Stato israeliano e per Schlein bisogna agire in Europa, dove tutti sanno che non si farà nulla.

Siamo di fronte a un teatrino che recita sopra il baratro; e le posizioni pacifiste non contano nulla perché poi vale il principio dell’alleanza coi guerrafondai. Il M5S e AVS si dichiarano contro l’invio di armi in Ucraina, ma poi stanno saldamente assieme al Pd, che invece lo ripropone e anzi lo rilancia, aggiungendo il sì all’entrata dell’Ucraina nella Ue, che non allarga l’Unione Europea ma la guerra alla Russia. Quanto ai brontolamenti della Lega, non ce n’è traccia nelle mozioni e negli atti del governo, come ricordano tutti i ministri.

Ci sono anche i più realisti del re: perché Starmer, che ha una popolarità del 2%, non invita Meloni con Merz e Macron, altri amatissimi nei loro paesi? E Meloni risponde: noi siamo il centro del mondo, forti in particolare delle relazioni con Edi Rama, contro cui è in piazza tutto il popolo albanese.

In questa nullità un solo dato politico è davvero emerso: l’inseguimento a destra delle due leader dei partiti più grandi. Giorgia Meloni ha attaccato frontalmente il partito di Vannacci, accusandolo di fare il gioco della sinistra, copiando così un mantra che avevamo sentito per decenni nel campo avverso: loro sono uniti se non stiamo tutti assieme, facciamo il loro gioco. Per la legge del contrappasso, oggi Giorgia Meloni usa a destra la propaganda tradizionale della sinistra di governo.

Per annullare Vannacci il governo Meloni dovrà spostarsi ancora più a destra contro i migranti, assisteremo nei prossimi mesi a una gara di propaganda tra chi la spara più grossa sulla remigrazione, alimentando quel clima xenofobo i cui effetti stanno esplodendo già in Gran Bretagna.

Elly Schlein non dovrebbe avere di questi problemi, ma invece anche lei deve inseguire. L’uscita dal partito di Pina Picierno e altri centristi magari non avrà rilevanza sul piano elettorale, però ha posto un problema di affidabilità euroatlantica della leadership del Pd. I tanti “riformisti” rimasti nel partito ora pretendono posizioni che tolgano spazio ai centristi. Così nel dibattito parlamentare il Pd di Schlein ha scavalcato a destra Meloni, con l’esaltazione della Difesa Comune Europea, che se presa sul serio costerebbe di più del riarmo Nato. E per il Pd è anche intervenuto Piero Fassino, esponente di quella ossimorica “sinistra per Israele”, che con Delrio al Senato ha votato l’equiparazione per legge dell’antisionismo con l’antisemitismo.

Del resto in Europa il Pd è schierato totalmente con Ursula von der Leyen e nel suo gruppo dirigente ci sono persone di fiducia e di potere referenti della Nato, cosi come dell’industria militare. Conte ha un bel dichiarare che quando sarà al governo taglierà le spese militari, non potrà farlo assieme al Pd.

Ciò che segna il dibattito parlamentare di questi giorni è il trascinamento a destra di entrambi gli schieramenti. Quello di governo per togliere a Vannacci la bandiera della persecuzione ai migranti e della remigrazione. Quello del campo largo per togliere a Picierno e Calenda la bandiera della Nato e pure quella di Israele.

Il tutto nella sempre più diffusa consapevolezza che, qualunque dei due schieramenti governi, nulla di sostanziale è destinato a cambiare, perché oggi la politica estera decide della politica interna, ne delimita i vincoli politici, economici e sociali. Per superare l’economia di guerra bisogna uscire dalla guerra, per far salire i salari devono scendere le armi. Cioè ci vuole un’altra politica internazionale. Ma sulla politica internazionale le posizioni di Meloni e Schlein, polemicamente, coincidono.

Potere al popolo ha convocato un’assemblea il 14 giugno a Roma per mettere in discussione la marcia verso destra di tutto il sistema politico italiano. Vogliamo costruire un campo politico a sinistra che sia indipendente dal centrosinistra, che sia davvero per il ripudio di guerra e imperialismo e per il disarmo, per l’eguaglianza sociale senza distinzioni etniche e razziali, per il sistema pubblico contro quello del profitto. Se ce la faremo, fermeremo e invertiremo l’inseguimento a destra.

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I tesori nascosti di Roma aprono al pubblico per una cultura accessibile a tutti

12 Giugno 2026 ore 13:42

Le Giornate Europee dell’Archeologia 2026

Sino al 14 giugno 2026 tornano le “GEA,” Giornate Europee dell’Archeologia e, per l’occasione, la Soprintendenza Speciale di Roma – sotto l’egida del Ministero della Cultura – propone un ricco programma di aperture straordinarie, visite guidate e attività inclusive per tutte le età.Queste Giornate offrono l’opportunità di conoscere da vicino alcuni siti e cantieri della città, per la valorizzazione del patrimonio culturale attraverso esperienze, laboratori e percorsi.

I tesori nascosti di Roma aprono al pubblico per una cultura accessibile a tutti

Le grandi riaperture e le novità

Domus aristocratica appena restaurata, riapre la Villa romana monumentale al Cimitero Flaminio, dopo oltre 15 anni di chiusura. Il sito archeologico include il mausoleo di famiglia che rappresenta la prima testimonianza funeraria nell’area del cimitero più grande d’Italia. Situato nel complesso ospedaliero San Giovanni-Addolorata, Horti di Domitia Lucilla, invece, svela la zona produttiva della residenza della madre dell’imperatore Marco Aurelio, tra cortili, vasche, magazzini e botteghe affacciate su una strada basolata. Apertura straordinaria, infine, dell’area archeologica Santa Croce in Gerusalemme con la presentazione del nuovo progetto di allestimento e valorizzazione.

Iniziative per bambini e famiglie

Alle Terme di Caracalla, il 14 giugno, verrà organizzato il laboratorio didattico “Un giorno alle terme di Caracalla”, pensato per bambini dai 3 ai 6 anni per scoprire la vita quotidiana degli antichi romani. All’Arco di Malborghetto-sino al 14 giugno-ci sono visite guidate all’Arco di Costantino, laboratori sulle tecniche costruttive e sulla Via Flaminia, percorsi interattivi e la mostra Memorie Archeologiche di Pellegrini e Giubilei. Infine, il Drugstore Museum, in collaborazione con l’Ente Nazionale Sordi e la Cooperativa Il Treno 33, ospiterà visite guidate accessibili e laboratori sui miti romani per bambini dai 6 anni in su.

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Zapatero e quel dossier degli Usa rimasto nel cassetto per 5 anni. La stampa spagnola: “Perché tirare fuori quelle chat proprio adesso?”

12 Giugno 2026 ore 13:39

Un funzionario dell’ufficio madrileño di Homeland Security Investigations, il braccio investigativo del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, consegna alla Brigata Anticorruzione della Polizia Nazionale spagnola il contenuto estratto dal telefono di Rodolfo Reyes Rojas, ex principale azionista della compagnia aerea Plus Ultra. Due mesi dopo, il 18 maggio, l’ex presidente del governo José Luis Rodríguez Zapatero viene formalmente imputato dall’Audiencia Nacional. Due mesi. Sessanta giorni tra la consegna del materiale americano e l’imputazione del primo ex premier socialista della storia democratica spagnola. È questo il dato che ha spaccato il dibattito pubblico in Spagna, non tanto su cosa contenesse quel telefono, ma su quando è arrivato e perché proprio adesso.

Il telefono di Reyes non era infatti una scoperta recente. Il 9 maggio 2021, l’imprenditore venezuelano viene fermato all’aeroporto di Miami. Non gli è consentito entrare negli Stati Uniti, viene deportato a Panama. In quelle ore, la polizia doganale americana clona il suo dispositivo. Dentro ci sono le conversazioni tra i dirigenti di Plus Ultra sul salvataggio pubblico da 53 milioni di euro, i messaggi che oggi costituiscono il cuore dell’accusa contro Zapatero. Tra questi, la frase attribuita a Reyes: “Sì fratello. Il nostro amico Zapatero dietro”. Quel materiale resta nei server americani per cinque anni. Poi, il 18 marzo 2026, arriva in Spagna.

Cinque anni in un cassetto, sessanta giorni per l’imputazione, uno scontro diplomatico aperto in mezzo. La stampa spagnola più critica non sostiene che le prove siano false. Sostiene che la loro consegna sia stata una scelta politica — e che quella scelta abbia avuto effetti reali sull’assetto politico spagnolo.

ElDiario.es, nella cronaca firmata da Javier Lillo pubblicata il 9 giugno, mette in evidenza i termini esatti della questione: gli Stati Uniti hanno impiegato cinque anni per trasmettere alla Spagna quelle chat e lo hanno fatto due mesi prima dell’imputazione di Zapatero. Il giudice Calama, nel frattempo, ha aperto una rogatoria internazionale per ottenere l’autorizzazione formale a usare quelle prove in aula, a riprova del fatto che il materiale è reale e documentato, ma il cui percorso giuridico è ancora aperto.

InFoLibre è più diretto: i messaggi chiave sono stati inviati alla polizia spagnola cinque anni dopo la loro acquisizione e “in piena crisi diplomatica” tra Madrid e Washington, pochi giorni dopo che il governo spagnolo aveva rifiutato pubblicamente di dare appoggio agli Usa nel conflitto con l’Iran. Il contesto è cruciale per capire la lettura politica che ne fanno molte redazioni spagnole. Nei mesi precedenti, le tensioni tra il governo Sánchez e l’amministrazione Trump avevano raggiunto un livello senza precedenti per due paesi alleati Nato: Madrid si era rifiutata di autorizzare l’uso delle basi militari di Morón e Rota per le operazioni contro Teheran, aveva mantenuto i contratti con Huawei per il sistema nazionale di intercettazioni, e aveva tenuto una posizione autonoma su Gaza. Trump aveva risposto minacciando di tagliare tutto il commercio con la Spagna, definendo il governo Sánchez “terrible” e arrivando a evocare misure di embargo.

In questo clima sono arrivati i dati di Reyes. El Salto Diario pubblica un’opinione firmata che non esita a esplicitare la tesi: “Non ho prove, ma ho indizi che il presidente Trump e l’amministrazione americana ci stia trattando con lo stesso metro applicato al suo cortile di casa, cioè a diversi paesi latinoamericani. Cosa differenzia questo caso dall’Hondurasgate o dalle ingerenze in Ecuador? Si tratta di un tentativo di far cadere Pedro Sánchez“. Il pezzo identifica anche il perché Zapatero sarebbe un bersaglio utile per Washington: i suoi rapporti con il Venezuela post-chavista, il suo ruolo come mediatore nell’esilio del leader dell’opposizione Edmundo González Urrutia, e i suoi legami storici con Huawei. Per El Salto, la destra spagnola “non ha remore nel sostenere l’operazione”, citando il suo collegamento con María Corina Machado.

L’analisi più sistematica arriva da eldiario.es, nella sezione Canarias Ahora. Il titolo del pezzo firmato da José Manuel Rivero, pubblicato il 28 maggio, è già un programma: “Sovranità sotto assedio: geopolitica dell’ingerenza giudiziaria e diplomatica in Spagna”. La tesi centrale è che “la gestione strategica dei tempi da parte di HSI evidenzia che la prova tecnologica non è stata attivata per ragioni processuali, ma per una precisa opportunità politica globale degli Stati Uniti. Bisognava togliere Zapatero dalle sue relazioni o interazioni diplomatiche o commerciali con il Venezuela e con la Cina. E di passaggio, rimuovere uno dei principali pilastri di sostegno politico del presidente Sánchez”. Rivero non parla di prove fabbricate. Parla di prove reali usate nel momento politicamente più conveniente da un alleato che ha i propri interessi — il che, argomenta, è una forma di ingerenza altrettanto efficace.

A completare il quadro, tre giorni dopo l’imputazione di Zapatero, Santiago Abascal si reca dall’ambasciatore americano in Spagna, Benjamín León Jr. Il leader di Vox gli trasmette la denuncia della “grave situazione di corruzione” del governo Sánchez. Per la stampa progressista spagnola quella visita non è un atto di normale dialogo parlamentare: è la materializzazione di un asse diretto tra la destra populista e Washington in un momento di massima pressione sul governo socialista.

La relazione preferenziale tra Vox e l’amministrazione Trump è un dato documentato. Abascal era stato invitato personalmente da Trump alla cerimonia di insediamento del gennaio 2025, mentre il presidente Sánchez non aveva ricevuto nessun invito. Il portavoce di Vox aveva commentato che quella relazione era “un’opportunità per fare grande la Spagna di nuovo”, citando la Heritage Foundation come canale privilegiato. E mentre Abascal costruiva quel rapporto con Washington, a Madrid lo stesso Abascal sfruttava l’onda del caso Plus Ultra per chiedere, senza numeri parlamentari sufficienti, una mozione di sfiducia contro Sánchez. Il caso Plus Ultra, scriveva L’Opinione, era diventato la leva politica con cui la destra voleva “evidenziare il sostegno garantito all’esecutivo PSOE-Sumar dai partiti della sinistra e dai movimenti baschi e catalani”. Questa lettura, però, ha dei limiti che la stessa stampa progressista non ignora. Il più importante lo ha posto il giurista costituzionalista Joaquín Urías su eldiario.es: la tempistica americana è sospetta, ma le prove materiali nel fascicolo del giudice Calama esistono indipendentemente da essa. Il sumario conta quasi quattromila pagine. Non ci sono messaggi diretti di Zapatero, ma ci sono “molte conversazioni che puntano alla sua leadership nella trama”. Il rapporto della UDEF parla esplicitamente di un “liderazgo invisible, aunque acreditado”.

Il sito di fact-checking Maldita.es ha ricostruito la vicenda con la precisione che gli è propria. Alla domanda se “Trump abbia consegnato prove contro Zapatero”, la risposta è “sì, la collaborazione americana è documentata e il DHS l’ha confermata”. Ma le richieste di chiarimento inviate dalla testata alla Audiencia Nacional, alla Polizia, al Dipartimento di Giustizia americano e all’ufficio HSI di Madrid sono rimaste senza risposta al 25 maggio 2026. Il che vuol dire che i fatti di base sono certi, ma la catena di decisioni interna all’amministrazione americana, chi ha ordinato di trasmettere il materiale, quando e perché, è ancora opaca. Izquierda Unida, riportata da Público, è andata oltre: “Per chi avesse ancora qualche dubbio, è chiaro che l’obiettivo ultimo di alcune agenzie americane non è perseguire casi di corruzione come questo. Nella loro scala di priorità, è punire chi partecipa in operazioni commerciali per aggirare le sanzioni imposte dagli Usa a paesi con cui sono in conflitto, come il Venezuela.”

Due assenze pesano nel dibattito. El País, il quotidiano di riferimento del centrosinistra spagnolo, il più letto del paese, ha coperto abbondantemente la cronaca giudiziaria, ma non ha prodotto editoriali o colonne che sviluppino la tesi dell’ingerenza americana. La linea editoriale sembra preferire la strada della presunzione di innocenza sul piano strettamente giuridico, senza avventurarsi in un terreno che rischierebbe di suonare come una difesa politica di Zapatero. ABC, dal canto suo, è sulla sponda opposta: per il quotidiano conservatore di Vocento, la cooperazione americana è semplicemente buona polizia internazionale che ha prodotto prove di corruzione socialista. La questione del timing non è un problema — è una soluzione. Nessuno dei due giornali, dunque, affronta il nodo centrale del dibattito: non se le prove esistano, ma perché siano arrivate adesso. È una domanda legittima e ancora aperta. L’unica risposta certa, per ora, è che un ex presidente del governo spagnolo deve rispondere davanti a un giudice. E che il materiale che lo ha portato lì ha fatto un viaggio di cinque anni prima di attraversare l’Atlantico.

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L’Ucraina ha battuto la Russia (a scacchi): la potentissima federazione di Mosca fuori dalle competizioni internazionali per 3 anni

12 Giugno 2026 ore 13:37

Per tre anni fuori dai giochi ci rimarrà lei, la potenza assoluta dei sessantaquattro quadrati bianchi e neri, nell’era della Guerra Fredda e oltre: la Russia. L’Ucraina ha battuto la Federazione russa: intanto, a scacchi. La Fide ha annunciato la sospensione di Mosca – e dei suoi innumerevoli giocatori e campioni – dopo che il Tribunale dello Sport ha stabilito che la sovranità gialloblu è stata violata: l’organizzazione scacchistica russa ha organizzato competizioni in Crimea e nei territori dove scorre ancora sangue e fuoco. Losanna ha deciso: niente mosse del cavallo e arrocchi per i russi che non si potranno più sedere ai tavoli da gioco e non potranno più rappresentare il loro Paese nelle competizioni internazionali. Per i prossimi tre anni potranno decidere di gareggiare solo sotto bandiera neutrale, senza tricolore ufficiale.

La disputa è cominciata nel 2023, quando Kiev ha presentato un reclamo formale contro l’organizzazione gemella russa per aver violato i regolamenti Fide, organizzando tornei in terre oggi di trincea. Sospesa per due anni con una multa di 50mila dollari da pagare, Mosca non ha rispettato nemmeno l’ordinanza emessa a marzo scorso dalla corte arbitrale dello sport che che imponeva la cessazione di tutte le competizioni entro novanta giorni per chiudere battenti delle competizioni da Donetzk a Sebastopoli, da Kherson a Zaporizhzhia.

