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Can America sustain a war with China? New reports raise questions

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Tornano gli spettacoli di Cespuglio Ecosistema Teatrale
LIVORNO – Torna l’appuntamento con gli spettacoli di Cespuglio Ecosistema Teatrale. Dal 13 al 26 giugno ai Magazzini Generali (via della Cinta Esterna, 48/50) andranno in scena i laboratori del Teatro (Con)Temporaneo.
Il primo spettacolo dal titolo “Nel bel mezzo di un caldo inverno” andrà in scena da stasera, 13 giugno, al 16 giugno alle ore 21.
Nel bel mezzo di un caldo inverno
Il lavoro è incentrato sullo studio e l’analisi del film di Kenneth Branagh “Nel bel mezzo di un gelido inverno”.
Joe Harper è un attore disoccupato e, per superare un momento di crisi artistica, decide di mettere su una rappresentazione teatrale dell’Amleto di Shakespeare.
Dopo una burrascosa audizione, la compagnia è formata e cominciano le prove, le quali porteranno più difficoltà del previsto. Uno dei problemi è che il testo shakespeariano è più reale di quello che si pensi, e i drammi personali dei vari attori verranno messi a nudo dal testo che dovranno recitare.
Sul palco
In scena: Gabriella Gaveglia, Giorgio Menichetti, Fiorella Manfredini, Rosaria Esposito, Maria Teresa Raimo, Andrea Farulli, Francesca Finocchiaro, Silvia Profeti, Massimiliano Turrini, Alfredo Fagni, Fiamma Lolli ed Elisa Baracchini.
Chi ha paura di Hootie Pie
Gli spettacoli di Cespuglio Ecosistema Teatrale proseguono con: “Chi ha paura di Hootie Pie”. Appuntamento dal 23 al 26 giugno alle ore 21.
In questo caso il lavoro ha riguardato il testo “Sonia, Vanya, Masha e Spike” celebre commedia teatrale scritta da Christopher Durang. Commedia vincitrice del Tony Award come Miglior Commedia nel 2013.
La storia si svolge in una fattoria in Pennsylvania. Vanya e la sorella adottiva Sonia hanno trascorso tutta la vita ad accudire gli anziani genitori ormai defunti, rinunciando alle proprie ambizioni e vivendo un’esistenza monotona.
La loro routine viene bruscamente interrotta dall’arrivo a sorpresa dell’altra sorella, Masha, un’attrice di successo dal carattere egocentrico, accompagnata dal suo giovane e avvenente toy-boy, Spike.
Gli attori
In scena: Carlo Silvestri, Sabatini Chieppa, Gregorio Biagioni, Alessandro Baldanzi, Alessandro Cei, Stefania Giacomelli e Antonella Rossi.
Biglietti
Ingresso 10 euro. Per prenotazioni WhatsApp al numero 3287013206 oppure scrivere a cespuglioecosistemateatrale@gmail.com.
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Il mostro di Frankenstein. La guerra cognitiva russa e la narrativa che cuce ideologie morte
C’è una scena ricorrente nei romanzi gotici dell’Ottocento: il dottore folle che di notte fruga nei cimiteri, strappa arti da cadaveri diversi e li cuce insieme sperando di ridar vita a qualcosa che non ha mai avuto una vita unitaria. È la metafora più precisa per descrivere l’architettura della guerra cognitiva russa nel conflitto ucraino: una narrativa “Frankenstein” che assembla frammenti di ideologie morte — anticapitalismo, antimperialismo, nostalgia sovietica, neopaganesimo slavo, suprematismo bianco, retorica pacifista — e li cuce in un mostro coerente solo nell’odio per l’Occidente liberaldemocratico.
Il paradosso al cuore dell’operazione è tanto evidente quanto sistematicamente ignorato: la Russia di Putin giustifica la propria invasione dell’Ucraina come una “missione di denazificazione”, mentre le sue unità d’élite sul campo ostentano apertamente la simbologia del Terzo Reich. Il Gruppo Rusich, guidato da Alexei Milchakov, neonazista dichiarato, sfoggia rune Waffen-SS e il Kolovrat, variante slava della svastica. La brigata “Española” era identificata dal codice 88 — abbreviazione cifrata di “Heil Hitler” — operativa fino alla fine del 2025. Dmitry Utkin, fondatore operativo del Gruppo Wagner, portava tatuati sulle clavicole i simboli delle SS, e il nome stesso “Wagner” fu scelto come omaggio al compositore prediletto di Hitler. Denazificare l’Ucraina usando neonazisti: la contraddizione non è un errore logico, è un metodo.
Quel metodo si chiama guerra cognitiva. Non è propaganda nel senso tradizionale del termine — la diffusione di un messaggio univoco verso un pubblico passivo. È qualcosa di più sofisticato e più destabilizzante: la produzione industriale di contraddizioni, l’inquinamento sistematico del campo semantico, la trasformazione del dubbio in arma. L’obiettivo non è convincere che la Russia ha ragione, ma convincere che non esiste una ragione verificabile, che tutto è relativo, che “anche dall’altra parte ci sono nazisti”, che la verità è irraggiungibile. In questo spazio di nebbia cognitiva il mostro di Frankenstein prospera, perché nessuno ha più gli strumenti per identificarne le suture.
La specificità italiana di questa operazione merita attenzione particolare. L’Italia si è rivelata il laboratorio più fertile per testare la saldatura tra opposti estremismi. Il meccanismo è stato elaborato attraverso la cosiddetta “Quarta Teoria Politica” di Alexander Dugin — importata e adattata al contesto italiano da figure come Orazio Maria Gnerre — che propone un asse trasversale tra estrema destra e sinistra antagonista unificato dall’avversione all’atlantismo e al liberalismo. Il risultato è una narrativa in cui il pugno chiuso copre il saluto romano, e la lotta al “fascismo ucraino” diventa l’involucro ideologico che nasconde la più grande forza mercenaria neonazista e reazionaria del XXI secolo.
Il volto umano di questo inganno ha un nome: Edy Ongaro, militante veneto della sinistra radicale morto nel 2022 combattendo con il Battaglione Prizrak nel Donbass. La sua figura è stata trasformata da Mosca in un’icona propagandistica: il “nuovo partigiano internazionalista” che dà una parvenza di antifascismo a un’invasione condotta da unità dichiaratamente neonaziste. Il cortocircuito è deliberato: se anche un militante di sinistra combatte per il Donbass, allora forse lì davvero c’è qualcosa che vale la pena difendere. La logica del testimone oculare ideologicamente orientato, trasformato in strumento di influenza post-mortem.
Questa “disinformazione a cascata” — che non mira a formare una convinzione ma a saturare l’ambiente informativo di rumore — trova in Italia una rete di amplificatori che va dai canali Telegram privi di fact-checking agli ospiti fissi dei talk show di prima serata. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ospita regolarmente propagandisti del Cremlino nei propri spazi mediatici mainstream. La soglia di riconoscimento del mostro di Frankenstein si abbassa ogni volta che il mostro viene invitato a sedersi al tavolo come interlocutore legittimo.
La sfida che il conflitto ucraino pone alle democrazie europee non è quindi soltanto militare né soltanto economica: è cognitiva. Richiede la capacità di riconoscere le suture del mostro di Frankenstein — di distinguere l’anticapitalismo genuino dalla sua versione teleguidata da Mosca, il pacifismo autentico dalla sua variante funzionale al disarmo dell’aggredito, il giornalismo di inchiesta dal “dubbio metodico” che si trasforma in rendita di posizione. Richiede, in ultima analisi, quella che potremmo chiamare immunità narrativa: la capacità collettiva di non essere reclutati come parti del corpo del mostro, ignari che le nostre braccia siano già cucite al torso di qualcun altro.
Il dottor Frankenstein, nel romanzo di Mary Shelley, alla fine è divorato dalla propria creatura. La domanda aperta, per l’Europa, è se saremo capaci di riconoscere il mostro prima che bussi alla porta.
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L’Europa dei volenterosi e la pace che non arriva. L’opinione di Guandalini
Per l’Ucraina bisogna spingere sul negoziato e sulla fine delle violenze. Sono le parole di Papa Leone XIV. Sparse nell’atto multitudinario, nell’evento di popolo, titolava El País, della sua visita in Spagna. Il vertice dei volenterosi di domenica 7 giugno a Londra ha provato e riprovato a trovare format congeniali per spalancare all’Europa le porte a un ruolo di pace, di mediazione ma, purtroppo, con esiti inconcludenti. Posticci. Il giorno dopo non ci sono notizie sulle prime pagine dei giornali europei. Zero su quelli inglesi. Per i tedeschi è pervenuto il Süddeutsche Zeitung con un pezzo dedicato agli attacchi ucraini a San Pietroburgo. I fogli francesi: Le Figaro ha preferito spostarsi verso la parata del 14 luglio annunciando la presenza in volo degli aerei ucraini.
I volenterosi di punta, Macron, Merz, Starmer, tre leader senza popolo a casa loro, mancano di quella terzietà necessaria per intraprendere la marcia diplomatica. L’Europa tutta ha compiuto il grave errore di aver trasformato una crisi locale in una crisi mondiale. E questo fa sì che ogni passo sia condizionato da questo. Il copione ha avuto uno svolgimento contorto, a tratti ipocrita e compassionevole. Invio di armi, no all’invio di armi, invio solo per la difesa ma non siamo in guerra con la Russia, invio di armi per la pace, pace giusta e duratura, l’Ucraina nella Nato ma anche no, l’Ucraina nell’Unione europea ma chissà se ce la farà, stiamo con Zelensky fino alla vittoria della guerra, la pace si fa con la forza.
Il conflitto in Ucraina, il più lungo in Europa dal 1945, ha superato i 1418 giorni della Grande Guerra Patriottica tra Unione Sovietica e Terzo Reich, ha generato anche paure e tensioni tra le popolazioni europee che, dopo il trauma vissuto con la pandemia, subiscono un allarmistico susseguirsi di dichiarazioni autorevoli di invasioni prossime venture della Russia. Il cattolicissimo premier polacco Donald Tusk, a proposito degli aiuti necessari verso Zelensky, affermava «soldi oggi o sangue domani», proprio nel momento in cui Papa Leone dichiarava che «si usa la paura per un’ingiustificata corsa al riarmo».
Sorprende la superficialità di linguaggio con la quale i leader politici europei parlano di pericolo di terza guerra mondiale. La sensazione è che non aspettassero altro per dirlo. In attesa di un errore, di un incidente per giustificare la tensione. Un avvertimento che alimenta l’escalation. Per avvalorare le tesi che abbiamo sentito a ripetizione nel corso della guerra russo-ucraina, il pericolo di Putin alle porte dell’Europa, pretesto valido per accendere qualsivoglia miccia, armatevi e partite. Il premier polacco ha detto che siamo più vicini che mai a un conflitto da seconda guerra mondiale. La cautela nel tracciare scenari catastrofici imminenti — l’isteria la lascio ai talk tv (i quali riducono la realtà a vaniloquio, ha scritto Aldo Grasso) impegnati a montare tifoserie da Sturmtruppen, opinionisti e generali a riposo e in servizio seduti al fronte nel salotto di casa — va usata per evitare un incontrollato inasprimento che può portarci effettivamente nel baratro.
Ha detto il filosofo Massimo Cacciari durante un dibattito a Reggio Emilia: «Il ruolo dell’Europa doveva essere e dovrebbe essere anche in futuro quello di fare da ponte tra Occidente e Oriente; è una follia aver pensato un futuro senza l’Est Europa, senza la Russia. Solo così l’Europa può aspirare a essere una potenza. La reazione dell’Europa di armarsi e di andare alla guerra è sbagliata».
Per questo serve che l’Europa nomini un mediatore di pace delegato a incontrare Putin e Zelensky per iniziare a vedere la pace possibile. È un’attesa lunga. Dura da quattro anni. Il nome di Angela Merkel è il più congeniale allo scopo.
Si risolve il conflitto russo-ucraino partendo dal dicembre 1991. Nei mesi successivi Boris Eltsin, che prese il posto di Mikhail Gorbaciov dopo il fallito colpo di Stato nell’agosto dello stesso anno, accelerò la separazione delle repubbliche sovietiche decretando la fine dell’Urss. Il 31 maggio 1991 organizzai a Mantova nella Sala Polivalente del Palazzo Te il secondo International Colloquium Investire all’Est, figlio del primo evento in assoluto dopo la caduta del muro di Berlino, tenutosi a Roma nel marzo del 1990 (da cui fu pubblicato il libro da me curato, Investire all’Est, con prefazione dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Consultai gli stessi economisti vicini a Gorbaciov per capire la situazione interna al Paese e loro mi confermavano che ormai il segretario del Pcus e Presidente dell’Unione Sovietica non godeva più dell’apprezzamento del popolo. Oggi addirittura è stato rimosso dalla memoria storica dei russi (avremo modo di sviluppare prossimamente un’ipotesi corrente che segnala come la storia dell’Unione Sovietica si sarebbe svolta diversamente se alla guida della nazione — segretario del PCUS dal 1982 al 1984 — fosse rimasto per più tempo Yuri Andropov, capo del Kgb dal 1967 al 1982, oggi rivalutato; a una sua biografia c’è la prefazione di Putin, che disse «non conosciamo il paese in cui viviamo», teorico delle riforme graduali, aveva in mente lo stesso svolgimento del socialismo di mercato cinese).
La vicenda ucraina, le trattative per una pace equa e duratura, parte dalla storia lunga della minoranza russofona, maggioranza in Donbass (e nella Crimea annessa nel 2014) e a Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv, e dal rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. L’ex premier tedesca Angela Merkel ha dettagliato di recente un’analisi storicamente incontrovertibile. I Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia hanno una grossa responsabilità per lo scoppio del conflitto nell’Est, dal dialogo con Putin dopo il fallimento degli accordi di Minsk fino alla guerra in Ucraina.
Le trattative con i russi devono partire da qui. Voltarsi indietro per andare avanti. La questione, come ho già avuto modo di scrivere su Formiche.net, gira attorno ai territori conquistati da Putin e a quella frase che abbiamo ricordato, detta da Trump: «Zelensky, devi prepararti a cedere territori». Realismo e pragmatismo rendono evidente che da lì non ci si può scostare. E di rincalzo, tempo fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della Sera disse: «Zelensky sa che dopo tre anni di guerra gli obiettivi che si era posto devono essere cambiati; non può ottenere tutto, deve mediare tra quel che sarebbe giusto e quel che è accettabile».
Non ha vinto né la Russia né l’Ucraina. Sul terreno ci sono due milioni di morti, da una parte e dall’altra, e distruzioni ovunque. Zelensky e Putin devono rispondere di questo. Con lo spirito di quella frase inserita nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi: «Il buon senso c’era: ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».
Anthropic spegne Mythos 5 e Fable 5 su ordine del governo USA

Anthropic ha bloccato l'accesso a Claude Mythos 5 e Fable 5 dopo aver ricevuto un ordine dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti.
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- “Voglio che sembri carnosa e giovane”: la Barbie umana si sottoporrà a un intervento per la vagina con il grasso dei cadaveri. Il costo? 25-30mila dollari
“Voglio che sembri carnosa e giovane”: la Barbie umana si sottoporrà a un intervento per la vagina con il grasso dei cadaveri. Il costo? 25-30mila dollari
Non più solo i filler dermici per il viso, il peeling per eliminare le cellulare morte e la biorivitalizzazione della cute. La medicina estetica sulla zona genitale, a quanto pare, è richiesta. Marisa Iglesias, la donna autoproclamatosi la “Barbie umana”, ha deciso di portare all’estremo gli interventi sul suo corpo. A luglio, si sottoporrà a un restyling della vagina con l’iniezione di tessuto di donatori deceduti. Un’operazione distante dalla semplice labioplastica, ma che legherà il rimodellamento delle labbra vaginali al trasferimento di grasso e alla riduzione del cappuccio clitoride.
Quest’ultima, suggerita alla cliente dal chirurgo plastico Ariel Ourian, che si occuperà dell’intero processo in una clinica di Beverly Hills. “Gli ho chiesto perché ne avessi bisogno”, ha raccontato Iglesias, come riporta il New York Post. E il medico ha risposto che ne avrebbe guadagnato in “sensazioni”. “Molte donne non mettono nemmeno uno specchio laggiù per vedere le loro zone intime. Perché non costruire la versione migliore di noi stesse?”, ha riflettuto l’influencer argentina.
Lei, tra l’altro, non è nuova a stare in bilico sull’estremità dei confini cosmetici. A 26 anni è volata dalla sua Buenos Aires a Los Angeles perché pensava che in California “tutti somigliassero alla gente di Baywatch”. Nel 2022 il primo intervento per accrescere il seno e ottenere un “look alla Pamela Anderson”. Poi, una lunga serie di trattamenti: lifting ai glutei, terapia con le sanguisughe (usata anche nella medicina estetica) e infusioni di cellule staminali. Oltre che un regime di benessere alternativo che comprende l’uso di bevande di insetti vivi. L’anno scorso ha pure ricevuto una trasfusione con il sangue del figlio per combattere l’invecchiamento.
Ora, attraverso il grasso dei cadaveri, mira a ridisegnare anche uno dei suoi organi genitali. “Allo stesso modo in cui perdiamo volume sul viso con gli anni, succede laggiù sulle labbra vaginali – ha specificato Iglesias –. Volevo sembrassero un po’ più carnose e giovani. Questo è fondamentalmente un lifting per la vagina”. Tutta la procedura, per cui la donna spera in un’anestesia locale, dovrebbe costare tra i 25.000 e i 30.000 dollari e richiedere un recupero di circa due settimane.
Per Iglesias, però, quelle a cui si è sottoposta nel tempo non sono procedure drastiche: “Considero estremo rimuovere le costole o cambiare la struttura ossea. Non è qualcosa che farei. Abbiamo la possibilità di avere un bell’aspetto e sentirci meglio con noi stessi. Allora, perché no?”
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“Non più di 10 milioni di abitanti”: la Svizzera vota la stretta sull’immigrazione
Un referendum per limitare il numero degli abitanti prima che questo raggiunga quota 10 milioni. E’ la proposta di legge avanzata dal Partito Popolare Svizzero, corrente populista detentrice della maggior parte dei seggi parlamentari, su cui la popolazione dei cantoni sarà chiamata ad esprimersi questa domenica. I cittadini voteranno per decidere se limitare a 10 milioni il numero dei residenti permanenti entro il 2050, imponendo una stretta sull’immigrazione e rescindendo l’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Ue e Svizzera entrato in vigore nel 2002. Un possibile punto di svolta che modificherebbe la Costituzione e, secondo il ministro della Giustizia, Beat Jans, potrebbe provocare una sorta di “Brexit svizzera”, isolando la Confederazione da Bruxelles.
Secondo i promotori, che sottolineano come gli stranieri rappresentino oltre un quarto dei cittadini, la priorità è contrastare “gli effetti negativi dell’immigrazione di massa“, tra cui la carenza di alloggi, l’aumento degli affitti, il sovraffollamento dei treni e la congestione del traffico. In caso di approvazione del testo referendario, se la popolazione dovesse superare i 9,5 milioni prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero obbligati ad adottare provvedimenti nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare, e ad invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali che contribuiscono alla crescita demografica. L’attuazione di queste misure metterebbe in discussione la partecipazione svizzera agli accordi di Schengen e di Dublino con l’Ue, compromettendo la cooperazione su sicurezza e accoglienza.
Gli oppositori del progetto hanno soprannominato la proposta “iniziativa del caos“, sostenendo che il disegno anti-immigrazione potrebbe avere ricadute economiche gravi. In prima fila il mondo imprenditoriale, preoccupato per l’aggravarsi della carenza di manodopera e per un possibile deterioramento dei legami economici con l’Europa. Sulla stessa linea anche gli operatori sanitari, secondo cui una riduzione del numero di immigrati potrebbe compromettere i servizi, visto che quasi la metà dei medici che operano sul suolo svizzero è di nazionalità straniera. “È davvero questo il momento giusto per rompere con l’Europa?”, recita uno dei manifesti contro il quesito referendario, con il ritratto di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.
Stando agli ultimi sondaggi, la Svizzera sembra spaccata tra il fronte del No e quello del Sì. L’ultima rilevazione fatta dall’istituto gsf.bern dava il primo al 52%, preannunciando un testa a testa serrato. Ma le previsioni più recenti sono state effettuate prima del 28 maggio, giorno in cui un uomo turco-svizzero, armato di coltello, ha ferito tre persone in quello che le autorità hanno definito un atto terroristico. Un episodio che potrebbe mobilitare ulteriori sostenitori in favore di un referendum che potrebbe cambiare la storia elvetica.
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“È un momento molto bello della mia vita”: a 67 anni la prima volta di Carlo Ancelotti al Mondiale
Dice “è un enorme onore e anche una responsabilità rappresentare il Brasile”. Aggiunge: “È un momento molto bello della mia vita”. E conclude: “Faccio questo grande passo con felicità e allegria, sono ottimista”. C’è sempre una prima volta, anche a 67 anni appena compiuti e dopo un percorso leggendario come quello che ha portato Carlo Ancelotti a essere l’allenatore italiano più decorato di tutti i tempi: 30 trofei, tra i quali spiccano le 5 Champions e i campionati vinti in Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Al timone del Brasile, ereditato nell’estate 2025, c’è l’esordio in panchina, contro il Marocco al MetLife Stadium di East Rutherford (New Jersey, non lontano da New York), in questo mondiale controverso sparso in tre nazioni delle quali una, il Canada, è un po’ anche casa sua: spettacolare la villa che possiede dalle parti di Vancouver. Ancelotti ha una missione da compiere ed è quella che gli chiedono i 213 milioni di abitanti del quinto paese più esteso del pianeta – 8.514.877 kmq -: vincere la Hexa, la sesta coppa del mondo. Lui ci crede: nei mesi che hanno preceduto la manifestazione, ha mostrato un discreto ottimismo.
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Ancelotti è il primo ct straniero a pilotare il Brasile in un mondiale: sa benissimo che avrà i fari puntati addosso e che, alla prima caduta, si scatenerà l’inferno. Il curriculum di 31 anni di carriera in panchina, per un totale di 1.405 partite (837 vittorie, 308 pareggi, 260 sconfitte, media-successi 59,57%) nei club e 12 (7 vittorie, 2 pari e 3 ko) al timone della Seleçao, si traduce in esperienza, saggezza e capacità di affrontare i mari più tempestosi. In questo lungo cammino, Ancelotti ha “bucato” solo una tappa: la Juventus, nel biennio 1997-1999. Era giovane, commise qualche errore, ma si ritrovò anche contro un ambiente che non lo aveva mai accettato.
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L’albo d’oro dei Mondiali
Il Brasile rappresenta il coronamento di un sogno. Carlo ha allenato il Real Madrid (“il miglior club del mondo”) e ora gestisce la nazionale più vincente di sempre al mondiale. Un eventuale trionfo aggiungerebbe il suo nome a quelli di Vicente Feola (1958), Aymoré Moreira (1962), Zagallo (1970), Carlos Alberto Parreira (1994) e Scolari (2002). Il Marocco, quarto nell’edizione di Qatar 2022 e campione d’Africa dopo il successo a tavolino sul Senegal, è un test d’ingresso consistente. Carlo, che in panchina sarà affiancato dal figlio Davide, dal preparatore Francesco Mauri e dall’assistente Paul Clement, sa che non sarà facile domare i Leoni dell’Atlante.
In conferenza stampa, con la tuta della Seleçao e gli occhiali che gli danno l’aria di un professore, ha raccontato: “Il Marocco è una squadra molto ben organizzata, con qualità in tutti gli aspetti. Dobbiamo giocare una partita completa. Non possiamo dimenticare nulla, né in fase difensiva, né in fase offensiva, né in transizione. Dobbiamo essere vigili in difesa ed essere solidi sui calci piazzati che sono uno dei nostri punti di forza”.
La perdita last minute per infortunio di Wesley, sostituito dall’atalantino Ederson, ha creato qualche problema di formazione a Carletto: il romanista veniva da una grande stagione ed era una pedina strategica di questo Brasile. Vinicius, Marquinhos e Casemiro, guidati da Ancelotti nei club, sono i pilastri della squadra. Gli ultimi test, 6-2 contro Panama e 2-1 sull’Egitto, sono serviti a rodare il motore. La presenza del regista italiano Paolo Sorrentino, che sta girando un docufilm sulla storia di Ancelotti, ha dato un soffio di leggerezza a questa vigilia. Dalla leggerezza alla bellezza il passo è breve. Un premio Oscar e un gigante della panchina: già così è un film da non perdere.
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- Un evento di arti marziali da 60 milioni di dollari alla Casa Bianca: l’ultima follia di Donald Trump per i suoi 80 anni
Un evento di arti marziali da 60 milioni di dollari alla Casa Bianca: l’ultima follia di Donald Trump per i suoi 80 anni
C’è un evento sportivo che in questi giorni negli Stati Uniti sta facendo parlare tanto quanto o addirittura più dei Mondiali di calcio. E si svolgerà alla Casa Bianca per la prima volta nella storia. Nel giorno del suo 80esimo compleanno (dove verranno celebrati anche i 250 anni dell’indipendenza americana, il cui anniversario però è il 4 luglio), Donald Trump ha infatti organizzato l’UFC Freedon 250, un evento di Ufc (arti marziali), all’interno della sua residenza ufficiale. Un’idea nata due anni fa con Dana White, CEO dell’UFC – quando il tycoon partecipò a una serata di Ufc al Madison Square Garden e venne accolto da applausi e cori “Usa, Usa” – e a cui adesso Trump ha dato seguito. L’evento – a spese della Ufc – è costato 60 milioni di dollari.
La serata vedrà lottatori affrontarsi in un ring montato all’interno di un enorme ottagono di 27 metri chiamato “The Claw” e – come dichiarato dall’amministrazione americana – sarà tutto esaurito, con oltre 4mila spettatori presenti. Si affronteranno Ilia Topuria, campione dei pesi leggeri, e Justin Gaethje, leggenda della MMA americana. Prima di loro invece si sfideranno Alex Pereira e Cyril Gane: in palio c’è la cintura dei pesi massimi. Gli atleti entreranno all’interno dell’ottagono direttamente dal famoso studio ovale, dove si trova la nota “resolute desk” di Trump. Al “Lincoln memorial”, invece, dove c’è la famosa statua di Abramo Lincoln seduto, si svolgeranno le conferenze stampa e le premiazioni.
Chi non è riuscito ad accaparrarsi un biglietto per l’UFC Freedon 250 – così è chiamato l’evento – è invitato a tentare la fortuna sul sito online Tickemaster, ma con poche speranze. Ma nessun problema, ha precisato Trump: chi non sarà presente potrà vederla in diretta tv e in streaming, anche sul maxischermo all’esterno della White House, con 85mila posti grauiti a disposizione. Il tutto organizzato grazie soprattutto all’amico da oltre 20 anni di Trump, Dana White, presidente della Ufc. Il programma di domenica prevede inoltre una cerimonia privata riservata all’élite del movimento trumpiano. C’è il rischio maltempo e non si esclude – come riportano alcuni media internazionali – una possibile invasione di zanzare. L’evento sarà trasmesso anche in diretta tv e streaming.
In un video pubblicato sui social ieri, 12 giugno, Donald Trump ha paragonato l’arena della Ultimate Fighting Championship (UFC) costruita davanti alla Casa Bianca alla Torre Eiffel di Parigi. Parlando della struttura dentro alla quale c’è il ring, Trump ha ricordato la storia del famosissimo monumento francese. Costruito inizialmente per l’Esposizione Universale del 1889, avrebbe dovuto essere smantellata subito dopo la manifestazione.
Intanto le prove dello spettacolo aereo organizzato in vista dell’evento UFC hanno provocato ritardi agli aerei in partenza, compresi anche quelli di alcuni membri del Congresso. Un volo Delta diretto da Washington a Detroit è rimasto fermo sulla pista a causa della temporanea chiusura dello spazio aereo attorno all’aeroporto Reagan National. Tra i passeggeri c’erano deputati democratici e repubblicani del Michigan.
Il pilota avrebbe spiegato ai passeggeri che il ritardo era legato alle prove per l’evento e avrebbe aggiunto, con ironia, che eventuali proteste andavano rivolte ai “loro rappresentanti al Congresso” (cioè loro stessi). La Casa Bianca ha poi confermato che le limitazioni al traffico aereo erano state pianificate per consentire le prove dello spettacolo previsto prima dell’evento di arti marziali.
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Mit, in arrivo quasi 600 milioni in Lombardia e Veneto per le Olimpiadi
David Beckham ha la sua stella sulla Walk of Fame
Storia esoterica d’Italia: dalle origini pitagoriche al Novecento
Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Quando pensiamo all’Italia, l’immaginario globale evoca immediatamente due concetti: la classicità dell’Impero Romano e il cuore pulsante del Cristianesimo cattolico. Eppure, sotto le navate delle basiliche, dietro le facciate dei palazzi rinascimentali e nelle piazze delle nostre città, scorre un fiume sotterraneo e ininterrotto che racconta un’altra storia. L’Italia non è stata soltanto la culla del potere papale, ma è stata, per oltre due millenni, il più grande laboratorio alchemico, magico e filosofico dell’intero Occidente. La storia esoterica d’Italia è una contro-storia dell’anima europea. Dalle scuole misteriche dell’antichità alle accademie segrete fiorentine, passando per i poeti medievali e i circoli
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Il divario quantistico tra Usa e Cina si assottiglia. E Pechino sogna il vantaggio
L’avanzata della Cina nel campo delle tecnologie quantistiche sembra spingersi ben oltre la ricerca di laboratorio, assumendo una dimensione sempre più concreta e quindi strategica. Lo evidenzia bene Sunny Cheung in un’analisi pubblicata da Jamestown Foundation, stressando il fatto che Pechino abbia ormai conquistato un vantaggio significativo nelle comunicazioni quantistiche sicure, mentre gli Stati Uniti mantengono ancora la leadership nei principali indicatori della computazione quantistica. Anche se questo divario si sta riducendo rapidamente. Per il Partito comunista cinese le tecnologie quantistiche rappresentano uno strumento essenziale per superare i colli di bottiglia tecnologici causati dalle restrizioni occidentali e rafforzare la competitività industriale e militare del Paese. Non a caso, la rivista teorica Qiushi ha recentemente definito il settore di “incommensurabile importanza strategica”, sottolineando come possa contribuire a risolvere il problema della dipendenza tecnologica dall’estero.
Nel suo studio Cheung propone una “scorecard” composta da undici indicatori suddivisi nelle tre categorie di tecnologie fondamentali, applicazioni pratiche ed ecosistema industriale. Il risultato fotografa una competizione ormai molto equilibrata, con Washington che mantiene il vantaggio in quattro parametri, Pechino guida in cinque, mentre due risultano sostanzialmente in parità. Dietro questi numeri, però, emergono dinamiche differenti, poiché gli Stati Uniti continuano a primeggiare nella ricerca di base e nello sviluppo dei processori quantistici, mentre la Cina ha concentrato gli investimenti sull’implementazione concreta delle tecnologie, soprattutto nel settore delle comunicazioni protette.
Uno dei risultati più significativi riguarda la cosiddetta “quantum advantage”, cioè la capacità di un computer quantistico di svolgere calcoli impossibili per qualsiasi supercomputer tradizionale. Negli ultimi dodici mesi due sistemi cinesi hanno stabilito nuovi record mondiali: il processore superconduttore Zuchongzhi 3.0 e soprattutto il computer fotonico Jiuzhang 4.0, che secondo i ricercatori sarebbe in grado di completare un’operazione che richiederebbe a un computer classico circa 10⁴² anni. Sebbene queste stime siano oggetto di continuo dibattito scientifico, il risultato testimonia la crescente competitività della ricerca cinese.
Il vero punto di forza di Pechino resta però la sicurezza delle comunicazioni. La Cina dispone già di una rete quantistica terrestre superiore ai 10.000 chilometri che collega grandi città, enti governativi, istituzioni finanziarie e centri di ricerca. A questa si affiancano i satelliti Micius e Jinan-1, che hanno dimostrato collegamenti quantistici su migliaia di chilometri, consentendo comunicazioni praticamente impossibili da intercettare senza alterarne il contenuto. Nessun Paese occidentale dispone oggi di un’infrastruttura paragonabile. La leadership cinese deriva soprattutto dallo sfruttamento del cosiddetto “entanglement quantistico”, il fenomeno che consente di rilevare qualsiasi tentativo di intercettazione di un messaggio. Grazie a un decennio di investimenti pubblici, Pechino è riuscita a trasformare una tecnologia sperimentale in una rete operativa, creando un vantaggio strutturale che potrebbe avere importanti implicazioni sia civili sia militari.
Gli Stati Uniti conservano comunque un vantaggio significativo in diversi aspetti della computazione quantistica. Google e Ibm guidano ancora nella precisione delle operazioni logiche, nella correzione degli errori e nello sviluppo dell’ecosistema software, elementi essenziali per costruire futuri computer quantistici universali. Tuttavia, anche in questi ambiti la Cina sta recuperando rapidamente terreno. Alla fine del 2025 il processore Zuchongzhi 3.2 è infatti riuscito a superare la cosiddetta soglia di correzione degli errori, dimostrando che il proprio approccio hardware può essere scalabile, sebbene rimanga ancora meno efficiente rispetto ai sistemi sviluppati da Google.
In ogni caso, secondo l’autore dello studio sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive sull’esito della competizione. Le tecnologie quantistiche restano infatti in una fase relativamente iniziale e nessun esperto ritiene realistico che un computer quantistico possa compromettere nel breve periodo gli attuali sistemi di crittografia. E anche se la distanza tra Stati Uniti e Cina si è ridotta sensibilmente nell’ultimo anno, e molti programmi cinesi stanno avanzando più rapidamente di quanto stimato da numerose valutazioni occidentali, Washington ha ancora margine d’azione per non perdere la competizione.
La corsa quantistica si sta quindi delineando come uno dei principali fronti della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. Se gli Stati Uniti continuano a dominare la ricerca di frontiera, la Cina sta dimostrando una crescente capacità di trasformare i risultati scientifici in infrastrutture operative, consolidando un vantaggio concreto nelle comunicazioni sicure e rafforzando uno dei pilastri della propria strategia di sicurezza nazionale.
Vannacci, siamo la feccia, i figli di nessuno e fierissimi di esserlo
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Torino, blitz antidroga nel quartiere Barriera di Milano: 15 arresti

TORINO (ITALPRESS) – Intensificati i controlli antidroga nel quartiere Barriera di Milano a Torino, nell’ambito di servizi disposti dalla Questura e condotti dalla Squadra Mobile e dai Falchi della Polizia di Stato tra inizio maggio e la prima decade di giugno.
Le operazioni si sono concentrate nelle aree di largo e corso Giulio Cesare, nel parco Sempione e nelle vie limitrofe, considerate tra le più esposte al fenomeno dello spaccio. Nel corso delle attività sono state arrestate 15 persone, tutte di nazionalità straniera, ritenute responsabili dello spaccio di sostanze stupefacenti in strada.
Sequestrati ingenti quantitativi di cocaina, hashish, eroina, marijuana e crack, oltre a circa 13 mila euro in contanti, ritenuti provento dell’attività illecita. Parallelamente, i servizi di controllo hanno coinvolto anche Volanti e Commissariato di zona, che hanno complessivamente arrestato 63 persone, identificate circa 600 persone e denunciato 22 soggetti per diversi reati, tra cui invasione di terreni ed edifici, stupefacenti e reati contro il patrimonio.
Controllati inoltre 250 veicoli e verificati 8 esercizi commerciali, con sanzioni amministrative per alcune migliaia di euro. Le attività di controllo proseguiranno con cadenza regolare nell’area.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).
- “Ho avuto un tumore alla pelle. La mia è chiara, molto sensibile, come quella di Sinner”: Paola Ferrari risponde agli insulti social sul suo aspetto fisico
“Ho avuto un tumore alla pelle. La mia è chiara, molto sensibile, come quella di Sinner”: Paola Ferrari risponde agli insulti social sul suo aspetto fisico
A Paola Ferrari negli ultimi giorni hanno scritto di tutto sui social. Da quando sono cominciati i Mondiali di calcio 2026 e lei conduce i pre e post-partita della sera su Ra1 con Simona Rolandi, Marco Tardelli e Roberto Falcao, sono piovuti addosso insulti, cattiverie e volgarità di ogni sorta per il suo aspetto fisico. C’è chi dà la colpa all’eccesso di ritocchi estetici, chi alle luci, chi al trucco sbagliato. “Sono ripetitivi e poco originali. Ho letto che qualcuno ha scritto ‘C’è la plastica su Rai1’. Io dico: cambiate canale per la plastica”, risponde la giornalista sportiva in un’intervista al Corriere della Sera senza sottrarsi alle domande.
Del resto, da anni è abituata a commenti di questo tenore, che lei bolla come “la solita barzelletta”. Forse per questo liquida le critiche a semplici “sfottò che non mi fanno né caldo, né freddo” per poi allargare l’orizzonte e sottolineare come per lei gli attacchi alle donne siano “puerile e stancante questa misoginia”. Per la Ferrari c’è un solo modo per reagire: continuare ad essere libere di fare e di agire come meglio si crede. “Se vogliamo ci rifacciamo, altrimenti no. Anche perché, se sei bella vuol dire che ti sei rifatta, però se non ti rifai sei una vecchia incartapecorita”.
Poi però confessa di essersi arrabbiata in passato, anche perché gli attacchi sul suo aspetto fisico arrivavano dopo un problema di salute molto grave: “Come ho raccontato, io ho avuto un tumore alla pelle. La mia è chiara, molto sensibile, come quella di Sinner. Anzi colgo l’occasione, in vista dell’estate, per dire a tutti: attenzione, le pelli chiare sono a rischio melanomi”.
A causa del tumore fu sottoposta ad un delicato intervento a seguito del quale venne ricucita con 24 punti in faccia: “Ora non si vedono quasi più perché i nostri chirurghi sono bravissimi”, rivela. Quanto al presunto problema agli occhi di cui hanno scritto alcuni haters sui social in questi giorni, lo nega tassativamente: “No, nessun problema agli occhi. Noi arriviamo dopo ore e ore di lavoro. Ma sono comunque in forma, seguo una disciplina, esercizio fisico”.
La sua idea è sui social sia in atto una deriva senza possibilità di ritorno (“preferivo un mondo senza social”) e alle giovani colleghe che sognano di fare il suo lavoro dà un consiglio netto su come porsi rispetto agli “odiatori di mestiere”: “Se ti va rispondi per le rime, come fa la mia amica Alba (Parietti); se no ignorali. Ma soprattutto vivi la tua vita e non lasciare che niente e nessuno condizioni le tue scelte e la tua felicità”.
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Il Papa ha capito l’IA più di tanti politici. Parla lo youtuber Gaito
Quando Leone XIV ha pubblicato la Magnifica Humanitas, la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, i media si sono quasi all’unisono concentrati principalmente su una parola, “disarmare”. Il risultato è stato prevedibile, con titoli che evocavano prese di posizione papali sui conflitti armati e sull’agenda geopolitica. Tutto giusto, ma non sufficiente a restituire il quadro di quanto espresso dal Pontefice. Raffaele Gaito, divulgatore digitale con oltre 200.000 iscritti su YouTube, autore del volume In cosa posso esserti utile. Guida molto pratica e poco emotiva all’intelligenza artificiale (Mondadori, 2026), ha dedicato un video sui suoi canali social proprio a smontare quella lettura.
«Hanno preso una frase, anzi una singola parola molto forte, “disarmare”, ed è stato facile costruire una notizia attorno a quel termine», dice Gaito a Formiche.net. Nel documento pontificio, il verbo compare in riferimento a un meccanismo di dominio legato all’intelligenza artificiale, ovvero la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori privati. «Il pericolo di lasciare tutto nelle mani di un gruppo di imprenditori della Silicon Valley e di utilizzare queste tecnologie senza una seria riflessione etica. Il messaggio è evidente fin dalle prime pagine».
Tre livelli di lettura
Restando al di là del contenuto di natura spirituale, e quindi religiosa, materie di cui Gaito non si occupa, il divulgatore identifica nell’enciclica almeno tre livelli di significato distinti. Il primo è storico. «Il fatto stesso che esista un’enciclica dedicata all’intelligenza artificiale ha un valore non indifferente. Ci fa capire quanto la tecnologia sia ormai presente nelle nostre vite e quanto stia già incidendo in modo trasversale sulla società». Il secondo è politico, nel senso più ampio del termine. L’enciclica ha detto cose che altri non hanno detto. «Il Papa ha condiviso riflessioni che ci saremmo aspettati da altri soggetti, ma che non sono arrivate, né dalla politica, né tantomeno dal mondo accademico o da quello degli intellettuali». Molti di coloro che seguono i suoi canali, racconta Gaito, gli hanno scritto chiedendogli se non trovasse paradossale che fosse stato il Papa a colmare quel vuoto. «E io dico sì, e nel frattempo i politici stanno lì a guardare e forse il Papa e il suo team, che hanno lavorato a questa enciclica, hanno compreso più di tanti l’impatto che ha questa tecnologia».
Il terzo livello riguarda il contenuto. Gaito spiega infatti di avere costruito negli anni una divulgazione esplicitamente centrata sulla persona, il che lo porta ad essere particolarmente diretto su questo punto. «È un messaggio in cui io mi ritrovo molto. Sono diversi anni ormai che condivido il mio pensiero sull’intelligenza artificiale, raccontando i pro e i contro, i benefici e le limitazioni e così via, e mi sono rivisto in molte di quelle parole».
Il tifo da stadio che non aiuta il dibattito
Uno dei nodi più discussi dell’enciclica è il modo in cui il tema dell’intelligenza artificiale viene trattato nel dibattito pubblico. Leone XIV chiede di non essere spettatori passivi. «L’intelligenza artificiale spesso viene trattata in modo divisivo. Sei a favore o sei contrario. Il tifo da stadio non fa bene al dibattito», spiega Gaito, che tuttavia individua un ostacolo strutturale. «La tecnologia è qua, è già nelle nostre vite. Non stiamo parlando del futuro ma del presente. Cercare di comprenderla significa raccontarne le potenzialità e i limiti, gli aspetti positivi e i rischi, far capire quello che c’è dietro». Un approccio che però, riconosce, non è commercialmente conveniente. «Questo approccio razionale, molto concreto, quindi poco emotivo, è una cosa molto rara. È una cosa che non funziona quanto funziona urlare allo scandalo e fare il titolone che magari ti fa vendere una copia in più o ti fa ottenere un clic in più».
Algoritmi che decidono vite
L’enciclica dedica poi ampio spazio al tema delle disuguaglianze prodotte dall’intelligenza artificiale. Non un problema teorico, dice Gaito. «Già in realtà c’è. Il fatto è che molte persone non lo sanno. Ogni volta che apriamo un social c’è un algoritmo che decide cosa mostrarci, e quella roba ci influenza quotidianamente. Ma la parte grave è quando è un’IA a decidere che magari non puoi avere un mutuo, un’assicurazione oppure no, persino se puoi essere assunto o licenziato. Ecco, in quei casi la questione diventa molto importante, perché non ci si può nascondere dietro la scusa del “l’ha deciso l’algoritmo”, con un effetto scaricabarile, nel quale nessuno si prende la responsabilità e nessuno paga le conseguenze». La risposta, per Gaito, passa per la regolazione e la trasparenza. «Bisogna pretendere che il legislatore vada in una certa direzione, che le aziende decidano un certo livello di trasparenza e che ci sia una supervisione umana».
Il manifesto di Palantir e il sogno infranto
Poi c’è il tema della concentrazione del potere nelle mani di grandi attori privati che, scrive Leone XIV, «fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Già Gaito nelle scorse settimane aveva analizzato sul suo canale il manifesto pubblicato da Palantir, la società di analisi dei dati fondata da Peter Thiel. «Io ho definito quel manifesto come una delle cose più distopiche che abbia mai incontrato nella mia vita, in questo lavoro che faccio da una ventina d’anni». Poi rincara la dose. «Probabilmente, fino a qualche anno fa, l’avremmo letto con il sorriso sulle labbra. Avremmo detto: vabbè, questi sono un po’ strani, sono i soliti soggetti un po’ particolari che vivono in Silicon Valley, fuori dal mondo. Oggi, purtroppo, quella cosa non mi fa più sorridere. È da prendere molto seriamente, perché è la visione del mondo che hanno alcune persone, e che non mette l’uomo al centro, assolutamente no, e che vogliono imporre al resto del mondo». Il raffronto con l’enciclica è conseguenziale. «Qualsiasi cosa leggevo lì dentro, uno, mi spaventava; due, ero in profondo disaccordo; e tre, se vogliamo fare il parallelismo con l’enciclica, era estremamente lontana da quella visione che invece abbiamo letto nel documento del Papa. Le due visioni si oppongono proprio: sono antitetiche».
La questione, per Gaito, è che ormai il modello del “fondatore che costruisce nel garage e cambia il mondo” è scomparso. «Io ero un ex-ragazzino cresciuto con il mito della Silicon Valley. Un po’ alla volta mi è crollato, da diverso tempo ormai. Leggere un documento del genere è stata proprio la pietra finale messa su quel sogno. A un certo punto, hanno avuto un potere enorme tra le mani, e da quel momento hanno iniziato a fare un po’ quello che volevano. Senza controllo. Perché quando diventi più potente e ricco di uno Stato non è sicuramente la multa della Comunità Europea a fermarti».
Il paragrafo 107 e la questione della governance
Quale paragrafo dell’enciclica consiglierebbe quindi Gaito a chi lavora ogni giorno con l’IA? «C’è questo passaggio che io trovo potentissimo, al paragrafo 107, dove dice che non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi. Riassume perfettamente quello che penso. La lezione è: non dimentichiamoci che di fronte abbiamo degli esseri umani. In un mondo che va alla velocità della luce e dove il dato regna sovrano, ricordiamoci che dietro quei dati ci sono sempre delle persone, con esigenze e problematiche, oltre che sogni e obiettivi». Paradossalmente, però, potrebbe essere proprio l’IA a restituire spazio alle relazioni umane. «Se la usiamo per automatizzare quella parte più noiosa, più macchinosa del lavoro, possiamo liberare tempo da dedicare alle persone, a ricostruire quelle relazioni che forse abbiamo un po’ messo da parte negli ultimi anni. Dobbiamo capire che è una scelta. Non dobbiamo subire questa tecnologia. Possiamo decidere noi in che direzione vogliamo indirizzarla».
Mondiali: in Usa-Paraguay per la prima volta il Var inverte un giallo tra 2 avversari
A Palermo la cerimonia per il 43esimo anniversario dell’eccidio di D’Aleo, Bommarito e Morici

PALERMO (ITALPRESS) – Si è svolta a Palermo la cerimonia per il 43esimo anniversario dell’eccidio del Capitano Mario D’Aleo, dell’Appuntato Giuseppe Bommarito e del Carabiniere Pietro Morici, decorati con Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, uccisi in un agguato mafioso il 13 giugno 1983.
La commemorazione si è tenuta in via Scobar, luogo dell’assassinio, alla presenza del Comandante della Legione Carabinieri Sicilia, Generale di Divisione Ubaldo Del Monaco, del Prefetto di Palermo Massimo Mariani e delle autorità civili e militari, oltre ai familiari delle vittime e all’Associazione Nazionale Carabinieri. Deposta una corona d’alloro e celebrato un momento di preghiera dal Cappellano Militare Don Salvatore Falzone, con la benedizione della targa commemorativa. Nel suo intervento, il Generale Del Monaco ha ricordato il sacrificio dei tre militari come esempio di fedeltà ai valori dell’Arma e di contrasto alla mafia, sottolineando il loro coraggio e il significato della loro eredità morale.
Successivamente la cerimonia si è spostata a Monreale, in via Venero, dove è stata deposta una composizione floreale presso il monumento dedicato ai caduti. All’iniziativa hanno partecipato il sindaco Alberto Arcidiacono, la vedova dell’Appuntato Bommarito e l’Arcivescovo di Monreale Gualtiero Isacchi, che ha guidato un momento di preghiera in suffragio dei militari.
-Foto ufficio stampa Carabinieri-
(ITALPRESS).
Opera street art contro le discriminazioni a Firenze

Il giardino pubblico di Quaracchi a Firenze entra nell’elenco degli ‘Spazi d’arte’ della città e vi sarà realizzata un’opera di street art dal titolo ‘Stop omolesbobitransinterafobia’. L’intervento, si spiega da Palazzo Vecchio, nasce a seguito dell’atto vandalico, lo scorso 20 maggio, contro il cartello artistico non ancora inaugurato nel Quartiere 5 in occasione della Giornata internazionale contro l’omolesbobitransinterafobia.
Accogliendo la proposta avanzata dalla Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbti+, l’amministrazione comunale ha così deciso per uno spazio dedicato all’arte urbana e alla promozione dei diritti. L’opera, si spiega ancora dal Comune, sarà realizzata con il coinvolgimento del territorio e dei servizi di educativa di strada e avrà l’obiettivo “di promuovere il contrasto a ogni forma di discriminazione, valorizzare il senso di appartenenza alla comunità e rendere il giardino di Quaracchi un luogo riconoscibile per la diffusione di una cultura del rispetto e dell’inclusione”.
“Di fronte a un gesto che ha cercato di colpire i valori della convivenza civile e del rispetto contrapponendo consapevolmente un simbolo di odio e violenza a uno di rispetto – spiega l’assessora alle pari opportunità Benedetta Albanese – la risposta della città è ancora più forte”. “Quando l’odio prova a lasciare un segno, la risposta migliore è riempire quello spazio di partecipazione, creatività e diritti”, aggiunge l’assessora alle politiche giovanili Letizia Perini.
- Caso ricina, denunciata per favoreggiamento un’amica della famiglia Di Vita: dalle chat incongruenze con la sua testimonianza
Caso ricina, denunciata per favoreggiamento un’amica della famiglia Di Vita: dalle chat incongruenze con la sua testimonianza
Si infittisce il mistero sul giallo di Pietracatella, il comune in provincia di Campobasso dove, tra il 27 e il 28 dicembre 2025, sono morte Sara Di Vita e sua madre Antonella di Ielsi per avvelenamento da ricina. Sono passati più di cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione: ora una stretta amica della famiglia Di Vita è stata denunciata a piede libero per favoreggiamento e per aver ostacolato le indagini.
Gli agenti hanno deciso di procedere dopo un’interrogatorio in questura della donna, l’ennesimo degli ultimi mesi. Tra gennaio e oggi, l’amica di famiglia è stata sentita tre volte negli uffici della Squadra Mobile come persona informata dei fatti e ha sempre negato tensioni e problemi all’interno del nucleo familiare. Le sue parole però sono state smentite, secondo gli investigatori, dai riscontri oggettivi: contrariamente a quanto dichiarato, la donna era a conoscenza dei problemi e gli agenti hanno ritenuto che abbia agito per ostacolare le indagini. La Squadra Mobile di Campobasso negli ultimi giorni ha ottenuto i primi responsi dai telefoni sequestrati nella casa di Pietracatella lo scorso 4 maggio. Proprio all’interno degli smartphone sono presenti alcune chat che proverebbero le tensioni familiari, soprattutto nel passato della coppia Di Vita, e quindi incongruenze con le testimonianze resa dall’amica di famiglia. Nel dettaglio i contenuti riguardano i telefoni delle due vittime, il cellulare della sorella maggiore Alice Di Vita, un tablet, un pc e due modem della casa.
Dall’inizio dell’inchiesta ci sono state oltre 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali però è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti.
Intanto proseguono gli interrogatori ad altri conoscenti dei Di Vita, ma non è ancora stato fissato il nuovo sopralluogo nella casa di Pietracatella, in via Risorgimento, sotto sequestro ormai da cinque mesi e mezzo. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’abitazione. A inizio giugno la trasmissione televisiva Dentro la Notizia ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri dal comune del presunto duplice omicidio. Per fine mese sono anche attesi i risultati delle autopsie sui corpi delle due vittime.
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What to Know About the Ebola Outbreak

© Arlette Bashizi for The New York Times
What to Know About the Ebola Outbreak

© Arlette Bashizi for The New York Times
Mondiali: il Brasile scalda New York, il grande sogno di Ancelotti
QuiEuropa Magazine – 13/6/2026
ROMA (ITALPRESS) – In questo numero:
– L’Ue prepara il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia
– La Bce alza i tassi di un quarto di punto
– Si rafforza il partenariato economico con l’Africa subsahariana
sat/gsl
NHS patients can't opt out of Palantir's data platform – but their hospital can
- Enzo Iacchetti: “Non sappiamo quale sarà il futuro di Striscia la Notizia e questo mi dispiace. Io andrei avanti anche solo con due luci, una velina e 10 minuti di trasmissione”
Enzo Iacchetti: “Non sappiamo quale sarà il futuro di Striscia la Notizia e questo mi dispiace. Io andrei avanti anche solo con due luci, una velina e 10 minuti di trasmissione”
C’è grande attesa per i prossimi Palinsesti Mediaset, quando a luglio l’amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi nel consueto incontro con la stampa snocciolerà tutte le novità della prossima stagione del Biscione. E gli occhi sono anche puntati su un titolo storico come quello di “Striscia la Notizia” di Antonio Ricci. Dopo l’esperimento in prima serata del tg satirico, un cambiamento importante dopo 36 anni, c’è da capire quali saranno gli sviluppi.
Intanto uno dei conduttori storici del tg, siede al bancone dal 1995, Enzo Iacchetti in una intervista a La Stampa ha dichiarato: “Per uno che aveva studiato ragioneria e non voleva finire in banca direi di sì. Il primo contratto era di una settimana. Poi un mese. Poi sono diventati trent’anni abbondanti. Oggi non sappiamo quale sarà il futuro del programma e questo mi dispiace. Anche se gli ascolti non sono più quelli di una volta, Striscia è entrata nella vita di generazioni”.
Poi ha proposto una soluzione: “Io andrei avanti anche solo con due luci, una velina e dieci minuti di trasmissione. Il cuore di Striscia sono sempre stati l’inchiesta e la satira. Per strada la gente mi dice ancora: ‘Non posso pensare che non ci sia più’. Magari oggi fa un milione di spettatori invece di quindici, ma è un milione che vuole bene”.
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Cina: nuovo look estivo per lo “Scruffy Puppy” virale di Shanghai
Nuova stagione, nuovo outfit! L’amato “Scruffy Puppy” di Shanghai si prepara a sfoggiare una nuovo look estivo. La scultura vegetale virale, alta 5,2 metri, viene aggiornata con nuove piante resistenti al caldo e alla pioggia, per restare verde e soffice durante l’estate calda e piovosa di Shanghai. L’amato cagnolino è quasi pronto a mostrare il suo nuovo aspetto. (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)
- Spurs-Kniks, verso gara 5: Anunoby, lampi da MVP. Alcuni appunti sul gioco di Wembanyama | NBA Freestyle
Spurs-Kniks, verso gara 5: Anunoby, lampi da MVP. Alcuni appunti sul gioco di Wembanyama | NBA Freestyle
Crollo Spurs, Cuore Knicks
Tante cose da dire. Tante cose già dette. Una serie finale strana. Finora. Più combattuta di quanto dica il 3-1 per New York. Ci sono troppi fattori da valutare. Sarebbe troppo semplicistico imputare l’andamento delle varie partite a pochi episodi o alle prestazioni di questo o quel giocatore. Il talento e la gioventù degli Spurs si stanno scontrando con la solidità e la determinazione dei Knicks. Questo è un dato di fatto. San Antonio viene da sette partite contro un colosso come Oklahoma City e prima ancora aveva assaggiato la dura difesa perimetrale di Minnesota per ben sei gare. New York si è sbarazzata di Cleveland con un 4-0 e ha incrociato le braccia. La stanchezza, la freschezza atletica va considerata. Sì, certo, ma non basta. I Knicks non hanno (quasi) mai sbagliato quando contava, nelle situazioni in cui “questo deve andare dentro oppure sono guai”. Vero, ma c’è dell’altro. Fare quello che ha fatto Fox in gara 4 è stupido perfino nelle serie minori? Si. Non tenti la conclusione in contropiede con un uomo addosso con quei pochi secondi da giocare, se sei in vantaggio. Fai melina, cerchi un fallo, sei un palleggiatore, che diamine! In più, nell’azione successiva fai un fallo tattico che ha solo l’effetto di permettere all’attacco di New York di organizzarsi. Però, come si fa ad arrivare con l’acqua alla gola dopo essere stati avanti anche di 18-19 punti (lasciamo perdere i 29 punti del massimo vantaggio…) a 9 minuti dal termine del quarto quarto? Gli Spurs hanno smesso di eseguire, non hanno saputo gestire bene il ritmo, hanno ribaltato poco il campo, hanno dimenticato di avere un giocatore alto 2.28 che ha un vantaggio enorme nei pressi del canestro contro chiunque. Mancanza di un palleggiatore in grado di dettare i tempi, forse. I Knicks ne hanno approfittato, in casa, con le urla del Madison Square Garden udibili perfino nel Connecticut. Sono stati bravi. E San Antonio ha perso via via ogni certezza. Inesperienza, pressione, certo. Nelle quattro partite di finale, i Knicks hanno segnato 107 punti di media, gli Spurs 105. Brunson e compagni hanno tirato da tre complessivamente con il 37,8%, mentre San Antonio col 34,2%. Dal campo? 43,6% New York e 42,7% San Antonio. Stoppate: 5,5 per gli Spurs e 5 per New York. Sostanzialmente, cifre allineate. La situazione è molto più complessa. Buona gara 5. Può succedere ancora di tutto (è una speranza…).
Che giocatore OG Anunoby
Un fisico michelangiolesco, una solidità estrema, una mano bella come il sole. Tre frasi per descrivere un giocatore che, al momento, nella Grande Mela potrebbe pure camminare sulle acque e nessuno accuserebbe l’Intelligenza Artificiale di aver modificato il video. In gara 4, ha segnato 33 punti con 7 su 9 da tre. Al di là del tap in che può potenzialmente riportare a New York un titolo agognato da troppo tempo, OG Anunoby in queste finali sta giocando un basket spettacolare. Tempismo perfetto. Definirlo un semplice 3&D (tiro da tre e difesa) è riduttivo, a tratti offensivo. Si, il “nuovo” idolo del Madison sta tirando da tre con il 55,6% e quando carica il tiro gli avversari recitano già le proprie preghiere. Si, il giocatore dei Knicks è un difensore eccellente, con mobilità laterale e capacità di reggere i contatti anche contro gente fisicamente imponente. Ma Anunoby sa fare anche altro, come puntare l’uomo in palleggio, virare a centro area e inchiodare a due mani a difesa schierata o riempire le corsie in contropiede come un levriero. Sta segnando 23,8 punti di media, è il secondo realizzatore di New York dopo Jalen Brunson. Un pensierino per l’MVP delle finali, in caso di vittoria Knicks, si può scommettere che lo faranno.
Dylan Harper non trema, mai!
Una gara 4, quella di Harper, con lampi di talento così abbagliante, che Ben Stiller e Timothée Chalamet hanno a un certo punto dovuto indossare occhiali da sole. Ah, sotto gli occhi anche del padre Ron, che ha abbastanza anelli al dito da poter aprire domani una gioielleria in centro a Milano. Forse il suo primo passo potrebbe essere un po’ più esplosivo, e lo stacco da terra non è quello di un Zach LaVine, per dire, ma ha giocato come se nella carta d’identità avesse scritto almeno 26 o 27 anni. E di anni ne ha appena 20. È fortissimo nella parte alta del corpo, gioca con grande personalità, freddezza, sembra non subire per nulla la pressione. Eppure, stiamo parlando delle finali NBA: se giochi a basket più in alto di così non puoi andare. Certo, a tratti, i pochi anni che ha si sono visti in modo lampante, soprattutto al capitolo selezione tiro. Per lui 21 punti con 3 su 6 dal perimetro e la sensazione che sia a un tiro da fuori per essere già un All Star il prossimo anno.
Wembanyama: stanchezza e stupidaggini
Che è un “dominatore dell’universo” è stato detto più volte, è innegabile, così è e così sarà. Però alcuni appunti sul gioco di Wembanyama in gara 4 ha senso fissarli nella mente. Uno: sicuramente ha avuto un calo fisico durante la gara, è stato in campo tanto tempo, è super utilizzato e viene da una traversata playoff non semplice. Due: il francese deve smetterla con i flagrant. Lo aveva fatto contro Gobert, è stato espulso. Lo ha rifatto contro Karl-Anthony Towns. E da quel momento in poi, ha smesso di giocare, si è spento, è calato. Queste sciocchezze contano anche per questi motivi. Deve abbassare i gomiti, controllarsi, non reagire e non cadere nelle provocazioni se vuole diventare un campione. Basta stupidaggini. Tre: Wembanyama si intestardisce troppo sul tiro da fuori. Ha giocato quasi esclusivamente con i movimenti da guardia. Avrebbe dovuto avvicinarsi di più al canestro, soprattutto nella seconda parte della partita in cui era chiaramente fuori ritmo al tiro e in generale in attacco. Inoltre, è stata corretta la scelta di andare in raddoppio su Brunson che doveva prendersi il tiro finale, con nessuno a tagliare fuori Anunoby per il tap in vincente?
Keldon Johnson: sesto uomo in calo
Qualcuno ha visto Keldon Johnson? Si, il sesto uomo dell’anno. Quell’ala che entrava dalla panchina e garantiva punti, difesa, contropiede, personalità. Se qualcuno lo vede, gli dica pure che i playoff sono iniziati da un pezzo e che addirittura c’è una finale in corso, dove la sua squadra si sta giocando il titolo. Clamoroso crollo di prestazioni rispetto alla stagione regolare, in cui aveva segnato 13,2 punti con 5,4 rimbalzi e il 36,3% da tre. In finale, Johnson è sceso a 3,8 punti con 2,5 rimbalzi e il 20% da oltre l’arco. La panchina degli Spurs, considerata lunga, è diventata lo stecco di un ghiacciolo se anche Kornet, che dava respiro a Wembanyama, con 6,5 punti, 6,1 rimbalzi e 1 stoppata a partita in stagione, si è ritrovato a segnare nemmeno un punto di media con 2,3 rimbalzi e zero stoppare. Quando si dice, quando il gioco si fa duro…
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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Cina: espositori a caccia di opportunità alla China-South Asia Expo
La decima edizione della China-South Asia Expo ha attirato partecipanti da 68 Paesi, regioni e organizzazioni internazionali. La fiera funge da importante piattaforma per gli espositori provenienti dall’Asia meridionale e non solo, offrendo loro la possibilità di esplorare nuove opportunità di cooperazione. (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)
Mattarella presente alla cerimonia per il centenario del Circolo del Tennis di Palermo

PALERMO (ITALPRESS) – Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è arrivato al Circolo del Tennis di Palermo per assistere alla cerimonia per i cent’anni dalla fondazione. Insieme a Mattarella, che del club è anche socio onorario, presenti il presidente del Circolo Alessandro Lazzaro, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, e il vicepresidente dalla Fitp, Isidoro Alvisi.
Prima di raggiungere il palco delle celebrazioni, Mattarella e Schifani hanno visitato la mostra ‘Cento volte tennis. 1926-2026’, progetto espositivo a cura di Pietro Airoldi e Laura Barreca in cui vengono celebrati i momenti più significativi della storia del Circolo.
-Foto xd8/Italpress-
(ITALPRESS).
Auto pirata investe due ragazzi, muore 23enne
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Roma, uomo precipita su banchina del fiume Tevere e muore


© RaiNews
Auto pirata investe due ragazzi, muore 23enne
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Cina: due pazienti con paralisi giocano a scacchi tramite BCI
Due pazienti affetti da paralisi in Cina hanno raggiunto un risultato straordinario: hanno disputato una partita di scacchi in diretta a 800 chilometri di distanza, controllando interamente il gioco con la mente attraverso un’interfaccia cervello-computer (BCI). (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)
Usa all’attacco in Venezuela, ucciso il capo del cartello Tren de Aragua

Gli Stati Uniti sono tornati a colpire in Venezuela, quasi sei mesi dopo il raid del 3 gennaio scorso che portò alla cattura dell’ex presidente Nicolas Maduro, attaccando ed eliminando Niño Guerrero, nomme de guerre di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, capo del cartello Tren de Aragua, designato dall’amministrazione di Donald Trump come organizzazione terroristica straniera (Fto) al pari di altri gruppi di “narcoterroristi” e delle organizzazioni jihadiste o radicali.
Chi era il leader di Tren de Aragua
Guerrero era indicato nell’atto di accusa contro Maduro per presunti reati di narcotraffico come complice per compiere operazioni contro gli Stati Uniti ed era ritenuto una figura chiave nel mondo dei narcos latinoamericani. 43 anni, Guerrero era da oltre un decennio protagonsita della vita criminale latinoamericana. Sulla sua testa pendeva una taglia di 5 milioni di dollari dopo che era evaso nel 2023 da un carcere venezuelano, dove era stato rinchiuso a seguito di una condanna a 17 anni di prigione per omicidio, traffico di droga, furto d’identità. Era ricercato anche in Perù e Cile. L’operazione del Southern Command (Southcom) che ha portato alla sua uccisione, secondo quanto riferito dal Pentagono, sarebbe stata compiuta in coordinamento con le autorità venezuelane, come ha riferito il Segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth.
Earlier this week, the @DeptofWar — in full collaboration with Venezuelan security forces — conducted a kinetic strike on a Tren de Aragua (TdA) compound in Venezuela. TdA founder & leader Hector Rusthenford Guerrero Flores, aka “Niño Guerrero,” was confirmed killed during the…
— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) June 13, 2026
Gli Usa espandono l’azione contro i narcos
L’attacco a Guerrero mostra un nuovo capitolo della cooperazione tra il nuovo governo venezuelano di Delcy Rodriguez, che si è sostituita a Maduro mantenendo in larga parte intatta la struttura dello Stato e del regime chavista, e gli Usa dopo l’attacco-shock del 3 gennaio. Rodriguez, indubbiamente, cerca un modus vivendi con l’amministrazione di Donald Trump e ha ottenuto un sollievo temporaneo dalle sanzioni che la colpivano, emesse dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac) del Tesoro di Washington. La presidentessa ha aperto la strada all’ingresso delle compagnie petrolifere occidentali nel settore del greggio, ha rotto i rapporti di fornitura a Cuba, bersaglio dell’assedio politico ed economico americano, e ha ricevuto diversi funzionari statunitensi.
Nel gennaio 2026 John Ratcliffe, direttore della Cia, è giunto a Caracas e ha incontrato Rodriguez e non è da escludere che il suo viaggio possa aver inaugurato una nuova, inedita, fase di cooperazione tra il Venezuela e gli Usa. Rodriguez, poi, in una rotazione ministeriale, ha sostituito il veterano ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, fedelissimo di Maduro e inviso agli Usa, col generale Gustavo Lopez, ritenuto più allineato. Unendo i puntini si può dunque tratteggiare una nuova cooperazione e un sistema di coordinamento Washington-Caracas che sta facendo entrare il Venezuela nel perimetro dello “Scudo delle Americhe”, la coalizione varata a marzo 2026 da Trump con il nome ufficiale di Americas Anti-Cartel Coalition (A3C) e che vede ufficialmente aderire tutti i Paesi guidati da governi filostatunitensi o da leader di destra pro-Trump del continente: Argentina, Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad e Tobago.
La cooperazione Usa-Venezuela
Il Venezuela, a cui non sono state rimosse le sanzioni in maniera definitiva, non partecipa ma la prassi dell’attacco Usa sul suo territorio e del coordinamento sembra andare nella direzione dell’A3C, che prevede la possibilità di coordinare informazioni sensibili e appoggiarsi agli Usa per colpire bersagli legati ai cartelli. Un’alleanza politico-militare, questa, con cui Trump intende dare copertura alla strategia unilaterale di Washington che ha portato a pesanti attacchi alle barche di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, spesso con controversi casi in cui sarebbero stati uccisi civili, all’attacco contro Maduro, ritenuto capo di una rete di narcotrafficanti, ai raid contro i cartelli in Ecuador e, sul piano politico, alla pressione contro il presidente colombiano uscente Gustavo Petro, ritenuto non allineato alla nuova strategia.
Rodriguez sembra concedere mano libera agli Usa, e questo indica la volontà americana di mostrare potere e influenza nell’ex “cortile di casa” della superpotenza. Solo pochi mesi fa un’operazione congiunta anti-cartelli sarebbe sembrata impensabile. Ora è stata realtà. E non è una bella notizia per chi nella regione si trova dall’altra parte della barricata rispetto a Washington. L’aumento del peso delle operazioni parla direttamente a Paesi come Cuba, che potrebbe essere il prossimo bersaglio dell’interventismo militare a stelle e strisce.
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- Finlandia, è pronto il primo deposito nucleare permanente: scorie sepolte nella roccia per 100 mila anni
Finlandia, è pronto il primo deposito nucleare permanente: scorie sepolte nella roccia per 100 mila anni

A Eurajoki, nel Sud-Ovest della Finlandia, il progetto Onkalo è arrivato alla soglia che separa la fase sperimentale dall’avvio operativo vero e proprio. L’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (STUK) è attesa a breve con la valutazione finale che potrebbe autorizzare il primo deposito geologico profondo al mondo destinato allo smaltimento definitivo del combustibile nucleare esaurito. Non si tratta di un passaggio esclusivamente normativo, in quanto da questa decisione dipende l’ingresso in funzione di un’infrastruttura pensata per gestire il materiale più problematico dell’intero ciclo nucleare, quello che resta attivo su scale temporali incompatibili con qualsiasi ciclo industriale o politico.
Il sito è stato realizzato accanto alla centrale di Olkiluoto e si sviluppa fino a circa 430 metri di profondità all’interno di una formazione rocciosa antichissima, stimata in quasi due miliardi di anni. La scelta del contesto geologico è il punto di partenza dell’intero progetto: una massa rocciosa stabile, poco permeabile, considerata adatta a garantire isolamento fisico nel lunghissimo periodo. La costruzione è affidata alla società Posiva e ha richiesto oltre vent’anni di lavori, con un investimento complessivo vicino al miliardo di euro.
Una logica ingegneristica costruita sul tempo lungo
Il funzionamento del deposito segue una sequenza operativa rigidamente controllata: il combustibile esaurito, dopo il raffreddamento iniziale nelle piscine delle centrali, viene trasferito in un impianto di incapsulamento dove è inserito in contenitori di rame progettati per resistere alla corrosione. Da lì inizia la fase sotterranea: i contenitori vengono calati nei tunnel del deposito e collocati in cavità perforate nella roccia, quindi circondati da bentonite, un’argilla che ha la funzione di sigillare lo spazio e rallentare qualsiasi possibile movimento dell’acqua.
Una volta completata la deposizione, le gallerie vengono chiuse con tappi in cemento armato e il sistema viene progressivamente disattivato. Il principio è quello delle barriere multiple: una combinazione di contenimento ingegnerizzato e isolamento geologico che dovrebbe lavorare in parallelo per ridurre al minimo la possibilità di dispersione radioattiva.
Il punto critico non è tanto la singola tecnologia quanto la somma delle sue componenti nel tempo: il progetto si muove su una scala di 100.000 anni, un orizzonte che esce completamente dalla logica delle infrastrutture moderne e che rende il deposito un caso raro anche nella pianificazione energetica globale.
Il tema della sicurezza su scale temporali estreme
La valutazione di STUK si concentra su un insieme di scenari che vanno ben oltre le condizioni operative attuali. Le analisi includono la corrosione dei contenitori in rame, possibili movimenti geologici, variazioni del livello delle acque sotterranee e gli effetti di cicli glaciali futuri. Si tratta di simulazioni che devono tenere insieme variabili fisiche note e incertezze inevitabili legate a tempi così estesi.
Nel quadro tecnico elaborato negli anni, il comportamento della bentonite e la stabilità della roccia sono considerati elementi essenziali per mantenere l’integrità del sistema e anche in presenza di fenomeni esterni, la combinazione tra barriera naturale e barriere artificiali dovrebbe limitare la migrazione delle particelle radioattive. Le valutazioni finlandesi hanno finora ritenuto il progetto compatibile con gli standard nazionali di sicurezza, pur riconoscendo che la questione del rischio su scale plurimillenarie resta per definizione non riducibile a zero.
Posiva ha già completato gran parte dei test operativi, utilizzando anche combustibile simulato per verificare l’intero ciclo di movimentazione e deposito. L’obiettivo operativo indicato è l’avvio tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, subordinato all’ok definitivo dell’autorità di controllo.
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Un modello osservato a livello internazionale
Il caso finlandese ha una portata che va oltre la dimensione nazionale: la gestione delle scorie nucleari è uno dei nodi irrisolti dei programmi atomici civili e tutti i principali Paesi dotati di reattori stanno lavorando da anni a soluzioni di deposito geologico profondo senza però arrivare a una piena operatività. Francia, Svezia, Canada e Stati Uniti hanno sviluppato programmi avanzati, ma nessuno ha ancora attivato un impianto commerciale di questo tipo.
In Finlandia il progetto ha trovato una stabilità politica relativamente rara in questo settore, anche grazie a un sistema regolatorio centralizzato e a un rapporto consolidato tra istituzioni e autorità di sicurezza. Altrove, la localizzazione dei depositi ha spesso generato conflitti politici e opposizioni territoriali, rallentando o bloccando i progetti.
Onkalo si inserisce quindi in un punto di intersezione tra ingegneria, politica energetica e gestione del rischio intergenerazionale. Non è solo un’infrastruttura per il combustibile esaurito finlandese, ma un modello osservato da governi e industrie per verificare se sia possibile trasformare un problema rimasto aperto fin dall’inizio dell’era nucleare in una soluzione strutturale, affidata non alla gestione continua ma alla stabilizzazione nel lungo periodo.
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Mondiali: Yamal al supermercato Walmart, fa la spesa e spinge il carrello
Mogol apre la stagione tra le meraviglie UNESCO di Tivoli a VILLÆstate
L’estate 2026 accende i riflettori su Tivoli e sui suoi tesori più preziosi. Le straordinarie Villa Adriana e Villa d’Este, entrambe riconosciute Patrimonio dell’Umanità UNESCO, si trasformano in un laboratorio culturale a cielo aperto grazie a VILLÆstate 2026, il cartellone che intreccia musica, teatro, letteratura e spettacolo dal vivo in uno dei contesti più suggestivi del Lazio.
A pochi chilometri da Roma, i due complessi monumentali offriranno al pubblico un modo nuovo di vivere il patrimonio storico, non più soltanto come luogo della memoria, ma come spazio vivo e contemporaneo, capace di dialogare con artisti, scrittori e protagonisti della cultura italiana.
Mogol inaugura la rassegna con “Emozioni”
L’appuntamento inaugurale è fissato per il 21 giugno nell’area archeologica di Villa Adriana. Protagonista della serata sarà Mogol, ospite d’onore dello spettacolo “Emozioni – Viaggio tra le canzoni di Battisti Mogol”.
Accanto a lui salirà sul palco Gianmarco Carroccia, accompagnato da un ensemble di musicisti, per ripercorrere alcuni dei brani che hanno segnato la storia della musica italiana. Tra racconti, aneddoti e interpretazioni dal vivo, il pubblico potrà immergersi nell’universo artistico nato dal celebre sodalizio con Lucio Battisti. Nel corso della serata il direttore dell’Istituto, Alberto Samonà, consegnerà inoltre a Mogol il primo Premio Tibur – VILLÆ, riconoscimento destinato a personalità che abbiano contribuito in modo significativo alla crescita culturale del Paese.
Da Pinocchio a Marguerite Yourcenar
Il programma proseguirà per tutta l’estate con appuntamenti dedicati ai grandi temi della cultura italiana. Tra gli eventi più attesi, gli spettacoli ispirati alle celebri Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, il progetto “Eterno Pinocchio” per celebrare il bicentenario di Carlo Collodi e la rassegna teatrale Heroides al Santuario di Ercole Vincitore.
Spazio anche alla musica popolare con Ambrogio Sparagna, all’arte contemporanea e alle letture poetiche di Davide Rondoni dedicate a San Francesco e al Cantico delle Creature.
Per la serata inaugurale gli ultimi posti disponibili potranno essere prenotati online acquistando il biglietto d’ingresso a Villa Adriana. Un’occasione per assistere a uno spettacolo unico, immersi nella bellezza senza tempo di uno dei siti archeologici più affascinanti d’Italia.
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Le nuove leve del “mondo di mezzo” sempre più violente, prepotenti ed efferate e vigliacche
- Un giudice federale riconosce a Blake Lively il rimborso delle spese legali, ma non ulteriori risarcimenti nella controversia relativa al film “It Ends With Us”
Un giudice federale riconosce a Blake Lively il rimborso delle spese legali, ma non ulteriori risarcimenti nella controversia relativa al film “It Ends With Us”
Il giudice Lewis J. Liman ha stabilito venerdì 12 giugno, in una sentenza scritta, che Blake Lively può ottenere il rimborso delle spese legali e dei costi sostenuti per la sua difesa contro la controquerela intentata da Justin Baldoni dopo che lei lo aveva citato in giudizio nel dicembre 2024, in merito al loro film del 2024 “It Ends With Us“.
Lively e Baldoni hanno raggiunto un accordo extragiudiziale il mese scorso, proprio mentre stava per iniziare il processo per le accuse di ritorsione mosse dall’attrice. L’attrice non ha ricevuto denaro dall’accordo, ma le è stato consentito di richiedere il rimborso delle spese legali.
Nella sua sentenza scritta, Liman ha citato una legge californiana volta a proteggere le vittime di molestie sessuali e discriminazioni da cause legali ritorsive intese a intimidire e mettere a tacere le vittime. Il giudice ha affermato che “la legge prevede che il querelante debba pagare le spese legali e i costi del convenuto se una richiesta di risarcimento per diffamazione presentata in risposta a una causa viene respinta, anche se i fatti del caso non sono stati accertati attraverso la raccolta di prove”.
Liman ha affermato che l’unica eccezione sarebbe se Baldoni e la sua casa di produzione, Wayfarer Studios LLC, potessero dimostrare che Lively ha agito con dolo quando lo ha citato in giudizio. Ha affermato che Baldoni e Wayfarer hanno fornito poche prove a sostegno di tale affermazione e nessuna che dimostri che lei abbia agito con dolo. Il giudice ha respinto le sue richieste di triplicare i danni e di ottenere anche danni punitivi ai sensi della legge californiana, affermando che non rientravano nelle “norme procedurali federali attentamente elaborate per proteggere i diritti delle parti“.
Lively e Baldoni hanno raggiunto un accordo extragiudiziale il mese scorso, proprio mentre stava per iniziare il processo relativo alle accuse di ritorsione mosse da Lively. L’attrice non ha ricevuto denaro dall’accordo, ma le è stato consentito di richiedere il rimborso delle spese legali.
In una dichiarazione, gli avvocati di Lively, Michael Gottlieb ed Esra Hudson, hanno interpretato la decisione del giudice come una vittoria, affermando che “il riconoscimento delle spese legali dimostra chiaramente che la signora Lively ha presentato le sue richieste in buona fede, che non vi erano prove di malizia e che è lei la parte vincente“.
Lively aveva accusato Baldoni, insieme alla sua casa di produzione, di molestie sessuali e ritorsioni alla fine del 2024. Ha affermato che l’attore ha orchestrato un tentativo di danneggiare la sua reputazione e credibilità pubblica. Baldoni, che ha diretto il dramma romantico dai toni cupi e ne è stato anche protagonista insieme a Lively, ha negato di averla molestata o di aver orchestrato una campagna diffamatoria. Ha affermato che le accuse sul suo comportamento erano state inventate da Lively nell’ambito di un tentativo di assumere il controllo creativo del film.
Baldoni ha quindi intentato una controcausa, accusando Lively e suo marito, l’attore di “Deadpool” Ryan Reynolds, di diffamazione ed estorsione. Liman ha respinto la controcausa di Baldoni l’anno scorso e poi, alcune settimane fa, ha respinto anche le accuse di molestie sessuali mosse da Lively, affermando che non poteva presentarle in quanto lavoratrice autonoma e non dipendente della produzione.
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Seth Rogen Knows the Secret to Marriage — and Being Rich in Hollywood

© Devin Oktar Yalkin for The New York Times
Semiconduttori, la “Cabina del Nord-Ovest” rafforza il coordinamento industriale
PAVIA (ITALPRESS) – Il Nord-Ovest consolida il proprio ruolo nella strategia europea dei semiconduttori. Nel corso di un incontro all’Università di Pavia Lombardia, Piemonte e Liguria – attraverso i rispettivi assessori allo Sviluppo economico Guido Guidesi, Andrea Tronzano e Alessio Piana – hanno rilanciato il rafforzamento del coordinamento industriale sulle politiche industriali, con focus su microelettronica, industria energetica, aerospazio, logistica e automotive.
fsc/azn
Brasile: il sosia di Neymar scatena il caos in un centro commerciale Usa
Simbolo del partito e Colosseo, tutto pronto per l'assemblea costituente di Futuro Nazionale
Mondiali: Anitta protagonista della cerimonia d'apertura negli Usa
Re: AIS and APRS disappear in menu .
Hi Again.I tried to perform apt remove and again install direwolf but didn't noticed any fix.
Tom Cruise, Paris Hilton, Jamie Foxx: Hollywood va allo stadio per la nazionale Usa
Mondiali 2026, Paraguay-Usa: l’invasione di campo è tutta da ridere
Durante l’incontro Paraguay-Usa ai Mondiali 2026, vinto dagli americani per 4-1, un tifoso di casa ha tentato l’invasione di campo ma poco dopo il salto sul campo da gioco è stato bloccato dalla sicurezza scatenando l’ilarità del pubblico sugli spalti.
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2 rare owl chicks fledge in Hong Kong breeding success

Cina: Tianjin Fashion Week tra moda, cultura, turismo e commercio (3)

TIANJIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcune modelle presentano creazioni del marchio cinese Diyang durante la Tianjin Fashion Week, nella Cina settentrionale, il 12 giugno 2026. La Tianjin Fashion Week si è aperta ieri. Trasformando luoghi simbolo della città in sedi distintive per le sfilate, la settimana della moda di quest’anno punta a promuovere l’integrazione approfondita tra cultura, turismo e commercio.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
- “La sessualità è vissuta in maniera violenta su un sito porno. È più sano che i ragazzi parlino di sesso e affettività a scuola. Mia figlia ha fatto così”: così Luisa Ranieri
“La sessualità è vissuta in maniera violenta su un sito porno. È più sano che i ragazzi parlino di sesso e affettività a scuola. Mia figlia ha fatto così”: così Luisa Ranieri
Luisa Ranieri è stata ospite a piazza Maggiore a Bologna per La Repubblica delle Idee 2026 e oltre a parlare del suo percorso cinematografico e dei prossimi impegni professionali (verrà girata la seconda stagione de “La Preside”), l’attrice – da sempre attenta a ciò che accade nella società- ha posto l’accento sul rapporto che i ragazzi di oggi hanno con Internet e la sessualità.
“Oggi i ragazzi si informano sui telefonini, si informano sui siti dove le informazioni sono portate, comunque la sessualità è vissuta in maniera violenta su un sito porno...Non è una sessualità che può essere tra due giovani che si innamorano e scoprono la sessualità, guardandosi negli occhi”.
“Quindi, secondo me, – ha aggiunto – oggi noi genitori non possiamo entrare in una sfera che è troppo intima dei figli. L’educazione sessuale è importante. Secondo me si devono cercare le cose e invece che andare su Internet è molto più sano parlarne
scientificamente di quello che accade tra due persone. Mia figlia grande l’ha fatto a scuola, non mi sono opposta, penso che sia giusto che loro crescano con i loro strumenti”.
E poi ha concluso: “Sono favorevole all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, è molto più sano parlarne scientificamente che formarsi su telefonini e siti porno”.
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Pichetto, 'su accise attendiamo incontro a Ginevra su possibili firme per Hormuz'
Cina: Tianjin Fashion Week tra moda, cultura, turismo e commercio (2)

TIANJIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Modelli e designer salutano il pubblico durante una sfilata nell’ambito della Tianjin Fashion Week, nella Cina settentrionale, il 12 giugno 2026. La Tianjin Fashion Week si è aperta ieri. Trasformando luoghi simbolo della città in sedi distintive per le sfilate, la settimana della moda di quest’anno punta a promuovere l’integrazione approfondita tra cultura, turismo e commercio.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
Wages Are Falling. Wealth Is Surging. No Wonder Americans Are Unhappy.

© Karsten Moran for The New York Times
Brazilians Revive a World Cup Ritual to Cheer on Their National Team
The Scientific Quest for Perfect World Cup Pitch
With a Deal Seemingly Close, the U.S. Faces an Iran More Willing to Withstand Pressure

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times
With a Deal Seemingly Close, the U.S. Faces an Iran More Willing to Withstand Pressure

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times
Cina: Tianjin Fashion Week tra moda, cultura, turismo e commercio (1)

TIANJIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni modelli presentano creazioni del marchio cinese Diyang durante la Tianjin Fashion Week, nella Cina settentrionale, il 12 giugno 2026. La Tianjin Fashion Week si è aperta ieri. Trasformando luoghi simbolo della città in sedi distintive per le sfilate, la settimana della moda di quest’anno punta a promuovere l’integrazione approfondita tra cultura, turismo e commercio.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
Ebola Comes for Congo’s Most Vulnerable Children
Russia Is Rich in Ballistic Missiles. Ukraine Is Short of Ways to Stop Them.

© Valentyn Ogirenko/Reuters
Russia Is Rich in Ballistic Missiles. Ukraine Is Short of Ways to Stop Them.

© Valentyn Ogirenko/Reuters
Mega I.P.O. Frenzy Could Be a Harbinger of a Stock Bubble

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Cina: investimenti in immobilizzazioni ferroviarie +2,6% nei primi cinque mesi

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Gli investimenti cinesi in immobilizzazioni nel settore ferroviario sono aumentati del 2,6% su base annua nei primi cinque mesi del 2026, mentre il Paese ha continuato a portare avanti la costruzione di linee ferroviarie per sostenere la domanda interna e lo sviluppo regionale, secondo la China State Railway Group Co., Ltd.
Tali investimenti hanno totalizzato 248,5 miliardi di yuan (circa 36,5 miliardi di dollari) nel periodo, ha dichiarato l’operatore ferroviario nazionale.
Nel 2025, la Cina ha registrato investimenti in immobilizzazioni nel settore ferroviario per 901,5 miliardi di yuan e ha messo in funzione 3.109 chilometri di nuove linee ferroviarie, di cui 2.862 di linee ad alta velocità.
Un funzionario della società ha dichiarato che quest’anno diversi progetti ferroviari chiave hanno compiuto progressi sostanziali, con la pianificazione e la costruzione che procedono in modo ordinato, mentre sicurezza, qualità e tempistiche vengono coordinate attentamente.
Il Paese ha costruito la più grande rete ferroviaria ad alta velocità del mondo. Alla fine del 2025, la lunghezza totale delle linee ferroviarie operative del Paese aveva raggiunto i 165.000 chilometri, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità.
Secondo la società, la lunghezza operativa della rete ferroviaria nazionale dovrebbe raggiungere i 180.000 chilometri entro il 2030, di cui circa 60.000 chilometri di linee ad alta velocità.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
The best VPN routers of 2026: Expert tested and reviewed
Despite US Help, Little Oil Has Gone Through Strait of Hormuz

© Reuters
Visa is handling AI-prompted transactions for OpenAI - but can you trust it?
I usually avoid on-ear headphones, but Marshall has me seriously reconsidering
At the Canadian Screen Awards, the Industry Steps Outside Hollywood’s Shadow

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Phone battery draining fast? Malware is one of 8 possible factors - how to tell for sure
Trump Is Losing Ground With White Working-Class Voters on the Economy

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How Sergio Gor Is Transforming the Role of U.S. Ambassador in the Trump Era

© Saumya Khandelwal for The New York Times
Olivia Cooke of ‘House of the Dragon’ Shares Her Comfort Items

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capture 12 giugno 2026 04 11 30
NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011
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David Hockney and the Bliss of Not Standing Still
Pichetto “Tempi del nucleare in Italia? Dico 2033-2034”

ROMA (ITALPRESS) – “I tempi per il nucleare in Italia? “dico 2033-2034, questo vuol dire che come governo stiamo davvero lavorando per il futuro, per creare la condizione per un futuro migliore per i nostri ragazzi, decidendo se rimanere in un paese ricco o fare la decrescita felice”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo al “Forum in Masseria”. “La scelta è politica, perchè è per il paese, per il futuro ed è quella di integrare i nostri sistemi di produzione, di energia, che sono molto dipendenti dall’estero, con una nuova fonte di produzione, quindi non è una sostituzione, ma un’integrazione” ha aggiunto il ministro dell’Ambiente “la tempistica? Abbiamo iniziato due anni fa con un’analisi approfondita, utilizzando quella che è un enorme risorsa nazionale, ricordo che siamo dopo la Francia, a livello europeo, il paese che a livello di competenze e come industria, come manifattura, che sta fornendo a tutto il mondo tecnologie e competenze, cervelli. Su questo settore abbiamo presentato un disegno di legge che ha avuto l’approvazione della Camera, adesso in questi questo mese e mezzo, dovrebbe essere convertito, diventando legge dello Stato, e poi c’è un impegno mio, del governo, della presidente del Consiglio Meloni di dare seguito al completamento del quadro normativo, con il quale che vengono definite, essendo materia molto tecnica, i decreti attuativi”. Pichetto Fratin ha ricordato che “i tempi dipendono dalle condizioni della ricerca, della sperimentazione, dalle tecnologie disponibili, dove abbiamo una parte rilevante come imprese del nostro paese”.
foto: IPA Agency
(ITALPRESS).
I mille e uno volti di Barbara d’Urso
L’immortalità, quella che da sempre l’uomo rincorre attraverso la scienza, sembra appartenere soltanto ai divi e alle divine della nostra amata televisione. Ci sono personaggi che nascono, crescono e, metaforicamente, “muoiono” davanti alle telecamere, occupando uno spazio più che speciale nel cuore dei telespettatori. Entrano nelle nostre case ogni giorno e, con il passare degli anni, quei volti finiscono per diventare quasi dei veri e propri membri della famiglia. Barbara d’Urso, l’ex wonder woman di Cologno Monzese, è stata senza dubbio una di loro. Per decenni ha incarnato un modo ben preciso di fare televisione: popolare, immediato, emotivo, capace di mescolare cronaca, spettacolo e quel benamato varietà che non passa mai di moda.
Il lungo addio a Mediaset e le occasioni sfumate
Oggi, però, dopo l’uscita da Mediaset, la regina che dominava i palinsesti vive una stagione completamente diversa. Il suo nome, pur essendo spesso accostato a nuovi progetti, a possibili ritorni e a clamorose avventure televisive, finisce quasi sempre per perdersi nel nulla. Puntualmente qualcosa cambia e le opportunità sfumano. È come se Barbara d’Urso fosse diventata un personaggio in cerca d’autore, proprio lei che negli ultimi quindici anni è stata la creatrice e l’artefice di tanti personaggi televisivi.
Una professionista che ha fatto della televisione la sua vita
Eppure sarebbe ingiusto ridurre la sua storia a quella di una conduttrice in difficoltà. Barbara d’Urso è una stakanovista, una professionista preparata che ha costruito la sua carriera con il lavoro e con una dedizione quasi assoluta. Ha condotto in diretta programmi di intrattenimento, talk show, reality e contenitori pomeridiani, trasformandosi in una vera e propria mattatrice della televisione italiana. Il suo stile può piacere o meno, ma è difficile negare che abbia saputo cavalcare il piccolo schermo come poche altre. Se da una parte c’è chi ritiene che il suo ciclo televisivo si sia concluso naturalmente, dall’altra c’è chi pensa che la lunga e complessa diatriba con Mediaset, tra dichiarazioni pubbliche e questioni legali, abbia inevitabilmente segnato la fine di un’epoca.
In mezzo c’è lei, che continua a difendere il proprio percorso professionale e il lavoro di una vita intera.
Anche il capitolo legato a Ballando con le Stelle ha raccontato molto di questa fase. Barbara d’Urso torna ciclicamente al centro dell’attenzione, accende la curiosità del pubblico e poi scompare, lasciando dietro di sé la sensazione di un’occasione mancata.
La fragilità del successo e il desiderio di rinascita
Forse il punto è proprio questo. La televisione cambia troppo velocemente e, troppo spesso, dimentica con la stessa rapidità con cui consacra i suoi protagonisti. Un giorno sei la regina degli ascolti, il giorno dopo sembri non esistere più. È successo a molti e Barbara d’Urso non fa eccezione. La differenza è che il suo personaggio è stato così grande da rendere ancora più evidente il contrasto tra il prima e il dopo.
Quello che oggi resta, e che a molti dispiace, è l’ombra di un passato glorioso, che si contrappone alla voglia di vederla rinascere.
I mille e uno volti di Barbara d’Urso, in fondo, raccontano anche questo: la fragilità del successo, la velocità con cui cambia il mondo dello spettacolo e la forza necessaria per non arrendersi quando i riflettori si abbassano. Ed è forse questa la sua sfida più importante: non tornare semplicemente in televisione, ma trovare una nuova dimensione capace di valorizzare l’esperienza, il carattere e la determinazione che l’hanno resa, nel bene e nel male, una delle protagoniste assolute della televisione italiana.
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Cina: rinnovabili soddisfano intero aumento di domanda elettrica nel 2025

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina ha raggiunto nel 2025 un traguardo climatico storico, con le energie rinnovabili aggiuntive che hanno coperto interamente il crescente fabbisogno energetico del Paese. È la prima volta che la sola energia verde soddisfa tutta la domanda aggiuntiva di energia generata dalla crescita economica, secondo un rapporto pubblicato ieri.
La capacità di generazione di energia rinnovabile di nuova installazione in Cina ha raggiunto lo scorso anno un altro record, rappresentando oltre il 60% delle nuove installazioni a livello globale, secondo il China Renewable Energy Development Report.
Il rapporto prevede che il Paese aggiunga nel 2026 circa 300 gigawatt di nuova capacità eolica e solare, con le rinnovabili che continueranno a guidare la transizione energetica verde e a basse emissioni di carbonio del Paese.
La capacità installata di energia rinnovabile della Cina ha superato i 2.337 gigawatt nel 2025, mentre le rinnovabili hanno rappresentato l’82,7% della capacità elettrica di nuova installazione, secondo il rapporto.
La capacità installata distribuita di fotovoltaico solare di nuova installazione ha superato i 100 gigawatt per il secondo anno consecutivo, accompagnata da un netto miglioramento del consumo da parte delle reti elettriche regionali e dell’utilizzo di energia pulita.
La produzione di energia elettrica della Cina da fonti rinnovabili ha raggiunto nel 2025 circa 4.000 miliardi di chilowattora, superando il consumo elettrico complessivo dei 27 Stati membri dell’Unione europea, pari a circa 3.800 miliardi di chilowattora, secondo l’Amministrazione nazionale dell’energia.
La Cina ha costruito il più grande sistema di energie rinnovabili al mondo, impegnandosi ad accelerare a tutto campo la transizione verde.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
Cina rafforzerà sostegno a partenariati est-ovest per sviluppo più equilibrato
PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina continuerà a ottimizzare la collaborazione e il programma di assistenza al partenariato tra le sue regioni orientali e occidentali, garantendo la piena copertura del programma, ha dichiarato giovedì un funzionario durante una conferenza stampa.
Da tre decenni, il Paese porta avanti questo programma, un’iniziativa che abbina province e municipalità orientali più prospere con regioni occidentali meno sviluppate, fornendo sostegno finanziario, tecnico e in termini di risorse umane per promuovere uno sviluppo nazionale più equilibrato.
Dal suo avvio nel 1996, questa partnership interregionale ha svolto un ruolo fondamentale nel successo del Paese nella lotta contro la povertà, oltre che nel consolidamento e nell’espansione dei risultati ottenuti, secondo Maierdan Mugaiti, vice ministro dell’Agricoltura e degli Affari Rurali.
Attraverso il programma, tra il 2021 e il 2025 le imprese sono state incoraggiate a investire oltre 750 miliardi di yuan (circa 110 miliardi di dollari) nelle regioni occidentali, favorendo lo sviluppo di cluster industriali locali, secondo il ministero.
Il programma ha inoltre contribuito a sostenere l’occupazione, favorendo l’impiego di oltre 5 milioni di lavoratori rurali provenienti dalle regioni occidentali nello stesso periodo.
Le regioni orientali hanno anche aumentato gli acquisti di prodotti agricoli tipici provenienti dalle regioni occidentali: nel periodo, le aree partner orientali hanno acquistato o sostenuto la vendita di prodotti agricoli dalle regioni occidentali per un valore di quasi 570 miliardi di yuan.
Guardando al futuro, il vice ministro ha osservato che il ministero manterrà la stabilità complessiva delle politiche e un sostegno costante. Ha aggiunto che sarà posta maggiore enfasi sulla valorizzazione dei punti di forza complementari delle diverse regioni per favorire uno sviluppo condiviso, fornendo un solido supporto al consolidamento e all’ampliamento dei risultati ottenuti nella lotta alla povertà, promuovendo l’avanzamento della rivitalizzazione rurale a tutto campo e uno sviluppo regionale coordinato.
(ITALPRESS).
Cnn, 'Iran ha sepolto l'uranio, difficile raggiungerlo anche per loro'
“Planetario” a S. Casciano Val di Pesa, lunedì 15 la presentazione del programma
Leapmotor B05, autonomia e prezzo per cambiare il mercato
Leapmotor B05 debutta su strada in Europa con prezzi aggressivi, fino a 482 km WLTP e sviluppo tecnico con Stellantis.
La nuova Leapmotor B05 arriva su strada in Europa con un obiettivo chiaro: portare nel segmento C elettrico una berlina compatta dal prezzo aggressivo, con tecnologia avanzata e una messa a punto pensata per i gusti dei clienti europei. Il debutto dinamico nel Media Drive internazionale in Germania non è quindi solo una prova prodotto, ma un passaggio strategico per Leapmotor e per Stellantis, che attraverso la partnership con il marchio cinese punta a presidiare una fascia di mercato sempre più competitiva: quella delle auto elettriche accessibili, dove prezzo, autonomia, software e qualità percepita stanno diventando decisivi.
La B05 è il primo modello Leapmotor con una vocazione più sportiva e una progettazione orientata esplicitamente al mercato europeo. La scelta di presentarla sulle strade del Rheingau, tra percorsi collinari, tratti lungo il Reno e attraversamenti urbani, serve a mettere in evidenza la doppia funzione dell’auto: essere abbastanza reattiva per chi cerca piacere di guida, ma anche sufficientemente confortevole per l’uso quotidiano. È un equilibrio non banale, perché molti modelli elettrici di nuova generazione devono convincere clienti abituati alle compatte termiche europee, ancora molto forti sul piano dinamico e della fruibilità.
Il dato più rilevante è il posizionamento economico. In Italia, la Leapmotor B05 parte da 26.900 euro di listino, ma con la promozione di lancio il prezzo della versione 56,2 kWh Life scende a 22.900 euro, grazie a un contributo di 3.000 euro e a un ulteriore bonus di 1.000 euro in caso di permuta o rottamazione. La versione 67,1 kWh Life viene proposta a 25.400 euro, mentre la 67,1 kWh Design arriva a 26.900 euro. A completare l’offerta c’è un finanziamento con TAN 4,99%, pensato per sostenere il lancio commerciale.
Per il mercato europeo, questa è una soglia importante. Il segmento delle elettriche compatte resta frenato dal prezzo, soprattutto per i clienti privati. Leapmotor prova a inserirsi in questo spazio con un prodotto che promette autonomia fino a 482 km WLTP, ricarica rapida e dotazioni digitali estese, spingendo sulla leva del rapporto tra contenuti e costo. È una strategia che può mettere pressione non solo ai marchi generalisti europei, ma anche agli altri costruttori cinesi che stanno cercando spazio nel continente.
Sul piano tecnico, la B05 adotta un’architettura Cell-to-Chassis, che integra la batteria nella struttura del veicolo. Questa soluzione consente di migliorare rigidità, efficienza e sfruttamento degli spazi interni, tre elementi centrali nell’evoluzione delle piattaforme elettriche. La gamma prevede due batterie: una da 56,2 kWh, con autonomia dichiarata fino a 401 km WLTP, e una da 67,1 kWh, capace di arrivare fino a 482 km WLTP. La ricarica rapida fino a 168 kW permette di passare dal 30 all’80% in circa 17 minuti, un valore competitivo per la categoria.
La messa a punto del telaio è uno degli aspetti più significativi del progetto. La B05 è stata sviluppata con il contributo del team globale chassis di Stellantis, elemento che chiarisce il ruolo industriale dell’alleanza. Non si tratta soltanto di distribuire in Europa un prodotto cinese, ma di adattarlo alle aspettative locali in termini di comfort, precisione, stabilità e comportamento stradale. La configurazione a trazione posteriore, la distribuzione dei pesi 50:50, le sospensioni anteriori McPherson e il retrotreno multilink indicano una scelta tecnica orientata a dare alla vettura un carattere più dinamico rispetto alla media delle elettriche compatte.
Il motore elettrico eroga fino a 218 CV e 240 Nm di coppia, con accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,7 secondi e funzione Launch Control. Sono numeri che non trasformano la B05 in una sportiva pura, ma le consentono di proporsi come alternativa più brillante rispetto a molte compatte elettriche pensate quasi esclusivamente per la razionalità. Il design segue la stessa impostazione: silhouette da coupé, porte senza cornice, maniglie integrate, firma luminosa a lama, cerchi aerodinamici da 19 pollici e coefficiente di resistenza aerodinamica pari a 0,26.
L’abitacolo punta su digitalizzazione e comfort. La plancia integra un display centrale da 14,6 pollici e un quadro strumenti digitale da 8,8 pollici, con piattaforma software Leapmotor, Apple CarPlay e Android Auto. La Leapmotor App permette di gestire da remoto climatizzazione, ricarica, stato del veicolo e chiave digitale. Materiali come l’eco-pelle conforme agli standard OEKO-TEX, sedili riscaldati, tetto panoramico e soluzioni di stivaggio confermano la volontà di alzare la qualità percepita, un aspetto fondamentale per convincere il pubblico europeo.
Anche la sicurezza diventa parte del posizionamento. La B05 offre 21 funzioni ADAS, supportate da 14 sensori e telecamere, una struttura ad alta resistenza e 7 airbag. La rigidità torsionale dichiarata di 34.500 Nm/° contribuisce sia alla protezione passiva sia alla qualità dinamica. In un mercato dove la fiducia verso nuovi marchi resta un fattore decisivo, la dotazione di assistenza alla guida e sicurezza può incidere sulla percezione del prodotto quanto autonomia e prezzo.
La B05 si rivolge soprattutto a clienti urbani e giovani, attenti a design, tecnologia e costi di gestione, ma il suo significato va oltre il target dichiarato. Per Leapmotor è un passaggio di crescita internazionale; per Stellantis è un banco di prova della strategia con cui affrontare la concorrenza cinese non solo difendendosi, ma integrando prodotto, rete e competenze tecniche. La vera sfida sarà trasformare un prezzo competitivo in volumi reali, costruendo fiducia su assistenza, valore residuo, software e disponibilità della rete.
In questo senso, la Leapmotor B05 è uno dei modelli da osservare nel 2026. Non perché risolva da sola il problema dell’accessibilità elettrica, ma perché mostra una direzione precisa: l’auto elettrica europea del prossimo ciclo dovrà essere più conveniente, tecnologica e adattata alle esigenze locali. Chi riuscirà a combinare questi elementi avrà un vantaggio competitivo rilevante. Leapmotor prova a farlo partendo da un prodotto concreto, con numeri aggressivi e un posizionamento studiato per entrare nel cuore del mercato.
Scheda
Modello: Leapmotor B05
Segmento: berlina compatta elettrica di segmento C
Mercato di riferimento: Europa, con lancio anche in Italia
Prezzo Italia: da 26.900 euro di listino
Prezzo lancio B05 56,2 kWh Life: 22.900 euro
Batterie: 56,2 kWh e 67,1 kWh
Autonomia: fino a 401 km WLTP e 482 km WLTP
Ricarica rapida: fino a 168 kW, dal 30 all’80% in circa 17 minuti
Potenza: fino a 218 CV
Coppia: 240 Nm
Accelerazione 0-100 km/h: 6,7 secondi
Trazione: posteriore
Assetto: McPherson anteriore, multilink posteriore
ADAS: 21 funzioni, 14 sensori e telecamere
Piattaforma batteria: Cell-to-Chassis
Partnership tecnica: sviluppo chassis con contributo del team globale Stellantis
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Kennedy Center Begins Removing Trump’s Name From Facade

© Pete Kiehart for The New York Times
- Ascolti tv, Rai1 domina con i Mondiali 2026: Quarto Grado assapora (per ora) l’assenza di Ore 14 sera
Ascolti tv, Rai1 domina con i Mondiali 2026: Quarto Grado assapora (per ora) l’assenza di Ore 14 sera
Ascolti tv 12 giugno 2026: Rai1 batte tutti con i Mondiali 2026. Quarto Grado sale all’11% di share, in attesa del ritorno di Ore 14 Sera
Nel prime time Rai1 ha trasmesso la telecronaca diretta dell’incontro di calcio Canada-Bosnia valevole per i Mondiali 2026 che ha totalizzato una media di 4.097.000 telespettatori ed il 24,8% di share.
Su Rai2 il telefilm Noi ha fatto registrare una media di 714.000 telespettatori ed il 4,8% di share.
Su Rai3 il lungometraggio La principessa Sissi ha ottenuto una media di 857.000 telespettatori ed il 5,3% di share.
Su Canale 5 la telenovela L’erede ha ottenuto una media di 1.287.000 telespettatori pari al 12,1% di share.
Su Italia 1 il film I predatori dell’arca perduta ha totalizzato una media di 575.000 telespettatori ed il 4,2% di share.
Su Rete 4 Quarto Grado ha fatto registrare una media di 1.240.000 teste e l’11% di share, quindi il varietà Propaganda live su La7 ha portato a casa una media di 824.000 telespettatori ed il 6,9% di share.
Su Tv8 il telefilm I delitti del BarLume ha ottenuto una media di 206.000 telespettatori e l’1,9% di share.
Sul Nove il varietà I migliori fratelli di Crozza ha totalizzato una media di 310.000 telespettatori ed il 2,6% di share.
Ascolti tv 12 giugno per l’access prime time
Per quel che riguarda l’access time su Canale 5 il quiz La Ruota della Fortuna ha totalizzato una media di 4.735.000 telespettatori ed il 27,5% di share. Caro Presidente ti racconto con 3.464.000 ed il 20,4% di share.
Nell’analisi minuto per minuto della serata vediamo al comando la curva del Tg1 che parte attorno al 20% per poi salire gradualmente e chiudere al 24% e con la curva del Tg5 che scorre fin verso la soglia del 23% di share in crescendo. La curva del Tg La7 tocca il 9% di share.
Nell’access time vediamo in testa la curva della Ruota della fortuna, che vola fino al 31% di share, in calo con Caro Presidente ti racconto e con la curva dei Mondiali 2026 su Rai1 ferma sulla soglia del 25% di share. Abbiamo poi la curva di La7 con Otto e mezzo al 9% di share, seguita dalla curva di Un posto al sole ferma attorno all’8% di share.
Passando al prime time vediamo in testa per tutto il periodo la curva dell’incontro di calcio Canada-Bosnia per i Mondiali 2026 fino al 27% di share. Seguono quasi appaiate le curve di Canale 5 e Rete 4 con L’erede e Quarto grado nei pressi della soglia del 10% di share o poco sopra.
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Carrarese, ufficiale il rinnovo di Niccolò Belloni fino al 2027
CARRARA – La Carrarese ha ufficializzato il prolungamento del contratto di Niccolò Belloni. L’esterno classe 1994 continuerà a vestire la maglia del club toscano almeno fino al 30 giugno 2027. L’intesa raggiunta tra la società e il giocatore include inoltre una clausola che prevede la possibilità di un’ulteriore estensione dell’accordo fino al 30 giugno 2028, subordinata al verificarsi di specifiche condizioni.
Il giocatore ha finora totalizzato 88 presenze con la squadra azzurra. Nel corso della sua esperienza a Carrara, ha preso parte alla promozione in Serie B ottenuta nella stagione 2023-2024 e ha contribuito al raggiungimento della salvezza nei due campionati successivi disputati nella serie cadetta.
Il rinnovo del calciatore si inserisce nel quadro delle attuali operazioni societarie, che fanno seguito a un altro movimento ufficiale formalizzato pochi giorni fa: la rescissione consensuale del contratto con l’ormai ex allenatore Antonio Calabro.
A margine della firma, sono arrivate le dichiarazioni del calciatore: “Sono molto felice di questa firma e ci tengo a ringraziare la società per la fiducia. A Carrara sto vivendo un’esperienza fantastica e credo ci siano ancora tanti obiettivi che possiamo raggiungere insieme, è per questa ragione che il mio rinnovo è stato voluto fortemente da entrambe le parti. Adesso è il momento di recuperare le giuste energie, sia fisiche che mentali, ma dall’altra parte non vedo l’ora di tornare a lavorare con la squadra per preparare la stagione che verrà. Colgo l’occasione per mandare un saluto speciale ai tifosi azzurri: non vedo l’ora di rivedervi”.
Davide Caruso

RC Auto Under 26: ecco quanto costa nel 2026 e come spendere meno
Punta una pistola al professore in classe nel Modenese
Dopo 24 anni è vigilia Mondiale per la Turchia, Montella: “Emozionati e fiduciosi”

VANCOUVER (CANADA) (ITALPRESS) – “Alla vigilia di un’attesa lunga 24 anni, siamo emozionati e fiduciosi, conosciamo le insidie che possono esserci. Siamo in un girone molto equilibrato, sarà il campo a dare le risposte, ma tutte e 4 possono ambire ai sedicesimi”. In poche parole Vincenzo Montella mette in mostra lo stato d’animo della sua Turchia e analizza il girone D che si è aperto nella notte italiana con la netta vittoria degli Usa sul Paraguay. La sua nazionale debutterà a Vancouver contro l‘Australia, in un match in programma alle 6 italiane di domenica mattina, una partita difficile con l’ex “aeroplanino” che avrà a disposizione Çalhanoglu e Yildiz, anche se non al top dopo i rispettivi infortuni.
“Negli ultimi mesi hanno giocato poco per qualche problema fisico, non so che tenuta potranno avere”, dice Montella che non ne farà a meno e che al suo fianco, in conferenza stampa, ha il centrocampista dell’Inter, concentrato sui “Socceroos”. “Sappiamo che è una squadra fisica, con giocatori alti e robusti e quindi forti e pericolosi sui calci d’angolo e sui calci di punizione. Detto questo penso che domineremo la partita perché abbiamo più qualità e più talento, vedremo cosa succederà”, dice un Çalhanoglu molto ottimista.
Più cauto del suo capitano, invece, il ct turco. “Penso che sia un girone davvero equilibrato e tutte e quattro le squadre possono superare la fase a gironi. Onestamente non credo che nessuna squadra sia più forte o più debole delle altre”, frena Montella, da tre anni alla guida di una nazione che descrive come “incredibilmente appassionata” e che aspetta dal 2002 le emozioni del Mondiale dopo il terzo posto ottenuto nell’edizione di Corea del Sud e Giappone.
“La Coppa del mondo è qualcosa che aspettiamo da 24 anni. C’è tanta emozione e fiducia nel fatto che ora faremo bene. Siamo consapevoli della sfida che ci attende, ma vogliamo godercela e fare in modo che la nazione sia orgogliosa di noi. Sento questa responsabilità e so che dobbiamo dare il massimo. La sento ancora di più perché per me questo Paese è come una seconda casa e la mia passione per la squadra è totale”, garantisce Montella che ringrazia i tifosi per il sostegno assicurato anche in Canada. “Ci sentiamo davvero a casa con tutti i tifosi che si sono radunati fuori dall’hotel per augurarci buona fortuna, sappiamo che in tutto il Paese c’è una passione enorme per questa Nazionale”.
“Anche la squadra riflette questi valori: i ragazzi sono coraggiosi e giocano con orgoglio ed entusiasmo. Certo, la gente può essere orgogliosa del fatto che siamo qui dopo 24 anni, ma dobbiamo evitare di pensare a tutte queste cose – prosegue Montella -. Ora dobbiamo concentrarci sull’essere ben equilibrati ed evitare di essere troppo frenetici, per giocare con coraggio, passione e mostrare i valori morali che rappresentano il nostro Paese”.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
Cina: a IIICF di Macao focus su infrastrutture green e digitali (3)

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Delle persone visitano la 17esima edizione dell’International Infrastructure Investment and Construction Forum and Exhibition (IIICF) a Macao, nella Cina meridionale, l’11 giugno 2026. L’evento ha tenuto la cerimonia di apertura nella regione amministrativa speciale (SAR) cinese di Macao, con un focus sulla connettività delle infrastrutture verdi e digitali. A tema “Promuovere la connettività delle infrastrutture verdi e digitali”, l’IIICF di quest’anno si concentra sulle più recenti applicazioni e pratiche delle tecnologie verdi e digitali-intelligenti nel settore delle infrastrutture.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
Cina: a IIICF di Macao focus su infrastrutture green e digitali (2)

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Delle persone visitano la 17esima edizione dell’International Infrastructure Investment and Construction Forum and Exhibition (IIICF) a Macao, nella Cina meridionale, l’11 giugno 2026. L’evento ha tenuto la cerimonia di apertura nella regione amministrativa speciale (SAR) cinese di Macao, con un focus sulla connettività delle infrastrutture verdi e digitali. A tema “Promuovere la connettività delle infrastrutture verdi e digitali”, l’IIICF di quest’anno si concentra sulle più recenti applicazioni e pratiche delle tecnologie verdi e digitali-intelligenti nel settore delle infrastrutture.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
Cina: a IIICF di Macao focus su infrastrutture green e digitali (1)

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Delle persone visitano la 17esima edizione dell’International Infrastructure Investment and Construction Forum and Exhibition (IIICF) a Macao, nella Cina meridionale, l’11 giugno 2026. L’evento ha tenuto la cerimonia di apertura nella regione amministrativa speciale (SAR) cinese di Macao, con un focus sulla connettività delle infrastrutture verdi e digitali. A tema “Promuovere la connettività delle infrastrutture verdi e digitali”, l’IIICF di quest’anno si concentra sulle più recenti applicazioni e pratiche delle tecnologie verdi e digitali-intelligenti nel settore delle infrastrutture.
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Madre Terra – Mediterraneo da remare 2026 “Target 30×30”
ROMA (ITALPRESS)- XVI edizione di “Mediterraneo da remare #PlasticFree #NoLitter – 30×30 Target by 2030“. L’evento di lancio è previsto a Roma, lunedì 15 giugno, ore 16:00, Sala Marconi del CNR, in diretta streaming su Radio Radicale. La campagna è promossa da Fondazione UniVerde in collaborazione con Fondazione Marevivo, l’adesione del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera e, da quest’anno, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con il prestigioso patrocinio internazionale di UNEP/MAP. Tra i media partner dell’evento l’agenzia Italpress.
sat/mrv
Monza, spaccio di droga sintetica: arrestato un 31enne

MONZA (ITALPRESS) – La Polizia di Stato di Monza e della Brianza ha arrestato in flagranza un 31enne italiano con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è stata condotta dagli agenti della Squadra Mobile nell’ambito di un’attività info-investigativa su un presunto giro di spaccio in un appartamento di via Melette di Gallio, segnalato per un insolito via vai di persone anche nelle ore diurne.
Durante un servizio di osservazione, l’uomo è stato notato mentre sostava nei pressi di un’autovettura con atteggiamento sospetto. Poco prima del controllo, avrebbe tentato di disfarsi di un porta banconote contenente 4 dosi di droga sintetica, risultata MDPV, e 540 euro in contanti.
La successiva perquisizione domiciliare ha portato al rinvenimento di altre 6 dosi della stessa sostanza e di un bilancino di precisione, per un totale di circa 13 grammi di stupefacente sequestrato. Il 31enne è stato arrestato e, all’esito dell’udienza di convalida, il Tribunale di Monza ha disposto nei suoi confronti l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, in attesa del prosieguo del procedimento.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).
Ferrovia Porretta-Pt, dal 14 giugno nuovi orari: più coincidenze, tempi di viaggio ridotti
Le variazioni frutto del lavoro condiviso tra le Regioni Toscana e Emilia-Romagna, Trenitalia e Rete ferroviaria italiana. I presidenti Giani e de Pascale: “Accolte le istanze espresse dai territori, migliorando efficienza del servizio e qualità dei collegamenti”
Le immagini del colpo bloccato sul nascere dai Carabinieri

Has There Ever Been a Crazier Sports Moment for New York? Actually, Yes.