La decisione Fide “va oltre il mondo degli scacchi: invia un segnale a tutte le organizzazioni sportive internazionali sul fatto che la legittimazione dell’occupazione attraverso lo sport è inaccettabile” ha dichiarato Oleksandr Kamyshin, consigliere del presidente ucraino Zelensky. Per l’Fsu (Federazione scacchistica Ucraina) si tratta di “una vittoria storica”, l’esito di una lunga battaglia combattuta a lungo nelle aule delle corti internazionali. Mosca non promette passi indietro e non intende arrendersi: “I nostri legali la stanno esaminando, ci riserviamo il diritto di contestare la decisione del Consiglio se riterremo che vi siano motivi per farlo”. Non è stata una “sorpresa”, comunque, per Andrey Filatov, presidente della Federazione scacchistica russa: a una partita di questo tipo erano preparati.

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Appalti Anas, l’ex parlamentare Verdini rinviato a giudizio a Roma. Il figlio patteggia

12 Giugno 2026 ore 13:33

Appalti Anas, Verdini accusato di corruzione

Denis Verdini, ex parlamentare, è stato rinviato a giudizio dal gup di Roma. Verdini è coinvolto nelle indagine sulle commesse in Anas. Il reato contestato è corruzione. Il giudice ha inoltre dato il via libera al patteggiamento, in continuazione, a 2 anni e 10 mesi per il figlio di Verdini, Tommaso. Uno dei manager imputati, Domenico Petruzzelli, è stato condannato in abbreviato a un anno e 4 mesi e assolto dall’accusa di turbativa d’asta. Il processo per Verdini è fissato al 16 settembre.

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Fiorin fiorello, l’amore è bello… ma senza i fiori di Piccirillo ai Parioli come si fa?!?

12 Giugno 2026 ore 13:30

Da 76 anni la storica rivendita era un simbolo del quartiere. La sua chiusura improvvisa scatena la protesta dei residenti. Decisamente un risveglio amaro per Angelo Piccirillo. Quando ieri mattina è arrivato davanti al suo storico chiosco di via dei Monti Parioli, ha trovato i sigilli e i nastri di sequestro. Così si è interrotta, almeno per ora, una storia iniziata nel 1950 e diventata parte integrante dell’identità del quartiere Parioli. Lo storico chiosco Piccirillo non è infatti una semplice attività commerciale. Da oltre sette decenni accompagna la vita del quartiere, tanto da essere stato riconosciuto dal Comune di Roma come esercizio storico, inserito tra le attività da tutelare nel piano del II Municipio. Una presenza familiare per generazioni di residenti, abituati a vedere quel piccolo presidio floreale all’angolo della strada, servendosene per ogni ricorrenza.

Una chiusura arrivata dopo anni di incertezza

Alla base del provvedimento ci sarebbe una vicenda amministrativa che affonda le radici nel tempo. Secondo quanto emerso, la concessione relativa all’area occupata dal chiosco non sarebbe mai stata rinnovata dopo il 2004. Una situazione rimasta sospesa per anni e che avrebbe portato ora all’intervento delle autorità con il conseguente sequestro della struttura.

La notizia si è diffusa rapidamente tra i residenti dell’iconico quartiere, provocando sorpresa e indignazione generale. Molti parlano di una decisione arrivata senza preavviso apparente, tanto da spingere il quartiere a mobilitarsi immediatamente.

Oltre mille firme per salvare il fioraio

Nel giro di poche ore, infatti, è stata avviata una raccolta firme per chiedere la riapertura del chiosco e trovare una soluzione che consenta alla famiglia Piccirillo di proseguire l’attività. L’iniziativa ha già superato quota mille adesioni, segno di quanto il negozio sia considerato un patrimonio sociale oltre che commerciale.

La vicenda riapre così il dibattito sul destino delle attività storiche romane. In una città che spesso fatica a tutelare e preservare le sue botteghe più rappresentative, il caso del chiosco Piccirillo si trasforma nel simbolo di un equilibrio sempre più fragile tra norme amministrative e tutela della memoria dei quartieri. Ai Parioli, intanto, la speranza è che quei sigilli non rappresentino la fine di una storia lunga 76 anni.

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Tragedia sul Lago Maggiore: elicottero precipita a Lesa, un morto e tre feriti

12 Giugno 2026 ore 13:18

Lago Maggiore, elicottero precipita a Lesa pochi minuti dopo il decollo: un morto e tre feriti

Un elicottero è precipitato poco prima di mezzogiorno a Solcio di Lesa, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, in provincia di Novara. Nell’impatto è morto una persona, mentre altre tre sono rimaste ferite. I feriti, classificati in codice giallo, sono stati soccorsi e trasportati negli ospedali della zona: due in elicottero all’ospedale di Novara e uno in ambulanza a Borgomanero. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco e soccorritori.

Secondo le prime informazioni, si tratta di un elicottero privato decollato poco prima da una villa nei pressi della foce dell’Erno. Il velivolo sarebbe precipitato pochi minuti dopo il decollo, finendo nella zona dei campeggi della frazione di Solcio, nel comune di Lesa. Anche il sindaco Luca Bona è giunto sul luogo dell’incidente per seguire le operazioni.

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Ciao Peter, colonna degli anni più belli al Centro Studi Americani. Il ricordo di Mazzoletti

12 Giugno 2026 ore 13:26

Ci sono persone che attraversano le istituzioni lasciando un segno profondo, ma silenzioso. Non cercano i riflettori, non inseguono il protagonismo. Eppure, quando non ci sono più, ci si accorge che una parte importante della storia che abbiamo vissuto insieme se ne è andata con loro. Per me, Peter Alegi era una di queste persone. Ho conosciuto Peter ormai quasi quarant’anni fa.

Era un brillante avvocato italo-americano, formatosi alla Yale Law School, con una clientela composta da grandi aziende internazionali e una reputazione costruita sulla competenza e sull’autorevolezza. Era arrivato in Italia quasi per caso. Aveva incontrato una ragazza romana, se ne era innamorato e aveva deciso di fermarsi.

Da allora Roma è diventata la sua città e l’Italia la sua casa. Nonostante decenni trascorsi nel nostro Paese, conservava un marcato accento americano che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Era una caratteristica che raccontava bene la sua identità: profondamente legato agli Stati Uniti, ma al tempo stesso pienamente inserito nella realtà italiana.

Un ponte naturale tra due mondi che ha contribuito a far dialogare per tutta la vita. La nostra amicizia nacque grazie al Centro Studi Americani. Fu l’ambasciata degli Stati Uniti a coinvolgerci in una fase non semplice della sua storia. Erano anni in cui il Centro attraversava difficoltà finanziarie e organizzative.

Ricordo il lavoro svolto sotto la guida di Cipriana Scelba e, successivamente, quello portato avanti con Giuliano Amato, che per undici anni ne è stato presidente. Amato amava ripetere una frase che è rimasta nella memoria di molti: il Centro Studi Americani è diventato “sexy”. Dietro quella battuta c’era una verità.

Il CSA stava cambiando pelle, diventando un luogo attrattivo, autorevole, frequentato da studiosi, diplomatici, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Peter fu uno degli artefici di quella trasformazione. Abbiamo lavorato insieme a lungo. La svolta arrivò con la presidenza di Gianni De Gennaro, che intuì le enormi potenzialità dell’istituzione e ne sostenne con convinzione lo sviluppo.

Allo stesso modo, ebbe grande lungimiranza nell’individuare in Roberto Sgalla la figura giusta per guidarne la direzione operativa. Oggi il Centro Studi Americani è una realtà solida, riconosciuta e florida anche grazie a quel lavoro collettivo di cui Peter è stato protagonista. Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto per il suo impegno professionale.

La nostra amicizia è andata ben oltre le riunioni e i consigli di amministrazione. Ci siamo frequentati con le nostre famiglie, abbiamo condiviso momenti privati e occasioni conviviali. Conservo un ricordo particolarmente caro delle giornate trascorse nella sua tenuta di Todi, un luogo che amava profondamente e dove, per il suo ottantesimo compleanno, gli amici organizzarono una festa bellissima.

Peter era anche un cattolico osservante, uomo di fede autentica e mai ostentata. Guardava alla politica americana con l’attenzione di chi aveva continuato a sentirsi parte della propria comunità nazionale. Militante e rappresentante del Partito Democratico americano, apparteneva a una tradizione politica moderata, riformista e profondamente atlantica.

Una cultura che incarnava con equilibrio e misura. Oggi, mentre ripenso a tanti anni di lavoro e amicizia condivisi, mi accorgo che il vuoto lasciato da Peter non riguarda soltanto chi gli ha voluto bene. Riguarda anche una stagione di relazioni tra Italia e Stati Uniti costruite sulla conoscenza reciproca, sul dialogo e sul rispetto delle istituzioni. Era da tempo che non mi confrontavo con Peter, ma sono certo che il presidente Trump non gli sarebbe andato a genio.

Ormai sono rimasto l’unico decano del Consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani. È una consapevolezza che induce inevitabilmente alla riflessione. Le persone passano, le istituzioni restano. Ma sono le persone giuste a renderle più forti. Per questo, al di là dei ruoli e dei titoli, sento soprattutto il bisogno di salutare un amico.

Ciao Peter. Buon viaggio.

Trump si traveste da Naruto in un video AI e e scatena la protesta degli appassionati di manga: “Non trasformate i nostri eroi in strumenti politici”

12 Giugno 2026 ore 13:24

Forse per il dono dell’ubiquità, che lo divertirebbe assai. O forse per l’aria da guerriero, il coprifronte che tiene su la chioma fulva. O come direbbe la Gen Z, per l’aura. Per il fascino del ninja, figura di un immaginario pop che romanticizza le battaglie, ma è finzione e nasconde spesso una morale. O magari per tutte queste cose insieme. Fatto sta che Donald Trump ne ha combinata un’altra.

Sabato scorso, 6 giugno, ha pubblicato sul suo social Truth un video che lo ritrae nei panni di Naruto, il protagonista dell’omonimo manga disegnato da Masashi Kishimoto che è diventato un cult nel mondo e ha generato un adattamento televisivo di oltre 700 episodi. Da mesi diversi fan giapponesi dei manga protestano contro la Casa Bianca per la diffusione di video AI propagandistici con le raffigurazioni dei loro personaggi preferiti.

A marzo, da Washington avevano diffuso sul web un filmato in cui scene di anime come Yugi-Oh e Dragon Ball si intervallavano con le immagini degli attacchi statunitensi in Iran. Un giorno prima, lo stesso account aveva sovrapposto uno screen del videogioco dei Pokemon allo slogan Make America Great Again.

Scelte da cui le aziende creatrici dei cartoni animati hanno preso le distanze: nessun diritto concesso. E che sono arrivate anche all’ufficio di gabinetto dalle parti di Tokyo. È stata lanciata una petizione per chiedere agli Usa di smetterla, ma senza particolari risultati. Con la mediazione del ministero degli Esteri, poi, come scrive il Guardian e si legge nel documento, è stato richiesto all’ambasciata degli Stati Uniti in Giappone di intervenire “per l’uso non autorizzato di Yugi-Oh e giochi Nintendo sull’account ufficiale X della Casa Bianca”.

Adesso, a risollevare il polverone ci ha pensato Trump con una delle sue trovate surreali. Niente che cozzi con l’abitudinario stile. Nel videoclip in questione, a corredo della canzone “Thank you, President Trump” è ritratto anche a cavallo di un cammello e di un leone, in piedi di fronte alla torre di Pisa e come un’astronauta mentre pianta la bandiera a stelle e strisce sulla luna. E poi con la tuta arancione, mani giunte e l’indice poggiato sul mento: moltiplicando l’identità, come Naruto.

Il presidente Maga gioca con l’universo giapponese e l’impennata di firme sulla petizione arriva puntuale. Come riporta The Indipendent, ora sono più di 23.000. “Siamo fan che amano profondamente i manga e le opere di anime – si legge nel documento –. Per molti anni queste opere hanno ispirato il pubblico di tutto il mondo trasmettendo valori come il coraggio, l’amicizia, la perseveranza. Per questo motivo, molti si sentono preoccupati quando le immagini di questi prodotti sembrano essere utilizzate in contesti politici o militari che possono differire dalle intenzioni dei creatori originali o dei titolari dei diritti”.

L’organizzatrice della campagna, Nana Suzuki, ha riassunto perfettamente alla BBC il sentimento collettivo: “Kazuki Takahashi, il creatore di Yugi-Oh, è morto dopo aver tentato di salvare qualcuno nell’oceano. Mi rattrista profondamente che il suo spirito nobile, che cercava di salvare gli altri e il messaggio del suo lavoro, sia usato in un contesto militare”.

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Lorella Cuccarini: “Mi piace proprio tanto fare i lavori pesanti. In casa, mi chiamano ‘Pulik’ perché ci sono giornate che prendo, smonto, sposto, pulisco qualsiasi cosa. Faccio le pulizie di Pasqua anche quando non è Pasqua”

12 Giugno 2026 ore 13:20

Sul palco perfetta, solare, raggiante e dentro casa un vulcano sempre pronto a riordinare. È una Lorella Cuccarini che non ti aspetti quella che emerge da una intervista a Il Corriere della Sera: “Mi piace proprio tanto fare i lavori pesanti. In casa, mi chiamano ‘Pulik‘ perché ci sono giornate che prendo, smonto, sposto, pulisco qualsiasi cosa. Faccio le pulizie di Pasqua anche quando non è Pasqua”.

Il discorso si sposta poi su un primo bilancio dei 60 anni, visto che il 10 agosto la conduttrice festeggerà 61 anni: “Oggi mi voglio più bene, sono più tollerante con me stessa. Se una mattina ho un acciacco o non ho voglia di fare palestra, mi dico: lo farò domani. Sembra una sciocchezza, ma cambia l’approccio alla vita. La conquista principale di quest’ultimo anno è che ho imparato a lasciare andare un po’ di più. Anche a filtrare di meno”.

Il fisico? “Fino a un anno fa, facevo allenamenti più intensi: metabolico, calisthenics… Ma ho capito che per la mia schiena era troppo. Quest’anno sono passata al pilates, lo faccio due volte a settimana con l’istruttore e lo alterno ad allenamenti per conto mio: circuiti e pochissimi pesi. Il mio è un corpo che ha lavorato in modo impegnativo, quindi devo ascoltarlo”.

Infine sulla televisione: “Verrà il momento di fare un passo indietro, ma non adesso. E, per fortuna, nel mio lavoro ci sono tante espressioni, per cui, spero di lavorare ancora tanto, soprattutto in teatro. Ci sono esempi di donne di spettacolo pazzesche, soprattutto oltreoceano, che sono state in scena fino a 80 anni”.

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Muore a 88 anni l'artista britannico David Hockney, figura influente dell'arte contemporanea

12 Giugno 2026 ore 12:52
La sua agente: "Si è spento nella sua casa a Londra". Le opere dell'artista britannico, considerato tra i più rappresentativi dell'arte contemporanea, hanno raccontato il mondo con caratteristici colori brillanti

© RaiNews

Gli Usa provano a contenere l’ascesa biotech cinese. Ma la strada è in salita

12 Giugno 2026 ore 12:55

Pochi giorni fa il Pentagono ha compiuto il suo annuale aggiornamento della “Lista 1260H”, un elenco delle aziende cinesi legate alla People’s Liberation Army che operano direttamente o indirettamente negli Stati Uniti. Oltre a colossi del calibro di Byd, AliBaba, Baidu, Nio et similia, nell’index officinorum prohibitorum del Dipartimento della Difesa Usa è finito anche il gruppo biotech WuXi AppTec. Una mossa che non arriva ex abrupto, ma che si inserisce in un più ampio tentativo da parte di Washington di prevenire un superamento cinese sugli Stati Uniti in un settore estremamente critico come quello delle biotecnologie.

“Nell’aprile 2025, la Nsceb (National Security Commission on Emerging Biotechnology) ha sottolineato la vulnerabilità che la nostra attuale dipendenza dalle aziende biotecnologiche cinesi comporta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha chiesto il divieto di ricorrere a fornitori di biotecnologie ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Plaudiamo al Pentagono per aver intrapreso questa settimana misure concrete volte ad aggiornare la lista 1260H con l’aggiunta di aziende biotecnologiche cinesi che hanno legami noti con l’esercito cinese. Dobbiamo inoltre rafforzare l’ecosistema biotecnologico americano, anche investendo in alternative alle aziende biotecnologiche cinesi che destano preoccupazione, in modo che il nostro settore poggi su una base di fornitori e prestatori di servizi affidabili”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta relativa alla scelta descritta poche righe sopra il presidente e il vicepresidente della Nsceb, il senatore Todd Young e la dott.ssa Michelle Rozo, evidenziando l’importanza del provvedimento, ma al tempo stesso non nascondendo come nel dominio delle biotecnologie gli Stati Uniti stiano sentendo sempre di più la pressione di Pechino. Come confermato dal vantaggio guadagnato dalla Repubblica Popolare rispetto a specifiche dinamiche.

Come ad esempio sul fronte della strategia nazionale, gli Stati Uniti non dispongono ancora di un documento unitario di indirizzo, con il National Biotechnology Initiative Act introdotto in forma bipartisan ad aprile 2025 che è ancora in fase parlamentare. Pechino, al contrario, ha fatto della biotecnologia una priorità strategica da vent’anni, e il Piano quinquennale 2026 rilancia ulteriormente quella scommessa, indicando biomedicina, biomanifattura, interfacce cervello-computer e farmaceutica come “industrie del futuro” e “settori prioritari”, sullo stesso piano di intelligenza artificiale e informatica quantistica.

Simile distanza anche sul terreno regolatorio. Il sistema americano è ancora percepito come un collo di bottiglia per l’innovazione, tanto che due proposte di legge per accelerarne la riforma sono state introdotte solo nel settembre 2025. La Cina, invece, ha completato una profonda revisione normativa già nel decennio scorso, dotandosi di un sistema a doppio binario che accelera l’accesso al mercato dei farmaci e consente di raccogliere dati preliminari sull’uomo in tempi più rapidi. Il risultato è che nel 2024 la Cina guida la classifica mondiale per numero di trial clinici avviati ogni anno, e molte aziende farmaceutiche americane si rivolgono ormai a Pechino per condurre i primi test sull’essere umano.