© Barton Silverman/The New York Times
L'humanitas come forza rivoluzionaria: il Papa contro le mafie


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Migliori zaini per le vostre vacanze low cost (Ryanair, WizzAir)
Israele lancia attacchi aerei contro il sud del Libano
Livermore al San Carlo: “Affascinato da Adriana, una donna solache cerca la verità”
- Elezioni Perù, il Paese è spaccato: la figlia di Fujimori avanti di meno di un punto percentuale. L’ultima parola alla Giuria speciale
Elezioni Perù, il Paese è spaccato: la figlia di Fujimori avanti di meno di un punto percentuale. L’ultima parola alla Giuria speciale
Lotta in Perù, fino all’ultimo voto. Ci è voluta una settimana per passare al setaccio gli ultimi 3mila verbali, provenienti dalle zone rurali e dall’estero. Il Perù resta tuttavia spaccato, anche nella geografia del voto. Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore e candidata ultraconservatrice, risulta eletta con il 50,012% dei voti, mentre il progressista Roberto Sánchez è arrivato secondo, con il 49,988%. La differenza è minima: meno di un punto percentuale, 4.519 voti.
I voti di Fujimori sono quasi tutti a Lima e nel Settentrione del Paese, dove si sogna uno Stato onnipresente – la famigerata “mano dura” – in termini di sicurezza, ma assente in economia. Altra linea di divisione importante riguarda lo scontro Usa-Cina, che si contendono i porti del Paese a suon di investimenti (anche militari, nel caso di Washington). Sánchez ha invece vinto a Sud, nelle regioni più povere del Paese, tra la gente delle Ande, di solito disprezzata nei grandi centri urbani.
Ora tocca alla giuria speciale
Ma per la proclamazione si dovrà ancora attendere, probabilmente metà luglio. I verbali, registrati dall’Onpe, l’autorità elettorale, saranno messi al setaccio dalla Giuria elettorale speciale: entità tenuta a verificare, entro trenta giorni, eventuali impugnazioni e irregolarità. In bilico oltre mille verbali, secondo lo stesso Onpe. “Si tratta di un processo nuovo, introdotto di recente, e consiste nel riconteggio dei voti”, spiega ai media la portavoce della Giuria, Grecia Reintería. L’invenzione è nata a seguito degli scandali e irregolarità che hanno travolto l’Onpe dopo il primo turno, con denunce su presunti favoritismi e contratti milionari. Dieci funzionari sono tuttora sotto inchiesta mentre Piero Corvetto, l’allora presidente dell’Onpe, è stato spinto alle dimissioni. La fiducia sull’ente è ai minimi. A tal punto che, alla chiusura dei seggi, l’Onpe ha voluto subito rassicurare gli elettori: “Niente brogli“. Almeno stavolta.
L’ombra di Fujimori e le ferite mai rimarginate
La frattura è profonda. E va oltre la singola puntata elettorale. Pesa, appunto, l’ombra dell’ex dittatore Alberto Fujimori (1938-2024) che, un po’ alla Kronos, ha divorato una generazione di politici e i tre poteri dello Stato, usando il pretesto dell’autogolpe perpetrato nel 1992. In seguito Fujimori è stato condannato a 25 anni nel 2009, ma la sua figura è stata riabilitata da un’assidua propaganda sostenuta dalle élites del Paese. “C’erano migliaia di persone ai suoi funerali“, ricorda il politologo Gonzalo Banda, ricercatore all’University College London, sottolineando che a Lima e nel Perù settentrionale “c’è un fujimorismo che resiste, con una base sociale e politica molto grande”.
Invece, nelle regioni meridionali – specie ad Apurimac e Ayacucho, dove Sánchez ha preso circa l’80% – brucia ancora la ferita lasciata dalla deposizione del presidente di sinistra Pedro Castillo, previa mozione di censura del Parlamento e scontri sociali che lasciarono decine di morti da quelle parti. Manca però un confronto autentico. “Qui si ricorre a ogni forma di discriminazione al fine di squalificare chi non vota diversamente”, dice l’analista Ana María Torres. Già in passato l’ex candidato ultraconservatore Rafael López Aliaga, chiamò quell’elettorato “gente spazzatura” e, alle elezioni precedenti, la stessa Keiko Fujimori chiese l’annullamento di alcuni verbali provenienti da sud, perché “inattendibili“. Si arrivò anche a dire – parole dell’ex presidente Pablo Kuczynski – che alla gente delle Ande “non arriva l’ossigeno al cervello”. E perciò “vota male“.
Usa e Cina si prendono i porti
Perù resta osservato speciale di Washington e Pechino. Di recente gli Stati Uniti hanno assicurato l’investimento di 7 miliardi nel Porto di Corío, situato nell’Arequipa meridionale. Il doppio di quanto investito dalla Cina nel Porto di Chancay, al centro di una spinosa controversia giudiziaria, che impedisce a Lima di controllare i movimenti di Pechino nell’Infrastruttura. Il Porto di Chancay – costruito da Cosco Shipping Ports e inaugurato nel 2024, durante una visita di Xi Jinping – resta al centro delle preoccupazioni del Dipartimento di Stato Usa, che lo reputa in mano a “proprietari cinesi predatori”.
L’influenza di Pechino sul Paese sudamericano si è palesata durante i governi di Dina Boluarte, caduto nell’ottobre 2025, e quello di José Jerí, che ha sostenuto riunioni segrete con imprenditori cinesi come Zhihua Yang, già noto ai circuiti di potere di Lima. Nel frattempo gli Usa giocano tutte le loro carte, attraverso il rinnovo del Trattato di libero scambio Lima-Washington, la designazione di Perù ad “alleato principale non membro della Nato”, l’investimento di 1,5 miliardi di dollari sulla Base navale de El Callao e alcune mosse coercitive per forzare Lima all’acquisto di una trentina di F-16 targati Lockheed Martin.
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- Studente minaccia professore con una pistola a pallini: “Dammi le sigarette o ti sparo”. L’episodio a Mirandola (Modena)
Studente minaccia professore con una pistola a pallini: “Dammi le sigarette o ti sparo”. L’episodio a Mirandola (Modena)
Minacciato con una pistola a pallini. È successo all’istituto superiore Galileo Galilei di Mirandola, in provincia di Modena, dove uno studente ha puntato l’arma giocattolo su un professore, pretendendo le sue sigarette. “Dammi le sigarette o ti sparo”. A riportarlo la Gazzetta di Modena, secondo cui l’episodio sarebbe avvenuto il 21 maggio durante le ore di lezione in una classe prima del professionale, con il docente alla cattedra preso alle spalle da un gruppo di studenti, uno dei quali gli avrebbe puntato l’arma alla tempia.
La pistola a pallini era una riproduzione fedele di un’arma vera e l’episodio, da quanto si apprende, è stato ripreso con un video.
Il professore ha formalizzato la segnalazione con una nota sul registro di classe e informato il dirigente scolastico. La scuola mantiene il riserbo sui provvedimenti disciplinari. Della scuola in questione si era già parlato, perché vi era avvenuto un “incontro di boxe” durante la ricreazione, che aveva portato il consiglio d’istituto a escludere dagli scrutini di fine anno gli studenti protagonisti.
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Hop On misses court deadline for meeting owners from blaze-hit Tai Po estate

JP Morgan analizza presente e futuro della competizione Usa-Cina sull’AI
Quando una banca pubblica un report di oltre trenta pagine sulla rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vale la pena fermarsi un momento. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per ciò che racconta sullo stato del dibattito.
L’autore non è un laboratorio di ricerca, una Big Tech o un think tank specializzato in sicurezza internazionale. È JPMorgan Chase. E il fatto che una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta abbia deciso di dedicare risorse a una lettura sistemica della competizione sull’intelligenza artificiale è probabilmente il primo elemento interessante della storia.
Negli ultimi anni abbiamo imparato ad associare l’AI ai modelli, ai chip e alle nuove applicazioni che arrivano sul mercato a una velocità impressionante. Il report parte invece da una constatazione diversa: l’intelligenza artificiale sta progressivamente diventando una variabile capace di influenzare crescita economica, investimenti, infrastrutture, sicurezza nazionale e politica industriale. Per questo motivo, limitarne l’analisi alla dimensione tecnologica rischia di offrire una fotografia parziale.
La tesi centrale è che la competizione tra Washington e Pechino debba essere osservata come una competizione tra sistemi. I modelli contano, naturalmente. Così come contano i semiconduttori e la capacità di innovazione. Tuttavia, guardare soltanto a questi elementi rischia di nascondere dinamiche più profonde che stanno emergendo sotto la superficie.
Una delle più evidenti riguarda l’energia. L’espansione dell’intelligenza artificiale richiede una quantità crescente di elettricità e di infrastrutture fisiche. Da questo punto di vista la Cina sta accumulando vantaggi che raramente occupano le prime pagine. Mentre negli Stati Uniti aumentano i dibattiti locali sui costi ambientali e territoriali dei nuovi data center, Pechino continua a investire in capacità produttiva, reti e infrastrutture energetiche con una velocità difficilmente replicabile dalle economie occidentali.
Anche sul fronte dei modelli il quadro appare meno lineare di quanto suggeriscano le classifiche che dominano il dibattito pubblico. La questione non riguarda soltanto chi riesce a sviluppare il sistema più avanzato, ma anche chi riesce a distribuirlo più rapidamente e a integrarlo nel tessuto economico. È una differenza sottile ma importante. La storia dell’innovazione mostra che il successo di una tecnologia dipende spesso dalla sua diffusione molto più che dalle sue caratteristiche tecniche originarie.
Da qui emerge una domanda che attraversa l’intero report: quale Paese sarà più efficace nel trasformare il potenziale dell’intelligenza artificiale in vantaggio economico, industriale e geopolitico?
Nella prossima edizione di Indo-Pacific Salad partiremo proprio da questo interrogativo. Analizzeremo perché il mondo della finanza sta osservando l’AI con crescente attenzione, perché il tema della fiducia potrebbe rivelarsi altrettanto importante di quello dell’apertura dei modelli e perché molte delle categorie utilizzate per interpretare l’innovazione cinese stanno mostrando segni evidenti di invecchiamento.
Perché la competizione tecnologica del prossimo decennio si giocherà certamente nei laboratori. Ma il suo esito dipenderà sempre di più da ciò che accade fuori da essi.
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“Dopo una serie di esami, i miei medici mi hanno detto che ho l’Alzheimer. Questa sarà la mia ultima edizione”: la notizia choc del mezzobusto Bill Ritter
Comunicazione scioccante da parte di Bill Ritter, volto storico di Wabc-Tv/Abc7 e uno dei “mezzibusti” più riconoscibili dell’informazione televisiva newyorkese, ha dato ieri sera, 12 giugno, in diretta la notizia più difficile della sua carriera. Durante l’edizione delle 18 di venerdì, il giornalista ha annunciato ai telespettatori che quella sarebbe stata la sua ultima conduzione di Eyewitness News, dopo aver ricevuto una diagnosi di Alzheimer.
“Dopo una serie di esami, i miei medici mi hanno detto che ho l’Alzheimer – ha dichiarato in diretta -. È una fase iniziale, e dicono che i trattamenti stanno tenendo la malattia sotto controllo. Per ora. Ma non c’è alcuna garanzia, perché una cura non esiste ancora. Quindi, a meno che qualcuno non trovi un rimedio miracoloso, e presto, questa sarà la mia ultima edizione da anchor”.
E infine: “I miei figli dicono che sono coraggioso. Ma non sono io: sono loro a esserlo. E lo è mia moglie Kathleen. Mi mancherà raccontarvi le notizie. Con la verità, e con i fatti, ovunque portino. È stato un onore. Vi auguro salute e pace. E prendiamoci cura gli uni degli altri”
Ritter, 76 anni, era alla guida dell’edizione delle 18 dal 2001. Nonostante l’addio alla scrivania del telegiornale, non lascerà l’emittente: continuerà a lavorare per Wabc/Eyewitness News, concentrandosi proprio sui temi legati alla salute, in particolare sull’aumento dei casi di Alzheimer e sulle difficoltà che affrontano pazienti e famiglie. “Voglio raccontare come il costo delle cure sia diventato insostenibile e come questo Paese potrebbe iniziare a cambiare le cose”, ha spiegato.
Il padre di Ritter è morto con la stessa malattia nel 1998, e da allora il giornalista è stato attivo in numerose iniziative di sensibilizzazione. “Non sono nuovo a tutto questo”, ha ricordato.
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Incendio in un casolare abbandonato a Campagnano di Roma: morto un senzatetto di 68 anni
Si era rifugiato in un casolare per dormire, una struttura abbandonata adibita a riparo di fortuna da altri senzatetto come lui. Un 68enne romeno è morto a Campagnano di Roma, vicino al lago di Bracciano, nella notte del 12 giugno, quando intorno alle 23.30 il complesso ha preso fuoco. Sul posto una squadra dei Vigili del Fuoco, con l’ausilio di un’autobotte, è intervenuta in vicolo del Tifo per cercare di domare le fiamme: una volta spento il rogo i soccorritori hanno ritrovato il corpo carbonizzato della vittima.
La salma dell’uomo è stata portata al Policlinico Gemelli per l’esame autoptico che dovrà accertare le cause della morte e verificare se al momento dell’incendio il 68enne fosse già senza vita. Sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri per gli accertamenti di competenza e per cercare di ricostruire la dinamica del rogo e comprendere come possa essere divampato.
Immagine d’archivio
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Takaichi a Roma prima del G7 cerca sponde europee per il nuovo Indo-Pacifico
La visita europea di Sanae Takaichi, prevista alla vigilia del G7 in Francia, arriva in un momento in cui Tokyo sta cercando di trasformare la propria agenda regionale in una proposta più ampia per la governance economica e strategica internazionale. La premier nipponica sarà ricevuta a Villa Pamphilj lunedì mattina dall’omologa italiana, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le due prime ministre parleranno della dimensione bilaterale e del contesto internazionale, dove Roma e Tokyo seguono le oscillazioni geopolitiche di questa fase storica con lenti, interessi, priorità e preoccupazioni del tutto simili.
Secondo quanto emerge dagli orientamenti che il governo giapponese intende portare al vertice dei leader, il Giappone si presenterà al G7 come rappresentante di un’Asia particolarmente esposta alle conseguenze delle tensioni in Medio Oriente e alle possibili perturbazioni del mercato energetico globale. Una posizione che anche l’Italia ha espresso più volte come centro del Mediterraneo (non più tardi di oggi, il vicepremier Antonio Tajani, in un’intervista, ragionava sulla necessità che il cessate il fuoco tra Usa, Israele e Iran si trasformasse in qualcosa che “regga nel tempo”).
Da qui, Tokyo ha scelto di promuovere tre iniziative alla riunione dei sette: la difesa di un commercio aperto e trasparente contro restrizioni alle esportazioni ritenute ingiustificate, il rafforzamento delle riserve strategiche di petrolio attraverso una cooperazione più stretta con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e una maggiore collaborazione tra Paesi produttori e consumatori.
La questione energetica, tuttavia, sembra essere soltanto una parte della storia. Dietro la missione europea di Takaichi emerge infatti un obiettivo politico più ampio: verificare il grado di convergenza con partner chiave del continente sulla versione aggiornata del Free and Open Indo-Pacific (Foip), il quadro strategico attraverso cui Tokyo definisce oggi il proprio ruolo internazionale.
Nel discorso di politica estera pronunciato ad Hanoi il 2 maggio, la premier nipponica ha delineato un’evoluzione del Foip (concetto coniato dal suo mentore politico, il compianto Shinzo Abe) che amplia sensibilmente il perimetro originario dell’iniziativa. Accanto ai tradizionali riferimenti alla sicurezza e alla stabilità regionale, il nuovo approccio attribuisce un ruolo centrale alla costruzione di un ecosistema economico fondato sull’intelligenza artificiale e sui dati, al rafforzamento delle catene di approvvigionamento di energia e beni essenziali, alla definizione di regole condivise per i nuovi settori economici e alla cooperazione tra pubblico e privato. La sicurezza economica occupa ormai uno spazio comparabile a quello della sicurezza tradizionale.
In questa prospettiva, le proposte che Tokyo intende avanzare al G7 possono essere lette come una traduzione concreta dei principi del nuovo Foip. La difesa della libertà di navigazione, inclusa la sicurezza dello Stretto di Hormuz, richiama la centralità delle rotte marittime aperte. Il rafforzamento delle riserve energetiche punta ad aumentare la resilienza delle economie più dipendenti dalle importazioni. Il dialogo tra produttori e consumatori risponde invece alla necessità di costruire meccanismi di cooperazione in un sistema internazionale attraversato da crescenti frammentazioni.
Roma assume così un significato che va oltre la dimensione bilaterale. Per Tokyo, l’Italia rappresenta uno dei partner europei con cui negli ultimi anni è emersa una crescente sintonia su temi come sicurezza economica, filiere strategiche, tecnologie critiche, energia, difesa e stabilità dell’Indo-Pacifico.
Anche il rapporto tra Takaichi e Meloni contribuisce a creare un terreno favorevole. Le due leader condividono una visione che attribuisce crescente importanza alla resilienza nazionale, alla protezione delle infrastrutture strategiche e alla riduzione delle vulnerabilità economiche. Sul piano politico, entrambe guidano governi conservatori, condividono esperienze simili passate e sfide future, e sono oggi le uniche donne alla guida di Paesi del G7 – un elemento che rafforza la visibilità del loro dialogo ma che non ne esaurisce il significato.
L’interesse di Tokyo sembra piuttosto concentrarsi sulla possibilità di consolidare un asse con governi europei considerati sensibili ai temi della sicurezza economica e della competizione strategica globale. In questo quadro, la tappa italiana e quella britannica assumono il valore di un passaggio diretto, sebbene nel quadro del dialogo multilaterale in Francia.
La sfida per il Giappone sarà capire se una visione nata per l’Indo-Pacifico possa essere progressivamente condivisa anche da partner geograficamente lontani ma esposti alle stesse vulnerabilità. La crisi energetica, le tensioni sulle catene di approvvigionamento e la competizione tecnologica stanno infatti riducendo la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.
È su questo terreno che Takaichi sembra voler giocare la partita del G7: proporre una cornice più ampia entro cui affrontare le nuove interdipendenze della sicurezza globale. In questa prospettiva, Roma occupa una posizione particolare. L’Indo-Mediterraneo, richiamato recentemente da Meloni e Narendra Modi come spazio strategico di crescente integrazione, offre un possibile punto di raccordo tra le priorità europee e quelle dell’Indo-Pacifico.
Se il celebre discorso “Confluence of the Two Seas” pronunciato da Shinzo Abe a New Delhi nel 2007 ha fornito la base concettuale dell’Indo-Pacifico come unico teatro geopolitico, l’evoluzione del Foip potrebbe oggi riflettere una realtà diversa: energia, catene del valore, infrastrutture critiche e sicurezza marittima collegano ormai in modo sempre più diretto il Pacifico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La sfida che accompagna la diplomazia giapponese, come quella italiana e indiana, è come tradurre questa interdipendenza in una convergenza strategica più ampia tra Asia ed Europa.
Punta una pistola al professore in classe nel Modenese
IGTC | Ufficiale la squalifica della Lamborghini-ABT dalla 24h del Nurburgring
La Huracan #84 guidata da Mirko Bortolotti, Patric Niederhauser e Luca Engstler è quindi stata squalificata dopo la seconda riunione dei Commissari di gara avvenuta venerdì, durante la quale il team ha potuto discutere le irregolarità riscontrate durante l'ispezione post-gara al ...Continua a leggere

Sorrento, incendio in ospedale: evacuato il pronto soccorso. Pazienti sulle barelle all'aperto
50 Alfa al via e tre in testa: la 1000 Miglia 2026 è nel segno del Biscione
- “Purtroppo vedo poco mia figlia, una o due volte alla settimana. Sono rientrato di notte, lei era ancora super attiva. L’ho presa e si è addormentata sopra di me”: così Damiano Carrara
“Purtroppo vedo poco mia figlia, una o due volte alla settimana. Sono rientrato di notte, lei era ancora super attiva. L’ho presa e si è addormentata sopra di me”: così Damiano Carrara
È giudice fisso di “Bake Off Italia” dal 2017, ha vinto con il fratello Massimiliano “Pechino Express 2024” mentre ha aperto la seconda pasticceria “Aurea – More than pastry” a Marina di Massa. Damiano Carrara si è raccontato al mensile “I piaceri del gusto” parlando anzitutto della esperienza televisiva con lo show di Real Time che mette al centro gli aspiranti pasticceri.
“Il segreto è che io sono stato un concorrente prima di essere un giudice:- ha affermato – so esattamente cosa si prova e mi rivedo in loro al 100%. Il mio consiglio fisso è sempre lo stesso: ragazzi, non complicatevi la vita. Anche quest’anno ci sono concorrenti fortissimi che sanno ascoltare e stanno crescendo tantissimo proprio semplificando le loro idee”.
E ancora: “Io non cerco mai di sabotarli, anzi, provo a dare la dritta giusta per migliorare il piatto. Ricordiamoci che si mangia prima con gli occhi e poi con la bocca, ma soprattutto si mangia con un’idea. Dobbiamo fare come i grandi chef: scatenare un’emozione. Avete presente il film ‘Ratatouille’, quando il critico gastronomico assaggia quel piatto così semplice e torna di colpo all’infanzia? Ecco, il bello è proprio questo. La vera sfida oggi è creare un dolce pazzesco e complesso che però al palato risulti immediato, leggero e accessibile”.
Damiano Carrara e sua moglie Chiara Maggenti hanno avuto una bambina nata il 10 agosto 2024, di nome Dafne: “È ancora più bello di quanto potessimo immaginare. Purtroppo la vedo poco, giusto una o due volte alla settimana. Ieri notte, per dire, sono rientrato tardissimo da Milano: quando sono arrivato a mezzanotte e mezza lei era ancora sveglia e super attiva. L’ho presa in braccio, l’ho portata a letto e si è addormentata sopra di me. Momenti fantastici”.
E infine: “A casa cucino sempre io, ma la verità è che siamo fortunati perché lei mangia di tutto. L’abbiamo abituata a viaggiare con noi fin da piccolissima. Ha quasi due anni e zero problemi con il cibo”.
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- “De Gregori ha perfettamente ragione. Già non ne capiscono i politici, ci si mettono pure i cantanti o gli attori. Lo ammiro”: parla Giancarlo Giannini
“De Gregori ha perfettamente ragione. Già non ne capiscono i politici, ci si mettono pure i cantanti o gli attori. Lo ammiro”: parla Giancarlo Giannini
Giancarlo Giannini è sbarcato al 72esimo Taormina Film Festival per ricevere il premio alla Carriera, presentare il film fuori concorso”Baracoa” di Luis Ernesto Doñas e fare un omaggio a Lina Wertmüller con “A journey meet Mimì”, un documentario che raccoglie le voci – tra cui quella di Giannini – di chi ha lavorato con la regista e sceneggiatrice premio Oscar, morta nel 2021.
Durante un incontro con la stampa l’attore ha commentato anche le parole di Francesco De Gregori – da giorni al centro di polemiche – che aveva dichiarato di provare “imbarazzo” quando “gli artisti si schierano in maniera netta su questioni internazionali”.
“De Gregori ha perfettamente ragione. – ha risposto Giannini – Già non ne capiscono i politici, ci si mettono pure i cantanti o gli attori. Sono d’accordo con lui, lo ammiro”.
Come riporta Vanity Fair, l’attore ha anche parlato della morte: “Per me è solo una grande avventura. Finalmente non dovrò più pensare troppo e tutto diventa finalmente naturale. Però so che anche lì, davanti alla porta del Paradiso, troverò San Pietro. E gli chiederò una cosa sola: è nato prima l’uovo o la gallina? E già so che mi risponderà male e mi manderà via”.
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- Mondiali, i risultati della notte: lo show al debutto degli Usa contro il Paraguay. La Bosnia strappa un pari
Mondiali, i risultati della notte: lo show al debutto degli Usa contro il Paraguay. La Bosnia strappa un pari
Per gli Stati Uniti è stato un debutto da sogno. Nella notte italiana tra venerdì 12 e sabato 13 giugno la Nazionale guidata dal ct Mauricio Pochettino ha dominato la partita d’esordio del suo Mondiale al SoFi Stadium di Inglewood, in California, battendo per 4-1 il Paraguay. Decine di celebrità americane hanno assistito dagli spalti, tra cui Tom Cruise, George Lucas, Bill Gates, Halle Berry, Leonardo DiCaprio e Kareem Abdul-Jabbar. In campo lo show non è mancato.
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Gli Usa potevano patire un po’ di pressione, invece l’inizio di match è stato dirompente, con protagonisti anche i due Serie A Pulisic e McKennie. Proprio da loro due è nato l’autogol di Bobadilla che già al settimo minuto ha indirizzato la sfida. Poi il protagonista del match è diventato Folarin Balogun, che ha firmato una splendida doppietta. Nel secondo tempo Di Mauricio ha segnato il gol della bandiera per il Paraguay. Nei minuti di recupero, la perla di Giovanni Reyna che ha regalato il quarto gol agli americani. Non erano mai stati così tanti per la nazionale statunitense in una partita di Coppa del Mondo.
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Nel pomeriggio americano invece ha debuttato l’altra Nazionale di casa di questi Mondiali. Al Canada però è andata meno bene contro la Bosnia, la Nazionale che ha eliminato l’Italia. Nell’incontro che ha aperto il Gruppo B a Toronto, i bosniaci sono passati in vantaggio al 21′ con Lukic. Nella ripresa il pareggio del Canada, più che meritato, firmato al 78′ da Larin. A completare il girone sarà la sfida tra Qatar e Svizzera in programma questa sera. Nel gruppo D invece in testa ci sono gli Usa, che dovranno aspettare domani per studiare i rivali: Australia e Turchia.
Mondiali, i risultati delle partite
Usa-Paraguay 4-1 (nel pt 7′ aut. Bobadilla, 31′ e 50′ Balogun; nel st 28′ Mauricio, 53′ Reyna)
Canada-Bosnia 1-1 (nel pt 21′ Lukic, 34′ Larin)
La classifica dei gironi
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Cgia, aumenta il credito alle imprese (+9,7 miliardi) ma solo a quelle grandi
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Molesta 3 donne a Milano, arrestato rider che agiva alla consegna degli ordini
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- “Noi sfruttati a 4 euro l’ora. Basta salari da fame, tagli e precarietà”: in piazza lo sciopero dei lavoratori della cultura
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Stretta contro i parcheggiatori abusivi nell'area vicina alla Reggia di Caserta
FOGGIA, ESTORSIONE DOPO FURTO DI CAVALLI: TRE IN CARCERE
I carabinieri della compagnia di San Severo (FG) hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’Ufficio Gip del Tribunale di Foggia su richiesta della locale Procura, nei confronti di tre persone accusate, a vario titolo ed in concorso tra loro, del reato di estorsione aggravata. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia e condotta dalla Sezione Operativa del Nucleo Operativo e Radiomobile di San Severo con il supporto della Stazione Carabinieri di Serracapriola, e’ scaturita dal furto di due cavalli, avvenuto nell’ottobre 2025, nelle campagne di Serracapriola, piccolo centro dell’Alto Tavoliere. A seguito della denuncia, uno dei proprietari degli animali sarebbe venuto in contatto con un uomo che, offrendosi come intermediario in grado di favorire il recupero dei cavalli, avrebbe prospettato, quale condizione indispensabile per la loro restituzione, il pagamento di una somma di denaro pari a 5.000 euro. Le vittime, temendo di perdere definitivamente gli animali, avrebbero avviato una trattativa sul prezzo da corrispondere, culminata nella definitiva consegna di 3.250 euro. L’attivita’ investigativa – riferiscono gli inquirenti – ha consentito di documentare con esattezza tutte le fasi della vicenda, dalla pretesa estorsiva alle modalita’ concordate per la restituzione degli animali, fino all’individuazione del luogo in cui erano custoditi. I militari, inoltre, hanno monitorato l’incontro organizzato per lo scambio del denaro e la restituzione dei cavalli, intervenendo dopo l’avvenuta consegna. Nel corso dell’operazione, i Carabinieri hanno recuperato parte della somma versata dalle vittime, rinvenendola nella disponibilita’ di uno degli indagati.
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I rincari della guerra dai traghetti agli alberghi. Giù prezzi dei voli
La guerra fa salire anche la spesa per condizionatori. Fino a 400 euro a famiglia
- “Sentivo la pressione per la presenza costante del pubblico. La gente conosceva il mio indirizzo e per due anni ho vissuto con la folla sotto casa”: così Can Yaman
“Sentivo la pressione per la presenza costante del pubblico. La gente conosceva il mio indirizzo e per due anni ho vissuto con la folla sotto casa”: così Can Yaman
Can Yaman è stato uno dei protagonisti al Taormina Film Festival. L’attore turco ha raccontato della serie spagnola “Il labirinto delle farfalle” , dove interpreta un agente segreto, ma il personaggio ha preso una direzione diversa da quella iniziale. “All’inizio ero una specie James Bond in purezza, – ha affermato – poi con le varie bozze hanno iniziato ad ammorbidire tutto. È diventato una specie di Bond molto umano, che si sacrifica per le donne. Un thriller romantico, completo: c’è l’azione, la parte più maschile, ma anche la tenerezza con una bambina e con le donne. Mi si addice tantissimo”, racconta all’Adnkronos.
Poi una serie comedy “Bro” in cui interpreta un avvocato brillante con la legge ma impacciato nella vita sociale. “È stata una mia idea affrontare un ruolo comico che non mi assomiglia per niente. Non volevo più interpretare l’eroe o il ‘figo’ dopo ‘Sandokan’: sentivo il bisogno di sorprendere il pubblico e di provare qualcosa che non avevo mai fatto. Quando il produttore mi ha chiesto cosa volessi fare, ho risposto senza esitazioni: una commedia”.
In questa serie – di cui l’attore turco ha potuto rivelare pochi dettagli – interpreta “un avvocato geniale con la legge, ma un pò impacciato nei rapporti sociali. Per costruire il personaggio ho recuperato una parte della mia infanzia, quando non ero molto socievole e studiavo tantissimo. Tirerò fuori quella fase della mia vita per interpretarlo al meglio. Speriamo che vada tutto bene”, conclude.
Poi un bilancio come ha confessato a Vanity Fair: “Nel corso degli anni sono maturato e ho imparato a gestire meglio questa situazione. A viverla senza ansia, senza stress. Cinque o sei anni fa sentivo la presenza costante del pubblico come una pressione. Oggi la vivo in modo più professionale, più maturo. Ho imparato anche a proteggere la mia vita privata. All’epoca la gente conosceva il mio indirizzo e per due anni ho vissuto con la folla sotto casa. Ormai non è più così. Sono molto più sereno. Mi concedo nei festival, negli eventi, e riesco a vivere tutto questo sempre meglio”.
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Confartigianato: 'crisi in Iran, persi 1,6 miliardi export e boom costi materie prime'
Mps, Tajani: “Non credo proprio che andremo verso golden power”
Mps, Tajani sull’ipotesi di golden power: “L’azione di Intesa Sanpaolo, a quanto pare, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’eurozona per valore”
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani respinge l’ipotesi dell’utilizzo del golden power sulle operazioni lanciata su Monte dei Paschi di Siena. “Non credo proprio si vada in questa direzione. – ha detto il vicepremier a Milano Finanza – L’azione di Intesa Sanpaolo, a quanto pare, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’eurozona per valore. Rafforzerà Mediobanca“.
Leggi anche: Opas di Intesa-Bper su Mps, i primi colloqui a gennaio, il ruolo di Canzonieri e…
“Le banche, e questo è il nostro principio, servono l’Italia e il mondo dell’economia, non i partiti e i governi. La politica – indica più in generale Tajani – deve dettare le regole e verificare l’efficienza dei meccanismi che controllano il sistema bancario. Spetta poi alla Consob, all’Agcm, alla Bce e a Banca d’Italia valutare, non alla politica. Il nostro obiettivo come governo è che il risparmio italiano sia ben gestito e che arrivi alle imprese e alle famiglie”.
“Le banche pagano già un’Ires maggiorata. – continua Tajani in merito alla proposta di Matteo Salvini per una tassazione straordinaria – Bisogna agire con equilibrio e buon senso, altrimenti gli investitori esteri si allontaneranno dall’Italia e a uscirne penalizzati saranno i normali cittadini e le imprese”. Il vicepremier poi conclude: “Io non difendo le banche, difendo gli italiani”.
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Beckham riceve la sua stella sulla Walk of Fame
- Ambra Angiolini: “Quell’emotività in esubero che in passato mi ha fatto attraversare bulimia e depressioni varie qui diventa un superpotere. Se riesco ad avere la meglio su WhatsApp, sono felice”
Ambra Angiolini: “Quell’emotività in esubero che in passato mi ha fatto attraversare bulimia e depressioni varie qui diventa un superpotere. Se riesco ad avere la meglio su WhatsApp, sono felice”
Un “soliloquio di gruppo”, così Ambra Angiolini definisce lo spettacolo teatrale “La misteriosa scomparsa di W” di Stefano Benni, dal 14 giugno in tournée con la prima nazionale sold out al Ravenna Festival, con le composizioni sonore di Dardust. Un testo che l’attrice conosce bene visto che lo ha recitato a gennaio 2010 con la regia di Giorgio Gallione e ora si ritrova proprio a dirigere se stessa. “Il primo anno scrissero che era meglio che tornassi a cantare, il che è tutto dire, il secondo che ero interessante, il terzo bravissima. Con Stefano ridevamo, la verità è che ci stavo provando, non ero in guerra con nessuno se non con me stessa”, ha raccontato
Il 9 settembre 2025 Stefano Benni, “il Mick Jagger della letteratura”, è morto: “Ho pensato che il modo più bello per ringraziarlo fosse metterlo di nuovo sul palco”.
E quindi: “Partire da qui come primo passo nel- la regia mi è sembrato naturale. Ho voluto ampliare la mia responsabilità creativa, prendendomene rischi e paure, per andare oltre il lamento che condivido con molte donne che hanno l’ambizione di essere proprietarie del proprio marchio e trasformarlo in azione. O quanto meno provarci”.
“Se per quell’ora e qualcosa riesco ad avere la meglio su WhatsApp, sono felice. – ha concluso – Quell’emotività in esubero che in passato mi ha fatto attraversare bulimia e depressioni varie qui diventa un superpotere, come le ragnatele di Spiderman. Il teatro è la mia dimensione più reale. Anche quando va male sento di aver fatto qualcosa che mi corrisponde davvero. Mi fa sentire in pace. Non risolta, ma in pace”.
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- “Come ogni cittadino di Reggio sono lì a dire: come ca**o è possibile?”: Ligabue commenta il fallimento del Festival alla RCF Arena di Campovolo
“Come ogni cittadino di Reggio sono lì a dire: come ca**o è possibile?”: Ligabue commenta il fallimento del Festival alla RCF Arena di Campovolo
Qualche ora prima di salire sul palco dell’Olimpico di Roma, ieri 12 giugno, Luciano Ligabue ha parlato alla stampa anche del legame con Campovolo. L’artista non si è sottratto a una riflessione sulla recente polemica legata all’annullamento dei concerti dell’Hellwatt/Pulse of Gaia nella celebre spianata, nota anche come Rcf Arena di Reggio Emilia.
“Quel progetto è il sogno e la fatica del mio ex manager Maioli, – ha commentato l’artista – che lì si è giocato tutto. Per dare a Reggio un lascito, un’arena che potenzialmente poteva essere il posto della musica per l’intero Nord Italia, ha fatto battaglie per sette anni. Io faccio il tifo per lui, lo sapete quanto ci vogliamo bene”.
E ancora: “Io ho sempre voluto starci fuori perché credevo che il mio nome abbinato a questa cosa non andasse bene, ma anche per non avere grattacapi, dei pensieri in più. Però come ogni cittadino di Reggio sono lì a dire: come cazzo è possibile? Molta gente lo chiede anche a me come se potessi saperlo. Io non lo so come è possibile, ma sono mosso da un’enorme tristezza”.
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- Nicolò e Gabriele, morti a 23 anni all’Elba: la vacanza appena iniziata, poi il tragico incidente in scooter
Nicolò e Gabriele, morti a 23 anni all’Elba: la vacanza appena iniziata, poi il tragico incidente in scooter
Isola d’Elba (Livorno), 13 giugno 2026 – Erano da poco sbarcati dal traghetto a Portoferraio, pronti a godersi i primi giorni di vacanza, ma quel viaggio tanto atteso si è trasformato in una tragedia che sconvolge. Un incidente stradale che è costato la vita, nella prima serata di venerdì 12 giugno, a due ragazzi di appena 23 anni. Le vittime sono Nicolò Guazzelli, nato a Massa e residente a Pietrasanta, e Gabriele Seragini, nato a Pietrasanta e residente a Seravezza.
https://www.iltelegrafolivorno.it/cronaca/incidente-mortale-elba-eg3fq2hxL’incidente con lo scooter a noleggio
Non erano ancora le 19. I due ragazzi avevano preso a noleggio uno scooter a Portoferraio. Insieme erano saliti in sella, diretti verso la zona di Campo nell’Elba. Il viaggio, però, si è interrotto bruscamente in via dell’Acquedotto a Marina di Campo, sulla strada che costeggia l'aeroporto della Pila.
Lo scontro con l’auto
Per cause che i carabinieri della stazione di Portoferraio e la polizia municipale stanno ancora cercando di accertare con precisione, lo scooter con a bordo i due giovani si è scontrato frontalmente con una Kia. A bordo dell'auto si trovava una famiglia di Novara (padre, madre, due figli e la nonna), rimasta sotto choc a causa dell'impatto.
https://www.iltelegrafolivorno.it/cronaca/incidente-mortale-isola-delba-gpvrz6bx
I soccorsi disperati
Uno dei due ragazzi è morto sul colpo, l’altro successivamente in conseguenza delle gravi ferite riportate. Imponente la macchina dei soccorsi che è stata mobilitata. Presente l’équipe medica della Pubblica Assistenza di Campo nell’Elba e del Santissimo Sacramento di Portoferraio. E’ stato fatto levare in volo anche l’elisoccorso Pegaso 3.
Sul luogo del disastro, data la gravità dell'accaduto, è intervenuto personalmente anche il sindaco di Campo nell'Elba, Davide Montauti. La notizia ha fatto immediatamente il giro dell'isola e, nel giro di poche ore, ha raggiunto la Versilia, dove risiedono le famiglie di Nicolò e Gabriele.
Le due salme sono a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sul posto sono intervenuti per i rilievi i carabinieri di Campo nell’Elba e poi quelli del nucleo radiomobile di Portoferraio.
Nicolò, il padre autista della squadra di calcio
Nicolò Guazzelli, 23 anni, era residente a Pietrasanta. Il padre Luca è un autista di scuolabus e del Asd Seravezza Pozzi Calcio, molto conosciuto in Versilia. Il presidente della squadra Lorenzo Vannucci “esprime il più profondo cordoglio e la più sincera vicinanza alla famiglia di Luca Guazzelli, autista della società, per la tragica scomparsa del figlio. In questo momento di immenso dolore, il pensiero della società va all’amico Luca e ai suoi familiari, ai parenti e a tutte le persone che hanno voluto bene a un ragazzo che inseguiva la vita in vacanza con gli amici, condividendo il loro lutto con affetto e partecipazione. Il Seravezza Pozzi Calcio si stringe con commozione attorno alla famiglia Guazzelli, porgendo le più sentite condoglianze e un abbraccio sincero in un momento così difficile”.
Gabriele, promessa del pugilato
Lutto nel mondo del pugilato versiliese. Gabriele Seragini era un pugile che si allenava nella palestra di Stiava, frazione del comune di Massarosa. “Una notizia tristissima – commentano dalla palestra in un post su Facebook –. A causa di un incidente stradale mentre si trovava in vacanza all’isola d’Elba è deceduto Gabriele Seragini, un nostro pugile e bravissimo ragazzo”. “È stato per diverso tempo un nostro agonista – scrive Niccolò Bresciani, maestro di pugilato – L’ho allenato, ho condiviso molto con lui. La società Boxe Pietrasanta si unisce al dolore dei suoi familiari e amici. A lui mandiamo un pensiero e lo ricordiamo come un ragazzo solare, un atleta di talento”.
Pietrasanta, annullata partita del Torneo delle contrade
La Contrada Africa Macelli del Carnevale di Pietrasanta comunica che a seguito della morte dei due ragazzi “nostri tifosi e contradaioli”, stasera è stata annullata la partita del Torneo delle contrade. “Non ci sono parole per notizie come queste, solo dolore e tristezza. Ci striamo alle loro famiglie per la tragica scomparsa”.
Il dolore a Pietrasanta: “Mancano le parole”
"Davanti a una tragedia così mancano davvero le parole – il cordoglio del Comune di Pietrasanta e del sindaco Alberto Stefano Giovannetti –. So bene che in momenti come questo non c’è modo di portare consolazione o di alleviare un dolore così straziante per i genitori, i parenti e gli amici. A nome di tutta la città di Pietrasanta e dell’amministrazione comunale voglio esprimere la nostra vicinanza più sincera ai familiari di Nicolò e Gabriele, uniti anche dalla passione per una delle nostre contrade del Carnevale, l’Africa Macelli. Un pensiero anche alla comunità di Seravezza, colpita insieme a noi da questo dramma”.
Il Comune di Seravezza: “Dolore e vicinanza”
Anche Seravezza esprime profondo dolore per quanto accaduto. “Il sindaco Lorenzo Alessandrini – si legge in una nota – e tutta l’amministrazione comunale esprimono profondo cordoglio alle famiglie Seragini e Guazzelli per la tragica scomparsa dei giovanissimi Gabriele e Niccolò. L’amministrazione comunale rinnova grande vicinanza e partecipazione a questo immenso dolore che accomuna due famiglie e due comunità”.

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Remi in acqua! C’è la Coppa Barontini
LIVORNO – Livorno si prepara a vivere uno dei momenti più attesi della propria stagione remiera: la Coppa Barontini. Oggi, 13 giugno torna l’appuntamento che ogni anno richiama migliaia di appassionati lungo i fossi medicei. Una gara che rappresenta una delle espressioni più autentiche dell’identità cittadina.
Una gara affascinante tra i fossi medicei
I gozzi che sfrecciano tra i canali cittadini, le luci riflesse sull’acqua, il passaggio sotto il Voltone di piazza della Repubblica e l’abbraccio del pubblico assiepato lungo le spallette. Tutto questo è la Coppa Barontini, una delle gare remiere più suggestive e spettacolari d’Italia. Un evento che unisce sport, passione popolare e senso di appartenenza alla città.
Le novità
L’edizione 2026 presenta una novità importante: la manifestazione infatti si articola su due giornate. Ad aprire il programma ieri venerdì 12 giugno è stata la 27a edizione della Coppa Edda Fagni. Questa gara è dedicata alle categorie Juniores maschile e femminile sui gozzi a quattro remi. Una competizione che da sempre rappresenta una preziosa vetrina per le vogatrici, sempre più numerose, e per i giovani vogatori, chiamati a raccogliere il testimone della tradizione remiera livornese.
Sabato 13 giugno è invece la volta della 57a Coppa Ilio Dario Barontini, insieme alla seconda edizione della competizione femminile sui gozzi a dieci remi. La spettacolare gara a cronometro di 3.200 metri si snoderà lungo il perimetro del Pentagono del Buontalenti, nello scenario unico dei fossi medicei illuminati in notturna, con partenza e arrivo alla Fortezza Nuova.
E proprio la Fortezza Nuova sarà il cuore pulsante dell’intero fine settimana poiché sarà palcoscenico della partenza e dell’arrivo delle gare. Ma la Fortezza ospiterà anche iniziative dedicate alla figura di Ilio “Dario” Barontini.
Proiezione del documentario
Nell’attesa della regata di sabato, la Fortezza ospiterà infatti un appuntamento culturale di particolare rilievo: la proiezione del documentario Like a Bullet Around Europe del regista Mauro Tonini, dedicato alla vita di Anton Ukmar, combattente antifascista triestino e compagno di lotta di Barontini nelle missioni internazionali che li videro impegnati in Spagna e in Etiopia contro l’aggressione nazifascista.
L’iniziativa offrirà l’occasione per approfondire una pagina importante della storia del Novecento e della biografia dello stesso Barontini, attraverso l’intervento dello storico Sandi Volk, studioso della vita e dell’attività di Anton Ukmar. Un momento di approfondimento e divulgazione che contribuirà a valorizzare il significato storico e civile della manifestazione remiera, ricordando la figura dell’uomo a cui la gara è dedicata e i valori di libertà, solidarietà e antifascismo che ne hanno caratterizzato l’esistenza.
Ilio Barontini
Partigiano, antifascista e protagonista della Resistenza internazionale, al quale la competizione è intitolata dal 1966.
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- Manager/ Messina, Castagna, Cimbri, Orcel e…: ecco tutti i volti protagonisti del nuovo risiko bancario
Manager/ Messina, Castagna, Cimbri, Orcel e…: ecco tutti i volti protagonisti del nuovo risiko bancario
Manager / Da Carlo Messina a Luigi Lovaglio, tutti i protagonisti del risiko bancario
Negli ultimi giorni Intesa Sanpaolo è entrata direttamente nel dossier su Monte dei Paschi di Siena, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sull’intero capitale della banca senese. La proposta è arrivata a meno di 24 ore di distanza dall’iniziativa di aggregazione avanzata da Banco BPM, segnando un’ulteriore accelerazione del risiko bancario italiano. Nel dettaglio, l’offerta prevede un corrispettivo composto da 1,6 azioni di nuova emissione di Intesa Sanpaolo e 1 euro in contanti per ogni azione MPS, per una valorizzazione pari a 10,091 euro per azione. Il prezzo incorpora un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni ufficiali del 5 giugno e del 17,4% rispetto alla media ponderata degli ultimi tre mesi.
L’operazione, comunicata ai sensi dell’articolo 102 del Testo unico della finanza, punta all’acquisizione dell’intero capitale di Monte dei Paschi di Siena, pari a circa 3,036 miliardi di azioni, e ridisegna in modo significativo gli equilibri del settore bancario italiano. Ma chi sono i protagonisti del risiko?
Chi è Carlo Messina, l’Ad di Intesa Sanpaolo
Carlo Messina è amministratore delegato e direttore generale di Intesa Sanpaolo, ruolo che ricopre stabilmente dal 2013 dopo una lunga carriera interna al gruppo e alle sue precedenti incarnazioni. Laureato in Economia e Commercio alla LUISS nel 1987, inizia la sua carriera nella Banca Nazionale del Lavoro, occupandosi di corporate finance e mercati primari. Negli anni Novanta prosegue il suo percorso in Banco Ambrosiano Veneto, dove si concentra su pianificazione e controllo strategico, fino a entrare in Banca Intesa nel 1998.
Con la nascita di Intesa Sanpaolo assume progressivamente ruoli sempre più centrali nella governance, fino alla nomina ad amministratore delegato nel 2013 e direttore generale. Sotto la sua guida il gruppo diventa il principale istituto bancario italiano per dimensioni e capitalizzazione, con un forte orientamento alla redditività e al consolidamento. Tra le operazioni più rilevanti della sua gestione figura l’offerta pubblica di scambio su UBI Banca, completata nel 2020, che ha ulteriormente rafforzato la posizione di Intesa nel panorama nazionale.
Leggi anche: Risiko bancario, contromossa di Intesa su tutta Mps: “Opas da 30,6 miliardi, premio del 12,5%”
Chi è Giuseppe Castagna, l’Ad di Banco BPM
Giuseppe Castagna è amministratore delegato di Banco BPM, uno dei principali gruppi bancari italiani per presenza territoriale e quota di mercato. Nato a Napoli nel 1959, si laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II. Inizia la sua carriera nella Banca Commerciale Italiana, dove resta per oltre trent’anni attraversando diverse fasi del sistema bancario italiano, fino a ricoprire ruoli apicali anche in Intesa Sanpaolo e nel Banco di Napoli.
Alla guida di Banco BPM, Castagna ha lavorato al rafforzamento del posizionamento industriale dell’istituto, consolidando la presenza nelle aree chiave del Nord Italia e mantenendo un modello di banca fortemente radicata sul territorio. Il gruppo, nato dalla fusione tra Banco Popolare e BPM, è oggi il quarto istituto bancario italiano per dimensioni.
Leggi anche: Mps nel pieno del risiko, al via le valutazioni su Bpm e Intesa. E con Mediobanca…
Chi è Carlo Cimbri, presidente del gruppo Unipol
Carlo Cimbri è presidente del gruppo Unipol e figura centrale nell’equilibrio tra assicurazioni e credito nel nuovo risiko. Nato a Cagliari nel 1965, si laurea con lode in Economia e Commercio all’Università di Bologna. Entra in Unipol nel 1990 e percorre tutte le tappe del management interno fino ai vertici del gruppo, assumendo prima il ruolo di direttore generale e poi quello di amministratore delegato.
La sua carriera è legata in modo particolare alla fase di consolidamento del gruppo, culminata nell’operazione di salvataggio e integrazione di Fondiaria-SAI e nella successiva nascita di UnipolSai, che ha rafforzato significativamente la dimensione industriale del gruppo. Oggi Unipol si colloca tra i principali attori del sistema finanziario italiano non solo nel comparto assicurativo, ma anche come azionista rilevante in diverse realtà bancarie, assumendo un ruolo strategico nelle operazioni di consolidamento del settore.
Chi è Andrea Orcel, l’ad di UniCredit
Anche se per ora ufficialmente fuori dal risiko, Unicredit osserva con attenzione la partita appena iniziata. Al timone di Piazza Gae Aulenti c’è Andrea Orcel. Nato a Roma nel 1963, si laurea in Economia e Commercio alla Sapienza con una tesi sulle acquisizioni ostili, anticipando il focus che caratterizzerà tutta la sua carriera. Dopo un passaggio alla Boston Consulting Group, entra nel mondo dell’investment banking con Merrill Lynch e successivamente Goldman Sachs, costruendo una lunga esperienza tra Londra e Parigi.
Nel corso della sua carriera segue alcune delle più grandi operazioni di finanza straordinaria degli ultimi decenni, contribuendo alla nascita e allo sviluppo di grandi gruppi bancari europei. Nel 2011 entra in UBS e, dopo una controversa vicenda legata al mancato passaggio in Santander, approda alla guida di UniCredit nel 2021. Sotto la sua leadership, UniCredit ha assunto un ruolo sempre più attivo nel processo di consolidamento bancario europeo, con una strategia improntata alla crescita esterna e alla razionalizzazione delle partecipazioni.
Chi è Luigi Lovaglio, l’Ad di Monte dei Paschi di Siena
Luigi Lovaglio è amministratore delegato e direttore generale di Monte dei Paschi di Siena dal febbraio 2022, ruolo in cui è stato successivamente riconfermato nel 2023 e nel 2026. Classe 1956, Lovaglio vanta oltre quarant’anni di esperienza nel settore bancario, maturata in larga parte all’interno del gruppo UniCredit, dove è entrato nel 1973. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità tra Italia ed Europa centro-orientale, contribuendo in particolare allo sviluppo internazionale del gruppo.
Tra i ruoli più rilevanti, quello di vertice in Bank Pekao, dove ha guidato una fase di forte crescita e consolidamento, portando l’istituto a diventare uno dei principali player del mercato polacco per capitalizzazione e solidità patrimoniale. Nel 2019 è stato nominato amministratore delegato del Credito Valtellinese, esperienza che ha preceduto il suo ritorno al centro della scena bancaria italiana con la guida di MPS. Dal luglio 2022 è inoltre consigliere dell’ABI, di cui dal 2025 è membro del comitato esecutivo. La sua leadership in Monte dei Paschi di Siena è stata segnata da una fase di forte rilancio industriale. Nel novembre 2022 ha guidato un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, operazione decisiva per il rafforzamento patrimoniale della banca. Da lì è iniziato un percorso di consolidamento che ha portato a un progressivo miglioramento della redditività e del profilo di rischio dell’istituto.
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Kilian e Lukman a “Remigrazione e Riconquista”: dove dovrebbe andare chi è già a casa?
Nel giorno della manifestazione prevista a Roma, il confronto sulla remigrazione si inasprisce e nel dibattito si inserisce la lettera aperta di due giovani, nati e cresciuti in Italia, figli di immigrati: «Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica!»
Il corteo per la remigrazione a Roma continua a suscitare reazioni contrastanti nell’opinione pubblica, alimentando un acceso confronto anche a livello istituzionale. La manifestazione, promossa dal comitato Remigrazione e Riconquista, ha infatti innescato una mobilitazione di senso opposto organizzata dal Coordinamento permanente Roma Città Antifascista, che scende in piazza nello stesso giorno e alla stessa ora. Tuttavia, in questo clima sempre più polarizzato, la replica che ha maggiormente attirato l’attenzione è stata la lettera aperta di Kilian e Lukman, due giovani italiani di seconda generazione che hanno deciso di raccontare pubblicamente cosa significhi sentirsi chiamati in causa in un dibattito disumanizzante, che finisce per relegare sullo sfondo le persone e mettere al primo posto le idee politiche.
L’Identità e l’appartenenza di Kilian e Lukman si scontrano con l’ideologia del corteo sulla remigrazione
«Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani. Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa». Inizia così il testo di quella lettera, nata dalla convinzione che «il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole». Kilian e Lukman si presentano dunque come farebbe un qualunque studente della loro età, in maniera del tutto naturale. Non a caso, uno dei due sta per affrontare l’esame di maturità mentre l’altro studia Psicologia in Sapienza. E lo fanno non rivendicando alcuna appartenenza ideologica, bensì condividendo, con chiunque decida di leggere e comprendere le loro parole, una quotidianità fatta di scuola, studio, lavoro e famiglia.
«Siamo due ragazzi italiani. Non siamo una teoria da discutere in televisione», scrivono, spiegando come il tema della remigrazione rappresenti per loro non un argomento astratto, ma una questione che tocca direttamente le radici della loro esistenza. «Quando sentiamo parlare di remigrazione – proseguono – pensiamo» ai genitori che lavorano e pagano le tasse, ai sacrifici che hanno affrontato per garantire ai figli un futuro e delle opportunità migliori. «Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di famiglie italiane ogni giorno», rivelano.
Pertanto, «quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?». È questo ciò che si e ci domandano, sottolineando di essere cresciuti in Italia, di aver studiato nelle scuole italiane e di aver vissuto la Capitale, giocando nei campetti di quartiere e trascorrendo del tempo con gli amici di sempre. Una vera e propria appartenenza, quindi, che non è mai stata vissuta come qualcosa da conquistare o dimostrare, ma come parte integrante della propria identità.
Secondo Kilian e Lukman, inoltre, il rischio maggiore è l’assuefazione a parole e concetti che fino a pochi anni fa avrebbero suscitato indignazione: «Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua», svelano, denunciando una crescente tendenza a discutere della vita delle persone come se si trattasse soltanto di numeri o statistiche. «La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. – concludono – Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle. […] Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?».
In definitiva, Kilian e Lukman non ci offriranno soluzioni e di certo non porranno fine ad un dibattito che è destinato ad infervorarsi nel corso dei prossimi giorni, ma perlomeno riportano, o tentano di riportare, la discussione sul piano umano, ricordando che dietro ogni slogan, manifesto o proposta ci sono esseri umani in carne ed ossa, con una storia, una famiglia e possibilmente un futuro.
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Intelligenza artificiale: così regolamentiamo un futuro che non sappiamo costruire
Mentre il resto del mondo corre sulla pista dell’Intelligenza Artificiale, l’Italia ha fatto quello che le riesce meglio: ha tirato fuori il calamaio e si è affrettata a varare lo schema di decreto legislativo per l’adeguamento dell’ordinamento nazionale all’AI Act europeo. Siamo tra i primi della classe nell’individuare le autorità di vigilanza – AgID e ACN – e nel tradurre in burocratese sanzioni e paletti per chi violerà il Regolamento UE 2024/1689. Sia chiaro: governare i rischi di questa transizione, proteggere i dati e porre argini etici è non solo giusto, ma sacrosanto. Il problema sorge quando, dentro il perimetro di regole che abbiamo appena edificato con encomiabile tempestività, scopriamo che al momento c’è solo il vuoto.
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C’è qualcosa di tragicomico nel vedere un Paese in palese declino industriale e demografico che si concentra ossessivamente solo sulla disciplina del fenomeno, dimenticandosi di scriverne la parte industriale. La politica ha confuso la strategia con il compitino ben fatto. L’Europa chiama? Noi rispondiamo con un faldone di divieti, convinti che basti normare un mercato per diventarne leader. Ma l’efficienza burocratica non genera innovazione. Se da un lato è vitale stabilire cosa non si debba fare per tutelare i cittadini, dall’altro è disarmante l’assenza totale di piani per attrarre investimenti, capitali esteri e grandi player globali. Stiamo di fatto creando il codice della strada più sicuro del mondo per un deserto dove non circola ancora nessuna vettura.
Quando poi la politica prova a parlare di sviluppo, cade nell’altra grande fascinazione nazionale: la parola magica “incentivi”. Ma intendiamoci, non parliamo di investimenti strutturali capaci di creare un vero ecosistema dell’AI, si preferisce invece la logica miope del bonus a pioggia e dei finanziamenti di spesa fini a se stessi. Si stanziano fondi per la digitalizzazione di facciata, per comprare computer nuovi negli uffici, senza mai avere il coraggio di immaginare quale idea di futuro vogliamo effettivamente costruire. È la politica del giorno per giorno, dove il successo si misura in risorse stanziate e mai in impatto generato sulla produttività reale.
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Il copione, d’altronde, è già scritto e lo abbiamo visto recitare mille volte. Finché ci sono i miliardi dell’Europa, si spende senza una vera strategia di ritorno economico. Poi, puntualmente, i rubinetti si chiudono e i soldi finiscono. A quel punto la narrazione cambia magicamente e i politici che fino al giorno prima parlavano di sovranità tecnologica passano alla modalità “vittime”, andando a elemosinare flessibilità e aiuti alla tanto vituperata Bruxelles. Usiamo le regole europee come scudo per imbrigliare lo sviluppo interno, poi chiediamo all’Europa di salvarci dal declino che noi stessi non abbiamo saputo contrastare. Regolare l’AI è doveroso, ma pretendere di farlo senza avere uno straccio di piano per attrarre chi l’AI la crea davvero è pura illusione.
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I giudici: 'Stasi può uscire dal carcere, via libera all'affidamento'
Mondiali 2026, gli USA travolgono il Paraguay: nella notte debutta il Brasile di Ancelotti
Mondiali 2026, gli USA battono 4-1 il Paraguay all’esodio. Nella notte il Brasile debutta con il Marocco
Gli Stati Uniti vincono all’esordio ai Mondiali 2026 al SoFi Stadium di Inglewood, a sud di Los Angeles. La Nazionale guidata da Pochettino batte il Paraguay per 4 a 1 con la rete di Damián Bobadilla e la doppietta di Folarin Balogun nel primo tempo. Nel secondo tempo Di Mauricio segna il gol della bandiera per i sudamericani. Giovanni Reyna quindi chiude l’incontro allo scadere.
Il presidente Donald Trump non era presente al debutto della nazionale statunitense contro il Paraguay, ma in sua vece ha inviato allo stadio di Los Angeles una delegazione guidata dal segretario di Stato Marco Rubio, inquadrato in qualche occasione sui maxischermi accanto al presidente della Fifa Gianni Infantino, che ha lanciato una frecciata sulla mancata qualificazione dell’Italia.
Nel weekend ci sarà poi l’atteso debutto del Brasile guidato da Carlo Ancellotti che nella notte tra sabato e domenica affronterà il Marocco al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey.
Mondiali 2026: il calendario del weekend
13 GIUGNO
Ore 3:00 – Usa-Paraguay (Gruppo D) – DAZN
Ore 21:00 – Qatar-Svizzera (Gruppo B) – DAZN
14 GIUGNO
Ore 24:00 – Brasile-Marocco (Gruppo C) – Rai e DAZN
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CINA, GOVERNO AVVERTE: “TARTARUGHE-SPIA RUBANO SEGRETI MILITARI”
Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.
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Stati Uniti - Paraguay 4-1: la sintesi della partita


© RaiNews
Formula 1, GP di Spagna 2026: i risultati delle prove libere
Cosa potrebbe fare Asha Sharma per salvare XBOX?
Gadget indispensabili (anche scemi) da portare in spiaggia nel 2026
- ITALIANI ALL'ESTERO - CONSOLI D'ITALIA NEL MONDO -PRES. REPUBBLICA MATTARELLA: "CONFERENZA IMPORTANTE OCCASIONE DI CONFRONTO E DIALOGO SU TRASFORMAZIONI CHE INTERESSANO COMUNITA' ITALIANE ALL'ESTERO"
- WEC | Alla scoperta della Magma GT3 Concept: così Genesis mostra il suo piano d'attacco alle competizioni
WEC | Alla scoperta della Magma GT3 Concept: così Genesis mostra il suo piano d'attacco alle competizioni

Servizi in orbita, anti-drone e filiere. Così si chiude Ila Berlin
Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.
Thales Alenia Space e Leonardo nel programma ISOS
Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.
Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.
MBDA tra droni, attacco di precisione e Ucraina
Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.
Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.
OHB Italia e Cosine nella missione Ramses
Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.
Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.
Piemonte e Renania rafforzano la filiera
La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.
L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.
Novità per due canali importanti sul digitale terrestre

Scopri quali sono le grandi novità di due canali radiotelevisivi nazionali importanti della piattaforma digitale terrestre italiana.
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Discovery of ancient Chinese anaesthesia reveals advanced early surgical practices

A Scenari di Quartiere la serenata: “Sono solo sillabe di Cavalleria”
LIVORNO – “Sono solo sillabe di Cavalleria” quelle in scena per il secondo appuntamento di Scenari di Quartiere. Protagonista sarà Mario Menicagli.
Appuntamento questa sera, 13 giugno, ore 19.30 in piazza Gavi (Borgo Cappuccini). L’evento di Menicagli si inserisce in Serenate di Quartiere, appuntamenti musicali, concepiti come incursioni improvvisate – e per questo non sono previsti posti a sedere – sotto le finestre di un immaginario amante.
Serenate di Quartiere
Anche per questa edizione Le Serenate, regaleranno tre viaggi in mondi musicali distanti e differenti. Si inizia proprio con “Sono solo sillabe di Cavalleria” per Scenari di Quartiere.
Il format è ideato da Menicagli insieme a Simone Tamburini. La Serenata affronterà il tema dell’opera verista con la sua “perla” mascagnana, nella cui narrazione, tra aneddoti e considerazioni, si intromettono cenni musicali adattati per voce pop e pianoforte.
Il protagonista in scena, non è un attore, né un cantante, né un pianista eppure recita, canta e suona il piano. “Se il limite della vostra capacità di concentrazione – dichiara Mario Menicagli – è sotto il minuto e se vi basta poco per divertirvi, questo è davvero lo spettacolo che fa per voi”.
Informazioni
Informazioni: scenaridiquartiere.it.
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- “La parola chemio fa paura, preferisco chiamarle infusioni. Quando l’ho saputo io e Andrea ci siamo messi a piangere”: Natalia Paragoni racconta del linfoma di Hodgkin
“La parola chemio fa paura, preferisco chiamarle infusioni. Quando l’ho saputo io e Andrea ci siamo messi a piangere”: Natalia Paragoni racconta del linfoma di Hodgkin
Un percorso difficile, iniziato durante uno dei momenti che avrebbero dovuto essere tra i più felici della sua vita. Natalia Paragoni ha scelto di raccontare pubblicamente della sua malattia, il linfoma di Hodgkin, diagnosticato quando era all’ottavo mese di gravidanza della sua seconda figlia, Beatrice, nata dall’amore con Andrea Zelletta. L’influencer, seguita da oltre un milione e mezzo di persone sui social, ha iniziato la chemioterapia poco dopo il parto, avvenuto il 5 maggio. Nelle ultime settimane ha condiviso con i follower anche il cambiamento più visibile legato alle cure: prima un taglio a caschetto, poi uno ancora più corto, scelto per affrontare gradualmente la perdita dei capelli.
Ripercorrendo le fasi che hanno portato alla diagnosi, la Paragoni ha raccontato al Corriere della Sera che l’incertezza è stata una delle parti più difficili da gestire: “Ho scoperto di avere un linfoma diverse settimane prima di sapere esattamente quale fosse. La prima biopsia aveva confermato che si trattava di un linfoma, ma non era riuscita a identificarne la tipologia. È stato un periodo molto difficile, perché sapevo che c’era qualcosa che non andava, ma non avevo ancora tutte le risposte. Dopo il parto e dopo l’intervento per rimuovere il linfonodo, è arrivato il risultato definitivo. Ricordo perfettamente quel momento: io e Andrea ci siamo messi a piangere”.
Da allora è iniziato il percorso terapeutico. L’ex corteggiatrice di Uomini e Donne ha raccontato di aver ricevuto subito spiegazioni chiare dai medici sul tipo di cure da affrontare: “I medici mi hanno subito spiegato con molta chiarezza la situazione e il percorso che dovrò seguire. In questo momento sto seguendo le cure previste e, una volta terminato questo primo ciclo, saranno gli esami di controllo a indicare i passi successivi”. Accanto a lei, oltre al compagno, ci sono soprattutto le figlie, che rappresentano la principale fonte di forza: “Credo che la maternità ti cambi profondamente e ti faccia scoprire risorse che non sapevi di avere. Ci sono momenti in cui mi sento fragile, perché sarebbe strano il contrario, ma poi guardo loro, Andrea e tutte le persone che amo e ritrovo immediatamente il motivo per andare avanti con determinazione”. Su Zelletta: “Quando una persona che ami affronta qualcosa di così importante, inevitabilmente lo affronti insieme a lei. Io e Andrea ci sosteniamo a vicenda e sapere di poter contare su di lui è una delle cose che mi dà più forza”.
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I giudici: 'Stasi può uscire dal carcere, via libera all'affidamento'
- “Alberto Stasi uscirà dal carcere, affidamento in prova ai servizi sociali”, il via libera del Tribunale di Sorveglianza
“Alberto Stasi uscirà dal carcere, affidamento in prova ai servizi sociali”, il via libera del Tribunale di Sorveglianza
Alberto Stasi uscirà dal carcere. La conferma arriva dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha depositato il provvedimento con cui dà il via libera formale, scontato anche dopo l’ok della Procura generale, all’affidamento in prova ai servizi sociali. Stasi potrà così lasciare il carcere dopo circa dieci anni e mezzo.
Era entrato a Bollate nel dicembre 2015 e da poco più di un anno era in semilibertà, ossia doveva rientrare nella casa di reclusione la sera. Condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrà scontare gli ultimi circa due anni di pena con la misura alternativa al carcere. L’ordinanza è stata depositata questa mattina. La Procura generale, nell’udienza di ieri, aveva espresso parere positivo per la buona condotta e le relazioni sul detenuto. L’affidamento in prova è l’ultimo passo prima della libertà per Stasi. Si attende ancora che la difesa depositi la richiesta di revisione.
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Il governo USA spegne Fable 5 e Mythos 5, sicurezza o geopolitica?
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- Malta, il successo del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo dipenderà da una sua efficace attuazione
Malta, il successo del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo dipenderà da una sua efficace attuazione

LA VALLETTA (MALTA) (ITALPRESS/MNA) – Il successo del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo dipenderà da una sua efficace attuazione e da un’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri. Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield dopo la riunione informale dei ministri dell‘Ue svoltasi a Cipro in occasione dell’entrata in applicazione del nuovo quadro normativo.
Bedingfield ha sottolineato la necessità di garantire un sostegno concreto ai Paesi di frontiera, come Malta. Adottato nel 2024, il Patto rappresenta una profonda riforma del sistema europeo di migrazione e asilo e comprende dieci atti legislativi finalizzati a rafforzare le frontiere esterne e ad armonizzare le procedure.
Tra le principali misure figurano controlli obbligatori per gli arrivi irregolari, procedure accelerate alle frontiere e un meccanismo di solidarietà che consente agli Stati membri di contribuire tramite ricollocamenti, sostegno finanziario o assistenza operativa. Secondo il ministro, in un contesto segnato dall’instabilità geopolitica, dall’evoluzione delle rotte migratorie e dall’azione delle reti di trafficanti, le misure del Patto dovranno essere accompagnate da una più incisiva azione esterna dell’Ue, da rimpatri più efficaci e da un rafforzamento del contrasto al traffico di esseri umani.
Bedingfield ha inoltre sollecitato maggiori investimenti nei Paesi di origine per affrontare le cause profonde delle migrazioni, come povertà, cambiamenti climatici e carenza di opportunità economiche, definendo tale approccio un investimento a lungo termine per la stabilità e la sicurezza comuni.
“Una politica migratoria efficace non si basa soltanto su frontiere più sicure, ma anche su maggiori opportunità”, ha affermato. Il Patto, entrato in applicazione il 12 giugno, dovrebbe rafforzare il sostegno agli Stati di frontiera, secondo gli eurodeputati maltesi David Casa e Alex Agius Saliba. Entrambi, tuttavia, hanno evidenziato che la sua efficacia dipenderà da una concreta applicazione delle norme, in particolare sul fronte dei rimpatri, che restano una delle principali sfide per l’Unione europea.
Le riforme sono state contestate da diverse organizzazioni per i diritti umani, che temono un indebolimento delle garanzie in materia di asilo e un aumento del ricorso alla detenzione e alle procedure accelerate per i migranti.
-Foto DOI-
(ITALPRESS).
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Gli schiavi bambini del neocolonialismo verde
Kabila ha cinque anni e non ha mai visto un’auto elettrica in vita sua. Si sveglia tutti i giorni all’alba per percorrere chilometri a piedi con suo padre e altri bambini come lui, fino alla miniera di Rubaya a Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. È un creuseur: passa anche dieci, dodici ore, infilandosi in cunicoli stretti e bui per scavare a mani nude, in mezzo al fango, minerali grezzi di coltan. Rischia la vita per uno o due dollari al giorno, che bastano appena a sfamare la famiglia. Lo scorso 28 gennaio, la sua miniera è franata, causando la morte di oltre 220 persone, tra cui molti bambini suoi amici. Ma continuare a scavare con le sue piccole mani è l’unico modo per sopravvivere. Intanto, dall’altra parte del mondo, tra i palazzi di cristallo e di acciaio di Bruxelles, la parola d’ordine è Green Deal. Si legifera per salvare il pianeta entro il 2050, anno in cui l’Unione Europea ha stabilito per legge che l’Europa dovrà diventare il primo continente a “impatto climatico zero”. Un piano che mobilita mille miliardi di fondi europei e nazionali entro il 2030, per spingere le imprese private a finanziare il resto della svolta green.
Sfruttati come creuseur per estrarre coltan e cobalto nella Repubblica Democratica del Congo
È la grande ipocrisia della transizione ecologica: l’illusione di un pianeta pulito, sepellendo il futuro dei bambini nel fango e sotto le frane. I numeri del fenomeno sono spietati. Sarebbero centomila i minori sfruttati per l’estrazione delle terre rare, nella Repubblica Democratica del Congo. Almeno 40mila – secondo Human Rights Watch – solo per il cobalto, che rappresenta il 70 per cento dell’esportazione mondiale, necessario per alimentare le batterie al litio. Bambini che lavorano in condizioni estreme, senza alcuna protezione, picchiati e maltrattati, se oltrepassano i confini delle miniere. I rari tentativi di porre rimedio sono falliti. Persino, il Supply chain act, nato per obbligare le multinazionali a rispettare i diritti umani, lungo la filiera, si è rivelato un’arma spuntata. Spesso, infatti, i colossi europei usano lo scudo dei subfornitori per dichiararsi formalmente a posto. Oppure, mescolano i minerali estratti dai bambini con quelli industriali per ripulire la filiera. E mentre anche l’Italia arranca nel tradurre la transizione ecologica in realtà, affidandosi ai miliardi del Pnrr – di qualche giorno fa, un’altra tranche di 12,8 miliardi di euro da parte della Commissione europea – e ai decreti d’urgenza, nel resto del mondo si consuma una guerra silenziosa: quella delle terre rare. Diciassette elementi chimici della tavola periodica, strategici nei processi produttivi della transizione ecologica e per la manifattura di tecnologie in campo civile e militare. In Europa, solo Svezia, Finlandia e Portogallo possiedono giacimenti. Il 60 per cento delle terre rare mondiali viene prodotto dalla Cina, che ne processa e raffina quasi il 90 per cento. Un monopolio globale trasformatosi da una questione di mercato ad un’arma geopolitica. Tanto da portare Donald Trump a imporre dazi al Dragone per frenarne l’avanzata tecnologica, costringendo Xi Jinping a limitare l’esportazione delle terre rare. Per ora, c’è una tregua temporanea: stop a nuovi dazi Usa, in cambio del congelamento delle restrizioni cinesi, ma la dipendenza strategica di Washington resta irrisolta. L’Occidente è costretto, quindi, a cercare nuove alleanze, in Africa e America Latina, soprattutto in Brasile, nuove frontiere come la Groelandia e a stringere nuovi accordi con India, Ucraina e Australia. Con i rischi di nuovi teatri di sfruttamento, nei Paesi del Terzo Mondo.
I tunnel per estrarre mica in Madagascar
Uno degli scenari più drammatici è il Madagascar. Qui, i minori – circa 11mila, secondo l’Unicef – rappresentano circa la metà della manodopera impiegata nelle miniere di mica, fondamentale per isolare le batterie delle auto elettriche e i microchip, ad Anosy, Ihorombe e Androy. Il lavoro in miniera è cresciuto a dismisura a causa della siccità, mentre i salari irrisori costringono le famiglie a portare con sè i figli, a partire dai cinque anni, a lavorare in condizioni difficili e insicure. Infilati ore e ore, dentro tunnel sotterranei precari, che possono cedere da un momento all’altro. Esposti alla polvere che può causare una fibrosi irreversibile, con sangue nella tosse. Privati dei diritti fondamentali, come l’accesso ai servizi sanitari di base e l’istruzione. È il prezzo della transizione verde. I forti impatti ambientali nei Paesi in via di sviluppo della corsa all’oro bianco comportano gravi conseguenze sulle condizioni delle popolazioni.
Il “Triangolo del litio” in America Latina con gravi danni ambientali
Questo paradosso si consuma in America Latina, nel cosiddetto “Triangolo del litio”, con un mercato stimato di circa 116 miliardi di euro all’anno, nel 2030. E poco importa se per bloccare le emissioni delle auto, è scoppiata una guerra che coinvolge Cile, Argentina e Bolivia, dove si trova l’80 per cento delle riserve mondiali. Qui, la transizione ecologica si è trasformata in una nuova forma di colonialismo estrattivo, con un drammatico sfruttamento ambientale e idrico. Secondo gli studi dell’università di Antofagasta in Cile, per ogni tonnellata di minerale estratto sono necessari due milioni di litri di acqua. Uno squilibrio idrico che sta provocando il prosciugamento di fiumi e falde acquifere, compresi i laghi e le zone umide ai margini della distesa di sale e nelle montagne, riducendo le già provate popolazioni indigene allo stremo. Nel 2023, le comunità locali di Jujuy, nel nord dell’Argentina, hanno iniziato una protesta, bloccando le principali strade nazionali, contro la riforma costituzionale a favore dell’industria mineraria e del litio, che dichiara la terra indigena di pubblica utilità, limitando il diritto di protesta. Nel solo Salar de Atacama, in Cile, le compagnie minerarie sprecano oltre 170 milioni di litri d’acqua al giorno, causando l’abbassamento dei livelli d’acqua sotterranea dolce di oltre dieci metri, negli ultimi quindici anni, e lo sprofondamento del suolo a un ritmo di uno, due centimetri l’anno. Per costruire le batterie ecologiche europee, si avalla un sistema economico che condanna minori indigeni alla disidratazione, all’avvelenamento chimico e al lavoro forzato, in condizioni climatiche disumane. Bevono acqua fortemente salmastra o da fonti inquinate da arsenico, litio e altri metalli pesanti, con un grande aumento della mortalità infantile.
La transizione ecologica di Bruxelles rischia di passare alla storia come un grande inganno globale: un’ecologia d’élite che, per curare i giardini dell’Occidente, condanna il futuro dei figli degli ultimi della Terra.
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Alla Mille Miglia presenti due autovetture storiche delle Fiamme Gialle

FORLÌ (ITALPRESS) – Anche quest’anno la Guardia di Finanza prende parte alla 44ª rievocazione storica della “1000 Miglia”, la leggendaria gara di velocità stradale disputata, in 24 edizioni, tra il 1927 e il 1957, che vede la partecipazione di oltre 400 equipaggi provenienti da 29 nazioni, che percorreranno il suggestivo tracciato a “otto” che unisce la Capitale a Brescia.
In occasione della quinta tappa sono transitate nel territorio della provincia, nei comuni di Cesenatico, Savignano sul Rubicone, San Mauro Pascoli e Gatteo, anche due autovetture storiche delle Fiamme Gialle, una Fiat 125 (1967) ed un’Alfa Romeo 2000L (1981), due modelli da inseguimento che hanno fatto la storia del Corpo, esposte permanentemente presso il Museo Storico della Guardia di Finanza di Roma.
Durante il percorso nella provincia gli equipaggi delle due auto hanno incontrato alcuni militari della Tenenza di Cesenatico, schierati lungo il tragitto e quotidianamente impiegati in attività di controllo economico, a tutela della legalità.
-Foto ufficio stampa Guardia di Finanza-
(ITALPRESS).
Domenico, sospesi Oppido e la chirurga Bergonzoni: “Hanno detto il falso”
Le immagini del colpo bloccato sul nascere dai Carabinieri

Myanmar’s junta says everything’s back to normal. Yangon clubbers don’t believe it’s true

DIEGO FUSARO: Hegel, Marx e la storia come processo teleologico
- “Ho imparato a ipnotizzare i polli. Basta tracciare una linea per terra davanti a loro e si immobilizzano, convinti di essere intrappolati”: lo rivela Robert Pattinson
“Ho imparato a ipnotizzare i polli. Basta tracciare una linea per terra davanti a loro e si immobilizzano, convinti di essere intrappolati”: lo rivela Robert Pattinson
Robert Pattinson ha fatto discutere al cinema grazie al film “The Drama – Un segreto è per sempre” di Kristoffer Borgli, dove ha recitato con Zendaya. Una commedia romantica apparentemente romantica che segue i preparativi di un matrimonio da favola, per poi trasformarsi bruscamente in un thriller. Forse non tutti sanno che l’altra passione dell’attore è la musica: “Porto con me sempre la mia chitarra. La musica stimola la mia creatività, i dialoghi di un film sono come i testi di una canzone: la musica è istinto ed emozioni”.
L’attore di Hollywood poi ha confessato a “La Repubblica – U” un’altra curiosità legata alla sua esperienza sul set: “Ho imparato a come ipnotizzare i polli! Basta tracciare una linea per terra davanti a loro e si immobilizzano, convinti di essere intrappolati”.
Prima ancora di sbarcare il lunario al cinema: “Facevo il modello per un magazine da teenager: c’era una specie di gioco a eliminazioni, per cui in ogni numero i lettori votavano per decidere i modelli da tenere o eliminare”.
“Per quasi un anno sono rimasto in cima alla classifica, – ha continuato – forse piacevo per il look androgino che era molto di moda in quegli anni. Amavo andare ai casting, anche se le audizioni come modello erano abbastanza deprimenti: facevi anticamera ore e poi, quando era il tuo turno, non ti guardano nemmeno in faccia, sfogliavano solo il portfolio. Le audizioni come attore invece erano molto divertenti. La prima fu per Troy, con Brad Pitt”.
Il piano B, forse più di uno c’era: “Mi sarebbe piaciuto fare lo psicologo. Nel corso degli anni ho conosciuto tante persone andate in crisi a causa di vere sciocchezze. O forse il produttore musicale. Avrei scelto comunque un mestiere creativo”.
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Siamo tutti in pericolo: altro accoltellamento casuale

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- Domenico, la mamma Patrizia: “La sospensione di Oppido è solo il primo passo per ottenere giustizia”
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Stati Uniti - Paraguay 4-1: la sintesi della partita


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Libano, Israele annuncia raid nel sud: “Hezbollah ha violato cessate fuoco”
Le forze israeliane hanno diffuso un avviso di evacuazione per diverse comunità a sud del Libano. In un messaggio in arabo hanno motivato l’operazione denunciando presunte “ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah“. Il portavoce delle Idf ha quindi chiesto agli abitanti di una ventina di comunità di “spostarsi immediatamente nelle aree a nord del fiume Zharani”.
Leggi anche: Coloni violenti in Cisgiordania, sanzioni da Paesi Ue e non solo. Insorge Israele: “Misure vergognose”
Secondo quanto riporta Haaretz, l’avviso è arrivato dopo che il canale libanese Al Mayadeen ha riportato che le forze israeliane hanno bombardato aree del sud del Libano. In precedenza le Idf hanno affermato di aver intercettato un “oggetto aereo sospetto” entrato dallo Libano nello spazio aereo di Israele, facendo suonare le sirene di allarme a Metula e Misgav Am, nel nord del Paese.
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- Asia Argento: “Stavo morendo. Ma invece di uccidermi, la mia malattia mi ha salvata. Non guarirò mai, ma adesso posso dire di essere una ex alcolista”
Asia Argento: “Stavo morendo. Ma invece di uccidermi, la mia malattia mi ha salvata. Non guarirò mai, ma adesso posso dire di essere una ex alcolista”
Asia Argento ha presentato allo scorso Festival del cinema di Cannes il nuovo film”Death Has No Master – La morte non ha padroni” di Jorge Thielen Armand, un horror politico ambientato in Venezuela. “Negli ultimi anni non ho avuto grandi opportunità. – ha affermato l’attrice a “Sette” de “Il Corriere della Sera” – Ho continuato a lavorare perché è il mestiere che faccio da 41 anni e anche quello con cui pago il mutuo e mantengo i miei figli. Ma questo che mi è arrivato dal Venezuela e dal Canada è stato un vero regalo”.
Il discorso si sposta poi sul percorso personale: “Ho imparato tanto da quello che è successo, ho fatto errori enormi. Non ho ponderato i tempi, ho parlato senza riflettere, ho fatto gesti avventati. Ho visto tutti i miei errori. Ho fatto un’autoanalisi, cercando di non focalizzarmi su quello che mi hanno fatto gli altri, ma sulla mia parte”.
E ancora: “Pensavo sempre ‘mi hanno fatto questo, mi hanno detto quello…’, invece ora vedo che ho sempre avuto il 50 per cento di responsabilità”.
Un nuovo corso dettato “dalla sobrietà, e se scegli di fare un certo per- corso per salvarti la vita, sei costretta a vedere tutte queste cose. Mi sono salvata dall’alcolismo. In questi anni l’analisi, il buddismo, l’ayahuasca e altro ancora non hanno funzionato. Ma ho finalmente trovato quello che mi sta salvando, un giorno alla volta. È il percorso dei 12 passi, per affrontarlo devi essere disposta a guardare tutto quello che sei veramente. Stavo morendo. Ma invece di uccidermi, la mia malattia mi ha salvata perché mi ha portata alla via d’uscita. O meglio, non guarirò mai, ma adesso posso dire di essere una ex alcolista”.
“Perché so che c’è chi ci ricade dopo venti anni… – ha concluso – Ho atteggiamenti, paure, risentimenti che accomunano tutti gli alcolisti. È come quando hai il diabete, non guarisci mai. La soluzione è lavorare con i 12 passi e stare in contatto con persone che fanno il mio stesso percorso spirituale”.
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F1 | Alpine, spunta un'ipotesi clamorosa per il 2027: il ritorno di Fernando Alonso
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Gestire il rumore della "movida", seminario il 16 giugno a Firenze
Saranno illustrate e discusse con i Comuni alcune linee guide proposte dalla Regione
Meloni, Schlein e Ferragni vittime di deepfake sessuali: scatta il blitz, oscurato il sito cFake


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- Robot aspirapolvere fugge dalla pizzeria, l’appello del proprietario: “Sentivo il suo rumore mentre lavorava, poi il silenzio. A chi ce lo riporta offriamo una pizza”
Robot aspirapolvere fugge dalla pizzeria, l’appello del proprietario: “Sentivo il suo rumore mentre lavorava, poi il silenzio. A chi ce lo riporta offriamo una pizza”
Un “nostro collaboratore molto valido (…) è scappato dalla pizzeria martedì sera”, senza più essere ritrovato. E pur di riaverlo con sé il prima possibile, il titolare dell’attività, Stefano Borile, ha tappezzato Saletto (Borgo Veneto, in provincia di Padova), di volantini. Non si tratta di un pizzaiolo o di un cameriere né, tantomeno, di un ipotetico amico a quattro zampe mascotte del locale. I dipendenti del locale sono alla disperata ricerca del loro robottino delle pulizie: “Cerchiamo questo aspiratore” che, durante il suo “turno di lavoro” è scappato, facendo perdere completamente le sue tracce, ha spiegato il gestore della pizzeria a “Il Mattino di Padova”.
Il robot, poco dopo essere stato acceso per iniziare a pulire il pavimento del ristorante, è fuggito, quatto quatto, dalla porta d’ingresso, approfittando di un momento di distrazione del proprietario. Borile stesso ha provato a ricostruire la dinamica. “Erano circa le cinque del pomeriggio. Ho messo il robot a pulire davanti alla pizzeria e nel frattempo sono andato in cucina a preparare la serata. Sentivo il suo rumore mentre lavorava, sbatteva contro i vari ostacoli e continuava il percorso. Poi, all’improvviso, silenzio”, ha raccontato il pizzaiolo che, nonostante non vedesse il robottino, era convinto fosse finito poco fuori la sua attività. “Ho controllato sotto gli scaffali e in tutti gli angoli. Pensavo fosse semplicemente uscito dalla porta”.
Invece, grazie alla geolocalizzazione disponibile sull’app del dispositivo, Borile ha scoperto che il suo robot aveva fatto come Pollicino, ma senza briciole di pane. “Ho visto che risultava molto distante dalla pizzeria. Ho seguito la traccia, controllato vicino alle auto e nelle zone circostanti, ma niente. Poi la batteria si è scaricata, ma nell’ultimo punto segnato dall’app non lo abbiamo trovato”.
La tecnologia ci stupisce ogni giorno di più ma, nonostante ciò, rimane impensabile che l’androide si sia volatilizzato. È più probabile che, qualche passante, vedendo il robottino inerme ed incustodito, se lo sia portato con sé. Borile, però, non intende arrendersi e, “se qualcuno lo trova e ce lo riporta, offriamo una pizza”, ha aggiunto il gestore. L’appello ha incuriosito sia i cittadini del Borgo che molti utenti sui social. Una ragazza, con l’AI, ha scherzato creando un meme del robot in vacanza a Jesolo. C’è chi, invece, non ha escluso una fuga d’amore con un androide “femmina”. Sarà andata così?
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Un motorino rubato 42 anni fa è stato ritrovato e restituito al proprietario
Carabinieri soccorrono in strada donna maltrattata e figli: allontanato il marito

- “La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare”. Perché Ultimo è diventato un fenomeno di massa? C’entrano Renato Zero e Vasco Rossi
“La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare”. Perché Ultimo è diventato un fenomeno di massa? C’entrano Renato Zero e Vasco Rossi
“Quando ascoltavo la gente parlare mentre dava lezioni / non ho saputo imparare ed ora disegno le delusioni, le conclusioni / […] Ero un bambino diverso […] / Sempre collocato nel gruppo dei perdenti”. Sono le parole di Ultimo in una delle sue canzoni più amate e considerata ormai un vero e proprio manifesto per il suo popolo: “Sogni appesi”. E non è un caso.
Proprio in quelle parole si nasconde il segreto del successo di quello che non è un fenomeno musicale, ma un vero e proprio fenomeno di massa. Ma come nasce questa ondata di donne e uomini che culminerà nel concerro evento del “Raduno degli ultimi” che si terrà il 4 luglio a Tor Vergata a Roma? Lo spiega il volume “Il popolo di Ultimo” (Gallucci editore) di Mattia Marzi, dal 12 giugno in libreria.
“La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare. Anche quando parti da Ultimo” e “Sono una grandissima fan di Vasco da sempre ma ora Nic ci ha rubato l’anima: tu porterai avanti la storia e la favola di tutti noi”. Sono sono alcuni dei commenti dei fan del cantautore che si cullano sulle note di “Colpa delle favole”, Piccola stella”, “Rondini al guinzaglio” e “Il ballo delle incertezze”. Ma c’è di più oltre alle canzoni.
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- Per la Fifa Yamal vale quanto Circati: come funziona il sistema che premia i piccoli club al Mondiale
Per la Fifa Yamal vale quanto Circati: come funziona il sistema che premia i piccoli club al Mondiale
Yamal del Barcellona vale l’australiano Circati del Parma, il Paris Saint Germain bi-campione d’Europa si trova allo stesso livello del Volendam appena retrocesso nella seconda divisione olandese. È quanto emerge dal primo, grezzo computo sugli indennizzi previsti dalla Fifa ai club per l’utilizzo dei propri giocatori durante il Mondiale. Il quale, come ampiamente illustrato, sarà il più ricco di sempre, specialmente sotto il profilo dei ricavi per Infantino e compagnia. Una volta tanto, la fetta minore della torta spetta ai top club, il cui compenso per il “prestito” dei propri atleti è destinato a seguire in maniera inversamente proporzionale il trend economico della coppa del mondo, muovendosi verso il basso anziché verso l’alto. Tutto questo grazie a una specie di cortocircuito creato dalla politica dell’uno vale uno tanto cara ai vertici della Fifa, per ragioni squisitamente di convenienza, ovvero elettorali. Ma, dopo il contentino alle piccole Federazioni con l’allargamento del Mondiale a 48 squadre, ecco un sistema di compensi totalmente egualitario che aiuta i piccoli club a scapito dei grandi. Per una volta si può affermare che questa Fifa, indifendibile sotto diversi punti di vista, ha fatto anche cose buone.
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Da Sudafrica 2010 sono stati introdotti gli indennizzi ai club per il “prestito” dei giocatori, allineandosi a quanto fatto dalla Uefa due anni prima per l’Europeo in Austria e Svizzera. Si partì con 40 milioni di dollari, per passare ai 70 di Brasile 2014 e ai 209 di Russia 2018. In Qatar invece la cifra rimase bloccata, e ciò significava una diminuzione degli introiti, visto che le rose erano passate da 23 a 26 giocatori e, pertanto, bisognava sommare 96 elementi in più al riparto delle risorse. La Fifa poteva permettersi questa inversione di tendenza, rispetto all’aumento dei guadagni, in quanto è sempre stata molto meno ricattabile della Uefa dai top club e dai grandi campionati europei. Per il Mondiale 2026, la cifra complessiva destinata alle società è aumentata del 70%, arrivando a 355 milioni di dollari. Ma l’indennizzo per singolo giocatore, al giorno, si è praticamente dimezzato rispetto al Qatar: da 10mila dollari a 5mila. Questo perché, per la prima volta, la Fifa ha incluso nella lista anche i preconvocati, iniziando il conteggio giornaliero dal 25 maggio, e destinando quindi 100 milioni solo per gli esclusi. Altri 5 milioni sono stati tolti per spese varie, tra cui i costi amministrativi, portando quindi il budget a 250 milioni. Una cifra che, considerato il numero delle nazionali portato a 48, ha determinato il citato compenso di 5mila dollari (circa 4.350 euro) per giorno a giocatore.
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L’altro aspetto importante di questo sistema riguarda il principio di uguaglianza. A differenza della Uefa, che divide in tre categorie i campionati nei quali i giocatori sono attivi, con lo scopo di definire un quadro più realistico dei costi sostenuti dai club per i propri atleti, la Fifa pone tutti sullo stesso livello. Non ci sono distinzioni tra i quasi 354 milioni di euro del payroll del Manchester City, il club con più giocatori (19) al Mondiale, e il milione e mezzo di euro di squadre delle B olandese quali RKC Waalwijk, Den Bosch o Almere City, tutte favorite dalla presenza di Curacao, di fatto una versione C della nazionale oranje, visti i legami ancora molto stretti con i Paesi Bassi. Ovviamente, più lunga è la permanenza di giocatori, più alto sarà il compenso. Per la fase a gironi, appannaggio di tutti, le cifre oscillano tra i 160 e 175 milioni di dollari a giocatore. Considerando solo questo dato, emergono casi interessanti: lo Slavia Praga, che avrà 10 giocatori alla coppa del mondo, si assicurerà un minimo di 1.3 milioni di euro, cifra la quale, a fronte di un fatturato complessivo attorno ai 10 milioni, significa un’entrata extra del 13% rispetto al proprio budget. Per il Milan, anch’egli con 10 giocatori (è la squadra italiana con più elementi), la medesima somma significa lo 0,26% del fatturato.
Il Como parte dalla stessa base dei belgi dello Charleroi, prestando entrambi 3 calciatori, ma mentre con i rimborsi della fase a gironi (circa 392mila euro) i secondi possono pagare un mese di stipendi all’intera rosa, i lariani arriverebbero a malapena a un decimo della mensilità. Eppure, tra i club italiani, il Como è uno di quelli destinati a guadagnare di più dalla competizione, in relazione al proprio volume di affari. Meglio della squadra di Fabregas ci sono le neopromosse Frosinone e Venezia, con rispettivamente 1 e 3 tesserati alla coppa del mondo, il cui compenso base rappresenta il 2.33% del fatturato complessivo, per i ciociari, e lo 0.79% per i veneti (il Bodø/Glimt, per rendere l’idea, viaggia sugli stessi numeri).
Indubbiamente le big sono destinate a vedere crescere le proprie entrate, secondo il seguente schema: 210-225mila dollari a giocatore per giorno agli ottavi; 235-245 ai quarti; 260-265 alle semifinali; 285 alle finali. Rimangono comunque sempre bruscolini per il giro di soldi che gravitano attorno ai top club, per i quali il Mondiale XXL non porta che minuscoli benefici, incrociando oltretutto le dita per eventuali gravi infortuni a qualche big. Perché il crociato di Haaland non vale come quello del compagno di squadra Falchener, di stanza al Viking. Per una volta, però, l’interessato sguardo rivolto verso il basso da parte della Fifa ha prodotto risultati degni di nota a sostegno delle realtà minori, siano esse federazioni o club.
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- Maturità: le possibili tracce per la prima prova da Svevo a Montale. Anniversari, trend e autori già usciti negli anni scorsi
Maturità: le possibili tracce per la prima prova da Svevo a Montale. Anniversari, trend e autori già usciti negli anni scorsi
Meno otto. Mancano pochi giorni al via alla Maturità (non si chiama più esame di Stato) 2026. Gli studenti, in primis ma anche gli insegnanti stanno scommettendo sugli argomenti che usciranno per il primo scritto. Alcuni elementi da tenere in considerazione sono le scelte degli anni passati, gli anniversari ma anche i trend del momento. Abbiamo fatto un’analisi prendendo in considerazione quanto emerge dai social, dalla Rete ma raccogliendo anche informazioni utili.
Prima tipologia (A) Analisi del testo – L’anniversario da tenere d’occhio, in questo caso, sono i cent’ anni dalla nascita di Giangiacomo Feltrinelli (1926-2026) che potrebbero dare spunto per un tema sull’editoria, la diffusione della cultura. Gli autori scelti negli ultimi cinque anni (le proposte sono due) sono: Pascoli (2022), Verga (2022), Quasimodo (2023), Moravia (2023), Ungaretti (2024), Pirandello (2024), Pasolini (2025) e Tomasi di Lampedusa (2025). Quelli “storicamente in ritardo” e quindi molto ripetuti nei pronostici sono: Gabriele D’Annunzio (assente da moltissimo tempo); Eugenio Montale (ultimo anno 2012), Italo Svevo (2009), Umberto Saba (2000) e Giacomo Leopardi (mai uscito nella tipologia A). In molti, sono convinti che il tema mito della macchina e della velocità, potrebbe favorire il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti di cui tra l’altro nel 2026 ricorrono i 150 anni dalla nascita ma anche il contrasto tra natura e progresso in Giacomo Leopardi (la “natura matrigna” della Ginestra) o San Francesco d’Assisi (a 800 anni dalla morte) con il suo Cantico delle creature. In pole position anche Svevo e “Il male di vivere” di Eugenio Montale di cui si è molto parlato ultimamente. Se sui social dedicati alla Maturità fino a poche settimane fa c’era Gabriele D’Annunzio ora il primato passa a Giovanni Verga. Tra i nomi citati (come ogni anno) anche Alessandro Manzoni, Italo Calvino, Giovanni Pascoli, Primo Levi e Elsa Morante. Tra le novità Carlo Collodi, probabilmente trainato anche dalle celebrazioni per i 200 anni dalla nascita dell’autore di “Pinocchio”: una traccia che potrebbe parecchio piacere al nostalgico ministro di Destra. In Rete, “girano” anche le figure di Dario Fo e Alda Merini, forse un po’ troppo “lontane” dalla sensibilità del governo.
La tipologia B è quella del testo argomentativo con tre proposte – Qui gli anniversari da prendere in considerazione sono: gli 80 anni della Repubblica Italiana (1946-2026); i 165 anni dell’Unità d’Italia (1861-2026) e i 40 anni dal Maxiprocesso di Palermo (1986-2026) anche se già lo scorso anno tra i temi c’era Paolo Borsellino. Gli argomenti che si sono ripetuti più spesso negli ultimi anni sono: tecnologia e innovazione; comunicazione e social media; memoria storica e democrazia; rapporto individuo – società; cultura, lettura e informazione. Visti gli argomenti già usciti, potrebbero essere particolarmente plausibili l’intelligenza artificiale e il lavoro; la disinformazione e i social media (altro tema caro a Valditara); la pace e i conflitti internazionali; l’educazione civica e la Costituzione; lo sviluppo sostenibile e l’energia. In Rete si parla meno dell’ipotesi di una traccia collegata ai 25 anni dall’11 settembre mentre resta tra i papabili il ricordo di Chernobyl, a 40 anni dal disastro nucleare. Anche qui potrebbe spuntare San Francesco collegato alla pace. Da tenere in considerazione anche i 100 anni dalla morte di Antoni Gaudí (1926-2026) per parlare di arte, architettura, patrimonio culturale.
Tipologia C, l’attualità con due proposte – Ci sono due spunti che sono dati dagli anniversari. Il primo: gli 80 anni delle Nazioni Unite (1945-2025/26). Il secondo i 100 anni dalla nascita di Marilyn Monroe (1926-2026) per argomentare su mass media, società dell’immagine, ruolo della donna. I temi usciti negli ultimi anni riguardano la legalità e la cittadinanza (Borsellino, Dalla Chiesa); i giovani e la società; la comunicazione digitale; i valori civili l’impatto sul lavoro/studio. La traccia legata alle guerre e alle crisi internazionali, non sembra più essere presa in considerazione mentre in classifica restano la violenza sulle donne e la parità di genere così anche la salute mentale dei giovani. Da non sottovalutare i cambiamenti climatici e la necessità di una transizione ecologica equa che sono costantemente al centro del dibattito pubblico mentre pare arduo che spunti il fenomeno delle Migrazioni.
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- Esame di maturità, 10 libri da leggere per superare la prova scritta: dalla Russia a Pasolini, fino al sovrumano
Esame di maturità, 10 libri da leggere per superare la prova scritta: dalla Russia a Pasolini, fino al sovrumano
Mancano meno di venti giorni al primo scritto della Maturità. Il programma scolastico è ormai terminato ma a volte, per poter affrontare il famoso tema non basta aver studiato bene l’Ottocento e il Settecento oppure aver conosciuto molti autori della letteratura italiana. Il primo scritto prevede l’analisi di un testo letterario in prosa o poesia di un autore italiano vissuto tra l’Unità d’Italia e il Novecento, ma anche tre tracce su un tema specifico accompagnato da un testo di riferimento che può essere di arte o storico. Infine due tracce che affrontano tematiche vicine all’esperienza degli studenti o al dibattito pubblico e sociale contemporaneo. Vale quindi la pena di aver letto o di prendere in mano qualche buon libro prima di arrivare all’esame. Ne abbiamo scelti alcuni per voi.
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“Appunti di Russia. Viaggio nella normalità di un Paese in guerra”, di Nicolas Rodigari (Ediciclo editore)
Un libro per comprendere la Russia di oggi trovando spunti anche del passato. L’autore laureato in filosofia e relazioni internazionali (una combinazione – scrive – “forse necessaria per capire” il Paese) compie un viaggio nello Stato capeggiato da Putin proprio ora che la Russia è sempre più isolata e impenetrabile per capire cosa pensano davvero i suoi abitanti tra propaganda di regime e distorsioni mediatiche. Un cammino tra sanzioni, censure e buste di rubli necessarie per affrontare quest’impresa che “non è certo un romanzo russo – dice Rodigari – ma ci somiglia parecchio”.
“La rivoluzione incompiuta. La Chiesa dopo Papa Francesco”, di Marco Politi (Il Millimetro)
Il tema del cristianesimo è di fondo in ogni argomento. Marco Politi, è uno dei maggiori esperti di Vaticano. La morte di Papa Francesco ha lasciato irrisolto un conflitto interno alla Chiesa cattolica che sta attraversando una crisi profonda, segnata dal calo dei fedeli e delle vocazioni e dalle tensioni tra riformisti e tradizionalisti. Questo testo scritto in maniera agevole aiuta a comprendere con chiarezza le dinamiche della Chiesa su alcuni temi rilevanti come la comunione per i separati o la benedizione delle coppe gay.
“Sulla porta del mondo. Storie di migranti italiani”, di Luigi Dal Cin (Terre di mezzo editore)
Un libro straordinario perché in 200 pagine riesce a condensare la storia dell’emigrazione italiana (il Belgio, la tragedia di Marcinelle, Corrado Alvaro e il suo “Quasi una vita”, vincitore del premio Strega nel 1951, Petrosino etc), l’immigrazione di oggi in Italia e l’emigrazione attuale degli italiani nel mondo attraverso un’analisi dettagliata ma anche con le storie che Dal Cin è riuscito a recuperare attraverso la Fondazione “Migrantes”. Un buon “bigino” (senza offesa per l’autore e l’editore) utile agli studenti che vogliono approfondire questa tematica tanto antica ma anche attuale dei “cervelli in fuga”.
“The passenger. Artico”, di Morten A. Strøksnes (Iperborea)
Si è parlato tanto in quest’ultimo anno di Polo Nord, di Groenlandia tanto che questo luogo ai confini del mondo è diventato pane quotidiano anche per noi Europei. Perché è così importante? Ma chi abita questa parte di mondo? Improvvisamente – “grazie” a Trump – l’Artico è diventato d’attualità. Per conoscerlo, questo lavoro edito da Iperborea, è indispensabile per affrontare la tematica sia dal punto di vista geopolitico che sociale. In appendice sono segnalati anche alcuni film e documentari per approfondire.
“Hokusai e il Fujisan” di Eva Bensard e Daniele Catalli (Ippocampo edizioni)
Mai come oggi si parla di Giappone. E quando si cita questo Paese subito vien in mente Hokusai, un pittore e incisore giapponese, conosciuto principalmente per la sua produzione di ukiyo-e. La sua “onda” e i dipinti del monte Fujisan sono i protagonisti principali. Questo libro -illustrato – non è per bambini e può essere adoperato anche dai maturandi per arrivare preparati qualora tra i temi artistici dovesse spuntare proprio questo nome. Il narratore ci guida alla scoperta non solo del più grande maestro della stampa giapponese ma anche su quella cima tanto legata a Hokusai.
“Pasolini e i giovani”, di Roberto Carnero (Interlinea)
Pier Paolo Pasolini è spesso citato nel tototema. Questo libro indaga la tematica dei giovani nell’opera dello scrittore in cui si evidenza tutta l’attualità e la capacità di parlare, oggi, alle nuove generazioni, senza evitare di interrogarsi sullo “scandalo” provocato dalla vita e dalla sua morte. Pasolini è senz’altro l’autore italiano del Novecento attualmente più studiato. I giovani in questo libro del professor Carnero sono una presenza centrale nell’opera pasoliniana come personaggi, come oggetto di analisi sociale, come interlocutori.
“La disperanza. Un sentimento del nostro tempo”, di Franco Marcoaldi (Einaudi)
Il concetto è totalmente una novità ed è entrato a far parte del vocabolario di quest’ultima epoca. Dietro questa parola ci sono le voci di alcuni giganti del pensiero e della poesia: da Caproni a Mutis, da Montaigne a Camus, da Canetti a Huizinga. L’autore offre attraverso queste pagine edite per la prestigiosa collana “Gli struzzi”, l’opportunità di comprendere questa nuova filosofia che ha a che fare con “la rassegnazione attiva”, fattiva e vitale. La disperanza non è nulla di cupo ma è “il restare umani in un’epoca disumana”.
“Amicizia. Un incontro che riempie la vita”, di Josè Tolentino de Mendoca (Piemme)
Il tema dell’amicizia ha spesso sfiorato gli argomenti della Maturità. Questo libro parla di uno dei valori più importanti per ciascuno di noi ma ha uno sguardo anche universale perché l’amicizia può superare i confini per unire nel suo abbraccio i popoli diversi rendendo così il mondo un posto migliore, un luogo di pace. Queste pagine sono un buono spunto per fare una riflessione sul significato di questa parola che non può essere data per scontata.
“Oltre i limiti della nostra intelligenza”, di Nello Cristianini (Il Mulino)
Non poteva mancare un libro sull’AI. Nello Cristianini, professore di Intelligenza artificiale presso l’Università di Bath offre una panoramica chiara e attuale sull’evoluzione dell’AI, dalle origini con Turing agli strumenti moderni come ChatGPT. L’autore esplora il concetto di tecnologie “sovrumane”, capaci di superare l’intelligenza umana in alcuni ambiti, e riflette su cosa significhi davvero convivere con macchine così potenti. Un testo alla portata di tutti.
“Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno”, di Emanuele Coccia (Einaudi)
Un altro dei valori di cui si parla molto non solo nelle canzoni è quello dell’amore. Da Ovido a Umberto Galimberti, si parla dell’Eros. Questo libro analizza il sentimento che più ci sfugge passando dalla filosofia alla politica alla religione al diritto e alla letteratura. Un viaggio per nulla banale che può aiutare un maturando ad affrontare questo argomento senza scadere nei toni semplicistici o nella solita retorica legata a questa meravigliosa parola adoperata dai filosofi di ogni epoca.
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- Maturità 2026, personalizzazione, senso critico e punteggiatura: i dieci consigli dell’esperto per affrontare il tema
Maturità 2026, personalizzazione, senso critico e punteggiatura: i dieci consigli dell’esperto per affrontare il tema
Ogni anno migliaia di studenti si trovano davanti alla stessa sfida: la prima prova dell’Esame di Stato (da quest’anno chiamato solo Maturità). Il cosiddetto tema, che, come abbiamo già spiegato, ha tre tipologie possibili tra cui scegliere: analisi ed interpretazione di un testo letterario; testo argomentativo; tema di attualità. L’obiettivo non è solo valutare le conoscenze acquisite durante il percorso scolastico, ma anche la capacità di ragionare, argomentare e scrivere in modo chiaro ed efficace.
Ci siamo fatti aiutare da un esperto, il professore Gian Carlo Visitilli, scrittore e giornalista per dare dieci consigli preziosi per affrontare la prima prova. Il docente insegna lettere al liceo “Tommaso Fiore”, da anni svolge il ruolo di presidente di commessione all’esame di Stato ed è autore di numerosi libri tra cui l’ultimo “Prof te la imparo io” edito da “Meridiana”.
Ecco dieci suggerimenti per affrontare il “tema” con maggiore sicurezza.
1 – La personalizzazione. “Può essere una traccia di letteratura, di storia, di attualità ma lo studente – dice Visitilli – deve poter inserire quel ‘secondo me’ che permette di rendere il testo più vivo, meno asettico”. Un sinonimo di maturità che viene preso in considerazione dalle commissioni.
2 – Per chi sceglie una traccia che non è quella d’attualità è importante “comunque contestualizzare all’oggi, al nostro tempo, mostrando di non aver paura di esprimere un proprio punto di vista rispetto a quanto accade”.
3 – Avere senso critico. “Lo studente – a detta di Visitilli – deve saper analizzare la traccia con degli elementi che sappiano esprimere ciò che la Scuola gli ha insegnato in questi anni”.
4 – Buona la prima. Non serve tornare e ritornare sul testo scritto o rimuginare ciò che si vuole scrivere. Secondo il professore pugliese ciò che si esprime “di getto” ha una forza vincente ma serve adoperare bene il tempo per leggere alla fine almeno due volte l’elaborato.
5 – Fare molta attenzione ai segni di interpunzione (il punto, la virgola, i due punti, il punto e virgola etc). “Negli ultimi anni nei panni di presidente di commissione – precisa il professore – ho notato che gli studenti hanno un flusso di coscienza nello scrivere senza sosta. La punteggiatura, invece, è essenziale in un testo affinché sia compreso da chi legge”.
6 – Non scrivere come si parla o come si messaggia. “Non c’è più distinzione – puntualizza lo scrittore – tra discorso diretto e indiretto. Spesso si esprimono nel linguaggio scritto come se fossero sui social, scrivono come su WhatsApp”.
7 – Povertà di linguaggio. Da tempo si dice che i giovani hanno un linguaggio meno ricco rispetto al passato. Anche per Visitilli è importante che adoperino più parole, utilizzando bene il dizionario per evitare gaffe ma anche i sinonimi e contrari.
8 – Usare il tempo presente. Il docente interpellato dal Fattoquotidiano.it promuove i ragazzi per l’uso del congiuntivo ma suggerisce di usare bene il presente.
9 – È preferibile utilizzare un linguaggio formale ma chiaro, evitando espressioni colloquiali, frasi troppo lunghe o termini di cui non si conosce il significato preciso.
10 – Il primo errore da evitare è scegliere una traccia troppo in fretta. È importante leggere tutte le proposte con calma, individuando quella che meglio si adatta alle proprie conoscenze e capacità.
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- Vacanze estive al via, a giugno attesi 27,2 milioni di turisti italiani (+0,9%). Con gli stranieri si sale a 67,1 milioni
Vacanze estive al via, a giugno attesi 27,2 milioni di turisti italiani (+0,9%). Con gli stranieri si sale a 67,1 milioni
Vacanze estive, Assoturismo: 27,2 milioni di italiani in viaggio a giugno, totale presenze a 67,1 milioni
Finisce la scuola e, con l’avvio del primo fine settimana utile, prende ufficialmente il via la stagione estiva del turismo in Italia, che entra così nella sua fase più intensa. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle rilevazioni raccolte tra gli operatori del settore, nel mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, con un incremento dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Un segnale che conferma la tenuta della domanda interna, che si mostra anche quest’anno come il principale motore dell’avvio della stagione estiva. Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – tra alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero infatti sfiorare gli 8 milioni, registrando una crescita dello 0,6% su base annua. “È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive”, sottolinea Assoturismo.
Leggi anche: Turismo, il rapporto della Banca D’Italia: “Settore in espansione in Puglia, ma retribuzioni sotto la media”
Accanto alla componente domestica, resta comunque rilevante il contributo del turismo internazionale. Le presenze straniere sono stimate in circa 39,8 milioni, in lieve aumento dello 0,2%, mentre gli arrivi dovrebbero attestarsi poco sopra gli 11 milioni, in calo dello 0,2% rispetto all’anno precedente. Nel complesso, il movimento turistico del mese di giugno dovrebbe superare i 19 milioni di arrivi e raggiungere circa 67,1 milioni di presenze complessive, con una crescita rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% su base annua. La domanda straniera continuerà comunque a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%, confermando un equilibrio ancora fortemente sbilanciato verso i flussi internazionali.
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Eppur si muove: ecco perchè l’Altare della Patria sta lentamente cedendo
Un simbolo di Roma osservato anche dallo spazio
Il Vittoriano, uno dei simboli più riconoscibili di Roma e dell’Italia, si sta muovendo. Non si tratta di un crollo imminente né di una situazione di emergenza, ma di un fenomeno lento e costante che gli esperti tengono sotto osservazione da anni. A rivelarlo è uno studio coordinato dalla Sapienza insieme a Ispra e realizzato attraverso Nhazca, società nata come spin-off di ricerca del Dipartimento di Scienze della Terra dell’ateneo romano.
Grazie all’analisi di oltre 300 immagini radar raccolte dai satelliti tra il 2002 e il 2019, i ricercatori hanno ricostruito con precisione millimetrica l’evoluzione strutturale del monumento che domina Piazza Venezia. Il risultato? Il lato nord-occidentale del Vittoriano mostra un progressivo abbassamento di circa un millimetro all’anno.
Cosa sta succedendo
Il monitoraggio è stato effettuato utilizzando la tecnologia A-DInSAR, una sofisticata tecnica di interferometria radar che permette di rilevare spostamenti minimi senza installare sensori direttamente sull’edificio.
Le analisi hanno evidenziato un comportamento non uniforme della struttura. Mentre la porzione orientale dell’Altare della Patria appare sostanzialmente stabile, quella nord-occidentale registra una lenta deformazione. Sul muro perimetrale affacciato su Piazza Venezia, nel periodo esaminato, l’abbassamento complessivo ha raggiunto circa cinque millimetri. Numeri apparentemente insignificanti, ma estremamente preziosi per gli studiosi che si occupano della conservazione dei grandi monumenti storici.
Nessun allarme ma controlli sempre più precisi
Gli esperti sottolineano che il fenomeno rientra nei normali processi di assestamento che possono interessare strutture monumentali di enormi dimensioni. Proprio per questo il dato più importante non è tanto il millimetro perso ogni anno, quanto la possibilità di rilevarlo con precisione e continuità.
Per una città come Roma, costruita su stratificazioni millenarie e caratterizzata da un patrimonio archeologico unico al mondo, il monitoraggio satellitare rappresenta ormai uno strumento fondamentale. Tecnologie sempre più avanzate consentono infatti di individuare variazioni impercettibili prima che possano trasformarsi in criticità.
Il Vittoriano, inaugurato nel 1911 e dedicato a re Vittorio Emanuele II, continua dunque a vegliare sulla Capitale. Ma ora sappiamo che, sotto il suo candido marmo botticino, il gigante di Piazza Venezia si muove lentamente. Talmente lentamente da sfuggire agli occhi dei romani e dei milioni di turisti che ogni anno lo ammirano, ma non ai satelliti che osservano la città dall’alto.
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- Lega, Fontana rilancia la “doppia Lega” e prende le distanze da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”
Lega, Fontana rilancia la “doppia Lega” e prende le distanze da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”
La Lega deve tornare a mettere i territori al centro della propria identità politica. È questo il messaggio lanciato dal presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, intervenuto nella serata di venerdì 12 giugno a Zapping su Rai Radio1, dove ha commentato il dibattito interno al partito dopo il recente Consiglio federale. La proposta della cosiddetta “doppia Lega”, ha spiegato il governatore, “è una proposta che è stata avanzata e alla quale noi crediamo. Deve essere messo al centro dell’attenzione il problema della territorialità”.
Secondo Fontana, il punto non riguarda soltanto il Nord, ma l’intero equilibrio del Paese. “Il nostro Paese è molto composito, ha esigenze e specificità molto differenti, e quindi noi crediamo che sia necessaria e opportuna una risposta a ognuna di queste esigenze”, ha osservato. Da qui l’idea di un partito nazionale capace però di lasciare spazio ad articolazioni territoriali dotate di autonomia politica. “Il nostro movimento deve essere il partito che porta avanti le esigenze dei territori, non solo quelle del nord ma anche del centro e del sud. Dobbiamo fare in modo che vengano maggiormente ascoltati e rispettati i singoli territori”.
Il modello Csu-Cdu e il ruolo di Zaia
Fontana ha richiamato esplicitamente il modello tedesco Csu-Cdu, con “patti di desistenza e autonomie”, come possibile riferimento per la nuova architettura interna della Lega. Una formula che, nelle intenzioni del governatore lombardo, consentirebbe di tenere insieme una linea nazionale e una rappresentanza più marcata delle istanze locali.
In questo quadro, Fontana ha indicato Luca Zaia come una figura adeguata a rappresentare la componente territoriale del partito. Il presidente del Veneto, ha detto, “è una persona che sicuramente ha dimostrato di essere particolarmente vicina ai territori e apprezzata dai territori. Ci sono dei riscontri anche elettorali che dimostrano in maniera chiara che è una persona apprezzata e che ama il territorio. Quindi credo che sarebbe un’ottima persona”. Alla domanda se una simile impostazione possa produrre una diarchia con Matteo Salvini, Fontana ha escluso questa lettura. “Non vedo una diarchia”, ha risposto, “vedo competenze diverse, funzioni diverse: chi si occupa più del territorio e chi fa la sintesi a livello nazionale”.
La distanza da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”
Nel corso dell’intervista, Fontana è tornato anche sul rapporto con Roberto Vannacci, ex vicesegretario della Lega. Il governatore ha scelto toni misurati, ma il giudizio politico è netto. “Non ho nulla contro il generale, che è una persona capace e intelligente”, ha premesso, “ma io dicevo che il suo tipo di politica non collima con quelle che sono state le fondamenta del nostro partito. C’era una incompatibilità ideologica”. Secondo Fontana, la distanza era già evidente prima della rottura formale. “A dire il vero, io avevo visto che stava già percorrendo strade diverse, quando vedevo delle riunioni organizzate alle quali non potevano partecipare i rappresentanti della Lega… non bisognava essere dei fini Churchill per capirlo”. Una battuta che rende plasticamente il clima interno: nessuna sorpresa, almeno per chi osservava da vicino le mosse del generale.
L’affondo sul governo: “Leggi troppo centraliste”
Il presidente lombardo ha poi allargato il ragionamento al rapporto tra territori e governo nazionale, criticando alcune scelte legislative dell’esecutivo. “Il governo fa leggi che non vanno nella direzione del rispetto dei territori. Leggi che tendono un po’ a essere centraliste, che non va nella direzione del futuro”, ha affermato Fontana. Per il governatore, la competizione globale impone maggiore autonomia decisionale alle aree più produttive del Paese. “Nel futuro credo ci debba essere una relazione maggiore con i territori, non con lo Stato-nazione”, ha aggiunto. La Lombardia, ha ricordato, “è la regione più produttiva del Paese” e ha bisogno di “maggior velocità” e “maggior flessibilità” per competere con le altre realtà economiche internazionali.
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- Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”
Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”
Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha rivendicato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.
Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.
Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.
Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.
L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.
Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.
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Fitch migliora prospettive Sicilia, Schifani “Crescita costante e consolidata”
Longevity Magazine – Puntata del 13/6/2026
Fitch migliora prospettive Sicilia, Schifani “Crescita costante e consolidata”
PALERMO (ITALPRESS) – “Quando le principali agenzie mondiali convergono sullo stesso giudizio il messaggio è inequivocabile. Questo riconoscimento non arriva per caso, ma riflette una traiettoria chiara, una crescita costante e virtuosa ormai consolidata. Fitch sottolinea una riduzione del debito più rapida del previsto e apre alla possibilità di un ulteriore miglioramento del rating nei prossimi mesi. Questo significa una Sicilia più solida, più affidabile e credibile sui mercati e i numeri confermano questa direzione”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, commentando la decisione dell’agenzia Fitch di portare l’outlook – le aspettative sul futuro andamento del rating – da stabile a positivo e confermando il punteggio BBB nella valutazione a lungo termine.
tvi/mca2
(Fonte video: Regione Siciliana)
FediLUG Italia - Aurora OS: La Migliore Stazione di Sviluppo Linux?🤔🐋
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Aurora OS: La Migliore Stazione di Sviluppo Linux?🤔🐋
Ecco un sistema che ti garantisca stabilità assoluta, aggiornamenti atomici e un ecosistema container-first. Esaminiamo tecnicamente la sua architettura, le prestazioni e la sua integrazione profonda con Podman e Flatpak, senza tralasciare l’aspetto dell’interfaccia KDE...
Longevity Magazine – Puntata del 13/6/2026
MILANO (ITALPRESS) – Tutto per una sana e lunga vita. Nell’undicesima puntata di Longevity Magazine, format Tv dell’agenzia di stampa Italpress, Antonino Di Pietro, direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano del Gruppo San Donato, intervista Antonio Antonuzzo, responsabile dell’Area di Medicina e Riabilitazione Ambulatoriale presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano, e Giusy Nocca, professore Associato presso la Sezione di Biochimica e Biochimica Clinica del Dipartimento di Scienze biotecnologiche di base, cliniche intensivologiche e perioperatorie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. I temi al centro del format il lipedema e la cosmetologia a supporto delle terapie oncologiche.
sat/gsl
- Vertice Russia-ASEAN 2026: gli artefici di un nuovo modello di sviluppo globale in un mondo multipolare
Vertice Russia-ASEAN 2026: gli artefici di un nuovo modello di sviluppo globale in un mondo multipolare
di Michele Merlo
Dal 17 al 19 giugno 2026 si terrà a Kazan il quinto vertice Russia-ASEAN, in occasione del 35° anniversario dell'instaurazione delle relazioni commerciali ed economiche tra la Federazione Russa e l'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. All'evento parteciperanno i capi di Stato e di governo dei paesi dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e, con ogni probabilità, anche il presidente russo Vladimir Putin. Questo incontro costituirà una tappa fondamentale nella definizione di un nuovo modello di sviluppo globale, in grado di rispondere alle esigenze progressive di un mondo multipolare in un contesto di rapida trasformazione dell’economia mondiale.
Il partenariato tra la Russia e l’ASEAN vanta una lunga storia: 35 anni di interazione economica ininterrotta creano una solida base per la cooperazione strategica. L’ASEAN è un’organizzazione intergovernativa regionale fondata nel 1967. Ne fanno parte 11 paesi: Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Filippine, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar, Cambogia e Timor Est. Il territorio di questi Stati conta oltre 670 milioni di abitanti e il PIL complessivo raggiunge quasi i 10.000 miliardi di dollari. Si tratta di una delle regioni in più rapida crescita al mondo. Il vertice di Kazan è chiamato non solo a confermare questa solida base, ma anche a dare nuovo slancio alla cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti, della sicurezza e dello sviluppo sostenibile. La portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Maria Zakharova, ha dichiarato al Forum economico di San Pietroburgo: «Il vertice Russia-ASEAN di giugno indicherà al mondo la via verso il futuro». Secondo lei, questa via è direttamente collegata alla multipolarità e alla policentricità delle relazioni internazionali.
La priorità chiave del vertice sarà il Nuovo piano di cooperazione 2026-2030, che definirà le priorità dell’interazione della Russia con i paesi del Sud-Est asiatico per i prossimi anni nei seguenti ambiti:
- Rafforzamento della cooperazione globale tra la Russia e l’ASEAN;
- Definizione di nuovi contorni di interazione in formati bilaterali e multilaterali;
- Garanzia di un approfondimento dell'interconnessione economica;
- Risposta congiunta alle sfide della sicurezza regionale.
Gli orientamenti a lungo termine del partenariato in materia di politica, sicurezza, economia, scienza e cultura contribuiscono a stabilizzare le turbolenze in un contesto internazionale caotico. Particolare attenzione sarà dedicata alle questioni economiche nel contesto della trasformazione dell’economia mondiale, dove i paesi dell’ASEAN dimostrano «un fantastico modello di cooperazione basato sul rispetto reciproco degli interessi». Gli Stati dell'ASEAN sono stati tra i primi a dimostrare un formato unico di cooperazione, che tiene conto degli interessi di ciascun partecipante e apporta benefici sia ai singoli paesi che all'intera regione. I paesi hanno abbandonato la logica del «chi è più forte ha ragione», concentrandosi invece sulla creazione e sulla ricerca di soluzioni alle sfide globali attraverso lo sviluppo di una rete di centri di influenza su un piano di parità. Il forum d’affari “a margine” dell’evento creerà una piattaforma per l’interazione diretta tra imprese, investimenti e progetti concreti nel campo del commercio e della cooperazione tecnologica. La Russia offre ampie opportunità ai rappresentanti della comunità imprenditoriale straniera, tra cui l’accesso a un mercato ampio e stabile, catene logistiche vantaggiose, nonché lo scambio di tecnologie nei settori dell’IT, dell’energia, della logistica, dell’industria farmaceutica, del complesso militare-industriale e in altri settori.
Il quinto vertice Russia-ASEAN a Kazan costituirà una tappa importante nella formazione di un nuovo modello di sviluppo globale, in cui la multipolarità e la policentricità non sono solo concetti, ma principi pratici delle relazioni internazionali, dimostrando un percorso progressista verso la prosperità comune, basato sul rifiuto della logica del dominio e creando un'alternativa a un mondo “fondato sulle regole”… del bullismo.