Sul versante delle infrastrutture produttive, gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari in due anni per la rete BioMade di impianti bioindustriali pre-commerciali, ma nessuna struttura è ancora operativa. La Cina ha invece avviato nel 2025 partnership pubblico-private con 43 aziende per costruire impianti pilota di biomanifattura su scala nazionale, dopo aver già incentivato nel 2023 la produzione domestica di 32 molecole ad alto valore strategico.

Quanto agli investimenti, gli Stati Uniti contano ancora sulla forza dei mercati privati, ma riconoscono che il capitale privato da solo non basta per portare a maturità tecnologie critiche per la sicurezza nazionale; per tentare di colmare questo vuoto è stato concepito l’Independence Investment Fund Act, presentato a dicembre dello scorso anno. Pechino si affida ai Government Guidance Fund, fondi pubblico-privati che hanno raggiunto il picco nel 2021 con circa 1.800 veicoli annunciati e obiettivi di raccolta superiori a 1.500 miliardi di dollari. Il Piano quinquennale 2026 rilancia questo strumento, con il National Venture Capital Guidance Fund già attivo in biomedicina e interfacce cervello-computer.

Ma il divario più emblematico riguarda forse i dati biologici. Washington non li tratta ancora come risorsa strategica nazionale, ed alcune proposte legislative per raccogliere, curare e standardizzare dati bio-ready per l’IA sono state introdotte solo nel marzo 2026. Il Piano quinquennale cinese, invece, prevede esplicitamente la costruzione di un sistema nazionale di risorse sui dati (con una sezione dedicata alla salute e un framework per l’uso dei dati di addestramento dell’IA) oltre a una rete interna di dati biologici derivati dalle risorse naturali del paese, sviluppata sistematicamente nell’arco di un decennio.

L’aggiornamento della lista 1260H rappresenta dunque una mossa efficace, ma da sola è tutt’altro che sufficiente a permettere agli Stati Uniti di recuperare tutto il terreno perso a vantaggio di Pechino in un settore così critico come quello del biotech.

Elicottero precipita sul Lago Maggiore: un morto e tre feriti. Era da poco decollato da una villa

12 Giugno 2026 ore 12:54

Un elicottero è precipitato vicino al Lago Maggiore, nella zona di Solcio di Lesa, in provincia di Novara. Una persona è morta, altre tre sono rimaste ferite: due sopravvissuti sono stati trasportati in codice giallo all’ospedale di Novara, il terzo all’ospedale di Borgomanero. Il velivolo privato era da poco decollato da una villa della zona, sulla foce dell’Erno, sulla sponda piemontese del Lago.

La vittima, stando alle prime informazioni, è un uomo ultrasettantenne, cittadino svizzero, che abitava nella villa da dove è decollato l’elicottero. Gli agenti ipotizzano che fosse lui ai comandi del velivolo, precipitato a terra in fase di decollo. I tre feriti sono di nazionalità straniera ed erano amici della vittima. Non appena è scattato l’allarme si sono attivati i soccorsi disponibili nell’area: sul posto diverse ambulanze e l’elisoccorso del 118. Le squadre di emergenza stanno ancora operando sul luogo dell’impatto ma non si conoscono al momento le cause e la dinamica dell’incidente. Sul posto si è recato il sindaco di Lesa, Luca Bona, per seguire lo sviluppo delle operazioni.

Articolo in aggiornamento

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È morto David Hockney. Addio al pittore della luce che ha attraversato sei decenni di arte senza guardarsi indietro

12 Giugno 2026 ore 12:49

David Hockney è morto all’età di 88 anni. A dare la notizia è stata la sua agente Erica Bolton, che ha spiegato come il pittore si sia spento serenamente nella sua casa di Londra, a poche settimane dal suo 89esimo compleanno. Bolton lo ha definito “una delle figure più importanti dell’arte contemporanea nel XX e XXI secolo”.

Dalla pop art degli anni Sessanta fino ai disegni realizzati su iPad negli ultimi anni della sua vita, Hockney ha attraversato mode, movimenti e rivoluzioni tecnologiche continuando a sperimentare e a sorprendere. Tra le iconiche piscine californiane, i paesaggi dello Yorkshire e quelli della Normandia, le sue opere sono diventate simbolo di un linguaggio artistico immediatamente riconoscibile grazie all’uso di colori brillanti, luce intensa e una continua ricerca sul modo di rappresentare lo spazio e la percezione.

Nato a Bradford nel 1937, Hockney si trasferì a Los Angeles nel 1964. Fu una svolta decisiva. Per un ragazzo cresciuto nell’Inghilterra del dopoguerra, la California rappresentava quasi una visione: sole, acqua, giardini e un modo completamente diverso di osservare il mondo. La luce della West Coast, le piscine e l’architettura modernista diventarono così i protagonisti di opere entrate nella storia dell’arte contemporanea come A Bigger Splash e Portrait of an Artist (Pool with Two Figures). Quest’ultima venne venduta nel 2018 per oltre 90 milioni di dollari, stabilendo all’epoca il record per un artista vivente.

Nel corso della sua carriera Hockney ha esplorato fotografia, collage, scenografia, fax, computer, smartphone e tablet, dimostrando una curiosità rara anche tra gli artisti della sua generazione. Quando molti suoi contemporanei difendevano il passato, lui continuava a inseguire il futuro.

Tra i primi artisti britannici della sua generazione a vivere apertamente la propria omosessualità quando era ancora un reato in Inghilterra, Hockney affrontò il tema in opere come We Two Boys Together Clinging, del 1961.

Nonostante i problemi di salute degli ultimi anni, ha continuato a lavorare quotidianamente. Nel 2025 ha partecipato alla grande retrospettiva organizzata dalla Fondation Louis Vuitton a Parigi, la più ampia mai dedicata alla sua opera, accolta da un’affluenza record.

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La fascia in testa per proteggere la cicatrice, la promessa al padre prima che morisse: la storia dietro le lacrime di Raúl Jiménez

12 Giugno 2026 ore 12:45

Occhi e mani sono rivolti verso il cielo. Il volto è coperto dalle lacrime. Raúl Jiménez ha perso il papà tre mesi fa. Ma prima che se ne andasse gli aveva promesso: “Segnerò ai Mondiali”. E così è stato. Nella partita inaugurale allo Stadio Atzeca tra Messico e Sudafrica (terminata 2-0) c’è anche la sua firma che gli vale il secondo posto nella classifica marcatori all-time della nazionale. Nel 2020 ha rischiato la vita su un campo da calcio per una frattura al cranio. Sei anni dopo il destino lo ha messo di fronte a oltre 80mila tifosi per un gol che aspettava da quattro edizioni.

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“Sono un miracolato”

La fascia che indossa Raúl Jiménez non è per estetica. Ma c’è qualcosa di più profondo. La lunga cicatrice sul lato destro della testa racconta l’episodio che gli ha cambiato la carriera e la vita. Nel novembre 2020, durante un Arsenal-Wolverhampton deserto per la pandemia, l’attaccante messicano si frattura il cranio dopo un pericoloso scontro con David Luiz. Emorragia celebrale interna e operazione d’urgenza. “I medici hanno fatto un ottimo lavoro. Mi hanno subito detto dei rischi e mi hanno detto che sono un miracolato”. Nel lungo periodo di riabilitazione crescono i dubbi. Lo ricorda anche uno dei medici che lo ha seguito passo dopo passo: “È riuscito a passare dall’attività atletica di base all’allenamento agonistico completo a marzo, evitando soltanto i colpi di testa e i contrasti aerei”. Dopo oltre 6 mesi Jiménez rientra tra i convocati con tutte le precauzioni del caso. “È un miracolo che io sia persino tornato in campo”. Rimasto in isolato durante il Covid, il messicano resta in Premier League. E dopo la parentesi Fulham è pronto a tornare in maglia Wolves in Championship.

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Le lacrime e la dedica

Le parole del ct Javier Aguirre suonano come un avvertimento: “Raúl ha detto che questo sarà il suo Mondiale”. Alla prima vera occasione contro il Sudafrica l’attaccante non sbaglia. L’esultanza è un’istantanea che resta nella storia. C’è la sofferenza di un segno indelebile rimasto sulla pelle e una promessa mantenuta alla persona più importante della sua vita. “Un gol con dedica speciale”, il primo in assoluto ai Mondiali. Per il Messico, per suo padre. Raúl Jiménez non hai mai smesso di crederci.

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Se gli obiettivi del Pnrr non verranno centrati, la colpa non è dei medici

12 Giugno 2026 ore 12:43

Sono 2 i miliardi, dei 15 stanziati dal Pnrr per la Missione 6 salute, spesi per il restyling e la costruzione delle 1038 Case di Comunità, aumentate a 1717 dal DM 77, sparse su tutto il territorio nazionale. Di queste, al 20 dicembre 2024 (dati Agenas), solo 485 erano attive con almeno un’attività funzionante e solo 66 pienamente operative con tutti i servizi obbligatori.

Ma a cosa servono, o sarebbero dovute servire, almeno sulla carta, le Case di Comunità? Dovrebbero servire a dare una risposta integrata e multiprofessionale a malati cronici, affetti da disabilità, disagio mentale e povertà. Volendo semplificare – me le immaginavo come un luogo fisico – strutture di secondo livello, intermedie tra ospedale e territorio, dove poter inviare pazienti complessi, su mia segnalazione, che non necessitassero di un ricovero ospedaliero ma di una valutazione specialistica piuttosto che di una prestazione infermieristica o di una presa in carico sociale per tutte quelle condizioni di povertà, disabilità o solitudine, senza che gli stessi fossero rimpallati da un servizio all’altro in peregrinazioni infinite, con prestazioni diagnostiche o specialistiche che è ormai diventato impossibile ottenere.

Un esempio per tutti: nel Lazio riesci a fare una TAC del cuore solo se la paghi di tasca tua. Se hai soldi, bene, altrimenti ti arrangi. E così in tutta Italia.

Nella volontà del decisore politico, invece, nella Casa di Comunità è previsto l’autoaccesso. E cosa ci trova il cittadino in questa Casa di Comunità? Gli specialisti? No, perché non ce ne sono. Tant’è che stanno pensando di spostarli dagli ospedali al territorio, cosa che ha sollevato le proteste dei sindacati di categoria, considerato che già i medici ospedalieri sono sotto organico e sottoposti a carichi di lavoro improponibili.

Se non ci sono specialisti nelle Case di Comunità, ci saranno almeno gli infermieri? Neanche più di tanti, perché ne mancano all’appello circa 22.000. Allora mettiamoci i medici di famiglia, che tanto lavorano solo tre ore al giorno e guadagnano tanto, così non tocca nemmeno pagarli, soprattutto se diciamo che sono soggetti a un debito orario piuttosto che a prestazioni aggiuntive.

E cosa dovrebbero fare questi medici di famiglia nelle Case di Comunità? In pratica una guardia medica h24: certificazioni mediche per turnisti, prescrizioni farmaceutiche urgenti, invio in ospedale per situazioni di emergenza. Quindi nulla di utile, nulla che aiuterà all’abbattimento delle liste d’attesa, nulla che limiterà l’accesso ai pronto soccorso che, per inciso, sono affollati per riduzione di posti letto e personale, per le condizioni di lavoro impossibili e non perché i medici di famiglia non fanno da filtro.

E sulle tre ore di lavoro, interrogando il mio gestionale, ma questo vale per qualsiasi collega con 1.500 pazienti, in un anno ho registrato circa 16.000 accessi a studio, che sono mediamente circa 70 accessi giornalieri, con tutto il carico clinico e amministrativo che ciò comporta, senza tener conto dei contatti telefonici e della messaggistica varia. Sono circa 750 milioni di visite annue effettuate dai MMG che, al contrario di quello che si dice, evitano il collasso dei pronto soccorso.

Credo che neanche Mandrake, con i suoi superpoteri, riesca ad evadere questa mole di lavoro in sole tre ore.

Stanno chiedendo, anzi imponendo, ai medici di famiglia di lavorare nei loro studi e contemporaneamente nelle Case di Comunità, come Arlecchino servo di due padroni.

Spostare i medici da un punto all’altro non moltiplica le forze disponibili. Certo, sarebbe impopolare, soprattutto in prossimità della prossima tornata elettorale, dire alla cittadinanza che, se vuole il medico di famiglia, non lo trova più nel proprio quartiere o nel proprio paese ma in una struttura dalle caratteristiche ospedalocentriche. Altrettanto impopolare sarebbe ammettere con l’Europa che gli obiettivi del Pnrr non sono stati per niente centrati e che i fondi sono stati spesi solo ed esclusivamente in edilizia sanitaria e non investiti sulla valorizzazione del personale, i cui stipendi sono fermi a trent’anni fa e i cui carichi di lavoro sono triplicati.

Se gli obiettivi del Pnrr non verranno centrati, la colpa non è dei medici e la politica si assuma le proprie responsabilità. Non credo che i medici reggeranno a questo nuovo e incombente debito orario nelle Case di Comunità, soprattutto quando sono a credito di infinite ore di lavoro di back office che non solo non sono valorizzate, ma ritenute invisibili o non influenti.

La riorganizzazione dell’assistenza territoriale si intreccia con il dibattito sullo status giuridico del medico di famiglia, oggi libero professionista ma soggetto a una subordinazione progressiva, senza che della subordinazione o della dipendenza abbia le tutele, come maternità, ferie, malattia, infortunio e possibilità di part-time. E questi, per una professione che sta virando al femminile, sono temi fondamentali per la conciliazione vita-lavoro. Già oggi, l’introduzione del ruolo unico per i giovani medici (obbligo di lavorare 38 ore nelle strutture e aprire propri studi per ricevere i pazienti) sta producendo la desertificazione della medicina generale. Un esempio per tutti: a Bergamo e provincia, su 511 zone carenti messe a bando, hanno risposto in 13 e in 8 hanno accettato. E così dappertutto.

Se si introdurrà anche per i medici già in servizio l’obbligo del doppio lavoro, ci sarà un pensionamento di massa e la situazione, ben lungi dal risolversi, si aggraverà. Saranno ben più di 6 milioni gli italiani senza medico.

Una riforma che si rispetti deve valorizzare le cure primarie territoriali attraverso l’istituzione di una scuola di specializzazione in medicina generale, con l’assunzione dei medici come dipendenti o specialisti a convenzione all’interno delle Case di Comunità, e molti giovani risponderebbero entusiasti. Certo è che non si può ipotizzare una riforma a isorisorse. Chi, invece, ha deciso di lavorare con un’autonoma organizzazione che nel tempo, tramite capillarità e accessibilità, ha prodotto risultati positivi sulla salute dei cittadini di questo Paese, dovrebbe essere lasciato in pace nel proprio studio.

Se siamo i più longevi, secondi solo ai giapponesi, non è un caso, ma il frutto del lavoro di generazioni di medici sul territorio nel corso dei decenni.

La riforma è stata stoppata perché è convenienza di tutti che i medici di medicina generale rimangano in un limbo: liberi professionisti senza tutele, dipendenti di fatto senza diritti, perché con il loro lavoro e i loro contributi devono mantenere in vita, a tutti i costi, la loro cassa previdenziale, ENPAM, ente giuridico privato con finalità pubblica che, per bocca del suo presidente, annuncia il suo sostegno al Paese con investimenti nazionali che ammontano al 53% del patrimonio previdenziale, stimato attualmente in 31 miliardi.

Siamo contenti che la cassa previdenziale goda di buona salute e che aiuti l’Italia, ma a rimetterci le penne saranno i medici e, con essi, i cittadini.

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Guantanamo e la strategia degli Usa contro il regime cubano

12 Giugno 2026 ore 12:38

Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, è stato ripreso dalle telecamere mentre eseguiva 44 ripetizioni su una panca alla base navale di Guantánamo Bay a Cuba accompagnato dai militari americani. L’immagine è stata diffusa dall’account ufficiale del Dipartimento della Guerra.

La visita del rappresentante del governo americano arriva in un momento di grande pressione contro il regime cubano per favorire un cambiamento politico ed economico nell’isola.

La più recente visita di Hegseth alla base di Guantanamo c’è stata a febbraio del 2025. La missione in quell’occasione è stata organizzare il piano del presidente Trump per accogliere nella base i detenuti della nuova campagna migratoria.

Secondo il quotidiano americano The New York Times, il piano non si è mai sviluppato e l’ondata di migranti illegali in stato di arresto non è mai arrivata. “È un momento di tranquillità per la base, che conta con 4500 residenti – si legge sul NYT -. La scuola per i figli dei funzionari della marina è chiusa per l’estate e alcune famiglie sono tornate negli Stati Uniti per le ferie. Camp Justice, dove il Pentagono svolge le udienze per alcuni dei 15 detenuti di guerra reclusi lì, sarà chiuso fino agli inizi di agosto”.

Per il Pentagono, la nuova presenza di Hegseth a Guantanamo aveva come principale obiettivo l’interazione con i soldati. Successivamente è arrivato al quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, in Florida. L’importanza di Cuba per l’attuale amministrazione americano si evidenza anche dalla visita di John Ratcliffe, direttore della Cia, anche lui presente a Cuba lo scorso mese.

Due settimane fa, invece, c’è stato il generale Francis Donovan, comandante di operazioni militari in America latina e i Caraibi, che ha incontrato un alto rappresentante del vertice militare cubano nel muro che divide la zona controllata dagli Usa nell’isola. Questo è stato il primo incontro tra le forze americane e cubane nella base in più di un anno.

Questa settimana, il governo di Trump ha stretto ancora il cerchio delle sanzioni contro Cuba, aggiungendo la compagnia petrolifera statale Cupet alla lista delle organizzazioni sanzionate. L’accusa è quella di dirottare le risorse energetiche del Paese per “arricchirsi”. Ad annunciarlo Marco Rubio, segretario di Stato americano: “La compagnia petrolifera e del gas statale cubana Union Cuba-Petroleo (Cupet), ha illecitamente espropriato i propri beni a proprietari americani anni fa”.

 

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Larry Johnson e Lawrence Wilkerson: “La guerra è ricominciata, è così semplice”

12 Giugno 2026 ore 12:30



L’ex analista della CIA Larry Johnson e il colonnello in pensione Lawrence Wilkerson hanno analizzato la pericolosa escalation militare tra Stati Uniti e Iran.

I due esperti smontano la narrativa trionfalistica di Donald Trump, definendo “propaganda” le affermazioni su un imminente collasso iraniano o su presunte richieste di resa da parte di Teheran. Al contrario, viene evidenziato come le ritorsioni iraniane abbiano inflitto danni reali alle basi aeree statunitensi, distruggendo o danneggiando caccia avanzati come gli F-35 grazie al supporto d’intelligence satellitare di Russia e Cina. Johnson e Wilkerson criticano duramente l’assenza di una chiara strategia a lungo termine da parte di Washington, l’uso errato di asset militari (come gli elicotteri Apache impiegati impropriamente sul mare) e il fallimentare tentativo di manipolare i mercati petroliferi globali tramite la riduzione delle riserve strategiche. L’Iran, forte del sostegno eurasiatico e dei partner BRICS, sta imponendo una logica di deterrenza e una guerra d’attrito che gli USA, a corto di risorse e munizioni critiche, non sembrano più in grado di sostenere.

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Il Punto

12 Giugno 2026 ore 11:30

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]

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Il valore strategico del plasma per il sistema sanitario. Parla Carugi (Farmindustria)

12 Giugno 2026 ore 12:29

Se il valore della donazione viene spesso associato alle emergenze e alle trasfusioni, una parte rilevante del plasma raccolto è destinata alla produzione di medicinali plasmaderivati, terapie essenziali per migliaia di pazienti affetti da malattie rare, immunodeficienze, disturbi della coagulazione e altre patologie croniche o ad alta complessità assistenziale.

In occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue, abbiamo intervistato Francesco Carugi, presidente del gruppo Emoderivati di Farmindustria, sul ruolo strategico del plasma e dei farmaci plasmaderivati, sulla crescente domanda globale e sulla necessità di rafforzare la sicurezza della filiera italiana ed europea.

Dottor Carugi, quando si parla di donazione del sangue si pensa soprattutto all’emergenza. In realtà il plasma è fondamentale anche per la disponibilità di terapie salvavita. Perché?

Perché dal plasma derivano farmaci essenziali e spesso insostituibili. Pochi sanno che circa l’80% del sangue o plasma donato viene utilizzato per produrre plasmaderivati (il resto ha un uso clinico) e solo una quota minoritaria serve alla gestione delle emergenze. Il plasma contiene proteine fondamentali – come, ad esempio, immunoglobuline, albumina, fattori della coagulazione – che, attraverso processi industriali molto complessi, vengono trasformate in terapie per malattie rare di origine genetica (immunodeficienze primarie, emofilia, angioedema ereditario, deficit di alfa-1 antitripsina, ecc.), complicanze di gravi patologie neurologiche e oncoematologiche, infezioni batteriche e infezioni virali che complicano i trapianti. In molti casi non esistono alternative terapeutiche.

Un recente studio ha evidenziato che l’utilizzo di plasmaderivati determina una riduzione del costo medio per paziente in termini di costi diretti e indiretti (escluso il costo di acquisizione della terapia) per i pazienti con immunodeficienza primitiva di tutte le età del 45%, per i pazienti con immunodeficienza acquisita del 69% e per i pazienti con deficit di alfa-1-antitripsina del 49%.

Quanto conta oggi la disponibilità di plasma per garantire continuità terapeutica ai pazienti?

Conta in modo determinante. Per migliaia di persone la disponibilità di plasma coincide con la possibilità di continuare a curarsi e avere una migliore qualità della vita. Bisogna ricordare che il plasma non può essere prodotto in laboratorio: esiste solo grazie alla donazione volontaria. Inoltre il ciclo produttivo dei plasmaderivati è molto lungo: tra donazione, lavorazione, controlli e distribuzione possono trascorrere fino a dodici mesi. Questo significa che la programmazione è essenziale. Se oggi raccogliamo meno plasma nel mondo, le conseguenze si vedranno nei prossimi mesi sulla disponibilità delle cure.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha definito il plasma una materia prima strategica. Che cosa significa concretamente?

Significa riconoscere che il plasma è una risorsa critica per la sicurezza sanitaria dei Paesi. È insostituibile, limitato e dipende esclusivamente dalla generosità dei donatori. Anche l’Unione europea ha inserito i plasmaderivati nella lista dei medicinali critici proprio perché la filiera è fragile e la domanda globale continua a crescere. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento costante dei fabbisogni, dovuto all’invecchiamento della popolazione, alla ricerca che ha consentito di rispondere ai bisogni di cura con nuove indicazioni terapeutiche e a una maggiore capacità diagnostica. Per questo oggi il tema non è solo sanitario, ma anche strategico e geopolitico.

L’Italia quanto è autosufficiente?

Negli ultimi anni il nostro Paese ha ottenuto risultati importanti grazie al sistema trasfusionale, alle associazioni e federazioni dei donatori e all’impegno delle istituzioni. Nel 2024-2025 sono state superate le 900 tonnellate di plasma raccolto. Tuttavia l’autosufficienza si attesta intorno al 60% a causa dell’aumento del fabbisogno terapeutico dei pazienti. E deve fare i conti con il processo di invecchiamento, che determinerà un aumento delle persone che non potranno più donare sangue o plasma per il raggiungimento dei limiti di età stabiliti . Questo significa che dobbiamo ricorrere a plasmaderivati, soprattutto di immunoglobuline, prodotti da plasma raccolto all’estero, in particolare negli Stati Uniti ed in Europa, per rispondere alla domanda di salute dei nostri pazienti.

Cosa rappresenta questa dipendenza?

La dipendenza dall’estero va letta in chiave di sicurezza sanitaria. Il plasma è una materia prima critica, strategica, insostituibile. Se una quota rilevante del nostro fabbisogno dipende da Paesi extraeuropei, in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, politiche protezionistiche e crescente competizione tra sistemi sanitari, è evidente che dobbiamo aumentare la resilienza della filiera. In questo senso vorrei citare un nuovo studio condotto dal Ceis dell’Università di Tor Vergata relativo alla sostenibilità delle possibili strategie di approvvigionamento per rispondere al fabbisogno nazionale dei medicinali plasmaderivati, da cui emerge l’importanza di dotarsi di un sistema con diverse fonti di approvvigionamento per i plasmaderivati, a partire da plasma proveniente da fonti diversificate (canale interno ed esterno), sia per rispondere al fabbisogno clinico dei pazienti anche in situazioni di carenza, sia per contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario.

Nonostante l’impegno del Ssn e la generosità dei molti donatori, le quantità di plasma raccolto in Italia sono insufficienti per produrre tutti i farmaci necessari alla cura dei nostri pazienti. È per questo che il nostro Paese deve utilizzare anche farmaci che sono prodotti utilizzando plasma raccolto all’estero. Lo studio dimostra che questo non comporta un aggravio di costi per il sistema.

Che ruolo svolge l’industria farmaceutica in questo sistema?

L’industria è un partner essenziale. Le aziende trasformano il plasma raccolto in farmaci attraverso processi altamente tecnologici e sottoposti a controlli rigorosissimi, anche grazie alla fondamentale qualità richiesta dal nostro Ssn. Parliamo di standard di qualità e sicurezza elevatissimi, che comprendono selezione dei donatori, tracciabilità, test microbiologici e virali, processi di inattivazione e continui controlli industriali. Ma il ruolo dell’industria non si limita alla produzione: le imprese investono anche in ricerca, innovazione e miglioramento delle rese produttive per valorizzare al massimo ogni litro di plasma donato.

Quanto investe il settore in Italia?

La ricerca e produzione di plasmaderivati rappresentano un’area di eccellenza della farmaceutica italiana. Le aziende del comparto occupano oltre 1.700 addetti e investono significativamente in ricerca e sviluppo per nuove proteine plasmatiche, nuove indicazioni terapeutiche, formulazioni più efficaci o, ancora, tecnologie produttive sempre più avanzate. L’obiettivo è duplice: migliorare le cure e aumentare la disponibilità dei farmaci. Dal 2021 il comparto sta investendo oltre 500 milioni di euro in Italia per il potenziamento dei propri stabilimenti.

Che cosa serve oggi per rafforzare il sistema?

Servono tre elementi insieme: più donazioni, migliore programmazione e pieno riconoscimento della specificità dei plasmaderivati. Sul fronte delle donazioni bisogna puntare molto di più nell’informazione. Gli italiani riconoscono il valore del plasma, ma spesso non sanno che cosa diventa concretamente una donazione e quanti pazienti dipendano da queste terapie. Sul piano istituzionale serve una programmazione stabile e condivisa tra ministero della Salute, Centro nazionale sangue, Regioni, Aifa, associazioni dei donatori, pazienti e industria. Infine è importante che anche gli strumenti regolatori riconoscano la specificità e la natura strategica di questi medicinali salvavita e che il payback venga superato con l’esclusione dei plasmaderivati dalla spesa soggetta a tetto.

Che messaggio sente di lanciare nella Giornata mondiale del donatore di sangue?

Che ogni donazione conta davvero. Dietro una sacca di plasma ci sono persone che possono continuare a vivere grazie a una terapia. Per alcune patologie rare possono servire oltre cento donazioni all’anno per un solo paziente. Il gesto del donatore non è astratto: si traduce concretamente in cure, continuità terapeutica e qualità della vita. Donare plasma significa contribuire alla sicurezza sanitaria del Paese e aiutare migliaia di pazienti che ogni giorno dipendono da questi farmaci salvavita.

Pechino: “Tartarughe e pesci spia nei nostri mari per rubare dati sensibili”. Così la Cina accusa le intelligence straniere

12 Giugno 2026 ore 12:07

Nuove accuse da parte di Pechino alle agenzie di intelligence occidentali, che usano tartarughe e pesci per carpire i segreti strategici della Cina attraverso sensori fissati al corpo degli animali marini. Il ministero della Sicurezza di Stato, in un post sui social media dal titolo ‘sotto il blu profondo, le correnti sotterranee stanno montando’, ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “In alcune acque della Cina sono stati scoperti animali marini relativamente grandi con sensori attaccati”, ha detto il ministero aggiungendo che le creature sono state trovate “nuotare in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come la temperatura dell’acqua, la salinità e le correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”.

I sensori sui corpi di pesci e tartarughe sono finalizzati alla creazione di mappe subacquee. Oltre a questa tecnica, vengono utilizzate dalle agenzie straniere – spiega Pechino – boe di rilevamento, droni oceanici e dispositivi elettronici installati sulle navi, per sottrarre dati sensibili. Come riportato da Global Times, in un articolo pubblicato sull’account WeChat, il ministero ha spiegato che in alcune aree marittime cinesi sarebbero state individuate boe equipaggiate con sensori acustici ad alta precisione in grado di raccogliere dati in tempo reale, comprese le firme sonore dei sottomarini cinesi. Nello specifico, Pechino ha inoltre denunciato il ritrovamento di grandi animali marini, definiti “tartarughe spia” e “pesci spia”, equipaggiati con sensori per monitorare temperatura dell’acqua, salinità e correnti marine, con trasmissione dei dati via satellite all’estero. Secondo il ministero, anche alcune aziende straniere avrebbero promosso dispositivi elettronici per navi mercantili presentati come servizi marittimi, ma utilizzabili per monitorare attività portuali e raccogliere informazioni strategiche. Le autorità cinesi hanno invitato cittadini e armatori a segnalare dispositivi sospetti e a evitare installazioni di apparecchiature di origine sconosciuta.

Tra gli episodi e le notizie trapelate rispetto a tecniche di spionaggio, a giugno 2025 Pechino aveva accusato l’intelligence americana, la Central Intelligence Agency (Cia), di compiere un “assurdo” tentativo di reclutamento dei suoi cittadini tramite i video diffusi su X, social media peraltro al bando nella Repubblica popolare. Insomma, una campagna non basata sugli approcci segreti e riservati da film di Hollywood, ma con modalità chiare, alla luce del sole. All’epoca, il ministero della Sicurezza di Stato cinese aveva denunciato la pubblicazione dei video sulla piattaforma di Elon Musk: “annunci di lavoro” che invece andavano valutati come “stratagemma amatoriale” per convincere le persone a fare la spia per conto degli americani. La campagna di arruolamento della Cia per tutti i “delusi” dalla leadership cinese era stata illustrata in via ufficiale dal suo direttore John Ratcliffe, chiarendo che i video pubblicati già a maggio, che sollecitavano la condivisione di segreti di Stato, miravano a “reclutare funzionari cinesi per aiutare gli Stati Uniti”. Si trattava, spiegò nell’occasione Ratcliffe, “solo di uno dei tanti modi in cui stiamo modificando le nostre strategie”. All’epoca, Pechino condannò i post definendoli “una palese provocazione politica”. Un altro episodio attinente allo spionaggio che si era guadagnato per 17 giorni le prime pagine dei giornali, era stata la flotta di droni misteriosi che a dicembre 2023 aveva sorvolato la base militare di Langley, in Virginia, violando lo spazio aereo su una zona che ha la più alta concentrazione di strutture sensibili per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un fenomeno che aveva innervosito il Pentagono e scatenato due settimane di incontri segreti alla Casa Bianca tra Joe Biden, funzionari dell’Fbi, del dipartimento della Difesa e dell’Homeland Security, tutti impegnati a capire se si trattasse di dronisti amatoriali o dell’infiltrazione di forze ostili agli Stati Uniti come Russia e Cina. Uno smacco per la difesa americana, come la storia del pallone spia cinese infine abbattuto su decisione di Biden.

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G8 di Genova, 25 anni dopo tutti “no global”. Su Millennium la cronaca di quei giorni e le promesse mancate dei “grandi”

di: F. Q.
12 Giugno 2026 ore 12:06

La zona rossa, il blocco nero, la guerriglia urbana. L’uccisione di Carlo Giuliani. Il sanguinoso blitz alla scuola Diaz, gli abusi sui manifestanti inermi nella caserma di Bolzaneto. La strategia della tensione perseguita dai servizi segreti, l’autoassoluzione plenaria della politica. E i processi, faticosi e osteggiati, contro agenti, funzionari, dirigenti della pubblica sicurezza.

Sono passati 25 anni dal G8 di Genova, quando centinaia di migliaia di persone manifestarono contro la globalizzazione neoliberista e furono brutalmente represse. Il numero di giugno di MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, in libreria da venerdì 12 giugno, propone un’ampia ricostruzione di quelle giornate di luglio del 2001, a firma di Mario Portanova, ma anche del prima e del dopo: dal boom mediatico del movimento, nella protesta contro l’organizzazione mondiale del commercio a Seattle nel 1999, fino alle sentenze definitive dei più importanti procedimenti penali sui fatti del G8. Potete trovare MillenniuM in libreria (cerca qui la più comoda per te) e negli store online (Amazon, Ibs, Feltrinelli, Unilibro, Libreria Universitaria, Hoepli).

MillenniuM non si ferma al ricordo di quei giorni. Venticinque anni dopo prova a rispondere alla grande domanda: chi aveva ragione fra i “grandi della terra” che promettevano più benessere e democrazia per tutti grazie al libero mercato globale, e il movimento che li contestava fuori dalle grate della zona rossa? A proposito, otto agili schede ricordano chi erano gli otto leader politici delle più solide economie mondiali convenuti a Genova, e che fine hanno fatto. Alcuni li ritroviamo nelle cronache di oggi, a partire dal britannico Tony Blair, protagonista dell’assai controverso tavolo per la pace a Gaza promosso da Donald Trump; il tedesco Gerhard Schroeder, recentemente evocato come possibile mediatore della guerra fra Russia e Ucraina, che appena 17 giorni dopo la fine del mandato da cancelliere accettò un ruolo di vertice nell’industria russa del gas, per poi approdare al cda di Gazprom; a proposito, l’ottavo dei “grandi”, l’invitato speciale al tavolo delle magnifiche sorti del libero commercio mondiale, si chiamava Vladimir Putin. L’unico ancora oggi in sella…

Ma intanto, che fine ha fatto la globalizzazione? Salvatore Cannavò ne ricostruisce la crisi, a partire dalle sue istituzioni contro cui si scagliavano i cosiddetti “no global”, come la famigerata Organizzazione mondiale del commercio, sotto l’urto di crisi finanziarie, guerre, nuovi equilibri geopolitici, pandemia…

Chiara Brusini fa parlare i numeri: l’andamento delle disuguaglianze in questo quarto di secolo mostra chiaramente che gli sconfitti della globalizzazione siamo proprio noi. Vale a dire le classi medie occidentali (in Italia ancor più che altrove) e i poveri, sempre più poveri. Tra il 2000 e il 2024 l’1% più ricco si è messo in tasca il 41% di tutta la nuova ricchezza creata (240mila miliardi di dollari), mentre al 50% più povero finiva solo l’1% della torta”, riporta l’articolo.

Del resto la più autorevole, recente, autocritica su questo fronte è arrivata da Mario Draghi, racconta Roberto Casalini: “Contrariamente alle aspettative iniziali, la globalizzazione non solo non ha diffuso i valori liberali, perché la democrazia e la libertà non viaggiano necessariamente con i beni e i servizi, ma li ha anche indeboliti nei paesi che ne erano i più forti sostenitori” è la “confessione” di Draghi, pronunciata nel 2024 a Washington alla National Association for Business Economics. L’articolo descrive anche alcune “conversioni”, a partire da Giorgia Meloni, che all’epoca bollava i contestatori come “privi di idee” e oggi ammette che “la globalizzazione non ha funzionato”.