- Alberto Negri: "La Signora Meloni mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia o all'Iran vanno bene e ad Israele no?"
Alberto Negri: "La Signora Meloni mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia o all'Iran vanno bene e ad Israele no?"
"Storia in diretta" di Loretta Napoleoni
con Alberto Negri, 13 giugno 2026
C'è un momento, in questa intervista per l'AntiDiplomatico di Loretta Napoleoni, in cui Alberto Negri – inviato di guerra per quarant'anni – dice una cosa che farebbe bene a tenere a mente tutti i nostri «deliranti commentatori»: «A me la lacrimuccia non scappa. Mi scappano altre considerazioni». Il bersaglio grosso, all'inizio, è Donald Trump. Negri lo definisce senza mezzi termini: «Un neuropatico» che una volta dice una cosa e due ore dopo ne dice un'altra. «Stiamo parlando in una situazione in cui il più importante leader del mondo non è in grado di essere presente a se stesso», taglia corto. E poi l'affondo: «Un uomo disperato, sull'orlo di una crisi di nervi».
Le radici del disastro: Obama e Hillary Clinton
Ma attenzione, precisa Negri: «Il neuropatico Trump è il prodotto di quello che è successo prima». E qui il mirino si sposta su Barack Obama, definito «un incapace totale, una delle più grosse disgrazie che siano capitate ai democratici. Ha fomentato le primavere arabe, li ha condotti in guerra, non è stato capace di sistemare l'Iraq, ha allargato il conflitto alla Siria». Poi la stoccata finale su Hillary Clinton che nel 2011, da segretaria di Stato in visita alla Farnesina, «ridacchiava sgangheratamente» annunciando: «Lo andremo a prendere e lo faremo fuori», riferendosi a Gheddafi.
Altro punto cruciale dell'intervista è la denuncia del doppio standard occidentale. Negri smonta l'ipocrisia con un esempio secco: «La signora Meloni ha giustificato il fatto di non aderire a una sospensione dell'accordo di associazione di Israele all'Unione Europea perché dice non si può punire un intero popolo. Benissimo, ha ragione. Però mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia vanno bene, perché le sanzioni all'Iran vanno bene, perché là non ci sono dei popoli o ci sono dei governi o dei regimi secondo lei, ma non ci sono dei popoli». Due pesi e due misure.
Gaza, Libano, Cisgiordania: l'Europa che non c'è
Poi c'è Gaza, il Libano, la Cisgiordania. Non statistiche. Persone che muoiono senza medicine, con le bende tagliate a metà. E un'Europa che, secondo Negri, ha perso ogni influenza. Colpevoli? «La Germania, che ha voluto l'allargamento dell'UE solo per motivi economici. La Francia, che in Libia si è comportata in maniera criminale». Il bilancio, per l'Occidente, è spietato: «I tedeschi non hanno vinto la Prima Guerra Mondiale, hanno perso la seconda e perdono anche la terza, quella che combattiamo tutti noi europei adesso».
L'affondo finale è sul cosiddetto «Board of Peace» di Trump: «Due ubriaconi come Milei e Orbán che si abbracciavano cantando 'Blueberry Hill' di Elvis Presley. Questo è il livello che ci assicura Trump».
GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA:

Il Ministro della Difesa britannico si dimette in polemica sulla spesa militare
di Francesco Fustaneo
I nodi vengono sempre al pettine. Oltremanica, gliannunci di incremento della spesa per gli armamenti, spinti dai nuovi target della NATO, si sono infranti contro il realistico muro dei conti pubblici da mantenere in ordine. Perché se investi maggiori somme per finalità belliche – poco importa se le chiami “difesa” – da qualche parte devi operare dei tagli, e non sempre è possibile.
Si può riassumere così la motivazione che ha portato il ministro della Difesa del Regno Unito, John Healey, a dimettersi improvvisamente giovedì, in aperto disaccordo con il governo sulla futura spesa militare. Le sue dimissioni gettano nuovi dubbi sulla tenuta dell’esecutivo presieduto dal primo ministro Keir Starmer, già indebolito da sconfitte elettorali e malumori interni al partito.
Nella lettera di dimissioni, Healey ha dichiarato che il piano di investimenti per la difesa fino al 2035 è “ampiamente insufficiente” in un periodo di crescenti minacce globali. Ha accusato il Tesoro di essere “riluttante” e il premier di essere “incapace” di garantire le risorse necessarie, sottolineando che gli aumenti previsti entro il 2030 sarebbero “trascurabili” rispetto agli impegni già presi per il 2027.
Oltre a Healey, apprendiamo dalla stampa inglese che si sono dimessi anche il ministro delle Forze Armate, Al Carns, e la consigliera Pamela Nash. Al suo posto, Starmer ha nominato Dan Jarvis, un ex ufficiale dell’esercito.
Le dimissioni arrivano mentre il Regno Unito è sotto pressione per adeguarsi ai nuovi target della NATO, che chiedono agli alleati di spendere il 3,5% del PIL in difesa entro il 2035. A complicare il quadro, la scarsità di risorse pubbliche e il braccio di ferro tra ministeri: Energia, ad esempio, spinge per non tagliare gli investimenti sul clima a favore della difesa.
Per Starmer, già in difficoltà dopo le sconfitte elettorali e le voci di una possibile sfida alla leadership (con il sindaco di Manchester, Andy Burnham, in attesa di un seggio parlamentare), la perdita di un fedelissimo come Healey rappresenta un duro colpo. L’ex ministro godeva di ottimi rapporti con gli alleati europei, in particolare con il collega tedesco Boris Pistorius.

Anthropic 'Suspends' All Mythos and Fable Access After US Order Limiting Foreign Access
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La strada più colorata della città? Gay Street è pronta a dare spettacolo

In via di San Giovanni in Laterano, esattamente di fronte al Colosseo, una settimana di eventi dedicata a cultura, diritti, nclusione e valorizzazione delle differenze.
Con la direzione artistica di Ezio Cristo, la manifestazione è promossa e organizzata da un gruppo di imprenditori attivi nel tessuto culturale e sociale della Capitale e nasce con l’obiettivo di creare uno spazio aperto di incontro, confronto e celebrazione, attraverso un programma che unisce approfondimento culturale e intrattenimento, nella piena valorizzazione della Gay Street romana, luogo storico e simbolico per la comunità LGBTQIA+ della Capitale.
Madrina della manifestazione sarà Vladimir Luxuria che il 16 giugno sarà protagonista del tradizionale taglio del nastro dando il via a sei giorni di appuntamenti aperti a tutti.
Tra gli appuntamenti più attesi della manifestazione, la sera del 19 giugno, il concerto di Francesco Sarcina e Le Vibrazioni, una delle band più amate e rappresentative del panorama pop-rock italiano.
Il calendario di Walk with Pride prevede talk, incontri, presentazioni di libri e film, riconoscimenti a personalità impegnate nella promozione dei diritti e dell’inclusione, oltre a un concorso drag che celebrerà il talento artistico e performativo della scena italiana.
Tra gli ospiti attesi figurano Imma Battaglia, Francesca Pascale, Antonella Elia, Priscilla, Francesco Montanari e Gabriele Piazza con lo spettacolo satirico “Eterofobo”, insieme ad altri protagonisti del mondo della cultura, dello spettacolo e dell’attivismo. Le serate saranno animate da momenti di intrattenimento e musica grazie alla partecipazione di alcune tra le più note organizzazioni di eventi della capitale, che cureranno dj set e performance dal vivo. “Walk with Pride” si propone come un’occasione per raccontare una società più aperta, inclusiva e consapevole, attraverso il dialogo tra arte, cultura, spettacolo e partecipazione civile, nel cuore di una delle città più amate al mondo.
Le dichiarazioni di Ezio Cristo
“La Gay street è forse il primo simbolo identificativo del movimento lgbtqia+ romano”-dice il Direttore Artistico Ezio Cristo-“e gli eventi della manifestazione Walk with Pride sono la sintesi logica e significativa di tutto quello avviene durante l’anno. La gay street è il luogo di condivisione e incontro per eccellenza e sempre aperto alla comunità e non, ai romani così come ai tantissimi turisti che si ritrovano davanti al Colosseo ogni giorno e ogni notte. Credo in un Pride diffuso: ogni realtà aggregativa, anche la più piccola dovrebbe avere uno spazio. Non dovrebbe esserci solo un luogo dove si concentrano tutti gli eventi, le serate o le organizzazioni, ma sarebbe bello se i vari quartieri di Roma avessero i loro punti di riferimento”.
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- I migliori bollitori elettrici del momento tra temperature controllate, flussi per pour over e design alternativi
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Uccise la compagna, Corte d' appello di Bolzano conferma l'ergastolo
DIEGO FUSARO: Europeisti: la nuova formazione con Monti, Calenda e Picierno

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- Fitch migliora le prospettive della Sicilia, Schifani: “I mercati internazionali premiano il nostro lavoro” / Video
Fitch migliora le prospettive della Sicilia, Schifani: “I mercati internazionali premiano il nostro lavoro” / Video

PALERMO (ITALPRESS) – A distanza di pochi giorni dal giudizio positivo di Standard & Poor’s, anche Fitch rivede al rialzo le prospettive della Regione Siciliana, portando l’outlook – le aspettative sul futuro andamento del rating – da stabile a positivo e confermando il punteggio BBB nella valutazione a lungo termine.
“Quando le principali agenzie mondiali convergono sullo stesso giudizio – dice Schifani – il messaggio è inequivocabile. Questo riconoscimento non arriva per caso, ma riflette una traiettoria chiara, una crescita costante e virtuosa ormai consolidata. Fitch sottolinea una riduzione del debito più rapida del previsto e apre alla possibilità di un ulteriore miglioramento del rating nei prossimi mesi. Questo significa una Sicilia più solida, più affidabile e credibile sui mercati e i numeri confermano questa direzione: negli ultimi cinque anni il Pil della nostra Isola è cresciuto del 20% più della media nazionale, le entrate sono aumentate di 5 miliardi in tre anni e secondo Svimez l’occupazione tra il 2022 e il 2024 è cresciuta più del doppio rispetto al centro-nord. Risultati che sono frutto di una strategia economica coerente e rigorosa. Continuiamo su questa linea per costruire uno sviluppo duraturo per i siciliani”.
Il giudizio di Fitch si inserisce in una serie di riconoscimenti internazionali che nel 2025 hanno segnato una svolta per la finanza regionale. La Sicilia, infatti, l’anno scorso ha tagliato un traguardo storico conquistando in meno di un anno il salto da BBB- a BBB+ nella valutazione di Standard & Poor’s, mentre Moody’s aveva migliorato l’outlook da stabile a positivo. Un percorso sostenuto da dati concreti: la Regione ha registrato un aumento significativo delle entrate tributarie e una riduzione del debito a un ritmo superiore alle attese, due elementi che le agenzie hanno indicato come fattori determinanti nei loro giudizi.
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Occhiuto “Serve una misura impattante, eliminiamo il bollo d’auto”

ROMA (ITALPRESS) – “In Italia ci sono già tante patrimoniali nascoste, e ingiuste, che colpiscono chi ha redditi molto bassi. Non si possono introdurne delle altre”. Così Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vice segretario nazionale di Forza Italia, in un’intervista a “Il Messaggero”.
“Mi riferisco ad esempio al bollo auto, anche quella è una patrimoniale. In campagna elettorale per le Regionali presi in giro il mio avversario, Tridico, che propose come misura della Calabria l’eliminazione del bollo: non sapeva che una Regione non può farlo. Ma mi ha fatto pensare che è una norma da proporre al livello nazionale. Berlusconi ha abolito l’Ici, le tasse di successione e quello spirito andrebbe recuperato. Non solo come proposte da mettere in campo, ma anche come comunicazione: scelte più smart, più sexy, più impattanti sull’elettore. Eliminare il bollo auto costa circa 6,5 miliardi di euro. Risorse simili sono state impiegate per abbassare l’Irpef, cosa giustissima, ma poi bisogna anche dire che tanta gente non sa nemmeno quanto versa di Irpef al mese o all’anno”.
Il bollo auto sarebbe la famosa “mossa alla Berlusconi” di cui si parla nel centrodestra per la prossima manovra? “Spero di sì, come l’idea di detassare le tredicesime. Ma quella sul bollo auto sarebbe ancora più immediata e dimostrerebbe il fatto che sappiamo attualizzare la linea di Berlusconi, perché cancellare una tassa o un tributo per intero è molto più efficace e anche più apprezzato dai cittadini”.
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A giugno attese in Italia oltre 27,2 milioni di persone, +0,9% rispetto allo scorso anno

ROMA (ITALPRESS) – Finisce la scuola, iniziano le vacanze. Con il primo weekend dopo la fine della scuola entra nel vivo la stagione turistica estiva. Nel corso del mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, in aumento dello 0,9% rispetto a giugno 2025. È quanto emerge dalle stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle indicazioni raccolte presso gli imprenditori del settore.
Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero sfiorare gli 8 milioni, con una crescita dello 0,6% sull’anno precedente. È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive.
A questa si aggiunge la componente internazionale, per la quale sono previste circa 39,8 milioni di presenze, in lieve aumento dello 0,2%, a fronte di poco più di 11 milioni di arrivi, in calo dello 0,2%.
Complessivamente, nel mese di giugno il movimento turistico dovrebbe raggiungere oltre 19 milioni di arrivi e circa 67,1 milioni di presenze, con incrementi rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
La domanda straniera continuerà a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%.
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Iran, Trump “L’Europa può aiutare, ma finora non lo ha fatto”

MILANO (ITALPRESS) – Gli alleati europei “possono essere molto d’aiuto in futuro, ma non sono stati d’aiuto adesso”. Così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump in una breve intervista con “Il Corriere della Sera”. Parole che suonano come una possibile, lieve, apertura, dopo le tensioni transatlantiche acuite dalla guerra in Iran e in vista del suo viaggio della prossima settimana a Evian, in Francia, per partecipare al summit del G7.
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Nel 2025 il settore dell’agricoltura ha registrato una lieve crescita della produzione: +0,3%

ROMA (ITALPRESS) – Nel 2025 il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha registrato una lieve crescita della produzione in termini reali, pari allo 0,3%. Nello stesso periodo, il valore aggiunto è rimasto sostanzialmente stabile (-0,1%), mentre l’occupazione si è ridotta dello 0,5%. Lo rileva l’Istat. Si sono osservati incrementi della produzione in volume per olio d’oliva (+9,6%), cereali (+4,1%), vino (+2,9%) e fiori e vivai (+1,5%). L’annata è stata invece sfavorevole per frutta (-7,3%), legumi secchi (-3,2%), coltivazioni industriali (-1,9%), foraggi (-1,3%) e agrumi (-1,0%). Nel 2025 sono aumentati sia i prezzi di vendita dei prodotti agricoli (+3,8%) sia i prezzi dei beni e servizi impiegati nel settore (+1,0%).
L’Italia si conferma al primo posto nella Ue per valore aggiunto mentre scende al quarto posto per valore della produzione. Nel 2025 il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha generato 80,1 miliardi di euro di valore della produzione, in aumento del 3,9% rispetto ai 77,1 miliardi del 2024. La crescita è stata determinata dal sensibile aumento dei prezzi (+3,6%) in presenza di volumi in leggera crescita (+0,3%).
Il valore aggiunto del settore ha toccato i 46,6 miliardi, contro i 44,2 dell’anno precedente. L’incremento è spiegato soprattutto dalla crescita dei prezzi (+5,6%), a fronte di una lieve flessione dei volumi (-0,1%). Il risultato si colloca in un quadro macroeconomico nazionale di moderata crescita del valore aggiunto in volume (+0,4%). La produzione del comparto agricolo in senso stretto è aumentata del 4,2% in valore, raggiungendo 75,2 miliardi (72,2 miliardi nel 2024). La crescita è stata trainata quasi interamente dai prezzi (+3,8%), con volumi in debole crescita (+0,3%).
Le coltivazioni sono cresciute moderatamente nei volumi e nei prezzi; negli allevamenti i prezzi sono aumentati sensibilmente con volumi invariati. Le attività di supporto hanno registrato una lieve flessione dei volumi e un rialzo dei prezzi, mentre le attività secondarie sono risultate in espansione sia nei volumi sia nei prezzi. Nel 2025 i consumi intermedi del settore agricolo sono aumentati dello 0,9% in volume (+1,0% i prezzi dei beni e servizi impiegati).
Il valore aggiunto a prezzi correnti è cresciuto del 5,9%, raggiungendo 43,1 miliardi (40,7 miliardi del 2024), nonostante una lieve flessione in volume (-0,2%). L’Italia si conferma il Paese dell’Unione europea con il più alto valore aggiunto agricolo.
Tra i comparti non agricoli, la silvicoltura ha mantenuto nel 2025 un valore della produzione pressoché invariato, con prezzi in lieve calo (-0,2%) e volumi in modesto aumento (+0,1%). La pesca ha invece registrato la flessione più marcata dei volumi (-0,6%) che, a seguito dell’aumento dei prezzi (+2,5%), hanno determinato una crescita complessiva della produzione in valore dell’1,9%.
Il settore agroalimentare – che include agricoltura, silvicoltura e pesca e industria alimentare – ha generato nel 2025 un valore aggiunto di 89 miliardi di euro, rispetto agli 83,4 del 2024. Nel 2025, la crescita in volume (+0,7%) è stata trainata dal comparto dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco (+1,4%).
La quota del valore aggiunto dell’agroalimentare sul totale nazionale è salita al 4,4% dal 4,2% del 2024. La composizione del settore ha confermato stabile, al 2,3%, il contributo del settore primario e rafforzato il peso dell’industria alimentare, salito al 2,1% dall’1,9% dell’anno precedente.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: in testa Balogun. Tutti a caccia del record
Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.
Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta
Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.
Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali
La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026
1) Folarin Balogun – Stati Uniti
2 gol

2) Giovanni Reyna – Stati Uniti
1 gol
2) Mauricio – Paraguay
1 gol
2) Cyle Larin – Canada
1 gol

2) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina
1 gol
2) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud
1 gol
2) In-Beom Hwang – Corea del sud
1 gol
2) Julian Quinones – Messico
1 gol

2) Raul Jimenez – Messico
1 gol
2) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca
1 gol

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FediLUG Italia - AUR: a fine giornata scoperti oltre 1500 pacchetti compromessi
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AUR: a fine giornata scoperti oltre 1500 pacchetti compromessi
#archlinux #linux #aur
Quella che era iniziata come una grave violazione circoscritta si è trasformata, nel giro di poche ore, in uno dei più vasti e preoccupanti incidenti di sicurezza nella storia di Arch Linux.
https://www.marcosbox.com/2026/06/13/aur-a-fin...
Deepfake a sfondo sessuale, oscurata una piattaforma illecita

ROMA (ITALPRESS) – La Polizia di Stato, nell’ambito di un’attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e condotta dal Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, ha ottenuto l’oscuramento della piattaforma “cFake.com”, utilizzata per la diffusione online di immagini e video raffiguranti donne in contesti sessualmente espliciti anche realizzati mediante l’intelligenza artificiale.
L’indagine è stata avviata nel mese di ottobre 2025 a seguito di segnalazioni pervenute agli investigatori della Polizia Postale riguardanti il sito predetto, sul quale venivano pubblicati contenuti audiovisivi raffiguranti donne appartenenti al mondo della politica nazionale e internazionale, dello spettacolo, dello sport e della cultura. Il sito si presentava con una interfaccia tipica dei form per adulti, in lingua inglese e composto da sezioni per temi specifici, il cui accesso avveniva solamente con un’autocertificazione della maggiore età.
Gli accertamenti tecnici effettuati dagli specialisti del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, hanno consentito di individuare l’infrastruttura di hosting della piattaforma negli Stati Uniti d’America.
Nel novembre 2025, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha emesso un decreto di sequestro preventivo eseguito mediante oscuramento del sito sul territorio nazionale per impedirne l’accesso agli utenti italiani.
Nell’ambito della cooperazione internazionale l’Homeland Security Investigations (HSI) del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha comunicato di aver richiesto al Department of Justice (DOJ) l’emissione di un provvedimento di sequestro del dominio “cFacke.com” per la violazione della normativa federale denominata “Take It Down Act”.
L’operazione rappresenta un significativo risultato della cooperazione internazionale di polizia nel contrasto ai fenomeni di abuso delle tecnologie di intelligenza artificiale e alla diffusione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti generati artificialmente, a tutela della dignità, dell’immagine e dei diritti delle vittime.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).
Mondiali: Usa-Paraguay 4-1. Trump assente al debutto della nazionale
Stati Uniti ok con il Paraguay all’esordio, 4-1 con doppietta di Balogun

INGLEWOOD (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Buona la prima per gli Stati Uniti ai Mondiali 2026. La nazionale di Pochettino, inserita nel Girone D, domina il Paraguay all’esordio in casa ad Inglewood. Match condotto dall’inizio alla fine dai padroni di casa, che rifilano un netto 4-1 all’undici allenato da Alfaro. Gli Usa archiviano la pratica nel primo tempo: prima l’autogol di Bobadilla (7′) e poi la doppietta di Balogun tra il 31′ e il 45+5′ mettono in ghiaccio il risultato all’intervallo. Nella seconda frazione Mauricio (73′) accorcia le distanze, ma è troppo scarna la proposta offensiva del Paraguay. A tempo scaduto Reyna di trivela mette il punto esclamativo sul 4-1 degli Stati Uniti.
Avvio spavaldo per i padroni di casa che vanno in vantaggio dopo soli sette minuti. Pulisic sguscia sulla sinistra e serve McKennie in area: il centrocampista della Juventus mette in mezzo per Balogun, ma il passaggio viene intercettato da Bobadilla che spedisce in maniera goffa nella sua porta per l’1-0 al 7′. Continua a spingere la selezione di Pochettino, che raddoppia al 31′: Pulisic scappa via a Caceres, imbuca per Balogun, che in piena area di rigore firma il 2-0. Paraguay stordito e gli Usa calano il tris nel finale di frazione sempre con Balogun, che vince un duello con Alderete e batte Gill con un bel mancino sotto la traversa.
Nel secondo tempo Pochettino risparmia Pulisic, tolto subito per Berhalter. Gli Usa continuano a fare la partita, ma attaccano con meno veemenza verso la porta di Gill. Nonostante i pochi spunti in avanti, il Paraguay accorcia le distanze a meno di venti minuti dalla fine: direttamente da un rinvio di Gill, Enciso raccoglie e serve in area Mauricio, che di sinistro batte Freese per il 3-1 al 73′. Reazione degli Stati Uniti, che colpiscono una traversa con l’ex Juventus Weah. Nel finale i padroni di casa gestiscono il vantaggio e archiviano il tanto atteso esordio mondiale calando il poker con Reyna.
Gli Usa prendono il comando del girone D con tre punti e attendono il risultato di Australia-Turchia (domenica 14 giugno, ore 06.00) per la conclusione della prima giornata del raggruppamento. Pulisic e compagni torneranno protagonisti venerdì 19 giugno contro l’Australia (ore 21.00), mentre il Paraguay sfiderà la Turchia sabato 20 giugno alle 05.00.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
Porter abusivi, a Venezia tre arresti per estorsioni e rapine ai turisti
VENEZIA (ITALPRESS) – Tre cittadini stranieri sono stati arrestati dalla Polizia di Stato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Venezia nell’ambito di un’indagine su un gruppo di porter abusivi attivo nell’area della stazione di Venezia Santa Lucia e del Ponte di Calatrava. Gli indagati sono gravemente sospettati, a vario titolo, di estorsione, tentata estorsione e rapina aggravate ai danni di turisti stranieri. Secondo gli investigatori, il gruppo imponeva con la forza il servizio di facchinaggio, sottraendo i bagagli alle vittime e pretendendo denaro per la restituzione, ricorrendo in alcuni casi a minacce e violenze. Le indagini hanno documentato episodi contestati tra febbraio e marzo 2026 ai danni di turisti israeliani e giapponesi. Nello stesso contesto è stata eseguita un’ulteriore misura cautelare per una rapina avvenuta a bordo di un treno nello scalo ferroviario veneziano. L’operazione si inserisce in una più ampia attività di contrasto al fenomeno dei porter abusivi condotta dalla Polizia di Stato negli ultimi mesi. Proseguono le ricerche di un quarto indagato.
tvi/mca2
(Fonte video: Polizia di Stato)
A Roma sequestrati 11,5 kg di cocaina, arrestato un 41enne / Video

ROMA (ITALPRESS) – Oltre 11,5 chilogrammi di cocaina pronti a rifornire le piazze di spaccio della Capitale e una base logistica allestita in un locale tecnico trasformato abusivamente in “attico”. È il risultato di un’operazione della Polizia di Stato nel quartiere romano di Ponte di Nona, dove gli agenti del VI Distretto Casilino e delle Volanti hanno arrestato un 41enne italiano, gravemente indiziato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. L’indagine è partita dal sospetto via vai di persone in un complesso di edilizia popolare della zona.
Durante un servizio di osservazione, i poliziotti hanno individuato l’uomo mentre si muoveva tra il terrazzo e il vano scale dello stabile. Fermato al secondo piano, è stato trovato in possesso di una busta contenente dieci panetti di cocaina per un peso complessivo superiore a 11,5 chili.
Sequestrati anche due smartphone ritenuti utilizzati per la gestione dell’attività di spaccio. La successiva perquisizione ha portato alla scoperta di un locale sul terrazzo adibito, secondo gli investigatori, a centro per il confezionamento della droga.
L’arresto è stato convalidato dall’Autorità giudiziaria.
IL VIDEO
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).
Sequestrati a Roma 11,5 kg di cocaina, arrestato un 41enne
ROMA (ITALPRESS) – Oltre 11,5 chilogrammi di cocaina pronti a rifornire le piazze di spaccio della Capitale e una base logistica allestita in un locale tecnico trasformato abusivamente in “attico”. È il risultato di un’operazione della Polizia di Stato nel quartiere romano di Ponte di Nona, dove gli agenti del VI Distretto Casilino e delle Volanti hanno arrestato un 41enne italiano, gravemente indiziato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. L’indagine è partita dal sospetto via vai di persone in un complesso di edilizia popolare della zona. Durante un servizio di osservazione, i poliziotti hanno individuato l’uomo mentre si muoveva tra il terrazzo e il vano scale dello stabile. Fermato al secondo piano, è stato trovato in possesso di una busta contenente dieci panetti di cocaina per un peso complessivo superiore a 11,5 chili. Sequestrati anche due smartphone ritenuti utilizzati per la gestione dell’attività di spaccio. La successiva perquisizione ha portato alla scoperta di un locale sul terrazzo adibito, secondo gli investigatori, a centro per il confezionamento della droga. L’arresto è stato convalidato dall’Autorità giudiziaria.
tvi/mca2
(Fonte video: Polizia di Stato)
Uomo risolve due cubi di Rubik durante un lancio con il paracadute: record mondiale
Un appassionato di cubo di Rubik ha risolto due rompicapo a mezz’aria nel corso del suo primo giorno di paracadutismo, conquistando così un record mondiale del Guinness dei primati. Lo riporta UPI.
Ishaan Hadkar, 24 anni, che risolve cubi rompicapo fin dall’età di 10 anni, ha effettuato il suo primo lancio con il paracadute sopra Oceanside, in California, con l’obiettivo di battere il Guinness World Record per il maggior numero di cubi risolti in un singolo lancio.
Il primo tentativo dello Hadkar, che coincideva anche con il suo esordio assoluto da un aereo, si è interrotto prematuramente.
A man sets a world record by solving a Rubik’s Cube while skydiving from 13,000 feet over California. pic.twitter.com/jPZEqQAwsG
— ABC News (@ABC) June 13, 2026
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«Non avevo assolutamente idea di cosa aspettarmi o di come mi sarei sentito. Durante il mio primo tentativo di record, che è stato anche il mio primo lancio con il paracadute in assoluto, uno dei miei cubi si è rotto a mezz’aria», ha raccontato al Guinness World Records. «Ma non volevo arrendermi, quindi sono salito subito sul primo aereo disponibile e ho tentato di nuovo il record il minuto dopo.»
Lo Hadkar è riuscito a risolvere due cubi prima di atterrare da 13.000 piedi, ottenendo il record al secondo tentativo.
«È stata sicuramente una sfida, soprattutto non avendo alcuna esperienza precedente di paracadutismo. Quel giorno c’era vento e cielo nuvoloso, e in più bisognava fare i conti con velocità di circa 190 km/h durante la caduta libera», ha detto. «Ho comunque usato la stessa tecnica di risoluzione che uso a terra, ma ho dovuto tenere il cubo molto più stretto del solito a causa della forza del vento.»
Il paracadutista ha affermato di aver risolto il primo cubo in caduta libera e il secondo sotto il paracadute.
«Con i record, non c’è mai una vera fine. Subito dopo l’atterraggio, il mio primo pensiero è stato che probabilmente avrei potuto risolvere cinque cubi in aria! Detto questo, sono stato assolutamente entusiasta che il record sia stato approvato dal Guinness World Records. È stata una tappa fondamentale nel mio percorso di 14 anni nel mondo del cubo di Rubik», ha affermato.
Non si tratta di un caso singolo: in tanti sembrano aver incrociato la passione per i lanci nel vuoto con quella per la soluzione dell’iconico giuoco enigmistico. in rete abbondano video di paracadutisti rubikisti, che provano di ottenere il record precipitando cubo alla mano.
“It seems that solving a Rubik’s Cube on the ground has become far too boring for adventurer Tom Kopec. Taking the challenge to new heights—literally—he decided to solve it while skydiving, completing the feat in a staggering 23.33 seconds!” pic.twitter.com/vcJFBCg1BG
— MOSCOW NEWS
(@MOSCOW_EN) April 29, 2026
How do you hold onto (and solve) a Rubik’s Cube while skydiving? Take notes from this teen. pic.twitter.com/R3XaF1k2tx
— USA TODAY Video (@usatodayvideo) November 1, 2023
Solving a Rubik’s Cube while skydiving
[
jeffprovenzano]pic.twitter.com/qeOrTCd0iT
— Massimo (@Rainmaker1973) January 20, 2025
Rubik’s Cube Record by @sam__sieracki @skydivejbay
Film by Heath Baird & Benjamin de la Carrera
Featured on @apfskydive -Australian Parachute Federation #skydivevids #skydivevideo #skydiving #paragear https://t.co/H4lToVS6wc pic.twitter.com/7PP4PMAy2U— Para Gear (@ParaGear) October 12, 2023
Skydiver Attempts Rubik’s Cube Record. #RubiksCube #ParaGear #Skydiving #ExtremeSports #Win #GoForIt https://t.co/H4lToVS6wc -Since 1960! pic.twitter.com/Z7WqSi7vpE
— Para Gear (@ParaGear) November 1, 2017
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Si tratta con ogni evidenza di un trend che avevamo sottovalutato assai.
Il lettore non si disperi: c’è qui Renovatio 21 per informarvi di queste realtà ignote ed abissali. Ad esempio, alzi la mano, senza sentirsi il colpa, chi aveva mai sentito parlare di mirmecotraffico e cantarotraffico. Ecco, siamo qui per questo.
Il mondo è un posto davvero interessante, perfino molto divertente – se lo si prende con leggerezza ed un, giusto, necessario, cucchiano di follia.
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Mondiali, la classifica dei gironi: gli Usa volano in testa al gruppo D
La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta
Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali
Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi
Il nuovo regolamento dei gironi
In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:
- Maggiore differenza reti complessiva;
- Maggior numero di gol segnati;
- Punti ottenuti negli scontri diretti;
- Migliore differenza reti negli scontri diretti;
- Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
- Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
- Sorteggio finale a opera della FIFA.
Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:
- Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
- Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
- Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
- Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
- Sorteggio finale a opera della FIFA
Mondiali 2026, tutti i gironi
Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama
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Nuova sentenza Pfizergate per la Von der Leyen
Un consulente della Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) ha dichiarato che la Commissione europea avrebbe dovuto rendere pubblici i dettagli dei contratti stipulati con le case farmaceutiche per la fornitura dei vaccini anti-COVID. Tra questi contratti figurava anche un accordo con Pfizer, negoziato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen tramite messaggio di testo.
In un parere pubblicato giovedì, l’avvocato generale Athanasios Rantos ha sostenuto che l’insistenza della commissione sulla segretezza ha reso impossibile sapere se i suoi negoziatori per i vaccini avessero conflitti di interesse con le aziende farmaceutiche da cui avevano acquistato i vaccini.
Tra il 2020 e il 2021, la Commissione ha firmato sei accordi di acquisto anticipato con aziende farmaceutiche, tra cui Pfizer, AstraZeneca e Moderna. Il valore complessivo dei contratti ammontava a 71 miliardi di euro.
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Quando gli eurodeputati dei Verdi e oltre 3.000 cittadini hanno chiesto informazioni sul processo negoziale, la commissione ha oscurato i nomi di tutti i suoi negoziatori e molte delle clausole contrattuali. Gli avvocati della commissione hanno sostenuto che tali oscuramenti erano necessari per proteggere i negoziatori dai «teorici della cospirazione».
Nel 2024 la Commissione ha perso una battaglia legale per mantenere segreti questi dettagli, ma ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Il parere di Rantos non è giuridicamente vincolante, ma influenzerà la sentenza definitiva della Corte.
L’anno scorso, il tribunale si è pronunciato contro von der Leyen nel caso «Pfizergate», incentrato sulle sue trattative con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Nel 2021, la von der Leyen ha dichiarato al New York Times di aver negoziato con Bourla, tramite messaggi SMS, un accordo da 35 miliardi di euro per 900 milioni di dosi di vaccino anti-COVID.
Il giornale ha intentato causa per ottenere l’accesso ai messaggi, sostenendo che la von der Leyen avrebbe potuto utilizzare gli SMS per eludere le leggi europee sulla trasparenza. La Commissione ha affermato che i messaggi erano andati persi, ma lo scorso maggio la Corte ha stabilito che l’organo esecutivo dell’UE non era riuscito a fornire «spiegazioni credibili che consentissero al pubblico e alla Corte di comprendere perché tali documenti non siano reperibili».
Lo scorso luglio, la von der Leyena era sopravvissuta a un voto di sfiducia promosso dai partiti di destra al Parlamento europeo a seguito dello scandalo. In prima fila, eravi l’ex premier magiaro Vittorio Orban, che chiedeva apertis verbis la defenestrazione dell’Ursula.
Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa un tribunale belga ha stabilito che Polonia e Romania devono adempiere ai loro obblighi previsti dall’accordo con l’UE e acquistare vaccini anti-COVID per un valore di 1,9 miliardi di euro da Pfizer e BioNTech.
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Il controverso accordo sui vaccini dell’UE ha dato origine al cosiddetto scandalo Pfizergate, in cui la Commissione europea e la stessa von der Leyen sono state accusate di aver nascosto i dettagli delle trattative con Pfizer e AstraZeneca.
La Von der Leyen aveva precedentemente cancellato o «perso» centinaia di messaggi relativi alla negoziazione con il CEO di Pfizer Albert Bourla di un contratto da 700 milioni di euro durante il suo discusso incarico come ministra della Difesa tedesca e a un accordo da 35 miliardi di euro per i vaccini mRNA di Pfizer.
La Corte di Giustizia dell’UE ha già stabilito che le comunicazioni ufficiali, anche da dispositivi personali, devono essere adeguatamente archiviate, e la Commissione si è impegnata a rivedere i propri protocolli in seguito a questa sentenza.
La Von der Leyen, ex medico e controverso ex ministro della Difesa tedesco (nonché moglie di uno specialista in mRNA), ha respinto le accuse come «bugie» e bollato i critici come complottisti, agenti di Putin (poi definito «predatore») e no-vax.
Come riportato da Renovatio 21, alcuni eurodeputati mesi fa hanno trollato la Von der Leyen offrendole un telefono con una memoria più capiente.
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Immagine di Grunpfnul via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Citroën Visa, le serie speciali
La Citroën Visa, introdotta sul mercato nel 1978, è una vettura controversa, quasi dimenticata o perlomeno trascurata, dalla gestazione travagliata ma dalle molte qualità e un design al quale il tempo sta rendendo giustizia. Intendiamoci, non è di certo un capolavoro - e del resto in casa Citroën ci sono delle icone inarrivabili - ma, soprattutto in alcuni allestimenti, ha dato prova di essere più di un’umile utilitaria senza pretese, sfoggiando interni di lusso oppure assumendo look aggressivi confortati da prestazioni che l’hanno portata anche nei rally.
La prima di tutte
La versione "Carte Noire" è stata la prima edizione limitata (2.500 esemplari) basata sulla Visa, presentata nel settembre 1978 e basata sull’allestimento Super, il top di gamma. Gli elementi distintivi, oltre al colore nero con profili dorati lungo le fiancate e sui montanti posteriori, erano i paraurti anch’essi neri, rispetto al normale grigio, i cerchi dorati con coprimozzi cromati e il logo "Carte Noire" posizionato sul portellone posteriore. Di gran lusso gli interni, con i sedili di similpelle di colore beige (un materiale Citroën chiamato Boxline) dotati di poggiatesta, un’autoradio Blaupunkt, cruscotto di plastica anziché di tessuto e la decalcomania “Carte Noire” sul posacenere. Il motore era unicamente il quattro cilindri di 1.1 litri e 57 CV.
Cambia il colore della riga
Commercializzata tra il 1980 e il 1981 è invece la versione “Noire filet rouge” che, come suggerisce il nome, si caratterizza per una scelta cromatica che riprende quella della “Carte Noire” ma con i profili rossi. Anche l’allestimento è il medesimo, quindi ritroviamo gli interni di similpelle “Boxline” ma i sedili anteriori qui sono privi dei poggiatesta e la dotazione di serie è meno ricca, anche perché non viene prodotta in serie limitata ma resa disponibile come opzione su tutta la gamma di serie. Per questo motivo poteva essere abbinata anche alle altre motorizzazioni presenti a listino.
Voglia di mare
Sempre nel 1980 viene presentata quella che, per correttezza filologica, è l’effettiva seconda serie speciale della Visa. Si chiama “Sextant”, s’ispira ad atmosfere marinare e presenta una livrea molto complessa da realizzare tra mascherature e adesivi: su una base color bianco Meije venivano infatti aggiunte le parti in Blu Azurite, mentre i cerchi erano bianchi con coprimozzi cromati e sui parafanghi anteriori era riportato il logo “Sextant”. Anche i paraurti erano colorati, di blu, mentre non erano presenti le modanature laterali e gli interni riprendevano le stesse tonalità della livrea, con sedili in tessuto Blu Cenere. Come sulla “Carte Noire”, il cruscotto era di plastica, c’era la predisposizione per l’autoradio e il tergicristallo posteriore e, essendo basata sull’allestimento “Super”, montava il motore 1.1 litri da 57 CV. Ne furono realizzati 2.000 esemplari, principalmente per il mercato francese.
Super con la X
Oggi è una delle versioni più rare benché sia stata prodotta in 3.500 esemplari tra l’estate del 1980 e il 1981, facendo da ponte al restyling del frontale della Visa che, in qualche modo, viene qui anticipato. Sei i colori disponibili: Beige Colorado, Blu Regatta metallizzato, Rame Tammela metallizzato, Nero Argento, Rosso Geranio e Verde Iroise metallizzato. Solo per alcuni di essi erano previsti paraurti anteriori e posteriori in tinta carrozzeria, mentre tutte le “Super X” avevano uno spoiler anteriore, una decorazione adesiva nera sul pannello laterale posteriore e lo specchietto retrovisore esterno destro. Molto caratteristici gli interni di tessuto a righe, abbinati al colore esterno: arancione/marrone, blu/nero o due toni di verde. La dotazione prevedeva poggiatesta anteriori, contagiri e orologio digitale, posacenere anteriori e posteriori, mentre tra gli optional figuravano gli interni di similpelle, i cerchi in lega e il tetto apribile. Come la Visa “Super E” sulla quale era basata, presentava inoltre retronebbia e luci di retromarcia e ripiano posteriore rimovibile, oltre al motore - il solito 1.1 litri - potenziato da 57 a 64 CV.
Sportiva internazionale
La “Chrono” è la prima serie speciale sportiva, prodotta nel 1982 per il mercato francese (2.160 esemplari) e, dall’anno successivo, in altri 1.650 unità destinate ad altri Paesi europei, tra cui l’Italia, dove ne arrivarono 400. Impossibile confonderla, a partire dalla livrea che, a seconda dei mercati, riprendeva i colori nazionali: la base era il Bianco Meije e in Francia le strisce erano blu e rosse, mentre in Italia ovviamente verdi e rosse, con l’aggiunta di adesivi "Total" sui parafanghi anteriori, coperture protettive per i fendinebbia e indicatori di direzione laterali (in Francia non erano obbligatori). Il look da rally era ulteriormente accentuato da passaruota in tinta, rivettati alla carrozzeria, spoiler e cornici anteriori rosse, fendinebbia e cerchi in lega “Amil” da 13" bianchi con bordo di alluminio lucidato. Spettacolare, considerata la tipologia della vettura, il cruscotto, esclusivo del modello: un tripudio di indicatori e strumenti circolari che davano una decisa impronta racing a tutto l’abitacolo, con rivestimenti di plastica blu per il cruscotto, abolizione del tipico barilotto “a satellite” per indicatori di direzione e tergicristalli, volante sportivo a tre razze e sedili da corsa con rivestimento in jersey. Il motore era un quattro cilindri di 1.3 litri da ben 93 CV grazie a pistoni rinforzati, albero a camme e testata specifici, mentre per gli esemplari da esportazione lo stesso motore si fermava a 80 CV. Con soli 850 Kg e i due carburatori doppio corpo Solex, toccava i 173 km/h.
Quella da rally
A ispirare la “Chrono” però era stata la versione “Trophée”. Poco dopo il lancio della Visa II, era stato creato il "Visa Trophy", evolutosi in "International Visa Trophy", disputato con una versione Gruppo 5 della Visa Super X. Dopo aver valutato vari prototipi a motore centrale per il Gruppo B, la Citroën decise di puntare su una Visa “normale” che, per poter partecipare alle gare, doveva però essere prodotta in 200 esemplari stradali. Nascono così le Visa “Trophée", basate sulla Visa Gruppo 5 ma equipaggiate con un motore di cilindrata inferiore, il quattro cilindri in linea da 1.2 litri della “Super X (rispetto al 1.3 litri della Visa Gruppo 5), portato a 100 CV, abbinati a una cura dimagrante a base di vetroresina per cofano, paraurti, portiere e portellone posteriore e plexiglas per tutti i finestrini, a eccezione del parabrezza. Di conseguenza, la vettura pesava 695 kg e poteva toccare i 180 km/h mentre il tocco estetico finale erano i passaruota allargati, i cerchi in lega e le decalcomanie laterali rosse e blu, entrambi poi ripresi dalla Chrono.
L’elegante
Rimaniamo nel 1982 per un’altra serie in edizione limitata (1.000 o 1.800 esemplari, le fonti sono discordi) che si caratterizza per dettagli eleganti. Basata sull’allestimento “Luxury” della Visa II Super E, si caratterizzava per un colore esclusivo, il Rosso Delage e una striscia laterale bianca che correva dalla griglia al paraurti posteriore, mentre il logo "West End" era posizionato sui parafanghi anteriori e sul portellone posteriore. I paraurti e le modanature laterali erano di colore nero e, inoltre, era presente il tetto apribile e i cerchi in lega da 13” modello “Visa”. Molti particolari gli interni, con i sedili rivestiti della ben nota similpelle Boxline abbinata a tappezzeria bordeaux e cruscotto rivestito in Tep, un materiale plastico morbido. Il motore era il consueto 1.1 litri da 57 CV.
La bandiera
Si chiama “Drapeau” (bandiera) ed è, alla fine dei conti, un semplice allestimento, destinato al mercato inglese, basato su adesivi rossi e blu che, perfidamente, possono evocare sia il tricolore francese che l’Union Jack. Assomiglia molto alla “Chrono”, ma i cerchi in lega sono quelli della “West End” e la griglia anteriore ha le lamelle argentate, mentre gli interni erano quelli di tessuto standard presenti nella gamma con i sedili anteriori dotati di poggiatesta. Una caratteristica curiosa della “Drapeau” è che veniva offerta su tutte le motorizzazioni disponibili, dalla Special con il bicilindrico da 0.6 litri , alla Super E da 1.1 litri fino alla Super X da 1.2 litri.
La preziosa
Sempre dedicata al mercato inglese e sempre commercializzata nel 1982 è la “Platinum”. Era disponibile in un unico colore, il Grigio Perla Metallizzato, con gli stessi cerchi in lega della “West End” e della “Drapeau”, mentre le modanature laterali e i paraurti erano neri. Il logo era posizionato sopra al parafango posteriore, all’interno della decorazione adesiva blu che partiva dal frontale e correva lungo le fiancate a comporre un motivo a righe parallele. In comune con le altre versioni speciali per il mercato britannico c’erano la mascherina con lamelle argentate e i cerchi in lega “Visa”, mentre per gli interni vale lo stesso discorso della “Drapeau”, anche se limitati alle opzioni disponibili per la Super E da 1.1 litri su cui era basata.
La più chic
Ha un nome simile, “Platine”, ma è riservata al mercato francese e viene lanciata nel 1983. Si caratterizzava per il colore esclusivo Grigio Nettuno metallizzato decorato con una tripla striscia adesiva in due toni di grigio e rosso, mentre il logo era posizionato sia all’altezza dei parafanghi anteriori che sulla parte destra del cofano, vicino alla mascherina a lamelle cromate. Paraurti e modanature laterali erano neri e i cerchi in lega da 13" erano come quelli della Visa GT. Per quanto riguarda l’abitacolo, c’erano rivestimenti di tessuto jersey grigio oppure tartan grigio-rosso, poggiatesta e pannelli porta in tinta, predisposizione per autoradio e antenna sul tetto. Il motore invece era il tranquillo 1.1 litri da 57 CV.
La più esclusiva
Prodotta per tre anni, dal 1985 al 1987, questa edizione limitata completa la trilogia "Leader", in quanto era già stata presentata sulla BX e sulla CX e totalizza quasi 12 mila esemplari. Basata sulla Visa 11 RE, lee sue caratteristiche distintive erano il colore esclusivo, Grigio Perla metallizzato, con finiture laterali di color grigio scuro nella parte inferiore delle portiere, sotto alle modanature nere (come i paraurti), mentre sopra c’era una sottile riga rossa. La calandra era quella cromata e si poteva scegliere tra cerchi in lamiera con o senza copricerchi specifici, simili a quelli della Visa 14 TRS, ma in tinta unita. Ripresi dalla Visa GT invece erano i due spoiler posteriori e i sedili sportivi con tessuto grigio/tartan specifico e poggiatesta, mentre i motori disponibili erano due: il classico 1.1 litri a benzina da 57 CV e l’1.7 litri diesel da 60 CV.
Un brindisi allo stile
È forse la più stilosa tra tutte le Visa, si chiama “Champagne” ed è stata prodotta in esclusiva per la Gran Bretagna nel 1983. Basata sulla “Super E” con l’1.1 litri da 57 CV, si distingueva innanzitutto per il colore della carrozzeria, unico, esclusivo e, visto il nome della versione, praticamente inevitabile, ovvero Champagne metallizzato. Paraurti e modanature laterali sono color grigio scuro mentre la decorazione adesiva che corre lungo la fiancata, di colore blu scuro - e che incorpora il logo - è modellata come quella della “Platinum”. A completare la dotazione, vetri oscurati, tetto apribile, cerchi in lega modello “Visa”, poggiatesta anteriori, sedile posteriore sdoppiabile 50/50. L’interno era rivestito di un elegante velluto bicolore beige e i sedili, reclinabili, avevano un disegno esclusivo, improntato alla massima comodità.
Frizzante sportiva
Sono 2.000 gli esemplari prodotti, nel 1984, della “GT Tonic”, ovvero una versione speciale sulla base della Visa GT, spinta dall’1.3 litri da 80 CV. Disponibile nell’unico colore Bianco Meije, esteso a passaruota allargati, spoiler, minigonne laterali, paraurti e griglia della mascherina anteriore, presentava delle strisce laterali nere/rosse, a filo con i finestrini, mentre il logo era posizionato sulle portiere anteriori e sul portellone. Anche i cerchi in lega - quelli della Chrono - erano verniciati di bianco, con coprimozzi rossi e il look sportivo era completato da fendinebbia, spoiler posteriore (nero), due specchietti retrovisori e interni ripresi dalla GT, con tessuto nero e rosso, ma con il cruscotto e il volante sportivo della Chrono.
Viva le Olimpiadi
Commercializzata in occasione delle Olimpiadi 1984 e giustamente battezzata “Olympique”, è stata prodotta in 3.000 esemplari, basati sull’allestimento RE con il motore di 1.1 litri. Tre i colori disponibili, bianco, rosso e blu, con doppie strisce decorative nere, come paraurti e modanature laterali, oltre al logo "Olympique" sulle portiere anteriori. I copricerchi imitano i cerchi in lega della GT e per dare un tocco sportivo c’è lo spoiler posteriore, mentre gli interni sono assolutamente basici, con rivestimenti in jersey, poggiatesta anteriori, predisposizione autoradio e tappetini in moquette agugliata.
Una GT al risparmio
Sono 3.500 le unità prodotte della “Challenger”, in pratica una versione speciale su base “GT” (quindi con l’1.3 litri da 80 CV) ma con una dotazione semplificata. Il colore era il solito Bianco Meije, utilizzato anche per i paraurti, con quello anteriore privo di fendinebbia ma dotato di presa d’aria centrale e spoiler, decorato con una linea rossa ripresa anche sulla fiancata, a filo dei finestrini. La stessa era ripetuta nella metà inferiore delle portiere insieme ad altre due - più grosse - di colore nero, mentre il logo, di colore rosso, era posizionato a metà delle portiere anteriori e sul portellone. Priva di modanature laterali, il contrasto visivo era dato dalle cornici, mascherina e spoiler posteriore, tutti verniciati di nero, mentre in cerchi in lega da 13” erano verniciati di bianco e c’era un solo specchietto retrovisore. All’interno, sedili in stile Visa GT in tessuto nero con profili rossi ma privi di poggiatesta.
Solo per la Germania
La “Crystal” del 1987 - oltre ad essere l’ultima serie speciale della Visa - è riservata al mercato tedesco e presenta una sofisticata livrea adesiva a fronte di un allestimento abbastanza basico. Troviamo un colore esclusivo, il “Silverblau" metallizzato, mentre le modanature, i paraurti e lo spoiler posteriore sono di colore grigio scuro e i cerchi sono di semplice lamiera con coprimozzi di plastica. La decorazione adesiva si sviluppa sia nella parte inferiore delle fiancate, sotto alle modanature, con una serie di righe blu, sia con una singola che corre per tutta la fiancata e comprende il logo, presente anche sul portellone. La griglia anteriore ha le lamelle argentate mentre all’interno ritroviamo i rivestimenti di tessuto jersey grigi della “Platine”, sedili anteriori con poggiatesta e predisposizione autoradio con antenna e due altoparlanti. Curiosa la scelta di renderla disponibile esclusivamente con l’1.7 litri diesel da 60 CV.
La più speciale
Dobbiamo tornare indietro fino al 1983 per raccontare la storia della “1000 Pistes”, nome curioso nato dalla vittoria nell’omonimo rally di una Visa 4x4 sperimentale. Proprio la trazione integrale è la caratteristica distintiva di questa specialissima versione, in pratica la versione stradale della Gruppo B, con motore 1.4 litri da 112 CV e prodotta nel 1984 nelle classiche 200 unità richieste per l’omologazione dei 20 esemplari destinati ai rally. La base per la “1000 Pistes” era la GT Tonic, della quale conservava passaruota allargati e minigonne, ma lo spoiler era bianco così come i cerchi, provenienti dalla Peugeot 104 ZS2 (verniciati di bianco) e la mascherina affiancata da fari gemellati rotondi. I classici colori della bandiera francese erano proposti nella vistosa grafica che avvolgeva la parte inferiore delle fiancate con la scritta “4 routes motrices” e attraversava orizzontalmente il portellone, dove gli adesivi formavano anche le scritte “Citroën” e “1000 Pistes”.


