Sul confronto fra ieri e oggi intervengono anche alcuni protagonisti di allora che negli anni non hanno smesso di perseguire “un altro mondo possibile”, come Vittorio Agnoletto, Monica Di Sisto, Claudio Jampaglia. Infine Luca Casarini, all’epoca leader dei Disobbedienti e oggi attivista sul fronte dei migranti, si racconta a Tommaso Rodano in una lunga intervista: “Oggi siamo dentro democrazie morenti e viviamo nel pieno dell’irresponsabilità dei vertici dei governi mondiali”.

Fra le proposte al di fuori del tema di copertina, una lunga chiacchierata di Paolo Soraci con David Quammen, il giornalista statunitense diventato celebre con il suo profetico Spillover all’epoca della pandemia, che nel suo ultimo libro Il cuore selvaggio della natura (Adelphi) parla di una guerra sconosciuta, quella che si combatte in diversi Paesi dell’Africa per difendere i parchi naturali da milizie, bracconieri e approfittatori vari. Il fotografo Nicola Zolin ci porta invece a Joshimath, capitale turistica dell’Himalaya, che sta lentamente sprofondando, anche per effetto del cambiamento climatico e di grandi opere infrastrutturali.

La rubrica Strangers do it better fa il punto sulle cure psichedeliche, come psilocibina e Mdma, che in diversi Paesi del mondo vengono legalizzate e regolamentate, mentre in Italia la maggioranza meloniana affossa persino la cannabis light.

TRA LE FIRME: Vittorio Agnoletto, Chiara Brusini, Salvatore Cannavò, Roberto Casalini, Monica Di Sisto, Peter Gomez, Daniele Luttazzi, Antonio Padellaro, Valentina Petrini, Mario Portanova, Marco Travaglio, Nicola Zolin

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Juventus, è ufficiale l’arrivo di Carnevali: cosa cambia, i tre colpi e il ritorno alla “vecchia” Juve

12 Giugno 2026 ore 12:02

Nuova Juve, vecchia Juve. L’arrivo di Giovanni Carnevali come nuovo amministratore delegato bianconero – ufficializzato oggi con una nota del club – è stato uno squarcio nel cielo, non proprio così sereno, che aleggiava sopra la Continassa. Che Damien Comolli fosse sotto osservazione, era abbastanza palese: la Juventus fuori dalla Champions e un calciomercato cominciato in salita (Allison, per esempio: un portiere cercato ma per il quale non si è chiuso) avevano gettato più ombre che luci sul dirigente francese. Ma che fossero così dense, no: non se l’aspettava nessuno. Forse l’aveva intuito Comolli stesso un paio di giorni fa, quando era stato convocato da John Elkann per alcuni chiarimenti. Che evidentemente non ci sono stati.

Morale della favola: la riunione fiume di ieri, giovedì 11 giugno, ha sancito l’addio all’uno e il benvenuto all’altro. Con Carnevali che, evidentemente già contattato nelle settimane precedenti, aveva voluto prima di tutto aspettare che il Sassuolo avviasse i lavori per il futuro. Aspettava Aquilani, insomma, e aspettava che qualche primo discorso di mercato venisse intavolato da chi a Sassuolo resterà, come il direttore sportivo Palmieri, sempre più al centro del club neroverde dopo anni e anni di lavoro tra settore giovanile e prima squadra. Non è un caso, infatti, che il ribaltone vero e proprio sarà per la Juventus – al netto della differenza più che sostanziale che esiste tra i due club – e non per il Sassuolo: gli emiliani cercheranno una figura manageriale che possa fare da ponte tra la famiglia Squinzi e l’area sportiva. Ma l’impianto organizzativo non cambierà di molto.

Il calciomercato e la nuova impostazione

E a Torino? Beh, lì è tutto diverso. Con l’addio di Comolli, qualche altra testa potrà saltare. Anche se non sembra probabile l’addio del direttore sportivo Ottolini, tornato alla Juventus lo scorso gennaio e decisamente operativo sul mercato. Così tanto che a Carnevali l’idea di smontare il giocattolo non passa per la testa. Un esempio è il ‘Dibu’ Martinez, il portiere dell’Aston Villa che ha scelto di venire in Italia e che aspetta solo un accordo finale tra i club. Le parti sono avanti, ma c’è ancora da discutere. E il nuovo ad, insieme a Ottolini, lo farà a partire dall’inizio della prossima settimana. Così sarà pure per Sorloth e Kolo Muani, due giocatori che Spalletti ha avallato e che la Juventus proverà a portare avanti in questi giorni.

Ma cosa cambierà, allora? L’impostazione di base. Perlomeno, se si parla di calciomercato: la ricerca intensiva attraverso algoritmo (un vanto delle precedenti esperienze di Comolli) non ha convinto. E poi, Carnevali arriva all’interno di un sistema – quello della Serie A e del calcio italiano – che conosce alla perfezione. È un dato di fatto, questo, non un giudizio. Questi li ha fatti Elkann ed è convinto che un ritorno a una ‘vecchia’ Juve più italiana possa permetterle di uscire dalle secche di continue stagioni negative. Che dopo quattro aumenti di capitale, evidentemente, non si può più tanto permettere.

Il comunicato della Juventus

Il Consiglio di Amministrazione di Juventus FC ha deliberato oggi la nomina di Giovanni Carnevali ad Amministratore Delegato e Direttore Generale del Club, affidandogli la guida manageriale della Società con l’obiettivo di rafforzare il progetto sportivo e industriale bianconero.

Dirigente tra i più apprezzati del panorama sportivo, Giovanni porta in Juventus un patrimonio di rilevante capacità manageriale. Uomo di calcio per vocazione e passione, Giovanni ha dedicato la sua vita professionale a questo settore, maturando esperienze e acquisendo responsabilità sempre più rilevanti, che gli hanno consentito di sviluppare una conoscenza completa delle dinamiche che governano il calcio moderno e delle prospettive di evoluzione. In particolare, nel corso della sua carriera, ha contribuito in modo determinante alla crescita e all’affermazione del Sassuolo Calcio, diventato nel tempo un esempio riconosciuto per sostenibilità, innovazione, valorizzazione dei talenti e capacità di creare valore, dentro e fuori dal campo. In qualità di Consigliere di Lega Serie A ha inoltre contribuito ai principali tavoli di confronto dedicati all’evoluzione e alla crescita del calcio professionistico italiano.

“Sono orgoglioso e onorato di entrare a far parte di questo Club ricco di storia e identità – ha sottolineato Carnevali – Ringrazio la Società, l’azionista di maggioranza e John Elkann, per la fiducia che mi è stata accordata. Affronto questa nuova sfida con grande senso di responsabilità e con la convinzione che, attraverso l’impegno quotidiano, sia possibile costruire un percorso di crescita duraturo e un futuro di successi. Insieme a tutte le componenti della Società lavoreremo per rendere la Juventus sempre più protagonista in ambito nazionale e internazionale nel rispetto della storia del Club e delle ambizioni dei tifosi bianconeri” – ha voluto concludere così il nuovo AD bianconero.

A Giovanni il caloroso benvenuto di tutta la famiglia bianconera e i migliori auguri di buon lavoro.

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“Per favore, non usate la mia musica in relazione a questa barbara, disumana e atroce assurdità”: Ariana Grande furibonda con la Casa Bianca e Donald Trump

12 Giugno 2026 ore 12:02

Ariana Grande non ci sta ed è furibonda. La popstar e attrice ha chiesto alla Casa Bianca di non utilizzare la sua musica. L’amministrazione Trump ha usato la musica dell’artista in un video diffuso sui social media per promuovere le sue politiche sull’immigrazione. Il reel di TikTok, pubblicato lunedì 8 giugno, mostra agenti di frontiera che ammanettano persone, con in sottofondo la hit del 2024 “Bye”. La didascalia recita: “Bye-bye… Il presidente Trump ha creato il confine più sicuro della storia”.

La popstar ha commentato il post: “Per favore, non usate la mia musica in relazione a questa barbara, disumana e atroce assurdità”. La portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, ha risposto subito: “Ciò che è veramente barbaro, disumano e atroce sono gli stranieri illegali criminali che hanno ferito e ucciso innocenti cittadini americani”.

La Casa Bianca ha diffuso un video in seguito alla firma di Donald Trump di una legge che stanzia oltre 70 miliardi di dollari (circa 52 miliardi di sterline) a favore delle agenzie per l’immigrazione, fondi destinati a coprire i restanti due anni e mezzo del suo mandato presidenziale. Il filmato mostra agenti delle forze dell’ordine mentre procedono all’arresto di alcune persone, le conducono a bordo di veicoli e le trasferiscono presso strutture di detenzione.

Dopo la risposta di Grande al post, il video è stato silenziato e il suo commento rimosso.

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MillenniuM, Peter Gomez presenta il nuovo numero: “G8, scusate, avevate ragione voi”

di: F. Q.
12 Giugno 2026 ore 10:55

G8. Scusate, avevate ragione voi
25 anni dopo Genova, da destra a sinistra si scoprono tutti no global. Dai black bloc alla Diaz, i fatti accertati e le domande ancora aperte.
E poi? Ecco che fine hanno fatto le gloriose promesse degli 8 “grandi” (uno era Putin)

L’INTERVISTA/LUCA CASARINI: “QUEL POTERE IMPUNITO È LA REGOLA DEL MONDO DI OGGI”

Dal 12 giugno in libreria e in tutti gli store online
Disponibile in abbonamento

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Rimonta del secolo in NBA

di: admin
12 Giugno 2026 ore 10:52

Il 10 giugno 2026 è stata una serata che entrerà nella storia della NBA e della pallacanestro tutta.

 

I New York Knicks, sotto 29 punti nel primo tempo contro i San Antonio Spurs, completano la più grande rimonta mai vista nelle NBA Finals, vincendo 107-106 in Gara 4 e portandosi sul 3-1 nella serie. Un’impresa epica che avvicina i Knicks al loro primo titolo dal 1973.

 

I primi due quarti sono un incubo per Nuova York. Gli Spurs, guidati da un Victor Wembanyama dominante e da un attacco fluido, volavano sul +29 (probabilmente 76-47 all’intervallo). Il Madison Square Garden, solitamente una bolgia, sembrava ammutolito. I tifosi iniziavano a temere il peggio: dopo aver sudato per arrivare alle Finals spazzando via i Cleveland Cavaliers, i Knicks rischiavano di crollare in casa.

 

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Tuttavia nel terzo quarto qualcosa cambia. Jalen Brunson, il cuore pulsante della squadra neoeboracena, prende per mano i compagni. Con 36 punti (12/25 dal campo, 3/7 da tre), 7 assist e 5 rimbalzi, il capitano newyorkese accende la scintilla. OG Anunoby, spesso criticato per l’inconsistenza offensiva, esplode con 33 punti, 7 triple e una presenza difensiva mostruosa.

 

Il Quarto quarto è stato da brividi veri. I Knicks surclassano gli Spurs 32-16 nel periodo finale. La difesa newyorkese sale di livello, costringendo San Antonio a soli 30 punti nella seconda metà. Le triple entrano una dopo l’altra, i contropiedi volano e il Garden torna a tremare.

 

 

A 1.2 secondi dalla fine, con il punteggio sul 106-105 per i Knicks, arriva il momento iconico: Anunoby cattura un rimbalzo offensivo e lo mette dentro con un tap-in che fa esplodere l’arena. 107-10. La più grande rimonta nella storia delle Finals è servita. È un finale incredibile, e non sovvengono precedenti.

 

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Per i Spurs è una doccia fredda. Wembanyama chiude con 24 punti ma 9/25 dal campo, tradito da una seconda metà disastrosa della squadra. La giovane squadra higia texana, arrivata in finale dopo una cavalcata impressionante nella divisione Ovest, vede svanire il vantaggio di una serie che sembrava poter controllare. I Knicks ora sono a una sola vittoria dal paradiso. Gara 5 si gioca sabato a San Antonio, ma la fiducia dei neoeboraceni è alle stelle. Brunson, Anunoby, Towns e compagni hanno dimostrato di avere carattere da campioni.

 

Una notte indimenticabile. Le TV riprendono i volti sbigottiti e festanti del pubblico, tra cui tante celebrità: ecco Taylor Swift in versione ultras cestistica, l’attore Adam Sandler che sorride incredulo, lo stupore del duo a bordo campo formato dall’attore brontolone Larry David (comico conosciutissimo in USA, meno in Italia) e da quello che sembrerebbe l’ex bisbetico campione del tennis John McEnroe.

 

Fuori, a Nuova York, è il delirio in istrada. Il momento è stato celebrato anche dall’ormai conosciutissimo canale PsyOpAnime, che trasforma gli eventi di cronaca internazionale in cartoni animati giapponesi.

 

 

 

Una rimonta del genere di fatto non scalda solo il cuore degli aficionados della pallacanestro, ma riconcilia ogni essere umano con una storia più grande: quella di un gruppo umano che, forte di coescione e determinazione, riesce a capovolgere il suo destino nell’avversità.

 

Siamo, giocoforza, nell’ambito del metafisico, dell’archetipo, del mito. E della loro evidenza visibile nella realtà umana.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Chiesa cattolica ospiterà un concerto basato sulla «spiritualità pagana»

di: admin
12 Giugno 2026 ore 10:33

La cantante francese Julie Zenatti si esibirà in una chiesa cattolica mentre persistono le preoccupazioni tra alcuni fedeli in merito alla violazione del diritto canonico per l’utilizzo delle chiese per eventi non liturgici. Lo riporta LifeSite.

 

Il 13 giugno, la cantante francese Julie Zenatti terrà un concerto presso la chiesa di Sainte Bernadette a Digione, un edificio religioso dall’aspetto drammaticamente moderno, nell’ambito del tour di promozione del suo album Le Chemin («Il sentiero»). L’evento si svolge a pochi giorni dalle polemiche suscitate dalle mostre di ispirazione occulta tenutesi a Parigi durante la «Nuit Blanche» e nel contesto del dibattito ancora aperto sull’utilizzo delle chiese cattoliche per attività non legate al culto.

 

In un’intervista rilasciata il 16 maggio 2025 all’emittente radiofonica lionenese M Radio, la Zenatti ha affermato di essersi esibita per diversi mesi in chiese e cattedrali in tutta la Francia, descrivendo questi edifici come luoghi dall’atmosfera particolare.

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«In fondo, tra culto e cultura c’è solo una sillaba a separarci», ha detto la Zenatti. «Sento il desiderio di condividere le mie emozioni, la mia storia, e anche di incontrare questo luogo che mi accoglie perché… sono stato invitato. È bellissimo che, dopo 25 anni di carriera, le porte di un luogo che non ho mai conosciuto prima si aprano per me».

 

L’artista ha spiegato di essere stata invitata a sviluppare un progetto specifico per potersi esibire in contesti religiosi. Pur non menzionando esplicitamente persone o istituzioni, la Zenatti ha sottolineato il valore simbolico dell’invito, affermando di essere gratificata dall’aver visto aprirsi le porte di un luogo a lei «sconosciuto».

 

La Zenatti ha ammesso nell’intervista di non essere una cristiana praticante e che il suo album sulla spiritualità che verrà presentato in tournée nelle chiese francesi, esprime una forma di «spiritualità pagana».

 

Il 9 giugno, il giornale Tribune Chrétienne ha riportato che alcuni fedeli hanno espresso preoccupazione per quella che descrivono come una graduale perdita del carattere sacro tradizionalmente associato ai luoghi di culto consacrati. Il quotidiano cattolico francese ha messo in discussione la decisione delle autorità ecclesiastiche e dei responsabili parrocchiali di consentire concerti di vario genere ed eventi simili all’interno delle chiese. Secondo l’articolo, i sostenitori di tali iniziative spesso citano la promozione culturale, la conservazione del patrimonio religioso o considerazioni economiche come ragioni per aprire gli edifici ecclesiastici a una più ampia gamma di attività.

 

«Ancora più preoccupante è che dietro queste iniziative si cela spesso un movente ricorrente: il denaro», scrive Tribune Chrétienne. «Questa logica è pericolosa. Perché quando le esigenze finanziarie prevalgono sulla vocazione spirituale di un luogo consacrato, la casa di Dio diventa gradualmente uno spazio per eventi da riempire, animare e rendere redditizio. Il santuario cessa allora di essere considerato un luogo dedicato a Dio e diventa semplicemente un’altra struttura culturale».

 

La testata francese sottolinea inoltre che l’uso improprio dei luoghi consacrati costituisce un reato canonico. A tal proposito, il Canone 1210 afferma: «Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietata qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo. L’Ordinario, però, per modo d’atto può permettere altri usi, purché non contrari alla santità del luogo».

 

«I luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente oltraggiose, che a giudizio dell’Ordinario del luogo, sono tanto gravi e contrarie alla santità del luogo da non essere lecito esercitare in essi il culto finché l’oltraggio non venga riparato con il rito penitenziale, a norma dei libri liturgici» continua il diritto canonico al Canone 1211.

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Il dibattito sull’uso profano degli spazi sacri ha riacquistato rilevanza in seguito agli eventi legati alla Nuit Blanche del 2026 a Parigi. Storiche chiese cattoliche parigine sono state utilizzate per ospitare mostre con oggetti ispirati al voodoo e paesaggi sonori «inquietanti», il tutto con l’approvazione dell’arcidiocesi di Parigi.

 

Gli eventi, diretti dall’attivista LGBT Barbara Butch, hanno suscitato indignazione tra i cattolici, che si erano radunati fuori dalla chiesa di San Lorenzo per pregare e protestare pacificamente prima di essere dispersi con la forza dalla polizia, tra cui donne di tutte le età.

 

Una menzione speciale andrebbe fatta per la bruttezza della chiesa di San Bernadetta di Digione, costruita nel 1960 secolo in pieno stile moderno: non sappiamo dire se assomigli più ad un cinema o ad un centro culturale di quelli sui quali la Francia ama gettare i soldi del contribuente, per poi vederli desolati o persino diroccati a pochi anni dall’inaugurazione – il triste destino di tante grandi opere presidenziali parigine, come il quartiere della Villette a Parigi, o la Défense, il Centro Pompidou, etc.

 

Per qualche ragione, la chiesa di San Bernardetta è stata dichiarata dallo Stato francese monumento storico nel 2011 ed è classificato come patrimonio del XX secolo. Nel frattempo il Paese demolisce chiese vere e, addirittura, arresta i sacerdoti tradizionalisti che osano benedirle prima che vengano distrutte per sempre.

 

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Immagine di Erkethan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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Trump annulla i bombardamenti «programmati» contro l’Iran

di: admin
12 Giugno 2026 ore 10:31

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annullato gli attacchi programmati contro l’Iran, affermando che i colloqui con la Repubblica islamica stanno procedendo con i vertici del Paese. L’annuncio è arrivato poche ore dopo che aveva nuovamente minacciato di colpire l’Iran «molto duramente».

 

Le tensioni tra Washington e Teheran sono aumentate negli ultimi giorni, nonostante un cessate il fuoco nominale concordato ad aprile. Gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro l’Iran mercoledì, dopo che un elicottero AH-64 Apache statunitense è andato perduto vicino allo Stretto di Ormuzzo– un incidente di cui Washington ha incolpato Teheran. L’Iran ha negato ogni responsabilità e ha risposto con un lancio di missili contro le basi americane nella regione.

 

In un post su Truth Social giovedì, Trump ha affermato che gli «attacchi e bombardamenti programmati» sono stati annullati grazie ai negoziati «portati al più alto livello della leadership iraniana e approvati». Ha aggiunto che «discussioni e punti finali» sono stati concordati da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e diversi altri Stati della regione. Il blocco navale guidato dagli Stati Uniti contro i porti iraniani nello Stretto di Hormuz «rimarrà in vigore a pieno regime», ha aggiunto Trump.

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In precedenza, il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di colpire l’Iran «molto duramente stasera» e di cercare, «prima o poi», di assumere il controllo dell’isola di Kharg e di altre infrastrutture petrolifere, affermando che Washington avrebbe potuto «assumere il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas».

 

Teheran non ha confermato né commentato alcun accordo. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva avvertito in precedenza che «strategie sbagliate e decisioni impulsive» avrebbero danneggiato i mercati energetici globali e «creato un pantano senza fine in cui rimarrete impantanati per anni».

 

I negoziati erano in stallo da settimane, con entrambe le parti che si accusavano a vicenda di malafede e violazioni del cessate il fuoco. La scorsa settimana, l’Iran ha minacciato di sospendere i colloqui in risposta ai continui raid aerei israeliani in Libano.

 

Le condizioni di Teheran per un accordo di pace includono la cessazione delle ostilità «su tutti i fronti», compreso il Libano, dove Israele sta conducendo una guerra contro Hezbollah dall’inizio di marzo.

 

Israele e Iran si sono scambiati attacchi lunedì. Il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu ha ribadito che l’Iran non deve mai ottenere un’arma nucleare e ha difeso l’azione militare contro il Paese. Teheran sostiene che il suo programma nucleare sia pacifico.

 

In questo contesto sempre più illegibile – perché questo è il fattore Trump, la totale imprevedibilità, con contraddizioni, proclami e smentite che si susseguono più volte al dì – giova ricordare come il Trump del primo mandato evitò la guerra convenzionale con Teheran: l’episodio più noto è quello in cui richiamò dei caccia che stavano a dieci minuti dall’obiettivo da bombardare in rappresaglia di un drone americano abbattuto dagli iraniani nel Golfo Persico. La decisione fece andare su tutte le furie il neocon che (forse strategicamente) Trump si era scelto come consigliere, John Bolton, che lasciò l’incarico divenendo nemico giurato di Trump. Bolton, che negli ultimi anni ha ammesso di aver organizzato colpi di Stato nel mondo, un anno fa ha detto che Trump, se rieletto, avrebbe portato gli USA fuori dalla NATO.

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Secondo quanto riportato, la decisione di Trump di richiamare i jet fu presa dopo una breve telefonata con Tucker Carlson, allora giornalista di punta del canale di Fox News (sempre dei Murdoch), che disse al presidente che la guerra non era ciò per cui gli americani lo avevano eletto. Anni dopo, gli stessi Murdoch avrebbero licenziato Carlson – la star più popolare e redditizia della loro TV – senza dare spiegazioni.

 

Il Carlson ora ha rotto con Trump proprio a causa della guerra iraniana. Il giornalista ha dichiarato di esser stato a colloquio privato con il presidente alla Casa Bianca per scoraggiare l’avvio della guerra, ma quest avrebbe detto che sarebbe andato tutto bene, perché «va sempre così», avrebbe giustificato laconicamente.

 

Tucker negli ultimi mesi ha definito Trump come un possibile anticristo, «profanatore della Pasqua» che porta il mondo verso l’uso di armi atomiche. In seguito il popolare opinionista avrebbe raccontato come vi sia una lunga storia di presidente USA ricattati dallo Stato di Israele.

 

Il presidente ha quindi insultato Carlson, messo in un mucchio di «persone dal basso quoziente intellettivo che conteneva anche la giornalista Megyn Kelly, la podcaster Candace Owens e Alex Jones, con un tweet che fungeva da «scomunica» del mondo MAGA.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr


 

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Mantova, incendio nell’impianto Versalis: a fuoco magazzino di materiale plastico. “Chiudete le finestre, non uscite”

12 Giugno 2026 ore 11:42

Un incendio è divampato in un magazzino di materiale plastico riconducibile a Versalis, nella zona industriale di Mantova, generando una densa nube di fumo nero visibile a chilometri di distanza e facendo temere possibili criticità ambientali.

Circa 800 operai al lavoro nel perimetro industriale sono stati evacuati e al momento non risultano feriti. Anche gli studenti di una scuola media, impegnati nell’esame di fine triennio, sono stati allontanati. Sul posto sono intervenute dieci squadre dei vigili del fuoco, mentre le forze dell’ordine hanno isolato l’area.

Per motivi di sicurezza è stata sospesa la circolazione ferroviaria sulla linea Mantova-Monselice e sono state chiuse alcune strade della zona. Sono state anche spostate tre ferrocistrene all’interno delle quali era presente cloruro di titanio. Al momento le cause del rogo restano ignote.

Il Comune di Mantova come quello di Trevenzuolo hanno inoltre disposto un’ordinanza precauzionale che invita la popolazione a chiudere le finestre e limitare le attività all’aperto, in attesa delle valutazioni sulla qualità dell’aria e sull’evoluzione del rogo.

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Chi darà il via all’indagine sulla Cina del Copasir

12 Giugno 2026 ore 11:40

Ancora pochi giorni e il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica presieduto da Lorenzo Guerini, avviverà ufficialmente la sua seconda indagine sugli investimenti cinesi in Italia. Dopo quella sulle telecomunicazioni, datata 2019, come anticipato da questo giornale poche settimane fa, Palazzo San Macuto è pronto a fare nuova luce sulla penetrazione del Dragone nel sistema economico italiano. Lo spettro, però, sarà più ampio: non solo reti tlc, ma anche energia, tecnologia di ultima generazione, infrastrutture. In questi giorni i membri del Copasir hanno messo a punto il calendario, limando gli ultimi dettagli.

La data da cerchiare con il rosso, secondo quanto risulta a Formiche.net, è il 23 giugno. Per quel giorno, infatti, sono calendarizzate le prime audizioni, nell’ambito del ciclo di interventi che forniranno al Copasir la base per le sue valutazioni, che troveranno poi spazio definitivo nella relazione finale da consegnare al Parlamento da qui a qualche mese. Si partirà con una girandola di audizioni dei principali think tank. I primi a varcare i cancelli di San Macuto saranno i rappresentanti dell’Istituto per gli affari internazionali, dell’Aspen Institute e dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. Poi, nelle settimane successive, toccherà ad altri.

Al centro del confronto tra esperti e parlamentari, ci sarà sia la presenza, più o meno minacciosa, della Cina in alcuni centri nevralgici dell’economia nazionale, sia le start up, sempre più oggetto delle attenzioni di Pechino. Come, d’altronde, raccontato da questo stesso giornale, le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli verso le piccole aziende ma dall’alto potenziale tecnologico. I casi Pirelli e Ferretti, proprio di questi giorni, stanno lì a dimostrarlo. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria, condividendo poco o nulla con l’ecosistema che li accoglie, spesso, a braccia aperte. Adesso palla al Copasir.

Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: tutti a caccia del nuovo record

12 Giugno 2026 ore 11:38

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol segnato

1) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol segnato

1) Julian Quinones – Messico

1 gol segnato

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

1) Raul Jimenez – Messico

1 gol segnato

1) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol segnato

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

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Passeggeri trasformano il volo Ryanair in una discoteca: nel corridoio tra balli, cori, alcol. Poi una lite a bordo interrompe bruscamente l’atmosfera

12 Giugno 2026 ore 11:36

Un volo Ryanair da Londra Stansted a Malta si è trasformato in una vera e propria festa ad alta quota, con un gruppo di passeggeri che ha iniziato a ballare e festeggiare nel corridoio dell’aereo, trasformando la cabina in una sorta di discoteca improvvisata. Il video della scena, diventato rapidamente virale con oltre 235mila visualizzazioni, mostra diversi viaggiatori che si alzano dai loro posti, ballano tra le file e festeggiano tra urla e bottiglie di alcol. Un episodio che ha diviso i passeggeri: per alcuni è stato un momento di divertimento condiviso, per altri un comportamento fuori controllo.

Secondo quanto riportato dal Mirror, a riprendere la scena è stata TJ Wright, 28 anni, manager di un’azienda nel settore dei pannelli solari, che viaggiava da sola verso Malta per partecipare a un festival di musica dance. La donna ha raccontato di aver vissuto il volo come un’esperienza positiva e inattesa: “Tutti erano sconosciuti su questo volo e siamo diventati un’unica cosa. Devo dire che, viaggiando da sola, è stato uno dei voli migliori proprio perché tutti erano pronti a festeggiare. Tutti i passeggeri si sono lasciati andare con applausi, musica e una sorta di festa”.

Secondo il suo racconto, l’atmosfera sarebbe poi cambiata quando una passeggera avrebbe reagito in modo aggressivo al rumore proveniente dalle file posteriori: “Un passeggero davanti a me ha lanciato una bottiglia vuota contro uno dei ragazzi seduti vicino a me, dicendogli di stare zitto. Ho chiesto gentilmente di scusarsi e di non essere così scortese e tutti i passeggeri hanno reagito applaudendo”, ha riferito Wright.

La situazione sarebbe rientrata solo con l’intervento dell’equipaggio di cabina, che inizialmente avrebbe tollerato l’animazione a bordo, per poi richiamare tutti all’ordine quando si è accesa la spia delle cinture di sicurezza: “L’equipaggio sembrava divertirsi, ma quando si è accesa la luce delle cinture tutti hanno dovuto sedersi. La donna che aveva lanciato la bottiglia è stata invitata a sedersi, altrimenti sarebbe stata spostata”, ha aggiunto la passeggera. Ryanair non ha rilasciato commenti ufficiali sull’accaduto.

@liverpoolecho Rowdy Brits turned their flight into a memorable one after they “threw a party” in the aisle of a Ryanair plane #news #travel #flight ♬ original sound – Liverpool Echo

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Due suorine si conoscono in monastero, si innamorano follemente, lasciano i voti e si sposano: l’incredibile storia d’amore di Luiza Silvério e Francília Costa

12 Giugno 2026 ore 11:32

Una storia di amicizia, affetto sincero, poi l’amore, la passione e infine il matrimonio. Solo che tutti questi sentimenti sono nati all’intento del monastero. Luiza Silvério ha incontrato per la prima volta colei che sarebbe diventata sua moglie, in convento dove entrambe erano novizie all’età di 19 anni, Ma all’inizio non si sopportavano.

Francília Costa ha confessato alla BBC Brasil: “Anche io pensavo la stessa cosa di lei, credevo che si desse delle arie.” Francília era già in convento da cinque anni quando Luiza ha fatto il suo ingresso nella comunità religiosa. Aveva già pronunciato i voti solenni di povertà, castità e obbedienza e stava portando avanti gli studi per conseguire una laurea in teologia. La sua scelta di abbracciare la vita monastica era profondamente radicata nell’educazione ricevuta dai nonni, persone di grande fede, che l’avevano cresciuta a Piauí, nel nord-est del Brasile.

Pian piano, nei due anni successivi, le due novizie si sono avvicinate mentre la loro amicizia cominciava a svanire, anche la loro fede ha iniziato a vacillare. Durante il Covid, Francília ha sofferto di attacchi di panico per la paura di contrarre e diffondere il virus. Così ha iniziato una terapia e ha riconsiderato le sue scelte. Diceva: “La vita religiosa è una vita molto bella, ma bisogna avere salute fisica e mentale. Non basta saper pregare”.

Luiza ha dovuto affrontare i suoi problemi dopo la morte della nonna, che le ha causato attacchi di panico e depressione. La terapia l’ha anche convinta di dover dare priorità alla sua salute mentale e di dover accantonare il sogno di prendere i voti e vivere in convento per sempre.

“Anche Luiza doveva prendersi cura della sua salute mentale – ha dichiarato Francília – e quando ha deciso di andarsene, sono rimasta scioccata. ‘Mio Dio! Una ragazza di quell’età ha la capacità di pensare a ricominciare la vita, non importa come sia. E io non ci riesco nemmeno, anche se ho vissuto più fuori che dentro”. Così anche lei ha lasciato il convento, ma è stato più difficile di quanto entrambe avessero immaginato.

Luiza ha specificato: “La vita qui fuori non è facile. È davvero dura. Non sai mai se riuscirai ad andare all’università o se troverai un lavoro”. Francisa la pensava allo stesso modo: “Immagina un colloquio di lavoro, qualcuno ti chiede ‘Qual è la tua laurea?‘ ‘Teologia.’ Che tipo di lavoro potrei mai trovare?”.

Ma piano piano entrambe preso in mano la loro vita fino al grande passo, il matrimonio che è stato celebrato a ottobre 2025, circondate dall’affetto di amici e parenti.

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Il Punto

12 Giugno 2026 ore 11:30

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]

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Parla Pier Silvio Berlusconi dopo l’incidente stradale: “Poteva essere una tragedia, qualcuno l’ha trasformata in un miracolo”. Il discorso all’evento Mediaset in ricordo del padre

12 Giugno 2026 ore 11:29

“Come stai?”, chiede Gerry Scotti a Pier Silvio Berlusconi. L’editore, rimasto coinvolto in un incidente stradale mentre era alla guida della propria auto, rassicura il conduttore e i dipendenti Mediaset: “Sto benissimo. Ieri ho avuto una disavventura. Lo dico onestamente poteva essere una tragedia. Qualcuno ha trasformato una tragedia in un miracolo. E quando si esce consci di avere vissuto dei miracoli si è più forti di prima. Forza, forza Mediaset. Mediaset siamo noi tutti, voi“.

Le sue parole arrivano giovedì pomeriggio nel corso dell’evento “Mediaset siamo Noi“, la serata organizzata per ricordare il fondatore Silvio Berlusconi scomparso il 12 giugno 2023. Nel campus di Cologno Monzese Pier Silvio Berlusconi ha tenuto un discorso davanti a 1500 collaboratori: “Sono passati tre anni ma per me questo continua a essere un momento emozionante e addirittura commovente e sono sincero penso che voi lo percepiate. Poter stare qui con tutti voi è il regalo più bello in assoluto. Grazie. Questa sera non sarà una serata di commemorazione, questa sera non sarà nemmeno soltanto una serata di celebrazione, l’anno scorso abbiamo celebrato il nostro fondatore con gioia come lui avrebbe voluto, oggi dobbiamo fare un passo in più. Dobbiamo rendere, e questo è il messaggio che vi do, grazie alla sua energia, al suo entusiasmo, alla sua capacità di volere bene che sono parte indelebile del nostro DNA e che noi tutti insieme facciamo vivere e respiriamo tutti i giorni. Questa sera deve diventare e sarà una serata di festa, la festa per Silvio Berlusconi, la festa di Mediaset, la festa di tutti noi”.

“Vedete, le aziende possono crescere, possono diventare internazionali, possono fare risultati straordinari, anche nei momenti più complicati come questo. L’economia europea e mondiale è influenzata dalle guerre, da tanti problemi – ha continuato Berlusconi – ma noi andiamo bene comunque e ci mettiamo tanto impegno. I numeri da soli non bastano. Ci sono tre ingredienti senza i quali non si costruisce nulla, l’ho imparato bene in quasi 40 anni di lavoro sempre qua cresciuto come stanno facendo tutti questi giovani a Cologno Monzese e ne sono orgoglioso. I tre ingredienti sono: la dedizione, la passione e, il più importante di tutti, le persone, cioè voi cioè noi. 
Io vi dico solo questa frase: Noi siamo Mediaset, una realtà bellissima un’azienda di cui essere orgogliosi grazie al lavoro e al contributo di tutti voi e di tutti noi. Siamo partiti da qualcosa e quel qualcosa era dentro qualcuno che ci sta guardando di sicuro e sorride quindi: Noi siamo te e tu sei tutti noi. 
Grazie Presidente. Ti amo papà“, ha concluso l’editore.