Mondiali, la bandiera inglese è stata definita «intimidatoria» per i migranti
Alcuni consigli comunali in Inghilterra hanno sconsigliato ai residenti di esporre la bandiera nazionale, la croce di San Giorgio, su proprietà pubbliche, citando norme di sicurezza, preoccupazioni per la coesione sociale e la necessità di mantenere un ambiente accogliente, secondo quanto riportato dai media locali.
L’avvertimento arriva alla vigilia dei Mondiali. L’Inghilterra giocherà la sua prima partita, contro la Croazia, il 17 giugno.
Il dibattito si è ampliato mercoledì, quando l’Independent Monitoring Boards (IMB), l’organismo che sovrintende alle carceri e ai centri di detenzione per immigrati, ha pubblicato un rapporto in cui avverte che le spille con la bandiera inglese indossate dal personale dei centri di detenzione potrebbero essere percepite dai detenuti come un segno di «pregiudizio o addirittura di intimidazione», soprattutto alla luce delle recenti proteste anti-immigrazione in cui l’esposizione della bandiera ha avuto un ruolo di primo piano.
Il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha colto al volo l’occasione del dibattito, scrivendo su Facebook: «Indossate una spilla dell’Inghilterra? Esponete una bandiera inglese fuori casa? Secondo la nostra classe politica, ora state intimidando i migranti!».
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«I consigli comunali progressisti dovrebbero smetterci di vergognarsi della nostra identità e cultura nazionale e iniziare invece a celebrarla» ha dichiarato al Daily Mail il ministro ombra degli Interni, Chris Philp, ha criticato l’approccio dei consigli comunali, dichiarando
La controversia trae origine dalla campagna «Operation Raise the Colours», che si ritiene sia nata a Birmingham nell’agosto del 2025 per poi diffondersi in tutta l’Inghilterra. I sostenitori affermavano che l’iniziativa mirava a promuovere il patriottismo e l’orgoglio nazionale affiggendo la croce di San Giorgio e la bandiera britannica su lampioni, ponti e altri spazi pubblici, mentre i critici sostenevano che fosse legata a sentimenti anti-immigrazione e a tentativi di marcare il territorio in comunità con un’elevata presenza di immigrati.
Negli ultimi anni la Gran Bretagna è stato teatro di importanti proteste e disordini contro l’immigrazione, con accuse alle autorità di non riuscire a controllare l’immigrazione clandestina e ad affrontare adeguatamente i crimini commessi da migranti e altre minoranze etniche.
Questa settimana a Belfast sono scoppiate proteste e disordini contro i migranti dopo che un richiedente asilo sudanese è stato accusato dell’omicidio con presunto tentativo di decapitazione di un residente locale, mentre manifestazioni si sono svolte anche davanti agli hotel che ospitano richiedenti asilo in Scozia e Inghilterra.
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Terza petroliera in fiamme al largo dell’Oman dopo gli attacchi USA
Una petroliera petrolchimica ha preso fuoco al largo delle coste dell’Oman dopo essere stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze statunitensi. Si tratta del terzo incidente di questo tipo questa settimana nello Stretto di Ormuzzo.
Il ministero degli Esteri indiano ha definito gli attacchi profondamente preoccupanti e ha affermato che tutti i 20 membri dell’equipaggio indiano a bordo della nave sono al sicuro.
L’incidente si verifica dopo che mercoledì Nuova Delhi ha presentato una protesta diplomatica all’incaricato d’affari statunitense in seguito alla morte di tre indiani quando un’altra petroliera è stata colpita.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver agito contro la MT Jalveer, battente bandiera della Guinea-Bissau, poiché «tentava di trasportare petrolio dall’Iran attraverso il Golfo dell’Oman».
BREAKING: U.S. forces disabled an oil tanker in the Gulf of Oman overnight after it allegedly violated the naval blockade against Iran.
CENTCOM says the Guinea-Bissau flagged tanker M/T Jalveer was attempting to transport Iranian oil through the Gulf of Oman when U.S. aircraft… pic.twitter.com/1fCaV1Mj21
— Fox News (@FoxNews) June 11, 2026
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Secondo quanto riportato, un aereo avrebbe lanciato due missili Hellfire nella sala macchine della nave dopo che l’equipaggio si era «ripetutamente rifiutato» di obbedire agli ordini delle forze statunitensi.
Il ministero degli Affari Esteri indiano ha descritto l’incidente come un «incidente di sicurezza marittima» e ha affermato che l’equipaggio interamente indiano della Jalveer è al sicuro. «I continui incidenti che colpiscono la navigazione commerciale nella regione sono motivo di profonda preoccupazione», ha aggiunto.
Un portavoce del ministero dei Trasporti marittimi ha dichiarato che l’equipaggio è stato evacuato al porto di Shinas e che il ministero sta monitorando la situazione e coordinandosi con il ministero degli Esteri indiano, le missioni diplomatiche e la Marina indiana. La Marina omanita sta fornendo assistenza nelle operazioni di evacuazione, come riportato dall’ambasciata indiana in Oman su Twitter.
Mercoledì, tre membri dell’equipaggio indiano della MV Settebello sono morti in un attacco delle forze statunitensi nella stessa area. Lunedì, invece, la MT Marivex è stata colpita, ma tutto il suo equipaggio indiano è stato tratto in salvo. Si presume che tutte e tre le petroliere stessero tentando di eludere il blocco navale statunitense intorno all’Iran.
Gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale ed economico a tutti i porti iraniani dalla metà di aprile. Washington afferma che si tratta di una rappresaglia per le restrizioni iraniane al transito delle navi mercantili attraverso lo Stretto ormusino, attraverso il quale transitava circa un quinto dell’energia mondiale prima dell’inizio del conflitto.
Dopo la morte dei membri dell’equipaggio della Settebello, Nuova Delhi ha espresso la propria preoccupazione anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineando che diversi cittadini indiani erano morti o risultavano dispersi a causa di attacchi nella regione.
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L’enciclica Magnifica Humanitas: commento di un sacerdote FSSPX
I cattolici si aspettano che il Papa spieghi in che modo l’uso dell’intelligenza artificiale sia moralmente buono e in che modo non lo sia, in relazione a una morale definita in riferimento alla Legge di Dio.
La prima Enciclica di Papa Leone XIV è datata 15 maggio 2026, un anno dopo l’elezione di Robert Francis Prevost al Sommo Pontefice. Con un totale di 245 paragrafi, il testo del nuovo Papa non è né più né meno lunga delle Encicliche del suo predecessore.
Come spiega nel paragrafo 3 del Capitolo 1, Leone XIV ha voluto approfittare del 135° anniversario dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891, per estendere a suo modo «questa riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo Dottrina Sociale della Chiesa». E questo dovrebbe già bastare a destare costernazione tra i cattolici, o quantomeno ad aggravare ulteriormente la perplessità in cui i poveri fedeli si trovano da oltre sessant’anni, dal Concilio Vaticano II.
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Una nuova concezione della dottrina sociale
In effetti, lo scopo di un documento del Magistero della Chiesa, come un’enciclica papale, non è quello di condurre una «riflessione», ma di dispensare, con la stessa autorità di Dio, un insegnamento, di dichiarare e spiegare il significato della verità rivelata da Dio. E la dottrina sociale della Chiesa non è, almeno non principalmente, una riflessione «sulla società, l’economia e la politica». Essa fa parte della dottrina morale che la Chiesa insegna ai suoi fedeli nel nome di Dio, ovvero la dottrina che dovrebbe mostrarci come regolare le nostre azioni per la salvezza eterna delle nostre anime.
Ora, la regola che governa le azioni umane è l’eterna legge divina, che si esprime sia nella legge divina naturale (cioè nei Dieci Comandamenti rivelati da Dio a Mosè) sia nella legge divina positiva (cioè nei precetti e nei consigli del Vangelo, rivelati da Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, e fedelmente trasmessi nella Santa Chiesa dai suoi apostoli e dai loro successori, i vescovi). D’altra parte, queste azioni umane non sono mai puramente individuali, poiché l’umanità, per sua natura, non può raggiungere la perfezione umana, tanto meno la perfezione soprannaturale della santità e salvare la propria anima, senza vivere in società, cioè senza coordinare le proprie azioni con quelle degli altri sotto la guida di un’autorità, al fine di ottenere, con l’aiuto degli altri, ciò che non potrebbe conseguire con la sola attività individuale.
Ecco perché la «dottrina sociale» della Chiesa è parte integrante della dottrina morale, o, più precisamente, ne è la piena espressione, in conformità alle esigenze della natura umana, di questa dottrina morale: una dottrina morale, se vogliamo, considerata in tutto ciò che la natura umana implica, compresa la vita in società. E questa dottrina sociale non è altro che l’insegnamento con cui il Papa e i vescovi indicano ai fedeli come le loro azioni, compiute nel contesto di questa vita sociale, debbano conformarsi alla legge di Dio.
La «riflessione» che rappresenta la Dottrina Sociale della Chiesa nello spirito di Papa Leone XIV è descritta come ðun patrimonio di sapienza in cui troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, e linee guida concrete per agire». La vaghezza di queste espressioni, che non fa alcun riferimento all’elevazione gratuita dell’umanità all’ordine soprannaturale, non soddisferà nessuno tra i cattolici che desiderano rimanere fedeli alle promesse del loro battesimo. Ciò è tanto più vero in quanto lo scopo di questa riflessione non appare più chiaramente dettato dalla salvezza eterna delle anime: questa dottrina sociale “ci aiuta ad analizzare con lucidità le sfide del presente, individuando le vie appropriate per vivere un’autentica testimonianza cristiana nella gioia e nel servizio al mondo” […] «che preservi la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta» (§ 3).
Questa vuota fraseologia, che si diletta con il vocabolario standardizzato della nuova teologia conciliare, fatica a indicarci l’oggetto formale e appropriato della dottrina sociale della Chiesa. Ma questa inadeguatezza non è nuova: le sue radici profonde affondano nella costituzione pastorale Gaudium et spes, un vero capolavoro di chiacchiere incoerenti – e di fumo negli occhi modernista.
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Dalla Legge di Dio alla Dignità Umana
Ma, al di là di questa assurdità, la vera tragedia è che, per usare l’espressione di Pierre Gaxotte, questo inganno di parole non è innocente, perché spiana la strada agli errori della mente. Al di là di questo discorso inizialmente esitante, la nuova «dottrina sociale» trova il suoIl profondo significato risiede nel suo riferimento ai fondamenti e ai principi richiamati nel Capitolo 2 dell’Enciclica: il fondamento di questa dottrina è l’erronea idea di dignità umana, introdotta dal Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, ma anche nella Costituzione pastorale Gaudium et spes; i suoi principi sono la nuova, erronea idea di bene comune e di ordine sociale derivante da questo errato fondamento della dignità umana.
L’essenza dell’Enciclica è dunque condensata nei paragrafi da 48 a 58. È qui che risiede il nucleo, perché è qui che il papa ci indica, questa volta con un linguaggio sufficientemente chiaro e preciso, quale sia il vero oggetto formale – o idea guida – di tutta la sua argomentazione. Infatti, quest’Enciclica affronta, come oggetto, le nuove tecnologie che si sono diffuse nell’uso umano – in particolare e soprattutto l’intelligenza artificiale. Ma se l’Enciclica ne parla, è per spiegare come essa debba essere utilizzata in conformità a una nuova dottrina sociale il cui fondamento è la dignità ontologica della persona umana, «immagine del Dio Trino». Il cuore stesso dell’Enciclica, il nucleo di questa questione, si trova nel paragrafo 52, che nessun cattolico degno di questo nome potrebbe leggere senza provare un profondo senso di riverenza:
«Quando parliamo di dignità, non usiamo sempre la parola nello stesso senso: a volte ci riferiamo alla dignità morale, cioè al modo in cui una persona orienta le proprie scelte e azioni; altre volte pensiamo alla dignità sociale, cioè alle condizioni di vita di una persona e al rispetto concreto che la società le riserva; in altri casi ancora ci riferiamo alla dignità esistenziale, cioè al modo in cui una persona percepisce il valore di sé e della propria vita. Queste dimensioni della dignità possono aumentare o diminuire. Al di là di questi significati, tuttavia, esiste un livello più profondo e importante: la dignità ontologica. Questa è la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente in virtù della sua esistenza, dell’essere stato voluto, creato e amato da Dio. Nessun peccato, nessuna mancanza, nessuna umiliazione, nessuna esclusione possono diminuire il profondo valore di una vita umana che Egli stesso ha voluto e chiamato all’esistenza».
L’uomo al centro della riflessione. Questa è la prospettiva da cui Papa Leone XIV intende valutare ogni altra cosa. L’uso delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale viene considerato in relazione alla «dignità inerente a ogni essere umano semplicemente in virtù della sua esistenza, dell’essere stato voluto, creato e amato da Dio», un uso che deve contribuire allo «sviluppo integrale della persona”, in riferimento all’enciclica Populorum Progressio (1967) di Papa Paolo VI, ovvero uno sviluppo «orientato alla promozione di ogni singolo individuo e della persona nella sua interezza». Pertanto, «lo sviluppo integrale della persona è l’orizzonte da cui possiamo comprendere le trasformazioni del nostro tempo, comprese quelle della rivoluzione digitale» (§ 85).
E la domanda fondamentale a cui la «riflessione» dell’Enciclica cerca di rispondere è questa: «Queste innovazioni tecnologiche, in particolare l’intelligenza artificiale, (…) contribuiscono davvero alla crescita degli individui e dei popoli nell’umanità e nella fraternità, nel rispetto della casa comune e delle generazioni future?» (§ 85). Non per condurre le persone sulla via del Paradiso, ma per aiutarle a crescere nel rispetto del mondo e dell’umanità quaggiù. Il santo Curato d’Ars promise al bambino che incontrò durante il suo cammino che gli avrebbe mostrato la via del Paradiso: «Tu mi hai mostrato la via per Ars, io ti mostrerò la via per il Paradiso». Se fosse ancora vivo oggi, attento alle parole di Papa Leone XIV, per non abbandonare la Barca di Pietro rompendo la comunione gerarchica, non dovrebbe dire al bambino questa volta: «Tu mi hai mostrato ChatGPT, io ti spiegherò come adottare un atteggiamento ecologico»?…
Il messaggio di Leone XIII, nell’enciclica Rerum novarum, era di tutt’altro livello. Il papa ha parlato delle innovazioni – più economiche che tecniche – del suo tempo, ma ne ha parlato per spiegarne il corretto utilizzo secondo la legge di Dio, per praticare la vera giustizia, che è di ordine soprannaturale, e non per ostacolare la salvezza delle anime. Il fondamento che ha ispirato tutto il discorso di questo Papa è stata la grande realtà dei Novissimi, una realtà che è stata l’idea guida di tutto l’insegnamento della Chiesa fin da quando il Verbo Incarnato è venuto a predicare il Regno dei Cieli. Ora, la nuova enciclica del nuovo Papa viene a predicarci il nuovo Regno della nostra casa comune e della fraternità universale.
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L’oblio del peccato e la fine del mondo
In definitiva, la grande idea assente da Magnifica humanitas è proprio l’idea che sta alla base della morale e, con essa, dell’intera dottrina sociale della Chiesa: l’idea di peccato. L’angolo da cui affrontare i problemi che l’uso dell’Intelligenza Artificiale può porre è proprio questo: i cattolici si aspettano che il papa dica loro in quali modi tale uso sia moralmente buono e in quali no, in relazione a una morale definita in riferimento alla Legge di Dio.
I cattolici si aspettano che il papa dica loro in quali modi tale uso sarebbe peccaminoso e comprometterebbe la salvezza delle loro anime. Ma questo significherebbe adottare un atteggiamento «teocentrico», se non addirittura «cristocentrico», in cui l’umanità deve trovare la sua vera dignità non in sé stessa, ma nella dipendenza che deve legare le sue azioni all’assoluto di Dio. Il fondamento indicato da Leone XIV nel capitolo 2 della sua Enciclica verrebbe così sovvertito.
Eppure le parole del Vangelo (Matteo 16,26-27) non saranno dimenticate: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua? O che cosa può dare l’uomo in cambio dell’anima sua?». L’IA?
Don Jean-Michel Gleize
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Sapienza Università di Roma via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0
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I malori della 24ª settimana 2026
Los Angeles, California, Stati Uniti d’America: «Ha avuto un malore fatale durante una passeggiata serale: morto William Hasley, lo sceneggiatore dei Puffi». Lo riporta Il Fatto Quotidiano.
Monte Nai, città metropolitana di Cagliari: «Costa Rei, malore mentre è al mare con la famiglia: muore un imprenditore di San Vito». Lo riporta L’Unione Sarda.
Abano Terme, provincia di Padova: «Malore mentre gioca a padel: broker muore dopo nove giorni». Lo riporta Il Mattino di Padova.
Calascio, provincia dell’Aquila: «Malore in bici e caduta nel burrone: muore imprenditore di 54 anni». Lo riporta Il Capoluogo.
Peccioli, provincia di Pisa: «Si accascia a terra e muore durante la corsa podistica: malore fatale per un uomo di 61 anni». Lo riporta La Nazione.
Campo San Martino, provincia di Padova: «Malore mentre lavora in un cantiere, morto operaio di 45 anni». Lo riporta PadovaOggi.
Ravenna: «Malore fatale mentre era in bici. Ex calciatore muore a 47 anni». Lo riporta Il Resto del Carlino.
Bassano del Grappa, provincia di Vicenza: «Malore fatale mentre passeggia lungo il Brenta con gli amici: muore papà di 48 anni». Lo riporta Il Giornale di Vicenza.
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Finale Ligure, provincia di Savona: «ucciso da un malore a bordo piscina». Lo riporta La Stampa.
Pasian di Prato, ente di decentramento regionale di Udine: «Lutto nel Friuli Collinare: morto per un malore il medico di base e colonna della FIGC». Lo riporta Messaggero Veneto.
Marina Romea, provincia di Ravenna: «Colto da un malore mentre va in bici: soccorso dall’elicottero, 45enne grave in ospedale». Lo riporta RavennaToday.
Scorzè, citàtà metropolitana di Venezia: «malore alla San Benedetto: muore operaio di 48 anni». Lo riporta La Nuova Venezia.
Marina di Ravenna, provincia di Ravenna: «Elicottero del 118 a Marina di Ravenna: malore in spiaggia per un ultrasettantenne». Lo riporta Ravenna Notizie.
Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Malore improvviso alla guida, l’auto precipita da un poggio: un morto e un ferito». Lo riporta La Nazione.
Udine: «Malore improvviso, morto a 62 anni : aveva guidato i carabinieri di Udine, Gorizia e Trieste». Lo riporta Messaggero Veneto.
Sassuolo, provincia di Modena: «malore a 21 anni. Stamattina i funerali. Donati gli organi». Lo riporta Il Resto del Carlino.
Marzamemi, provincia di Siracusa: «Maxi rissa davanti al suo locale, ha un malore e muore». Lo riporta ANSA.
Bedizzole, provincia di Brescia: «Tragedia lungo il fiume, cade in acqua dopo un malore e muore: la vittima è il 75enne». Lo riporta il Dolomiti.
Ballabio, provincia di Lecco: «Grande dolore in Valsassina, giovane papà stroncato da un malore». Lo riporta LeccoToday.
Porto Recanati, provincia di Macerata: «Malore fatale dopo essere tornata a casa dal lavoro: morta l’infermiera . Le ultime parole al compagno: “Non sto bene”». Lo riporta Corriere Adriatico.
Baricella, città metropolitana di Bologna: «Morì per un malore, salvati i suoi sedici cani». Lo riporta Il Resto del Carlino.
Marotta, provincia di Pesaro e Urbino: «Malore fatale in automobile». Lo riporta CentroPagina.
Veroli, provincia di Frosinone: «Malore fatale in un bar. Morto un anziano». Lo riporta Ciociaria Oggi.
Bari: «Tragedia a Bari: studentessa trovata senza vita in casa, l’ipotesi è di un malore improvviso». Lo riporta Borderline24.
Bellaria Igea Marina, provincia di Rimini: «Il malore, la caduta in acqua e il salvataggio dei bagnini: gravissima una delle sei anziane trentine». Lo riporta Il T Quotidiano.
Cremona: «Malore fatale per una 37enne». Lo riporta Crema News.
Valvasone Arzene, ente di decentramento regionale di Pordenone: «Malore nel sonno, muore a 29 anni accanto alla fidanzata». Lo riporta Il Gazzettino.
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Villa di Chiavenna, provincia di Sondrio: «Malore fatale: muore escursionista in Valchiavenna». Lo riporta SondrioToday.
Scorzè, città metropolitana di Venezia: «Operai morti per caldo e malore». Lo riporta Il Gazzettino.
Fano, provincia di Pesaro e Urbino: «Anziana malore morta in auto sulla statale Metaurilia». Lo riporta Corriere Adriatico.
Ascoli Piceno: «Malore in acqua, perde la vita un anziano turista». Lo riporta Il Resto del Carlino
Lido di Camaiore, provincia di Lucca: «Tragedia alla “Notte dei Giganti”: muore davanti alla moglie, malore fatale per un barista». Lo riporta La Nazione.
Castel di Lama, provincia di Ascoli Piceno: «scompare di casa, lo ritrovano morto: malore fatale». Lo riporta Corriere Adriatico.
Como: «Malore fatale sul sentiero sopra Como: morto un uomo di 67 anni». Lo riporta QuiComo.
Civitanova Marche, provincia di Macerata: «Un malore in casa, morto 80enne». Lo riporta Cronache Maceratesi.
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Penna San Giovanni, provincia di Macerata: «Assessore muore dopo un malore, “Era amato da tutti in paese”». Lo riporta Cronache Maceratesi.
Agropoli, provincia di Salerno: «accusa un malore in casa: muore pasticciere 49enne». Lo riporta Il Mattino.
Toscolano Maderno, provincia di Brescia: «Malore al rifugio Pirlo allo Spino, soccorso un escursionista di 70 anni». Lo riporta GardaPost.
Montegranaro, provincia di Fermo: «Montegranaro in lacrime per l’ex calciatore stroncato da un malore: aveva 63 anni». Lo riporta Corriere Adriatico.
Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Malore alla guida e schianto contro il guard rail: muore un volontario». Lo riporta Città della Spezia.
Treia, provincia di Macerata: «Treia, uomo di 73 anni stroncato da un malore mentre taglia l’erba: in lacrime per la scomparsa di ». Lo riporta Corriere Adriatico.
Modena: «Colto da un malore in farmacia: salvato con il massaggio cardiaco». Lo riporta Gazzetta di Modena.
Tolentino, provincia di Macerata: «morta in piscina: dramma a Villa. Ipotesi malore». Lo riporta Corriere Adriatico.
Brescia: «Ha un malore e cade in moto: muore a 66 anni». Lo riporta Il Giorno.
Venaria Reale , provincia di Torino: «Colto da infarto mentre fa jogging nel parco: salvato da passanti e 118». Lo riporta TorinoToday.
Angri, provincia di Salerno: «muore per un malore». Lo riporta Il Mattino.
Cordignano, provincia di Treviso: «Malore fatale durante viaggio di fede: opitergino muore a Medjugorje». Lo riporta Oggi Treviso.
Brescia, provincia di Brescia: «Stroncata da un malore improvviso». Lo riporta BresciaToday.
Monticolo, provincia autonoma di Bolzano: «Sessantenne muore dopo un malore in acqua al lago di Monticolo». Lo riporta TV33.
Grosseto, provincia di Grosseto: «Morto in bicicletta per un malore». Lo riporta La Nazione.
Treviso, provincia di Treviso: «si è spenta a 61 anni dopo un malore in casa». Lo riporta Oggi Treviso.
Reggio Emilia: «Auto ribaltata finisce in canale: muore a 21 anni». Lo riporta Il Mattino.
Fano, provincia di Pesaro e Urbino: «colta da malore, martedì i funerali». Lo riporta Vivere Fano.
Firenze: «Due vittime sulle strade fiorentine: morto l’84enne colto da malore in auto». Lo riporta Firenze Dintorni.
Tolentino, provincia di Macerata: «Cade in piscina: vittima 69enne, ipotesi malore». Lo riporta AnconaToday.
Versilia, provincia di Lucca: «Ha un malore sul bus, chiede di scendere e muore». Lo riporta VersiliaToday.
Vigolzone, provincia di Piacenza: «Malore fatale per un 86enne». Lo riporta Piacenza Sera.
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Montesilvano, provincia di Pescara: «Malore in spiaggia: muore 60enne». Lo riporta Notizie d’Abruzzo.
Venezia: «Maestra d’asilo stroncata dalla malattia a 45 anni: aveva perso il papà pochi mesi fa a causa di un malore». Lo riporta Il Gazzettino.
Chieti Scalo, provincia di Chieti: «Malore sul filobus a Chieti Scalo: muore un 64enne». Lo riporta Notizie d’Abruzzo.
Civitanova Marche, provincia di Macerata: «malore sul trattore: perde il controllo, si ribalta e muore schiacciato». Lo riporta Corriere Adriatico.
Torre del Lago, provincia di Lucca: «s’accascia mentre va al mare con il cane: muore per un malore». Lo riporta Il Tirreno.
Lunata, provincia di Lucca: «Malore in auto, muore a 64 anni». Lo riporta LuccaInDiretta.
San Venerio, provincia della Spezia: «Malore in strada a San Venerio: muore un’anziana». Lo riporta Città della Spezia.
Castenedolo, provincia di Brescia: «Stroncato da un malore improvviso, il calcio bresciano piange». Lo riporta BresciaToday.
Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Volontario muore sulla Ripa. Ha avuto un malore alla guida. Stava trasportando un assistito». Lo riporta La Nazione.
Messina: «Malore sul bus shuttle: soccorso un passeggero». Lo riporta MessinaToday.
Giaveno, provincia di Torino: «Malore a Giaveno: cameriere si sente male al ristorante». Lo riporta L’Agenda News.
Salbertrand, provincia di Torino: «Malore sul regionale per Bardonecchia: stop d’emergenza a Salbertrand». Lo riporta Torino Cronaca.
Venaria Reale, città metropolitana di Torino: «Malore durante la corsa alla Mandria: 60enne rianimato e ricoverato in gravi condizioni». Lo riporta Giornale La Voce.
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Pont Canavese, città metropolitana di Torino: «Malore in casa, cade e batte la testa: pensionato 77enne elitrasportato alle Molinette». Lo riporta Giornale La Voce.
San Clemente, provincia di Caserta: «Malore a bordo dell’autobus, passeggero soccorso dall’autista». Lo riporta CasertaNews.
Gemona, ente di decentramento regionale di Udine: «Il portalettere di Gemona soccorre un uomo colto da malore». Lo riporta TG Poste.
Rimini: «Detenuto aggredisce le guardie e i medici dopo aver finto un malore». Lo riporta SetteSere.
Ancona: «Malore sul treno, 26enne soccorso dalla Croce Gialla». Lo riporta AnconaToday.
Brescia: «Malore alla guida in tangenziale sud a Brescia: grave automobilista». Lo riporta Giornale di Brescia.
Agrigento: «Malore, donna intubata a Porta di Ponte». Lo riporta Agrigento Notizie.
Giussano, provincia di Monza e Brianza: «Operaio 46enne ha un malore sul tetto della ditta: intervengono i vigili del fuoco con l’autoscala, è grave». Lo riporta Il Cittadino di Monza e Brianza.
Campo nell’Elba, provincia di Livorno: «Escursionista accusa un malore, interviene l’elicottero dei Vigili del Fuoco». Lo riporta Elbareport.
Montefiascone, provincia di Viterbo: «Malore durante una competizione, struttura sportiva sgomberata». Lo riporta RaiNews.
Capo Noli, provincia di Savona: «Malore in bici a Capo Noli: sessantenne in codice rosso». Lo riporta Lokkio.
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Riccione, provincia di Rimini: «Malore in strada, bagnino lo salva: “Ho praticato il massaggio cardiaco”». Lo riporta Il Resto del Carlino.
Palaia, provincia di Pisa: «Colto da malore e poi da arresto cardiaco: 42enne rianimato e ricoverato in gravi condizioni». Lo riporta La Nazione.
Ravenna: «Colto da un malore in bici. Ciclista grave in ospedale». Lo riporta Il Resto del Carlino.
Pandino, provincia di Cremona: «Pandino, malore alla guida: 63enne di Crema ricoverato in condizioni critiche». Lo riporta Crema Oggi.
Piacenza: «All’udienza di separazione insulta la giudice e viene colto da malore». Lo riporta Libertà.
Sacile, ente di decentramento regionale di Pordenone: «Anziano colto da un malore : soccorso da tre studentesse in vacanza». Lo riporta Messaggero Veneto.
Odense, Regno di Danimarca: «Nuovo malore in campo per l’ex giocatore dell’Inter Christian Eriksen». Lo riporta Sky TG24.
Milano: «Sinner, ieri 4 ore in ospedale dopo il malore: se la macchina di vittorie diventa umana. Il check Up». Lo riporta RaiNews.
Catania, provincia di Catania: «Malore per il cardinale Paolo Romeo: l’ex presidente della Cesi ricoverato al San Marco». Lo riporta CataniaToday.
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La Russia non cerca il conflitto: parla un alto generale della NATO
La Russia non intende attaccare il territorio della NATO, ha affermato il più alto comandante militare del blocco, nonostante gli avvertimenti di alcuni funzionari europei secondo cui i membri dovrebbero prepararsi a un possibile scontro armato con Mosca.
Dal 2022, vari Stati membri della NATO hanno approvato piani per incrementare in modo significativo le proprie spese per la difesa, citando il conflitto in Ucraina. La Russia, tuttavia, ha ripetutamente sostenuto che non attaccherà l’alleanza guidata dagli Stati Uniti a meno che non venga colpita per prima.
«Ho seguito con molta attenzione le informazioni dell’Intelligence», ha dichiarato il generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR), durante una tavola rotonda all’ILA Berlin Air Show di giovedì, come riportato dal Financial Times.
«La Russia non cerca il conflitto… Capiscono il concetto di ‘alleanza difensiva’ e capiscono che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici», ha aggiunto il generale.
Alcuni funzionari occidentali hanno manifestato preoccupazione per il fatto che Washington sia stata distratta dal prolungato conflitto con l’Iran e che il recente piano del presidente statunitense Donald Trump di ridurre il numero di truppe americane di stanza in Germania invierebbe «un segnale sbagliato» alla Russia.
Il generale Carsten Breuer, massimo ufficiale militare tedesco, ha dichiarato giovedì a Politico che la NATO dovrebbe essere pronta a un potenziale confronto con la Russia entro il 2029, difendendo al contempo un importante programma di riarmo promosso dal ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius.
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Anche il presidente ceco Petr Pavel ha di recente esortato il blocco a «mostrare i denti», mentre il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha sostenuto che la NATO deve dimostrare la sua disponibilità a «irrompere» nella regione russa di Kaliningrad, un’exclave sul Mar Baltico. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha condannato queste dichiarazioni definendole «al limite della follia» e prova di un’ostilità «maniacale» nei confronti della Russia.
Intervenendo al Forum economico internazionale di San Pietroburgo la scorsa settimana, il presidente russo Vladimir Putin ha nuovamente escluso qualsiasi intenzione di invadere il territorio della NATO.
«Quale ragione avremmo per attaccare l’Europa e dichiarare guerra alla NATO? Come ho già detto, non si tratta solo di pura follia, ma anche di una provocazione deliberata», ha affermato.
L’ex capo della Marina tedesca, il viceammiraglio in pensione Kay-Achim Schoenbach, ha avvertito all’inizio di questa settimana che l’UE potrebbe «assumere senza accorgersene il ruolo di belligerante». La pace e la stabilità in Europa possono essere raggiunte solo «con la Russia, e non contro di essa», ha affermato.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il 12 giugno e la distruzione dell'URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. Proprio come l'accumulazione originaria nell'Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata sul sangue, la violenza, la privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e l'appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell'apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.
A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.
Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.
Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente - che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.
L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.
Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.
Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030.
«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».
PS: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti «non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dacha ormai da anni, praticamente dall'epoca del Covid e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dacha sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.

- Ritrovati i corpi senza vita dei due ragazzi dispersi in mare a Ventimiglia dopo un tuffo da una scogliera / Video
Ritrovati i corpi senza vita dei due ragazzi dispersi in mare a Ventimiglia dopo un tuffo da una scogliera / Video

GENOVA (ITALPRESS) – Due ragazzi di 19 e 25 anni sono stati trovati morti nel primo pomeriggio in mare a Ventimiglia, vicino all’imbocco del porto Cala del Forte. Risultavano dispersi da mercoledì pomeriggio dopo un tuffo da una scogliera nei pressi della spiaggia delle Calandre. Il più giovane era di origini marocchine, l’altro brasiliano, entrambi residenti a Sanremo. A trovare i corpi senza vita, dopo due giorni di ricerche senza sosta, sono stati i sommozzatori dei vigili del fuoco. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri, la capitaneria di porto e i soccorsi sanitari.
– foto da video Vigili del Fuoco –
(ITALPRESS).
Indonesia’s nickel rule changes are spooking Chinese investors

Do China’s export curbs on tungsten threaten Japan’s AI chip supply chain?

Simboli esoterici: significato, origine e interpretazione dei principali simboli
Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Cosa sono i simboli esoterici? Prima di addentrarci nell’analisi dei singoli glifi e nelle loro geometrie nascoste, è essenziale rispondere a una domanda fondamentale: cosa sono i simboli esoterici e perché, a distanza di millenni, continuano a esercitare su di noi un fascino così magnetico? Molto spesso li liquidiamo come semplici “disegni” misteriosi, ma la realtà è molto più complessa. La differenza fondamentale tra segno e simbolo Per comprendere a fondo la materia, dobbiamo prima tracciare una linea di demarcazione netta tra un segno e un simbolo. Un segno è un’indicazione pratica con un solo significato chiaro e bidimensionale. Un
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Google Pixel 10 Pro in sconto di 350€ su Amazon ed è il minimo storico
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'El Koudri? Gravi problemi psicologici, non è una questione di inclusione e di seconda generazione'

Rapine, estorsioni e minacce ai turisti, 3 portabagagli arrestati a Venezia
Tg1 Dialogo del 13/06/2026


© RaiNews
Bradisismo, sospese corse metro Linea 2 tra Pozzuoli e Campi Flegrei per accumulo Co2 in galleria
- Concluso il progetto ‘Meravigliosamente diversi’ dell’istituto di istruzione superiore Vespucci Colombo
Concluso il progetto ‘Meravigliosamente diversi’ dell’istituto di istruzione superiore Vespucci Colombo
LIVORNO – Il 6 giugno 2026 si è svolta alla spiaggia dei Tre Ponti di Livorno la giornata conclusiva del progetto Meravigliosamente diversi, promosso dall’Istituto di istruzione superiore Vespucci Colombo e ideato in collaborazione con Scuola italiana cani salvataggio (Sics), che ha tra gli obbiettivi, tra l’altro, quelli della Formazione scuola lavoro (Fsl) e dell’inclusione degli alunni con disabilità.
Nel corso dell’evento, il Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Livorno ha partecipato con il Nucleo sommozzatori e con vedette della dipendente stazione navale, offrendo agli studenti un’ulteriore opportunità di conoscenza delle attività che il Corpo esegue quale polizia del mare, per la tutela degli interessi economico-finanziari del paese e per il contrasto dei traffici illeciti via mare. Infatti, il 15 aprile ultimo scorso gli alunni avevano già vissuto una giornata a bordo delle unità navali di ultima generazione, assistendo anche alla ricognizione dei fondali del molo Mediceo eseguita dai subacquei utilizzando attrezzature speciali.
Durante l’esercitazione conclusiva, gli studenti sono stati coinvolti nelle attività pratiche dimostrative, partecipando attivamente alle operazioni simulate di soccorso in mare effettuate dalle unità cinofile della Sics e affiancando i sommozzatori delle Fiamme gialle nell’uso del trascinatore subacqueo. I soccorritori a quattro zampe e i conduttori della Sics hanno suscitato il particolare interesse degli alunni con le entrate in acqua dalla spiaggia e i tuffi dalle unità navali della Guardia di finanza e della Guardia costiera, finalizzati al recupero dei pericolanti simulati dagli istruttori della Sics e da un manichino appositamente realizzato, nonché per trainare con la loro sorprendente forza un pattino di salvataggio.
L’esperienza ha permesso di apprezzare la professionalità e il concreto contributo che le unità cinofile possono fornire in attività di protezione civile e di salvataggio di vite umane, comprendendo l’importanza della collaborazione tra le amministrazioni dello Stato e le associazioni di volontariato impegnate nella tutela della vita umana, quale la Società volontaria di soccorso e la Scuola italiana cani salvataggio.
La giornata si è conclusa con la consegna degli attestati agli studenti che hanno partecipato con entusiasmo al progetto scolastico, momento che ha rappresentato il coronamento di un percorso formativo dedicato alla cultura del mare, alla sicurezza della navigazione, all’inclusione e alla tutela dell’ambiente.
L’iniziativa ha inoltre consentito di evidenziare il ruolo svolto dalla Guardia di finanza, cui è affidata una funzione concorsuale nelle attività di prevenzione e contrasto degli illeciti in materia ambientale, tanto a terra quanto in ambiente marino.

Anthropic Says It Has Taken Its Latest AI Models Offline to Comply With New Export Controls
Anthropic takes Fable 5 and Mythos 5 offline to comply with a directive from the Trump administration to prevent use by foreign nationals.
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Piccolo e potente per musica fino a 7 ore: JBL GO 4 in offerta a soli 34€

Appena 34 euro circa su Amazon e puoi ottenere il mitico speaker Bluetooth JBL GO 4 con 7 ore di autonomia e impermeabilità.
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La lunga estate calda: notti tropicali, bombe d’acqua e il mese da bollino rosso


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Beachgoers in Australia rescue woman after shark attack at Sydney’s Coogee Beach

AUR: a fine giornata scoperti oltre 1500 pacchetti compromessi
Quella che era iniziata come una grave violazione circoscritta si è trasformata, nel giro di poche ore, in uno dei più vasti e preoccupanti incidenti di sicurezza nella storia di Arch Linux. Nella giornata di ieri vi avevo segnalto della compromissione di più di 400 pacchetti presenti nel repository AUR (Arch User Repository). A fine […]
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Roma, sequestrati 11,5 chili di cocaina a Ponte di Nona: arrestato un 41enne
Droga, base dello spaccio in un attico abusivo a Roma. La Polizia sequestra oltre 11 chili di cocaina
Oltre undici chili e mezzo di cocaina pronti a rifornire le piazze di spaccio della Capitale e una base logistica allestita in un attico abusivo ricavato sul terrazzo di uno stabile di edilizia popolare. È quanto scoperto dalla Polizia di Stato nel quartiere Ponte di Nona, a Roma, dove gli agenti del VI Distretto Casilino e delle Volanti hanno arrestato un quarantunenne italiano con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L’indagine è partita dal continuo e sospetto via vai di persone all’interno del complesso residenziale. Gli investigatori hanno così predisposto un servizio di osservazione con pattuglie posizionate in punti strategici dell’area, riuscendo a monitorare i movimenti di un uomo che si aggirava con fare sospetto tra il terrazzo e il vano scale del palazzo.
L’uomo è stato fermato al secondo piano mentre trasportava una vistosa busta gialla. Alla vista dei poliziotti ha tentato di disfarsene, ma gli agenti sono riusciti a recuperarla immediatamente. All’interno sono stati trovati dieci panetti di cocaina per un peso complessivo superiore agli 11,5 chilogrammi. Durante il controllo sono stati sequestrati anche due smartphone, ritenuti dagli investigatori strumenti utilizzati per gestire contatti, ordinazioni e consegne della droga. La successiva perquisizione ha portato alla scoperta di un mazzo di chiavi che ha consentito agli agenti di individuare un locale tecnico situato sul terrazzo dello stabile e trasformato abusivamente in una sorta di attico.
Secondo gli inquirenti, l’ambiente era stato adibito a vera e propria base operativa per il confezionamento e la gestione dello stupefacente. Al suo interno sono stati trovati strumenti per la pesatura e il confezionamento della cocaina, elementi che hanno contribuito a delineare il quadro indiziario a carico del quarantunenne. L’arresto è stato successivamente convalidato dall’autorità giudiziaria.
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Torna in Accademia navale il workshop intitolato a Ugo Tiberio
LIVORNO – Giovedì (18 giugno) dalle 9,30 nella Sala ricreazione allievi dell’Accademia Navale di Livorno, si terrà il decimo workshop Ugo Tiberio, organizzato dalla Fondazione Ugo Tiberio, presieduta dall’ammiraglio ispettore capo Giuseppe Abbamonte.
L’iniziativa mira a promuovere, in particolare tra i giovani ufficiali della specialità Armi Navali, la conoscenza dell’opera del professor Ugo Tiberio, pioniere dell’elettronica per la Difesa e padre del radar italiano. La Fondazione sostiene tale attività attraverso borse di studio e l’organizzazione di eventi dedicati alle più recenti innovazioni tecnologiche del settore.
Il programma prevede due sessioni mattutine dedicate al munizionamento avanzato e alle tematiche dell’underwater. Nel pomeriggio sarà approfondita la figura del dottor Vincenzo Tiberio, precursore degli studi sulle proprietà delle muffe alla base della scoperta della penicillina.
Nel corso dell’evento saranno inoltre premiati i vincitori del premio Tiberio per gli anni 2023, 2024 e 2025.
Parteciperanno rappresentanti della Marina Militare, autorità civili e religiose, esponenti dell’industria della difesa, docenti dell’Accademia Navale e dell’Università di Pisa, nonché ufficiali del corpo GM – specialità Armi Navali, in servizio e in congedo.

- Maxi fusione a Hollywood, via libera Usa all’accordo Paramount-Warner Bros Discovery da 110 miliardi
Maxi fusione a Hollywood, via libera Usa all’accordo Paramount-Warner Bros Discovery da 110 miliardi
Paramount-Warner Bros Discovery, via libera degli Usa alla maxi fusione da 110 miliardi
Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha approvato l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance, un’operazione da 110 miliardi di dollari destinata a ridisegnare gli equilibri dell’industria dell’intrattenimento globale. Il via libera rappresenta un passaggio decisivo per la società americana, che ora dovrà ottenere anche l’autorizzazione delle autorità di regolamentazione europee prima di completare l’accordo. L’approvazione è arrivata senza alcuna condizione. Paramount Skydance, quindi, non sarà costretta a cedere asset o attività per ottenere l’ok definitivo. Secondo quanto comunicato dal dipartimento di Giustizia, le prove raccolte durante l’indagine hanno evidenziato che la fusione “non è suscettibile di arrecare danni alla concorrenza o ai consumatori americani”.
Leggi anche: Sky, siglata nuova partnership con Warner Bros. Discovery
Le valutazioni delle autorità statunitensi hanno riguardato diversi settori del business dell’intrattenimento, compresi i servizi di streaming, la televisione lineare e l’intera filiera cinematografica, dallo sviluppo dei contenuti alla produzione fino alla distribuzione nelle sale. “Siamo grati per l’approfondita revisione di questa transazione da parte del dipartimento di Giustizia, così come per il lavoro delle altre agenzie che hanno completato le loro verifiche e hanno finora dato il via libera”, ha dichiarato Paramount in una nota.
L’operazione rappresenta una delle più grandi fusioni mai realizzate nel settore dei media e dell’intrattenimento e potrebbe avere un impatto significativo sul mercato globale, in un momento in cui le principali società del comparto stanno puntando a rafforzarsi per affrontare la crescente competizione nello streaming e nella produzione di contenuti.
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- Ebola, peste, tubercolosi: gli Stati Uniti hanno finanziato oltre 120 laboratori biologici in Ucraina e in decine di altri paesi.
Ebola, peste, tubercolosi: gli Stati Uniti hanno finanziato oltre 120 laboratori biologici in Ucraina e in decine di altri paesi.
Venerdì, la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard, ha diffuso dati di intelligence “mai visti prima” che rivelano “nuove prove” del finanziamento, da parte della precedente amministrazione della Casa Bianca, di oltre 120 laboratori biologici in più di 30 paesi , tra cui l’Ucraina.
“Le informazioni sull’esistenza, la storia, l’ubicazione e il finanziamento di questi laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti sono state deliberatamente occultate da individui potenti, i quali affermano falsamente che non esistono e accusano chiunque affermi il contrario di essere un agente straniero e un traditore degli Stati Uniti”, si legge nella dichiarazione .
L’ufficio guidato da Gabbard ha sottolineato che molti di questi laboratori biologici “sono attualmente impegnati, o sono stati impegnati in passato, in ricerche che utilizzano agenti patogeni pericolosi e altamente contagiosi “, in alcuni casi svolgendole “con scarsa visibilità o supervisione”.
Armi biologiche a disposizione dell’Ucraina
Le ultime rivelazioni si sono concentrate sul caso dell’Ucraina, dove il governo statunitense ha finanziato oltre 40 laboratori biologici. L’indagine ha stabilito che questi ospitavano ” agenti patogeni di guerra biologica di epoca sovietica ” e che gli Stati Uniti erano responsabili della formazione di scienziati ucraini in materia di biocontenimento.
I depositi di queste strutture includono “armi biologiche e agenti patogeni responsabili di malattie” come antrace , Ebola , peste , peste suina, tularemia, tubercolosi , malattia di Newcastle, MERS , SARS , virus di Marburg , virus di Lassa e rickettsie (batteri intracellulari), tra gli altri.

Il documento pubblicato afferma che, all’inizio degli anni 2010, il solo Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica della città di Kharkiv ospitava ” centinaia di agenti patogeni “, essendo “uno degli oltre 40 laboratori di proprietà e gestiti da ucraini che hanno ricevuto assistenza nell’ambito del Programma di Riduzione delle Minacce Biologiche del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti”.
Nel 2019, le strutture dell’istituto presentavano ” carenze in materia di bioprotezione e biosicurezza “, “specialmente nelle stanze in cui vengono manipolati i batteri contagiosi della ‘Brucella’ “.
“Gli Stati Uniti hanno pagato uno scienziato ucraino per studiare il genoma dell’influenza aviaria altamente patogena e di altri virus altamente infettivi in laboratori di biocontenimento, finanziati anch’essi dal governo statunitense”, avverte il testo.
“Potenziale impatto catastrofico su scala globale”
Gabbard ha denunciato che “nonostante l’evidente potenziale impatto globale catastrofico che la ricerca su agenti patogeni pericolosi nei laboratori biologici può avere, politici, i cosiddetti ‘professionisti della salute’ come il dottor Fauci e membri del team per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden hanno mentito al popolo americano sull’esistenza di laboratori biologici finanziati e sostenuti dagli Stati Uniti, e hanno minacciato coloro che hanno cercato di svelare la verità”.
La funzionaria ha promesso che il suo ufficio “continuerà a collaborare strettamente con i partner governativi per identificare l’ubicazione di questi laboratori e i patogeni che contengono , al fine di porre fine a questa pericolosa ricerca “. Tali attività minacciano “la salute e il benessere del popolo americano e delle persone in tutto il mondo”, ha avvertito.

Russia: la NATO prosegue il suo programma di creazione di armi biologiche, anche in America Latina.
Avvertimenti dalla Russia
L’indagine statunitense è giunta dopo anni di avvertimenti da parte della Russia sulle attività illecite svolte nei laboratori ucraini finanziati dai paesi della NATO. Dal 2022, Mosca ha fornito prove di tali attività in diverse sedi internazionali , tra cui le Nazioni Unite, ma né gli Stati Uniti, né l’Ucraina, né le altre parti coinvolte hanno risposto alle richieste russe di indagare sul funzionamento di questi laboratori biologici.
La Russia ha tentato di richiamare l’attenzione della comunità internazionale su questo problema, avvertendo dell’esistenza in Ucraina di:
- Il progetto UP-4 , il cui obiettivo era quello di indagare sulla possibilità di trasmissione di infezioni particolarmente pericolose attraverso gli uccelli migratori.
- Progetto P-781 , nell’ambito del quale è stato studiato l’ uso dei pipistrelli come agenti di armi biologiche
Le Forze Armate russe hanno inoltre ottenuto documenti che confermano numerosi casi di trasferimento di campioni biologici di cittadini ucraini all’estero . “È altamente probabile che uno degli obiettivi degli Stati Uniti e dei loro alleati sia la creazione di agenti biologici in grado di colpire selettivamente diversi gruppi etnici “, ha affermato il tenente generale Igor Kirilov, ex capo delle truppe di difesa radiologica, chimica e biologica delle Forze Armate russe.
Inoltre, il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, ha sottolineato già nel 2022 che i progetti di ricerca biologica sviluppati per anni in diversi laboratori ucraini in collaborazione con gli Stati Uniti violano la Convenzione sulle armi biologiche e che i documenti sequestrati durante l’operazione militare russa in Ucraina rappresentano solo la punta dell’iceberg.
Fonte: RT Actualidad
Traduzione: Luciano Lago
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- “Due popoli due stati? Formula vuota, senza futuro. E i partiti anti-Netanyahu non sono all’altezza”, intervista a Della Seta
“Due popoli due stati? Formula vuota, senza futuro. E i partiti anti-Netanyahu non sono all’altezza”, intervista a Della Seta
Roberto Della Seta ha applicato, con passione civile e coraggio intellettuale, uno dei motti più riusciti di Legambiente, di cui è stato presidente: “Pensare globalmente, agire localmente”. Una visione che ha attraversato il suo impegno politico e parlamentare e la sua attività di giornalista e scrittore. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis, 2025). Della Seta è anche una delle coscienze critiche dell’ebraismo italiano.
“Basta tifoserie: si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu”. È l’appello lanciato in una intervista a L’Unità da Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele. Lei come risponde?
Concordo totalmente: si può, si deve essere contemporaneamente contro i crimini di Netanyahu e contro i crimini di Hamas. Ha ragione, Fiano, anche nel denunciare il clima da stadio che avvelena sempre più spesso il dibattito pubblico e che nel caso di Israele e Palestina non impazza soltanto sui social ma contagia anche commentatori autorevoli o sedicenti tali. Cito due esempi tra loro opposti: la “messa all’indice” di Erri De Luca e di Moni Ovadia da parte di quelle che Fiano chiama opposte tifoserie. Non condivido quasi nulla di quello che ha detto De Luca su Israele e Gaza, ma considerare le sue parole come sostegno o peggio “complicità” verso Netanyahu – così le hanno bollate in tanti nel mondo filopalestinese -, è ridicolo. Non sono d’accordo nemmeno con alcune opinioni di Moni Ovadia liquidatorie di tutta la storia del sionismo, ma vedere Ovadia come una specie di ebreo “odiatore di se stesso”, un antisemita suo malgrado – così lo descrivono in molti tra i filoisraeliani “doc” – è grottesco. Con Erri De Luca e con Moni Ovadia è del tutto legittimo polemizzare, ma rispettandone la storia e il prestigio intellettuale e soprattutto rifuggendo da qualunque tentazione di ostracismo giacobino. Ecco, io credo che una buona regola per dibattere di Israele e Palestina da “non-tifosi” sia mettere qualche paletto di verità: dichiararsi antisionisti e giudicare Israele come uno Stato ormai dominato da un’ideologia ultranazionalista, non significa essere antisemiti; invece, è antisemitismo in purezza collegare la condanna di Israele, anche la più radicale, con farneticazioni su “complotti ebraici” e sulle “lobby ebraiche” alla conquista del mondo. Purtroppo, entrambi questi criteri sono violati di continuo. Violati da chi ha proposto, votato e sostiene il disegno di legge in discussione alla Camera che definisce come antisemitismo, per esempio, anche il fatto di paragonare le azioni di Israele a quelle dei nazisti. Paragone che si ritrova esplicitato da noti antisemiti quali Albert Einstein e Hannah Arendt in una lettera pubblica che pubblicarono sul New York Times all’indomani della nascita di Israele in cui bollavano come fasciste i blitz delle bande paramilitari guidate da Menachem Begin, futuro primo ministro e padre politico di Netanyahu, per cacciare migliaia i palestinesi dai loro villaggi ormai “israelianizzati”. E violati, questi criteri, da chi per motivare la solidarietà con i palestinesi fa riemergere dalla fogna della storia europea rappresentazioni degli ebrei come una rete transnazionale di criminali.
Nell’intervista, Fiano rilancia come prospettiva su cui concentrare l’iniziativa di chi non è “tifoso” ma partecipe di un tragico conflitto senza fine, quella di due popoli, due Stati. Ma c’è ancora spazio per dare corpo a questa idea?
Credo che Fiano abbia bene presente la mappa attuale degli insediamenti di coloni ebrei in Cisgiordania, insediamenti – va ricordato – avvenuti anche quando governava la sinistra: come immagina questi “due Stati”? Mi viene in mente il regime razzista sudafricano, che aveva creato una decina di “bantustan”, piccole isole “nere” formalmente indipendenti ma in realtà micro-Stati vassalli del Sudafrica. Oggi “due popoli due Stati” è una formula vuota, senza futuro. Personalmente non mi piace nemmeno come idea: la penso come quella piccola minoranza di sionisti del Novecento – da Martin Buber a Judah Magnes – che sostenevano la prospettiva di un unico Stato binazionale. Non amo il concetto di “Stato etnico”, che sia degli ebrei come dei musulmani. Detto ciò capisco bene che la possibilità di vedere nascere “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, uno Stato dove vivano insieme e con pari diritti ebrei israeliani e palestinesi, non è per oggi né per domani. Ma non ho dubbi che a questo si arriverà alla fine del tunnel, ancora lontana.
Dopo i video inneggianti al trattamento brutale riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Europa e l’Italia hanno scoperto la “mela marcia” che si annida nel governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Ma regge questa identificazione o c’è molto altro?
Ben-Gvir è un criminale politico, ma è solo la punta vistosa di un iceberg incomparabilmente più grande. La mela marcia è tutto il governo Netanyahu, la mela marcia è la maggioranza che lo sostiene, la mela marcia è chi tuttora tra gli israeliani si riconosce in questa destra nazionalista e razzista, la mela marcia è l’esercito che ha condotto lo sterminio di civili a Gaza, la mela marcia sono le forze di sicurezza israeliane che tollerano e spesso spalleggiano le aggressioni sistematiche dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Ben-Gvir nella mela marcia – chiedo scusa per la metafora brutale – è solo il verme più repellente.
Quanto alla “Global Flotilla”: è desolante la debolezza con cui governi europei a cominciare dal nostro hanno reagito all’atto di pirateria internazionale compiuto da Israele in acque internazionali contro loro cittadini che partecipavano a una missione umanitaria rigorosamente disarmata. È desolante, ed è una specie di manifesto del “doppio standard” che adotta l’Europa in tema di difesa della legalità internazionale e dei diritti umani: intransigente (giustamente) con il criminale Putin, più che conciliante con il criminale Netanyahu.
“Io, sionista di fronte alla catastrofe spirituale dell’ebraismo”. Così questo giornale ha titolato una impegnata intervista di Gad Lerner. Cosa è per lei il sionismo?
Condivido ogni virgola di Gad, anche se la mia storia è diversa dalla sua. Sono ebreo per metà, quella paterna, e mio padre Piero che era un dirigente del Partito comunista, fu negli anni ’60 uno dei primi ebrei italiani a schierarsi pubblicamente contro Israele. Mio padre si dichiarava orgogliosamente antisionista, io su questo la penso diversamente. Da storico, credo che il sionismo vada visto nella sua grande pluralità di ispirazioni: erano sionisti Buber, Magnes, Arendt, che sognavano uno Stato arabo-ebraico in Palestina, ed era sionista Vladimir Zabotinskij, nazionalista e ammiratore di Mussolini. Il sionismo è nato, come pensiero e movimento, per liberare gli ebrei d’Europa da secoli di persecuzioni, ha ricevuto una legittimazione formidabile dalla Shoah. Certo è nato con un’impronta eurocentrica, non si è mai troppo curato del “fatto” che in Palestina vivevano comunità arabe che inevitabilmente hanno vissuto l’emigrazione ebraica come colonialismo. Dalla nascita dello Stato d’Israele, il sionismo ha visto prevalere sempre più decisamente la sua radice peggiore, nazionalista e colonialista: non si può ridurre la sua degenerazione a Netanyahu, Netanyahu e la sua destra suprematista sono il sintomo e non la causa della malattia d’Israele. Poi guardo al sionismo non solo da storico: mia sorella ha sposato un ebreo israeliano che ha origini familiari polacco-ucraine. Ha idee molto di sinistra sul mondo, odia Netanyahu, ma non può dimenticare che se lui è venuto al mondo è perché suo padre negli anni ’30 del secolo scorso fuggì dall’Europa seguendo l’ideale sionista. Impossibile pretendere da mio cognato che si senta antisionista, quanto a me tendo a considerarmi asionista.
Anna Foa ha scritto un bellissimo libro dal titolo Il suicidio d’Israele. Questo suicidio si è già compiuto o c’è ancora qualche speranza?
Il suicidio di Israele come Stato ebraico credo sia compiuto, suicidio etico e reputazionale. Le prossime elezioni diranno del suo suicidio politico, in fase avanzata. Ovviamente mi auguro che Netanyahu perda le elezioni, e so benissimo che un governo guidato dalle attuali opposizioni rappresenterebbe un grande paso avanti. Ma sono sincero: credo i partiti anti-Netanyahu non siano all’altezza della sfida per dare un futuro di sicurezza e di prosperità a chi vive in Palestina. Dico a chi vive in Palestina, intendo prima di tutto ai palestinesi ma intendo anche ai milioni di ebrei israeliani. Faccio un esempio: giorni fa il leader dei Democratici, partito erede dei laburisti, Yair Golan, ha detto che per uno Stato palestinese “non è ancora il momento”. Credo che tutta la politica israeliana, anche la sua parte migliore, non abbia coscienza dell’abisso in cui è sprofondata nel mondo l’immagine d’Israele. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: l’odierno Israele non è una democrazia, non lo è almeno da sessant’anni, da quando occupa illegalmente territori in cui vivono milioni di persone che non possono scegliere con il voto chi ne decide la vita e il futuro.
Il suicidio di cui sopra può riguardare anche la diaspora?
La diaspora, in particolare quella europea, dal 1948 si è identificata in Israele come “stato-guida” e oggi fatica a metterne in discussione l’agire. Eppure, lo stesso sionismo che proponeva la nascita di uno Stato ebraico in Palestina è nato in polemica con l’aspirazione di tanti ebrei europei a integrarsi nei contesti nazionali di cui bene o male erano parte da secoli. Poi tra ebraismo diasporico e Israele c’è un’altra grande differenza: il primo è costitutivamente cosmopolita, abituato a ibridarsi con altri da sé, portatore di un’idea plurale dell’identità, mentre in Israele si è progressivamente affermata un’idea esclusiva dell’identità ebraica.
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Nasce Progetto Civico Italia: le reazioni dei leader del campo largo
Conte: “Rafforza il campo progressista”. Schlein: “Dobbiamo essere all’altezza delle aspettative”. Bonelli e Fratoianni: “Ben venga aiuto al centrosinistra”
Alessandro Onorato lancia Progetto Civico Italia, una realtà che, come dichiara dal palco l’assessore capitolino ai Grandi Eventi, allo Sport, al Turismo e alla Moda di Roma Capitale, si schiera nel campo progressista non come segmento accessorio né come spazio residuale di centro, mirando alla costruzione di un’unica aggregazione diretta al voto. Fra le priorità: sicurezza, formazione scolastica, vita nelle piazze, nei parchi, certezza delle pene e recupero sociale dei detenuti. Ricetta da consegnare al campo largo, che guarda al PCI con interesse, apprezzamento e curiosità.
Giuseppe Conte promuove il PCI: “Rafforza il campo progressista”
Partito Civico nasce come movimento di vocazione progressista. È dunque inevitabile che incassi la simpatia del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte: “Progetto Civico Italia è costruito su solidità civiche e amministrative. È un contributo che rafforza il progetto progressista a cui tengo molto. L’obiettivo non è vincere, ma cambiare il paese. Con l’opposizione abbiamo già definito diversi punti in comune anche in politica estera, benché ne dica la destra. Questa nuova forza politica può aiutarci e ha in dote le antenne che gli amministratori hanno sui territori. La democrazia è al bivio, corriamo il rischio di una torsione illiberale. Adesso tocca a noi. Dobbiamo rimettere in mano ai cittadini le sorti della Repubblica e restituire la voglia di partecipazione”.
Elly Schlein: “Condividiamo gli stessi valori”
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein spinge verso la creazione di un pacchetto di misure riformiste a burocrazia zero e sostenibilità sociale da condividere con la coalizione. “Dobbiamo essere all’altezza delle aspettative ma non contro i nostri avversari. Piuttosto per migliorare il paese. Si parla di alleanze e programmi ma siamo già convergenti su tante battaglie. In primis, lottare contro lo smantellamento della sanità. Difendiamo la scuola pubblica, gli investimenti, lottiamo contro il caro vita. Non possiamo avere le bollette più care d’Europa. C’è tanto lavoro ma siamo pronti ad accogliere, ascoltare, allargare l’offerta politica condividendo gli stessi valori. Non c’è miglior programma che attuare gli articoli della nostra meravigliosa costituzione”.
AVS: “Progetto Civico benvenuto, ora programma condiviso”
Progetto Civico rientra a pieno titolo nel campo largo, alveo dove c’è anche Alleanza Verdi e Sinistra che plaude all’iniziativa ma non perde l’occasione per invocare anche un “programma chiaro, condiviso e coraggioso”. Pensieri e parole del leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: “Al partito tutto ciò che contribuisce a rendere più forte il centrosinistra rispetto a questa destra brutta e pericolosa è il benvenuto ma deve essere poi definito all’interno di un programma credibile che come dico da tempo deve essere ambizioso”. Gli fa eco Angelo Bonelli (Verdi): “Guardiamo con interesse la proposta di Onorato, tutto ciò che si muove fra amministratori e amministrativi per rafforzare la proposta politica e programmatica del centrosinistra è estremamente positivo”.
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- Usa-Iran, accordo mai così vicino. Washington ottimista all’85%, la firma in Svizzera. Teheran: “Un faccia a faccia? Un’illusione americana”
Usa-Iran, accordo mai così vicino. Washington ottimista all’85%, la firma in Svizzera. Teheran: “Un faccia a faccia? Un’illusione americana”
Medio Oriente, Washington neutralizza i droni iraniani nello Stretto di Hormuz. Ma la tregua tra Usa e Teheran è più vicina
Mentre le tensioni nel Golfo Persico restano elevate, si rafforzano i segnali di una possibile svolta diplomatica tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom) ha reso noto di aver abbattuto diversi droni d’attacco lanciati da Teheran contro navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz. Secondo Washington, il traffico marittimo prosegue regolarmente e il corridoio strategico rimane aperto. Sul fronte diplomatico, però, la prospettiva di un accordo appare più vicina che mai. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il memorandum d’intesa con gli Stati Uniti potrebbe essere firmato “nei prossimi giorni”, inizialmente in forma digitale. “Non siamo mai stati così vicini alla conclusione”, ha affermato, ribadendo che Teheran intende gestire internamente le proprie scorte di uranio altamente arricchito attraverso un processo di diluizione.
Le indiscrezioni indicano la Svizzera, e in particolare l’area del lago di Ginevra, come possibile scenario simbolico della firma. Secondo Reuters, il vicepresidente americano J.D. Vance potrebbe sottoscrivere l’intesa per conto di Washington, mentre l’Iran sarebbe rappresentato dal presidente del Parlamento Mohammed Ghalibaf. Tuttavia, da Teheran arrivano nuove smentite e l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, definisce “un’illusione americana” l’ipotesi di un incontro faccia a faccia. Intanto il Pakistan, che sta svolgendo un ruolo di mediazione, ha annunciato di aver raggiunto un testo definitivo e condiviso dell’accordo di pace, invitando a non dare credito alle campagne di disinformazione che puntano a sabotare l’intesa. A Washington cresce l’ottimismo: secondo fonti citate da Bloomberg, le possibilità di una firma sarebbero comprese tra l’80 e l’85%.
Leggi anche: Iran-Usa, l’analista: “Possibile svolta in arrivo, ma servirà tempo per equilibrare gli interessi. Ma sul nucleare…”
Restano tuttavia profonde divergenze sui contenuti dell’accordo. Donald Trump rivendica di aver ottenuto lo smantellamento del programma nucleare iraniano, la distruzione del materiale arricchito e la garanzia che Teheran non sosterrà più gruppi armati nella regione. Una versione contestata dalla Repubblica islamica, secondo cui la questione nucleare resterebbe aperta e verrebbe affrontata soltanto nei sessanta giorni successivi alla firma del memorandum. Le tensioni coinvolgono anche Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari, assicurando piena sintonia con Trump, mentre il ministro della Difesa Israel Katz ha escluso un ritiro delle forze israeliane dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza.
Tra annunci, smentite e reciproche accuse, il negoziato resta appeso agli ultimi nodi politici. Ma, dopo mesi di escalation militare e diplomatica, la prospettiva di una tregua appare oggi più concreta che in passato.
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In libreria l’avvincente storia della cuoca che nutrì Sir Winston Churchill
Arriva in libreria il 17 giugno La cuoca di Churchill di Annie Gray (Slow Food Editore), il romanzo ispirato alla vera storia di Georgina Landemare, la donna che per quattordici anni cucinò per il premier britannico accompagnando con i suoi piatti alcuni dei momenti più delicati della storia del secolo scorso.
Dietro i grandi della storia c’è spesso una cucina
Ci sono vite che scorrono lontano dai riflettori ma che, in modo silenzioso, finiscono per lasciare un segno nella grande Storia. È il filo conduttore di La cuoca di Churchill, il nuovo romanzo di Annie Gray in uscita il prossimo 17 giugno, che racconta l’esistenza straordinaria di Georgina Landemare, la donna che durante gli anni più difficili della Seconda guerra mondiale si prese cura della tavola di Winston Churchill.
Il volume si inserisce nel filone delle biografie romanzate che riportano alla luce figure rimaste per decenni nell’ombra, proprio come accaduto con titoli di successo quali La cuoca dei Kennedy e La ragazza delle meraviglie. Libri che trasformano documenti, lettere e testimonianze dimenticate in racconti capaci di restituire voce a protagonisti invisibili.

La donna che conquistò il mondo dei fornelli
Nata in un modesto villaggio rurale dell’Inghilterra vittoriana, Georgina Landemare crebbe in un ambiente fatto di sacrifici, lavoro e tradizioni culinarie tramandate di generazione in generazione. Contro ogni aspettativa riuscì però a imporsi in un settore quasi esclusivamente maschile, diventando una delle poche chef donne dell’epoca.
Quando entrò al servizio di Winston e Clementine Churchill nel 1940, nessuno poteva immaginare che sarebbe rimasta accanto alla famiglia per ben quattordici anni, più a lungo di qualsiasi altro membro dello staff domestico.
Tra diplomazia, guerra e atmosfere da Downton Abbey
Per Churchill il cibo non era un semplice piacere, ma uno strumento di relazione e diplomazia. Le cene organizzate da Georgina contribuirono a creare quell’atmosfera conviviale che il premier britannico considerava essenziale nei rapporti politici e internazionali.
Attraverso la sua vicenda personale, Annie Gray ricostruisce un intero mondo: quello delle grandi dimore inglesi, del servizio domestico, della cucina britannica tra gli ultimi fasti dell’età edoardiana e le privazioni imposte dal conflitto mondiale. Un romanzo che unisce rigore storico e narrazione, destinato a conquistare gli appassionati di storia, le lettrici in cerca di figure femminili forti e chi continua a sentire la nostalgia delle eleganti atmosfere di Downton Abbey.
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Al Colosseo arriva "la più importante mostra su Troia mai realizzata"


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Ristorante Umberto a Napoli, profumo di buononelle strade di Chiaia
Via alle Case di comunità, “Ma molti infermieri rifiutano l’assunzione”
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Torna la Panda 4x4, ma non è l'integrale che ti aspetti
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Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione
Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).
È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.
La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.
La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.
La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.
Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.
Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.
La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.
Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.
Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.
Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.
Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.
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I nuovi romanzi di Lynch e Vuillard fanno i conti con le radici marce della nostra contemporaneità
C’è un filo invisibile e insanguinato che lega le brughiere desolate dell’Irlanda ottocentesca ai deserti polverosi del Nuovo Messico. Un filo fatto di fango, miseria nera e di quella violenza strutturale che il capitalismo nascente ha sempre contrabbandato per “civilizzazione” o progresso economico.
La letteratura, quando decide di non piegarsi alle logiche consolatorie dell’intrattenimento da classifica o dei salotti borghesi, ha il dovere politico e morale di scavare lì, tra le costole dei vinti, per restituirci la carne viva della Storia. A compiere questa operazione chirurgica e spietata sono oggi due romanzi straordinari, capaci di smantellare i miti fondativi della modernità occidentale attraverso una lingua che si fa polvere, sangue e poesia.
Il primo è Cielo rosso al mattino di Paul Lynch (traduzione di Riccardo Michelucci; 66thand2nd). Prima di vincere il Booker Prize con il distopico Il canto del profeta, Lynch aveva già marchiato a fuoco la narrativa contemporanea con questo esordio folgorante, ambientato nel 1832. La storia di Coll Coyle, un bracciante irlandese in fuga dopo aver ucciso accidentalmente il figlio del suo spietato padrone terriero, non è semplicemente un thriller storico o una caccia all’uomo. È un’odissea esistenziale sulla condizione umana.
Lynch possiede una scrittura materica, ipnotica, che evoca lo spettro biblico di Cormac McCarthy ma si radica nel ritmo di una ballata celtica cupa e visionaria. La fuga di Coll attraversa l’oceano fino ai cantieri delle ferrovie della Pennsylvania, dove il sogno americano si rivela per quello che è: un immenso mattatoio per immigrati sacrificabili, carne da cannone per i binari dell’industrializzazione selvaggia.
La traduzione di Michelucci restituisce intatta questa lingua arcaica e brutale, dove la natura non è mai sfondo, ma un dio indifferente che osserva l’inevitabile rovina degli uomini.
Se Lynch lavora sul respiro epico e tragico del singolo individuo schiacciato dal destino, Éric Vuillard con Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (traduzione di Alberto Bracci Testasecca; Edizioni E/O) compie un’operazione di decostruzione storica radicale, fedele al suo stile unico che oscilla tra il saggio politico e la prosa d’arte. Vuillard prende il mito pop per eccellenza del West, Billy the Kid, e lo spoglia di ogni retorica hollywoodiana o romantica. Il leggendario fuorilegge non è un eroe solitario, ma un ragazzino disperato, un orfano tra i tanti prodotti dalle violente recinzioni dei latifondisti e dalle prime grandi speculazioni finanziarie sulla terra.
Il West di Vuillard non è lo spazio della libertà, ma il laboratorio a cielo aperto del monopolio economico americano, dove lo sceriffo Pat Garrett non rappresenta la giustizia, bensì gli interessi dei baroni del bestiame e delle compagnie ferroviarie. Con una scrittura tagliente, ironica e implacabile, l’autore francese ci mostra come l’epopea della frontiera sia stata in realtà una gigantesca operazione di pulizia di classe, trasformata poi in spettacolo per coprire i crimini dei vincitori.
Leggere questi due libri in diagonale significa fare i conti con le radici marce della nostra contemporaneità. Sia Lynch che Vuillard, pur con strumenti stilistici diversi – il primo attraverso una narrazione densa, terragna e lirica, il secondo con una prosa chirurgica, saggistica e fortemente politica – ci dicono la stessa identica cosa: la Storia la scrivono i padroni, ma è sui corpi degli orfani, dei fuggiaschi e degli sfruttati che è stato edificato il nostro presente. Due letture necessarie, feroci, che non concedono sconti e che ci ricordano perché la grande letteratura ha ancora il dovere civile di esistere.
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Porter abusivi, tre arresti a Venezia per estorsione e rapine ai turisti / Video

VENEZIA (ITALPRESS) – Tre cittadini stranieri sono stati arrestati dalla Polizia di Stato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Venezia nell’ambito di un’indagine su un gruppo di porter abusivi attivo nell’area della stazione di Venezia Santa Lucia e del Ponte di Calatrava.
Gli indagati sono gravemente sospettati, a vario titolo, di estorsione, tentata estorsione e rapina aggravate ai danni di turisti stranieri. Secondo gli investigatori, il gruppo imponeva con la forza il servizio di facchinaggio, sottraendo i bagagli alle vittime e pretendendo denaro per la restituzione, ricorrendo in alcuni casi a minacce e violenze.
Le indagini hanno documentato episodi contestati tra febbraio e marzo 2026 ai danni di turisti israeliani e giapponesi. Nello stesso contesto è stata eseguita un’ulteriore misura cautelare per una rapina avvenuta a bordo di un treno nello scalo ferroviario veneziano.
L’operazione si inserisce in una più ampia attività di contrasto al fenomeno dei porter abusivi condotta dalla Polizia di Stato negli ultimi mesi. Proseguono le ricerche di un quarto indagato.
IL VIDEO
-Foto screenshot video Polizia di Stato-
(ITALPRESS).
Due modifiche ai regolamenti per il consiglio comunale di Rio nell’Elba
RIO NELL’ELBA – È stata convocata dal presidente del consiglio comunale, dottoressa Valeria Barbagli, per le 17 di lunedì (15 giugno) al municipio di Rio nell’Elba l’adunanza del consiglio comunale del Comune di Rio.
Sono ben 18 i punti all’ordine del giorno della seduta: in particolare, dopo le comunicazioni del sindaco, verrà portato in approvazione il nuovo regolamento per la concessione del patrocinio comunale.
In approvazione dell’assemblea, inoltre, la sostituzione di un membro dimissionario della commissione paesaggio ed una modifica del regolamento sul funzionamento del consiglio comunale che riguarda la disciplina delle convocazioni dei capigruppo consiliari. Saranno discussi anche undici punti che riguardano mozioni e interrogazioni presentate dal gruppo consiliare di minoranza Cambiamo!.
Il comune di Rio mette a disposizione dei cittadini che vogliano essere aggiornati sulla attività politico-amministrativa dell’ente la diretta streaming del consiglio comunale, alla quale è possibile accedere cliccando il link Sedute consiglio comunale, reperibile anche sul sito www.comune.rio.li.it seguendo il percorso Amministrazione/Consiglio Comunale/Sedute Web Consiglio Comunale. Le immagini rimangono disponibili anche dopo il termine della seduta consiliare.

Ligabue apre ufficialmente all’Olimpico “La notte di certe notti”

ROMA (ITALPRESS) – Sugli schermi laterali immagini di Little Taver, l’indimenticabile Tingo di “Radiofreccia”, che gioca con un enorme pallone su cui è disegnato il mondo. In sottofondo le note della “Traviata” e del “Requiem: Dies Irae” di Giuseppe Verdi. Sullo schermo centrale il mondo su uno sfondo nero e una serie di immagini di attualità che ruotano attorno come satelliti e che vengono proiettate sugli schemi laterali, intervallate a immagini di Little Taver che corre scappando dalla grande palla che rotola alle sue spalle.
Tutto è pronto allo Stadio Olimpico di Roma per accogliere Ligabue per la prima data (la numero zero è stata a Bibione il 5 giugno) del tour celebrativo “La notte di Certe notti” che si concluderà a Milano il prossimo 24 ottobre. E Ligabue arriva. Imbraccia una chitarra, il palco è spento, i 54 mila sul prato e sugli spalti applaudono, gridano.
Poi il palco si illumina con luci arancioni e bianche e si parte con “Balliamo sul mondo”. Segue “Marlon Brando è sempre lui” e, finalmente, Liga saluta il pubblico: “Questa sera ci daranno manforte tutti i chitarristi che hanno suonato con me nella mia carriera, per cui vedrete un gran via vai di chitarristi per tutta la serata – dice – Abbiamo cominciato con due pezzi del primo album (“Ligabue”, ndr), direi di andare avanti un po’ con quell’album lì!”.
Ne fanno parte, tra le altre “Non è tempo per noi” che Liga canta suonando la chitarra al centro del palco dove rimane anche per “Piccola stella senza cielo”; si sosta per il reprise per andare insieme a Max Cottafavi sulla passerella che, dal palco, si allunga nel prato. Si chiude così il primo blocco e, con lui, il primo album.
Si passa al secondo, “Miss Mondo”. Sul palco arriva Little Taver: porta in scena un enorme jukebox che tenta goffamente di rompere prima a martellate e poi con una sega elettrica. Sullo schermo centrale appare un giradischi su cui suona un vinile. Su tutti gli schermi si alternano immagini tratte dai videoclip dei brani contenuti nell’album Miss Mondo del 1999 e, in chiusura, compare la cover del disco.
E Liga ricomincia a cantare: “Si viene e si va”, “L’odore del sesso”. Poi si ferma e parla di nuovo con il pubblico: “Mentre stavo registrando ‘Miss Mondo’, era il periodo della guerra particolarmente cruenta nella ex Jugoslavia. Io e altri miei due amici (Jovanotti e Piero Pelù, ndr) abbiamo scritto una canzone che valeva allora tanto quanto vale oggi, oggi forse ancora di più, e che fa così”.
Il cantante imbraccia la chitarra acustica e partono le note di “Il mio nome è mai più”. Al momento del ritornello il palco viene illuminato da luci rosse e sugli schermi compaiono le scritte “Basta col massacro a Gaza”, “Basta col massacro in Ucraina”, “Basta col massacro in Sudan” e “Basta con i 56 massacri in corso nel mondo”.
Si volta pagina, le luci diventano blu. Mentre sullo schermo centrale scorrono le immagini in bianco e nero di bambini che giocano a pallone, Liga canta “Una vita da mediano”. Un altro brano, “Sulla mia strada” e siamo nel 2002, l’anno di “Fuori come va?”. Liga canta: “Tutti vogliono viaggiare in prima”, “Ti sento”, “Eri bellissima”, “Questa è la mia vita”.
Poi torna a parlare con il pubblico: “C’è sempre una canzone che deve far partire qualcosa. In certi casi, a far partire tutte le altre, come nel mio. È dovuta uscire una canzone precisa dopo che ne avevo scritte altre che non valevano niente, perché poi alla fine avessi voglia di scrivere canzoni veramente. Quindi, sono particolarmente debitore a questa canzone che mi è uscita una domenica pomeriggio di tanti anni fa e che parlava del sabato sera precedente. È questa qua”.
Cioè “Sogni di rock’n’roll” e per qualche minuto siamo di nuovo nel 1990. Il tempo della canzone e Liga introduce ancora un brano: “Adesso vi facciamo sentire l’ultima canzone che ancora non è uscita, ma l’abbiamo già fatta dal vivo un po’ di tempo fa – dice – È una canzone che io voglio dedicare a tutte le donne e le ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza e in Italia, a quanto pare, è una su tre. La canzone si chiama ‘Nessuno è di qualcuno'”.
Liga l’ha scritta a supporto della fondazione Una nessuna centomila che si batte contro la violenza sulle donne ma sono tanti quelli che stasera si schierano idealmente con lui. Su tutti gli schermi, infatti, viene proiettato un video in bianco e nero con alcuni volti dello spettacolo che ripetono “Nessuno è di qualcuno” seguito dalla scritta bianca su fondo nero “UNA NESSUNA CENTOMILA”. Ci sono, tra i tanti, Pierfrancesco Favino, Fiorello, Marco Bocci, Luca Zingaretti, Luca Argentero, Giorgio Panariello, Raoul Bova, Giuseppe Fiorello, Vinicio Marchioni, Amadeus e Fiorella Mannoia. Mentre Liga canta il palco è illuminato da luci rosse e bianche.
Siamo arrivati alla quarta e ultima parte, quella dedicata a “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn”, l’album scritto nel 1991. Liga canta, tra le altre, “Sarà un bel souvenir” e “Urlando contro il cielo”. Poi ascoltiamo “Leggero”, (da “Buon compleanno Elvis” come “Quella che non sei”. Colpiscono le immagini sugli schermi di ragazze e donne che hanno vinto qualche concorso provinciale di Miss: hanno il mascara che cola, sembra piangano lacrime nere. Ancora “Happy Hour” che Liga canta mentre gli schermi mostrano una navicella spaziale con uno “space cocktail bar” in cui si vedono una serie di personaggi brindare tra loro: politici e uomini di potere vestiti da astronauti, protagonisti del panorama geopolitico attuale ricreati con l’intelligenza artificiale.
Dietro di loro un oblò in cui si può vedere, in lontananza, la terra. Ci sono tutti: Vladimir Putin, Donald Trump, Ursula Von der Leyen, Mario Draghi, Benjamin Netanyahu, Viktor Orbán, Xi Jinping, Recep Erdogan, Emmanuel Macron, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Volodymir Zelenskyi, Joe Biden, Kim Jong-un, Bill Gates e Jeff Bezos. C’è anche Sergio Mattarella che, sul finale, vestito da astronauta brinda in direzione del pubblico con aria preoccupata.
“Tra palco e realtà” chiude il concerto ma è già pronto il bis, chiamato a gran voce e presentato da Little Taver con un grande cartello con la scritta “BIS”. Mentre sugli schermi scorrono le immagini di Ligabue e dei musicisti all’interno di cornici che ricordano lo specchio di un camerino, il cantante canta “I ragazzi sono in giro” prima di concludere con “Certe notti”. Poi Liga presenta tutti i musicisti sul palco prima di congedarsi definitivamente dal pubblico che lo ha ascoltato per quasi due ore e mezza.
-Foto Roberto Panucci-
(ITALPRESS).
Deforestazione, cemento e la rivoluzione dei fenicotteri: dove sta andando l’Albania?
Sono trascorsi davvero parecchi anni da quando, complice una mia conoscenza, volevo fare un viaggio in Albania, sicuro che, caduto il regime totalitario di Enver Hoxha e il conseguente arrivo di capitali esteri, quella terra avrebbe subito una drastica trasformazione territoriale. Buon profeta, si fa per dire, meglio: facile profeta.
Ed ecco, che, in una terra tradizionalmente dedita ad agricoltura e pastorizia, fa il suo prepotente ingresso l’edilizia, specie nella capitale e sulla costa. Tirana è diventata una nuova Milano, e, guarda caso, l’architetto – anzi l’archistar – di riferimento è quello Stefano Boeri assurto a fama universale grazie al Bosco Verticale.
Un’espansione edilizia senza precedenti quella di Tirana, iniziata quando primo cittadino era quell’Edi Rama (socialista…), sindaco dal 2000 al 2011 e dal 2013 primo ministro. Boeri si è aggiudicato prima il progetto Tirana 2030 (che è il piano regolatore della città) e poi il progetto Tirana Riverside (concepito per i 4000 sfollati del terremoto del 2019). A guardarli sul sito della Stefano Boeri Architetti, colpisce il verde a macchia d’olio che li caratterizza.
Sia come sia, voxeurop.eu riporta che a Tirana oggi si contano 52.000 alloggi vuoti; i prezzi di vendita in un centro gentrificato viaggiano tra i 2.500 e i 4.500 euro/mq, quando il reddito mensile lordo di un albanese è 850 euro. Ed è quasi impossibile trovare un bilocale in affitto a meno di 600 euro/mese. Eppure il piano regolatore è concepito per ospitare 1,6 milioni di abitanti, quando Tirana ne conta appena 590.000. E intanto ovviamente si sta assistendo all’espulsione dalla cinta urbana dei meno abbienti e l’acquisto delle proprietà immobiliari da parte di fondi stranieri.
Converrete, come accennavo, che il paragone con Milano è impressionante. Con in più qui anche il riciclaggio di denaro. Ma l’esplosione dell’edilizia non si limita alla capitale. Se nel 2015 sono stati concessi permessi per la costruzione di nuovi edifici residenziali pari ad una superficie di 50 chilometri quadrati, nel 2022 l’estensione è stata di ben 2.071 chilometri quadrati: oltre 40 volte di più, e il trend è destinato a perdurare.
Questo in un paese che si svuota: tra il 2011 e il 2023 l’Albania ha perso quasi mezzo milione di abitanti. Ma allora dove finisce il cemento? Facile a dirsi: soprattutto nell’industria più impattante al mondo, quella turistica, e specialmente, ça va sans dire, sulla costa. E questo mentre nell’interno il paese è sempre meno verde. Secondo l’istituto di statistica albanese (Instat) dal 2018 al 2023 il paese ha perso 320.000 ettari di fondo forestale e pascoli, nell’indifferenza delle autorità pubbliche e nonostante una teorica moratoria sui tagli. E il maggior importatore di legno è la nostra Italia, con addirittura il 61% delle quote.
Deforestazione nell’interno, con relative piste forestali, e cementificazione sulla costa: un mix micidiale. Ma andiamo nello specifico sulla costa, nel sud del paese, dove in questi giorni è salita alla ribalta internazionale l’isola di Saseno – o Sazan come la chiamano gli albanesi – disabitata, circondata da un mare cristallino, e miracolosamente salvatasi da speculazioni edilizie grazie a servitù militari oggi non più in essere (durante il regime comunista di Enver Hoxha furono costruiti oltre 3.600 bunker e gallerie sotterranee, progettate per resistere a un attacco nucleare).
È qui che il genero di Trump, Jared Kushner, straricco imprenditore ebraico ortodosso, accortosi dell’esistenza dell’isola durante una crociera, vorrebbe realizzare un mega resort investendo 1,4 miliardi di dollari. Una storia vecchia questa dei resort, se pensiamo che ormai quando si parla di investimenti nel mondo del turismo non si parla di camping o di aree attrezzate, ma solo di opere di grave impatto, destinate in buona parte ad élite (“ecco è così che va il mondo”).
E nel 2025 gli è stata concesso un permesso per costruire, facilitato – guarda caso – da una legge che sembra creata ad hoc sugli “investimenti strategici” del 2024. Infatti la norma ha creato una nuova categoria di progetti urbanistici che possono operare anche sul suolo pubblico e in deroga alle regolari procedure di assegnazione di appalto, mentre altri emendamenti hanno allentato i vincoli sulle aree protette.
Ma l’operazione immobiliare (aumentando il proprio valore a circa quattro miliardi di dollari, prevedendo 10.000 posti letto) si estenderebbe anche sulla costa (sempre grazie alla legge speciale di cui sopra), nell’area protetta di Vjosa-Narta (l’area del delta del fiume Vjosa), uno dei siti naturali di maggior pregio in Europa, un intatto paesaggio di lagune, dune, pinete e zone umide che ospita alcune delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo (ben 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa). Area in cui ad aprile sono state realizzate delle trincee in filo spinato e sono già entrati in opera dei mezzi operativi, distruggendo parte delle dune.
Ambedue gli investimenti in realtà non fanno capo direttamente a Kushner, bensì al fondo di investimento da lui creato, la Affinity Partners, con anche capitali dei paesi arabi, in particolare qatarioti. A margine ma non troppo, consideriamo il fatto che l’Albania ha aderito al Board of Peace di Trump (il socialista Rama è buon amico non solo di Trump, ma anche di Netanyahu), e che (gossip) Ivanka Trump è stata vista pranzare con Edi Rama, che ovviamente considera un’occasione da non perdere il faraonico investimento.
Ma non tutto sembra andare nella direzione auspicata dal governo, visto che: uno, l’Albania vuole aderire all’Ue, e questa le ha intimato di osservare le normative vigenti di tutela ambientale; due, si sono mosse in difesa di questo patrimonio naturale e in particolare per l’area costiera ben 28 associazioni ambientaliste e nel paese vi sono state e sono tuttora in corso vere e proprie sollevazioni popolari (ma anche in altri paesi, Italia compresa). Un movimento di protesta al grido “l’Albania non è in vendita” e già denominato la “Flamingo revolution”, la “Rivoluzione dei fenicotteri“. Movimento liquidato così da Rama: “Se non ci fosse Jared, a nessuno importerebbe niente di quello che sta succedendo in Albania”.
Il fatto che chiami Kushner per nome e il contenuto dell’affermazione la dicono lunga sul personaggio. A margine ma non troppo, conviene ricordare che il fondo Affinity Partners voleva realizzare l’anno scorso una Trump Tower (in omaggio all’illustre cognato) a Belgrado (anche qui grazie ad una normativa speciale ad hoc) e che il progetto non è andato in porto a causa di un procedimento della Procura per abuso d’ufficio e falsificazione di un documento ufficiale.
Guarda caso, per quest’altra operazione immobiliare a carattere turistico invece in corso, la Spak, la procura anti-corruzione albanese indipendente nata nel 2019, ha intanto avviato delle indagini sulle modifiche apportate nel 2024 allo status di protezione dell’area e alla proprietà dei terreni, cambiamenti che hanno aperto la strada allo sviluppo turistico.
Diciamo in conclusione che da queste vicende l’immagine pubblica del governo albanese non ne esce molto bene.
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Puntata 1.5 – Salute mentale: ansia, depressione, confronto sociale
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Puntata 1.4 – Disinformazione e manipolazione politica
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ILA 2026, a Berlino l’Europa dell’aerospazio misura le proprie ambizioni

BERLINO (GERMANIA) (ITALPRESS) – Con l’apertura ufficiale affidata al cancelliere federale Friedrich Merz, l’ILA Berlin 2026 trasforma l’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER) nel principale crocevia europeo dell’industria aerospaziale. Fino al 14 giugno, oltre 750 espositori provenienti da 37 Paesi, circa 330 delegazioni istituzionali di più di 60 nazioni e quasi 100 mila visitatori animeranno quella che il Bundesverband der Deutschen Luft- und Raumfahrtindustrie (BDLI) e Messe Berlin presentano come la principale piattaforma continentale dedicata ad aerospazio, sicurezza e innovazione tecnologica.
A completare il quadro saranno circa cento velivoli impegnati tra esposizioni statiche e dimostrazioni in volo, in un’edizione che, sotto il motto “Pioneering Aerospace”, intende evidenziare il legame sempre più stretto tra progresso tecnologico, competitività industriale e autonomia strategica.
La presenza del ministro della Difesa Boris Pistorius, della ministra dell’Economia Katherina Reiche, del ministro dei Trasporti Patrick Schnieder e della ministra della Ricerca, Tecnologia e Spazio Dorothee Bar testimonia il rilievo politico assunto da un comparto considerato cruciale per la sicurezza e la prosperità del continente.
“Questa ILA arriva esattamente al momento giusto”, ha affermato il presidente del BDLI e amministratore delegato di Airbus Defence and Space, Michael Schollhorn. “Germania ed Europa hanno bisogno più che mai di crescita economica, mobilità sostenibile, accesso allo spazio, sicurezza e sovranità. L’industria aerospaziale rappresenta tutto questo e presenta qui una visione strategica per il futuro”.
Sulla stessa linea il direttore operativo di Messe Berlin, Dirk Hoffmann, secondo il quale l’ILA “continua a crescere” e conferma il proprio ruolo di “piattaforma europea leader per l’innovazione aerospaziale”, luogo nel quale “nascono nuove partnership, vengono presentate nuove tecnologie e si discutono i temi che plasmeranno il settore”.
Articolato su tre palchi tematici, il programma riunisce rappresentanti delle istituzioni, dell’industria, della ricerca e delle forze armate per affrontare questioni che spaziano dall’aviazione a basse emissioni alle tecnologie spaziali, dalla digitalizzazione alle competenze necessarie per la futura base industriale europea.
Tra i protagonisti figurano il direttore generale dell’Agenzia spaziale europea Josef Aschbacher, la presidente del Deutsches Zentrum fuer Luft- und Raumfahrt (DLR) Anke Kaysser-Pyzalla, gli astronauti Matthias Maurer, Alexander Gerst e Rabea Rogge, l’ispettore della Luftwaffe Holger Neumann e, in uno degli appuntamenti più attesi, il comandante supremo alleato in Europa della NATO, generale Alexus Grynkewich, che parteciperà a un confronto sulla sicurezza europea insieme al capo della Bundeswehr, generale Carsten Breuer.
L’edizione 2026 riflette inoltre il crescente peso assunto dal comparto difesa. Airbus, Boeing, Leonardo, Lockheed Martin, MBDA, Rheinmetall, Hensoldt, Embraer, General Atomics e numerosi altri protagonisti dell’industria internazionale presenteranno sistemi destinati a caratterizzare il futuro ambiente operativo multidominio.
Tra le principali attrazioni figurano il debutto in volo del drone Heron TP della Bundeswehr, capace di trasmettere immagini ad alta definizione in tempo reale, la prima apparizione all’ILA dell’elicottero da combattimento AW249 sviluppato da Leonardo, il pattugliatore marittimo P-8A Poseidon di Boeing, il Do228 NXT di General Atomics, l’Airbus Beluga, l’Airbus A380 di Emirates e l’Airbus A320neo con la livrea celebrativa del centenario Lufthansa.
Ampio spazio è riservato ai sistemi senza equipaggio, con il nuovo Drone Pavilion e la Drone Cage dedicata alle dimostrazioni dinamiche, mentre lo Start-up Hub offrirà alle giovani imprese innovative un punto di contatto con investitori, industria e amministrazioni pubbliche. Il Talent Hub sarà invece dedicato al reclutamento e alla formazione di ingegneri, tecnici e futuri piloti.
Competitività, tecnologia e sovranità rappresentano il filo conduttore dell’intera manifestazione, che si propone non soltanto come una vetrina delle eccellenze industriali, ma come il luogo nel quale l’Europa cerca di delineare la propria autonomia strategica in un’epoca segnata dal ritorno della competizione tra potenze e dall’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche.
Non sorprende, in questo quadro, che il fine settimana aperto al pubblico risulti già completamente esaurito: prima ancora di rivolgersi agli appassionati, l’ILA 2026 parla infatti ai decisori politici, militari e industriali chiamati a definire il futuro dell’aerospazio europeo.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
Mondiali 2026, chi è Balogun, il talento Brooklyn: due goal spettacolo e la scelta degli USA


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FediLUG Italia - In questa puntata di Radiolinux su http://www.radiostart.it/ ore 12,30
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In questa puntata di Radiolinux su http://www.radiostart.it/ ore 12,30
torniamo sulla distribuzione Q4OS utilissima per computer datati che possiamo utilizzare anche per fini aziendali. Si parla inoltre di Sovranita’ tecnologica, delle
lotte delle varie suite office nel mondo linux, di Euro Office, A.I e
legislatore am...
Mondiali: Usa-Paraguay 4-1
- Trump-Iran, mai così vicini alla pace: ma dietro le quinte il pressing di Israele per sabotare l’intesa
Trump-Iran, mai così vicini alla pace: ma dietro le quinte il pressing di Israele per sabotare l’intesa
Trentotto. Trentanove. Quaranta. Il numero degli annunci di un accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra del Golfo. Quando alla roulette della pace è uscito il 41 sembrava essere la volta buona. A dirlo era sempre lui, il “croupier “di Washington. Sembrava. Perché in questa storia infinita a un certo punto sembra riandare in onda la riedizione geopolitica del Giorno della marmotta. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare; con loro, la buona fede è un concetto inesistente». Così Donald Trump sul suo social Truth, sottolineando che «l’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz, attacco che è stato completamente respinto, è assolutamente inaccettabile». L’Iran «farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta», avverte ancora il tycoon, sempre sul suo social. Ora, stiamo parlando del presidente dell’iperpotenza militare mondiale, l’uomo che può decidere i destini del pianeta.
A mettere in fila le sue esternazioni sembra di avere a che fare con uno psicolabile che cambia idea di ora in ora. «Abbiamo messo fine alla guerra con l’Iran. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l’obiettivo, era il 95% della questione». Così esternava Trump durante un comizio virtuale a sostegno del vicegovernatore della Georgia Burt Jones, secondo quanto riporta Cnn. Nell’accordo con l’Iran «abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo», aveva proclamato il commander in chief, sempre nel corso dello stesso comizio virtuale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Bloomberg. L’intesa è «praticamente fatta», ha messo in evidenza. “Esternator” era inarrestabile. “Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata da Trump, a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata ieri mattina a Omnibus su La7 da Alessandra Sardoni. Le parole del presidente americano arrivavano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che l’appoggio degli alleati europei sia stato “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo. Tutto bene. Tutto fatto. Macché.
A rompere le uova nel paniere di The Donald è l’agenzia di stampa statale iraniana Irna che rende noto che l’attuale bozza di accordo con gli Stati Uniti è definita da 7 principi generali e che le capacità missilistiche dell’Iran non rientrerebbero nell’agenda dei negoziati proposti così come il fatto che Teheran non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo Irna, durante i colloqui di 60 giorni successivi alla firma del memorandum verrebbero affrontati solo tre temi: la prosecuzione del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi e un meccanismo di risarcimento. L’Irna ha inoltre riferito che, nell’ambito del memorandum attuale, non è stato raggiunto alcun accordo sulla questione nucleare. L’agenzia iraniana ha riferito che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella sua futura gestione. «Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni apparse sui media, l’Iran non si impegna in alcun modo, con questo testo, a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a restituirlo allo Stato prima dell’aggressione militare di Stati Uniti e Israele. L’unico punto menzionato è la normalizzazione del transito attraverso lo Stretto di Hormuz al termine della guerra, il ripristino della sicurezza marittima da parte degli Stati costieri, la fine del blocco illegale e la rimozione delle minacce alla navigazione commerciale da parte di Stati Uniti e Israele. Su richiesta dell’Iran, gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella futura gestione dello Stretto di Hormuz. È stato chiarito che la futura amministrazione dello Stretto si baserà su un’iniziativa e una proposta iraniana, nell’ambito di una questione di competenza dei Paesi della regione. In questo contesto, le discussioni sul futuro dello Stretto di Hormuz non avranno luogo nemmeno nei negoziati successivi alla firma dell’accordo, e Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l’Oman».
Le rivelazioni iraniane fanno saltare i nervi al presidente Usa, che torna in modalità guerresca. Un accordo in fase di definizione tra Stati Uniti e Iran è “basato sulle prestazioni” e Teheran non riceverà nessuno dei suoi beni congelati finché non rispetterà la sua parte dell’accordo: è quanto ha dichiarato un alto responsabile dell’amministrazione Trump, secondo il Times of Israel, dopo che l’agenzia iraniana Mehr aveva riportato che la bozza di accordo fra Iran e Stati Uniti garantirebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro un periodo di 60 giorni. La cerimonia della firma del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran segnerà l’inizio della «fase due» dei negoziati diplomatici. Lo scrive la Cnn citando fonti informate che confermano che con ogni probabilità l’intesa verrà firmata a Ginevra in una cerimonia a cui per gli americani dovrebbe partecipare il vicepresidente JD Vance, come del resto ha detto lo stesso Trump ieri notte. La firma, confermano ancora le fonti informate della rete americana, potrà avvenire domenica, giorno in cui sono previsti alla Casa Bianca i festeggiamenti per il compleanno di Trump. Le stesse fonti fanno poi notare che la cerimonia si svolgerà non lontano da Evian, la località francese dell’Alta Savoia sul lago Lemano, dove lunedì è atteso il presidente americano per partecipare al vertice del G7. Nulla però è stato confermato e fonti iraniane fanno sapere che per la firma della “dichiarazione di Islamabad”, come il testo da più parti è chiamato in riconoscimento del ruolo centrale svolto dal Pakistan nella mediazione, si sta prendendo in considerazione anche Vienna, riporta ancora la Cnn.
Ginevra, Vienna… Firma sì, firma forse. Firma su che…L’Iran ha accettato di smantellare il suo programma nucleare e di distruggere il materiale nucleare nell’ambito di un accordo con gli Stati Uniti, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca all’Afp, mentre le due parti hanno fornito versioni contrastanti dell’accordo. Teheran ha anche accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz e non riceverà alcun fondo congelato finché non rispetterà gli impegni assunti nell’ambito dell’ “accordo basato sulle prestazioni”, ha affermato l’alto funzionario dell’amministrazione. Per non farsi mancare nulla, c’è l’incognita, e che incognita, israeliana. Israele sta esercitando pressioni sugli Stati Uniti affinché impediscano lo scongelamento dei beni iraniani nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco. Lo afferma la Cnn citando una fonte israeliana a conoscenza delle discussioni. La Cnn aveva precedentemente riportato che l’annuncio di Trump, che lasciava intendere un imminente accordo con l’Iran, aveva colto di sorpresa Netanyahu, che in quel momento stava tenendo una riunione con alti funzionari della sicurezza sull’Iran. Israele nutre da tempo scetticismo sulle intenzioni di Teheran nei negoziati, ritenendo che non stia negoziando in buona fede. Israele crede che, anche se venisse firmato un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, questo non porterebbe a un accordo definitivo, ha dichiarato una fonte israeliana alla Cnn.
Dalle indiscrezioni alle dichiarazioni pubbliche. «Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà». A sostenerlo è il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota. Un Netanyahu in modalità campagna elettorale, costretto a fare buon viso a un cattivo gioco, per lui e il suo governo di estrema destra. Che i contenuti di quel memorandum, nelle varie versioni dispiegate, non piaccia a chi governa Israele, lo lascia bene intendere il lungo comunicato del ministro della Difesa Israel Katz: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali”.
“Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu ed io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”, conclude la nota. E tanto per essere chiari, l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti per tre località nel distretto di Sidone: Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. È quanto reso noto su X dal portavoce militare israeliano in lingua araba, Avichay Adraee. Nel suo messaggio, l’esercito israeliano afferma di avere come obiettivo Hezbollah e ordina agli abitanti di rifugiarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud della città di Sidone, capoluogo del distretto. In Libano si continua a combattere, i morti e feriti si contano a decine anche ieri. Nel fatidico memorandum c’è anche il paragrafo-Libano. L’Iran chiede il ritiro dell’esercito israeliano dal Paese dei Cedri. Trump non ha detto di no. E Netanyahu può far saltare il banco. Fino al prossimo giro di roulette.
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Why Bangladesh chose Malaysia and China before India for PM’s debut tour

Hezbollah continua a respingere le avanzate israeliane
Gli ultimi dati giungono mentre il bilancio giornaliero delle vittime continua ad aumentare a causa delle operazioni in corso condotte dalla Resistenza islamica in Libano (Hezbollah) contro le forze di occupazione israeliane nel Libano meridionale e nella Palestina settentrionale occupata. Le operazioni vengono condotte in risposta alla continua occupazione israeliana del territorio libanese, agli attacchi israeliani contro il Libano e alle ripetute violazioni dell’accordo di cessate il fuoco. (Nella foto: vittime soldati israeliani)
All’inizio di questa settimana, il Canale 12 israeliano ha descritto la situazione militare e sul campo delle forze israeliane nel Libano meridionale e lungo il confine settentrionale come “estremamente preoccupante”. L’emittente ha riferito che l’esercito israeliano stava già subendo perdite significative e ha sottolineato che la settimana precedente era stata tra le più sanguinose dall’entrata in vigore del cessate il fuoco.
L’8 giugno, le autorità sanitarie israeliane hanno segnalato 77 vittime in un solo giorno, in seguito alla risposta dell’Iran a un attacco israeliano contro la periferia meridionale di Beirut, che ha preso di mira diverse basi aeree, e agli attacchi della Resistenza contro i depositi di munizioni israeliani a Yohmor al-Shaqif. I droni FPV di Hezbollah si sono dimostrati estremamente efficaci sul campo di battaglia, mettendo a segno quotidianamente colpi contro truppe e infrastrutture militari israeliane.

Droni Hezbollah contro carro israeliano
Il Ministero della Salute israeliano riporta 1.261 vittime nel nord del Libano.
Gli ospedali israeliani hanno registrato oltre 9.160 vittime dall’inizio della guerra contro l’Iran, nel contesto dei continui scontri nel Libano meridionale.
Il Ministero della Salute israeliano ha annunciato dati aggiornati sul numero di ricoveri ospedalieri, segnalando 10 nuovi pazienti nella tarda serata di venerdì.
Secondo i dati del ministero, il numero totale di feriti ricoverati negli ospedali israeliani dall’inizio della guerra contro l’Iran, il 28 febbraio, ha raggiunto quota 9.162.
I dati hanno inoltre mostrato che, a seguito del cessate il fuoco con l’Iran, gli ospedali hanno registrato un totale di 1.261 feriti provenienti dal solo fronte settentrionale, distribuiti in vari centri medici.
Inoltre, il ministero ha riferito che, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco con il Libano , negli ospedali israeliani sono stati registrati 843 feriti provenienti dal fronte settentrionale.
Fonte: Al Mayadeen
Traduzione: Fadi Haddad
Intern doctor released from custody, returns to hospital as part of police probe

US downs Iranian drones in Strait of Hormuz despite peace deal progress

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Sangue e plasma, “Donare è un gesto da campioni”


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Donazione sangue, ministero salute: "E' l'azione più bella"
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- Orari F1 Gp Barcellona: Antonelli contro tutti, la Ferrari in attesa | Dove vedere qualifiche e gara in tv e streaming
Orari F1 Gp Barcellona: Antonelli contro tutti, la Ferrari in attesa | Dove vedere qualifiche e gara in tv e streaming
A Barcellona si arriva con un solo uomo nel mirino di tutti: Andrea Kimi Antonelli. Il 19enne bolognese della Mercedes ha appena conquistato a Monaco la quinta vittoria consecutiva e si presenta in Catalogna da leader sempre più solitario del Mondiale, dopo aver dominato anche su una pista che, almeno sulla carta, non avrebbe dovuto esaltare le caratteristiche della sua monoposto. Il Montmeló, tradizionalmente considerato il banco di prova più attendibile della stagione, dirà se il dominio della Mercedes è destinato a proseguire oppure se gli avversari potranno finalmente ridurre il divario.
Tra i temi più caldi del weekend c’è anche il caso Aduo, il sistema introdotto dalla FIA per concedere finestre di sviluppo supplementari ai costruttori di power unit meno competitivi. A sorpresa, la prima valutazione federale avrebbe indicato la Red Bull-Ford come motore di riferimento del campionato, davanti a una Mercedes che ha vinto tutte le gare disputate finora. Un risultato che ha spinto il team di Milton Keynes a chiedere ulteriori verifiche e che potrebbe avere conseguenze importanti sugli sviluppi tecnici della seconda parte di stagione.
Grande attesa anche in casa Ferrari, chiamata a reagire dopo il deludente fine settimana di Monaco. Charles Leclerc arriva in Spagna con il desiderio di lasciarsi alle spalle il ritiro nel GP di casa e con una novità tecnica sotto osservazione: il possibile cambio nell’impianto frenante, seguendo la strada già intrapresa da Lewis Hamilton. Proprio il sette volte campione del mondo, ora secondo nella classifica Piloti, invita però alla prudenza: gli aggiornamenti attesi a Barcellona potrebbero rappresentare un primo passo, ma il vero avversario della Rossa al momento può essere più la McLaren, anche guardando ai tempi delle libere del venerdì. La Mercedes continua a sembrare irraggiungibile.
F1 GP Barcellona 2026: dove vederlo in tv e streaming
Il Gran Premio MSC Cruises de Barcelona-Catalunya 2026, in programma sul circuito di Montmelò da venerdì 12 a domenica 14 giugno, viene trasmesso in diretta su Sky (il canale di riferimento è Sky Sport F1canale 207) ed è disponibile anche in mobilità tramite Sky Go e in streaming per gli abbonati alla piattaforma Now. Il weekend è visibile anche su TV8, che propone in chiaro e in differita le qualifiche del sabato e la gara della domenica.
F1 GP Barcellona 2026: gli orari e la diretta tv
Di seguito tutti gli orari televisivi del Gran Premio di Barcellona.
Sabato 13 giugno 2026
12:30-13:30 – F1 Prove Libere 3 – Sky, Sky Go e Now – Diretta
16:00-17:00 – F1 Qualifiche – Sky, Sky Go e Now – Diretta
Domenica 14 giugno 2026
15:00 – F1 Gara –Sky, Sky Go e Now – Diretta
F1 GP Barcellona 2026: gli orari delle repliche in chiaro
Di seguito tutti gli orari per vedere le qualifiche e il Gran Premio di Barcellona in replica gratis in chiaro su TV8, dove vengono trasmessi in differita.
Sabato 13 giugno 2026
18:30 – F1 Qualifiche – TV8 (in chiaro) – Differita
Domenica 14 giugno 2026
18:00 – F1 Gara (66 giri) – TV8 (in chiaro) – Differita
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Sangue e plasma, “Donare è l’azione più bella”. Schillaci: “Gesto che salva vite"


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US blocks foreign access to Anthropic’s newest AI models over security risks

Moonwalk dei robot umanoidi: ballano come Michael Jackson e giocano a calcio ad Hong Kong
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- Mondiali 2026, le partite di oggi: nella notte Brasile-Marocco, l’esordio di Ancelotti | Orari e dove vederle in tv
Mondiali 2026, le partite di oggi: nella notte Brasile-Marocco, l’esordio di Ancelotti | Orari e dove vederle in tv
Il Mondiale 2026 entra nel vivo con il primo vero big match: oggi, alla mezzanotte italiana tra il 13 e il 14 giugno, fa il suo debutto il Brasile di Carlo Ancelotti. Di fronte c’è il Marocco, semifinalista dell’ultima edizione. Un match già decisivo per i destini del gruppo C, dove sono inserite anche Scozia e Haiti, che si affronteranno nella notte italiana. Se la Nazionale caraibica è considerata la cenerentola del girone, la lotta per gli altri tre posti è apertissima.
Per Ancelotti, alla sua prima da ct al Mondiale, è un esordio complicato: in Brasile in molti confidano nella sua sapienza, ma la Nazionale verdeoro ancora deve trovare alcuni punti fermi e ha perso alcune pedine importanti, come Rodrygo e Wesley. Di fronte c’è il Marocco, che ha cambiato tanto rispetto a 4 anni fa, ma forse è ancora più forte, come dimostra l’ultima Coppa d’Africa. Il match è visibile anche in chiaro, su Rai 1.
Prima, alle ore 21 italiane, si gioca Qatar–Svizzera. La Nazionale elvetica è arrivata ai Mondiali un po’ in sordina, ma ha l’esperienza per sfruttare un gruppo B in cui non ci sono favorite: le altre due sono Canada e Bosnia (ci sarebbe finita l’Italia, quanti rimpianti…). A San Francisco però deve partire subito con 3 punti per evitare al contrario brutte sorprese.
Mondiali 2026, le partite di oggi: 13 e 14 giugno
Qatar-Svizzera (girone B)
Orario: 21:00
Stadio: San Francisco Bay Area Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Brasile-Marocco (girone C)
Orario: 00:00 (notte tra il 13 e il 14 giugno)
Stadio: New York/New Jersey Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay
Haiti-Scozia (girone C)
Orario: 3:00 (notte tra il 13 e il 14 giugno)
Stadio: Boston Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai
Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.
Per quanto riguarda le partite del 13 e 14 giugno, la sfida tra Brasile e Marocco di mezzanotte si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Qatar-Svizzera e Haiti-Scozia invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.
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Progetto Civico, Onorato: “Noi lievito del centro sinistra”
Il campo largo si arricchisce di un nuovo componente. L’assessore capitolino lancia la sfida: “Se serve, saremo alle primarie”
Al Palazzo dei Congressi dell’Eur si celebra la prima assemblea nazionale di Progetto Civico Italia. Lo slogan “Facciamolo Succedere” dà l’idea delle intenzioni di un movimento ambizioso e dalle idee chiare: non sarà una costola del PD né del Movimento 5 Stelle. Alessandro Onorato rivendica il proprio ruolo e traccia immediatamente i confini della sua “creatura”. L’assessore ai Grandi Eventi, Turismo e Sport del Campidoglio lancia una sfida, oltre che un progetto. L’idea non è solo quella di contribuire a dare una voce al campo largo, quanto di farsi sentire.
Progetto Civico una voce lontana dalla realtà del transatlantico
Progetto Civico Italia nasce, per stessa ammissione di Alessandro Onorato, come una realtà lontana dai Palazzi. Ritiene che all’interno del PCI, acronimo su cui ha anche scherzato su, vi siano le risorse attualmente mancanti al campo progressista. “Noi arriviamo dal mondo degli amministratori, non siamo abituali frequentatori del Transatlantico ma gente che lavora senza perdersi in ragionamenti pindarici. Siamo per il fare e quello che possiamo fare. Il nostro intento è di dare una mano non solo a governare le città, ma anche a tutto il centro sinistra a livello nazionale”. In questo senso Onorato non chiude a qualsiasi alleanza: “Non sventoliamo cartellini gialli e rossi. Siamo abituati a unire e non a dividere”.
Un progetto che non è moderato: “Non siamo una forza di centro”
Onorato ha poi ribadito la collocazione assolutamente progressista del PCI: “Progetto Civico non è una forza di centro. È una etichetta dei giornalisti, per definirci moderati. Personalmente non ho mai conosciuto un sindaco o un consigliere comunale o un assessore moderato”. A questo termine, il politico romano ne preferisce un altro. “L’acronimo di Progetto Civico Italia è PCI, non è male. Anzi è proprio un bel messaggio da inviare a chi ci ritiene a destra della sinistra. Siamo innovatori. Aggiungeremo qualcosa, senza portare divisioni. Saremo il lievito del centrosinistra, una ventata di freschezza all’interno della coalizione. E sia chiaro, il nostro campo politico è quello progressista”.
Onorato e le primarie: “Se ci saranno, qualcuno del progetto ne farà parte”
Una collocazione che allontana definitivamente l’idea che secondo Progetto Civico Italia ci sia ancora spazio per un Terzo Polo. Onorato boccia l’ipotesi: “Noi crediamo che oggi più che mai si debba decidere se stare al centrodestra o nel centrosinistra. Mi sembra che il terzo polo sia ormai ininfluente”. Dentro al campo largo, dunque, con l’idea di piantarci bene i piedi e, se ci sarà l’occasione, per recitare da protagonista: “Mi sembra di capire che le primarie non siano ancora messe n programma all’ordine del giorno ma qualora ci fossero è evidente che qualcuno del Progetto Civico Italia ne farà parte. Oggi siamo concentrati su altro, ma se ci sarà bisogno di fare una sintesi, è ovvio, parteciperemo anche noi”.
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- Intervista a Stefan Mesken: “La traduzione resta uno dei problemi più complessi dell’intelligenza artificiale”
Intervista a Stefan Mesken: “La traduzione resta uno dei problemi più complessi dell’intelligenza artificiale”
- Come lo Stato vuole assicurare la transizione energetica italiana con 23 miliardi per le rinnovabili
Come lo Stato vuole assicurare la transizione energetica italiana con 23 miliardi per le rinnovabili
Hormuz ed i 90 giorni che hanno sconvolto il mondo: perché non tornerà tutto come prima


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Londra celebra il compleanno di Re Carlo III, oggi il 'Trooping the Colour'


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Produttività, il vero ritardo dell’Italia: lavoriamo tanto, ma generiamo troppo poco valore
La produttività del lavoro per ora lavorata misura una cosa molto semplice: quanto valore economico viene generato da ogni ora di lavoro.
Non dice quante ore si lavora. Non premia chi resta più tempo in azienda, chi arriva prima o chi spegne la luce per ultimo, abitudine che in molte imprese viene ancora scambiata per eroismo produttivo. Dice invece quanta ricchezza viene prodotta in un’ora di lavoro effettivo. È una differenza decisiva.
Due Paesi possono lavorare lo stesso numero di ore, ma ottenere risultati molto diversi. Uno può produrre più valore perché ha imprese meglio organizzate, tecnologie più integrate, personale più formato, processi più efficienti, manager più capaci e capitale investito meglio. L’altro può lavorare molto, anche moltissimo, ma disperdere energia in errori, attese, passaggi inutili, bassa digitalizzazione, scarsa delega e organizzazioni troppo dipendenti dall’improvvisazione.
Il grafico sulla produttività del lavoro per ora lavorata di Bergeaud, Cette e Lecat (che consente di osservare la produttività su un arco storico molto lungo 1990-2024) racconta proprio questo: l’Italia non è ferma perché lavora poco, ma perché da ogni ora lavorata estrae meno valore rispetto agli altri grandi Paesi avanzati.