Nel corso della grande festa è stato proiettato in anteprima il documentario dedicato a Silvio Berlusconi di Toni Capuozzo “Caro Presidente, ti racconto” che sarà trasmesso questa sera in simulcast in prima serata sulle reti Mediaset. Il momento musicale è stato affidato ai Pooh, protagonisti di un concerto che ha ripercorso alcuni dei loro più grandi successi: Dammi solo un minuto, Tanta voglia di lei, Uomini soli, Pensiero e Chi fermerà la musica.

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Mondiali, la classifica dei gironi

12 Giugno 2026 ore 11:15

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

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Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

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Modello 730, come funziona la rateizzazione dei debiti fiscali: scadenze e regole

12 Giugno 2026 ore 11:14

Con l’apertura ufficiale della stagione dichiarativa, milioni di contribuenti italiani si trovano a fare i conti con gli esiti del proprio assetto fiscale. Se per molti, grazie alle detrazioni e alle deduzioni, arriva un sostanzioso rimborso, per una platea altrettanto vasta il responso del software dell’Agenzia delle Entrate è un po’ più traumatico dal punto di vista economico: devono mettere mano al portafoglio e pagare delle tasse. In questo contesto gestire bene il Modello 730/2026 e rateizzare debito diventa una priorità logistica ed economica per scongiurare tensioni di liquidità nel bilancio familiare. Quest’anno, l’applicazione pratica della riforma dei decreti attuativi sulla semplificazione degli adempimenti tributari mostra i suoi effetti a pieno regime, introducendo un calendario modificato, tassi di interesse rimodulati e una netta variazione delle scadenze a seconda del canale di pagamento prescelto.

La regola aurea del fisco italiano prevede che l’emersione di un debito d’imposta (sia esso legato all’Irpef ordinaria, alle addizionali regionali e comunali, oppure alla cedolare secca sulle locazioni) debba essere saldata entro scadenze perentorie. Tuttavia, il legislatore concede la facoltà di dilazionare il prelievo. Comprendere i meccanismi intrinseci della rateizzazione del debito associata al Modello 730/2026 è l’unico modo per pianificare le uscite senza subire brutte sorprese in busta paga o nei conti correnti, evitando al contempo le sanzioni ordinarie per omesso o tardivo versamento che scatterebbero in caso di errore.

Modello 730/2026, sostituto d’imposta o Modello F24

Il primo e più rilevante discrimine che il contribuente deve affrontare riguarda le modalità di liquidazione del debito. Non tutti i profili fiscali godono delle medesime finestre temporali, e la distinzione tra chi dispone di un datore di lavoro o ente pensionistico (sostituto d’imposta) e chi si avvale del modulo “730 senza sostituto” determina una profonda asimmetria nella flessibilità del piano di ammortamento delle tasse.

Per i lavoratori dipendenti e i pensionati che scelgono la via tradizionale del conguaglio in busta paga, il processo è automatizzato ma rigido. Una volta validato e trasmesso il Modello 730/2026, l’Agenzia delle Entrate inoltra il risultato contabile (il modello 730-4) direttamente al datore di lavoro o all’ente previdenziale. Quest’ultimo agisce come esattore per conto dello Stato. I prelievi sul salario iniziano storicamente con la mensilità delle competenze di luglio (erogata a fine luglio o inizio agosto). Per i pensionati, a causa dei tempi tecnici di lavorazione dell’Inps, il primo prelievo slitta ordinariamente alla mensilità di agosto o settembre.

Il paletto insormontabile di questa modalità è l’anno solare: i conguagli gestiti dal sostituto d’imposta devono tassativamente concludersi entro il periodo d’imposta in corso. Ciò significa che l’ultima rata deve essere trattenuta sulla busta paga di novembre o, al massimo, dicembre. Di conseguenza, chi presenta la dichiarazione a ridosso della scadenza ultima del 30 settembre 2026 vedrà ridursi drasticamente il numero massimo di rate attivabili, comprimendo l’importo totale in due o tre tranche ipertrofiche che rischiano di azzerare lo stipendio mensile.

Discorso completamente diverso si applica a coloro che presentano il 730 “senza sostituto” o che, pur avendo un datore di lavoro, scelgono deliberatamente di pagare le imposte in autonomia tramite il Modello F24. Questa opzione, un tempo residuale, è divenuta popolarissima grazie all’evoluzione della piattaforma precompilata. Qui si applica la vera novità della riforma degli adempimenti: il termine ultimo per completare i pagamenti rateizzati è stato esteso per legge fino al 16 dicembre. Chi versa con F24 può dunque spalmare il proprio debito su un massimo di ben 7 rate mensili consecutive, beneficiando di un respiro finanziario precluso a chi subisce il prelievo direttamente sullo stipendio.

Il calendario ufficiale per i versamenti autonomi (F24)

Per chi non usufruisce della trattenuta automatica, la tabella di marcia è scandita da date fisse che unificano i termini di versamento. La prima rata coincide con il termine ordinario del saldo delle imposte, fissato al 30 giugno 2026. Esiste, tuttavia, la facoltà di differire la partenza dei pagamenti di 30 giorni, spostando la prima scadenza al 30 luglio 2026, a fronte di una maggiorazione fissa dello 0,40% a titolo di interesse corrispettivo.

Il piano di ammortamento standardizzato prevede l’applicazione di interessi progressivi sulle rate successive alla prima, calcolati su base mensile fissa pari allo 0,33% mensile, corrispondente al 4% su base annua.

La prima rata scade il 30 giugno 2026 senza interessi, ma può essere differita al 30 luglio applicando la maggiorazione dello 0,40%. La seconda rata è fissata al 16 luglio 2026 con lo 0,17% di interessi ordinari. La terza rata scade il 20 agosto 2026, beneficiando dello slittamento dovuto alla consueta tregua fiscale estiva, con un tasso dello 0,50%. La quarta rata è stabilita per il 16 settembre 2026 con lo 0,83% di interessi, seguita dalla quinta rata il 16 ottobre 2026 gravata dall’1,16%. La sesta rata scade il 16 novembre 2026 con un tasso dell’1,49%, mentre la settima e ultima rata si colloca al 16 dicembre 2026 applicando l’1,82% di interessi cumulati.

Il muro invalicabile del “Secondo Acconto” di novembre

C’è un errore concettuale che trae in inganno migliaia di contribuenti ogni anno e su cui l’Agenzia delle Entrate non transige: l’illusione di poter rateizzare l’intero ammontare del debito emerso dal Modello 730/2026. Il debito fiscale complessivo risultante dalla dichiarazione è composto da due macro-voci giuridicamente distinte: il saldo relativo all’anno d’imposta precedente (2025) unito al primo acconto per l’anno in corso (2026), e il secondo o unico acconto per l’anno in corso (2026).

Mentre il blocco “Saldo + Primo acconto” è pienamente dilazionabile secondo i piani sopra descritti, il secondo acconto – che pesa solitamente per il 40% o il 50% dell’imposta totale stimata – è totalmente escluso da qualsiasi beneficio di rateizzazione. Deve essere pagato in un’unica soluzione. La scadenza ordinaria è fissata al 30 novembre.

Questa dinamica crea una pericolosa strozzatura finanziaria nei mesi autunnali. A novembre, infatti, il contribuente che ha scelto la rateizzazione massima si troverà a pagare contemporaneamente la sesta rata del saldo e, pochissimi giorni dopo, l’intera maxi-rata del secondo acconto. Una combinazione complessa che richiede un’attenta programmazione della liquidità per evitare scoperti di conto o insolvenze.

Incapienza dello stipendio e sanzioni: cosa succede se mancano i fondi?

Un altro scenario critico riguarda il fenomeno della cosiddetta “incapienza della retribuzione”. Cosa accade se l’importo della rata mensile da trattenere supera lo stipendio netto percepito dal lavoratore? Può succedere in caso di contratti part-time, periodi di cassa integrazione o in presenza di debiti fiscali molto elevati derivanti, ad esempio, dal cumulo di più Certificazioni Uniche non conguagliate o dalla restituzione di bonus edilizi non spettanti.

Il sostituto d’imposta, in questo caso, è tenuto per legge a trattenere l’importo massimo possibile, fino a concorrenza dello stipendio netto. La prima parte residua del debito che non ha trovato capienza viene differita d’ufficio al mese successivo. Tuttavia, sulla quota temporaneamente non pagata per mancanza di capienza, il datore di lavoro dovrà applicare una maggiorazione dello 0,40% mensile a titolo di interesse per il differimento.

Se invece il blocco del pagamento avviene sul canale F24 per mancanza di fondi sul conto corrente o semplice dimenticanza, si configura l’illecito di omesso versamento. Per sanare la situazione si ricorre al ravvedimento operoso, una procedura che consente di regolarizzare la propria posizione pagando la rata scaduta con l’aggiunta di una sanzione ridotta dello 0,1% giornaliero nei primi 14 giorni e degli interessi legali. È fondamentale intervenire prima che l’Agenzia delle Entrate notifichi un avviso bonario, momento in cui la sanzione base salirebbe immediatamente al 15% o al 30% dell’importo non versato.

Come attivare la dilazione

Per attivare la dilazione non occorrono istanze separate. Nel flusso telematico del Modello 730/2026 la richiesta viene formulata compilando specificamente il Quadro I o le sezioni dedicate della piattaforma precompilata, dove il contribuente deve indicare il numero di rate in cui intende frazionare il debito.

Il consiglio degli esperti è di non attendere mai l’ultimo giorno utile di settembre per l’invio della dichiarazione, specialmente se si è consapevoli di essere a debito. Anticipare l’invio a maggio o giugno permette di massimizzare il numero di rate riducendo l’impatto mensile, e offre il tempo necessario per verificare la correttezza dei flussi comunicativi tra l’Anagrafe Tributaria e il proprio datore di lavoro, azzerando il rischio di disguidi tecnici che potrebbero tramutarsi in sanzioni pecuniarie. In un sistema fiscale sempre più digitalizzato, la pianificazione temporale rimane l’unica vera difesa per le tasche del contribuente.

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Come si sceglie il tonno in scatola migliore? Non solo marchio, prezzo e contenuto proteico: ecco cosa controllare prima dell’acquisto

12 Giugno 2026 ore 11:07

Quando si sceglie una scatoletta di tonno al supermercato, la maggior parte dei consumatori guarda il marchio, il prezzo o al massimo il contenuto proteico. Ma sono davvero questi gli elementi più importanti?

Secondo quanto spiegato dal biologo nutrizionista Eros Patuzzo a Cook, l’inserto dedicato al cibo del Corriere della Sera, ci sono altri parametri da controllare prima dell’acquisto. “Pochi ingredienti, specie dichiarata, buon rapporto tra peso netto e sgocciolato, sale contenuto e olio indicato con chiarezza sono elementi che aiutano il consumatore a capire cosa sta realmente acquistando”, osserva l’esperto.

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda proprio il sale. Molti consumatori si concentrano sulle proteine, ma Patuzzo invita a fare attenzione soprattutto al contenuto di sodio. “Meglio preferire prodotti con valori più contenuti, idealmente intorno a 0,8-1 grammo di sale per 100 grammi o meno“, spiega.

Anche la specie di tonno utilizzata può fare la differenza. Dal 2014 deve essere indicata in etichetta e fornisce informazioni utili non solo sul gusto e sulla consistenza del prodotto, ma anche sulla sostenibilità e, in parte, sull’esposizione a contaminanti come il mercurio.

Un altro errore comune riguarda il tonno “al naturale”. Molti lo considerano automaticamente più salutare rispetto a quello sott’olio, ma non sempre è così. “Il tonno al naturale è più magro perché contiene acqua o salamoia, ma può avere un contenuto di sale non trascurabile“, sottolinea il nutrizionista.

Tra gli elementi da verificare figurano inoltre il peso sgocciolato, la zona FAO di pesca e il tipo di olio utilizzato. Quanto al contenitore, sfatiamo un luogo comune: il vetro non garantisce automaticamente una qualità superiore rispetto alla classica lattina.

Infine, attenzione a non confondere sostenibilità e qualità nutrizionale. Certificazioni come MSC o Friend of the Sea possono offrire indicazioni sulla tracciabilità e sulla gestione delle risorse marine, ma non garantiscono da sole un prodotto migliore dal punto di vista nutrizionale. L’approfondimento completo è disponibile su Cook del Corriere della Sera.

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Una suora e un sacerdote rapinano una gioielleria di Madrid, ma lo smalto sulle unghie li inchioda: era un travestimento. La polizia arresta tutta la banda

12 Giugno 2026 ore 11:05

Strano, ma vero. Due rapinatori si sono presentati in una gioielleria di Calle Alcalá, nel cuore di Madrid, travestiti da sacerdote e suora, contando sul clima di festa per la storica visita di papa Leone XVI.

Un piano apparentemente infallibile, destinato però a sgretolarsi per un dettaglio apparentemente insignificante. A tradire la banda è stata una cliente particolarmente attenta: le unghie laccate della presunta suora non sono passate inosservate ai suoi occhi, insospettendola al punto da spingerla ad allertare immediatamente le forze dell’ordine.

Da quell’istante, il copione meticolosamente costruito dai malviventi si è dissolto, lasciando spazio a un inseguimento concitato per le strade della città. Le autorità spagnole si sono messe subito sulle tracce dei fuggitivi, mentre l’episodio ha già sollevato interrogativi sulla sicurezza nelle aree commerciali del centro cittadino durante i grandi eventi internazionali.

Ma cosa è accaduto? Mentre i due falsi religiosi entravano in azione nel negozio, altri complici presidiavano la zona e un’auto era pronta fuori per la fuga. La polizia ha però chiuso rapidamente le possibili vie d’uscita, trasformando la corsa della banda verso la tangenziale della M-30 in una trappola. In tutto sono sette i rapinatori arrestati, ai quali sono state sequestrate armi da fuoco.

La polizia sta verificando possibili collegamenti tra una serie di rapine e tentati assalti a gioiellerie registrati nelle ultime settimane nella regione di Madrid. L’episodio più recente risale a due giorni fa, quando una banda travestita da religiosi ha tentato un colpo in un centro commerciale di Torrelodones. Tuttavia, questa volta il travestimento non è bastato a ingannare le forze dell’ordine: l’operazione si è conclusa con l’arresto dell’intera banda.

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Musei: chi prima ottiene l’autonomia è in vantaggio

12 Giugno 2026 ore 10:43

Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.

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MillenniuM, Peter Gomez presenta il nuovo numero: “G8, scusate, avevate ragione voi”

di: F. Q.
12 Giugno 2026 ore 10:55

G8. Scusate, avevate ragione voi
25 anni dopo Genova, da destra a sinistra si scoprono tutti no global. Dai black bloc alla Diaz, i fatti accertati e le domande ancora aperte.
E poi? Ecco che fine hanno fatto le gloriose promesse degli 8 “grandi” (uno era Putin)

L’INTERVISTA/LUCA CASARINI: “QUEL POTERE IMPUNITO È LA REGOLA DEL MONDO DI OGGI”

Dal 12 giugno in libreria e in tutti gli store online
Disponibile in abbonamento

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Tuttifrutti. Il Prigioniero con Alessandro Borghi e il ritorno alla fantascienza di Steven Spielberg

12 Giugno 2026 ore 10:55
"Piccolo Miracolo" con Marco D'amore e Greta Scarano. I Nastri d'argento per le migliori serie Tv. Intervista a Ettore Pagano, giovane vincitore del concorso per violoncello più prestigioso del mondo. Il Monteverdi festival di Cremona

© RaiNews

Il futuro spezzato di Eros Gagliardi, il 18enne morto nello scontro tra un'auto ed un monopattino

12 Giugno 2026 ore 10:53
Il giovane morto dopo lo scontro auto-monopattino, aveva la passione del calcio. Uscito da una difficile miocardite contratta a causa del Covid, era rinato e giocava con diverse squadre dell'hinterland di Milano

© RaiNews

Stellantis, Volkswagen e Renault vogliono un marchio “Made in Europe” per l’auto: “Solo così ci salviamo”

12 Giugno 2026 ore 10:51

Regole comuni, condivise e semplici per cercare di tutelare l’auto europea dall’arrivo sul mercato dei colossi cinesi, sempre più presenti e performanti nelle vendite grazie ai vantaggi tecnologici sull’elettrico e nelle politiche di prezzo. Stellantis, Volkswagen e Renault hanno sottoscrivo un impegno a tre sul “Made in Europe” e cercando la sponda degli europarlamentari. In una lettera inviata a tutti i membri del Parlamento Ue, i tre gruppi – che rappresentano il 60% della produzione continentale di veicoli – chiedono norme chiare e incentivi per potenziare la produzione in Europa.

La strategia si chiama “70:70 nell’Ue27”. In sostanza, chiedono alle istituzioni della Ue “di creare un quadro volto a garantire che il 70% dei veicoli venduti dalle case automobilistiche in Europa provenga per il 70% dai 27 Paesi dell’Ue”, si legge in una lettera anticipata al Financial Times. Solo a queste regole, specificano, un auto potrebbe dirsi “Made in Europe”. Ma non finisce qui: il quadro regolatorio “non dovrebbe limitarsi a compensare i costi, ma incentivare attivamente la localizzazione e il reshoring”. In altri termini, Stellantis, Renault e Volkswagen chiedono “un sostegno forte e mirato alle batterie europee, una flessibilità pragmatica, soprattutto per le auto di piccole dimensioni, e politiche che rendano i veicoli elettrici più accessibili, costruendo al contempo una catena di approvvigionamento europea resiliente”.