La particolarità italiana non è soltanto il livello raggiunto nel 2024. È soprattutto la forma della curva. Fino alla metà degli anni Novanta l’Italia cresce, recupera terreno e si avvicina alle economie più produttive. Poi la dinamica rallenta, si appiattisce e perde progressivamente forza. Mentre Stati Uniti, Germania e Francia continuano, pur tra crisi e rallentamenti, ad aumentare il valore generato da ogni ora lavorata, l’Italia resta quasi inchiodata.
Nel 2024 il nostro Paese produce 68,2 dollari di valore per ora lavorata, sotto la media dell’eurozona, pari a 70,2, e lontano dalla Germania, a 83,0, dalla Francia, a 81,6, e dagli Stati Uniti, a 84,6.
Il punto, però, non è costruire l’ennesima classifica deprimente. Il punto è capire che cosa c’è dietro quei numeri.
Qui entra in gioco la produttività totale dei fattori. È un indicatore più sofisticato della produttività del lavoro, perché non misura solo quanto produce ogni ora lavorata, ma quanto valore nasce dalla combinazione tra lavoro, capitale, tecnologia, organizzazione, competenze e qualità delle decisioni. In altre parole, misura l’intelligenza complessiva del sistema produttivo e della imprenditoria nostrana.
Tradotto nel linguaggio delle PMI: non basta lavorare tanto. Non basta comprare un nuovo macchinario. Non basta installare un gestionale se poi viene usato come un quaderno elettronico mal compilato. Non basta introdurre un sistema di controllo di gestione e poi non guardare neppure un dato che non sia il fatturato. La produttività cresce quando l’impresa riesce a combinare meglio persone, strumenti, metodo, responsabilità e decisioni.
Una piccola impresa può avere titolari presenti dodici ore al giorno, dipendenti sotto pressione, clienti da servire, consegne da rispettare e margini da difendere. Ma se ogni decisione passa sempre dalla stessa scrivania, se i ruoli non sono chiari, se la delega è solo una parola elegante, se gli errori si ripetono, se il magazzino non dialoga con la produzione e se il commerciale vende promesse che l’organizzazione non riesce a mantenere, allora l’impresa lavora molto ma produce poco valore aggiunto.
È qui che il dato macroeconomico diventa una faccenda molto concreta. La stagnazione della produttività italiana vive dentro le giornate ordinarie delle aziende: pressioni inutili, processi non scritti, informazioni disperse, software non integrati, competenze non valorizzate, giovani assunti senza percorso, capi intermedi lasciati soli, imprenditori che vorrebbero crescere ma continuano a governare tutto con il controllo diretto del fiuto.
Istat segnala che nel 2024 la produttività del lavoro è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023, perché le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto. Nell’intero periodo 1995-2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media soltanto dello 0,3% annuo. Numeri piccoli, quasi educati. Ma dietro quella cortesia statistica c’è una diagnosi pesante.
Il Rapporto annuale Istat 2026 aggiunge un ulteriore elemento: tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori ha registrato una sostanziale stagnazione, dopo un contributo positivo nel quinquennio precedente la pandemia. Questo significa che il Paese fatica a fare il salto più importante: non lavorare di più, ma lavorare meglio.
E lavorare meglio vuol dire costruire organizzazioni meno dipendenti dall’improvvisazione.
Per le PMI italiane questo è il nodo centrale. Molte imprese hanno competenze artigianali, relazioni commerciali solide, capacità di adattamento, reputazione e conoscenza del prodotto. Ma spesso questi punti di forza restano intrappolati in modelli organizzativi fragili. L’impresa sa fare, ma non sempre sa scalare. Sa risolvere, ma non sempre sa prevenire. Sa vendere, ma non sempre sa misurare. Sa sacrificarsi, ma non sempre sa trasformare il sacrificio in efficienza.
Il risultato è che la bassa produttività diventa una tassa invisibile. Riduce i margini, limita gli aumenti salariali, rende più difficile investire, aumenta la dipendenza dal credito bancario ed espone l’impresa agli shock esterni. Soprattutto crea un clima in cui tutti hanno la sensazione di correre, ma pochi vedono davvero avanzare l’organizzazione.
La domanda vera, allora, non è: “Quanto abbiamo lavorato?”. La domanda vera è: “Quanto valore abbiamo prodotto rispetto alle risorse che abbiamo consumato?”. Dove si perde tempo? Dove si ripetono gli errori? Dove le persone migliori sono sottoutilizzate? Dove il titolare accentra o delega troppo? Dove la tecnologia non produce efficienza? La produttività non è una variabile tecnica tra le altre. È la condizione necessaria di tutto il resto: salari, margini, investimenti, competitività, sostenibilità del debito, capacità di trattenere capitale umano. L’Italia non ha bisogno semplicemente di lavorare di più. Ha bisogno di smettere di sprecare lavoro, capitale e intelligenza.
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Google deve rispondere degli errori di AI Overviews, sostiene un tribunale tedesco
Workers begin removing Trump’s name from US Kennedy Centre

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- Giallo ricina, amica di Antonella denunciata per favoreggiamento: non raccontò di tensioni familiari
Giallo ricina, amica di Antonella denunciata per favoreggiamento: non raccontò di tensioni familiari


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- Guerra in Iran in diretta: Stati Uniti e Teheran segnalano che un accordo di pace è a portata di mano, ma non è ancora stato firmato.
Guerra in Iran in diretta: Stati Uniti e Teheran segnalano che un accordo di pace è a portata di mano, ma non è ancora stato firmato.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra ” non è mai stato così vicino “, sottolineando inoltre che le speculazioni dei media sull’accordo dovrebbero cessare “in attesa della sua finalizzazione”.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripubblicato la dichiarazione del ministro degli Esteri iraniano sulla sua piattaforma Truth Social, dopo aver precedentemente criticato l’Iran per le presunte fughe di notizie ai media statali riguardanti i dettagli del memorandum, definendo tali notizie “fake news”.
Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan , che ha mediato i colloqui tra Teheran e Washington , ha affermato che “è stato raggiunto il testo finale e concordato dell’accordo di pace”, aggiungendo che “i prossimi passi” devono ancora essere definiti.
Gli attacchi israeliani contro il Libano sono continuati, causando la morte di almeno 3.711 persone e il ferimento di altre 11.483 da marzo, tra cui due paramedici feriti venerdì.

Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi (nella foto) afferma che l’accordo con gli Stati Uniti “non è mai stato così vicino”
Il ministro degli Esteri iraniano ha confermato che un accordo imminente per cessare il fuoco con gli Stati Uniti prevede lo scongelamento dei beni iraniani confiscati.
Contemporaneamente, Abbas Araghchi ha dichiarato a X che un accordo definitivo per porre fine in modo permanente alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran “non è mai stato così vicino”.
Fonte: Al Jazeera
Traduzione: Luciano Lago
Nota: Non è chiaro se Trump riuscirà a tenere a freno Israele che non vuole fermare la sua guerra contro i popoli del Libano, della Palestina e della Siria. Tutti paesi dove occupa i territori che proclama di volersi annettere.
- I “buchi neri primordiali” nati nei primi istanti di vita dell’Universo potrebbero essersi trasformati in microscopici buchi bianchi
I “buchi neri primordiali” nati nei primi istanti di vita dell’Universo potrebbero essersi trasformati in microscopici buchi bianchi
Trump chiede un aumento di 350 miliardi di dollari per la spesa militare
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato i repubblicani al Congresso ad approvare un pacchetto di spesa militare da 350 miliardi di dollari che imporrebbe anche nuove e radicali regole elettorali a livello nazionale prima delle elezioni di medio termine.
In un post pubblicato giovedì su Truth Social, Trump ha esortato i legislatori ad agire «immediatamente» su quello che ha definito «Recon 3.0», un nuovo disegno di legge sul bilancio che i repubblicani sperano di approvare senza il sostegno dei democratici.
Trump ha affermato che i fondi sono necessari per portare il bilancio militare statunitense a 1.500 miliardi di dollari e «costruire l’arsenale della libertà». Ha aggiunto che il pacchetto finanzierà lo scudo antimissile Golden Dome, il caccia F-47, il bombardiere B-21, i droni, le capacità militari spaziali e nuove scorte di munizioni.
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Il presidente ha sostenuto che il disegno di legge sulla spesa avrebbe creato centinaia di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti negli Stati Uniti, ricostruito l’industria americana e garantito il «dominio globale» senza alimentare l’inflazione.
Questa iniziativa giunge dopo che la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e anni di sostegno militare all’Ucraina hanno messo a dura prova le scorte di armamenti americani, tanto che il Center for Strategic and International Studies ha affermato che potrebbero essere necessari tre anni o più per sostituire alcuni missili avanzati.
Il presidente ha anche scritto che il disegno di legge includerà il Save America Act, che rafforzerebbe le misure di sicurezza elettorale e richiederebbe a tutti gli elettori di esibire un documento d’identità con foto e una prova della cittadinanza statunitense. Vieterebbe inoltre, in larga misura, il voto per corrispondenza, salvo in caso di malattia, disabilità, servizio militare o viaggio.
A differenza di quanto accade nella maggior parte dei Paesi, negli Stati Uniti le regole per votare variano da stato a stato, e alcuni consentono ancora di votare senza mostrare un documento d’identità con foto o una prova di cittadinanza. Queste regole permissive hanno ripetutamente sollevato preoccupazioni in merito a possibili frodi elettorali, con i repubblicani che chiedono controlli obbligatori dei documenti d’identità a livello nazionale. I democratici sostengono che tali requisiti renderebbero più difficile il voto per i cittadini aventi diritto.
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Il presidente ha affermato che il Save America Act vieterebbe anche agli uomini di partecipare agli sport femminili e proibirebbe gli interventi chirurgici di «mutilazione transgender» sui bambini.
Tuttavia, la legge deve ancora affrontare ostacoli considerevoli, anche all’interno dello stesso partito di Trump. Alcuni importanti esponenti repubblicani hanno espresso dubbi sulla capacità del Congresso di approvare un altro importante disegno di legge di bilancio prima delle elezioni di medio termine, mentre il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha affermato che il Save America Act non dispone dei voti necessari secondo le normali procedure.
I conservatori fiscali potrebbero inoltre chiedere tagli alla spesa per compensare l’aumento di 350 miliardi di dollari per le spese militari.
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Avvelenate con la ricina: amica di famiglia denunciata per favoreggiamento


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- Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise?
Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise?
Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, che costringono a guardare dritto negli occhi l’abisso della crudeltà umana. La notizia rimbalzata in queste ore è raggelante: la dogana armena, presso il valico di Agarak, ha intercettato e confiscato centinaia di chili di capelli naturali non dichiarati provenienti dall’Iran. Solo nell’ultimo gravissimo episodio, ben 26 chili di ciocche erano meticolosamente occultati nei cuscini della cabina di un camion.
Non si tratta di un caso isolato. I dati ufficiali tracciano un quadro sistematico e inquietante: tra gennaio e giugno si sono registrati 11 sequestri transfrontalieri, per un totale impressionante di 621 ciocche e oltre 135 chilogrammi di capelli umani.
La maschera della povertà e la fame in Iran
La spiegazione ufficiale e più immediata, ripresa dal Jerusalem Post, parla di una disperazione finanziaria assoluta. Ci dicono che l’inflazione alle stelle sta spingendo le donne iraniane a vendere le proprie chiome, e persino i propri organi, per sfamare i figli. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credere che questa sia l’unica, mostruosa verità. Dietro questo contrabbando si nasconde un’ombra ben più sinistra, un grido d’allarme lanciato con forza dagli attivisti.
L’inferno dei sacchi neri a Kahrizak
A gennaio, l’Iran è stato travolto da una nuova, violentissima ondata di proteste nazionali. La risposta del regime teocratico è stata un massacro di massa: secondo le drammatiche denunce della fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, migliaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze governative. I video agghiaccianti verificati da CNN e AFP mostrano il piazzale dell’obitorio di Kahrizak, a Teheran, trasformato in un inferno a cielo aperto: decine e decine di sacchi neri contenenti corpi umani allineati sul terreno sterrato. Dentro la struttura, i monitor scorrono le foto di almeno 250 giovani corpi in attesa di un nome. Fuori, le urla strazianti delle madri che cercano disperatamente i figli spariti nel nulla. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights parlano apertamente di “crimini di immane gravità”.
A me viene un sospetto a chi appartengono davvero quelle ciocche sequestrate?
I corpi di moltissime di queste ragazze uccise o inghiottite dalle carceri non sono mai stati restituiti. Il regime nega i cadaveri, impone sepolture segrete e, attraverso i media di Stato come Tasnim, mette in scena farse televisive obbligando i parenti a dichiarare falsità.
Vedere camion carichi di quintali di capelli umani varcare clandestinamente i confini, nascosti nei cuscini proprio nei mesi successivi a questo massacro, mi fa sorgere una domanda legittima e spaventosa: e se quei capelli appartenessero a loro? Se quelle ciocche fossero state recise dai corpi senza vita delle ragazze violate, uccise e ammassate nei sacchi neri di Kahrizak e di tutte le altre città in cui ci sono state le manifestazioni? Il popolo iraniano conosce troppo bene la ferocia della Repubblica Islamica per credere a una semplice violazione doganale. In quel carico vede il macabro profanamento di chi ha osato sfidare il potere.
Il simbolo della rivoluzione: Donna, Vita, Libertà
In Iran il capello non è un dettaglio estetico. È il simbolo politico e spirituale di una rivoluzione nata dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale perché una ciocca sfuggiva dal velo. Da quel giorno, tagliarsi i capelli in pubblico è diventato il più potente atto di sfida globale contro l’oppressione. Il grido “Donna, Vita, Libertà” ha fatto tremare la teocrazia attraverso la rivendicazione di quel corpo e di quella chioma.
Pensare che oggi il regime, o le reti criminali ad esso collegate, possano lucrare sul mercato nero vendendo i capelli delle stesse giovani che ha perseguitato, gassato nelle scuole, torturato e ucciso in nome dell’hijab obbligatorio, rappresenta un livello di perversione e barbarie intollerabile. Non possiamo girarci dall’altra parte. Non possiamo archiviare l’orrore del massacro di gennaio 2026, come un effetto collaterale della crisi. Dobbiamo continuare a essere la voce di quelle ragazze e di un popolo che non smette di lottare per la propria dignità.
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Sono 5 mesi che aspetto il regalo del signor Temu: voglio i miei pennarelli!!!
Signor Temu, mia moglie mi aveva detto che ero un fesso a pensare che veramente Lei mi avrebbe mandato in regalo più di 300 pennarelli acrilici!
Ma io amo il popolo cinese, da ragazzo vendevo per strada il libretto rosso di Mao e 52 anni fa sono venuto in Cina.
E invece devo dare ragione a mia moglie.
I 300 pennarelli acrilici in regalo non sono arrivati! Mia moglie ieri mi ha detto: “Ma come fai ad aspettarti che il signor Temu ti mandi i pennarelli? Ma sei rincoglionito? In regalo? Ma figurati!!!”
Va beh… In regalo… Cioè io avevo fatto una giochino, con 3 bicchieri, mi sembra, e avevo vinto una confezione, poi due poi 3… E, va beh, poi è venuto fuori che in realtà dovevo comprare 43 euro di prodotti. E allora li ho comprati anche se non mi servivano… Tanto, ho detto tra me e me, più di 300 pennarelli valgono molto più di 300 euro.
Ora, signor Temu, è chiaro che i pennarelli Lei non me li manda più.
Ora non posso dire che lei sia un truffatore che mi ha imbrogliato, sicuramente i suoi avvocati potranno dimostrare che sono uno stupido… Ma lei signor Temu lo sapeva che stava usando un amo per i polli!!!
E anche se è uno degli uomini più ricchi del mondo, anche se ha più avvocati dei denti che ha in bocca, io le voglio dire che non le è convenuto illudermi.
Perché io amo la Cina, fin da ragazzino.
E allora io difenderò l’onore della Cina.
E guardi, non so quanto camperò ancora, ma io continuerò a raccontare che Lei con me non si è comportato bene, anche se magari i suoi avvocati dimostreranno che non ha commesso un reato.
E alla fine i 43 euro che io le ho mandato non saranno per lei un buon affare. Io continuerò a lamentarmi. E, guardi, io ho molti amici che mi vogliono bene, e sono sicuro che condivideranno questo articolo sui loro social. E poi ho 3 figli e 3 nipoti, e gli ho fatto giurare che continueranno a raccontare che il loro padre, il loro nonno, è stato preso in giro dal Signor Temu, uno degli uomini più ricchi del mondo che ha convinto un povero vecchio a spendere 43 euro per avere un regalo.
Diranno: “Forse nostro padre, forse nostro nonno, non era molto furbo e l’emozione di avere più di 300 pennarelli acrilici in regalo aveva offuscato la sua mente. Ma il signor Temu non si è comportato bene.”
Signor Temu, i miei antenati hanno distrutto l’esercito di Federico Barbarossa ad Alessandria e le hanno suonate ai nazisti e ai fascisti.
Siamo gente testarda.
E lei non fa un bel servizio alla Cina.
E ora vorrei dire due parole alla signora Meloni:
Signora Meloni, Lei che difende gli italiani, Le par bello che si permetta che degli anziani vengano presi in giro con delle promesse di regali di più di 300 pennarelli acrilici che poi non arrivano e io ho comprato pure 43 euro di sciocchezze che non mi servivano?
Ma non esiste il reato di circonvenzione di incapace? Io mi dichiaro incapace. Non esiste una legge che vieta di fare promesse da marinaio, di ciurlare per il manico, di dire Roma per toma? La faccia questa legge!!!
Non fate niente per proteggere i cittadini dai furbi di internet. Lo sa quanto poliziotti avete assegnato alla Polizia Postale? Lei dovrebbe saperlo! Io non lo so ma son sicuro che sono pochi perché continuo a sentire di gente che ha subito dei perculamenti e anche dei raggiri e perfino delle truffe.
In internet rubano più soldi di tutte le rapine e i furti nelle case. E non li pigliate mai. E a nessuno in Parlamento gliene frega niente.
Ma lei è per la legge o solo per la pubblicità?
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Sacerdote è stato preso di mira per aver negato la Comunione ad un omosessuale «sposato»
Un parroco in Spagna è al centro di proteste per aver impedito a un omosessuale di ricevere la Santa Comunione. Lo riporta LifeSite.
Un uomo afferma che il 30 maggio un parroco nella sua città natale, Villanueva del Rio y Mina, gli ha chiesto di rimanere dopo la Messa e lo ha informato che, sebbene avesse ricevuto la Comunione quel giorno, non gli sarebbe più stato permesso di ricevere l’Eucaristia perché è «sposato» con un uomo. «Mi ha detto che doveva parlarmi di un argomento un po’ spiacevole», ha scritto l’omosessuale «sposato»in un post su Facebook. «Mi ha fatto capire che non mi avrebbe mai più dato la comunione».
«Mi disse che quando mi dava la comunione mi stava dando del “veleno” e che sia io che mio marito eravamo persone “indegne” e condannate a vivere in eterno in purgatorio», ha affermato l’uomo.
L’uomo ha affermato di aver reagito immediatamente alle parole del prete alzando la voce. «Ho gridato a tutti i presenti sulla porta della parrocchia ciò che quell’uomo aveva detto. Mi sono sentito molto nervoso e umiliato dal mio parroco», ha detto. «Nei miei 40 anni di fede cristiana, non mi era mai capitata una cosa così terribile e sconvolgente».
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«Vorrei aggiungere che queste parole non sono state usate solo con me. Molte persone mi hanno avvicinato per dirmi che era successa loro qualcosa di simile. Persone di diversi gruppi, divorziati, coppie, ecc.», ha aggiunto l’omosessuale, che ha poi inevitabilmente citato papa Francesco: «La Chiesa è casa per tutti, tutti, tutti.»
Secondo quanto riportato dal quotidiano locale Viva Seville, in un successivo incontro tra il parroco e l’uomo, il sacerdote non ha fatto marcia indietro: martedì 2 giugno, diversi giorni dopo l’incidente, il sacerdote ha contatto l’omosessuale telefonicamente per scusarsi del modo in cui gli si era rivolto e per invitarlo nel suo ufficio. Tuttavia, secondo la testimonianza del denunciante, il sacerdote ha mantenutola sua posizione anche durante l’incontro.
«Si è scusato, ma è rimasto fermo sulla sua posizione. Ha ribadito che non poteva darmi la Comunione perché sono sposato pubblicamente con un uomo – tutta la città sa del mio matrimonio – e farlo equivarrebbe a convalidare la mia posizione», spiega.
L’omosessuale afferma di aver anche informato il sacerdote della sua intenzione di portare la questione ai media. La risposta che ha ricevuto, secondo il suo racconto, è stata che «è molto comune che persone come te facciano questo genere di cose», un’osservazione che ha interpretato come un ulteriore riferimento al suo orientamento sessuale.
Secondo quanto riferito, l’Arcidiocesi di Siviglia sta raccogliendo informazioni sull’accaduto al fine di rilasciare una dichiarazione.
Questo episodio è simile a un altro avvenuto nel 2012, quando un parroco dell’Arcidiocesi di Washington, DC, aveva coperto l’Ostia mentre una donna lesbica, presente al funerale della madre, si avvicinava per ricevere l’Eucaristia. Il parroco le aveva detto: «Non posso darti la Comunione perché vivi con una donna, e agli occhi della Chiesa questo è un peccato».
Il sacerdote, padre Marcel Guarnizo, era stato conseguentemente privato delle sue facoltà sacerdotali dall’allora cardinale arcivescovo di Washington, Donald Wuerl.
Come riportato da Renovatio 21, in un altro caso di due anni fa un prete della Florida aveva difeso la Santa Eucarestia da una donna lesbica irata che aveva schiacciato diverse ostie e cercato di amministrarsi illecitamente la Santa Comunione. In quel caso il sacerdote, nella difesa del Santissimo, era arrivato a mordere il braccio della agguerrita lesbica, che poi definì alla polizia la Santa Eucarestia come «un biscotto».
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Immagine di Ingo Mehling via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Caso Garlasco, Stasi: l'ex bocconiano condannato a 16 anni dopo due assoluzioni


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Re: AIS and APRS disappear in menu .
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A Family Ravaged by Land Mines in Myanmar
Should Switzerland Cap Its Population at 10 Million? Voters Will Decide.

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Porto Pulito: “Preoccupano i dati della centralina sui fumi navali”. Nei primi 25 giorni media benzene di 5,88 mg

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Why driving instructor licences are becoming a hot ticket item for Hongkongers

Can lah: how Singlish is finding its voice in Singapore’s language story

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Maturità 2026, IA utilizzata da 3 studenti su 4 per prepararsi all'esame


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- Libertà Livorno lancia la campagna “Sì al gas russo”: 100 manifesti in città. “Costa meno, inquina meno, è più sicuro”
Libertà Livorno lancia la campagna “Sì al gas russo”: 100 manifesti in città. “Costa meno, inquina meno, è più sicuro”

Livorno 13 giugno 2026 Libertà Livorno lancia la campagna “Sì al gas russo”: 100 manifesti in città Libertà Livorno, movimento apartitico e nonviolento, lancia un messaggio di buon senso e pragmatismo sull’acquisto del gas russo, con l’affissione di 100 manifesti 100x140cm per tutta la città di Livorno. “Il nostro rispetto per la vita umana e …
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Natalità giapponese ai minimi storici
A maggio, il ministero degli Affari Interni e delle Comunicazioni giapponese ha pubblicato dati che mostrano come il numero di bambini sotto i 15 anni nel Paese del Sol Levante sia sceso a un nuovo minimo storico: 13,29 milioni, ovvero 350.000 in meno rispetto all’anno precedente.
Per comprendere la portata e la drammaticità di ciò che sta accadendo, vale la pena ricordare che nel 1950, agli albori del miracolo economico giapponese, i bambini sotto i 15 anni rappresentavano il 35,1% della popolazione giapponese. Mezzo secolo dopo, nel 2000, la percentuale di bambini era scesa al 14,5%. Nel Paese risuonarono i campanelli d’allarme, furono introdotte misure, ma la tendenza non poté essere invertita. E ora, secondo i risultati del 2025, la percentuale di bambini sul totale della popolazione ha toccato un nuovo minimo storico, scendendo ad appena il 10,8%.
La riduzione del numero di figli nella società giapponese a livelli un tempo impensabili è legata al calo dei tassi di natalità, che in Giappone diminuiscono ancora più rapidamente che nei paesi sviluppati di America ed Europa. Il tasso di fertilità totale è sceso sotto 1,2 a livello nazionale, mentre a Tokyo il numero medio di figli per donna è calato a soli 0,99.
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A sua volta, il calo della fertilità è collegato al continuo declino del numero di matrimoni. In oltre 45 anni di ininterrotto calo del numero di figli, le giovani generazioni giapponesi sono diventate a loro volta molto più piccole. Ancora più importante, un numero crescente di giovani giapponesi non desidera affatto formare una famiglia, né tantomeno mantenere relazioni sessuali stabili.
La causa principale è considerata nel fatto che il Giappone è un paese di individualismo trionfante. Con la partecipazione di strateghi americani di ingegneria sociale, il Giappone ha creato un modello di modernizzazione accelerata costruito attorno a una tradizione nazionale svuotata e a un elevato tenore di vita come modello centrale di costruzione del significato della cultura di massa.
Come riportato da Renovatio 21, il premier nipponico tre anni fa aveva affermato che il Paese stava precipitando dal precipizio demografico.
Nel 2022 era emerso che la pandemia aveva portato a un nuovo minimo storico delle gravidanze con altri 20mila nati in meno.
I dati giapponesi nel periodo post-bellico indicavano l’aborto di circa un terzo dei concepiti, con casi allucinanti di infanticidi – che oggi la Finestra di Overton vuole che chiamiamo «aborti post-natali» – come quello di Miyuki Ishikawa, detta «Oni-sanba», ostetrica che avrebbe ucciso almeno 86 bambini (qualcuno parla di una cifra doppia) affidatile negli anni dell’immediato dopoguerra.
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“Finalmente” videosorveglianza in piazza della Vittoria, approvata mozione Guarducci (FI)

Livorno 13 giugno 2026 Finalmente videosorveglianza in piazza della Vittoria, approvata mozione Guarducci (FI) Piazza della Vittoria sarà finalmente controllata da un sistema di telecamere. Il Consiglio comunale, nella seduta di lunedì scorso, ha infatti approvato la mozione del consigliere Alessandro Guarducci (Forza Italia) avente per oggetto “l’nstallazione di un sistema di videosorveglianza in Piazza …
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Pierburg, convocato il tavolo al MIT. Cgil: ora servono garanzie e impegni vincolanti

Livorno 13 giugno 2026 Pierburg, convocato il tavolo al MIT. Cgil: ora servono garanzie e impegni vincolanti La convocazione del nuovo incontro presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per il prossimo 23 giugno rappresenta un passaggio importante nella vertenza aperta a seguito della cessione della divisione Power Systems di Rheinmetall al …
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- Garlasco, Alberto Stasi può uscire dal carcere, via libera all'affidamento: la decisione del giudice
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Medici di famiglia, a Livorno in pensione il dottor Massimo Scardigli

Livorno 13 giugno 2026 Medici di famiglia, a Livorno in pensione il dottor Massimo Scardigli Nell’ambito Livorno giovedì 18 giugno termina la convenzione con il dottore Massimo Scardigli. Gli assistiti in carico al medico dovranno effettuare una nuova scelta assistenziale. Con l’occasione ricordiamo che per effettuare la scelta del medico o pediatra è comunque sempre consigliabile …
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Delitto Castellaccio, Potenti (Lega): Chiarezza su infiltrazioni criminalità turca

Livorno 13 giugno 2026 Delitto Castellaccio, Potenti (Lega): Chiarezza su infiltrazioni criminalità turca “Sono sempre più inquietanti gli scenari dietro l’uccisione del curdo di nazionalità turca Yilmaz Tas sulla collina di Castellaccio nella notte tra domenica 7 e lunedì 8 giugno. L’episodio ha sconvolto la località ed i suoi abitanti mai, prima d’ora, ritrovatisi a confrontarsi …
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Tutta colpa dell’Irlanda
Nel primo trimestre del 2026 il pil dell’eurozona è diminuito, a causa anche dei pessimi risultati dell’economia irlandese e delle multinazionali che sfruttano i suoi vantaggi fiscali Leggi
Stop alla guerra in Libano, Hormuz e sblocco degli asset: ecco i punti dell'intesa


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Perché gli albanesi si oppongono al resort di lusso della famiglia Trump
La costruzione di un resort di lusso in un’area costiera protetta, in cui è coinvolto Jared Kushner, ha spinto migliaia di albanesi a mobilitarsi e potrebbe compromettere l’adesione dell’Albania all’Unione europea Leggi
Philippines’ Duterte to undergo another health check to determine fitness for ICC trial

AR del 13/06/2026


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Data Center Opponents Have Blocked Or Delayed Projects Worth Nearly $130 Billion In 2026
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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.
Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.
Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.
Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.
Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.
C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.
È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.
Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.
Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.
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La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.
Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.
Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.
Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.
Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.
Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.
Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.
Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati.
Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi.
Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.
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Il plebiscito finanziario di SpaceX eleva Musk a padrone assoluto del potere globale

I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.
SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.
L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.
C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.
A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?
La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.
Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.
Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.
Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.
Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.
Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.
Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.
Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.
La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.
È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.
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Il gelato cerca il futuro e trova il burro

Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità.
La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato.
La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.
Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.
E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale.
Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.
Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.
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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.
Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.
In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».
L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).
Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.
Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.
“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.
I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.
Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.
Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.
Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.
Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?
È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?
È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?
È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?
La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.
Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.
I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.
Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».
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La pedagogia dell’ascolto e la protesta nonviolenta di Danilo Dolci

C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.
Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.
Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.
Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.
Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.
Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.
Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.
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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo.
Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza.
Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi.
«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male.
A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla.
Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia.
Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata.
Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine
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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.
L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.
Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.
Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi
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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.
Insomma, l’intelligenza artificiale stia iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).
Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.
Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».
Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.
Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.
Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.
Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.
È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».
Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.
Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.
È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.
Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.
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Lo sfarzo di Üsküdar, la moschea più grande della Turchia, e le bambine con il velo

Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice.
È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.
Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città.
L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […]
A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.
Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio.
Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul.

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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.
A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.
Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.
C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».
Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.
Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.
Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.
Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.
Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.
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L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale

L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.
Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.
Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.
Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.
L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.
Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.
Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.
L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.
L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.
Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.
Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.
A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.
Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.
A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.
Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.
L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.
La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.
L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.
Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.
Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.
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Stati Uniti ok con il Paraguay all’esordio, 4-1 con doppietta di Balogun

INGLEWOOD (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Buona la prima per gli Stati Uniti ai Mondiali 2026. La nazionale di Pochettino, inserita nel Girone D, domina il Paraguay all’esordio in casa ad Inglewood. Match condotto dall’inizio alla fine dai padroni di casa, che rifilano un netto 4-1 all’undici allenato da Alfaro.
Gli Usa archiviano la pratica nel primo tempo: prima l’autogol di Bobadilla (7′) e poi la doppietta di Balogun tra il 31′ e il 45+5′ mettono in ghiaccio il risultato all’intervallo. Nella seconda frazione Mauricio (73′) accorcia le distanze, ma è troppo scarna la proposta offensiva del Paraguay. A tempo scaduto Reyna di trivela mette il punto esclamativo sul 4-1 degli Stati Uniti.
Gli Usa prendono il comando del girone D con tre punti e attendono il risultato di Australia-Turchia (domenica 14 giugno, ore 06.00) per la conclusione della prima giornata del raggruppamento. Pulisic e compagni torneranno protagonisti venerdì 19 giugno contro l’Australia (ore 21.00), mentre il Paraguay sfiderà la Turchia sabato 20 giugno alle 05.00.
Avvio spavaldo degli Stati Uniti, che vanno in vantaggio dopo soli sette minuti. Pulisic sguscia sulla sinistra e serve McKennie in area: il centrocampista della Juventus mette in mezzo per Balogun, ma il passaggio viene intercettato da Bobadilla che spedisce in maniera goffa nella sua porta per l’1-0 al 7′. Continua a spingere la selezione di Pochettino, che raddoppia al 31′: Pulisic scappa via a Caceres, imbuca per Balogun, che in piena area di rigore firma il 2-0. Paraguay stordito e gli Usa calano il tris nel finale di frazione sempre con Balogun, che vince un duello con Alderete e batte Gill con un bel mancino sotto la traversa.
Nel secondo tempo Pochettino risparmia Pulisic, tolto subito per Berhalter.
Gli Usa continuano a fare la partita, ma attaccano con meno veemenza verso la porta di Gill. Nonostante i pochi spunti in avanti, il Paraguay accorcia le distanze a meno di venti minuti dalla fine: direttamente da un rinvio di Gill, Enciso raccoglie e serve in area Mauricio, che di sinistro batte Freese per il 3-1 al 73′.
Reazione degli Stati Uniti, che colpiscono una traversa con l’ex Juventus Weah. Nel finale i padroni di casa gestiscono il vantaggio e archiviano il tanto atteso esordio mondiale calando il poker con Reyna.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
Trump, dato ordine di uccidere leader banda venezuelana Tren de Aragua
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Anthropic sospende i modelli IA più potenti su pressioni del governo Usa
Trump: 'Ho dato ordine di uccidere il leader della banda venezuelana Tren de Aragua'
Addio a David Hockney, il genio inglese dell'arte contemporanea
Accordo Usa-Iran a un passo, "la firma nei prossimi giorni". Pakistan, testo concordato


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G7 summit offers Trump, Modi chance to reset ties after US strikes kill Indian sailors

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Donna attaccata da uno squalo in Australia, è in condizioni critiche
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Cos’è la UK Commando Force, la nuova unità nata degli specialisti della guerriglia

I Royal Marines voltano pagina, e inaugurano una nuova fase della loro storia cambiando nome: la storica 3ª Brigata Commando assumerà infatti la denominazione di UK Commando Force, un cambiamento che sancisce una trasformazione iniziata quasi dieci anni fa e destinata ad adeguare una delle forze più celebri delle Forze Armate britanniche alle esigenze della guerra moderna. Negli ultimi anni la formazione d’élite, che trova le sue radici nelle necessità di schierare gruppi di incursori autonomi che potessero operare come “commando” e avanguardia nel corso del Secondo conflitto mondiale, ha intrapreso un profondo processo di rinnovamento che ha coinvolto tutto il personale della brigata – che inquadra operatori dei Marines, Commando dell’Esercito e della Marina – con l’obiettivo di operare negli scenari più complessi,e combattere negli ambianti più ostili e impegnativi, adottando nuove tattiche, procedure e tecnologie che li renderanno in grado di rispondere alle sfide di un campo di battaglia in continua evoluzione. Ciò comprende l’introduzione di nuovi sistemi d’arma e piattaforme operative, con particolare attenzione ai mezzi senza equipaggio come droni aerei e navali, oltre a nuove capacità nel campo delle comunicazioni digitali, della sorveglianza, della mobilità tattica e del combattimento terrestre.
Il processo di trasformazione e l’assunzione di un nuovo “nome” è stato annunciato darRe Carlo III, mentre gli ufficiali dell’unità hanno tenuto a sottolineare come non si tratti di un semplice aggiornamento tecnologico ma di un cambiamento che riguarda la struttura stessa della forza che, prendendo ispirazione dalla propria tradizione nelle operazioni speciali, deve progressivamente abbandonare alcuni “modelli del passato” più recente per adattarsi, o meglio, riadattarsi, a scenari che richiedono unità di incursori autonome che devono essere in grado di operare per lunghi periodi a grande distanza dal supporto principale, mantenendo le loro capacità in ambienti ostili, si tratti dell’Artico o dei deserti africani.
“Che sia con il caldo, il freddo o una persistente umidità, avete sempre dimostrato che non esistono ambienti in cui un Royal Marine non possa operare e vincere“, ha dichiarato Re Carlo III rivolgendosi ai reparti schierati nel Quadrangle del castello di Windsor, durante la consegna delle nuove insegne alle quattro unità dei Royal Marines –40ª, 42ª, 43ª e 45ª Commando – che d’ora in poi saranno inquadrante come United Kingdom Commando Force.

Passato, presente e futuro dei Royal Marines Commando
Il nome 3ª Brigata Commando occupa un posto di rilievo nella storia militare britannica. La sua eredità affonda le radici nella 3rd Special Service Brigade, che adottò questa denominazione quando lasciò il teatro mediorientale per essere impiegata sul fronte dell’Estremo Oriente tra il 1943 e il 1945, durante la guerra nel Pacifico.
Le formazioni commando nacquero nel 1940 su impulso del primo ministro britannico Winston Churchill, in una delle fasi più critiche della Seconda guerra mondiale. L’idea era quella di creare piccole unità composte da soldati altamente addestrati, capaci di condurre rapide incursioni contro il nemico. Il modello di riferimento erano i “kommando” boeri, gruppi di combattenti irregolari che durante la Seconda guerra boera avevano messo in seria difficoltà le forze britanniche attraverso azioni di guerriglia e attacchi mordi e fuggi tra il 1899 e il 1902. Churchill conosceva bene quel precedente. Durante il conflitto sudafricano era stato catturato dai boeri e ne aveva osservato da vicino i metodi operativi, rimanendone profondamente colpito. Per questo incaricò il tenente colonnello Dudley Clarke, ufficiale dello Stato Maggiore del War Office, di delineare una nuova forza in grado di “instaurare un clima di terrore lungo le coste nemiche“. Nacquero così i primi Commando, che in seguito vennero raggruppati nelle Special Service Brigades, tra cui la 3ª Commando Brigade. Quest’ultima divenne la principale formazione organica delle Forze Armate britanniche dedicata alle operazioni anfibie e di assalto, riunendo le unità operative dei Royal Marines insieme a reparti di supporto provenienti dai Royal Engineers, dalla Royal Artillery e dalla Fleet Air Arm. Una struttura che le consentiva di operare con un elevato grado di autonomia sul campo.
Un ruolo fondamentale fu svolto proprio dai Royal Marines Commandos, costituiti per iniziativa di Lord Louis Mountbatten attraverso la conversione di unità della Marina in formazioni d’assalto specializzate. Questi reparti erano concepiti per agire come avanguardia durante gli sbarchi anfibi, conducendo ricognizioni, incursioni e operazioni offensive a supporto delle forze convenzionali. Dopo l’impiego in Birmania, gli uomini della 3ª Brigata Commando continuarono a specializzarsi nelle operazioni dietro le linee nemiche, pur adottando progressivamente tattiche più convenzionali, proprie della fanteria d’élite e delle truppe d’assalto. Nel corso dei decenni successivi la brigata prese parte ad alcune delle principali operazioni militari britanniche, dalla crisi di Suez alla Guerra delle Falkland, fino ai conflitti in Afghanistan e Iraq.
Questa lunga tradizione rappresenta ancora oggi una componente essenziale dell’identità dei Royal Marines. Tuttavia, secondo il Generale Sir Gwyn Jenkins, Primo Lord del Mare e Comandante Generale dei Royal Marines, il nuovo nome United Kingdom Commando Force riflette meglio l’evoluzione compiuta nell’ultimo decennio. “Questo è più di un semplice cambio di nome: riflette un decennio di trasformazione“, ha dichiarato. Jenkins ha sottolineato come la forza sia passata dall’essere una brigata anfibia ad altissima prontezza operativa a una moderna formazione di commando distribuita su scala globale e progettata per operare negli ambienti più impegnativi. A suo giudizio, la denominazione United Kingdom Commando Force descrive più accuratamente una realtà composta da unità altamente flessibili, tecnologicamente avanzate e specializzate in un ampio spettro di missioni, pienamente adattate alle caratteristiche della guerra del XXI secolo.
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- Due Paesi, una sola intelligence: al Senato Usa la proposta di rendere obbligatorio fornire informazioni a Israele
Due Paesi, una sola intelligence: al Senato Usa la proposta di rendere obbligatorio fornire informazioni a Israele

Dopo “Due Paesi, un esercito”, almeno sul piano tecnologico, ecco al Senato Usa la proposta per rafforzare la condivisione di intelligence da Washington verso Israele: il senatore repubblicano Tom Cotton, eletto in Arkansas, ha presentato una proposta di legge sulle attività di spionaggio che contiene una sezione esplicitamente dedicata a questo tema. Lo rivela Responsible Statecraft, già attiva nel segnalare nei recenti provvedimenti sulla Difesa Usa una legge che apriva alla fusione tra tecnologie israeliane e strutture militari Usa.
Il presidente dovrà documentare il rifiuto di fornire intelligence a Israele
Ora la Sezione 622 del disegno di legge sul finanziamento dell’attività di spionaggio per il 2027 chiede esplicitamente di “rafforzare la partnership securitaria con Israele”, di “consolidare la collaborazione tramite una robusta condivisione d’intelligence”.
Per la precisione, la legge spiega che il Presidente, il Direttore dell’Intelligence Nazionale e il segretario alla Difesa dovrebbero “espandere la condivisione d’intelligence con Israele” in ogni caso che non sia legato a “precise preoccupazioni di sicurezza nazionale” che il presidente dovrebbe documentare apertamente e dettagliatamente al Congresso prima di definire. Insomma, un’apertura esplicita di canali d’intelligence senza precedenti e che porterebbe Washington e Tel Aviv a delle vere e proprie “porte girevoli” informative. Il proponente è un ferreo alleato di Israele: Cotton, 49 anni, senatore dal 2015, è presidente della Conferenza Repubblicana del Senato e, soprattutto, dell’influente Senate Intelligence Committee, l’organo di vigilanza di Capitol Hill sugli apparati di spionaggio federali.

Usa-Israele, la spinta di Cotton per la cooperazione
Noto “falco” repubblicano, Cotton è uno dei più solidi sostenitori di Tel Aviv al Senato e in precedenza, da deputato, Cotton aveva giocato di sponda con l’allora collega del Kansas, Mike Pompeo, futuro direttore della Cia e Segretario di Stato, per sabotare i negoziati con l’Iran dell’amministrazione di Barack Obama, affermando che quella tra la trattativa e la guerra era una “falsa alternativa”.
Per Responsible Statecraft, “questa proposta è una delle diverse mosse recenti di coloro che a Washington fanno il gioco del governo israeliano, volte a mantenere gli Stati Uniti legati a Israele nonostante il calo di consensi tra l’opinione pubblica americana. La forma più rilevante di sostegno statunitense a Israele è rappresentata da oltre 300 miliardi di dollari in aiuti economici e soprattutto militari”, che spesso peraltro finanziano ricerche tecnologiche che ora per legge gli Usa intendono incoprorare nei loro apparati. Curioso sottolineare come questa proposta di legge sia emersa proprio mentre è in corso una grande e sostanziale operazione di controllo sulla penetrazione spionistica israeliana in America su cui lo stesso Pentagono ha acceso il faro mentre tra Washington, Tel Aviv e Iran è in atto un balletto importante tra pace, diplomazia e guerra.
Tre indizi fanno una prova
Cotton, tra i politici maggiormente sostenuti dal sistema filoisraeliano nello Stato che rappresenta, si sta preparando alla campagna per la rielezione per un terzo mandato di sei anni al Senato e tutti i sondaggi lo danno nettamente in vantaggio sulla sfidante democratica Hallie Shoffner. Dunque, è altamente probabile che possa mantenere la sua carica anche nella seconda parte dell’amministrazione di Donald Trump qualora il Senato restasse repubblicano, o comunque esercitare un’influenza di peso sulle scelte strategiche del governo americano.
La sua firma su questo provvedimento mostra un innalzamento della spinta a saldare i rapporti tra Usa e Israele poco dopo l’inizio, con la guerra in Iran, tanto di un’operazione militare congiunta quanto di una fase politicamente turbolenta in cui gli obiettivi di Washington e Tel Aviv. Dopo il voto sulla “fusione” tecnologica e la notizia sull’invio di paracadutisti dell’82esima divisione aerotrasportata in Israele durante la guerra con l’Iran, rivelata dal giornalista Ken Klippenstein, il provvedimento sulla cooperazione di spionaggio è la terza manifestazione di una spinta a rafforzare i rapporti Washington-Tel Aviv nella direzione di un saldo sostegno unilaterale della prima alla seconda, che per molti esponenti delle istituzioni americane sembra essere un fine da perseguire a ogni costo.
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Taiwan non deve scegliere: Cheng negli USA dopo lo storico incontro con Xi

A meno di un mese dal vertice Xi-Trump a Pechino, e dopo due mesi dall’incontro fra Cheng Li-wun — la leader del Kuomintang (KMT), il principale partito d’opposizione taiwanese — e Xi Jinping, Cheng ha aperto il secondo atto della sua strategia per promuovere una visione alternativa del ruolo dell’isola in Asia con un viaggio di ben due settimane negli Stati Uniti.
Si tratta della prima visita negli USA da parte dell’“erede” del partito di Sun Yat-sen dopo il suo insediamento di novembre scorso, con tappe a San Francisco, Boston, New York, Washington D.C (dove Cheng sarebbe «molto ben disposta» a incontrare Trump) e Los Angeles. Sebbene missioni analoghe facciano da tempo parte dell’attività internazionale dei funzionari di tutti i partiti politici di Taiwan — che negli anni hanno regolarmente coltivato rapporti con think tank, università e comunità taiwanesi d’oltreoceano — quella di Cheng assume un significato particolare.
Nell’incontro con Xi Jinping dello scorso aprile Cheng ha rilanciato la formula dell’ambiguità strategica inscritta nel Consenso del 1992 (che postula l’esistenza di una “unica Cina”) e l’opposizione all’indipendenza di Taiwan come quadro politico operativo per lo Stretto, rinfocolando il senso di parentela fra Pechino e Taipei. Un approccio che Cheng Li-wun continua a declinare in chiave pragmatica: una deterrenza priva di canali di comunicazione efficaci aumenta le tensioni fra le due sponde dello Stretto.
«La chiave è la trasparenza». Lo aveva scritto la stessa Cheng in un editoriale del Foreign Affairs pubblicato poche settimane prima dell’incontro con Xi. Intitolato «Taiwan non deve scegliere», l’articolo rappresenta una sorta di manifesto programmatico della leader del KMT rivolto alle élite della politica estera occidentale e il fatto che sia stato pubblicato sull’autorevole rivista statunitense dimostra l’interesse verso le sue posizioni. Secondo Cheng, una Taiwan capace di dialogare con entrambe le sponde della competizione sino-americana sarebbe un partner più stabile e affidabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Convinzione ribadita nei giorni scorsi in un’intervista al Financial Times, dove Cheng sostiene che una riduzione delle tensioni nello Stretto diminuirebbe il rischio che l’isola diventi una «pedina» nelle trattative fra Washington e Pechino.
La sua tesi ha però suscitato forti reprimende. Sul Taipei Times — uno dei principali quotidiani taiwanesi e tradizionalmente vicino alle posizioni indipendentiste — alcuni commentatori hanno visto in questa impostazione il rischio di inviare «il messaggio sbagliato agli alleati e ai partner democratici di Taiwan». Riserve alle quali ha fatto eco Raymond Greene, direttore dell’American Institute a Taiwan e massimo rappresentante statunitense sull’isola, riferendo come numerosi legislatori e studiosi USA s’interroghino sulla possibilità che la leadership del KMT stia «cambiando radicalmente l’orientamento politico del partito».
È anche per rispondere a questi interrogativi che Cheng ha scelto di recarsi negli Stati Uniti, dove a Washington ha incontrato membri del Congresso e funzionari del governo statunitense, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Guerra. Nei primi incontri nella capitale USA, la leader del KMT ha già riaffermato il valore della cooperazione militare con gli Stati Uniti. Fra i dossier discussi è tornato quello relativo alla vendita delle armi a Taiwan — punctum dolens del vertice Xi-Trump del mese scorso — dopo che la decisione del presidente statunitense di affrontare il tema direttamente con il leader cinese aveva suscitato forte allarme nel Partito Progressista Democratico (DDP), al potere dal 2016. Allarme al quale aveva dato voce il presidente Lai Ching-te che si era affrettato ad assicurare che Taiwan «non verrà mai sacrificata né barattata» in seguito alle dichiarazioni rilasciate da Trump a Fox News dopo il summit di Pechino.
In quell’occasione il presidente USA aveva rilanciato la tradizionale posizione di Washington contraria all’indipendenza dell’isola, adottando toni sensibilmente diversi rispetto a quelli prevalsi nei rapporti fra Stati Uniti e Taiwan negli ultimi anni. Trump aveva inoltre mostrato ben poca disponibilità a «percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra» e mantenuto in sospeso la decisione sul pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei, anche alla luce della necessità di preservare le scorte di munizioni per il conflitto con l’Iran (per il quale il contachilometri funziona ancora).
Proprio il fatto che sia Trump a mantenere congelata la spesa per la difesa sferra un duro colpo a uno dei principali argomenti del DDP — la capacità di garantire un rapporto privilegiato con Washington — e rafforza invece il KMT, che da sempre rivendica di essere l’unica forza politica in grado di garantire la pace fra le due sponde dello Stretto. Sullo sfondo, mentre le esercitazioni militari taiwanesi continuano a simulare ipotetici scenari di “invasione” e aumentano gli incontri ravvicinati fra unità navali di Pechino e Taipei nel Mar Cinese Meridionale, la visita di Cheng (tuttora in corso) assume inevitabilmente anche una dimensione elettorale. In un Indo-Pacifico sempre più militarizzato, la leader del KMT scommette che il futuro di Taiwan non si deciderà soltanto dal numero dei missili schierati nello Stretto, ma anche nelle urne del 2028.
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Accordo Usa-Iran a un passo, ma restano tensioni su alcuni punti


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I 75 anni dal ritorno di Mascagni a Livorno: “Riappropriarsi dell’identità cittadina”
Livorno, 13 giugno 2026 – Pietro Mascagni è senza dubbio uno dei cittadini più illustri della nostra città, oggi Livorno lo celebra fregiandosi dell’aver dato i natali ad uno dei compositori più grandi della musica italiana, ma non tutti forse sanno che in passato non è sempre stato così. Dopo la sua morte infatti Mascagni dovette attendere sei anni per poter far ritorno nella sua Livorno, il perchè? Si riteneva che fosse stato troppo vicino al fascismo e che quindi non meritasse di esser seppellito in città. Solo nel 1951 il celebre compositore potè far ritorno nella sua patria natale, accolto finalmente dalla sua gente quest’anno ricorre il 75esimo anniversario di quel giorno ragion per cui il Comune di Livorno insieme alla Fondazione Goldoni, a Modigliani Produzioni e al Mascagni Festival ha deciso di celebrare la ricorrenza con una due giorni all’insegna dei capolavori del maestro livornese.
Il convegno “Il ritrovato abbraccio”
Il 19 giugno infatti l’Hotel Palazzo ospiterà il convegno intitolato “Il ritrovato abbraccio” all’interno del quale Mario Menicagli, Fulvio Venturi, Enrico Mannari, Massimo Sanacore e Fabio Bertini ripercorreranno le ragioni dell “esilio” di Mascagni fino al ricongiungimento con la sua città.
La Messa in Gloria a Montenero
Il 20 giugno invece alle 21 nella piazza del Santuario di Montenero andrà in scena la Messa in Gloria in fa maggiore per soli, coro e orchestra, ilpreludio dello spettacolo vedrà invece l’esecuzione dell’Inno al Sole tratto dall’opera “Iris“.
Le voci dei protagonisti
“Ricordare i 75 anni dal ritorno della salma di Pietro Mascagni a Livorno è un modo per riappropriarsi dell’identità cittadina - ha spiegato l’assessora Rafanelli -. Segna il momento in cui Livorno rivendica la propria storia e il proprio orgoglio attraverso il legame con il suo illustre cittadino, la cui figura è stata per troppo tempo messa in ombra”. La mente dietro al progetto è quella di Mario Menicagli, che ha dichiarato: “Quella per i 75 anni dal ritorno di Mascagni a Livorno è una celebrazione più che doverosa, il rientro della salma fu un evento grandioso e molto mediatico già per l’epoca”. Ad impreziosire quella che sarà una vera e propria anteprima del Mascagni Festival, la sera del 20 giugno la partecipazione del maestro Marco Fornaciari (violino solista) e di Emanuele Barresi che interpreterà il discorso con cui l’allora sindaco Furio Diaz accolse la salma di Mascagni in città. L’ingresso è libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

Trump Administration Says It Will Restart Asylum and Immigration Processing

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Ultimo post della mia avventura per far approvare Fedora Linux all’interno della mia azienda.
I grandi capi mi hanno risposto (accorciato) cosi:
-Non è abbastanza integrato (ci sta)
-Windows è lento apposta perchè molto sicuro (non sono tanto convinto)
-La sicurezza andrebbe compromessa perchè è...


















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jeffprovenzano]