Nell’impegno comune sottolineano che “l’industria automobilistica europea è pienamente impegnata a garantire un futuro solido alla produzione in Europa, ma ciò richiede un quadro realistico. Il ‘Made in Europe’ deve sostenere la competitività, attrarre investimenti e riconoscere il divario di costi che dobbiamo affrontare rispetto ai concorrenti globali. Se riusciremo a farlo nel modo giusto, l’Europa potrà rimanere una potenza automobilistica globale”. La paura dei costruttori è legata ai vantaggi cinesi in termini di tecnologia, materie prime e costo del lavoro: tre aspetti che favoriscono i costruttori di Pechino nella transizione verso l’elettrico garantendo un prezzo d’ingresso sul mercato più basso, spingendo i clienti a preferire i marchi asiatici.

Nonostante la ripresa del mercato in questo 2026, infatti, i conti continuano a non tornare. Nel primo quadrimestre il volume delle immatricolazioni in Europa è salito del 4,8% a 4.672.775 unità, con l’Italia ancora fanalino di coda nella quota di elettrico puro, ferma all’8,5% ad aprile, e di vetture ricaricabili che è al 17,5%. La media in Europa è di elettrico puro è al 19,7% e le ibride sono quasi al 40%: si tratta di motorizzazioni sempre più aderenti alle scelte dei consumatori nelle quali i costruttori di Pechino hanno una superiorità al momento incolmabile. Ad aprile, le vendite dei marchi cinesi – se si esclude Leapmotor che in Europa opera in joint venture con Stellantis – hanno raggiunto quota 83mila unità rappresentando il quarto “gruppo” dopo le tre firmatarie della lettera Volkswagen (266.139), Stellantis (159.147) e Renault (98.055).

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Mondiali: Il VAR parla inglese, l'arbitro Sampaio un po' meno: scena surreale ai Mondiali

12 Giugno 2026 ore 10:47
Momento curioso durante Sudafrica-Messico: l'arbitro Sampaio comunica al pubblico la decisione del VAR e l'espulsione di un giocatore sudafricano, ma il suo inglese poco fluido genera confusione e lascia i calciatori visibilmente spiazzati

© RaiNews

Musei: chi prima ottiene l’autonomia è in vantaggio

12 Giugno 2026 ore 10:43

Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.

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Mondiali, la Fifa ha stravolto il rituale degli inni pre-partita: tutto è nato da un desiderio di Del Piero

12 Giugno 2026 ore 10:38

A qualcuno l’idea è piaciuta. Altri l’anno definita l’ennesima americanata di questi Mondiali 2026. Dopo aver distorto il format della Coppa del Mondo, portandola da 32 a 48 squadre, il presidente della Fifa Gianni Infantino ha scelto di stravolgere anche il rituale degli inni nazionali che precede l’inizio di ogni partita. Il primo assaggio lo si è avuto nel match inaugurale tra Messico e Sudafrica: se qualcuno pensava che quella fosse un’eccezione legata alla cerimonia d’apertura, si sbaglia. Per tutte le gare di questo Mondiale, infatti, il momento degli inni diventerà un piccolo show. E tutto è nato da un desiderio espresso a Infantino da Alessandro Del Piero.

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La nuova cerimonia pre-partita ai Mondiali

La cerimonia che precede l’inizio delle partite dei Mondiali sarà sempre la seguente: tutti i giocatori convocati fanno l’ingresso in campo, anche quelli che poi si siederanno in panchina. Le due squadre al completo si dispongono attorno al cerchio di centrocampo, una di fronte all’altra, per cantare a turno il proprio inno nazionale. Nel frattempo, enormi bandiere delle due nazionali coprono le due metà del campo. Un cerimoniale stravolto rispetto alla tradizione, che vedeva i 22 giocatori in campo disporsi su una linea retta, divisi dalla terna arbitrale. Un piccolo show voluto dalla Fifa. E non ha torto chi parla di americanata: sicuramente, almeno in parte, l’intento è quello di copiare le presentazioni dei match in stile NBA, per fare un esempio. Non è detto che sia un aspetto negativo: de gustibus.

Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
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L’albo d’oro dei Mondiali

Del Piero ha suggerito l’idea a Infantino

Una novità per tutti i tifosi che vedono cambiare un protocollo che ormai da tempo faceva parte della ritualità degli incontri delle nazionali. Infantino, forse per parare eventuali critiche, ha raccontato in conferenza stampa che il rituale stravolto è nato da un’idea di un’ex leggenda del calcio italiano: “Tutti i 26 giocatori di una nazionale saranno in campo per l’inno nazionale. E’ un’idea di Alessandro Del Piero“. Il presidente della Fifa ha aggiunto: “Vogliamo sempre fare qualcosa di nuovo, non si tratta in questo caso di un’idea legata al business. Tutto è nato da una conversazione con Del Piero. Qualche mese fa mi ha detto: ‘Perché non fate entrare tutti i giocatori in campo per l’inno? Facciamo tutti parte della stessa squadra‘”.

Poi Infantino ha proseguito scherzando: “Non so se me l’ha detto perché ha realizzato un gol storico, contro la Germania ai Mondiali 2006, partendo dalla panchina…”. Quindi il presidente Fifa ha concluso: “Mi è sembrata un’idea interessante, l’abbiamo proposta a giocatori e allenatori: tutti si sono detti favorevoli. Nel calcio di oggi abbiamo 11 titolari, ci sono 5 o 6 sostituzioni. Ma tutta la rosa può scendere in campo, è positivo che tutti i calciatori possano vivere il momento dell’inno“.

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Inps, al Forum PA la sfida del nuovo welfare tra IA e demografia

12 Giugno 2026 ore 10:37

Rendere i servizi più vicini, accessibili e calibrati sui bisogni delle persone. È questo l’orizzonte tracciato dall’Inps al Forum PA 2026, l’appuntamento annuale dedicato all’innovazione nella pubblica amministrazione, dove l’Istituto ha portato al centro del confronto trasformazione digitale, intelligenza artificiale e qualità delle prestazioni offerte ai cittadini.

Un percorso che non si limita all’innovazione tecnologica, ma investe il modo stesso in cui il welfare dialoga con l’utenza. In questo quadro si collocano sia il ruolo delle piattaforme nazionali sia l’eredità del Pnrr, indicati come fattori chiave per accelerare la digitalizzazione dei servizi pubblici. Allo stesso tempo, l’Inps punta anche su modelli più evoluti di ascolto e interazione, come dimostra il “Corner Welfare”, spazio dedicato all’ecosistema dell’Istituto e al rapporto con cittadini e territori.

Nel corso della manifestazione, ampio spazio è stato dedicato al tema dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Non solo applicazioni concrete, ma anche riflessioni sulle implicazioni strategiche e sulla governance, con particolare attenzione a dati, competenze e sicurezza. Un ambito che si intreccia direttamente con la modernizzazione del welfare e con l’impatto delle nuove tecnologie sui processi amministrativi.

Gabriele Fava, presidente dell’Inps, ha inquadrato queste trasformazioni nel contesto più ampio delle sfide in corso. “Di fronte all’inverno demografico, alle transizioni tecnologiche e alle tensioni geopolitiche, il sistema di welfare deve evolversi per rispondere ai bisogni della società contemporanea”, ha spiegato, sottolineando la necessità di superare un modello esclusivamente assistenziale. L’obiettivo, ha aggiunto, è accompagnare i cittadini lungo tutto l’arco della vita con un sistema dinamico, capace di adattarsi ai cambiamenti sociali ed economici e di superare logiche pensate per un altro secolo.

In questo processo, l’intelligenza artificiale è indicata come una leva operativa. Secondo Fava, l’Istituto sta adottando queste tecnologie per rendere i servizi più efficienti e migliorare la personalizzazione. Un passaggio che, nelle sue parole, non deve essere interpretato come una minaccia per il lavoro, ma come un’opportunità per valorizzare le competenze, alleggerendo le attività ripetitive e consentendo di offrire prestazioni più rapide e trasparenti.

Le criticità restano tuttavia strutturali: invecchiamento della popolazione, calo delle nascite e impatto delle nuove tecnologie. Sfide che, ha osservato il presidente, non possono essere gestite solo su base nazionale ma richiedono un coordinamento più ampio. In questa prospettiva si inserisce la proposta di creare un “G7 del welfare e della previdenza”, un tavolo permanente di confronto tra i principali enti europei, che potrebbe tenere in Italia una prima riunione già nel prossimo anno. L’obiettivo è dar vita a un laboratorio stabile di analisi e proposta, in grado di elaborare soluzioni da sottoporre al legislatore.

Sul rapporto tra tecnologia e dimensione umana si è soffermata anche il direttore generale Valeria Vittimberga, evidenziando come trasformazione digitale e intelligenza artificiale debbano restare strumenti al servizio delle persone. “Dobbiamo decidere se rendere la tecnologia sovrana o se mettere al centro l’umanità”, ha sottolineato, indicando nelle nuove tecnologie una possibile risposta alle fragilità e ai bisogni sempre più differenziati della società.

Una trasformazione che, per essere sostenibile, richiede anche una revisione dell’organizzazione interna. In questa direzione, tra gli strumenti indicati figurano lo smart working, il lavoro per processi e il cosiddetto metaprocesso, che consente di allocare la produzione dove si concentra la capacità operativa, mantenendo al contempo una presenza capillare sul territorio come presidio del welfare e punto di riferimento per i cittadini, anche nei centri più piccoli.

La partecipazione dell’Inps al Forum PA si è sviluppata attraverso tavole rotonde e incontri dedicati a leadership pubblica, ruolo della dirigenza, nuove relazioni tra amministrazione e cittadini e modelli di partecipazione sociale. Tra i momenti principali, il panel “Dirigenza e leadership per una PA che guarda al futuro”, con la presenza del direttore generale Vittimberga, e la presentazione del volume “Le eccellenze nella pubblica amministrazione. Competenze, merito e risultati: storie che cambiano il Paese”, a cui hanno preso parte il ministro Paolo Zangrillo, il presidente Fava e rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e professionale.

Il programma si è chiuso con un focus dedicato al ruolo dell’Istituto in uno scenario segnato da incertezza e trasformazioni – demografiche, economiche e geopolitiche – intitolato “L’Inps nel tempo dell’incertezza: inverno demografico, transizioni e crisi geopolitiche”.

A conclusione della manifestazione è stata inoltre presentata la nuova uscita della rivista dell’Istituto, “Del Futuro, il welfare che unisce”, con contributi del ministro Marina Calderone, del presidente Fava, del direttore generale Vittimberga, del consigliere di amministrazione Micaela Gelera e dei direttori centrali Giuseppe Conte (Relazioni internazionali), Diego De Felice (Comunicazione) e Maria Sciarrino (Ammortizzatori sociali). Un numero che punta a raccontare un welfare capace di parlare alla vita delle persone e di rispondere ai bisogni nel momento in cui si manifestano.

Vince milioni alla Lotteria, ma continua a fare il lavoro che odia: “La mia famiglia non sa gestire i soldi, continuo a vivere come se nulla fosse cambiato”

12 Giugno 2026 ore 10:35

Vincere milioni alla lotteria e continuare a fare un lavoro che si detesta. È la scelta controcorrente di una donna che, dopo aver incassato un jackpot milionario, ha deciso di non stravolgere la propria vita e di mantenere il massimo riserbo sulla vincita, persino con la sua famiglia. La donna, rimasta anonima, ha raccontato la sua storia sui social, spiegando di essere cresciuta in condizioni economiche difficili e di aver recentemente riscosso una somma a sette cifre. Nonostante il patrimonio accumulato, continua a svolgere il suo impiego abituale e ha persino iniziato a guidare per Uber nel tempo libero per guadagnare qualche soldo extra.

Una scelta che ha sorpreso molti utenti online. La vincitrice ha infatti spiegato di voler vivere come se nulla fosse cambiato, almeno per il momento, e che voleva evitare di attirare l’attenzione sulla propria nuova condizione economica. Tra gli episodi raccontati c’è anche l’acquisto di una nuova automobile: “I miei familiari sono convinti che debba pagarla a rate ogni mese, ma in realtà ho comprato una piccola Hyundai da 30mila dollari e l’ho saldata immediatamente”, ha raccontato.

La donna ha spiegato di non aver ancora rivelato la vincita ai parenti, pur avendo intenzione di utilizzare parte del denaro per migliorare la qualità della vita della famiglia: “Vorrei che mia madre potesse andare in pensione. Vorrei che smettessimo di vivere nelle case popolari e potessimo finalmente avere una vita dignitosa e confortevole. Non voglio più vivere con l’ansia del lavoro”, ha affermato. La vincitrice ha aggiunto di aver iniziato a riflettere sul futuro e sulla gestione del patrimonio: “Sono idee che ho annotato nel tempo e forse non tutte sono particolarmente realistiche, ma so che devo imparare a investire il denaro in modo più intelligente”.

A frenarla dal condividere immediatamente la notizia con i suoi cari sarebbe soprattutto il loro rapporto con il denaro: “Amo profondamente la mia famiglia, ma nessuno di noi è davvero preparato quando si tratta di questioni finanziarie. Vedo persone della mia famiglia consumare l’intero stipendio acquistando cose a caso online ogni due settimane. Credo che abbiamo bisogno di una maggiore educazione finanziaria prima che io racconti loro qualsiasi cosa”, ha aggiunto.

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L’idiota Kaja Kallas rischia di essere cacciata – Il Controcanto – Rassegna stampa 12 giugno 2026

12 Giugno 2026 ore 10:30



Il Corriere continua ad abbaiare alla porta della Russia, Repubblica decanta le lodi del nostro Presidente della Repubblica mentre Il Fatto accompagna Kallas fuori dalla porta

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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“Mi ha fatto sesso orale, mi ha offerto alcol e un ruolo per il cinema”: Puff Daddy citato in giudizio per presunta violenza sessuale su un attore minorenne

12 Giugno 2026 ore 10:29

Un’altra tegola giudiziaria sul capo di Puff Daddy. L’ex magnate dell’hip hop è accusato di aver aggredito sessualmente un minore quasi vent’anni fa. La presunta vittima anonima, identificata come “John Doe”, ha intentato una causa contro il rapper 56enne, che sta attualmente scontando una pena detentiva di 50 mesi per reati sessuali federali, sostenendo che il controverso magnate dell’hip-hop lo abbia “toccato in modo inappropriato e gli abbia offerto alcol quando era un attore bambino”.

Secondo documenti depositati lunedì 8 giugno presso un tribunale di Los Angeles, e ottenuti dalla testata Usa Today, il presunto episodio risalirebbe al 2007. Stando alle carte giudiziarie, l’accaduto si sarebbe verificato durante un evento di networking nelle colline di Hollywood, occasione in cui Puff Daddy s avrebbe avvicinato il denunciante anonimo — all’epoca impegnato come attore minorenne — invitandolo a un colloquio privato con il pretesto di discutere possibili opportunità lavorative nel settore dello spettacolo.

Ma l’accusatore afferma che il produttore lo avrebbe portato “nelle stanze sul retro” del locale, dove il produttore vincitore di Grammy gli avrebbe offerto alcol, secondo quanto riportato nei documenti. Secondo le accuse, Daddy avrebbe poi iniziato a “toccare” e “strofinare” il minore prima di praticargli sesso orale mentre “si toccava contemporaneamente”, nonostante il minore avesse detto di sentirsi a disagio.

Puff Daddy avrebbe poi detto al minore che avrebbe “visto come si sarebbero evolute le cose per il ruolo che aveva in mente” per un progetto futuro e avrebbe lasciato la stanza. L’avvocatessa del rapper, Juda Engelmayer, ha dichiarato: “Le accuse di questo cosiddetto attore bambino senza nome sono false e ridicole. È solo un altro odiatore in una lunga lista di persone che cercano di accaparrarsi i soldi incoraggiati dagli avvocati specializzati in risarcimento danni. Il mio assistito non ha mai aggredito sessualmente nessuno, e questo include nessun bambino! Queste accuse saranno smentite come tutte le altre“.

Tra gli imputati nel caso figurano anche alcuni talent scout che sarebbero stati ingaggiati per rappresentare l’uomo come attore.

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Nyt: “Gli Usa pensano a un drastico ritiro di caccia e navi a disposizione della Nato in Europa”

12 Giugno 2026 ore 10:23

Il ritiro dell’appartato militare statunitense dall’Europa è già una realtà: a maggio la Casa Bianca aveva annunciato un importante disimpegno in Germania, superiore ai 5mila soldati già annunciati, aggiungendo che i Paesi europei devono assumersi maggiori responsabilità per la loro difesa. E qualche giorno prima, aveva minacciato un parziale ritiro delle truppe Usa anche da Italia e Spagna per il mancato supporto nella guerra all’Iran e nel controllo dello Stretto di Hormuz. Ora, secondo quanto riporta il New York Times, gli Usa pianificano un drastico taglio del numero di caccia e navi militari a disposizione delle operazioni Nato in Europa: secondo il quotidiano americano sono previsti in particolare la riduzione da 150 a 100 degli F-16 e degli F-15E in territorio europeo e da 26 a 15 degli aerei da ricognizione, il ritiro di tutti e otto gli aerei da cisterna e il “ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di “diverse navi da guerra”.

Tali intenzioni, aggiunge il Ny Times citando due alti funzionari europei, sono state comunicate agli alleati all’inizio di giugno in un documento. Il Pentagono aggiunge il Ny Times ha “rifiutato di commentare le cifre specifiche contenute nel documento” citato, facendo riferimento a una più generica dichiarazione del suo Comando Europeo sull’intenzione di ridurre l’impegno militare Usa in Europa. Alcuni dettagli di questo programma di disimpegno erano invece stati anticipati da Die Welt. Funzionari statunitensi hanno indicato che il taglio dei mezzi militari statunitensi in Europa verrà attuato “molto presto”, ben prima di quando previsto dagli alleati europei, scrive ancora il giornale Usa. Tale improvvisa riduzione delle forze disponibili, aggiunge, può avere conseguenze su aspetti come capacità Nato di monitorare il traffico dei sottomarini russi o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.

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